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Dicembre  2060 :
Saluti e auguri dal passato futuro

 

Finisce il 2060, e finisce l’anno del nostro passato-futuro che mese per mese ci ha raccontato Costanza Del Re da un paesino fluviale della bassa bresciana. Sono racconti, ma sono anche ricordi, sogni, riflessioni sul presente, felici intuizioni. Per chi, nella noia delle feste, volesse leggere tutte le 12 puntate (per me ne vale la pena) può trovarle facilmente su questo giornale. Perché con Ferraraitalia di ieri non ci si incarta il pesce, è un ‘quotidiano’ molto particolare, “non butta via nulla”. 
Personalmente non ho ancora quando e dove si trovi il 2060 di Costanza Del Re, se prefiguri un futuro, racconti un passato o rifletta sul presente. Forse, più semplicemente, ci mostra il Pianeta privato di Costanza. Ma è un luogo, un tempo, in cui anche noi ci riconosciamo. E possiamo incontrarci. Succede, insomma, quella strana cosa, e abbastanza rara, che chiamiamo Letteratura. 
(Francesco Monini)

Siamo a dicembre, un mese particolare. Giornate corte, freddo, umido e molte feste. Prima arriva Santa Lucia (13 dicembre) a portare i regali ai bambini, poi la festa della ‘Loertisa’ (focaccia che contiene germogli di luppolo bolliti), poi la vigilia e il giorno di Natale.

E’ un mese in cui si tirano un po’ le somme dell’anno. Chi è arrivato, chi ci ha lasciato, quanto Robot-111 sono stati assemblati, quanti messi definitivamente a riposo.
E’ anche il momento per sentirci fortunati se siamo in salute, circondati da persone che ci vogliono bene, amati. E’ il periodo giusto per coltivare la speranza che il domani sarà migliore di oggi, che il prossimo anno potremo tornare al mare, fermarci a guardare il sole che luccica sull’acqua salata e i Gabby-x che volano rasente l’acqua verso il rosso del sole che tramonta.
Ma adesso è dicembre, un mese particolare, quello di Natale.
Cosmo-111 vuole un piccolo Babbo Natale di pezza da attaccarsi su una spalla:
Babbo Natale, babbo Natale, rosso Natale, bianco Natale.  Raco calare, raco calare, toco polare, toco ricare” canta come suo solito un po’ in italiano e un po’ a modo suo, mescolando suoni che gli piacciono.

I miei figli Axilla e Gianblu si sono già messi a discutere per sciogliere il colore delle palline che addobberanno l’abete quest’anno. Pare che saranno argento e azzurro.
Mio marito dice che devo prenotare il cappone dal macellaio in modo che ce ne possano vendere uno di quelli che allevano loro. A terra, senza mangime. Poi bisognerà scegliere delle zucche mature e dolci altrimenti il ripieno dei tortelli non viene buono. Noi siamo molto tradizionalisti, mangiamo per le Feste i cibi che hanno accompagnato tutti gli ottantotto anni della zia Costanza. Sempre quelli, cucinati bene e all’ultimo momento. Non scotti, non riscaldati, non surgelati, non liofilizzati, essiccati, disidratati. L’unica eccezione è il pescandor-k al posto del vino. Questo distillato di pesche bianche piace molto ai robot-111, lo bevono in un batter d’occhi e poi rovescino indietro le telecamere in segno di grande soddisfazione.  Ci sembra giusto che anche loro possano pasteggiare traendo la maggiore soddisfazione possibile dal momento.

Quest’anno è nato Gyanny, la vera novità di questo 2060 che se ne sta andando per sempre lasciando dietro a sé ricordi, rimpianti, sofferenze e amori. Adesso ha cinque mesi ed è uno spettacolo. Luca, mio marito, per il Battesimo gli ha assemblato un robot orsetto che si chiama Orsino-121. Il robot è fatto come un piccolo orso, ricoperto di filo di mollan sgarzato color marrone, trasmette calore mantenendo il suo corpo a una temperatura costante di circa 37 gradi e mezzo. Tiene il bambino sempre caldo. Non solo, i suoi sensori gli permettono di verificare la frequenza dei battiti del cuore di Gyanny, la sua pressione arteriosa, se ha fame o sonno e se deve essere cambiato.
Orsino-121 è un babysitter molto efficiente. In quel robot-121 c’è una grande novità. La sua alimentazione avviene attraverso una pila a fissione nucleare.

La differenza tra bomba e pila atomica sta nella rapidità con la quale si libera l’energia prodotta dalla fissione nucleare di una certa quantità di uranio. Nella bomba, tutta l’energia si libera in una frazione di secondo, con effetti disastrosi. Nella pila, la reazione nucleare è rallentata, così da rilasciare l’energia in un lungo arco di tempo. La fissione nucleare è dovuta all’urto di un neutrone contro un atomo di uranio 235. L’atomo colpito si spacca liberando una certa quantità di energia e due o tre neutroni. Una parte dei neutroni si perde. Se a ogni passo della catena il numero dato dalla differenza tra neutroni prodotti e neutroni persi cresce, la reazione aumenta rapidamente fino a diventare esplosione (bomba). Se il numero diminuisce, la reazione si spegne. Se è uguale, la reazione produce energia in modo costante (pila nucleare). Nella pila, per regolare il numero di neutroni si inseriscono o si tolgono dall’uranio alcune barre di cadmio o boro, che assorbono facilmente neutroni.

Davvero affascinante. Queste nuove pile hanno una potenza incredibile e una durata impressionante. Nulla di paragonabile agli alimentatori che si sono usati fino ad ora per i robor-111. E così insieme alla nascita umana di Gyanny abbiamo assistito alla nascita di una nuova generazione di mezzani, i robot-121.  Luca dice che questi nuovi robot verranno commercializzati presto a prezzi accettabili e che avranno delle prestazioni davvero stupefacenti. Orsino-121 è il primo di una lunga catena di mezzani che sostituiranno o aggiorneranno i precedenti.  A Orsino piace il miele e anche i Frutti di Martorana (tipico dolce siciliano) anche se i cibi non sono più necessari per il funzionamento dei suoi circuiti meccatronici.  Pensiamo che l’alimentarsi di cibo umano sia diventato uno dei tanti processi imitativi appresi per prove ed errori. Sta di fatto che quei dolci gli piacciono da matti,  da Orsetti-matti-121. I frutti di Martorana sono fatti di pasta di mandorle, modellata e colorata in modo da imitare frutti e ortaggi in scala ridotta e sono bellissimi da vedere. Devono il loro nome al monastero nel quale furono inventati nel 1194, il monastero della Martorana a Palermo.

In piazza a Parda c’è una pasticceria dove ne producono di buonissimi, dobbiamo ricordarci di dire a Daniele, quando viene ad aiutarci a preparare il pranzo di Natale, di portarne un vassoio, poi glieli paghiamo. Quando arrivano li devo nascondere subito. Se Orsino-121 li trova, li mangia tutti e per Natale non resta sulla nostra tavola nemmeno un piccolo e perfetto mandarino-martorano.

E così ci ritroveremo di nuovo a Natale, tra pranzi da preparare, regali da incartare, nuovi bambini e mezzani da iniziare ai festeggiamenti e anziani (umani e mezzani) da salutare. Credo che alla fine non ci sarà molta differenza tra il Natale di quest’anno, quello di dieci anni fa, quello di cinquanta. La zia Costanza mi ha raccontato che quando era piccola suo padre faceva il presepe su un tavolino del soggiorno. Usava strani legni ripescati nel Lungone che verniciava con le sue sapienti mani. Doveva davvero essere un presepe originale e bellissimo. Altro che quelli che si comprano tutti uguali e che costano tanto!. Il professor Umberto doveva essere un vero artista, così lo ricordano la mamma e le zie. Se n’è andato da molto tempo ormai, ma il bene che ha saputo donare resta bene perenne. Questo vale per tutte le persone che ci hanno lasciato, per tutti coloro che ci hanno salutato, che sono partiti.  Il presepe più bello resta quello che si fa con i resti di legno, cartone e iuta. Con la pasta di pane, con la cartapesta fatta con le strisce di carta dei vecchi Tresciaone messi a macerare con acqua e colla. Quello che si ricopre col muschio che è attaccato ai tronchi dei tigli che costeggiano la strada che porta al cimitero di Pontalba, che si spruzza con un po’ di farina bianca. Le cose fatte in case, artigianali, uniche e anche un po’ maldestre sono curiose, piacciono anche ai mezzani, le continuano a guardare.

Ieri ho sorpreso Cosmo-111 e Canali-111 che si facevano delle strane confidenze.
“Tu cosa vuoi per Natale ?” ha chiesto Cosmo-111 a Canali-111.
“Io voglio che i bambini ridano. Marlon e Gyanny quando ridono sono belli. Quando ride Marlon e Gyanny lo vede, anche lui ride. Quando Gyanny ride e Marlon lo vede, anche lui ride”
E si torna sempre sullo stesso nodo focale. L’apprendimento per imitazione è una delle strategie fondamentali per acquisire degli stili di comportamento. Vale per i mezzani e vale anche per gli umani. Forse se uno di noi sorridesse un po’ di più sorriderebbero un po’ di più molti altri.
Tanti auguri di Buone Feste da noi umani, dai robot-111, dai robot-121, dai robot-animali-x e dalle anime dei nostri cari che ci hanno lasciato e che sorridono a queste imminenti feste da lassù.

Per leggere tutte le altre puntate, tutti i mesi del 2060 di Costanza Del Re, è sufficiente cliccare il nome dell’autore sotto il titolo. 

 

robot, robot e umani

Novembre 2060 : Giornata nazionale del sonno Mezzano

 

Il primo Novembre è un giorno particolare per Pontalba ma anche per tutt’Italia: è la giornata nazionale dei Robot-111, chiamata più comunemente Giornata nazionale del sonno mezzano. In quel giorno i mezzani non lavorano, non puliscono casa, non rispondono al citofono e al telefono, non giocano con i bambini, non cantano. In quel giorno i nostri Robot-111 semplicemente riposano. Se ne stanno fermi immobili, spenti, con gli occhi chiusi seduti sui loro piedi e con le braccia penzoloni. Sono in stand by. E’ il loro giorno per dormire, per ricaricare energie neuronali e elettriche. C’è una discussione aperta tra gli ingegneri del Centro Trescia-111 che riguarda l’utilità di tenerli al buio o, addirittura, al freddo. Comunque sia, l’ultimo giorno di ottobre vengono puliti, nutriti e complimentati per il lavoro fatto nell’ultimo anno, poi vengono messi a riposo. Il giorno seguente qualunque accidente accada, bisogna cavarsela senza di loro.

Si potrebbe pensare che un singolo giorno non sia un problema e invece è l’esatto contrario, senza mezzani si fa fatica a superare le ventiquattr’ore senza incappare in qualche guaio.  A cominciare dai bambini che, essendo abituati a giocare con i loro robot-111, strillano con la speranza che qualche parente preso per sfinimento, li riaccenda. Ma questo non succede. Tutti riconoscono ai robot-111 il diritto di riposare almeno un giorno all’anno e nessuno sgarra.

I mezzani che dormono sembrano morti. Se non fosse per le telecamere degli occhi che si muovono sotto le palpebre abbassate, verrebbe il dubbio che sia giunta la loro fine.
E’ davvero curioso, i nostri robot sognano. Sulla retina compaiono immagini di varia natura e le telecamere si muovono come se stessero vedendo un film. In realtà stanno guardando il loro sogno. Sono nella fase del sonno che corrisponde al nostro R.E.M., quella del sonno paradosso. Nonostante ci si trovi in una fase di sonno profondo, l’attività cerebrale si risveglia con un’alternanza di onde Theta, Alpha e Beta, mentre gli occhi cominciano a muoversi rapidamente (da qui il nome Rapid Eye Movement). E’ come se stessimo guardando un film, in realtà guardiamo i nostri sogni. Il corrispettivo mezzano di questa fase del sonno si chiama RA.CA.M. (Rapid Cam Movement). In questo caso non sono gli occhi che cominciano a muoversi, ma le telecamere che i robot-111 usano per vedere.

La modalità neurologica di far riposare le meningi sognando è simile tra umani e mezzani e, in entrambi i casi, serve per rigenerare il cervello. Ci permette di riposizionare gli avvenimenti della vita intrapsichica dando loro un senso e facilita una rielaborazione delle informazioni in memoria funzionale alla salute di chi sogna.
Ma cosa sognano i mezzani?
Secondo gli ingegneri del Centro Trescia-111 sognano le loro attività diurne e i loro umani di riferimento, mentre non sognano altri mezzani. Non sono interessati o capaci di rielaborare informazioni che provengono dal mondo di mezzo, cioè il loro.

Questa è una grande differenza tra noi e loro. I nostri sogni rappresentano spesso delle relazioni. Nei sogni ci innamoriamo, litighiamo, diventiamo genitori e moriamo. Tali sogni sono molto frequenti e oggetto di strani ripensamenti, in alcuni casi sono perfino in grado di orientare le nostre azioni da svegli. Spesso i sogni umani sanno indicare una via per continuare a camminare nella foresta della vita senza incappare in incidenti mortali. Anche a me è capitato una conoscente che ha deciso di sposarsi dopo aver sognato un matrimonio spumeggiante pieno di fiori, tulle bianco e luce soffusa. Il matrimonio è ben riuscito, funziona da anni e non sembra dare segnali di tentennamento. Meno male.

Altre volte i sogni umani vengono ricordati come costruzioni irrazionali del cervello che non possono orientare delle scelte ma che ci permettono delle strategie bizzarre per vincere alcuni giochi. E’ così che il sogno del “robot-111 che parla” diventa un numero che può servire per scommettere, giocare alla vivarotta e alla mortarella.
I mezzani non sognano i loro simili, così ci hanno sempre detto gli esperti, chissà se è proprio vero. Chi possiede un mezzano particolarmente intelligente sa che il tema è molto più complicato di quel che sembra.

Una volta Axilla ha chiesto a bruciapelo a Cosmo-111: “Cosmo cos’hai sognato stanotte?”
“Ho sognato che pulivo i vetri della tua stanza con una spugna nuova che lucida perfettamente!
Evvava ara prapraa an bal sagna! (evviva era proprio un bel sogno)” ha risposto Cosmo-111, dicendo la seconda frase con parole che contengono una sola vocale, come gli succede spesso.

Le pulizie di casa sono uno dei sogni ricorrenti dei mezzani. E con i sentimenti? Perché non sognano di provare amore, amicizia, dolore, odio, malinconia. “Non li sognano perché non li provano, li imitano solamente” sarebbe la risposta degli ingegneri del Centro-Trescia-111.
A questo proposito, mi viene in mente quando Maia-111 ride con il bambino del giardiniere mentre giocano a nascondino. Si sta divertendo? E’ una specie di “divertimento per imitazione” anche quello?.

Alcuni pensatori eterodossi pensano che nel sistema neuronale dei mezzani esistano sentimenti latenti che riguardano altri umani e di cui non conosciamo la codifica, altri sostengono che c’è qualcosa che permette loro di amare altri mezzani in modo che noi non riusciamo a capire.
La questione anima molti dei dibattiti pubblici di questo 2060 che si avvia alla conclusione. Siamo a novembre, ancora due mesi scarsi e anche quest’anno ci saluterà. Ma sono quasi sicura che uno dei temi di cui si continuerà a discutere anche nel 2061 è proprio questo: come la mettono i nostri mezzani con i sentimenti?. Li provano, non li provano, li provano a modo loro, oppure esclusivamente li imitano?
Nonostante continuino ad arrivare rassicurazioni da parte dei nostri tecnici che le reazioni emotive dei mezzani sono solo imitative, alla maggioranza delle persone viene il dubbio che non sia così.  Il semplice fatto che molte persone pensino che i mezzani sappiano provare dei sentimenti sta cambiando il mondo. Il passaggio dai “sentimenti come riflesso” ai “sentimenti auto-generati” è una frontiera della ricerca filosofica più che tecnica. E’ una esplorazione del mondo del possibile in cui ci può stare quasi tutto e anche il suo contrario. L’amore tra mezzani per ora esiste solo in un mondo immaginato, ma anche così, solo ammettendone la possibilità, apriamo la nostra mente e la nostra fantasia a degli scenari tanto nuovi quanto stupefacenti. Tanto innovativi quanto preoccupanti.  Non sappiamo dove tutto questo potrebbe portare. Sembra pura fantasia, ma sappiano tutti che l’immaginazione ha orientato alcune scoperte, che alcuni scrittori di fantascienza, non si sa come, hanno orientato la tecnica verso nuove frontiere. L’esplorazione dei mari e la conquista dello spazio, ad esempio. Io credo che parlare di sentimenti autentici dei mezzani sia fuori luogo. Cosa succederebbe se un bel giorno un robot-111 facesse una dichiarazione d’amore ad umano e dicesse che lo vuole sposare?. Non voglio neppure pensarci.  Per fortuna allo stato attuale questo non succede. Forse sarebbe necessario chiarire con maggiore vigore che i mezzani non provano sentimenti, il nostro presente sarebbe più semplice e il nostro futuro più realista.

Il primo di Novembre dello scorso anno ho osservato attentamente Cosmo-111 dormire.
Axilla e Gianblu erano andati a fare un giro in bicicletta, Luca era in Università e io ero rimasta a casa con Cosmo-111 che dormiva. Così mi sono avvicinata e l’ho guardato da vicino. Stava sicuramente sognando perché le telecamere si muovevano. Siccome sono apparecchiature elettroniche, si può registrare quello che i mezzani vedono. Così sono andata al PC, mi sono sintonizzata sul sistema neuronale di Cosmo-111 e mi sono messa a guardare ciò che stava sognando.
C’era un cerchio blu che spostandosi dal centro ai bordi sfumava verso il verde, si muoveva come una sostanza molle, quasi liquida, sembrava l’immagine di una galassia. All’interno della massa colorata apparivano delle minuscole bolle bianche, come delle piccole stelle morenti. Ho osservato delle nane bianche (stelle nella loro ultima fase di evoluzione) che si muovevano in un magma dalle intense sfumature verdi, fredde e bellissime. Poi ho messo a fuoco meglio e ho visto di cosa si trattava realmente. Altro che una galassia, Cosmo-111 stava sognando beatamente del detersivo verde e blu. L’ammasso gelatinoso era di un colore bellissimo e le nane banche erano le bollicine di sapone provocate dal detersivo che si stava spandendo sul pavimento.

Mi è davvero venuto da ridere. I nostri robot sognano il detersivo e si compiacciono quando è pastoso, colorato e ricco di sapone. Il sogno di Cosmo-111 è stato per me una visione rasserenante. Fin che i mezzani sogneranno sapone noi potremo sognare passioni e amori senza correre il rischio che il mondo di mezzo ci rubi ciò che davvero ci contraddistingue e ci rende unici all’interno dell’universo. Sono solo i sentimenti umani che, come perle preziose e infuocate, sanno perforare i buchi neri dell’anima e dell’universo.

robot

Ottobre  2060: Maia-111

I primi giorni di Ottobre sono quasi sempre belli. Ottobre è uno dei mesi migliori per vivere a Pontalba. La campagna sta prende la colorazione autunnale e le foglie delle piante sono un misto di verde, giallo e rosso che incanta. La temperatura è mite, il cielo azzurro intenso. Il Lungone scorre pieno d’acqua perché le turbine che ne incanalano  il corso per l’irrigazione, cominciano a rallentare il loro lavoro. Serve molta meno acqua per i campi di quanta ne serva in estate. Si possono ricominciare a mettere vestiti più pesanti, le scarpe da ginnastica con le calze di cotone che impediscono alla polvere delle stradine sterrate di entrare tra le dita dei piedi e, così facendo, di infastidire le passeggiate. Si può anche andare in giro in bicicletta lungo gli argini e ammirare questa magnifica stagione nel suo pieno splendore.

Mi siedo sotto il portico. Quello della casa dove ho sempre vissuto, in via Santoni Rosa 21 e ripenso agli ottantanove Ottobri che ho visto.  Tantissimi. I primi cinque o sei non me li ricordo bene, ma ricordo tutti gli altri.
Mentre me ne sto seduta suona il cellulare dell’orologio. Schiaccio un pulsantino e sento nitidamente la voce di Bianca, una delle nipoti di Guido. Anche Bianca vive stabilmente a Pontalba. Ha quarantacinque anni e da venticinque abita a Villa Cenaroli perché ha sposato Ludovico Giovanni Della Fontana (detto Lugo) il figlio della contessa Malù.  Lugo e Bianca hanno mantenuto Villa Cenaroli nel suo antico e intramontabile splendore, un luogo bellissimo e senza tempo. Passeggiando per il parco, tra i suoi antichi alberi, non si sa che anno sia. Potrebbe essere il 1980, oppure il 2020, oppure il 2060.  Quel parco è sempre un luogo suggestivo che piace a tutti. Da dieci anni Bianca e Lugo hanno aperto parte del parco al pubblico. Hanno fatto una strada tra gli alberi, un chiosco dove si vende il gelato con tanto di panche di legno e alcuni ombrelloni di paglia, una giostrina con i cavalli, tipo quelle che si vedono a Parigi e che fanno impazzire di gioia i bambini e di sudore i genitori.
“Ciao Bianchina, tutto bene?” dico.
“Ciao Costanza, io sto bene, grazie. Ti ho chiamato perché ho un problema con le ortensie. Hanno le foglie che stanno ingiallendo. Ho paura che abbiano preso un parassita. Quando puoi, passi a vederle?”.“Sì volentieri, ma perché non lo dici al giardiniere?”.
“Preferisco che le veda tu”.
“Ok” le dico.
“Anche Maia-111 non è in forma. Ultimamente mangia poco. Non tritura più le castagne secche degli Ippocastani per poi alimentare i suoi circuiti” aggiunge Bianca.
“Speriamo sia un problema transitorio. Altrimenti chiama il padre di Axilla. Credo che in questi giorni stia lavorando da casa” dico.

