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Se si ammalano le relazioni umane

“La Venezia del 17° secolo è una città con grande esperienza di carestie e calamità, vanta inoltre uno dei governi più “moderni” ed illuminati d’Europa, all’avanguardia anche nelle norme igienico- sanitarie. La Repubblica nomina tempestivamente delegati per controllare la pulizia delle case, vietare la vendita di alimentari pericolosi, chiudere i luoghi pubblici, perfino le chiese. Viene imposto il coprifuoco, solo i militari e i medici sono autorizzati a circolare. Questi ultimi, insieme al personale sanitario indossano segni distintivi tra cui maschere… I pazienti chiaramente contagiati vengono portati nel lazzareto Vecchio, mentre chi è stato solo a contatto con gli appestati viene trattenuto 20 giorni a scopo cautelativo in una struttura appositamente allestita“.
[tratto da: www.baroque.it, La peste a Venezia nel ‘600, 2012]

Nella cronaca citata, fatte le debite proporzioni (la pericolosità del Coronavirus non è grazie a Dio neppure lontanamente paragonabile con quel flagello che fu allora la peste), possiamo riconoscere gran parte dello scenario di questi giorni venutosi a creare dopo l’applicazione dei diversi decreti del Governo per cercare di fronteggiare l’emergenza dell’epidemia da Covid-19. Si potrebbe quindi pensare di stare vivendo una condizione che in fondo conosciamo già, che cioè, come è stato scritto ripetutamente in queste settimane anche da fonti autorevoli,”le pestilenze e le epidemie ci sono sempre state e sempre ci saranno.”.
C’è invece un elemento di originalità che caratterizza la situazione odierna e che va oltre l’aspetto sanitario, oltre l’approccio politico e che interessa e investe in modo altrettanto virulento, in verità già da un po’ di tempo, l’aspetto relazionale tra le persone .
Procediamo con ordine, cominciando a delineare quali sono e che interessi hanno i soggetti coinvolti in tale scenario. A questo proposito risulta molto chiara l’analisi fatta dal filosofo e psicologo Umberto Galimberti nel corso di una video-intervista, registrata il 28 febbraio e diffusa su You Tube [La paura e l’angoscia. E i soggetti in campo]. I soggetti interagenti nella situazione che si è venuta a creare a causa della diffusione del coronavirus, dice Galimberti, sono sostanzialmente tre. La popolazione, la quale si regola sul mondo della vita, vita che è stata come ‘sospesa’ per decreto governativo per moltissimi cittadini. La politica, che ha messo in atto delle precauzioni per contrastare la diffusione del virus. Infine il terzo soggetto, la sanità, la quale non guarda al mondo della vita delle persone, ma guarda prima alla malattia.

Questi tre soggetti hanno tre interessi diversi. La sanità deve contrastare la malattia con tutti i presidi medici possibili. La politica deve tenere conto del mondo della vita delle persone e soprattutto delle conseguenze economiche determinate dalla sospensione delle attività lavorative. Infine le persone, che stanche della reclusione forzata, invocano il ritorno alla loro vita ordinaria. Tre interessi completamente diversi a cui bisogna trovare una mediazione.
Mediazione che operativamente può essere solo ispirata, non tanto alla ricerca del bene assoluto per tutti, a una soluzione ideale (impossibile accontentare contemporaneamente tutti e tre i soggetti sopra citati), ma che può essere guidata solo dalla ricerca del minor male. Questo è quello che realmente è possibile fare.
Chiarito questo primo punto, il passo successivo deve prendere in considerazione che nell’ affrontare il problema della gestione dell’epidemia, ci si scontra nell’uomo con due aspetti di natura emozionale quali la paura e l’angoscia, a cui è necessario offrire risposte rassicuranti, senza cedere un passo alla tentazione di sfruttarle a fini di potere, interessi particolaristici o per altri obiettivi meno nobili.

