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TEATRO
Lezione di felicità francescana con “Uno, nessuno e centomila”

Pirandello non è mai stato uno dei miei autori preferiti. Mi disturbavano quel pessimismo distruttivo, quei pensieri arrovellanti e quelle situazioni che fanno esplodere la vita dei suoi personaggi, fino a mandare a gambe all’aria condizioni agiate e vite ben assestate.

Messa in scena teatrale del romanzo di Luigi Pirandello “Uno, nessuno e centomila” al Comunale di Ferrara

Il teatro, la bravura degli attori e forse anche l’esperienza di vita, hanno saputo convertire questo disagio e dargli tutta la forza illuminante e anche poetica ed esistenziale che fino a ieri non avevo saputo cogliere.

“Uno, nessuno e centomila” in scena da sabato 10 a lunedì 21 febbraio 2022 al Teatro Comunale di Ferrara regala questo. Il nichilismo – che nel primo atto toglie significato, gioia e armonia all’esistenza del protagonista Vitangelo-Gengè – si riscatta nel secondo e ultimo atto, grazie all’affermazione del senso della vita in termini anti-materialistici e quasi ascetici. Così si passa da quel “uno” che Vitangelo credeva di essere e che scopre diverso dalle “centomila” proiezioni di sé con cui gli altri lo vedevano nel primo atto, per arrivare a un “nessuno” più felice e contento, proprio in virtù della rinuncia a ogni bene e a ogni ruolo precostituito.

Pippo Pattavina in “Uno, nessuno e centomila”

La prima cosa che mi ha riconciliato con Luigi Pirandello è stata la bellezza delle parole, incastonate nella bellezza della scena. Mi intristiva il ricordo dell’episodio scatenante della crisi, quello del naso che Vitangelo non si era mai accorto che pendesse da una parte, come invece sua moglie gli fa notare e che manda pian piano in crisi tutta la sua identità. È bello, invece, che nella pièce questo dettaglio prosaico venga subito inquadrato nei termini pirandelliani più poetici dello “straripamento di un fiume che inonda la terraferma e la stravolge”. La metafora dà subito un senso più alto e poetico ai dettagli corporali.

Il passaggio dal romanzo alla rappresentazione teatrale viene reso possibile da un espediente narrativo: l’apertura del racconto affidata alla presenza di un giudice che interroga il protagonista di questa incredibile vicenda, che ha capovolto, insieme al suo destino, anche quello delle persone che lo circondano: moglie, dipendenti della banca, compaesani.

Pippo Pattavina con Marianella Bargilli nel primo atto di “Uno, nessuno e centomila”

Il protagonista del romanzo pirandelliano Vitangelo Moscarda, magistralmente interpretato da Pippo Pattavina, risponde al giudice per fare chiarezza sulla vicenda che lo ha portato a cedere il suo impero bancario a favore della fondazione di un ospizio di mendicità. E per spiegare il senso degli accadimenti Pippo-Vitangelo parla di “argini che si rompono”, di confini che “nei momenti di piena vengono sconvolti, con la fiumana che straripa e sommerge tutto”.

Pippo Pattavina con Marianella Bargilli in “Uno, nessuno e centomila”

Da qui si entra nella storia, presentata come narrazione in flashback. Perché questa versione teatrale del romanzo inizia a ritroso, con il protagonista ricoverato egli stesso in quell’ospizio, dove vive con serenità inaspettata e in parità con tutti gli altri mendicanti, “vestendo la divisa della comunità e mangiando nella ciotola di legno”.

La bellezza delle parole e del loro messaggio si riaccende ancora nel finale, dove va a sottolineare il senso vero della vita che lui sente di avere raggiunto con queste decisioni, apparentemente folli, di rinuncia al benessere e a un’esistenza agiata, oziosa, ma scontata. La folle rinuncia e la liberazione da un ruolo coincide con la presa di distanza dai nomi e soprannomi che gli erano stati imposti da altri (Gengé, Svirgola, Usuraio) e da un’immagine di sé che sentiva non corrispondere con il suo vero io, imprigionata in una routine già scritta e conclusa. “Io sono vivo e non concludo – dice Vitangelo – La vita non conclude. E non sa nomi, la vita. Respiro quest’albero tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro e vento: il libro che leggo, il vento che bevo, tutto fuori, vagabondo”.

“Uno, nessuno e centomila” al Teatro Comunale di Ferrara

Da un mondo dominato da beni materiali e da rapporti che sanno di finzione e artificio, si entra così in un mondo di poesia, dove tutto “è com’è, che s’avviva per apparire. Volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni”.

Scena in banca con Pippo Pattavina tra Giampaolo Romania e Rosario Minardi

Capaci di dar vita a personaggi diversi, trasformandosi con camaleontica bravura Marinella Bargilli (moglie, amante e diseredata), i non solo bancari Giampaolo Romania e Rosario Minardi e il non solo giudice Mario Opinato.

La rappresentazione è incastonata in una scenografia magistrale. Opera di Salvo Manciagli con una quinta scorrevole color cemento, che grazie a proiezioni luminose mirate si tinge del disegno pittorico di una città per le scene di vita urbana, della calligrafia inchiostrata delle carte per la scena dal notaio e delle riproduzioni a pennello di carta moneta per incorniciare le scene bancarie.

Una cornice avvolgente e bella, entro la quale prende forma quella nuova visione dell’esistenza, sfaccettata e stravolgente. Pirandello dà una versione artistica e creativa a turbamenti e concetti che stava formulando in quegli anni il fondatore della psicanalisi Sigmund Freud. Lo scrittore, che non a caso qualche anno dopo avrebbe ottenuto il Premio Nobel per la letteratura, riesce a dare corpo e anima alle più moderne nozioni psicologiche e neurologiche, fondate sulla scoperta della complessità dell’essenza di ogni persona. “Uno, nessuno e centomila” è l’ultimo suo romanzo, ed è quello lui stesso definì in una lettera “il più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”. Un condensato così riuscito che, a cent’anni di distanza, compie la magia di continuare a farci riflettere. E fa riecheggiare in termini complessi la scelta di vita randagia, portata una settimana fa su queste stesse scene ferraresi da Sergio Castellitto nei panni di “Zorro”. Il messaggio è simile, fuori dalla gabbia degli schemi, rinunciando anche alla dolcezza della polpa pur di potersi tenere in pugno il nocciolo di un’esistenza forse scarna, ma densa ed essenziale. Per poter sempre “Rinascere, attimo per attimo” con francescano stupore.

Quella volta che sospesero lo spettacolo di Dario Fo…
tanti ricordi dalla riapertura del Teatro Comunale negli anni ’60

 

Resto affezionato al Teatro comunale di Ferrara, anche se da tempo non lo frequento. Non mi perdo le iniziative cosiddette minori, come quelle che hanno avuto (e spero avranno) per animatrice Agnese Di Martino.
Sono tornato a pensare, di fronte alle polemiche sollevate da nomine ai vertici della Fondazione, alla riapertura del Teatro negli anni ’60. Dal 2009 è una Fondazione, era Istituzione dal novembre del 1993. Prima era gestito ‘in economia’ dal Comune, attraverso un apposito Comitato di gestione. Anzi all’apertura, stagione 1964-65 si chiamava Commissione per la sorveglianza e la gestione del Teatro Comunale.

Della riapertura come Teatro se ne parla già nel dopoguerra. La struttura è usata per ogni genere di manifestazioni, ma non ospita stagioni teatrali. In quella palestra straordinaria di democrazia, che è il Centro di Orientamento Sociale, animato da Silvano Balboni, se ne parla nel luglio del ’46. Si discutono modalità di riapertura e forme di gestione, in un disegno che vede coinvolte altre strutture, come l’Auditorium e il complesso Boldini, nonché il Giardino Pareschi, per rappresentazioni all’aperto. Si ipotizza pure la realizzazione di un moderno teatro da cinquemila posti.

