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Il cattivo poeta

Sono tempi dal cielo chiuso, quel che oggi sembra grandezza non è che prepotenza…

Primavera 1936, anno di nascita dei nostri genitori, per alcuni di noi cinquantenni. Tempi lontani, tempi non semplici per molti di loro, tempi dove la saggezza era un antico ricordo. L’anno in cui il neopromosso federale più giovane d’Italia, Giovanni Comini, di stanza a Brescia, viene convocato a Roma da Achille Starace, segretario del Partito Fascista e numero due del regime, per sorvegliare quotidianamente il Vate, Gabriele d’Annunzio, diventato un personaggio “scomodo” al regime. Il racconto di chi ha cambiato opinione, gli ultimi anni della vita di un genio non più simpatizzante per Benito Mussolini, scorrono sullo schermo, ne Il cattivo poeta, esordio nel lungometraggio di Gianluca Jodice.

Comini (interpretato da un intenso Francesco Patanè, esordiente), ha un compito davvero ingrato assegnatogli da Starace (Fausto Russo Alesi), per il quale “D’Annunzio è come un dente guasto, o lo si ricopre d’oro, o lo si estirpa …”. Il poeta è, infatti, certo del fatto che l’alleanza con la Germania di Hitler (che definisce “il ridicolo nibelungo”) sarà l’inizio del disastro, vi si oppone fermamente. Il regime teme che un dissenso tanto illustre possa danneggiare i suoi piani. D’Annunzio (un meraviglioso Sergio Castellitto), vecchio e affaticato, vive quindi isolato sul Lago di Garda, nel suo Vittoriale, dove il film è quasi interamente girato, in una vita ormai al limite e dissennata, fatta di vizi estremi che prevedono sesso, antidolorifici e cocaina. Sempre animato dall’ormai irreale speranza che l’asse Roma-Berlino si distrugga prima che scateni l’inferno. 

Nella parte iniziale, il film convince poco, lo spettatore rimane forse un po’ spiazzato e deluso dall’immagine decadente del poeta, da un ritratto negativo che getta ombra sulla sua poesia e grandezza, da un Uomo logorato dalla lunga clausura in “quei giardini che appaiono foreste, in quel placido lago che si fa oceano” e profondamente deluso da un’Italia sull’orlo della distruzione sociale, umana e politica e che si dirige verso l’abisso. Ma poi la storia riprende, le immagini del Vittoriale sono avvolgenti e cariche di pathos, la storia italiana viaggia parallela alla vita del poeta: rivediamo l’Impresa eroica di Fiume e il Futurismo con la gagliardia fisica, erotica e mentale del Vate, i moti nazionalsocialisti che trasformarono l’ideale fascista tanto ammirato in una dittatura che strinse in una morsa la vecchiaia del Poeta e l’Italia. D’Annunzio è stato rivoluzione e trasgressione, poetica e violenza, l’archetipo dell’artista che ha il dovere di andare contro il potere, di prendere posizione e schierarsi verso il pensiero dominante, di un Uomo che non ha avuto paura del dissenso, convinto che la Bellezza è la sola arma di distruzione del male. Il fascino di tanta grandezza arriva anche a Comini (“Tu sarai testimone della mia veggenza”, gli dirà), che aiuta il Poeta ad organizzare un breve incontro con Mussolini durante la sua fermata alla stazione ferroviaria di Verona Porta Nuova. Ma il Duce lo ignora. Tutto è perduto. Ed è tardi. Non resta che rassegnazione.

La sceneggiatura, sempre di Jodice, utilizza per i dialoghi di D’Annunzio solo le sue parole scritte o pronunciate in pubblico. L’impianto teatrale è evidente, vi è una grande cura della scenografia e dei costumi. Nella fotografia predominano i colori seppia, blu e grigio pietra (soprattutto quello delle uniformi, quasi a voler ricordare il buio e il tono delle tenebre per un Poeta crepuscolare, dove il Vittoriale, da luogo della memoria diventa monumento funebre di una vita e di un mondo); il grigio, tuttavia, a volte è squarciato dai verdi intensi e sgargianti dell’arredamento del Vittoriale. Resta forse un lumicino?? Gli ambienti e l’architettura sono imponenti, sovrastanti. Il cattivo poeta ci ricorda di diffidare di chi “ha bisogno di un balcone” in questi “tempi da cielo chiuso” e piange la morte del pensiero autonomo.

 

 

 

Il cattivo poeta, di Gianluca Jodice, con Sergio Castellitto, Francesco Patané, Tommaso Ragno, Clotilde Courau, Fausto Russo Alesi, Massimiliano Rossi, Italia, 2021, 106 minuti.

Trailer 

L’uomo del fiume
…un racconto

L’uomo del fiume
Un racconto di Carlo Tassi
dedicato a Nick Drake

L’uomo del fiume guarda oltre la riva.
Nuvole sparse all’orizzonte.
Tre gabbiani intrecciano ricami nel basso cielo.
L’acqua scorre come il tempo,
dalle montagne al mare,
ininterrottamente, eternamente.
La vita insegue, come sempre,
da un passato di ricordi
a un futuro di speranze e delusioni.
In mezzo solo dolore e gioia:
la vita non s’accorge di vivere.

L’uomo del fiume arriva al mattino presto,
si siede sulla riva e s’accende una sigaretta.
Fuma lento, guarda la corrente e aspetta.
L’aria è leggera, come i pensieri, come il vento.
L’uomo del fiume è alla sua quinta sigaretta,
unghie e barba ingiallite.

È mezzogiorno.
Un magro bottino di pesce per la sera,
quattro bocconi di pane e formaggio,
e un bicchier di vino.
Poi di nuovo sulla riva
a guardare il tempo scorrergli davanti,
spumeggiante, indomabile, indifferente.

Il giorno è passato,
come altri mille e mille ancor prima.
Altri giorni passeranno
nell’attesa che qualcosa succeda.
Perché qualcosa dovrà succedere
prima o poi.

Ma l’unica certezza è nell’acqua
che scorre e non si ferma.
L’uomo del fiume allunga una mano,
la immerge nella corrente,
sente il tempo scorrergli tra le dita,
cerca d’afferrarlo ma gli sfugge.

L’uomo del fiume guarda oltre la riva.
Non può fermare il tempo.
Tra le ombre della sera osserva la corrente
che muove il mondo e decide.

Il fiume gli ha dato tanto
e gli ha tolto tutto:
una vita di attese,
le ceneri della moglie,
un figlio troppo acerbo,
adorato e scomparso
dentro un vortice al largo.

È mezzanotte.
Un passo oltre il pontile,
un tuffo nel buio,
un abbraccio gelido e avvolgente…

L’uomo del fiume ha catturato il tempo.

Nick Drake muore suicida nel 1974, all’età di ventisei anni…
River Man (Nick Drake, 1969)

Per visitare il sito di Carlo Tassi clicca [Qui]

Gente di fiume

Io sono nata in città, ma vivo a Pontalba da molti anni. La gente di Pontalba è la mia gente. Il rapporto che ho con alcuni pontalbesi è quasi-quotidiano, ci vediamo sempre. Vado da Camilla a prendere il pane ogni giorno, poi a prendere il giornale e poi la frutta.  Il giro è sempre lo stesso, le persone che incontro anche.
A Pontalba ci sono i miei vicini di casa, le mie amiche e i miei parenti. C’è il cimitero con i miei cari morti e ci sono i tre figli di mia sorella che rasserenano il mondo. La gente di Pontalba è gente di pianura. Gente di paese. Siamo in Lombardia, tra i campi e lungo le rive del Lungono, il fiume che accompagna l’esistenza di tutti i pontalbesi. Pontalba fa parte del parco del Lungone Nord e i vincoli paesaggistici fanno sì che l’area abitata resti pressochè immutata, compreso la forma e il colore delle case. Basse e spesso bianche. Sono vecchie case di campagne ristrutturate, oppure villette di nuova costruzione. Quasi tutti qui hanno l’orto, il cortile, il garage. Pochissimi pontalbesi vivono in appartamenti, nessuno paga l’affitto. Le case sono di proprietà, ereditate dai nonni contadini che abitavano la zona prima di noi.
Il Lungono fa parte della nostra vita, della vita di questo paese che cammina piano e sicuro come la sua acqua. L’acqua del Lungone è verde, piatta, profonda.  Diventa molto più bassa quando viene incanalata per irrigare i campi di granoturco d’estate. Poi si rialza e, durante l’autunno e l’inverno, scorre lenta e sicura verso la foce.
Camminare lungo il Lungono rende la mia vita sempre uguale e sempre diversa, una sorpresa al giorno, la certezza di sempre.

Mi sono chiesta spesso che rapporto ci sia fra il nostro desiderio di novità e il nostro bisogno di conferme. E’ un rapporto simbiotico, in continuo mutamento. Quando siamo saturi di certezze desideriamo ardentemente qualche novità e quando arrivano importanti novità che ci destabilizzano veniamo presi da una profonda nostalgia per il consueto, per il già dato che in quanto tale, rassicura. Non ci sono margini di imprevedibilità in ciò che è sempre uguale. Non c’è possibilità d’errore in una aspettativa corrisposta nel modo che sappiamo pensare.  La storicizzazione degli eventi li cristallizza definitivamente nel marmo del tempo che fu. Nel tempo che è già passato c’è la radice di ogni nostra certezza. Nel fiume la cui acqua sembra sempre quella ed è sempre diversa, c’è ciò che ogni giorno proviamo ad essere in questo angolo di mondo.  C’è la certezza della vita che prosegue, c’è la memoria di una storia lineare, c’è una buona aspettativa per il futuro garantita dall’origine di ciascuno di noi. Dal fiume dal quale veniamo e al quale torneremo viene una conferma. Come terra che si depositerà sul fondale e perché no, ritornerà definitivamente al suo pianeta, così siamo noi, futura terra. Questa è la certezza di fondo, la prevedibilità del nostro esistere, lo scorrere lento e regolare del nostro fiume. Questa sicurezza, non spaventa nessuno, accompagna.