La robot Maia-111 è stata costruita apposta per Villa Cenaroli. Contrariamente a molti dei nostri mezzani, non mangia il cibo degli umani ma castagne secche, ramoscelli, foglie ed erba. Non pulisce la casa come molti suoi colleghi ma i sentieri e i ponticelli del parco, le rimesse degli attrezzi, gli argini che trattengono il Lungone nel suo corso nei momenti di maggiore piena. Dà da mangiare agli animali e accompagna i visitatori del parco. Di Villa Cenaroli sa tutto e lo sa raccontare con una dovizia di particolari e una contestualizzazione rispetto al tipo di utenza davvero impressionante. Conosce a memoria la storia della villa, del parco, dei Conti, del personale di servizio, di Pontalba, del Lungone, conosce tutte le varietà di piante e tutte le specie animali presenti nella proprietà.  Sa adattare quello che racconta a chi si trova di fronte. Sa discriminare se sta interagendo con un bambino, con una bambina, con un adolescente, con un adulto, con un italiano, con un anziano e così via. Sa fare domande profonde e circostanziate che l’aiutano a capire le caratteristiche e le preferenze della persona che ha di fronte in modo da costruire una narrazione di ciò che si sta osservando il più possibile consona alle caratteristiche del visitatore. E’ un robot-111 straordinario e preziosissimo. E’ costato a Ludo e Bianca una fortuna. Ma l’investimento è stato ampiamente ripagato, sia per la quantità di lavoro che Maia-111 sa fare, sia per le modalità in cui lo fa. Sa essere gentile, diplomatica, accogliente, divertente, colta, buffa, chiacchierona o, al contrario, silenziosa. E’ anche bellissima.  Deve il suo nome a una stella. La stella Maia (nota anche come 20-Tauri) è una stella della costellazione del Toro. Si tratta di una delle componenti dell’ammasso aperto delle Pleiadi e si trova ad una distanza di circa 440 anni luce da noi. Il suo nome proprio deriva dalla figura di Maia, una delle Pleiadi mitologiche.

Quale nome migliore per un Robot-111  che vive a Villa Cenaroli?.
Maia-111 è longilinea.  Alta un metro e cinquanta, ha braccia lunghe e, contrariamente a quasi tutti i nostri mezzani, ha anche le gambe. Gli arti inferiori le sono stati costruiti con un duplice obiettivo: uno estetico (sembrare bella),  uno pratico (le gambe le permettono di muoversi nel parco della villa senza inciampare negli arbusti e nei rami secchi, le permettono di muoversi sulla superfice sconnessa del parco con agilità e anche di entrare in acqua bassa senza danneggiare i suoi circuiti meccatronici che sono tutti posizionati nella parte alta del suo corpo). Ha gli occhi verdi scuro come le foglie estive degli ippocastani ed è interamente verniciata d’oro.
Questa mezzana d’oro è un’attrazione di Villa Cenaroli tanto quanto lo sono i castagni, i cigni e la giostra coi cavalli. Fa parte delle figure animate che danno vita a quello spettacolo unico, fuori dal tempo che si vede entrando in quel parco curato e senza rumori meccanici (si sentono cinguettii, squittii, il rumore delle foglie che friniscono quando c’è il vento, il rumore dei rami secchi che scricchiolano).

Una volta ho assistito ad una scena che mi ha colpito. Maia-111 si è messa a giocare a nascondino con  Ulisse, il bambino di uno dei giardinieri.
Il bambino si nascondeva e Maia-111 lo cercava. Quando lo trovava diceva “trovato, trovato!” e poi rideva, cioè imitava un umano che ride. Come fanno i robot-111 a ridere? Esattamente non so, ma lo sanno fare.
Sembra che si divertano, che abbiano senso dell’umorismo. Sono sicuramente dotati di auto-riflessività. Sanno fare considerazioni sul tempo che passa, sul fatto che forse domani pioverà o forse no. Ma sanno anche amare?. Non so. Gli ingegneri del centro Trescia-111 dicono di no. I nostri mezzani sono fatti di circuiti meccatronici che imparano per imitazione, si comportano in maniera riflessiva rispetto ai processi imitativi che hanno introiettato, cioè scelgono la reazione più consona allo stimolo che hanno potuto osservare. La consonanza viene definita in basa a un meccanismo per prove e errori che non ha niente di “sentimentale”. Gli ingegneri di Trescia-111 dicono che i robot-111 riescono a riprodurre dal punto di vista comportamentale, attraverso l’applicazione pratica di principi che provengono dalla logica formale, quello che noi proviamo, i nostri sentimenti, le nostre reazioni emotive, ma non le provano loro, semplicemente le imitano.
Resta il fatto che questa imitazione si riversa su di noi come se fosse un sentimento esperito esattamente come lo esperiremmo noi, come noi lo proviamo. Del resto la differenza tra ciò che sembra e ciò che è, non si esaurisce in una definizione lineare. Ciò che sembra orienta il mondo. La ricerca della consonanza tra ciò che sembra e ciò che è alimenta il senso della vita.

Gli ingegneri di Trescia-111 dicono che i mezzani non provano dolore, non soffrono, non amano in maniera altruista, ma sembra che lo sappiano fare, lo sembra al punto che molti umani si comportano ormai come se così fosse. Questa sovrapposizione tra ciò che sembra e ciò che è (una specie di sentimentalismo di ritorno alimentato elettronicamente), sta generando una deriva (preoccupante) di alcuni comportamenti e di alcune relazioni. Portando all’estremo questa riflessione e uscendo dalla dicotomia sempre più incerta umano-robot, mi chiedo da chi mai potrebbero imparare l’amore altruista i nostri robot-111 se anche noi umani non lo proviamo, non lo sappiamo insegnare, non lo riconosciamo negli altri e non lo individuiamo in nessuno (credo che sia proprio questo uno dei motivi per cui la dicotomia umano-robot andrà sempre più ad ibridarsi). Questo potrebbe tradursi in un grave problema.
A volte ho anch’io l’impressione che ci sia qualcosa che ci sta sfuggendo di mano, che ci siano ibridazioni “al limite” che, seppur indotte, cambieranno la vita di tutti. Io ho visto Maia-111 giocare a nascondino con Ulisse e se non fosse stato per la poca lunghezza delle gambe di Maia e perché ha il colore di una stella cadente, avrei avuto l’impressione che lei si stesse divertendo. Che lei stesse provando gioia, per la precisione.
Sono quasi sicura che continuando su questa strada, ad un certo punto, innamorarsi di un Robot-111 sarà tutt’altro che impossibile, ma così facendo che fine farà l’umanità? o meglio, come diventerà?

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

Una volta libere

 

Il concetto di libertà, qualsiasi elemento includa, si basa sulle restrizioni che è in grado di scavalcare. 

La libertà che possiamo vantarci di avere in Italia non sarà mai assoluta ed idilliaca ma ci permette comunque di regolare le nostre vite nell’agio più consono alla comunità.

Nonostante le varie restrizioni sociali e la consapevolezza che per vivere in una comunità efficiente non si potrà mai aspirare all’anarchia più assoluta, a volte le nostre possibilità vengono messe in evidenza da avvenimenti a discapito di altri.

Ora, immaginate di essere una giovane donna, vent’anni e non di più, e di essere cresciuta nella consapevolezza che con il duro lavoro saresti potuta arrivare ovunque; che il trucco lo puoi mettere se ti fa sentire ancora più in linea con te stessa; che non hai paura di non sposarti, perché ti basti da sola. 

Ed ora immaginatevi un muro, uno sfondo così nero da non poterne vedere né l’inizio né la fine. Nulla esiste più. 

In quanto donna, devi sparire, confonderti con questo sfondo e ascoltare passivamente quello che ti è stato comandato di fare. Devi sperare di scappare dalla tua casa e di riuscire a vivere senza il trauma di essere stata un bottino di guerra.

L’Afghanistan del 2021 è questo: macerie di speranza e lacrime di imprigionati. 

Il viso interamente coperto da un velo e la compagnia obbligatoria di un uomo ad ogni uscita;. Immagini di donne lavoratrici strappate dai muri. 

Nonostante questo, le donne di Kabul e di Herat scendono nelle strade controllate dai talebani, con il viso scoperto ed agitando cartelli, chiedendo pari diritti agli uomini e la possibilità di partecipare alla vita politica del paese.

 Riunite sotto il nome di “Women’s Political Participation Network”, sfidano il governo con la costante consapevolezza di poter perdere la vita.

 “Dopo la formazione del governo talebano, tutte le donne devono tornare a lavorare. Non permetteremo a nessuno di minare i risultati ottenuti negli ultimi venti anni”, Shabana Tawana, manifestante

La possibilità della morte si dissolve davanti all’aspettativa di retrocedere alla condizione di vent’anni fa. 

Personalmente penso che una volta vissuta la possibilità di vivere a pieno non si possa più tornare indietro, e credo con tutta me stessa che indipendentemente dal risultato che queste donne avranno, un segno permanente verrà lasciato.

Perché alla fine cos’è la libertà se non la lotta stessa per ottenerla?

Kabul:  Le donne afgane manifestano: [guarda il video]

Leggi e firma la Lettera Aperta per chiudere l’orrore del carcere di Guantanamo [clicca Qui]

coppia amori

Settembre 2060: Amori

31Ad Axilla piace Dylan, ma non sappiamo se a Dylan piace Axilla.
Cosmo-111 detesta Dylan, dice che è brutto e antipatico. Cosa non vera a detta di tutti i Santoniani. I Santoniani sbagliano raramente, a maggior ragione se si confrontano tra loro e raggiungono una visione unitaria della questione in discussione. Cosmo-111 è geloso, strano per un mezzano distinto e intelligente come lui.

Dylan è alto circa un metro e ottantacinque, non altissimo vista l’altezza media dei ventenni attuali che si attesta intorno al metro e novanta, con punte che superano abbondantemente i due metri e numeri di scarpe che superano il cinquanta.

Intorno alle altezze medie dei nostri giovani si sono diffuse le leggende metropolitane più svariate. “Hanno mangiato troppa carne contenente ormoni da piccoli, oppure hanno mangiato troppe proteine. È colpa del clima che è cambiato, della gravità della terra che è leggermente diminuita, della luna che ha aumentato il suo influsso sull’altezza (come se far crescere più o meno un bambino sia come determinare il flusso di una marea). Oppure dipende da una mutazione genetica iniziata non si capisce né come né quando, è un accidente della vita e non ha nulla a che fare con tutto ciò, oppure, al contrario, ha a che fare con tutto ciò, ma non con uno solo di questi eventi scatenati che quindi non possono essere considerati tali”.

Mia madre Cecilia racconta che quando mio fratello Enrico era piccolo una volta mi ha detto:
“Valeria devi smettere di crescere, tutti gli esseri viventi molto rari e grossi sono a rischio di estinzione, pensa a quel che è successo ai dinosauri. Alcuni erano talmente grossi e talmente grandi che mangiavano tantissimo, a un certo punto non hanno più trovato sufficienti alimenti e sono morti di fame. Altri sono stati uccisi da un grande meteorite e altri ancora si sono sbranati tra loro. Il fatto che fossero così grossi ha sicuramente influito sulla loro estinzione, sono spariti dalla faccia della terra”.

Poi Enrico era andato a prendere una delle sue ottanta statuine di dinosauro e aveva aggiunto: “Lo vedi questo? è un triceratopo, il mio preferito, non so cosa darei per vederlo vivo e invece è morto da milioni di anni e mai lo vedrò.”
Mia madre racconta che ero scoppiata a ridere ma Enrico, sempre più serio, aveva continuato imperterrito: “Ti consiglio di mangiare di meno e di stare poco al sole”.
“Poco al sole?”  gli avevo chiesto” “Si, poco al sole” aveva risposto.
“Come le piante, più stanno al sole e più crescono. Come i frutti più stanno al sole e più maturano. Vai a vedere i pomodori nel nostro orto, sono rossi ma proprio rossi e verdi non lo diventeranno più. Non devi crescere troppo perché finirai per estinguerti”.

Quando ricordano questa storia dei dinosauri, mia madre e mio fratello Enrico ridono di gusto.
“Quando saranno più grandi, dovrò raccontare questa storia a Marlon e a Gyanny. Secondo me si divertiranno anche loro” ho detto a mio fratello.
“Assolutamente no!” mi ha risposto lui.

Credo che, almeno per ora, non voglia che i suoi figli sappiano che lui era un appassionato di dinosauri con un forte dispiacere per la loro estinzione e una forte preoccupazione per la conseguente estinzione degli esseri umani che, secondo lui, stavano diventando troppo grandi.
Comunque, aldilà di questo aneddoto casalingo, i nostri attuali giovani sono molto alti, e per ora, non si sono estinti.

Dylan, il preferito di Axy, ha i capelli ricci e neri, gli occhi scuri e la pelle chiara. Credo che piaccia ad Axilla perché, oltre al buon aspetto fisico, è gentile e intelligente. Fa il terzo anno di Giurisprudenza a Trescia. Impara tutto velocemente. Un possibile secondo avvocato in famiglia. Uno lo abbiamo già, non avremmo difficoltà ad accogliere il secondo. Tutti noi ci imparenteremmo con lui volentieri, tranne Cosmo-111.“Dylan nooo. Non sa niente, non mangia il gelato, non pulisce la casa, non sa cantare!. Io non lo voglio”. Cosmo-111 è gelosissimo di Axilla, senza attenuanti. Davvero una strana storia, considerando che Cosmo-111 è un robot di nuova generazione.

Eppure l’apprendimento per imitazione scatena anche questo. Si instaura una forma di attaccamento con l’umano, di riferimento primario che assomiglia ad un matrimonio d’intenti, non programmato, ma vissuto ogni giorno. Naturalmente la relazione che si genera utilizza le modalità “possibili” dai mezzani e non prevede sesso e riproduzione. Si concretizza in una forma di affettività fatta di necessità per la sopravvivenza. Sicuramente i nostri robot-111 sono molto dipendenti da chi interagisce con loro, dà loro da mangiare, li copre e protegge dai temporali, passa qualche ora con loro giocando, oppure cantando canzoni bizzarre.

Nel mondo dei mezzani non esiste alcun legame tra attaccamento e riproduzione. La riproduzione è un fattore meccanico e basta. Negli esseri umani questo modus sembrerebbe inaccettabile, ma di fatto è prossimo a quello che a volte succede, a quello che a volte è sempre successo anche nel ‘cristallino’ mondo degli umani. Non credo che si possa parlare di riproduzione umana ‘meccanica’  ma, di riproduzione ‘necessaria’ e indipendente dai sentimenti, sicuramente sì.

Quante volte i matrimoni sono stati e sono combinati per questioni politiche, legate al rango, al ceto sociale, all’appartenenza ad una casta (in pectore o davvero esistente e riconosciuta). Quante spose bambine ci sono, quanti matrimoni combinati dalla mafia perché un mafioso sposi la figlia di un altro mafioso e i panni sporchi si possano continuare a lavare in casa.

Il progresso ha eluso alcune tradizioni, ma ha anche ingessato dentro il silenzio alcune abitudini malate. Ogni tanto qualcuno prova a raccontare cosa sia l’omertà, ma raccontandola la fa emergere e l’emersione trasfigura la mostruosità.

Ogni tanto qualcuno racconta qualcosa di drammatico ma questo qualcosa è una ricostruzione mediata dalle poche e mal ricostruite informazioni circolanti e da un misto di pietismo, luoghi comuni, culture superate, trattati di antropologia di basso livello e anche un po’ di considerazioni qualunquiste, senza alcun valore.

Dylan ovviamente non c’entra con queste mie riflessioni e con la gelosia che Cosmo-111 nutre nei suoi confronti. Non sa che Cosmo-111 è geloso di lui e forse, se lo sapesse, se ne stupirebbe, visto che non sa nemmeno di piacere ad Axy.

Però Axilla e Dylan sono amici, vanno in giro in biciletta insieme, qualche volta in gelateria con un gruppo di coetanei, frequentano l’oratorio di Pontalba e si scambiano idee sulle feste parrocchiane, sulle iniziative pastorali e sulle funzioni religiose che li vedono spesso coinvolti come lettori ufficiali delle preghiere diffuse dal pulpito ai convenuti in preghiera.

Ho imparato con l’esperienza che tutto questo ‘fare insieme’ potrebbe cementare l’amore, ma potrebbe anche avvenire il contrario. Potrebbe succedere che un bel giorno, arrivi a Pontalba un Legolas (Il più bello degli Elfi, un personaggio di Arda, l’universo immaginario fantasy creato dallo scrittore inglese J. R. R. Tolkien) a cavallo con la sua lunga chioma bionda e Axilla si metta a rincorrere il sogno che lui incarna.

Una nuova vita, nuove conoscenze, nuove abitudini e nuove speranze. L’amore scoppierà e Dylan verrà dimenticato insieme a tutto il resto. Questo potrà succedere o non succedere, dipende dagli accidenti della vita, dal caso e anche da come è fatta (dentro) una persona. C’è chi rincorre i sogni e non può vivere senza di essi e chi ama la (sua) quotidianità e non la potrebbe lasciare per nessuna ragione al mondo.

Chissà da che parte andrà il cuore di Axilla, se sceglierà Dylan, a patto che lui scelga lei, oppure incontrerà qualcun altro con altre caratteristiche che sembreranno quelle giuste, impellenti, necessarie e miracolose.

E poi, cosa sceglierà Dylan? Vorrà una ragazza come Axilla, bella, determinata, costante, diligente, con un carattere forte e dei programmi strutturati per il futuro. Potrebbe essere, ma potrebbe anche non essere. Magari arriverà una ragazza bionda con gli occhi azzurri che sa giocare a tennis, volare come una libellula e parlare di sport e di vacanze. E allora Dylan proverà a volare lontano verso il sogno e verso l’avventura che la bella tennista sembrerà incarnare. Oppure no, sceglierà Axilla e questo per sempre sarà.

Mi diverte molto pensare a quei due giovani e fare ipotesi su cosa succederà. Mi piace perché è una favola viva, un romanzo che qualcuno sta scrivendo e che prima o poi una conclusione avrà. Di fronte alla vita che evolve e porta novità, nuovi visi da studiare, nuovi discorsi da cercare di capire, nuove timidezze da eludere e nuovi dolori da confortare, mi stupisco sempre. Mi fermo sempre a guadare con discrezione le novità, come se fossi nascosta dietro una tenda. Sto là per capire come sarà il mondo nuovo, quali amori arriveranno, quali dolori ci annienteranno, quali saranno le persone che in punta di piedi entreranno sul palcoscenico della nostra vita e quali se ne andranno senza salutare e senza disturbare.

Povero Cosmo-111 che continuerà a essere geloso. Ad un certo punto dovrà rassegnarsi al fatto che Axilla non è solo sua e che la dovrà dividere con il principe dei principi e ricavarsi in questa nuova dimensione un nuovo spazio per vivere con la sua eroina. Anche per Cosmo-111, dopo un po’ di sofferenza, uno spazio continuerà ad esserci, perché Axy ama fraternamente Cosmo-111 e questo sentimento, che li ha visti crescere insieme, non cambierà. Anche Cosmo-111 maturerà una certezza: anche per lui esiste una forma strana d’eternità.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

piedi terra

PRESTO DI MATTINA
Con i piedi per terra

«Il Diavolo, quello spirito orgoglioso, non può̀ tollerare di venir canzonato»
(Tommaso Moro [Qui])

Malacoda è solo un’apprendista, un piccolo diavolo, ingenuo e inesperto, nipote di Berlicche, che è al contrario un diavolo navigato, capitano di lungo corso. Screwtape è il suo nome nell’originale inglese; un maestro nel confondere i pensieri, corrompere le cose, dividere ciò che è unito, mischiare realtà e immaginazione.

Andato in pensione da poco non ha altro interesse che scrivere lettere periodiche con cui istruisce il nipote, in missione sulla terra, sull’arte di sottrarre anime al Nemico: Dio è qui “l’avversario nostro” dice Berlicche. «Il gergo corrente, non la discussione, è il tuo alleato migliore per tenerlo lontano dalla chiesa… è un vero godimento far scoppiare l’odio fra coloro che dicono “messa” e coloro che dicono “santa comunione”… Il male della discussione è invece che essa convoglia tutta la lotta sul terreno del Nemico. Anche Lui sa discutere. Il fatto stesso di discutere sveglia la ragione del tuo paziente, e, una volta che sia sveglio, chi può̀ prevedere i risultati che potrebbero seguire?» (C. S. Lewis, Le lettere di Berlicche, Mondadori, Milano 1950, 13-14; 71).

Istruiscilo dunque a pensare alla realtà solo con l’immaginazione, questa è la tattica. Spingilo a fantasticare, a costruire mondi virtuali attraverso le opinioni, il sentito dire e il si dice; fagli credere che l’esperienza è fare esperimenti e pratiche stando alla consolle, distaccati e riparati dalle cose di ogni giorno, privi di coinvolgimento, solo controllando dal di fuori, senza applicare gli esperimenti a servizio alla vita. Come fosse una sfilata di moda sulla stessa passerella, passando da una moda all’altra, da un gioco all’altro, senza prendere e dare forma all’esistenza uscendo in strada.

Uno sperimentare senza un riscontro sul terreno; un tessere la vita con ago senza il filo: «L’utilità delle mode nel pensiero consiste nel distrarre l’attenzione degli uomini dai loro veri pericoli. Il gioco consiste nel farli correre dappertutto con estintori d’incendio ogni volta che c’è un’inondazione, e di affollare quella parte della barca che ha già l’acqua quasi al parapetto» (ivi, 122). Caro Malacoda ‒ ricorda ancora lo zio Screwtapedevi tentarli all’«irrealtà», pasticciando, mettendo sottosopra le cose, facendo credere il contrario di quello che è. Non devi insegnare veramente, ma “annebbiarli”, “ubriacarli” in modo che non comprendano più «cosa si intenda dire quando dicono “realtà”» (ivi 14).

