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La bellezza dell’autunno…

Guardo le rose nella veranda di casa e ne vedo contemporaneamente di mature, di appassite e dei boccioli. Così mi viene in mente il celebre quadro Le tre età della donna di Gustav Klimt. Il particolare dell’abbraccio fra la donna e la bambina ha sempre colpito per la sua profondissima tenerezza diventando uno dei simboli artistici del rapporto mamma-figlio. Tuttavia l’anziana conferisce una sensazione cupa: smunta dai parti e dal lavoro, si copre il volto aspettando la morte. É un corpo ormai consumato. L’immagine della piccola e della donna adulta è piena di vita e serenità, è chiaramente positiva. E mi domando, non si potrebbe rappresentare anche la vecchia attraverso un’immagine positiva? Al di là delle fragilità e difficoltà tipiche di ciascuna età, e al di là della sola apparenza, perché non mostrare la dignità di tutte? Mostrare anche la bellezza di chi ha raggiunto l’autunno della vita?

SEMPRE CON ME
Una poesia di Carla Sautto Malfatto dedicata alla Festa del papà

di Carla Sautto Malfatto

SEMPRE CON ME

Il magnifico corpo di mio padre che a passi di danza
si è allungato nella sua vita di molti tramonti
mi spinge con le ginocchia ossute dietro il sedile dell’auto
quando la mia mente è troppo sola.

– Ciao papà, – allora sussurro senza guardare nello specchietto
l’assenza dei suoi occhi indecentemente sinceri
e mentre lo ringrazio della compagnia, mi vergogno
di non riuscire a ricordare il timbro della sua voce.

Nemmeno questo è rimasto di te disperso nel mio sangue,
come il brillio di una meteora confuso, eppure distinguibile
nei suoi picchi e in certe venature di malinconia
che credevo solo mie.

Oggi trasporto te, vedi come sono brava alla guida
di questa esistenza che mi sfianca
ai tornanti, ai semafori sempre rossi,
prima, accelerata e ancora stop, senza un vigile dall’alto
che la faccia scorrere tranquilla alla meta.

Non è quello che volevo, né quello che volevi tu,
e in questo siamo simili e fregati, padre e figlia,
ma almeno il tuo respiro non appanna i vetri
e come il bue del presepe mi riscalda come può.

Guardo fuori dal finestrino la nebbia che scende
e ho sempre più paura all’avvicinarsi del tunnel…

e le tue ginocchia premono più forte dietro la schiena
per dirmi che non mi abbandoni.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)
da ‘Troppe nebbie’, Edizioni Il Saggio, 2019

LA STORIA
“Io, tornata alla vita dopo aver visto la morte passarmi accanto”

“A 28 anni ho avuto un’emorragia celebrale, sono stata in coma farmacologico per una decina di giorni senza che ci fosse per me alcuna certezza: l’altalena oscillava fra la morte e il ritorno alla vita, col rischio però di risvegliarsi ed essere ridotta a uno stato vegetale. O avere, invece, una possibilità di recupero…”. Elisa Baldrati, oggi giovane e felicissima mamma, racconta la sua storia, fatta di sofferenza e angoscia, ma risolta in una straordinaria rinascita.

