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GAD: LA LA DIFFERENZA TRA MEDIA E REALTA’
Il video-documentario di Occhio ai Media

da: Ufficio stampa Occhio ai Media – Ferrara

L’idea del progetto nasce in seguito alla nostra partecipazione alla 18esima edizione del Festival dei Diritti di Ferrara, per cui il 29 dicembre 2020 abbiamo tenuto l’evento “GAD tra Media e Realtà”.
Abbiamo ritenuto necessario approfondire la tematica creando un vero e proprio documentario sul quartiere, con l’obiettivo di incoraggiare una riflessione e un dibattito su questa realtà cittadina, oggetto negli ultimi anni di un importante spessore politico e mediatico.

L’evento si terrà in diretta streaming sabato 20 marzo 2021 alle ore 17:00 sulle pagine ufficiali di Occhio ai Media Facebook e YouTube:

Facebook |  www.facebook.com/106594666044197/posts/3799319950104965/

YouTube |  www.youtube.com/watch?v=J6S_QEedoCQ

Dopo il documentario, sempre in diretta, di terrà un dibattito con tre ospiti:
Alfredo Alietti | Docente di Sociologia Generale e Sociologia Urbana e del Territorio
Luca Lanzoni | Architetto ed esperto in Pianificazione Urbanistica e Sicurezza Urbana
Selma Boukaid | Attivista sociale

Vi lasciamo il link per guardare il teaser del filmato: [Vedi qui]

Cittadini del Mondo – Ferrara

FATMA E I RAGAZZI DEL PD:
Come è rinata la politica in via Ortigara

“Il mio nome? Mio padre fece la guerra in Libia e mi raccontò che durante una giornata di riposo, una giornata caldissima, una ragazzina gli offrì una brocca di acqua. Dopo aver bevuto ed essersi così dissetato le chiese come si chiamasse. Fatma era il suo nome. Quando nacqui, il 27 aprile del 1949, volle chiamarmi così!”.

Ho incontrato Fatma per la prima volta alcuni mesi dopo le ultime disastrose elezioni comunali.
Di ritorno dalla mia abituale camminata serale, passando per via Ortigara, avevo notato infatti che la sede del Circolo del Pd era ancora aperta e dentro si trovava una distinta signora seduta dietro ad una scrivania.

Entro e dichiaro subito di non avere un bisogno particolare da soddisfare, ma di essere stato invogliato dal semplice fatto di aver visto la sede ancora aperta, spinto soprattutto dal desiderio di voler  scambiare qualche parola sull’esito della sconfitta elettorale nella competizione cittadina per il nuovo sindaco.
Fatma, questo il nome della signora dietro la scrivania, non si mostra per nulla sorpresa della mia richiesta, mi accoglie con un bel sorriso aperto e mi invita cordialmente  ad accomodarmi.

Cominciamo a parlare conversando amabilmente come se ci conoscessimo da tempo.
Dopo un veloce scambio di sarcastiche battute sull’attuale giunta e sulla consistenza dell’opposizione in consiglio comunale, il discorso si allarga fino ad arrivare alle ragioni della sua presenza lì, nel circolo del PD.

Ascolto la sua storia con grande interesse mentre racconta dell’inizio del suo impegno, a quando nel 2015 cioè il Circolo  era ancora chiuso. Mi spiega che abitando da queste parti si trovava infatti a passare qui di fronte praticamente tutti i giorni e vedere la sede del suo partito con la saracinesca perennemente abbassata proprio non riusciva ad accettarlo.
Mentre racconta, la luce dei suoi occhi mi comunicano una grande determinazione, una forza e una tenacia che le sono servite per riuscire da sola a convincere il partito a riaprire il Circolo!
Tanto fece che la sede di via Ortigara riapre i battenti nel 2015 con la sua presenza garantita inizialmente almeno per una volta alla settimana, poi per tre volte, fino ad oggi.

“Come sei venuto tu questa sera”, continua a raccontarmi, “in questi anni molte persone si sono avvicinate, hanno visto la luce accesa e sono entrate per chiedere informazioni, per scambiare opinioni o anche solo per un breve saluto.”
Nel frattempo il clima politico è cambiato, la zona GAD è diventata territorio di scontro ideologico nella città, a cui Fatma e la realtà del circolo hanno risposto con una porta aperta a tutti, compresa la comunità di extra comunitari che nel frattempo ha preso residenza negli appartamenti  intorno.

Fatma, una donna da sola, insomma è riuscita a rendere concreta una realtà che riposa nel cuore di tanti, quella della presenza continua, non urlata, che si mette a disposizione, che ascolta, facendolo col sorriso sulla bocca e con le maniche rimboccate.
Ci salutiamo promettendoci nuovi incontri.
Ieri sono ripassato.
Fatma mi presenta Maria Teresa vicino ad un lungo tavolo stracolmo di generi alimentari.

Mi spiega che grazie all’impegno di Maria Teresa e di una decina di giovani del PD  la sede di via Ortigare  ha aderito all’iniziativa Solidarietà in circolo lanciata ai primi di dicembre da Nicola Zingaretti per la raccolta di generi di prima necessità a favore di famiglie bisognose di un  aiuto in più.

Fatma ha quindi fatto trovare aperto il Circolo tutti i giorni dalle 15 alle 19 dando così la possibilità a molti cittadini di portare il proprio contributo di solidarietà. Maria Teresa e i suoi amici in queste ore stanno confezionando i pacchi che porteranno a diverse organizzazioni di volontariato della città per la distribuzione poi alle famiglie interessate.
Sarà il Natale, sarà che sto invecchiando ma vedere questi ragazzi lavorare insieme a Fatma mi ha allargato il cuore, mi riconcilia con la Politica, quella vera, quella fatta di semplici gesti  quotidiani ,concreti fatti senza secondi fini solo per ribadire che abitiamo tutti insieme la stessa Terra, giovani e vecchi, italiani e  stranieri.

Saluto, ma non so ancora che mi sta aspettando una ultima sorpresa.
Mi offro per scrivere un articolo sulla loro bella iniziativa per Ferraraitalia. Ci scambiamo i contatti. Chiedo a Maria Teresa il suo cognome per appuntarlo sullo smartphone.
“Mantovani, Maria Teresa Mantovani” mi risponde. La guardo meglio, è la figlia di due amici, vista l’ultima volta  quando era piccolissima.

Colto di sorpresa cerco di evitare in primo luogo di riportare frasi stupide del tipo “ti ho visto nascere” e, mentre penso come continuare, è lei che mi dice di aver cominciato non da molto con la politica attiva, a frequentare il Circolo, quasi a continuare l’impegno politico del padre,  un impegno seriamente e tenacemente portato avanti per tutta la vita, fino alla comparsa di un problema di salute affrontato con lo stesso spirito.

A Fatma, a Maria Teresa e ai ragazzi del Pd  un grosso…grazie!

La fabbrica umana

Quel che si vede è. Nulla di più. Come enormi ciminiere di fabbrica, due torri elevate verso il cielo a produrre tutto ciò che serve: consenso, degrado, paura, impoverimento, depauperamento. Non due palazzi, ma due ciminiere di una grande impresa che distrugge la città lentamente. Non inquinante, ma mortificante. Verso il cielo come il fumo. Piantati a terra, come la morte. Grigi, come un giorno di tempesta. Nudi, come la povertà.

Odio e panchine:
in questa Ferrara non c’è posto per Marcovaldo

Il movimento fa bene, me lo dice sempre il mio medico. Devo ringraziare l’Amministrazione della mia città che è attenta alla nostra salute, favorisce il movimento e soprattutto la posizione eretta, invece di stare stravaccati seduti su una panchina, che non è neanche un bel vedere.

Così qualche giorno fa ho assistito al ratto delle panchine. O meglio, all’espianto delle panchine da parte di una benna chirurgica, quasi si trattasse di rimuovere un tumore. Parlo delle panchine di piazza Sacrati, quelle collocate lungo la via Garibaldi, proprio di fronte all’Hotel Carlton. Ci stazionano spesso donne, per lo più badanti, e vecchietti impegnati  in discussioni anche animate; ora dovranno trovare un altro luogo dove parcheggiare i loro sederi (a proposito, questa del sedere deve essere una ossessione di questa Giunta).

Mentre altrove si dipingono di rosso le panchine contro la violenza sulle donne, o con i colori dell’arcobaleno – le panchine rainbow nella giornata contro la omobitransfobia – da noi le panchine si archiviano, si accatastano in qualche magazzino in attesa di tempi migliori.

Troppo moderata la scelta del comune di Udine, che pure fece discutere, di mettere alle panchine i braccioli di ferro per impedire ai migranti di potersi sdraiare e riposare. Da noi vige il metodo Naomo che predilige le scelte drastiche: deportiamo le panchine in appositi campi di concentramento. La persecuzione contro le panchine in questa città ha preso avvio dai parchi, in particolare quelli della zona Gad, quartiere ‘giardino’ … ma senza panchine.

A me le panchine in città ricordano Marcovaldo, ovvero “Le stagioni in città” di Italo Calvino e, in particolare, “La villeggiatura in panchina”. La panchina sognata da Marcovaldo, come evasione dai disagi della quotidianità, come oasi di riposo e di frescura all’ombra degli alberi, come ricerca del silenzio e della riconciliazione con se stessi. Togliere una panchina è come togliere un arredo amichevole e rassicurante della città, l’arredo che ti viene incontro quando vuoi sostare perché sei stanco, quando vuoi fermarti a parlare con qualcuno, all’aria, curiosando chi passa: le cose normali di una vita normale. Una vita sempre in piedi, senza soste per sedere non è una bella vita.e una città senza panchine è un città non accogliente. È come un divieto di sosta per i pedoni senza il cartello rosso e blu.

C’è un bel libro che parla di panchine, è uscito l’anno scorso per la Feltrinelli, “Strategie per contrastare l’odio: una rivoluzione a piccoli passi”. L’ha scritto Beniamino Sidoti, che è uno scrittore e giornalista che si interessa di giochi e di storie. L’autore associa odio e panchine, perché, spiega, chi perseguita le panchine non può che essere animato dall’odio. Anzi, l’attacco alle panchine è un attentato ai diritti civili delle persone.

La cultura non è certo una caratteristica  pregio di questa Amministrazione Comunale, tantomeno la capacità di riflettere e di evitare atti impulsivi. Sidoti ci ricorda che la storia dei diritti civili è passata più volte attraverso il semplice gesto di sedersi e di rimanere seduti, chi non ricorda i sit-in o sit-down della storia, a partire da quelli di Gandhi. Sedersi è un gesto calmo e rivoluzionario insieme, forse è per questo che qualcuno nutre tanti timori. Ma sedersi non è solo un gesto naturale è, soprattutto, un trovare casa.

Questa casa ora la nostra città non ce la offre più, perché per decreto si tolgono le panchine dalle strade, dai parchi e dalle piazze per combattere il ‘bighellonaggio’, con il risultato di minare il nostro sacro santo diritto alla socialità. 

Non vorremmo tornare ai tempi del filò, portandoci dietro ognuno la nostra seggiola per poter godere dell’ombra di un albero o della compagnia degli amici. Sedersi è un gesto di casa, di amicizia e di ospitalità, e questa città è la nostra casa, e casa deve tornare ad  essere per noi che ci viviamo e per chi è solo di passaggio.

Ma se conflitto deve essere, conflitto sia. Organizziamoci. Moltiplichiamo le occasioni per sederci con gli altri, amici e sconosciuti.

Christmas in Gad

Ci sono due alberi di Natale a Ferrara. C’è quello in centro, bello, colorato, fotografato. Fulcro del turismo e del consumismo tipico delle festività natalizie, con alle spalle il duomo a fargli da guardia.
C’è poi un altro albero, quello del Gad. Solitario. Qui non incontrerete turisti a farsi selfie o mercatini affollati. Quando cala la notte, costui, diventa quasi tetro. Alle spalle il simbolo della decadenza ferrarese: due torri enormi che si ergono nella notte senza luna, come ululati di bestie partorite dalla mente dei peggiori incubi di Lovecraft.
E come i due alberi, ci sono due natali da queste parti: quello di chi sorride, e quello di chi vive nel buio…dimenticato.

Duemila firme (+65) per le biblioteche del Duemila: e se a Ferrara fosse nata una nuova opposizione?

Le sei di sera, mi telefonano: sono in ritardo, appena in tempo per portare le firme raccolte tra amici e colleghi. Raggiungo la piccola e attivissima Biblioteca Rodari di viale Krasnodar, il punto di raccolta. Un magro bottino, le mie firme sono diciotto. “E in tutto quante sono?”, domando. “Con le tue siamo a 2.064 firme!!!“. 2065, perché proprio in quel momento un’utente si avvicina al banco prestiti per firmare il foglio della petizione popolare.

Appena venti giorni fa il sindacato promoveva una raccolta di firme per rilanciare e qualificare il sistema bibliotecario cittadino, nuove assunzioni e nuovi investimenti ( vai all’articolo ). Facciamo strada alla cultura, recitava il titolo della petizione e il gran successo della raccolta firme dimostra quanto i ferraresi tengano alla cultura e alle proprie biblioteche. Alla mozione dovrà rispondere direttamente il Sindaco a cui i promotori (venerdì mattina è prevista la conferenza stampa) porteranno in dono le oltre duemila firme. Insieme a una serie di domande scomode. Quali sono i programmi sulle biblioteche della nuova Giunta? Si impegna o no ad assumere almeno 10 nuovi bibliotecari, visto che le biblioteche sono già in emergenza personale e molti operatori andranno in pensione nei prossimi mesi?

E in ballo c’è anche la questione della ‘Grande Rodari’. Dopo che la nuova Giunta ha deciso di concedere il piano terra delle Corti di Medoro al comando dei vigili urbani, cancellando il progetto di aprire lì una grande e moderna biblioteca per servire tutta la zona Sud di Ferrara, Il sindaco Alan Fabbri ha dichiarato che per la nuova biblioteca verrà trovata una nuova collocazione. Ma dove, quando, con quali investimenti? Anche su questo la petizione chiede una risposta precisa.

Per ora si può dire che la nuova Giunta leghista rischia di essere sommersa dalle petizioni e dalle firme dei cittadini ferraresi. Tutto è cominciato con le 1.000 firme per chiedere la ripubblicizzazione del servizio rifiuti, gestito ora da Hera in regime di proroga. La petizione era stata presentata la primavera scorsa al sindaco Tagliani e discussa nel vecchio Consiglio Comunale, non senza qualche imbarazzo anche in casa PD. Ora la patata bollente è passata nelle mani del Sindaco Fabbri e dell’Assessore Balboni che dovrebbe avviare il tavolo partecipato di studio sulla ripubblicizzazione del servizio di raccolta rifiuti. A settembre il Consiglio Comunale non ha deciso nulla, ma nei prossimi giorni l’Assessore Balboni incontrerà i promotori del Battito della Città e si vedranno le reali intenzioni della Giunta.

Dopo quella sulla raccolta rifiuti è stata la volta della firmatissima (con la biro e sul web) petizione popolare pro-panchine, innescata dalla campagna contro le panchine del vicesindaco Nicola Naomo Lodi. Per ora (è nota la recente figuraccia in Consiglio Comunale) sono state riverniciate e ricollocate solo una decina di panchine, ma il vicesindaco ha ribadito i suoi programmi bellicosi. La battaglia pro e contro le panchine è destinata a continuare.

Terza petizione, quella promossa dagli studenti universitari contro la recinzione e chiusura notturna di piazza Verdi, un’altra idea made in Naomo, con l’appoggio del Sindaco e i dubbi del giovane Balboni. Ma, la notizia è di questi giorni, a essere recintata e lucchettata, piazza Verdi non sarà l’unica – viste le dimensioni della stessa, alla fine assomiglierà a un campo di basket in uno slum di New York – perché il vero obbiettivo della ‘campagna parchi sicuri’ rimane la zona del Grattacielo. Anche lì aspettiamoci cancelli, reti e lucchetti. E più telecamere. E più luci. E presto (anche questa è una solenne promessa) le pistole ai vigili urbani.

Bisogna ammetterlo, la nuova Giunta a guida leghista ha grandi progetti per trasformare Ferrara in una ‘città sicura’. L’unico problema è che ai ferraresi, o almeno a molti di loro, questi progetti non piacciono per niente. Ai giovani poi, le maledette sardine, ancora meno.