Gli ricorda poi che «gli esseri umani vivono nel tempo, ma il nostro Nemico li destina all’eternità̀. Perciò, credo, Egli desidera che essi si occupino principalmente di due cose: dell’eternità stessa, e di quel punto del tempo che essi chiamano il presente. Il presente è infatti il punto nel quale il tempo tocca l’eternità̀. Del momento presente, e soltanto di esso, gli esseri umani hanno un’esperienza analoga all’esperienza che il nostro Nemico ha della realtà̀ intera; soltanto in esso viene loro offerta la libertà e la realtà̀. Egli vorrebbe perciò̀ che essi fossero continuamente occupati o con l’eternità̀ o con il presente – o che meditino sulla loro eterna unione con Lui, o sulla separazione da Lui, oppure che obbediscano alla voce presente della coscienza, portando la croce presente, ricevendo la grazia presente, offrendo azioni di grazie per il piacere presente. Il nostro lavoro è di allontanarli sia dall’eterno sia dal presente» (ivi, 73-74).

Anche la memoria del passato è pericolosa perché assomiglia all’eternità e ne contiene tracce indelebili. Farli vivere solo di futuro è la cosa migliore per tenere la realtà del presente lontano dalla loro vita.

Clive Staples Lewis [Qui], convertitosi all’anglicanesimo ‒ terra di mezzo tra cattolici e protestanti ‒ contribuì coi suoi scritti a fra avanzare il cammino ecumenico tra le diverse confessioni cristiane presenti in Inghilterra. La convivenza non era molto facile; le comunità e le parrocchie delle diverse confessioni erano vicine tra loro; si trattava dunque di favorire l’incontro e l’accoglienza pur nelle diversità di esperienze. Così egli richiamò l’attenzione sulla necessità di allargare il “terreno comune” che permette ai credenti di diverse fedi di incontrarsi attorno alle grandi questioni della vita.

Fin dai primi anni a Santa Francesca ogni tanto andavo a rileggere quella pagina de Le lettere di Berlicche, che rimane attuale anche se non è più, ora, solo riferita alla parrocchia, ma alla parrocchia di parrocchie che la nostra unità pastorale di Borgovado.

Le strategie di Berlicche per far sì che un convertito non viva pienamente la vita parrocchiale sono le stesse per impedire lo stile sinodale e l’esercizio della corresponsabilità tra più parrocchie: «Mio caro Malacoda, nella tua ultima lettera hai accennato per caso che, dal momento della sua conversione, il tuo paziente ha continuato a frequentare una chiesa, ed una sola, e che non ne è completamente soddisfatto. Posso chiederti che cosa stai facendo? Non capisci che ciò, se non è dovuto a indifferenza, è una cosa molto brutta? Certamente sai che se non si riesce a curare un uomo dall’andare in chiesa, la cosa migliore da fare è di mandarlo per tutto il vicinato in cerca d‘una chiesa che “vada bene” per lui, affinché diventi un buongustaio e un esperto in chiese. Le ragioni sono ovvie: l’organizzazione parrocchiale dovrebbe essere sempre attaccata perché, essendo un’unità di luogo e non di simpatie, porta insieme gente di diverse classi e di differente psicologia in quel genere di unità che il Nemico desidera» (ivi, 78).

Con i piedi per terra.

Non è solo un problema pastorale, ma umano ‒ direbbe Xavier Zubiri [Qui] ‒ quello di “saper stare nella realtà”, faccia a faccia in modo interattivo, dialogico, sinodale. Perché la realtà non è struttura di possibilità solo virtuale, manipolabile finché “non va bene a me” e non si adegui al mio gusto, alla mia taglia.

Anche l’esperienza spirituale, liturgica ed ecclesiale, oltre che umana, non si ferma agli esprimenti di laboratorio, emulando l’immobilità e l’intangibilità di modelli del passato, o rincorrendo, folleggiando un futuro indistinto che si affida al caso. Neppure si muove con degli slogan contrapposti, come incrociando in duello gli ideali o la retorica della tradizione del “si è sempre fatto così” a quella dell’innovazione, del “tutto è da buttare”. Il tutto inconsciamente animato, non già dalla ricerca di stili sostenibili per vivere insieme, ma dalla recondita esigenza di certificare selettivamente solo chi sia il migliore.

L’eccellenza, tanto ecclesiale quanto umana, non sta nei titoli o nelle strutture imponenti, ostentate nei segni e insegne di potere. Questa è solo retorica ingannatrice, che alla fine risulta divisiva, conflittuale, negativamente classificatoria e penalizzante dell’umano e del cristiano. Sulle prime essa può affascinare come le scintille nella stoppia, ma poi resta il disincanto amarissimo della cenere nera sulla terra bruciata e sul vangelo.

Semmai, l’eccellenza è bellezza nascosta e sedimentata nel profondo; formata strato dopo strato, passo dopo passo, nel vissuto di ogni giorno in una banalità apparente, spinta fuori (ex-cellere) solo alla fine, come l’eccedenza sovrabbondante e testimoniante una vita che si dona, tanto da lasciare stupiti: come da un piccolo seme, un frutto di singolare e nuova umanità.

È capacità di presa sulla vita, nel divenire esperti praticando umanità, anche attraverso il sacrificio di se stessi. Sta nella dedizione alla causa dell’uomo a partire dagli ultimi e dagli svantaggiati; sta nel trovare vie di uscita alle esperienze proprie e altrui, quando si ripiegano su se stesse divenendo autoreferenziali; nel far rinascere o nell’aprire a una realtà più grande; è la sua costante determinazione e cura, incoraggiando sinapsi tra la gente (σύν/con e ἅπτειν/toccare), connessioni esistenziali per una crescita condivisa del bene comune, mettendo in guardia dalla retorica dell’accumulo, del meticcio, della identità, dell’esclusivo: il diavolo veste Prada.

«Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie – dice Paolo ‒ Provate ogni cosa e vagliate ciò che è buono» (1 Tes 5,19-20): traducete in vita etica, per gli altri, i vostri esperimenti.

Fare esperienza allora è di più che fare un esperimento. Così come la realtà è superiore all’idea, ma l’una non esclude l’altra e neppure va senza l’altra, parimenti l’esperienza deve uscire fuori, rischiarsi allo scoperto della realtà, verso un orizzonte che è sempre oltre, infinitamente aperto. La realtà è qualcosa che ci sorprende e ci supera sempre: il discernimento comunitario come “l’intelligenza senziente” (Xavier Zubiri), quella che si fa carico della realtà, le danno una forma, un senso, un giudizio, una intelligibilità, una bellezza.

Se la realtà è la materia prima, diversificata, plurale, imprevedibile, incontenibile, segnata dal nascere e dal morire, l’esperienza dell’“intelligenza senziente”, che lascia essere le cose nella loro diversità e la condivisione di ciò che è proprio di ciascuno, sono le mani che la plasmano, impastando con essa nel presente il futuro dell’umano in un processo di socializzazione e personalizzazione.

Geremia «scese nella bottega del vasaio, ed ecco, egli stava lavorando al tornio. Ora, se si guastava il vaso che stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli riprovava di nuovo e ne faceva un altro, come ai suoi occhi pareva giusto» (18, 3-4).

Per vivere spiritualmente e creativamente bisogna immergersi e lasciarsi impastare nel reale. Scrive Romano Guardini [Qui]: «Esiste un tipo di creazione spirituale che si deve pagare con la capacità di sentire» (Diario, 124). E senza questo esercizio dei sensi “intelligenti”, che leggono in profondità, dentro (intus legere), la fede stessa, si dissocia dalla vita, si ammala, rinsecchisce e diviene come quelle foglie che si staccano dall’albero dell’esperienza private della linfa.

Quando nelle nostre parole, negli scritti, negli stessi gesti liturgici, ma anche in quelli più familiari e umili ‒ come far da mangiare, apparecchiare la tavola, far le pulizie ‒ viene meno l’energia del fatto che li ha suscitati, essi diventano pragmatici, da manuale, senz’anima: situazioni e ambiti in cui la realtà è come archiviata, rinchiusa, immobile, tolta via dal suo contesto.

E Pierre Teilhard de Chardin [Qui] vedeva con assoluta evidenza «la vuota fragilità delle più belle riflessioni e immaginazioni di fronte alla pienezza definitiva del più infimo fatto colto nella sua realtà concreta e totale». Per comprendere e interpretare il mondo bisogna viverlo: «Ogni conoscenza astratta (virtuale) è solo ‘essere appassito’; poiché, per capire il Mondo, non basta sapere: bisogna vedere, toccare, vivere nella presenza, bere l’esistenza bell’e calda nel seno stesso della Realtà», (“La Potenza spirituale della Materia”, in Inno dell’universo, 67-68),

Concludo come ho iniziato, dando la parola a C.S. Lewis: «Noi non ci accontentiamo di vedere la bellezza, anche se sa il Cielo che gran dono sia questo. Noi vogliamo qualcos’altro che è difficile esprimere a parole – vogliamo sentirci uniti alla bellezza che vediamo, trapassarla, riceverla dentro di noi, immergerci in essa, diventarne parte»
(Il brindisi di Berlicche e altri scritti, Milano 1980, 149-150).

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bolle minuti attimi tempo

Agosto 2060: Minuti per sempre

 

Oggi fa proprio caldo. Siamo in agosto, in Lombardia, in pianura, vicino a un fiume. Insetti e umidità la fanno da padrone. Le zanzariere sono ovunque e sono determinanti per la qualità della vita. Si possono azionare con un telecomando, oppure si può programmarne la direzione, il grado di spessore, anche le modalità di rifrazione della luce, ma sempre di zanzariere si tratta.

Axilla e Cosmo-111 sono sul divano di vimini che si trova sotto il portico della casa della mamma e della zia in via Santoni Rosa 21. Axilla sonnecchia e Cosmo-111, per non essere da meno, se ne sta fermo cantando a bassa voce la sua canzone preferita: “saputo, saputo, aku aku, saputo saputo aku totú”.

Io, mia madre Cecilia e la zia Costanza siamo sedute in soggiorno, sui divani gialli che erano della nonna Anna. Sono divani vecchissimi, rimodernati più volte, sempre con della tappezzeria con lo sfondo giallo e fiori ricamati. Il tipo di fiori e il loro colore è cambiato nei corso degli anni ed è dipeso dai gusti delle persone che si sono avvicendate nella scelta e anche dai consigli dei tappezzieri che sono stati di volta in volta interpellati. Anche il tessuto è cambiato. Quello attuale è leggero, non si macchia, mantiene il calore, è lavabile. Mi ricordo che negli ultimi anni della sua vita la nonna Anna soleva dire che le innovazioni dei tessuti erano tanto importanti quanto quelle dei circuiti elettronici che permettono la vita ai nostri mezzani. Credo avesse ragione.

Questo sonnecchiare estivo permette ai minuti di dilatarsi, di diventare prepotenti e significativi. Dentro un minuto ci può stare uno starnuto, un sorriso, un’idea, la puntura di una zanzara, un sospiro. Ogni minuto è una bollicina che racchiude una briciola di vita, un pensiero limpido oppure indecente, il bagliore dell’alba o il calore del tramonto, un po’ d’azzurro e un po’ si sole, una goccia di pioggia o una lacrima. Ogni minuto è un attimo di vita, una rarità, una unicità assoluta, tanti fotoni.

Crediamo che siano rari i diamanti, gli smeraldi, gli arcobaleni, le eclissi di Luna, il transito delle comete, ma solo molto più rari i minuti. Nessuno è uguale al precedente. Ogni minuto che viviamo è unico e irripetibile e un gemello per lui non ci sarà. In questa incredibile unicità dei minuti sta il loro valore. Passato uno ne arriverà un secondo e poi un terzo e poi un quarto … ma nessuno dei tanti minuti inanellati in un’ora, in un giorno, in una settimana, in un anno sarà come il precedente. Non ne esiste uno uguale a quello appena vissuto e già bruciato, archiviato, passato, dimenticato o ricordato.

Si può ricordare un minuto per sempre? Sì.
Ripenso ai miei “minuti per sempre” e mi vengono in mente gli occhi di Axilla e Gianblu la prima volta che si sono aperti sul mondo. Io c’ero e li ho visto cercare di mettere a fuoco determinati e curiosi, me li ricordo perfettamente.

Un secondo mio “minuto per sempre” è stato la morte del nonno Umberto, il marito della nonna Anna. Il professore, come lo chiamavano tutti. Ha chiuso gli occhi per non aprirli mai più. Io c’ero. E poi l’alba sul mare, le fragole che spuntano in primavera, la faccia dei miei bambini quando hanno visto per la prima volta Cosmo-111, le lacrime di Pit-x quando Nuvola e Nembo gli hanno regalato il radicchio e adesso Gyanny che dorme.

Minuti eterni, che sanno di scoperta, di novità di stupore, d’amore. Eppure sono solo minuti. Sessanta in un’ora, millequattrocentoquaranta in un giorno. Sono piccole perle che assaporiamo continuamente, beni preziosi più dell’oro bianco, della Ferrari, dei vestiti di Chanel, di una barca a vela come Sole Verde. Sono unici, irripetibili, straordinari, incontrollabili, donati. Sono democratici perché sono di tutti, ogni essere umano può vivere dei minuti preziosi e ogni essere umano ne ricorda alcuni stupefacenti.

Penso sempre che le cose migliori di questo mondo non le abbiamo fatte noi esseri umani, non sono costruzioni o artifici per pochi, ma sono doni universali che appartengono a tutti.  Il sole è di tutti, il vento è di tutti, il mare è di tutti ed è di tutti il tempo nelle sue manifestazioni minimali (un secondo, un minuto), nelle sue manifestazioni massimali (una vita), nelle sue manifestazioni eterne (l’eternità). Ma qui ci fermiamo perché non c’è un rapporto univoco tra tempo e eternità, anzi sembrerebbero in antitesi, la fine di uno e l’inizio dell’altra. Il nuovo mondo sta tutto lì. La vita è di tutti i vivi, l’eternità una possibilità. Il tempo accompagna la vita e si ferma alle porte dell’eternità.

Alla fine, dopo discussioni lunghissime, si è deciso di fare il battesimo di Gyanny il mese prossimo. I nostri cugini, che abitano a Parda, sul lago omonimo, verranno di sicuro. Sono tanti. Io ho sette cugini, cinque maschi e due femmine, che a loro volta hanno figli. Abbiamo pensato di invitarli tutti, non solo per il grado di parentela, ma perché sono simpatici, gentili e sinceri e a noi piacciono.

Poi inviteremo i cugini di Cremantello, che sono i figli delle cugine della mamma: Leonardo, che ha cinquantasette anni e Marta, che ne ha quarantaquattro. Non so se verranno Ines, che ha ottantaquatto anni e Bella, ne ha ottanta. Ines ha problemi di vista e Bella cammina zoppa, per un problema ad una gamba che si è acutizzato ultimamente. Nonostante qualche acciacco, sono ancora perspicaci e dotate di un notevole senso dell’umorismo. Magari decidono di venire, ci farebbe piacere, soprattutto alla zia Costanza e alla mamma.

Quando mia madre Cecilia era piccola andava sempre a Cremantello, al bar Ghepardi, dove hanno sempre lavorato le cugine, e stava settimane intere con Bella. Dormivano nella stessa stanza e organizzavano la loro vita in perfetta sincronia. Questo ha cementato un legame insostituibile.

Bella è la terza sorella di mia madre (dalla cuginanza alla fratellanza per via della prossimità). E’ stata anche la sua testimone di nozze. A Pontalba le può portare Leonardo, che fa il fisioterapista per una squadra di ginnastica di Serie A e ha una macchina che può trasportare fino ad otto persone.

Poi invitiamo Francesca, che è una parente che ha più o meno la mia età  e abita vicino a noi.  A Pontalba, in vicolo Saturnina. E infine qualche amico di Enrico, mamma, zia, mio, dei ragazzi. Credo che decideremo di sceglierne al massimo un paio a testa, perché altrimenti a casa Del Re, la vecchia abitazione di campagna che ci ha visti tutti piccoli e poi cresciuti, non ci stiamo.

Il battesimo si fa in chiesa nella parrocchiale di San Protasio e poi facciamo un mega-rinfresco all’aperto. Abbiamo contattato un’azienda che fa catering. Sono già venuti a vedere il nostro cortile e a decidere con Enrico tutti i dettagli dell’allestimento.

Ora mancano i vestiti. Organizzeremo una spedizione a Trescia per sole donne. Sarà un soddisfazione. Pregusto già questo momento spensierato con le zie Cecilia e Rachele (Rachele arriverà qualche giorno prima da Torino e si fermerà una settimana), la mamma, mia sorella Rebecca e mia figlia Axilla.

Esco sotto il portico e vedo Axilla che sonnecchia. Siccome ha avvertito la mia presenza, apre gli occhi e mi guarda.
– Che hai mamma, problemi?
– No – le dico, – pensavo che dobbiamo organizzare una spedizione a Trescia per comprare i vestiti che servono per la cerimonia di battesimo del piccolo Gyanny.
– Io non voglio vestiti – mi dice lei – penso che verrò nuda -.

La guado di traverso e lei si mette a ridere.
– Ma mamma non mi avrai creduto! Per ora nudi in chiesa non si può andare, sono un po’ retrogradi … si sa. Voglio una tuta ultraleggera di Mollan (uno dei nostri nuovi tessuti super-tecnologici), sfumata dal giallo all’amaranto. L’ho vista costa 1/100 di Vitcat (la moneta virtuale che usiamo sempre).
– Vedi tu – le dico.
Io questo abbigliamento moderno non lo amo molto, appartiene più alla generazione di Axy che alla mia. Figuriamoci a quella di mia madre e delle zie.

– Facciano quel che vogliono – direbbe la zia Costanza – Io voglio un vestito blu di seta e anche una collana di perle. La zia Costanza è vecchia e un po’ antiquata, ma non sbaglia mai. Anche io voglio le perle. Per un battesimo sono adatte. E così sarà.

Caro Gyanny, avrai una grande festa. Sicuro.

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bambino nascita

Luglio 2060:
È nato Gyanny!

19 Luglio 2060. Ieri è nato Gyanny, il secondo figlio di mio fratello Enrico. Gyanny ha i capelli neri folti, la pelle molto chiara, pesa tre chili e mezzo, è lungo cinquantadue centimetri. Per ora non si capisce il colore degli occhi, ma se sono simili a quelli di suo fratello Marlon diventeranno verdi, come quelli della zia Costanza e di mia figlia Axilla. Quel verde color foglie d’autunno ha accompagnato l’esistenza di diverse generazioni di Del Re, rendendole più bella da vedere.

La famiglia è in agitazione. In via Santoni Rosa dove abitano ancora la zia Costanza e lo zio Pietro, mia mamma Cecilia a mio padre Mario, c’è un fermento incredibile. La mamma e il papà sono diventati nonni per la quarta volta. Ora lo sono di Axilla che ha vent’anni ed è la prim-nipote (così si definisce lei), di Gianblu, di Marlon e di Gyanny.

Gli zii sono diventati prozii e lo sono ormai di dieci discendenti. Ma il più piccolo è sempre il più bello, è un circuito che si esaurisce solo così. Si sta già progettando il battesimo, facendo un sacco di ipotesi sulla data migliore. “Metà Settembre, così non fa né caldo né freddo”, “primi di Ottobre, così possiamo mettergli un bel golfino di lana bianca ricamata”, “prima di Natale, sarà come avere un Gesù Bambino in carne ed ossa” e così via.

Intanto Gyanny dorme tra le braccia di sua madre e non dà segnali di preoccupazione. “Perché non conosce ancora i Santoniani” dice Axilla. Questa storia dei Santoniani se l’è inventata Axilla e adesso anche i “mezzani” chiamano i nonni e gli zii i Santoniani (gli abitanti di via Santoni Rosa, ovviamente).

Cosmo-111 e Canali-111 vanno spesso a trovare i Santoniani con i loro umani di riferimento. Anche a loro è stato comunicata la nascita di Gyanny e i loro commenti sono stati entusiasti. “Bello, bello, i bambini sono belli, giocano, cantano e mangiano il gelato!” ha detto Cosmo-111.
“Io dopo faccio i compiti, faccio i compiti anche a Gyanny come a Marlon, io faccio il doppio dei compiti. Canali-111 bravo, bravo, bravooo!”. Ha detto l’altro mezzano.

Questo è l’effetto della novità, una grande novità. È l’inizio di una nuova vita. L’inizio di un nuovo respiro, di un nuovo cuore che batterà decine di volte al minuto, centinaia all’ora, migliaia al giorno … . E’ la maggiore sfida a qualsiasi principio di razionalità meccanicistica. E’ lo stupore  del respiro, della carne calda, del pulsare delle vene, del battito perenne del cuore.

Il cuore scandisce la vita. Batte per tutto il tempo in cui lei c’è. È il tramite tra una sensazione di tempo che ci circonda e una certezza di tempo che ci vive dentro. Il cuore che batte determina e pervade tutto, è la prova che non ci sbagliamo quando pensiamo di “essere” e non solo di “volere”. Senza l’essere non c’è volere. L’esistenza è superiore al desiderare, l’esistenza è. L’esistenza esiste, l’essere è.

Cosmo-111 guarda sul cellulare la foto di Gyanny. “Bello, bello, sembra morbido”. Dice e poi fa roteare le telecamere, che gli permettono di vedere, in modo strano, sembra stupito e pensieroso insieme. I bambini sono un po’ sproporzionati, hanno la testa e gli occhi giganti e il corpo piccolo, piangono sempre e, tra rigurgiti e altro, puzzano sempre un po’. Ma sono comunque bellissimi. Si muovono, ti guardano, reagiscono agli stimoli, riconoscono i genitori e sorridono da soli.