Lungo le sponde del fiume si trova anche la novità, si ha un ritorno molto forte del tempo che passa. Le stagioni cambiano, spuntano i fiori, crescono, si seccano, marciscono. Spuntano i funghi, crescono velocemente, qualcuno li raccoglie, alcuni non li trova nessuno e diventano concime. La vegetazione è una sorpresa quotidiana, è una scoperta che accompagna, che evidenzia il tempo così come lo conosciamo, che annulla l’idea di tempo così come l’accelerazione mediatica e consumistica propone. Non c’è accelerazione lungo il fiume. C’è novità. Non esiste un buon rapporto tra novità ed accelerazione. Ciò che viene trovato, consumato e archiviato subito non è naturale, è un artificio pericoloso che porta al disintegrarsi di qualsiasi desiderio. Un fuoco che brucia tutto, impressiona, ma muore subito. Un fuoco morto è triste. Lascia molta desolazione. E poi si ricomincia con una nuova novità che diventa un bisogno impellente e che deve essere bruciata subito. Come il fumo di un bellissimo calumet. Finisce subito. Nell’accelerazione innaturale di questo povero mondo c’è l’invecchiamento brutto. Quello che non anela a novità perché le conosce tutte, che non cerca la pace perché non la riconosce più.

Chi vive lungo un fiume sa che il fiume riporta a una dimensione primordiale. Si torna ad un sentire che, accompagnando il corso dell’acqua, è sempre uguale, sempre diverso, sempre in mutamento, sempre fermo. Il fiume non accelera niente, rallenta, rallenta, rallenta ancora, fino a fermarsi. Il fiume sa sospendere l’incedere inesorabile delle ore. Lungo il Lungone il tempo è contemporaneamente fermo e in movimento e sorprende per la sua grande capacità di rallentare, rallenta il tempo, rallenta la vita, rallenta le preoccupazioni, rallenta le necessità artificiali. Facendo questo è fisico e metafisico insieme, è la nostra storia e il nostro presente, è quel poco di futuro che serve per guardare al domani con fiducia. Possiamo camminare con la consapevolezza che potremo tornare al fiume e lui sarà ancora lì con la sua pace ad aspettarci sempre, a rallentare sempre. Nell’acqua che  scorre lenta c’è lo spazio per la riflessione, ma anche per il sentire, per un sentire che basta a se stesso. Come la sensazione del sole sulla pelle e del vento tra i capelli che sa autocompiacersi, sa portare lontano, non brucia subito, non necessita di alcun artificio, basta per quel che è, garantisce sempre la sua persistenza, il suo stare dentro e fuori di noi, così noi possiamo sospendere il tempo guardando il fiume che pervade tutto, aldilà e aldiquà delle sue sponde.  In una dimensione piccolissima e che può dilatarsi a dismisura, in un tempo fermo e lentissimo che cambia e si muove sempre, possiamo ritrovare noi stessi. Possiamo ritrovare un punto d’incontro tra il nostro necessario bisogno di novità e il nostro incessante ritorno alla prevedibilità quale fonte di tranquillità. Possiamo essere nuovi e tranquilli, nuovi e sospesi, dentro il tempo, dentro l’acqua.
Noi che siamo gente di fiume sappiamo tutto questo, nessuno lo dice, ma lo sa la nostra pelle, lo sanno le nostre mani e lo sa il nostro cuore. Ciò che davvero sappiamo non è ciò che diciamo, è ciò che sentiamo. Il sentire è una forma autentica di percepire noi stessi all’interno del mondo. Una forma molto poco mediata, poco condizionata, senza spigoli. Il sentire ci permette di percepire noi stessi in un tempo lento, sempre uguale e sempre diverso, accompagnato dal fiume e dalla certezza che la sua presenza diffonde.

Spero che Pontalba non cambi mai, che la presenza del Lungono renda l’esistenza migliore, che la pace che da lui deriva e che si irradia sulle vite che lo circondano, sia duratura, permetta a noi di invecchiare ai bambini di crescere. Non c’è storia vera senza la possibilità di fermare il tempo, di rallentarlo, di renderlo adatto alle persone e al loro sentire, al loro essere in questo momento e in questa vita. Il fiume toglie molto necessità impellenti, toglie il consumismo che l’accelerazione sostiene, riapre a un tempo che a volte riesce perfino a sospendere se stesso. Galleggia vuoto e bellissimo nel silenzio. Come una fata di primavera che vestita di tulle bianco dondola su un altalena e non ha più bisogno d’altro perché basta a se stessa per quello che è in quel momento, per quello che sente, così potremo essere noi: leggeri, sospesi, dentro un tempo che sa guardare se stesso e che diventa sorprendentemente trasparente.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Per far visita agli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

DI MERCOLEDI’
Verde acqua

Di mercoledì ho saputo che dal prossimo settembre sarò in pensione. E’ accaduto una settimana fa e allora  la vita ha bussato, si è fatta avanti e anche senza scompigliare troppo le carte ha spostato il baricentro dei miei pensieri. Confusamente ho pensato che non ho libri che mi supportino in questo momento. Quante volte sono ricorsa a loro per farmi scudo verso gli impegni della giornata, anche la domenica; è stato come fare il pieno di carburante prima di partire. Ero pronta prima di uscire per un impegno famigliare, ero in anticipo e impiegavo quella mezz’oretta per leggere qualcosa, quasi sempre per rivedere un argomento delle lezioni del giorno dopo. Anche se tutto era già stato predisposto e ci avevo lavorato abbondantemente. Ma il viatico della lettura era un rito sedimentato da troppi anni, serviva a me per quella giornata stessa.

L’ho definito il terzo stadio della mia sindrome letteraria. Durante gli anni di Università ho capito che gli studi umanistici avevano a che fare con la mia identità; durante i lunghi anni di docenza è stato chiaro che insegnare per me significava fare opera di mediazione, offrire agli studenti tutte le mie conoscenze di contenuti e di metodo, ma soprattutto la passione. Da anni, ed eccoci allo stadio attuale, so che la letteratura soccorre anche le mie fragilità e mi rende meno vulnerabile.

In questi giorni, però, non succede: non mi vengono in mente libri che parlino di pensionamento. La galleria frettolosa di protagonisti che scorro non ha pensionati da presentarmi. Mi dibatto tra eroi di decine di romanzi di formazione, tutti rigorosamente giovani e speranzosi come Rambaldo di Rossiglione, che attende impaziente di affrontare la prima battaglia della sua vita e ascolta i consigli di Agilulfo, il cavaliere che non c’è ma sa di esserci, protagonista del celebre Il cavaliere inesistente di Calvino. Oppure penso a tanta narrativa dedicata a coloro che vivono l’ultima fase della vita. Mi pare che ultimamente siano diventati  proprio tanti; se ci penso l’amato Niente caffè per Spinoza di Alice Cappagli uscito l’anno scorso parla di questo. E di questo parla il comicissimo libro di Howard Jacobson, Su con la vita, che racconta le avventure quotidiane di una signora novantenne e delle sue badanti. Di come lei trascorra le giornate tormentandole con la lettura dei suoi diari e si dimostri lucida e attiva, arrivando perfino a procurarsi una caduta per dar loro qualcosa da fare.

Verde acqua si insinua piano: l’ho letto durante questi mesi così evanescenti da sembrare un tempo ora lunghissimo ora breve e fuori fuoco. E’ un diario che racconta due segmenti della vita dell’autrice, infanzia ed età adulta,  che vengono liberamente alternati e il lettore passa dagli anni dell’esodo da Fiume avvenuto per la famiglia della scrittrice nell’estate del 1949  fino all’oggi. L’oggi per Marisa Madieri, che ha raccontato di sé con generosità e con gentilezza, è il 27 novembre 1984. Sposata con lo scrittore Claudio Magris e con due figli maschi ormai grandi, vive col marito in una grande casa dove i libri si accumulano a grande velocità, dove, senza le voci dei due ragazzi, si è accumulato anche il silenzio. Ma il cuore è grande. Marisa lo riempie con i ricordi intensi di tutte le persone che ha amato: i genitori e la sorella, i nonni e più tardi le amiche e i colleghi, la sua nuova famiglia. Si può dire che il suo temperamento e la fede profonda l’hanno condotta ad amare il genere umano e i bambini. Cito da una delle ultime pagine: “Eppure, quando le persone che mi hanno conosciuto prima ch’io lasciassi l’insegnamento, che pure amavo, mi chiedono ‘cosa faccio adesso tutto il giorno’, mi riesce difficile spiegare in poche parole, senza cadere nella retorica, che il fronte del mio impegno attuale è sul confine tra la vita e la morte”. Allude da un lato ai viaggi che fa col marito, ai figli, al corso di informatica a cui si è iscritta per usare il computer appena comprato; dall’altro pensa ai bambini che hanno bisogno di aiuto per nascere e poi per crescere. Nel novembre del 1983 ha scritto nel diario una pagina breve in cui racconta di avere tenuto tra le braccia una bambina di poche settimane, Laura. Laura non doveva nascere, ma ora i colori delle sue guance e dei capelli, il rosa e il nero, hanno conquistato sia i famigliari che gli amici di famiglia, prima non disponibili ad accoglierla. ”Sono andata a trovarla assieme ad un’altra volontaria del Cav”, e mentre i giovani genitori le preparavano il biberon “pensavo che Laura in fondo era anche un po’ mia e non lo avrebbe saputo mai”.