Bisogna però distinguere tra paura e angoscia.
La paura è un ottimo meccanismo di difesa che si presenta quando abbiamo a che fare con un fatto determinato, una situazione pericolosa, a cui, proprio perché stimolati dalla paura, si risponde in modo appropriato.
Nel caso del coronavirus non possiamo parlare di paura, perché non è un oggetto determinato, non sappiamo da dove viene, chi ce lo può attaccare. E quando abbiamo a che fare con la dimensione indeterminata allora la paura non funziona più e resta l’angoscia. L’angoscia subentra quando non si capisce da dove origina il pericolo, quando c’è un nemico che non si vede, ed è simile a quella che prova un bambino piccolo quando viene spenta la luce nella sua camera e non riesce ad affrontare il buio.
Chi gestisce il potere per fini di interesse personale e non per il Bene Comune, gioca in modo opportunistico con questi due aspetti, direzionando la paura della gente e sfruttando l’angoscia delle persone.

Ecco qualche esemplificazione.
Le immotivate iniziali critiche radicali ai provvedimenti del governo per contenere l’espansione dell’epidemia da parte di alcuni esponenti dell’opposizione finalizzate a provocare le dimissioni del governo, hanno ricalcato tale intenzionalità. Una operazione simile è stata poi fatta da molti Stati europei ed extra europei, i quali, per evitare l’angoscia della loro popolazione, hanno imputato il pericolo del coronavirus all’Italia. In tal modo, avendo determinato che il coronavirus viene da lì (il grafico diffuso dalla CNN ne è una rappresentazione emblematica),hanno sollevato dall’ANGOSCIA i loro cittadini, i quali ora hanno PAURA di prendere a casa loro gli italiani.
E’ la stessa strategia che è stata seguita nella ‘costruzione’ della paura verso i migrantes; e poi, all’inizio dell’epidemia da coronavirus, della paura (degli italiani) verso i cinesi,e ancora, sempre in termini di diffusione del virus, della posizione delle regioni del Sud Italia verso quelle del Nord.

Terzo punto, il problema dello stato di salute delle relazioni tra le persone.
A livello politico-economico gli uomini di buona volontà riescono sempre, se davvero lo vogliono, a concordare su strategie comuni vincenti; a livello sanitario, l’intervento nei paesi occidentali è sicuramente adeguato. Ma a livello relazionale? Come usciremo da questo virus dal punto di vista dei rapporti umani? Per dirla con le parole di Paolo Crepet, “nessuno sa cosa accadrà dopo, perché gli effetti del panico durano molto di più del virus” (Il Fatto Quotidiano, 4 marzo). E sempre Galimberti, questa volta in una intervista rilasciata ad un quotidiano locale, afferma: “Già siamo diffidenti nei confronti degli altri, anzi, molto spesso razzisti […] finiremo per accentuare questa situazione […] un altro colpo alle relazioni sociali,” (L’Adige,24 febbraio)
I provvedimenti di sospensione della vita sociale e degli incontri collettivi, la chiusura di cinema, teatri, chiese, scuole e di ogni altro spazio di possibile contaminazione sono state scelte politiche sacrosante e dettate da motivazioni scientifiche serie. Dobbiamo al grande senso di responsabilità di chi ha preso queste decisioni se il conto da pagare alla fine risulterà sopportabile.
D’altra parte, la situazione di isolamento dall’altro, che molti stanno in questi giorni sperimentando in modo forzato, è una condizione che potrebbe essere vissuta come l’ultima, estrema conseguenza di ciò che a livello sociale abbiamo già visto nascere e crescere insieme a noi: la possibilità, cioè, di ‘fare a meno dell’altro’, dell’autosufficienza, fino ad arrivare a considerare l’altro da noi come pericolo e minaccia per la nostra incolumità.