Siamo nel 2060 eppure non esistono apparecchiature meccatroniche con una capacità di apprendimento come quella dei bambini, nemmeno lontanamente. La cosa che più impressiona è la loro capacità di essere riflessivi. I neonati pensano, riflettono su quello che succede e, traggono da questo loro pensare, delle conclusioni. Cominciano da subito a costruire un senso a quello che succede, a spiegarsi a modo loro gli strani accadimenti di questa lunga e insidiosa vita.

Nel 2060 i bambini che nascono da una mamma “vera” sono sempre meno. Molte fecondazioni avvengono ormai in provetta e i ventri artificiali (meccatronici), dove i feti possono svilupparsi e diventare dei meravigliosi bambini, funzionano perfettamente. Se uno vuole, attraverso interventi sul sistema del DNA del feto, si può decidere il colore degli occhi e dei capelli, si possono evitare  malattie genetiche, si possono condizionare delle attitudini.

Ma niente di tutto questo è stato fatto con Gyanny. Se fosse stato concepito sessant’anni fa, sarebbe stato lo stesso. È figlio di Enrico e sua moglie, senza nessun tipo di intromissione nel suo patrimonio genetico. È autentico fino al midollo e a noi piace così.

Anche Canali-111 si avvicina e guarda la foto di Gyanny.
“Ma perché tiene gli occhi chiusi? Ci sono problemi alle sue telecamere? Chiamate il Centro-Trescia-111, portatelo in assistenza per verificarne il funzionamento. È importante.” dice.
“Ma lui è un umano!” gli risponde Cosmo-111, che è sempre il più acuto.

Abbiamo appena rimarcato la distinzione tra mondo umano e mondo mezzano e questo grazie alle considerazioni di un mezzano, che ha visto subito che Gyanny non è come lui. È bastata la fotografia del bambino. Io personalmente di questa chiara identificazione e riconoscibile appartenenza, sono contenta. Come sarebbe un mondo dove non si potesse più verificare la differenza tra mezzani e umani? Innamorarsi di un mezzano che conseguenze potrebbe avere? Credere di poter far fare le pulizie di casa a un bambino, perché collocato dagli accidenti della vita e dalla cattiveria degli uomini in un ruolo puramente esecutivo, che conseguenze potrebbe avere?

Questi scenari sembrano insieme una deriva del progresso e una regressione alle nostre origini. Una pericolosa trasmigrazione in quei mondi in cui ci sono ancora gli schiavi bambini, i guerrieri bambini, in quei  territori dove a dodici anni si coltiva la terra, si colora la stoffa, si tesse al telaio, si cuciono scarpe da ginnastica per i prepotenti abitanti dei paesi ricchi. Quei paesi dove si pensa che grazie ai soldi ci si può permettere lo sfruttamento, la sopraffazione, l’indifferenza.

Nelle spinte in avanti c’è sempre un pericolo di risucchi all’indietro. Nell’innovazione c’è insito il pericolo del disastro. Nessuna di noi donne qui sedute sul divano giallo a fiori del soggiorno della casa di via Santoni dimentica che la situazione è questa. Non si può non vedere che il progresso è necessario, utile, ma anche pericoloso, deviante, adatto a molte possibili derive. Che le traiettorie di sviluppo dell’essere umano sono tortuose, che non ci muoviamo in modo rettilineo verso il miglioramento delle condizioni di vita della specie umana, ma in una specie di circuito con gradi diversi di ricorsività che dipendono dalle scoperte, dal periodo e dalle casualità.

Dove può arrivare l’intrusione sul DNA dei feti? A cosa può portarci? Ad avere bambini più sani, più intelligenti, più propensi alla solidarietà? Forse sì, ma può anche portarci all’utilizzo strumentale della varianti genetiche. Creare bambini tutti uguali, tutti seri, tutti intelligenti, ma anche tutti egoisti, cattivi con una forte propensione all’aggressività (poi non ci resterebbe che mandarli in una arena a combattere e torneremmo nel periodo dell’Impero Romano, quando i gladiatori sbranavano vivi esseri umani come loro).Si potrà in un futuro, teorico quanto aberrante, permettersi di far vivere dei piccoli Hitler con le potenzialità di sterminare definitivamente l’essere umano.

Ma per fortuna questa è solo una possibilità e forse l’essere umano si fermerà, come è già riuscito a fare in passato, impedendo al mondo di autodistruggersi, di implodere come un buco nero che risucchia tutto e non lascia più spazio a nulla, nemmeno a se stesso.

Noi donne di via Santoni, che stiamo sedute nel soggiorno della vecchia casa e pensiamo al battesimo di Gyanny, sappiamo che questi scenari sono l’estrema conseguenza, sia in positivo che  in negativo, di quello che stiamo vivendo, di quello che abbiamo già davanti agli occhi.

Guardiamo tutte la foto di Gyanny che dorme tranquillo e sappiamo che è un bambino fino in fondo, un cucciolo umano come l’abbiamo sempre visto e immaginato, senza interventi modificatori architettati per una riparazione funzionale ad alcune necessità, ma non ad altre. A noi Gyanny piace così, poi lui della sua vita farà ciò che vorrà e anche in questo si cela una potente insidia. La libertà rende liberi, nella libertà ci sta tutto il bene e tutto il male del mondo.

Non resta che sperare nel futuro, nella capacità degli uomini di amare, nella grande possibilità che ha sempre il bene di vincere sul male. Come nelle grandi saghe, nella mitologia, nell’epica, nei sorrisi e nella gioia che trionferà. Gyanny è un piccolo essere umano che dorme e per ora non sa che un grande futuro per lui ci sarà.  Ma perché l’hanno chiamato Gyanny?
Non so, io l’avrei chiamato Emanuele.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

ufo astronave pianeta

Saperi, futuro e destino umano

 

L’8 luglio Edgar Morin [Qui], uno dei più grandi intellettuali contemporanei, raggiungerà il traguardo del secolo. Troppo complesso per essere preso sul serio, lui iniziatore del pensiero complesso, della necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi a cui siamo ancora abbarbicati, semmai rivendicata come merito del passato da una scuola incapace di preparare al pensiero della complessità.

La conoscenza è avventura e la scuola è parte del territorio in cui vivere questa avventura, in cui apprendere a conoscere e a ri-conoscere la conoscenza. La palestra in cui esercitarsi fin da piccoli alla metacognizione, a interrogarsi, a nutrire la curiosità, a inseguire lo stupore.

Il compito dell’istruzione non può ridursi all’angustia di formare cittadini da integrare nella società presente, né in ipotetiche società future, le categorie pedagogiche degli Stati-Nazione, come le pedagogie progressive del Novecento, hanno fatto il loro tempo.

Morin ci rappresenta il nostro pianeta come una nave spaziale, che viaggia grazie alla propulsione di quattro motori scatenati: scienza, tecnica, industria, profitto e dove nello stesso tempo la minaccia nucleare e la minaccia ecologica impongono alla umanità una comunità di destino, non c’è possibile futuro che valga la pena costruire se non riscoprendo la centralità di ogni donna e di ogni uomo, la centralità dell’intelligenza, la centralità del pensare oggi per il futuro.

In gioco non è l’integrazione culturale nella propria comunità, in gioco per tutti, da ogni lato della Terra, è la vivibilità del futuro. L’asfittico obiettivo dei sistemi scolastici nazionali è soppiantato dal ben più impegnativo e difficile compito di attrezzare le giovani generazioni a vivere un futuro vivibile. L’Agenda 2030 dell’Onu è lì a ricordarcelo in ogni istante.

In questo orizzonte sa di anacronistico brandire la difesa dell’ora di lezione, della cattedra e delle discipline, come un Don Chisciotte che insegue i suoi fantasmi, come il soldato giapponese che non si arrende, perché non crede che la guerra sia finita. Il tempo è scaduto da tempo e la conseguenza è non aver provveduto a farsi la cultura necessaria al ritorno alla realtà.

Da Introduzione al pensiero complesso  a La testa ben fatta, dal Manifesto per cambiare l’educazione, ai Sette saperi necessari all’educazione del futuro, ormai sono più di trent’anni  che Morin ci invita a riflettere sullo stato attuale dei saperi e sulle sfide che caratterizzano la nostra epoca. A richiamare soprattutto quanti hanno in mano le sorti delle future generazioni, come gli insegnanti, a prendere consapevolezza che la posta in gioco sono i nuovi problemi prodotti dalla convivenza umana, da una interdipendenza planetaria irreversibile fra le economie, le politiche, le religioni, le malattie di tutte le società umane.

Una riforma dell’insegnamento è indispensabile per poter affrontare queste sfide, a partire dalla riflessione sullo stato dei saperi frantumati in singole discipline, quando la complessità per essere indagata richiede la capacità di collegare e praticare ambiti di sapere tra loro apparentemente distanti, ma il cui dialogo, mai intuito prima, ora si manifesta prezioso per la risoluzione dei problemi, per rendere prevedibile ciò che i paradigmi precedenti ritenevano imprevedibile.

Umanesimo e scienza, che ancora non siamo in grado di far comunicare, di contaminare nei curricula dei nostri percorsi scolastici, come se i tempi di Vico non fossero mai tramontati, come se il crocianesimo continuasse ad essere radicato nel DNA dei nostri studi. Occorrevano le vicende di questa pandemia inattesa a svelare l’impreparazione della scienza a comunicare e la nostra incapacità a misurarci con le certezze ‘incerte’ proprie della scienza.

La riforma dell’insegnamento è il nodo che ancora non abbiamo sciolto. Un nodo che richiede di non cessare di interrogarsi, perché la complessità non ha risposte semplici e meno che mai risolutive, l’avvento della pandemia ha certo aiutato a sgombrare le menti da ogni dubbio.

Eppure quando si innalzano peana a celebrare l’afflato erotico che abbatte le distanze tra cattedra e banco, tra docente e discente, l’impressione è di vivere in un paese in cui intellettuali e sistema formativo sono fermi al passato, non siano in grado di comprendere il presente e, tanto meno, di leggere il dopo.

Morin ci propone di porre alla base della riforma della scuola, del mestiere della scuola che è l’istruzione, il pensiero complesso, une tête bien faite. Qualcosa di più difficile, di complesso, appunto.

Insegnare a vivere. Dovevamo attrezzarci per far apprendere ai nostri studenti come si vive, ma non qui ed ora, bensì nel luogo che ancora non c’è. Una sfida da capogiro, di fronte alla quale ci siamo ritirati, trastullandoci con i banchi a rotelle e con la Dad che non è scuola. Ripiegati sui noi stessi, rispecchiati nelle certezze del passato, ci è scomparsa la cognizione del futuro, che chi ha creature da crescere non dovrebbe permettersi di perdere, ma questo è quello che è accaduto. Il dopo delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, la loro vita futura come uscirà attrezzata dalle nostre scuole? Piena dell’ira d’Achille, degli atri muscosi e dei fori cadenti, ma vuota dell’imprevedibile, del novus che è sempre stato il modo del ‘moderno’.

Da sempre la missione dell’educazione è insegnare a vivere, ma è un conto farlo per vite già confezionate, altro per vite ancora da confezionare.
Morin ci suggerisce di porci una domanda che non ha spazio nei nostri programmi d’insegnamento e che riguarda ciascuno di noi: che cosa significa essere umano?
Si tratta di permettere a ciascuno di sviluppare al meglio la propria individualità, il legame con gli altri, ma anche di prepararsi ad affrontare le molteplici incertezze e difficoltà del destino umano.

E qui entra in gioco il sistema di conoscenze e dei saperi di cui le nostre scuole sono depositarie. Altro che centralità della lezione, quella lezione rischia di divenire tossica, perché a fronte della realtà che le nostre ragazze e i nostri ragazzi si troveranno a vivere, il sistema delle conoscenze che le nostre scuole trasmettono è ancora troppo debole. E se debole non aiuterà certo i nostri giovani a cogliere le carenze dei loro pensieri, i buchi neri della loro mente, che rischiano di rendere invisibile la complessità del reale.

Il pericolo è che dalle nostre scuole escano giovani costretti ad affrontare il futuro a mani nude.

Da questa pandemia abbiamo appreso che non è solo la nostra ignoranza ad aver ostacolato la comprensione di quanto è accaduto, ma soprattutto l’inadeguatezza delle conoscenze di cui disponiamo. I buchi neri nella nostra mente confermano che il nostro sistema di saperi e di pensiero non è in grado di rispondere alle sfide della complessità.

Allora non abbiamo bisogno di docenti e di intellettuali che sottoscrivono manifesti, ma di intellettuali e professionisti della cultura, in grado di promuovere una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di formare insegnanti e studenti a pensare la complessità.

Siamo in ritardo e il tempo non attende, il futuro imprevedibile è in gestazione oggi.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

Riprendiamoci il gusto del futuro

È un mondo nel pieno di grandi mutamenti quello che ci ospita, tutti assieme in questa bella estate all’insegna dell’ottimismo.
Un mondo in cui qualcosa si muove, accadono cose fenomenali e noi tutti possiamo pensare con serenità al nostro futuro.
Ed è un futuro luminosissimo quello che ci attende.
Sempre più persone comprano le auto elettriche e sempre più aziende hanno a cuore la sostenibilità, quindi siamo a cavallo.
È quindi evidente: l’umanità è riuscita a risolvere tutti i casini in cui si è volutamente cacciata e – come si diceva poco più di un anno fa – “ne usciremo migliori”.
Alla faccia di chi ci vuole male.
Non facciamoci dunque spaventare dalla follia che serpeggia sempre più nella testa di quasi tutti noi.
Non pensiamo a quanto siamo sempre più stanchi e ancora (grottescamente) dopo secoli, così vincolati alla cessione del nostro tempo a chissà chi.
E soprattutto: non diamo troppo peso al caldo e al fuoco che stanno divorando il Canada.
Insomma, non cediamo a un disfattismo di bassa lega perché non ve ne è proprio motivo.
Restiamo ottimisti.
Buona settimana a tutti e forza Azzurri!

Strangers die everyday (Butthole Surfers, 1986)

robot

Giugno 2060:
Ho compiuto ottantotto anni da due mesi…

Giugno 2060.
Ho compiuto ottantotto anni da due mesi. Accidenti come sono diventata vecchia. I miei capelli sono bianchi candidi e il mio viso è solcato da una miriade di piccole rughe, come il greto di un torrente in secca. Mio marito Pietro ha ottantasei anni e sta ancora abbastanza bene, a parte l’artrosi che gli sta deformando le ossa delle mani. I miei tre nipoti: Rebecca, Valeria e Enrico sono diventati grandi e hanno intrapreso percorsi di vita diversi.

Rebecca ha cinquantotto anni, abita da sola a Portici, un piccolo cascinale ristrutturato sulle rive del Lungono. Un posto splendido pieno di poesia e di storia. Fa la giornalista per TresciaOne, uno dei nostri  giornali locali. Le piace intervistare personaggi famosi e spesso mi viene a chiedere cosa ne penso di quello che scrive. Valeria ha quarantasei anni, è sposata con Luca, ha due figli che si chiamano Axilla e Gianblu, abita nella zona industriale di Pontalba e insegna geometria analitica in Università a Trescia. Enrico ne ha trentotto e fa il direttore del Museo civico di Bugnolo. Ha un bambino di otto anni che si chiama Marlon e un secondo maschio in arrivo, chissà come lo chiameranno e come sarà.

Axilla e Gianblu vengono sempre a trovarmi con Cosmo-111, il loro super-robot. Luca, il loro papà, è un ingegnere del Centro-Trescia-111 e la programmazione di Cosmo-111 è stata fatta dai migliori ingegneri del centro. Cosmo-111 è un essere straordinario. Un “mezzano” di prim’ordine, che sa stupire, tanto è capace di imparare e reagire velocemente a qualsiasi stimolo le sue apparecchiature elettroniche intercettino. Anche ora che ha dieci anni e comincia ad essere un po’ vecchio è ancora un mezzano di prim’ordine.

Quando penso alla mia vita così lunga e piena di eventi e accidentalità la cosa che riempie maggiormente i miei ricordi sono le persone che ho incontrato. Quelle buone che hanno cercato di lasciarmi un po’ di bene e quelle cattive che mi hanno fatto del male. La distinzione tra bene e male è in questo caso estrema, non esiste un male assoluto e non esiste un ben assoluto. La forma assoluta di queste due caratteristiche appartiene all’aldilà, se un aldilà esiste.

I miei nipoti mi hanno regalato un robot-canarino che si chiama Pit-x. Vive nella gabbia con Nuvola e Nembo, due bellissimi canarino arricciati. Formano un trio straordinario che mi fa compagnia e diverte le mie giornate da vecchia arzilla.

Ieri Axilla voleva sapere com’era Albertino Canali, il mio vicino di casa che faceva il trebbiatore e che è morto da un anno. Sa che era un mio amico e che gli ero molto affezionata, anche se discutevamo sempre e non ci piacevano le stesse cose. Ho provato per una vita a fargli apprezzare la bellezza dei miei cespugli di ortensia, ma non ci sono mai riuscita.

Grazie alla domanda di Axy, mi sono trovata a ripensare all’Albertino Canali di molti anni fa, quando avevamo cinquant’anni e lui voleva spalarmi la neve davanti al portone di via Santoni, mentre io mi ostinavo a farlo con la vecchia pala del nonno senza raggiungere grandi risultati e poi all’Albertino di qualche anno fa, prima che ci lasciasse improvvisamente una bella mattina chiara di marzo.

Albertino Canali non amava i “mezzani”, diceva che lo mettevano a disagio perché avevano più memoria di lui, più vista di lui, più agilità di lui. Diceva anche che, nonostante avesse ormai quasi novant’anni, era molto più bello lui di questi “esseri di latta”. I “mezzani” non hanno gambe, sono bassi e hanno delle braccia lunghe e snodate. Solo se ti abitui a vederli puoi riconoscere anche in loro qualche grado di beltà.

Alcuni hanno braccia molto snodate e altri si muovono un po’ più a scatti, alcuni hanno telecamere perfettamente posizionate nelle orbite degli occhi e sembra effettivamente che siano dotati di pupilla, iride, cornea e cristallino, mentre altri roteano gli occhi in modo tale che è evidente l’azionamento di componenti meccaniche. Alcuni hanno la testa di una forma più tondeggiante e più simile alla nostra, mentre altri più squadrata.

Siccome noi siamo esseri umani con una forte tendenza alla socialità e con una predilezione marcata per i nostri simili, più i “mezzani” assomigliano a noi, più ci sembrano belli. Poi c’è una componente affettiva che non va mai sottovalutata: il tuo robot è più bello degli altri, perché è tuo e la sua bellezza aumenta nella stessa proporzione in cui lo senti veramente tuo.
Come tutti i rapporti affettivi, anche quello con i mezzani si deteriora se l’affettività viene tradita e il robot diventa improvvisamente brutto, meno intelligente, meno appetibile, poco unico. I sentimenti traditi sono l’origine di molti mali, il motore di molte vicende nefaste, l’inizio delle peggiori guerre, la fine di moti idilli vagheggianti.

Quando Marlon ha compiuto cinque anni (tre anni fa) Enrico gli ha regalato il suo primo robot. Un mezzano costruito al Centro-Tresia-111 direttamente da Luca, il marito di Valeria. La cosa buffa è che quando è stato chiesto a Marlon come voleva chiamarlo, lui ha riposto: “Canali-111”, il cognome di Albertino. Siamo rimasti di stucco. Di solito ai robot si danno nomi astrali. Axilla gli ha proposto di chiamarlo Nettuno, Gianblu di chiamarlo Saturno e io di chiamarlo Sole, ma non c’è stato nulla da fare, Marlon ha voluto chiamare il suo robot Canali-111 e così è stato.

Ricordo che, in una limpida mattina di gennaio con tanto bianco in cielo e in terra (era appena nevicato), Marlon è arrivato in via Santoni Rosa 21 a farci vedere il suo “mezzano”. Canali-111 è un robot con delle braccia agilissime e la testa tonda come i migliori mezzani, ma la cosa davvero particolare di questo robot è che ha un occhio per colore. Le sue telecamere sono protette da una retina in vetroresina di due colori diversi. L’occhio destro è viola, come le violette che a Pontalba riempiono gli argini del Lungone in primavera, l’occhio sinistro è verde scuro, come il corso del Lungone dopo il temporale estivo, quando la molta vegetazione trascinata nel fiume dalla furia del temporale, rende l’acqua dello stesso colore delle foglie agostine. Io non avevo mai visto un robot così bello, l’ho detto a Luca e lui mi ha risposto che ultimamente molti bambini preferiscono i robot con gli occhi di colore diverso. Gli è capita una bimba che ha chiesto per il suo robot un occhio giallo come la buccia del limone e uno bianco come lo yogurt alla vaniglia. Un occhio giallo e uno bianco, davvero una strana combinazione.

Canali-111 è anche molto intelligente, impara velocemente e se non lo trattengono, fa i compiti scolastici di Marlon in un baleno. Tutti eseguiti alla perfezione e rapidamente. Una vera tentazione per Marlon, che appena può glieli sgancia, perché sa che a Canali-111 piace farli, si diverte e poi dice di se stesso “Canali-111 bravo, bravo, davvero bravo”.
“Si, si bravissimo!” gli risponde Marlon e questo rinforzo continuo fa si che l’esecuzione del compito sfiori la perfezione ogni volta. Ma la cosa stupefacente è che, se anche Marlon non fa i i compiti perché li fa il mezzano, questo non cambia nulla del suo profitto a scuola. Anzi, sembra che sia sempre più bravo. L’avere un supporto sicuro, efficiente e colto per l’esecuzione dei compiti, ha dato una grande sicurezza a Marlon, che è bravissimo sia a scuola che a casa. Se Canali-111 fa i compiti, Marlon legge le esecuzioni e impara le soluzioni a velocità supersonica, nessuno riesce a prenderlo in castagna.

