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DIARIO IN PUBBLICO
La fruizione dell’arte

Che succede nel mondo dell’arte? Scorro con preoccupazione le notizie che arrivano sull’uso e la fruizione dei beni artistici. Leggo con stupore che nella città ‘artistica’ per eccellenza, Firenze, si procede con disinvoltura alla gestione del patrimonio culturale.

Si veda la lettera di Tomaso Montanari [Qui] apparsa su Emergenze culturali del 13 gennaio e dal titolo assai indicativo: Uffizi, monarchia assoluta del sovrano Eike Schmidt: «Secondo lo Statuto, il Comitato scientifico degli Uffizi è riunito dal direttore del museo con “cadenza almeno semestrale”. Ma in tutto il 2021 il Comitato non è stato convocato nemmeno una volta: così che per l’anno appena finito non esiste “la relazione annuale di valutazione annuale delle Gallerie”, e nessuno ha verificato e approvato “le politiche di prestito e di pianificazione delle mostre”: alcuni dei compiti che spettano al Comitato stesso».

A rendere ancora più problematica la situazione ecco l’altra querelle sull’uso delle scritte ‘sparate’ sui monumenti col nome dello sponsor. Sembra ormai che la diffusione della cultura non possa prescindere dalle tecniche sempre più invadenti e l’esempio fiorentino è stato anticipato dai ferraresi con le immagini proiettate sul Castello, dopo la proibizione dell’incendio del monumento.

Frattanto la politica culturale della nostra città sembra affidarsi alle iniziative del “segretario” del Cavaliere, Vittorio Sgarbi, che accumula presidenze di Musei in ogni parte d’Italia, e un sorriso viene strappato dalla lettura di un servizio di Stefano Lolli, che analizza sul Carlino Ferrara le operazioni di ‘Sgarbiland’.[Qui]

Si leggano queste righe dell’ultimo intervento del giornalista dal titolo Capre e scoiattoli: «E Ferrara? È ovvio che in caso di elezione di Berlusconi presidente, la prima visita di stato sarebbe al Teatro Comunale, in occasione di uno spettacolo già in allestimento, e di cui l’assessore Gulinelli ha già spoilerato il titolo. ‘Hasta Victorio siempre’, bipartisan e parmisan come piovesse».

Sicuramente il disagio che personalmente condivido con tanti amici ormai ‘semimuti’ delle associazioni culturali è evidente. Mai si è assistito a una più problematica indicazione (per essere generosi) di un nome per la elezione del presidente della Repubblica. E quello proposto dalle destre mi sembra veramente improponibile. Esprimo in questo caso il mio personale giudizio.

La malinconia della forzata clausura passata tra svogliate letture e ricerca affannosa di qualche film degno di essere rivisto si acuisce osservando i costumi degli italioti. Possibile che nel mondo delle canzonette ci si vesta in quel modo spaventoso di cui starlettine e starlettini danno esempi visivi sempre più terrificanti?

E quella vecchietta dai capelli blu, che da labbra enormemente gonfiate esprime giudizi e nello stesso tempo non esita a rivelare gambotte vecchie senza pudore o stile? Oppure la triste teoria di gente qualsiasi, il cui unico scopo è imitare i cosiddetti famosi? Puro orrore.

Non parliamo poi della pubblicità, che un famoso calciatore elargisce giornalmente e dove l’unico elemento gradevole rimane il peloso che gli sta a fianco. O la protagonista di una fortunata serie televisiva, che si esibirà al Festival di Sanremo, la cui fortuna va attribuita almeno per la metà dalla presenza di una magnifica cagnolona.

In altre parole, meglio le bestie che gli umani. Ma questo si sapeva da sempre!

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

manifestazione

SE 20.000 VI SEMBRAN POCHI…
A Firenze nasce una nuova opposizione. L’unica.

Per raccontare cosa è successo ieri, 18 settembre 2021, a Firenze, bisogna partire dall’inizio.
partigiani
Firenze, 5 agosto 1944: La Brigata Partigiana “Vittorio Sinigaglia” entra in Oltrarno.
Comincia cosi la canzone dei partigiani della brigata. Nel corso degli anni, alla sua riscoperta è seguita una popolarità rinnovata, e Insorgiam è entrato a far parte del repertorio di diverse formazioni toscane e non solo:
Insorgiam
ci chiamano gli schiavi,
sbirri della Libertà,
i bastardi non figli degli avi
che fecero la nostra Unità.
Il fascismo ci rese ribaldi
vili servi del gran capital
freme a noi tra di noi Garibaldi,
muoia dunque chi vili ci fa.
La canzone continua: Passa passa l’orda gigante e si leva / l’era nuova di pace e d’amor. / Ogni popolo è il solo padrone / della patria e del proprio avvenir; / non più guerre, non più distruzione, / solo forza che sa costruir. [Un po’ di storia e il testo integrale di Insorgiam!] 

Ne abbiamo ampiamente parlato su questo giornale [Qui] e [Qui] La lotta dei lavoratori della GKN di Campi Bisenzio contro la chiusura dello stabilimento, la delocalizzazione della produzione e il licenziamento in blocco di tutti i dipendenti, ha assunto da subito un carattere nuovo, inedito.

I 422 della GKN, i protagonisti, non si sono limitati a scendere in strada, a occupare la fabbrica e a impostare una vertenza locale con il loro padrone, ma hanno subito ‘guardato oltre’.

Hanno coinvolto tutte le realtà sociali e di movimento di Firenze. Hanno preso contatto con i lavoratori che in tutta Italia subiscono oggi la minaccia del licenziamento. Hanno lanciato un appello che chiede la solidarietà di studenti, lavoratori, disoccupati e cittadini di buona volontà.

Hanno addirittura scritto insieme a un pool di esperti una proposta di legge che vieta il ricorso ai licenziamenti alle Aziende che oggi delocalizzano, ma che fino a ieri hanno ottenuto contributi pubblici.

Dunque una lotta esemplare, che cerca di bucare il muro di silenzio di partiti e media, ed è riuscita a costruire un larghissimo e colorato fronte comune. Da qui la scelta del motto partigiano fiorentino, quel #Insorgiamo! che da alcune settimane disturba il sonno del presidente di Confindustria Carlo Bonomi.

Il risultato di questo grande lavoro di base (i lavoratori della GKN stanno ancora girando l’Italia per raccontare la loro proposta), della loro  lungimiranza e maturità intellettuale nell’impostare la lotta come “una lotta di tutti”, si è visto nell’imponente manifestazione di ieri. Più di 20.000 persone, un corteo combattivo ma composto, tantissime bandiere (rosse i maggioranza).

E’ stata ‘una cosa così grossa’ che giornali e televisioni questa volta devono rompere il silenzio tenuto nei giorni che hanno preceduto la manifestazione. Questa volta, per dovere di cronaca, devono parlarne, almeno un poco. Per una manciata di secondi, e nelle pagine interne. Solo Il manifesto concede alla notizia la sua prima pagina.

E se, come previsto, il segretario nazionale della Cgil non si fa vedere, sfila tra gli altri lo scrittore e drammaturgo fiorentino Stefano Massini. Per raccontare questo grande fiume di gente – tantissimi i giovani e giovanissimi – e le decine e decine di facce, bandiere e striscioni, la cosa migliore è lasciar spazio alle immagini:

corteo manifestazione
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Scrivono nella loro pagina Fb i lavoratori della GKN: “Siamo giunti alla fine di questa immensa giornata di lotta. Firenze è insorta, ci ha abbracciato. Ecco le nostre parole”:
https://www.facebook.com/insorgiamoconilavoratorigkn/videos/409606300551155/

crisantemo

DIARIO IN PUBBLICO
La scomparsa di Fiamma Nicolodi

 

Mi giunge la notizia della scomparsa di una cara amica: Fiamma Nicolodi, grande musicologa e studiosa. Le due sorelle Nicolodi, Fiamma e Daria erano tra le personalità più in vista della Firenze colta. La loro villa era tra i luoghi frequentati dalla cultura fiorentina. Di Fiamma sono onorato in questo Diario di postare il ricordo che la professoressa Anna Dolfi ha composto e che qui riproduco:

Fiamma Nicolodi, una presenza senza età
di Anna Dolfi

Fiamma Nicolodi
Fiamma Nicolodi nel novembre 2017

” Era una strana scuola la media Carducci di via Borgo Pinti. Di sicuro una delle più quotate di Firenze, con professori che brillavano, non so se per bravura, certo per severità e per un’acuta sensibilità al ceto sociale. Non c’è dunque da stupirsi che fosse frequentata per lo più da rampolli di famiglie importanti, che vivevano in classe e fuori in una complicità che fatalmente funzionava ad excludendum.
Solo un paio di ragazze di quel gruppo facevano eccezione, e Fiamma era tra queste. Il suo distacco non aveva niente di intenzionale, legato com’era a una specie di svagatezza, a una naturale eleganza, a una precoce urbanità alimentata da una storia di cui niente si sapeva, ma che si intuiva difficile.
Incontrandola con sorpresa e piacere quasi vent’anni dopo in casa di amici, scoprii che anche lei non aveva amato quegli anni, e che il nostro giudizio su insegnanti e compagni non era molto diverso. Non fu dunque sul ricordo di un mondo, ma per la distanza da quello, che cominciammo a incontrarci con piacere, a parlare di università e di cultura, di libri, di città, di vacanze, di musica.
Soprattutto di musica: dei concerti ai quali le capitava di invitare me e Laura, specie se con programmi e con intrepreti di nicchia da andare poi magari a trovare in camerino, o delle prime al Comunale o al Teatro del Maggio dove era facile incontrarla, sì che la si cercava con lo sguardo raggiungendola durante gli intervalli quando passava sorridendo da un’autorità all’altra.
E poi la si vedeva in Facoltà, o per le strade di Firenze, dove sfrecciava sulla sua bicicletta con cestino, muovendosi dalla bella casa di S. Niccolò – piena di libri e di dischi, dove non mancava uno splendido pianoforte a coda – per andare in centro, ai teatri, a lezione.
Laura, mia sorella, che era stata compagna di scuola di Daria, l’aveva frequentata piuttosto a partire dagli anni di Salerno e mi portava lo spaccato di un pendolarismo universitario faticoso, attenuato proprio dalla condivisione. Così eravamo in due a lanciare il suo nome quando si organizzava una cena con amici che si pensava potessero piacerle. Anche la mamma era contenta di vederla: Fiamma, che aveva avuto una madre difficile e lontana, aveva nei suoi confronti un’attenzione tutta particolare, che diceva molto della sua sensibilità.
Ma se penso oggi a qualche giorno o momento del passato legato a lei, mi tornano a mente in particolare un pomeriggio e una serata a Forte dei Marmi, con i suoi racconti di un mondo semi scomparso di esuli e di spiagge deserte, conclusosi con una cena in una sala poco illuminata della mitica Villa Elena; una grigliata settembrina da noi, a Viareggio, che ci siamo riproposte più volte di ripetere, e alcuni incontri parigini in presenza, ma perfino in assenza, visto che mi capitò di entrare notte tempo, su suo incarico, munita solo di una torcia elettrica, in un appartamento chiuso che aveva in affitto a due passi da Notre Dâme per recuperarle, in un secretaire dai molti cassetti, documenti che le erano rimasti a Parigi.
Abbiamo scherzato a lungo su quella mia impresa da agente segreto e su altre, letterarie e no, nelle quali tentavo di coinvolgerla. Mi piace ricordarla così, con il suo serio sorriso, perennemente giovane, nonostante le vicissitudini di salute, equilibrata, talmente incapace di lamentarsi da sparire all’improvviso in una notte di agosto, portando con sé la sua straordinaria capacità di leggere come pochi gli spartiti, non solo della musica, ma della vita.”.

A questa figura è inevitabile associare quella della sorella Daria, la dark Lady delle scene italiane, compagna e attrice in tanti film di Dario Argento e madre di Asia, anche lei attrice. Per la biografia di Daria Nicolodi (1950-2020) [Vedi qui].
Fiamma fu talvolta suggestionata dall’avventurosa esperienza di vita e di lavoro della sorella, ma la sua straordinaria formazione culturale le impedì di essere coinvolta in questo giro, anzi! si rafforzò la sua acribia filologica e la sua severa ma appassionata difesa dei valori di una cultura di cui fu esempio straordinario.

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

Esperienze fiorentine. Dalla Sinagoga agli Uffizi (con spavento)

Parte la delegazione ferrarese per raggiungere Firenze, la Sinagoga, e partecipare così, il 5 settembre sera, all’evento ‘Sogno e visione’ che si svolgerà nel giardino dove, dopo una deliziosa cena ebraica, si svolge un ricordo da me tenuto dell’amico scomparso Guido Fink, poi la presentazione del volume Vivere è scrivere. Una biografia visiva di Giorgio Bassani , Edisai 2019 curato da Portia Prebys e da chi scrive e, per concludere, il Concerto della Klezmerata Fiorentina con il grande Igor Polesitsky al violino, Riccardo Crocilla al clarinetto, Francesco Furlanich alla fisarmonica, Riccardo Donati al contrabasso. Il tema del concerto era costituito dalle musiche suonate nelle steppe ucraine ad un matrimonio: “Sognando Kalinindorf che è il luogo dove il violinista e la sua famiglia vissero. La qualità del concerto semplicemente favolosa. I tre musicisti, oltre Polesitsky sono prime parti del Maggio Musicale fiorentino: due cristiani e il terzo, Crocilla, ebreo come il violinista. Una perfetta fusione di intendimenti e cultura. Gli astanti, più di trecento persone, non hanno voluto lasciare il giardino dove si svolgevano questo eventi se non a mezzanotte passata. Allora mentre accarezziamo le meravigliose melagrane che bordano l’ingresso, lanciamo un buonasera grato ai giovani militari che ci proteggono e ci custodiscono da eventuali pazzie- sempre possibili – in quei luoghi. Ci ritiriamo nell’hotel adiacente dove minuscole camere ci ospitano secondo il principio del ‘piccolo è bello’ e siamo cullati dai notturni discorsi che i giovani continuano ad esprimere lì in quel luogo, uno dei centri più importanti nella città del fiore.

Il giorno dopo in piccola ed eletta compagnia ci rechiamo agli Uffizi dove la cara amica e collega fiorentina Dora Liscia (tra le altre connotazioni quella di essere nipote di Giorgio Bassani così come il presidente della Comunità, suo fratello David) ci illustrerà la bellissima mostra da lei curata Tutti i colori dell’Italia ebraica. Tessuti preziosi dal tempo di Gerusalemme al prêt-à-porter. (catalogo a cura di Dora Liscia Bemporad e Olga Melasecchi, Firenze, Giunti, 2019). Si decide di visitare i piani superiori del grande Museo non ancora visti dopo il restyling voluto dal direttore Eike Schmidt ed eseguito dall’architetto preposto alla realizzazione Antonio Godoli. Il compimento del progetto si deve anche al ministro Dario Franceschini allora a capo del Mibact. In che cosa consiste la nuova ‘copertina’ di uno tra i musei più famosi del mondo? Assemblare le opere dei più importanti pittori che attirano i milioni di visitatori: Botticelli, Leonardo, Michelangelo, Caravaggio in sale a loro dedicate che hanno un percorso diverso da quello tradizionale, scardinando così l’otto-novecentesca struttura storica in due percorsi ben definiti: l’uno riservato a coloro che si recano a vedere le opere che attirano le masse, l’altra invece concessa a quella piccola parte di visitatori che ancora credono al museo come luogo di sapere e di conoscenza.