Sembrano passati secoli dalla comparsa del primo walkman della Sony, a metà degli anni Ottanta, con cui ci si poteva isolare all’interno di uno spazio musicale personale ed escludente. Sul finire degli anni Novanta sulla TV italiana si poteva vedere il velista Giovanni Soldini in mezzo al Pacifico, in uno spot della Tim, che, a metà del suo giro del mondo con la sua barca in solitario, riusciva a tenere i contatti con la famiglia attraverso il telefono satellitare.
Fino ad arrivare ad oggi, dove la comunicazione digitale, i social, gli audio, whatsapp e tutti gli artifici del mondo virtuale possono portare a una ricostruzione di un mondo reificato dal soggetto stesso, antidoto e fuga dalle fobie e dall’angoscia provocata dalla difficoltà dell’assunzione responsabile di un mondo complesso e ricco di incognite sul futuro. In tutto questo percorso la preoccupazione principale sembra essere quella di aver sempre il controllo su tutto, dalle modalità di comunicazione alla gestione del tempo. Una vita insomma, dove la relazione con l’altro possa essere gestita e non subita, e se è di ostacolo, addirittura cancellata.

La situazione emergenziale in cui tutti oggi siamo immersi, ci può invece aiutare a ricordare che paure ed angosce si possono contenere davvero, solo se non rinunciamo al concetto di limite, di confine, che, al contrario, l’era della globalizzazione tenta continuamente di spostare se non di negare.
Nella battaglia contro ogni sofferenza e contro ogni virus, è fondamentale coinvolgere in questa lotta titanica ogni competenza e ogni risorsa scientifica, dove la fiducia nella ricerca deve essere totale e sostenuta da tutti senza nessun cedimento ad interessi d’altro tipo.
Ma tutto ciò non deve farci dimenticare cosa siamo in realtà: esseri umani che riconoscono la loro umanità, in particolare all’interno di una duplice dimensione. Nel riconoscimento, in primo luogo, sempre del valore della vita, vita in cui si incontrano anche precarietà, malattia e morte. E in secondo luogo nel concepire una vita piena solo se è in relazione, anche se il percorso fatto dalla nostra società post moderna sembra aver preso un’altra direzione.
Ed ecco che, se la situazione odierna può essere percepita sottilmente a livello individuale nella sicurezza della propria casa come prova generale di autosufficienza, ottenuta dall’eliminazione di ogni contatto, e ripagata dalla soddisfazione del raggiungimento della salvezza personale, tutto ciò può essere trasformato in un reale fattore di crescita sociale, se letto e vissuto al contrario, cioè come necessaria indilazionabile riscoperta della nostra identità comunitaria.

Ed ecco cosa possiamo ancora imparare.
Imparare certamente dal lavoro, perché di lavoro si tratta, di infermieri e medici a stretto contatto quotidiano con le persone contagiate. Ma soprattutto dai loro racconti, dalla loro narrazione di sguardi, di corpi intubati a cui danno un’ultima possibilità di congedo dai propri famigliari attraverso il saluto ripreso con smartphone o Ipad, permettendo così di poter superare l’ ulteriore pena dell’isolamento a cui condanna questo virus, nel non poter neppure partire accompagnati dalla mano dei propri cari.
E imparare un fatto di una evidenza eclatante, ma sopito dall’ andamento routinario della vita quotidiana, e cioè che non possiamo fare, dire, bere, muoverci sempre come desideriamo, perché questo, oltre a mettere in pericolo noi stessi, può mettere in pericolo l’altro.
E infine, anche se una situazione emergenziale richiede di evitare assolutamente i contatti personali, questo non può significare consegnare l’altro alla solitudine, all’abbandono e all’indifferenza, ma utilizzando fantasia e creatività, possiamo esercitare altri tipi di vicinanza… e qui si che la tecnologia può venirci in aiuto.
Abbiamo, insomma, la possibilità di realizzare quel principio di responsabilità che come ha scritto in modo insuperato Hans Jonas nel suo Das Prinzip Verantwortung (1979) –  arriva a consegnare il più piccolo al più grande, e a portare chi ha di meno verso chi ha di più.
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Una firma per liberarci di Sgarbi (almeno al MART)
Ma attenzione a non sbagliare bersaglio