Così in maniera tacita si è creato un accordo familiare per cui Canali-111 può fare i compiti a patto che il profitto di Marlon continui a essere  eccellente. Funziona perfettamente. Marlon è bravissimo. Questa vicenda insegna, cambia delle prospettive. Per facilitare l’apprendimento più che la ripetitività dell’esercizio, che quasi sempre un compito propone, serve la sicurezza, un riferimento competente a cui attingere, una reiterazione dei successi, che facilita la riproduzione del comportamento vincente. Serve l’autostima, che la prevedibilità del risultato finale garantisce. Serve una mente libera e senza preoccupazioni. Vedere Marlon e Canali-111 fa riflettere sulle modalità migliori per insegnare ai bambini nozioni e compiti esecutivi. Tutt’altro discorso si potrebbe fare se si tratta di stimolare la creatività, che resta una caratteristica tipicamente umana.

Quando Alberino Canali ha scoperto che il Robot di Marlon si chiama Canali-111 gli sono venuti gli occhi lucidi. Senza parlare li ha messi entrambi, il bambino e il mezzano, su Marghera (il suo carretto verde) e si è avviato verso gli argini del Lungone con evidente soddisfazione. Il caso di omonimia tra il suo cognome e il nome del mezzano di Marlon, che poi un caso non è, gli ha provocato una grande gioia, che abbiamo visto suppurare da ogni poro della sua vecchia pelle e che l’ha riempito di allegria. Altro che le mie povere ortensie, per un attimo Albertino Canali ha dimenticato tutti i guai della sua lunga vita.
Lasciate fare ai bambini e ai loro robot: chi volete li possa battere!

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

Maggio 2060: Galassia-111

 

Mia figlia Axilla ha vent’anni e assomiglia a mio marito Luca e alla sua famiglia.
Mio figlio Gianblu ne ha diciotto e assomiglia a mia madre e alla zia Costanza. Oltre alla somiglianza fisica, Gianblu assomiglia ai Del Re anche per aspetti caratteriali. Gli pace leggere le poesie della zia Costanza e poi interrogarla su quando le ha scritte, su chi e cosa le ha ispirate. Gli piace la vecchia soffitta della casa di via Santoni, il giardino della zia Costanza con i cespugli di ortensie, la voliera con i canarini e le due gatte soriane dal manto scuro. Ogni tanto mi ricorda che c’è un po’ di confusione sui nomi delle due gatte, ed è vero. Quella che si chiama Ombra è di color nero e quella che si chiama Nera è tigrata, a strisce marroni e nere. Le gatte non sono state chiamate così per una precisa strategia, o per divertire la gente, ma in maniera casuale. Nera ha quel nome perché la prima volta che la zia e Axilla l’hanno portata dal veterinario, questi ha aperto la cartella sanitaria del felino e ha chiesto il nome. La zia e Axilla si sono guardate senza sapere cosa rispondere, perché la gatta veniva regolarmente chiamata Gatta e non aveva un nome vero e proprio. La zia ha guardato Axilla e le ha detto:
– Dai Axy scegli un nome
– Ma io non so che nome darle – le ha risposto Axilla,
– Il primo che ti viene in mente
– Nera – ha detto Axy e così, senza farselo ripetere due volte, il veterinario ha registrato il nome e la gatta è passata dal chiamarsi Gatta al chiamarsi Nera in un batter d’occhio.

Nera è così diventato il suo nome ufficiale anche se, in casa, non riuscendo a dimenticarci il modo in cui era sempre stata chiamata, le è stato appiccicato il nuovo nome a quello già consolidato e il nome di Gatta è diventato Gatta-Nera. Già questo era un po’ una stranezza, ma non è finita lì. Gatta-Nera, prima di essere sterilizzata, ha fatto quattro meravigliosi micini. Tre li abbiamo regalati e uno l’abbiamo tenuto. È una femmina con un manto folto, lucidissimo e nero, sembra una piccola pantera. Una gatta bellissima, l’ha detto anche il veterinario.

Questa volta la zia e Axilla non si sono fatte sorprendere e, prima di portarla al controllo sanitario, hanno scelto il nome. La piccola pantera si chiama Ombra, di certo non la si poteva chiamare Nera visto che Gatta-Nera è sua madre. Così, a causa di questo strano incrocio di eventi e casualità, non è la gatta nera a chiamarsi Nera, ma la gatta tigrata detta Gatta-Nera. Ogni volta che lo raccontiamo, le persone ridono di gusto. Chi non ride è la zia Costanza che sostiene che i nomi delle sue gatte non hanno niente di buffo, anzi sono seri e molto belli. Ma lei è unica, come sempre.

Questa vicenda diverte anche Prisca, l’amica di Axilla, che se l’è già fatta raccontare più volte.
Prisca va spesso con Axilla e Galassia-111 a trovare la nonna e la zia Costanza nella vecchia casa di via Santoni Rosa al numero civico 21. Come arrivano, entrano in casa, si tolgono i cappotti e si mettono a cercare Gatta-Nera e Ombra. Anche Galassia-111 ha un cappotto impermeabile, perché le apparecchiature elettroniche temono molto le infiltrazioni d’acqua che le danneggiano irrimediabilmente. I temporali improvvisi sono una delle principali cause di morte dei nostri Robot. Queste straordinarie macchine assomigliano ai loro proprietari, li imitano e acquisiscono da loro le modalità di comportamento. Amano stare all’aperto, giocare, leggere, parlare e fare tutto quello che fanno i loro umani di riferimento, oltre a svolgere i lavori per cui sono stati programmati.

Dopo essersi tolte il cappotto Prisca e G-111 si guardano intorno e poi compiono dei saluti di rito.
Galassia-111 è molto veloce nei saluti. – Ciao a tutti – dice, mentre Prisca fa il giro di tutti gli umani di via Santoni (li chiama i Santoniani) e degli animali domestici. Poi, quasi sempre, mentre Galassia-111 dice che vuole una caramella e trova qualcuno che gliela offre, Prisca saluta Pit-x, il canarino-robot della zia.
– Ciao Pit-x, pit pit.
– Pit – risponde il robot-canarino della zia,
– pit pit – dice Prisca
– pit pit pit – dice Pit-x.

Prisca salute sempre anche le gatte:
– Ciao Gatta-Nera tigrata e ciao Ombra nera.
Abbiamo notato che i nomi delle gatte mandano in confusione i circuiti meccatronici di G-111. Comincia a dire:
– Gatta-nera-tigrata-ombra-nera – ma, in fila a quel modo, le parole non le sembrano sensate e allora comincia a mescolarle cercando di costruire una catena di senso:
– Gatta-ombra-tigrata-nera-nera – e poi: – Ombra-nera-tigrata-nera-gatta – e poi ancora: – Nera-nera-tigrata-gatta-ombra.

Nel corso di questi ultimi anni, Galassia-11 ha cercato più volte di trovare un senso alla catena di parole che si può comporre con i nomi delle nostre gatte, inanellando tutte le combinazioni possibili, fino a quando una volta ha esclamato:
– Sbaglio, sbaglio! C’è una parola in più! Non bisogna ripetere “nera” due volte ma: “Gatta-tigrata e Ombra-nera”.
Siamo rimasti di stucco. I colori delle due gatte erano stati ricomposti semplicemente eliminando una parola di troppo (il secondo nera) ed erano quelli giusti. Non sappiamo come, Galassia-111 era riuscita ad associare il vero colore delle gatte al loro nome, semplicemente eliminando il “doppio nera” e, per uno strano caso, la sequenza aveva acquisito una sua verità ed efficienza.

Il mondo dei Robot è sorprendente, l’acquisizione per imitazione combinata alla programmazione elettronico-informatica sa davvero stupire.  Dopo esserci ripresi dall’exploit di G-111 ci siamo chiesti come fare a spiegarle che in realtà non c’è un nome di troppo, ma che i nomi delle gatte non corrispondono al loro colore. Come dirle che, per una strana confusione, il nero non era associato alla gatta nera, ma era il nome proprio della gatta tigrata, come dirle che Gatta era usato, sia come nome generico, che come nome proprio, che Ombra era il nome della gatta nera, che, anche se Gatta era tigrata, non si chiamava Tigrata, ma Gatta-Nera per un miscuglio di tradizione, casualità e bizzarria di Axilla e Costanza, di fretta del veterinario. In quel momento abbiamo evitato di provarci e nessuno ha commentato l’errata conclusione del rebus da parte di Galassia-111.

Passati alcuni giorni Prisca, convinta che il suo Robot sia il più intelligente di Pontalba, ha provato a spiegarle la situazione. Abbiamo visto uno spettacolo incredibile. Il circuito elettronico che aiuta G-111 a ragionare, ha cercato di nuovo di trovare un senso logico alle informazioni che le stava trasmettendo Prisca, ma non c’è riuscito. L’abbiamo vista stare prima ferma immobile senza dire nemmeno una parola, poi cominciare a roteare le telecamere degli occhi, poi a roteare le braccia meccaniche in maniera vorticosa e, infine, l’abbiamo sentita ripetere: – nera, nera, nera, nera, nera, …- Mamma mia che spavento abbiamo preso quel giorno!.

Il cervello di Galassia-111 è andato ‘in loop’. La scienza informatica definisce ‘loop’ una operazione che si ripete in ciclo, di solito in modo controllato. Può durare N volte (cioè un numero definibile di volte), o finchè non si verifica una particolare condizione. Oppure, come nel caso di Galassia-111, si dice che un programma è andato ‘in loop’, quando si mette nelle condizioni di girare su se stesso all’infinito, a causa di un errore di programmazione, o del verificarsi di accidentalità non previste in sede programmatoria.
Povera Robot, era nei guai. Il suo cervello si era confuso ed era entrato in un potente loop, continuava a ripetere “Nera, nera, nera, nera, nera …”  con le telecamere strabuzzate dalle orbite e le braccia che mulinavano paurosamente.

Prisca vedendo la scena si è messa a piangere, mia madre a ridere di gusto e Axilla, con il suo solito sangue freddo, ha preso il telefono e chiamato Luca, suo padre, che è un ingegnere elettronico molto bravo.
– Paaaa aiuto!
– Ciao Axy, cosa ti succede?
– Galassia-111 sta male, non capisce il nome delle gatte della zia Costanza e continua a ripetere nera, nera, nera, nera, nera …
– C’era da aspettarselo – ha commentato Luca con un tono di voce poco sorpreso.
– Il mondo di via Santoni è troppo bizzarro per i nostri Robot, li mette in crisi.

Ascoltando la sua voce al telefono non si capiva se era divertito o preoccupato o un misto di queste due cose.
– Provate a farla uscire dal loop distraendola. Axy dì a Prisca di darle un gelato al pistacchio.
Così Axilla è corsa in gelateria e poi è tornata a casa con il gelato al pistacchio.
Quando Galassia-111 ha visto il gelato si è immobilizzata. Prima ha ripetuto ancora per qualche volta – nera, nera, nera., …-  e poi si è fermata, ha fatto roteare le telecamere a ha alzato le braccia verso Prisca che le tendeva il gelato. Dopo un momento di silenzio, ha detto:
– verde-pistacchio-verde-pistacchio-gelato!
Evviva era uscita dal loop.
Noi che abbiamo visto la scena siamo rimasti impressionati, mentre la zia Costanza, che era andata ad innaffiare le ortensie, ha commentato quando è rincasata e Axilla le ha raccontato l’accaduto:
– Chissà perché ti è venuto in mente di dire al veterinario che volevi chiamare Gatta con il nome Nera. Hai messo a segno un colpo straordinario.
Zia e nipote si sono guardate e sono scoppiate a ridere. Sanno di aver combinato un pasticcio.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

L’acqua che passa sotto il ponte non è mai la stessa.
Così come chi percorre il Ponte della Pace

 

Il 24 aprile scorso questo giornale ha pubblicato un mio post dal titolo “In questo ponte ho camminato sul ponte [Vedi qui] in cui lamentavo lo stato di degrado di una delle due targhe dedicate ad Altiero Spinelli sul Ponte della Pace e confidavo che il Comune di Ferrara si impegnasse al più presto a ripulirla.
Stamattina ho ricevuto un messaggio sorprendente da Giorgio Breveglieri, un carissimo amico e compagno di banco all’Istituto Magistrale diversi decenni fa.
Il messaggio iniziava con il suo rammarico, perché “purtroppo la vernice penetra nei pori del marmo e sarebbe necessaria una fresatura seguita da lucidatura per riportare la piena dignità alla targa”, ma continuava con la fotografia di quella stessa targa che lui ha  rimesso a nuovo o comunque che ha notevolmente ripulito dalla carognata di quelle scritte nere fatte da un anonimo writer.

Giorgio mi ha scritto anche:Più ripulivo e meglio mi sentivo. Si sono fermate delle persone mentre ero intento nel mio lavoro e hombambini provato una forte emozione pensando a quel 19enne in carcere perché antifascista. Mi sono venute le lacrime agli occhi mentre una anziana signora mi parlava del degrado e della volgarità.”

Giorgio ha concluso il suo messaggio con le frasi: “Watermelon kids (formerly known as Bambini del Cocomero) are alright and back for a better world. Siamo tutti Bambini del Cocomero. Teach your children once again!!. Lui è un amico dell’associazione I bambini del Cocomero, il giornale che abbiamo creato alla Scuola Bruno Ciari qualche anno fa e crede fortemente in un’educazione ed un’istruzione scolastica che abbiano come protagonisti attivi i bambini e le bambine.

Giorgio ha fatto un gesto potentissimo, non solo per la pulizia della targa in sé ma perché, con il suo gesto senza clamore, ci ha inviato un messaggio chiaro: ciascuno di noi, nel proprio piccolo, può produrre cambiamento…basterebbero la volontà, l’impegno, la partecipazione che sono le medicine efficaci per guarire da due fra le varie malattie del nostro tempo: l’apatia e l’indifferenza.

Giorgio ha dimostrato un attaccamento appassionato alla propria città, ai beni comuni, a quel ponte, a quel simbolo, a quel ragazzo di 19 anni incarcerato perché antifascista.
Giorgio ha celebrato meravigliosamente la Festa della Liberazione restituendo dignità a quella targa e di conseguenza alla memoria di Altiero Spinelli.

Una persona detenuta in carcere a Ferrara, frequentante la redazione del giornale che coordino, due anni fa scrisse: “Il ponte è un’esigenza dell’anima. Senza ponte non c’è vita. Non c’è futuro senza passato e non c’è futuro senza comunità. Il ponte è il futuro”.
Grazie Giorgio per averci insegnato a sperare in un futuro immaginato, progettato e realizzato da una comunità resa viva e vivace da persone come te.

Ferrara: la targa dedicata ad Altiero Spinelli sul Ponte della Pace ripulita delle scritte il 25 aprile 2021. A fianco, una copia del giornale “I bambini del cocomero”.

La drammatica attualità della paura

 

Fiorenzo Baratelli e Maura Franchi

 In questi mesi ognuno di noi ha messo in atto un grande sforzo per dare continuità alla vita di sempre, mentre il virus immerge tutti noi in un perenne stato di precarietà e paura. Paura di qualunque forma di contaminazione che sperimentiamo in ogni momento della vita. Paura del vicino in treno, benché munito di mascherina e collocato a debita distanza. Paura dell’estraneo, ma anche del noto. Ogni comportamento si accompagna ad un inconsapevole sentimento di pericolo. Il nemico potenziale è nell’amico che non vediamo da tempo e può essere persino identificato nel medico, quando scrutiamo l’attenzione con cui si sta sanificando le mani, prima di porle sul nostro corpo.

Nessuno è immune dalla paura, così la nostra vita ‘sanificata’, rischia ormai l’implosione. È una paura particolare quella generata dalla pandemia. Qualcosa di simile avevamo sperimentato con il terribile episodio delle torri gemelle quando, per ragioni sconosciute, da parte di sconosciuti, si era sgretolato il simbolo del nostro mondo sviluppato e solido.

La ripresa è stata lunga. Intanto l’episodio aveva dato vita ad una ricca serie di dispositivi di sicurezza che avevano, in una stagione, riempito le nostre case e i nostri giardini: monitor delle effrazioni, dispositivi per fronteggiare un estraneo malvagio e non prevedibile. I dispositivi ci seguivano al mare con i trilli involontari dei gatti, che segnalavano la falsa minaccia di estranei sul terrazzo. Abbiamo capito brevemente che tornare dalla Corsica era più costoso dei danni provocati dai ladri estivi.

La nostra paura è finita nel fascino di una eterna protezione, mediata da un’ampia proposta di dispositivi, pubblicizzati addirittura all’uscita del supermercato. Sembra che siano trascorsi secoli da quando una gran parte di noi trovava ragionevole interrompere le vacanze al mare per un innocuo gatto sul tetto.

La pandemia è oggi una paura più vera e più forte, testimoniata dalle migliaia di morti poste alla nostra attenzione, ogni giorno in ogni canale televisivo. La paura in questa esperienza del virus è incomparabilmente più grave, innanzitutto per gli esiti proposti. Si tratta di una paura in cui non esiste un colpevole che possa essere individuato, ma ogni esperienza che ci metta a contatto dei nostri simili rappresenta un rischio. Da qui scaturisce la qualità particolare della paura che stiamo vivendo. Da questa radicale paura del contagio scaturisce un’universale condizione di solitudine.

La distanza tra gli individui non è solo proposta da una necessità sanitaria, ma è anche l’esito di una particolare e nuova paura da contatto: tema di cui sappiamo in realtà molto poco. È difficile convivere con la contraddizione tra la domanda di un colpevole e l’impossibilità di individuarlo.

Molte opere di letteratura ci hanno indicato vicende reali simili a quelle sperimentate in questi mesi. Il primo effetto emotivo è la crescita di una domanda di capro espiatorio che ad esempio nell’episodio della peste, Manzoni individua nella figura dell’untore. Una traccia di un approccio simile lo ritroviamo nella presenza in rete di una ricca produzione di tesi complottiste. Il complottismo diventa una rassicurazione perché scarica su un colpevole vagamente identificato una rabbia impotente.

Alcuni esiti prevedibili della paura generata dall’esperienza collettiva in corso, sembrano confermare i due caratteri che il sociologo Rainer Koselleck considerava distintivi della modernità.

Il primo carattere è il fatto che durante il dispiegamento della modernità, si riduce la base dell’esperienza degli individui, cioè le tradizioni forniscono sempre meno senso e significato al presente. Si passa dall’illusione che la storia sia maestra di vita, alla constatazione che ogni evento non appartiene ad una sequenza lineare. È la fine di un certo storicismo deterministico che funziona come una garanzia di rapporto lineare tra passato-presente-futuro. È come se si fosse prosciugato un filone aureo che forniva significati e senso alle esistenze ed era in grado di orientarle verso un futuro percepito come migliore.

Il secondo carattere distintivo della modernità individuato da Koselleck, è l’abbassamento dell’orizzonte delle aspettative e delle attese. In parole semplici ciò significa sempre meno fiducia in un futuro migliore. Viviamo appiattiti nel momento puntuale del presente senza un sostegno che ci viene dal passato, né una speranza rivolta al futuro. È da meditare seriamente cosa può causare il diffondersi di ‘un comune sentire all’insegna della paura, sia in termini di perdita di energia creativa nell’immaginare una società migliore, sia in relazione ad un possibile uso che ne può fare il potere. La paura ha molte applicazioni, ma è certo uno dei piani utilizzabili per la costruzione del consenso.

Per leggere tutti gli articoli di Elogio del presente, la rubrica di Maura Franchi, clicca [Qui]

Marzo 2060

Suona il campanello della porta e Cosmo-111 va ad aprire. E’ Prisca, l’amica di Axilla, con Galassia-111 (detta G-111), il suo robot. Chissà perché i ragazzi chiamano i robot con nomi che “provengono dallo spazio” (Cosmo, Galassia, Giove, Tempesta, Asteroide …). In realtà i nostri Robot non provengono dallo spazio, li costruiamo noi. Noi, in quanto esseri umani.
I nostri, in particolare, vengono costruiti a Trescia, città che ha un centro di assemblaggio meccanico-elettronico d’eccellenza e una facoltà di ingegneria meccatronica, in cui si studiano tutte le evoluzioni possibili di queste straordinarie macchine. Chiamarli con nomi astrali è una moda nata su Tick-Out, l’evoluzione di quel Tick Tock con cui giocavo io quando ero una ragazzina e che faceva preoccupare mio fratello Enrico. “Valeria diventerai ceca” mi diceva.

Tra loro i nostri robot si conoscono e, essendo Cosmo-111 molto bravo ad imitare il modo di fare e di pensare di Axilla e G-111 quello di Prisca, si piacciono. Sono anche loro, a modo loro, amici. Cosmo-111 cerca continuamente di insegnare a Galassia-111 il gioco delle vocali, esattamente come fa Axilla con Prisca. Questa situazione sta diventando imbarazzante. Stanno invadendo il mondo umano con un nuovo modo di comunicare, con un linguaggio che, nato da un errore, finirà per  affrancarsi dallo stigma di “sbaglio” per diventare un modo di parlare alternativo che, dal “mondo di mezzo”, trasmigrerà all’umano. I codici comunicativi degli umani e dei robot, che i due mondi “vivente” e “mediano” si sono sempre accaparrati come esclusivi e che hanno contribuito ad un forte processo identitario in vista del riconoscimento dei confini di appartenenza dei soggetti che li abitano, si stanno mescolando e, così facendo, ibridando.

“ Casa daca Galassaa-111, mangama an galata?” (Cosa dici Galassia-111 Mangiamo un gelato?)
“Ma cosa stai dicendo Cosmo-111, ho capito che stai parlando con me, ma non hai imbroccato le parole giuste”.
“Ma dai G-111, perché non impari questo gioco?. Dì gelato usando solo la A. Anzi, ripeti: galata! (gelato!)”
“Galata!” ripete rassegnata G-111, più per mangiare il gelato che per assecondare Cosmo-111.
Primo o poi cederà definitivamente e si rassegnerà anche lei a parlare con una sola vocale per volta.

