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Un Po di benessere a Corte Stellata

Riceviamo e pubblichiamo

UN PO DI BENESSERE a Stellata di Bondeno a ridosso del Grande Fiume Po.

Domenica 8 maggio dalle 10.00 a.m. alle 6.30 p.m. presso il Casale “Corte Stellata”, in loc. Malcantone, luogo magico e tranquillo immerso nella natura, si terrà una giornata dedicata al Benessere Olistico, in cui 13 operatori metteranno la propria professionalità, energia e talento a disposizione dei visitatori che potranno scegliere fra numerosi trattamenti o consulenze individuali quali ad esempio la riflessologia facciale e plantare, i campi elettromagnetici pulsati, le costellazioni familiari, il Reiki o partecipare ad attività di gruppo come Yoga kundalini, Qi Gong, Bagno di Suoni con campane tibetane e canto armonico, riti di abbondanza, di purificazione della casa oppure assistere a seminari che introducono alla Medicina tradizionale Cinese fino ad arrivare ad un approccio al tema dei Registri Akashici e alla Astrologia.

Ci sarà chi illustrerà le tecniche di lavorazione dei grani antichi, la preparazione del kefir e vi sarà anche la possibilità di scegliere prodotti alimentari naturali e di qualità che sono fondamentali alla salute del nostro corpo.

Non mancheranno le pietre, i cristalli e altri oggetti artigianali realizzati con amore e creatività.

Il programma completo e i numeri telefonici sono a disposizione sulla pagina Facebook e Instagram di Corte Stellata.

In caso di pioggia l’Evento non avrà luogo.

gianni celati

Avere lo sguardo di Gianni Celati

 

A volte la notizia di una morte illustre, invece di molte e importanti parole di lode e di cordoglio, ti suggerisce un piccolo pensiero privato. E’ quello che mi è successo quando le agenzie hanno battuto la morte di Gianni Celati. Grande, grandissimo scrittore, l’ultimo del nostro Novecento. E molto altro: docente di letteratura inglese a Bologna e a Providence, attentissimo traduttore (al ‘suo’ Ulisse, una delle sue ultime sue  fatiche, lavorò sette anni). Curioso dei particolari e del Tutto, “guardatore” di molti mondi: dalle condizioni di luce sulla via Emilia, al Grande Fiume che arriva a mescolarsi al mare, all’Africa: alle sue lingue e ai suoi enigmi. Camminatore per vocazione e per stile, alla ricerca di luoghi, uomini, gesti, miraggi e apparenze.
Invece, o appena prima di pensare a questo e a tanto altro, ai suoi libri così unici, stranianti, ‘superficiali’ e profondi, a questo grande scrittore e grande uomo (guardate nel ritratto di copertina la sua faccia da contadino emiliano). Prima di questo ho provato un dolore privato, perché il mio desiderio era morto per sempre. Morto insieme a Lui.

Da sempre – ero un ragazzo e già leggevo le Avventure di Guizzardi – avevo il pensiero, il pallino, la certezza che prima o poi lo avrei incontrato. No, niente intervista. Mi sarei seduto a un tavolino di un bar Sport, a Ostellato, o Mezzogoro, a Sandolo, o davanti alla Sacca di Scardovari. Lui avrebbe parlato e io ascoltato; mi avrebbe indicato col braccio gli oggetti vicini e domestici, le “case geometrili”, il silenzio intatto del Fiume. Mi avrebbe parlato dei suoi incontri, di Pino, di Rosanna, di quella donna anziana che un po’ assomigliava a sua mamma. Di quel pensiero che proprio quel mattino lo aveva visitato.

Gianni Celati è morto. Non potrò ascoltarlo, guardare il suo sguardo, imparare da lui. Rimangono i suoi libri, il suo stile realistico e visionario, il suo documentario del mondo. Non è davvero poco per chi vorrà leggerlo o rileggerlo. E’ tanto.

P.S.
Proprio stasera , un amico mi ha segnalato (regalato) un testo di Gianni Celati di cui ignoravo l’esistenza, un piccolo saggio dedicato alla Invettiva. Invece di parare sul solito Dante, Celati sorprende il lettore con questa chiusa:
” […] e  come ulteriore prova non sapremmo citare esempio migliore del Manifesto comunista del 1848; il massimo esempio, a nostro parere, di invettiva moderna, dove quest’arte recupera tutte le proprie virtualità arcaiche, trasformando i dati oggettivi in iperbole allegorica, diffondendo colpa, sospetto, timore, riproponendo nel modo più netto il contrasto tra desiderio e realtà, e la contraddizione viva che l’uomo patisce: non v’è nulla di paragonabile nel nostro ed in quel secolo, anche considerando il Manifesto sotto un profilo strettamente letterario. E questa è l’invettiva.”
(Gianni Celati, Manifesto dell’invettiva, in “Il Caffè”, n.4, ag-sett. 1968, pp. 50-53)

Cover: Gianni Celati, foto da ilriformista.it (su licenza Creative Commons)

gara motonautica pavia-venezia

DA PAVIA A VENEZIA SUL FIUME PO
reportage della gara motonautica più lunga al mondo

 

Quest’anno, dopo 10 anni di assenza, abbiamo potuto assistere al passaggio sul Po della prestigiosa gara di motonautica, Raid Pavia Venezia.
Dalle prime edizioni degli anni ’20, è la gara di motonautica più lunga al mondo per quanto riguarda le acque interne400 chilometri sul Fiume Po da Pavia a Venezia. Personalmente la definirei la mille miglia fluviale, per le bellissime e storiche barche che partecipano in questa rinata edizione.
Organizzata dall’Associazione Motonautica Pavia e Associazione Motonautica Venezia, la Pavia Venezia nella sua 69° edizione ha raggruppato diversi settori e categorie di imbarcazioni comprese le imbarcazioni storiche, moto d’acqua e da diporto, offshore e tante altre categorie di barche.

Le imbarcazioni si sono confrontate da Pavia a Brondolo di Chioggia e arrivo a Venezia in un percorso di oltre 400 km. Abbiamo visto sfrecciare a velocità anche superiori ai 200 km orari, oltre 60 equipaggi. tra cui nomi noti e campioni di fama internazionale della motonautica Italiana come Maurizio Bullieri, 8 volte campione Italiano, campione Europeo endurance, e Campione mondiale Powerboat P1 nel 2005, e ancora, il campione Guido Cappellini con alle spalle diverse vittorie e 10 titoli mondiali in F1 da Pilota. Il Campione mondiale Endurance in carica, Tullio Abbate Jr con diversi titoli e vittorie ottenute in gara. Lo abbiamo visto in questa edizione, in coppia con  con il Conte Marco Massazza D’Aresi  a bordo della Sea Star uno tra i primi scafi in vetroresina costruiti dal padre Tullio Abbate, una barca che fu costruita nel 1969 per Sir Jackie Stuard.
Nella categoria moto d’acqua, Michele Cadei 6 volte campione Italiano. E ancora il Pilota Inglese Drew Langdon, tra i molteplici titoli e vittorie lo ricordiamo in 5 volte campione del mondo.
E da non dimenticare un veterano ferrarese della Pavia-Venezia Alessandro Andreotti e da quest’anno al suo fianco l’argentano David Maiani, della Società Canottieri Ferrara.
La premiazione è avvenuta all’Arsenale di Venezia
Per i dati tecnici riportati, ringrazio gli amministratori del gruppo FB Raid Pavia Venezia [Vedi qui] 


La foto in copertina e quelle del reportage che illustrano il testo, sono state scattate durante la manifestazione da Valerio Pazzi e ritraggono alcuni momenti del passaggio delle imbarcazione sul Po in località tra Stellata di Ferrara e Ficarolo di Rovigo.
(clicca su ogni foto per ingrandirla)

Nasce a Ferrara il “Gruppo Blu”
per la tutela del patrimonio idrico locale

 

Da: RETE DI GIUSTIZIA CLIMATICA – FERRARA

Nel pomeriggio di domenica 7 febbraio, un gruppo di cittadini ambientalisti si è dato appuntamento sul fiume Po di Volano, a bordo del Battello Lupo, per costituire il Gruppo Blu: una nuova realtà espressa dalla Rete Giustizia Climatica di Ferrara, che pone come sua finalità la tutela dell’acqua, intesa come habitat prezioso di specie animali e vegetali, nonché risorsa per le attività umane.

Chi frequenta i corsi d’acqua della nostra provincia, che vanta un patrimonio fluviale di oltre 3000 km di estensione, di cui 220 km di fiumi navigabili, sa quanto essi siano sconosciuti e ignorati dai suoi abitanti. Mentre nelle città europee i fiumi e i loro argini sono vissuti come vie d’acqua, percorsi naturalistici, ciclovie o ippovie dedicate al turismo lento, i ferraresi restano distanti da essi, non apprezzandone il valore.
Durante l’incontro è stato introdotto il tema della ripubblicizzazione dell’acqua potabile, con l’intenzione di mantenere i necessari collegamenti con le iniziative locali e nazionali: infatti nel 2024 scadrà la concessione per il servizio idrico dell’ambito territoriale di Ferrara,  ora affidato ad Hera .

Per riportare l’attenzione sul tema delle acque, il Gruppo Blu ha colto l’occasione per navigare a bordo del Battello Lupo, risalendo il Po di Volano sino a percorrere interamente il canale Boicelli.
Durante il tragitto, sono apparse numerose le zone di degrado, segnate da abbandono di rifiuti, scarichi  illeciti, discariche abusive, bivacchi, attività illegali a danno dell’ambiente ed altre attività di microcriminalità. Quasi nessuno è presente, o pratica attività lungo il Volano o il Boicelli. A pochi passi dal centro città è possibile assistere a tutto questo, a comprova del fatto che ciò che non viene reso accessibile, non può essere vissuto e, così, non potendo ricevere adeguata tutela, cade vittima di illegalità e degrado.
Tra le varie argomentazioni dei partecipanti, emerge come la gestione delle vie d’acqua sia caratterizzata da una problematica frammentazione di competenze e da una generale disattenzione nel conformarsi alle buone pratiche, accolte nelle linee guida regionali per la corretta gestione e riqualificazione fluviale. Ciò avviene troppo spesso a discapito dell’habitat, sotto forma di pesanti deforestazioni delle sponde di fiumi e canali e mancato rispetto del minimo deflusso vitale dell’acqua, necessario alla vita acquatica.
Il Gruppo Blu, all’interno della Rete Giustizia Climatica, coltiva concretamente il sogno di riportare il fiume nell’immaginario e nel cuore dei ferraresi: continueranno quindi le azioni di divulgazione ambientale tramite web conference. L’attività proseguirà poi con la creazione di un elenco di stakeholder, includendo enti gestori, Pubbliche Amministrazioni, associazioni e gruppi ambientali che operano sul fiume.

Il fine è quello di arrivare ad un Contratto di Fiume, che regoli i rapporti e definisca le modalità operative di chi interviene e pratica attività sul fiume, il tutto nell’interesse dell’ambiente e della qualità delle acque.

PER INFO E CONTATTI
Georg Sobbe (Nena) 328.2161442rete

“Pittori fantastici nella Valle del Po”
in mostra tra tigri al pascolo e liturgie gastronomiche

Ultima settimana per andare a vedere come 42 artisti contemporanei hanno rappresentato in questi ultimi anni le terre attraversate dal Po, la sua gente e le caratteristiche tutte padane di volti e paesaggi. Una visione racchiusa nella carrellata di quadri esposti alla mostra “Pittori fantastici nella Valle del Po”, al Pac-Padiglione d’arte contemporanea, accanto all’ingresso di Parco Massari in corso porta Mare a Ferrara, visitabile fino a domenica 27 settembre 2020.

“Affettazione liturgica” di Enrico Robusti

Un’opportunità per spaziare dai paesaggi pianeggianti degli argini fino ai volti grotteschi di chi ci abita e può essere votato alla liturgia dell’affettatrice di culatello e prosciutto o alla meticolosa documentazione di quel mostro reale e vivente delle acque fiumane che è il pesce siluro.