il mio fondino di ieri [per chi non l’avesse letto, lo trova QUI] ha provocato una fitta pioggia di lettori, di pensieri, di commenti (una novantina su Ferraraitalia, parecchie centinaia sui social media). E molte domande, che poi era una domanda sola: “Dove si firma?”. Leggevo i commenti e continuavo a pensare. Anche ieri sera, ascoltavo l’ultimo giro di vite per fermare la pandemia, e avevo un motorino che mi girava in un angolo del cervello. Ma intanto, posso dire? Tutti abbiamo un sottofondo sentimentale, a me ad esempio è piaciuta Ursula von der Leyen parlare agli italiani nella lingua di Dante. Dicevano che in questi mesi non aveva combinato nulla come Presidente della Commissione Europea, che il suo Green Deal era ben poca cosa, che la prima donna seduta lassù (tedesca per giunta) non cambiava niente. Beh, con quattro minuti di messaggio in uno stentato italiano, guardando diritto davanti a sé, senza leggere da un foglio, con quel “Siamo tutti italiani”, per me stavolta qualcosa ha combinato.
Pensa che ti ripensa, mi è venuto questo post scriptum. Di seguito, trovate alcune ri-flessioni, le mie reazioni mentali ed emotive alle vostre letture e ai vostri commenti.1.Devo prima di tutto rispondere alla domanda delle domande, o almeno provarci. Dove si firma? Sono in tantissimi che si dicono pronti a firmare per chiedere le dimissioni di Vittorio Sgarbi. C’è una petizione popolare a cui aderire, la raccolta di firme è stata inaugurata pochi giorni fa [aggiornamento: alle 16,40 di sabato 14 marzo, 16.495 firme]. L’hanno promossa, dopo le ultime incivili esternazioni di Sgarbi, i 43 dipendenti del MART di Rovereto, indirizzandola alla Giunta della Provincia Autonoma di Trento. Si intitola: “No ad un Presidente volgare al Museo MART di Rovereto”. Bravissimi, gli faccio un milione di auguri. Per firmare, io l’ho fatto, basta andare su www.change.org [petizione]. Poi c’è il Pubblico Appello ferrarese (in questo caso non è però prevista una raccolta di firme) che chiede al Sindaco leghista  della città estense di togliere a Sgarbi la Presidenza di Ferrara Arte. Non so di altre iniziative in atto. Ma, come buon auspicio, va citato almeno un precedente. Nel marzo del 2018, 33mila firme costringono alle dimissioni Vittorio Sgarbi, che deve lasciare l’alto e ben remunerato scranno di Assessore ai Beni Culturali della Regione Sicilia.

