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Il sogno di Ferrara sotto il cielo di Berlino.
Adelchi Riccardo Mantovani al Castello

 

Ciò che oggi so l’ho imparato da solo. Sono, per così dire, un pittore selvaggio, perché sono cresciuto come un selvaggio, senza aiuti né sostegni. A quel tempo (estate 1959) disegnavo molto dal vero: paesaggi, piante, fiori, oggetti domestici, ritratti di conoscenti e familiari. Disegnavo anche nasi, orecchie, mani, in tutte le variazioni possibili. Questa fu la mia scuola d’arte: osservare e disegnare
Adelchi Riccardo Mantovani

Arriviamo al Castello Estense, accolti dalle splendide sculture in rame e terracotta “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori – Umanità” di Sara Bolzani e Nicola Zamboni. Non solo cavalieri, possenti destrieri e personaggi di sapore epico-cavalleresco ma anche migranti, profughi e disperati che incarnano gli orrori della guerra tanto attuale, un angelo ispirato alla Melancolia di Dürer che scrive e alcuni personaggi del mondo cavalleresco di Ariosto, come Angelica e Astolfo con il senno di Orlando, ma anche il poeta stesso, coronato d’alloro e vestito all’antica, in piedi accanto a un tavolo dotato di una sedia alata, che simboleggia la possibilità di volare con la propria fantasia grazie alla letteratura. Non mi ero ancora soffermata su questo gruppo scultoreo che attira molti turisti nel farsi fotografare accanto ai personaggi che più rispecchiano il proprio sentire, le premesse sono ottime.

Con la mia amica Rosi sono diretta alla mostra antologica che Ferrara dedica, per la prima volta in Italia, al pittore Adelchi Riccardo Mantovani, ferrarese di nascita (di Ro Ferrarese, per la precisione) e tedesco di adozione. Leggo che questo artista, poco conosciuto in Italia (non pare lo stesso in Germania), è caratterizzato dalla capacità d’evocazione fantastica di cui, prima di lui, erano stati interpreti Ludovico Ariosto, Dosso Dossi e Giorgio de Chirico. Incuriosita percorro i lunghi corridoi del Castello, sfiorandone le prigioni, ed entro.

La mostra, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dal Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara in collaborazione con il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, dove si trasferirà dopo la tappa ferrarese, ripercorre l’intera produzione di Mantovani attraverso oltre cento opere, tra dipinti e disegni, che documentano la sua personale interpretazione di un realismo onirico costantemente nutrito dall’osservazione del vero e dalla memoria.

È stupefacente, fin dalle opere delle prime sale, coloratissimo e lume per la fantasia. Si può solo guardare, restare rapiti e cercare di capire. Interpretare non è semplice, ma la bellezza di ciò che cui ci si trova di fronte sta anche nel cercare di trovare la propria personale lettura di un mondo fantastico, allegorico e fiabesco, che affonda le radici nell’arte antica (la pittura del Quattrocento padano e il naturalismo fiammingo) e raccoglie i suggerimenti delle più affascinanti correnti figurative del primo Novecento, dalla Metafisica di de Chirico alla Nuova oggettività tedesca, dal Surrealismo di Delvaux e di Magritte al Realismo magico.

La natura è il modello primario: ogni foglia o filo d’erba è accuratamente reso alternando la tecnica della tempera a quella dell’olio sulla tavola di legno ben levigata e preparata a gesso. Ci sono gli alberi, i prati, le piante, i fiori, li aliti di vento, il fiume, gli argini, il cielo e le nubi.

La particolare magia di queste opere sta anche nella scoperta della vita stessa di Mantovani, nella storia difficile di chi, dalle difficoltà, è emerso, alla fine, vincente con le sue sole carte e idee, con la propria volontà e capacità di creare qualcosa di assolutamente unico. Ferrara oggi celebra Adelchi Riccardo Mantovani nei suoi ottant’anni, trascorsi fisicamente lontano ma senza essersene mai realmente andato. In un sogno senza fine.

La regina, 2006

Nato a Ro Ferrarese nel 1942, figlio della bidella della scuola elementare, Mantovani, rimasto orfano del padre, a causa delle ristrettezze economiche familiari viene affidato alle suore dell’orfanotrofio di Ferrara dal 1946 al 1952. La sofferenza e la lacerazione portate da questo momento (le sorelle restano con la madre, solo lui viene lasciato all’istituto che si trovava in Corso Porta d’Amore e che oggi non esiste più) la si percepiscono in tutte le sue opere ma soprattutto in Nebbia, del 2017, dove il ragazzino che stringe forte la mano della madre percorre proprio Porta d’Amore, verso quel luogo triste che dalla sua nebbia esterna ne porterà di altrettanto fitta interiore.

Nebbia, 2017

Per non citare il quadro Mio padre (2010), dove viene ritratto il genitore in uniforme, nato nel 1909, non più tornato dalla guerra. Accanto a lui colpisce una cartolina, che pare una fotografia, spedita alla famiglia dal fronte sulla quale campeggia la scritta “Vinceremo”, a ricordare ancora (e sempre) la tragicità della situazione.

Successivamente, Mantovani viene mandato in collegio a seguire i corsi professionali per imparare il mestiere di tornitore e, nel 1964, a 22 anni, si trasferisce in Germania, stabilendosi a Berlino, dove inizia a lavorare in fabbrica. Il clima culturale della città lo incoraggia a riscoprire l’attitudine al disegno che si era manifestata ai tempi del collegio. “Quando ero dalle suore – ricorda lui stesso – mi procuravo le matite, strappavo le due pagine interne dai quaderni di scuola e facevo dei quadernini piccoli che riempivo tutti di disegni. Questo è stato il mio inizio”. A ricordare questi momenti, il quadro Scuola di disegno, del 1996, dove l’artista intende mostrare i primi tentativi artistici. Per questo ha usato una fotografia scattata il giorno precedente la sua cresima, a sette anni, per dimostrare non tanto l’originalità di quei tratti rispetto a quelli dei suoi coetanei quanto la caparbietà nel seguire una strada cui era destinato: quella di esprimere le proprie fantasie con l’arte. In questo quadro copia e riproduce diversi dipinti eseguiti fino alla metà degli anni Novanta, miniaturizzandoli, molto dei quali esposti. Una sorta di inventario per vedere i risultati di un percorso ricco e affascinante.

Scuola di disegno, 1996

Anche paesaggio eroico, del 2008, rappresenta una summa delle attività dell’artista: in un paesaggio prerinascimentale vengono passate in rassegna gran parte delle figure nate dalla sua ricca fantasia. L’unico personaggio nuovo è lui all’età di circa dieci anni ammirato da due bambine curate e ben pettinate.

Paesaggio eroico, 2008

In Prima del risveglio, del 2016, ritroviamo la severa atmosfera del collegio, dove un ragazzino sogna: i suoi compagni seguono una lezione di disegno ma possono disegnare tutto tranne la modella nuda che non devono nemmeno azzardarsi a guardare. L’insegnante, con la riga nascosta dietro la schiena, pronta a punire, veglia a che questo non accada. Il ragazzino si sveglierà presto dal suo tiepido sonno e tutto scomparirà. Da bambino, in quel collegio, Mantovani, racconta, era solito raccontarsi storie per scacciare la paura della notte e l’infelicità della solitudine e quel bambino che dorme e sogna ci fa pensare a questa sua consuetudine.

Prima del risveglio, 2016

Ma torniamo a Berlino, dove Adelchi frequenta le scuole serali di pittura, i corsi di nudo, studia la storia dell’arte ed espone in mostre collettive insieme ad altri artisti. Nel 1979 abbandona i panni dell’operaio per indossare, definitivamente, quelli di pittore. Dopo due personali berlinesi di successo (galleria Taube e Kommunale Galerie), può scegliere di dedicarsi a tempo pieno alla sua pittura fantastica, echeggiante il naif.