“Siluro” di Marcello Carrà

Ed è anche occasione per andare a osservare da vicino lo spettacolare “Notturno padano” che campeggia su manifesti e striscioni promozionali della mostra, un olio su tavola con quella luna-faro a illuminare i campi di una piccola comunità rurale dove, al primo colpo d’occhio, si intravedono sagome di animali tra frutteti, borgo e campi distribuiti sulla riva del Po attraversato dal ponte di ferro ferroviario.

“Notturno padano” di Adelchi Riccardo Mantovani sulla copertina del catalogo della mostra con sopra la linea del fiume Po

Bisogna guardare bene per arrivare a distinguere – in mezzo a pecore e maiali d’ordinanza – una tigre, una famigliola di elefanti, una giraffa che bruca un albero. L’opera, scelta come immagine dei manifesti e della copertina del catalogo della mostra, è firmata da Adelchi Riccardo Mantovani, artista nato nel 1942 a Ro, in provincia di Ferrara, che in qualche modo aggiorna in termini di arte contemporanea quella capacità di evocazione fantastica di cui è stato eccezionale cantore letterario Ludovico Ariosto e che a Ferrara aveva trovato nella pittura tardo-rinascimentale di Dosso Dossi un grande interprete, contagiato dal gusto dell’opera fiamminga e fantasmagorica di Hieronymus Bosch. Questa è anche una delle opere rappresentative del contributo di artisti ferraresi alla mostra, che spazia poi su tutto l’ampio territorio geografico nazionale attraversato dal fiume Po, a partire dalla fonte montana sul Monviso fino, appunto, al Delta.

Sala con l’esposizione anche degli artisti ferraresi della mostra “Pittori fantastici nella Valle del Po”, Palazzina Marfisa di Ferrara (foto GioM)

La mostra è curata da Camillo Langone e contiene una micro-sezione curata dal critico Lucio Scardino per dare spazio a sette pittori rappresentativi dell’area ferrarese. Ecco dunque Aurelio Bulzatti con la sua “Trilogia estense” fatta di tre quadretti dedicati in successione a “strada, sogno e fiume”; la carta-lenzuolo dove Marcello Carrà dà prova della sua talentuosa vocazione naturalistica a tratteggiare a colpi di penna biro un siluro lungo oltre tre metri; Gianfranco Goberti con una raffinata versione quasi concettuale del “Paesaggio padano” reso con grafite e acrilico su carta; l’acrilico usato da Sergio Zanni come un acquerello per descrivere pianura e argini nostrani. Notevole anche la capacità veristica di fotografare un pezzetto di urbanizzazione rurale senza risparmiarne i dettagli privi di idealizzazione, con tanto di tettoie in amianto e finestre in acciaio anodizzato, di cui dà conto il grande olio su tela non intelaiata di Nicola Nannini, intitolato “Sotto un cielo d’autunno”.

“Sotto un cielo d autunno” di Nicola Nannini

Armoniosa disarmonia quella del collage di Luca Zarattini che con la sua tecnica mista dell’opera intitolata “In foce” regala scorci resi astratti dove si possono immaginare spunti visivi delle barche tipiche del Delta del Po (le batane), anatre e canneti, trasfigurati nel suo stile che riconcilia la vista e rende ariosa e personalissima la sua visione tutta contemporanea del paesaggio lagunare.

“In foce” di Luca Zarattini

“Pittori fantastici nella Valle del Po”, al Pac-Padiglione d’arte contemporanea (corso Porta Mare 5, Ferrara) fino a domenica 27 settembre 2020, aperto da martedì a domenica ore 10-13 e 16-19.30

Pomposa: l’isola che non c’è più

Se un tempo avessimo voluto recarci presso l’Abbazia di Pomposa, le nostre gambe o un semplice carro non sarebbero bastati. Il monastero, infatti, inserito in un contesto del tutto differente da quello odierno, sorgeva su una antica isola.

Dove oggi le automobili sfrecciano, sulla vicina Via Romea, come tante nel Medioevo ce n’erano dirette verso Roma, circa 1500 anni fa si estendeva un territorio definito nelle carte dell’epoca “insula”. Un’isola che si sviluppava in mezzo ad acque salmastre, con a Sud un’altra isola più minuta e più selvaggia, ricca di alberi, dove i primi eremiti amavano rifugiarsi. Al posto dei moderni campi coltivati, a farla da padrona era l’acqua: molti spazi, prima asciutti, si erano insabbiati a causa di un aumento delle precipitazioni e di un incremento del livello delle acque. Il buon clima dei vecchi tempi dell’Impero romano era ormai solo un ricordo. I canali costruiti in precedenza non furono più seguiti dall’acqua, che incurante arrivò a invadere ciò che le stava intorno, diminuendo l’abitabilità generale. In queste condizioni, non era possibile spostarsi unicamente via terra, e sempre di più i centri urbani si eressero intorno alle realtà religiose, piuttosto che commerciali. I monaci che si stabilirono sull’Insula pomposiana, delimitata sino al XII secolo dai due rami principali del delta del Po e dalle lagune orientali, cercarono sin dal principio di gestire con attenzione il territorio circostante, bonificando ad esempio della terra per utilizzi vari, dalle coltivazioni, alle peschiere, fino alle saline. Anche il bosco, però, veniva sfruttato intelligentemente, per l’allevamento e il recupero di legna. Ma qualcosa si fece pure per le vie di comunicazione: le vicine strade e rive, di fatto, furono periodicamente sottoposte a manutenzione. Tali attività erano possibili in quanto il territorio dell’insula era di diretta proprietà dell’abbazia, amministrato in due modi diversi. Una parte, identificata con le terre a pascolo e bosco, era gestita realmente dal monastero attraverso la figura del gastaldo, sottoposto all’abate. L’altra, costituita dai terreni coltivati, era invece consegnata in affitto, a condizione che si curassero le terre e le coltivazioni. Non solo, poiché nel suo vasto territorio l’abate esercitava anche il diritto della giustizia civile: un vero e proprio feudatario. L’insediamento altomedievale, tuttavia, non è giunto sino ai nostri giorni. Alcuni resti vennero a galla nel 1925 e in seguito nel 1962. Per tutta la sua storia, l’abbazia si configurò così come una realtà sempre in evoluzione, specie a partire dalla sua trasformazione, nell’XI secolo, in centro di scambi religiosi, politici e culturali. Il 1026 è l’anno riportato in una lastra posta nel pavimento della chiesa, dandoci testimonianza della data di consacrazione. Nel 1975, però, una campagna di scavi archeologici mise in evidenza che prima ancora di quell’anno era esistita un’altra chiesa, che presentava più o meno le stesse dimensioni di quella attuale. E proprio l’edificio rimasto in piedi fu eretto grazie a una tecnica, che possiamo descrivere come senza tempo: il reimpiego. Fu soprattutto il Medioevo a vedere il riuso estremamente diffuso di vecchio materiale, determinando la maggior parte delle volte una ricontestualizzazione definitiva degli antichi oggetti – la sensibilità che oggi si cerca di avere verso il passato è squisitamente moderna – . Furono soprattutto i resti romani a essere reimpiegati a Pomposa, quasi a voler sottolineare un riconoscimento del loro valore artistico. Contestualmente all’anno di consacrazione sono riferibili vari interventi all’edificio, ma anche poco dopo la chiesa e la realtà monacale furono potenziate dal vescovo Gebeardo, che riposa nella sala del Capitolo. A lui si deve la costruzione di un nartece, struttura usata nelle basiliche, affrescato riccamente da immagini scoperte nel 1956.

Ma più passavano gli anni, più si rendevano improrogabili dei necessari interventi conservativi: dalla sistemazione parziale del 1151 ai restauri del nuovo millennio, l’abbazia ha vissuto interesse e vitalità, ma anche degrado e abbandono. Il suo campanile svetta ancora per chi l’ha recuperata, per chi l’ha amata.

I misteri della pianura
Uno sguardo spassionato all’Emilia Romagna da fuori

Niente è più come prima. O meglio, non è più come ce la siamo sempre immaginata, la tipica Emilia Romagna. Bisogna chiedere agli anziani come era negli anni cinquanta e sessanta, quando non si riusciva a vedere a un palmo dal naso per la nebbia, che in autunno dalla mattina alla sera tuffava le città e i paesini alle sponde del Po in spesse matasse di cotone. “Nebbia e nebbia per giorni” (Attilio Bertolucci). Cosa sarebbero stati i primi film di Michelangelo Antonioni, i romanzi di Riccardo Bacchelli o di Giorgio Bassani, le fotografie di Luigi Ghirri senza l’eterna nebbia? Ci sono ancora, quelle giornate piene di foschia e di nebbia in Emilia, ma bisogna soltanto guardare le ciminiere dell’industria chimica all’orizzonte di Ferrara per capire da dove provengono queste serate d’autunno, appiccicaticce e impenetrabili. Da nessun’altra parte in Italia si vedono così tante biciclette nelle stradine, o perfino in alcune città, come in Emilia. Appena si lasciano però, queste stradine fuori mano, un tir dopo l’altro passa rombante sulle strade ricche di storia come la Via Emilia o la Via Romea. Ci sono ancora anche le bandiere rosse ad ornare molti giardini, ma non ci abitano più i comunisti di una volta, fieri di mostrare le proprie convinzioni politiche.

L’Emilia non è più la “terra rossa”, forse ancora ‘la terra rosa’ . Non si vedono più la falce e il martello, ma l’emblema della Ferrari con la sede principale a Maranello nei pressi di Modena. La famosa in tutta l’Europa, egemonia della sinistra di una volta va svanendo ad ogni votazione. A parte i vecchi compagni d’una volta, qui nessuno vuol esser chiamato “comunista”. Peppone, il funzionario del partito comunista dall’atteggiamento stalinista e di fede cattolica, creato da Giovanni Guareschi, è da tempo divenuto una “figura da cartolina”, come anche la sua astuta controparte cattolica, Don Camillo. Se poi è sempre vero che c’è ancora un prete in ogni paesino, allora al giorno d’oggi, è spesso di origine polacca o africana. Ci sono addirittura chiese dissacrate che ospitano pezzi di antiquariato o che sono diventate in passato cinema a luci rosse. In alcune cittadine vivono ormai tanti musulmani quanti cristiani. Mentre le commemorazioni della Resistenza antifascista sbiadiscono sempre di più, diventando semplici riti di dovere delle autorità politiche locali; i negozietti di souvenir attorno alla tomba del Duce a Predappio non hanno di che lamentarsi perché gli affari non vanno male. Nessuno ha descritto così attentamente, in modo così laconico ma allo stesso tempo molto poetico, lo smantellamento della cultura ebraica in Italia e le deportazioni degli ebrei italiani nei campi di sterminio tedeschi come il ferrarese Giorgio Bassani. Deportazioni di ebrei, di cui però non pochi erano stati fedeli seguaci di Mussolini fino alle leggi razziali del 1938!

Attorno a città come Bologna, Parma, Modena, Piacenza, Reggio Emilia, Ferrara, Ravenna o Rimini, con le loro splendide piazze e i loro palazzi rinascimentali, si sono formate spesse croste di supermercati, outlet, autolavaggi e discoteche come le si possono trovare dappertutto in Europa. Forse però, i sobborghi italiani sono ancora più noiosi, ancora più commercializzati e ancora più brutti che nel resto d’Europa. Forse qui la distruzione dei paesaggi da parte dell’edilizia selvaggia è talmente deprimente e dolorosa perché le immagini nelle nostre menti sono così ingenue e idilliache.

Nonostante l’evidente uniformazione di tante città e di tanti paesini sul Po, qui è ancora possibile scoprire favolosi misteri. Per la fantasia degli scrittori e degli artisti questa è ancora terra molto fertile. E l’orgoglio della popolazione locale per la ‘bella pasta’, il prosciutto di Parma o la piadina romagnola è tuttora imbattuto. In ogni piccolo paesino c’è una trattoria con un menù che al di là delle Alpi si può soltanto sognare. E anche se le Feste dell’Unità, tradizionalmente feste comuniste, hanno perso il loro nome e ogni significato politico, a queste feste, che possono durare anche delle settimane intere, si cucina ancora come ai tempi delle vecchie cooperative comuniste.