Nel prossimo futuro, sono sicuro, arriveranno nuove petizioni. Forse sta cambiando qualcosa in città. Nonostante la vittoria schiacciante alle ultime elezioni, a Ferrara l’opposizione non è morta, anzi, sembra viva e vegeta. Ha cambiato solo location: invece che dai banchi del Consiglio Comunale, si esprime altrove: con le firme, le petizioni popolari, i flash mob, i raduni di piazza. E le sardine naturalmente.

Potere al Popolo pensa alle Regionali e intanto si insedia in Gad. I militanti: “Spazio aperto a tutti”

Ieri sera ha avuto l’avvio la nuova avventura che vede coinvolta la compagine politica di sinistra “Potere al Popolo“. Stare in uno dei quartieri più discussi della città, in Corso Piave 4a, a pochi passi dallo stadio, con la volontà di dare un’immagine diversa di queste zone che secondo il collettivo che ha dato il via a questa iniziativa, sarebbe distorta dalla propaganda di destra. Chiara Pollio, tra gli organizzatori, così racconta questa scelta: “Esserci a Ferrara serve. Noi siamo precari e abbiamo sentito questa esigenza perché non c’è nessuno che ci dia delle risposte tra le forze politiche, le quali fanno solo propaganda. Vanno riparate le strutture sociali e vanno riconnessi gli individui per far capire loro che i bisogni dei precari sono gli stessi. Bisogna quindi organizzare la loro rabbia e il loro disagio in maniera positiva”. Anche sulla questione lavoro Pollio chiarisce che “nessuna forza in campo parla della qualità del lavoro, di welfare, nessuno prova a organizzare le persone sulla base dei miglioramenti delle condizioni di vita da ottenere.” Alla domanda del perché la risposta in città dovesse arrivare da una nuova forza politica ha aggiunto: “Vogliamo essere una realtà politica perché crediamo sia un mezzo per cambiare la realtà e anche per questo vogliamo provare a partecipare alle elezioni regionali, nonostante tutte le difficoltà che ciò comporta. Vogliamo essere l’alternativa al Pd che ha privatizzato e centralizzato il potere nelle mani di pochi ed ha creato questo disagio sociale che viene cavalcato dalla Lega, la quale però dà risposte fatte di odio e xenofobia.” Concludendo sulla nuova apertura, Chiara Pollio ha terminato il proprio discorso dicendo che “la sede è uno spazio aperto al quartiere e alle persone. Saremo noi a doverci far conoscere e vorremmo diventare un punto di riferimento nel quale i ferraresi possano portare le loro domande, le loro vertenze, i loro bisogni quotidiani, per poter trovare insieme una risposta”.

Nel corso della serata, poi, è stato presentato anche il libro “Popolo chi?” (ed. Ediesse, 2019), nel quale gli autori hanno affrontato il difficile tema di descrivere chi è il popolo, ma con uno sguardo diverso dal solito. Tra gli autori anche Niccolò Bertuzzi, ricercatore precario alla Scuola Normale Superiore di Pisa, il quale ha così descritto questo testo: “Siamo alla ricerca di risposte e ci siamo concentrati sulla narrazione che si fa del popolo, soprattutto dall’alto. Abbiamo notato che non corrisponde al vero nella gran parte dei casi. Ad esempio il ‘razzismo culturale’ che si pensa sia intrinseco ai ceti più bassi della società in realtà non esiste, o non nella forma in cui la stampa mainstream  vorrebbe farcelo passare. Io parlerei più di ‘razzismo materiale’. Nei quartieri popolari gli italiani sono a stretto contatto con le persone straniere, e vedono quest’ultimi come dei competitors a livello lavorativo. La ricerca, seppur limitata a sole 60 interviste, fa apparire chiaro come la narrazione che è fatta del popolo sia faziosa e spesso abbia dei veri e propri fini elettorali”.

Tra gli intervenuti alla serata anche Lorenzo Piccinini, dello Sportello Sociale Bolognina, il quale ha descritto sia il lavoro fatto dal suo collettivo sia quella che è la situazione dei quartieri popolari a Bologna, dando la colpa dell’estremizzazione delle risposte elettorali anche al “tradimento” di una certa sinistra: “Siamo in una crisi profonda da anni. Una crisi non solo economica ma anche sociale. È evidente che l’élite abbia perso il consenso, e lo hanno dimostrato tanti appuntamenti elettorali diversi tra loro come la Brexit, le elezioni in Catalogna, il voto sul referendum in Italia, l’oxi greco e così via. La popolazione non risponde più a quelli che sono i ‘diktat’ calati dall’alto. Ma anche la sinistra è in crisi, avendo perso quell’egemonia che prima deteneva nel proprio elettorato. I motivi sarebbero tanti. Il primo è sicuramente il fatto che non esiste più una classe operaia come c’era negli anni ’70. Ma sicuramente il tradimento dei valori attuato dai partiti social-democratici e dai sindacati confederati ha peggiorato la situazione”.

La sede, da ieri operativa, sarà aperta tutti i lunedì e i giovedì dalle 17 e 30 alle 18 e 30 e ci sarà una riunione settimanale tutti i mercoledì dalle 18 alle 20.

Chi di panchina ferisce…

Dicevano gli antichi: “Fai bene e dimentica, fai male e pensa”. L’agire quotidiano dovrebbe essere permeato da questa massima, la quale, a ragion veduta, dovrebbe essere applicata a tutte le sfere, anche quella politica. Va a finire, sennò, che quello che sembra essere un colpo geniale, può rivelarsi, nella realtà dei fatti, un boomerang mediatico eccellente. Così eccellente da far resuscitare un gruppo con una cover esemplare, un po’ modificata, fatta da alcuni ragazzi ferraresi. Questa di Naomo più che una mossa politica volta a creare sicurezza, è sembrato un perfetto assist pubblicitario per la nuova hit dell’autunno estense. Non ci resta che sederci (non si sa bene dove) e goderci questa rivisitata cover degli Skiantos fatta da una “Maistoband a Modo”

Mi piaccion le panchine (Good Night Irene, 2019)

Elezioni a Ferrara: destra ferma ai voti del 2009, il Pd ha perso nelle roccaforti. Ora serve l’orgoglio della sinistra

Non mi sono mai piaciute le analisi politiche troppo sofisticate, forse per invidia verso chi le sa fare davvero. E ho sempre pensato che le analisi, anche se complesse, debbono portare a facili sintesi, altrimenti non servono a niente.
Per questo preferisco parlare dei risultati elettorali di Ferrara con amici che se ne intendono più di me e che guardano i valori assoluti e non le percentuali. Perché, come dicevano i nostri vecchi, “le percentuali vanno bene la sera in televisione ma, se vuoi capire quanto hai davvero guadagnato o quanto hai perso, devi guardare i numeri veri, seggio per seggio”. Da quel che ho saputo vien fuori una prima sintesi molto netta e semplice: se è vero che la destra a Ferrara ha complessivamente preso gli stessi voti che aveva ricevuto nel 2009 (quando il sindaco di centro-sinistra è stato eletto, sia pur al ballottaggio, con ampio margine), allora non è la destra che ha vinto le elezioni, è la sinistra che le ha perse. A partire dai quartieri tradizionalmente popolari e storicamente di sinistra (non dal Gad, per intenderci).
Questo un primo punto. Non l’onda lunga populista e xenofoba, quanto una marea calante a sinistra. Il “nostro” elettorato, presumibilmente deluso e forse anche peggio, non ha votato la Lega: non ha votato e basta. Se questo è vero (e i dati sembrano inconfutabili), significa che la responsabilità della sconfitta ricade soprattutto sulla sinistra e sul partito che è stato il baricentro della sinistra negli ultimi 15 anni, cioè il PD. Quel gruppo dirigente, infatti, pur avendo avuto forti avvisaglie di quel che stava per succedere nella propria città, non ha voluto o non ha saputo cambiare rotta: la differenza tra le due ipotesi è minima. E ha gestito le elezioni come se dovesse sfruttare un’antica rendita di posizione, piuttosto che fare i necessari investimenti innovativi (sulla politica e sulle persone). Un gruppo dirigente che invece di allargare il fronte del consenso fuori di sé lo ha ristretto alle burocrazie interne. Un gruppo dirigente che, pur essendo giovane, non ha intercettato i nuovi bisogni e le nuove domande della nostra comunità. Limitandosi a ripetere ciò che di buono è stato (sicuramente) fatto in questi anni, senza rispondere al “di più” che veniva richiesto.

Tuttavia, per non giocare a scaricabarile, è giusto dire che questa perdita di sensibilità politica sui bisogni delle nostre comunità non nasce negli ultimi anni. E che non è (solo) responsabilità dell’attuale gruppo dirigente del PD o di coloro che sono stati “bersaniani” la mattina, “renziani” il pomeriggio, “zingarettiani” il giorno dopo, pur di restare in pista e nascondere la loro acerba esperienza dietro l’appartenenza a una corrente. Quel che non ha funzionato è probabilmente (anche in questo caso preferisco una sintesi forte) la miscela costitutiva del PD, ove la somma di due esperienze politiche (quella ex democristiana e quella ex comunista) non ha mai prodotto una nuova cultura di sinistra più larga e più innovativa. Qui non ho dati oggettivi cui riferirmi: solo sensazioni e delusioni, lo confesso.
Io sono stato molto favorevole al progetto di costituzione del PD. A quei tempi ero sindaco in carica e pensavo: “Ma perché mai io e il mio vice sindaco, che lavoriamo bene insieme tutto il giorno, la sera dobbiamo andare in differenti sedi di partito e litigare fra noi per quattro nomine?” Ma il PD non è riuscito a superare questa separazione iniziale fra interessi delle diverse componenti costitutive ed è finito persino per amplificarla. Il PD (anche locale, non solo locale) non è diventato l’amalgama della nuova sinistra di cui c’era grande bisogno (dopo la caduta del muro e dopo tangentopoli) ma solo un luogo in cui le vecchie famiglie politiche si misuravano e dividevano il potere residuo. La mancata sintesi culturale (e organizzativa) è avvenuta prima dell’arrivo di Renzi e ne ha facilitato il successo. E anche lo sperpero delle competenze a vantaggio del criterio della “fedeltà” è iniziato prima del renzismo. Con Renzi, la supremazia dentro il PD della componente non comunista è diventata dominante: sia a Roma che in Emilia, che a Ferrara. Ed è iniziata la “rottamazione” del gruppo dirigente in carica, sostituito dai famosi “cerchi magici”, che di magico avevano ben poco.

Vorrei precisare: io non ho nulla contro il fatto che a un certo punto una generazione più giovane mandi a casa i più vecchi, specie se sono imbolsiti. Ma se i giovani non sono in grado di leggere il cambiamento e allargare il consenso allora (poche frottole!) si tratta di semplice successione dinastica, non di rinnovamento. Non dico che in politica e nelle istituzioni debbano essere introdotti i concorsi per titoli, ma quando il curriculum e l’ esperienza sono molto scarsi, allora il rinnovamento diventa un terno al lotto non un investimento sul futuro. E si lascia spazio a una concorrenza di ancor più basso livello. In molti casi, anche localmente, si è preferito puntare su apprendisti della politica benedetti dall’alto e improvvisate cordate, piuttosto che non sulle competenze dimostrate.

Ma vorrei essere più autocritico che critico. Se queste considerazioni sul PD hanno un fondamento, i nostri vecchi (che distanza tra loro e noi… di sapere, saper ascoltare e saper fare…) avrebbero detto: “inutile che ve la prendiate con chi è diventato padrone di casa, la responsabilità è vostra che gliene avete dato la possibilità senza gnanch dir bao…” E io penso che avrebbero ragione. Anche se non so dire perché questo sia accaduto: se per il declino inesorabile della cultura ex comunista (seppure nella versione riformista e democratica italiana) o per la indiscussa supremazia “gestionale” della componente ex democristiana, oppure per un diffuso opportunismo dei singoli. Sta di fatto che un buon numero di dirigenti PD di grande esperienza e intelligenza hanno preferito confondere il vecchio con il nuovo e si sono messi “al servizio” di un PD meno sociale e più “social”. Un partito in cui, come qualcuno ha detto, “sono più importanti gli elettori che gli iscritti”: ecco, appunto… Per non dire di quei dirigenti che sono scappati dal PD sperdendosi nel nulla invece che far valere all’interno le loro idee e dare battaglia.
Non soffro di nostalgia, ma se qualcuno mi chiedesse: “in cosa le due culture costitutive del PD all’inizio si differenziavano?” Io risponderei che (almeno qui in Emilia) la cultura ex-comunista ha sempre cercato di anteporre il progetto comune alla carriera del singolo, il “cosa è necessario fare” al “che vantaggio ne potrei trarre”. Questa etica, che era inizialmente dominante (malgrado tutte le battaglie e gli scontri anche personali), si è andata progressivamente annacquando e non ha mai permeato di sé il PD. Alla fine, come dicono gli economisti, la moneta cattiva ha scacciato quella buona e il progetto personale o di piccola squadra ha fatto ombra su quello politico.
Su questo punto ognuno può avere opinioni più sofisticate e ricche delle mie. Io mi limito a dire che gli ex “democratici-cristiani” (con il rispetto per molti di loro, cui mi lega vecchia e sincera amicizia) da soli non hanno mai vinto le elezioni a Ferrara. Perché avrebbero dovuto vincere le ultime? Se nemmeno il loro più alto rappresentante (uno dei migliori ministri italiani della cultura) è riuscito a vincere le sue?

Ecco allora le mie “semplici” conclusioni. Nessun rigurgito tardo comunista, no. Ma spetta a quel po’ di sinistra progressista che è rimasta in vita credere che si può rimontare la china: purché si torni a un progetto collettivo, partecipato, condiviso in cui siano gli obiettivi generali a dominare sulle ambizioni personali e non il contrario: l’etica sulla politica politicante, il bene comune sulle carriere, il disegno sulla gestione quotidiana. Che si torni al “sapere ascoltare e saper fare”, perché non è dal numero delle dimissioni che si misura la volontà di cambiamento. E non credo che sia un, seppure auspicabile, prossimo congresso del PD a risolvere il problema.

Lo confesso, anche se è difficile da costruire: sogno un congresso di “coalizione progressista” che si svolga a partire da un ascolto sociale diffuso e dalla definizione di un progetto condiviso sul futuro della città. Non saranno i probabili svarioni della nuova giunta a riconsegnarci il consenso elettorale se i cittadini non torneranno a considerarci un interlocutore attento e affidabile.

La versione di Mario: come e perché il centrosinistra ha perso il sindaco

da: Mario Zamorani (Coordinatore +Europa di Ferrara)

1. Un sistema di potere al capolinea
Un’ampia maggioranza di ferraresi ha detto basta al sistema di potere e di poteri della nostra città. Un sistema in toto rappresentato dal Pd. Malgrado un bravo sindaco uscente che pure ha commesso importanti errori che non gli sono stati perdonati.

2. Eppure il sole sorge ancora
Molti pensavano che dopo la vittoria della Lega avremmo vissuto invasioni di cavallette o altri disastri biblici, ma a Ferrara il sole sorge ancora, come tutti gli altri giorni. Anche se sembra prudente controllare la mattina.

3. Progetto Fusari
Quando 2 anni fa abbiamo concepito e poi nell’ottobre 2018 prima lanciato e poi contribuito a far decollare il progetto Fusari, non sapevamo che questo progetto, anche per le qualità di Roberta Fusari, avrebbe impedito, come è stato, lo schiaffo della vittoria di Fabbri al primo turno.

4. Ripetuti interventi di +Europa Ferrara e dei Radicali per evitare la sconfitta
+Europa Ferrara è intervenuta con varie e ripetute proposte finalizzate ad evitare la sconfitta, mai ascoltata. Qui sono riportate solo alcune delle principali, paurosamente numerose. Qua e là sono riportati stralci presi da estense.com.

5. 2014, elezioni comunali
Alle comunali del 2014 proponemmo una lista elettorale che nel simbolo enunciava quello che era già possibile vedere, l’annuncio di una fine se non si fosse intervenuti con evidenti discontinuità: serviva la preparazione di un’altra Ferrara. Avevamo cercato di dirlo, cinque anni fa, di avvisare. Nel simbolo elettorale era scritto: dopo 68 anni – un’altra Ferrara. Poteva essere un’altra Ferrara preparata dal centro sinistra o questa che abbiamo: in assenza della prima è arrivata la seconda.