Scorro i nomi dei componenti la prima Commissione. Alcuni mi sono particolarmente cari: oltre ad Azzaroli e Passerini, dei quali dirò, sono, in ordine alfabetico, Cavallari, Chiappini, Felisatti, Fink, Pittorru, Santini, Sitti. Vedo di essere il solo sopravvissuto. Vero che ero il più giovane. Con Massimo Felisatti e Guido Fink ci scambiamo biglietti. L’attività allarma il sempre attento Presidente. Sono comunicazioni innocue: “Boari e Cavallari discuton con gran balle di come d’inverno si curino le stalle”, “A Felisazz piace il jazz”, “Guido Finco, non santo ma stinco”, ”Si sparge il panico: Passerini vuol parlare dell’organico”.

La Commissione – 17 membri compreso Presidente e Vice Presidente – è nominata dal Consiglio comunale ed è rappresentativa di tutte le forze ivi presenti. Presidente e Vice sono due persone straordinarie per impegno e cultura: Vittorio Passerini ed Eugenio Azzaroli. Questi, per me un fratello maggiore, sarà Presidente dal 1970 al 1980. Direttore è Mario Paoli e consulenti artistici Riccardo Nielsen e Maurizio Scaparro. Il 31 ottobre 1964 si inaugura con l’Orchestra del Teatro alla Scala. Mi riconosco – in loggione con moglie e una coppia di amici – nella foto dell’inaugurazione presente nella pubblicazione per i 20 anni del Teatro.

Molte le difficoltà risolte con buona volontà e creatività amministrativa: Azzaroli e Passerini, erano ottimi avvocati. Per restituire il Teatro alla città si dovette risolvere la questione dei diritti e delle pretese dei palchettisti. Ora non ne ricordo più i termini, ma so che anch’io mi ci applicai. Decisiva è stata la collaborazione degli uffici comunali, in tutte le vicende. Ricordo l’impegno e la competenza di un ragioniere, in particolare – credo si chiamasse Castellari – per garantire che i pagamenti alle compagnie fossero assicurati tra il primo e il secondo atto. Il Comitato, pur per nomina e composizione del tutto dipendente dal Consiglio, agì sempre con la massima indipendenza, senza ricevere alcun tipo di pressione, penso anche per l’autorevolezza della presidenza. Nelle stagioni 1968-69 e 1969-70, Vice di Passerini sono stato io, poiché Azzaroli era impegnato come amministratore locale. Forse l’autorevolezza ne ha un po’ risentito.

Un ricordo particolare del Teatro Comunale è – fine febbraio 1970 – la presenza di Dario Fo, con uno spettacolo che vogliamo – è un punto fermo della compagnia Nuova Scena – per i soli iscritti all’associazione promotrice. Io allora la presiedo. La presenza ostentata della polizia, porta alla sospensione dello spettacolo. Questo riprende quando induco i poliziotti in sala a lasciarla per venire ad ascoltare la discussione in corso nel Ridotto tra Presidente Passerini e Commissario. Sgridati dal superiore, che se ne accorge dopo qualche tempo, non me ne vogliono, ma lo spettacolo non può proseguire. C’è pure l’intervento di un pretore–spettatore, da me sollecitato e ignorato dal Commissario in contatto con il Questore. Seguono esposti e denunce, che non hanno seguito. Ci avrei tenuto. Allora più mi importava che la rappresentazione a Ferrara ci fosse, come poi è stato, e anche a Codigoro, dov’ero assessore. Anche là si è fatta.

Un bel ricordo sono i colloqui con poliziotti e carabinieri, più sensati dei loro capi. Il mio ragionamento è semplice: a qualificare come pubblico o privato un evento sono le sue caratteristiche, non la natura, pubblica o privata, della struttura. Se così fosse, come le questure in giro per l’Italia pretendono, chi usa un bagno pubblico sarebbe colpevole di atti osceni o contrari alla decenza. Cito una vecchissima sentenza, secondo la quale un bagno pubblico diventa privato quando taluno vi accede e torna pubblico all’uscita. Così è del Teatro, affidato a un’attività privata. Carabinieri e poliziotti capiscono benissimo, ma hanno degli ordini…

PER SALVARE LA CULTURA A FERRARA
Lettera Appello contro la politica culturale della Giunta: firma anche tu!

 

Operatori culturali, bibliotecari, guide turistiche, insegnanti, librai, docenti universitari, musicisti, scrittori, cooperatori, artisti, editori indipendenti, ricercatori, attivisti di associazioni di volontariato e di promozione sociale. Giovani o meno, esperti e novizi. Nel giro di un weekend sono stati oltre 350 i firmatari di un appello rivolto al ministro Franceschini – nonostante il momento critico nazionale, al presidente Unesco Bernabè e all’assessore regionale Felicori per denunciare il biennio deplorevole che l’assessorato alla cultura, eterodiretto da Vittorio Sgarbi, sta conducendo a Ferrara. Si tratta di professionisti di un settore in difficoltà, di volontari e di irriducibili amanti della cultura ferrarese, stanchi di una politica fatta di tanti annunci roboanti e poca sostanza. Levati lustrini e palette, al netto di presidenti onorari altisonanti e opinabili coadiutori artistici, i primi diciotto mesi dell’assessore Marco Gulinelli dimostrano una mancanza totale di prospettive e progettualità.
La preoccupazione di chi lavora nel settore comincia a farsi sentire, anche per l’assenza di una prospettiva di rilancio sul piano turistico del nostro patrimonio monumentale e museale.
Ogni critica che esce pubblicamente senza rivolgersi al sistema nel suo complesso e senza sfociare in un respiro collettivo è solo vanità. I firmatari stessi non potevano replicare al narcisismo del Palazzo con altro narcisismo, così hanno deciso di mettersi a confronto davanti a un documento scritto. La lettera è un grido di dolore e attenzione per Ferrara, la sua cultura e la sua bellezza che sono e devono rimanere patrimonio di tutti e non di qualcuno.
Comitato delle Sardine ferraresi

LETTERA APPELLO

Alla c.se att.ne
Ministro Dario Franceschini
Presidente Franco Bernabè
Assessore Mauro Felicori

Ferrara, 31 gennaio 2021

Illustrissimi,

a seguito del decreto che sancisce l’istituzione di un tavolo permanente per tutelare i lavoratori della cultura e in riferimento ai recenti avvenimenti riguardanti le dimissioni del presidente Mario Resca e del Cda della Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, che ha presupposto un ricollocamento di poltrone di VIP e che si aggiunge allo scenario già complesso e sconfortante dell’amministrazione locale, noi cittadini di Ferrara dimostriamo forte preoccupazione per la mala gestione di un bene culturale patrimonio di tutti.
Da luglio 2019 Ferrara ha subito scelte politiche che riteniamo essere contro l’interesse collettivo e vogliamo porre alla Vostra attenzione.
I bilanci del Teatro Comunale vengono seriamente messi a rischio dagli appetiti di chi lo sta utilizzando per offrire ingaggi spropositati a membri del proprio entourage, scelte imposte dall’attuale presidente di Ferrara Arte on. Vittorio Sgarbi che hanno portato alle dimissioni del presidente Resca.