Fu Vittorio Sgarbi a scoprirlo e a organizzargli la prima importante mostra a Berlino; un suo articolo di Sgarbi L’Europeo incuriosisce poi un collezionista miliardario, Orazio Bagnasco, il quale acquista tutta la sua produzione iniziale, una quarantina di quadri.

In questo periodo giunge a piena maturazione la sua singolare ricerca tesa alla creazione del mondo fantastico, fiabesco e visionario che vediamo. L’amore per l’Italia c’è tutto.

Resto particolarmente colpita dalle visioni padane fatte di notturni, pioppi e casolari, e dai particolari ferraresi, che sorprendono perché paiono dipinte stando qui, mentre invece lo sono sotto il cielo di Berlino, lontani ma con un ricordo forte, intenso e reale.

L’attesa, dipinta nel 2001, ricorda l’alluvione del Polesine del 1951, quando l’artista era in collegio, ragion per cui solo più tardi ne ricevette il racconto dalla madre. Il dipinto, un olio su tavola, raffigura una scena simile a quella che Mantovani riporta di aver visto in un film con Peppone e don Camillo, personaggi che infatti qui appaiono tra la folla, insieme alla madre, alle due sorelle e a un povero diavolo seduto su una piccola zattera in mezzo al fiume. La sua famiglia e gli abitanti di Ro si erano radunati sulla cima dell’argine destro del Po, convinti che se si fosse verificata l’esondazione si sarebbero salvati, convinzione bizzarra, perché la rottura dell’argine sarebbe potuta avvenire anche sotto i loro piedi. Ma il fiume straripò dall’argine sinistro inondando la sponda veneta.

L’attesa, 2001

Anche il Notturno padano e il Tramonto padano ci riportano alle nostre atmosfere.

Il primo, del 1994, sembra quasi una fotografia. Ma dopo una prima impressione di realismo, osservandolo bene, si cambia idea. Compaiono, infatti, alcune presenze bizzarre: animali selvaggi nella pianura padana, scimmie sul tetto della fattoria, una civetta gigante in mezzo a un campo, una tigre che passeggia sulla strada, due pinguini sull’argine che osservano i ciclisti ignari e spensierati. Queste presenze non disturbano però la serenità della notte, con le sue ombre, attraversata da nuvoloni e lampi disegnati originariamente a carboncino nel 1960. Perché tutto torna utile… Nella dolcezza della lontananza.

Notturno padano, 1994

Il secondo, del 2004, secondo quanto dice l’autore, trae ispirazione da una foto del sole con una piccola macchia nera, apparsa su una rivista online: il pianeta Venere che gli stava passando davanti. L’artista colse l’occasione per dipingerlo alla sua maniera, ambientandolo in uno scenario padano, tra campi di grano di una fattoria, un contadino con le sue mucche, uno spaventapasseri, un cane e un gatto, ma soprattutto una ragazza che resta affascinata dal sole con una macchia nera che tramonta dentro al pozzo.

La cantastorie 2, del 1986-87 ci porta alla delizia di Belriguardo, nei pressi di Voghiera, con la narrazione cantata della vicenda dell’Orlando furioso. Ciò che la giovane declama lo si può osservare nel piccolo teatrino ambulante alle sue spalle, Orlando che ha perso il senno per una delusione d’amore. A salvarlo arriva il cavaliere Astolfo che, con il suo cavallo alato, vola sulla luna alla ricerca del senno perduto dell’amico. Secondo Ariosto il senno si trova qui, chiuso in ampolle e contrassegnato con il nome del suo proprietario. Astolfo si avvicina a Orlando con l’ampolla per farlo rinsavire; in una giornata ventosa e piena di nubi dal colore di panna, ad assistere allo spettacolo solo un bambino con la sua maglietta azzurra e il suo cavallo giocattolo. Un prato fiorito che quasi emana profumo. Ferrara sempre presente.

La cantastorie 2, 1986-87

Il Paletot rosso, del 2006, che è stata scelta per la locandina della nostra e la copertina del suo catalogo, rappresenta, invece, una scena del racconto Trefossi dell’artista. Mariagrazia è seduta su un paracarro lungo l’alberato argine del Po, in un’ambientazione tipicamente padana: una nebbiosa e malinconica giornata invernale. Con il suo paletot rosso fiammante la si riconosce facilmente da lontano, nonostante la foschia. La chiamano la pazza del paese, attende qualcuno ma non si sa chi, non lo sa nemmeno lei. Quando vede l’amico Angelo arrivare con il motocarro, lo ferma perché forse vuole un passaggio per recarsi a Ferrara, nessuno sa per fare cosa. Una ragazza piena di misteri. Va in città o altrove? E perché mai? Angelo la prende con sé, è la sua preferita, non la considera matta, ma solo disorientata, incapace di gestire la prioria vita. Anche a noi piace immaginarla così. Tra serenità, candore, nostalgia, speranza e un poco di giovanile inquietudine.

Il paletot rosso, 2006

Molto belle anche alcune figure femminili. Dal viso dolce della ragazza lettone, dipinta a memoria, de La bella domenica (2003), con, sulla cornice la frase in latino “bramo colei che fugge e fuggo da colei che mi brama”, a quello di Fräulein Pusteblume, imperatrice di Bisanzio (2012), seduta sul trono, la cui cornice, molto lavorata, ha otto tondi con vari ritratti femminili presi dai suoi quadri. Adelchi sorride quando pronuncia la parola Pustelblume che in italiano significa soffione cioè pappo del tarassaco che, agendo come un paracadute, agevola con il vento la dispersione dei semi e la proliferazione della pianta, la sua vita. Questa icona è essa stessa un inno alla vita, un trionfo della natura.

La bella domenica, 2003
Fräulein Pusteblume, imperatrice di Bisanzio, 2012

E poi troviamo anche Greta, in Regina mundi (2020), una moderna Giovanna d’Arco che, con il suo fascino di timida fanciulla e il suo perfetto inglese, ha saputo mobilitare milioni di persone nel mondo – fra cui molti giovani – nella sua battaglia per il clima.

Una delle opere a chiusura del percorso, La fine della guerra infinita, realizzata nel periodo di pandemia (2021), ci riporta drammaticamente e incredibilmente alla situazione attuale.

L’artista aveva tre anni quando la guerra finì ma, malgrado la sua tenera età, ne ricorda soprattutto il poco che era rimasto della casa di famiglia distrutta da una bomba.

La fine della guerra infinita, 2021

“Considerando la storia umana”, scrive, “si ha però l’impressione che non ci siano state migliaia o milioni di guerre, bensì una sola iniziata a partire dall’apparizione dell’uomo sulla terra e mai terminata. Quella che chiamiamo pace sono in realtà delle brevi interruzioni di questa abominevole abitudine egli esseri umani di massacrarsi gli uni con gli altri, ergo, una guerra che terminerà probabilmente soltanto quando l’umanità sarà scomparsa”.

Attuale, troppo attuale. Drammaticamente attuale. Non gli vorrei credere, no davvero, ma il sorriso con cui sono entrata ha perso vigore.