E si è anche orgogliosi della letteratura dell’Emilia Romagna, che ha donato alla cultura italiana opere immortali e scrittori indimenticabili. I libri di scuola sonno pieni di autori nati, cresciuti e morti proprio qui, o che hanno ambientato i loro romanzi o i loro racconti qui. Ariosto, Pascoli, Bassani, Baccelli, Guareschi, Malerba provengono da qui. Pier Paolo Pisolini è nato nel Friuli, a Casarsa delle Delizie, e lì è stato anche sepolto assieme a sua madre, ma anche lui ha vissuto per anni a Bologna. Neanche Umberto Eco è emiliano (è nato in Piemonte, ad Alessandria), è vissuto però per decenni a Bologna e a San Marino, quel minuscolo Stato autonomo in mezzo alla Romagna. Anche Mario Soldati era piemontese, ma amava i paesaggi della pianura padana e così le dedicò alcuni dei suoi più bei racconti di viaggio. Gianni Celati è di Sondrio, in Lombardia, ma come nessun altro scrittore italiano ha dedicato racconti meravigliosamente affettuosi ai “matti padani”, una razza di civette che si trova nei pressi del Po. Le figure letterarie di Ermanno Cavazzoni, nativo di Reggio Emilia, forse sono ancora più bizzarre, più stravaganti e ancor più fantasiose. Chi non ha ancora letto i suoi racconti non riuscirà mai a comprendere le particolarità dei Padani, le loro stranezze, il loro modo di fare spesso un po’ ribelle. Importanti giornalisti italiani come Enzo Biagi, Gianni Brera e Sergio Zavoli sono nati qui. Lo sfortunatamente già deceduto Lucio Dalla e Franceso Guccini, due dei grandi cantautori degli anni settanta e ottanta, sono di Bologna e di Modena. E a Zocca, un paese vicino a Bologna è nato Vasco Rossi, una delle rock star più grandi degli ultimi decenni. Per non dimenticare naturalmente due veri giganti del cinema italiano: Federico Fellini di Rimini e Michelangelo Antonioni di Ferrara. Cesare Zavattini, al di là delle Alpi forse conosciuto soltanto dai cineasti come geniale sceneggiatore (“Umberto D”) e “impresario di cultura”, è di Luzzara, vicino a Parma.
Tonino Guerra, sceneggiatore del film forse più popolare di Fellini “Amarcord” e collaboratore di registi come Angelopoulus, è di Sant’Arcangelo nelle vicinanze di Rimini.

Nei testi di autori d’ogi, come Ugo Cornia, Daniele Benati, Giulia Niccolai o Simona Vinci invece, si sente più forte che la velocissima industrializzazione ha lasciato un segno su questa regione e ne ha distrutto il paesaggio. Ma così come la tenue luce della pianura padana riesce ancora a donarle un aspetto magico, nei testi letterari un po’ più vecchi, e anche meno vecchi, si riesce ancora a trovare un’Italia che forse non esiste più, in questa forma, nella realtà, ma che riesce ad emanare ancora un fascino particolare grazie all’atmosfera malinconica e nebbiosa della pianura e grazie alla comicità surreale che guizza in tanti discorsi. L’Italia reale, poco spettacolare, talvolta perfino un po’ laconica e inaspettatamente silenziosa, allo stesso tempo però sempre fiera della propria storia e cultura, in Emilia Romagna si riesce ancora a trovarla. E se non la si trova (più) nella realtà, sicuramente si trova nella letteratura che questa regione ha fatto nascere.

L’abbazia dalle sette regioni

In un periodo turbolento per l’Italia, tra giochi di potere e incertezza sull’avvenire, sorgeva nell’Esarcato di Ravenna un nuovo complesso religioso, pronto a divenire nei secoli uno dei centri monastici con più dipendenze in assoluto.

L’Abbazia di Pomposa sarebbe nata sul confine settentrionale del territorio ravennate verso il VI secolo, ma si trattava ancora solamente di una cappella. Non molto dopo, comunque, sarebbe comparso un primo cenobio, ovvero una comunità di monaci, dai tratti abbastanza dissimili rispetto alle altre realtà italiane. In effetti, i primi eremiti che decisero di condividere la vita terrena presso Pomposa lo fecero in maniera spontanea, non strutturata, anche se si ispirarono certamente alla vita benedettina – “Ora et labora” – . Nella regione non mancavano perfino influenze pagane che ancora resistevano, come divinità celtico-romane di campagna. L’originalità del monachesimo pomposiano si sarebbe poi sviluppata con gli anni, prendendo caratteri provenienti anche da altre esperienze, fino a giungere a una propria regola codificata. Ma come mai fu scelta proprio Pomposa? Si vede che l’antica conformazione del territorio, abbondante di verde e decisamente salutare, evangelizzato solo da un secolo, era fonte di ispirazione e foriera di una intrinseca spiritualità, in un’epoca in cui non esistevano distrazioni tecnologiche e il rapporto con la natura era più vero e intenso. Fu con tutta probabilità la Chiesa di Roma ad assumere l’iniziativa, che toccava un territorio di sua influenza come terreno fiscale. Non si trattava ancora, tuttavia, della costruzione che in parte oggi possiamo ammirare, innalzata, si pensa, verso la metà del IX secolo, ma edificata di certo prima dell’874, anno in cui il papa Giovanni VIII rivendicò la propria giurisdizione sul monastero e su altri luoghi del territorio, meno importanti, contro la Chiesa di Ravenna. La prima chiesa, infatti, venne distrutta a fine VIII secolo durante le migrazioni ungare, provocando altresì la dispersione dei monaci e la conclusione momentanea della vita comunitaria. I primi secoli della nuova abbazia furono toccati continuamente da questioni giurisdizionali: nel 982, per esempio, l’imperatore Ottone II ne parlò come oggetto di donazione compiuta dai suoi genitori in favore del monastero di San Salvatore di Pavia; in seguito però i monaci di Pomposa ottennero da Ottone III la donazione all’arcivescovo di Ravenna, dopodiché concessioni papali e imperiali portarono infine alla piena autonomia nel 1022. Determinante fu proprio Ottone III, che alcuni anni prima aveva dichiarato il monastero “abbazia imperiale”, promulgando un documento in cui era sancita ufficialmente la sua indipendenza. Il potere di Pomposa iniziò così ad accrescersi e nessuno poteva più pensare di avanzare pretese. Nonostante fosse l’unica, tra le grandi realtà abbaziali del tempo, a non poter vantare un santo fondatore, o il possesso di reliquie uniche, fu comunque rilevante nel controllo dei vicini canali. Ma il raggio d’azione non si fermava sull’acqua. La situazione monastica locale era sì circoscritta, eppure Pomposa, agli inizi del XIV secolo, poteva vantare dipendenze distribuite nel Nord e nel Centro, toccando in tutto altre sei regioni oltre all’Emilia-Romagna, per un totale di quasi cinquanta chiese. Dalle antiche donazioni fino alla politica territoriale di espansione che caratterizzò l’abbaziato di Guido di Pomposa, l’abbazia finì per diventare una tra le più ricche di dipendenze: Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Marche e Umbria. Con Guido, abate dal 1008, Pomposa si fece centro agricolo, culturale, artistico e musicale, fruttando all’importante monastero diritti esclusivi, oltre che lasciti e offerte. Fu il periodo aureo della storia dell’abbazia, da un punto di vista materiale e spirituale.

I monaci che portarono a termine parte della propria parabola umana nel monastero di Pomposa, che da semplice cenobio divenne abbazia, ebbero modo di conoscere figure notevoli e rappresentative del tempo, che li arricchirono e stimolarono. Lo stesso effetto che noi oggi possiamo provare entrando a Pomposa.

Il popolo che nascose un tesoro

Già per gli antichi era un interrogativo senza risposta. Si ritenevano etnicamente estranei rispetto a ogni altra popolazione italica preromana, ma la loro origine stimolò da sempre la fantasia di scrittori e intellettuali.
Erodoto, considerato il padre della storiografia, li ritraeva come eredi di un popolo anatolico, giunto in Italia al seguito di un mitico capostipite, Tirreno. Il retore Dionigi di Alicarnasso era invece pronto a giurare sulla loro autoctonia, mentre il romano Tito Livio era convinto di una provenienza dall’Europa centrale. Dai miti di Tagete e Tarchon si può intravvedere come gli stessi Etruschi immaginassero la questione. Il dio Tagete, indigeno perché nato dalle zolle, fu colui che trasmise loro le norme aruspicali, arte che sempre identificò gli Etruschi con la capacità di interpretare i segnali del divino. Tarchon, invece, sarebbe stato il fondatore di Tarquinia e altre città coeve. Forse in origine doveva trattarsi di una figura unica, ma quando sarebbe avvenuto tutto ciò? Gli eruditi etruschi calcolavano di essere comparsi nel X secolo a. C., eppure le loro considerazioni e convinzioni su se stessi non lasciavano indifferenti gli altri popoli. Furono i Greci a inventare nuove ipotesi sul loro conto. La teoria più antica li voleva come i discendenti più numerosi dei Pelasgi, abitanti dell’Ellade che si sarebbero diffusi in varie aree del Mediterraneo. In seguito, da omofonie casuali e accostate fra loro, nacque una ulteriore ipotesi, appoggiata da Livio, che prevedeva la provenienza etrusca dalla Lidia, ma in realtà spesso le due teorie finirono per sovrapporsi nei secoli seguenti. Nessuna di queste, tuttavia, viene oggi appoggiata in maniera esclusiva da chi si occupa di etruscologia, la scienza che li studia scientificamente. Prendendo in considerazione la loro lingua, è possibile mettere in conto, piuttosto che una provenienza antica dagli italici Villanoviani o dalle genti locali dell’Età del Bronzo, una tarda migrazione da Settentrione o per mare. Inoltre, la prima arte etrusca, di epoca recente, avrebbe una chiara ispirazione orientale, forse per rapporti commerciali in fase avanzata. Che siano, dunque, venuti da Nord o per mare, risulta fuor di dubbio che dal IX secolo, in questa zona della penisola, fiorì la civiltà del Ferro, che grazie a un processo di mescolanza e acculturazione diede vita a una koinḕ etrusco-italica. Dai territori primigeni della Toscana e del Lazio settentrionale, l’Etruria tirrenica, fin dai tempi più antichi vi fu un allargamento in più direzioni: la Campania e la Pianura Padana, dove sarebbero state fondate delle mitiche dodecapoli, ovverosia insiemi di dodici città, simili a quella presente sin dalle origini in Etruria. La terra bagnata dal Po sarebbe servita, lo si intuisce, per il rifornimento di nuove aree da adibire a campi agricoli, almeno agli inizi. Da metà VI secolo a. C., poi, la presenza urbana nella nuova Etruria padana si accrebbe sempre più, e questa terra fu teatro di una riorganizzazione generale, proprio mentre il predominio sul Tirreno iniziava a sfiorire. Le vie di scambio con i mercati d’Oltralpe subirono dei potenziamenti e nuove città legate da stretti contatti sorsero indisturbate. Spina, porto cosmopolita che vorrebbe non a caso significare “nave”, fu una di queste, e i suoi resti sono oggi custoditi nel Museo Archeologico di Ferrara, presso il Palazzo Costabili. Ma non tutto è stato ancora scoperto, e chi vive nei territori dell’antica Spina lo sa bene. Mancherebbe tuttora all’appello il magico talismano che avrebbe consentito alla città spinetica di divenire così famosa e prosperosa, un amuleto che persino il mare avrebbe invidiato, portandolo a tentare di invaderla, inutilmente. Non vi fu resa, tuttavia, e finalmente il mare, tentando e ritentando, prima o poi ce la fece: il ragno d’oro, posto sulla porta d’ingresso, non riuscì stavolta a difendere la sua ragnatela, che proteggeva Spina. E l’acqua la invase. Per ripicca, però, il ragno fece sprofondare la città nella palude, sotterrando persone e ricchezze.
E chissà, perché no, sotterrando anche se stesso, in attesa che il sogno, un giorno, diventi realtà. Come l’antica città di Spina.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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LE NOSTRE RADICI Spina, la sfinge dell’Adriatico

Tre secoli di storia, prima dell’era cristiana, hanno visto fiorire nella nostra Italia un ricco emporio commerciale in grado di connettere sistematicamente i vicini Etruschi e i famosi Greci, senza soluzione di continuità. Una storia talmente importante da relegarne le origini alla mitologia.