I robot riflettono i sentimenti umani e vivono di luce riflessa. Apprendono osservando il nostro comportamento e lo riproducono in maniera fedele cercando di adattarlo alle situazioni, alle persone che incontrano e a tutti gli imprevisti che possono capitare. E’ un procedere per prove ed errori che rinforza alcuni tipi di comportamento piuttosto che altri. I robot mangiano il gelato che poi il loro corpo meccanico trasforma in calore e quindi in energia che loro usano per funzionare.
Ma la cosa strana è che non a tutti piacciono gli stessi gusti. Come mai a Cosmo-111 piace il gusto Spagnola con le amarene sciroppate e a G-111 il Pistacchio?

Gli ingegneri del Centro-Trescia-111 non riescono a spiegarselo, hanno fatto diverse ipotesi ma nessuna li convince del tutto. E’ forse che i robot apprendono anche i gusti per imitazione degli umani che interagiscono con loro? Il fatto è che i conti non tornano.
Ad Axilla piace il gelato al limone e Prisca mangia solo il Pino-Pinguino, un gusto dal color azzurro intenso, dolcissimo  e nauseabondo che ricorda lo zucchero filato delle fiere a cui andavo quando ero piccola. Un vero rompicapo, perché i gusti preferiti dei robot e dei loro umani di riferimento-primario non corrispondono? Ad Axilla non piace il gelato che mangia Cosmo-111 e Prisca non vuole nemmeno vedere il gelato che mangia Galassia-111, dice che il verde del pistacchio le ricorda il vomito. Ma allora, da dove vengono i gusti dei due robot?.

Abbiamo chiesto una spiegazione agli ingegneri del Centro-Trescia-111 e da questa richiesta  sono nate le teorie più svariate. Ad esempio: il passaggio al calore e quindi la trasformazione del gelato in energia, è facilitato dalle componenti (ingredienti) di alcuni gelati invece che da altri, i robot hanno imparato a preferire gli alimenti più idonei al processo di trasformazione di questi in energia essenziale al loro funzionamento. Potrebbe essere anche quello un tipo di apprendimento per prove ed errori. Ma le loro componenti meccatroniche sono pressochè uguali, allora perché Cosmo-111 mangia la Spagnola e Galassia-111 il Pistacchio?
Una seconda spiegazione potrebbe essere che  i gusti vengono selezionati grazie a un meccanismo imitativo che non centra nulla con la trasformazione in energia ma che si basa su un processo imitativo-secondario, cioè non agito in relazione alla figura di riferimento primaria, ma ad un’altra figura umana che per qualche motivo è diventata un riferimento transitorio nel momento di definizione del gusto preferito.
Cioè, per qualche motivo che non è del tutto noto agli ingegneri di Trescia, Cosmo-111 imita, mangiando la Spagnola, un umano che è stato significativo per determinare quella specifica scelta, probabilmente solo quella. Ad esempio, potrebbe essere successo che Cosmo-111 sia entrato in gelateria e che un bambino con in mano la Spagnola, lo abbia salutato, accarezzato e gli abbia chiesto se la voleva assaggiare. Cosmo-111 l’ha assaggiata  e da qui è nata la sua preferenza. Nel suo cervello si è creata una rete neuronale del tipo: Bambino-buono-bello-Cosmo-111-buona-Spagnola. Stessa cosa deve essere successa a Galassia-111 col pistacchio.
Oppure ancora: è una scelta legata al colore del gelato. Potrebbe essere che a Galassia-111 piaccia il verde del pistacchio perché gli ricorda i prati verdi delle vacanze estive. La famiglia di Prisca va sempre in vacanza a San Martino di Castrozza e lei e Prisca vanno sempre a fare le passeggiate nei boschi. L’associazione col gusto del gelato potrebbe essere arrivata per via indiretta attraverso una catena neuronale dovuta prevalentemente alla similitudine del colore del gelato con quello dell’erba di San Martino di Castrozza. Però la Spagnola è gialla con striature bordeaux, a che località l’ha associata Cosmo-111?

A Pontalba zona con quei colori che possano piacergli particolarmente, non ci sono, a meno che ci sia una similitudine col colore del tramonto. Pontalba è un paese di pianura dove d’estate si vedono dei tramonti molto colorati e, a volte, il rosso del sole invade tutto il cielo rendendolo di fuoco, altre volte l’arancione del tramonto si specchia nelle nuvole e le rende di un colore e di una forma che ricorda quella del gelato. Ma la spiegazione mi sembra un po’ troppo fantasiosa, anche se molto romantica.  Quindi per quale processo imitativo Cosmo-111 ha imparato a preferire il gelato al gusto Spagnola? Non sappiamo, abbiamo anche smesso di interrogarci sulla questione. Esattamente come i bambini che preferiscono un gelato piuttosto che l’altro, così i robot hanno le loro preferenze, che probabilmente sono un mix tra necessità, processi imitativi e accidentalità fortunose della vita.

Comunque sia, ognuno a casa nostra mangia il gelato che preferisce e lo assapora con soddisfazione.“Buunu Buunu” (Buono Buono) dice Cosmo-111,
“Buunu Buunu” (Buono Buono) dice Axilla,
“Buunu Buunu (Buono Buono) si rassegnano a ripetere in coro Prisca e Galassia-111, e tutti e quattro, con visibile soddisfazione, mangiano il gelato parlando solo con la vocale U.

Lo raccontavo una sera a Luca che, essendo un ingegnere, fa parte della categoria di professionisti che propende di più per una spiegazione di natura meccanicistica. Ci ha pensato un attimo e poi ha commentato, da papà più che da tecnico,: “ L’importante è che siano contenti, non preoccuparti troppo della genesi dei loro gusti per il gelato. Ognuno di gusti ha i suoi, vale per gli umani, per gli animali, per i vegetali e anche per i “mezzani” (sono chiamati così gli abitanti del mondo di mezzo, cioè i robot)”.
E’ vero. Ognuno di gusti ha i suoi e cercare di spiegare proprio tutto in termini razionali/ingegneristici non è di certo la strada più emozionante. In questo  mondo che cambia stiamo cambiando tutti, ci sembrano normali cose che solo qualche decennio fa venivano definite “marziane”. “Saputo, saputo, aku aku, saputo saputo, aku totù!” a volte mi sorprendo a cantare, senza nemmeno sapere cosa significhino le parole di quella canzone che piace tanto a Cosmo-111.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

A partire da Gennaio 2060 (questa è la terza puntata) potrete seguirr le storie di Costanza Del Re tutti i mesi su Ferraraitalia. 

Febbraio 2060

 

I racconti di Costanza Del Re sembrano appartenere a un genere a parte, qualcosa di più o di diverso dai racconti comunemente detti. Il perché sarebbe lungo dire: per rendersene conto, la cosa migliore è ricavarsi un angolo di silenzio e lasciarsi andare alla lettura: entrare nel suo microcosmo familiare (un’altra Macondo) e nella vertigine dello scorrere – avanti e indietro – del tempo. Così, ad esempio, Costanza si è pensata e ha pensato e scritto di un mondo fra quarant’anni. A partire da Gennaio 2060 (questa è la seconda puntata) potrete seguirla tutti i mesi su Ferraraitalia. Buona lettura.
(Effe Emme)

Cosmo-111 è il nostro robot di casa. E’ alto cinquanta centimetri, bianco, con un corpo tozzo, senza gambe, una grande testa e due occhi neri e rotondi che, contenendo le telecamere, gli permettono di vedere con una precisione che corrisponde alle nostre quattordici diottrie.
Ha due braccia meccaniche, snodate e  lunghe quaranta centimetri, con cui fa molte attività.
Quando parla o canta da solo usa una lingua che nessun umano conosce, mentre quando interagisce con noi parla in italiano. Purtroppo adesso comincia ad essere un po’ vecchio e ogni tanto sbaglia e comunica con noi usando un linguaggio a dir poco strano. Usa una sola una vocale per volta e dice frasi intere usando sempre la stessa. Spesso usa solo la “A” e quindi una frase del tipo “Ciao, oggi c’è il sole, voglio pulire i vetri” diventa (sostituendo in maniera sistematica la “A” a tutte le vocali presenti nella frase): “Caaa, agga c’à al sala, vaglaa palara a vatra”.

Io e Luca volevamo portarlo al Centro-Trescia-111 (il presidio di assistenza per i robot), per vedere se lo potevano curare. Ma ad Axilla e Gianblu piace da matti quando parla a quel modo, si divertono e ridono. Hanno imparato a parlare come lui e non lo vogliono portare in assistenza. Quando hanno un po’ di tempo per divertirsi, lo sfidano al “gioco delle vocali” che a casa nostra sostituisce la Playstation e Gugyweek. Ad esempio Gianblu dice a Cosmo-111: “Dai Cosmo, giochiamo al gioco delle vocali. Comincio io. Vediamo chi è il più veloce. Uso solo la U”.

Curu Cusmu,sunu davvuru fulucu chu tu sua cun nuu nun su cusu furummu sunzu du tu” (caro Cosmo sono davvero felice che tu sia con noi, non so cosa faremmo senza di te), e Cosmo-111 risponde “Curtu chu nun suputu sturu sunzu du mu, uu sunu unduspunsubulu u vu uutu sumpru!” (Certo che non sapete stare senza di me, io sono indispensabile e vi aiuto sempre!). E vanno avanti così, seri alla prima frase, sorridendo alla seconda, ridacchiando alla terza, ridendo alla quarta, ridendo sguaiatamente dalla quinta in poi.
Vista la situazione, Cosmo-111 non pensa affatto di essere ammalato ma è convinto di avere una qualità buffa e molto utile, che gli permette di allietare le giornate dei suoi due umani preferiti: quei due bambini ormai cresciuti che corrispondono ai nomi di Axilla e Gianblu.

Guardarli mentre giocano a quel modo, mi fa sempre molto riflettere; a volte le menomazioni possono essere uno svantaggio e a volte si trasformano nell’esatto contrario. E’ così anche nel mondo animale e anche in quello vegetale. La tigre bianca è albina. L’albinsmo è una anomalia congenita. E’ una deficienza causata da un difetto o da un’assenza dell’enzima tirosinasi, enzima che è coinvolto nella sintesi della melanina. Potrebbe quindi essere considerato una malattia. Ci sarebbe un enzima da ripristinare. Eppure la tigre bianca è pregiatissima, considerata bellissima e una rarità. A nessuno verrebbe mai in mente che sia malata.

Anche nel mondo vegetale è così. Il Tambalo, fiore che cresce d’estate in mezzo al granoturco, ha una strana colorazione nera con striature argentate dovuta a un difetto di pigmentazione. Eppure tutti lo raccolgono, lo mettono nei vasi, lo regalano, lo portano addirittura in chiesa. Nessuno vorrebbe il Tambalo di un colore diverso e a nessuno viene in mente di considerarlo una stranezza o una malattia, invece che una eccellente rarità.

Anche nel mondo umano è un po’ così. Ci sono modelle albine, modelle affette da pitiriasi che trasforma la loro pelle in un manto simile a quello delle mucche pezzate (un po’ del colore normale e un po’ bianco candido). Ci sono modelle calve e magrissime. Sono considerate malate? Macchè, sono considerate bellissime.

A volte la malattia si connota per sofferenza a tutti gli effetti, dolore muscolare, osseo, febbre, vomito, cefalea, mal di denti, astenia, stanchezza. Forse tutto questo può essere considerato patologia, anche se bisogna fare dei notevoli distinguo. La diversità, in quanto tale, quando può/deve essere considerata malattia? Quando provoca sofferenza?

Un bambino con i capelli rossi, che si trova in una classe di tutti bambini mori, è ammalato in quanto vive una reiterata situazione di sofferenza causata dal colore dei suoi capelli, che è diverso da quello di tutti gli altri? Credo che la definizione di malattia non sia univoca, che non lo sia la definizione di sofferenza, come non lo è la definizione di normalità.

In questo tempo che ha superato abbondantemente l’inizio degli anni 2000 d.c., io, mio marito e i miei due figli viviamo con Cosmo-111 e ci sembra normale che sia così. Ci mancherebbe se dovesse essere rottamato e soffriremmo della sua assenza. Eppure Cosmo-111 è un assemblaggio di parti meccaniche e elettroniche, non ha di certo un’anima, anche se in maniera semi-empatica (per imitazione), sa rispondere alle sollecitazioni emotive degli umani che vivono con lui e sa piangere, facendo uscire un po’ d’acqua dalle telecamere che ha al posto degli occhi.

Un giorno parlavo con la zia Costanza di Cosmo-111 e degli strani giochi che fanno con lui i ragazzi. Lei, che di solito ha sempre qualcosa da dire, è rimasta pensierosa e poi ha commentato: “E’ davvero strano che ora stia succedendo tutto questo. Sembra fantascienza e invece è realtà. Il bello è che Cosmo-111 piace anche a me. Ci siamo tutti affezionati a esseri che non sono umani e che non appartengono nemmeno al regno animale o a quello vegetale. E’ nato una specie di  “regno di mezzo”, che non so nemmeno se si possa considerare un regno di esseri viventi o un regno “altro”. Sicuramente non lo si può considerare un regno morto. Chi lo dice a Gianblu che Cosmo-111 appartiene a un regno morto? Si arrabbierebbe di sicuro. Questo strano “mondo di mezzo”  lo descriverei come un regno di proiezioni. Un mondo di esseri che vivono grazie ai sentimenti che noi attribuiamo loro, grazie alla componente emotiva traslata dagli esseri umani ai robot. Riconosciamo questa componente emotiva come uguale alla nostra, perché è la nostra. Proprio questo ci fa affezionare a questi esseri che sono come noi, sentono quello che sentiamo noi, reagiscono come noi, sia alle avversità, che alle sorprese. E’ facile stare con loro perché non sono oppositivi, non sono imprevedibili, non vanno controcorrente, sono molto servizievoli. Questo “mondo di mezzo” è la vera novità di questi ultimi decenni, è un luogo di rifugio per le nuove generazioni, è uno spazio che si sta affrancando dalla artificialità e si sta legittimando come possibile, alternativo e in qualche modo “vero”. Mi chiedo dove ci porterà tutto questo. Fino a quando questo “mondo di mezzo” resterà tale. Non mi piacerebbe che questo spazio di proiezioni-umane prendesse il sopravvento sul mondo che conoscevamo prima, fatto di relazioni vere, di sentimenti autentici, di rapporti che nascono crescono e finiscono, ma che non sono mai animati da sentimenti riflessi”.

Come sempre la zia Costanza, che pur avendo ottantotto anni è ancora molto lucida, ha ragione. Ma poi ripenso a Cosmo-111 e mi rendo conto che il mondo è già cambiato, che la “terra di mezzo” è già legittimamente al suo posto.
A cosa porterà tutto questo non lo so, lo scopriremo cammin facendo e, soprattutto, lo scopriranno Axilla e Gianblu che considerano Cosmo-111 una parte della famiglia e che, da questo sentire, non si affrancheranno per tutto il tempo della loro lunga esistenza.

Mentre cerco di immaginare com’era la vita quando mia madre e la zia Costanza avevano vent’anni e i robot erano ancora allo status nascendi, sento il campanello di casa suonare. E’ Axilla che torna dall’università, apre la porta con la sua chiave elettronica, si disinfetta le mani e si toglie il piumino verde con il collo di pelliccia. Poi si siede sullo sgabello all’ingresso e si toglie le scarpe. Cosmo-111 arriva con le ciabatte e le dice: “Maattala sana calda a camada” (mettile sono calde e comode).
“Grazaa, Casma-111, saa straardanaria (Grazie Cosmo-111, sei straordinario)” lo ringrazia Axilla e poi gli dà un bacio sulla testa. Cosmo-111 sorride e poi dice divertito: “Questa volta ti ho fregato, ho usato tutte A solo per farti ridere”. Axilla sorride, ancora più divertita di prima e Cosmo-111 se ne va, cantando la canzone che gli piace tanto, in quella lingua che solo lui conosce, perchè esclusiva degli abitanti del “mondo di mezzo”, che lo accompagna nei momenti solitari e di non-umanità.

Quel modo di parlare e cantare è il sintomo del mondo che cambia, della realtà che si affranca da se stessa per inglobare dento di sé la tecnologia come estensione di un po’ di vita, come paradigma del progresso che cammina, senza troppi pregiudizi, a servizio dell’umanità.
“Saputo, saputo, aku aku, saputo saputo, aku totù!” canta Cosmo-111 e io lo guardo mentre se ne va.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

 

C’è caffè e Caffè

E alla fine, se Dio e i di Lui scagnozzi – anzi, i suoi contemporanei succedanei – vogliono: ce l’abbiamo fatta.
Dopo il governo retto dal devoto a Padre Pio, prossimamente avremo il governo che spinge me, umile idiota, a diventare devoto a San Giorgio.
Il mio è forse un eccesso di ottimismo perché sinceramente non penso di riuscire a emulare il Santo Patrono.
Dubito anche fortemente dell’esistenza di altri potenziali emuli ma in fondo chi lo sa, ci attendono tempi ancor più strani e incerti e quindi tutto è possibile.
Chissà dove ci potremmo ritrovare da qui al 2023.
Il 23 è poi, di certo, un numero assai enigmatico.
Questo non lo dico di certo io – che come ribadisco sono solo un umile idiota – lo dicono i numeri e un demonologo ben più esperto e preparato di me.
Ad ogni modo, a proposito di questo increscioso avvenimento, devo dire che non mi sento troppo ottimista.
Mi sento più ottimista solo se penso al buon San Giorgio.
Comunque non c’è da disperarsi, forse c’è da pregare, forse c’è qualche contromisura da prendere in questo futuro prossimo che ancora, realmente, non arriva.
Ma vabbè, buona settimana e via col pezzo a tema, pezzo da ascoltare bevendo un buon caffè, tenendo bene a mente che c’è caffè e Caffè.

Hymn 23 (Psychic TV, 1983)

Gennaio 2060

 

Oggi è il primo Gennaio 2060, fra un po’ compio cinquant’anni. Mio fratello Enrico ne ha quarantadue e mia sorella Rebecca cinquantasette. Io ho un marito che si chiama Luca e due figli: Axilla che ha vent’anni e Gianblu che ne ha diciotto. Vive con noi anche Cosmo-111 un piccolo robot che pulisce la casa, accende e spegne la caldaia e gli altri elettrodomestici, apre e chiude la porta quando qualcuno arriva. Cosmo-111 sta ancora abbastanza bene, anche se ha dieci anni e alcune delle sue parti meccaniche cominciano a creargli qualche problema. La zia Costanza ne ha ottantotto ed è ancora in forma, a parte le sue gambe che non la sorreggono più come una volta. Riesce a camminare e passeggiare, ma non a correre e, se il cemento non è bello liscio, inciampa. Ma lei non si lascia scoraggiare e affronta le giornate con lo stesso spirito di sempre. Scrive ancora con molta serietà e poi ogni tanto si ferma, rilegge quello che ha scritto e ride da sola divertita dalle parole che ha posizionato sulla carta.

I suoi capelli sono completamente bianchi, lisci come spaghetti e tagliati con un caschetto dritto che arriva sulle spalle. La stessa pettinatura di sempre. Lo stesso profilo per bene e molto bello. Il suo viso si è riempito di piccole rughe e lei non fa assolutamente nulla per nasconderle. Dice che le sue rughe le piacciono, sono tutti i cartellini timbrati nella sua vita, le pietre miliari di tutto ciò che è stato, di tutto quello che ha visto. I suoi occhi un po’ nocciola e un po’ verdi si sono schiariti nel corso del tempo e adesso sono ancora più belli di quando era giovane, se questo è possibile. Ogni tanto racconta ai miei figli pezzi della storia che ha vissuto, strani aneddoti che divertono tutti, oppure sue idee sul mondo e sulla vita, che, in quanto bizzarre e assolutamente autentiche, sono oggetto di riflessione da parte dei ragazzi. Ha creato un suo mondo di piccole idee alternative e controcorrente che acuiscono la curiosità delle persone e aumentano a dismisura il fascino di quella donna, ormai vecchia, ma sempre unica.

Io le sono sempre piaciuta, mi ha sempre detto. “Valeria, sei bellissima” e lo ha anche sempre pensato. Anche adesso, ogni volta che mi vede, mi abbraccia e mi guarda con compiacimento come se quello che sono e quello che faccio dipenda anche da lei, da quello che mi ha insegnato e da tutte le volte che mi ha detto “Sei bellissima”. Ed è così! Ognuno di noi è il frutto delle cose che ha imparato, delle persone che ha incontrato, delle relazioni buone che ha saputo costruire e mantenere e, soprattutto, dell’amore che gli è stato donato. Solo chi ha ricevuto amore, sa donare amore. Credo fermamente in questo. Sono stata una bambina molto amata dalla mia famiglia, dai miei vicini di casa, dai miei parenti di Cremantello e perfino da una suora di Clausura Carlottina Scalza. Si chiamava Guenda, era una cugina di Cremantello, la sorella più grande di Ines e Bella. La zia Costanza mi ha portato alcune volte a Carpino Solano, presso il convento di San Leopoldo, a trovarla. Quella donna irradiava pace sul mondo, era la serenità in persona. Anche quel ricordo accompagna la mia vita, come molti altri.

Io abito, come sempre, a Pontalba, ma nella zona industriale del Paese, perché Luca aveva una casa là e siamo andati ad abitarci quando ci siamo sposati. Rebecca abita vicino al fiume, in una piccola cascina ristrutturata che si chiama Portici e costeggia il Lungone. Mia madre Cecilia e la zia Costanza abitano ancora in via Santoni Rosa nella vecchia casa dei Del Re, di fronte a quella di Albertino e Gina Canali. Albertino è morto lo scorso anno con grande dispiacere della zia, mentre Gina e Luigi abitano ancora di fronte al numero civico 21, la nostra vecchia casa.