Il centro storico parcheggio a cielo aperto

Il mancato rinnovo di un regolamento Ztl da diciotto mesi da parte della nuova Amministrazione Comunale, che ha delegato la gestione della mobilità cittadina al vicesindaco leghista Nicola Lodi, ha aggravato la presenza di macchine nel centro storico generando non pochi problemi alla qualità dell’aria e gravi danni al patrimonio monumentale ivi presente a causa dello smog e delle vibrazioni che danneggiano gli edifici storici.
L’insicurezza di pedoni e ciclisti, a causa del proliferare di mezzi motorizzati in strade strette o in zone di sosta inadeguate, ha fatto da contraltare al deturpamento di un ambiente unico che dovrebbe essere tutelato dall’Unesco e invece presenterà un pessimo spettacolo ai turisti che torneranno a Ferrara passata l’emergenza Coronavirus. Naturalmente, a nulla sono servite le petizioni organizzate dai cittadini maggiormente sensibili al problema, ignorate dall’Amministrazione che continua a non fornire risposte soddisfacenti al problema.
Non ha ricevuto risposte chiare nemmeno la raccolta di oltre 3mila firme di cittadini ferraresi portata avanti dall’Anpi e da altre associazioni culturali per tutelare il locale Museo del Risorgimento e della Resistenza. Il museo è stato chiuso per consentire l’ampliamento del contiguo Palazzo dei Diamanti e parzialmente riaperto in una sede provvisoria (Porta Paola) decisamente inadeguata agli scopi espositivi e di divulgazione scolastica che caratterizzano le attività della benemerita istituzione.
L’assessore alla cultura Marco Gulinelli ha promesso che il museo troverà destinazione nei locali di Casa della Patria “Pico Cavalieri”, attuale sede delle associazioni combattentistiche e d’arma, che però necessita di un lungo e complesso restauro: al momento gran parte del patrimonio espositivo, che comprende cimeli donati dalle più importanti famiglie ferraresi, giace presso i magazzini comunali di via Marconi nonostante un vincolo della Soprintendenza che obbliga il Comune a renderlo fruibile al pubblico e conservarlo decorosamente.
Mentre la memoria del Risorgimento e della Resistenza ferrarese langue in un oscuro deposito, il presidente di Ferrara Arte on. Sgarbi non ha perso occasione per lanciare feroci provocazioni sulla stampa locale millantando l’organizzazione di una mostra celebrativa del gerarca fascista Italo Balbo e invitando il sindaco a dedicare una via alla memoria dello stesso. Provocazioni che, fortunatamente, sembrano cadute nel vuoto anche se il primo cittadino non ha mai preso le distanze dagli eccessi del noto critico d’arte, nemmeno quando ha sostenuto posizione palesemente negazioniste e denigratorie verso esponenti politici locali di avversa opinione.
Ma questo potrebbe rientrare nella sfera della vivace ancorché triste dialettica mediatica se, provocazioni a parte, non vi fosse un preoccupante vuoto di programmazione per tutto quanto riguarda le politiche culturali della città di Ferrara.
Una città che dovrebbe investire sul turismo e sulla cultura assiste, invece, al totale disinteresse verso la riorganizzazione del patrimonio museale e dei servizi culturali: i pensionamenti nel pubblico impiego non vengono coperti dall’ingresso di nuove risorse, così le biblioteche di quartiere chiudono e si propone l’esternalizzazione dei servizi a soggetti privati che penalizzerebbero le condizioni di lavoro preesistenti; mancano progetti volti a valorizzare le iniziative culturali locali e i giovani artisti; non sappiamo se vi sia un serio progetto di digitalizzazione e promozione del patrimonio museale e archivistico locale, al di là dei bandi comunali messi a punto per il prossimo Servizio Civile Volontario, indispensabile a garantire l’accessibilità continua per motivi di studio e consultazione, specie in tempi di pandemia.
Si ragiona di grandi mostre e grandi nomi che vanno a infoltire i consigli di amministrazione, ma la realtà è un impoverimento sempre più preoccupante del tessuto culturale cittadino con tante associazioni che faticano a coprire le spese e mantenere vive proprie attività a causa del coronavirus. Attività che ricevono pochi euro di ristoro mentre in passato si è parlato di una possibile convenzione tra Comune e Fondazione Cavallini-Sgarbi che, di fatto, trasformerebbe il Castello Estense in un museo “privato”.
Non abbiamo dimenticato, infatti, i termini di quell’accordo che avrebbe fruttato ai fratelli Sgarbi il 20% sul costo di ogni biglietto di ingresso al monumento simbolo di Ferrara, in cambio della presenza “permanente” al suo interno di opere d’arte appartenenti alla Fondazione di famiglia. Ora, scorrendo la programmazione per il 2021 annunciata dall’assessore Gulinelli, veniamo a sapere che sia il Castello Estense che Palazzo Schifanoia dovrebbero ospitare importanti mostre: confidiamo che non vengano più riproposti accordi sul costo d’ingresso che favorirebbero una fondazione di diritto privato riconducibile distintamente alla famiglia del presidente stesso dell’ente pubblico.
Solo il coronavirus sembra aver fermato gli appetiti di un critico d’arte che appare, e si autodefinisce senza pudore, il vero “padrone” della cultura estense. Eppure, il duo Sgarbi-Gulinelli non si è fermato nemmeno di fronte alla tragedia come dimostra un video girato all’interno dell’ufficio del sindaco in cui si irride l’esistenza di una reale emergenza sanitaria nel Paese.
Il silenzio sconcertante e complice del sindaco Alan Fabbri ci ha spinto a chiedere una maggiore attenzione verso ciò che sta avvenendo a Ferrara, città patrimonio dell’umanità che non merita di essere trattata come il feudo personale di qualcuno e, soprattutto, di vedere irrimediabilmente degradato il suo tessuto urbano e monumentale. 

Alle ore 22,30 del del 7 febbraio 2021 hanno già firmato 1.348 persone

Se sei d’accordo con l’appello puoi aggiungere la tua firma [Qui]

In copertina: Vittorio Sgarbi e Marco Gulinelli presentano le portentose pillole verdi anticovid

Ovadia al Teatro Comunale e subalternità culturale:
un direttore artistico non fa primavera

di Alessandra Zagatti

Lo stile “politicamente corretto” può essere criticato ma gli uomini di cultura hanno il dovere di contribuire a cambiare il clima urlato e la mancanza di educazione che caratterizzano il tempo in cui siamo immersi non solo in Italia.
La discussione sul Teatro Comunale Claudio Abbado e sul suo futuro richiede dunque pacatezza e attenzione per un gioiello delicato e prezioso per la nostra città.
Mi sono sempre attenuta alla regola di non commentare , per discrezione e rispetto, parole e atti di chi mi è succeduto, ma in questa occasione trovo pertinenti le critiche espresse  da Massimo Maisto in particolare sui bilanci, che sono in pareggio o utile non da ora ma dal lontano 1997, agli sponsor che evidentemente anche un manager importante non è riuscito a trovare.

Gli amministratori del Comune di Ferrara dimostrano , e non solo in questa occasione, una imbarazzante subalternità culturale.
Affermano che hanno voluto interrompere “ l’autoreferenzialità del Teatro alla politica” e poi fanno “scegliere” ad altri il Presidente del Teatro “anche” perché è di centrodestra. Si afferma che si è voluto finalmente dividere il ruolo di Presidente da quello di Sindaco quando da sempre, prima con l’Istituzione poi con la Fondazione , il Presidente del Teatro non è mai stato il Sindaco ma da lui, e non da altri, è stato “scelto”.

L’Assessore alla cultura plaude ai nomi altisonanti circolati sulla stampa , ma dovrebbe riflettere sul fatto che mentre un direttore artistico può certamente essere una personalità nazionale, i consiglieri di amministrazione di una fondazione di cui il Comune è il solo proprietario, dovrebbero essere uomini e donne autorevoli ma legati alla città e non catapultati da fuori. Persone che, quand’anche di valore indubbio, vivono altrove senza alcun rapporto con la vita culturale e sociale di Ferrara.