E’ dunque la nuova funzione del Museo che viene messa in discussione e che spinge alla risistemazione delle opere secondo un principio ‘turistico’. Un articolo di Francesco Bonami, “Come cambieranno i musei. A caccia di una nuova identità, tra collezioni da difendere e realtà virtuale, le istituzioni di ieri inseguono modelli alternativi”. apparso su Repubblica di martedì 11 ben centra il problema. Da una parte l’accusa di Bonisoli, il ministro succeduto a Franceschini (ora di nuovo reintegrato nel suo ruolo dal Conte 2), di avere creato anarchia “Demotivare i musei con la scusa di controllare derive anarchiche non può fare altro che arrestare la necessaria-seppur imperfetta – trasformazione del museo come caposaldo fondamentale della cultura contemporanea. Come ben evidenzia il problema Bonami, in tutto il mondo si assiste alla trasformazione del museo “da depositario del sapere […] in luogo di esperienza e spesso di intrattenimento e divertimento”.

Allora si spiega la de-storicizzazione del museo in luogo di esperienza sensoriale e visiva dove non si guarda ma si capta la bellezza solo virtualmente attraverso l’uso smodato del terzo occhio, il cellulare, usato per cogliere la situazione tra le grida isteriche dei poverini addetti alla guardianìa che a ritmo di preghiera vudù in continuazione gridano “no flash, no flash”. Così come il genio di Mozart è servito a diffondere nel mondo i cioccolatini, ecco allora le disposizioni delle sale programmate compresa quella dove campeggia il tondo Doni entro una magnifica scodella degna della migliore ribollita. Oppure, l’allusione al proibito come per la sistemazione di una delle statue classiche più famose del museo: l’Ermafrodito. Una stanza totalmente al buio, il marmo colpito da una luce accecante che mette in risalto le qualità della sua natura binaria. S’invitano ad osservare quadri imbarazzanti dal buco della serratura oppure sei costretto a percorrere interminabili chilometri in attesa di uscire continuando a rivedere, tra il puzzo umano dell’estate implacabile, i Caravaggio fino ad arrivare dantescamente “a riveder le stelle”.

Che delusione caro amico Dario Franceschini! Non si poteva ripensare prima a cosa si andava incontro? Non dico di conservare la mia esperienza che si perde nella notte dei tempi: studiare l’esame di storia dell’arte dentro il museo a quei tempi vuoto. Una situazione ormai impossibile; ma di riappropriarsi della storia e per gusto della novità non precipitare solo nell’esperienza virtuale.

Conclude Bonami: “I musei non sono nazioni, ma immaginare di farsi carico del loro futuro è una sfida che dovrebbe affascinare e non spaventare”. Ed io agli Uffizi mi sono spaventato.

Uno sguardo letterario sul cinema: a ricordo di Guido Fink

Ferraraitalia pubblica in anteprima il testo che il professore emerito Gianni Venturi leggerà domani (5 settembre) alla Sinagoga di Firenze

Un ricordo per l’amico scomparso Guido Fink

“Dopo il saluto del rabbino capo della Comunità di Firenze Josef Levi, ha preso la parola il figlio Enrico che ha sottolineato come il padre sia stato un uomo fortunato perché ha vissuto cosi come voleva, con l’amore di una madre, amante della poesia, della moglie e del figlio. «Ha voluto insegnarmi ad amare l’ebraismo – ha aggiunto – ed io sono stato molto fortunato di averlo come padre»”

Questa è la dichiarazione pronunciata da Enrico Fink nella Sinagoga del Cimitero ebraico di Ferrara durante la cerimonia di addio per il padre Guido, come riferisce la cronaca locale del “Resto del Carlino”. E mentre parlava mi si svolgeva davanti, come un film, la lunga storia dell’amicizia che ci legò – Guido la sua famiglia e la mia – per più di settant’anni ritrovandoci in occasioni le più disparate. Alcune di queste le ho già ricordate e, non ultima, quella che ho scritto nel capitolo a lui dedicato nel volume curato da Portia Prebys e da me, “Vivere è scrivere. Una biografia visiva di Giorgio Bassani”, Ferrara, Edisai, 2018.

Guido Fink era nato a Gorizia nel 1935, figlio d’un ebreo russo, Itzak (Isacco) scomparso ad Auschwitz. La madre Laura, donna di grande intelligenza e cultura, il cui cognome Bassani poteva ricordare una parentela con lo scrittore, che tuttavia non esisteva, bensì un grande amicizia, durante la guerra iniziò una attività singolare: la confezione di paralumi raffinatissimi che proseguì per diversi decenni fino alla sua scomparsa. Nel 1938 in seguito alle leggi razziali, con la madre, Guido si trasferisce a Ferrara presso i nonni, mentre il padre si reca a Roma. La situazione precipita quando, in seguito all’uccisione del ‘ras’ ferrarese, il federale Igino Ghisellini nel 1943 venne organizzata una rappresaglia che portò all’uccisione di 11 persone sugli spalti del Castello. Tra costoro, rappresentanti importanti della comunità israelitica ferrarese: come il dottor Umberto Ravenna, ottantenne, l’avvocato Giuseppe Bassani, l’ingegnere Silvio Finzi, il professore Mario Magrini, Vittorio e Mario Hanau, padre e figlio, l’uno di 65 e l’altro di 41, entrambi commercianti di pellami. L’episodio è stato raccontato da Giorgio Bassani ne “Le cinque storie ferraresi” e dal regista ferrarese Florestano Vancini nel film “La lunga notte del ’43”.

Guido Fink nell’immediato dopoguerra è ormai inserito nella sua reale passione, la storia del cinema; tuttavia non sarà questa l’attività del suo lavoro accademico bensì l’insegnamento della letteratura anglo-americana prima a Bologna poi a Firenze. Nodo centrale della sua vita e delle sue scelte culturali sarà in primis Ferrara. Dopo le leggi razziali gli ebrei vengono allontanati dalle scuole, dalle università, dalle istituzioni pubbliche. Giorgio Bassani laureando, raduna attorno a sé nella Sinagoga di via Vignatagliata gli ebrei allontanati dalle scuole pubbliche e tra gli allievi più giovani avrà Guido che si legherà a lui con un’amicizia fraterna. Nel ’46, alle medie, mio fratello sarà per un anno compagno di banco di Fink e attraverso questo contatto comincerà la mia amicizia con lui. Prestissimo la sua passione per il cinema esplode e si nutre del rapporto con registi, sceneggiatori, uomini del cinema: da Aristarco ad Antonioni, da Zavattini al gruppo di ‘Cinema Nuovo’. Nei tardi anni ’50 si laurea all’Università di Bologna, dove consegue la Laurea in Lingua e Letteratura Inglese con una tesi su Henry Fielding. Nello stesso anno inizia la collaborazione con la rivista Cinema Nuovo, per la quale scrive, nell’arco di un quindicennio, numerosi saggi, articoli e recensioni di film. Da poco ho scoperto una straordinaria storia parallela che si svolge tra Ferrara e Firenze sotto il segno dei paralumi.

A Firenze, in via degli Alfani, di fronte al Conservatorio c’è una straordinaria bottega artigianale oggi gestita da Leonardo Becucci che tramanda l’antica e raffinata arte dei paralumi: “L’esercizio venne avviato dal nonno di Leonardo, Livio, nel 1940; inizialmente lavorava alla Galleria dell’Accademia poi si mise in proprio ma già prima di iniziare l’attività sagomava fusti per altre botteghe che erano già presenti nel quartiere. Nel 1946 si aggiunse il babbo Franco che qui è rimasto fino a due anni fa. Leonardo Becucci è entrato a bottega per aiutare il padre subito dopo il servizio di leva, nel ’94 e da circa un anno e mezzo è rimasto da solo a tirare avanti: “Mio padre è stato qui fino all’ultimo perché il vero artigiano sta in bottega fino a che può”. In questa bottega il nonno di Leonardo nascose dopo le leggi razziali e l’invasione tedesca alcuni ebrei, nel soppalco e tra questi alcuni membri della famiglia Rimini. Così mi raccontò il signor Franco quando gli commissionavo alcuni paralumi; per cui la mia casa porta l’impronta testimoniata dai paralumi confezionati dalla signora Laura Bassani Fink e dal Beccucci.
Guido sposa Daniela Mantovani figlia di Marisa, celebre diva dei telefoni bianchi e da questo felicissimo matrimonio, saldissimo nel tempo, nasce Enrico che sceglie la carriera di musicista: Così nella sua biografia:

“Enrico è nato a Firenze il 4 Settembre 1969. Ha sempre vissuto e studiato a Firenze, tranne che per due brevi periodi di circa un anno ciascuno passati negli Stati Uniti con la famiglia, a New York e a Berkeley. Da bambino era certo di voler fare l’astronomo, e ha seguito questa idea per buona parte della sua vita, giocando a fare lo studente modello (e suonando, certo, ma da dilettante) e ottenendo a pieni voti prima la maturità classica e poi la laurea in Fisica. Dopo una pausa per il servizio civile (svolto presso l’Arci di Firenze, a cui collabora tuttora come responsabile delle attività culturali), nel 1996 ha dovuto scegliere fra una borsa di studio ottenuta per studiare presso l’Università di Cornell, a Ithaca, NY (Usa) e la possibilità di incidere con l’Orchestra Regionale Toscana e il quartetto “Klezmer Klowns” con cui all’epoca si esibiva, il suo primo disco di materiale ebraico; tra l’incertezza di un futuro nell’astrofisica e l’insicurezza di un futuro nello spettacolo, ha scelto la strada che quantomeno gli garantiva di divertirsi un po’ di più, e ha detto addio all’astronomia.”.
Memorabile a ricordarlo quando Enrico nel quarantennale della pubblicazione de “Il giardino dei Finzi-Contini”, cantò la tiritera del “capret d’al nostar Sgnior mentre la sorella di Giorgio Bassani, Jenny Liscia, commentava i ‘bocconi’ del pranzo raccontato nel romanzo.

Guido compie una straordinaria carriera come anglo-americanista. Ricopre la cattedra di questa materia all’Università di Bologna e poi di Firenze che diventa, dopo Ferrara, la sua patria. Qui, destino o caso, i ferraresi sono di casa alle Facoltà di Magistero e di Lettere dove insegnano due maestri quali Claudio Varese, sardo ma cittadino onorario di Ferrara e Lanfranco Caretti di origini ferraresi che teneva però corte in altro ambiente e con altri studiosi.

Per anni, al martedì o al mercoledì sera, i ‘ferraresi’non necessariamente d’origine ma di cultura si riunivano in Viale Volta nella casa di Claudio e Fiammetta Varese. Gli allievi e collaboratori, Giorgio Cerboni Baiardi, Gianni Venturi e più tardi Anna Dolfi e Marco Ariani. Qui s’incontrava il poeta Rinaldi compagno di Lina Baraldi un tempo moglie del romanziere Dessì, il critico d’arte Alessandro Parronchi e naturalmente i Fink che abitavano a poche centinaia di metri, in via della Piazzola.

La passione di Guido per il cinema non si estingue nel tempo.Si lega di solida amicizia con Sandro Bernardi che ricoprirà la cattedra di Storia del Cinema dopo il pensionamento di Edoardo Bruno che deteneva quella cattedra . Sono per me anni importanti che mi riporteranno a Firenze dopo un ‘esilio’ urbinate di cinque anni a ricoprire quella cattedra di Letteratura italiana che fu del mio Maestro Claudio Varese.

I rapporti con Guido s’infittiscono in quanto lui docente allo Smith College di Firenze ottiene per me una borsa di studio per un insegnamento annuale a quel College prestigiosissimo in Massachusetts negli anni ’80 del secolo scorso.
Viene nominato dal Ministero degli Esteri direttore del Centro di Cultura Italiana a Los Angeles (luglio 1999 – giugno 2003) e nel 2004 riceve un premio dall’AACUPI (Association of American College and University Programs in Italy).
In quegli anni, grazie anche al suo rapporto di lavoro e di amicizia con Roberto Benigni, all’attore e regista italiano verrà assegnato un Oscar per La vita è bella, madrina d’eccezione, Sofia Loren. Un capitolo a sé meriterebbe l’elenco delle sue numerosissime incursioni nell’ambito della storia del cinema, i suoi lavori su grandissimi autori tra cui of course quelli su Michelangelo Antonioni che ribadisce il complesso e affascinante percorso della ferraresità ormai mondiale: Giorgio Bassani e Michelangelo Antonioni. Rimando a un suo libro che mi è particolarmente caro, Nel segno di Proteo (2015) il cui sottotitolo rimanda al maestro che gli fu caro: Da Shakespeare a Bassani. Dalla lingua del Bardo che insegnò per una vita a quella dello scrittore ferrarese siglate in ben quattro capitoli: “Le tre Notti del 1943”; Prefazione a “Cinque storie ferraresi”; “La scuola ebraica di Via Vignatagliata”; “In fondo a Via delle Vigne”.

L’università di Firenze decise di festeggiare sia Guido che me quando lasciammo il lavoro. Andai a prendere Guido a casa con il taxi; ma giunto davanti al Rettorato Guido mi disse che non si sentiva di affrontare quell’incontro. Nonostante fossimo vicini di casa a Firenze fu l’ultima volta che lo incontrai di persona.

Ciao Guido.

DIARIO IN PUBBLICO
La città del fiore ovvero la sconfitta della cultura

E dopo alcuni mesi ritorno a F. – effe puntato – non la città indicata da Giorgio Bassani con questo monogramma, Ferrara, ma a quella ideale, in cui ho passato esattamente metà della mia vita (1954-2017), Firenze.
Già all’uscita dalla stazione (avevo chiuso gli occhi per non vedere e non ricordare le dolci colline di Castello che il treno sfiorava) sono accolto dalla completa distruzione di uno dei luoghi più noti dell’architettura novecentesca, cioè la stazione di Santa Maria Novella, ormai Gotham City, dove il cataclisma provocato dai mostri non ha un Batman che la salvi. Percorro via Cerretani tra tripudi di scarpe e borse. I vecchi ristoranti hanno ceduto il posto a esoteriche gelaterie e uno di essi porta l’insegna di un luogo dove ho studiato per anni: “la Dantesca”! Fendo folle sudaticce e non certo odoranti di mughetto, il fiore di maggio; ascolto scalpiccii di piedi che sortono dalle più impensabili “scarp da tennis” direbbe Jannacci. Come in un ritratto ricordo vecchi alberghi, negozi raffinati che s’accalcavano attorno alla svolta per via Tornabuoni e poi e poi la marea vociante si confonde in un unico balenare di teste e di selfie attorno al Battistero irriconoscibile.