6. Settembre 2015, presentate alcune petizioni, in parte rimaste senza risposta
Presentate alcune petizioni a termini di Statuto e Regolamento del Comune. A varie delle nostre petizioni non è stata neppure data risposta (per altro obbligatoria). Ad esempio a questa: “I sottoscritti cittadini chiedono che l’amministrazione comunale si attivi per disegnare un Progetto Ferrara: a maggior ragione in quanto quest’anno ricorre il ventennale di Ferrara città Parimonio dell’Umanità. Progetto che, a partire dalla definizione di identità e ruolo del nostro territorio, disegni la città del futuro, per un’idea di città di qui a 20 anni, coinvolgendo nel progetto figure di alta professionalità in molteplici campi, personalità capaci di ideazione, in particolare urbanisti, economisti, scienziati, storici, filosofi, psicologi, sociologi, ambientalisti, poeti, artisti, creando inoltre i presupposti per la partecipazione attiva dei cittadini ferraresi, prefigurando una smart city che dialoga su se stessa e aperta al futuro”. Ma se la nostra proposta fosse stata considerata e approfondita, quindi attuata, oggi ci troveremmo a parlare della sconfitta? L’autoreferenzialità prevalse.

7. Giugno 2017: un questionario sulla Gad
“Complessivamente la zona Gad è uno dei problemi di questa città. Che riguarda la qualità della vita di chi vive e frequenta quella zona di Ferrara”: così dicevamo, e lanciammo “una proposta prima di tutto politica alla giunta”. Chiedevamo una consultazione popolare tramite questionari, modalità prevista dallo Statuto comunale; aggiungendo: “in primo luogo è necessario fare le domande giuste ai cittadini. Senza ipocrisie, per capire che cosa genera disagio e insicurezza, prestando attenzione alle risposte. Poi andrà coinvolto un numero alto di persone. Penso almeno a qualche migliaio di risposte”. So che la nostra proposta fu discussa in giunta e respinta. Se le cose fossero andate diversamente sarebbe possibile pensare a differenti risultati elettorali.

8. XX settembre 2017, laicità della politica
Proponemmo: “un particolarissimo incontro incentrato sul significato della laicità; si terrà mercoledì 20 settembre in Municipio, nella sala dell’Arengo alle ore 17. Tutti sono invitati a partecipare e tutti avranno 5 minuti per dare la loro personale definizione di laicità, in un fluire, laico, di opinioni anche fra loro differenti”. Come sempre a fronte di nostri stimoli nessuna risposta dal Pd. Ora, la questione della laicità della politica, cioè il contrario dell’autoreferenzialità, esplode. E oggi viene detto in sede di analisi della sconfitta : “Prendiamo atto che abbiamo tutelato più il sistema che il cittadino” (Ilaria Baraldi). Molti, davvero molti gli argomenti di cultura politica da noi sollevati nel corso di numerosi incontri pubblici negli ultimi anni: quasi sempre senza riscontrare attenzione o interesse da parte del Pd.

9. Appello inascoltato, marzo 2018
«Un ‘appello’ per far ripartire il centrosinistra», «+Europa organizza un incontro per un “cambio di direzione” dopo la sconfitta elettorale».
«Ascoltare e coinvolgere maggiormente i cittadini, cambiare radicalmente direzione e abbandonare atteggiamenti supponenti verso l’esterno e le litigiosità interne. È questo il succo dell’appello che Mario Zamorani e Paolo Niccolò Giubelli della lista +Europa con Emma Bonino lanciano al Pd e al centrosinistra, dopo la pesante sconfitta elettorale. Appello che sarà al centro di un incontro in programma giovedì 15 marzo». Appello, naturalmente, inascoltato. Erano troppo impegnati a tutelare il sistema.

10. Primavera 2018: ascolto dei cittadini
Nella primavera del 2018 con Roberta Fusari e Daniele Lugli, dopo la sconfitta del Pd alle elezioni politiche, proposi al Pd un grande progetto impostato sull’ascolto di molte migliaia di cittadini, tramite un apposito questionario, in modo da comunicare ai ferraresi l’interesse e la volontà di ascoltare le loro istanze; anche per comunicare la fine dell’autoreferenzialità del potere ferrarese. Lugli aveva anche preparato nel dettaglio le domande, che nelle nostre intenzioni dovevano essere diffuse sia online, sia su carta. Lo proponemmo al segretario provinciale e alla segretaria comunale del Pd. Dopo un po’ di batti e ribatti, dopo considerazioni poco convinte da parte loro, non se ne fece niente e decisi di ritirarmi. Ancora oggi credo che quel progetto avrebbe potuto invertire un trend che appariva già allora perdente.

11. Luglio 2018: primarie
A luglio 2018 raccogliemmo firme per chiedere le primarie di coalizione con regole condivise. Dei vari partiti o movimenti a me noti non venne nessuno a firmare; si presentarono solo persone comuni, con la sola eccezione di Roberta Fusari. Per altro in quel periodo ricevetti ben due telefonate dal segretario provinciale del Pd che mi chiedeva di sospendere la raccolta di firme. Naturalmente dissi che non l’avremmo fatto. Anche in quel caso non se ne fece niente visto che nessuno mostrava il minimo interesse. Tutti sanno che poi la fase delle candidature nel centro sinistra avvenne in forme che definire disordinate è un eufemismo. Ancora oggi sono convinto che se quella fase si fosse svolta in modo ordinato, ad esempio con primarie di coalizione, il risultato poteva essere diverso. Sicuramente migliore.

12. Luglio 2018, il Pd ha bisogno del vostro aiuto
Verso Ferrara 2019. Baraldi: “Il Pd ha bisogno del vostro aiuto”
Appello della segretaria comunale durante l’incontro organizzato dai Radicali
Una analisi della crisi del centro sinistra in Italia e in Occidente con lo sguardo rivolto alle elezioni amministrative ferraresi e a quelle europee in programma il prossimo anno. È questo l’obiettivo dell’incontro organizzato dai Radicali Ferrara dal titolo ‘Il mondo della cultura parla alla politica’.
Un momento che, come spiega lo storico rappresentante Mario Zamorani, vuole essere “l’inizio di un percorso, che merita un approfondimento, verso le elezioni amministrative a Ferrara in una situazione nuova e molto complessa. In Occidente siamo di fronte ad un enorme e velocissimo cambiamento di paradigma, che è presente dappertutto, e questo impaurisce ed angoscia i cittadini. Noi dobbiamo provare a curare la loro angoscia e superarla per evitare che si trasformi in comportamenti non corretti”.
Tra il pubblico è presente anche la neo segretaria comunale dei dem Ilaria Baraldi che, chiamata in causa, interviene non risparmiando critiche anche alla azione del suo partito: “Un po’ il Pd deve pagare pegno e non ci si deve vergognare di dirlo quando ci si accorge di avere sbagliato. Dai dati forniti dall’Istat non dobbiamo nascondere che le politiche di questi anni su povertà e disuguaglianze non hanno prodotto i risultati che aspettavamo: non abbiamo usato gli strumenti adeguati”.
La consigliera comunale chiede quindi collaborazione in vista delle elezioni del prossimo anno. Il Pd è l’ultima questione in campo, ma se secondo voi questa città merita di rimanere una comunità, con tutte le difficoltà, abbiamo bisogno del vostro aiuto”. Peccato che in seguito la stessa abbia ripetutamente respinto le nostre proposte e anzi ci abbia pesantemente attaccato. Laicità e politica, cultura e politica: i grandi assenti.

13. Ottobre 2018 Candidatura Fusari, subito stroncata
Nell’ottobre 2018 abbiamo formalmente lanciato la candidatura di Roberta Fusari, che in seguito (novembre) accettò di candidarsi a sindaca. Subito interviene la segretaria comunale del Pd che afferma: «temo che non abbia attribuito il giusto significato alla parola cambiamento“, e «non è sicuramente quello che intendiamo quando parliamo di cambiamento e civismo». Ma qual era l’autorevolezza del Pd in materia di civismo? Boh. Già in quella fase enunciava tutta la sua contrarietà ad una possibile candidatura di Modonesi. Oggi sostengo che se al ballottaggio con Fabbri fosse andata Fusari (se sostenuta fin dall’inizio dal Pd) forse le cose sarebbero andate diversamente. Del resto tra primo e secondo turno so che erano in tanti a pensarlo. Forse avremmo vinto, e in caso di sconfitta di certo avremmo perso con minor margine.

14. Novembre 2018: non sosterremo mai Modonesi
A novembre 2018 nel corso di un incontro non riservato e in presenza di altre organizzazioni, incontro da lei organizzato, la segretaria comunale del Pd ci disse: non sosterremo mai Modonesi. Quando poi Modonesi divenne candidato ufficiale del Pd, è mia opinione, lì per coerenza ci dovevano essere le dimissioni di chi aveva pronunciato quelle parole. Non a sconfitta avvenuta, con la presenza in Consiglio comunale garantita.

15. Arci, marzo 2019
In questa data, del tutto incidentalmente nel corso di una conferenza stampa che parlava d’altro, ho sostenuto che non esiste solo la cultura dell’Arci. In particolare pensavo al fatto che per i giorni successivi avevamo invitato Pazzi ad una nostra iniziativa; lì avrebbe poi recitato alcune sue poesie.
La segretaria comunale del Pd mi ha aggredito sostenendo che la mia era “Retorica destrorsa e avulsa dalla realtà”. Ho replicato sostenendo che solo il pensiero unico è autoritario e destrorso. Ho osato nemmeno attaccare, ma solo parlare, di Arci e si è scatenata la caccia alle streghe; ero pronto per essere simbolicamente bruciato sul rogo per lesa maestà (a proposito di autoreferenzialità).
Poi interviene Maisto: “attacco sguaiato e ridicolo”. E avevo solo detto l’ovvio: non esiste solo la cultura dell’Arci.
Anche ricevetti una telefonata tutta ampiamente sopra le righe da parte di un’autorevole esponente di un importante associazione di categoria che mi ha detto che non sarebbe venuta come relatrice (come avevamo concordato) ad un incontro pubblico da noi organizzato pochi giorni dopo: ho ascoltato interdetto e senza replicare. E questo solo per avere nominato, non criticato, l’Arci (tra l’altro sono orgogliosamente iscritto Arcigay) fuori dai parametri dell’ortodossia.

16. Società con tratti pervasivi e con oligarchi
Proprio durante questa vicenda relativa all’Arci (intervento della Baraldi, dell’esponente di una autorevole associazione di categoria e di Maisto) ho vissuto con precisione cosa significa a Ferrara sviluppare considerazioni, sia pur blande, che vengono vissute come eretiche, antisistema, eterodosse, da miscredente rispetto a dogmi o tabù. Ho percepito per vari giorni una crescente macchia d’olio di isolamento creata attorno a me da collaudati sistemi e apparati di potere. Del resto in una società che per molti decenni non ha conosciuto neppure l’ipotesi di un ricambio inevitabilmente si consolidano aspetti di questo tenore, anche inconsciamente; senza vera volontà di colpire chi fa affermazioni ritenute eretiche, giusto per un profondo e ben introiettato conformismo del potere: tratti di società pervasiva (“Prendiamo atto che abbiamo tutelato più il sistema che il cittadino” si dice oggi). Potere che era stabilmente in mano a pochi oligarchi; penso al potere politico/partitico (autereferenzialità, scarsa o nulla propensione all’ascolto, specie all’ascolto del diverso) ma non posso non pensare ad esempio alla gestione della Holding. A mio parere in quegli ambiti si decide fra pochi oligarchi. All’inizio ho parlato bene di Tagliani e credo di non potere essere tacciato (anche se alcuni lo faranno) di essere uno sfasciacarrozze o un antisistema, ma tratti di società pervasiva, di società chiusa, e tratti di potere in mano a pochi oligarchi a mio avviso c’erano e anche si percepivano.

17. Cose diverse
Solo nell’ultimo comizio in piazza nell’ultimo giorno del ballottaggio ho sentito cose diverse da Modonesi. Intanto era presente autocritica (e non la solita stucchevole retorica dell’abbiamo fatto tutto bene, tutto va bene, tutti sono contenti) e poi c’erano indicazioni in forte controtendenza rispetto al passato in termini di metodo. Ma eravamo a tempo scaduto. Spero di trovare la registrazione di quelle parole, mai sentite prima in quella forma. Si dovrebbe ripartire da lì. E da un’autocritica un po’ più solida e argomentata.

18. Commenti ferraresi alla Direzione nazionale Pd
«Era necessario garantire una discontinuità rispetto al passato cercando un candidato possibilmente non espressione del gruppo dirigente stretto del Pd».
«Un’apertura vera, che ovviamente avrebbe comportato perdere una parte di sovranità, mi sono convinta facesse troppa paura. Sui candidati che comunque si è cercato d’individuare partiva la corsa a bruciarli, scattavano i veti: troppo di destra, troppo di sinistra, troppo indipendente.
Non abbiamo avuto coraggio, siamo stati supponenti».
Tutto questo è vero ma non basta enunciarlo a sconfitta avvenuta. Serve un’inversione di rotta, servono segnali potenti, fortissimi di cambiamento vero. Serve una pietra tombale sulla supponenza.

19. Quantità e qualità
La politica, in gran parte, la si fa con la quantità (in questo campo noi siamo davvero deficitari); ma la qualità ha la sua importanza. Con questo intervento ho raccontato i molti spunti che avevamo offerto, inascoltati quando non apertamente avversati, e che a mio avviso potevano impedire la sconfitta. Sarà sempre così? Aspettiamo il futuro, senza troppo speranze.

Ferrara, 22 giugno 2018

VERSO LE ELEZIONI / Il Ministro dell’Interno sbarca in Gad ma che direbbe Giordano Bruno a Matteo Salvini?

Viene… non viene… certo che viene, l’ha promesso… ma quando viene? Dopo mesi di tam tam, venerdì 3 maggio Matteo Salvini arriva finalmente a Ferrara. Il clima d’attesa fa parte della ‘strategia della tensione emotiva’ a cui il leader maximo della Lega ci ha abituati.
E’ davvero difficile seguire passo passo la frenetica cavalcata di Salvini: un uomo che pare avviato verso il miracolo dell’ubiquità. Prima o poi – per fortuna il popolo italiano è assai volubile – questa sovraesposizione mediatica gli presenterà il conto, ma per ora l’onda dei sondaggi continua a dargli ragione. Pochi giorni fa era in giro elettorale in Sicilia, ma ha fatto anche una capatina a Roma per mandare un ennesimo siluro alla Raggi ed è apparso in televisione a promettere la ‘castrazione chimica’. Intanto interviene ogni quarto d’ora su tutti i social: per raccontarci che gran magia sia la sua ‘italica prima colazione’, per difendere il viceministro Siri indagato per corruzione in una vicenda in odor di mafia, per mostrare un mitra in primo piano, per sparare frecciate contro il nuovo nemico Di Maio, per giurare lunga vita al governo gialloverde…

Oggi, 3 maggio, Matteo Salvini arriva a Ferrara, e sempre di corsa, perché proprio ieri era in visita dal suo amico e alleato Viktor Orban, il politico più fascista e xenofobo dell’intero continente europeo. Sull’elicottero di Orban, Salvini ha sorvolato il muro anti-immigrati, poi è rientrato in Italia e subito ha esternato la sua soddisfazione per la “grande sintonia”  tra lui e il Primo Ministro ungherese. Certo, l’Ungheria è l’Ungheria e Ferrara è Ferrara, sarà pure una coincidenza, ma ha il sapore della vergogna.
E c’è una seconda coincidenza. Vergognosa. O almeno imbarazzante. Giudicate voi.
Salvini, infatti, non arriva in piazza Municipale, o in piazza Castello, ma va direttamente al Gad. Lui è un uomo che mantiene le promesse (un altro dei suoi ritornelli preferiti) e due mesi fa l’aveva punto promesso: “Andrò a Ferrara a mettere le cose a posto”. Ora, il Gad è molto grande, una circoscrizione che riunisce quelli che una volta erano tre quartieri distinti, 30.000 abitanti, decine di piazze, centinaia di strade. Salvini aveva molte alternative per scegliere una location dove lanciare i suoi proclami: tolleranza zero, più militari, più armi, più telecamere, più controlli repressivi. Eccetera.
E invece dove sbarca Matteo Salvini? Dove ha dato appuntamento ai cittadini ferraresi? In piazzale Giordano Bruno.

