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Io so (ma non sono un complottista)

Le frasi che leggerete sotto sono facilmente strumentalizzabili – del resto, se uno come Nietzsche è stato considerato un filosofo filonazista capiamo a che livello di insipienza, o di strumentalizzazione politica, possa arrivare il potere. Eppure sono frasi che designano il ruolo di un intellettuale: quello di unire i puntini tra i fatti per disegnare un quadro, che li renda significativi e dotati di senso e non singoli eventi slegati e casuali. In questa fase del dibattito pubblico social (che chiamo così per conferirgli una dignità che non possiede), tuttavia, le frasi sottostanti potrebbero essere condivise dal complottista o dal negazionista da tastiera, come se potessero legittimare il suo complottismo o il suo negazionismo. Questo non fa che sottolineare l’importanza di insegnare un pensiero che non sia puro calcolo, che conservi la capacità di approfondire i temi, che sia capace di selezionare le fonti, che colga l’importanza dell’emotività. L’importanza del pensiero umanistico, l’importanza degli umanisti.

“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere“.

Pier Paolo Pasolini

ELOGIO DEL PRESENTE
Perché le notizie false circolano così velocemente sui social network

In un tempo ricco di fonti di informazione, come mai la gente crede così facilmente a notizie infondate? Ciò è dovuto ai pregiudizi di conferma (confirmation bias): la tendenza a trovare informazioni che confermino le nostre idee su un certo tema, e a rifiutare le notizie che potrebbero invece contraddirle. In sostanza tendiamo a far parte di comunità che la pensano come noi, convincendoci reciprocamente di essere nel giusto.
Uno studio sul comportamento delle persone su Facebook (“Social determinants of content selection in the age of (mis)information”) ha analizzato il comportamento di un gruppo di utenti Facebook dal 2010 al 2014 con l’obiettivo di rispondere ad una domanda: navigando online le persone si confrontano con idee opposte alle loro, oppure tendono a formare gruppi chiusi dove confermarsi a vicenda le proprie posizioni? I ricercatori concludono che le persone tendono a frequentare comunità omogenee e a dare più valore alle notizie filtrate dagli amici. In sostanza gli utenti di Facebook tendono a condividere notizie che contengano un messaggio con cui concordano e a rigettare quelle che contengano messaggi contrari. Il risultato è la formazione di “gruppi omogenei e radicalizzati”. All’interno di questi gruppi le nuove informazioni si diffondono velocemente: l’esito è la proliferazione di teorie basate su informazioni infondate e paranoie.
Si tratta di un fenomeno noto come “polarizzazione collettiva”: persone con le stesse idee su uno stesso argomento tendono a parlare tra loro e finiscono con sviluppare delle convinzioni più forti di quelle che avevano in partenza sull’argomento stesso. La spiegazione psicologica è intuibile: attraverso il consenso degli altri tendiamo ad accrescere la nostra autostima, il pregiudizio di conferma si auto-rinforza, producendo un circolo vizioso: si inizia con una credenza e si trovano poi informazioni che la suffragano, ciò finisce con il rafforzare quella credenza e a radicalizzarla proprio in virtù della unanimità percepita. Se pensiamo al dibattito politico o a fatti di cronaca che suscitano emozioni forti, comprendiamo facilmente: su Facebook le opinioni altrui sono spesso ignorate e, quando vengono considerate, finiscono per rafforzare in ognuno le proprie convinzioni.
Si può concludere che i social producono disinformazione? Si dovrebbe in ogni caso avere maggiore cautela rispetto alla presunta democraticità della rete e alla sua efficacia rispetto all’espressione della volontà popolare. Si conferma la necessità di un’informazione riflessiva che non chieda schieramenti, ma solleciti un approccio critico, ricordando che la società di massa tende pericolosamente alla convergenza delle opinioni.
Una riflessione ancora più seria riguarda l’apprendimento: la necessità di mantenere il valore di uno studio individuale, di promuovere una cultura aperta che tratti ogni convinzione come provvisoria, di insegnare l’interesse alle confutazioni piuttosto che alle conferme. Se non siamo consapevoli delle dinamiche inevitabili che muovono la formazione dei nostri giudizi e del valore delle emozioni rispetto a questi, la rete finirà per essere un luogo assai meno libero di come possa apparirci.

Maura Franchi vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

LA LETTURA
Benvenuti nella verde era della “terza rivoluzione industriale”