In questo confuso accavallarsi di arte, ‘magnate’, compere si rispecchia non a caso la confusa situazione della politica italiana che non riesce e non vuole organizzarsi in un serio progetto di salvezza nazionale. Il panciuto e affannato mister s’adopera a condurre le sue greggi nei luoghi sacri dell’arte: chissà se ancora potrà risuonare attuale l’invito alla salvezza del mondo proposto da Giotto o da Brunelleschi o dal ‘Devid’, che sovranamente indifferente spalanca l’occhio a guardare con aria perplessa le folle adoranti che gli scrutano i cabasisi per valutarne la virile qualità non capacitandosi della loro piccolezza.
L’arte viene dunque mangiata. A morsi. A bocconi. Come una pizza d’asporto senza nemmeno più il decoro di un buon ristorante. E se si fa giustamente un caso della perdita di un dito nello spostamento della Santa Bibiana del Bernini che dire dei fiati, degli umori, dei vapori comprese le puzzette (una fragorosa mi riporta all’oggi transitando in Piazza della Repubblica) che lentamente come le fibre dell’eternit mangiano il nostro patrimonio artistico? Firenze è dunque sulla via del non ritorno? Penso proprio di sì. E l’ombra di questa minacciosa lebbra sta invadendo poco a poco anche le città di provincia, come la nostra. Le mostre inutili, gli ‘eventi’ che servono ormai a diffondere la sbrigativa consapevolezza che un nome di un artista può produrre economia. L’arte a tutti, per tutti, di tutti e senza difese cancella l’arte. Che fare? Ritirarsi sull’Aventino e attendere? Oppure denunciare, riflettere, organizzarsi? Gli amici fiorentini preoccupatissimi assistono allo sgretolarsi dell’influenza dell’associazionismo culturale che pur combattendo perde sempre più terreno.
Del nostro ferrarese non sono più al corrente.

Mi siedo all’antico caffè in piazza del Battistero, che per decenni zuccherava il mio spleen con pasterelle deliziose. L’espresso sbattuto lì con malagrazia da un cameriere nervoso (a Firenze una condizione immutata nel tempo) è un’acqua tinta – direbbe Dante – mentre il conto ovviamente è all’altezza del luogo. M’intenerisce una coppia non giovanissima, forse della mia stessa età. Lei si china sul quadernuccio e annota le sue riflessioni: un raggio di sole nel caos infernale di una piazza degna del Paradiso.
Passo da Seeber, ormai Ibs-Libraccio, e mi rifugio per un attimo tra i bambini-libri mentre attorno e di lontano lo strascinamento dei piedi fa da coro muto (o quasi) al lento sfaldarsi della bellezza.
E’ un atteggiamento da radical-chic? Forse. Ma è pur vero che la denuncia può e deve essere l’ultima difesa contro l’immagine del degrado. Nel suo bellissimo libro Chaim Potok, ‘Il mio nome è Asher Lev’, l’artista che insegna il senso della pittura al ragazzino Asher afferma: “ La pittura di un uomo riflette la sua cultura o è un commento ad essa, oppure è semplice decorazione o una fotografia.” Ecco. In questo mondo infelice è necessario indicare di nuovo come meta ultima la connessione dell’arte con il suo contesto. Oppure contentarci di vivere nel mondo irreale dei social.
Vedo in tv la nipote della mia dea: Laura Morante. E’ spronata dalla Gruber a dire qualcosa sulla politica del Pd. La dice col suo bellissimo e mobile viso. Si vede che è tesa; infatti nella trasmissione sarà annunciata l’uscita del suo primo libro di racconti.
Questo è sì vero coraggio. Non temere l’inevitabile confronto con lei nonostante sia inevitabile. E dopo due bruttissime biografie uscite in questo mesi sulla Morante, una francese di René de Ceccatty, l’altra italiana di Anna Folli, la sfida o l’amore per la parola e nella parola riporta di nuovo un filo di speranza a contrastare l’Altro Mondo: quello della bruttezza e del caos.
Salviamo Firenze, salviamo Venezia e pure Roma se potrà essere possibile.

BORDO PAGINA
“Cecilia 2.0”, la spia aliena di Firenze. Intervista a Fabrizio Ulivieri

On line per Asino Rosso eBook di Ferrara, “Cecilia 2.0” dello scrittore fiorentino Fabrizio Ulivieri, segnalato anche dalla stampa nazionale (Il Giornale) e internazionale per lavori precedenti (“Rugile” e “Il Sorriso della Meretrice”). Un autore controculturale, tra erotismo e fantascienza. E quest’ultimo racconto ha per focus una splendida e conturbante aliena in missione nella rinascimentale città d’arte Firenze. Ecco una intervista allo scrittore, che stanco di certa Italia, annuncia il suo trasferimento esistenziale e logistico in Lituania, diversamente esempio (letterario in questo caso) di cervelli in fuga dall’Italia.
Tempi neopuritani, l’erotismo sempre zucchero della vita quotidiana autodiretta…
Il sesso nel tempo di crisi sarebbe una grossa arma creativa se si sapesse usarla. Ma se devo essere onesto a me sembra che anche nel sesso (erotismo è già una parola altolocata per i nostri tempi, come la parole letteratura) non ci sia più inventiva/creatività… o meglio, mi sembra (soprattutto fra le giovani generazioni) che vi sia sempre meno interesse per il sesso reale… Il sesso che lo si voglia o no è un “valore” ed è mia personale opinione che i valori crescono solo laddove vi è poca libertà (tirannie, governi autoritari…). Dove regna troppo permissivismo, la libertà non è più un valore ma è solo un pretesto per disinteressarsi di tutto. Le “democrazie” occidentali sono il miglior esempio del fallimento della “libertà” e ergo della creatività supportata da valori connessi al desiderio di libertà.
Nell’ eBook Firenze in primo piano…
Sì, Firenze era allora al centro dei miei interessi. Ora mi ha stancato anche questa città, bellissima ma non più identitaria. Troppe razze, troppe etnie… Io ero nato italiano, ora non so più chi sono… infatti mi trasferisco. Vado a vivere a Vilnius, in Lituania, una nazione ancora identitaria.
Nell’ eBook Cecilia , americana, esprime anche una critica metapolitica e culturale a certo Way of life statunitense e diversamente imperialismo quasi orwelliano…
Vero. L’imperialismo del loro Deep State ci ha portato all’esistenza di una Matrix, quasi. Un Deep State che ormai raramente colpisce in modo diretto ma sempre indiretto tramite terrorismo, false flags, proxy wars, mainstream (che è poi manipolazione dell’informazione a livello globale)… Cecila era a Firenze per questo, per creare i presupposti di un’azione indiretta…

Info
http://www.ilgiornale.it/news/cultura/sorriso-meretrice-1017945.html

ECOLOGICAMENTE
L’assetto idrogeologico nel tempo

Spunti di riflessione tratti dal libro che ricorda e festeggia 150 anni del Corriere della Sera, Editore Rizzoli.
Prima pagina: “una visione del passato aiuta a vivere l’oggi”.

Lunedì 8 ottobre 1888
“Badiamo ai monti. I disastri fluviali che hanno desolato recentemente la zona superiore della valle del Po ci ripongono innanzi il solito problema che ad ogni inondazione si comincia a discutere e dopo ogni in d’azione si oblia. Quali sono i mezzi con i quali impedire il ripetersi di queste sciagure? C’è lo stiamo chiedendo ancora, senza risposta. Di queste noncuranze però, e di queste ingiustizie i monti si vendicano qualche volta, e allora fanno sentire terribilmente alle pianure il loro quos ego. La nostra legge sulle opere pubbliche è, rispetto a questi bisogni idraulici, di una deplorevole insufficienza”.

Mercoledì 24 giugno 1903
“Indifferenza funesta: le piogge fastidiose del mese di giugno non hanno allarmato l’opinione pubblica perché i fiumi non hanno straripato e delle città intere non sono state distrutte, come l’anno scorso in Sicilia, per la violenza dei nubifragi; ma quei pochi dei quali in Italia si preoccupano dell’urgenza dei rimboschimenti non hanno potuto non pensare che ogni pericolo di maltempo aggiunge qualcosa ai danni antichi e rende più difficile è costosa l’opera di salvezza”.

Venerdì 16 novembre 1951
“La piena del Po ha assunto proporzioni veramente catastrofiche. Commossa solidarietà del Parlamento agli abitanti delle zone alluvionate”.

Venerdì 11 ottobre 1963
“L’onda della morte. Una catastrofe inimmaginabile. Cadaveri dappertutto, ma molti non avranno mai sepoltura. Il disastro e’ avvenuto in pochi minuti: una valanga liquida è scesa fulminea dalla diga per la frana di un intero costone del Monte Toc”.

Domenica 6 novembre 1966
“l’Arno decresce, l’Adige e il Tagliamento rompono. Desolazione e carestia a Firenze e Venezia, Trento, il Friuli e mezza Toscana allagati. L’Italia impreparata a difendersi dalle alluvioni, ma la previsione di questi fatti, con descrizione di cause note da molto tempo e con proposte di rimedi, la troviamo in relazioni scritte già anni or sono da esperti universitari e da ingegneri del genio civile. Il Parlamento nel 1962 approvò la Legge dei Fiumi lasciando le cose al punto in cui sono”.

Martedì 29 aprile 1986
“Valanghe e alluvioni nel Nord Italia. Continua l’andata di maltempo con piogge in pianura e nevicate in montagna. Numerosi i paesi isolati dalla slavina nelle valli. Ancora straripati i laghi Maggiore e d’Orta. In piena Ticino, Sesia e Dora”.

Per non dimenticare l’alluvione del Sarno 1998, Genova 2014, Livorno 2017 e tante altre vicende drammatiche.
La storia più recente ce la ricordiamo e vorremmo non si ripetesse.

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DIARIO IN PUBBLICO
Vacanze fiorentine

Se penso a Firenze nello scorso week-end pasquale e in previsione di questo nuovo ponte festivo sono afferrato da un brivido di paura. Come è possibile ridurre una città in quello stato e in quelle condizioni? Il percorso di via Calzaioli, dal Duomo a Piazza Signoria, avviene strascicando i piedi e volgarmente urtando chi non cede il passo. Nel loro andare simili alla schiera dei superbi nel Purgatorio. Così Dante: “Maestro, quel ch’io veggio/muovere a noi, non mi sembian persone/e non so che, sì nel veder vaneggio”/ Ed elli a me:” La grave condizione / di lor tormento a terra li rannicchia…” .

Tutti i componenti la processione avanzano tenendo lo sguardo fisso al terzo occhio che non è quello della sapienza ma un più banale telefonino, così quello che ‘loro’ percepiscono della città è un’immagine riflessa. In piazza tra i cavalli bendati delle carrozzelle s’irrigidisce una coppia orientale di sposi: lei avanza con il passo solenne delle sacerdotesse poi, arrivata sotto il Perseo di Cellini, spicca una liberatoria corsa immediatamente ripresa dal fotografo al seguito, rivelando sotto il lungo e bianco vestito le scarpe da tennis. Nel frattempo il cavallo incappucciato molla una sloffa prontamente nascosta dal vetturino. Nella mia via innumerevoli turisti si apprestano a cercar di fotografare dal vivo i cabasisi del ‘Devid’ di Michelangelo. Sventolano bandierine colorate dietro le quali si trascinano folle sudaticce prontamente incanalate nei negozi strapieni di borse e di pellame tenute d’occhio dal ras del quartiere che mi guarda con occhio sprezzante perché oso entrare nel mio portone e interrompere così il torbido andare delle truppe cammellate. Una vecchia penosamente trascina il trasportino cercando di evitare la distesa degli orrendi quadretti esposti sul marciapiede sotto l’occhio algido dei vigili che disprezzando i venditori li fanno fuggire dieci metri più in là, mentre con severa decisione multano un ciclista che osa entrare in sella nella zona pedonalizzata. Non è rumore, ma un continuo strascinìo che sembra di fogliame secco, mentre in un attimo i bidoni della spazzatura, che orgogliosamente ergono il giglio fiorentino, strabordano di rifiuti ma anche di televisioni (giuro!) abbandonate fuor dei gradini del portone accanto al mio. Truppe di americanine miagolanti, parlando col naso s’abbattono sul muretto dell’Orto dei Semplici per potere meglio consultare i loro phones ignare che alle loro spalle inutilmente fioriscono le meravigliose azalee. Nella miglior trattoria, un tempo riservata ai fiorentini, s’allunga la folla di coloro che tentano di entrare; invano se non si ha prenotazione e orario fisso. Puoi mangiare alle 22.45. Se sfori di 5 minuti sei escluso dal paradiso delle bistecche.
E nella notte silenziosa s’alza un russare infinito a cui il Cupolone risponde con l’ombra che non copre più Toscana tutta, ma la perpetua volgarità del magna tu che magno io.
Un rifugio temporaneo è offerto dalla biblioteca-caffè che il teatro Niccolini apre tra velluti e libri: deserta. La raffinatezza spaventa gli hidalghi del tutto compreso.

Si decide di fuggire in campagna.
S’aprono sotto l’azzurro perfetto i consueti scenari di una bellezza senza tempo. Vigneti, boschi, uliveti sembrano offrirsi allo sguardo senza più veli e mente e cuore s’accordano nell’accarezzare le meraviglie donate allo sguardo. Arriviamo a Vinci, il paese che dette i natali a un artista che, secondo un’inchiesta televisiva nella quale si poneva incautamente a giovinetti dalla barba incolta e dal ciuffo brillantinato la domanda “Dove è nato Leonardo da Vinci?” rispondevano cautamente “Milano”. Da lì ci si sposta a Cerreto Guidi, antico feudo dei conti Guidi di dantesca memoria, il cui castello ospita una strepitosa collezione di quadri e il museo della caccia. La villa medicea dichiarata patrimonio dell’Umanità ci si offre nel più completo silenzio: nessuno. Cordiali custodi ci accolgono mentre Lilla gioca con le bambine del luogo venute a coglier margherite nel prato antistante. Il tempo si ferma e io, almeno per una volta, non resisto a fotografare il più bel berceau di glicini che abbia mai visto. Finalmente la cultura prende il sopravvento. Ci sono in collezione due Guercino strepitosi, ma niente ‘Devid’ di nessun autore. Proseguiamo per Montegufoni, antica villa della famiglia Acciaioli comprata nell’Ottocento dal celebre storico Sitwell, che commissionò a Gino Severini la decorazione di una stanza che s’affaccia sulla valle. L’attuale proprietario è dispiaciuto di non potermi far vedere gli affreschi poiché tutto il castello è occupato; ma mi assicura che in maggio mi metterà a disposizione la stanza. Ma vuoi mettere passeggiare incontrando un Ninfeo cinquecentesco e spalliere di rose canine? E il ricordo che qui furono nascosti e ospitati in tempi di guerra celebri quadri dei Musei fiorentini per salvarli dal depredamento dei nazisti?