Potrebbero essere stati i Pelasgi, i fantastici popoli preellenici e antenati degli Etruschi, a colonizzare la Pianura Padana e dare le fondamenta alla città di Spina. Sarebbero venuti in Italia dalla Tessaglia sotto il re Nanas e, giunti presso la bocca del Po chiamata Spinete, alcuni avrebbero continuato il viaggio verso il centro della penisola per fondare le prime città etrusche, gli altri li avrebbero invece attesi rimanendo a guardia delle navi, dando vita a un nucleo abitativo denominato Spina. Ma secondo altri scrittori, l’onore sarebbe toccato all’eroe Diomede, combattente di Argo, che avrebbe diffuso la civiltà greca nel mare Adriatico dopo la guerra di Troia, sostando di porto in porto e fornendo insegnamenti agli abitanti locali, senza disdegnare la fondazione di città ex novo. E anche se i miti legati a Spina non si fermano qua, le vicende storiche ricostruite con la certezza dei fatti non sono certo meno affascinanti. Grazie all’archeologia, riusciamo a collocare la sua data di nascita nel VI secolo a. C., proprio mentre gli Etruschi stavano colonizzando la pianura per il controllo dei commerci via mare. Una città etrusca, dunque, ma che nel corso della sua esistenza avrebbe visto la compresenza anche di altre popolazioni. L’Etruria si era così ingrandita, fino a congiungere i due mari più vasti d’Italia, il Tirreno e l’Adriatico. E nel secolo successivo, il grande boom: fu questo il momento di maggior sviluppo soprattutto economico e commerciale. Oggi si ritiene che il tutto si basasse sul baratto, poiché mai sono emerse tracce di coniazione monetale. Dalle pregiate ceramiche figurate provenienti dall’Attica – una raccolta, quella del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, che tutto il mondo ci invidia – all’olio e al vino, dagli unguenti e profumi al marmo, fino ai tessuti, cibi e oggetti lussuosi; ogni tipo di prodotti passava da qui, in cambio di quanto più prezioso la nostra terra aveva da offrire: i suoi frutti. Proprio Atene, la città greca di cui abbiamo più notizie in assoluto, era molto legata a Spina, alla ricerca di tutti quei beni la cui mancanza le impediva di essere autosufficiente. Nel mondo ellenico giungevano carni salate – il sale era l’oro bianco dell’antichità – , legname, ambra, materiali, animali ed esseri umani. O quasi, perché gli schiavi non godevano ancora di tale considerazione. E a dimostrare l’estrema centralità del ruolo dell’antica città etrusca, una testimonianza a Delfi, nel santuario panellenico di Apollo, dove soltanto alle realtà più illustri, quasi sempre greche, era concessa la dedica di un Tesoro, ovvero un tempietto votivo che contribuiva alla magnificenza del culto apollineo. Spina era sorprendentemente tra queste, anche se ancora l’identificazione con i resti attuali non è sicura. Un rischio comune, tuttavia, è quello di bloccarsi all’apparenza di resti archeologici immobili e non riuscire a immaginare come vive le culture che li hanno prodotti. Ma la vivacità di Spina è evidente anche oggi: una città multietnica e un centro commerciale che torna a vivere nei vari manufatti di diversa provenienza e con differente destinazione. Una caratteristica, questa, ben visibile pure nel senso del sacro che le donne e gli uomini del luogo mostravano di avere, giunto sino a noi insieme ai corpi incinerati o inumati. Emblematica la pratica dell’obolo per Caronte, frammento di bronzo fuso posto nella mano destra, destinato al mitico traghettatore dei defunti verso il mondo dell’oltretomba.

Il IV secolo fu un periodo difficile per la Grecia e l’Italia, ma Spina resistette con forza e determinazione qualche decennio, dopodiché alla sua esistenza pose fine lo spostamento dei traffici commerciali, dovuto anche allo slittamento della linea di costa, in un momento di convivenza con un’altra popolazione, i Celti. Si chiuse in tal modo un capitolo enigmatico della Storia, che stiamo solo ora riaprendo. Ma la Sfinge, si sa, è custode gelosa.

 

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LA SEGNALAZIONE
“Paesaggi d’acqua”: in mostra il Po e i suoi miti

Aggiornato al 18 ottobre (prima pubblicazione 26 settembre)

“Paesaggi d’acqua” è il titolo della mostra a cura di Lucio Scardino visitabile fino a sabato 26 ottobre 2019 alla galleria Fabula Fine art (via del Podestà 11, Ferrara). Alle pareti della galleria, nel cuore del centro storico di Ferrara, è esposta una carrellata di disegni e dipinti dedicati al fiume Po.

Mostra “Paesaggi d’acqua” a cura di Lucio Scardino – visita con Vieri e Simone Quilici ( foto GioM)

Una sequenza di opere e di autori che ha anche il sapore di un lascito, una sorta di sintesi per immagini, nomi e cognomi dell’universo culturale e artistico che circonda il curatore di questa mostra. Perché Lucio Scardino, critico d’arte, editore, appassionato studioso e collezionista di opere legate in particolare al territorio emiliano e a tematiche specifiche di mitologie a lui care, mette qui in fila una serie di lavori della sua collezione, tutti legati al fiume Po, interpretato da artisti a lui vicini attraverso tre diversi filoni.

Lucio Scardino ritratto nella casa a Lido di Classe, in Romagna (foto GioM)

Alle pareti, dunque, quadri, sculture e bozzetti che mostrano il fiume Po nella sua versione paesaggistica più classica, fatta di argini, chiatte e golene; poi c’è la serie di opere dove la narrazione palustre acquisisce un sapore fantastico e immaginario, legato a figure che popolano leggende e tradizioni locali; infine, la ricostruzione fatta da artisti che rileggono in maniera tutta personale il mito classico, quello che identifica il Po con l’antico Eridano raccontato dalla mitologia greca e all’interno delle cui acque precipita il più giovane dei figli del dio Elio, Fetonte, che – giovane e avventato – perde il controllo del carro del Sole avvicinandosi troppo alla Terra fino a perdersi in uno schianto mortale.

Simone e Vieri Quilici vicino alla xilografia di Mimì Quilici Buzzacchi intitolata “Al canale Boicelli (foto GioM)

Fuori catalogo, rispetto a questa sequenza di opere messa a punto da tempo [clicca sul link per leggere l’anticipazione], si è aggiunto un quadro che è un omaggio alla memoria di Gabriele Turola [clicca sul nome per leggere l’articolo a lui dedicato], artista ferrarese recentemente scomparso. È a lui che Lucio Scardino dedica l’esposizione. Un omaggio e un ricordo che si concretizzano in una tempera su tela, dove Turola ritrae Scardino stesso con le modalità giocose e fantasiose tipiche della sua opera.  Ecco allora il “Luccio Scardino”, la tela che vede il critico d’arte rappresentato con pinne e squame, che lo rendono protagonista di questo universo di acqua dolce nello stile surreale e colorato che contraddistingue il pittore, nato a Ferrara il 13 agosto 1945 e morto negli ultimi giorni di questo agosto 2019.

“Ritratto di Lucio Scardino” di Gabriele Turola

La mostra – spiega il critico – è articolata in “una quindicina di opere sul Po che vanno dall’inizio del ’900 ai giorni nostri”. Neanche a dirlo “non si tratta di una mostra di cartoline illustrate, ma di un insieme che alterna opere d’arte moderna, come l’interpretazione concettuale rievocativa del mito di Fetonte (autrice Rita Da Re); poi si possono ammirare acquerelli degli argini o rappresentazioni di opere idrauliche come la xilografia “Al canale Boicelli” di Mimì Quilici Buzzacchi (1927); il disegno rievocativo del mito delle ‘anguane’, con una di quelle sirene che la leggenda vuole che popolino le acque dolci e le rive fluviali tratteggiata nel ‘Notturno sul Po’ realizzato da Oreste Forlani attorno al 1905″.

Opera in rame di Nicola Zamboni dedicata alla laguna di Comacchio in mostra

Sintetica eppure naturalistica in maniera immediatamente riconoscibile la versione palustre realizzata dal maestro scultore Nicola Zamboni, autore in collaborazione con Sara Bolzani anche del monumento a Garibaldi e Anita [clicca sul titolo per vederlo] che si trova a Porto Garibaldi (Comacchio) e a quello composto da decine di donne in bicicletta come omaggio alle “Mondine” [clicca sul titolo per vederlo] allestito davanti all’ingresso dell’ospedale di Bentivoglio (Bologna). In rame anche la versione lagunare in esposizione ora a Ferrara, dove l’ossido naturale del metallo rievoca le tinte verdi-azzurre delle acque. Una lettura concettuale del Po è, infine, quella contenuta nell’opera di Daniele Cestari: “Qui – fa notare il curatore della mostra – il fiume è condensato in una striscia color smeraldo, unica traccia di colore sulla carta che riproduce la facciata di Porta Paula. In questo punto di ingresso a Ferrara, infatti, è stata rinvenuta un’antica barca che testimonia la presenza del corso d’acqua nei secoli passati, anche se ormai si trova all’asciutto da tempo”.

“Da Porta Paola una volta scorreva il fiume”: opera di Daniele Cestari per mostra di Lucio Scardino

La rassegna pittorica di interpretazioni e letture di questi luoghi di terra e di acqua ha il patrocinio del Garden Club di Ferrara, con il quale Scardino ha già collaborato con una conferenza dedicata proprio al paesaggio padano.

“Paesaggi d’acqua” a cura di Lucio Scardino 27 settembre-26 ottobre 2019, galleria Fabula Fine Artvia del Podestà 11, Ferrara. Ingresso libero.

[articolo aggiornato il 14 ottobre 2019 in seguito alla visita di Simone e Vieri Quilici, rispettivamente nipote e figlio dell’artista Mimì Quilici Buzzacchi di cui è in mostra un’opera e il 18 ottobre 2019 in seguito alla proroga dell’apertura della mostra fino al 26 ottobre (anziché al 15 ottobre)]

Mostre sul fiume Po e su Lucrezia: dal mare Lucio Scardino anticipa i progetti per Ferrara

Un ferrarese che tutte le estati trasmigra in riva al mare di Romagna, ma che la sua città se la porta sempre con sé e non smette mai di sentirsela e avercela intorno, anche quando sbuffa e dice “qui sì che mi rigenero”.

Casa marittima di Lucio Scardino con collezione di quadri e opere d’arte legate a Ferrara (foto GioM)

Quella del critico d’arte ed editore Lucio Scardino, infatti, è una casa del mare romagnolo con le pareti tappezzate dai dipinti del fiume Po e da rivisitazioni del Duomo di Ferrara, gli scaffali pieni di libri d’arte e una collezione di piatti e zuppiere che sembrano quelli di una vecchia signora inglese e che – quando li osservi meglio – scopri che invece hanno disegnato sopra il Castello Estense rivisitato in chiave avventurosa, nelle tinte monocrome del blu, del color ruggine o del marrone sulla porcellana bianca dove galleggia persino un veliero.

Collezione di ceramiche con rappresentazioni del Castello Estense nella casa al mare di Lucio Scardino (foto GioM)

Qui, nell’appartamento tra i pini marittimi di Lido di Classe, tra Ravenna e Cervia, il critico d’arte ferrarese Lucio Scardino si trasferisce nel periodo estivo senza rinunciare alla compagnia delle opere di artisti a lui cari. Tra i 250 pezzi di questa collezione variegata di tele, sculture e schizzi c’è un disegno di Jenny Bassani, sorella dello scrittore Giorgio, con la borgata di Quacchio ripresa nel 1943, qualche mese prima dei bombardamenti.