La nostra città non ammette “padroni” e da almeno trent’anni il Teatro Comunale non ha bisogno di essere “sprovincializzato” come testimonia il suo stesso attuale nome.
Non ha solo dato ospitalità a spettacoli realizzati altrove ma ha fatto produzioni proprie di lirica, balletto e prosa con artisti come Claudio Abbado, Luca Ronconi, Pina Baush, Bob Wilson e Susan Sontag, per citarne alcuni.
Decine di testate nazionali ed europee sono state accreditate nel nostro Teatro , fino al New Jork Times e CNN in due occasioni. Scenografie create a Ferrara sono state noleggiate in mezza Europa , a Boston e a Baltimora.
Il Teatro Comunale aveva “ lustro e prestigio nazionale “, per dirla con Vittorio Sgarbi anche prima del suo interessamento. Se vuole dare una mano per accrescerlo sarà cosa buona ma solo se verrà fatto sinceramente ed esclusivamente nell’interesse della città . E l’interesse di Ferrara e del suo Teatro non è per iniziative mediaticamente utili ma per scelte davvero solide, durature e apprezzate dai ferraresi anche per la trasparenza con la quale devono essere fatte.

Cover: Teatro Comunale Caudio Abbado, Rotonda Foschini – foto di Beniamino Marino

SCHEI / Cultura a Ferrara:
quando il mecenate è più potente dell’imperatore

Gaio Clinio Mecenate fu consigliere dell’imperatore Augusto. Sotto la sua gestione da ministro della cultura ante litteram, nella corte imperiale fiorì un consesso di intellettuali e poeti di tale livello (citiamo Orazio e Virgilio tra i tanti) da rendere, nel tempo, il suo nome sinonimo di chiunque si faccia protettore e patrono degli artisti, elemento di collegamento tra l’arte ed il potere, ma con una screziatura di protezione, appunto, dalle grinfie del potere stesso. Ti pago (anche) per cantare le lodi del potente, ma al contempo ti garantisco la libertà e l’indipendenza (anche economica) per esercitare il tuo talento e diffonderlo, per farne godere ai contemporanei ed ai posteri.

La recente nomina di Moni Ovadia a direttore del Teatro Comunale Abbado di Ferrara sembrava, fino a ieri, un paradigma di questo schema. Vittorio Sgarbi (il mecenate), presidente di Ferrara Arte e ministro de facto della cultura della giunta Fabbri, palesando il “traffico di influenze” (inteso in senso non illecito, ma come utilizzo delle relazioni privilegiate tra persone) alla base della sua scelta, disorientava e spiazzava, a destra e a sinistra, chiamando a gestire il Teatro un autorevole artista ebreo, antifascista, impegnato politicamente a sinistra e aspramente critico verso il pensiero intollerante e discriminatorio di quella Lega che governa la città attraverso i suoi rappresentanti locali. Una scelta di libertà, rivendicata come improntata alla prevalenza dell’uomo di cultura sul settarismo di ogni parte e propagandata in conferenza stampa come sostanzialmente disinteressata, perchè in questo caso l’artista non aveva bisogno di denaro (maliziosamente insinuato, da alcuni, come elemento concausale della convinta adesione alla proposta da parte di Ovadia); la sua storia – fatta di grandi successi teatrali e anche di gran rifiuti, come quello di un lauto seggio al Parlamento Europeo – parlava per lui.

Qualche giorno fa Mario Resca, manager ferrarese con una carriera prestigiosa in cui spiccano il ruolo di AD di McDonald’s Italia, amministratore in Eni, Mondadori, L’Oreal, presidente di Kenwood Electronics, attualmente (lui sì a titolo gratuito) presidente della Fondazione Teatro Comunale Abbado, ha rimesso il suo mandato, come quello di tutto il CdA, nelle mani del sindaco Fabbri, in sostanza il suo padrone – essendo il Comune socio fondatore ed unico della Fondazione. La ragione, come si legge dal comunicato diramato dallo stesso Resca, risiede nel fatto che l’incarico formalizzato a Moni Ovadia, comprendente “i limiti della durata e del compenso ad esso attribuibile”, veniva unilateralmente modificato, avendo Resca appreso “da alcuni rappresentanti del socio unico, dallo stesso Moni Ovadia e dal Presidente di Ferrara Arte che i termini della proposta contrattuale andavano totalmente ridiscussi, con un sensibile aumento del compenso e con un prolungamento del contratto a favore del Direttore, in contrasto con la delega ricevuta sulla base di quanto deliberato dal C.d.A. in forza delle sue competenze”. Di conseguenza il Consiglio della Fondazione “all’unanimità, ritiene corretto e istituzionalmente opportuno rimettere il proprio mandato nelle mani del Sindaco stesso…“. Della serie: mi hai sconfessato, Sindaco. Ti restituisco le deleghe, fanne quello che credi.

Il Sindaco Fabbri, senza batter ciglio, dopo aver ricordato le iniziative svolte sotto la gestione Resca, dal “concerto, storico, di Riccardo Muti, a quello di Maurizio Pollini, alle produzioni streaming, e tv, di Alessandro Baricco e Simone Cristicchi”(il tutto garantendo tra l’altro una gestione economica e finanziaria in equilibrio, pur in un anno tragico), ha serenamente accettato le dimissioni di Resca e del CdA. Esaminiamo per un attimo la logica del comunicato di Alan Fabbri: non vi è una sola parola di critica o di presa di distanza, neppure velata, dell’attività della Fondazione Teatro; anzi se ne riconfermano le iniziative d’eccellenza, compresa quella prossima, nel “giorno della memoria” (27 gennaio), con Moni Ovadia e Corrado Augias. Verrebbe da dire: se hai un personaggio con qualità del genere (da te riconfermate) a gestire una delle vetrine della cultura ferrarese, fai qualcosa per non fartelo scappare. Manco per idea: arrivederci e grazie.

Poi leggiamo che il presidente di Ferrara Arte, Sgarbi, afferma invece che Resca ha un approccio “rigido e antico”. Che lo ha scelto lui, certo, ma che ha già pronto il nome di chi lo può sostituire, immaginiamo un uomo dall’approccio elastico e moderno. Esaminiamo per un attimo la logica della parole di Sgarbi: si tratta di affermazioni coerenti con la scelta di accettare le dimissioni di Resca. Mentre le elogiative parole di Fabbri suonano incomprensibili e contraddittorie di fronte alla decisione di non voler trattenere Resca, viceversa le parole di Sgarbi suonano come perfettamente compatibili con la scelta di avvicendare Resca. Non si può nemmeno invocare la diplomazia del linguaggio istituzionale, normalmente reticente e ipocritamente sussiegoso nel licenziare un alto dirigente: sia Fabbri che Sgarbi, infatti, ricoprono un incarico istituzionale. Solo che il Sindaco dirama un comunicato il cui tenore contrasta in maniera sconcertante con la decisione di giubilare Resca. Sgarbi invece “parla come mangia”, per una volta in maniera urbana ma inequivocabile.

Ma chi è, quindi, il “padrone” del Teatro? Il Comune, che ne è socio unico, o Sgarbi? Non staremo qui a ricordare le perplessità (diciamo così) suscitate dalla vicenda dei biglietti per visitare il Castello collegate alla mostra della collezione Sgarbi ivi ospitata, caso singolare di socializzazione degli oneri (al Comune le spese per cataloghi, eventuali spostamenti della collezione eccetera) e privatizzazione degli incassi(il biglietto è unico e una lauta percentuale dello stesso va comunque alla Fondazione Sgarbi). Non ci soffermeremo sulla scelta di azzerare la dirigenza di Ferrara Arte, riconosciuta anche all’estero come fucina di una produzione di rassegne originali e uniche nel panorama nazionale e internazionale, sostituita da mostre standardizzate e sostanzialmente comprate come pacchetto da offrire al grande pubblico, ai Diamanti come negli outlet del resto della penisola. Quest’ultima opzione, peraltro, è stata premiata da una grande affluenza di pubblico (Banksy), per cui la si potrà criticare per l’impostazione, ma non si potrà certo dire che sia stata un fiasco commerciale.