Marisa convive da tempo con la malattia ma sa parlarne con pudore e un forte senso di cristiana accettazione. Le ultime parole del diario esprimono gratitudine, lei dice, per le persone “che non solo mi hanno aiutato a vivere ma, forse, sono la mia vita stessa”. Verde acqua è il colore del completo che la madre le aveva comprato per la sua prima festa ai tempi del liceo; un cardigan e una maglia a giro collo che la fecero sentire adeguata, elegante come le altre sue compagne. La madre, però, aveva portato al Monte di Pietà un bracciale di valore e una vecchia pelliccia per poter fare l’acquisto. “Verde acqua si chiamava quel colore, che per me è ancor oggi il colore dell’amore”.

Claudio Magris venne al Liceo a incontrare gli studenti qualche mese dopo la scomparsa della moglie, avvenuta nell’estate del 1996. Allora sapevamo del lutto recente che lo aveva colpito, e per questo notammo che si stava dedicando con generosità ai ragazzi, ma sembrava stanco. Spento. Anni dopo, mentre al caffè San Marco di Trieste mostravo ai ragazzi di quella bella gita scolastica tra Trieste e Fiume il suo tavolo fisso, dove si tratteneva d’abitudine a scrivere e a leggere, ripensavo a quella sua assenza di luce e speravo in cuor mio che la luce fosse presto tornata in lui.

Ecco, l’ho trovato il mio libro del momento. Scritto da una donna preziosa e dal nobile sentire che mi lascia un colore. Ora dovrò risponderle col mio, quando l’avrò individuato tra le possibili tinte di un tempo nuovo.

I riferimenti ai testi letterari provengono rispettivamente da:
Italo Calvino, Il cavaliere inesistente, 1959
Alice Cappagli, Niente caffè per Spinoza, 2019
Howard Jacobson, Su con la vita, 2019
Marisa Madieri, Verde acqua. La radura e altri racconti, 1998

DI MERCOLEDI’, la rubrica di indizi terrestri e letterari di Roberta Barbieri, esce su Ferraraitalia nel suo giorno dedicato.
Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

PER CERTI VERSI
Ai fenicotteri in volo

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

AI FENICOTTERI IN VOLO

Una nuvola rosa passeggia nel cielo
Bassa
Sopra il dorso del mare
Scivola
Quasi sembra volare
E questa fantasia di cipria
Sul volto sbarbato del vento
Il sole esalta
Come un fiore
Fatto di un bosco di petali
Le parole si sgonfiano nell’inseguire tale bellezza
Perdono fiato e luce
Mentre la nuvola passa
E smarrisce il suo smalto
Che vola lontano
Un fiore
Di cespi di petali
La cipria
Di Venere
Questi uccelli che compatti volano simulando i tramonti

PER CERTI VERSI
Di fiume, di sabbia e di cicale

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

LE CASE BIANCHE DI GORO

Fiore mio
Dai petali di sonno
Rosa
Come la prima nascita
Cresci sulle dune
Il vento bruca le nuvole
Le case bianche di Goro
Sono lingue di latte in fila verso la foce
Lingue di latte
Fresche di vernice
Nel pastello azzurro di un mare ocra
Verde di sabbia
Umida la sera stende le ombre
Io ti abbraccio
E stiamo caldi
A vedere lo scuro mare fondersi in un cielo di calce

CICALE IN PINETA

La pineta rilascia i suoi profumi
Quella resina che è pure un collante della mente
Il calore li estorce ai grandi alberi col volto piegato dal vento
Le cicale
Arse non sopportano il silenzio
A pochi passi
Il grande fiume
Divora il mare
Una striscia bianca
Rimane sospesa
Nel deserto azzurro
Isola dell’amore
Là noi abitiamo
Nel primitivo
Gorgo
Nel turbine lieto
Dei nostri passi
Sulla sabbia illibata

PER CERTI VERSI
La canzone del Principe /2


Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

LA CANZONE DEL PRINCIPE (seconda parte)

felicissimo sonno
che giungi da Dio
dal fondo della quiete
appaghi la sete
di ogni bruciante pena
dammi la tua morte apparente
una radura di luce
felicissimo sonno
portami con te
alla fine delle cose
ignota all’intelletto
dove ogni fuoco terreno
si spegne
al soffio del buio
impenetrabile
felicissimo sonno
placa le voci
della morte data
*
Gesualdo tremava
nel suo canto
che si posava
su ogni cosa di lei
macigno d’ali
volava cadendo
cadeva volando
grifone giovane
inabile al volo
*
udiva i passi
della donna
amata
dentro il vetro
fuso
con la fiamma dell’amore
lacerato
dai rimorsi
*
sentiva il suo profumo
marcire nella memoria
salendo rancido
verso le meningi
e poi aprirsi
nei suoi occhi
in un’alba
di fiori
martiri dei prati
il mare gli succhiava
le pareti della mente
le onde
come mascelle
del destino
lo frantumavano
nei ricordi
che lo inseguivano
sul pentagramma
*
la stirpe gli imponeva
un’ altra donna
Eleonora
della città estense
un grande onore
un banchetto enorme
un palazzo per lui
la sua musica
avrebbe voluto morire
doveva vivere
*

Ferrara

vide la città ideale
dell’architetto che pensava
l’utopia
senza il tremore
che tutto disgrega
che getta il senno
nella follia
*
vide una corte seducente
vide Eleonora
ma vide anche Maria
fu festa e sfarzo
bevve molto
Gesualdo
poco mangiò
Maria
lo guardava
negli occhi dell’altra
sua sposa
*
sazio di vino
lo scrutavano incubi
di crollo lungo le mura
mentre sbandava tra le vie
una donna bellissima
lo traeva a sé
una maga forse
un inganno
appena sposato vacillava
gli uomini accanto
che lo scortavano
giacquero tutti
con la ninfa infida
dietro le mura
lui barcollava e sognava
non si fermò
vedeva sangue
lavare le strade
e seccare le sue vene
gli apparve il Tasso
che gli parlava di Armida…
furtiva una Lince
passava
*
tu sei una lince
che vive in pianura
sbocchi dai
giardini
scivoli tra le case
annusi l’aria
spiriti affini
cercando
dai la stura
alla tua leggenda
nella bruma oscura
dei tuoi segreti
a meno che
non mulini neve
la buriana
*
hai la tenerezza
dei felini
coi loro cuccioli
la dolcezza letale
nei giochi disarmati
da rifinire
sulla neve
hai la freddezza mortale
dei gatti
la cautela
di chi vede lontano
coi nervi accesi
dal tuo istinto
di fretta
e i gesti bianchi
per scomparire
*
A Ferrara
Gesualdo visse chiuso nelle stanze
del palazzo
dove la noia schifa
cercò armonie e versi
che lo tingessero
di bianco
sentì la luce
ormai lugubre
radergli la faccia
sanguinare il mento
*
il secolo voltava
tutto era caduco
tutto era marcio
la luce urinava
pece
*
era la notte
sgonfia di luce
Maria cadeva
sollevando la neve
in un nugolo di piume
lui lungo il fiume
vide
le imbiancate torri
Castore e Polluce
sentiva l’anima di lei
con un cenno
salire da uccello
le rotte
degli Alisei
nel cielo che pendeva
forse verso la luna
senza senno
*

EPILOGO

addio Ferrara
addio Eleonora
addio
matrimonio
senza amore
noioso e affetto
da insensata banalità
addio corte morente
nelle nebbie
Gesualdo partiva
spoglio dell’armatura lucente
*
tornava
alla sua luce
al suo elemento
al chiarore
dei monti ventosi
visse il suo enigma
udiva
tra le pietre
della sua terra
udiva ancora
di lei le voci
*
luci serene e chiare
forse in fondo al cuore
erano accese
quando
morte
colpì
il figlio suo
l’unico
dono
di Maria
*
nessuna voce
nessun suono
non disse più nulla
bevve solo il calice
dei Gesualdo
e il vento tacque
con lui

2/fine

La fanciulla nel bosco

Il foglio resta bianco per ore. La penna traccia ricami su ricami, ma nessuna parola. La mente è sgombra di pensieri e vuota di idee.
Poi ascolto questa ballata di Steve, e lentamente inizia ad affiorare la traccia di un ricordo. Una vecchia storia, qualcosa sentito da bambino. la cerco nella memoria più remota e polverosa, ed eccola…

Attacca la chitarra e una voce racconta:
Era molto tempo fa, e rari i solchi di passi avventurosi nei terreni incolti.
Le verdi colline erbose di Lethia circondavano il bosco d’aceri e sicomori, proteggendolo dai venti tormentosi del nord, mentre a sud il grande fiume sbarrava il passo a chiunque volesse violarne i segreti.
Una splendida fanciulla di nome Isabelle abitava col padre nell’unica dimora mai costruita in quella valle boscosa. Strana cosa: un uomo e la sua giovane figlia, soli in un bosco sperduto e isolato… perché mai?
Il regno era vasto, e a due giorni di cammino oltre il fiume c’era un villaggio di contadini. Alcuni di loro conoscevano la storia della casa nel bosco di sicomori. Era una storia triste e terribile. Si diceva che anni prima il principe si fosse invaghito della moglie dello stalliere di corte. Lei era bellissima e i suoi lunghi capelli ricci e corvini avevano fatto perdere la testa al vecchio principe, tanto da spingerlo a chiederne le grazie. Ma la donna, devota al marito e in dolce attesa, lo respinse con decisione. Così, offeso nell’orgoglio, il principe si vendicò accusandola di stregoneria.
Lo stalliere e sua moglie dovettero fuggire dal castello, e il principe mise una taglia su entrambi.
I fuggiaschi vissero di stenti per mesi e la moglie dello stalliere morì poco dopo aver dato alla luce una dolce bambina. L’uomo, distrutto dal dolore e rimasto solo con una bimba da sfamare, si gettò nel grande fiume con lei stretta tra le braccia. Lo fece per porre fine alla sua disperazione e per risparmiare alla figlioletta una lenta agonia.
Ma la storia invece non finì.
Padre e figlia furono visti immergersi nelle acque lente e profonde del fiume da un gruppo di viandanti e, prima di esserne completamente inghiottiti, vennero raggiunti e tratti in salvo. Quei viandanti erano zingari erranti nelle terre del regno e, una volta appresa la triste storia dalla voce tremante dello stalliere, decisero di aiutarlo accogliendolo tra loro e prendendosi cura della neonata.
Per dieci anni lo stalliere e la figlia erano rimasti al seguito del clan di zingari. Nel frattempo, la bambina assomigliava sempre più alla madre che non aveva mai potuto conoscere e di cui aveva preso il nome: Isabelle.
E forse fu proprio per questa ragione che il padre decise di abbandonare quella che era diventata la sua seconda famiglia, coloro che avevano salvato lui e Isabelle.
Alla fine aveva confessato il suo timore. Aveva detto loro che se mai il principe e i suoi cavalieri avessero incontrato Isabelle, l’avrebbero senz’altro scambiata per la madre ringiovanita dagli effetti di un sortilegio. L’avrebbero imprigionata, torturata e messa a morte. Perciò doveva portarla in un posto lontano e nascosto, inaccessibile alle guardie a cavallo. E il luogo ideale era il bosco oltre il grande fiume.