Le fotografie sono di Luca Gavagna

 

Il sogno di Ferrara – Adelchi Riccardo Mantovani, Ferrara, Castello Estense, 5 marzo – 9 ottobre 2022
Da un’idea di Vittorio Sgarbi. Organizzatori: Fondazione Ferrara Arte e Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara, in collaborazione con Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto
Orari di apertura
Dalle 10.00 alle 18.00, chiuso il martedì (la biglietteria chiude 45 minuti prima)
Prenotazioni https://prenotazionemusei.comune.fe.it/ – Ufficio Informazioni e Prenotazioni Ferrara Mostre e Musei | tel. 0532 244949

Arianna Di Romano: “Ho rubato centinaia di sguardi”
Ferrara, Palazzina Marfisa, fino al 12 giugno

Arianna Di Romano, foto di Andrea Forlani

Ho rubato centinaia di sguardi per renderli eterni negli spazi vuoti della memoria
Arianna Di Romano

Un giorno di una data palindroma, fuori il sole, fa un tepore straordinario per essere il 22 febbraio. La mia pausa dall’infinita ed ennesima giornata in smart working, quello da cui non stacchi mai, che alcuni dicono che fortuna e che fortuna è ma che bisogna saper gestire. Stacco, oggi basta, devo camminare e prendere aria. E poi ieri, incuriosita, ho prenotato questa mostra di fotografia che vi voglio presentare. Cappotto, tuta, scarpe da tennis e via. Da piazza Verdi, verso via delle Scienze, mi dirigo verso via dei Coramari, voglio passare per il parco Pareschi, ci sono tanti bambini che giocano qui, fidanzati che si abbracciano sulle panchine. Era tempo che non vedevo gesti di affetto e di avvicinamento. Tutti assediati dalla paura del contatto. Nelle orecchie le cuffiette con le note di uno dei miei pianisti preferiti Alexis Ffrench. Sono rilassata, finalmente. Arrivo a fine di corso della Giovecca, alla Palazzina Marfisa d’Este, dove sono diretta per vedere la mostra fotografica di Arianna Di Romano, Oltre lo sguardo.

La purezza. Popoli delle montagne, Laos, 2015

La ragazza alla reception che mi fa il biglietto e dalla quale acquisto il catalogo della mostra è molto gentile, altrettanto la hostess della sala, alla quale ahimè non ho chiesto il nome, ma con cui mi metto subito a commentare. Non posso fare a meno di parlare con chi passa le sue giornate nelle sale di museo, mai. È una mia abitudine un po’ birichina. L’allestimento è semplice ma molto indovinato. Una sala dei ritratti ospita ritratti, i soffitti affrescati e il mobilio scuro fanno da cornice. Le fotografie sono avvolgenti e parlano da sole, tutte rigorosamente in bianco e nero, salvo quattro a colori, almeno ne ho contate quattro. Ogni foto ha una sua anima profonda e unica, ci si fa un’idea, salvo poi rimanere stupiti dai titoli. È il racconto di frammenti di umanità raccolti in giro per il mondo, un invito allo spettatore a spingersi “oltre lo sguardo”, oltre l’illusoria, e spesso fuorviante, apparenza del dato reale, alla ricerca di una diversa, e autentica, bellezza. Il bianco e nero ha una forza prorompente, ogni ruga di viso viene esaltata, quasi a voler sottolineare quanto quell’essere profondamente scavate porti sofferenza o magari semplicemente un vissuto lungo e intenso. Quelle vene mi ricordano i rami degli alberi.

Torno indietro con la mente alla mia adolescenza, quando mamma tentava di imbrigliare e direzionare la mia creatività senza orientamento nelle lezioni di pittura del maestro Goberti nella chiesa sconsacrata di piazzetta San Nicolò. Quanta enfasi sul chiaroscuro, sull’importanza delle sfumature e dei contorni dei disegni a carboncino. Quanto sforzi per dare le giuste ombre, per enfatizzare le profondità e le dimensioni, per imprimere un tratto originale e distintivo. Dal buio alla luce, in un’armonia e armonizzazione fatte di reciprocità. Qui rivedo quel tentativo, molto meglio riuscito, di trovare la giusta dimensione, di comunicare la corretta angolatura.

Mi perdo nelle immagini delle sale, ancora ho letto poco sull’artista, lo farò a casa, catalogo in mano e consultazione della rete. Voglio prima vedere bene il suo lavoro, non lasciarmi influenzare da nulla di scritto, detto o letto. A ruota libera, come faccio sempre quando visito una mostra, soprattutto di fotografia. Se mi guida da qualche parte, perfetto, altrimenti chiudo lì, amici come prima. Ho solo letto che Arianna segue e aiuta gli ultimi della terra e che ha viaggiato molto. L’essere un garbato viandante che coglie le anime che incrocia sulla sua strada mi accomuna e avvicina a lei. Un buon inizio.

L’attesa. Transilvania, Romania, 2019

Questa brillante fotografa si è spostata con il suo obiettivo dai più remoti villaggi del Sud Est asiatico, della Romania e della Polonia, fino ai campi profughi e rom in Serbia e Bosnia, dai paesi della sua terra natale, la Sardegna, alle celle di un carcere siciliano. La sua sensibilità l’ha portata a focalizzarsi sulle vite “difficili” degli emarginati, degli indigenti, dei senzatetto, dei ragazzi di strada, dei gitani, dei detenuti, dei poveri, degli anziani rimasti soli. Spicchi di vita comunitaria, tradizioni antiche. Nuovi mondi da scoprire.

La fuga. Artisti circensi, 2018

Le foto più belle, a mio umile avviso, sono quelle della Sicilia, forse anche perché amo questa terra fatta di sole, sensazioni, colori e profumi intensi. Anche in bianco e nero si colgono i colori. La fragilità di alcuni personaggi ripresi in diversi momenti della vita quotidiana, fatta anche di confessioni e balli, è disarmante.

Mi soffermo su Dentro la storia (Sicilia 2016), quella signora mi ricorda le fotografie delle mie nonne (soprattutto per le mani rugose che reggono la foto nella foto), abbigliate a festa, con il bel cappottino a quadretti e l’elegante (e nuovo) rossetto rosso brillante, per la passeggiata domenicale con la famiglia, magari a braccetto di papà.

Dentro la storia, Sicilia, 2016

Le confessioni sulle scale di Gangi (Sicilia, 2019) mi fa pensare al saliscendi di chi sbaglia e torna indietro, per cadere e rialzarsi, inciampando, ma cercando sempre di (ri)salire, Quei dubbi (Pietraperzia, Sicilia, 2015) mi ricorda un simpatico Don Camillo d’altri tempi.

Confessioni Gangi, Sicilia, 2019
Quei dubbi. Pietraperzia, Sicilia, 2015

Il ricercato dei Murales Animati di Orgosolo (2021) se ne sta seduto sfacciatamente alla finestra, quasi a voler direi sono qui, è inutile che cercate, tanto mi fermo qui e non mi pento di certo di quello che ho già fatto. Che peraltro potete leggere chiaramente perché affisso a chiare lettere sul muro scalcinato (attentato al diritto allo studio, tentato inscatolamento di persone in un pullman, latitanza prolungata da tutte le assemblee studentesche…).

Murales Animati di Orgosolo, 2021

Il ballo di Un’antica danza a Villa Mazzone di Caltanissetta (2016) ci porta in una sala di ristoro di un pomeriggio tiepido e spensierato, un po’ di leggerezza dalla fosca pesantezza che sta attorno, una casa di riposo. La signora anziana, elegante, con il suo cappello, le scarpe dorate e i suoi gioielli più buoni, sorride più della suora, un po’ più seria e altera, ma si intravvede comunque una sorta di complicità serena che ci fa bene.

Un’antica danza a Villa Mazzone di Caltanissetta, 2016

La Cambogia, la Thailandia e il Myanmar sono molto presenti: gli occhi parlano, le mani, le rughe e le schiene ricurve pure. Ho ricordi intensi del mio breve viaggio in Myanmar, quando ancora si sperava un po’ di più; l’oro delle pagode di Yangon mi avvolge ancora l’anima.