Limitiamoci quindi alla vicenda Teatro. La domanda sorge spontanea: c’è un padrone formale(il Comune, il suo Sindaco) che tesse le lodi del presidente del CdA nel momento stesso in cui accetta con glaciale cordialità le sue dimissioni. E poi c’è il Presidente di Ferrara Arte che rivendica la bontà dell’allontanamento di Resca per far posto ad un uomo più malleabile, che non faccia tante storie sul compenso da riconoscere a Ovadia (si parla di centomila euro). Del resto non si vorrà mica che un artista di simile levatura lavori gratis?

Personalmente ritengo e continuo a ritenere che una scelta non possa essere giudicata a priori, ma a posteriori, dopo aver visto se il prestigioso teatrante metterà la sua passione e il suo talento al servizio di Ferrara e del suo Teatro: solo allora si potrà esprimere una opinione, positiva o negativa, sulla qualità del suo operare. Mi permetto di osservare subito, tuttavia, che le premesse di questo incarico non rassicurano sulla libertà totale e sull’indipendenza di cui potrà godere Moni Ovadia. E non tanto nei confronti del suo “imperatore” quanto, curiosamente, nei confronti del suo mecenate, che appare nei fatti come il vero padrone del vapore.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

LA RECENSIONE
Il Paradiso ai piedi delle madri

Può il linguaggio della danza essere così universale e interculturale da permettere a un uomo di interpretare il principio femminile e renderlo comprensibile al di là dei ruoli di genere nelle diverse società?
A questa domanda ha tentato di rispondere il coreografo e danzatore di origini tunisine Radhouane El Meddeb, che ha portato a Ferrara in prima nazionale e in esclusiva per l’Italia il suo “Sous leurs pieds, le paradis”, ultimo appuntamento del ciclo Focus Mediterraneo, dedicato dalla Fondazione Teatro Comunale Claudio Abbado ai linguaggi della danza di questo Mare Nostrum.

Già ospite della città estense nel 2012 con “Je danse et je vous en donne à bouffer”, pièce coreutica e gastronomica insieme, Radhouane El Meddeb in questo lavoro affronta il tema della donna, della maternità e della femminilità, partendo dallo statuto speciale assegnatole dalla tradizione profetica islamica, che pone “il Paradiso ai piedi delle madri”: perché l’uomo diventa padre semplicemente assecondando il proprio istinto, mentre la donna dà la vita rischiando la propria vita, con generosità nutre il corpo che cresce dentro di lei con il proprio corpo e poi assolve al proprio compito di cura con generosità e sacrificio.
Nell’incontro con il pubblico al termine dello spettacolo, coordinato dal critico di danza Elisa Guzzo Vaccarino, El Meddeb spiega che la performance è nata nel 2009, dopo la perdita del padre al quale era molto legato: “in quel periodo ho passato molto tempo con mia madre, l’ho conosciuta, l’ho osservata ed è nato il desiderio di danzarla”. Il risultato è questa coreografia, scritta a quattro mani con Thomas Lebrun, esponente della nouveau dance d’Oltralpe, un omaggio “a mia madre, alle mie sorelle, a tutte le donne arabe, molto attive al giorno d’oggi nelle battaglie sociali, ma nello stesso tempo sempre a latere”, mai al centro della scena, come invece accade nello spettacolo. Contemporaneamente, ha continuato El Meddeb, “danzo la mia parte femminile” e in questo modo “la mostro e la accetto come parte di me”: “grazie alla danza si può ballare e incarnare tutto ciò che vogliamo essere e che vogliamo dire, perché la danza racconta l’essere umano”.
Per questo, che vuole un omaggio alla figura femminile anche nella sua forza e complessità, ha scelto una figura simbolica, “la diva” per eccellenza del mondo arabo: la cantante egiziana Oum Kalthoum. È la sua voce potente e struggente ad accompagnare la danza di El Meddeb, nell’interpretazione dal vivo di “Al Atlal”, poema d’amore in lingua araba classica, scritto appositamente per lei dal poeta egiziano Ibrahim Naji. Oum “è un esempio di femminilità”, ha spiegato al pubblico il coreografo tunisino, ma nello stesso tempo di forza, indipendenza, al di fuori dei ruoli di genere tradizionali: “da giovane leggeva il Corano vestita da uomo nelle moschee”, “si dice addirittura che amasse le donne”.

Sul palco il coreo-danzatore alterna la danza a momenti di pausa, quasi volesse dare allo spettatore il tempo di metabolizzare ciò che sta vedendo; invoca il paradiso alzando le mani al cielo e offre qualcosa di sé al pubblico con ampi movimenti che partono dal suo corpo, gira su sé stesso come un derviscio. El Meddeb usa la danza mediorientale, ma epurata di stereotipi e riferimenti etnici puntuali, raggiungendo un notevole grado di astrazione, aiutato in questo anche dalla sobrietà dell’allestimento: semplice, nero, con le luci a vista. In un tempo che è come sospeso, questa coreografia è un’intuizione, una messa in contatto con qualcosa che è in ognuno di noi, che ci è famigliare, ma che non riusciamo a cogliere razionalmente.
Sul fondo della scena spicca per candore e morbidezza un enorme telo bianco: come un grembo materno e come un sudario avvolgerà il corpo nudo del danzatore, abbandonatosi a quell’amore puro e incondizionato che solo una madre può offrire.

Badke Photo by Danny Willems

LA RECENSIONE
Badke: attraverso la danza una finestra sulla Palestina contemporanea

Grida nell’oscurità, la silhouette di una schiera che batte il ritmo con i piedi sulle tavole del palcoscenico. Poi le luci si alzano e capiamo che quella che sembrava la preparazione a un combattimento non è altro che la preparazione per una danza.
È l’inizio di “Badke” – a Ferrara in prima nazionale e in esclusiva per l’Italia – la prima coreografia di “Focus Mediterraneo”, il ciclo di approfondimento della Fondazione Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara all’interno della rassegna di Danza Contemporanea. Un’ora di pura energia, di danza gioiosa e irrefrenabile, tanto più vitale in quanto costantemente minacciata da un indefinito e indefinibile senso di urgenza e precarietà.