Ogni mattina Isabelle esce di casa, attraversa il bosco di sicomori e si ferma sulla riva del grande fiume. Suo padre è morto già da due anni, si era ammalato di nostalgia e il ricordo della moglie adorata l’aveva consumato. Sul letto di morte aveva chiamato Isabelle, le aveva preso le mani e le aveva chiesto perdono. E lei gli aveva baciato la fronte e gli aveva sorriso rassicurandolo col suo amore.
Ma Isabelle non ha dimenticato quel ragazzo bruno, il giovane zingaro con cui passava le giornate di bambina. Non ha dimenticato quella promessa fattale la sera prima dell’addio: “Isabelle, un giorno verrò da te. Attraverserò il fiume e ti porterò via. Il mondo è così grande… più grande del tuo bosco e di questo stesso regno. Se mi aspetterai te lo regalerò tutto, giuro!”
Isabelle vive sola ma non ha paura, ha imparato a nutrirsi dei frutti dolci e polposi che raccoglie nel bosco, e del pesce portato dalla corrente che ha imparato a catturare con le reti.
Ogni mattina Isabelle esce di casa, attraversa il bosco di sicomori e si ferma sulla riva del grande fiume. Ha con sé un fragile anemone blu, promessa e speranza insieme. Lo getta nelle acque lente, sicura che prima o poi un uomo bruno giungerà con un fiore da restituire e una promessa da mantenere.

The Virgin and the Gipsy (Steve Hackett, 1979)

Ritorni

di Maria Luigia Giusto

Al ritorno nebbia. Solo nebbia che ingoia tutto. Non si capirebbe che tra tre minuti si sarà arrivati in stazione se non fosse per il rumore diverso delle rotaie del treno sul ponte sospeso, più intenso, rimbombante nel vuoto. “Siamo in bilico nel nulla”, é il pensiero in quel minuto di passaggio del confine. L’acqua divide, é sotto, é intorno in stato diverso. I pallidi lumi blu e gialli affogati indicano la rotta a chiatte fantasma: non ne passano più. Quella stessa acqua unisce, é una linea continua fino all’Adriatico. Lì i lumi sfavillano nelle acque ondeggianti dei porti. Sono a casa.

Rendez-vous sul Volano ghiacciato

di Maria Luigia Giusto

Non succede tutti gli anni che le gabbianelle passeggino sulla superficie brillante del fiume. Le zampe leggere scivolano sui granelli ghiacciati: è necessario maggior equilibrio per poter esplorare questo nuovo fenomeno. Le sagome rinfoltite di piume si specchiano sulla lastra che cela il fondo del fiume, che ancora scorre sotto la coperta gelida. L’acqua non viene fermata dal ghiaccio, continua silenziosa il suo ciclico percorso.

“Se ti sporgi sul fiume vedi il fiume passare per ore come passa il dolore”
Max Gazzè

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

L’uomo del fiume

L’uomo del fiume guarda oltre la riva. Nuvole sparse all’orizzonte, tre gabbiani intrecciano ricami nel basso cielo. L’acqua scorre come il tempo, dalle montagne al mare, ininterrottamente, eternamente. La vita insegue, come sempre, da un passato di ricordi a un futuro di speranze e delusioni. In mezzo solo dolore e gioia: la vita non s’accorge di vivere…

L’uomo del fiume arriva al mattino presto, si siede sulla riva e si accende una sigaretta. Fuma lento, guarda la corrente e aspetta.
L’aria è leggera, come i pensieri, come il vento.
L’uomo del fiume è alla sua quinta sigaretta, unghie e barba ingiallite.
È mezzogiorno, un magro bottino di pesce per la sera, quattro bocconi di pane e formaggio e un bicchiere di vino, poi di nuovo sulla riva a guardare il tempo scorrergli davanti, spumeggiante, indomabile, indifferente.

Il giorno è passato, come altri mille e mille ancora prima. Altri giorni passeranno nell’attesa che qualcosa succeda, perché qualcosa dovrà succedere prima o poi. Ma l’unica certezza è nell’acqua che scorre e non si ferma.
L’uomo del fiume allunga una mano, la immerge nella corrente, sente il tempo scorrergli tra le dita, cerca d’afferrarlo ma gli sfugge.

L’uomo del fiume guarda oltre la riva. Non può fermare il tempo, tra le ombre della sera osserva la corrente che muove il mondo e decide.
Il fiume gli ha dato tanto e gli ha tolto tutto: una vita di attese, le ceneri della moglie, un figlio troppo acerbo, adorato e scomparso dentro un vortice al largo.
È mezzanotte, un passo oltre il pontile, un tuffo nel buio, un abbraccio gelido e avvolgente…

L’uomo del fiume ha catturato il tempo.

Nick Drake muore suicida nel 1974, all’età di ventisei anni…

River Man (Nick Drake, 1969)

A Ferrara in bici o… col vaporetto: prende forma il sogno della città ‘idropolitana’

 

“La Ferrara del futuro sarà un grande centro storico che avrà come quartiere ovest Cento e ad est Comacchio. Un grande terminal dove si scende dalla bicicletta o dal vaporetto e si prende il treno o si prosegue a piedi per le vie cittadine”. E le parole di Sergio Fortini, architetto urbanista e docente nella Facoltà di Architettura di Ferrara, sono talmente ispirate che sembra realmente di averla davanti agli occhi la Ferrara del futuro: una città ‘idropolitana’, come lui stesso ama definirla, che della sua idrovia è riuscita a farne un punto di forza e la cui mobilità sostenibile la mette al pari con le altre città nord-europee.

“Ferrara è una città di piccole dimensioni ma ha un territorio provinciale tra i più estesi in Italia – continua Fortini – e reimpostando il traffico, a livello cittadino e territoriale, si avrebbero tutti i presupposti per avere una ‘metropoli di paesaggio’. Ferrara quindi manterrebbe tutto il buono che una città può offrire a livello di servizi erogabili e di scambi, non solo commerciali ma anche umani, ma implementerebbe la qualità di vita dei suoi abitanti, liberi di svegliarsi in mezzo alla campagna e, grazie ad un servizio di trasporto misto terra-fiume, in 20 minuti essere in piazza del Duomo”. L’architetto Fortini è convinto che questa Ferrara esista già, come una filigrana di cui bisogna solo rimarcare i contorni. “Uno dei principali problemi delle vie d’acqua di Ferrara è che sono sempre state inutilizzate e considerate un dettaglio di serie B nel contesto urbanistico cittadino. Usate quindi come ‘water back’, per usare un termine tecnico e non ‘water front’. Basti pensare alle case di via Mulinetto: rivolte verso il Volano sono solo il retro delle case o depositi e ripostigli. Il tutto contribuisce a creare un paesaggio degradato, così come le sponde cementificate o peggio usate come discariche. Le sponde invece sono uno dei temi centrali per quanto riguarda l’idrovia cittadina: sono i bordi attivi della città sul fiume e hanno bisogno di un recupero estetico e funzionale”.

L’isergio-fortinidrovia di cui piace ragionare a Sergio Fortini non è quella oggetto di discussione e polemiche avente finalità commerciali e per la quale la provincia di Ferrara ha già vinto un bando europeo per la sua realizzazione, ma una idrovia che, nel più ampio discorso della mobilità sostenibile, possa fornire ai cittadini ferraresi un ‘circuito a mobilità lento, alternativo e sostenibile che da Pontelagoscuro, attraversato il Boicelli e il Volano, risalga la Darsena e costeggi le mura cittadine fino al Parco Urbano e Terraviva, per poi ricollegarsi col fiume in una sorta di ‘tangenziale di paesaggio’’ “Idrovia a Ferrara – spiega Fortini – nasce da un’idea commerciale. Le chiatte dovrebbero trasportare dei container e i detrattori del progetto evidenziano il reale problema del risezionamento dei ponti e la reale esigenza di un traffico commerciale fluviale in un territorio che non possiede grandi comparti industriali. Dal mio punto di vista, invece, guardare all’idrovia come ad una risorsa rivolta alla cittadinanza e ai tanti turisti che soggiornano a Ferrara consentirebbe di aggirare l’aut aut o fini commerciali o niente, fornendo un servizio di mobilità misto, secondo gli standard europei, comprendente vaporetti, bus elettrici, biciclette e metro di superficie. Penso ad imbarcazioni agili, capaci di trasportare anche le biciclette e con un sistema a chiamata, tipo Uber. Solo in un secondo momento, dopo aver osservato l’impatto di un progetto simile sulla cittadinanza, si potrebbero definire delle tabelle con degli orari fissi”.