A Roma, a Campo dei Fiori, se guardate per terra, nel punto esatto dove il 17 febbraio anno domini 1600 è stato messo al rogo Giordano Bruno, il grande filosofo e strenuo difensore della libertà di pensiero, c’è un piccolo tondo di ferro. Proprio lì Bruno, il campione della tolleranza, è stato arrostito da un potere che aveva fatto della ‘tolleranza zero’ il suo unico credo politico e religioso.
Scusate, sarà solo un caso, una svista, un’altra coincidenza; e so bene che non è possibile abbandonarsi alla fantasia di un dialogo immaginario, ma a me è venuto da pensare a cosa direbbe oggi Giordano Bruno, intestatario della piazza omonima, al suo ospite Matteo Salvini. Per esempio, sto citando testualmente Giordano Bruno: “Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi di una nuova cultura che fiorirà, inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di aver vinto”.
Anche Salvini, come ogni potere forte, come ogni idea di Stato basata sulla intolleranza, si illude di aver vinto: in Italia come a Ferrara. Il 26 maggio – spero – o un po’ più tardi, si accorgerà che la sua è solo una illusione. Perché non ha nessuna cartuccia, nessun argomento per rispondere alla profezia umanista di Giordano Bruno. E nulla di buono e di nuovo da proporre ai cittadini ferraresi. Nulla da mostrare, solo una ennesima felpa, un nuovo sberleffo per la nostra democrazia.

VERSO LE ELEZIONI
Il Libero Comune di Ferrara e la Tolleranza Zero

La fabbrica della in-sicurezza? Funziona a meraviglia.
Ne scrivevo qualche settimana su questo giornale, e infatti GAD e sicurezza sembrano essere le parole chiave su cui a Ferrara si danno battaglia i candidati sindaco. La nuova Destra cittadina appare galvanizzata; è (quasi) sicura di vincere e per riuscirci ha impostato una strategia tutta all’attacco. Prima di tutto: presidiare il territorio! Fratelli d’Italia apre la sua nuova sede in via Cassoli, la Lega si installa in via Oroboni, mentre la Destra unita affitta quattro vetrine vuote sotto i portici del duomo per piazzarci il faccione di Alan Fabbri (più volte replicato) e la scritta a caratteri cubitali: TOLLERANZA ZERO. Con questo slogan in primo piano Ferrara sta imboccando l’ultimo mese di campagna elettorale.

Passo per piazza, il Listone è ingombro di bancarelle e di turisti consumanti, allora devio sotto i portici e mi trovo davanti agli occhi quella promessa che assomiglia a una minaccia: TOLLERANZA ZERO… Mi sono sentito male.

Il tema della sicurezza, però, pare essere in cima ai pensieri – e ai programmi elettorali – anche di Aldo Modonesi e degli altri candidati del Centrosinistra: civici, mezzo-civici, quasi-civici che siano. Ho provato a capire il perché di quello che mi sembra essere un grande abbaglio, o peggio, un fatale sbaglio. Rincorrere la Destra sulla sicurezza (più controlli, più telecamere, più divise), accettare un uso più largo delle armi e degli interventi repressivi rischia di essere un clamoroso autogol. Perché, anche per gli elettori, l’originale è sempre meglio della copia.

Non servirebbe, allora, dire e fare l’esatto contrario? Denunciare il vicolo cieco a cui ci sta portando, in Italia e a Ferrara, questa ossessione per la sicurezza. “La soluzione non è militare”  era il titolo del volantino che la rete ‘Ferrara che accoglie’ ha distribuito in tutte le case del Gad. Un messaggio, sia detto per inciso, che è stato accolto con favore (e sollievo) dalla stragrande maggioranza degli abitanti del quartiere.
Certo, a tutti piace vivere sicuri nella propria città, ma i ferraresi vogliono la pace, non la guerra tra i poveri che la nuova Destra ci propone ogni giorno. E l’unica strada per avere una sicurezza vera, non una città blindata e sempre più impoverita, è quella di garantire i diritti di tutti, potenziare i servizi, moltiplicare il dialogo tra culture diverse, favorire l’accoglienza e l’incontro. Quindi, non meno, ma più democrazia. Non meno, ma più tolleranza.
Gli effetti perversi della ricetta Salvini sono già arrivati anche a Ferrara. Grazie al suo Decreto in-sicurezza il sistema dell’accoglienza sta andato in pezzi. Anche a Ferrara – è storia di questi giorni – i bandi per l’accoglienza indetti dalla prefettura sono andati deserti. La sforbiciata governativa da 35 a 18/20 euro ha costretto tutte le cooperative e associazioni ferraresi (laiche e cattoliche) a rinunciare. Con quel compenso non è nemmeno pensabile tenere in piedi un servizio di accoglienza e di integrazione diffuso ed efficiente, il modello emiliano (e ferrarese) da tutti giudicato positivo: appartamenti o piccole comunità con un massimo di 30 ospiti, operatori ed educatori preparati e motivati, scuola di italiano, mediazione culturale e linguistica, assistenza legale e copertura sanitaria.

Che fine faranno un migliaio di ragazzi stranieri dopo la proroga al 30 giugno? Associazioni e cooperative hanno generosamente assicurato che non li lasceranno per strada, ma il rischio è che tutto il sistema dell’accoglienza venga spazzato via. Metteremo gli immigrati, i profughi, i rifugiati – i clandestini come li chiama senza distinzione Salvini – tutti insieme, magari chiusi a chiave dentro la ex caserma Pozzuolo del Friuli? O cercheremo di spedirli ‘un po’ più in la’? Alcuni di loro, privati di tutto, andranno di certo a ingrossare le file della piccola delinquenza o della malavita organizzata. Ecco come il ‘decreto sicurezza’, l’intolleranza al governo, ci porta in dono precarietà e disperazione (per i nuovi arrivati) e insicurezza (per tutti).

Non riesco a levarmi dalla testa quella scritta TOLLERANZA ZERO sotto i portici del duomo. Un comando perentorio che ha qualcosa di offensivo. Per me, per i ferraresi, per la città di Ferrara. La scelta del luogo non è indifferente, non si tratta di un posto qualsiasi.

Nel 1188 il Libero Comune di Ferrara, per decisione del Consiglio dei Savi, fa incidere gli Statuti Comunali nel marmo e li pone sulla fiancata della cattedrale, a lato dell’antica porta dei Mesi. Gli Estensi, arrivati al potere, favoriscono la trasformazione delle baracche dei mercanti in botteghe in muratura. In questo modo, gli oltre 80 metri di Statuti Lapidari vengono occultati alla vista e alla memoria dei ferraresi, non più liberi cittadini, ma sudditi del Duca.
Se oggi entrate in alcuni dei negozi addossati alla cattedrale, potete ancora scorgere alcuni brani di quegli antichi Statuti che orgogliosamente sancivano diritti e doveri dei abitanti di una Ferrara proto-democratica. Una Ferrara che della tolleranza faceva un valore, non una clava con cui colpire i meno fortunati.

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Naomo Lodi: “In futuro pattuglie dell’esercito anche in centro. Ma per sanare il Gad servono dieci anni”

Cos’è il ‘metodo Naomo’?
Il famoso ‘calcio in culo’ nasce quattro anni fa quando alcune persone iniziano a dire che il mio fosse un metodo di forza, ma non di violenza. Qualcuno mise addirittura un adesivo con questa scritta nella buca delle lettere di Luigi Vitellio (il segretario provinciale del Pd, ndr) e fui accusato di intimidazione. Io mi scusai perché non ne sapevo nulla. Comunque è vero, faccio delle azioni forti per attrarre l’attenzione e posso affermare che negli ultimi quattro anni ho il peso e l’orgoglio di avere costretto chi di dovere a muoversi. Le azioni di forza, lo ammetto, a volte sono sbagliate, a volte legittime, a volte meno, e su questo c’è un tribunale che le giudica e per ora ho avuto una condanna a 5 giorni solo per le barricate di San Bartolomeo. Ma se questa amministrazione ha dormito per 30 anni, facendo così abbiamo risolto tanti problemi.

Segretario cittadino della Lega e personaggio assai discusso, il suo nome e il suo ‘metodo’ sono celeberrimi in tutta la città. Nicola Lodi, per tutti ‘Naomo’, si racconta e illustra la sua visione di Ferrara: vuole l’esercito anche in centro, pensa di creare macro-associazioni (“mettere insieme Web Radio Giardino, Teatro Off” eccetera) e suggerire i temi di dibattito al Festival di Internazionale. “Ma per sanare il Gad – spiega – servono dieci anni”. Il pirotecnico Naomo anticipa al nostro quotidiano cosa accadrà se a maggio la Lega vince le elezioni.

Se la vostra coalizione eleggerà il sindaco, quali saranno le prime problematiche che affronterete?
Se andremo al governo affronteremo subito tre problemi: prima la sicurezza; poi verde pubblico, viabilità e calotte; terzo il lavoro.

E secondo lei vincerete?
Siamo favoriti e stiamo allacciando il rapporto con tutti, e le dirò di più, vinceremo con i voti della sinistra. Ho tanti amici comunisti, non del Pd, che mi dicono “se ci fosse stato il vero comunismo problemi come pulizia e degrado non ci sarebbero”, quindi la sinistra stanca si riconosce più in un partito come la Lega invece che nel Pd, il quale continua ad attaccare sul piano personale, senza trovare soluzioni.

Cosa ha da dire agli ‘amici degli amici’, casomai andaste al governo cittadino?
Sarebbe sciocco dire alle nuove generazioni “non vi daremo un soldo” perché, punto primo, i soldi ci sono, secondo vanno fatti investimenti sul futuro e quindi sui giovani: l’associazionismo è un metodo efficace per fare cultura e anche sicurezza.

Quindi rapporto dialettico con le associazioni?
La mia visione è di far presentare dei progetti, farli valutare da una commissione super partes, eletta dai cittadini, e finanziarli senza più l’ingiusto metodo degli ‘amici degli amici’.

E a chi ha paura di una vostra possibile vittoria?
Non si deve aver paura. Secondo lei chiuderemo Wunderkammer o il consorzio Grisù? No, saranno migliorati, le realtà saranno incentivate a fare progetti migliori, con più costanza. Non puoi avere un associazione che fa solo due eventi all’anno.

In sintesi?
Mettere insieme più teste, esempio il Movida On nessuno lo ricorda. Vorrei mettere insieme Web Radio Giardino, Teatro Off eccetera: fare delle macro-associazioni e sposare progetti fatti in quest’ottica. In poche parole, ritorniamo a dei regimi più alti.

Parlando di elezioni, la Lega è alla guida della coalizione di Centrodestra a Ferrara, qual è il vostro disegno strategico?
Il mio obiettivo era portare la Lega ad un livello tale da poter esprimere un candidato, e ci sono riuscito mantenendo buoni rapporti con tutti (Fratelli d’Italia, Forza Italia, persino Movimento 5 Stelle). Il centrodestra è unitissimo e che il candidato sindaco dovesse essere della Lega non è mai stato messo in discussione.

Ultimamente ha dato l’impressione di abbassare i toni…
Mi sono istituzionalizzato, ho fatto azioni un po’ meno eclatanti, però quello che c’è adesso, lo ribadisco, è un’unità fortissima. Puntiamo a vincere questa città.

Sempre sulle elezioni, cosa ha da dire a chi accusa il centrodestra di voler eliminare eventi come i Buskers o Internazionale?
È una stupidaggine. Non ho problemi ad avere contatti anche con associazioni di sinistra e nei punti di programma elettorale ci saranno i Buskers e Internazionale. Detto ciò posso dirle che il mio sogno è di ampliare i Buskers, sedere al tavolo con gli organizzatori, i commercianti e gli albergatori e dire: “dobbiamo lavorare tutti”. E poi, perché non pensare ai Buskers anche in Gad?

Quindi ampliare questo tipo di manifestazioni?
Certo, voglio espandere in tutta la città i Buskers. Internazionale invece è una questione più complessa, magari facciamolo anche in più periodi, ma è anche giusto che ci sia un comitato che valuti i temi, perché va bene parlare di immigrazione, ma io vorrei anche che si discutesse di ecologia, turismo, cultura, lavoro, passioni, sport, famiglia… Comunque la mia idea è quella di rilanciare questi eventi.

Così si presenta ora l’immagine di copertina della pagina Facebook di Naomo Lodi

A proposito di Gad, si parla di mafia nigeriana, che ne pensa?
Penso che ci sia. C’è comunque una commissione che sta lavorando per capire bene, però le modalità portano tutte a credere che ci sia un’organizzazione criminale di questo tipo. Non so se sia quella nigeriana, sicuramente ci saranno anche quelle italiane, arabe… Ci sono ingerenze di organizzazioni criminali evidenti.

Come fa a esserne così certo?
A parer mio c’è un’organizzazione capillare. Ho ascoltato un ragazzo nigeriano, gestore di un pub che mi ha detto: “Qui si parla di un’organizzazione forte che non è più solo riferita alla droga e alla prostituzione, ma a qualcosa di consolidato che sta cercando di dividere il territorio ed affermare il controllo sullo stesso”. In pratica le varie fazioni si stanno dividendo i quartieri.

Più che i quartieri, magari le zone… Ma c’è qualche evidenza di questa divisione territoriale?
Ho analizzato il fenomeno del ‘cappellino’ che può sembrare una stupidaggine ma non lo è. In realtà nelle varie zone di Ferrara i nigeriani hanno cappellini di colore diverso, in zona Gad hanno la visiera rossa, in via Bologna blu. Durante le risse questi cappellini vengono gettati a terra, e mi hanno spiegato che questo gesto viene fatto in segno di disprezzo. Usano questi cappelli, quindi, per essere identificati con questa o quella banda.

Quante ce ne sarebbero a Ferrara?
Ce ne sono svariate. Sicuramente comunque c’è un’organizzazione incredibile e si è arrivati a una situazione che è esplosa negli ultimi 10-15 anni.

E secondo lei, quindi, è peggiorata di molto la situazione della droga negli ultimi anni?
Parto da un presupposto: c’è chi vende e c’è chi compra. Anni fa la droga era venduta solo in piazza Verdi e tutti i crimini che succedevano a Ferrara erano risolti nel giro di 24 ore, perché le pattuglie conoscevano alla perfezione gli spacciatori e li beccavano subito. Ora invece classificherei questa situazione in maniera più ampia, legata non solo alla droga ma anche al lavoro nero, alle abitazioni, al commercio etnico.

Come si è arrivati a questo punto?
È stato sottovalutato il problema. I primi comitati annunciarono questa escalation già diversi anni fa, in maniera molto decisa. Il primo spacciatore che si vedeva in un angolo nascosto, e non in bicicletta, veniva denunciato e ricordo articoli di giornale che riportavano richieste di aiuto e si diceva, appunto, che stava nascendo lo spaccio in zona Gad.

Ma come ha fatto ad espandersi così in fretta?
Ha trovato terreno fertile a Ferrara, non ha trovato ostruzionismo, ma se quel primo spacciatore fosse stato fermato subito non sarebbe arrivato il secondo, e poi il terzo e così via. C’era sicuramente già un’organizzazione a gestire, perché non si arriva dall’Africa con i sacchi di droga. Questa è una realtà, ed è stato sbagliato sottovalutare il problema per tutti questi anni.

Quindi è stata da subito avvertita la possibile presenza della mafia nigeriana?
La mafia nigeriana lavora da molto tempo, ma ce ne siamo accorti solo adesso. Era arrivata anni fa per trovare gli alloggi. Ora c’è una collaborazione tra immigrati regolari ed irregolari, questi ultimi vivono in Gad appoggiati da persone che hanno tutto in regola. Questo per me è il fenomeno della mafia.

Quali potrebbero essere delle possibili contromisure?
Serve un censimento urgente degli appartamenti nelle zone calde. La Polizia Locale deve controllare le residenze effettive. Non è semplice ma bisogna che riprenda l’attività di indagine anche da parte loro.