Collezione di quadri e opere d’arte nella casa di Lido di Classe di Lucio Scardino (foto GioM)

Poco più in là, sulla parete c’è uno scorcio del fiume Po, colto poco prima dell’alluvione da Gastone Gaddi, nel 1951. Sculture e quadri sul tema di San Sebastiano si mescolano a un olio su tavola di Augusto Droghetti che – spiega Scardino – “rende bene le atmosfere e la prospettiva del fiume, con la visione dell’isola bianca di Pontelagoscuro sullo sfondo”. Così, tra una passeggiata in spiaggia e una capatina nella sala del cinema all’aperto, il critico-editore medita e studia, organizza e riflette, preparando lo sbarco cittadino d’autunno. Perché Ferrara, Scardino, ce l’ha sempre in testa, negli occhi e tra le dita. Ecco allora che sul tavolone rotondo, vicino alla caraffa di tè freddo e ai frollini, salta fuori un catalogo di disegni di paesaggio e il volume con il romanzo dedicato alla “Famiglia” di Lucrezia Borgia, raccontata nientemeno che dall’autore del “Padrino”, Mario Puzo.

Un’opera di Daniele Cestari per la mostra di Lucio Scardino dedicata ai “Paesaggi d’acqua”

“Sto preparando due mostre” racconta il critico ed editore.
“Paesaggi d’acqua” è il titolo dell’esposizione che verrà inaugurata venerdì 27 settembre 2019 alla galleria Fabula Fine Art (via del Podestà 11, Ferrara) con “una quindicina di opere sul Po che andranno dall’inizio del ’900 ai giorni nostri”. Neanche a dirlo “non si tratterà di una mostra di cartoline illustrate, ma di collage d’arte moderna che rievocano il mito di Fetonte (autrice Rita Da Re), acquerelli degli argini fluviali, chiatte, barche, anse e golene; e poi immagini rievocative del mito delle ‘anguane’, le sirene che la leggenda vuole che popolino le acque dolci e le rive fluviali come quella del ‘Notturno sul Po’ realizzata da Oreste Forlani attorno al 1905″. Una versione concettuale del Po quella contenuta nell’opera  di Daniele Cestari: “Qui – fa notare il curatore della mostra – il fiume è condensato in una striscia color smeraldo, unica traccia di colore sulla carta che riproduce la facciata di Porta Paula. In questo punto di ingresso a Ferrara, infatti, è stata rinvenuta un’antica barca che testimonia la presenza del corso d’acqua nei secoli passati, anche se ormai si trova all’asciutto da tempo”.

Opera in rame di Nicola Zamboni dedicata alla laguna di Comacchio per la mostra di Lucio Scardino in programma dal 27 settembre 2019

L’altra mostra in fase di programmazione è quella dedicata a “Lucrezia Borgia” con “una quindicina di opere ispirate alla duchessa ferrarese e che sta appositamente realizzando il pittore fiorentino Impero Nigiani”. Quest’altra mostra verrà allestita in dicembre 2019, sempre alla galleria Fabula Fine Art (via del Podestà 11, Ferrara).

“Paesaggi d’acqua”27 settembre-15 ottobre 2019, galleria Fabula Fine Artvia del Podestà 11, Ferrara. Ingresso libero.

I sogni avverati di Vasco Brondi al Teatro comunale di Ferrara

Grazie Ferrara. Un grande dono di cui sono grato alla città è che qui, da giovani, ci si annoia moltissimo. Ed è in giornate come oggi, con il cielo bianco e nulla da fare, che io ho iniziato a leggere, scrivere, suonare. La noia è importante, aiuta a sviluppare la creatività”.
Esordisce così Vasco Brondi sul palco del Teatro Comunale di Ferrara, la città dove è cresciuto e da cui è partito nel 2008 con il nome di Luci della centrale elettrica. Un concerto quello di domenica (16 dicembre 2018) pensato come conclusione di un percorso, momento di bilancio di un viaggio fatto di musica e parole che da Ferrara è partito e che ora giunge al termine per diventare non si sa ancora bene cosa: sempre sulle scene a cantare ma con il suo nome di battesimo, scrittore come fa già nei libri che alterna con i suoi album, oppure autore di cinema, fumetti, poesia, più difficilmente barman (cosa che – già con poca convinzione, dice – faceva in gioventù).

Vasco Brondi (foto Max Cardelli 2018)
Brondi a Ferrara (foto Luca Stocchi 16 dicembre 2018)

L’ironia e la capacità di trovare sempre un senso al paradosso sono il segno distintivo delle cose che Vasco Brondi dice, scrive e canta. E così, con questa sua modalità alternativa e obliqua, fa il punto sull’attività artistica che ha trasformato un giovane sperimentatore di suoni e testi in un cantautore che con emozione ha scoperto di essere apprezzato dapprima dall’artista concittadino Giorgio Canali, poi da una star della musica come Jovanotti, guardato con familiarità da Battiato, coinvolto dai suoi idoli, Cccp, e dall’amato De Gregori, finendo con lo stupore di vedere i versi di una sua canzone scritti sul muro in una strada di Catania.

Sono passati dieci anni dall’esordio con quel nome lungo e un po’ fuorviante di Le luci della centrale elettrica. “La cosa buffa – dice – è che prima erano tutti lì a chiedermi ‘Ma perché Le Luci della centrale elettrica?’ E adesso invece non fanno che interrogarmi ‘Ma perché basta con Le Luci della centrale elettrica?’”
Spiega che proprio a Ferrara è nato ufficialmente il nome, che sembra quello di un gruppo o di un album o chissà che. “È un nome che avevo nella mia testa da tempo, ma che non avevo condiviso con altri. È diventato pubblico il giorno in cui mi hanno dato l’opportunità di esibirmi in un locale ferrarese di via Bologna, dov’era in programma il concerto di un gruppo affermato e serviva qualcuno che cantasse prima”. Nel manifesto della serata dovevano scrivere anche il suo nome. “Così ho detto per la prima volta a voce alta che volevo usare Le luci della centrale elettrica. Manu dello studio di registrazione mi fa ‘Mi sembra una cazzata, magari pensaci e poi mi dici’. Alla sera mi chiama per chiedermi cosa mettere e gli rispondo che va bene Le luci della centrale elettrica. Lui sta zitto e poi: ‘Contento tu…’”.

Pubblico e tecnici al termine concerto di Vasco Brondi al Teatro comunale di Ferrara

A trentaquattro anni compiuti, Vasco ha alle spalle quattro album usciti per l’etichetta Tempesta Dischi  (‘Canzoni da spiaggia deturpata, 2008; ‘Per ora noi la chiameremo felicità‘, 2010; ‘Costellazioni‘, 2014; ‘Terra‘, 2017), un Ep allegato a XL Repubblica nel 2011 ‘C’eravamo abbastanza amati‘, il doppio album di questo tour dedicato al decennale ‘2008-2018: Tra la via Emilia e la Via Lattea‘, ma ci sono pure tre libri (‘Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero‘, uscito per Baldini Castoldi Dalai nel 2009, ‘Come le strisce che lasciano gli aerei‘, scritto insieme ad Andrea Bruno per Coconino Press nel 2012 e il resoconto del viaggio sul Po ‘Anime Galleggianti‘ scritto insieme con Massimo Zamboni per La nave di Teseo nel 2016).

Vasco Brondi-Luci della centrale elettrica a Ferrara

Tanti i pensieri e le parole che hanno scandito la sua avventura artistica e che, come spesso avviene nelle sue esibizioni, si accompagnano a pensieri e parole di altri autori che ha letto, a immagini e suggestioni raccolte in giro. In passato Vasco Brondi ha condiviso con il pubblico il suo amore per la scrittura di Gianni Celati e per la fotografia di Luigi Ghirri, la rivelazione di ritrovare pezzi di pianura emiliana infilati dentro una canzone di Lucio Dalla o dei Cccp. I libri, i film e la musica sono strumenti di interpretazione del mondo e di definizione della propria identità da cui ‘Le Luci della centrale elettrica’ attinge a piene mani. La letteratura non poteva quindi mancare in questo appuntamento conclusivo. Vasco Brondi ha ricordato: “A Italo Calvino una volta chiedevano quale sarebbe stato il talismano per il Duemila, e lui diceva: ‘Imparare poesie a memoria. Perché le poesie ti tengono sempre compagnia’. Ora leggerò alcuni ‘Sogni’ di Roberto Bolaño, sono poesie di questo scrittore cileno che dopo il colpo di Stato aveva scelto di vivere in Spagna”. Il sogno, del resto, è un filo conduttore presente spesso nei suoi brani. Ne ‘I nostri corpi celesti’ (2010) cantava “ti ricordi che i nostri sogni sfondavano i soffitti/ti ricordi i nostri disperati sogni di via Ripagrande e di viale Krasnodar” e la capacità di sognare è arrivata fino al più recente ‘Chakra’ (2017) dove, più appagato, rivela “ti sogno spesso e nel sogno una città si sta per allagare/ti do l’ultimo bacio sul portone/e mi liberi dal male e ti libero dal male”.

La chiusura del concerto di domenica 16 dicembre 2018

Il concerto, nella sala elegantemente classica e ovattata del teatro ferrarese si è aperto nella penombra di luci basse e bluastre per passare a colorazioni via via più calde, dal viola al rosso fino al culmine della conclusione in piena luce. Lì, sul bordo del palco illuminato, Vasco Brondi e i suoi musicisti si sono sporti per una finalissima a tutto ritmo, accompagnata dal battimano del pubblico con il brano che racconta lo stupore “dei nostri sogni assurdi che si sono avverati/…ci sarò io e arriverò, felice da fare schifo/e libererò tutti i tuoi pianti trattenuti” [per ascoltare il brano clicca sul titolo ‘Questo scontro tranquillo’].

Il sogno avverato chiude la carrellata delle visioni di un ragazzo che fantasticava un sacco di cose e magari si tuffava nella nebbia. Come “Michelangelo Antonioni – ha detto –  che raccontava che i suoi giorni preferiti erano quelli in cui si accorgeva che la nebbia era così fitta. Allora correva in piazza ed era felice perché diceva che finalmente poteva credere di essere altrove”. Altrove, dove Vasco Brondi andrà ancora una volta. Come nei versi di Bolaño che ha letto durante il concerto: “Ho sognato che mi rimettevo in viaggio sulle strade, ma questa volta non avevo quindici anni ma più di quaranta. Possedevo solo un libro, che tenevo nel mio zainetto. All’improvviso, mentre stavo camminando, il libro si incendiava. Albeggiava, e non passava quasi nessuna macchina. Mentre gettavo in un fosso lo zaino bruciacchiato ho sentito che la spalla mi pizzicava. Come se avesse le ali”.

Ad accompagnare Vasco Brondi sul palco del Teatro comunale di Ferrara c’era la band formata da Rodrigo D’Erasmo al violino, Andrea Faccioli alle chitarre, Daniel Plentz e Anselmo Luisi alle percussioni, Daniela Savoldi al violoncello, Gabriele Lazzarotti al basso e Angelo Trabace al pianoforte.

Fotografie di Luca Stocchi

‘Insorgenti’ in scena per raccontare un romanzo storico. E attori cercansi

Oltre venti attori e figuranti hanno fatto rivivere il periodo dell’invasione napoleonica nella zona del Basso ferrarese in un’area della campagna locale. Domenica 22 ottobre 2017 le scene sono state girate nell’area del centro ippico di Francolino, a dieci chilometri da Ferrara. Il maneggio ha messo a disposizione anche i cavalli per il trailer in corso di realizzazione, mirato a raccontare per immagini la trama de ‘Gli insorgenti del Basso Po’, romanzo storico di Alberto Ferretti appena pubblicato per le edizioni Youcanprint (vedi sito www.albertoferretti.it). “Il libro – sottolinea Ferretti stesso – ha la prefazione di Massimo Viglione, che è uno dei massimi studiosi delle insorgenze in Italia”.

