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STORIE IN PELLICOLA
Il profumo dei limoni e la secolare disputa
di un territorio

La quarantacinquenne palestinese Salma Zidane (l’intensa Hiam Abbass) vive in Cisgiordania, dopo essere rimasta sola: il marito è morto e i suoi figli se ne sono andati in America. Qui sopravvive grazie ai suoi limoni, coltivando un giardino ereditato, appartenente alla sua famiglia, mai coinvolta in azioni terroristiche, da svariate generazioni.

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La locandina del film

Un bel (e triste) giorno, il Ministro della difesa israeliano, Navon (Doron Tavory) s’insedia nella super protetta abitazione limitrofa e, per ragioni di sicurezza, ordina lo sradicamento delle piante della vicina, proponendolo la concessione di un adeguato risarcimento in denaro. Triste giorno perché da qui inizierà una battaglia legale, ingaggiata dalla donna, che sarà lunga e stremante, con il rifiuto categorico di un risarcimento che solo il Ministro considera adeguato, perché per Salma quella terra è tutto ciò che le rimane, tutta la sua vita fatta di duro lavoro, di solitudine, di amore e di ricordi. Oltre che sua unica fonte di sostegno economico. Aiutata da un giovane avvocato in carriera, divorziato e immaturo, a tratti egocentrico e ambiguo, Ziad Daudv (Ali Suliman), con cui avvierà anche una relazione sentimentale, la donna intraprende una battaglia che la porterà fino alla Corte suprema dello Stato ebraico. Salma troverà, inaspettatamente, anche il supporto di Mira (Rona Lipaz Michael), la moglie del Ministro, che, stanca della sua vita solitaria per i continui e numerosi impegni del marito, prende a cuore il caso della sua vicina di casa palestinese.

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La protagonista

E’ una storia semplice, quella di questo film del regista noto per “La sposa siriana”, quella di una donna e dei suoi alberi, di vicini di casa che possono essere davvero molto “invadenti”, di una storia che, nella sua semplicità, prova a parlare, sommessamente, delle complesse e intricate relazioni tra i popoli in Medioriente (non solo tra Israele e Palestina), coi suoi drammi, le sue contraddizioni, i suoi intoppi, le sue tragedie, la difficoltà totale al dialogo. Non si vede violenza (che resta fuori e sullo sfondo), se non quella psicologica, una lotta e una resistenza che si tentano di portare avanti con la strenua disobbedienza civile, un normale trascorrere delle vite precluso a causa di ataviche controversie politiche.

Lo spettatore è portato ad affrontare il tema della questione irrisolta del conflitto arabo-israeliano (“Non ci sono riusciti in tremila anni…”, si dice nel film), di cui il volto di Hiam Abbas, così come la sua condizione di cittadina israeliana di etnia araba, sono interpreti ideali. Ci sono poi gli affetti familiari, le tradizioni, il legame con la propria terra, la dignità e l’autodeterminazione dei popoli, il clima di sospetto reciproco e di paura a cercare di parlare. E un’altra donna, alla fine, la sola ad interessarsi seriamente del dramma della vicina cercando di superare il confine storico-politico oltre che fisico. Un ponte di amicizia, di pace e di coraggio che si cerca di costruire, con immensa fatica. Una narrazione che avvolge.

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Il giardino dei limoni

Non c’è l’happy end, anzi il finale lascia un po’ d’amaro in bocca (gli alberi di limone non sono abbattuti ma sono mozzati, resi inutili, decimati dalla sentenza e dalla stupidità degli uomini); non c’è un vero vincitore perché ognuno perde qualcosa nel gioco assurdo dei confini imposti, in una vita dominata da soprusi e da soverchierie gratuite e inutili. Quella vittoria parziale porta a un finale amaro e incompiuto.Tanti sono gli sguardi, i sorrisi, le lacrime, la fusione tra il bel sogno e la dura realtà.

La disputa su quel giardino profumato di limoni diviene la metafora della contrapposizione tra ciò che si vorrebbe veramente e quello che ciascuno è invece costretto a vivere nella quotidianità, stupido retaggio di un passato fatto di lutti e sofferenza. Dietro a un imponente e infinitamente lungo muro grigio che non lascia molte speranze. E poi, ricorda il regista, il limone è una pianta semplice e leggiadra, dai frutti bellissimi ma che praticamente non si possono mangiare e, soprattutto, non è carica del significato morale e storico dato all’olivo (e i film che raccontano della situazione tra Israele e Palestina trattano spesso il tema della devastazione del territorio e dello sradicamento degli olivi).

La lotta di Salma in difesa dei suoi limoni assume una valenza universale. La sua è la lotta di ogni popolo oppresso, di chi si batte per la libertà e per il futuro. Instancabilmente. Un film che non fa miracoli, che non racconta nulla di nuovo, per i territori occupati, che non ha messaggi politici, perché non si schiera da una parte o dall’altra o non manipola le diverse realtà, ma che si concentra solo sull’uomo, sul suo dramma esistenziale nei conflitti e la sua voglia di sopravvivere in serenità. Un bel messaggio, bello proprio perché universale.

Il giardino di limoni di Eran Riklis, con Hiam Abbass, Ali Suliman, Rona Lipaz Michael, Doron Tavory, Tarik Copty, Amos Lavie, Amnon Wolf, Smadar Yaaron, Ayelet Robinson, Danny Leshman, Israele, Germania, Francia 2008, 106 mn.

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GIARDINI & PAESAGGI
Il giardino e le regole del caos

Il giardino può essere interpretato come un mezzo per regolare il caos, quindi il titolo italiano del secondo film diretto da Alan Rickman, “A Little Chaos” (2014) non è letterale, ma corretta per un film in cui si parla anche di giardini. “Le regole del caos” non è un documentario, storia e invenzione si mescolano in un racconto che vede come protagonisti André le Notre (Matthias Schoenaerts), maestro e creatore dei grandi giardini formali francesi e Sabine de Barra (Kate Winslet), giardiniera, che in questo mestiere, ha trovato un modo per essere indipendente e sopravvivere alle tragedie della sua vita. Sabine partecipa a un colloquio con il maestro per collaborare alla realizzazione di una parte del parco di Versailles e la tensione iniziale fra le nuove idee della giovane donna e la rigidità dell’impostazione del maestro, saranno il punto di partenza della storia. André le Notre (1613-1700) è stato un genio dell’arte dei giardini, l’artefice del grande sogno di Luigi XIV, il Re Sole (1638-1715) di affidare proprio ai giardini la forma concreta dell’idea di potere assoluto. I parchi da lui realizzati sono dei capolavori di ingegneria idraulica, di scenografia, di invenzioni estetiche talmente innovative per i tempi e anche per noi contemporanei che, non capendole, ci limitiamo spesso a considerare il suo immenso lavoro come la realizzazione di enormi aiuole alternate a giganteschi specchi d’acqua, degno contorno di antipatici palazzi dove la corte francese si sollazzava, tra intrighi e pettegolezzi, a scapito del popolo. Giardini di potere e per il potere, in cui doveva essere ribadito il concetto che la sovranità del re superava la dimensione umana, il re era al di sopra della natura e poteva controllare il caos attraverso regole, geometrie, macchine incredibili, per raggiungere un controllo in terra assoluto e totale. Il cinema ci ha già regalato un cospicuo repertorio di film dedicati alla grande stagione del giardino alla francese, da cui quest’ultimo trae più di uno spunto. Il primo che si ricorda è lo spettacolare “Vatel” (2000) di Roland Joffé con cui condivide alcuni personaggi storici e al quale si avvicina anche nella prassi, tutta cinematografica, di ricreare un luogo esistente attraverso un puzzle di altri luoghi, in questo caso, Rickman, ricostruisce la Francia senza spostarsi dall’Inghilterra e sfruttando parecchie locations viste nel “Barry Lindon” di Kubrick. La figura di Sabine ricorda la protagonista femminile di “Ridicule” (1996) Mathilde de Bellegarde, giovane scienziata, figlia di un marchese che ai balli di corte preferiva i suoi esperimenti con le piante e le immersioni con scafandri di sua invenzione. Il bellissimo film di Leconte ci porta avanti di un secolo, mostrandoci la decadenza dello stato assoluto in una Versailles, schiava delle sue regole e prossima al caos della Rivoluzione.
Il sogno di Sabine sembra quello di andare contro le regole, ma nel suo incessante lavoro di giardiniera, nella sua fatica che le rovina le mani rendendole dure e callose, così diverse da quelle della dame di corte, c’è la stessa illusa presunzione del re, di creare una nuova natura migliore di quella spontanea, cambia solo il gusto e la forma. Una sequenza molto bella ci mostra Sabine lottare contro una massa incredibile di rovi che avvolge il tronco di un albero dalla forma scultorea. Alla fine riuscirà a liberarlo mostrandone la bellezza nascosta, ma sappiamo che un po’ di anni di abbandono, riporteranno i rovi a fare il loro mestiere. La natura spontanea diventa giardino solo quando ne accettiamo completamente le regole, è una scelta, la conseguenza di un percorso culturale, non il frutto dell’incuria. Sabine e il re ne sono consapevoli e ne è consapevole anche il regista, che li fa incontrare in uno spazio a parte, un recinto all’interno del grande parco reale, dove un altro dei giardinieri del re, Jean Baptiste de la Quintinie (1626-1688), coltiva il suo vivaio. In questa oasi separata dal mondo, gli opposti naturali e sociali si incontrano: uomo e donna, sovrano e popolo, abbattono le regole per trovarsi uguali, esseri umani uniti dallo stesso sogno.

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STORIE IN PELLICOLA
Diametralmente opposti

Sarà il mio tipo? E’ la domanda che ci siamo fatte tutte, almeno una volta nella vita. Fino alla risposta (più o meno) definitiva che ci ha portato a sposare determinate scelte. A volte, la distanza che ci separa l’uno dall’altro non è solo fisico-geografica ma è, ancor peggio, caratteriale, esistenziale, una sorta di fossato sociale, culturale e filosofico, talora esistenziale. Sarà davvero il mio tipo? E se poi ci accorgessimo di aver sbagliato, mentre non abbiamo colto segnali preoccupanti e allarmanti di una possibile incompatibilità?

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La locandina

Queste le domande anche dei protagonisti della commedia franceseSarà il mio tipo?”, Clément (Loic Corbery) e Jennifer (Emilie Dequenne). Giovane insegnante di filosofia parigino, lui, parrucchiera di provincia (Arras), lei. Se si considera, poi, che per i parigini la Francia è Parigi, quando si è trasferiti in provincia, come accade all’intellettuale e borghese Clément, il trauma sfiora la tragedia. Clément è anche un giovane filosofo scrittore prolifico, egocentrico, vanesio, dongiovanni e pure un po’ cinico che, con difficoltà, accetta di essere mandato a insegnare alla scuola di Arras, una calma, piatta e sonnacchiosa cittadina del nord della Francia, nel distretto di Calais. Ma poi incontra Jennifer, una vivace, chiassosa, frizzante, esuberante e allegra parrucchiera che ama il karaoke, madre single tenera e affezionata, il suo esatto opposto. Diametralmente. E tutto sembra prendere un’altra direzione. La distanza che li separa, però, non è solo quella fra le due città, è una differenza abissale di cultura, di sentimenti, di percezioni, di letture, di opinioni, di priorità, di gusti. Ma il giovane intellettuale perfettino, un po’ faccia da schiaffi, è intrigato da questa ragazza dolce che sogna l’amore romantico; si direbbe che gli opposti si attraggono. Ma non bisogna mai esagerare. Le insegna Kant, le fa leggere Dostoevskij al posto dei romanzi rosa e delle riviste scandalistiche, forse persino la ama, pur se a modo suo. Lo spettatore assiste a un improbabile e inevitabile innamoramento, immerso nei dubbi e nei malintesi. Jennifer è insieme sorriso, bellezza, forza, energia e fragilità, Clément è diffidenza, pura difficoltà di amare e lasciarsi andare, un autentico e convinto sostenitore del carpe diem. Entrambi vivono l’amore, ma diversamente, un compromesso risulta davvero difficile da trovare. Allora ecco che di fronte a un amore così squilibrato, ci vuole una dose supplementare di coraggio, che faccia spiccare un salto lontano e pericoloso, quasi da equilibrista, o che faccia dolorosamente innestare la retromarcia, con forza. Un coraggio di cui, solitamente, le donne dispongono più degli uomini. Per natura e per carattere.
Un piccolo grande capolavoro d’ingegno e di stile, dove nessun particolare è lasciato al caso, brillante ed elegante. Un’opera d’arte dove lo spettatore immagina, pensa, riflette, e si perde, crea la sua storia, immerso nella filosofia e nella riflessione.

Sarà il mio tipo? di Lucas Belvaux, con Émilie Dequenne, Loïc Corbery, Sandra Nkake, Charlotte Talpaert, Anne Coesens, Daniela Bisconti, Didier Sandre, Martine Chevalier, Francia, 2014, 111 mn.

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La Grande guerra al cinema

Il 2015 ci ricorderà i 100 anni dalla nostra entrata nella Grande guerra. Un conflitto che ha segnato profondamente la storia europea, sconvolgendo assetti secolari, segnando la fine di grandi imperi, come quello austro-ungarico e di quello ottomano, ma che soprattutto ha prodotto gli orrori di un conflitto in cui eserciti ancora concepiti con strategie e concezioni ottocentesche venivano schierati e lanciati contro le moderne macchine belliche; come emblematicamente in “Uomini contro” di Francesco Rosi, dove fanti vestiti con protezioni di metallo, venivano mandati contro le mitragliatrici, con esiti catastrofici ma anche grotteschi.