In che modo?
Semplice: verificare chi affitta e in caso di irregolarità avvisare il proprietario e poi sequestrare l’immobile, come fanno ad esempio a Padova. Io stesso conosco delle persone che abitano al grattacielo in sub-affitto senza contratto. Bisogna quindi che si vadano a verificare gli appartamenti uno ad uno per trovare eventuali irregolarità.

Tra le soluzioni adottate al momento c’è quella dell’esercito. Secondo lei l’arrivo dei militari è servito a migliorare la situazione?
Io e Alan Fabbri siamo stati i primi a chiedere l’intervento dell’esercito anni fa ed è arrivato per l’esasperazione con la scusa degli “obiettivi sensibili”. Io sono d’accordo con la sua presenza, che può aiutare le forze dell’ordine. È poco avere 10-12 unità, ma la sera vedere i militari in stazione quando si scende dal treno dà più tranquillità. Ci vogliono però più uomini e più coordinamento. Sarebbe bello in futuro vedere una pattuglia dell’esercito anche in centro. Quindi sì, abbiamo avuto dei miglioramenti sul tema delle maxi risse e gli spacciatori sono più guardinghi.

E il turno di notte della Polizia Municipale?
A tal proposito ho incontrato degli agenti donna che mi hanno detto che su questo tema avrebbero fatto delle barricate, perché per uscire di notte qualsiasi corpo di polizia deve essere armato. Abbiamo visto che le aggressioni avvengono contro il personale dell’esercito o dei carabinieri, i quali non hanno mai sparato ma usato altri strumenti, però mi metto nei panni di un agente che si trova a fare un servizio in Gad e che si possa trovare in difficoltà, figurarsi se è senza un’arma.

Quindi è favorevole o contrario al ‘quarto turno’?
Sono favorevole ma c’è un processo da attuare. Si deve addestrare il personale e bisogna armarli, ma per farlo bisogna acquistare le armi tramite un bando e detenerle in un luogo idoneo, ma ad oggi non abbiamo un comando adatto a questa situazione.

La caserma attuale quindi non si presta a questo tipo di soluzione?
Quella in zona fiera non ha la possibilità di esserlo, perché non c’è una cella di sicurezza che bisogna avere, perché di notte anche il vigile diventa un agente di polizia giudiziaria e quindi può trattenere in arresto, non ha la stanza delle armi con personale incaricato a presiederla 24 ore su 24 e non ha nemmeno la stanza per lo scarico delle armi.

E la nuova che è in progetto?
La nuova caserma verrà costruita al Palaspecchi ed avendo visto gli atti ho letto che sarà una “delegazione comunale”, cosa ben diversa rispetto ad una caserma che dovrebbe essere isolata. Lì invece ci saranno uffici, una biblioteca, un centro per i giovani, per cui non avrà i requisiti per detenere armi, e quindi il quarto turno non può essere svolto. Se andrà avanti questa situazione scriveremo a Salvini il quale bloccherà tutto. Il mio sogno comunque resta quello della Polizia Locale armata anche a Ferrara come lo è nelle altre città, ma sia chiara una cosa: armare non vuol dire che se una persona aggredisce devi sparare, per bloccare un possibile aggressore ci sono altri metodi (spray, manganello, manette, ecc..).

Quindi secondo lei quali sono le soluzioni per la zona Gad?
Prima di tutto serve costanza ed almeno due legislature per portare questa zona a livelli normali. C’è troppo spreco di denaro, io metterei subito uno o due delegazioni della Polizia Locale nel cuore del Gad sotto il grattacielo, e convincerei il ministro dell’Interno a portare un ufficio della polizia in stazione. Secondo, ci sono decine di negozi multietnici ed io prendo ad esempio su questo argomento la gestione fatta da città governate dalla sinistra, come Nardella a Firenze. Lui ha messo delle norme precise: prima cosa i negozi multietnici devono avere una superficie di almeno 80-100 mq, devono avere i servizi igienici per il pubblico adatti anche per i portatori di handicap, e ha messo dei paletti per scoraggiare l’apertura di decine di questo tipo di attività. Non dico, quindi, che non ci debbano essere, ma che vanno ridotti. Troppi di questi negozi innescano una concorrenza sleale.

Così, però, non si penalizzano tutti?
No perché quelli lavorano bene vanno premiati magari con delle esenzioni, ma ci devono essere più controlli, soprattutto sulle condizioni igieniche.

E gli eventuali negozi che chiuderanno? Come recuperare gli spazi?
In quel caso vanno incontrati i proprietari ed offerte loro delle soluzioni per cui se danno in gestione il negozio al Comune per far aprire attività di piccolo commercio locale o artigianato, gli si può togliere l’Imu, ad esempio. In poche parole va riconquistata la zona.

E’ famoso per le sue ‘indagini’ e denunce nei video, posso chiederle che fine abbia fatto quella sul latte in polvere? E cosa può dirci sul nuovo fenomeno degli “Action bitters”?
Queste bustine di superalcolici sfuggono alla normativa italiana ed era da molto che le vedevo in giro. Quello sul latte in polvere, invece, è un indagine seria. Da alcuni mesi seguivo questa vicenda a causa delle lamentele fatte da molte farmacie che segnalavano la presenza di nigeriani che tutte le mattine portavano degli anziani a comprare un tipo di latte, quello più costoso. Non sono un poliziotto, ma se mi arriva una denuncia o una confidenza verifico la notizia. Ho visto tutta la trafila che partiva da un negozio dove poi veniva portato questo prodotto dopo l’acquisto. Ho documentato tutto e ho informato la Digos. E in seguito al polverone mediatico scaturito, si sono bloccati. Anche questo è sintomo di mafia: visto l’interesse mediatico l’organizzazione ha detto “stop”.

E su questo tema parte la querela ad Estense.com?
Si.

Può spiegare la sua versione dei fatti?
Il sabato mattina del presunto misfatto ero davanti all’edicola di un mio amico insieme a Matteo Fornasini di Forza Italia, a parlare di strategie politiche. Mentre eravamo lì, è arrivato un nigeriano a chiederci proprio il latte in polvere in questione, scritto su un foglio, ma, ed è stata una delle uniche volte in cui l’ho fatto, ho tirato fuori un euro dandoglielo, per far sì che andasse via. Nonostante questo, costui ha continuato ad insistere ed io ho detto “ho da fare” e in quel preciso istante mi sono trovato una ragazza, a distanza di qualche metro, che ha iniziato ad inveirmi contro, affermando che io avrei chiesto i documenti al ragazzo nigeriano. Dopo una vera e propria aggressione verbale è andata via. Il giorno dopo questo accaduto, è uscito l’articolo sul sito di Estense.com, che diceva “Lodi aggredisce un nigeriano e chiede i documenti”.

A chi la accusa di razzismo, invece, come risponde?
Inizio col dirle questo: ho tanti amici stranieri, persino mia moglie è straniera, ed ho aiutato tanti a prendere persino la cittadinanza. Quindi sono il meno del meno del razzista che ci possa essere in questo momento. Non sono razzista e ti dico persino che ho preso le distanze da Casa Pound, Forza Nuova e tutte le forze di estrema destra, quattro anni fa. Chi mi accusa di essere razzista non conosce bene i fatti che mi riguardano, avendo aiutato tante persone, anche attraverso cooperative come Viale K, con la quale ho un ottimo rapporto.

Con questo vuol dire che a suo parere non tutte le cooperative fanno business sui migranti come invece altre volte ha lasciato intendere?
Ci sono cooperative che lavorano per business, per cui usano queste persone per avere dei soldi, e ci sono invece cooperative, come quella di Raffaele Rinaldi, che lavorano duro ma non ricevono molti aiuti dall’amministrazione.

 

Nella foto in alto, un’immagine di copertina scelta da Naomo Lodi per la sua pagina Facebook

No alla demagogia sul GAD: la soluzione non è militare

da: Ferrara che accoglie e Rete per la pace

LA SICUREZZA E’ UN DIRITTO. E’ UNA COSA SERIA. SI COSTRUISCE ASSIEME.
NON FACCIAMOCI IMBROGLIARE DA CHI PENSA SOLO A DIFFONDERE PAURA E ODIO PER INTERESSE ELETTORALE

Repressione della criminalità, non delle comunità.

Ferrara è una città aperta e sicura, ma ancora una volta viene dipinta come “città sotto
assedio”, “città della guerriglia urbana” e perfino “città della guerra”. Questo è l’uso che sta
facendo la politica dei nostri disagi. Cercano di guadagnare voti con promesse di soluzioni
semplici e radicali come l’uso dell’esercito, scelta rarissima persino nei quartieri più violenti
delle metropoli europee. Tante promesse urlate nessun progetto realistico o realizzabile.
Anche se i reati complessivi sono in calo, in certe zone della nostra città alcuni atti criminali
sono in aumento. I problemi che esistono nella zona GAD vanno contrastati con maggiori
investimenti, maggior coinvolgimento delle comunità, maggior formazione delle forze
dell’ordine, e maggiore conoscenza dei contesti multiculturali.

Spacciatori e comportamenti scorretti vanno perseguiti, la legge va applicata. Questa
criminalità va contrastata dai professionisti delle forze dell’ordine, che devono avere tutte le
risorse e le competenze necessarie per svolgere il lavoro. Non esistono soluzioni a basso
costo. Non esistono soluzioni semplicistiche e militaristiche.

In un contesto di crescente povertà, le prime vittime della criminalità sono sempre i più
poveri, i più vulnerabili. In Italia, e in tutto il mondo, la povertà è sempre stato terreno
fertile per l’instaurarsi della cultura dell’illegalità. Uno dei primi doveri delle autorità
cittadine è quello di proteggere i cittadini più disagiati, per il bene di tutti.

Le esperienze di centinaia di città in tutto il mondo ci insegnano che questo lavoro si basa
anche sulla creazione di canali di comunicazione e di legami di fiducia con le comunità più
a rischio. Se ci sono bambini che hanno difficoltà ad andare a scuola vanno aiutati, se ci
sono donne che hanno bisogno di uno spazio, cerchiamolo insieme. Le barriere linguistiche
e culturali vanno superate puntando anche sulla collaborazione delle famiglie, dei figli
scolarizzati in Italia. Il rapporto di fiducia con i giovani della prima generazione dell’Italia
multietnica è molto importante.
Il quartiere va rivalutato incentivando l’apertura di esercizi commerciali, l’uso dei locali
vuoti, promuovendo attività culturali.

La demagogia non serve. Crea solo danni.
Più di qualsiasi altra cosa, le famiglie, immigrate o non, desiderano un futuro sereno
per i propri figli, come tutti.
E’ la nostra città! Ne vogliamo perdere un pezzo?

Spaventano le parole che sentiamo circolare, anche da soggetti pubblici. Dove portano? Ad una battaglia razziale?
Un quartiere militarizzato è un quartiere perso per tutti.
Ferrara è una città aperta e sicura, e deve rimanere tale per le prossime generazioni.

La fabbrica dell’insicurezza

Ferrara andrà presto a elezioni. Onde per cui, dopo i fatti di sabato sera, non potendoli schierare contro i Gilet Jaunes francesi che piacciono tanto a Di Maio, Matteo Salvini manderà altri militari in Gad.
E’ così che la nostra povera città sale agli onori delle cronache. Siamo dunque allo stato di guerra? Scusate, ma io non ci credo. La ‘soluzione militare’ è la peggior soluzione possibile, è pura follia: un buon modo per attizzare il fuoco invece di spegnerlo. Forse però bisogna alzare gli occhi da Ferrara, guardare il quadro da un po’ più lontano. Altrimenti non si capisce.

Prologo western
Tutte le volte che incontro il ministro Salvini – e lo incontro almeno 20 volte al giorno, data la sua sapienza a materializzarsi in qualsivoglia media. Tutte le volte che lo vedo – e lo riconosco all’istante, anche se lui cerca di disorientarmi cambiandosi la felpa e travestendosi da sceriffo, poliziotto, militare, pompiere, militante di Casa Pound o volontario della protezione civile. Tutte le volte che lo ascolto parlare – usando carezze e promesse, minacce o avvertimenti – mi viene in mente il Vecchio West .
Ho sempre avuto un debole per i film western. Dai classici in bianco e nero come “Ombre rosse” ai capolavori di Sergio Leone, dagli spaghetti western pieni di salsa di pomodoro a quelli dalla parte degli indiani come “Piccolo grande uomo”, da “Kill Bill Volume 1” di Quentin Tarantino, a “Il Grinta” dei fratelli Coen.
Anche il genere western è epica, ancorché un’epica minore rispetto a quella che si studia a scuola. Così, non si dà western senza un eroe in primo piano. Senza uno sceriffo e un fuorilegge. Un buono e un cattivo.

La strategia dello sceriffo furbo
In America – nel Vecchio West, ma anche oggi in molti Stati dell’Unione – la carica dello sceriffo è elettiva. Per diventare sceriffo devi convincere i tuoi concittadini che sei tu l’uomo giusto, il più fottutamente duro, l’unico in grado, quando arrivano i cattivi, di “mettere le cose a posto”.
Matteo Salvini è uno sceriffo particolarmente furbo. La sua nuova Lega, meno nordista e più nazionalpopolare, ha sostituito il rito dell’ampolla del fiume Po con il formidabile algoritmo ‘Bestia’, basando molte delle sue fortune sul martellamento mediatico: viva la sicurezza e addosso gli immigrati.
Che poi in Italia, dati ministeriali alla mano, non ci sia né un’emergenza sicurezza (nel Belpaese si delinque più o meno come ieri o l’altro ieri) né tantomeno una emergenza sbarchi (calati di oltre l’80% nell’ultimo anno), ha poca importanza. Né ha importanza che l’Italia (quella in carne e ossa) sia afflitta da ben altre emergenze: poveri in aumento esponenziale, disoccupazione al palo, aziende che chiudono, produzione industriale a picco, ambiente disastrato, periferie abbandonate a se stesse, scuole col tetto pericolante e senza termosifoni .
L’elenco potrebbe continuare, ma sarebbe davvero inutile. Il superlavoro mediatico, l’infinita campagna elettorale dello sceriffo furbo è tutta concentrata sulla paura. La paura degli immigrati: che ci portano via il lavoro, abitano nelle nostre case, mangiano il nostro pane a ufo, vendono droga agli angoli delle strade. E soprattutto delinquono: a tutto spiano: da mane a sera: di giorno e di notte.

La insicurezza non è un’invenzione, però…
Bisogna intendersi. La insicurezza non se l’è inventata Salvini. In Italia sono insicuri i giovani, senza prospettive e che scappano all’estero. Sono insicuri i 6 milioni di italiani sotto la soglia di povertà. E’ insicura una classe media sempre meno media e sempre più impoverita. Sono insicuri i milioni di lavoratori precari senza alcuna protezione. Gli operai che perdono il lavoro. I vecchi sempre più soli. L’insicurezza esiste eccome, ma il capolavoro del leader leghista, la sua idea geniale, è quella di aver ‘scovato il colpevole’, di aver offerto agli italiani un capro espiatorio (nero, per giunta) a cui addossare la colpa di tutti i mali.
Per vincere – anzi, per trionfare, visti gli ultimi sondaggi – lo sceriffo d’Italia ha bisogno di aver di fronte un pericoloso fuorilegge. E se il cattivo non c’è, lo sceriffo furbo se lo inventa. Così Salvini ha incanalato tutta la insicurezza che gli italiani vivono ogni giorno, gli ha dato un nome e un cognome: i clandestini, gli africani, gli invasori.
Il cerchio si chiude. Sarà poi lo stesso sceriffo, sfidando a duello il cattivo, a riportarci la pace e la sicurezza perduta.