Qui la mia anima accarezza quelle di Arianna e dei suoi ritratti. Mi sento un tutt’uno. Un mondo che si tocca, che si parla, che si lecca le ferite, vite che si sfiorano e si riconoscono. Parte di un tutto potente e meraviglioso, di un mondo che ha energia e voglia di vivere. Non di sopravvivere, almeno non più. Quello non basta più. Il dialogo qui è fatto di mani e occhi che si sfiorano. In quegli occhi di bambini e donne vedo le sofferenze che sono di ognuno di noi ma che ci fanno sperare, una volta inciampati, caduti e rialzati. Una delicata empatia.

Gli sguardi delle bambine e delle donne ci accompagnano ancora, come in Donne e songhtaew, l’affollato veicolo trasporto passeggeri (Bangkok, Thailandia, 2015).

Donne e songhtaew. Bangkok, Thailandia, 2015

Arrivata a oltre metà percorso, noto le tre foto a colori, esse chiudono la fila delle immagini della sala, così come un’ultima foto a colori, intitolata Nell’antica capitale (quartiere di Gion, Kyoto, 2015), chiuderà l’esposizione. La vita scorre su queste immagini, quella più vera, con la sua intensità e precarietà. Ma anche fatta di infinita bellezza.

Nell’antica capitale, quartiere di Gion, Kyoto 2015

La monaca di spalle (Angkor Wat, Cambogia, 2014) illumina la sala con il suo abito arancione, se non fosse per la didascalia penserei a un monaco dai capelli grigi, appoggiato a un bastone che regge la sua fatica data da un’intensa preghiera per un mondo che non comprende l’importanza dell’essere umano e della vita. Una preghiera che a noi pare cadere nel vuoto, soprattutto oggi, ma che la monaca sa essere importante. La guerra non è mai la soluzione. Quell’incedere zoppicante fa molta tenerezza ma allo stesso tempo emana una forza immensa. Appesi a una speranza, molti di noi, tutti. Ma senza mollare, mai.

La monaca. Angkor Wat, Cambogia, 2014

La scalinata riempita di fiori rossi e arancio dei Giardini della città imperiale Hué (Vietnam, 2016) ci transita nell’ultima sala. I colori dei fiori contrastano con quelli del cielo, ma non lasciano spazio alle nubi. Il marmo è vivo. I dragoni distesi osservano.

Giardini della città imperiale Hué, Vietnam, 2016

Fino al ritrovarci avvolti dalla precarietà degli ultimi del carcere di Caltagirone ne La speranza (2021), dove Arianna ha condiviso, con alcuni ragazzi, un percorso di avviamento alla fotografia. Resta sempre un barlume di speranza, per tutti.

La speranza. Casa circondariale di Caltagirone, 2021

Torno a casa, soddisfatta e, ammetto, un pò commossa. Ceno. Subito dopo mi siedo in poltrona. Ora posso cercare qualche informazione in più su Arianna Di Romano e sfogliarmi bene il catalogo. Faccio sempre così, mi piace mantenere questa abitudine rilassante.

Arianna è sarda ma siciliana di adozione (oggi vive nel piccolo e armonioso borgo di Gangi, sulle Madonie), le sue fotografie vengono paragonate a quelle di maestri come Elliott Erwitt e Robert Doisneau per poesia e composizione, Sebastião Salgado per il trattamento dell’immagine, Sergio Larrain e Dorothea Lange per l’attenzione agli ultimi.

“Fotografando, scavo nell’umanità dimenticata – ha spiegato Di Romano – che amo e di cui vorrei trasmettere la bellezza. Vivo le sensazioni che provano le persone che ritraggo, mi identifico in loro. Continuamente cerco me stessa nell’altro”. È una donna curiosa, sensibile, felice e impaziente. Veloce. La rassegnazione è la condizione umana che l’artista ha registrato più frequentemente, fissandola ma anche sfuggendole. Pochi i sorrisi, molto lo stupore nell’essere riconosciuti e considerati. Ma la vita corre, si muove, non aspetta.

C’è tecnica sicuramente, precisione e osservazione ma anche cuore e tanta magia. Oltre lo sguardo significa soprattutto andare aldilà di quello che gli hindu chiamano maya ossia l’illusoria e fuorviante apparenza del mondo fenomenico, per cogliere l’anima dei soggetti umani. In Malesia l’hanno denominata “ladra di anime”. Gli abitanti, in gran parte animisti, non volevano farsi ritrarre per timore che venisse rubata loro l’anima. “Quello che mi spinge a fotografare – dice – è proprio rubare uno sguardo profondo. I volti che incontro li rubo, perché appartengono a persone che non sono mai in posa, sono tutti sguardi che quasi sicuramente non incontrerò mai più. Spesso non riesco a comunicare con loro. Rubo quegli sguardi per dare loro una voce”. E noi, quella voce, l’abbiamo sentita, forte e chiara.

I colori della festa. Cagliari, Sardegna, 2018

Tutte le opere © Arianna Di Romano / Kingford

 

Arianna Di Romano – Oltre lo sguardo

Ferrara, Palazzina Marfisa d’Este, 20 febbraio / 12 giugno 2022

Da un’idea di Vittorio Sgarbi. Organizzata da Comune di Ferrara – Servizio Musei d’Arte e Fondazione Ferrara Arte, in collaborazione con Kingford.

Giorni e orari di apertura

9.30-13 / 15-18 | Chiuso il lunedì

Prenotazioni

https://prenotazionemusei.comune.fe.it

DIARIO IN PUBBLICO
Il semi-vaccinato: notizie dal fronte

 

E finalmente, nonché orgogliosamente, mi presento alla Fiera per ricevere l’agognata prima dose di vaccino anti-Covid. L’organizzazione è perfetta, aiutata anche dal rispetto che i giovani medici, infermieri, assistenti sanitari, laureandi professano nei confronti dei ‘fragili’ vecchietti. L’infermiere che mi pungerà mi accoglie con un sonoro: “Buonasera, Gian Antonio!” e alla risata che accompagna la mia sorpresa ad essere chiamato così rispondo che il pomposo doppio nome da decenni è sostituito dal più pratico Gianni. Mi sento dentro un po’ troppo radical chic nel distinguere tra il nome affibbiatomi dalla levatrice Carolina – mamma consenziente – e il nom de plume più pratico e meno ‘artistico’.

Nella sala di attesa, dopo la vaccinazione, corrono veloci le ultime notizie, tra cui quella della presenza del celebre presidente di Ferrara Arte, venuto ad ispezionare la zona dove verrà collocata l’enorme installazione di Gaetano Pesce della poltrona-donna trafitta dalle frecce, regalata dall’artista alla nostra città; ma invano si tenterà di estorcermi qualsiasi giudizio sulla Maestà sofferente. Si ha diritto anche alla privacy del giudizio.

A casa, sentendomi in forma, senza quei piccoli disturbi che di solito accompagnano, si dice, la somministrazione del vaccino, mi sistemo in poltrona, pronto a sfidare la riprovazione dei miei amici culturalmente più schizzinosi e quindi a vedere ed ascoltare il Festival di Sanremo e da quel momento…. mi si prospetta una visione del mondo che mai avrei saputo immaginare. Una specie di gigante che, mi dicono, sia un grande giocatore di calcio pronuncia detti da terzo millennio con un sorriso malvagio e immediatamente si sviluppa una discussione se il numero delle sue scarpe sia il 46 o non invece il 47! Rattristato dalla mia docta ignorantia tendo l’orecchio al canto di personaggi che raccontano al nulla la loro esperienza di vita. Uno poi agita una treccia lunga metri con una vaga rassomiglianza con la mia adorata Mina.