Ritorniamo nella bolgia dantesca della Città del Fiore ripromettendoci una Pasquetta all’insegna del Chianti. E mal ce ne incolse.
Tra rombanti centauri superiamo a passo d’uomo Greve invasa dai mercatini poi ci spostiamo a Brolio e lì nel castello del barone Bettino Ricasoli che sposò la ferrarese duchessa Massari ho la prima crisi di nervi. Il percorso in salita è quasi di un chilometro. Non è castello per vecchi. Ci trasciniamo Lilla, moglie ed io per le dure e bianche stradine imprecando le mancanze di cartelli avvisatori di tal arduo percorso: “montasi su in Bismantova e ‘n Cacume con esso i piè; ma qui convien ch’om voli…” saggiamente scrive il Poeta. Accesso di furore ariostesco sfogato sull’incolpevole bigliettaia.
Nulla mi dice la fortezza neo-rinascimentale, rifiuto il belvedere e le distese di vigneti e giardini all’italiana; ma i soccorrevoli cognati sprezzando il cammino tornano alla macchina e ci offrono sollievo e conforto. Lilla frattanto gioca a far la vezzosa con possenti maschi pelosi che la osservano vogliosi; ma invano!
Ricordo antiche suggestioni giardinesche e propongo il parco di villa Chigi a Castelnuovo della Berardesca. Arriviamo in un altro dei miei paradeisos. Sotto la Torre dell’Orologio alcune bambine mi fermano chiedendo di potermi fare un ritratto e esibendo schizzi in cui illustrano le loro capacità. Rifiuto gentilmente offrendo loro un gelato che viene rifiutato: l’arte non si paga!
E nel tramonto che dolcemente sfuma i contorni ci si avvia verso la città del fiore. Ecco Siena poi tra l’ululo dei motori dei centauri ci si mette in coda. Tre ore e un quarto più tardi di lontano appare il Cupolone.
L’uovo di Pasqua delle vacanze di massa.

Al Vittoriano trionfa l’eleganza del Signor Boldini da Ferrara

“La vita è moto; Boldini è stato il pittore dinamico per eccellenza. Dinamico non soltanto perché è stato ossessionato dalla realizzazione di ciò che vive e vuol divenire, ma anche perché, fino all’ultimo respiro, ha voluto superare se stesso. Boldini fu il pittore del gesto, diremmo del respiro del gesto, di quel fremito che aleggia attorno ad una mano quando si è appena posata e non si è ancora appesantita nella dimenticanza di se stessa. Nei suoi quadri, il gesto non è posa, è moto, cioè transizione, sì che, pur esprimendo quello che è, esso contiene ancora quello che è stato e già esprime ciò che vuol divenire”. (Emilia Cardona).

Il Signor Boldini da Ferrara, un nome nuovo ma che brillantemente esordisce”, come lo aveva definito Telemaco Signorini, ci attende a Roma, al Complesso del Vittoriano, ala Brasini.

Con la sua eleganza, il suo talento, la sua leggiadria, la bellezza di tele le cui tenui sfumature accarezzano la delicatezza di visi ottocenteschi che accompagnano nella piacevole passeggiata nella Belle Epoque. Donna Franca Florio, dal manifesto imperioso, conduce lo spettatore verso un’entrata a luci soffuse che è il giusto preludio a quanto l’attende, attraverso una scala che, all’ombra di un profilo scultoreo che osserva, pian piano introduce e invita alla scoperta: 160 opere, alcune raramente esposte, provenienti da 30 musei di tutto il mondo, quali il Musée d’Orsay di Parigi, lo Staatliche Museen zu Berlin – Nationalgalerie di Berlino, il Musée des Beux-Arts di Marsiglia, la Galleria degli Uffizi di Firenze e il Museo Giovanni Boldini di Ferrara.

Si inizia dalla “timeline”, un manifesto dl colore rosa e grigio, colori che profileranno tutta la visita, che introduce la vita di Giovanni Boldini, nato a Ferrara il 31 dicembre 1842 da Benvenuta Caleffi e dal pittore Antonio Boldini. Fin dall’età di 14 anni, momento in cui realizza il magistrale autoritratto, Boldini inizia a dipingere e frequenta la scuola di pittura dei fratelli Domenichini. Trasferitosi a Firenze nel 1864, il pittore entra in contatto con esponenti di rilievo del gruppo dei macchiaioli, come Cristiano Banti e Telemaco Signorini, e qui frequenta gli ambienti alla moda del Caffè Michelangiolo e del Caffè Doney. Inizierà poi a viaggiare, da Parigi, dove, nel 1867, visita le mostre di Courbet e Manet, e Londra, dove gli vengono commissionate opere anche per la duchessa di Westminster. E’ però il 1871 l’anno di svolta: Boldini va a Parigi con la modella e compagna Berthe, spesso ritratta, con la quale si trasferisce prima a Montmartre e poi a Place Pigalle. Da qui inizierà ad esporre nei saloni parigini più illustri cambiando anche amanti e modelle.

Ritratto di Giuseppe Verdi seduto, 1886, Casa di Riposo per Musicisti-Fondazione G.Verdi

Il 1886 è l’anno del famoso ritratto di Giuseppe Verdi, prima quello ad olio poi quello a pastello; dal 1889, anno in cui presenta cinque dipinti ad olio e vari pastelli all’Esposizione Universale e riceve il Grand Prix e la medaglia d’oro per il Pastello bianco, ricomincia a viaggiare. E’ il turno della Spagna e del Marocco. Le tappe della vita di Boldini si susseguono in un crescendo di avvenimenti e successi importanti: torna a Milano per la prima del Falstaff di Verdi (1893), partecipa alla prima Biennale di Venezia (1895), diventa amico di Marcel Proust (1899), viene premiato all’esposizione Universale di Parigi con il Grand Prix (1900), esegue il Ritratto di Donna Franca Florio (1901), termina il ritratto della principessa Marthe-Lucile Bibesco esposto al Salon du Champ-de-Mars (1911), ottiene il titolo di ufficiale della Légion d’Honneur e quello di Grand’Ufficiale della Corona d’Italia (1919), inizia il suo rapporto epistolare con Filippo Tommaso Marinetti (1920), ammirando d’Annunzio. Una vita costellata dall’amore per le donne, da Berthe, a Gabrielle de Rasty, ad Alaide Banti, che l’artista definisce “mia fidanzata per 60 anni”, fino alla moglie trentenne Emilia Cardona, sposata alla veneranda età di 87 anni. Sempre affascinato dalla bellezza e dalla sensualità che avvolge, Boldini ha realizzato fra le opere più belle e rappresentative del fascino e dell’eleganza di ogni donna. Abiti sontuosi e fruscianti, salotti, tessuti, luci soffuse, attimo fuggente: questo il travolgente mondo di Boldini che ammiriamo a Roma. Tra le celebri opere esposte vi sono La tenda rossa (1904), Signora che legge (1875), Ritratto di signora in bianco (1889), Ritratto di Madame G. Blumenthal (1896).

Ritratto di Donna Franca Florio, 1901-1924, AMT Real Estate Sp in cpo

E, soprattutto, la grande tela dedicata a Donna Franca Florio, realizzata tra il 1901 e il 1924, capolavoro simbolo della Belle Epoque. Nel 1901, Ignazio Florio, erede di una delle più importanti famiglie di imprenditori di Palermo, affida a Boldini il ritratto della bellissima e affascinante moglie, chiamata “Donna Franca, la Regina di Sicilia” e definita da D’Annunzio “l’unica. Una creatura che svela in ogni suo movimento un ritmo divino”. Ignazio non ama il ritratto, lo ritiene troppo sensuale e provocatorio, il vestito eccessivamente scollato. Il lavoro, per questo non viene pagato. Boldini ne fece una seconda versione, che piacque a Florio, esposta a Venezia nel 1903. Ma se ne perdono le tracce e, a distanza di anni, l’artista, su richiesta di donna Franca, prende la prima versione del ritratto che aveva conservato nel suo atelier, realizzando quanto vediamo oggi. Opera, peraltro, prestata al Vittoriano, perché oggi, coinvolta da procedura giudiziaria, sarà presto messa all’asta.

Nella ricerca dell’attimo fuggente, possiamo continuare il nostro viaggio nell’opera boldiniana.

L’esposizione è divisa in quattro sezioni: la luce nuova della macchia (1864-1870), la Maison Goupil fra chic e impressione (1871-1878), la ricerca dell’attimo fuggente (1879-1891) e il ritratto Belle Epoque (1892-1924).

Signora bionda in abito da sera, 1889 ca, Collezione d’Arte Fondazione Cariparma, donazione Renato Bruson

Memorabili, nella prima sezione i ritratti di Adelaide Banti sulla panchina (1870-1875) e la famiglia Banti (1866), nella seconda la colorata Place de Clichy (1874), la Signora che legge o le Dame del Primo Impero (1875) adagiate comodamente su eleganti poltrone e divani azzurro e oro (1875), nella terza i ritratti della Contessa de Rasty coricata e in abito da sera (1880), il ritratto di Cecilia de Madrazo Fortuny (1882), di Madame Seligman dalla spilla luccicante a forma di libellula(1883) e di Emiliana Concha de Ossa, dal viso lungo avvolto in un elegante velo trasparente (1889-1901), e, nell’ultima, quelli di Josefina Alvear de Errazuriz (1892), dell’attrice Reichenberg (1895), di Mademoiselle De Nemidoff dall’elegante pettinatura (1908), di Gertrude Elizabeth Lady Colin Campbell dalla scollatura ornata di rose (1894) o di Madame G. Blumenthal (1896).

Le atmosfere parigine si sentono e si vedono. Come si legge nella seconda sala, “i caffè risuonano come officine, all’ombra degli alberi si stringono i dolci colloqui; tutto s’agita e freme in quella mezza oscurità, non ancora vinta dall’illuminazione notturna; e un non so che di voluttuoso spira nell’aria, mentre la notte di Parigi, carica di follie e di peccati, prepara le sue insidie famose” (Edmondo de Amicis). Vivace cromatismo variopinto che aleggia nelle sale. Splendore di vita mondana che arriva da qui fino agli abiti sinuosi della Belle Epoque, silhouette leggere e aggraziate, pizzi, merletti, collane di perle e fiori eleganti ad ornare la bellezza. Beltà su beltà. Femminilità pura. Centinaia di delicate muse passate per l’atelier di un artista unico. Da vedere. Perfida divina!, avrebbe detto Boldini, come aveva apostrofato la Marchesa Dora di Rudinì.

Signora con ombrellino, 1876, Collezione Palazzo Foresti, Carpi

Giovanni Boldini, Complesso del Vittoriano – Ala Brasini, Roma, 4 Marzo-16 Luglio 2017. Sotto l’egida dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, con il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e della Regione Lazio, la retrospettiva è organizzata e prodotta da Gruppo Arthemisia, in collaborazione con Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale e AIAC (Associazione Italiana Arte e Cultura), ed è curata da Tiziano Panconi e Sergio Gaddi. Sito web: http://www.ilvittoriano.com/mostra-boldini-roma.html

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DIARIO IN PUBBLICO
Capodanno via dalla pazza folla

Le folle fiorentine amalgamano tutto. Sotto le più sfarzose luminarie delle vie e viuzze del centro si muovono come formiche impazzite migliaia di turisti che arrivano dalle più imprevedibili località della terra. I negozi del super lusso esibiscono nello sfarzo dell’interno rigorosamente vuoto statuari guardiani neri. Nel breve giro di tre vie si accalcano i marchi dei negozi più famosi del mondo. Affannosamente al mercato anche noi cerchiamo almeno 20 o 30 grammi di tartufo bianco: impossibile. Sembra che il prezioso tubero non esista e furbe facce asiatiche ti propongono scorzoni neri o palline di qualcosa che non ha né la fierezza né la rarità di ciò che invano cerchiamo. Sul sagrato del Duomo un altezzoso presepe d’autore esibisce la nascita del Bambino tra l’indifferenza dei selfisti tutti presi del e nel loro solitario vizio assurdo. Dobbiamo rinunciare alla ulteriore visita al Museo dell’Opera del Duomo, a mio parere il museo più bello del mondo, perché tutto sold out. Scopriamo che il biglietto che comprende la visita al Museo, alla Cattedrale e alla Cupola del Brunelleschi in realtà fa restare deserto il sublime museo, mentre code inenarrabili attendono ore per salire sulla cupola per scattarsi i selfie. Ah! Gli ‘italiani’!

Decidiamo all’ultimo momento una gita in campagna e via dalla pazza folla. Il Chianti ci accoglie con una giornata perfetta, resa più preziosa dal traffico quasi inesistente. La bellezza totale del paesaggio ci afferra e ci scambiamo poche parole per approfittare di un momento sempre di più raro: la contemplazione della natura lavorata dall’uomo. Il nostro allegro garagista ci dà preziosi indirizzi tra Panzano e Radda e approdiamo a una trattoria d’antan. Perfetta per illustrare l’immagine del Chiantishire. La rivedrò? Forse. Quel che importa è che ci è toccato in sorte una giornata di bellezza speciale e per un momento ci si scorda della banalità della politica, della tragedia di Carife, della volgarità dell’incendio del Castello, della prepotente ‘pancia’ degli ‘itagliani’.
Incontro vecchi studenti, gli artigiani di sempre e parlo di Ariosto con un taxista coltissimo che ci porta a rivedere “Florence”, il film che mi ha conquistato. Qui al cinema altri ex studenti sorridenti e gentili poi, la mattina seguente le ultime visite ai mercati. A Sant’Ambrogio troviamo il vero tartufo; la mia verduraia a San Lorenzo mi offre fragoline di bosco, lamponi, ciliegie e uva. I sorrisi sono sinceri e nonostante siano possibili i botti (“Nardella, ovvia! ma i’che tu fai????”) la città se ne dimentica e alla Lilla non rimane che evitare le decine di carezze che piovono da mani provenienti da turisti di tutto il mondo appena usciti dalla visita al David di Michelangelo. Ormai è conosciuta come la canina dalla scarpetta e sembra ne vada abbastanza fiera.