2. Vengo a Vittorio Sgarbi. Ho scritto tre volte su di lui, diciamo pure CONTRO di lui e quello che rappresenta. E tutte le volte ‘mi sono guadagnato’ migliaia di lettori. Come si dice, ho allargato la mia audience. Mi ha anche chiamato un noto giornalista televisivo per invitarmi a una diretta (da casa) nel suo programma. No grazie. Anche perché mi è successa una cosa stranissima: invece di stappare una bottiglia (si sa, per un giornalista essere letto è il primo anche se inconfessato traguardo), mi è venuta giù una gran tristezza.
Siamo sinceri, in verità il ‘successo’ dei miei articoli non è mio ma di Vittorio Sgarbi. Non dipende da colui che scrive, dal SOGGETTO (o dipende dal soggetto in misura assai limitata) ma dall’OGGETTO di cui scrive. Se, per esempio, avessi scritto un bel commento a La Limonata (un formidabile racconto Raymond Carver) avrei raccolto solo i pochissimi innamorati della mia scrittura. Va bene, è una regola aurea del giornalismo, ma non bisogna esagerare. E tanti esagerano, in fondo è abbastanza semplice, basta attaccare (tutti i santi giorni, a testa bassa) un Divo per diventare Divo quanto o più di lui. Non è forse questa la tecnica di quel mediocre giornalista a nome Andrea Scanzi che ‘sulle spalle di Sgarbi’ sta costruendo la sua fortuna mediatica?
Tutto questo per dire due cose. A) Che il vero problema non è Sgarbi, che c’è qualcosa che non va nella nostro sistema informativo, nell’etica del giornalismo, nel nostro approccio ai media, nella società mediatica in generale. B) Che questo vuol essere l’ultimo, o almeno, che spero di non scrivere di Sgarbi per un bel pezzo,  e che invece scriverò di Carver, o di altro, di cose oscure ma più interessanti. Mi avvertono che Sgarbi sparla di me in un altro video. Pazienza. Giovanni Scheiwiller, il più grande dei piccoli editori del Novecento, a chi gli domandava un giudizio sull’ennesimo libraccio fresco di stampa, rispondeva: “Non mi piace e non l’ho letto”. Così io dell’ultimo video di Sgarbi, Non mi piace e non l’ho visto. Che bello se anche voi seguiste il mio consiglio.

3. Il motorino mentale continua a girare. Leggo tra i commenti al mio articolo, non in tutti ma in tanti sicuramente, una specie di gara dell’insulto (a Sgarbi naturalmente). Una corsa a chi la spara più grossa. A chi si sfoga di più. Ora, non voglio difendere il personaggio (ho già detto che non mi piace) ma non capisco questi commenti celibi, questi inutili esercizi. A che serve abbassarsi al livello di chi è ormai diventato una macchietta da avanspettacolo? Faccio fatica a credere in una improbabile, miracolosa, conversione di Vittorio Sgarbi (anche se sappiamo di quell’antico incidente che capitò allo spietato esattore Paolo di Tarso, che era, a onor del vero, ‘un fottutissimo bastardo figlio di puttana’). No, è difficile che Sgarbi caschi da cavallo. Ma il problema è un altro. E cioè, il problema non è Vittorio Sgarbi: dietro di lui, appena un passo indietro e pronti a prendere il suo posto in commedia, c’è  una schiera infinita di aspiranti, praticanti e apprendisti.

4. Aggiungiamo pure la nostra firma. Alla petizione per le dimissioni di Sgarbi dal MART di Rovereto, e a tutte gli altri appelli e petizioni – tutte buone e giuste – che continuano ad arrivarci, nella nostra casella mail, per Messenger o per WhatsApp.  Ma cerchiamo di non confonderci, di non accontentarci di così poco, di non sbagliare bersaglio. Perché dopo uno Sgarbi arriva puntualmente un altro Sgarbi a prendere il suo posto. Nei posti di comando della Cultura, come a dirigere telegiornali o a condurre programmi televisivi. A meno che.
A meno che non capiamo che la battaglia culturale  – perché di vera battaglia si tratta: sangue, sudore e lacrime – si combatte altrove. Lontano? No, vicinissimo a noi. Nelle nostre scuole (di qua e di là dalla cattedra). Nelle nostre biblioteche pubbliche, nei centri culturali, nelle parrocchie. Perfino nei Bar Sport. Alla fine, poco serve abbattere fantocci. Molto serve promuovere una cultura democratica, partecipata, rispettosa, curiosa, gentile.
Ho scelto come cover di questo post scriptum l’ancora e il delfino un particolare della marca di Aldo Manuzio. Lui, il genio assoluto, ‘il migliore’ tra gli editori e stampatori di ogni tempo, aveva un motto che forse può esserci da guida. Traduco in italiano: “affrettati lentamente”. Non c’è fretta, non ci sono scorciatoie, ma occorre non distrarsi. Anche restando a casa, anche “al tempo del colera”, è possibile combattere quella battaglia.

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