Per far sì che l’idrovia così concepita possa diventare una realtà, Ferrara ha partecipato ad un bando europeo – Interreg Central Europe – il cui esito si saprà a marzo e chissà che non si possa poi concretizzare anche un altro progetto che all’architetto Fortini sta molto a cuore “Dopo anni di mancate condivisioni, Ferrara, Cento e Comacchio possono unire le proprie forze per la costruzione di una rete di trasporto intermodale. Una riunione di strategie comuni consentirebbe di centrare l’obiettivo che ci si è prefissati: una provincia unita da un sistema di mobilità efficace e a basso impatto ambientale. Certo, nella nostra città rimangono dei buchi neri da risolvere: penso alla Darsena city o al Grattacielo, un posto ricco di suggestioni architettoniche per il suo sviluppo verticale”. Le ferite cittadine non sono solo architettoniche ma anche umane e parlando del quartiere della Darsena-ex Mof, posto a ridosso del Gad, non si può pensare ad un recupero urbanistico prescindendo dalla nuova realtà di Ferrara come città multirazziale

“Il conflitto razziale può diventare una nuova identità e il Gad acquisire una nuova centralità culturale. Bisogna che tutti gli abitanti di Ferrara, ferraresi e non, amino la propria città e ci sia un vincolo di affezione con essa sentendola come un bene comune di cui avere rispetto e di cui preservare il decoro urbano” dice Fortini.

La città del futuro è idropolitana e cosmopolita: una Ferrara futuribile aperta alla contemporaneità

Colpevoli silenzi

di Lorenzo Bissi

Venerdì 10 febbraio è stato il Giorno del Ricordo “di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.
Eppure in Italia se ne parla ancora molto poco. Eppure di tutte quelle vittime ancora non si sa il numero, non si sa che cosa hanno subito nelle ultime ore della loro vita. E come al solito in Italia si politicizzano anche le vittime, ci si punta il dito contro, senza capire che ad un certo punto bisogna smetterla di litigare e rispettare chi è morto.
Siamo quasi tutti ignoranti sul tema, perché un colpevole silenzio è stato mantenuto per anni. È ora di istruirci, per evitare che la storia si ripeta.

Pedalando tra Natale e Capodanno fino alla sorgente del Grande Fiume

Da Gorino al Monviso in bici in tre giorni tra Natale e Capodanno. Quando lo sport diventa metafora di vita.

di Linda Ceola

Il Monviso è una montagna che spicca dalla pianura con veemenza. Dal suo grembo sgorga il ‘nostro’ Grande Fiume. Non esiste una vallata che ti accompagna dolcemente al suo picco. Affrontarne la salita significa restare subito senza fiato. La scalata ciclistica del ‘Re di Pietra’ mette immediatamente alla prova la tenacia dei ragazzi, che dopo 600 km sulle gambe, inanellati in soli due giorni, devono aggredire una pendenza continuamente crescente da Saluzzo fino al Pian della Regina. Di fronte a loro infine una sbarra, sette gradi sotto zero e un fondo stradale in ombra, perciò ghiacciato. Il saggio Luca Agosti fa desistere il gruppo, intenzionato a spingersi fino al Pian del Re dove il Po, timido, zampilla. L’abbigliamento inadeguato, la temperatura molto rigida e il tramonto imminente avrebbero reso la discesa pericolosa, dato il manto stradale poco visibile e scivoloso.
Termina così nel pomeriggio del 29 dicembre l’impresa ciclistica ‘Un Po d’Acqua’, iniziata alle 4:00 del nebbioso e umido mattino del 27 dicembre presso il Faro di Goro, per un totale di 645 chilometri in soli tre giorni e un dislivello positivo di 2909 metri. Emozionati e accaldati dopo un girar delle gambe mozzafiato, i nostri eroi si dissetano finalmente alla sorgente. Poi, attratti dal tepore della ‘Baita della Polenta’ non esitano a brindare con un bruciante ‘bombardino’ che, come dice uno dei protagonisti del giro, Matteo Filippi, in una delle sue rime, “non è durato un attimino”.

L’idea di risalire il Po in bici s’innesta nel challenge ‘Festive500’ lanciato dal noto marchio di abbigliamento ciclistico Rapha, così intitolato poiché da qualche anno richiede a partecipanti di tutto il mondo di percorrere almeno 500 chilometri tra Natale e Capodanno, registrandoli attraverso l’applicazione Strava.
“’Un Po d’acqua’ è nata dal desiderio di andare sempre oltre”, afferma Luca Sivieri, artefice dell’impresa nonché causa del ritardo alla partenza, a causa di una simpatica caduta presso il Ponte di Barche di Gorino che -in tutti sensi- ha immediatamente rotto il ghiaccio. Superato il momento di ilarità si ritorna in sella. Neanche il tempo di prendere velocità e arriva la prima foratura di Matteo Filippi. Il gruppo si ferma di nuovo, la temperatura è bassa, le mani gelide e i chilometri tanti e ancora tutti da percorrere. La difficoltà maggiore per tutti, il freddo, s’insinua pungente fin da subito tra la pelle e l’abbigliamento termico accuratamente scelto dai ragazzi per questi tre giorni di bici non-stop.
Luca Bonora parte svantaggiato, covando un’influenza che già dopo 50 km non esita a sbocciare. Un the caldo e un cornetto, denti stretti e via verso Mantova, dove però la febbre inizia a manifestarsi, costringendo questa volta Luca a gettare la spugna. “Se sono riuscito a fare 150 chilometri in condizioni di salute precaria, sarei riuscito a portare a termine l’impresa se fossi stato in perfetta forma”. Sottoporre corpo e mente a uno sforzo così grande e concentrato richiede non solo un’adeguata preparazione fisica ma soprattutto un grosso lavoro mentale.
A questo proposito risulta appropriato rievocare l’antichità: i latini solevano indicare con il verbo “resalio” il tentativo di risalita sulle imbarcazioni rovesciate dalle intemperie. Da qui deriva il termine resilienza, ossia la capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi. Qualche giorno fa ho incontrato i ragazzi al bar Ariosto a Ferrara e ciò che ho percepito nel fluire delle loro parole è stata proprio questa abilità intrinseca di esporsi impavidamente alle difficoltà, di resistere allo stress, di risalire in bicicletta nonostante gli imprevisti e di trasformare gli ostacoli in opportunità. Attraverso le occhiaie di Enrico Canella ho inaspettatamente scoperto che anche le poche ore di sonno sono state una dura prova per qualcuno. Per non parlare del labbro superiore congelato di Simone Dovigo, che è stata invece la testimonianza visibile del logorante freddo sofferto, tanto da impedirne un’agevole parlata.

Foto di Fabio Carlini [clicca sulle immagini per ingrandire]

“Sono successe così tante cose”, dice Enrico Canella, “che sembra di essere stati in bici più di una settimana”. Quando pedali per così tante ore, accompagnato dall’essenziale, ossia vestiario di ricambio, qualche camera d’aria di scorta e un paio di barrette energetiche d’emergenza, scegli consapevolmente di esporti ‘nudo’ alle asperità, ritrovandoti per ore e ore a fare i conti con la fatica, con i dolori dettati da una posizione che non si può modificare, con i muscoli che l’umidità e il freddo atrofizzano. Il rovescio della medaglia è dato dalla forza che si sprigiona in un gruppo eterogeneo, mano a mano che le ruote sfiorano l’asfalto lasciandoselo alle spalle. “I momenti più belli sono stati tutte le volte che ci siamo aiutati”, afferma gioiosamente Matteo Filippi, che ha subito ben tre forature in tre giorni. Potrà sembrare incredibile a chi non si è mai cimentato in queste avventure, eppure un viaggio così breve può far scuola di vita. “Ho imparato a rispettare i miei limiti, per aver rispetto di me stessa e quindi anche del gruppo“, afferma con grande consapevolezza Erika Tebaldi, unica donna del team. In situazioni estreme come questa, in cui l’obiettivo comune è manifesto, individualità dissimili interagiscono come un meraviglioso meccanismo. Si creano dei ruoli che vengono incessantemente rimescolati come carte in un mazzo.
“Ho appreso che abbiamo delle capacità nascoste e una forza interiore che non aspetta altro che esplodere; ognuno di noi deve semplicemente capire che la vicinanza di altre persone potrebbe essere d’aiuto in questo processo di crescita individuale”. Queste le parole di Ermes Esposito, conduttore radiofonico nonché autore freelance, unitosi al gruppo pur se manchevole di esperienza: “La cosa più difficile è stata tenere testa ai ragazzi, ritrovandomi a volte a pedalare senza l’aiuto della scia. Devo ammettere però che mi ha temprato!”. Ermes non ha resistito al desiderio di portare con sé, in questo viaggio travagliato, un libro dal titolo “Il monaco che vendette la sua Ferrari”, in copertina l’immagine di una vetta rassomigliante alla cima del ‘Re di Pietra’. Credeva di poterne leggere qualche rigo qua e là prima di addormentarsi; non immaginava che il suo primissimo desiderio dopo così tanta strada sarebbe stato invece quello di rifocillarsi e coricarsi. Alcune parole di quel testo di R. S. Sharma sono un prezioso monito per il compagno di viaggio Luca Bonora, fermato dall’influenza: “Nella vita non ci sono errori, solo lezioni. Non esiste qualcosa che si possa chiamare esperienza negativa, ma occasioni per crescere, imparare e procedere lungo la strada del dominio di sé. E’ attraverso la lotta che diventiamo forti. Anche il dolore può essere un meraviglioso maestro”. Ecco come lo sport diventa metafora di vita.
Una presenza singolare è stata quella del torinese Riccardo Volpe, moderatore di fixedforum.it, il portale italiano delle bici a scatto fisso e del ciclismo urbano. “Curioso per natura e folle amante del ciclismo”, come egli stesso si definisce, si aggrega all’equipaggio proprio nel momento più critico e appagante insieme: l’ascesa del Monviso, che si erge immenso sulla pianura circostante. Per rispetto e solidarietà nei confronti dell’affaticata crew, Riccardo affronta solo la parte iniziale della scalata ciclistica verso la sorgente. Affronta il percorso a cavallo di una bicicletta a scatto fisso, ossia caratterizzata da un unico rapporto e un solo freno, lasciando totale responsabilità alla forza delle sue gambe e immedesimandosi quindi nello stato mentale alterato che stavano vivendo i ragazzi, i cui chilometri pedalati nei giorni precedenti pesavano come macigni. “Ho deciso di non far con loro gli ultimi 4km che li separa dalla sorgente” dice Riccardo, “non sarebbe stato corretto. Quello era il loro piccolo grande sogno che si compiva, io sono stato un osservatore privilegiato e un pedalatore ammirato nel vedere come da una semplice idea nascano così grandi emozioni”.
Fabio Carlini, il temperato del gruppo, non resiste allo scatto fotografico fermandosi a più riprese. Mano a mano che la strada sale, le nuvole si dissolvono e il crinale imponente si manifesta nell’aria rarefatta. L’atmosfera sublime e la rosea tonalità del cielo fa brillare gli occhi commossi dei ragazzi, che ora distolgono lo sguardo dall’asfalto. La maestosa bellezza in cui sono integralmente immersi rievoca quella motivazione che il freddo aveva congelato e li spinge contenti fino al Pian della Regina.