Nel mio condominio ragazzetti un poco deficienti fanno scoppiare i botti per le scale. M’affaccio e con piglio sicuro li avverto che sto chiamando la polizia. Si ritirano sconfitti e la serata passa tranquillissima tra l’ennesima visione di “Cantando sotto la pioggia” e di “Il marchese del Grillo”. La notte dei botti passa dunque nel silenzio totale. Agli auguri segue un pacifico riposo, mentre Lilla voluttuosamente sdraiata sul piumone digerisce l’ultimo bocconcino di fine anno.
Tutt’altra storia la mattina seguente quando scendo per le funzioni lillesche. Mentre schiere di spazzini ripropongono una Firenze degna del suo nome, nelle viuzze laterali si vedono con disgusto gli esiti immondi della notte. Meglio non indugiare oltre e cominciare il viaggio di ritorno seguendo le orme degli antichi viaggiatori che percorrevano il passo della Futa. A Monghidoro una tappa obbligata, non tanto per ricordare i natali del celebre cantante Morandi, ma perché il nome antico di quel paese, Scarica l’asino, a confine tra lo stato toscano e quello pontificio, mi fa ritornare alla mente le decine di lettere che Canova e anche Foscolo scrivevano da quel luogo. Sui crinali delle colline splende un sole accecante; le tracce degli antichi mestieri legati all’agricoltura e alla pastorizia s’avvertono nella perfetta disposizione di case e di campi. Ti dimentichi per un momento che stiamo vivendo una guerra. Anzi, più guerre che non sono solo quelle combattute con le armi dei soldati o del terrorismo, dei ricchi e dei poveri, ma le più pericolose di tutte legate al denaro e alla presunzione.
Ecco allora che la paura ti afferra, come quella di passare da una via centrale, quale quella della libreria fiorentina a un passo dalla mia facoltà ed essere centrato da una immonda vendetta che sembrerebbe fondarsi su un’ideologia, ma è invece quella della presunzione di essere nel giusto. Di fargliela pagare. Ma a chi? Ai disgraziati frequentatori di una discoteca a Istanbul o a un poveraccio eroe per caso che perde un occhio e una mano per disinnescare la bomba fiorentina? Così l’arrivo a Ferrara diventa mesto e alla casa fredda che t’accoglie s’aggiunge il ghiaccio che hai nel cuore.
Tutti soddisfatti, invece, dello spettacolo clou di Ferrara: l’incendio del Castello con i suoi botti e le sue luci capaci di fare quello che neanche in tempo di guerra si faceva se non in caso di estremo pericolo, ovvero lo sgombero della galleria dei quadri ospitati nelle sale del nostro monumento più importante.
Scordavo. Tutti gli organi di informazione raccontano soddisfatti che per i botti e fuochi d’artificio quest’anno non c’è stato nessun incidente mortale. Solo più un centinaio abbondante di feriti di cui almeno una dozzina assai gravi tra cui i ragazzini. Vuoi mettere????
Coraggio! Si ritorni alle pagine sublimi del Tristram Shandy.

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L’OPINIONE
Sveglia ‘itagliani’, c’è un’immensa bellezza da salvare

(pubblicato il 28 luglio 2016)

Eppure solo qualche centinaio di chilometri separa l’Alto Adige da Roma capitale (della sporcizia). Non pretendo che, come a Vipiteno, lungo la passeggiata che porta al centro città ci siano i distributori gratuiti dei sacchetti per le deiezioni (vulgo cacca) degli amici pelosi, né che dentro ai vicoletti la pulizia sia tanto accurata che nemmeno una traccia di minzioni (vulgo pipì) post bevute di birra ci riveli la presenza dei giovani gaudenti. E naturalmente lo sconcerto riguarda non solo Ferrara ormai celebre per i vicoli maleodoranti e vomitosi e ora per l’oscena defecazione umana dentro la Cattedrale, né Firenze sporca per le ‘delizie’ culinarie consumate sui gradini delle chiese e dei monumenti che l’hanno (l’avevano) resa capitale del Rinascimento.
Mi dicono amici cari che abitano a Roma in luoghi storici, dove un tempo abitò il più grande scrittore ferrarese del Novecento, che ormai è quasi impossibile camminare per le strade invase dalla sporcizia e dal degrado. Con centri di raccolta dei rifiuti lontanissimi dal luogo in cui si abita e che a forza occorre raggiungere se non si vuole essere sommersi dalla sporcizia, ormi divenuta simbolo della città. Così Pompei chiude, Galleria Borghese è visitabile solo su prenotazione per alcune ore al giorno e, a poco a poco, il mito di Roma inventato nell’Ottocento, la patria comune da cui tutti discendiamo, compresa la Merkel, si frantuma nella stanca parlata romanesca di un popolo ormai indifferente a tutto e a tutti.
Dalle tavole dell’hotel dell’Angelo s’alza un vocio romanesco. Si elogia il cibo, la vista e la frescura e s’inneggia al ponentino che non c’è più e si riapre l’eterno elogio del tempo passato. Ma è tutta colpa della politica o della scelta di una città, dei suoi abitanti e del suo territorio? Come per quel che succede nella mia città a proposito della banca di riferimento. E’ questione di chi l’ha gestita o della connivenza di tutti noi che appena siamo sicuri d’aver raggiunto un traguardo lo dimentichiamo in nome di un prestigio che forse non abbiamo mai posseduto? Tanto è vero che celebriamo non tanto la vera grandezza della nostra storia, vale a dire il cosiddetto Medioevo, quanto in modo quasi ossessivo un Rinascimento complessivamente mediocre, se non ci fossero stati i due più grandi poeti della modernità a celebrare una dinastia complessivamente rozza e inaffidabile.
Queste note, ovviamente amplificate da una specie di ferita mai chiusa sulle magnifiche sorti e progressive che dovrebbero essere all’attenzione e al centro dell’idea di identità che sembra invece sfaldarsi in un degrado e non avere mai fine, trovano un conferma nel prezioso lavoro (che di fatto è una tra le più grandi scoperte di questo secolo) di un antichista inglese celeberrimo, appena scomparso, Martin West, che ha fatto conoscere al mondo alcuni versi tra i pochi sopravvissuti di Saffo: “il mio cuore è cresciuto pesante, le mie ginocchia non mi sostengono/ loro che una volta erano agili per la danza come quelle dei cerbiatti”. Questa potrebbe essere la metafora più evidente del declino di Roma, della sua eredità e anche della condizione umana e intellettuale di chi scrive queste note. C’è una specie di stanchezza, etica prima di ogni altra ragione, che pervade chi per una specie di dovere-diritto ha scelto di lavorare nella storia e per la storia. E ora s’accorge che il disprezzo e l’irrisione è ciò che resta di questa missione così amata e così, ora, disprezzata.
Rendere Roma, Firenze, Ferrara luoghi adatti alla spazzatura reale e metaforica non è solo colpa di chi ci governa e di ogni tipo di mafia, ma è colpa grave e ineliminabile ascrivibile al carattere degli italiani. E certo non basta che Alessandro Gassman proponga una specie di ‘fai da te’ per ripulire Roma. Se non c’è la volontà innata di salvare la bellezza che è la forma più alta di realtà. Perciò italiani, smettetela di fare gli ‘itagliani’!

Immagine: Reuters, The Economics Times

DIARIO IN PUBBLICO
Fragilità

Il termine fragilità, così generosamente elargito in zona istituzionale per spiegare, commentare, difendere certi avvenimenti inspiegabili o ritenuti tali, viene usato a più non posso in questi giorni che vedono: a Ferrara il quarto tentativo d’incendio del portone della Biblioteca Ariostea, il luogo sacro alla memoria e dove riposa il poeta in un fastoso tempio laico, e a Firenze il crollo di una parte del Lungarno Torrigiani a pochi metri dal Ponte Vecchio, sito impagabile per avere una vista unica sugli Uffizi. Così un titolo in prima pagina avverte: “Firenze è fragile, attenti a scavare” per proseguire “La città sembra voler ricordare quanto la bellezza si accompagni alla fragilità”, mentre per spiegare il gesto iterato dell’incendiario dell’Ariostea s’invoca la fragilità mentale

Fragilità dunque del territorio e della mente. Ma è così difficile tenerla sotto controllo?
I dati ampiamente esposti da chi si preoccupa e s’interessa di politiche ambientali e paesaggistiche, da Salvatore Settis a Tomaso Montanari a Vittorio Emiliani, a Paolo Liverani, per citarne alcuni tra i più presenti, indicano chiaramente l’origine de disastro ambientale nell’assenza o trascuratezza della manutenzione ordinaria. Così appare almeno pretestuosa l’indignazione del sindaco di Firenze, che imputa alla società Pubbliacqua incaricata della manutenzione dell’acqua in città, la colpa del disastro avvenuto. I guai fiorentini in realtà non sono stati del tutto sanati almeno dalla ricostruzione post-alluvione di cui ricorre in novembre il cinquantenario. E qui davvero sta l’origine del problema.
Più complessa la situazione dell’incendiario, che è stato riconosciuto con prove stringenti come autore dei tentativi d’incendio e delle scritte ingiuriose che hanno deturpato la biblioteca. Per fortuna le garanzie messe in atto dalla legge per provarne la colpevolezza anche se farraginose e a volte obsolete sono imprescindibili dalla concezione di stato democratico che prevede e impone prove certe di colpevolezza che solo ora sono state raggiunte.

Tuttavia ciò che rende veramente problematiche le scelte da adottare sta nella mancanza di quella ‘manutenzione ordinaria’ che rende insicura la difesa ambientale, paesaggistica e la protezione delle opere d’arte.
Non poter contare sulla presenza costante di una manutenzione ordinaria induce, per esempio, Giovanni Solimine, uno dei massimi studiosi del libro, a dimettersi dal Consiglio Superiore dei Beni Culturali, come riferisce Tomaso Montanari su La Repubblica:
“Ciò che mi induce a rassegnare le dimissioni sono le scelte fatte in occasione del recente bando per il reclutamento di 500 funzionari, che pure costituisce un altro successo riconducibile alla Sua presenza al vertice del MiBACT. In esso sono previsti solo 25 bibliotecari, e cioè una quota assolutamente residuale rispetto alle risorse destinate ad altri settori, senza tenere minimamente conto delle esigenze oggettive del comparto delle biblioteche […] Si potrebbero aggiungere altre considerazioni, ma non mi dilungo oltre. Mi limito a prendere atto che, per una questione così rilevante come l’attribuzione di risorse umane ad un settore ormai giunto al collasso (riduzione degli orari di apertura, scarsa accessibilità del patrimonio, invecchiamento delle collezioni, costante abbassamento del livello dei servizi erogati, contrazione dell’utenza e, come conseguenza di tutto ciò, una sostanziale marginalità delle biblioteche statali nel panorama bibliotecario nazionale) non si è ritenuto di usare altri parametri se non quelli aritmetici”.
Con altrettanta determinazione ha rassegnato le sue dimissioni Tomaso Montanari dal proprio ruolo di membro di commissione del Mibact. Con una lettera indirizzata al ministro Franceschini lo studioso protesta per la mancata destinazione del recupero di edifici storici o opere d’arte in cambio di pagamento delle tasse. Così Giulio Cavalli su Left riporta la lettera con le argomentazioni di Montanari:
“Abbiamo esaminato e chiuso ventiquattro complesse pratiche. – scrive Montanari nella sua lettera – Abbiamo deciso di accettare 11 proposte di cessione di beni culturali come pagamento delle imposte, per un valore totale di 2.055.396,31 euro: ma il ministero dell’Economia ci ha comunicato che il relativo capitolo dello stato di previsione della spesa prevede solo la ridicola cifra di 31.809 euro”. In queste condizioni, secondo Montanari, “il lavoro della commissione è del tutto inutile: o, meglio, è utile solo all’accanita propaganda che si sforza di rappresentare agli occhi degli italiani la falsa immagine di un governo sollecito verso il bene del patrimonio culturale. Poiché io, al contrario, ritengo che alcune leggi e ‘riforme’ promosse dall’attuale Governo […] e da Lei […] siano una grave minaccia per la ‘tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione’, non ho alcuna intenzione di prestare il mio lavoro e la mia competenza a quella propaganda”.

Da qui si può ben intendere quale sia l’importanza di una regolazione degli interventi ordinari. Altro che le grida e le multe inflitte al nuovo direttore degli Uffizi Eike Schmidt, che per contrastare il suk degli irregolari che vendono di tutto nel piazzale degli Uffizi ha fatto diffondere con un altoparlante un audio che mette in guardia dai bagarini, dai borseggiatori, dagli irregolari! Come riferisce Paolo Ermini su il “Corriere Fiorentino”:
“La mossa però non è piaciuta granché a Palazzo Vecchio (ma perché?): prima le gelide dichiarazioni dell’assessore Gianassi preoccupato per il ritorno di immagine di Firenze nel mondo. Poi la visita dei vigili agli Uffizi perché si capisse l’antifona […] Ma Schmidt non ha fatto una piega ed è andato avanti. Alla fine il terzo atto: la notifica di una multa da oltre 500 euro, riducibili a meno di 300 se pagata entro 4 giorni”. Schmidt si è recato dal sindaco Nardella per dire che pagherà la multa, ma che affida all’opinione pubblica il senso del suo operato.

La fragilità con la quale la bellezza e la cultura devono fare i conti passa dunque proprio dalla ‘manutenzione ordinaria’ per cui, pur capendo il senso delle dimissioni di protesta di Giovanni Solimine e di quelle dell’amico Tomaso Montanari, non le condivido. Le dimissioni sono l’ultimo atto di un processo che non ha altra soluzione. E’ sicuro che prima di presentarle gli illustri studiosi abbiano tentato tutte le carte in loro mani?
Sono stati fatti tutti i passi necessari per vedere se c’era una possibilità di sbocco della situazione?
E’ giusto e necessario preoccuparsi di quella messa in sicurezza della bellezza, delle sue case ovvero dei Musei, delle opere d’arte che le ospitano, delle biblioteche insomma- che non solo rappresentano un problema estetico ma soprattutto etico.
Ma prima delle dimissioni ci deve essere la certezza d’aver provato ogni mezzo per difendere, proteggere, custodire, contro la fragilità, i diritti e le prerogative della bellezza.

Da Kandinsky a Pollock: i Guggenheim tornano a Firenze

Palazzo Strozzi è una struttura imponente, si nota ancor prima di fermarsi davanti ad uno dei grandi portoni d’ingresso. Voluto da Filippo Strozzi nel 1489, conserva ancora oggi tutte le caratteristiche di una dimora signorile del Rinascimento. Di forma cubica e sviluppato su tre livelli, volutamente più grande del Palazzo Medici, è uno dei luoghi più importanti dove vengono allestite le mostre temporanee a Firenze. Gestito dal 2006 dalla Fondazione Palazzo Strozzi, è stato la casa momentanee delle opere di Gustav Klimt, Sandro Botticelli e Paul Cezanne.