In un mondo oggi caratterizzato sempre più da esaurimento di combustibili fossili, da esplorazioni “di frontiera” e da cambiamenti climatici imponenti, Jeremy Rifkin, noto economista e presidente della “Foundation on Economic Trends” di Washington, traccia i profili dell’ormai necessaria Terza Rivoluzione Industriale e dei suoi pilastri. E lo fa in un testo interessante, costituito da 9 capitoli, decretando la fine dell’era del carbonio e individuando nella cosiddetta “terza rivoluzione industriale” la via verso un futuro più equo e sostenibile, dove milioni di consumatori possano produrre energia verde in case, fabbriche e uffici e condividerla con gli altri. Secondo l’autore, si dovranno creare le infrastrutture di un’era collaborativa, peraltro oggi emergente, se si vuole progredire.
rifkin2I cinque pilastri di questa nuova rivoluzione, al centro del capitolo intitolato “una nuova narrazione”, sono identificati nel passaggio alle fonti di energia rinnovabile; nella trasformazione del patrimonio immobiliare esistente in tutti i continenti in impianti di micro-generazione per raccogliere in loco le energie rinnovabili; nell’applicazione dell’idrogeno e di altre tecnologie d’immagazzinamento dell’energia in ogni edificio e in tutta l’infrastruttura, al fine di conservare l’energia intermittente; nell’utilizzo delle tecnologie internet per trasformare la rete elettrica di ogni continente in una inter-rete per la condivisione, fra pari, dell’energia; nella transizione della flotta dei veicoli da trasporto passeggeri e merci in veicoli plug-in e con cellule a combustibile che possano acquistare e vendere energia attraverso la rete elettrica continentale interattiva.

Se tutto questo sembra alquanto futuristico, a una prima lettura, l’interesse delle argomentazioni, che peraltro hanno, da qualche tempo, convinto l’Unione europea indicata come pioniera nel darsi l’obiettivo di trarre un terzo dell’elettricità che consuma da fonti verdi entro il 2020, convince a poco a poco il lettore che segua attentamente l’autore nell’analisi dei dati europei relativi all’installazione di impianti eolici (38% della nuova capacità di generazione installata nell’Unione europea nel 2009), di produzione di energia idroelettrica, geotermica, da biomassa, da conversione dei rifiuti urbani, settore quest’ultimo che si rivela come uno dei più promettenti. Un’attenzione ai “mutui verdi” potrebbe agevolare la conversione degli edifici, nel volerli pensare come “piccole centrali di generazione” autosufficienti, ove banche e istituti di credito eroghino mutui a tasso agevolato, ipotizzando un periodo di 8-9 anni per il recupero dell’investimento grazie al risparmio sulle bollette. E ciò per rimanere al primo e secondo pilastro. Essendo le energie rinnovabili intermittenti, ecco il terzo pilastro: la possibilità di immagazzinare energia nei momenti d’interruzione (sole e vento ad esempio non sono sempre presenti, appunto), grazie a nuove tecnologie e alla possibilità di utilizzo dell’idrogeno. Il quarto pilastro riguarda invece la creazione di una rete info-energetica
che permetta a milioni di individui che producono energia per il proprio consumo di condividere quella in eccesso. Un sistema di trasporti elettrici, chiude il ciclo e costituisce l’ultimo pilastro. A chiudere il libro, un capitolo che ipotizza il passaggio dalla globalizzazione alla continentalizzazione, ove una collaborazione sempre più stretta “bilaterale” fra continenti – e viene citata, in proposito, l’iniziativa europea-nordafricana Desertec – come chiave del presente e del futuro, nell’idea di creare partnership sempre più strette e collaborative fra unioni continentali.

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J. Rifkin, La terza rivoluzione industriale. Come il “potere laterale” sta trasformando l’energia, l’economia e il mondo, Mondadori, 2011, pp. 329.

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L’INTERVISTA
Il rapimento Moro: Gotor ‘E’ il momento di cedere il passo alla ricerca storica’

Dal rapimento e dalla morte di Aldo Moro sono trascorsi ormai 36 anni. In questo arco di tempo si sono svolte ben otto inchieste giudiziarie, con un non processo ancora in corso, e hanno lavorato due Commissioni di inchiesta parlamentare, dotate di poteri inquirenti, che hanno raccolto una gran mole di testimonianze e di documenti. Miguel Gotor, docente di Storia moderna all’Università degli studi di Torino, è il curatore di “Lettere dalla prigionia”, l’edizione critica delle missive scritte dal segretario della Dc durante il suo rapimento, e autore di “Memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano”, entrambi editi Einaudi. Nella veste di senatore Pd è stato poi il relatore della legge che a maggio ha istituito una nuova commissione d’inchiesta sul caso Moro.

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Miguel Gotor

Nonostante ciò nel suo intervento al terzo appuntamento del ciclo “Passato Prossimo” [vedi] ha affermato che ormai è finito il tempo della giustizia e della politica, è arrivato il momento di cedere il passo alla ricerca storica. Abbiamo colto l’occasione per fargli alcune domande proprio sui temi della storia e della memoria sul caso Moro: “storia e memoria non devono essere identificati, sono due concetti diversi.
Se abbiamo coniato due termini così impegnativi, significa che come comunità umana siamo consapevoli che sono come i binari di un treno: corrono insieme, ma sono destinati a non incrociarsi mai, perché quando si incrociano il treno deraglia”.