Poi ecco arriva LEI. Meravigliosa. Una apparizione avvolta in sete e lustrini dove tutto è tondo: viso, corpo, vestiti e ricami. È la splendida Orietta Berti, che porta con somma grazia le cappe sante ricamate dovunque, quasi fosse appena tornata dal cammino di Compostela o dal Mont Saint-Michel. Canta una canzone dedicata all’amore della sua vita, il mitico Osvaldo, e immagino la lacrimuccia che spunta sulle ciglia della casalinga di Voghera, come avrebbe commentato il sublime Arbasino. Poi, tra le spiritosaggini del nasuto Amadeus e del suo compare di lazzi Fiorello, si apre un commento apparentemente serio tenuto dalle signore dell’informazione: Giovanna Botteri e Barbara Palombelli. Una serie di banalità tutte condivisibili. E in un momento privilegiato eccola, la grande, immensa Ornella Vanoni. Il volto è una maschera orrenda dove s’aprono due occhi che trafiggono; la bocca una pompa di reflusso, che nulla ha di umano. E un apparente modesto vestito nero fa intravvedere, velato, un maestoso seno di ottantenne che raggiunge agevolmente l’ombelico. Ma appena intona il suo canto ecco che la magia ritorna e quella voce racconta e ci dice che non sono solo canzonette.

Oggi, festa della donna, vado al mercato in compagnia di Lapo, un delizioso peloso che sempre più mi rende difficile e quasi insopportabile l’assenza di un’altra, Lilla. Ma la realtà implacabile si fa strada: alla nostra età non possiamo permettercela. Quasi disperato saccheggio lo stand dei fiori e fresie, margherite, tulipani, giacinti invadono la casa. Fra pochissimo il tempo scandirà un altro anno di vita reale e, incalzato a scegliermi un regalo, cerco invano tra libri, dischi, cachemire e scarpe qualcosa che possa contrastare l’effetto pandemico. Invano.

La crudele giornata si conclude con ciò che temevo di più. Il grande congresso pavesiano che si terrà a Parigi non può essere fatto né in presenza né in autunno, bensì ad Aprile, perciò mi si invita mestamente ad accettare le regole della ‘distanza’ e parlare in piattaforma.

Peccato.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

In copertina: Ornella Vanoni, Raffaella Carrà e Orietta Berti, 1960 (Wikimedia Commons)

SCHEI / Cultura a Ferrara:
quando il mecenate è più potente dell’imperatore

Gaio Clinio Mecenate fu consigliere dell’imperatore Augusto. Sotto la sua gestione da ministro della cultura ante litteram, nella corte imperiale fiorì un consesso di intellettuali e poeti di tale livello (citiamo Orazio e Virgilio tra i tanti) da rendere, nel tempo, il suo nome sinonimo di chiunque si faccia protettore e patrono degli artisti, elemento di collegamento tra l’arte ed il potere, ma con una screziatura di protezione, appunto, dalle grinfie del potere stesso. Ti pago (anche) per cantare le lodi del potente, ma al contempo ti garantisco la libertà e l’indipendenza (anche economica) per esercitare il tuo talento e diffonderlo, per farne godere ai contemporanei ed ai posteri.

La recente nomina di Moni Ovadia a direttore del Teatro Comunale Abbado di Ferrara sembrava, fino a ieri, un paradigma di questo schema. Vittorio Sgarbi (il mecenate), presidente di Ferrara Arte e ministro de facto della cultura della giunta Fabbri, palesando il “traffico di influenze” (inteso in senso non illecito, ma come utilizzo delle relazioni privilegiate tra persone) alla base della sua scelta, disorientava e spiazzava, a destra e a sinistra, chiamando a gestire il Teatro un autorevole artista ebreo, antifascista, impegnato politicamente a sinistra e aspramente critico verso il pensiero intollerante e discriminatorio di quella Lega che governa la città attraverso i suoi rappresentanti locali. Una scelta di libertà, rivendicata come improntata alla prevalenza dell’uomo di cultura sul settarismo di ogni parte e propagandata in conferenza stampa come sostanzialmente disinteressata, perchè in questo caso l’artista non aveva bisogno di denaro (maliziosamente insinuato, da alcuni, come elemento concausale della convinta adesione alla proposta da parte di Ovadia); la sua storia – fatta di grandi successi teatrali e anche di gran rifiuti, come quello di un lauto seggio al Parlamento Europeo – parlava per lui.

Qualche giorno fa Mario Resca, manager ferrarese con una carriera prestigiosa in cui spiccano il ruolo di AD di McDonald’s Italia, amministratore in Eni, Mondadori, L’Oreal, presidente di Kenwood Electronics, attualmente (lui sì a titolo gratuito) presidente della Fondazione Teatro Comunale Abbado, ha rimesso il suo mandato, come quello di tutto il CdA, nelle mani del sindaco Fabbri, in sostanza il suo padrone – essendo il Comune socio fondatore ed unico della Fondazione. La ragione, come si legge dal comunicato diramato dallo stesso Resca, risiede nel fatto che l’incarico formalizzato a Moni Ovadia, comprendente “i limiti della durata e del compenso ad esso attribuibile”, veniva unilateralmente modificato, avendo Resca appreso “da alcuni rappresentanti del socio unico, dallo stesso Moni Ovadia e dal Presidente di Ferrara Arte che i termini della proposta contrattuale andavano totalmente ridiscussi, con un sensibile aumento del compenso e con un prolungamento del contratto a favore del Direttore, in contrasto con la delega ricevuta sulla base di quanto deliberato dal C.d.A. in forza delle sue competenze”. Di conseguenza il Consiglio della Fondazione “all’unanimità, ritiene corretto e istituzionalmente opportuno rimettere il proprio mandato nelle mani del Sindaco stesso…“. Della serie: mi hai sconfessato, Sindaco. Ti restituisco le deleghe, fanne quello che credi.

Il Sindaco Fabbri, senza batter ciglio, dopo aver ricordato le iniziative svolte sotto la gestione Resca, dal “concerto, storico, di Riccardo Muti, a quello di Maurizio Pollini, alle produzioni streaming, e tv, di Alessandro Baricco e Simone Cristicchi”(il tutto garantendo tra l’altro una gestione economica e finanziaria in equilibrio, pur in un anno tragico), ha serenamente accettato le dimissioni di Resca e del CdA. Esaminiamo per un attimo la logica del comunicato di Alan Fabbri: non vi è una sola parola di critica o di presa di distanza, neppure velata, dell’attività della Fondazione Teatro; anzi se ne riconfermano le iniziative d’eccellenza, compresa quella prossima, nel “giorno della memoria” (27 gennaio), con Moni Ovadia e Corrado Augias. Verrebbe da dire: se hai un personaggio con qualità del genere (da te riconfermate) a gestire una delle vetrine della cultura ferrarese, fai qualcosa per non fartelo scappare. Manco per idea: arrivederci e grazie.

Poi leggiamo che il presidente di Ferrara Arte, Sgarbi, afferma invece che Resca ha un approccio “rigido e antico”. Che lo ha scelto lui, certo, ma che ha già pronto il nome di chi lo può sostituire, immaginiamo un uomo dall’approccio elastico e moderno. Esaminiamo per un attimo la logica della parole di Sgarbi: si tratta di affermazioni coerenti con la scelta di accettare le dimissioni di Resca. Mentre le elogiative parole di Fabbri suonano incomprensibili e contraddittorie di fronte alla decisione di non voler trattenere Resca, viceversa le parole di Sgarbi suonano come perfettamente compatibili con la scelta di avvicendare Resca. Non si può nemmeno invocare la diplomazia del linguaggio istituzionale, normalmente reticente e ipocritamente sussiegoso nel licenziare un alto dirigente: sia Fabbri che Sgarbi, infatti, ricoprono un incarico istituzionale. Solo che il Sindaco dirama un comunicato il cui tenore contrasta in maniera sconcertante con la decisione di giubilare Resca. Sgarbi invece “parla come mangia”, per una volta in maniera urbana ma inequivocabile.