“Badke” è una rielaborazione di Dabke, danza popolare palestinese che accompagna i matrimoni e le celebrazioni festive, ma anche danza espressione dell’identità nazionale che racconta di un popolo in guerra, intrappolato. Da qui i dieci performer palestinesi, con i coreografi Koen Augustijnen e Rosalba Torres Guerrero e la scrittura drammaturgica di Hildegard De Vuyst della compagnia belga Les Ballets C de la B diretta da Alain Platel, sono partiti per un progetto di ibridazione e contaminazione, inserendo varie altre forme di espressione, dall’hip hop, al modern, al balletto classico fino alle arti circensi. “Badke” è diventato così il manifesto del desiderio dei Palestinesi di appartenere a qualche luogo, ma allo stesso tempo di essere parte del mondo contemporaneo, oltre i ristretti confini della propria terra.
Mano a mano alcuni interpreti escono dalla catena della danza tradizionale, si staccano dal gruppo, eseguono assoli o duetti, acrobazie e combattimenti di capoeira, e poi si ritorna al dabke, al gruppo che esegue i passi tradizionali. Ecco la decostruzione e ricomposizione del dabke sotto i nostri occhi, ognuno afferma la propria identità, la propria appartenenza alla contemporaneità, ma sempre rimanendo fedeli alle proprie radici, tra autodeterminazione e senso di comunità.
“Badke” è anche metafora della situazione del popolo palestinese. Questa vorticosa e vulcanica gioia di vivere è intrappolata dalla ripetizione della musica: 15 minuti di ‘mijwiz’ di Naser Al-Faris, uno dei più famosi e popolari interpreti del badke per matrimoni, originario della West Bank, ripetuti e stirati da Sam Serruys per arrivare ai 50 minuti della performance. I ballerini vivono un’eterna festa che diventa una gabbia da cui non possono uscire: metafora di una condizione esistenziale da cui, per ora, non c’è scampo.
E quest’energia vitale diventa ancora più intensa, più urgente, perché è una strategia per dimenticare, e nella migliore delle ipotesi superare, le difficoltà e la violenza della vita quotidiana, che di tanto in tanto vediamo apparire all’improvviso in alcuni soli, nelle interazioni fra ballerini, oppure materializzarsi nell’interruzione improvvisa della coreografia: la luce se ne va, la musica si interrompe, ma dopo qualche momento iniziale di tensione e smarrimento sono gli stessi interpreti a cantare e darsi il ritmo battendo su ciò che hanno a disposizione, non importa se è il distributore dell’acqua su fondo del palco.
Il messaggio che i ballerini ci lasciano è: “Non ci faremo abbattere. Balleremo fino allo sfinimento”. E tornano alla mente le parole di Pina Bausch: “Balliamo, balliamo, altrimenti siamo perduti!”.

LA SEGNALAZIONE
Tra classici e cinema, passando per la musica: la nuova stagione di prosa del Teatro Claudio Abbado di Ferrara

(pubblicato il 26 maggio 2016)

La Carmen diretta da Mario Martone ha chiuso la stagione di prosa del Teatro Comune Claudio Abbado ma è già possibile sbirciare cosa ci offrirà la stagione di prosa dell’anno 2016/2017. È stato un anno particolarmente positivo per il Teatro Comunale di Ferrara, che ha visto crescere il numero degli abbonamenti e ha richiamato un vasto pubblico di affezionati e nuovi appassionati. Con la prossima stagione di prosa si vuole continuare questo processo di riavvicinamento ai teatri e per questo sono stati scelti spettacoli che spaziano dal classico ai nuovi generi di rappresentazioni.
A inaugurare la prossima stagione sarà proprio uno spettacolo che non rientra nel teatro all’italiana, il musical “Cabaret” di Joe Masteroff con l’adattamento di Saverio Marconi, in scena dal 20 al 23 ottobre. Il celebre musical che vedeva protagonista una giovane Liza Minelli viene portato in scena dalla Comapagnia della Rancia, che porterà a Ferrara l’atmosfera di una Berlino anni Trenta. Dalla malizia e dalla licenziosità del cabaret si passerà a una più classica messa in scena: “Il berretto a Sonagli” di Luigi Pirandello (24-26 novembre), con la regia di Valter Malostri, giovane talento poliedrico, che dirige e recita portando in scena una versione in dialetto dell’opera, a lungo dimenticata e recuperata negli anni Sessanta, per essere pubblicata solo nel 1988. La lingua dialettale mostra nuovi aspetti dei personaggi, a cui si restituisce l’originaria natura priva di censure.

Teatro e cinema si contaminano, si intrecciano e riadattano le storie che ne fanno parte, per mostrarle da una differente prospettiva. Così avremo la possibilità di vedere l’opera del regista Ettore Scola, “Una giornata particolare”, dal 15 al 18 dicembre. Questo testo non nasce esclusivamente per il cinema, ma aveva anche una partitura teatrale, curata dalla moglie, la regista e sceneggiatrice Gigliola Scola. La compagnia gli Ipocriti allontana la rappresentazione da quella cinematografica, mostrando la relazione opposta tra due solitudini, e affida i ruoli principali a due interpreti noti sia per i loro ruoli teatrali sia per quelli televisivi, Giulio Scarpati e Valeria Solarino.
Il quarto appuntamento inaugura l’anno nuovo, l’11 e il 12 gennaio andrà in scena un’altro classico: “Casa di Bambole” di Henrik Ibsen, che il regista Roberto Valerio ripulisce dalle aggiunte del ‘900, in cui la coscienza femminile e la cultura femminista prende posizione. Eliminata la patina lasciata delle varie trasposizioni, la libertà individuale e la difficoltà che costa raggiungerla torna a essere il tema entro cui si muove la rappresentazione.
Non solo nuove voci e talenti emergenti, sul palco del Teatro Comunale torna anche un volto noto e amato dal pubblico ferrarese, Luca Zingaretti, che porterà in scena “The Pride” (26-29 gennaio), del drammaturgo Alexi Kaye Campbell, in cui l’attore è interprete e regista. Dopo il debutto dello scorso anno, la rappresentazione arriva a Ferrara, raccontando le storie di due amori omosessuali, uno vissuto nell’Inghilterra degli anni Cinquanta, l’altro ai tempi d’oggi. Ma l’opera va oltre questo tema, soffermandosi su tutti i rapporti interpersonali che vedranno coinvolte queste coppie.

Chi dice che il teatro non è anche divertente? A febbraio, dal 3 al 5, arriva una commedia di Alan Bennet, “Nudi e crudi”, tradotta da Edoardo Erba, che racconta con ironia e leggerezza la vita di una coppia di mezza età.
Torna anche la compagnia di Luca De Filippo, dal 16 al 18 febbraio, che porta in scena l’ultima opera riadattata dell’attore prima della sua morte. Un testo del padre Edoardo, “Non ti Pago”, commedia brillante che racconta gli screzi tra il gestore di un botteghino di banco del lotto e un suo dipendente. Testo del 1940, ancora oggi fedele all’originale, racconta con la pungente ironia dei De Filippo una realtà tragica e comica al contempo. La parte che fu di Luca è messa in scena da Gianfelice Imparato, accompagnato da Carolina Rosi.
Un altro omaggio al cinema e alla letteratura è quello di Alessio Boni e Roberto Aldorasi, che portano in scena i “Duellanti” (23-25 febbraio), adattamento del romanzo di Joseph Conrad, di cui è celebre la trasposizione cinematografica di Ridley Scott. I protagonisti dell’insanabile conflitto nato dal niente sono lo stesso Boni e Marcello Prayer, che mostrano come la vita sfugga dal controllo che gli esseri umani tentano d’imporle.
Dal 10 al 12 marzo sarà il tempo del furor di “Fedra”, adattato e diretto da Andrea De Rosa. Laura Marinoni interpreterà questo archetipo femminile: una donna che prova una passione tanto intensa che la rende folle.
La stagione di prosa chiude così come è iniziata, con la musica. Neri Marcorè porta in scena “Quello che non ho”, in cui i testi di De Andrè dialogano con quelli di Pier Paolo Pasolini, reinventando il teatro-canzone.

Non poteva mancare un omaggio a Ludovico Ariosto e al suo Orlando Furioso che compie 500 anni. Il 6 dicembre sarà possibile assistere ad una doppia rappresentazione de “La pazzia di Orlando”, la prima riservata alle scuole, la seconda, fuori abbonamento, durante uno spettacolo serale. Mimmo Cuticchio, con la compagnia Figli d’arte Cuticchio/ Opera dei Pupi, metterà in scena uno dei capitoli più belli dell’opera di Ariosto attraverso i suoi pupi.