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Una scena del film ‘Torneranno i prati’ di Ermanno Olmi

Nel film di Ermanno Olmi “Torneranno i prati”, tutto ciò è raccontato con lucidità e lirismo; un avamposto sulle cime innevate, quasi sempre rappresentato in notturni in bianco e nero di rarefatta suggestione visiva, dove una comunità di uomini in armi vive l’assurdità della guerra, sotto lo sconquasso di spaventosi bombardamenti, e nell’esecuzioni di missioni impossibili e suicide. Poveri Cristi dai volti antichi, in una olografia che non può non rievocare, anche, la poetica e la mitologia di Pier Paolo Pasolini, non a caso nativo del Friuli.
Un film raro e prezioso, realizzato da un uomo nel quale si ascolta e si riconosce l’eco di profonde saggezze; un film contro tutte le guerre; un film che diviene una elegia dei sentimenti più intimi dell’uomo; un film che appare come un estremo atto d’amore nei confronti di quei contadini, di quegli operai, di quei ragazzi, che a centinaia di migliaia furono mandati al macello; un film contro questi barbari riti che l’umanità non riesce a rinnegare.
Nella parte conclusiva del film vengono proiettati sullo schermo immagini di documentari originali e in parte inediti dell’Istituto Luce, nei quali emergono, come in un fantasy gotico, i più svariati e terribili cannoni, obici e mortai dalle forme e dalle dimensioni più inverosimili, e poi nubi di gas, lanciafiamme, enormi sommovimenti di terra, e piccoli uomini-formica che corrono su brulle spianate dantesche, falciati a centinaia in pochi secondi.
Immagini terribili; eppure, quasi per assurdo, le registriamo con un certo distacco, forse anestetizzati dal quotidiano orrore mediatico; mentre invece resta viva la autentica emozione e partecipazione nei confronti di quanto il film nella sua parte “fiction”, con la sua umanità e la sua tenerezza, ci ha fatto vedere e sentire. Un paradosso, come se la finzione fosse più reale del documento; ma forse è questo il merito di un grande film: quello di realizzare una rappresentazione e una narrazione che possano definire una nuova emozione e proporre una reale esperienza.
E quello di Olmi è un grande film.

TEST DI CULTURA CINEMATOGRAFICA
Proponiamo, per chi voglia, una prova sul tema dei film sulla Grande guerra. Per le risposte clicca qui.

1) Vittorio Gassman e Alberto Sordi insieme in un film del 1959, titolo e regista.

2) Il titolo di un film di Sergio Corbucci del 1963 con Franco e Ciccio, che fa la parodia dello sbarco in Normandia.

3) Un film interpretato da Grata Garbo, affascinante spia.

4) Famoso film di Jean Renoir del 1937, con Jean Gabin e Erich von Stroheim.

5) Film interpretato da Rock Hudson e Vittorio De Sica, tratto dal romanzo omonimo di Hemingway.

6) Film tratto dal romanzo di Dalton Trumbo, e dallo stesso diretto, su un soldato prigioniero del suo corpo mutilato senza membra, né occhi, né parole.

7) Il quarto film di Stanley Kubric, del 1957, interpretato da Kirk Douglas.

8) Film del 1918 interpretato e diretto da Charlie Chaplin, in cui il protagonista non era propriamente eroico.

9) Film premio Oscar del 1930, tratto dal romanzo omonimo di Erich Maria Remarque.

10) Film del 1951, diretto da John Huston e interpretato da Humphrey Bogart e Katharine Hepburn.

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Una Russia che non c’è mai stata e un’Italia che non c’è più

Costruito con materiali inediti e recuperati presso l’Home Movies – Archivio nazionale del film di famiglia [vedi], il film documentarioIl Treno va a Mosca” è stata la rivelazione del 31° Torino Film Festival, nel 2013. Sono i filmati 8mm del barbiere comunista Sauro Ravaglia, della romagnola e rossa Alfonsine, a condurci nel passato e nella storia di un paese che aveva energia, curiosità, intelligenza e voglia di vivere. Insieme ai filmati amatoriali di Sauro, vi sono anche quelli degli amici Enzo Pasi e Luigi Pattuelli, girati a partire dagli anni ’50 e anch’essi conservati da Home Movies.

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La locandina

Un’appassionata ricostruzione, uno sguardo unico su un’epoca, un viaggio nello spazio e nel tempo, un ripercorrere una memoria spesso ignota o ignorata. Siamo nel 1957, in un’Italia del dopoguerra che ha voglia di vivere e conoscere. Per il protagonista Sauro, come per molti “compagni” progressisti della sua generazione, è l’anno del Festival della gioventù socialista, unica e irripetibile occasione di visitare la lontana e sognata Mosca. Chi vi ci si reca in treno chi, si dice, pure in bicicletta. Sullo schermo scorrono registrazioni dell’epoca e immagini delle feste dell’Unità delle campagne romagnole, con sullo sfondo l’aria di “Mamma”, di Beniamino Gigli, quell’aria rielaborata da chi credeva nel sogno sovietico con un “Lenin, la tua dottrina si diffonde e vola / Lenin, la tua parola è quella che consola / Il dolce sogno santo / della gran città del sole / che ha vagheggiato ogni cuore / ti realizzasti quaggiù / Lenin, il più gran dono del mondo sei tu”. Lenin come la mamma …! E poi ancora immagini di ragazzi spensierati che, nel lungo viaggio in treno per Mosca, sono solo felici, i sovietici che accolgono i giovani stranieri con slancio e curiosità, tutti che sono amici.

Ma cosa succede se si è partiti per filmare l’utopia e ci si trova di fronte la realtà? Sauro non poteva rivelare la sua disillusione, maturata nel vedere piccole camere con persone ammassate che dormivano per terra (i kommunalki), bus pieni zeppi di lavoratori stipati come animali caricati ogni mattina per andare al lavoro, non poteva ammettere al mondo che in Unione sovietica non era poi tutto così bello e giusto, che vi era grande povertà. Il trauma fu al rientro, quando si disse che alcune cose era meglio non mostrarle. Nessuno era mai andato laggiù e le uniche fonti d’informazione erano l’Unità e le radio in lingua italiana, come Radio Praga. Il mito sovietico fu smantellato solo molti anni dopo, fino ad allora restava.

Per Sauro, come per i suoi amici, quel viaggio diventa, però, un momento di maturazione e di passaggio, di forte consapevolezza che si trasformerà, in seguito, in uno stimolo a continuare a viaggiare, per conoscere e capire il mondo. Cosa che Sauro continuerà a fare, solo con la sua cinepresa. Il film racconta la storia di un’utopia, dall’inizio alla fine, senza per questo rinnegarla, ma riconoscendola e comprendendo che quel mondo era finito, nel 1964, con la morte di Palmiro Togliatti, ai cui funerali Sauro stesso partecipa. Un ciclo importante ma che si chiude.

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Un comunista italiano
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Palmiro Togliatti
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I funerali di Togliatti

documentario-treno-va-moscaUna maturità che non rinnega nulla, che rimette in discussione un’utopia (la Russia che non c’è mai stata), in maniera intelligente e analitica, e che ci ricorda però, anche, come era bello quando una comunità era unita dalla solidarietà, da un sogno o da un’idea di futuro (un’Italia che non c’è più). Un sogno che oggi tanto ci manca. E che ci servirebbe.

Il Treno va a Mosca“, di Federico Ferrone e Michele Manzolini, con Sauro Ravaglia, Italia-Gran Bretagna, 2013, 70 mn.

Per saperne di più visita il sito [vedi].

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La chiesa che dialoga.
Quando c’era don Franco

Casa Cini era sempre aperta ed entrando si avvertiva il fervore di un atelier, si respirava il profumo di un laboratorio di cultura, di una fucina di idee. L’animatore di quello straordinario contenitore in cui ci si incontrava e si dialogava senza steccati era don Franco Patruno. Potevi trovarlo dietro la sua scrivania ingombra di carte e di libri, seduto a leggere un passo del vangelo come un romanzo di Dostoevskij o di Musil, oppure una rivista d’arte o di sociologia. O intento a disegnare. O al cavalletto a dipingere. Ti accoglieva sempre con un sorriso sincero, con una luce benevola che gli illuminava lo sguardo. Scherzava volentieri, amava la battuta, il ‘calembour’, la barzelletta. Comprendeva al volo lo stato d’animo di chi gli stava di fronte, senza necessità che gli spiegasse nulla. Riusciva a essere profondo senza essere pedante. Sapeva dire e, dote più rara, sapeva anche ascoltare.
Di lui abbiamo chiesto a Francesco Lavezzi, che ne è stato allievo, poi amico e stretto collaboratore, di tracciare un ricordo che vivifichi il significato della sua esperienza. (s.g.)

Don Franco morì in un letto dell’ospedale Sant’Anna il 17 gennaio 2007. Amava dire di essere della classe di ferro del ’38 (nato il 29 novembre di quell’anno). Le nostre strade s’incrociarono alla ripartenza di Casa Cini quando, terminata la presenza dei gesuiti a Ferrara (che inaugurarono l’istituto nel 1950), l’allora arcivescovo Luigi Maverna ne affidò nel 1984 la responsabilità a lui e a don Francesco Forini.

Prima di quell’incarico don Franco era già stato tante cose: prete nella parrocchia di Santa Maria Nuova, direttore del Centro missionario diocesano, assistente dei giovani dell’Azione cattolica, fondatore del Servizio comunicazioni sociali (il mitico Scs). E poi artista, scrittore, docente, critico d’arte e cinematografico, fino a far parte della commissione per i Beni culturali e artistici della Conferenza episcopale italiana e, successivamente, firma della terza pagina dell’Osservatore Romano e collaboratore di Raisat, con interviste importanti, fra i tanti, a Ermanno Olmi, Mario Luzi, Dacia Maraini, Ezio Raimondi, Andrea Emiliani, Pompilio Mandelli, Pupi Avati.

Si potrebbe continuare a elencare altre esperienze di un’esistenza non comune, per talento, intensità umana e religiosa, cultura e impegno, come altrettanti sarebbero i ricordi di undici anni condivisi a Casa Cini. Ma forse è più interessante mettere a fuoco la cifra stilistica intima di don Franco. Almeno provarci.
Raccontava che all’uscita del film televisivo “Gesù di Nazareth” di Zeffirelli (1977) il vescovo di allora, mons. Filippo Franceschi, gli disse: “Franco, non dire niente”. L’amico pastore, conosciuto negli anni del centro nazionale dell’Azione cattolica, sapeva bene che l’esigente e raffinata estetica di don Franco era più vicina al volto mediterraneo del Cristo nel filologico “Il Vangelo secondo Matteo” di Pasolini, che ai tratti somatici dell’attore Robert Powell, fedele omaggio ai canoni delle raffigurazioni del Redentore stile “Dolce cuor del mio Gesù”.

Don Filippo conosceva bene le ragioni e i tempi della politica ecclesiastica, avendo per anni frequentato gli ambienti romani Oltretevere, e Franco capì subito, rispondendo con un sorriso della sua indimenticabile bocca asimmetrica.
Proprio qui probabilmente si tocca uno dei punti chiave del suo essere e dei suoi approdi intellettuali e spirituali.
Che cos’è arte sacra? E, soprattutto, ha senso continuare a parlare di questa distinzione? La risposta la scrisse egli stesso in un articolo sull’Osservatore Romano nel dicembre 1999. Il punto di partenza è teologico e cioè il prologo del Vangelo di Giovanni: il Verbo che si fa carne. Da qui il parallelo che Franco disegna per intendere il cammino delle forme d’arte come “segno offertoriale della creatività umana”.
Qui c’è uno snodo che, mi sembra, sia sempre stato per lui cruciale: l’arte stessa, in sé (non solo quella “sacra”), “riflette quell’immagine e somiglianza – testuale – che il Creatore ha partecipato all’uomo e al suo destino”. In questo si ravvisa, in fondo, la sua anima essenzialmente tomista, piuttosto che agostiniana (come direbbe lo storico Massimo Faggioli), che lo porterà a vedere nell’uomo, in qualunque uomo, la vocazione creaturale, a costo di pagare dazio sul terreno di slanci di generosità spesso sconfinati in un’inguaribile ingenuità. Tanto che una volta disse di lui monsignor Giulio Zerbini (suo rettore in seminario e poi vicario generale della diocesi): “Don Franco è nato senza il peccato originale”.

Una luce, quasi caravaggesca, che egli si ostinava a vedere, innanzitutto teologicamente, riflessa in ogni essere umano, si badi bene, pur non essendogli sconosciuta – per sensibilità, esperienza e cultura – la dimensione platonicamente tragica della vita. Lo si vede bene in tanti suoi disegni, volti e corpi, spigolosamente scolpiti con un carboncino impietosamente nero come la notte.
E così si comprende anche l’ironia, talvolta equivocata, spinta fino all’autodissacrazione, riflesso chiarissimo della lezione dell’amato Woody Allen: “Non è tanto Dio, quanto il suo fan club che a volte mi spaventa”.

Ma la riflessione di Patruno, che si portava dentro geneticamente la poetica del segno e che probabilmente provò un sussulto emotivo di sintonia con la teologia dei segni dei tempi di papa Giovanni, non si ferma qui.
Distante da ogni finalismo illuministico e storicistico del cammino dell’arte verso il necessario compimento del bello, egli dichiara il proprio debito col pensiero estetico di Luigi Pareyson, che fu maestro di calibri come Gianni Vattimo e Umberto Eco.

Alla luce di questa lezione don Franco vede il gesto creativo dell’artista sempre “in via di formazione verso la riuscita”. Come un’originalità che fiorisce dalla continuità. Esattamente come Botticelli e Leonardo fuoriescono dal loro maestro Verrocchio: “l’imitazione del maestro – scrive soppesando i termini – già suppone una metamorfosi”.
E non c’è solo il cammino delle opere, ma anche della fruizione, dell’interpretazione, in un gioco ermeneutico non necessariamente parallelo o simmetrico dei due piani, che rende palsticamente il concetto contemporaneo della complessità.

Il divenire dell’arte, dunque, coincide con altre opere che ancora non sono, nel senso che l’anticipo è presente nell’apertura dell’opera stessa, puntualizza don Franco, in un’ennesima sutura tra piano estetico e teologico, nel quale forte è l’eco dell’economia cristologica del già e del non ancora e della Teologia della speranza del teologo protestante Oscar Cullmann.
Ho ancora vivo il ricordo della sua riflessione sull’Action painting.
Tanto la gestualità di Jackson Pollock è legittimamente riconducibile a una casualità postmoderna che esclude l’idea stessa di progetto e di orizzonte, quanto il segno di William Congdon è analogo gesto aperto all’ispirazione, alla trascendenza, fino all’essenzialità di un segno (ancora il suo segno) in cui don Franco seppe vedere un parallelismo nella folgorante missione di Matisse nella Cappella del Rosario di Vence. Il segno condotto all’essenzialità estrema, fino alla sacralità della linea, in una sorta di esperienza ascetica e mistica, come scrisse nel 1992 nel catalogo “La Bibbia di Chagall”, quando Casa Cini ospitò l’omonima opera del pittore di Vitebsk che contemporaneamente era esposto in una celebre mostra a palazzo Diamanti.