E’ nel titolo di un testo di Pietro Trabucchi che il puzzle si compie, unendo i frammenti di viaggio di questi piccoli grandi eroi raccontati sino ad ora: “Resisto dunque sono”. In queste parole regna quella sottile sensazione che prende possesso delle membra stanche e della mente esausta quando, una volta raggiunta la meta prefissata, ci si ferma ad ascoltare le ripercussioni dell’immane sforzo danzanti dentro di sé e ci si sente vivi. Più vivi che mai.
Tra una pizza e l’altra il gruppo ha intavolato qualche progetto possibile per la prossima ‘Festive500’. Fabio Carlini ha proposto un Ferrara-Zagabria con finale caldo e rigenerante. Si è parlato inoltre di un ipotetico giro delle Tre Venezie, fino al suggerimento ambizioso di Matteo Filippi di raggiungere Babbo Natale a Rovaniemi in Lapponia. “La birra sul Monviso non mi ha irriso” dice Matteo, perciò perché non provarci?

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Torna l’impresa ciclistica ‘Un Po d’acqua’
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di Linda Ceola

Un anno fa tre ragazzi di Ferrara partirono dalla Cattedrale di San Giorgio e raggiunsero in bici la Basilica di San Pietro a Roma nell’anno del Giubileo, per portare in dono al Santo Padre un tipico prodotto ferrarese, il delizioso Pampepato. Quest’impresa che Simone Dovigo, Fabio Carlini e Claudio Nastruzzi svolsero in soli due giorni, si inseriva all’interno di ‘Festive 500’, un contest lanciato da Rapha, noto marchio internazionale di abbigliamento ciclistico e realizzato attraverso l’utilizzo di Strava, un’applicazione per smartphone in grado di registrare in tempo reale il tracciato degli allenamenti ciclistici. L’obiettivo, come suggerisce il nome del contest, stava nel pedalare almeno 500 km tra le festività di Natale e Capodanno, monitorando tramite l’applicazione il proprio percorso e virtualmente anche quello degli altri partecipanti. L’iniziativa maturò nella mente di Graeme Raeburn, product designer di Rapha, per risolvere un problema che si presentava con costanza nella sua quotidianità: come conciliare sport e famiglia? Concentrò così 1000 chilometri di allenamento tra Natale e Capodanno, per riuscire a dedicare più tempo alla famiglia e per testare nel contempo nuovi modelli e tessuti in condizioni climatiche estreme.
“Crediamo che la ‘Festive 500’ sia l’occasione giusta per non smettere di pedalare nemmeno durante le festività, anche quando la stagione è fredda, perché la nostra passione non ci ferma mai». La vittoria del secondo premio non accontentò dunque Simone, Fabio e Claudio che quest’anno interpreteranno diversamente la sfida, scegliendo di ritornare in sella per un nuovo viaggio natalizio che han deciso di chiamare “Un Po d’acqua”. Una pedalata dal mare alla montagna ripercorrendo a ritroso il corso nebbioso del Po. Seicentoquarantacinque chilometri in bici tra Natale e Capodanno nell’intento di valorizzare l’enorme potenziale cicloturistico del nostro territorio, partendo dal cuore del Parco del Delta del Po, patrimonio UNESCO, seguendo le anse del letto del fiume e quindi l’itinerario, interamente ciclopedonale, sorto al suo fianco.
Il gruppo, formato questa volta da dieci persone (tra cui anche una ragazza), partirà dal Faro di Goro alle h 04:00 del mattino del 27 dicembre, giungerà in centro a Ferrara verso le h 08:15, per una sosta e colazione con amici e curiosi al Duca d’Este in piazza Castello, per poi proseguire sino al Pian del Re ai piedi del Monviso, dove il Gran Fiume sorge con arrivo previsto per le h 15:00 del 29 dicembre.
“Un Po d’acqua” sarà ciò che simbolicamente porteranno con sé in una borraccia dalla foce sino alla sorgente laddove il nostro Po zampilla.
Non sappiamo ancora se l’impresa di questi appassionati ragazzi conquisterà Rapha, che premierà l’interpretazione più creativa della sfida con preziosi regali. Possiamo però anticipare che ogni ciclista che porterà a casa questa fatica di 500 km natalizi, otterrà una ‘patch’ ossia uno stemma che potrà liberamente esibire attraverso il proprio profilo social.
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Il consiglio è quello di seguire l’impavido gruppo tramite la pagina Facebook dedicata all’evento qui descritto e restare sintonizzati poiché ne canteremo le gesta ad impresa compiuta!

https://www.facebook.com/festive500ferrara/

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Casa in golena

Quante cose saprà questa casa che fiera resiste nella golena solitaria. Non ha età. I mattoni sono scoloriti, sul retro, oltre il tetto si intravede l’acqua silenziosa del fiume, la porta e le finestre chiuse nel loro legno corroso dal vento e dalla pioggia, un foglio di plastica lasciato a se stesso.
A tenerla in vita solo i fiori in ordine nei vasi posati a terra e ben curati, per farci immaginare che lì, quasi a proteggere un tesoro, è racchiuso un ricordo, un ritaglio di memoria, una storia che non è possibile abbandonare.

La mia casa, le pareti la cui legna fresca,
tagliata da poco ancora profuma: sgangherata
casa di frontiera, che scricchiolava
a ogni passo, e fischiava con il vento bellicoso
della stagione australe, diventando elemento
della bufera, uccello sconosciuto
sotto le cui piume gelate crebbe il mio canto.
[…]
(“La casa” di Pablo Neruda)

Foto di Mario Bettiato

In foto: casa in golena a Ravalle (Ferrara), lungo il fiume Po.

logo-korakoinèKoraKoinè è un’Associazione di promozione sociale e culturale nata a Ferrara nel 2014. Tra le finalità, quella di promuovere iniziative volte alla sensibilizzazione e diffusione della cultura del territorio, in accordo con l’art.9 della Costituzione italiana, che tra i principi fondamentali riconosce la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio della nazione.

Clicca qui per visitare la pagina Facebook dell’associazione

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“Dal mulino si scorgeva la corrente”

L’acqua ha invaso le golene e i giovani pioppi si rispecchiano sull’acqua sotto un cielo denso e minaccioso. Le piene del Po sono uno spettacolo e una curiosità per tanti di noi, ma sono state dramma e dolore per tanti altri. Raramente ci fermiamo a pensare alla delicatezza e alla fragilità di questa parte del nostro paesaggio e, altrettanto raramente, siamo consapevoli di quanto il fiume e gli altri corsi d’acqua, piccoli e grandi, naturali o scavati dall’uomo, abbiano contribuito a modellare il paesaggio che oggi abbiamo sotto gli occhi.

Dal mulino si scorgeva la corrente, l’immane flusso della piena fremere e ribollire infuriando sulla punta, scrosciare e rimbalzare, fuggire con una fila di gorghi e di risucchi avidi e astiosi. Affioravano e affondavano veloci, i più diversi oggetti; e qualcuno veniva spinto dalla corrente nell’acqua pigra, aggirato a lungo, respinto e ripreso.” (Riccardo Bacchelli, “Il mulino sul Po”)

Foto di Stefania Frabattista

In foto: il piume Po in piena, nei pressi di Francolino (Ferrara)

Molto curiosa la coincidenza sul tema: per ricordare il 125esimo anniversario della nascita di Riccardo Bacchelli (Bologna, 19 aprile 1891 – Monza, 8 ottobre 1985) e vivificare un classico della letteratura italiana, ieri il quotidiano La nuova Ferrara ha dedicato un’intera pagina alla ricorrenza, tra cui un articolo di Matteo Bianchi intitolato “Un viaggio lungo il fiume tra le pagine di Bacchelli”.

logo-korakoinè*KoraKoinè è un’Associazione di promozione sociale e culturale nata a Ferrara nel 2014. Tra le finalità, quella di promuovere iniziative volte alla sensibilizzazione e diffusione della cultura del territorio, in accordo con l’art.9 della Costituzione italiana, che tra i principi fondamentali riconosce la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio della nazione.