Oggi e fino al 24 luglio, questo incantevole Palazzo è la cornice in cui sono esposte le opere della collezione di Solomon e Penny Guggenheim, nella mostra “La Grande Arte dei Guggenheim. Da Kandinsky a Pollock”, inaugurata il 19 marzo. Il luogo d’esposizione, però, non è stato scelto esclusivamente per le sue bellezze. Proprio qui, nel 1949, Penny Guggenheim presentò la collezione che in seguito venne trasferita a Venezia. 26 opere presentate in quell’anno ripopolano le sale del Palazzo Strozzi, presenti per la mostra in corso.

La fila scorre veloce, in poco tempo il biglietto è fatto e mi avvio su per lo scalone che conduce alle sale d’esposizione. Niente foto, magari niente cellulari, solo fogli e matite colorate che vengono offerte ai più piccoli perché possano esprimersi liberamente mentre si guardano intorno.

Subito, sin dalla prima sala, si resta affascinati: due grandi collezionisti, zio e nipote, messi a confronto con più di 100 opere di artisti del primo Novecento, dagli anni 20 fino ai 60. Giorgio De Chirico, Pablo Picasso, Marcel Duchamp, Max Ernst, Francis Bacon sono solo alcuni dei grandi artisti esposti nelle nove sale dedicate.

De Chirico

In un periodo a cavallo tra le guerre, i Guggenheim finanziarono e collezionarono opere non solo di produzione americana, ma create da artisti europei, come Lucio Fontana e Jackson Pollock. In questo miscelarsi di culture possiamo assistere alla nascita delle avanguardie di inizio secolo, prodotte dal grande sviluppo che ebbe la cultura artistica nel secondo dopoguerra. Arte astratta ed Avanguardia si scontrano subito nella prima sala, distinguendo chiaramente gli interessi di Solomon da quelli di Penny, affascinata dal Surrealismo, l’Espressionismo astratto e da una primissima Pop art americana.

Così il percorso si snoda tra quadri e sculture, passando per una stanza dedicata al Surrealismo, passione di Penny Guggenheim, per giungere a Jackson Pollock, di cui sono presenti ben 18 opere. Accanto alle due sale seguenti, dedicate all’Espressionismo astratto, un piccolo spazio è dedicato agli oggetti amanti dalla collezionista, come le “Idee per scultura” di Henry Moore. Si ha l’impressione di essere avvolti dalle opere, all’interno di uno spazio che non si limita a mostrare,
ma che spinge alla riflessione. Così si arriva alla settima sala, dove lo spettatore deve alzare gli occhi al cielo, per ammirare le costellazioni di Alexander Calder, i mobiles che mutano il concetto dello spazio occupato dall’opera.

Tanguy
Procedendo il percorso espositivo si arriva in uno spazio in cui le luci si spengono, le pareti acquistano tonalità tendenti al nero e i dipinti vengono retroilluminati. Si entra a contatto con il linguaggio astratto di Mark Rothko, che tentò di semplificare con la sua pittura concetti complessi, come la tragedia del nascere, del vivere e del morire. Le sue opere mutano i colori con la sua evoluzione artistica, che portò all’abbandono dei vivaci toni dell’arancio per avvicinarsi ad una tendenze alla monocromia sui toni del grigio e del nero.
La mostra si conclude con le ricerche artistiche degli anni ’60, in cui vengono presentate opere che, come il capolavoro di Jean Dubuffet “L’istante propizio”, sono l’esempio dello stile artistico minimale di quegli anni, che condusse alla Pop Art.

La mostra, curata da Luca Massimo Barbero, curatore associato della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia,è stata Promossa e organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi e dalla Fondazione Solomon R. Guggenheim con il sostegno del Comune di Firenze, la Camera di Commercio di Firenze, l’Associazione Partners Palazzo Strozzi, la Regione Toscana. Con il contributo dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.
Mentre si passeggia per le sale si viene avvolti dalle numerose storie che ci circondano: i rapporti con i mecenati, gli artisti in fuga dall’Europa durante la Seconda Guerra Mondiale, la vita della stessa Penny Guggenheim e la storia dei Musei fondati dalla sua famiglia.
Ed è un peccato quando, scostando l’ultima tenda, ci si ritrova dentro il Bookshop del Palazzo, desiderando di tornare indietro per potersi immergere nuovamente nella varietà e nella bellezza della collezione Guggenheim.

servilismo

DIARIO IN PUBBLICO
Novembre di ordinaria adulazione

Ancora semi addormentato, mi arrivano i giornali e l’umore improvvisamente sbalza dalla piacevole convinzione che ancora un bel giorno mi aspetta in questo novembre solatìo, che ricorda il bel film di Mauro Bolognini e l’omonimo romanzo di Ercole Patti titolato “Un bellissimo novembre”, alla cupa convinzione che ormai, signora la marchesa, tutto va male.
In ordine:
1) Venezia allo sfascio e il tremendo sindaco Brugnaro che minaccia di vendere le opere d’arte della città;
2) Roma e la mafia capitale;
3) Messina senz’acqua;
4) Firenze e i clan dei pellai che hanno invaso il centro storico e l’uso improprio, gastronomico-modaiolo dei monumenti più celebri a cominciare dal David e dal Ponte Vecchio;
5) Napoli e Palermo al solito. Non parliamo di Reggio Calabria e dello sfascio del territorio, ma naturalmente si pensa come panacea al ponte sullo stretto.
Arrivano le cronache locali:
1) Palazzo degli Specchi e questione migranti;
2) Incendio del Castello e spostamento mostra Boldini e de Pisis;
3) Ossessioni turistiche a cui si deve piegare qualsiasi ‘evento’: dalle sagre alle mostre;
4) Ronde e politici pistoleri;
5) Tristezza assicurata nel leggere le lettere di congedo delle due ormai ex direttrici della Pinacoteca Nazionale Anna Stanzani e del Museo greco-etrusco di Spina Caterina Cornelio.
Convinzione, mentre metto i piedi giù dal letto:
“No, cari ITAGLIANI, smettetela di dare la colpa ai politici. Noi/ Voi siamo fatti della stessa pasta e… dunque!”
Così scrivevo due giorni fa in un post sulla mia pagina Facebook, ma oggi l’interesse per queste notizie e per il comportamento degli ‘Itagliani’ viene sollecitato dalla presentazione di un libro scritto dal sottosegretario di Stato americano Richard Stengel il cui titolo niente lascia all’immaginazione: “Il manuale del leccaculo”, opera che ha già ricevuto innumerevoli consensi dovunque sia stato pubblicato. E in primis dagli stessi attori di così nobile arte che con termine più raffinato viene nominata piaggeria. Ma come al solito chi ha detto una parola definitiva sull’arte della cortigianeria è sempre lui, l’amatissimo Dante, sceso sulla groppa di Gerione nell’ottavo cerchio che, come tutti ricorderanno è diviso in bolge (sacche o borse). Nella seconda di queste i due pellegrini, Dante e Virgilio, incontrano i ruffiani e gli adulatori immersi nello sterco: “Le ripe eran grommate d’una muffa,/per l’alito di giù che vi s’appasta,/ che con li occhi e col naso facean zuffa”. Dante vien sgridato da un peccatore che non sopporta di essere così insistentemente riguardato: è Alessio Interminelli di Lucca, lì punito perché “ Qua giù m’hanno somerso le lusinghe/ond’io non ebbi mai la lingua stucca”.
Non male come punizione, a cui dovrebbero pensare coloro che non si stancano di adulare, specie in politica quando, con una metafora ormai banale per il troppo uso, saltano sul carro del vincitore. C’è un modo assai interessante di scoprirli costoro, come ricorda Alberto Statera nell’articolo dal titolo “Ahi serva Italia di ruffiani ostello…” sul “Venerdì di Repubblica”, Ennio Flaiano così lo definiva: “A furia di leccare qualcosa sulla lingua rimane sempre”.
Per capire questa tendenza, questa propensione, questo carattere degli ‘Itagliani’ tuttavia c’è un altro metodo se l’adulazione viene fotografata o filmata. Osservare l’occhio di chi adula, specchio verosimile e infallibile del suo comportamento. Occhio vacuo, servile, duro, spaventato, vergognoso. Insomma una cartina di tornasole.

Allora si potrebbe pensare che qualsiasi forma di lode verso un potente sia sempre e solo adulazione. Non credo. Può essere anche segno di una vera convinzione. Si prenda il caso del vescovo di Ferrara Negri e del suo ormai celebre commento all’azione di Putin. E’ adulazione o convincimento? In questo caso l’esplorazione degli occhi del vescovo nulla rivela e quindi ci domandiamo dove stia la verità, se un termine così impegnativo può essere usato per questo caso.
Un’altra forma di piaggeria consiste paradossalmente nel far finta che la persona adulata non susciti interesse. Molto usata, l’ho notato, specie nella nostra città. Ostentare indifferenza in modo da risvegliare l’interesse di chi è oggetto di questa raffinata strategia. Perfetto il commento di Renzi riportato dall’articolo di Statera: “I giornalisti che vengono a intervistarmi prima di cominciare mi sussurrano all’orecchio: oh Matteo io sono sempre stato dalla tua parte eh. Il bello è che io non li avevo mai visti prima.”
La strategia dell’indifferenza è dei giornalisti o di Renzi?
Comunque sia, come esprimono il titolo del libro di Stengel e le situazioni descritte da Dante e da Flaiano, l’adulazione ha proprio un saporaccio.
Un peccato leggero, se si pensa alla massima infamia perpetrata in questi giorni nel nostro Paese e che comunque ha avuto così poca eco nella stampa e nell’indignazione pubblica: l’incendio doloso di una scuola materna a Palermo. Questa azione sì che fa proprio schifo e ribrezzo.

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DIARIO IN PUBBLICO
Il vero significato del selfie

Tutti in tiro a Ferrara per sentire il trio ministeriale e gli altri rappresentanti del potere politico regionale e comunale, con la benedizione dell’Agenzia delle Entrate, per la devoluzione (termine assai praticato in questa città) dei beni del Demanio al Comune. Diciotto luoghi di straordinaria importanza ora dismessi e in rovina che dovrebbero, con l’aiuto dei Ministeri a cui appartengono, essere affidati al Comune che ne garantirà funzionalità e restauro. Problema spinoso e soluzioni assai intelligenti esposti con serenità e compartecipazione generale. Conduzione impeccabile dell’assessore Fusari e regia quasi occulta ma perfetta di Daniele Ravenna. Adesso verrà il difficile e si scoprirà se il ‘modello Ferrara’ terrà oppure si risolverà in un altro sogno nel cassetto. Tifo per la tenuta!

Poi arriva la parte meno nobile, ma tanto più vera in quanto produce imbarazzo e scontento. L’imprenditore che vuol parlare ai ministri ed esporre loro i suoi problemi, la quasi furtiva visita ai lavori eterni di riscaldimento e refrigerazione delle sale della Pinacoteca, ancora non risolti, e lo stucchevole show di Staffelli di “Striscia la notizia” che vuole consegnare il tapiro alla ministra Giannini tra falsi ansiti, accuse di linciaggio e botte, voce tremante di sdegno e tra l’indifferenza assoluta degli spettatori fuori e dentro Palazzo dei Diamanti.
Miracolo! Sembriamo diventati quasi degli adulti.
E nel frattempo s’accavallano notizie, ipotesi, commenti sul destino della Pinacoteca. Compattarla con Modena in una gestione unica che eviti il mescolamento nel polo museale? Dove situarla? Castello o altro edificio monumentale? Rifletto: perché non lasciarla nel suo ambiente storico, ovvero quel Palazzo dei Diamanti che sembra finalmente possa trovare – in un futuro prossimo o remoto – il suo equilibrio termico?

Così tra confortanti ‘problematiche’, un poco del fiele accumulato nella breve visita alla mia casa fiorentina si stempera, ma rimane viva e brillante l’immagine offerta del vero problema della città del Giglio che è sicuramente la ‘monnezza’.
Partiamo in una gloriosa giornata di sole (era stato preannunciata pioggia) e pazientemente ci affidiamo alle code dei taxi alla stazione, ancora ignari della durissima protesta iniziata dalla potente lobby dei taxisti contro il comune che aveva proposto cento nuove licenze contro le dieci avvanzate dalla parte avversa. Rotto il tavolo di confronto. Se eri fortunato, sventolando disperatamente le braccia potevi forse essere raccolto dai taxisti per strada come a New York e a Parigi: potenza della globalizzazione. Mentre infinite file di scariolanti, quasi tutti asiatici, trascinavano dal Cupolone di Santa Maria del Fiore alla stazione immense valige dove tutto e di più veniva stipato.
E i selfie? Da quando Michele Serra ha svelato il vero significato della parole che nel gergo americano significa “pugnetta” mi si è svelato un mondo. Autosoddisfacimento della propria immagine con contorno di celeberrimi monumenti, pongono in primo piano non ciò che ti circonda, ma la tua immagine: bella o brutta, spirante intelligenza o stupidità. Quell’egofono di cui parla Serra nel suo nuovo intelligente libro.
Scavalco monnezza a gogò, che invade la mia via e i dintorni poiché si è pensato bene di togliere i bidoni della spazzatura e di inaugurare la nuova raccolta differenziata porta a porta.
Pensate a Firenze! Dove le vie del centro sono quasi tutte seconde case o bed and breakfast. Dove le montagne di scatoloni vuoti prodotti dalle centinaia di negozi di pelle retti e diretti dai pakistani stazionano per ore e giorni, ostacolando il cammino dei coondannati alle visite dei monumenti che seguono l’ombrello o la bandierina a cui sono stati affidati. E che producono a loro volta monnezza gettando per terra carte bisunte o lattine di bibite, quet’ultime doverosamente appoggiate ai davanzali dei palazzi antichi, lasciando dietro di sé un olezzo di frittura di terz’ordine. E migrano con la faccia in su a guardare le divine bellezze di Firenze, che s’offre spudoratamente mentre noi cerchiamo semmai in ogni più piccolo anfratto di trovare qualche sua autentica originalità e conservazione del passato in locali di venti metri quadrati con file e file di gestori di baracche o negozi, che si vogliono ristorare con un buon bicchier di vino o un panino col lampredotto. Eppure aprono – e dopo qualche mese chiudono – immensi locali tra le volte medioevali di palazzi storici a soddisfare la fame mai sazia dei migranti della cultura.
Il Rivoire, come ai tempi di “Cronache di poveri amanti”, offre la più buona schiacciata con l’uva e stupefatto ritrovo ancora attivi e pimpanti i gestori che conobbi ragazzino da Giacosa, quando con i maestri s’usciva dalla facoltà per un bicchiere da sorbellare tra fitti conversari e critiche feroci. Ma attenti ai selfie! Giapponesi in costume tradizionale si sposano (ma dal vestito escono scarpe da tennis avrebbe detto Jannacci) e s’abbarbicano ai semafori, per poter godere di belle immagini con loro in prima linea e dietro avanzi di piazza della Signoria o della Loggia dei Lanzi. Dalle sontuose vetrine di via Tornabuoni e di via della Vigna Nuova, rigorosamente deserte, escono profumi d’essenze rare che s’azzuffano col sudaticcio delle masse adoranti che premono a sbirciare l’incomprabile per loro. E… stupite Stupite! Il premuroso sindaco Nardella copre con un paravento l’audace opera di Jeff Koons in Palazzo Vecchio: la copia del Fauno Barberini con Bol di vetro che mostra le palle, ovvero testicoli, giudiziosamente scolpiti nella statua antica, per non offendere la sensibilità di non so quale emiro miliardario, ma sensibile, molto sensibile all’anatomia umana…..