Axilla e Gianblu vanno quasi tutti i giorni a trovare la nonna e la zia, sono affascinati dalle vicende che raccontano e da tutti i tesori vecchi e ammuffiti costuditi nella soffitta della grande casa. In modo particolare amano farsi raccontare delle vicende di quarant’anni fa, quando c’era l’epidemia di Covid-19 e, solo in Italia, sono morte più di centomila persone.

Io allora avevo dodici anni e non ho vissuto quel periodo in maniera drammatica, ma come un tempo  di grande noia. La Lombardia è stata per due anni (2020-2021) quasi sempre in zona Rossa (era chiamata così la zona caratterizzata dalle maggiori restrizioni: limitazioni negli spostamenti, nella attività economiche, nella vita sociale, coprifuoco), e io ho vissuto quasi sempre chiusa in casa. Facevo le lezioni scolastiche attraverso una piattaforma che si chiamava Zoom e usavo WhatsApp per comunicare con le mie amiche.

In quel periodo molto lungo e grigio, caratterizzato da poco entusiasmo e da una fatica interiore che mi rendeva difficile affrontare quelle giornate tutte uguali, mi ha sicuramente aiutato l’avere una casa con cortile e orto. Là si poteva passare tempo all’aperto in maniera protetta e sicura. Mi ha anche aiutato la soffitta della nonna Anna piena di ciarpame, vecchi cimeli e oggetti improbabili da osservare, ripulire. E’ stato utile poterli guardare, catalogare, cercare di capire da  dove arrivassero e cosa ci facessero lì. Ciò che viene dal passato riverbera nel nostro tempo delle immagini, dei significati, la storia dei nostri antenati, ci riporta pezzi di noi, di quel che siamo stati, di quel che siamo e di quel che diventeremo.

Ricordo che guardavo il portone di casa e desideravo uscire in biciletta, andare da Sara a fare i compiti, soffrivo terribilmente quella reclusione che non finiva mai. A volte chiedevo alla zia: “Zia Costanza, quando posso andare all’oratorio? Io sono stufa di stare sempre qui!” e lei mi rispondeva: “Valeria, amore mio, vedrai che si potrà a breve, vedrai che adesso ci vaccinano e poi si tornerà alla normalità, vedrai che col caldo questa brutta malattia se ne andrà”. Cercava di rincuorarmi come poteva, per quel poco che sapeva, che sapevano tutti.

Ricordo che un giorno, tutto grigio dentro e fuori di me, mi misi a piangere. Piangevo perché mi sentivo in un tunnel di morte, senza prospettive, con poco entusiasmo e nessuna aspettativa per il futuro. Allora la zia mi abbracciò e mi disse: “Siamo ancora vivi Valeria, siamo vivi e nessuno di noi è ammalato, prova a sorridere almeno per questo. Se riesci a sorridere spunterà un po’ di sole, vedrai. Altrimenti finiremo tutti per passare la giornata in questo grigio cupo. Sei solo tu che oggi può far sorgere il sole!” Cosi mi sforzai di sorridere e un po’ di sole, almeno dentro casa mia, arrivò.
I miei amici passavano le loro giornate a guardare la TV, alcuni ad accudire il cane. Altri a fare strani giochi in internet, altri ancora, i meno fortunati, a litigare con genitori e fratelli, oppure ad ascoltarli mentre litigavano tra loro.

Alla fine di quei due lunghissimi anni eravamo tutti tristi, anche se  a Pontalba ci sono stati pochissimi casi di Covid-19 perché il paese è molto isolato. Si trova all’interno del parco Natuale del Lungone Nord. Un luogo molto poco frequentato, certamente non di passaggio. A Pontalba non c’è turismo, se non quello degli uccelli migratori, degli aironi, delle talpe. Eppure io ricordo in maniera molto vivida quella sensazione di vuoto pneumatico, quell’infinita tavolozza di diverse tonalità di grigio che colorava quelle giornate. Ho dovuto smettere per quasi due anni di fare nuoto, di andare ai corsi di inglese e di provare i giochi matematici che mi divertivano tanto.

La mamma e la zia giocavano con noi a carte, incognito, dama, oca e molti altri giochi in scatola. In quel periodo mi hanno comprato anche tanti libri, il telefono, dei nuovi giochi per la playstation. Hanno fatto di tutto per cercare di rendere quelle giornate accettabili, per alleggerire la situazione.
In quei due anni ho sicuramente perso molte cose. Ho perso la vita normale di una bambina di dodici anni. Poi il tempo è passato e tutto, un po’ alla volta, è tornato quasi normale. I morti sono stati sepolti e col tempo dimenticati, la scuola, il lavoro, le attività all’aperto sono riprese.
Questa nostra vita scorre inesorabile come un lungo fiume e scorrendo porta via il male, la morte, la malattia e tutto il buio di quei due anni di reclusione e spavento.

Axia e Gianblu vogliono sempre sapere come stavamo in quel periodo, cosa facevamo sempre chiusi in casa, cosa dicevamo, se avevamo paura. Quello che mi vien sempre da dir loro è che non avevamo paura, c’era qualcosa dentro di noi che ci faceva andare avanti sperando che il giorno dopo sarebbe stato migliore, che sarebbero arrivate delle buona notizie, che la situazione avrebbe cominciato a migliorare. Ricordo che la nonna Anna diceva sempre: “Passa Valeria, vedrai che questa malattia passa. Anche la peste del 1600 dopo due anni se n’è andata e le persone hanno ricominciato a vivere normalmente”. Ricordo che la nonna Anna guardava la porta chiusa e poi diceva a bassa voce: “Apriti sesamo, apriti per tutte le persone di questo povero mondo”.

Noi siamo sopravvissuti tutti e adesso che sono passati quarant’anni, siamo ancora quasi tutti qui.

Guardo Cosmo-111 che passa tra i miei piedi aspirando la polvere depositata sul pavimento. Mentre si muove veloce canta una canzone che gli piace tanto: “Saputo, saputo, aku aku, saputo saputo, aku totù!”. Lui del Covid-19 non sa nulla.

 

Speranza, ambiente

Cambiare tutti per cambiare veramente

Cambiare è una scelta di libertà e ragionevolezza

È molto preoccupante verificare che chi avrà l’onere di investire le risorse messe a disposizione dall’Europa per rilanciare lo sviluppo del nostro Paese, non abbia alcuna visione di futuro da trasformare in progetti strutturali e lungimiranti.
Questa mancanza di visione è evidente perché le proposte di soluzione fatte dalla classe politica, governo e opposizione, fino ad ora, sono legate solo all’urgenza. Infatti, non c’è ancora stato un tentativo di formulazione di un progetto di investimenti a lungo termine, se non in forma di annuncio roboante quanto indefinito. I casi sono due: o non si ha idea di una strategia o, se c’è, non è condivisa con il parlamento e con gli Italiani e questo non è democratico. Mi dispiace criticare chi ci governa, perché se cadesse il governo adesso l’alternativa sarebbe peggiore. Però non posso tacere e devo sollecitare un cambiamento reale e democratico, quindi di effettiva comunicazione e condivisione.

I giovani del mondo, con il movimento “Friday for future” hanno sollecitato i potenti a pensare non più in maniera localistica, o per settori limitati della società, ma a guardare il mondo e l’umanità come un unico soggetto che abita un unico ambiente. La crisi pandemica ha rapidamente trasformato questa dimensione globale da concetto ideale possibile in tangibile esperienza quotidiana che coinvolge tutti. L’unico documento ufficiale da parte di un capo di stato ad aver risposto a questa sollecitazione dei giovani è stata l’enciclica “Fratelli tutti” di papa Francesco che ha saputo dare una progettualità concreta a questa domanda altrettanto concreta e urgente. L’Europa e il nostro governo potrebbero prendere spunto da questo documento per iniziare la nuova realtà politica e sociale che da tempo il mondo attende.
Infatti, questa crisi non è solamente un problema ecologico, climatico o economico: è una convergenza di questi tre mondi. La pandemia, conseguenza della crisi ecologica, ha accelerato e fatto emergere il limite del pensiero unico economico-liberista, che ha svelato a sua volta e acuito le mai risolte ingiustizie sociali che impediscono l’attuazione di una vera democrazia. Ne è un esempio l’insufficienza del servizio sanitario e, forse ancora peggio, la spietata concorrenza fra i diversi gruppi di ricerca scientifica per arrivare primi alla creazione di un vaccino che ancora una volta non sarà per tutti ma vedrà alcuni gruppi di popolazioni scartati, con costi enormi economici e sociali.
Questo non vale solo per l’Italia o l’Europa: ci troviamo per la prima volta ad un punto di rottura storico che riguarda tutto il mondo. La sollecitazione a pensare in modo universale necessariamente richiede di partire da un nuovo punto di vista che abbia le stesse caratteristiche del fattore di crisi: che sia contemporaneo e globale, cioè complesso.

Il nuovo luogo da cui guardare è il futuro dell’umanità.

Dunque, si dovrà scegliere se questo futuro avrà la durata limitata a qualche decina di anni e dovrà riguardare poche migliaia di persone, abitanti una più o meno grande porzione di terra, oppure se deve riguardare l’intera umanità e la terra come pianeta nell’universo e perciò prevedere un tempo illimitato. La prima scelta richiede di mantenere l’attuale modo di vivere: in continua emergenza, cercando di arginare le conseguenze, via via sempre più profonde e complicate, sempre più impellenti e in costante accelerazione, come questi ultimi decenni ci hanno mostrato. Ci sono dati recenti che rilevano che i fenomeni dei cicloni e degli uragani che si sono verificati in Italia e nel mondo sono aumentati di frequenza e in potenza distruttiva.
Oppure si può decidere di fare un salto evolutivo: cambiare decisamente la scala di valori e mettere al primo posto la persona e la comunità come progetto comune. Questa scelta comporta il costruire una nuova qualità della vita che vede l’ambiente naturale come luogo comune di convivenza e condivisione della realizzazione delle singole potenzialità.
Questa seconda opzione non si verifica in maniera automatica: ci vogliono un atto di volontà, una visione ed un progetto. Bisogna imparare a pensare in modo nuovo e questo richiede un investimento per la formazione di tutti, per darsi gli strumenti culturali e di confronto adatti ad acquisire la consapevolezza del valore dell’essere umano che dobbiamo ancora oggi definire sia nella sua natura sia nelle sue potenzialità.

Un atto di volontà viene compiuto solo se è finalizzato a qualcosa di concretamente raggiungibile e di cui valga veramente la pena, perché quello che si deve abbandonare è la sicurezza e il conforto del già conosciuto in favore di ciò che è desiderabile ma ancora del tutto ignoto e non sperimentato. Questo atto di volontà, perché non sia un salto nel buio, deve essere ragionevole, perciò bisogna dare credito a sé stessi, ai propri desideri, che anche se incompiuti come pensiero, nascono da ciascuno di noi per cui rispecchiano la nostra stessa natura, non ci lavorano contro, non creano attrito, anzi danno forma e senso a ciò che era ineffabile e indeterminato prima di essere da noi nominato.

Così si incomincia a costruire un pensiero che origina dall’essere umano e si apre alla relazione con l’altro. In questo confronto si sviluppa il linguaggio per una nuova antropologia, non più basata sulla sopraffazione e sullo scontro, ma che si definisce nella rivelazione di sé all’altro, perché si è diversi. Si realizza nel gusto di conoscere ciò che ci è ignoto, dove la diversità e l’unicità delle persone sono la ricchezza, il valore aggiunto, pur nel desiderio della condivisione di una realtà comune.
Se si vuole rallentare fino a modificare il cambiamento climatico da noi provocato per abitudini sociali e scelte economiche incoscienti e poco lungimiranti, dobbiamo cambiare i nostri comportamenti, quindi dobbiamo usare tutte le risorse possibili e immaginabili per creare occasioni e spazi dove iniziare a sperimentare questo nuovo modo di conoscersi e relazionarsi. Questa è l’unica visione che permetterebbe di invertire il processo distruttivo dell’ambiente e di trasformare questo momento di crisi in occasione di aprire ad una nuova vita.

Scagionarsi dall’anonimato, senza una ragione sociale

Non ho almanacchi, almanacchi per l’anno nuovo da vendere. Anzi, i nostri sono tempi che gli almanacchi ci ingombrano, ce n’è sempre di troppi in casa e finisce che si gettano nella spazzatura.
È la metafora ormai delle nostre esistenze, non solo non torneremmo indietro, ma neppure siamo certi di andare avanti.
Se nel dialogo leopardiano tra il venditore di almanacchi e il passeggero, quel passeggero fossimo noi non diremmo: “Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce, non la vita passata, ma la futura”. Le nostre parole sarebbero che l’anno che sta per passare ha fatto schifo e che il prossimo certo non sarà migliore, senza bisogno di competere con il pessimismo del poeta di Recanati. Cosa ci è successo, cosa ci succede.

Un aiuto ci può venire da quella che Jared Diamond nel suo libro, Collasso, definisce “normalità strisciante”. Scrive: “Se l’economia, le scuole, il traffico automobilistico, o qualsiasi altra realtà del vivere quotidiano peggiorano poco alla volta, è difficile riconoscere che, ogni anno che passa, la situazione diventa leggermente peggiore; di conseguenza, lo standard in base al quale definiamo la ‘normalità’ cambia in modo graduale e impercettibile. Ci possono volere decenni e una lunga sequenza di lievi cambiamenti, anno dopo anno, prima che ci si renda conto che la situazione era un tempo decisamente migliore, e che quello che ormai si accetta come normale risponde a standard assai inferiori a quelli del passato”. A cambiarci, secondo Diamond, contribuisce anche “l’amnesia del paesaggio”: è facile dimenticare quanto fosse diverso molti anni fa il territorio su cui viviamo, se il cambiamento è avvenuto in modo graduale.

Noi lo sappiamo e fingiamo di non saperlo. Non ci attendiamo nulla di nuovo dall’anno nuovo, continuiamo a vivere con la cautela della diffidenza, senza riuscire mai a notare la presenza di un problema prima che sia troppo tardi.
Più la società si fa aperta, più individualmente abbiamo l’impressione di essere esposti ai colpi del destino. Ci illudiamo di governare la rete globale dell’informazione e della comunicazione, col risultato che siamo sempre più soli di fronte alla nostra sorte. Ed è questo sorteggio che sfugge alle nostre mani a farci dubitare che il domani sarà migliore dell’oggi.
I cambiamenti si dilatano nel tempo, si fanno impercettibili per poi esplodere inaspettati. Ma noi la dimensione a lungo raggio non siamo in grado di praticarla. Sembriamo tutti figli del carpe diem a partire dalla polis che ci amministra a breve termine, in tempi contingentati.

Il problema dell’essere torna a costituire l’inquietudine della nostra esistenza, ma Platone e Aristotele non ci possono più soccorrere. Il tema dell’essere riguarda il rapporto tra una macchina moderna sempre più complessa e un uomo sempre più elementare. È come vivere al buio, senza senno, privi di forza, di occhi e di mani. Come se avessimo consumato tutto di noi stessi e non fossimo in grado di fare altro che lasciarci trascinare dagli eventi, incapaci di orientarli. Quando non si sa dove andare è difficile vivere con una prospettiva, tutto si appiattisce sul presente, sull’emergenza, sull’urgenza, non ci sarà un anno nuovo che verrà, ma solo del tempo da passare occupati a difendere la nostra sopravvivenza.

Niente programmi, niente ambizioni di lungo respiro, tutto è crisi da affrontare e da superare, armati in una guerra che arruola tutti, giovani e vecchi, da combattere con le armi del rimedio, dei tamponi, del provvisorio.
In guerra ognuno pensa a portare a casa la propria pelle. L’individualismo, l’affievolirsi dei legami umani e l’inaridirsi della solidarietà sono le monete di nuovo conio da spendere nella vita quotidiana. Ci siamo persi di vista. Abbiamo perso di vista anche noi stessi. Il nostro essere dimenticato in qualche piega o anfratto della vita, che ancora attende d’essere riscattato dagli sciamani che gli danzano intorno.

È l’esser-ci, il Da-sein, per dirla con il filosofo, il senso dell’esistenza che dovremmo rinnovare ad ogni anno nuovo, la nostra eucarestia pagana, la comunione che ci nutre. Ma abbiamo voltato le spalle al futuro, gli anni che verranno non saranno più anni, solo lunghe interminabili attese di un futuro sempre uguale se non peggiore. È questo il disturbo nostro e della nostra società per il quale ancora non abbiamo approntato i balsami.

Dai rimpasti indescrivibili di materia, estraggo residuati
fantastici, sotterro agonie di concepimenti mancati. Fra risvolti di
un’età incalcolabile, interna al passato, scavo cercando organi
appartenutimi che mi scagionino dall’anonimità.

Sono versi del poeta Valentino Zeichen.
Scagionarsi dall’anonimato. Scagionarci dalla nostra colpa d’essere anonimi, senza una ragione sociale, come può essere l’anno che viene, se verrà come un anno o come la somma d’un tempo da passare.

 

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PRESTO DI MATTINA
La luce dell’Avvento

«Chiara una voce dal cielo/ si diffonde nella notte:/ fuggano i sogni e le angosce, splende la luce di Cristo./ Si desti il cuore dal sonno,/ non più turbato dal male; un astro nuovo rifulge,/ fra le tenebre del mondo». Inizia così l’inno mattutino delle lodi dell’Avvento. E, subito affiora il ricordo di un midrash, un dialogo tra un discepolo e il suo maestro: «Nelle pagine di Isaia, disse un giorno Ariel, al suo Rabbi, è scritto che il Santo Benedetto sia, così parlò al profeta: “Io creo la luce e creo le tenebre, io il Signore ho creato tutte le cose”. “Il mondo quale esso oggi si presenta, proseguì Ariel, è un mondo privo di luce”. Poi chiese: “quando cambierà tutto questo?”. Rispose il Rabbi: “sofferma il tuo pensiero su altre parole del Profeta Isaia, e troverai la risposta alla tua domanda”. E il Rabbi proseguì: “Disse il Profeta in nome del Signore: quando darai cibo all’affamato, quando concederai riposo alla angoscia dell’uomo, la luce splenderà nell’ora delle tenebre e nella notte, il cielo sarà luminoso come a mezzogiorno”».

La luce crea uno spazio, un milieu – direbbe Pierre Teilhard de Chardin (1988-1955) gesuita paleontologo, mistico dell’evoluzione – un “ambiente per la luce”, un luogo proprio nella materia stessa che rivela, ai suoi occhi, tutta la sua potenza spirituale. È quanto accade, per intendersi, nel processo di cristallizzazione, in cui affiora e poi si attua l’individualità di una forma. Nel cristallo infatti l’opposizione della materia alla luce viene annullata; ciò che è esterno è accolto al suo interno; in esso la luce arriva fino al suo centro e da lì, in un istante, fa vedere, rifrangendole, tutte le sue bellezze. Nella luce che si unisce alla materia – mantenendosene distinta senza venirne contaminata – sono simboleggiate le direzioni del futuro: la convergenza dell’ ‘in avanti’ (en avant) dell’evoluzione e l’ ‘in alto’ (en haut) della rivelazione cristiana. Quella stessa alleanza tra il cielo e la terra che fa della materia la culla dell’avvento dello spirito e della libertà. Entrambi prendono dimora nella carne del mondo, a guisa di un cristallo che nella sua materialità appare trasformato dalla luce. Così la nostra umanità, in tutte le sue fasi, va socializzandosi e spiritualizzandosi attraverso un processo di ‘complessità-coscienza’ che vede ‘il fenomeno umano’ proteso, pur nella complessità di tentativi, fallimenti, riprese, verso un vertice irreversibile di personalità, amabile e amante, intravisto da Teilhard nel lungo percorso temporale della storia e della fede: «la storia del passato mi ha rivelato il futuro».

Per Teilhard «ogni cosa conserva il volto suo proprio, il moto suo autonomo: la luce, infatti, non cancella i lineamenti di nulla, non altera nessuna natura, ma penetra nell’intimo degli oggetti, anche più profondamente della loro stessa vita». Come l’irrompere della luce che riempie tutti gli spazi manifestandone le forme senza occuparne il posto e sostituirsi ad esse, così è dello spirito nell’evoluzione del cosmo e di quel microcosmo che è il corpo umano. Lo spirito non si sostituisce alla mano, al piede e ad ogni altra parte, ma ne attua il loro dinamismo, li anima dall’interno, li orienta oltre se stessi; lo spirito come la luce non si lascia imprigionare dalle cose e dagli eventi, ma diviene con essi, in una relazione sempre più intima proprio passando oltre e attirando a sé nuovamente: «Misteriosa natura di ogni luce e della luce divina: noi abbiamo un bel cercare di afferrarla, in mille considerazioni, mille formule ammirabili… noi non possiamo imprigionarla… Essa può sempre sfuggire tra le nostre dita, e non lascia tra le nostre mani che un groviglio di parole oscure e inanimate, in cui non troviamo più né illuminazione, né calore», scrive in un Ritiro del 1922.

Il futuro di Dio diviene visibile agli occhi dell’uomo quando egli si affida e tiene aperto il suo destino alla incomprensibilità e oscurità di Dio nel mondo; quando tiene sgombro l’ingresso della sua esistenza dai continui detriti e grovigli che minacciano di ostruirlo ed imprigionarlo o, di fatto, gli sbarrano la strada tagliandolo fuori. Solo allora egli, così affidato alla fede che esiste come speranza, non si ritrova immerso e avvolto in un fallimento, né travolto e annullato nel gorgo oscuro dell’entropia, ma introdotto in un nuovo slancio, inondato da nuova luce ed energia, quella della fede che, sperando contro ogni speranza (Rm 4,18), trova una via di uscita sulle forze distruttive e sul suo destino di morte.