Tu, quando è accaduto, hai avuto consapevolezza di questo rischio o solo in seguito hai compreso la situazione?
L’ho saputo in seguito. Non sapevo neanche cos’era un ictus. Ne avevo sentito parlare, ma lo associavo ad un “qualcosa” che può venire a persone anziane. Entrata nel mondo degli ‘ictati’ ho scoperto che l’età è sempre più bassa purtroppo.
Cosa hai provato in quel momento?
Shock, terrore! Dopo aver sentito come una scossa in testa, la mia gamba destra non si muoveva più. Mio marito mi ha portato subito al Pronto soccorso di Argenta e la diagnosi è stata immediatamente chiara: da lì è iniziata una corsa contro il tempo per raggiungere Cona. Sinceramente, dopo essere salita in macchina non mi ricordo più niente… Non ricordo nemmeno di essere arrivata a Cona, né di essere entrata all’ospedale, anche se poi mi hanno detto che sono sempre stata sveglia fino a quando non mi hanno messo in coma farmacologico.
Per fortuna la sorte ti è stata amica. Ma cosa è successo dopo?
Dopo un mesetto in ospedale mi hanno portato in un centro riabilitativo e da lì è incominciata la mia rinascita… I primo momenti però furono terribili. Tutta la parte destra del mio corpo era inerte, sia il braccio sia la gamba. Speravo fosse un incubo dal quale mi sarei risvegliata! Piano piano, dopo avere incominciato la riabilitazione, ho iniziato a muovere gli arti: prima un po’ la gamba e poi un po’ il braccio… Così dal letto sono passata alla sedia a rotelle, dalla sedia al bastone, finché un giorno ho incominciato a stare sulle mie gambe senza ausili.
Che sensazione hai provato in quei momenti?
Il pianto era il mio sfogo, la mia famiglia e il mio ragazzo erano la mia forza.
E poi?
Quando sono uscita dalla riabilitazione ero felicissima, ma immediatamente mi sono scontrata con la realtà… Nulla era più come prima e la mia vita non sarebbe stata più la stessa. Non ero più autonoma. Dopo diversi mesi di depressione, però, ho incominciato a vedere un po’ di luce, grazie al conforto delle mie amiche e all’amore del mio compagno … Così gli ho chiesto di diventare mio marito e dopo un anno ci siamo sposati. Ero felicissima… Robi mi accettava anche ‘la mia nuova me’. La nostra sorte era unita.
E da qui inizia la tua vera rinascita, giusto?
Sì. Un anno dopo il matrimonio pensammo di adottare un bambino: adottare, perché era impensabile che dopo un ictus potessi affrontare una gravidanza, i rischi erano troppi alti. Ma un bel giorno durante una visita di routine nel reparto di angiologia di Bologna, chiesi un parere allo dottoressa che mi aveva in cura e lei, con mia grande e piacevole sorpresa, mi risposte: “beh, perché no?!?”. Ovviamente mi fece presenti tutti i rischi che io e il bimbo potevamo correre, ma la decisione era nostra. Otto mesi e mezzo dopo nacque Dafne. Durante la gravidanza ero super-monitorata, soprattutto per la coagulazione del sangue, la causa del mio ictus. Tutto andò e continua ad andare bene: per Dafne, che ora ha tre anni e mezzo ed è una bimba meravigliosa, piena di voglia di giocare e di crescere, e per me…
Una cosa straordinaria…
Dopo aver vissuto l’inferno a 28 anni, ora che ne ho 35 posso dire che grazie alla mia famiglia, a mio marito, alle mie amiche e ad un’insospettata forza di volontà che ho trovato in me, sono riuscita a sopravvivere, a credere ai miracoli e a scoprire che esistono davvero. La mia esistenza e la vita di mia figlia sono i miei miracoli.
Cosa ti senti di dire a chi, direttamente o di riflesso, ha vissuto o sta vivendo drammi analoghi al tuo?
Vorrei tanto che chi ha avuto problemi come i miei, o attraversa percorsi di sofferenza o vive condizioni di disabilità, riesca sempre a credere a quell’insospettabile forza di volontà che risiede in noi e che ci viene in soccorso quando tutto sembra perduto. Ma questo accade solo se non ci arrendiamo, se non smettiamo di lottare, di voler vivere. Ci vuole tanta tanta forza di volontà. Certo, da sola non basta, non sempre le storie possono avere un lieto epilogo come è stato per me. Io per questo mi sento fortunata. Ma dico anche che senza la volontà di opporsi al male difficilmente il male si supera.

ACCORDI
Ideali.
Il brano di oggi…

Il sogno, l’ideale, è come un figlio: lo concepisci, lo ami, lo vedi crescere e poi lo perdi. O lui ti perde… Ma anche quando si allontana resta tuo per sempre.

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

Roberto Vecchioni, Figlia

 

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Non è sempre ‘Ammore’

“Ammore” di Paolo Sassanelli è liberamente ispirato al racconto “Non commettere atti impuri” di Andrej Longo, sceneggiato dallo stesso Sassanelli con Chiara Balestrazzi. Il film è entrato nella nomination delle opere candidate al premio David Donatello 2013, nella categoria cortometraggi.