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EVENTUALMENTE
Vasco Brondi e l’ex Cccp Marco Zamboni galleggiano sull’orizzonte piatto tra via Emilia e il Po

La piattezza della pianura come luogo distintivo della propria identità, delle proprie radici. Sembra banale, ma non lo è. Chi è cresciuto in questa fetta di terra tra la via Emilia e il Po non bada tanto al paesaggio e ai luoghi che ha intorno. La campagna è – appunto – piatta, che spesso vuol dire anche anonima, meticcia, scontata, un’accozzaglia di edifici, capannoni, recinzioni, disposti un po’ frettolosamente da geometri e proprietari pragmatici, impegnati più che altro a far crescere colture intensive, ad allevare animali, a impiantare piccole e grandi imprese. Pochi, qui, sembrano essersi dedicati molto a pensare e progettare la forma delle cose intorno. Tanto più che l’orizzonte è piatto, lo sguardo non spazia molto lontano, e spesso la nebbia lo accorcia fino a cancellare ogni perdita d’occhio.

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Copertina di “Anime galleggianti” di Vasco Brondi e Massimo Zamboni (foto Piergiorgio Casotti)

Non hai il contorno del paesaggio ad accompagnare la vita quotidiana, come chi vive tra le colline, che siano senesi, umbre, venete; per non dire dei luoghi di montagna, punteggiati da casette ed edifici dello stesso stile, fatti di materiali e colori omogenei, armoniosi e ricorrenti. Qui la laboriosità sembra aver messo da parte la riflessione estetica, a meno che non sia finalizzata alle eccellenze che si sfornano negli stabilimenti di Lamborghini, Ducati, Ferrari, in quelli di ceramiche o di aziende che si fregiano dei migliori marchi del mangiare e del bere. Chi fa e fabbrica non bada tanto a farsi vedere. E molto, da queste parti, non si vede proprio: paesi dove il tempo un po’ si è fermato e un po’ no, dove il tempo arriva e si appoggia a casaccio, dove accanto al vecchio pescatore di fiume trovi nuovi abitanti arrivati da Romania e Cina, dove il cemento si tinge dei colori più improbabili, dove gli aironi convivono coi pesci siluro, i tralicci dell’alta tensione con i canneti affondati negli argini.

A raccontare l’irraccontabile di un’area geografica sfuggente e discordante ci si sono messi due maestri della parola e della poesia in musica che, da queste parti, ci sono nati e cresciuti: Vasco Brondi, ferrarese classe 1984, che è l’anima del progetto musicale Le luci della centrale elettrica, e Massimo Zamboni, chitarrista, autore di testi e cofondatore del gruppo storico dei Cccp, nato a Reggio Emilia nel 1957.

Foto di Luigi Ghirri all’ingresso di una casa colonica, Formigine (Modena) 1985
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Cesare Zavattini a Luzzara fotografato da Gianni Berengo Gardin, 1973
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Scena iniziale del film “Il giardino dei Finzi-Contini” dal romanzo di Giorgio Bassani

Per descrivere un viaggio nelle terre piatte, Brondi e Zamboni si appoggiano al fotografo Piergiorgio Casotti e insieme partono a bordo di una zattera in alluminio, che naviga lungo uno dei canali del Po. Il resoconto che ne esce è fatto di quello che vedono, che incontrano, ma anche delle parole e delle immagini che prima di loro qualcuno ha scritto e immortalato contribuendo a dar forma al senso di identità della gente di pianura: il fotografo Luigi Ghirri, gli scrittori Cesare Zavattini e Giorgio Bassani, cantanti come Francesco Guccini e Lucio Dalla.

Il risultato è nel libro che esce giovedì 14 aprile 2016: “Anime galleggianti, dalla pianura al mare tagliando per i campi” pubblicato da La Nave di Teseo, che è la nuova casa editrice fondata da Elisabetta Sgarbi. Dal giorno dopo via al tour di presentazione in giro per l’Italia: 15 aprile a Ferrara con Paolo Foschini (Corriere della sera), 16 aprile a Roma, 18 aprile a Milano, 19 aprile a Firenze, 20 aprile a Bologna.

darsena

Angolo di fiume

La punta di una freccia, la prua di una nave, le spine di un pesce, il muso di un aereo, un missile a razzo… oppure semplicemente i riflessi di una banchina e un murales sull’acqua di un fiume.

In foto: Ferrara, banchina della Darsena e pilone del ponte di San Giorgio visto dal di sotto.

Immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

EVENTUALMENTE
L’antidoto della memoria per elaborare il dolore: al Magazzino 18 Cristicchi ritrova la dignità di un popolo

“Tu puoi raccontare questa storia perché sei un foresto”. È anche grazie a questo ‘lasciapassare’ se Simone Cristicchi, noto cantautore e vincitore del Festival di Sanremo nel 2007, è arrivato alla 180esima rappresentazione del suo spettacolo teatrale “Magazzino 18”. Un ‘via libera’ che Cristicchi, ospite al liceo Ariosto per un incontro con i ragazzi in preparazione allo spettacolo stesso svoltosi al Teatro de Micheli di Copparo giovedì 10 ottobre, confida essergli stato concesso dal custode dell’omonimo magazzino triestino, un luogo che egli considera “museo suo malgrado”, situato nel porto antico della città e colmo di tantissimi oggetti depositati, accatastati e abbandonati dalle migliaia di esuli istriano-fiumano-dalmati in viaggio dopo i trattati di pace del 1947.

cristicchi-magazzino-18Per Cristicchi e il suo spettacolo quella di Copparo è stata la seconda tappa ferrarese del 2015 (in occasione dello spettacolo di Cento del 6 febbraio lo avevamo intervistato [leggi] e recensito [leggi]). Il suo tour prosegue ininterrottamente da tre anni e ha visto staccare oltre centomila biglietti. “Un’esperienza che mi ha reso fiero di aver ridato la voce alle tante persone che sono state dimenticate nel tempo” ha affermato il cantante, con il suo classico stile serio e al contempo leggero e ironico, durante il racconto ai ragazzi delle origini di “Magazzino 18”.
Dopo i ricordi dell’infanzia romana e soprattutto i racconti di guerra del nonno Rinaldo, reduce della guerra di Russia, che “aveva sempre freddo e, d’estate con la copertina sulle gambe e d’inverno davanti al camino, mi raccontava le sue storie al fronte, dove le truppe combattevano contro il nemico e contro temperature che sfioravano i 50 gradi sottozero”, Cristicchi rivela di aver incominciato a voler “ascoltare e ricercare sempre più storie di uomini che la guerra l’avevano vissuta sulla loro pelle” proprio dopo la morte di nonno Rinaldo. E in questa ricerca per tutta la penisola ecco l’approdo a Trieste e la scoperta, appunto, del ‘magazzino’ e di tutte quelle vicende racchiuse in ogni singolo oggetto lì situato delle quali non si parla mai.
“Dopo quell’esperienza ho deciso di parlare di questo tema rimosso per diffonderlo soprattutto tra i giovani, poiché è importante che il passato venga tramandato e assicurato per iscritto in modo tale da renderci conto che, nonostante tutto, siamo fortunati a vivere un’epoca in cui la guerra non ci ha coinvolti direttamente” ha poi proseguito Cristicchi che, prima di portarlo a teatro, di “Magazzino 18″ ne aveva fatto una bellissima canzone contenuta nell’album “Padri di famiglia”.

Ad arricchire l’evento con qualche domanda è stato Flavio Rabar, presidente del comitato di Ferrara dell’associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, che ha ricordato l’importanza strategica di Ferrara in quegli anni nell’allestimento di uno degli oltre cento campi profughi sparsi in tutta Italia, sottolineando inoltre l’importanza del passaggio di Cristicchi con il suo spettacolo nei luoghi simbolo di queste vicende come l’Istria e la città di Fiume. Una piccola tournée, quest’ultima, accolta, a detta dell’autore, come “una liberazione da parte delle genti di quel popolo chiamate ancora ‘i rimasti’, un nome pesante come fosse un marchio di fabbrica stampato su ognuno di loro. Un evento importante se pensiamo che fino a poco tempo fa queste tragiche vicende non si potevano nemmeno raccontare”.
Spazio infine, partendo dall’omaggio a Sergio Endrigo – nativo di Pola – che Cristicchi mette in scena nello spettacolo, al ricordo dei tanti personaggi famosi, originari di quei luoghi, tra i quali Giorgio Gaber, Nino Benvenuti, Laura Antonelli, Ottavio Missoni, considerati quasi come simboli della rinascita di un intero territorio.
Al termine dell’incontro sono mancate le domande da parte dei ragazzi, forse appagati dalle spiegazioni forse intimiditi come in questi frangenti talvolta accade: ma la testimonianza di Cristicchi è stata intensa e a stimolare ulteriormente menti e cuori, ha contribuito poi la visione serale di “Magazzino 18”.

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EVENTI
Ferrara e il fiume, un legame da riscoprire

Vista dal fiume, Ferrara e un’altra cosa. Si scopre la sua antica dimensione, quella di città nata sull’acqua. Una genesi rimossa, cancellata come un fastidio, al punto da celarne l’essenza nel tessuto urbano. Financo fontane e fontanelle scarseggiano in città e di quelle che esistono, talune, rinsecchite, sono trasformate in fioriere o in impropri depositi per rifiuti…

Eppure l’acqua è vita, ancestrale il richiamo che esercita. La sua forza si sprigiona già nella polimorfa vegetazione che ricopre le sponde del Po di Volano. E’ sufficiente percorre in battello il tratto che dalla darsena porta a San Giorgio e osservare gli argini: è uno spettacolo. Gli arbusti celano la vista di strade e case che si affacciano appena pochi metri più sopra, lungo la via Putinati, ed offrono un paesaggio inconsueto, rurale, che ottunde i tratti dell’urbanizzazione.

Ridare vita al fiume che, ignorato, attraversa il centro cittadino; riscoprirne il fascino e indulgere alla suggestione dell’acqua: questa la missione di “Smart dock”, progetto scaturito da una pluralità di associazioni e gruppi cittadini impegnati a proporre “tattiche di riuso intelligente della darsena di Ferrara”. L’intento è promuovere una “rigenerazione urbana dal basso” e favorire la “riappropriazione del fiume”.