Gli spettacoli, come ogni anno, saranno accompagnati da incontri, laboratori e momenti di approfondimento, ma quest’anno ci sarà una novità: il Teatro Comunale si apre a internet. Un gruppo di giovani, già collaboratori di realtà del territorio, come la rivista Occhiaperti.net, con l’associazione Netcity si occuperà di avvicinare il Teatro al mondo del web e dei social network, per ampliare le possibilità di comunicazione, di informazione e di diffusione culturale. Il primo passo? Da oggi è già possibile acquistare l’abbonamento alla stagione di prosa online.

Per ulteriori informazioni su abbonamenti e orari consultare il sito della Fondazione Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara 

ArtisticioèAmici chiude con il giovane talento Angel Wang

da Bal’danza

Angel Wang
Angel Wang

Domenica 5 giugno, alle ore 11, presso il Ridotto del Teatro Comunale, terzo ed ultimo concerto del progetto “ArtisticioèAmici”, curato da Bal’danza e Teatro Comunale – Agenda Ridotto.

Protagonista di questo ultimo appuntamento il giovanissimo pianista americano, appena tredicenne, Angel Wang. Attualmente studia presso la Special Gnesin’s Music School di Mosca nella classe della professoressa Tatiana Zelikman, Honored Worker of Culture of Russia. Ha già al suo attivo’ numerosi premi internazionali.
Nel tempo libero gli piace comporre musica, studiare la vocalità, fare giochi di prestigio, giocare a tennis, scacchi, nuotare, e adora seguire le performances del Circus de Soleil.

Musiche di Mozart, Musorgskij, Rachmaninov, Debussy, Šostakovič, Chopin.
Ingresso libero.

Leggi il Programma di sala

EVENTUALMENTE
Secondo appuntamento con ArtisticioèAmici

da Bal’danza

Domenica 22 maggio, alle ore 11, presso il Ridotto del Teatro Comunale, Bal’danza e Teatro Comunale – Agenda Ridotto secondo appuntamento del progetto: “ArtisticioèAmici”.

Il progetto, che si articola in 3 concerti, è dedicato all’incontro con e fra giovani artisti. Si fonda sulla caratteristica fondamentale della musica, quella di essere un linguaggio realmente universale. Ciò significa che l’incontro con e fra artisti ‘lontani’ geograficamente, ma anche culturalmente è non solo possibile, ma porta frutti immediati e fruibili.

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Giacomo e Matteo Cardelli

Protagonisti di questo secondo concerto due giovani musicisti ferraresi, i fratelli Cardelli: Giacomo al violoncello e Matteo al pianoforte. Musiche di Beethoven, Martucci e Bridge.

L’ultimo appuntamento di “ArtisticioèAmici” sarà il 5 giugno.

Ingresso libero

Leggi il programma di sala

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Il Teatro Comunale di Ferrara, l’argento vivo e il cambiamento necessario. Parla Roberta Ziosi

Si pensa al Teatro e si visualizzano poltroncine di velluto, luci dorate, si sente già il rumore dei passi di danza sulle tavole del palcoscenico e il ticchettio della bacchetta del maestro d’orchestra, sovviene il ricordo della passione nella voce di un tenore, la meraviglia suscitata dai costumi di questa o quella opera, lo scroscio degli applausi.

Tutto quello che la parola teatro evoca “E’ il frutto del lavoro di una macchina complessa, – ha spiegato Roberta Ziosi, presidente della Fondazione Teatro Comunale di Ferrara – che vede impegnati dietro le quinte, insieme agli artisti, tecnici e professionalità che spaziano afferenti a tanti settori produttivi: tecnici, designer luci, amministrativi, esperti di comunicazione, archivisti…personale di sala”. Tutti loro contribuiscono ad una organizzazione che ha mille voci e contribuisce alla vita della città, del sistema culturale locale e nazionale, talvolta anche in modi inaspettati.

Il Teatro Comunale di Ferrara è uno dei 29 “teatri di tradizione” legalmente riconosciuti in Italia. Essi hanno il compito di promuovere, agevolare e coordinare le attività musicali, in particolare liriche e più in generale performative, nel territorio delle rispettive province. La loro peculiarità è il radicamento in aree del territorio dove è forte una tradizione artistico-culturale, come quella di Ferrara, che dimostrino di aver dato particolare impulso alle locali tradizioni artistiche e musicali. “Spesso la definizione di teatro di tradizione porta ad avere un’idea parziale della natura di questi organismi. – ha raccontato la Ziosi nel corso di una visita presso la Biblioteca Archivio del Teatro – Noi abbiamo sicuramente il compito di preservare uno degli aspetti culturali peculiari del nostro paese, il vissuto legato alla storia del” teatro all’italiana”, quello del melodramma, e ogni struttura compie il suo lavoro con attenzione e competenza. Essere un teatro di tradizione però significa anche molto altro, in linea con i mutamenti della società e delle esigenze culturali che essa presenta. Significa avere un patrimonio da conservare, gestire e comunicare legato alle arti performative e al sistema culturale ad essa collegato. Un esempio: il Teatro di Ferrara ha uno degli archivi di fotografia di scena più ricchi d’Italia, una collezione di manifesti che va dal 1967 ad oggi, stiamo lavorando da tempo alla costruzione di un archivio di audiovisivi: si tratta di una immenso capitale che abbiamo il dovere di conservare e far conoscere alla città e al pubblico internazionale”.

La tradizione al servizio dell’innovazione e l’innovazione al servizio della tradizione, uno scambio che funziona?
“Si tratta di un rapporto fortunatamente inevitabile. Se abbiamo innovazione è perché siamo coscienti della nostra trazione che si traduce in know how. L’innovazione utilizza un immaginario, tecnica, dei linguaggi che fanno parte della storia di una forma artistica. Quelle che noi chiamiamo cross-medialità e la cross-culturalità non sono forme nuove, le arti si sono sempre reciprocamente parlate, influenzate, hanno sempre interagito, si sono sempre arricchite e formate l’una sull’altra. La creatività permea tutte le forme d’arte ed è il processo fondante, fulcro centrale, foriero di mille punti di partenza. Ma la ‘creatività’ è un processo presente in tutti i campi del vivere e dell’operare. Per l’attività teatrale teatrale atro sicuramente è ‘il processo – come direbbero gli economisti – ‘core’”.

Per il Teatro Comunale di Ferrara, la creatività è quindi a tutti gli effetti al centro di ogni processo?
“Si. Noi siamo diventati un’impresa culturale e creativa che offre spettacoli dal vivo, il teatro è la casa delle arti performative ma, al tempo stesso, facciamo tanto altro, le nostre attività si differenziano, sono molteplici. Ne cito alcune: oltre ai progetti che riguardano l’Archivio e la biblioteca (aperti al pubblico e con un’attrezzatissima sala di consultazione), le iniziative di didattica per le scuole di ogni ordine e grado, le collaborazioni con l’Università di Ferrara e con le numerosissime associazioni del territorio, la Fondazione ha puntato anche all’aspetto commerciale, proponendo l’affitto degli spazi per progetti di qualità, cercando di preservarne la natura storica e la qualità del luogo aprendo le porte a iniziative di spessore. La creatività è uno strumento importantissimo e incredibilmente legato alla realtà delle cose. – ha proseguito la presidente della Fondazione – I grandi artisti hanno le idee chiare, sono sistematici e sistemici, sono capaci di avere un’idea chiara e definita in se stessa e trovano il mezzo espressivo per esprimerla e comunicarla nella maniera più corretta possibile. Un artista è una persona perfezionista, che nello sviluppare il proprio lavoro mette in atto un processo creativo: la visualizzazione di un risultato, ossia l’idea alla quale vuole giungere e lo sviluppo del percorso per realizzarla e comunicarla”.