Ma chi è, quindi, il “padrone” del Teatro? Il Comune, che ne è socio unico, o Sgarbi? Non staremo qui a ricordare le perplessità (diciamo così) suscitate dalla vicenda dei biglietti per visitare il Castello collegate alla mostra della collezione Sgarbi ivi ospitata, caso singolare di socializzazione degli oneri (al Comune le spese per cataloghi, eventuali spostamenti della collezione eccetera) e privatizzazione degli incassi(il biglietto è unico e una lauta percentuale dello stesso va comunque alla Fondazione Sgarbi). Non ci soffermeremo sulla scelta di azzerare la dirigenza di Ferrara Arte, riconosciuta anche all’estero come fucina di una produzione di rassegne originali e uniche nel panorama nazionale e internazionale, sostituita da mostre standardizzate e sostanzialmente comprate come pacchetto da offrire al grande pubblico, ai Diamanti come negli outlet del resto della penisola. Quest’ultima opzione, peraltro, è stata premiata da una grande affluenza di pubblico (Banksy), per cui la si potrà criticare per l’impostazione, ma non si potrà certo dire che sia stata un fiasco commerciale.

Limitiamoci quindi alla vicenda Teatro. La domanda sorge spontanea: c’è un padrone formale(il Comune, il suo Sindaco) che tesse le lodi del presidente del CdA nel momento stesso in cui accetta con glaciale cordialità le sue dimissioni. E poi c’è il Presidente di Ferrara Arte che rivendica la bontà dell’allontanamento di Resca per far posto ad un uomo più malleabile, che non faccia tante storie sul compenso da riconoscere a Ovadia (si parla di centomila euro). Del resto non si vorrà mica che un artista di simile levatura lavori gratis?

Personalmente ritengo e continuo a ritenere che una scelta non possa essere giudicata a priori, ma a posteriori, dopo aver visto se il prestigioso teatrante metterà la sua passione e il suo talento al servizio di Ferrara e del suo Teatro: solo allora si potrà esprimere una opinione, positiva o negativa, sulla qualità del suo operare. Mi permetto di osservare subito, tuttavia, che le premesse di questo incarico non rassicurano sulla libertà totale e sull’indipendenza di cui potrà godere Moni Ovadia. E non tanto nei confronti del suo “imperatore” quanto, curiosamente, nei confronti del suo mecenate, che appare nei fatti come il vero padrone del vapore.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

DIARIO IN PUBBLICO
La fatica di vivere oggi

Poche cose mi hanno colpito in questo momento storico, dove vanno ripensati tutti – o quasi – i valori e i delitti che si compiono, quanto questo fatto apparentemente minore che si è svolto all’ospedale di Rimini e che inconsciamente auspico sia una bufala, sapendo già che non lo è.

Leggo in QN di lunedì 26 ottobre 2020, p. 12 che all’ospedale di Rimini nel parcheggio riservato agli operatori sanitari settanta macchine, tutte accuratamente scelte tra quelle in possesso di chi lavora all’ospedale, sono state sfregiate, colpite, prese di mira da qualcuno che le aveva accuratamente scelte. Non una di chi non operava all’interno dell’ospedale. L’indizio che si trattava di una miserabile vendetta contro chi opera nel campo medico consiste nel fatto che nulla è stato asportato all’interno dell’abitacolo.

Un gesto così talmente amorale e terribile può essere messo purtroppo in corrispondenza con le convinzioni di coloro che in regimi totalitari operano per la miserabile soddisfazione di una vendetta pericolosa. E i miei connazionali italioti TUTTI,  anche coloro che sono innocenti, portano sulle loro spalle la spaventosa pandemia dell’immoralità. Vergogna a tutti noi che non sappiamo scrollarci di dosso simili immondi esseri.

Mi rendo conto che la conclusione del discorso potrebbe e può colpire chi da sempre ha lottato e lotta contro il diritto del singolo a non essere chiamato in causa in quello che può parere un coinvolgimento totale nelle colpe di un’epoca pur restandone fuori. Penso ad esempio al giusto scatto reattivo dell’amico fraterno Fiorenzo Baratelli. Ma una lunga telefonata ha spiegato (in parte) la possibilità di una coincidenza tra i due pensieri. Non voglio certamente mettere in dubbio il generoso lavoro svolto da chi non vuole essere responsabilizzato in una generica e forse frettolosa sentenza di coinvolgimento. Guai se non ci fossero coloro che operano in quella direzione di distanziamento! Ma la mia provocatoria battuta riguardava chi, essendone venuto a conoscenza, non avesse potuto o voluto distaccarsene e condannarla.

Certo! Quante persone perbene nei paesi coinvolti nell’ideologia nazista ad esempio ignoravano la terribile realtà storica. Diventavano colpevoli solo quando, avendo saputo la verità, non avevano operato in conseguenza. Ecco in qual modo va inteso il giudizio che ho espresso e che si riferiva al fatto che in quanto  ‘a livello teorico’ tutti portiamo sulle spalle “la spaventosa pandemia dell’immoralità”.

Nel frattempo come diceva mia nonna “sono stato regalato” di un dono così prezioso che faccio ancor adesso fatica a rendermene conto: assistere al concerto di Riccardo Muti al Teatro Abbado di Ferrara. Lo attendevo, in quanto ancora una volta devo ribadire che Riccardo e Cristina Muti sono stati e sono tra gli amici più cari della mia lunga vita. La fraterna amicizia che ci lega non è stata mai scalfita da qualche fraintendimento, che nel mondo della cultura non è così difficile ad attuarsi. Il Maestro mi ha stretto in un abbraccio che tanto rivelava della gioia genuina di vedermi, mentre Cristina dagli splendidi capelli azzurri e avvolta in un manto di raso rosa degno (e probabilmente lo era) dell’inventore della moda, il proustiano Poiret, mi ricordava momenti straordinari del nostra giovinezza fiorentina.

A quel punto s’annuncia Vittorio Sgarbi che con la solita irruenza ricorda anche lui il comune tempo fiorentino. Rimango un po’ interdetto, ma gli amici Muti vogliono portare un modus vivendi tra le lontanissime convinzioni che si ergono tra la mia visione della cultura e quella del critico d’arte. Mi racconta di quello che intende fare per una mostra su Giorgio Bassani e l’arte; mi comunica che gli uffici di Ferrara Arte, l’organizzazione che presiede, si sistemeranno al primo piano di Casa Minerbi, lo splendido palazzo dove è situato anche il Centro Studi bassaniani. Chiede notizie di poter conoscere la curatrice del Centro, la professoressa Portia Prebys, che per un vezzo linguistico chiama Portìa e non Pòrtia; annuncia il progetto di una mostra canoviana da far assieme, tra me presidente dell’edizione nazionale delle opere di Canova e lui presidente della Fondazione Canova di Possagno. Si sa che ormai il giro culturale come da sempre si svolge tra presidenze e direzioni… E questo ritorno al passato, che non si spegne nel giro di un giorno o di un anno, ha la sua conclusione proprio in questi giorni, quando il Maestro indirizza una degnissima lettera al capo del Governo Conte, il cui senso è rinchiuso in queste parole:

Chiudere le sale dei concerti e i teatri è decisione grave. Definire come ‘superflua’ l’attività teatrale e musicale è espressione di ignoranza, incultura e mancanza di sensibilità.”
La riflessione di Muti non fa leva, o non solo, sul problema del lavoro, ma insiste su quel tesoro culturale che è il senso vero di ciò che la pandemia di corona virus non deve strappare alla nostra provata esistenza: la cultura come tesoro inalienabile della nostra vita.