Decreto Sicurezza? Aou contraire
C’è però qualcosa di peggio, di più furbo – e di più cinico – nella strategia di Matteo Salvini (sul cinismo leggete “M” di Antonio Scurati e vi chiarirà molte cose). Nei panni del Grande Comunicatore, il leader maximo della Lega alimenta una formidabile macchina mediatica contro profughi, immigrati e stranieri in genere. E sempre lui, questa volta come Ministro degli Interni e domus del governo giallo-verde, si impegna concretamente per aumentare il tasso di insicurezza in circolazione nel Paese. Perché, come si sa, le parole non bastano: ci vogliono i fatti.
Il fatto più eclatante, il provvedimento più gravido di conseguenze nefaste è il D.L. 113, meglio conosciuto come ‘Decreto Sicurezza’, voluto fortissimamente da Matteo Salvini e votato con la fiducia da un Parlamento silenziato. Un decreto che sembra fatto a bella posta per mettere in circolo altra insicurezza, altra paura, altro razzismo.
Il decreto dimezza i fondi per l’accoglienza, segnando la probabile morte dell’esperienza degli SPRAR, un esperimento forse imperfetto, a volte mal gestito, ma sicuramente il progetto più avanzato e intelligente per l’integrazione. Chiudono gli SPRAR e vengono ‘liberati sul territorio’ migliaia di profughi: a stazionare nelle piazze e nelle stazioni, a ingrossare l’esercito dei lavoratori schiavi, alcuni ad arruolarsi nelle fila della malavita organizzata.
L’articolo 13 del Decreto reca invece le “Disposizioni in materia di iscrizione anagrafica”. Bastano poche righe e il permesso di soggiorno non costituisce più un titolo per aver diritto al certificato di residenza. E’ una misura assurda, lesiva dei diritti più elementari della persona, ma – vista dalla parte dello sceriffo Salvini – è un modo perfetto per fabbricare nuovi clandestini. Un sistema per creare più disagio, più precarietà, più insicurezza.

Il monello e il vetraio
Alla fine, non ci vuol molto a scoprire il gioco di Matteo Salvini. La sua strategia si basa su un trucco vecchio come il mondo. Ce lo racconta Charlie Chaplin, senza bisogno di parole, nel suo capolavoro “Il Monello” (1921). Il monello passa per la strada, tira sassi e rompe i vetri delle finestre. Appena dietro di lui, arriva un omino con il suo carretto: è il vetraio che offre il suo servizio ai poveri abitanti con le finestre rotte.
Il monello e il vetraio – ma gli abitanti della via non lo sanno – lavorano assieme, fanno parte della stessa ditta: uno rompe e l’altro si offre di aggiustare. Salvini però è ancora più bravo, recita entrambe le parti in commedia: il monello e il vetraio. Fabbrica ogni giorno più insicurezza e contemporaneamente appare come colui che ci porterà in dono la sicurezza perduta.
Ma se il giochino della ‘fabbrica della insicurezza’ è così elementare, perché gli italiani (compresi i tanti con le finestre rotte) non hanno ancora mangiato la foglia?
Evidentemente non è così semplice.
Infatti la fabbrica della insicurezza lavora senza sosta. In tutto il mondo. Di qua come di là dell’oceano, dove, per finanziare il suo Muro contro un nemico inesistente, Donald Trump bypassa Congresso e Costituzione americana e proclama lo stato di emergenza nazionale.
La fabbrica della insicurezza non è una novità. L’abbiamo già vista in passato in piena produzione. Anche in Italia, con un esito tragico. Quella volta ci sono voluti più di vent’anni e una guerra orrenda, perché noi italiani aprissimo gli occhi. La speranza è che questa volta ce ne possiamo accorgere un po’ prima.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

Una serata di ordinaria follia: ecco cosa è successo ora per ora al Gad

Per capire bene cos’è successo a Ferrara tra sabato sera e domenica mattina e il perché questa situazione sia sintomatica di vari problemi, bisogna analizzare i fatti, ora per ora.

L’inseguimento
Intorno alle 20 e 30 di sabato sera, una volante dei carabinieri ferma, per un controllo di routine, un ragazzo di origini nigeriane in zona stazione. Il 28enne in questione, però, fugge dal controllo e nell’inseguimento che ne segue viene investito da un’auto di un cittadino, rimanendo lievemente ferito. La prognosi, dopo le prime cure, sarà di 15 giorni, unita ad una denuncia per possesso di stupefacenti ai fini dello spaccio.

L’interpretazione sbagliata
Nel mentre i soccorsi provvedevano a portare il ragazzo in ospedale, un gruppo di connazionali si raggruppava nei giardini ai piedi del grattacielo. Le voci all’interno del gruppo diventano confuse fin quando non si fa strada la convinzione che il ragazzo sia morto a causa dell’investimento da parte proprio della volante dei carabinieri che lo stava inseguendo. Ne segue una rivolta che causa il rovesciamento di alcuni cassonetti ed attimi di tensione durante i quali è stato necessario l’intervento di svariate volanti dei carabinieri, della polizia, della guardia di finanza e dell’esercito che già pattuglia stabilmente la zona dei grattacieli e della stazione. L’intervento di mediatori culturali e la spiegazione dei carabinieri riesce a riportare la calma nel gruppo di facinorosi e a ristabilire l’ordine.

La diretta di Nicola Lodi
Il primo a rendere nota la notizia sui social è stato il segretario ferrarese della Lega, Nicola Lodi, con una diretta su Facebook alle 21 e 42. Lodi parla di “guerriglia urbana” e di un centinaio di nigeriani che sarebbero venuti quasi al contatto fisico anche con lui. Tali persone, racconta l’esponente del Carroccio, sarebbero affiliati alla mafia nigeriana e protesterebbero a causa dell’errata interpretazione relativa alla dinamica dell’investimento del connazionale. La situazione viene definita esplosiva, quasi di guerra, con una tensione altissima che ha richiesto l’intervento anche di pattuglie di altri Comuni. Nella diretta delle 23 e 07 riferisce anche di un presunto sinistro messaggio che sarebbe arrivato da parte dei ribelli: “Se il nostro concittadino è morto, domani scateneremo la guerra a Ferrara”.

La domenica mattina
Dopo una notte relativamente tranquilla, la notizia di ciò che è successo a Ferrara la sera prima fa il giro di tutta la penisola. Ci sono gli inviati dei giornali e dei tg delle principali tv. Alcuni protagonisti della vicenda vengono intervistati per raccontare la loro versione dei fatti. Il numero dei nigeriani coinvolti, a questo punto, viene ridimensionato, da oltre cento a meno di cinquanta.

La ricostruzione di FanPage
Secondo la rivista online, in un articolo delle 12 e 14 di ieri, non ci sarebbe stata nessuna guerriglia con le forze dell’ordine, ma sarebbero solo stati rovesciati dei cassonetti. I militari dell’arma dei carabinieri avrebbero smentito anche le voci di un lancio di bottiglie, sostenendo che i cocci visti in strada erano solo l’effetto del ribaltamento di una campana del vetro ad opera di una quarantina di connazionali del ragazzo coinvolto nell’incidente.

La versione de Il Giornale
Secondo la testata diretta da Sallusti, la situazione sarebbe stata diversa. Nelle parole di David Marinai, segretario provinciale del Fsp Ferrara, l’episodio di sabato rappresenterebbe la normalità e la netta differenza numerica tra gli agenti intervenuti e il numero di rivoltosi è stata notevole. Inoltre si afferma che sussiste un problema nell’individuazione dei rifugi degli spacciatori e che le varie bande, in questa situazione, solidarizzano tra loro contro la polizia, superando le divisioni in nome della guerra allo Stato.

La reazione dell’amministrazione
Nelle prime ore dell’accaduto e fino alle 14 e 07 di domenica, l’amministrazione comunale è apparsa assente, o quantomeno ha lasciato la narrazione dell’accaduto ad altri soggetti. Solo a quell’ora, l’assessore alla sicurezza Aldo Modonesi, con un post su Facebook, ha condannato i fatti scrivendo: “E’ una cosa inaccettabile, che la nostra città non merita e che non deve succedere più”. Aggiungendo poi che la risposta delle Forze dell’ordine ci sarà. Lo stesso assessore, in un articolo apparso sulla stampa qualche giorno prima, affermava che i controlli interforze avevano permesso un abbassamento dei picchi di violenza nella zona della stazione.
Anche il sindaco Tagliani si affida a Facebook, oltre che ai giornali, per esprimere la preoccupazione per “un sintomo evidente di una tensione complessiva del nostro Paese che nuoce alla tranquillità dei cittadini italiani e che non può non essere messa in relazione con il decreto sicurezza; un decreto, come ho già detto, appena uscito, che non migliora i livelli di sicurezza ma rischia di creare una nuova emergenza”. In questo modo il sindaco ha forse indirettamente voluto rispondere anche alle parole del ministro dell’Interno Salvini, che, sempre via social, alle 9 e 44 di domenica aveva denunciato l’accaduto condividendo proprio uno dei video di Nicola Lodi e che aveva dichiarato: “Sarò presto in città per mettere un po’ di cose a posto”.

La camminata in Gad
Alle 21 di domenica sera, dopo una frettolosa organizzazione, il senatore Alberto Balboni, neo “inquilino” del quartiere Giardino, organizza una passeggiata per la sicurezza a seguito degli avvenimento del giorno prima. Denuncia il comportamento “ridicolo” del sindaco Tagliani e dell’assessore Modonesi e auspica una tolleranza zero da parte delle forze dell’ordine verso chi mette a repentaglio la sicurezza della zona. Lo stesso senatore aveva chiesto al sindaco di chiedere lo stato di emergenza, annunciando anche una sua interrogazione al ministro Salvini, perché vorrebbe 50 militari in zona Gad per un pattugliamento e un presidio 24 ore su 24. Il figlio del senatore, Alessandro, ha poi sottolineato come anche l’assenza di qualsiasi traccia di spacciatori domenica sera sia il sintomo di come ci sia un’organizzazione che controlla il tutto, togliendo, all’occorrenza, i propri uomini dalla circolazione quando c’è troppo clamore mediatico.

Conclusioni
Sabato sera un gruppo di persone ha inscenato una protesta per una notizia male interpretata e in poche ore le forze dell’ordine hanno riportato la calma. La narrazione della faccenda è stata fin da subito appanaggio di una parte politica e il silenzio di molte personalità di area progressista può essere interpretato come un campanello d’allarme per chi si appresta ad affrontare una campagna elettorale durissima. Questo episodio, inoltre, sottolinea come ci sia un evidente problema con un’organizzazione criminale nella zona dei grattacieli di Ferrara, che è riuscita a insediarsi e a prendere il controllo di una parte della città e che questa provenga da una specifica regione africana: la Nigeria. In una città dove l’ultimo rapporto della Dia conferma la presenza delle famiglie ‘ndranghetiste Pesce-Bellocco di Rosarno, infiltrazioni dei Casalesi e dell’Alleanza di Secondigliano e di una criminalità di matrice cinese, vedere una fetta del territorio lasciato in mano ad un’altra organizzazione criminosa fa riflettere su quali effetti (e quali vantaggi mediatici) questa situazione potrà determinare.
Sempre dalla relazione del 2018 della Dia si evince che “La criminalità nigeriana, al pari di quella albanese, si conferma fra le più attive nel traffico di sostanze stupefacenti e nello sfruttamento della prostituzione, reato che spesso vede alla sua base delitti altrettanto gravi come il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, la tratta e la riduzione in schiavitù di esseri umani. Le conoscenze e l’esperienza maturate dagli Uffici investigativi del nostro Paese consentono di tracciare un evoluzione, nel tempo, di tale forma di criminalità. Storicamente, la presenza di comunità nigeriane va fatta risalire fin dagli anni ’80, specialmente nel nord Italia, in Piemonte, con Torino in testa, in Lombardia, in Veneto e in Emilia Romagna”. Concludendo, non si può affermare di avere un problema con un’etnia, ma sarebbe stupido non ammettere che alcuni membri di una certa etnia rappresentino un problema per la sicurezza della città.

Alessandro Balboni e la nuova destra ferrarese

Alessandro Balboni è quello che si suol dire un figlio d’arte, suo padre, senatore di Fratelli d’Italia, lo ha iniziato sin da piccolo alla cultura politica della destra sociale. Studente universitario, ha portato le idee della destra all’interno dell’università e caso più unico che raro, è stato rappresentante degli studenti con la lista “Azione universitaria”. Ci racconta cos’è la destra sociale a Ferrara e quali sono i programmi per il futuro.

Quello che più mi ha sorpreso è vedere una presenza radicata della destra in una città governata per 70 anni dalla sinistra. Questa destra, secondo te, è pronta per fare il salto e diventare forza di governo?
Il discorso è ampio. Innanzitutto bisogna definire cos’è destra, cosa non è destra e cosa si intende per cultura di governo. A Ferrara la destra è una tradizione fin dal dopoguerra. C’è sempre stato un rappresentante in consiglio comunale già ai tempi dell’ Msi, ininterrottamente, proprio perché è una città rossa paradossalmente; ed è una destra che ha sempre avuto una particolare predisposizione alla militanza e al lavoro. Quindi, benché minoritaria, è sempre stata agguerrita, era una destra molto attiva. Adesso la politica è cambiata nei modi, nei temi, nelle forme, e quindi anche questa predisposizione della destra, come della sinistra, si è andata un po’ a perdere. La destra di oggi non è la destra di vent’anni fa, ma non è neanche quella di 5 anni fa. L’elettorato non si crea e non si distrugge, se adesso la destra è così forte vuol dire che una larga parte di persone che un tempo era nell’area del Pd, ma anche in aree diverse, stanno convergendo in questa direzione. Penso che le persone di destra a Ferrara non siano sbucate dal nulla e che l’offerta non sia tanto diversa da quella di 5-10 anni fa, la competenza dei soggetti c’è, abbiamo espresso dei sindaci di destra in provincia di Ferrara da decenni e per decenni. La vera differenza dagli anni passati è che il livello di trascuratezza e abbandono dell’amministrazione è giunto a un livello tale, ed è talmente palese ed evidente, che ha fatto cambiare idea a tanti cittadini ferraresi.

La destra cosiddetta ‘sociale’, quella a cui si richiama Giorgia Meloni, può rispondere adeguatamente ai problemi di oggi, quelli del lavoro, della sicurezza e la possibilità di avere un futuro? Parlo della città di Ferrara, che sulla disoccupazione non è messa benissimo.
Molto male direi. Basti pensare che Reggio Emilia è a pochi chilometri da qui e ha tassi di occupazione come in Germania. Noi siamo l’anomalia regionale: nel dopoguerra Ferrara era la città più ricca dopo Bologna in regione,  adesso è l’ultima. Comunque, il grande successo che ha lo schieramento di centro-destra in questo periodo lo ha avuto ricalcando dei temi e delle proposte tipiche della destra sociale. La sicurezza, la dignità del lavoro, ma anche della pensione, pensiamo alla riforma Fornero e la sua abolizione che è stato un cult della campagna elettorale, e sono dei temi che non si rifanno tanto più alla destra liberale ma strizzano l’occhio ad una destra sociale o, come piace essere chiamata oggi, sovranista. Quindi è lo stesso elettorato che da dignità e conferma a quelle che erano un tempo le proposte del movimento sociale italiano. I tempi forse son diventati più maturi e la situazione è diventata tale per cui questo messaggio può passare, e perché passa il messaggio? Perché in altre provincie dell’Emilia Romagna probabilmente la sinistra vincerà ancora, essendo province ricche, qui abbiamo di fronte un fallimento totale sotto tutti i punti di vista. Abbiamo i temi della sicurezza, abbiamo l’occupazione, abbiamo la dignità degli anziani, il rapporto tra giovani e anziani, tutti cavalli di battaglia tipici della mia destra, quella che io cerco di rappresentare degnamente.

A proposito di rappresentanza, quanto pesa portare il tuo cognome?
Non è un peso, è un onore. Io ho appena compiuto 26 anni ed ho iniziato a fare politica quando ne avevo 14, paradossalmente sono il secondo più giovane in consiglio comunale, ma per esperienza politica sono tra i più vecchi, togliendo alcuni ‘mostri sacri’ che hanno una settantina d’anni. Ho avuto molti insegnamenti, ho avuto la mia crescita personale che è stata aiutata anche dall’ambiente familiare, ma soprattutto il valore più bello che ho potuto imparare è quello della cultura, cioè la destra è cultura. Non puoi sapere dove vai, se non sai da dove arrivi. In questo caso sono abbastanza avvantaggiato visto che da dove arrivo è un nome illustre per la destra ferrarese, e spesso è stato anche un problema perché ho iniziato a fare questo mestiere di rappresentanza e della politica al liceo, e ci sono stati molti casi di discriminazione. È stato più un handicapp che un vantaggio. Mi han tirato le secchiate d’acqua dal secondo piano in inverno, volantini stracciati, due volte un professore mi ha insultato in assemblea pubblica, essere di destra a Ferrara non è stato facile. E siccome non è stato facile, quando sento parlare una parte politica di discriminazione, di intolleranza, io rido. Sono stato il primo a vedere cos’è la discriminazione nei confronti di qualcuno che non è inquadrato nel sistema, quindi sono il primo a essere democratico e contrario a qualsiasi discriminazione perché l’ho vissuta.