Attrici per ‘Gli insorgenti del Basso Po’, Ferrara, domenica 22 ottobre 2017 (foto Valerio Pazzi)

A realizzare il corto è il regista Alessandro Ferretti (fratello dell’autore) che gira per la WorbasStudio, un’etichetta indipendente ferrarese, con la collaborazione della compagnia teatrale ferrarese del Lodovico e di molti altri amici che si sono messi a disposizione nel ruolo di attori e attrici.

Il regista Alessandro Ferretti con aiuto-regista, Ferrara ottobre 2017 (foto Valerio Pazzi)

‘Gli insorgenti del Basso Po’ racconta in forma romanzata “le ribellioni di massa messe in atto da gruppi di persone contro le prevaricazioni delle truppe napoleoniche”. Uomini e donne che si ribellarono contro le depredazioni nei musei e nelle chiese, contro l’instaurazione della Dea Ragione in sostituzione della religione e contro quei valori della Rivoluzione Francese che non tutti accettavano. Il romanzo, ambientato nel 1799, si basa su alcuni fatti realmente avvenuti mescolati ad altri di fantasia, nella zona del Basso ferrarese, tra i paesi di Copparo, Cologna, Denore, Fossa d’Albero.

Gli attori in scena per ‘Gli insorgenti del Basso Po’, Ferrara, domenica 22 ottobre 2017 (foto Valerio Pazzi)

Il trailer verrà poi proiettato in occasione delle presentazioni pubbliche che verranno fatte per il romanzo. Mancano però ancora le scene conclusive. “L’ultima parte – spiega Alberto Ferretti – verrà girata nel centro storico di Ferrara e ci servono ancora comparse per qualche ruolo maschile, da affidare a uomini tra i 30 e i 40 anni”. Chi volesse partecipare può quindi contattare l’autore inviando una email a info@albertoferretti.it.

[cliccare sulle foto per ingrandirle]

Tavolata de ‘Gli insorgenti del Basso Po’ (foto Valerio Pazzi)
Scena a cavallo (foto Valerio Pazzi)
L’autore Alberto Ferretti al centro in una scena (foto Valerio Pazzi)
Gli insorgenti (foto Valerio Pazzi)
Attrici de ‘Gli insorgenti’ (foto Valerio Pazzi)
Gruppo di attori col regista (foto Valerio Pazzi)

Il reportage fotografico è di Valerio Pazzi.

E alla fine arriva l’outlet: DeltaPo Family Destination, anima commerciale e occhio al territorio Unesco

Vado all’appuntamento, come d’accordo, per l’incontro con DeltaPo… il Delta del Po… parole che risvegliano in me vecchie memorie di studi scolastici.
Per certi versi, la storia del Delta del Po è a dir poco singolare. Per secoli una terra fertilissima e allo stesso tempo inospitale, con un passato travagliato, fatto di annosi conflitti, periodiche alluvioni e la perenne piaga della malaria. Un territorio conteso per l’importanza strategica e commerciale del suo fiume, lo stesso fiume che ciclicamente portava distruzione e morte alle popolazioni che abitavano le sue sponde.download
“Diamante! Diamante! Per l’acqua e per il sale!” era il grido di battaglia dei fanti dell’esercito di Ercole I d’Este che, assieme agli alleati mantovani e bolognesi, difendeva le sponde settentrionali del Po dall’attacco dell’armata della Serenissima nel lontano 1482. Forse proprio lì, nel luogo dell’appuntamento, infuriò una delle tante battaglie tra Estensi e Veneziani, nei due anni di guerra per il controllo dei traffici commerciali (soprattutto del commercio del sale) dal mare ai Ducati della Pianura Padana fino al Ducato di Savoia. La vasta pianura alluvionale si è sempre prestata alla perfezione come teatro ideale di battaglie campali.
Alluvionale, appunto… Esattamente lì, infatti, a Malcantone nei pressi di Occhiobello, sessantasei anni fa si ruppero gli argini provocando la più disastrosa alluvione che l’Italia ricordi.
Per fortuna, i drammi di quest’angolo di territorio sono ormai retaggio di un passato morto e sepolto per sempre.
E se il buon giorno si vede dal mattino, quel giorno è iniziato con una splendida mattinata di sole benaugurante.
Era mercoledì 25 gennaio quando si è tenuto l’incontro tra lo staff di DeltaPo e i giornalisti. goccia
La prima cosa che mi colpisce è il logo: una goccia d’acqua, ma potrebbe essere anche una fiamma, una foglia, in ogni caso un richiamo alla natura; l’acqua è comunque il riferimento d’obbligo per un progetto espressamente legato al Po e al suo territorio. Questo logo, dalle linee curve e avvolgenti, mi piace molto. L’impressione è che la strada che DeltaPo sta per intraprendere sia iniziata sotto i migliori auspici.
DeltaPo - Apriamo
Un’organizzazione impeccabile ci ha dato appuntamento nell’ampia sala illuminata dell’edificio principale del moderno Centro Direzionale di DeltaPo Outlet, dove veniamo accolti per assistere alla presentazione dell’evento condotto da Gianluca Gerosa, Direttore Generale del Marketing del grande complesso commerciale.
Ma che cos’è DeltaPo Outlet?
L’errore più comune sarebbe proprio definirlo un grande centro commerciale, in effetti non è così: DeltaPo Outlet nasce ed è stato pensato come un centro di aggregazione e di promozione delle molteplici realtà presenti nel vasto territorio del Delta del Po. Il nome scelto non è casuale e rispecchia quella che è la filosofia del progetto, cioè fare conoscere al mondo il grande potenziale attrattivo di un’area fino ad oggi quasi ignorata, persino dai suoi stessi abitanti. Eppure la ricchezza storica, culturale e ambientale del Delta è stata ufficialmente riconosciuta anche a livello internazionale proprio dall’Unesco, che nel 2015 ha proclamato il Parco del Delta Patrimonio dell’Umanità, inserendo gli oltre 140 mila ettari del suo territorio nella propria rete di riserve ambientali protette.Fiume_Po_a_Boretto
Quindi, che fare per valorizzare questo patrimonio?
In proposito quelli di DeltaPo Outlet hanno le idee chiare. Innanzitutto creare una rete di promozione internazionale rivolta ai mercati emergenti. E per questo è stata avviata da tempo una stretta collaborazione con esperti operatori internazionali in grado di far conoscere le innumerevoli attrazioni del nostro territorio. I paesi coinvolti appartengono soprattutto all’area dell’est europeo, come i nuovi stati dell’Ex Jugoslavia, poi l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Russia, ma anche l’Austria e la Francia. Le prospettive sono interessanti, in un territorio che comprende essenzialmente le province di Ferrara e Rovigo, con una popolazione complessiva intorno al mezzo milione di abitanti, ma con un afflusso di turisti che negli ultimi anni ha toccato punte di oltre cinque milioni di presenze l’anno. Quest’ultimo dato ci fa comprendere bene che l’interesse attorno al Delta c’è eccome, nonostante ancora oggi questo territorio continui ad essere considerato da molti un’area “depressa” e, per ciò che riguarda il tasso occupazionale, resti tuttora tra i meno virtuosi del nord-est.
Tuttavia, il potenziale valore del territorio è indiscutibile, l’offerta è vasta e variegata.
Tanti sono i motivi d’interesse: la storia ricca e avventurosa di una terra di confine; il valore architettonico e artistico di una importante città rinascimentale come Ferrara; le specialità tipiche della gastronomia veneta e emiliana; il fascino e l’atmosfera senza tempo, eterea e ammantata di mistero, delle valli del Delta, col suo reticolo di corsi d’acqua, le sue lagune e le sue pinete; e per finire, l’attrazione dei centri balneari posti sul litorale, partendo da Rosolina e l’Isola di Albarella a nord, arrivando fino a Comacchio e ai suoi sette Lidi a sud. Questi sono i principali punti di forza del nostro territorio che gli ideatori di DeltaPo vogliono promuovere, proponendoli nell’Outlet di Occhiobello attraverso un fitto calendario di eventi in programma nei prossimi mesi.
In fondo la definizione di outlet, in questo caso, è a dir poco riduttiva. Gianluca Gerosa parla di luogo d’incontro e aggregazione per famiglie.
IMG-20160414-WA0006-smallNel progetto, giunto a compimento dopo una travagliata gestazione, è prevista una vasta area dedicata alla ristorazione e al divertimento, con un occhio di riguardo all’aspetto naturalistico attraverso la realizzazione di un percorso attrezzato con aiuole e piante uniche, che sarà arricchito prossimamente da una serie di presentazioni e approfondimenti a tema ambientale.
Insomma, non solo un’area commerciale in cui comprare risparmiando, ma anche e soprattutto un luogo di svago e di incontro per famiglie; per i viaggiatori e i turisti, così come per gli abitanti del posto. Un luogo in cui trascorrere il proprio tempo libero scoprendo le bellezze insospettabili di un territorio con prospettive ancora tutte da esplorare.
Una posizione ideale, strategica, posta al confine tra Veneto ed Emilia, a metà strada tra Venezia, Ravenna e il mare, a due passi da Ferrara e proprio davanti all’uscita dell’autostrada Bologna-Padova.
Come dicevo, i presupposti per un futuro roseo e di successo ci sono tutti.
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Viaggio d’autore nel Po che sembra l’Amazzonia

Con quella voce roca e un po’ strascinata Vasco Brondi racconta il mondo da un punto di vista che ogni volta ti colpisce e ti sorprende. Perché parla di cose comuni, che hai sotto gli occhi, ma ne mostra un lato che ti era sfuggito, un’angolatura sbieca come quella voce lì. Lo fa quando canta con il nome suggestivo e un po’ ingannevole di Luci della centrale elettrica, ma anche quando chiacchiera a ruota libera. Può essere in un’intervista tv con Daria Bignardi, sul palco di una sala, in strada o – adesso – tra gli scaffali di una libreria cittadina. La cosa strana è che, quando parla, ti incanta uguale a quando canta. Perché ha proprio lo stesso modo di descrivere fatti e situazioni, di farti entrare nei suoi pensieri, che è il tratto distintivo dei suoi testi; e fa effetto vedere come quel modo gli venga naturale anche mentre risponde e ti porta dentro i suoi circuiti mentali, nella stradina inclinata e attenta con cui attraversa la vita.

Il libro è “Anime galleggianti” e racconta un viaggio che è quasi dietro casa eppure inaspettato: tre giorni “dalla pianura al mare tagliando per i campi”. Cosa ci fanno due cantautori insieme su tre metri quadrati di alluminio che galleggiano sull’acqua del fiume? Cosa vedono e che emozioni scoprono dentro a questo canale del Po i rappresentanti emiliani di due generazioni diverse della musica d’autore? A raccontare il viaggio lungo uno dei luoghi-simbolo della terra padana sono appunto Vasco Brondi, 32 anni, famoso con il nome d’arte di Le luci della centrale elettrica, e Massimo Zamboni, 50enne tra i fondatori del mitico gruppo dei Cccp e poi dei Csi. Loro la definiscono una “crociera nel posto meno turistico del mondo”.

Il libro, fresco fresco di pubblicazione, viene presentato per la prima volta in un tour che parte da Ferrara, poco distante da dove inizia il viaggio che c’è dentro, nella città dove Vasco Brondi è cresciuto e poco lontano dalla “patria” di Massimo Zamboni, che è di Reggio Emilia e ne è sempre andato fiero. A chiacchierare con loro – davanti a un pubblico che mescola fan ventenni da concerto e parenti e amici di ogni età – è Paolo Foschini, giornalista del Corriere della sera, che a Ferrara ci è nato e torna qui con gli occhi di chi sta a Milano da anni, ma si ritrova perfettamente a suo agio sui temi della sua adolescenza, circondata dai dischi dei Cccp ancora ben custoditi nella vecchia cameretta.

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Vasco Brondi, Paolo Foschini e Massimo Zamboni (foto Giorgia Mazzotti)
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Il cantante Vasco Brondi con il giornalista Paolo Foschini alla libreria Ibs (foto Giorgia Mazzotti)
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Dialogo tra il cantautore e il giornalista nella libreria ferrarese (foto Giorgia Mazzotti)
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Vasco Brondi durante la presentazione del libro “Anime galleggianti”

Il fiume riporta tutti quanti qui, nel cuore della pianura da cui è partito il cammino di ciascuno: dei due musicisti, del fotografo e del giornalista.