Il presidente Conte ha saputo rispondere con altrettanta finezza alla richiesta del Maestro. Lo stesso incipit è diverso: “Gentile maestro Muti”; dove sottolineare la ‘gentilezza’ mi sembra un’ottima occasione d’incontro. Sottolineare poi la ‘gravità’ del problema ne dice il senso ed infine la necessità per ragioni di salute lo conclude. Termina Conte: ”Siamo costretti a fare questi ulteriori sacrifici. Ma non intendiamo affatto rinunciare alla bellezza, alla cultura, alla musica, all’arte, al cinema, al teatro” (Corriere della sera, 27 ottobre 2020, p. 1 e 17.)

E’ proprio leggendo questa corrispondenza che ancor più dolorose appaiono le proteste indubbiamente capibili che hanno sconvolto Napoli, Milano, Torino.
Ma non molliamo! Cerchiamo di essere degni della civiltà che ci ha generato.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

Tre storici Assessori alla Cultura contro il monopolio Sgarbi:
non buttiamo via un grande patrimonio culturale, non roviniamo il nome di Ferrara.

di Alberto Ronchi, Francesco Ruvinetti, Massimo Maisto

Lettera Aperta al Sindaco di Ferrara

L’attività, riconosciuta a livello internazionale, delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara e di Ferrara Arte, attività che, sia pur in tempi diversi, abbiamo conosciuto in modo approfondito nei ruolo di Assessori alle Politiche Culturali del Comune, è stata costruita, si è sviluppata e ha coinvolto almeno tre generazioni di cittadini.
Essa si è basata essenzialmente sulla produzione e organizzazione di mostre originali con collaborazioni e prestiti nazionali ed internazionali; la crescita di un personale specializzato in ogni settore, dallo studio e ideazione all’allestimento, dall’accoglienza del pubblico allo sviluppo della biglietteria e del bookshop, fino alla preziosa attenzione per le attività didattiche; la pubblicazione di cataloghi originali editi da una propria casa editrice con importanti interventi di esperti, ancora una volta, nazionali ed internazionali.
Le tre direzioni che si sono succedute dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso ai giorni nostri – Farina, Buzzoni, Pacelli – hanno certamente espresso modelli culturali e organizzativi diversi che, a volte, hanno suscitato vivaci dibattiti in città, ma sempre, in ogni caso, hanno garantito, ognuno a modo loro, la ricerca, la qualità e l’originalità delle mostre proposte.
Questo lungo lavoro ha portato Ferrara ad essere riconosciuta come una delle città più importanti nel panorama nazionale sul versante espositivo e, di conseguenza, ha fatto crescere in modo esponenziale il turismo con fondamentali ricadute economiche.

Proprio in queste settimane sono in corso due mostre che confermano e raccontano quanto stiamo descrivendo. De Nittis e la rivoluzione dello sguardo è una splendida esposizione che, collegando il lavoro del pittore di Barletta alla nascita della fotografia e del cinema, rivela aspetti inediti nell’opera dell’artista.
La collezione Franco Farina. Arte e Avanguardia a Ferrara 1963/1993 è incentrata sull’inizio di un percorso prestigioso che, con Man Ray, Andy Wharol, Robert Rauschenberg – solo per citare alcuni degli artisti presenti in città all’inaugurazione delle loro personali – ha imposto Palazzo dei Diamanti all’attenzione della critica e del pubblico. Presente e passato, certamente diversi, ma sempre caratterizzati dall’originalità e dalla qualità delle proposte.
La nuova Amministrazione e il nuovo Sindaco, dopo aver assicurato continuità a questa fondamentale esperienza, hanno, di fatto, completamente cambiato rotta. Dopo la nomina dell’On. Vittorio Sgarbi a Presidente di Ferrara Arte, hanno decapitato la struttura non confermando, come direttrice, Maria Luisa Pacelli, nonostante gli ottimi risultati ottenuti, e non prevedendo una nuova nomina in questo ruolo. Lo stesso debordante Presidente ha attaccato pubblicamente l’esposizione dedicata a De Nittis, lamentando “costi eccessivi” e inaugurando l’inedita formula di un Presidente che critica aspramente e ripetutamente il lavoro della Fondazione che presiede. Non solo, lo stesso Presidente ha ritenuto opportuno, fatto inedito, e dal nostro punto di vista molto grave, di utilizzare Palazzo dei Diamanti nella propria campagna elettorale per le recenti elezioni regionali.

Attualmente non risulta vi sia alcuna programmazione delle prossime attività, con un conseguente, possibile, grave danno per l’organizzazione del turismo in città. L’unica mostra annunciata è dedicata allo street artist Banksy che, per le sue caratteristiche, sconvolge completamente e rischia di danneggiare l’immagine, faticosamente costruita, di Palazzo dei Diamanti. Dal 2016, solo in Italia, sono state organizzate ben sette mostre dedicate all’artista inglese, e Metamorfosi, che produce l’esposizione ferrarese, ne ha programmate e/o ne ha in programma altre tre, oltre la nostra, in diverse città italiane. Quel che è peggio è che lo stesso Banksy, sul proprio sito, definisce tutte le ‘personali’ a lui dedicate, compresa quella di Ferrara, con l’aggettivo “fake” che si traduce con “falso”.

Tutto questo ci trasforma, da produttori, e spesso esportatori, in semplici contenitori promiscui di esposizioni realizzate fuori Ferrara, ci toglie il prezioso marchio dell’originalità, rischia di pregiudicare i rapporti con i musei internazionali.
Non possiamo poi non sottolineare come recentemente la Giunta abbia approvato una convenzione con la Fondazione Cavallini Sgarbi per l’utilizzo del Castello. Altri hanno evidenziato le contraddizioni e i punti deboli di questa delibera. Noi ci limitiamo a notare come, anche nel caso di questa Fondazione, la presidenza sia assunta dall’On. Vittorio Sgarbi. Ci pare evidente il rischio di un conflitto di interessi, soprattutto nel caso in cui Ferrara Arte venga chiamata a collaborare, per qualsiasi funzione, con le diverse esposizioni previste in Castello e realizzate con le opere d’arte possedute dalla Fondazione Cavallini Sgarbi.

In conclusione, riteniamo legittimo che una nuova amministrazione proponga alla città una diversa politica culturale, ma questo non può significare lo smantellamento di una eccellenza come Palazzo dei Diamanti, né la consegna monopolistica ad un unico soggetto dell’intera attività espositiva della città.
Per tutte queste ragioni chiediamo al Sindaco di intervenire, riassumendo, in questa delicata fase, la carica di Presidente di Ferrara Arte e individuando, nei modi che ritiene più opportuni, nel rispetto della legge e degli statuti vigenti, un direttore che sia garante della qualità e dell’originalità delle mostre allestite a Palazzo dei Diamanti, permettendo di proseguire un percorso virtuoso che da più di cinquant’anni caratterizza positivamente la nostra città.

Alberto Ronchi è stato Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Ferrara dal 1999 al 2005. Ha inoltre ricoperto gli incarichi di Ass.re alla Cultura della Regione Emilia Romagna e del Comune di Bologna.

Francesco Ruvinetti è stato Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Ferrara dal 1995 al 1999. Ha inoltre ricoperto gli incarichi di Presidente della Provincia di Ferrara e di Amministratore Unico di Ferrara Arte.

Massimo Maisto è stato Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Ferrara dal 2007 al 2019. Ha inoltre ricoperto l’incarico di Vice Sindaco del Comune di Ferrara.