Fu quello un altro frutto del legame con Franco Farina, non senza un tragicomico risvolto degno della migliore tradizione della commedia all’italiana, dopo un rocambolesco trasporto delle 105 acqueforti di Chagall nel baule della duna di don Franco (guidata da un obiettore di coscienza), incurante di qualsiasi copertura assicurativa per l’inestimabile valore del trasporto.

Per don Franco non era concepibile riflettere senza illustrare. Il comprendere, per lui, passava necessariamente per il vedere e in questo, azzardo, sta il legame stretto e reciprocamente virtuoso fra estetica, poetica e teologia.
Da questo originalissimo percorso prende forma l’idea di una luce veritativa che non si possiede (in quanto dono), ma che diventa, che si fa cammino, incontro, dialogo. Per lui ecclesiologicamente la linea di confine del vero, come direbbe il teologo Severino Dianich, non passa lungo il perimetro della Chiesa istituzione quanto nel cuore di ciascun uomo.

Per questo, secondo lui, con Casa Cini la Chiesa si doveva fare spazio d’incontro e di dialogo, perché ogni esperienza culturale, senza necessariamente l’aggettivo cristiana, antropologicamente riflette anche solo una scintilla del mistero divino, in una visione dell’uomo ontologicamente creato ad immagine e somiglianza del Padre.

Per questo era comprensibile quando diceva che l’uscita della Costituzione conciliare Gaudium et Spes, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (attenzione: non la Chiesa e il mondo contemporaneo), lo aveva commosso. Quel proemio nel quale l’ecclesia fa proprie le ansie, le gioie e le speranze dell’uomo, credo lo facessero pensare, quasi istintivamente, ai giocolieri medievali de “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman, dove il più semplice saltimbanco vede la Vergine, oppure all’episodio pasoliniano “Che cosa sono le nuvole” (episodio del film “Capriccio all’italiana”, 1968), nel quale Totò (Jago) e Ninetto Davoli (Otello) riescono vedere il cielo azzurro e le nuvole solo quando finiscono in una discarica di rifiuti.

Il suo essere, dunque, pienamente uomo di chiesa non gl’impediva di essere pienamente persona, ma significava anche non giudicare il proprio tempo dall’alto di uno scalino sacro, ma mettersi in cammino al suo fianco senza per questo perdere l’autorevolezza di una vita che, nella ricerca e sapienza, era consapevole di essere un segno-sacramento nel “mondo – sono ancora sue parole – uscito buono dalle mani di Dio”.

Può darsi che, oggi, il suo sguardo possa risultare ad alcuni eccessivamente ottimista, magari un po’ datato, per quanto teologicamente ancorato, ma forse questo tempo così inquieto, incerto e privo di bussole, avrebbe più bisogno di cucire ferite, di ponti per ridurre distanze, differenze e inequità, come le chiama papa Francesco che non a caso ha usato l’immagine poco trionfale dell’ospedale da campo per la Chiesa.
E credo che questo pontefice sarebbe piaciuto molto a don Franco.

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Film, foto, riviste, costumi… “Nella mia cineteca privata ci sono 750mila reperti”

“Il cinema è la vita con le parti noiose tagliate” (Alfred Hitchcock)

2.SEGUE – Continua la nostra conversazione con Graziano Marraffa, esperto di cinema e direttore dell’Archivio storico del cinema italiano che nella sua cineteca privata conserva 750mila reperti fra film, foto, riviste, costumi di scena, articoli…

Eravamo rimasti all’archivio, come è riuscito a raccogliere una quantità così imponente di film?
Come dicevo, le pellicole venivano distrutte di norma dopo l’utilizzo; considerato che un tempo la distribuzione dei film era molto più lunga (prime, seconda, terza visione, poi d’essai e parrocchiali), normalmente tale periodo era di 5 anni; si salvavano solo le copie in deposito alla Cineteca nazionale e qualcuna conservata a livello personale. Io ero diventato un frequentatore delle distribuzioni: ricordo una volta che, in un cortile vicino alla stazione Termini, salvai dal tritatore le ultime copie de “La tempesta” di Lattuada e “Il boom” di De Sica; ho raccolto anche una enorme quantità di trailers con scene inedite.

Ma perché è così importante vedere un film in pellicola, visto che li possiamo vedere anche in dvd, alla televisione, su Internet e ora anche su smart phone?

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Conservazione delle pellicole in una delle vecchie sedi vecchia sede dell’Archivio storico del cinema Italiano.

E’ importante che un film sia conservato nel suo formato originale; così come per un dipinto la vera visione è quella dalla tela, come per una opera musicale lo è l’ascolto in sala dal vivo, così per un film l’esperienza originale è quella della visione da pellicola su grande schermo; tutte le fasi di realizzazione e regia del film, le luci, il tipo di fotografia, la scelta degli obiettivi, lo sviluppo e la stampa, sono tutte concepite in funzione di quella resa estetica; senza considerare che il cinema su grande schermo comporta una visione collettiva e una sinergia con il pubblico. Emozionarsi, o ridere, in una platea affollata e sinergica, è esperienza diversa da una visione solitaria. Tutte le alternative di visione inevitabilmente ci allontanano dalla pura fruizione dell’opera, insomma sono un surrogato.

Cosa ne pensa della nuova tecnologia digitale?
La tecnologia attuale del Dcp (Digital compact package, ndr) è basata su una definizione in 4 K, mentre quella su pellicola era di 10 K; questa caratteristica, con altre, ha conseguenze sulla articolazione delle sfumature dei colori, sulla densità e sul risultato finale della qualità fotografica; l’immagine del cinema digitale, a mio parere, ma è opinione diffusa nel mondo del cinema, si propone in modo più piatto, con una forte attenuazione della percezione della profondità di campo. Forse col tempo questo handicap sarà superato, ma per ora c’è.
Consideriamo poi che una pellicola ben conservata ha una durata garantita di tutte le informazioni di oltre 100 anni, mentre per questi nuovi supporti i limiti non sono ancora ben noti e sperimentati; la loro conservazione richiederà una attenta attività di aggiornamento degli archivi digitali, con il pericolo che, se non ben tenuti e aggiornati, se ne possa nel tempo perdere la memoria.
Una vecchia foto da rullino messa in un cassetto resta lì anche dopo decenni; che fine hanno fatto invece le migliaia di foto che abbiamo scattato con la digitale? Questo il rischio dei film in digitale.

Ci accenni qualcosa sulla attività di restauro delle pellicole, che spesso salvano e valorizzano opere a rischio ?
Le operazioni di restauro partono sempre dal negativo originale; per il bianco e nero, basato sulla scala dei grigi, ha portato a risultati strabilianti, come nel caso del recupero quasi integrale di una copia de “La dolce vita di Fellini” o di Salvatore Giuliano di Rosi. Anche in questo caso, notiamo che il trasporto su digitale di vecchie pellicole ha dato spesso grandi problemi sulla resa cromatica e sulla grana naturale delle immagini.

E se, dopo questa chiacchierata, qualcuno fosse contagiato dalla voglia delle pizze…cinematografiche si intende ?
L’avvento del Dcp ha portato le macchine da proiezione tradizionali, e i relativi supporti, ad essere improvvisamente obsoleti; i prezzi sono divenuti assolutamente accessibili, e sono una ottima occasione per privati, enti, associazioni e appassionati di recuperare e godere di una tecnologia di grande prestigio e qualità; come per il vinile nella musica, che ha ora un grande ritorno, anche la pellicola, ne sono certo, in qualche modo vivrà.

Insomma, da sacerdote della memoria filmica, quale è la sua missione?
Vorrei realizzare un centro di studi e documentazione sulla storia del cinema italiano, aperto e fruibile con una specifica attenzione verso i giovani; anzi, invito a contattarmi per ogni esigenza o curiosità scrivendo a archiviocinemaitaliano@yahoo.it

Di seguito alcuni manifesti originali conservati all’Archivio storico del cinema italiano di Roma. Clicca le immagini per ingrandirle. Si ringrazia Graziano Marraffa per la gentile concessione.

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Leggi la prima parte

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Dove vanno a finire le pizze. Il collezionista di celluloide

“Il cinema non morirà mai, ormai è nato e non può morire: morirà la sala cinematografica, forse, ma di questo non mi frega niente.” (Mario Monicelli)

Per tutti noi il film è sinonimo di pellicola; siamo abituati a pensare che il cinema sia fatto di quel lungo nastro di fotografie che alla velocità di 24 fotogrammi al secondo riproducono e/o creano la realtà. Se poi ci pensiamo, mettiamo a fuoco che, da molto tempo, non è più così.

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Pellicola cinematografica
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La mitica ‘pizza’

Più di 30 anni fa il formato vhs irruppe, portando la novità dell’home video; ora sembra normale, ma per gli analogici, per quelli che registravano la musica dalla radio alla cassetta con un microfono, e che il cinema lo vedevano solo in sala, fu una magia.Poi venne, per pochi anni e con non molto successo, nonostante la ottima qualità della riproduzione, il laser disc, un piattone delle dimensioni di un altro mito, il long playing in vinile; funzionava bene, ma l’eccessivo ingombro ne decretò il rapido declino. Poi il dvd, il blu-ray, per non parlare delle tv, delle piattaforme sul web, i telefonini, i pc, etc.; il film si è liberato dal servaggio della pellicola.
Ma proprio in questo nostro secondo decennio del secolo XXI, è avvenuta la rivoluzione, il digitale; macchine da presa molto più leggere, nessun limite materiale di metri-pellicola; con la pellicola si poteva lavorare, dopo il girato, sulla fase di sviluppo e stampa, ma poi il prodotto era quello, immodificabile; col digitale si ha la possibilità di lavorare sul girato praticamente illimitata, basti pensare ai film in computer grafica.

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Dcp, file cui si accede con un codice
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Dcp, dispositivo elettronico per proiettore digitale

Nelle nostre sale, salvo le più piccole che ancora sopravvivono magari con la videoproiezione, oramai si proietta in Dcp, acronimo di Digital cinema package: un file custodito in un contenitore cui si accede con un code; si sta rapidamente sviluppando anche la proiezione tramite invio elettronico del file del film al proiettore in sala.
Ma, dagli esordi degli ultimi anni dell’Ottocento sino a noi, girare un film su pellicola e poi proiettarlo, dopo sviluppo e stampa del negativo, è stata una delle tecnologie più longeve e di successo nella storia moderna. Un film di normale durata occupa 5/8 pizze, che messe insieme fanno una bella colonna, alta e pesante; se si pensa che un film poteva essere normalmente distribuito in alcune centinaia di copie, e che, una volta terminato lo sfruttamento del film nelle sale, che spesso si compie in pochi mesi, questo materiale diventa sostanzialmente inutile, sorge una domanda: dove vanno a finire le pizze?

Ce lo racconta Graziano Marraffa, un appassionato cinefilo, fondatore e animatore dell’Archivio storico del cinema italiano, una importante cineteca con sede in Roma, che ha realizzato la pazza idea di farsi cineteca tutta sua.
“Fin da bambino vedevo con assiduità e attenzione i film in televisione, ed ero attirato in modo irresistibile dai quelli più importanti, diciamo i classici. Compravo le riviste specializzate e ritagliavo gli articoli e le foto; poi, piano piano, è diventata una professione. Ho imparato a girare nei mercatini di tutta Italia, dove ho trovato memorabilia, locandine, foto di scena, soggetti e sceneggiature.
Poi, anche frequentando professionisti del settore, ho recuperato e raccolto i trailer, quelli che una volta chiamavamo “pezzi”, che spesso contengono scene o frammenti non inclusi poi nella versione montata del film; immagini e battute dunque che altrimenti sarebbero andate perdute per sempre. Il mio interesse al recupero e alla conservazione mi ha portato poi a raccogliere altre testimonianze, non solo i film, ma le scenografie, i costumi, le foto di scena, attualmente ne conservo 750.000, tutte con copyright; ho i backstage di film di Fellini, Pasolini, De Sica, di attori come Totò, Magnani, Sordi, originali e inediti. Sì, è stata proprio una pazza idea.”

Di seguito alcuni manifesti originali conservati all’Archivio storico del cinema italiano di Roma. Clicca le immagini per ingrandirle. Si ringrazia Graziano Marraffa per la gentile concessione.

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SEGUE

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Quei tragici girasoli nei campi di Russia

In una settimana importante come questa, per la storia italiana, non potevamo non ricordare uno dei film che fa più riflettere su uno dei grandi drammi del nostro Paese: la campagna di Russia, durante la II Guerra mondiale, dove molti italiani hanno perso la vita o da dove sono rientrati profondamente feriti, sconvolti e cambiati.
girasoli-russiaI girasoli” è un film del 1970, realizzato pochi anni prima della scomparsa del suo grande e indimenticabile regista, Vittorio De Sica, e ricordato anche per essere stato la prima pellicola di produzione occidentale a essere girata quasi interamente in Unione sovietica, in anni in cui il regime non permetteva con troppa facilità che elementi estranei entrassero dentro i suoi confini. La sceneggiatura è di Tonino Guerra, di cui è noto il filo che lo legava all’Urss. La sua triste poetica, in una vicenda dolorosa come quella dei due protagonisti, qui si percepisce in tutta la sua forza ed emozione.
La storia è quella della bella e vivace napoletana, Giovanna, e di Antonio, dall’accento emiliano-lombardo, soldato in partenza per l’Africa che, per evitare la guerra si sposa con la giovane donna. Fintosi pazzo, e internato, scoperto l’inganno, al confino sceglie la partenza per il temibile e lontano fronte russo. I tragici esiti della storia travolgeranno anche lui: persa la memoria, quasi congelato, perso nella neve durante la campagna sul Don, verrà salvato e curato amorevolmente da Mascia, che sposerà e dalla quale avrà una figlia.

girasoli-russiaQuel momento terribile è la tragedia degli oltre 229.000 soldati italiani mandati al massacro, privi di armi moderne e di equipaggiamento, per seguire la folle avventura di Hitler che, il 22 giugno 1941, aveva infranto il patto di non aggressione russo-tedesco Ribbentrop-Molotov del 1939, lanciando una massiccia offensiva contro l’Unione sovietica (l’operazione Barbarossa), il dramma della ritirata italiana del 1943. Antonio avrebbe potuto essere parte di quell’Ottava armata italiana di Russia (l’Armir) che, con piedi gonfi dal gelo in scarpe ormai insistenti, sarebbe crollata. Antonio viene dato per disperso, ma Giovanna, lasciata sola, non si rassegna a comunicati ufficiali e silenzi. Decisa, forte e imperterrita, partirà per la Russia alla ricerca del marito perduto. Qui si vedono la Piazza Rossa, con le lunghe file di pellegrini davanti alla tomba di Lenin, le strade e le automobili di allora, i magazzini Gum, il Ministero degli Esteri, dove la Loren entra per cercare notizie dello scomparso. Scorre la Mosca di ieri e di oggi.

girasoli-russiaIl film è stato criticato per questa facilità nel ritrovare un uomo sparito in un paese tanto sconfinato, ma, aldilà dei dettagli, la ricerca sarà drammatica e altrettanto gli sviluppi. D’altra parte, le critiche non valgono poi tanto se oltre all’apprezzamento del pubblico, la pellicola ha ricevuto una candidatura agli Oscar e vinto un David di Donatello, nel 1970. Le musiche di Henry Mancini si stemperano nelle note di “Grazie dei fior”, mentre le immagini in penombra dei protagonisti si affievoliscono. Fotografia eccellente.