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La locandina

Il racconto si sviluppa nell’arco di un’unica giornata, quella vissuta da una bambina di dodici anni, interpretata dalla brava Eleonora Costanzo, che cerca nella più assoluta segretezza di consumare in solitudine un dramma segreto e inconfessabile, per una bambina della sua età. L’azione si svolge in un mondo, dove gli adulti, colpevoli di averle violato l’infanzia, sono presenti soltanto come voci e rumori, mai come volti, a eccezione della donna che le praticherà l’aborto clandestino. Rosy da poco tempo è entrata nell’adolescenza ma quando esce da casa, si veste e si trucca come una donna, per incontrare le sue amiche che si atteggiano anch’esse da adulte. Senza neppure confidarsi con l’amica del cuore, con la madre o con il padre (se ne capirà soltanto nel finale il motivo), la ragazzina si prepara e si allontana quasi scappando da casa.

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La ragazzina si veste e si trucca da donna

Entra in una chiesa per confessarsi e non riuscendovi, a causa di un ragazzino che inopportunamente le fa osservazioni per il modo in cui è vestita, si reca presso il luogo dove chiuderà definitivamente i conti con la propria infanzia. Quando tutto è finito Rosy ritornerà a casa e, chiusa nella sua stanza, continuerà a subire le insistenze del padre che le chiederà ancora una volta di entrare, approfittando del fatto che la madre è uscita. Il film termina con questa scena, dal finale aperto e per nulla risolutivo e con un lento commento sonoro per nulla rassicurante. La colonna sonora è stata realizzata da Luca Giacomelli che merita un sentito apprezzamento, per la sensibilità artistica e musicale dimostrata in quest’occasione.

“Ammore” è il secondo cortometraggio del regista/attore pugliese Paolo Sassanelli che in precedenza ha realizzato “Uerra” (2009), scritto con Antonella Gaeta e vincitore di numerosi premi a livello internazionale, oltre ad essere stato presentato a Venezia nel 2011 nella sezione “corti, cortissimi”. “Uerra” è ambientato a Bari nel 1946, in una città che vuole uscire dall’incubo e dalle rovine della seconda guerra mondiale, raccontando l’amore tra un padre e i suoi figli nel contesto di un’Italia povera e segnata. Una storia tra padri e figli diametralmente opposta a quella descritta nel suo film successivo. Anche “Ammore” è stato girato nel capoluogo pugliese, nei quartieri di San Paolo, Carrassi e Madonnella.

“Ammore” di Paolo Sassanelli, con Eleonora Costanzo, Federica Sassanelli e Angela Peschetola, 2013, Italia, durata 15’

Ammore è disponibile su YouTube [vedi]

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LA TESTIMONIANZA
Helga Schneider, oltre l’umano

I lunghi tempi della influenza combattuta tra letto e poltrona, rimpiangendo le due presentazioni saltate, si combattono con letture rimandate, temute, inevitabili. Scelgo allora un libro che mi respinge e nello stesso tempo mi attrae: Helga Schneider, “Il rogo di Berlino”, pubblicato da Adelphi nel 1998 e ora appena ristampato. Helga Schneider vive in Italia dagli anni Sessanta del secolo scorso ed è l’autrice di una autobiografia, di cui anche Il rogo è parte, che fece uno scalpore immenso, “Lasciami andare, madre”. Helga di origine polacca, ha una madre tedesca che abbandonò lei e il suo fratellino Peter nel 1941, quando la bambina ha quattro anni e Peter diciotto mesi, per arruolarsi nelle SS e diventare una delle aguzzine più feroci dei campi di Ravensbrück e poi di Birkenau e partecipare agli immondi esperimenti che qui si compivano da parte di famosi medici e non solo nazisti.