“Vasco – scherza Foschini – scrive come il trentenne che è, parlandoti subito di quello che sta facendo. Massimo, invece, parte da un pochino più indietro, dallo storico incontro tra  papa Leone I e Attila il re degli Unni (anno 452, ndr) avvenuto in un piccolo paese tra Mantova e Ferrara. Perché è in questo posto, che si chiama Governolo, che più di mille anni dopo si rinnova il senso dell’incontro tra noi e i disperati che arrivano da chissà dove”. Dopo questo viaggio – ribatte il chitarrista e fondatore del gruppo punk rock degli anni ’80 – dovranno scrivere che in quel posto si sono incontrati anche Brondi e Zamboni… “Lo scriveranno a pennarello, però!”, commenta ridendo Vasco.

Viaggio memorabile dunque, questo del libro, perché attraversa quella regione che non esiste, che si chiama Polesine, dove i cartelli segnalano il passaggio dal Veneto alla Lombardia all’Emilia-Romagna. Ma la geo-politica non la vedi, e nemmeno la pianura, perché a mollo nel canale domina la natura e un’umanità fuori luogo e fuori tempo, dai tratti spesso esotici. Come a Castelguglielmo  (in provincia di Rovigo, ndr) – fa notare Zamboni – dove ci dicevano: ‘Quando arriverete lì, vi sembrerà di essere in Amazzonia’. E ce lo diceva uno che, in Amazzonia, non c’è mai stato; e non ci sono mai stato neanch’io.  Eppure, quando arrivi lì, hai davvero l’impressione di essere in Amazzonia, immerso in una vegetazione esuberante, persino con le palme che i barcaioli devono tagliare con il machete per farsi largo”. O come un altro signore – ricorda Vasco – che diceva che lui veniva da Pavia e che quando è arrivato da queste parti ha deciso di fermarsi. E lo raccontava con lo slancio di Gauguin, quando è arrivato in Polinesia! “Quando sei lì e ti guardi intorno – ammette il cantautore di Le luci della centrale elettrica – non capisci bene cosa ci sia di così speciale. Poi, come ha spiegato il fotografo che era con noi, Pier (Piergiorgio Casotti), ti rendi conto che attorno hai cose silenziose, che le riesci a vedere solo dopo che ti sei ben ripulito gli occhi e le orecchie. Allora sì, ti accorgi che sono speciali”. Più che i posti “è il movimento stesso che diventa importante, sentire l’odore che fa, l’effetto dell’aria sulla pelle”. Ecco allora l’incontro di due generazioni, la scoperta che folgora Vasco quando, ragazzino, inizia ad ascoltare i Cccp che ormai, forse, si erano anche già sciolti. Vasco spiega: “Da adolescente rimasi colpito dal fatto che i Cccp dicevano ‘Non a Berlino ma a Carpi’ e io non capivo bene in che senso… Così con un mio amico a sedici anni abbiamo preso un paio di treni e siamo andati a Carpi a vedere cosa c’era, dal momento che la consideravano addirittura meglio di Berlino. Abbiamo trovato una piazza enorme deserta, tantissima gente normalissima, nessuno vestito come noi, ma ci è piaciuta comunque. Forse alla fine abbiamo capito che più o meno era come stare a Ferrara e allora ci è venuto il dubbio che intendessero che i nostri posti andavano benissimo e che anche lì i desideri si possono realizzare. Anzi, sono posti cruciali perché non accade niente, e se vuoi che succeda qualcosa lo devi fare succedere tu”.

Eccolo, l’incanto del viaggio, che non importa tutto sommato dove arriva (e qui, la meta, era il mare di Porto Levante), ma quello che attraversa.

Anime galleggianti: dalla pianura al mare tagliando per i campi” di Vasco Brondi e Massimo Zamboni con fotografie di Piergiorgio Casotti, edizioni La Nave di Teseo, Milano, aprile 2016, 164 pagine, 15 euro

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EVENTUALMENTE
Vasco Brondi e l’ex Cccp Marco Zamboni galleggiano sull’orizzonte piatto tra via Emilia e il Po

La piattezza della pianura come luogo distintivo della propria identità, delle proprie radici. Sembra banale, ma non lo è. Chi è cresciuto in questa fetta di terra tra la via Emilia e il Po non bada tanto al paesaggio e ai luoghi che ha intorno. La campagna è – appunto – piatta, che spesso vuol dire anche anonima, meticcia, scontata, un’accozzaglia di edifici, capannoni, recinzioni, disposti un po’ frettolosamente da geometri e proprietari pragmatici, impegnati più che altro a far crescere colture intensive, ad allevare animali, a impiantare piccole e grandi imprese. Pochi, qui, sembrano essersi dedicati molto a pensare e progettare la forma delle cose intorno. Tanto più che l’orizzonte è piatto, lo sguardo non spazia molto lontano, e spesso la nebbia lo accorcia fino a cancellare ogni perdita d’occhio.

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Copertina di “Anime galleggianti” di Vasco Brondi e Massimo Zamboni (foto Piergiorgio Casotti)

Non hai il contorno del paesaggio ad accompagnare la vita quotidiana, come chi vive tra le colline, che siano senesi, umbre, venete; per non dire dei luoghi di montagna, punteggiati da casette ed edifici dello stesso stile, fatti di materiali e colori omogenei, armoniosi e ricorrenti. Qui la laboriosità sembra aver messo da parte la riflessione estetica, a meno che non sia finalizzata alle eccellenze che si sfornano negli stabilimenti di Lamborghini, Ducati, Ferrari, in quelli di ceramiche o di aziende che si fregiano dei migliori marchi del mangiare e del bere. Chi fa e fabbrica non bada tanto a farsi vedere. E molto, da queste parti, non si vede proprio: paesi dove il tempo un po’ si è fermato e un po’ no, dove il tempo arriva e si appoggia a casaccio, dove accanto al vecchio pescatore di fiume trovi nuovi abitanti arrivati da Romania e Cina, dove il cemento si tinge dei colori più improbabili, dove gli aironi convivono coi pesci siluro, i tralicci dell’alta tensione con i canneti affondati negli argini.

A raccontare l’irraccontabile di un’area geografica sfuggente e discordante ci si sono messi due maestri della parola e della poesia in musica che, da queste parti, ci sono nati e cresciuti: Vasco Brondi, ferrarese classe 1984, che è l’anima del progetto musicale Le luci della centrale elettrica, e Massimo Zamboni, chitarrista, autore di testi e cofondatore del gruppo storico dei Cccp, nato a Reggio Emilia nel 1957.

Foto di Luigi Ghirri all’ingresso di una casa colonica, Formigine (Modena) 1985
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Cesare Zavattini a Luzzara fotografato da Gianni Berengo Gardin, 1973
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Scena iniziale del film “Il giardino dei Finzi-Contini” dal romanzo di Giorgio Bassani

Per descrivere un viaggio nelle terre piatte, Brondi e Zamboni si appoggiano al fotografo Piergiorgio Casotti e insieme partono a bordo di una zattera in alluminio, che naviga lungo uno dei canali del Po. Il resoconto che ne esce è fatto di quello che vedono, che incontrano, ma anche delle parole e delle immagini che prima di loro qualcuno ha scritto e immortalato contribuendo a dar forma al senso di identità della gente di pianura: il fotografo Luigi Ghirri, gli scrittori Cesare Zavattini e Giorgio Bassani, cantanti come Francesco Guccini e Lucio Dalla.

Il risultato è nel libro che esce giovedì 14 aprile 2016: “Anime galleggianti, dalla pianura al mare tagliando per i campi” pubblicato da La Nave di Teseo, che è la nuova casa editrice fondata da Elisabetta Sgarbi. Dal giorno dopo via al tour di presentazione in giro per l’Italia: 15 aprile a Ferrara con Paolo Foschini (Corriere della sera), 16 aprile a Roma, 18 aprile a Milano, 19 aprile a Firenze, 20 aprile a Bologna.

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IMMAGINARIO
Donna del fiume.
La foto di oggi…

Chi va a Comacchio o ai lidi estensi la vede spesso esibita come un trofeo: alle pareti di negozi, bar, alberghi. Lei è Sophia Loren, la diva italiana forse più famosa nel mondo, che qui non solo ci è venuta ma ha recitato e girato in mezzo a tutto quello che c’è di più caratteristico delle valli del Delta: anguille, laguna, canneti. La Loren nel pieno della bellezza, tanto popolare e tanto icona del grande cinema italiano, immersa per sempre nel paesaggio delle valli di Comacchio. Bella allora l’idea di creare un evento per documentare questa immagine ricorrente, radicata e così qualificante. La mostra è curata da Andrea Samaritani e Stefania Marconi in occasione dei sessant’anni del film girato qui da Mario Soldati, “La donna del fiume”. In esposizione manifesti e locandine originali mai esposti prima, fotografie dell’epoca e le testimonianze di chi nel 1954 partecipò al film.

“La stella di Comacchio”, Palazzo Bellini, Via Agatopisto 5, Comacchio di Ferrara. Dal 28 agosto al 31 ottobre 2015, aperto da lunedì a sabato ore 9-12 e 15-18. Ingresso gratuito.

OGGI – IMMAGINARIO EVENTI

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Locandina della mostra “La stella di Comacchio” a cura di Andrea Samaritani e Stefania Marconi

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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L’ESPERIENZA
In volo sopra il Po e Ferrara

“Oggi si vola”. Tanti – in questi giorni – volano: mare, montagna, lidi esotici o città internazionali. Ma il volo di questo resoconto, oggi, non va tanto lontano. E’ un volo in ultraleggero, un velivolo biposto che sale sulle nostre teste, si alza sulle case, il fiume e il paesaggio di tutti i giorni. Il pilota è Michele Ferrigato, ferrarese, che lavora per una grande casa editrice e che – oltre alla macchina in garage – tiene un P92, versione italiana del Cessna. Il parcheggio, ovviamente, richiede un po’ più di spazio e lui lo ha trovato insieme con altri due fratelli ugualmente appassionati di volo, che hanno un’azienda agricola nella campagna di Fiesso Umbertiano, provincia di Rovigo, quindici di chilometri da Ferrara. Nel campo coltivato a mais, vite e orto spicca una striscia lunga di terra, piana e rasata. E’ il campovolo Stella, che si trova appunto in via Stella e che da qualche tempo è stato riconosciuto come aviosuperficie a tutti gli effetti, segnalata da cartelli stradali e mappe aeree.

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L’ultraleggero sta per uscire dall’hangar (foto Pava)

“Allora sei pronta?”, dice Michele, mentre fa salire la saracinesca dell’hangar lungo e bianco dove sono parcheggiati il suo piccolo aereo privato con gli altri due. Questi velivoli spiccano il volo spesso per destinazioni dove in tanti facciamo gite e viaggi, a Venezia, in Croazia o a Roma. Solo che Michele e i fratelli Mantovani, in questi casi, non prendono la macchina o il treno, ma fanno come oggi. Alzano il portellone, aprono il piccolo cofano del loro mezzo e controllano che i livelli di acqua e olio siano a posto. Michele fa girare un po’ l’elica manualmente poi spinge fuori il piccolo aereo che è parcheggiato in fila davanti al suo. Sì, basta spingerlo a mano e l’aereo cammina. “Pesa come una Panda”, commenta Michele. Provo, e penso che una Panda sarebbe più pesante per me. “Prego – dice a questo punto – adesso puoi salire. Prima devi infilare il piede sinistro, abbassi la testa e quindi appoggi dentro anche la gamba destra”. Fatto, sono a bordo. “Appoggiati bene allo schienale, che ti fisso le cinture”. Una volta fissate, non mi muovo più, non riesco mica ad avvicinarmi al vetro dell’abitacolo. “Sì, è così che deve essere”, sorride Michele, che intanto sale al posto del pilota e mi passa delle cuffie da infilare in testa. Controlla che la piccola barretta che fa da sicura della mia portiera sia abbassata e spiega: “Tieni il microfono ben vicino alla bocca, adesso metto in moto e ci parleremo attraverso le cuffie. L’unica cosa è che è meglio che non dici nulla quando mi metto in collegamento radio con Padova, perché sennò ti inserisci nel canale radio di comunicazioni aeree e ti sentono in tutta Italia!”. Ok.