La Loren è brava, loquace, vivace, simpatica, festosa, “corporale”, bella, impareggiabile, espressiva e intensa come sempre. Meravigliosa in coppia con Mastroianni nella deliziosa, complessa eppure semplicissima sequenza della frittata di 24 uova dei due novelli sposi, dove grazia e spontaneità dipingono una scena rubata alla felicità di due giovani amanti felici.

girasoli-russiagirasoli-russiaDue anime vicine e profondamente unite, in una magia che solo De Sica sa creare. Meravigliosa, poi, la scena del rientro dei reduci in treno, toccanti il campo di croci nella Russia sconfinata e il riferimento ai girasoli come ai tanti italiani sepolti sotto quelle terre. I girasoli simboleggiano, infatti, i soldati morti e seppelliti in fosse comuni: ogni campo sterminato di piante che ondeggiano al vento rappresenta le vittime di una guerra terribile e assurda. Vite straziate da guerra e tragedia. Conclusione drammatica, straziante ma inevitabile. Da riscoprire.

I girasoli“, di Vittorio De Sica, con Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Lyudmila Savelyeva, Galina Andreyeva, Anna Carena, Glauco Onorato, Silvano Tranquilli, Marisa Traversi, Italia, Francia, Unione Sovietica, 1971, 107 mn.

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L’OPINIONE
“Mia madre”, la tragedia sociale dietro il dramma familiare

A differenza di Roma, dove sabato nei ventisette cinema in cui si proiettava Mia madre di Nanni Moretti tutti i posti erano esauriti, la risposta ferrarese non sembra così calorosa. Alle mie appassionate dichiarazioni che si sforzavano di dimostrare che ci si trovava di fronte a un capolavoro, le risposte sono state tiepide: “è troppo intimista”, la più ovvia e la più scontata. Altrettanto scontata l’altra risposta: “non m’interessa” (detto con fare mondano) “è il solito film di un comunista”. D’altronde si è ben compreso – testimoniano le dichiarazioni del vescovo di Ferrara Negri che individua nel ’68 l’origine di tutti i mali della società (e senza ombra di dubbio Moretti e la sua visione dell’arte nascono dal ’68) – che un film come questo, anche se tecnicamente può considerarsi un’opera eccezionale, calibrato com’è tra uno sguardo sul mondo del lavoro (tema del film che la protagonista-regista Margherita, alter ego dell’autore sta girando), la malattia della madre e l’autoprivazione, l’angoscia, il mancato rapporto con l’altro che evidentemente è la condizione esistenziale di Moretti e della sua poetica, produca in una città come Ferrara un disagio che è comprensibile solo con la nostra storia intellettuale e culturale. Almeno questo mi sembra sia un’indicazione da avanzare pur nei limiti di un giudizio personale.
Il tutto va ricondotto a quel principio, mai smentito, della predisposizione nella nostra città a dimenticare in fretta, di essere comunque all’affannosa ricerca del nuovo, prossimo venturo, senza fondarsi sulle solide basi di un passato che pur recente dovrebbe rimanere come testimonianza e come ricordo. Sembra una vita fa, eppure Ferrara è stata la sede degli esperimenti più audaci: ad esempio in campo teatrale o artistico. Ma queste esperienze sono state travolte ben presto dalla volontà di una normalizzazione che da una parte consacra l’ideologia di sinistra come irrinunciabile e dall’altra la sclerotizza in clichés molto vicini a quelli della borghesia che sembrerebbe essere stata il nemico di classe e che invece è quella che, nel bene e nel male, ha permesso e di svolgere un ruolo sperimentale e innovativo della cultura. Così l’impossibilità di abbandonare schemi mentali anche di grande intelligenza ma di scarsa capacità di condivisione che il film esibisce, grazie alla superba capacità registica di Moretti, induce a raffrontare lo scarso appeal che per ora il film suscita confrontandolo e mettendolo in rapporto con la spaventosa stagione storica che stiamo vivendo. Sembra quasi che vi sia una oggettiva impossibilità di uscire da una certa sonnolenta reazione di fronte a tragedie storiche (e anche quella descritta in “Mia madre” è una tragedia) che non ci fanno indignare se non più di tanto rispetto alle notizie che ci schiaffeggiano la coscienza, che ci giungono dal mare dove si consumano l’ingiustizia e la barbarie che colpiscono i migranti. Se riusciamo a sopportare che una rappresentante della politica di destra, la signora Santanché, dica “Bisogna affondare i barconi. Non ci sono altre soluzioni. Meglio un atto di guerra che perdere la guerra” e nel prosieguo della dissennata filippica, insiste la dama, sarebbe compito della “nostra” Marina o della “nostra” Aviazione operare in tal senso! O che il signor Salvini sostenga che Renzi avrà sulla coscienza queste morti, allora capiamo come il giudizio comune stia mutandosi in una pericolosa incapacità di comprensione e una trionfale esibizione dell’egoismo più bieco a cui purtroppo s’accodano milioni di “itagliani”.
Sembrerebbe non esserci rapporto tra il giudizio sul film e questi biechi atti di populismo immondo; ma forse anche se, ripeto, si tratta di una valutazione personale, sono intimamente persuaso che la lettura del film non sia del tutto intesa da chi voglia e debba accettarlo come una puntuale riflessione su una stagione, sui compromessi, delle nostre responsabilità e perciò che ognuno di noi si trovi in effetti così impreparato da non reagire, se non con imbarazzo, a una denuncia forte e implacabile come quella che Moretti propone. Allora, forse, anche nelle persone più libere mentalmente e tra queste non mi escludo, si crea un clima di sospettosa attesa, di disagio, di vergogna interiore nel non saper rispondere alle prospettive esibite da questa tremenda stagione politica e nello stesso tempo dall’implacabile e amara constatazione che Moretti propone di una tragedia familiare e sociale.
Riconosco che è una tesi estrema; ma molto spesso anche nella esagerazione c’è un principio di verità. A caldo avevo affidato il mio giudizio sul film a un commento su Facebook che mi sembra avere ancora una sua validità.
Il regista l’aveva preannunciato che ai libri di sua madre, valorosa docente nei licei romani, non avrebbe rinunciato e, se per ragioni di scenografia, Moretti non ha potuto girare nell’appartamento di sua madre, ma i libri, quelli veri che ha usato e amato li ha voluti nel film. Una delle scene più belle è quando la mano di Margherita li accarezza. C’è tutto l’amore per la fragile bellezza di quei volumi che contengono e rivelano un passato che deve diventare la dignità per il futuro. E così Livia, la figlia adolescente della protagonista, accetta di studiare il latino con i libri suoi e della nonna: un sentimento che si fa ragione e intelligenza. Se devo pensare a cosa voglia esprimere quel film, lo penserei come la banalità o meglio l’ovvietà della vita che diventa eroismo; la vita di tutti i giorni che si dimostra degna di essere vissuta: anche nel dolore che non è disperazione, anche nel grottesco che diventa serietà così finemente disegnato dal meraviglioso personaggio di Turturro.
La risposta giusta alle miserabili parole dell’agente Tortosa che per mille volte ancora sarebbe entrato, condannato a una coazione che è disagio mentale e violenza, alla caserma Diaz per compiere un dovere. Quel dovere che si auspica malvagiamente sia necessario debbano svolgere le nostre forze militari per bombardare le carrette degli immigrati secondo le digrignanti parole della regina di Biancaneve: la nostra parlamentare Santanché. O l’altro, munito di felpa, Salvini.

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NOTA A MARGINE
L’Italia non è un paese per stranieri: la denuncia di un documentario sui Cie

Per lo Stato sono Centri di identificazione ed espulsione, per chi ci sta dentro sono centri di deportazione. I Cie, quei luoghi tanto simili ad un carcere, ma senza volerlo essere, sono oggetto del documentario “Limbo” di Matteo Calore e Gustav Hofer, presentato qualche giorno fa alla sala Boldini e introdotto dal professor Paolo Veronesi, docente di Diritto costituzionale dell’Università di Ferrara.

Per i Cie, ha usato una definizione ancora più tranchant il Dipartimento di giurisprudenza che ha organizzato tre giornate di approfondimento sul tema, dal titolo “La galera amministrativa degli stranieri in Italia”. Ne ha parlato Luigi Manconi firmatario assieme a Lo Giudice – entrambi senatori del Pd – di un emendamento, passato alla fine dello scorso anno, che porta la durata massima della permanenza nei Cie da 18 mesi, come aveva voluto la Lega Nord, a 3 mesi. Ne ha parlato anche una docente di Oxford che ha messo a confronto il sistema italiano con quello inglese.
Dentro ai Cie, finiscono gli stranieri che vengono trovati senza documenti. Una volta dentro, non possono uscire, ma solo incontrare i familiari e l’avvocato, ed hanno fino a tre mesi di tempo per regolarizzare la loro situazione. Se questo non accade, vengono rimpatriati nel paese di origine.
Questo fa gioire molti in nome della pulizia etnica che si vuole attuare in Italia. Per altri, è un’aberrazione legislativa, che andrebbe soppressa.

Il documentario racconta, attraverso quattro storie, quanto poco basti a stravolgere per sempre esistenze piuttosto ordinarie, comuni a tanti italiani. Alejandro è arrivato vent’anni fa dal Salvador con genitori, moglie e figli, tutti hanno sempre lavorato, finché lui a causa della crisi, è stato messo a casa, non è riuscito a trovare un lavoro in tempo utile per rinnovare il permesso di soggiorno ed è stato chiuso nel Cie, ed ora deve lasciare qui la famiglia e tornare da solo nel suo paese.
Karim è arrivato dall’Egitto che era molto piccolo, di fatto è cresciuto in Italia, parla con un forte accento milanese ed è finito nel Cie perché in un momento di sbandamento della sua vita, ha dimenticato di rinnovare il permesso.
Bouchaib è arrivato dal Marocco, ed all’inizio ha avuto vita difficile, è stato anche in carcere, poi è riuscito a rifarsi una vita, si è fidanzato con una ragazza italiana dalla quale aspetta una figlia, ma il lavoro è ancora precario, per cui niente documenti, quindi finisce anche lui dentro al Cie.
Infine Peter è arrivato dalla Nigeria, sua moglie è riuscita ad ottenere il permesso di soggiorno prima di lui grazie ad un lavoro, lui intanto si occupa del figlio, per lo Stato però è un clandestino illegale per cui viene chiuso nel Cie ed allontanato dalla sua famiglia.
In Italia già è difficile essere italiani, essere stranieri è impresa spesso eroica. Non sono concesse debolezze, difficoltà, sbandamenti, perché ogni mancanza può portare alla fine del sogno di rifarsi una vita qui.

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Il Cie è un limbo sospeso nell’incertezza, nell’angoscia e nella solitudine, sia per chi sta dentro, sia per i familiari fuori. Il documentario racconta in modo straziante il tentativo di queste famiglie divise di colmare con l’affetto, l’amore e la solidarietà i vuoti disumani della legge. E per quanto doloroso sia stare lontani, se non altro chi ha famiglia può chiamare qualcuno nei momenti di sconforto, altri, arrivati qui da soli, si abbandonano alla disperazione di vedere tutto finire dopo tanti sacrifici, e tentano il suicidio.

“Questo non è solo un racconto di migrazioni – ha spiegato, dopo il film, il regista Matteo Calore – ma ci racconta cosa sta succedendo oggi alla società e alla politica italiana. Con questo documentario vogliamo sostenere la necessità di una commissione d’inchiesta per monitorare i Cie e renderli più il linea con le normative sui diritti umani. Alla fine la nostra speranza però è che vengano chiusi”.

Per questo, assieme al documentario, Zalabcasa di produzione di Limbo, e collettivo di filmmaker che si occupa di tematiche sociali – sostiene le campagne #maipiùcie per la loro soppressione e LasciateCIEntrare per vigilare sui diritti.

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IMMAGINARIO
Paris, Ferrara.
La foto di oggi…

Apre oggi al pubblico alla Cinémathèque française di Parigi, la mostra “Antonioni, aux origines du pop. Cinéma, photographie, mode”.

Ideata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, in collaborazione con la Fondazione Cineteca di Bologna, dopo l’esordio a Palazzo dei Diamanti nella primavera 2013, e la seconda tappa al Bozar di Bruxelles, la mostra rimarrà nella capitale francese fino al 19 luglio.

Responsabile dell’esposizione d’oltralpe è Dominique Païni, che dice: “L’esposizione è concepita come un unico grande piano sequenza – che era il suo modo di filmare – l’abolizione dei muri, e l’incontro tra l’artista plastico e il cineasta. Uno sguardo su un regista che è il fondatore di tutto il cinema contemporaneo”.

“Ferrara – si legge sul sito www.cinematheque.fr – la città natale di Michelangelo Antonioni, ha acquisito un grande archivio fatto di documenti appartenuti al regista: fotografie, manoscritti, sceneggiature, testimonianze di collaboratori e amici, carteggi prestigiosi, dipinti e varie opere plastiche del cineasta. La documentazione di una vita, quella di uno dei più importanti creatori del XX secolo. Questo ricco archivio, che rivela l’opera di Antonioni nella diversità dei suoi aspetti artistici, viene presentato alla Cinémathèque francese, accompagnato da una retrospettiva completa dell’opera cinematografica”.