Teilhard de Chardin è stato un cristiano fedele alla terra. Le ragioni del cuore lo facevano certo dell’esistenza di una duplice fede in ciascuno di noi. Una fede nel Mondo, nella Terra, nella Vita. E una fede in Dio, nell’Assoluto, nel Trascendente. Una che scendeva dall’Alto, (foi en l’haut); l’altra, che nascendo dal basso si spingeva in Avanti, (foi en avant) e tutte e due, invece di porsi come antagoniste, insieme si coniugavano nel cuore dell’uomo.

Fu in ragione di Cristo che Teilhard invocò e affermò questa convergenza, che l’Incarnazione rendeva possibile nel cuore stesso di ciascuno di noi. La discesa del Verbo poneva nelle viscere della Terra il mistero dell’Eterno che si fa tempo, in modo tale che l’Universo stesso si scopriva capace di futuro: «Sin dall’Origine delle Cose ha avuto inizio un Avvento di raccoglimento e di fatica, un Avvento durante il quale i determinismi si flettevano e si orientavano, docilmente ed amorevolmente, verso la preparazione di un Futuro insperato eppure atteso. Adattate e manovrate in modo così armonioso che il Supremo Trascendente sembrerebbe essere germinato interamente dalla loro immanenza, le Energie e le Sostanze del Mondo concentrandosi e purificandosi nell’Albero di Jesse. E componevano con i loro tesori distillati e accumulati, la gemma scintillante della Materia, la Perla del Cosmo e suo punto di attacco con l’Assoluto personale incarnato, la Beata Vergine Maria, Regina e Madre di tutte le cose» (La Vita cosmica, 86-87).

Di qui il vivere nell’attesa di un Avvento, insieme al coinvolgersi nella costruzione di una «opera per sempre» diventano le note dominanti di tutta la sinfonia teilhardiana che, se muta di tonalità, lo fa solo per sottolineare che quella pienezza dei tempi che fu la venuta del Cristo è, a sua volta primizia di un nuovo Avvento, di una seconda e definitiva venuta. «E da quando Gesù è nato, è cresciuto, è morto, tutto ha continuato a muoversi perché il Cristo non ha finito di formarsi. Non si è ancora totalmente avvolto nelle pieghe del Manto di carne e di amore che Gli stanno tessendo i suoi fedeli… Il Cristo mistico non ha raggiunto ancora la pienezza, neppure quindi il Cristo cosmico. Entrambi, ad un tempo sono e divengono: e il prolungarsi di questa genesi rappresenta la molla ultima di ogni attività creata. Con l’Incarnazione che ha salvato gli uomini, lo stesso Divenire dell’Universo è stato trasformato, santificato», (ivi).

In questo divenire del tempo, in cui ogni traguardo e ogni termine viene aperto dal mistero di Cristo ad un nuovo inizio e spinto verso un futuro carico di un ulteriore e più profondo compimento, siamo posti pure noi, credenti e non credenti di oggi, chiamati ad un identico compito: attendere e al contempo edificare «l’opera per sempre» che, se per i non credenti rimane ancora ‘Qualcosa’ di non identificato, ma che tuttavia supera e va oltre il semplice orizzonte umano nella direzione di un qualche ultra-umano, per i cristiani assume i lineamenti di ‘Qualcuno’: il Cristo sempre più grande, il Cristo totale e universale.

Per Teilhard de Chardin la modestia della natività rappresenta molto più di un semplice esempio o una lezione di umiltà dataci dal Cristo. In essa si rivela il modo con cui l’essere unisce a sé ed ‘informa’ la materia. E il Natale dice il realismo con cui Dio affronta drammaticamente l’unificazione e la personalizzazione della creazione attraverso il suo Figlio fatto uomo. Per lui celebrare il Natale significa rilanciare la sfida dell’avvenire, anteporre ai propri interessi quelli comuni verso un ulteriore salto di complessità e coscienza nello sviluppo della vita.

«Storicamente – ci ricorda ancora Teilhard – l’attesa non ha mai cessato di guidare come una fiaccola i progressi della nostra fede. Il Natale che avrebbe dovuto far volgere indietro i nostri sguardi e focalizzarli verso il passato, non ha fatto altro che riportarli maggiormente in avanti, verso l’Avvenire. Apparso un istante tra noi, il Messia si è lasciato vedere e toccare solo per perdersi una volta ancora, più luminoso e ineffabile che mai, nelle profondità dell’avvenire. È venuto. Ma ora, dobbiamo ancora e di nuovo attenderlo più che mai (L’Ambiente divino, 122)… E da quando Gesù è nato, è cresciuto, è morto, tutto ha continuato a muoversi perché il Cristo non ha finito di formarsi. Non si è ancora totalmente avvolto nelle pieghe del Manto di carne e d’amore che Gli stanno tessendo i suoi fedeli… Il Cristo mistico non ha raggiunto ancora la pienezza, neppure quindi il Cristo cosmico. Entrambi, ad un tempo, sono e divengono; e il prolungarsi di questa genesi rappresenta la molla ultima di ogni attività creata» (La vita cosmica, 87).

«Un pesce è forte solo nell’acqua» dice un proverbio africano. Lo stesso si dovrebbe dire di un cristiano e di una comunità cristiana, che sono forti della forza del vangelo solo quando vivono il loro tempo come rinnovata attesa di qualcuno che viene.

 

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]  

quale-futuro

Così lontano, così vicino

In questi giorni, che ormai sono diventati mesi, forse ti sei chiesto “cosa succederà tra un anno” e sei caduto perchè non hai visto cosa stava per succedere oggi. Forse allora avrai guardato poco oltre la punta delle tue scarpe, col risultato di sbattere contro un ostacolo che avevi davanti alla faccia, se solo avessi alzato lo sguardo. A me sono successe entrambe le cose, e allora mi sono rifugiato in queste parole.

 

Guardare troppo lontano è un errore. Se uno guarda lontano, non vede quello che ha davanti ai piedi, e finisce per inciampare. Ma anche concentrarsi troppo sui piccoli dettagli che si hanno sotto il naso non va bene. Se non si guarda un po’ oltre, si va a sbattere contro qualcosa. Perciò è meglio sbrigare le proprie faccende guardando davanti a sé quanto basta, e seguendo l’ordine stabilito passo dopo passo.

Haruki Murakami

GLI SPARI SOPRA
La ricerca di un futuro

In Italia, ora più che mai servirebbe una partito che si richiamasse ai valori di Enrico Berlinguer, alla modernità della sua opera e del suo pensiero. Concetti e parole inserite profondamente nel Comunismo Italiano, fonte di democrazia e di ideali per quattro generazioni di persone. Andato disperso e abiurato dalla fine del secolo breve fino a questo secondo decennio del ventunesimo secolo. In molti lo decantano, addirittura gli avversari politici ne tessono le lodi, ma la sua figura fa ancora tremendamente paura perché davvero dei dirigenti di una qualche sigla politica si ispirino a lui per il futuro, per il prosieguo del tempo che scorre rapido. Non esiste una avanguardia in Italia, che nel suo nome cerchi di aggregare dei compagni per realizzare davvero qualche cosa di nuovo. Esistono sigle politiche che espongono la sua effige nelle sedi, come ricordo o come santino, ma non ripercorrono le sue idee, le hanno abbandonate da decenni. Almeno quattro altri partiti espongono l’effige della falce e del martello non come elemento aggregante o come i simboli del lavoro, motivo per cui nacquero un paio di secoli orsono, ma come medaglie di purezza esclusive e non inclusive. La bandiera rossa è stata gettata nel fosso da tanto, troppo tempo, sotto l’immagine di Enrico nessuno mai ha voluto costruire unità e forza del progresso e popolo.

La parola democrazia deriva dal greco, ed è composta dai termini demos (che significa “popolo”) e kratos (che significa “potere”), Potere al Popolo, queste sono le basi del Marxismo. Questo concetto pone le idee di Berlinguer sul piedistallo della modernità, senza bisogno di ricordare le deviazioni che molti governi Comunisti presero dalla rivoluzione d’ottobre in poi.

Sommossa popolare, appunto per portare al potere gli ultimi, gli sfruttati, i braccianti, gli operai, quelli che nei millenni mai ebbero diritti e voce in capitolo, sfruttati e vilipesi dalla notte dei tempi. Tale rivoluzione avvenne però nella nazione meno preparata ad accoglierla, quella grande madre Russia che non aveva una classe operai forte e consapevole, ma era per lo più composta da braccianti che solo pochi decenni prima erano ancora servi della gleba, la nazione che mai Marx individuò come avanguardia per le masse popolari.

Dico questo perché il pensiero comune continua ad additare il Comunismo realizzato col Comunismo reale. L’Euro comunismo di Berlinguer, e ancor di più l’anomalia italiano porsero il più grande partito dei lavorati del mondo libero a traino di una terza via, mai davvero cercata e né tantomeno seguita dai referenti delle sinistre dopo il giugno del 1984.

Ora che non esiste più un mondo diviso in blocchi, dove l’Est ha superato l’Ovest nella ricerca del profitto per pochi a discapito degli ultimi, le idee di Berlinguer diventano una necessità.

Io credo che in tanti, troppi vedano Enrico come una foglia di fico, dietro cui nascondere la propria lontananza dai suoi ideali.

Un mondo raggrinzito e ammalato intorno al concetto di capitale, bolso e senza respiro, in questi tempi di pandemia, dove esiste solo una classe sociale che continua ad aumentare i profitti a discapito di tutti gli altri, dipendenti, artigiani, commercianti, operai, tutti in lotta tra loro per in dicare chi più di altri è fonte di privilegio. Accomunati da un unico nemico, che viene dall’Africa, quella massa di diseredati che servono ai partiti, quasi tutti, per sottolineare le differenze e per conservare quelle briciole di pane che i padroni del vapore spargono alle masse intrise di cattiveria e con la bava alla bocca, con la paura che l’ultima scaglia di pane duro venga utilizzata per nutrire chi sta peggio di noi.

Una grossa parte della classe operaia che non è più classe, che non ha più coscienza di se si è imbruttita nelle idee, instillate goccia a goccia da anni di propaganda revisionista. L’analfabetismo funzionale ha superato quello di ritorno, un popolo senza età che si informa sui social media, che posta e riposta immagini di pensieri altrui. Un solo piccolo e maledetto virus sta squassando il mondo conosciuto, portando alla luce decenni di sfruttamento della natura in maniera malevola e senza criterio, sistemi all’apparenza democratici dove chi ha i soldi si cura, mentre gli altri vengono lasciati annegare, non solo in maniera figurativa. Un sistema agli sgoccioli dove privato e privatizzazioni, ricercate da schieramenti centripeti hanno portato all’evaporazione del Welfare, dove la sanità pubblica è diventata azienda e la sanità privata si arricchisce con i soldi dei contribuenti, oltre che dei pochi privilegiati che ne possono disporre.

Un mondo dove la scuola è sempre ai margini dei programmi di partiti sempre più simili, dove nemmeno Lombroso riuscirebbe a riconoscere gli uni dagli altri.

Sono ripetitivo e limitato nei miei grezzi concetti, forse perché alle volte spero che qualcuno, migliore di me riprenda da terra quella bandiera rossa e la sventoli, come una guida turistica sulla piana di Ghiza e dove un popolo, davvero unito la segua, nella ricerca di una utopia necessaria e non più procrastinabile.

Dolce Enrico, mi piacerebbe che ti staccassero dalle cornici entro le quali sei stato relegato in questi trentasei anni, mi piacerebbe che tu stesso potessi togliere la polvere della tua dignità troppo spesso usata come paravento.

Si lo vorrei davvero un partito di ispirazione Berligueriana, dove potermi sentire a casa, dove poter credere che il mio piccolo contributo possa essere una briciola di sabbia, per costruire un argine contro l’abbruttimento di questi tempi. Dove le mie idee possano confrontarsi e confondersi con quelle di tante compagne e compagni, senza l’assurda ricerca della purezza, senza lucidare troppo la falce, senza dibattere sul tipo di martello (da carpentiere, da muratore, da montatore meccanico, ecc.).

Berlinguer non solo come oggetto di ricerca o peggio di culto (lui lontano anni luce dal culto della personalità) ma come pensiero critico, vivo, da ritrovare, da ripercorrere, una ricerca di un futuro migliore, radicale, non moderato, ma inclusivo, alla ricerca della diversità e dell’impurezza.

Io credo che solo in questo modo, solo avendo ben chiaro il passato si possa sperare in una rinascita, una luce in un futuro che ora a me sembra troppo cupo, anche solo per ricercare la speranza.

CIO’ CHE IL COVID-19 CI HA PERMESSO DI VEDERE MEGLIO

Siamo in Novembre ed è arrivata la seconda ondata di Covid-19. La situazione è più o meno la stessa di questa primavera: ospedali in affanno, medici sotto stress, circa quattrocento morti al giorno. Rispetto a questa primavera il virus non è più solo delle regioni del Nord, ma sta attraversando tutt’Italia; nel frattempo i posti in terapia intensiva sono quasi raddoppiati, sono stati assunti più di 30.000 tra medici e infermieri.

Questa malattia ha accelerato alcuni processi di forte trasformazione sociale che stanno attraversando tutto il mondo occidentale e, più in generale, tutta la terra.
Tra le dirette criticità scoperchiate dal ‘maledetto virus’ mi viene da citare per prime:

1- Le disfunzioni del sistema sanitario.  La riforma del titolo quinto della costituzione (delega alle Regioni della gestione della sanità pubblica per il territorio di competenza) e la privatizzazione della sanità hanno determinato una situazione a macchia di leopardo in tutta la penisola. Si sono create alcune disfunzioni di sistema che ora vedono tutti: depotenziamento delle attività di prevenzione, depotenziamento della medicina di base, forte ricorso ai pronto-soccorso per qualsiasi evenienza, forte ricorso ad ambulatori privati.

Il sistema di accreditamento delle aziende private, che di fatto doveva movimentare il sistema d’offerta sanitaria e quindi migliorare la qualità dell’offerta complessiva delle prestazioni sanitarie erogate e garantite, ha incontrato tre grossi ostacoli:
il sistema di convenzioni attraverso il quale il sistema statale/regionale riconosceva al privato sufficienti requisiti per essere considerato alla stregua del servizio pubblico, e quindi erogare le stesse prestazioni attraverso i DRG (diagnosis-related group/raggruppamento omogeneo di diagnosi), non è riuscito a decollare con sufficiente rigore e trasparenza;
Le aziende private hanno continuato a considerarsi tali e, salvo rare eccezioni, ad erogare prestazioni ‘convenienti’ per loro. Ad esempio: ci sono moltissime cliniche private che non hanno il pronto soccorso (il rapporto costi/benefici relativo alla gestione dei pronto soccorso è molto sbilanciato sul versante costi, per non dire che in molti casi va in perdita);
– Il terzo tema riguarda l’aziendalizzazione delle ASL. Da quando le ASL sono diventate vere e proprie aziende (con tanto di pareggio di bilancio come obiettivo) hanno, da una parte ‘razziato il territorio’, deprivando, ad esempio, tutta le gestione dei servizi sociali che faceva capo ai Comuni; dall’altra hanno imposto al sistema una gestione dei servizi socio-sanitari di competenza quasi esclusiva dell’ASL, mentre il sistema prevedeva in origine una concertazione degli interventi e delle risorse attraverso delle cabine di regia ASL/Comuni.

Il sistema che vediamo ora ha iniziato la sua trasformazione circa 20 anni fa su impulso della Lega Nord di Bossi, dei forti interessi economici che nelle regioni del Nord riguardavano la gestione degli ospedali, delle spinte riformatrici dei legislatori (Nazionali/Locali) che, pur animate da buone intenzioni, hanno bucato l’acqua.

Ciò non toglie che: abbiamo ancora un sistema sanitario universale che garantisce le prestazioni di base a tutti, abbiamo ancora degli ospedali e dei reparti di eccellenza che ci invidia tutto il mondo, la nostra classe medica è molto preparata e competente. Dal nostro sistema sanitario (anche così com’è ora) gli altri Stati possono tutt’ora imparare molto. Anche questo fa riflettere.

2- La messa in discussione di una idea di ‘democrazia’ che ha dominato nel mondo occidentale per almeno 50 anni. Democrazia  (dal greco antico: δῆμος,  démos, “popolo” e κράτος,  krátos, “potere”)  significa “governo del popolo”, ovvero sistema di governo, in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dal popolo, generalmente identificato come l’insieme dei cittadini che ricorrono a strumenti di consultazione popolare (es. votazione, deliberazioni ecc..). Il sistema democratico è messo in discussione per due ordini di motivi:
– non ci si riconosce più nei sistemi di rappresentanza così come codificati, cioè non ci si sente più rappresentati da nessuno. Classica è l’affermazione: “Non voto nessuno, così se sbagliano io non centro niente”.
Non ci si riconosce più nell’idea che un “governo del popolo” sia una “buona” e auspicabile forma di governo. Da qui molte derive: dal riproporre le oligarchie dei nobili, alle forme di autoritarismo, in cui i poteri si concentrano su una sola persone. Questa ultima tendenza dà ragione dello stato di insicurezza e preoccupazione in cui si trova la popolazione. La storia insegna che in tutti i momenti di forte crisi ‘sociale’ riemergono in maniera prepotente le spinte all’autoritarismo.

3- Un individualismo smodato. Ogni persona pensa per sé. Non c’è più condivisione e poca solidarietà. All’origine di questo ripiegamento sul ‘sentire privato’, che sembra una brutta caratteristica del tempo attuale, ci sono ragioni e giustificazioni e, per fortuna, si registrano anche dei segnali in contro-tendenza che sono il nocciolo di tutte le nostre speranze. L’individualismo smodato è legato a una perdita di ‘valori’ e a una assoluta mancanza di ‘fiducia’, non solo nelle istituzioni Statali o sovra-Statali, ma anche in altre nostre istituzioni fondanti: i sistemi amministrativi territoriali, le Onlus, le Fondazioni, le Ipab, perfino la parrocchia e la famiglia. Un sentire di continua preoccupazione e continua incertezza per il futuro (non c’è più certezza di avere un lavoro, di avere chi ci cura, chi ci accudisce, chi pregherà per noi) hanno portato a questo ripiegamento sull’individualismo, che è all’origine di tutti i nostri mali. Senza un tessuto sociale solido che prevede disponibilità, altruismo e fiducia tutte le società sono destinate a scomparire. Trovo che il tema della fiducia sia sempre fondante. Senza una rete fiduciaria semi-stabile e riconosciuta/riconoscibile qualunque sistema relazionale naufraga nel mare dell’indifferenza e annega. Siccome la parola ‘fiducia’ è spesso usata a sproposito, credo sia necessaria una chiarificazione semantica, che ci permetta di circoscrivere dei comportamenti all’interno di una cornice di significato quasi-univoco, che possiamo utilizzare per ragionare anche in maniera ‘teorica’ su questo concetto (ma anche sentimento e comportamento), di cui si è persa la vera valenza e la conseguente consapevolezza dei suoi effettivi risvolti.

La fiducia è l’aspettativa di un atteggiamento/comportamento/evento ‘positivo’ messa in opera da un attore sociale. L’attribuzione di ‘positività’ può investire il comportamento di un singolo individuo, così come quello di un gruppo o di un sistema sociale.
La positività di tale atteggiamento/comportamento/evento è decisa dal soggetto che compie l’azione di attribuzione di fiducia ed è coerente con la sua aspettativa di riduzione della complessità sociale, con il suo orientamento etico, con la sua idea (in costante ridefinizione) dei corollari che può avere il concetto, di per sé astratto, di ‘verità’.

La fiducia può essere riposta nei confronti di una singola persona e nei confronti di un sistema sociale. La fiducia ha quindi una dimensione ‘personale’ che si concretizza nel fidarsi di un’altra persona. Questo tipo di fiducia presuppone due premesse: la ‘familiarità’ intesa come caratteristica di una relazione (in senso più olistico di un mondo) che conosciamo e di cui riusciamo, almeno in parte, a prevedere gli sviluppi e la ‘conoscenza della storia’ intesa come conoscenza di ciò che è successo come elemento esplicativo, anche se non meccanicistico, di ciò che succerà.

Oppure la fiducia ha una dimensione ‘sistemica’ dipende cioè dal fatto che dei sistemi sociali diventino stabili grazie alla comunicazione intersoggettiva. Sistemi stabili riducono la complessità del mondo e permettono alla fiducia di passare dalla personalità singola al sistema, riponendo aspettative sulla correttezza e prevedibilità delle regole di funzionamento dello stesso. Un tipico esempio di sistema stabile è la scuola. Tale sistema permette di passare dalla fiducia nel singolo (es: l’insegnante di matematica) alla fiducia nel sistema stesso (scuola), in quanto permette di prevedere ciò che succederà, grazie al fatto che esistono regole codificate, chiare e rigide che determinano in larga misura le conseguenze che molte azioni avranno (se un professionista impiegato a scuola si presenta ubriaco verrà allontanato; se uno studente presenta i sintomi di una malattia infettiva, verrà riaccompagnato a casa; se succede un incendio si evacuerà la scuola secondo il piano più volte simulato, se il preside va in pensione verrà sostituito da un altro, e così via …). L’eccezione alla regola è costituita da ciò che si considera anomalo o nuovo, cioè quel possibile dell’accadere che non è ‘riducibile’ in senso sociale.

Questo è un tema sul quale riflettere, questo è il tema centrale di questo nostro mondo confuso.

Oltre a tutto ciò che il Covi-19 ha scoperchiato con grande vigore, esistono anche alcuni problemi che riguardano tutto il mondo e che si interfacciano direttamente con quanto sopra-scritto: i cambiamenti climatici, la crescita demografica esponenziale, il “sistema finanza” che pervade tutto e che relega la politica in una dimensione locale, depotenziata, di grande insofferenza e litigiosità.

C’è quindi speranza per il futuro? C’è sicuramente ed è legata alla fiducia che sapremo creare, costruire, ricostruire e mantenere.

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