Come si applica la creatività dell’artista alle attività di una fondazione che si occupa di cultura?
“Abbiamo applicato questo approccio anche ad ambiti inconsueti, perché siamo consapevoli che il capitale artistico e creativo che possediamo va capitalizzato, anche dal punto di vista dell’organizzazione. La crisi prima e il terremoto poi ci hanno messo in condizioni di dover ripensare a quello che siamo e che avremmo voluto essere. In generale, penso che le criticità creino l’esigenza di capire dove sei, a che punto sei del tuo percorso, che cosa possiedi e quali strumenti hai per superarle, in che modo puoi superare il momento critico per gestire il cambiamento ed evolvere. In generale non esiste la stasi per nessun organismo e siamo sempre in una fase di cambiamento, la staticità è un’illusione perché siamo inseriti in un sistema e dobbiamo interagire con questo sistema, che sia il sistema città, nazione, il sistema teatro a livello nazionale e internazionale. Per interagire dobbiamo capire però quali strumenti abbiamo e come li dobbiamo usare. Noi a Teatro stiamo facendo questo”.

Per raccontare quali processi hanno messo in campo e quali risultati sono stati applicati, la Fondazione Teatro Comunale di Ferrara e l’ Associazione Teatri Italiani di Tradizione hanno organizzato un workshop al Ridotto del Teatro Comunale “Claudio Abbado”, per sabato 19 dicembre dal titolo “Strategie di innovazione nel sistema teatrale – Percorsi e soluzioni per nuovi modelli gestionali”, che vedrà l’analisi della crisi economica come opportunità di sviluppo di nuove soluzioni gestionali dei Teatri di Tradizione e in che modo il sistema teatrale, attraverso la tradizione innovativa, possa diventare un importante motore per per l ripresa dell’economia culturale del Paese.

“Il cambiamento è ineluttabile, fronteggiarlo, nuotare contro corrente è un inutile spreco di energia che è meglio preservare e impiegare per navigare in mezzo a questa corrente nel migliore dei modi. – ha spiegato ancora Roberta Ziosi – Per capire come cambia il sistema, per gestire al meglio il cambiamento, noi della Fondazione dopo il terremoto abbiamo cominciato a pensare a com’è fatta questa macchina, a come funziona, come interagisce con la città, la geografia dell sue attività. Noi che siamo interni sappiamo come funziona, nell’ambito del nostro spazio ma non in maniera sistemica: era oggi necessario riuscire ad avere una fotografia di un’organizzazione che si rendesse accessibile a tutti i soggetti di questa organizzazione ma, soprattutto, a tutti gli stakeholders interessati”.

Ma come si realizza praticamente il cambiamento che può portare una reale crescita nonostante il periodo di crisi, che pure si può leggere come stimolo, ma che è comunque un aspetto limitante allo sviluppo di un’impresa come la sua?
“Avevo proposto un nuovo approccio manageriale alla nostra organizzazione diversi anni fa e il Consiglio della Fondazione aveva approvato la mia idea. Avevamo quindi deciso di aderire alle normative richieste per ottenere le certificazioni ISO 9100, che riguarda la qualità dell’organizzazione e dei processi utilizzati nella gestione del lavoro e delle attività. Il terremoto ci ha rallentati per un po’ ma in realtà è servito anche da motore di sviluppo, ci ha fatto comprendere che non era sufficiente, per le nostre necessità, utilizzare solo la norma ISO 9001, quindi abbiamo deciso di ‘essere creativi’ anche sul percorso di analisi organizzativa e sperimentare un Sistema di Gestione Integrato che includesse anche la ISO 20121, a comprendere e definire la filosofia che è sta ‘dietro le quinte’ dell’ “impresa Teatro Comunale di Ferrara ‘Claudio Abbado’, il modo di comunicarla e di aderire alla stessa, definendo con i fatti la direzione che si sta seguendo. La certificazione va infatti a verificare la politica di gestione che un azienda ha e ne attesta la sostenibilità ambientale, economico e sociale. Per fare questo ci siamo affidati a dei consulenti che ci hanno accompagnati in questo processo di innovazione, Simona Tosi e Cesare Buffone per PUNTO3 che ringrazio per aver aderito a questo progetto anche per loro sperimentale, a cui poi si è entusiasticamente affiancato anche Bureau Veritas, in qualità di ente certificatore accreditato a livello europeo: differenti settori del mondo produttivo, mondi diversi che hanno portato avanti un progetto comune all’insegna della sperimentazione, della creatività e dell’innovazione.”

Che impatto ha avuto, ed ha tutt’ora, questo processo sulle persone che lavorano nella vostra organizzazione? 
“Tutti noi, ci siamo dovuti interrogare su ciò che facciamo ogni giorno nel corso nel nostro lavoro. Abbiamo dovuto definire il nostro ruolo nell’ambito del nostro spazio professionale e all’interno del sistema. Questo stesso studio è stato fatto quindi sul sistema dagli stessi soggetti che lo costituiscono: le persone che ogni giorno ci lavorano e che permetto di realizzare concretamente tutte le attività. Abbiamo cercato le parole per definire chi siamo, cosa facciamo e come lo raccontiamo all’interno del sistema e fuori da esso. Questo per poter avere tutti un quadro condiviso del mondo in cui ci muoviamo e – al tempo stesso – una idea condivisa di quello che possiamo proporre al mondo esterno, agli stakeholder, che per noi sono il pubblico pagante, il Comune di Ferrara che è il nostro socio di maggioranza, le altre istituzioni culturali e i cittadini. Definito ciò che siamo e perché lo siamo, abbiamo potuto trovare nuovi modi, più efficaci, di proporre e proporci, diventando soggetto economico ‘consapevole e comunicabile’ della città, un soggetto esterno internazionalmente accreditato per questa funzione – Bureau Veritas – ci ha certificati come ‘soggetto’ produttivo nazionale e internazionale innovativo e sostenibile ma la sfida non è finita… rimaniamo e rimarremo in costante movimento per continuare ad evolverci”.

Quanta fatica costa un processo del genere, visto che richiede nuovo approccio in ogni attività dell’organizzazione?
“Tanta fatica, tanto entusiasmo e tanto scoramento. L’importante è non perdere mai di vista la meta, apprezzando e facendo apprezzare i piccoli risultati intermedi. Alla fine però si arriva alla consapevolezza che tutta quella fatica nel cambiamento dei processi serve a fare meno sforzo in seguito, quando i meccanismi nuovi saranno acquisiti. Inoltre è stimolante, emozionante: avere il disegno di quello che sarà e trovare la strada giusta per realizzarlo, per il bene di tutta la comunità e del sistema teatro stesso, sperimentare formule nuove, è davvero esaltante.”

Quindi, cosa ci riserva il futuro della Fondazione e del Teatro Comunale di Ferrara?
“Dal punto di vista normativo, seguiremo il nostro piano di miglioramento triennale che abbiamo approntato attraverso il nostro sistema di gestione integrato che prevede e che fonde anche indicatori precisi di qualità per la 9001 e per la 20121: si tratta di uno strumento unico che è una sintesi degli strumenti delle due normative e che verrà verificato nella sua funzionalità di anno in anno. Lo useremo per costruire altri strumenti per realizzare dei percorsi che ci permettano di recuperare dei dati oggettivi per comunicare tutto il processo in se stesso in maniera diretta e più chiara internamente e esternamente. In parole semplici, la prossima fase sarà di lavoro sulla applicazione del sistema alla vita di tutti i giorni, sulla comunicazione dei suoi risultati e sulla creazione di migliori reti di partenariato e sinergie. Verificheremo anche quanto questo diverso approccio alla nostra stessa organizzazione ci porti una nuova energia per pensare e realizzare nuovi progetti, nuove prospettive. Speriamo anche che questa nostra esperienza possa diventare l’apripista per gli altri teatri di tradizione verso un’innovazione creativa dell’organizzazione”.

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