OGGI – IMMAGINARIO CINEMA

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

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Blow-Up di Michelangelo Antonioni
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Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni
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Blow-Up di Michelangelo Antonioni
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Il nuovo Boldini? Digitale e tecnologico ma sempre non allineato

Il Cinema Boldini è l’unica sala d’essai di Ferrara, ci sono passate intere generazioni di cinefili, attori e registi. Chi non ci ha visto un film che gli è rimasto dentro per sempre? Chi non ha formato attraverso le sue proiezioni la propria cultura (e qualcuno magari anche un lavoro nel cinema)? Chi non si è innamorato su quelle poltroncine?

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Il Boldini, per gli amici Boldo, è di proprietà del Comune e la programmazione serale viene gestita dal circolo Louise Brooks dell’Arci. Per lungo tempo il responsabile è stato Roberto Roversi, ora presidente nazionale di Ucca, Unione dei circoli cinematografici Arci. Adesso la referente è Alice Bolognesi, laureata al Dams, ex servizio-civilista poi entrata in forze all’associazione ferrarese. E’ lei che si occupa della programmazione del cinema, e noi l’abbiamo intervistata per capire come funziona.

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Chi sceglie i film che vengono proiettati al Boldini?
“I film hanno una distribuzione nazionale che viene filtrata e di conseguenza gestita dalle agenzie regionali che hanno in esclusiva una serie di titoli da programmare nelle sale cinematografiche”.

Quali sono i criteri?
“Sicuramente incide il profilo della sala cinematografica. In una sala d’essai come il Boldini passano in prevalenza titoli premiati a festival internazionali e film d’essai”.

Cosa viene deciso dalle agenzie di distribuzione e cosa rimane all’autonomia del cinema?
“Il cinema ha pochissima autonomia, la vita di un film in sala dipende molto dalle presenze della prima settimana di uscita, però l’ultima parola è delle agenzie di distribuzione regionale. Abbiamo invece piena autonomia sulle rassegne anche se dobbiamo ovviamente fare i conti con le uscite e le richieste delle distribuzioni”.

Oltre alla programmazione, Arci ha anche lavorato per adeguare la sala all’evoluzione tecnologica. Un passaggio necessario, ma non indolore che ha comportato la sostituzione di schermo e proiettore.
“Lo schermo andava cambiato, quello vecchio credo avesse qualcosa come vent’anni.
Il nuovo proiettore digitale ha un fascio di luce molto più potente rispetto al 35 millimetri. Se avessimo mantenuto il vecchio schermo la qualità delle proiezioni sarebbe stata pessima.
Il digitale ha pro e contro. Sicuramente è semplice gestire più titoli anche per una sala sola come la nostra, possiamo proiettare più contenuti e in diversi formati.
Con il digitale abbiamo la possibilità di proiettare film in lingua originale. Con le pellicole era praticamente impossibile, venivano infatti stampate pochissime copie con dei costi di noleggio altissimi.
Altro aspetto interessante è la trasmissione satellitare: questa tecnologia ci consente di trasmettere contenuti in live streaming.
Lo svantaggio maggiore del digitale riguarda invece la parte tecnica: se il proiettore digitale ha dei problemi il rischio di annullare la proiezione è dietro l’angolo, con il 35 millimetri questo era praticamente impossibile. Se si rompeva la pellicola o si bruciava una lampada si riusciva comunque a proiettare, a risolvere dalla cabina.
Con il proiettore digitale invece si rischia proprio di mandare a casa gli spettatori.
Ulteriore nota negativa è l’usura e l’avanzamento di nuove tecnologie (che non è una cosa negativa in generale, anzi!): i primi proiettori digitali sono già considerati obsoleti e poco performanti rispetto a quelli nuovi. Con il digitale si vive un po’ nel “terrore” di dover cambiare dei componenti della macchina. Con dei costi non indifferenti”.

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Il Boldini ha sempre cercato di associare le proiezioni alla presenza degli autori, l’ultima in ordine di tempo è stata “Qui” di Daniele Gaglianone, dove il regista era in sala per parlare del movimento No Tav. Ultimamente si sta anche sperimentando la formula dell’evento associato al film, come per esempio lo spettacolo di danza di Elisa Mucchi che qualche sera fa ha anticipato il documentario “Dancing with Maria” di Ivan Gergolet. [clicca qui per leggere il nostro articolo]

Quali saranno i prossimi eventi?
“Per il mese di aprile abbiamo in programma la rassegna del Festival dei Diritti, due serate di Doc in Tour e due sorprese italiane: il documentario ‘Smokings’ il 14 aprile e il film ‘The repairman’ il 21 aprile.
Per il mese di maggio stiamo organizzando una rassegna in collaborazione con Arcigay dove non mancheranno prime visioni e incontri con autori.
Finita la programmazione primaverile, durante l’estate, il Boldini sospende la programmazione e si trasferisce all’aperto proponendo il meglio della stagione precedente. La location non è fissa. All’inizio è stata il parcheggio dell’Ipercoop le Mura, poi il Parco Pareschi, infine il giardino di Palazzo dei Diamanti”.

Qual è al momento la situazione dell’arena estiva?
“Ci stiamo lavorando, sicuramente cambieremo location.
Dal 2012 infatti eravamo ospiti di Palazzo dei Diamanti ma quest’anno con il prolungamento della mostra fino al mese di luglio non sarà possibile utilizzare il cortile adiacente per l’allestimento del cinema all’aperto.
Stiamo valutando diverse situazioni per offrire uno spazio alternativo e una proposta culturale valida per il pubblico che resterà in città nel periodo estivo”.

(foto di Stefania Andreotti)

Il programma del cinema è visibile qui [clicca].

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IL FATTO
Muore Talus Taylor, l’ideatore dei Barbapapà: “Resta di stucco, è un barbatrucco”

Chi di noi, da bambino, non l’ha pronunciata almeno una volta, alla mamma che rimproverava per la marachella compiuta o a un amichetto che chiedeva indietro qualcosa che non si voleva restituire. “Resta di stucco, è un barbatrucco”. La frase cult dei bellissimi fumetti dei Barbapapà (dal francese ‘Barbe à papà’, zucchero filato) ci salvava dalle situazioni più difficili. Oggi quella frase la ricordiamo e la pronunciamo con un velo di tristezza, perché il creatore della colorata, gommosa e morbida famiglia di Barbapapà, Barbamamma e i sette Barbottini (o barbabebè), è scomparso a Parigi all’età di 82 anni. Talus Taylor, artista statunitense (nato a San Francisco) di origine irlandese, da sempre residente a Parigi, è stato uno dei fumettisti più noti degli ultimi tempi. Con un passato giovanile hippy, Taylor aveva creato, con la futura moglie Annette, i personaggi dei Barbapapà nel pieno del Maggio francese, ma di politico quella storia ha ben poco. Era un giovane insegnante di matematica e biologia e la sua Annette era una studentessa di architettura alla Sorbona. In un’intervista Taylor aveva detto che in quel bistrot francese, mentre gli studenti parlavano di filosofia e rivoluzione, lui cercava di conquistare Annette, iniziando a fare disegni semplici sulla tovaglia. Era nato così il personaggio e anche il loro matrimonio. Una storia carina e romantica.
Il fumetto di Barbapapà, è stato anche considerato come una delle prime opere portatrici di un messaggio ecologista, nato per caso in quel bistrot parigino dalla fantasia di quei due autori, l’architetto e designer francese Annette Tison e il professore di matematica e biologia americano. Dopo oltre 45 anni, il mondo di Barbapapà continua ad affascinare: semplice e coccoloso, con una vocazione ambientalista d’attualità. La serie a fumetti, firmata da Annette e Talus, fu pubblicata in Francia a partire dal ’70, edita in tutto il mondo in 30 lingue (in Italia da Mondadori) e ha dato vita a un film e a varie serie televisive ancora oggi molto amate, trasmesse anche dalla Rai: la famiglia dei Barbapapà sembra non conoscere crisi. Il cuore di tutti ne è stato toccato, non solo di noi bambini negli anni ’70 e ’80 ma anche di quegli stessi bimbi oggi genitori. Un messaggio che si trasmette a figli e che si trasmetterà ai figli dei figli, perché abbraccia un forte senso di appartenenza a una famiglia calda e accogliente, oltre che e a un ambiente da rispettare.

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Barbapapà

Ricordiamo tutti quel Barbapapà, una sorta di grosso e amichevole “blob” a forma di pera dal curioso colore rosa, che nasce spuntando dal sottosuolo del giardino di una normale casa di provincia. L’arrivo di questo essere alto quanto la loro casa spaventa gli adulti che vi risiedono ma non i due bambini che vi abitano, Francesco e Carlotta (in originale François e Claudine), che diventeranno i primi amici di Barbapapà. Questo nuovo amico diventerà uno speciale compagno di giochi, capace di modellare a suo piacimento il proprio corpo, assumendo la forma della cosa o dell’animale più indicato per risolvere una situazione. Guadagnatasi la fiducia del mondo in cui vive, il secondo problema è quello della solitudine: egli infatti è l’unico essere della sua specie che si conosca. Con l’aiuto di Francesco e Carlotta, Barbapapà parte per uno stralunato e poetico viaggio alla ricerca di una “Barbamamma”. La ricerca si conclude felicemente proprio nella casa dei due bambini: dallo stesso giardino da cui un giorno è misteriosamente spuntato lui, nasce infatti anche la Barbamamma, dalle forme più aggraziate, più “femminili”, di colore nero, alla quale Barbapapà dona subito un mazzetto di fiori rossi che andranno a comporre la vezzosa coroncina che Barbamamma porta sul capo. Barbapapà e Barbamamma decidono, dunque, di crearsi una famiglia: dall’unione dei due nascono quindi sette barbabebé, ognuno con una caratteristica ben definita: Barbabella, viola, la bella della famiglia che ama gioielli e profumi e odia gli insetti; Barbaforte, rosso, lo sportivo della famiglia; Barbalalla, verde, la musicista di casa che sa suonare praticamente ogni strumento; Barbabarba, nero, l’artista di casa, con una pelliccia nera imbrattata dei colori che usa per dipingere; Barbottina, arancione, stereotipo dell’intellettuale, che porta gli occhiali e ama leggere; Barbazoo, giallo, amante della natura, un ecologista convinto, anche dottore e veterinario; Barbabravo, blu, scienziato e inventore della famiglia.

Erano davvero carini, teneri, simpatici, allegri, curiosi, divertenti, originali. Abbiamo tutti giocato con quelle figurine, le abbiamo plasmate con Pongo e Das, le abbiamo colorate, disegnate, guardate alla TV o sfogliate nei giornalini di fumetti. Ci mancheranno, ci mancherai Talus. Sparito come in un barbatrucco. Buon viaggio.

IMMAGINARIO
Era notte.
La foto di oggi…

Oggi alle 17 alla Sala Boldini, Via Previati 18 a Ferrara, nell’ambito delle celebrazioni del 70° della Resistenza, 1943-’45/2013-’15, ci sarà la proiezione gratuita del film Era notte a Roma di Roberto Rossellini.

Alle 21 sempre alla Sala Boldini ci sarà poi la proiezione Perfidia di Bonifacio Angius, unico film italiano in concorso a Locarno. Al termine incontro con Mario Olivieri, attore protagonista. Qui il trailer.

dalla recensione di Era notte a Roma di Aldo Spiniello per www.sentieriselvaggi.it

Era notte a Roma quando giunsero gli alleati e l’ansia della liberazione poté finalmente sciogliersi in un pianto a dirotto. Ed era una notte che durava, ininterrotta, ormai da mesi, opprimeva i destini della gente comune, un buio che incideva negli animi, modificandone i comportamenti e le relazioni. Adda passà ‘a nuttata, diceva, tra speranza e rassegnazione, Eduardo De Filippo. La resistenza non è l’impresa di quei pochi che prendono le armi e combattono: è una pratica silenziosa, che si esercita nella costanza del vivere giorno per giorno. Dopo il successo de Il Generale Della Rovere (Leone d’oro a Venezia nel 1959), Rossellini decide di tornare a Roma città aperta, per scrivere la pagina conclusiva della “sua” liberazione. Ma sconta ancora una volta il destino di essere sempre troppo avanti o troppo oltre, quel destino di chi riesce a pensare al tempo come a una manifestazione dell’eterno. Perché, nel 1960, non si può perdonare a nessuno la “presunzione” di tornare su dei fatti storici ancora intoccabili, senza più l’urgenza del presente (come era accaduto per Roma città aperta) o il filtro asettico della prospettiva ideologica (l’abbraccio eretico tra russi e americani). Ma Rossellini, come al solito, parla anche d’altro. Il padre del neorealismo è sempre più un figlio degenere per la critica italiana. Segno magnifico di una giovinezza eterna e pura. Il cinema di Rossellini racconta le sue storie e i suoi personaggi e solo attraverso questo sguardo intimo torna alla Storia. Perché non le idee astratte, ma l’uomo è la misura del mondo, del tempo e degli eventi. La guerra e la resistenza, osservati dalla prospettiva di due occhi che guardano al fondo delle cose, appaiono non solo e non più come questioni di teoria politica o di una presa di posizione militante. La guerra e la resistenza sono fatti del cuore, che sconvolgono e rimettono in moto l’animo delle persone. La tragedia di un’epoca e di una nazione viene illuminata e prende forma dal fuoco di un melodramma privato, le cui faville bruciano e ridefiniscono i contorni del racconto, del contesto, del campo e del fuori campo. La Storia scorre, ma il suo incedere è scosso dalla tensione e dalla lotta di quei sentimenti perpetui, su cui si concentra ogni zoom possibile. Gli stessi ideali, la pace, la fratellanza, la libertà, nascono da un’ansia interiore. La presa di coscienza, se c’è, non è mai pensata a priori, ma è il prodotto lento e faticoso di un vissuto. Esperia non sa, non capisce, va avanti come può, ha paura, sbaglia e si dispera. Ma in ogni caso vive e perciò cambia. Cambia perché le batte il cuore e la obbliga a uno slancio che, se avesse ragionato freddamente, non avrebbe mai avuto. E proprio quello slancio svela la possibilità di una ricostruzione, di un umanità condivisa aldilà barriere di qualsiasi codice astratto di regole. Il linguaggio non è solo il suono informe delle parole, è qualcosa di terreno e carnale, si esprime nei volti, nelle rughe e nelle lacrime. Ogni essere, vibrando, emette il suo suono e parla la sua lingua, ma è pur sempre parte del coro. Le tragedie non ci impediranno di cantare Auld Lang Syne, mano nella mano, col cuore gonfio. Forse davvero la vita è meravigliosa.