FOTO DI COPERTINA:  Beniamino Marino per Ferraraitalia

ARTE
Quell’influencer di Boldini: la nuova mostra a Palazzo dei Diamanti

Un artista che ha anticipato gli influencer con cent’anni di scarto: è stato anche questo Giovanni Boldini, il pittore nato a Ferrara nel 1842 e diventato uno dei più ricercati ritrattisti del bel mondo a Parigi, dove è morto nel 1931. Nella capitale mondana a cavallo tra fine dell’Ottocento e primi del Novecento, infatti, il pittore ferrarese ha saputo cogliere il grande potere delle immagini, diventando con il suo pennello il veicolo capace di trasformare un abito in un’icona di stile. A raccontarlo – con una mostra creata apposta in base a studi dei carteggi e della documentazione legata alle opere di cui il Comune di Ferrara detiene la più grande collezione al mondo – è l’allestimento intitolato “Boldini e la moda”, che sarà visitabile a Palazzo dei Diamanti di Ferrara (corso Ercole I d’Este 21) da sabato 16 febbraio fino a domenica 2 giugno 2019. A svelare in anteprima alla stampa e ai mass media ferraresi l’indagine sullo stretto rapporto tra l’arte e il mondo dell’artigianato, del lusso e dell’alta società che diventa il cardine attorno a cui cresce la popolarità delle opere è stata la curatrice dell’esposizione Barbara Guidi, esperta delle Gallerie civiche d’arte moderna e contemporanea che per l’occasione si è avvalsa anche della collaborazione con la storica del costume Virginia Hill.

Allestimento della mostra “Boldini e la moda”, Palazzo dei Diamanti di Ferrara (foto GM)

Gli stilisti creavano gli abiti e lui li faceva indossare a celebrità come la cantante lirica Lina Cavalieri definita la “Venere in terra” da Gabriele D’Annunzio o la ballerina Cléo de Mérode che fece innamorare il re del Belgio. E così il gioco – anzi il quadro – era fatto, in quell’alone impalpabile di sete, veli e velluti preziosi l’incanto si compiva e nasceva la prima grande alleanza tra abilità sartoriale, celebrities e divulgazione per immagini incorniciate e rimbalzate di Salone in salotti.

Il nero è chic: altra constatazione modaiola che arriva con un secolo di anticipo. A consacrare il colore dei trend-setter del primo Millennio è un’intuizione che resta inizialmente élitaria e che la mostra testimonia, dedicandole un’intera sala del palazzo dei Diamanti. Sdoganato il colore dall’ambito del lutto e della sera, il total-black diventa segno di distinzione, enfatizzato – come ha spiegato Barbara Guidi – dal fatto che all’epoca solo stoffe di alta sartoria riuscivano a rendere elegante e raffinata questa tinta, impossibile da riprodurre con efficacia su materiali meno lussuosi. E Boldini sulle sue tele ne sa enfatizzare la matericità, rendendo ad esempio davvero palpabile la differenza tra la parte in seta lucida e quella in feltro nella tuba di uno dei ritratti maschili in esposizione.

Donne che gli abiti li vestono e svestono. L’altra grande intuizione o anticipazione che si può collegare a Boldini è la sapienza nel rivelare la sensualità che sta sotto gli abiti. Un aspetto a cui è dedicata un’altra sala della mostra “Boldini e la moda”, quella dove si svela il segreto della “Silhouette” accentuata da quell’accessorio intimo che è il corsetto. Ecco allora la bellezza prorompente de “L’attrice Alice Regnault” in abito bianco discinto e già immortalata da Boldini in un paio di stanze prima in abito nero da amazzone che ne stringe sempre la sottilissima vita. Lo stesso accessorio spunta nel disegno a matita e pastello di stile boldiniano ma dell’artista Paul Helleu (“Elegante di spalle con corsetto azzurro”, 1896) e poi c’è lui – il corsetto in raso, seta e stecche di balena – che viene dal Musée des arts décoratifs di Parigi.

Memorie letterarie sotto le tele. A sancire il peso mediatico dell’arte di Boldini e a conferire alle sue opere quel salto di qualità che le fa uscire dall’effimero modaiolo per consacrarle come stile evocatore di femminilità, lusso e bellezza assoluta contribuiscono le parole scritte. Ecco allora che nella rassegna le pareti di ognuna delle sale dove sono raccolti quadri, abiti e oggetti riporta una citazione presa di volta in volta da scrittori, poeti o anche stilisti. In apertura il riconoscimento di quanto senso di fascinosa bellezza emanino i dipinti boldiniani viene dal grande stilista Christian Dior, che ha scritto “Delle donne della mia infanzia mi resta soprattutto il ricordo dei loro profumi, dei vortici di pelliccia, dei gesti alla Boldini”. Poco dopo è la volta di Charles Baudelaire che coglie il binomio che ci sta sotto, dove ciò che è il presente e l’effimero diventa canone fuori dal tempo: “La modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte la cui altra metà è l’eterno e l’immutabile”. Nella sala dedicata a “Il tempo della modernità”, infine, il rimando tra la signora in rosso del ritratto “Miss Bell” di Boldini e le pagine del libro di Marcel Proust. Perché il dipinto sembra dare forma e colore alla visione della fascinosa donna evocata da Marcel Proust nel romanzo “Du côté de chez Swann”, un’immagine materializzata anche dal recupero di un paio di scarpe di quella stessa tonalità ed epoca, appartenute a una celebre contessa.

Scarpe della contessa Greffulhe e una preziosa edizione del libro di Proust. Sullo sfondo il ritratto in rosso di “Miss Bell” (foto Dino Buffagni)

“La mostra – fa notare l’assessore comunale alla cultura Massimo Maisto – è il risultato straordinario delle competenze messe a frutto dalle Gallerie civiche e Ferrara Arte, che non si comprano ma si fanno crescere sul territorio e restano un patrimonio della città, capace di creare eventi come questo, auto-prodotti e propedeutici a valorizzare una collezione d’arte locale con un valore internazionale”.

Allestimento della mostra “Boldini e la moda” a Palazzo dei Diamanti di Ferrara (foto GM)

“Boldini e la moda”, Palazzo dei Diamanti, corso Ercole I d’Este 21, Ferrara, sabato 16 febbraio-domenica 2 giugno 2019, tutti i giorni orari 9-19

Nella foto di copertina abito da gran ballo bianco con maniche a sbuffo della Fondazione Vassiliev esposto insieme al ritratto della donna in abito bianco “Fuoco d’artificio” di Giovanni Boldini (foto GM)

antonioni-blow-up

IMMAGINARIO
Paris, Ferrara.
La foto di oggi…

Apre oggi al pubblico alla Cinémathèque française di Parigi, la mostra “Antonioni, aux origines du pop. Cinéma, photographie, mode”.

Ideata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, in collaborazione con la Fondazione Cineteca di Bologna, dopo l’esordio a Palazzo dei Diamanti nella primavera 2013, e la seconda tappa al Bozar di Bruxelles, la mostra rimarrà nella capitale francese fino al 19 luglio.

Responsabile dell’esposizione d’oltralpe è Dominique Païni, che dice: “L’esposizione è concepita come un unico grande piano sequenza – che era il suo modo di filmare – l’abolizione dei muri, e l’incontro tra l’artista plastico e il cineasta. Uno sguardo su un regista che è il fondatore di tutto il cinema contemporaneo”.

“Ferrara – si legge sul sito www.cinematheque.fr – la città natale di Michelangelo Antonioni, ha acquisito un grande archivio fatto di documenti appartenuti al regista: fotografie, manoscritti, sceneggiature, testimonianze di collaboratori e amici, carteggi prestigiosi, dipinti e varie opere plastiche del cineasta. La documentazione di una vita, quella di uno dei più importanti creatori del XX secolo. Questo ricco archivio, che rivela l’opera di Antonioni nella diversità dei suoi aspetti artistici, viene presentato alla Cinémathèque francese, accompagnato da una retrospettiva completa dell’opera cinematografica”.

OGGI – IMMAGINARIO CINEMA

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

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osservatorio globale

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