Se è vero che bisogna inventarsi un nuovo umanesimo, se è vero che la previsione di tanti filosofi novecenteschi sulla riproducibilità e annientamento dell’arte sta avverandosi, resta un solo interrogativo alla mia flebile voce di protesta. No! La monnezza no! Firenze merita qualcosina di più.

Duccio vetrata Siena particolare

LA BELLEZZA CI SALVERA’
Gli occhi sull’anima delle cattedrali di Firenze e di Siena

Un evento imperdibile per i cultori dell’arte medievale e per gli amanti del bello in generale, quello che si sta svolgendo nel Battistero di Firenze.

Fino all’8 settembre prossimo rimarrà esposta, e soprattutto visibile da pochi metri di distanza, la grande vetrata istoriata, legata al piombo, dell’occhio centrale della cattedrale di Santa Maria del Fiore, posta dietro il rosone centrale da oltre sei secoli e restaurata in questi ultimi mesi dalla storica ditta vetraria artistica Polloni di Firenze.

Ghiberti vetrata battistero
Vetrata di Lorenzo Ghiberti

La vetrata circolare raffigura l’Assunzione della Vergine e venne collocata sul portale principale della Cattedrale nel 1405. È un gioiello dell’arte medievale: i cartoni furono disegnati da Lorenzo Ghiberti alle fine del Trecento, come parte di un ciclo di oltre quaranta vetrate istoriate ideate fin verso la metà del Quattrocento. Nei suoi Commentari Ghiberti riporta: “Disegnai nella faccia di Santa Maria del Fiore, nell’occhio di mezzo, l’assunzione di Nostra Donna e disegnai gli altri [vetri che] sono dallato”. Il Maestro fiorentino, scultore già famoso per le formelle della porta del Battistero, creò qui un’opera in vetro destinata a brillare per secoli di luce multicolore: il rubino, il topazio, lo smeraldo, lo zaffiro si alternano in tasselli in vetro dipinto assiemati con i listelli in piombo, dall’altrettanto celebre maestro vetraio del tempo Niccolò di Piero Tedesco.

La vetrata ha dimensioni da record: oltre 6 metri di diametro, circa dieci braccia fiorentine, divisa in 28 antelli. Per questo è da sottolineare l’ardita operazione di smontaggio, considerandone anche il posizionamento in altezza, a circa quaranta metri; il delicato contesto urbano entro cui si trova la cattedrale; il peso e naturalmente la preziosità artistica.

Il restauro della vetrata si è reso necessario per fronteggiare gli aggressivi fenomeni secolari di degrado superficiale, chimico e fisico, sul vetro dell’epoca, che hanno causato la perdita delle grisaglie fissate a caldo negli incarnatie e nei panneggi e lo scurimento per deposizione di patine, che pregiudicavano la vivacità dei colori dei vetri. In aggiunta, era necessario recuperare la stabilità e la verticalità dei piombi rilassati dal vento e dai cedimenti strutturali del telaio metallico.

Al termine dell’esposizione la vetrata tornerà al suo posto, lassù a oltre quaranta metri, per illuminare e guidare, come avrebbe voluto Ghiberti, i pellegrini e i visitatori che a migliaia ancora affollano la cattedrale oggi come nel Quattrocento.

Duccio vetrata Siena
Vetrata di Duccio di Buoninsegna

A “pochi passi” dal Battistero c’è un altro gioiello medievale, unico come il primo e altrettanto imperdibile, tanto da costringere a una visita: si tratta della grande vetrata absidale istoriata del XIII secolo installata nel Duomo di Siena, attribuita definitivamente a Duccio di Buoninsegna negli anni Cinquanta del Novecento, e restaurata all’inizio del Duemila dal Maestro restauratore bolognese Camillo Tarozzi.

La vetrata circolare, gigantesca come la precedente di Ghiberti, di 6 metri di diametro e frazionata in 14 grandi antelli, raffigura le Storie Mariane: i tre pannelli centrali raffigurano la Dormitio, l’Assunzione e l’Incoronazione della Vergine, accompagnate dalla raffigurazione laterali degli Evangelisti e di Santi e Patroni locali.

Se escludiamo alcune ipotesi fatte sull’occhio absidale dell’Abbazia di San Galgano, ora testimonianza scheletrica e affascinante, la vetrata di Duccio legata al piombo da un maestro vetraio rimasto sconosciuto è nel Duecento un unicum per le sue dimensioni e i soggetti.

L’originale vetrata policroma dagli sgargianti colori giallo blu e rossi è attualmente conservata al Museo dell’Opera, a fianco della cattedrale, mentre una copia prodotta con le tecniche duecentesche domina l’abside con la propria luce prorompente e mistica e dopo secoli ancora cattura l’attenzione dei nostri occhi e della nostra anima.

Due opere senza eguali nel mondo occidentale per colori e maestria compositiva che ispireranno posteri illustri. Il sacerdote e alchimista fiorentino Antonio Neri alla fine del Cinquecento scrive: “e se bene si dice, e pare sia vero, che l’arte non può arrivare alla natura, tuttavia l’esperienza in molte cose mostra e in questa particolarmente de i colori nel vetro, che l’arte non solo arrivi e adegui la natura: ma di gran lunga la superi e passi.

DIARIO IN PUBBLICO
A passeggio tra la folla confuso tra gli “imbecilli”

L’intento primo era stato quello di commentare lo stato da suk a cui è ridotta Firenze in questi giorni. Mai vista una città più orridamente invasa e consumata da orde di grassi turisti, ognuno però con distinzioni nazional-popolari a seconda dei Paesi d’origine, salvo naturalmente gli smilzi, giapponesi, che mangiano, bevono, ruttano e lasciano dietro di sé odori che definire puzze è già un elegante eufemismo. Nella via dove si concentrano i peggiori esempi di questa nefasta invasione che è quella dove abito, ma anche quella del David, poveretto, che vede passare sotto i suoi prestigiosi attributi virili, le orde maleodoranti, capaci per lo più di commentare la congruità dei suddetti attributi con la monumentalità del corpo michelangiolesco, s’accalcano e scambiano democraticamente i loro fortori, poi corrono a comprare ciò che li attrae di più della visita d’obbligo all’Accademia : proprio l’immagine di quel segno di giovanile virilità che viene riproposta in primo piano da grembiuli, magliette, mutande in vendita nei bazar orientali che costellano la via e gli immediati dintorni.
Ier mattina nell’angolo, un tempo straordinariamente armonico, dove sulla piazzetta antistante s’apre il portone del Conservatorio Cherubini e sull’altro, appena svoltato l’angolo quello del Museo delle Pietre dure, ovviamente deserto, stazionavano sedute per terra e scosciate (così una volta si diceva e si scriveva) cinque americanine che esibendo procaci cosce su, su fin dove il tacere è bello, secondo l’affermazione del mio amatissimo Durante, detto Dante, beatamente si selfiggiavano posando mani, gelati, e quanto si può portare alla bocca sull’immondo marciapiede in cui stazionavano. Rapida la memoria scorre agli esibiti casi della sporcizia che ha invaso Milano e Roma prodotta dalle orde dei migranti che portano scabbia e chissà quali malattie dovute al non rispetto delle regole d’igiene secondo i pulitissimi leghisti, naturalmente inorriditi da tanta incoscienza. E qui? Che fanno le bionde giovinette che non cedono il passo al vecchierel malato e stanco? Al mio mite rimprovero pronunciato nell’ancor più imbarazzante linguaggio più vicino all’esperanto che all’inglese o americano in cui tento di spiegarmi per chiedere il passo, mi esibiscono sorrisi d’intesa e mentre con moto d’orrore penso “Ora mi colpiscono con un selfie bell’azzecato, soavemente pronunciano un sonoro ‘Sorry’ e si cacciano in bocca l’immondo pasto raccattato da terra”. Così passo accompagnato nella traversata non da un profumo n.5 ma da vaghi sentori di sudore e altri effluvi umani.

Firenze è un immensa cucina degna di un Expo del medioevo prossimo venturo. Ovunque si mangia. “Se magna” direbbero nella Roma Capitale. E l’esibizione di montagne di pseudo pizze e gelati dai colori improbabili e di panini-panoni che ti lasciano scoraggiati solo al vederli restituisce a pieno l’infelice stato in cui è piombato l’Occidente. Che rimane di Giotto, di Orcagna, di Donatello e di Botticelli e di Leonardo? L’impronta su un piatto. O il marchio. Come la lettera scarlatta del sublime racconto di Nathaniel Hawthorne.

Così dopo aver schivato le tremende imbottiture di grasso tremolante che accompagnano l’andar penoso delle folle migranti accompagnate da stremate guide leggo con stupore misto ad angoscia il grido verdiano (“Cortigiani, vil razza dannata ” qui mutato in “folla d’imbecilli”) con cui il principe dei critici e dei narratori italiani, Umberto Eco, bolla la folla dei frequentatori di Internet. Riferisce L’Huffington Post: “”I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”. Parola di Umberto Eco che attacca così internet dopo aver ricevuto all’Università di Torino la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media”. “Prima – ha detto Eco – parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.”

Non so se a quegli imbecilli possa essere accomunato anche chi scrive questa nota, fedele seguace più che dei romanzi delle posizioni critico-metodologiche dell’illustre intellettuale. Ma, siccome non ho la memoria corta, ricordo le parole con cui Maria Corti, celebre filologa e amica di Eco, mi raccontò come nacque la fortuna americana e quindi mondiale del suo famoso “Il nome della rosa”. I critici più potenti e i giornalisti più celebri furono invitati a una raffinatissima crociera su un battello che navigava il Mississipi. A forza di chiacchere da bar davanti a un bicchier di vino, meglio di cocktails, la fortuna del libro fu decretata.

Perciò sentire questa parola” imbecilli” in bocca ad un semiologo – e di quale vaglia! – rende la vicenda assai imbarazzante ( per lui).

Il grande Eco tenta sempre di ‘épater les bourgeois’: come lo si vede nei i suoi romanzi, forse commentati anche dagli imbecilli. Posta così la sua affermazione ci fa sembrare tutti idioti o culturalmente iloti nel senso leopardiano. Lo scrittore sa benissimo che sono quegli imbecilli che commenteranno poi il suo divin parlare e ne trarranno materia di scussione… Non credo quanto a cultura di essere inferiore a Eco o perlomeno, come dire, di aver timore di discutere questa presuntuosa affermazione . Nel mio gruppo facebook composto di 500 persone mai una volta ho sentito prender la parola a degli imbecilli né commentare un argomento come chiacchiera da bar. E questo gruppo pur annoverando scrittori, critici, politici, storici e via dicendo nella maggior parte è composto da persone di cultura media e bassa ma che sicuramente sanno leggere anche le opere dello scrittore. Il punto sta nel come formi tu personalmente il tuo gruppo, come lo selezioni, come lo coinvolgi e a differenza del giudizio di tanti colleghi accademici con il naso a puzzo come si dice nella mia Firenze la riunione degli “imbecilli” funziona assai bene.

Personalmente dopo essere andato in pensione sono stufo dei guru che oracoleggiano dall’alto della fama raggiunta (e basta aprire gli ormai inguardabili talk show dove Eco troverà tanti suoi colleghi: anche quelli che gli hanno dato lavoro).

Uno sguardo meno ironicamente sussiegoso potrebbe servire anche per il divino Eco.

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Abbado in mostra, note di vita nelle foto di Caselli Nirmal

Venticinque anni fa il primo incontro. E’ il 31 marzo del 1990 e Marco Caselli Nirmal si trova con la sua macchina fotografica in mano davanti a Claudio Abbado. Gli spazi sono quelli del Teatro comunale di Ferrara, dotati della nuova camera acustica per l’attesissimo concerto con Abbado alla guida dei Berliner Philharmoniker.

E’ un’intesa immediata, una folgorazione. L’occasione e l’emozione li racconta lui, fotografo teatrale che ha immortalato tanti artisti e momenti-chiave della storia della musica e dello spettacolo contemporanei. E che, dopo quel incontro lì, diventa il fotografo ufficiale del maestro Abbado.

Ora Marco Caselli Nirmal torna protagonista accanto al maestro nella mostra “Claudio Abbado-Fare musica insieme” che si inaugura sabato 28 marzo, ore 19.30, all’Opera Firenze.

Più della metà delle immagini esposte vengono dall’archivio ferrarese di Marco, che le ha scattate nell’arco di ventitré anni, dal giorno del primo incontro con il grande direttore fino alla sua scomparsa. Sue sono 117 delle 200 immagini esposte lungo gli spazi del nuovo Auditorium, inaugurato proprio da Claudio Abbado con la nona sinfonia di Gustav Mahler. E’ il dicembre 2011 e Claudio ancora una volta è lì, al suo fianco, dietro all’obiettivo.

Ora, nella sede teatrale fiorentina, la possibilità di vedere il lungo racconto per immagini di una carriera artistica che ha segnato la storia della musica e di farlo attraverso lo sguardo dei molti fotografi che lo hanno incontrato. “Per ogni immagine, dove è stato possibile – spiega il curatore della mostra – è indicato il brano, l’opera eseguita in quel momento e in quella data, rintracciato tramite i programmi di sala, il ricordo e le indicazioni dei fotografi. Immagine dopo immagine, il percorso espositivo (organizzato in ordine cronologico) mostra l’intensa sintonia che il maestro aveva con i professori d’orchestra, le suggestive immagini di concerti eseguiti anche in luoghi non convenzionali come le fabbriche e palasport, il rapporto con attori e cantanti e con le tante orchestre da lui fondate. Ogni immagine racconta momenti di condivisione profonda e rende evidente quel ‘fare musica insieme’ che ha contraddistinto la carriera di Abbado”. Un modo di lavorare e di valorizzare i talenti reciproci che ora dà il titolo all’esposizione, che ancora una volta mette insieme cose e persone, aspetti diversi che uniti – come in un’orchestra che si allarga oltre quella degli strumenti musicali – fanno l’opera. Come racconta Marco, infatti, “architettura, musica e fotografi trovano qui un alto momento di fusione”.