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La secca del Po (foto Giorgia Mazzotti)

Piccola inversione a U e poi via, sulla pista gialla che costeggia le piante di mais maturo. Appena sali un po’, vedi un’intera distesa di pannelli fotovoltaici e poi il fiume. Com’è secco il Po, lunghe strisce bianche di sabbia restringono il flusso verde scuro dell’acqua. “Se ti va – dice Michele – scendiamo a Rovigo a prenderci un gelato”. Bello. Ma la voglia di vedere dall’alto Ferrara prevale. “Tieni presente – continua Michele – che a Ferrara non posso scendere sotto i 2500 piedi, che sono circa 800 metri, e quindi vedrai tutto un po’ più da lontano, mentre qui possiamo abbassarci fino a 1500 piedi, cioè 500 metri”. Va bene, inversione di rotta e lui sbotta: “Ma quello è un mezzo del 118!”. Un elicottero giallo sfreccia in direzione Rovigo e Michele dice: “Se vedi aerei in giro, avvertimi, mi raccomando. Quattro occhi vedono meglio di due”. Ah però, è proprio vero che in ultraleggero si naviga a vista

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Stadio e acquedotto di Ferrara visti dall’aereo (foto Giorgia Mazzotti)

Pochi minuti ed ecco Ferrara. “Vedi, quello è il parco urbano, poi ci sono le mura e il cimitero”. Devo fare un attimo mente locale. Già, quelli che sembrano cespugli verdi sono gli alberi del parco Bassani. Ma il cimitero…? Oh, già, minuscola distesa di lapidi, ma siamo già di nuovo oltre. Un corso d’acqua, una nave, un ovale grigio-verde grande grande, un rettangolo di prato verde squillante. “Sono il Po di Volano con sopra il Sebastian pub, l’ippodromo e lo stadio”. Cavolo, ma allora, lì c’è la mia casa. Minuscola. Chissà perché, pensavo che avrei potuto ficcare il naso dentro le mie finestre. No, invece, è un po’ come guardare su Google maps quando fai lo zoom sulla versione satellitare. Solo che quassù grondi di sudore. Letteralmente. “Gira un po’ quel foro nel finestrino”, suggerisce lui. In effetti dal punto di ventilazione entra aria bella fresca, ma l’abitacolo di questo pomeriggio d’agosto padano è un fornetto. Il cielo, invece, sembra quello di un giorno di foschia tardo autunnale. “E’ l’umidità – dice Michele – bisogna che torniamo in una giornata più tersa”. Fa il giro, si piega un po’ per scattare una foto dal suo cellulare a castello e duomo formato mini-plastico, l’aereo si inclina tutto dalla mia parte verso terra. Mi rincuoro pensando che poco prima aveva controllato bene che la sicura della mia porta fosse abbassata. E si ritorna di nuovo al campo Stella. Wow, sembra fresco, adesso, quaggiù. Grazie Michele!

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Il P92 pronto a decollare (foto Giorgia Mazzotti)
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Il P92 in volo sul Po (foto Giorgia Mazzotti)
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P92 in manovra (foto Giorgia Mazzotti)
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Il P92 nell’hangar (foto Giorgia Mazzotti)
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L’hangar del P92 affacciato sul frutteto (foto Giorgia Mazzotti)
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Il P92 (foto Giorgia Mazzotti)
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Il campovolo Stella di Fiesso Umbertiano (foto Giorgia Mazzotti)
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Pronti al decollo sul P92 (foto Pava)
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Ferrara con ippodromo e Po di Volano vista dall’aereo (foto Giorgia Mazzotti)
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Castello e duomo di Ferrara visti dall’ultraleggero (foto Giorgia Mazzotti)
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Navi in città.
La foto di oggi…

Navi attraccate e – sullo sfondo – le quattro torri del castello estense, avvolte dentro una leggera foschia. E’ un’immagine del fotografo Angelo Magri, che documenta la Darsena di Ferrara per il Centro etnografico del Comune. Un’immagine che inverte il modo usuale che abbiamo di guardare la città, che la mostra da un’altra sponda, dalle rive popolari e poco agghindate del Po di Volano per affacciarsi appena a intravedere quello che normalmente è il centro cittadino, il fulcro turistico, il cuore sociale e commerciale. L’ha scattata trent’anni fa, Magri, questa foto. Oggi la Darsena di San Paolo resta ancora ciò che era in quel momento: un luogo della città eppure quasi fuori, qualcosa di marginale e lontano da una possibile centralità. Lì, in attesa di sguardi che abbiano voglia di esplorare, magari per un confronto a trent’anni di distanza…

OGGI – IMMAGINARIO FOTOGRAFIA

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La città vista dalla darsena di San Paolo nella fotografia di Angelo Magri, Ferrara 1986

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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IMMAGINARIO
R’Estate a Ro.
La foto di oggi…

L’estate è arrivata, è arrivata davvero. A propiziarne l’arrivo ci si sono messi d’impegno loro, il gruppo degli amici di Ro, nelle terre in riva al Po rimaste intatte, venti chilometri da Ferrara. Pranzo, biciclettata e mostra di quadri appesi nel bosco per celebrare il giorno del Solstizio d’estate. Ecco il risultato. A dimostrare che, a Ro d’estate, è bello che ci restate o… andate, pedalate, passeggiate.

OGGI – IMMAGINARIO NATURA

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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Festa d’inizio estate a Ro, una ventina di chilometri da Ferrara (foto Aldo Gessi)
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Tutti in bici a Ro ferrarese (foto Aldo Gessi)
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Biciclettata in riva al Po a Ro ferrarese (foto Aldo Gessi)
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Musica nel bosco a Ro ferrarese (foto Aldo Gessi)
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Musica nel bosco a Ro ferrarese (foto Aldo Gessi)
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Mostra nel bosco a Ro ferrarese (foto Aldo Gessi)
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Mostra nel bosco a Ro ferrarese (foto Aldo Gessi)
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Festa d’inizio estate a Ro, una ventina di chilometri da Ferrara (foto Aldo Gessi)
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Festa d’inizio estate a Ro, una ventina di chilometri da Ferrara (foto Aldo Gessi)

 

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Mirella, la scultrice che gioca a scacchi con miseria e nobiltà

Miseria e nobiltà. Re, regine e alfieri che si alternano a gabbiani randagi e contadine acqua-e-sapone. Sono i due estremi dentro ai quali sta tutta l’opera di Mirella Guidetti Giacomelli. La scultrice festeggia i quarant’anni della sua attività artistica con una serie di esposizioni in città, inaugurate questo fine settimana e destinate a concludersi con l’autunno-inverno.

Le due anime opposte dell’opera di Mirella Guidetti Giacomelli convivono, ad esempio, nel bronzo messo letteralmente in piazza domenica scorsa con una parte delle sue sculture più auliche: trentadue scacchi giganteschi, che trasformano il cortile interno del Castello in un tavolo di gioco a riquadri da percorrere a grandi passi. La rappresentazione ricorda l’antica passione dei signori estensi per queste partite, grazie anche alla presenza dei figuranti della Corte ducale, il gruppo all’interno dell’ente Palio di Ferrara che dà volti e sembianze agli Este e ai loro familiari. In questo caso negli abiti di velluto e seta ispirati agli antichi affreschi ci sono, in prima fila, Isabella e sua cognata Lucrezia Borgia. Le ragazze che rappresentano le celebri dame siedono accanto alla tavola con la versione maneggevole delle stesse sculture-pedine, modellate in questo caso in terracotta da Mirella, per ricordare la partita che le due avrebbero giocato proprio qui, qualche centinaio di anni fa (1483). A vigilare sul gioco da tavolo e su quello a grandezza umana che si svolge nel cortile c’è anche Borso, il marchese che riceve dal papa l’investitura a duca e che prende il volto di Franco Zoboli, imprenditore metalmeccanico che da quando è in pensione veste i magnifici panni di colui che innalza il livello nobiliare della casata.

In parallelo alla versione scultorea e signorile degli scacchi, si svolge la mostra allestita all’interno di una banca in pieno centro storico per raccontare l’altra anima del lavoro della Guidetti Giacomelli, “L’anima della terra”. E’ questo infatti il titolo scelto dal curatore Lucio Scardino per la rassegna di sculture negli spazi della banca Mediolanum, in via Saraceno 18, che danno corpo alla “Contadina”, a un paesano e appassionato “Incontro”, ma anche a composizioni che trasportano nel paesaggio delle paludi, tra il Po e il mare, con i gabbiani che volteggiano “Dove il fiume lascia la rena” e gli eleganti uccelli del “Richiamo”.

Cresciuta nelle terre tra Mirabello e Casumaro, Mirella mette in scena quarant’anni di attività e lo fa in modi e luoghi diversi, adatti a mostrare i vari aspetti contenuti nelle sue opere. Scardino le definisce “sculture dai robusti ritmi plastici, che trascendono l’ovvia ruralità per divenire simboli, metonimie, allegorie”, con “la scena ferrarese e la Vita che si confondono” fino ad arrivare alla “trasfigurazione fantastica dell’ambiente, del vivere quotidiano”.

Un’ulteriore esposizione di lavori dell’artista è prevista per settembre nel salone d’onore di Palazzo Municipale. Intanto si può anche andare a riscoprire alcune delle sue opere pubbliche, disseminate per la città: il busto di Dante a Parco Massari; quello di Giorgio Bassani nella biblioteca comunale di Barco; l’arcangelo Michele combattente, realizzato per commemorare gli aviatori ferraresi in viale IV Novembre all’incrocio con via Fortezza.

“Nell’anima della terra” è visitabile alla banca Mediolanum, via Saraceno 16-24 con catalogo edito da Liberty House e fotografie di Aldo Gessi e Andrea Samaritani. Fino al 30 giugno dal lunedì al venerdì negli orari di ufficio.

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Figuranti della corte guardano la partita a scacchi (foto Giorgia Mazzotti)
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Scacchiera a grandezza umana di Mirella Guidetti Giacomelli (foto Giorgia Mazzotti)
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Figuranti della corte guardano la partita a scacchi (foto Giorgia Mazzotti)
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Scacchiera a grandezza umana di Mirella Guidetti Giacomelli (foto Giorgia Mazzotti)
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Figuranti della corte guardano la partita a scacchi (foto Giorgia Mazzotti)
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Borso d’Este interpretato da Franco Zoboli davanti alla scacchiera di Mirella
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La scultrice con l’assessore Aldo Modonesi, il presidente del Palio Alessandro Fortini e il presidente del Lions estense Paolo Bassi
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Lucio Scardino e Mirella Guidetti Giacomelli davanti alla scacchiera
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Scacchi nel cortile del castello (foto Giorgia Mazzotti)
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Scacchi nel cortile del castello (foto Giorgia Mazzotti)
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“Incontro” di Mirella Guidetti Giacomelli in mostra in via Saraceno (foto Luca Pasqualini)
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“Dante Alighieri, l’esilio” di Mirella Guidetti Giacomelli (foto Luca Pasqualini)

Scacchi

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IMMAGINARIO
Auguri, Bacchelli.
La foto di oggi…

Buon compleanno, oggi, a Riccardo Bacchelli. Lo scrittore del “Mulino del Po” nasce il 19 aprile 1891, 124 anni fa. Ambienta il suo capolavoro sulla riva del Po intorno al territorio di Guarda, piccolo paese nel comune di Ro ferrarese. Un giro in questi luoghi – ventisette chilometri a nord del capoluogo estense – rivela paesaggi in gran parte immutati, che continuano a dare forma  e respiro a quelle descrizioni romanzesche. (gio.m)

OGGI – IMMAGINARIO LETTERATURA

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Il grande fiume (foto di Roberto Fontanelli)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

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