Coerente e intelligente l’idea di ospitare sulla Nina, il vaporetto del Po ferrarese, la conferenza stampa di presentazione delle iniziative: così oltre a enunciare si può mostrare. Gli eventi, immaginati per catalizzare l’attenzione sul fiume dimenticato, sono concentrati fra il 18 settembre e il 30 ottobre. Si svolgeranno a palazzo Savonuzzi, che ospita il vivace consorzio Wunderkammer, e negli spazi antistanti.

Da elemento di cesura fra il centro antico e la città nuova si vorrebbe tradurre il Volano in alveo di connessione: le sponde come ventri accoglienti, i ponti come braccia che uniscono e propiziano l’incontro.

Leonardo Delmonte, coordinatore del progetto, illustra con passione lo spirito delle iniziative messe in calendario in questo frangente d’autunno. “Ferrara è riconosciuta dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità anche per il suo Delta” – sottolinea – richiamando l’acqua come elemento che qualifica l’eccellenza del territorio. “C’è tanto da fare”, afferma. Lo slancio è sorretto da robusti cardini valoriali e ottime intenzioni: consapevolezza, potenzialità, tutela, valorizzazione, confronto, collaborazione, sono le parole chiave che ricorrono nei vari interventi.

Massimo Maisto, vicesindaco, nonché assessore alla cultura e al turismo, sempre attento ai fermenti del territorio, sprona gli attori in forza della sua triplice veste istituzionale e della convinta adesione al disegno. Sagace, l’architetto Moreno Po, in rappresentanza della Provincia, stigmatizza l’allergia dei ferraresi per l’acqua, implicitamente invitandoli a riconsiderarne la forza vitale.
Un altro architetto, Romeo Farinella dell’Università di Ferrara, parla di acqua come patrimonio e dell’esigenza di una rigenerazione urbana.
Meritevoli tutti di citazione i soggetti che contribuiscono all’organizzazione: Basso profilo, Fiumana, Encanto, Associazione musicisti di Ferrara, Wunderkammer, Canoa Club Ferrara, Citer (di Unife) con la collaborazione di Nena, Altrosguardo, Centro per le famiglie, Andos e il patrocinio di Comune e Provincia di Ferrara.

Con il festival Risonanze, venerdì, si accendono idealmente i riflettori. Mostre, balli, concerti, pic-nic e aperitivi, compongono il caleidoscopico spettacolo che avrà teatro sulle rive del fiume. Imprescindibili gli ambiti di confronto e di riflessione, previsti nelle modalità tradizionali e in quelle più informali: al “world caffé” del 10 ottobre, per esempio, si ragionerà a piccoli gruppi di soluzioni per il fronte fluviale, proprio come in una qualsiasi caffetteria. A chiudere, il 30 ottobre, un insolito concerto con i suoni del fiume, performace sperimentale dell’artista Dominique Vaccaro.

Per impedire che a conclusione degli eventi sul Volano calino di nuovo le tenebre e tutto torni come prima, le intelligenze dovranno continuare a correre “come corre quest’acqua di fiume – ce lo ricorda il canto di De Gregori – che sembra che è ferma, ma hai voglia se va…”.

I brani intonati [clicca per ascoltare]:
Fiorella Mannoia, Il fiume e la nebbia
De Gregori, Mimì sarà

Leggi anche
La proposta – Un percorso ciclopedonale lungo il Volano fra San Giorgio e la Darsena

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IMMAGINARIO
Navi in città.
La foto di oggi…

Navi attraccate e – sullo sfondo – le quattro torri del castello estense, avvolte dentro una leggera foschia. E’ un’immagine del fotografo Angelo Magri, che documenta la Darsena di Ferrara per il Centro etnografico del Comune. Un’immagine che inverte il modo usuale che abbiamo di guardare la città, che la mostra da un’altra sponda, dalle rive popolari e poco agghindate del Po di Volano per affacciarsi appena a intravedere quello che normalmente è il centro cittadino, il fulcro turistico, il cuore sociale e commerciale. L’ha scattata trent’anni fa, Magri, questa foto. Oggi la Darsena di San Paolo resta ancora ciò che era in quel momento: un luogo della città eppure quasi fuori, qualcosa di marginale e lontano da una possibile centralità. Lì, in attesa di sguardi che abbiano voglia di esplorare, magari per un confronto a trent’anni di distanza…

OGGI – IMMAGINARIO FOTOGRAFIA

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La città vista dalla darsena di San Paolo nella fotografia di Angelo Magri, Ferrara 1986

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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STORIE
Canottieri tra presente e passato. Dagli amici miei degli anni ’50 agli incontri del Terzo Millennio

La Canottieri è un luogo del cuore per più di una generazione di ferraresi. E’ stata ed è passata di moda per poi ritornare a esserlo. Chi guida lungo la strada distesa tra Francolino e Pontelagoscuro o pedala sull’argine, ritrova con lo sguardo un paesaggio familiare nel quale la palazzina bianca, un po’ “sgarruppata” della società, è inserita d’ufficio quasi fosse un’istituzione. Tutti conservano un ricordo, un racconto, un frammento della storia della Canottieri, unico approdo della città al grande fiume. Dal pontile, una volta proprio a ridosso dell’edificio, partivano gare di canoa, gommonate e barche solitarie in navigazione verso il mare. Ed era festa grande, con tanto di assembramento di spettatori, quando passava la Pavia-Venezia con i motoscafi lanciati a gran velocità lungo il fiume. fotodepoca1

Oggi il ristorantino di nuova gestione offre un’ottima cucina, gran parte a base di pesce fresco, e un servizio gradevole per gli ospiti, molti dei quali erano bambini, quando fu inaugurata la piscina. Un avvenimento soprattutto per i più grandini che dal trampolino, altissimo, si lanciavano in acqua per poi arrivare all’ora di cena sfiniti e arrossati dal sole. Cotti e pronti per andare a dormire dopo Carosello: era la regola. Molti di loro negli ultimi anni hanno riscoperto la società e tra uno spritz e un bicchiere di vino in chiusura di giornata, riemergono i visi dei ragazzini di allora. Sul balcone ci s’incontra di nuovo, ci si riconosce, si chiacchiera, si gioca a carte, si rallenta e magari si passa insieme la pausa pranzo di una giornata di lavoro.

Si nuota, maschera, cuffia e occhialini come prescritto dai tempi. Alla metà degli anni ‘60 era diverso, tanto che poteva capitare di assistere al tuffo improvviso del cocker del ragionier Pettini, proprietario dell’emporio sacchettificio Carta. Il cane Rocky , biondo, simpatico ed esuberante era sempre preceduto dai richiami del padrone. Di fronte all’acqua perdeva la ragione e l’obbedienza, si lanciava lungo le scale di corsa e si buttava nella vasca tra le risate dei bagnanti. Nessun dramma, grazie al cielo le cose erano un po’ più semplici di quanto non lo siano ora.bar2
Nel ’66 Nino Novi, socio e grande sportivo, insegnava a nuotare ai più piccoli, lo faceva per passione, dava ritmo e istruzioni da bordo vasca: “Su la testa, respira, giù la testa, più basso il sedere” e una volta ai blocchi di partenza per il tuffo iniziale, era tutto un “piega le gambe, abbassati, drizza le braccia”. Un mito.

All’inizio degli anni ’50, la leggenda narra della “Repubblica di Busgazia”, proclamata da un gruppo di soci e buongustai insaziabili. In puro spirito goliardico stamparono cartoline e francobolli ancora custoditi in cassetti privatissimi. Passavano la giornata giocando a trionfo su un tavolino affondato nell’acqua del fiume e parcheggiato sulla sponda dell’Isola Bianca e scommettevano sulla sorprendente capacità di ingurgitare cibo di ciascuno. Piatto forte: tonno e cipolla. Ma anche salama, salami e altre prelibatezze del tutto inadatte al clima estivo. Tra i fondatori della sedicente repubblica Silvio Pasqualini, il ragionier Scaglianti, detto Sgomberini in virtù della golosità che gli imponeva di mangiare qualsiasi cosa, e Lando Fedozzi, il più giovane, proprietario di un albergo in via Porta Reno. Storie, certamente incomplete, ma tasselli di un passato che fanno della Canottieri un piccolo mondo antico. E intramontabile.

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IMMAGINARIO
Il fiume, cerniera di terre.
La foto di oggi…

Un altro scatto di Daniela Solaini, la instagramer che per una settimana animerà il profilo del Comune, @comunediferrara, con i suoi scatti nell’ambito del progetto #MyFerrara che vuole avvicinare cittadini e pubblica amministrazione attraverso i social network.

Ieri il suo sguardo si è posato su un nuovo angolo della città, questo il suo commento.

“Buongiorno Ferrara, buongiorno Italia libera! La foto di oggi la dedico a tutti i fiumi d’Italia teatro di grandi battaglie, e al grande Po, cerniera che unisce e a volte divide territori e genti.
A Ferrara, il grande fiume ha due anime: quella del corso a Nord della città, frutto delle varie deviazioni nei secoli; e quella dell’antico corso principale, oggi ramo di Volano, che una volta scorreva dove ora sorge parte del centro storico, a Sud, e nel Medioevo era cuore fluviale e commerciale della città. Oggi ramo inattivo, scivola lungo la città silente e pacifico, addentrandosi nella campagna verso Marrara col suo braccio di Primaro, e nel meraviglioso Parco del Delta, fino a raggiungere l’Adriatico. Ferrara non sarebbe uguale, senza il suo Po.
In attesa di veder rifiorire l’antico ramo e le sue rive, regaliamoci una gita partendo da qui, magari in battello, verso una delle tante destinazioni del Parco del Delta…
Buon 25 aprile, Ferrara!”

OGGI – IMMAGINARIO MYFERRARA

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foto di Daniela Solaini
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