OGGI – IMMAGINARIO CINEMA

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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una scena del film Era notte a Roma di Roberto Rossellini
una scena del film Era notte a Roma di Roberto Rossellini
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Amore in tempo di crisi

Nato sul web, con budget limitato, siamo di fronte a una pellicola simpatica e ironica, ma con temi importanti sullo sfondo, un film carino che celebra l’amore in tutte le sue sfaccettature. Il film mette in scena quattro storie che raccontano l’amore oggi, al tempo della crisi, del dominio incontrollato e prevaricante dei media, del narcisismo maschile e dell’ipocrisia; ci conduce attraverso diversi modi di vivere la relazione affettiva con il proprio partner.

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La locandina

Nel primo episodio, “Precari”, Andrea (Andrea Boschi) e Luisa (Sara Zanier) sono una giovane coppia serena, nonostante le difficoltà quotidiane e lavorative. Desiderosi di mettere su famiglia, decidono di rivolgersi a un medico esperto in fertilità (Rocco Siffredi). Dopo aver perso tutti i loro risparmi nel crack finanziario del loro istituto di credito, la Credici Bank (nome improbabile ma davvero simpatico), la coppia decide di inventarsi un lavoro fuori dagli schemi. E li vedremo benestanti. Perché e come dopo tanti licenziamenti e traversie? Perché lavoreranno sì in banca, ma come rapinatori, mentre il figlioletto farà da palo inconsapevole. Preoccupante ma ironico.

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Andrea e Luisa
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Mimmo e Valerie

Nel secondo episodio, “Ragazza dei miei sogni”, Mimmo (Giancarlo Fontana) è un giovane operatore video che, durante una processione religiosa a Matera, inquadra una bellissima e affascinante ragazza. Innamoratosi di lei perdutamente, Mimmo cerca di rintracciarla in tutti i modi, utilizzando volantini, tv e social network. Facebook, in particolare, gli rovinerà la vita, perché, postando in rete il suo numero di cellulare, diventerà bersaglio di telefonate anonime e di una folla impazzita di ragazzine innamorate dell’idea stessa dell’amore. Una simpatica Caterina Guzzanti, con una prima intervista televisiva, apre a Mimmo il mondo del reality show. Un astuto produttore televisivo, infatti, lo convincerà a incontrare la sua amata, a Parigi, sotto l’occhio indiscreto e continuo delle telecamere. Lei, Valerie (Mily Cultrera Di Montesano), è una brillante studentessa italo-francese, i due si piacciono davvero e scappano al tormento televisivo per rifugiarsi, soli con il loro amore, in campagna. Mimmo scoprirà, però, che la sua amata non è poi così disinteressata alla fama e allora… ci si chiede che fine farà Valerie… Finale brillante ma tragi-comico.

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Paride prima
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Paride dopo

Nell’episodio 3, intitolato “Narciso”, Paride (Edoardo Purgatori) è un giovane poco affascinante, piatto, prevedibile, grassoccio e abitudinario, dedito alla vita sedentaria, ai videogiochi, ai panini da fast food e alla birra. Quando viene lasciato dalla fidanzata (Giulia Lapertosa), dopo lo sconforto e la paura iniziali, decide di riconquistarla mettendosi a dieta e affidandosi alla cure di un personal trainer duro e inflessibile. Dopo essere diventato un bel ragazzo sexy, vincente e corteggiato dal fisico scolpito, fra anabolizzanti, flessioni e beveroni di vario genere, capisce di amare più se’ stesso che l’ex-fidanzata. Simpatico, spensierato e originale.

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Mario Marinelli

Nel quarto e ultimo episodio, “Il campione” (con Alessandro Tiberi, Neri Marcorè, Enrico Bertolino, Gianluca Vialli, Fabio Caressa, Jacopo Maria Bicocchi, Ugo Piva ed Emilio Fallarino) il protagonista è Mario Marinelli, un calciatore di serie A, costretto in panchina dopo un grave infortunio. Le cronache parlano più dei suoi veri o presunti flirt con belle modelle piuttosto che delle sue imprese calcistiche. In realtà, Mario è omosessuale e deve nascondersi dallo spietato mondo del calcio fatto di omofobia e dirigenti senza scrupoli. Gli vengono offerte varie possibilità prestigiose e di carriera, inclusa la partecipazione ai Mondiali di calcio brasiliani, per non parlare, per non gridare al mondo quel segreto che potrebbe minare la reputazione di un’intera squadra di calcio, fatta di uomini “veri”. Dovrà decidere se continuare a mentire o assecondare i suoi sentimenti. Sceglierà bene, pensiamo. Romantico, sognatore e coraggioso.

Un film in crescendo, riuscito soprattutto negli ultimi due episodi, che affronta con garbo, freschezza e simpatia due temi non facili come il culto dell’immagine maschile estetizzata e l’omosessualità in campi considerati ancora regno del maschio duro e puro. Moderno e attuale.

“Amore oggi”, di Giuseppe G. Stasi, Giancarlo Fontana, con Alessandro Tiberi, Jacopo Maria Bicocchi, Andrea Bosca, Sara Zanier, Giancarlo Fontana, Mily Cultrera di Montesano, Caterina Guzzanti, Edoardo Purgatori, Giulia Lapertosa, Simone Sabani, Neri Marcorè, Rocco Siffredi, Italia, 2014, 91 mn.

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Due bambini travolti dalla malvagità del mondo

In questa settimana dolorosa, durante la quale si sono ricordati persone e momenti legati all’Olocausto, che accompagnano altre tragedie e guerre nel mondo, non può non tornarmi alla mente questo splendido e toccante film di qualche anno fa, “Il bambino con il pigiama a righe”, tratto dall’omonimo romanzo di John Boyne. I bambini forse ci guardano con spavento, terrore, stupore e anche orrore, per quello che gli abbiamo fatto allora, per quello che continuiamo a far loro, ora. E da questo dovremo partire. Dal ‘Diario di Anne Frank’, fino a opere come ‘Jona che visse nella balena’, o al meraviglioso ‘La vita è bella’, solo il candore e l’innocenza dei bambini sono in grado di contrapporsi all’oscurità senza fine di un mondo adulto degenerato. Oggi più che mai.

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Il piccolo Bruno con la mamma

Questo film, allora, racconta la storia di Bruno (Asa Butterfield), un bambino di otto anni, vivace e curioso, amante degli aeroplani e dei romanzi di avventura, costretto ad abbandonare Berlino, la sua città natale, a causa di una promozione del padre, un soldato nazista (David Thewlis). La famiglia di Bruno si trasferisce in una nuova e grande casa in campagna, ma lui si annoia, gli mancano terribilmente i suoi vecchi amici, non ha i suoi giochi ma solo un’altalena fatta con un vecchio pneumatico.
Un giorno, dall’elegante e fiorito giardino scorge un’azienda agricola e ci vorrebbe andare, ma suo padre glielo proibisce poiché qui, in realtà c’è il campo di sterminio degli ebrei, uomini e donne innocenti, rei solo di appartenere a un’altra razza. Solo il padre è a conoscenza del campo di concentramento, che ha progettato insieme al comandante Kotler. Nemmeno la moglie Elsa (Vera Farmiga) lo immagina.

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Il bambino è curioso, vuole capire cosa c’è di là dal giardino

Bruno è vivace e curioso, come tutti i bambini, vuole scoprire perché nella fattoria, che si vede dalla sua stanza, la gente va vestita col pigiama. Già, una fattoria con contadini che indossano pigiami e dove i numeri di matricola con cui sono contrassegnati gli internati fanno solo parte di un gioco: è questa la spiegazione che si dà Bruno, guardando, da fuori, la realtà di un campo di concentramento. Mentre la madre scopre cosa succede dentro il campo, cosa brucia quando il cielo si copre di una nube di nero fumo e si rende conto dell’orrore che si perpetra quotidianamente a pochi passi da casa sua, Bruno stringe amicizia con Shmuel, un suo coetaneo, che vive nella “fattoria” e col quale inizia a giocare, nonostante il temibile filo spinato che li separa. Un filo che separa due mondi, dove la malvagità degli adulti freddi e razionali non si può nemmeno lontanamente immaginare, almeno non lì, giocando. Dove la spensieratezza dei bambini viene turbata sconvolta solo da urla senza senso, da sirene dal suono perforante e da richiami improvvisi concitati.

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La locandina del film

Eccoci allora, improvvisamente, di fronte a un vero e proprio mondo a parte, dove per Bruno il campo è un luogo interessante, da esplorare, soprattutto, dopo la visione di un filmato di propaganda, che lo presentava come un parco giochi. E sembrerà atroce, ma anche la curiosità più ingenua si può pagare a caro prezzo. E così avverrà. Dama e cartella giaceranno lì, sull’erba malconcia. La verità travolgerà la giovane e innocente vita dei protagonisti. Finale tremendo, le parole si perdono. Ancora una volta, per non dimenticare.

Il bambino con il pigiama a righe, di Mark Herman con Asa Butterfield, Zac Mattoon O’Brien, Domonkos Németh, Henry Kingsmill, Vera Farmiga, Cara Horgan, Zsuzsa Holl, Amber Beattie, László Áron, David Thewlis, Richard Johnson, e altri, USA 2008, 93 mn.

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Quel mostro di Tim Burton

Una delle poche certezze della vita è l’amore di Tim Burton verso qualsiasi cosa sia kitsch e rappresenti una storia di sofferenza. Tutto ciò si racchiude in due grandi occhi di bambino che osserva oltre la tela, catturando lo sguardo dello spettatore che non può far altro se non domandarsi cosa stia guardando e quale sia la sua triste storia.

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La locandina

I dipinti di Margaret Keane, interpretata nel film “Big Eyes” da Amy Adams, sembrano chiedere solo di essere guardati, desiderano che gli si presti attenzione. La stessa richiesta è quella dell’artista, che, schiacciata dalla forte personalità del marito, Walter Keane alias Christoph Waltz, non riesce ad emergere. Vincitrice di un Golden Globe per la migliore protagonista femminile, la storia dei Keane è molto diversa da quelle che normalmente siamo abituati ad associare al regista. Niente spose cadaveri o mostri dal cuore tenero, stavolta sono i personaggi della realtà ad essere protagonisti, bizzarri come se fossero stati partoriti dalla contorta mente di Burton, ricordando l’eccentrico Edward Wood, definito il peggior regista di sempre. L’abile regia di Burton mostra le sfaccettature di un personaggio che si autodefinisce “un artista senza talento”, che si dimostra essere un ottimo imprenditore, capendo la richiesta del pubblico di portare a casa un pezzo dell’opera, non importa se l’originale o una copia.

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Una scena del film

Ma cosa avrà convinto una donna piena di talento ad affidarsi ad un uomo per gestire la sua carriera? Un semplice concetto, attuale all’epoca come ai giorni nostri: un’opera firmata da un uomo vende molto di più e acquista un valore maggiore. Non la pensavano così solo le pittrici dei primi anni del Novecento, ma anche le artiste moderne, basti pensare alla scrittrice Joanne Kathleen Rowling, la madre della saga di Harry Potter che ammise di essersi firmata solo con le iniziali proprio per lo stesso motivo.

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Margaret Keane al lavoro negli anni ’60

Margaret Keane non è un caso isolato, prima di lei moltissime artiste sono state dimenticate, o hanno perso la paternità (o forse dovremmo dire maternità) delle loro opere. Si potrebbe tentare con un gioco, cercare di ricordarsi il nome di 10 artisti e di 10 artiste del passato in meno di cinque minuti. Da Artemisia Gentileschi a Judy Chicago, le donne hanno sempre dovuto lottare per far si che venisse riconosciuta la loro identità di artiste come professione e non solo come hobby, un passatempo tra un figlio e un altro. La paura di perdere tutto quello che avevano conquistato, unita alla continua pressione psicologica di Walter Keane, che costantemente le inculcava l’idea che la firma di una donna non valesse nulla, aveva paralizzato a lungo l’artista. Margaret Keane, nata Peggy Doris Hawkins, ha subito l’autorità di un marito/carceriere per quasi dieci anni ma la sua ribellione la portò al successo con la vittoria del processo con cui si riappropriò di tutte le sue opere.
Stanche di vedere le donne nei musei solo perché raffigurate nelle opere, un gruppo di femministe, nel 1985, decise di divenire paladino delle artiste, proteggendone i diritti e il valore delle loro opere. Autodefinite Guerrilla Girls, ovvero “ragazze gorilla”, per via della maschera che utilizzano per non farsi riconoscere, combattono perché si aumenti nei musei la presenza di opere firmate da donne. Margaret Keane disegnava occhi enormi perché pensava che fossero la finestra attraverso cui spiare l’anima ed è questa che Tim Burton ci permette di scorgere, attraverso i dipinti e i loro sguardi, che osservano imperturbabili la propria madre alla riconquista della sua identità.