La mostra è organizzata da Opera di Firenze-Maggio musicale fiorentino e Contrasto, che ne ha fatto un libro-catalogo, in collaborazione con la Fondazione Claudio Abbado. Gli oltre 200 scatti esposti occupano ogni spazio percorribile dal pubblico all’Opera di Firenze e portano la firma, oltre che di Caselli, di altri grandi fotografi come Gianni Berengo Gardin, Peter Fischli, Roberto Masotti, Ferdinando Scianna.

Claudio Abbado/Fare musica insieme” a cura di Alfredo Albertone. Fino al 28 giugno, ingresso libero durante gli spettacoli, piazza Vittorio Gui nel centro di Firenze, info allo 055 2779309.

[clic su un’immagine per ingrandirla e vedere tutta la galleria]

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Claudio Abbado fotografato da Marco Caselli Nirmal
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Il maestro a Ferrara nel 2011 dietro l’obiettivo di Marco Caselli Nirmal
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Claudio Abbado con la Mahler Chamber orchestra al Teatro comunale di Ferrara (foto di Marco Caselli Nirmal)
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Il maestro fotografato da Caselli Nirmal con la Mahler Chamber orchestra al Teatro comunale di Ferrara nel 2011
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IL RICORDO
L’officina ronconiana degli anni ’70 Ferrara, la capitale della sperimentazione

Eccolo! L’ho ritrovato il programma di sala dell’ “Orfeo ed Euridice” diretto da Riccardo Muti, in apertura del XXXIX Maggio musicale fiorentino. Cinque spettacoli, la prima Venerdì 18 giugno 1976, regia di Luca Ronconi, scene e costumi di Pier Luigi Pizzi. Che vidi tutti e anche le sessioni delle prove!

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Copertina del libretto dell’ ‘Orfeo e Euridice’ di Gluck

Alla notizia della morte del grande regista, Riccardo Muti da Chicago dove dirige il Requiem di Mozart annuncia: “”Questa sera a Chicago dirigerò il Requiem di Mozart e voglio dedicarlo a Luca Ronconi, grande amico e grande uomo di teatro”. E prosegue dichiarando all’Ansa: “E’ il regista con cui ho lavorato di più”, spiega. La prima volta, dice, “fu a Firenze con l’ “Orfeo e Euridice” di Gluck. Erano gli anni Settanta, fu un successo strepitoso, una regia che rivoluzionava il modo di intendere il teatro d’opera. Dopo, tanti registi europei hanno seguito questa sua indicazione”.
In quegli anni, che significarono per me la flaubertiana “éducation sentimentale”, poter essere ammesso nell’officina ronconiana fu una straordinaria occasione di accostarmi alla sperimentazione più raffinata del teatro. Ronconi veniva dall’esperienza dell’Orlando Furioso adattato da Edoardo Sanguineti, realizzato per il Festival dei due Mondi di Spoleto nel 1969 e immediatamente portato a Ferrara in Piazza Municipale.
In quegli anni la nostra città era la capitale della sperimentazione teatrale. Qui approdarono negli anni Sessanta Judith Malina e Julian Beck, fondatori del Living Theatre con “The Bridge”. Qui approdò Carmelo Bene, e Ronconi fino a tempi recentissimi sperimentò spettacoli che hanno fatto la storia del teatro. Tra i più famosi “Il viaggio a Reims” di Rossini e lo stupefacente “Amor nello specchio”, irripetibile in altri luoghi che non fossero stati Corso Ercole d’Este e il Palazzo dei Diamanti, come lui stesso ha dichiarato.

officina-ronconianaofficina-ronconianaTornando all’opera di Gluck, attesissima dal raffinatissimo mondo musicale fiorentino, i ricordi si concretizzano nelle lunghe discussioni durante le prove. Ronconi e Pizzi erano ospiti di Paola Ojetti nella sua affascinante casa di via de’ Bardi a un passo dal Ponte Vecchio. Figlia del grande giornalista Ugo, svolse un’intensa attività come sceneggiatrice di film; le sue conoscenze erano legate a quel mondo culturale che vedeva ancora in Croce l’espressione più alta della cultura. Ricordo che Paola trascrisse una copia meravigliosa dell’epistolario di D’Annnunzio e Barbara Leoni, Barbarella, affidatale da Croce che potei consultare a lungo.
Riccardo Muti ormai era l’enfant prodige della musica, adottato da Firenze dove approdò nel 1969, spessissimo ospite nella villa di Bellosguardo dove ho passato venticinque anni della mia vita e dove s’incontravano i più grandi artisti del tempo: da Slava Richter con cui giovanissimo eseguì un concerto memorabile a David Oistrack, a Eugene Ormandy a cui Riccardo successe nella direzione della Philadelphia Orchestra.
Ci eravamo sposati nello stesso anno e per molto tempo, a settembre, nel giardino dove Foscolo passeggiò e scrisse “Le Grazie”, la nostra ospite festeggiava i nostri matrimoni. In quel momento studiavo il Settecento letterario tra Metastasio e Ranieri de’ Calzabigi e spesso nelle fervide discussioni venivo interpellato.
Al gruppo si associava poi Tirelli “la sarta nera” come veniva chiamato, autore dei meravigliosi costumi dell’opera. E la sera dell’inaugurazione, all’apparire della scena stupenda inventata da Pizzi, con i coristi che commentavano la tragedia come nell’antichità, sistemati in palchetti sul palcoscenico, vestiti con costumi neoclassici o ottocenteschi, venne giù il teatro. Una magia si era compiuta. E poi per le strade di Firenze nel dopo spettacolo, a sperimentare dal vivo quella Bellezza che le pietre di Firenze evocavano in armonia col mondo.

Ho incontrato Ronconi altre volte. Per la presentazione del volume da cui Sanguineti estrasse il racconto dell’ “Orlando furioso”, assieme ad Ezio Raimondi al ridotto del Teatro comunale di Ferrara o all’Auditorium del Louvre per il convegno “L’Arioste et les arts” a cui venne dedicata una sezione speciale. Non arrivò ma la sua opera era lì a testimoniare per lui. In una serata organizzata, mi pare, da Ferrara sotto le stelle, una serata di letture dell’Orlando furioso letto da Ottavia Piccolo e Ivano Marescotti e da me condotta, la Piccolo ricordò come anche nella seconda riproposta dell’Orlando avrebbe voluto impersonare Olimpia, cavallo di battaglia della divina Melato. Ma non le fu concesso, così per una sera la giovane Angelica poté leggere le ottave dedicate ad Olimpia.

Ed infine “Amor nello specchio” il risultato sicuramente più magico della lunga carriera ronconiana. Arrampicato lassù nella vertiginosa scala da cui in basso nuvole e palazzi si riflettevano negli specchi che coprivano corso Ercole d’Este e i primi piani dei palazzi fino a raggiungere e congiungersi con il più ariostesco dei palazzi: quello dei Diamanti. E poi a discutere con la Melato mentre la si accompagnava nel residence dove stava a due passi dal Castello. Posso ben dire allora che una volta tanto il ricordo non tradisce e Ferrara come direbbe de Pisis si trasformò nella città delle cento meraviglie.

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Il decoro nelle città d’arte: questione di civiltà,
le catenelle non c’entrano

Tra Ferrara e Firenze il 27 agosto 2014, ripensando a questo giorno del 1950 quando lo scrittore a cui ho dedicato sudate carte si tolse la vita: Cesare Pavese.

Sotto un cielo degno del Rosso Fiorentino, attraverso lentamente Firenze fendendo folle più composte di quelle che abitualmente l’invadono: quasi intimorite della bellezza che si sprigiona dai suoi monumenti, dalle sue strade, dalle sue case e palazzi. Una fisarmonica si lamenta di fronte all’Accademia e un ragazzo dai piedi deformati porge un bicchiere di plastica per un obolo. Molti lasciano cadere una moneta, altri lo evitano. Una bella e giovine poliziotta municipale osserva apparentemente distratta se tra la folla non s’inserisca qualche borsaiolo. I gradini del Duomo spariscono sotto folle di giovani e anziani che addentano panini, bevono birra e lasciano un tappeto di cartacce mentre selfie a ripetizione, tra urletti di soddisfazione e ostensioni a braccio rigido degli improvvisati testimoni, indifferentemente fotografano il campanile di Giotto e le cartacce, Brunelleschi e folle non propriamente odorose. Ma niente catenelle. Nelle vetrine dei posti di ristoro in verità non molto allettanti, tra massicci cumuli di gelati dal dubbio colorito, campeggiano discreti cartelli “No toilet” in un improbabile inglese mentre a pochi passi di distanza la “toilet” pubblica di Piazza Duomo registra file gigantesche di fruitori seconde solo a quelle che si formano per la salita sulla Cupola. Intensi odori umani e occhi meravigliati nel lento pellegrinaggio verso Palazzo Vecchio e la quasi insuperabile strozzatura di Ponte Vecchio, ma l’occhio non vede catene o sbarramenti che impediscano di avvicinarsi a monumenti così preziosi. Forse ai tempi di Giovanni Boccaccio era la regola questo misto di umanità e fritture. Le chiese intese nel senso antico di “ecclesia” e di comunità raccoglievano fedeli in preghiera e corteggiamenti serrati. Pure i cani scorrazzavano liberamente. Persino Dante, come racconta nella Vita Nuova, si permette di usare una donna dello schermo per attrarre lo sguardo di Beatrice e al diniego del saluto pianti, lacrime, svenimenti fino alla decisione suprema “quando apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino tanto che io potesse più degnamente trattare di lei”. E nasce la Commedia. Così tra gli incontri dei giovani che si riuniscono a Santa Maria Novella e decidono di recarsi in campagna a raccontarsi storie, si registra la storia di Andreuccio da Perugia che caca tra i muri del chiassetto precipitando per la rottura di un asse nel maleodorante fondo. Andreuccio “richiedendo il naturale uso di dover disporre il superfluo peso del ventre” si reca nel luogo indicato e precipita senza farsi male “quantunque alquanto cadesse dall’alto; ma tutto della bruttura, della quale il luogo era pieno, s’imbrattò”. E Dante ancora immerge nel liquame prostitute, mezzani e seduttori tra i quali non fa una bella figura il signore di Ferrara Alberto d’Este.

Per quanto non frequenti la Piazza il mercoledì non credo che la situazione sia peggiore né che occorrano catenelle per tener lontane le intemperanze dei festeggianti. I cani non entrano più in chiesa, gli amori nascono nelle discoteche e non certo nei luoghi sacri, eppure ancora qualche Andreuccio da Perugia contemporaneo non capisce la differenza tra il rispetto del luogo e il soddisfacimento dei propri comodi. Serviranno catene e baluardi? Ne sono poco convinto. Cosi, se è “incivile” il comportamento di chi bolla la mendicità come discriminazione (e ben lo ha rilevato il Sindaco) altrettanto “incivile” è il comportamento di chi pensa di comportarsi secondo il proprio estro o per seguire l’ideologia del branco. Allora a che servirebbero catene e catenelle a chi non capisce lo spirito che dovrebbe informare il raduno dei giovani? Ai miei tempi, lontani, la meglio gioventù si radunava al “Moka”, il caffè ora scomparso in piazza Trento Trieste. Non si disdegnavano belle bevute, ma a soddisfare le urgenze della vescica soccorreva un magnifico bagno pubblico all’angolo di via Contrari dove disciplinatamente ci si recava. Ma di catenelle nemmeno l’ombra. E provare con wc chimici e sorveglianza? Con cestini e multe?
Chissà che non si riuscisse a imporre il rispetto per la Bellezza e la Storia senza incatenarle…

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La cattiveria rimedio estremo ai mali

Nella Toscana e a Firenze finalmente ritornata alle gloriose giornate di primavera di un tempo, quella che mi ricordavo lungo il percorso ormai annoso dei miei soggiorni fiorentini, sono accolto da una serie di notizie “cattive” che sembra siano divenute lo sport nazionale invano contrastate dallo stormire profumato dell’immenso albero di mimosa nel giardino di via degli Alfani dove per anni ho svolto le mie lezioni.
E così nel giorno dedicato alle donne a cui questo fiore è consacrato ecco le notizie dei femminicidi, delle distruzioni di famiglie dove madri e padri uccidono i figli con cattiveria e determinazione. Ecco che sui giornali e sui media campeggiare l’immagine del David michelangiolesco, estremo omaggio al corpo adolescente di un profeta nudo armato solo della propria bellezza che qualche infame produttore d’armi deturpa con un’ oscena arma che avvilisce ma non sconfigge la grandezza dell’arte. Nemmeno l’uso spregiudicato dei gessi canoviani a cui si strusciavano belle ragazze in “intimo” raggiunge la grottesca e dolorosa immagine del David armato. Poi il disgustoso scambio di offese crudeli tra i pentastellati e tutto ciò che ha a che fare con un uso normale della democrazia e delle sue leggi. E per concludere gli insulti volgari con cui alcuni personaggi doverosamente nascosti dal loro nickname commentano in un giornale online il malore che ha colpito il neo ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. Una miseria etica prima che politica e culturale che ci avverte quanto siamo vicini al punto di non ritorno nello svolgimento di una corretta forma di democrazia.
La cattiveria diventa perciò lo strumento irrazionale con cui si reagisce a una situazione assai critica (e non a caso su una stazione radiofonica regionale toscana disperatamente si declina una canzone in cui l’Italia appare come “il paese delle mezze verità”) che porta alla protesta affidata a questa forma di giudizio. Se il cattivo è l’antitesi del buono sembrerebbe che per contrastare questa forma di protesta basti affidarsi al suo contrario. Ma dove reperire il “buono” se si fa di tutto per ignorarlo o per umiliarlo? Eppure c’è nonostante il preponderante uso della “cattiveria”. C’è in tantissimi ragazzi che incontro nelle scuole ma che non osano esprimersi troppo apertamente per non essere oggetto dalla forma più odiosa di cattiveria che è il bullismo, c’è nella disperazione con cui tanti giovani stringono i denti e svolgono il loro apprentissage universitario nonostante sappiano quale sarà il loro futuro. Sembrano luoghi comuni appunto perché declinati in una specie di mantra esorcizzante che però non si applica alla realtà nella sua infinita bruttezza e cattiveria.

Non si vuole con questa riflessione indurre a una sconsolata presa di coscienza dell’inutilità dello sforzo, ma invece lanciare ancora una volta un appello alla consapevolezza di un atteggiamento etico che trova la sua prima e fondante premessa nell’accostarsi alla politica come necessario mezzo di accesso a una democrazia non bacata e non “cattiva”. Certo non ignorando quanto si sia sprecato in decenni di camuffamento dell’eticità tra un B. e un G. che ancora vorrebbero negare l’urgenza e la necessità di un rimedio unico ai mali che naturalmente non può essere affidata alla cattiveria. Almeno da coloro che non si sentono “itagliani” ma italiani.

[Ascolta il commento musicale, Il Paese delle mezze verità]

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