Come rispondi a chi accusa la destra della Meloni, Fratelli d’Italia, la destra sociale di essere razzista verso gli immigrati?
La risposta è molto semplice: non si tratta di vero dialogo, si tratta di una presa di posizione politica, anche quando si parla in consiglio comunale ci sono dei dibattiti, ed io vedo una controparte che non è disposta a parlare sulla realtà effettiva. Preferiscono parlare anche loro per slogan. Ricordo molto bene quando Renzi ha fatto il passaggio da “accogliamoli tutti” ad “aiutiamoli a casa loro”. Questo perché la sensibilità degli italiani è arrivata ad un punto tale da essere davvero arrabbiati per le situazioni che hanno dovuto vivere e per le discriminazioni che hanno visto nei loro confronti. Se una parte politica riporta una situazione di difficoltà e di critica che il popolo stesso approva, vuol dire che si fa portavoce di un’istanza. Questa istanza di stanchezza che molti italiani vivono è la conseguenza diretta alle politiche che abbiamo vissuto negli anni recenti. La destra attuale non è razzista. L’ex ministro degli interni Minniti, uomo sicuramente apprezzabile in ambienti di destra, il quale ha messo in atto delle operazioni di contrasto alla forma di immigrazione più o meno clandestina, ha ricevuto le stesse accuse rivolte a noi. Pertanto è un tema caldo che interessa tutti e che nel lato pratico vede noi impegnati in modo più intelligente. Non ha senso accogliere centinaia, decina di migliaia di persone per poi lasciarli chiusi in un campo di identificazione o per fagli raccogliere i pomodori a 3 euro l’ora, l’ha detto anche il Dalai Lama, nel momento in cui tu Europa accogli questo enorme peso economico ma anche umano e sociale, e svuoti l’Africa dei suoi giovani, chi rimane a costruire là in Africa? A chi spetta la costruzione del futuro in Africa? Noi dobbiamo aiutare chi ne ha bisogno nel proprio paese affinché possano costruire una terra di patrioti africani. Chi è che non ha questo interesse? Se guardiamo a livello europeo, la Francia. Applica signoraggio monetario su molte delle sue ex colonie, che sono tra le più povere e le più disastrate dal punto di vista sociale. Però lo stesso Macron è colui che mette i puntini sulle ‘i’ quando si tratta di immigrazione e prende tempo a chiamarci “vomitevoli”.

Non ha accolto nemmeno l’Aquarius .
Questo è l’esempio più lampante, ma se uno guarda le condizioni del lavoro minorile in tutte le ex colonie francesi africane, verrebbe da dire che, insomma, a essere vomitevole è qualcun altro, sicuramente non l’Italia.

Per quanto riguarda Ferrara invece, sempre sul tema dell’immigrazione, uno dei temi della campagna elettorale sarà il Gad, secondo te cosa ha portato la crisi e quali potrebbero essere le soluzioni?
I miei colleghi fuori sede dell’università quando sono arrivati a Ferrara hanno preso casa in zona grattacielo, erano economiche e anche solo 5 anni fa la situazione per quanto brutta non era così tragica. Adesso chi ha potuto permettersi un appartamento diverso è fuggito. Perchè per 10-15-20 anni si è denunciato un problema reale e concreto e si è rimasti inascoltati? Perchè noi quando parlavamo un anno fa di criminalità, di spaccio e di delinquenza ci si rispondeva parlando di percezioni soggettive e tutto un tratto il Pd fa inversione a U e invece intende di farsi appoggiare da Barnabei che possiamo dire che è un professionista della sicurezza, che è proprio di quella zona, quindi completamente snaturandosi e smentendosi da sola. Il tema del Gad non è una novità per noi che ne parliamo da 10-15 anni. Qui l’ultimo arrivato vuole saltare sul carro del vincitore dopo aver negato il problema e aver creato la condizione per cui il problema dilagasse è proprio il Pd. E non serve certo una scienza per capire che qui si tratta anche di mafia nigeriana, perchè se uno vede le statistiche degli stranieri a Ferrara noterà che i nigeriani non sono i primi per presenza, ma sono tra i terzi e i quarti, eppure ci sono solo loro per strada, con un controllo di più aree del territorio che è uno dei primi sintomi di una presenza mafiosa.

Secondo te l’esercito ha migliorato o peggiorato la situazione? Potrebbe aver semplicemente aver spostato lo spaccio in centro?
Ovviamente la criminalità quando non può più operare in un certo contesto cerca di spostarsi o cambiare le fonti di reddito criminale, l’esercito era necessario. Chiunque ha una ragazza, una madre, una figlia che fa la pendolare magari nele ore tarde o inizio mattina sa benissimo che c’è da avere paura. Il presidio del territorio è una garanzia in più per chi passa o transita nella zona ed è un segnale dello stato che è presente e che non ha abbandonato i suoi cittadini. L’arrivo dell’esercito è stata oltretutto ridicolo, perchè io ricordo molto bene come il Pd locale in pompa magna pontificava sulla sua inutilità e un giorno Franceschini da Roma ha comunicato l’arrivo di quei, pochi, militari.

Sono 8 di numero o sbaglio?
Sì, sono una decina, con una camionetta… quindi un presidio davvero numeroso!

Per te è solo propaganda?
Sicuramente, perché era il tema della campagna elettorale si è pensato di poter rimendiare a un decennio e più di incapacità solo con un azione spot. Fortunatamente i cittadini non si sono fatti fregare. Poi a volte si pensa che l’elettorato abbia la memoria corta e invece in questo caso ha avuto la memoria lunga e ha ben ricordato chi invece parlava di sicurezza e chi invece se n’è ricordato solo in sede elettorale.

Che ne pensi della Lega?
La Lega è molto cambiata nei tempi recenti, ha tolto il ‘nord’ dal nome, e paradossalmente a chi mi chiede ‘come fai a essere in coalizione con la Lega, rispondo che era più complicato stare in una coalizione con una Lega di Bossi che con una Lega di Salvini. Il mio partito ha proprio già il nome ‘Fratelli d’Italia’ l’obbiettivo di mettere l’Italia e gli italiani al primissimo posto, quindi dialogare e allearsi con la Lega di oggi diventa una cosa normale…..abbastanza naturale.

Questo a livello nazionale, e a livello locale?
A livello locale conosco tutti i rappresentanti della Lega, ho avuto anche il piacere, e questo è un tocco di classe, di poter esser giudice alla competizione di salamine con Alan Fabbri e quindi, aldilà della battuta, il rapporto c’è, siamo colleghi di opposizione e noi siamo interessati quanto loro a rovesciare questa amministrazione, mantenendo compatta la coalizione di centro-destra. Perchè non basta vincere, bisogna vincere con un programma coeso e con le idee chiare.

Coeso fino a che punto? In questa coesione rivedi lo schema del governo attuale oppure la coesione solo delle forze del centro-destra?
Per quanto mi riguarda solo centro-destra, poi ovviamente la priorità è riuscire a scalzare questa stratificazione di potere che si è accumulata in capo a una sola parte per più di 70 anni.  Ed esponenti civici o altre liste che volessero appoggiare il centro-destra mi farebbero  solo piacere.

E il Movimento 5 Stelle in questo come lo collochi?
Il M5S da statuto suo proprio non può partecipare alle elezioni coalizzandosi con altri partiti, pertanto qualora volessero allearsi a Ferrara con il la coalizione di forze del centro-destra, arriverebbe il niet dall’alto.

Diciamo che durante la Festa del Tricolore le parole della rappresentante della Lega sono state un pò più di apertura, invece Giorgia Meloni è stata abbastanza netta, non dico troncare qualsiasi tipo di dialogo...
Chiaramente la Meloni ha un respiro più nazionale. Avendo un respiro più locale oppure trovandomi spesso d’accordo o in ottimi rapporti con i colleghi 5 stelle che sono di opposizione quanto me, insomma..

Lorenzo del M5S almeno sul Gad ha posizioni simili.
Federico lo conosco dalla seconda/terza liceo, siamo anche in buoni rapporti personali. Ilaria Morghen se non sbaglio ha un passato in Alleanza Nazionale quindi sicuramente è una persona con la quale riesco a dialogare tranquillamente, ciò nonostante il mio problema non riguarda tanto i 5 stelle locali quanto la loro linea nazionale che io trovo deleteria.

A proposito di Ferrara e delle amministrative di quest’anno, secondo te Fratelli d’Italia è pronta per guidare la coalizione o deve ancora crescere?
Fratelli d’Italia è un partito medio. Stiamo parlando di un partito che si aggira intorno al 4-6%, penso che a Ferrara, per la nostra storia e la nostra preparazione, possiamo dire anche al 6%. Chiaramente se tu mi chiedi di guidare una coalizione, cioè di esprimere un candidato sindaco, non è chiaramente nelle nostre ambizioni. Il candidato sindaco è giusto che lo esprima la forza di maggior peso nella coalizione e in questo caso la proposta spetterebbe alla Lega. Ovviamente poi ci saranno il dialogo, ci saranno i confronti e si parlerà delle persone e dei soggetti. Noi non partiamo presentando un nome, noi ci presentiamo come ascoltatori.

Quindi ascoltare quello che ha da dire la Lega e poi valutare…
Com’era ai tempi del PdL, che non sono tanto lontani, che era il primo a esprimere la parola sul candidato sindaco, e dopo si apriva una discussione interna con gli altri alleati.

La Meloni è anche l’unico leader di partito donna. E a 31 anni era già ministro. 
Una delle più giovani ministri della Repubblica, quindi la sua eccezionalità è essere un grande leader politico. Quindi io non rinfaccerei mai a qualcuno che mi da del sessista che la mia leader di partito è la Meloni, risponderei che la Meloni fa molto di più per le donne di quanto possano fare loro con i loro vuoti slogan e con queste argomentazioni spicciole da bar, anche perché francamente sfido chiunque nell’azione politica del mio partito, ma anche della mia o degli esponenti locali, una qualsiasi minima microscopica traccia di qualsiasi forma di sessismo o di discriminazione verso le donne, è una cosa che mi farebbe ridere.

Anche tu sei molto giovane e, per così dire, ti sei già preso le tue soddisfazioni da un punto di vista politico.
Sono consigliere comunale e anche presidente del consiglio degli studenti dell’Università di Ferrara,  e quando sono entrato in carica, parlo di 2 anni fa, era una cosa eccezionale, la prima volta a presiedere il consiglio studentesco di Ferrara era uno studente di destra, in una città di sinistra. Questa cosa ha scombussolato molte persone, e quando c’erano degli eventi pubblici che riguardavano anche un interesse di ambito universitario/studentesco, l’amministrazione che organizzava 3-4 anni fa era sempre chiamata la rappresentanza degli studenti locali. Quando sono subentrato io non c’è stato più l’interesse nel collaborare e nel dialogare con gli studenti per chiare e ovvie motivazioni politiche. La logica che sta dietro a chi ci amministra è questa: se non sei nella mia rete di conoscenze, con te non ci devo collaborare perché sei un avversario, non un interlocutore. Così si sono arroccati sulle scale del municipio, senza vedere quello che accadeva in città: al Gad, ma anche in San Romano o in via Contrari o in piazzetta della Luna.

Secondo te quale potrebbe essere una soluzione ai problemi di Ferrara, che sono appunto lo spaccio in mano alla mafia nigeriana? E una proposta sulla disoccupazione?
La mia ricetta parte sempre dalla cultura, Ferrara è una città di cultura e dovrebbe vivere soprattutto dei bellissimi poli museali, del rapporto con l’università che, grazie al buon lavoro del rettore, continua a crescere e sta diventando ormai un ateneo di medie dimensioni. Per superare la disoccupazione Ferrara deve puntare sul turismo e sul diventare una vera città di cultura. Chiaramente una città di cultura non può prescindere da un ottimo tasso di sicurezza, perchè i turisti, dove c’è insicurezza e degrado non vengono.

Ho fatto un intervento su La Stampa nel weekend di Internazionale, in cui denunciavo bivacchi con un senzatetto che urinava contro il colonnato del porticato del Duomo, proprio nel weekend dove erano previste 80mila presenze. Come si può pensare di incentivare il turismo se perfino nei weekend importanti non si garantisce un minimo di decoro pubblico e anche di sicurezza? Bisogna partire da questo, sembrano due cose lontane ma in realtà si intrecciano molto bene.

Un tuo intervento che ho apprezzato è stato quello del patentino, e mi è piaciuto la tua proposta del patentino democratico dei valori costituzionali…
Io sono giovane e secondo me i giovani devono dare un impulso per superare  le classiche dicotomie della politica:  sinistra, destra, giusto, sbagliato.. insomma, nel 2019 parlare di antifascismo è fuori dal tempo. Adesso il rischio per chi vuole vivere una politica sana è a tutto tondo. C’è un gruppo di ragazzi di estrema sinistra di Ferrara che si sono beccati una denuncia per minacce a un personaggio politico locale…

Però adesso la domanda te la devo fare: la tua idea personale sul fascismo qual è?
Io sono una persona profondamente democratica e pertanto non posso accettare alcuna ideologia anti-democratica, qualunque essa sia. Sono una persona che opera in ambito istituzionale, non ho mai avuto un atteggiamento al di fuori delle righe, però è tutta la vita che mi devo scontrare con l’accusa di essere un fascista. Mi ricordo addirittura che quando ero alle scuole elementari un giorno tornai a casa chiedendo a mio papà “Papà ma noi siamo stupidi?” e lui mi disse “perchè dovremmo essere stupidi?” e io risposi “Oggi la maestra ha detto che quelli di destra sono tutti stupidi.” Questo è indice di una certa mentalità che non guarda l’avversario per quello che dice, fa o per quello che è il suo profilo istituzionale, come il mio caso penso sia impeccabile, ma cerca di ridurti in categorie che fanno comodo a loro, per addidarti o provare a zittirti o per trovare argomentazioni, qualcosa su cui appigliarsi. Per cui tutte le volte che mi hanno dato del fascista o hanno cercato di riportare il dibattito su questo tema, io ho risposto che la mia condotta, le mie azioni parlano per me. Sono nato, cresciuto e lavoro in un paese e in una città democratica.

Quindi ti dissoci?
Sono accuse ridicole.

Come vedi le amministrative di quest’anno? Ti stai preparando? A livello personale sarai coinvolto?
Io mi preparo già da mesi e mi ricandiderò. Essere consigliere comunale è stato il coronamento di un impegno politico che va avanti da 12 anni; è un esperienza bellissima che mi consente di aiutare in concreto i miei concittadini e di migliorare anche la posizione di questa città. Poterlo fare domani in una situazione in cui faccio parte della maggioranza sarebbe per me una soddisfazione personale immensa.

Anche tu ritieni che un cambio alla guida del governo locale sarebbe anche un indice di democrazia?
Il ricambio è un alternanza democratica ed è normale in tutti i sistemi moderni europei e occidentali, compresi gli Stati Uniti d’America. Il ricambio fa bene sia a chi vince sia a chi perde Credo che al Pd in questo momento serva una lezione di umità per imparare a riascoltare i proprio cittadini e a dialogare con l’opposizione, con chi non la pensa come te.

In ultimo, mi dici che significa per te essere di destra?
Essere di destra è, dal mio punto di vista, il valorizzare alcuni princìpi e alcuni valori della tradizione in una chiave moderna. Quindi essere tradizionalisti nei contenuti ma progressisti nei metodi. Io faccio riferimento ad alcuni valori che ormai sembrano dimenticati e che cerco di portare avanti in prima persona; l’amore per la patria, la valorizzazione dei giovani, il valore di poter vivere e studiare, far crescere la propria patria, il valore del nucleo familiare, la difesa dell’identità nazionale, l’idea di un Europa forte e dei popoli, e non quella della burocrazia e della banche. Essere di destra non è solo un insieme di valori ma, secondo me, è anche uno stile di vita, e io cerco di esserne esempio dai modi ai temi alle cose di cui parlo anche in prima persona.