“Big Eyes”, regia di Tim Burton, con Amy Adams, Christoph Waltz, Danny Huston, Krysten Ritter, Jason Schwartzman, biografico, 106 min., Usa 2014

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Cine-proposte per le feste: qualità filmica e divertimento

Gli incassi cinematografici dei cinepanettoni, realizzati appositamente per intercettare quella fetta di pubblico che va al cinema solo poche volte l’anno, costituiscono una importante percentuale del budget annuale.
Il genere nasce negli anni del craxismo e si propaga per tutto il periodo del ventennio berlusconiano. I Vanzina rivisitarono “Vacanze d’inverno” di Camillo Mastrocinque del 1959, interpretato da Alberto Sordi e Vittorio De Sica, e nacque così l’antesignano del ciclo “Vacanze di Natale ’90” che si è concluso, speriamo, con “Vacanze di Natale a Cortina” del 2011.
Nel corso degli anni, il trend del format si è via via ridotto: il Natale 2013 ha visto infatti l’en plein di “Principe abusivo” di Alessandro Siani, con oltre 16 milioni di euro, seguito da “Un bosso in salotto “ uscito il 1° gennaio, con oltre 12 milioni; un cinema, dunque, che punta ancora sull’evasione e il divertimento, ma con commedie più orientate su temi sociali e di costume, per ridere senza smettere di pensare.
Alcune proposte per questo Natale 2014: “Un Natale stupefacente”, con la collaudata coppia Greg & Lillo; “Ma tu di che segno 6” con Boldi e Salemme; il trio Aldo Giovanni e Giacomo in “Il ricco il povero e il maggiordomo”; “Ogni maledetto Natale” una commedia agrodolce, forse la migliore proposta nel genere, con Corrado e Caterina Guzzanti, Valerio Mastandrea, Laura Morante. L’11 gennaio uscirà “Si accettano miracoli” con il quale Alessandro Siani si propone di bissare il successo dello scorso anno. Dai primi giorni di programmazione sembra affermarsi il film di Gabriele Salvatores “Il ragazzo invisibile”, che coniuga qualità filmica e intrattenimento.
Sul versante fantasy e animazione Usa: “La battaglia delle 5 armate”, con gli elfi, i nani e le creature mostruose della saga tolkeniana; per i più piccini “Big hero 6”, protagonisti simpatici e accattivanti pinguini; “Paddington”, in cui l’orsetto è perseguitato dalla perfida Nicole Kidman; ancora “I pinguini del Madagascar” della 20th Century Fox.
Per il cinema più autoriale, da segnalare dal Regno Unito “Pride”, storia vera ed emozionante dell’incontro tra i minatori in lotta e i gay e le lesbiche nel tacherismo anni ’80; “Big eyes” del sempre stupefacente Tim Burton; “The imitation game”, ennesima ma curatissima ricostruzione della vicenda Enigma; l’inquietante “L’amore bugiardo”, del regista di “Seven” David Fincher, con Ben Affleck; infine l’inevitabile Woody Allen di “Magic in the moonlight”.
Infine, per quelli più esigenti, segnaliamo e consigliamo alcune pellicole, se riuscirete a trovarne la programmazione: “Due giorni, una notte” di Jean e Pierre Dardenne; “St. Vincente” con Bill Murray; il visionario e struggente “Il sale della terra” di Wim Wenders; infine l’ultima opera di Ken Loach “Jimmy’s hall”.

Dunque, attenzione alla programmazione, e approfittiamo di questi giorni per una scorpacciata di cinema, meglio se scelto a ragion veduta.

TEST DI CULTURA CINEMATOGRAFICA
Considerati i torpori natalizi, poche domande con qualche piccolo aiuto… per le risposte clicca qui

1) “Francamente me ne infischio.” (l’attore dal baffo arrogante…) Risposta: Via col vento

2) “Mi piace l’odore del napalm al mattino” (uno dei libri del Vecchio Testamento) Risposta: Apocalypse Now

3) “Suonala, Sam. Suona ‘As Time Goes By’ (senza aiuto… evidente) Risposta: Casablanca

4) “Vedo la gente morta” (nel titolo, ne abbiamo 5) Risposta: Il sesto senso

5) “Signora Robinson, sta cercando di sedurmi, vero?” (musica di Simon e Garfunkel) Risposta: Il laureato

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LA SEGNALAZIONE
Quel genio di Henri Cartier-Bresson

Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento. Henri Cartier-Bresson
E’ esposta a Roma, dal 26 settembre 2014 fino al 25 gennaio 2015, presso il Museo dell’Ara Pacis, la mostra retrospettiva Henri Cartier-Bresson.
L’abbiamo visitata a pochi giorni dalla sua inaugurazione, in un settembre romano ancora tiepido, di quelli che invitano a stare fuori, all’aria aperta, e a guardare tutto con altri occhi. Se poi si ama (si adora) la fotografia e si sa che, nella Capitale, espone il suo Maestro, i giochi sono fatti. Pronti, via, allora. Ed eccoci in fila.

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La locandina della mostra

Il genio per la composizione, la straordinaria intuizione visiva e la capacità di cogliere al volo i momenti più fugaci come i più insignificanti fanno di Henri Cartier-Bresson (1908-2004) uno dei più grandi fotografi del ventesimo secolo. Nel corso della sua lunga carriera, percorrendo il mondo e posando lo sguardo sui grandi momenti della storia, Cartier-Bresson è riuscito a unire alla potenza della testimonianza la poesia.
Tre periodi scandiscono la sua opera: il primo, dal 1926 al 1935, durante il quale Cartier-Bresson frequenta i surrealisti, compie i primi passi in fotografia e affronta i suoi primi grandi viaggi; il secondo, dal 1936 al 1946, corrisponde al periodo del suo impegno politico, del lavoro per la stampa comunista e all’esperienza del cinema; il terzo periodo, dal 1947 al 1970, va dalla creazione della cooperativa Magnum Photos fino alla fine della sua attività di fotografo. Riduttivo sarebbe dunque individuare nella sola nozione di “istante decisivo”, che per lungo tempo è stata la chiave principale di lettura delle sue immagini, la sintesi del suo lavoro.
Questa retrospettiva ripercorre cronologicamente il suo percorso, per mostrare che non c’è stato un solo Cartier-Bresson ma diversi. E tutti meravigliosi.

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Il catalogo

La mostra propone, infatti, una nuova lettura dell’immenso corpus d’immagini di Cartier-Bresson, coprendo l’intera vita professionale del fotografo. Sono esposte oltre 500 opere tra fotografie, disegni, dipinti, film e documenti, riunendo le più importanti icone ma anche le immagini meno conosciute del grande maestro: 350 stampe vintage d’epoca, 100 documenti tra cui quotidiani, ritagli di giornali, riviste, libri manoscritti, film, dipinti e disegni.
Il percorso espositivo, ben fatto e davvero molto ricco, è diviso in nove parti.
Dopo un’Introduzione che sintetizza gli ingredienti della storia, ossia l’inclinazione artistica (“Ho sempre avuto la passione per la pittura” scrive Cartier-Bresson. “Da bambino, la facevo il giovedì e la domenica, ma la sognavo tutti gli altri giorni”), un assiduo apprendistato, un po’ di atmosfera del periodo, aspirazioni personali e molti incontri, le altre sezioni corrispondono alle diverse fasi della vita e del lavoro dell’artista.
La sezione I comprende le prime fotografie, con gli anni di apprendistato, i rapporti con gli americani a Parigi, le influenze fotografiche, il viaggio in Africa. Siamo negli anni Venti, sotto il doppio segno della pittura e della fotografia, praticate prima in modo amatoriale e poi sviluppatesi attraverso tappe fondamentali come il viaggio in Africa, tra il 1930 e il 1931. La sezione II, Viaggi fotografici, è dedicata al Surrealismo, alle peregrinazioni fotografiche in Spagna, Italia, Germania, Polonia e Messico. Grazie a René Crevel, conosciuto a casa di Jacques Émile Blanche, Cartier-Bresson comincia a frequentare i surrealisti nel 1926. E’ soprattutto l’atteggiamento surrealista a segnarlo: lo spirito sovversivo, il gusto del gioco, lo spazio lasciato all’inconscio, il piacere degli andirivieni urbani, la predisposizione ad accogliere il caso.
La terza sezione riguarda l’impegno politico. Come la maggior parte dei suoi amici surrealisti, Cartier-Bresson condivide molte posizioni politiche dei comunisti: un feroce anticolonialismo, un incrollabile impegno nei confronti dei repubblicani spagnoli e una fede profonda nella necessità di “cambiare la vita”. Dopo le violente rivolte organizzate nel febbraio del 1934 a Parigi dall’estrema destra, percepite come un rischio che l’ondata del fascismo europeo dilaghi anche in Francia, il suo impegno si fa più tangibile. Firma numerosi manifesti di “richiami alla lotta” e di “unità d’azione” delle forze di sinistra. Nel corso dei suoi viaggi in Messico e negli Stati Uniti, tra il 1934 e il 1935, le persone che frequenta sono molto impegnate nella lotta rivoluzionaria. Di ritorno a Parigi, nel 1936, la posizione di Cartier-Bresson si radicalizza e partecipa con regolarità alle attività dell’Associazione degli scrittori e artisti rivoluzionari, cominciando anche a lavorare per la stampa comunista. Nella sezione IV, dedicata alle guerre, scorrono le immagini del suo film sulla Guerra civile spagnola e si può vedere la sua attività durante la Seconda guerra mondiale (fotografo dell’esercito, prigioniero, fuggiasco, combattente della Resistenza) per documentare il ritorno dei prigionieri.
Nel febbraio del 1947, Cartier-Bresson inaugura la sua prima grande retrospettiva istituzionale al Museum of Modern Art di New York. Poco dopo, con Robert Capa, David Seymour, George Rodger e William Vandivert, fonda l’agenzia Magnum, che in poco tempo diverrà uno dei riferimenti mondiali per il fotoreportage di qualità. Cartier-Bresson decide di diventare un reporter a pieno titolo, impegnandosi nell’avventura della Magnum. Dal 1947 agli inizi del 1970, si susseguono viaggi e reportage in tutto il mondo, lavorando per quasi tutti i grandi giornali illustrati internazionali. Siamo così arrivati alla sezione V, quella del reporter. Senza accorgercene.
Segue la sezione VI, quella dedicata a Henri reporter professionista: è lui il primo fotogiornalista a entrare in URSS dopo la morte di Stalin. E poi Cuba, “L’Uomo e la Macchina” e la serie Vive la France. La fotografia dopo la fotografia (sezione VII) segna l’epoca della fine dei reportage e quella di una fotografia più contemplativa. Ricompare il disegno. Conclude la mostra, l sezione VIII, ricognizione, ovvero quella del tempo della riconsiderazione degli archivi (dai documenti al lavoro), delle mostre retrospettive e dei libri. Siamo arrivati all’iconizzazione di Henri Cartier-Bresson.
La mostra è accompagnata da un ampio ed esaustivo catalogo (pubblicato da Contrasto, foto) con saggi di studiosi, esperti e testi inediti di Cartier-Bresson.

Si muore tutte le sere, si rinasce tutte le mattine: è così. E tra le due cose c’è il mondo dei sogni.

Museo dell’Ara Pacis, Lungotevere in Augusta, Roma, dal 26 settembre 2014 al 25 gennaio 2015. Mostra realizzata dal Centre Pompidou di Parigi, a cura di Clément Chéroux, in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson, promossa da Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e prodotta da Contrasto e Zètema Progetto Cultura.

Ringraziamenti vanno all’Ufficio stampa di Contrasto per il materiale fornito.
La foto di copertina è presa da Internet.

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LA SEGNALAZIONE
Io sto con la sposa, “la nuova estetica della frontiera”

“Scusate potreste indicarmi il binario per la Svezia?”. Questo è l’incontro alla stazione Porta Garibaldi di Milano fra Gabriele Del Grande, giornalista e scrittore, Khaled Soliman Al Nassiry, poeta ed editore, Tareq Al Jabr, poeta e traduttore, e Abdallah Sallam, studente universitario di lingua e letteratura inglese, superstite del naufragio dell’11 ottobre 2013 a Lampedusa, che li ha avvicinati sentendoli parlare in arabo.

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Al Festival del cinema di Venezia

Così inizia il viaggio di “Io sto con la sposa”, un film senza dialoghi né personaggi, un documentario che parla di un sogno, un progetto politico di disobbedienza civile. Presentato nella sezione Orizzonti – Fuori concorso alla 71° Mostra del Cinema di Venezia, si è aggiudicato tre dei premi collaterali: il Premio Fedic (Federazione italiana dei cineclub), il premio Hrns (Human rights nights award) per il Cinema dei diritti umani e il Premio di critica sociale Sorriso diverso Venezia 2014. È stato proiettato al cinema Boldini nell’ambito della rassegna “Oltre la frontiera”, ideata in occasione del 18 Ottobre, Giornata europea contro la tratta di persone, e del 25 Novembre, Giornata internazionale contro la violenza alle donne.

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Un fotogramma del film

Come aiutare un gruppo di profughi siriani e palestinesi in fuga dalla guerra a raggiungere la Svezia? Ecco l’idea: un corteo nuziale, quale poliziotto di frontiera chiederebbe i documenti a una sposa e al suo corteo nuziale? Abdallah sarà lo sposo, Tasnim, un’amica siriana con passaporto tedesco anche lei appena fuggita lasciando parenti e amici, la sposa. Nel corteo nuziale Ahmad Abed e Mona Al Ghabra, marito e moglie, Alaa Al-Din Bjermi e il figlio Manar, alcuni amici fidati dei registi che accettano di aiutarli nell’impresa e i componenti della troupe che riprenderà il viaggio per farne un film.
Il ritrovo è all’alba del 14 novembre 2013, davanti alla stazione centrale di Milano, sono tutti vestiti eleganti come se stessero davvero andando a un matrimonio. In quattro giorni attraverseranno l’Europa a piedi, in auto e in treno, per arrivare a Stoccolma esausti ma felici e pieni di speranze il 18 novembre. Il percorso non è quello solitamente seguito da chi tenta questo viaggio perché le tappe sono scelte in base ad una rete di contatti e amici disposti a ospitare l’insolita carovana: da Milano a Marsiglia, passando a piedi il confine con la Francia a Grimaldi Superiore lungo il sentiero usato quando i migranti eravamo noi italiani, poi a Bochum in Germania, Copenaghen e infine l’ultima frontiera verso Malmo e Stoccolma. Perché la Svezia? Lo spiega Valeria Verdolini, una delle invitate del corteo nuziale, sociologa del diritto, presente ieri sera in sala: “è il paese europeo dove l’iter per ottenere lo status di rifugiato politico è più veloce e, una volta ottenuto, si ha diritto a un alloggio e a un corso di svedese nonché al ricongiungimento con tutti i famigliari”. Il problema è che secondo la legislazione europea si può chiedere asilo in un solo stato dell’Unione, il primo in cui si viene identificati, per questo molti migranti sono costretti a rimanere clandestini fino al loro arrivo in Svezia, rimanendo così in balia dei contrabbandieri: “Può un uomo pagare il prezzo della propria morte?” sì chiede Ahmad.