Senatore, riguardo le prime ricostruzioni di quei 55 giorni cruciali per la storia italiana, lei ha parlato di una “dittatura della testimonianza” e di un Moro “prigioniero della memorialistica dei suoi carcerieri”…

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Lettera a Zaccagnini scritta da Aldo Moro durante la prigionia

È un doppio paradosso che mi ha spinto alla ricerca. Come cittadino ho notato che Moro continuava a essere prigioniero di due attitudini. La prima era quella della dietrologia, cioè un racconto sempre più fantastico, irrazionale, dove si mescolavano spesso anche in modo sapiente, cioè con finalità di depistaggio, il vero, il falso e il verosimile. Questo impediva e continua a impedire una ‘comprensione pacata’ di quella tragica vicenda e la ricostruzione di una verità storica credibile. La seconda era relativa appunto alla memorialistica: negli anni ’90 una serie di brigatisti protagonisti diretti del sequestro Moro iniziano a scrivere libri-interviste o libri di memorie, a me è sembrato che fosse come se giocassero al gatto con il topo. Essendo morto il testimone integrale di questa tragedia, cioè Moro, toccava in sorte ai suoi carnefici continuare a tenerlo prigioniero attraverso l’elaborazione di una memoria scivolosa, ambigua, reticente, in alcune parti anche falsa. Perciò mi sono detto che valeva la pena che la storia provasse a dire la sua.
C’è poi un altro tipo di prigionia: come spesso accade in Italia, si schiaccia la complessità del personaggio storico e politico sul racconto della “eccezionalità della sua morte”, come dimostra il fatto che gli studi sulla vita di Moro prima di quei terribili 55 giorni sono ancora in una fase embrionale.

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Aldo Moro

Sì, la conseguenza è stata una straordinaria rimozione del Moro che vive 62 anni da uomo libero e gli ultimi 55 giorni da prigioniero, perché non bisogna mai dimenticare la differenza di queste condizioni. Quei 55 giorni è come se continuassero a schiacciare la storia di uno dei più grandi protagonisti dell’Italia repubblicana, non solo sul piano politico, ma anche su quello della riflessione intellettuale e su quello della capacità di tenere insieme riflessione intellettuale e culturale e impegno politico, con una straordinaria attenzione a tutto ciò che di nuovo fermenta in una società tumultuosa come quella dell’Italia di quegli anni.

Giovanni De Luna nel suo volume “La Repubblica del dolore” ha parlato di ‘paradigma vittimario’, Lei condivide questa interpretazione della costruzione della narrazione memoriale in Italia, soprattutto per gli eventi del Secondo Dopoguerra?
Sì, è una riflessione molto interessante sul tema delle vittime che producono dei nuclei di pensiero che rischiano rendere più difficoltosa la conoscenza storica, ad esempio sui processi che le hanno rese tali. Il paradigma vittimario è come un gigantesco scoglio che si frappone fra la vita e la conoscenza, ma il navigatore lo deve saper affrontare perché è inevitabile: lo deve osservare con straordinaria attenzione per poi riuscire a circumnavigarlo. Nessuna vittima vive la sua vita pensando di essere tale, bisogna impegnarsi a ricostruire e comprendere il processo che le rende tali. C’è poi anche la questione che riguarda l’uso pubblico della storia: il paradigma vittimario in questo senso serve per forgiare una memoria condivisa e questa interessa moltissimo alla politica, ma riguarda la politica non la storia. Anzi il fascino della ricerca storica è proprio il riconoscimento dell’esistenza e della legittimità di memorie diverse e divise, per poi riuscire a formulare un giudizio storico unitario. È questo che fa crescere sul piano civile una comunità, non la melassa di una memoria condivisa pedagogicamente imposta.

Pochi eventi hanno potuto godere di una mobilitazione giudiziaria e politica come la vicenda Moro, lei oggi ha parlato della ricerca storica come unica strada ormai percorribile. Esiste un problema di fonti?
In questi 36 anni c’è stata una grande attenzione sia da parte della magistratura, si sta ancora svolgendo il nono processo, sia da parte della politica con diverse commissioni d’inchiesta. Secondo me la quantità della documentazione raccolta anche grazie a questo impegno è rilevante, se consideriamo che ci troviamo di fronte a un sequestro e un omicidio politico che è avvenuto mi verrebbe da dire ‘appena’ 36 anni fa, diverso è il discorso sul tema della qualità. Le carte, sul piano quantitativo, secondo me sono sufficienti per dare dignità storiografica a questa vicenda.

Con l’ultima domanda torniamo finalmente al presente. Lei ha descritto il progetto di cambiamento e di riformismo di Aldo Moro come il rafforzamento della democrazia “allargandola”. Il suo partito e il suo segretario secondo lei sono su questa linea?
Il cambiamento per il cambiamento in Italia rischia di essere una forma di gattopardismo. A me piacerebbe che quando parliamo di riforme e di cambiamento qualificassimo la direzione, la qualità, l’orientamento di quest’azione: ad esempio i diritti possono essere ristretti o allargati, è comunque un cambiamento, il punto è cosa dovrebbe fare una forza democratica, progressista, di centro-sinistra come il Partito Democratico. Mi piacerebbe che si uscisse da un’idea di Pd come grande contenitore indifferenziato, crocevia di tutte le correnti, perché il rischio è diventare due cose: luogo del consociativismo o luogo del trasformismo. Se il Pd si trasforma in un ricettore di queste due consolidate attitudini italiane, da fattore di cambiamento rischia di trasformarsi in un fattore di conservazione.

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