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La copertina del libro

Abbandonati al loro destino durante la guerra e la capitolazione di Berlino, Helga e Peter vengono allevati dalla seconda moglie del padre Stefan, Ursula, che odia Helga e la sottopone a feroci umiliazioni mentre adora il piccolo Peter. Con gli occhi dell’infanzia Helga racconta la fine di Berlino, del Terzo Reich e della susseguente liberazione da parte dei Russi che violentano e stuprano due giovani ragazze nei sotterranei del palazzo in cui si erano rifugiati gli inquilini. Raccontare quei momenti e quelle esperienze fa toccare con mano alla piccola Helga l’orrore. Ma ecco che con l’avanzare del riscatto morale e la consapevolezza della spaventosità di una guerra senza precedenti, la Schneider si lascia andare a un commento che è tra le prove più alte e mature non della banalità del male ma della feroce difficoltà di poterlo contrastare: “Sfiorai con lo sguardo lo spazio vuoto dove avevano vissuto gli uni sugli altri ammassati come bestie, imponendo agli altri il nostro odore, il nostro malumore, il nostro egoismo. Eravamo andati oltre il sopportabile, oltre il vivibile, oltre l’immaginabile, oltre le nostre forze, oltre l’umano. Eppure in seguito dovetti imparare che la nostra sofferenza non era stata nulla in paragone a quella che era toccata agli ebrei massacrati nei campi di concentramento.” (“Il rogo di Berlino”, pp. 186-87).

Una ammissione che ci induce a riflettere sul concetto di ‘umano’ e sulla possibilità di riscattarlo dopo la Shoah. Di fronte allo strazio di Helga sembra impossibile che le soglie dell’umano possano essere superate. Ma non c’è fine alla consapevolezza e all’orgoglio del male. Dopo trent’anni Helga incontra nel 1971 la madre perduta. E lei la invita a indossare l’uniforme di SS amorosamente custodita nell’armadio ma soprattutto le vuol regalare un pugno di oggetti d’oro chiaramente appartenuti agli ebrei gassati nei campi di concentramento. Helga fugge all’orrore sperando che quella madre esca definitivamente dalla sua vita, ma la rincontra ancora nel 1998, svampita e delirante, in una casa per anziani. E quel mostro la trattiene con i fili del ricatto che inevitabilmente le impediscono, nonostante lo schifo, di liberarsi di lei. Una condizione terrificante così espressa: “E mi rendo conto che se fino a ieri avvertivo la sua assenza come un’ossessionante presenza, ora la sua presenza è un’irrevocabile assenza. Provo angoscia e un’irrazionale tenerezza. E’ mia madre, nonostante tutto è mia madre. Devo vergognarmi se qualche volta l’istinto, il mio istinto di figlia, prevale sulle ragioni della morale, della storia, della giustizia e dell’umanità?” (“Lasciami andare, madre”, p.126).

Se dunque l’istinto e non la razionalità e il sentimento combattono una battaglia straziante nell’accettazione di Helga del sentimento filiale, c’è la consapevolezza che i lager, ciò che è accaduto è non solo al di là dell’umano ma al di là della conservazione del senso della vita. Come poter ricordare? Come poter o meglio dover accettare con l’istinto ciò che la Shoah ha negato? Cosa c’è al di là dell’umano? Quale incondizionata resa al male ha reso così crudele non solo il destino di un popolo ma anche a volte degli stessi aguzzini? La Schneider non si nasconde dietro inutili proteste o ancor peggio inutili diversivi. Il suo ‘j’accuse’ è fragorosamente impietoso perché nella pietà ci sarebbe il principio della comprensione. Ma per lei, come per molti altri, la comprensione potrebbe essere la radice del male. La tragedia della Shoah è totalmente inscusabile. Resta l’istinto. Anche questo negato dai nazisti. E quella colpa, quella resa a un atto non d’amore, ma istintuale, porta Helga a consumare la sua tragedia personale che si esprime nel grido “Lasciami andare, madre”.

Quale ricordo più severo potrebbe esprimersi?. E lei, “l’italiana” come ormai la chiamano i suoi parenti, sigla rifiutando la pietà verso la madre come “un’irrevocabile assenza”. E mentre leggo con commozione le ultime lucidissime testimonianze di Primo Levi che tenta di dare un nome (e quindi esercitare la pietas) ai suoi compagni del treno della morte, ricordo con un sussulto di timore che nessuno è incolpevole, come appare dalla lucida disamina di Liucci che sbarazza il campo dalla presunta non interferenza dei fascisti italiani sulla ideologia nazista della eliminazione di un popolo.

E ricordare diventa sempre più complesso ma sempre più forte.

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