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Una degli spostamenti in treno

“Quello che ci interessava raccontare era un viaggio condiviso, in cui non ci fosse un Altro da noi. Volevamo raccontare un’Europa diversa, dell’accoglienza”, afferma Veronica. Per cambiare le cose c’è bisogno di “un’assunzione di responsabilità”, proprio come quella di Khaled che il giorno della partenza, dopo cinque anni in Italia, riceve finalmente la nazionalità, o come quella dei 2617 produttori dal basso che attraverso la piattaforma Indiegogo hanno finanziato la produzione del film, ringraziati uno per uno nei titoli di coda. Il film centra pienamente l’obiettivo di trasformare i numeri in nomi propri, in esperienze di vita in carne e ossa, e raccontare “una nuova estetica della frontiera”: “nessuno può dirmi questo mare lui lo può attraversare, lui invece per attraversarlo deve morire”, il mare, il cielo, il sole, la luna sono unici “per tutta l’umanità”.

Il film è stato recensito da ferraraitalia in occasione della presentazione al Festival del cinema di Venezia [vedi]

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Il cappotto del poeta
per vestire i sogni
di un’adolescenza controcorrente

In questo film del regista Luca Dal Canto, si respira l’atmosfera poetica e artistica della città di Livorno, infatti, i veri protagonisti della storia sono il poeta Giorgio Caproni autore di “Ultima preghiera” (da cui trae spunto il cortometraggio), tratta dall’opera “Versi livornesi” e Piero Ciampi autore della struggente canzone intitolata “Livorno”, qui eseguita da Luca Faggella. Il brano ha il compito di sottolineare la parte centrale del film, dove il protagonista è privato del cappotto di lana appartenuto al poeta livornese: “… triste triste, troppo triste questa sera, questa sera, lunga sera. Ho trovato una nave che salpava, questa sera, eterna sera…”.

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La locandina del film

La trama del film racconta di Amedeo, un adolescente molto diverso dai suoi coetanei, che nella sua stanza ha appeso il poster del cantautore Piero Ciampi e che dal suo walkeman a cassette (non un Mp3), invece di ascoltare canzoni preferisce la compagnia delle poesie di Giorgio Caproni. Questi suoi atteggiamenti lo portano a scontrarsi col padre, che lo preferirebbe più determinato a cercarsi un lavoro dopo la scuola dell’obbligo, definendo la poesia, una questione di esclusivo interesse da parte di “vecchi e femminucce”.
Un giorno un suo amico trova nella cantina del nonno il cappotto di lana appartenuto al grande poeta e decide di regalarlo ad Amedeo, il quale non vorrà più toglierselo di dosso. Il film è ambientato nel mese di agosto in una città di mare e l’evidente stranezza del ragazzo viene mal sopportata dal padre, il quale provvede a fare sparire quel vecchio cappotto.
L’immaginazione del ragazzo esce dal contesto logico del tempo in cui vive, per rifugiarsi nella più creativa immaginazione, luogo dove incontrerà il poeta livornese e la madre di questi, in un susseguirsi di avvenimenti, che porteranno il padre del ragazzo ad apprezzare Caproni e a promettergli l’iscrizione al tanto desiderato Liceo classico.
Tra i numerosi pregi del film emerge quella che possiamo definire come la splendida fotogenia di Livorno, esaltata dalle melodie di Piero Ciampi e dalla dolcezza dei versi di Caproni, in una sorta di magica sinergia, che propone al meglio i paesaggi di questa città toscana. Non mancano citazioni allo scultore livornese Amedeo Modigliani, che presta il nome al protagonista del film.
Ottima l’interpretazione degli attori, dal giovane Francesco Aloi a Marco Conte (il padre di Amedeo) e Laura Palamidessi, Gabriele Di Palma e Sergio Giovannini, ben diretti da Dal Canto, che da anni si occupa di cinema, essendo stato anche aiuto regista di autori quali Enrico Oldoini, Daniele Luchetti, Sergio Rubini.
Il cortometraggio ha vinto numerosi premi, tra i quali: miglior film al XVIII VideoCorto di Nettuno, Migliore sceneggiatura a Versi di Luce 2013 di Modica (RG) e miglior film di fiction al XIV Festival Internazionale Malescorto (Malesco – VB). Anche il protagonista del film è stato premiato in varie occasioni, tra cui come miglior attore protagonista all’Eiff 2012 di Nardò.
Nel 2013 è stato selezionato, in concorso, al ZeroTrenta CortoFestival, che si svolge ogni anno ad Argenta, in provincia di Ferrara. Il film è stato trasmesso in TV sul canale Cooming Soon e ammesso alla rassegna del Caffè letterario di Roma, ora è liberamente visibile su YouTube.

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Luca Dal Canto dirige Francesco Aloi

Una domanda al regista Luca Dal Canto. Nel tuo film “Il cappotto di lana” hai inserito le poesie di Giorgio Caproni, le canzoni di Piero Ciampi e hai attribuito il nome di Modigliani al protagonista. Lo stesso schema lo hai riproposto nel tuo nuovo corto “Due giorni d’estate”. Storia, fiction e arte si fondono e si completano nel tuo stile narrativo?
In entrambi i cortometraggi ho cercato di raccontare come la cultura sia fondamentale per la crescita di un ragazzo. Purtroppo nella società odierna si dà sempre meno spazio a questo aspetto, rischiando di smarrire nell’oblio intere generazioni di giovani (ma anche di adulti). Da qui la mia idea di raccontare con leggerezza storie in cui sono la cultura, l’arte, lo studio a trionfare sulla superficialità della nostra contemporaneità. Livorno, la mia città, ha nella sua storia decine di illustri figure nel campo della pittura, della letteratura, della musica… e quindi è stato facile e anche divertente andare a ripescare personaggi purtroppo spesso dimenticati.

Link per la visione integrale del film [vedi]

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‘La cuccagna’. Omaggio a Luciano Salce e Luigi Tenco

“La cuccagna” è un film del 1962 diretto da Luciano Salce (quest’anno ricorre il 25° anno dalla sua scomparsa) con Donatella Turri, Umberto D’Orsi e Luigi Tenco, tutti e tre alla loro prima esperienza cinematografica.
La storia, come l’Odissea, si sviluppa in diverse situazioni e con tanti personaggi, dividendosi tra momenti amari e grotteschi, con qualche divertente ironia, tante idee e inaspettate sorprese, come quella di Tenco che canta e suona con la sola chitarra “La ballata dell’eroe” di Fabrizio De André.
Quest’opera è stata frettolosamente considerata “minore” nella vasta filmografia di Salce, che in quel periodo aveva ottenuto grandi soddisfazioni con “La voglia matta”, capostipite di un genere (o di una degenerazione) giovanile-vacanziero, inoltre, proveniva dal successo de “Il federale”, dove si rivelò Ugo Tognazzi.

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La locandina

Il film è ambientato in pieno boom economico, ma diversamente dal precedente “La voglia matta”, che descriveva le vicissitudini di un quarantenne nel pieno della crisi di mezz’età, Salce punta l’attenzione su argomenti particolarmente scottanti quali l’obiezione di coscienza, l’omosessualità, il suicidio e l’anti-militarismo.
Una delle scene più grottesche è quella in cui un colonnello, interpretato dallo stesso Salce, emula Napoleone ordinando ai suoi uomini di attaccare e aprire il fuoco nel corso di un’esercitazione. Ironia e sarcasmo non risparmiano imprenditori improvvisati, finanzieri senza scrupoli e cialtroni di varia specie, tutti intenti a sfruttare uno dei periodi d’oro dell’economia italiana. Sia “La voglia matta” sia “La cuccagna”, furono vietati ai minori di 14 anni, pur senza la presenza di scene violente o di sesso.
Le collaborazioni sono tutte di primo piano, infatti, oltre allo stesso regista, il soggetto porta la firma di Luciano Vincenzoni, Carlo Romano e Goffredo Parise, con il contributo di Alberto Bevilacqua; la colonna sonora è di Ennio Morricone, il quale insieme a Salce (alias Pilantra) scrisse anche le canzoni “Fra tanta gente” e “Quello che conta”, incise in seguito da Luigi Tenco. Enrico Menczer, collaboratore storico di Luciano Salce e di Giuliano Montaldo, ha dato un tocco inconfondibile alla fotografia in bianco e nero del film. La presenza di un cast di giovani ed esordienti di talento, ha certamente giovato alla freschezza del film.

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I protagonisti e Luciano Salce

La trama descrive l’odissea di Rossella, una giovane ragazza in cerca del primo lavoro, necessario per rendersi indipendente e sfuggire a una famiglia ottusa e indifferente.
Nella calura estiva di Roma la ragazza passa da una delusione all’altra, incontrando una serie di personaggi improbabili, arrivisti e profittatori, ma avrà la fortuna di conoscere Giuliano, un giovane introverso e arrabbiato interpretato da Luigi Tenco.
In tanto squallore Giuliano è l’unica persona che cerca di aprirle gli occhi e la guida nella dura realtà della vita, mentre intorno a lei l’indifferenza di una classe borghese mediocre le ruba la giovinezza e le aspirazioni.
La ricerca dell’impiego è il pretesto narrativo per descrivere la società di quel periodo, che in certi aspetti non è troppo dissimile da quella di oggi; nei rari momenti in cui la ragazza torna a casa, trova la sua famiglia sempre davanti al televisore, ‘ostaggio’ dei quiz di Mike Buongiorno e della pubblicità.
Giuliano ha ricevuto la cartolina-precetto e dovrebbe andare sotto le armi; ma questo è contro il suo convincimento. I due ragazzi, dopo un lungo peregrinare, decidono di porre fine alla loro vita (una tragedia che avrebbe coinvolto Tenco cinque anni dopo), ma desisteranno dal loro intento correndo mano nella mano, in un finale aperto e senza soluzioni preconfezionate.

L’interpretazione di Luigi Tenco è una rivelazione, il cantante genovese smette gli abiti di musicista per indossare quelli di attore, in un ruolo che forse gli assomiglia anche caratterialmente, dandogli spessore e credibilità. In precedenza aveva avuto soltanto un’occasionale esperienza in un fotoromanzo per la Bolero Film e in seguito fece brevi apparizioni in due film di carattere musicale.
Chi si aspetta un ‘musicarello’ si sbaglia, qui ci troviamo di fronte a un film importante e alla prima prova di attore di Tenco, che avrebbe potuto cambiare il suo futuro, se soltanto ce ne fosse stata l’occasione.
“La cuccagna” partecipò alla Mostra Cinematografica di Venezia del 2008 nella retrospettiva “Questi fantasmi: cinema italiano ritrovato (1946-1975)”, curata da Tatti Sanguinetti e Sergio Toffetti. La rassegna comprendeva una trentina di film del periodo definito il più “fiammeggiante” della storia del cinema italiano, rimasti a lungo sepolti in archivio o destinati alla visione notturna di qualche palinsesto, ma in genere trascurati dalle storie del cinema.
Il film rappresenta un ponte tra un tardo neo-realismo e la commedia all’italiana, uniti e amalgamati dalla pungente ironia e dai toni grotteschi tipici di Luciano Salce. Negli anni Sessanta non fu considerato un capolavoro e dopo la programmazione nelle sale cinematografiche fu quasi impossibile poterlo vedere in televisione. Una delle poche eccezioni si deve all’emittente sarda Videolina e recentemente al canale Iris, che lo trasmette in orari per sonnambuli.

Il film di Salce, finalmente, è disponibile su DVD ed è reperibile nei migliori store on-line.
Guardarlo con gli occhi di oggi è molto differente rispetto al passato; alcuni film non reggono il passare del tempo, altri acquistano una nuova considerazione.

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Quando il treno squarcia lo schermo

“La vita è fatta di cose reali e di cose supposte: se le reali le mettiamo da una parte, le supposte dove le mettiamo?” (Totò)

Il cinema nasce come documento e rappresentazione del reale, come la famosa e mitizzata prima proiezione dei Lumière di un treno in corsa, che si narra terrorizzasse gli inesperti spettatori; il cinema pratica sin dagli esordi dunque l’irruzione di una realtà catapultata sullo schermo e nella sala.
Lo scorso anno, felice e forse non casuale coincidenza, a Venezia vince il Leone d’Oro della 70° edizione “Gra” di Gianfranco Rosi, documentario sulla periferia romana, e al Festival del Film di Roma vince “Tir”, in realtà un docufilm, vicinissimo al documentario, nel quale un attore ha accettato di vivere come un autista di tir per tre mesi.
Esistono tanti autori, spesso giovani, che, grazie alla libertà autoriale derivante dal low budget del documentario (niente attori, niente studi, set a costo zero, ecc.), introducono stili e contenuti originali, proponendo luoghi meno illuminati e frequentati dai media e dal cinema di consumo.
Tanto per ricordarne alcuni tra i più significativi, Costanza Quatriglio che, oltre al drammatico corto “Con il fiato sospeso” su ricercatori deceduti per danni da laboratorio, con “Terramatta” ha vinto il Nastro d’Argento 2013; Gianfranco Pannone, che recentemente ha presentato con successo il suo “Sul vulcano”, esuberante rappresentazione del rapporto tra la gente e il Vesuvio; Giovanni Piperno, con il suo umanissimo e rutilante “Le cose belle” sulla gente di Napoli; il film di esordio più entusiasmante degli ultimi anni “Fuoristrada”, un film di Elisa Amoruso, prodotto con poche decine di migliaia di euro, menzione speciale a Roma 2013, imperdibile; Valentina Zucco Pedicini con “Dal profondo”, tutto girato in miniera con donna minatrice protagonista, vincitore al Festival del film di Roma 2013; i già affermati Andrea Segre, autore, tra l’altro, di “Io sono lì” e “La prima neve”, e Daniele Vicari, che dopo il successo di Diaz ha realizzato “La nave dolce” sullo sbarco della nave Vlora nel porto di Bari.
E poi Alessandro Falco che con “La strada di Raffael” vince a Locarno 2013, Marco Santarelli menzione speciale al Festival di Roma 2013 con “Lettere al Presidente”, e ancora “I fantasmi di San Berillo” di Edoardo Morabito vincitore al Festival di Torino 2013.

TEST DI CULTURA CINEMATOGRAFICA
Ed ora, il test di intrattenimento; stavolta vi chiamiamo a indovinare dalla foto il nome degli attori

Risposte: [clic per vedere]

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