Un giorno speri di essere sindaco di questa città?
Onestamente, non ho mai apprezzato le persone ambiziose, anche se dicono che le persone ambiziose sono quelle che in politica hanno successo. La mia più grande soddisfazione è quella di essere arrivato in consiglio comunale. Vorrei tornarci al prossimo mandato, poi si vedrà insomma, come si dice “vola basso, schiva i sassi”.

“Entri papa ed esci cardinale”
Esatto, io la vedo così.

FERRARA VERSO LE ELEZIONI
A cominciar dalla sicurezza

di Gaetano Sateriale

Anche a Ferrara, in vista delle prossime elezioni, emergono a sinistra, tra civiche e Pd diversi nomi, tutti rispettabili. Forse allora è il momento di aprire una discussione sui contenuti programmatici di ciascuno, in modo da valutare le candidature, verificare le possibili convergenze e le alleanze necessarie. Chi vota pentastellato pensa di sapere per cosa vota (giusto o sbagliato, reale o virtuale che sia il messaggio che arriva da Salvini o da Di Maio), chi vota a sinistra non lo sa ancora. E per amministrare una città non basta ostentare la propria opposizione al governo nazionale. E nemmeno, purtroppo, valorizzare quel che di buono si è fatto.

Chi segue la politica nazionale e locale, dice che alle prossime elezioni amministrative si vince o si perde sul tema della sicurezza. Se è vero, è giusto che si parta da qui. Con una precisazione (per altro già fatta): la distinzione tra sicurezza percepita e sicurezza reale è sbagliata. Se i cittadini che vanno a votare si sentono insicuri e tu ti limiti a dire, dati alla mano, che Ferrara è una città con bassa criminalità e che non c’è motivo per sentirsi insicuri, quei cittadini voteranno per la Lega. Quindi bisogna dare delle risposte, giuste, equilibrate, solidali, efficaci…, ma delle risposte che aumentino il senso di sicurezza, specie in una città anziana.

Siccome non tocca a me dare le risposte, comincio con qualche domanda. Intanto, dove sono finiti i “vigili di quartiere” e i “poliziotti di quartiere” di cui si parlava nei primi anni 2000? Ci sono ancora? E se, come sembra, non ci sono più, la loro eliminazione ha influito sulla sicurezza percepita? Io credo di sì…

Seconda domanda: e le circoscrizioni? Il luogo dove un cittadino ogni giorno poteva andare a segnalare qualche problema e qualche emergenza, è stato intelligente sopprimerle? Io credo di no.

Dice: cosa c’entrano i vigili e le circoscrizioni con la sicurezza? Se vigili e dipendenti comunali se ne stanno nei loro uffici, nulla. Se si limitano a controllare il rispetto (pur indispensabile) del codice stradale, nemmeno. Ma sono, dovrebbero essere, le braccia dell’amministrazione nei quartieri e nel territorio. Penso che dovremmo chiedergli di occuparsi anche di sicurezza (non solo stradale), di ascoltare e interrogare i cittadini. Quando, abbiamo messo un presidio di vigili urbani e una sede dell’assessorato alla sicurezza in un locale alla base del grattacielo (nel 2006, mi pare), la situazione è cambiata e la popolazione residente in quella zona ce ne ha dato atto.

So bene che il problema è più complesso e che non bastano i vigili urbani senza un accordo operativo con gli altri corpi di pubblica sicurezza, ma se il Comune si impegna in prima persona è più facile raggiungerlo l’accordo. Voglio essere provocatorio: un gippone dell’esercito davanti alla stazione non è in grado di cambiare la situazione sotto i portici di fronte o nei giardini del grattacielo. Un presidio H24, magari a rotazione, tra vigili urbani, polizia, carabinieri e finanza, insediato in uno dei negozi vuoti tra Piazzale della Stazione e Piazzale Castellina forse sì.

Conosco l’obiezione. Anche se riuscissimo ad allontanare gli spacciatori da lì, andrebbero poi in un altro quartiere a fare le stesse cose. Ma questa è un’obiezione incomprensibile per coloro che abitano nel GAD e hanno visto negli anni peggiorare le loro condizioni di vita e crollare il valore delle loro proprietà immobiliari. Risaniamo quel quartiere ed evitiamo, intervenendo per tempo, il degrado degli altri.

Azzardo un altro esempio di “interventismo”. In giro vediamo spesso i nostri bravi “gilet gialli”: gli ausiliari del traffico. Sono ragazzi che affiancano i vigili urbani, immagino dopo essere stati addestrati, per controllare il rispetto del codice da parte degli automobilisti: per far multa a chi parcheggia fuori dalle regole o senza pagare le tariffe di parcheggio, per intenderci. Perché allora, dopo averli addestrati, non mettiamo per strada anche degli “ausiliari alla sicurezza”? Dei ragazzi, magari non da soli, magari coordinati da un vigile urbano, magari collegati alla centrale di polizia o dei carabinieri, che percorrono in bicicletta o a piedi le strade dei quartieri a controllare che non vi siano rischi per le persone (a partire dagli anziani che vivono soli)? Certo se li facciamo girare tra le 10 del mattino e le 5 del pomeriggio, non conta nulla. Se li facciamo girare di notte, la cosa invece cambia radicalmente. Mi permetto di credere che sarebbe una risposta molto ben accolta dai cittadini. E persino partecipata dal punto di vista economico, se il motivo per cui non si è ancora realizzata è un motivo di scarsità di risorse.

Ultima considerazione. Io non credo che il popolo italiano sia improvvisamente diventato razzista. Ma una volta dicevamo che i problemi nascevano nelle città dove c’era il 10% di immigrati sulla popolazione residente. Ora sembra, senza che nessun governo abbia fatto nulla di significativo, che quel10%, soglia di allarme, sia diventata la media nazionale e quindi non possiamo sorprenderci se c’è un’emergenza nazionale. Ma chiediamoci una cosa: come mai la diffidenza (o il pregiudizio) scatta soprattutto verso gli africani (e non verso i cinesi, gli indiani, i pakistani, gli ucraini, ecc? La mia risposta è netta. Perché gli africani in genere non hanno un lavoro. Se è così, per superare i pregiudizi un lavoro dobbiamo trovarglielo. Penso, in questo caso, prima di tutto al verde pubblico, alla manutenzione urbana, a quelle attività che possono essere promosse da un Comune e dalle sue società di servizio. Insieme un investimento di giustizia e integrazione vera. Non è possibile né umanamente né politicamente che un giovane immigrato africano stia a Ferrara da 20 anni a vendere accendini nei ristoranti (o libri davanti alle librerie)… Oppure, come succede a Roma, che senso (sociale, culturale, politico, civico) ha vedere un ragazzo che spazza un marciapiede, che l’azienda municipale non pulisce, chiedendo 1 euro di elemosina ai passanti? È umiliante per lui e imperdonabile per noi.

Per dirla un po’ più in generale, con l’occhio anche all’attualità nazionale: certo i diritti delle persone, certo la libera circolazione, certo la solidarietà in mare, certo un’accoglienza dignitosa, certo la battaglia contro i muri e chi li sostiene. Ma la differenza sta nel processo di integrazione, non solo nell’accoglienza. Vogliamo che gli immigrati non siano un problema per la nostra sicurezza (reale o percepita che sia?) dobbiamo aiutarli a diventare cittadini pieni. Questo si fa con la scuola e il lavoro. Ma del tema del lavoro parleremo ancora alla prossima puntata…

1.segue – Ferrara verso le elezioni

#VocidalGad – Massimo Morini: “Fare le regole non basta, bisogna anche farle rispettare”

La quinta puntata di #VocidalGad ha come protagonista Massimo Morini, presidente dell’associazione “Comitato Zona Stadio” di Ferrara.

“L’associazione Comitato Zona Stadio – ricorda Morini – è nata nel 2013 e l’obbiettivo che si pone è quello della salvaguardia del quartiere in termini di riqualificazione, ampliamento delle relazioni interpersonali tra gli abitanti e quindi aumento della socialità. L’esigenza deriva dal fatto che l’associazione è nata in relazione a problematiche di quartiere molto rilevanti, sentite come tali dalla maggior parte dei cittadini, ma che in precedenza non avevano trovato una voce adeguata per portarle nelle sedi giuste”.

Quali sono queste problematiche?
Fondamentalmente sono lo spaccio, la prostituzione e il degrado che ne consegue. Tutto ciò è espressione di forme di microcriminalità nella zona Giardino, che proprio per questo oggi risulta diversa rispetto al passato.

In cosa è diversa?
Pure in passato c’erano fenomeni di microcriminalità, ma prettamente autoctoni e di dimensioni abbastanza gestibili dalle forze dell’ordine. La criminalità che si è sviluppata negli ultimi 10 anni, legata ai processi migratori, in termini quantitativi è molto più solida e organizzata. Questo rende la gestione difficoltosa. Noi come cittadini ci siamo resi conto del peso che ha questa microcriminalità nelle strade, nel senso che c’è un continuo via vai di spacciatori nell’area dello stadio oltre che nella zona del grattacielo, che propongono in maniera diffusa le loro droghe, creando ovviamente fastidio, paura, problematiche di sicurezza.

Anche il prezzo degli appartamenti è sceso drasticamente.
Questa è una conseguenza. Ovviamente nell’arco degli anni c’è stata una grande concentrazione di microcriminalità in quest’area più che nelle altre. Questo problema è sfuggito di mano, non per inerzia dell’amministrazione, ma proprio per la portata elevata.

Magari non ci si è resi subito conto dell’ampiezza del problema?
Diciamo che è stata sottovalutata e quindi l’ondata che ne è conseguita è stata dirompente anche per le normative stesse perché essendo una problematica di microcriminalità ha in sé molte pericolose implicazioni.

massimo-morini
Massimo Morini

Qualcuno però afferma che ci sia stato un abbandono del quartiere da parte dell’Amministrazione.
Dal mio punto di vista non c’è stata la necessaria attenzione, questo non è mai stato considerato un quartiere da sviluppare. La vicinanza alla stazione e la presenza dei grattacieli ha favorito la creazione di un’area di delinquenza e l’amministrazione, almeno fino al 2013, è stata poco attenta. Uno dei punti di forza della nostra associazione, in modo anche dirompente e innovativo, è stato quello di porsi in maniera critica ma collaborativa nei confronti degli amministratori, facendo presente, al di là della mera protesta e dell’evidenziare una problematica, il fatto che questo quartiere aveva bisogno di un intervento non solo delle forze dell’ordine ma anche dell’amministrazione stessa. Un intervento che fosse basato su una vera riqualificazione.

C’è stata una risposta positiva?
Posso dire che dal 2013 il quartiere Giardino è stato molto più ‘attenzionato’ dall’amministrazione, ci sono state tutta una serie di iniziative che sono state fatte, che hanno avuto una finalità di riqualificazione del quartiere in termini di partecipazione e di attività, perché se un quartiere muore da questo punto di vista viene ‘preso in carico’ dalla microcriminalità.

Però è dovuto venire anche l’esercito.
Una delle nostre proposte, essendoci confrontati con le forze dell’ordine, era quella di aumentare il presidio anche in termini numerici e l’esercito ha un significativo ruolo di aiuto. Le cose sono migliorate, ma i problemi non sono risolti. Però c’è un occhio in più.

Quindi in questi ultimi cinque anni è migliorata la situazione?
C’è stata una maggiore presa di coscienza del problema, Ma occorre fare di più, ad esempio dare maggior attenzione alle attività commerciali, e controllare al contempo quelle che sono al limite della legalità e che possono fingere da luoghi di spaccio. Occorre secondo noi anche dare più forza alla polizia municipale. Un’altra cosa che potrebbe fare l’amministrazione con maggiore sistematicità è verificare il rispetto delle normative. Porre per esempio termini restrittivi per la vendita degli alcolici non basta, bisogna vigilare sul rispetto.

Ti riferisci al “Regolamento di Polizia Urbana della città di Ferrara“?
Assolutamente si. Secondo il nostro punto di vista, non viene attuato in questo momento. Sarà per la mancanza di forze, per la mancanza di impegno, ma manca qualcosa. Si può e si deve fare assolutamente di più. Anche nel controllo degli appartamenti, poiché molti di questi affittati da italiani si sono scoperti essere luogo di spaccio e di deposito di droga, quindi capire le persone che ci stanno, in quanti ci stanno, tutta una serie di indagini approfondite che dovrebbero essere fatte partendo dal grattacielo fino a tutta l’area del quartiere Giardino.

Avete cercato un’integrazione, una possibile convivenza con le persone di altre etnie che abitano questo quartiere?
Abbiamo cercato di far si che il problema non fosse quello dell’italiano verso lo straniero o la persona di colore, ma di concentrare l’attenzione sui fenomeni dello spaccio e della criminalità, anche se chi lo fa ora per strada è nigeriano, ma ci sono altre etnie che gestiscono la droga in altre zone di Ferrara. Ci sono anche altre problematiche legate ai furti in casa e alle biciclette che sono gestiti da altre etnie.
Il problema dello spaccio è che l’offerta è legata alla domanda e a domandare sono i ferraresi… In ogni caso un punto è chiaro: chi sta qua deve rispettare le regole. Non ha importanza che sia di etnia nigeriana, scuro o chiaro, l’importante è che rispetti le regole,se no non può stare in questa città. Noi abbiamo cercato anche di collaborare con le associazioni straniere perché riteniamo che sia importante anche capirsi. Cito un esempio particolare che è emblematico: il primo incontro con l’associazione nigeriana è stato fatto nel quartiere Giardino, sotto casa mia, ed è andato male, perché c’era molta diffidenza da parte loro, su chi fossimo, su cosa volessimo, del perché facessimo certe cose. Successivamente gli incontri hanno fatto capire a queste persone che di fronte avevano altre persone che avevano voglia di costruire qualcosa di positivo.

Avevano paura in pratica?
Sì. C’era a suo tempo un sentimento di paura perché si sentivano, giustamente, aggrediti in quanto etnia, poiché una parte di loro delinqueva. Dico una parte perché ci sono nigeriani che sono persone assolutamente integrate, perbene. Per dire come c’è una diffidenza reciproca, noi verso loro e loro verso noi. Abbiamo cercato anche di comunicare con loro perché riteniamo importante far presente a loro il problema, perché se ne rendessero conto in maniera importante, in modo che anche loro isolassero, come facciamo noi con gli italiani, chi sbaglia, perché questo va contro anche a loro stessi, altrimenti ogni volta che si vede passare una persona di colore si dice ”ecco, è passato lo spaccino”, e non è così. Per questo dico che c’è bisogno di socializzazione, e noi con le nostre iniziative abbiamo cercato proprio di coinvolgere, comunicare, capire e conoscere tutti per affrontare i problemi a 360 gradi.
Siccome, però, è un problema grosso, da una parte ci sono le problematiche che devono essere gestite dalle forze dell’ordine e che sono di loro competenze, dall’altra parte un cittadino può anche lui fare qualcosa in qualche modo. È vero anche che ultimamente la situazione è molto difficile, c’è molta tensione ed i cittadini sono stanchi.

Aumenterà secondo te questa tensione con l’avvicinarsi delle elezioni?
Ma al di là delle elezioni, che è uno scontro politico e sicuramente ci saranno delle strumentalizzazioni di destra e di sinistra, come ci sono sempre state, è proprio il cittadino che è stanco di questa situazione.

Secondo te i media esagerano nel riportare il quartiere giardino o la zona Gad come un territorio conosciuta solo per la criminalità?
Diciamo che, come in tutte le cose, forse fa più notizia un fatto negativo che uno positivo. Il tentativo di indurre l’amministrazione a fare dei progetti, partendo dal riconoscimento dei problemi che i media denunciano puntualmente, è per riscattare la nomea del quartier che, avendo in sé la parola ‘giardino’, porta intrinseco il significato di un quartiere bello, residenziale, un quartiere che ha delle potenzialità, e che non può essere schiacciato dalla negatività dello spaccio, deve essere valorizzato nell’ottica della positività che ha. È ovvio che in questi anni il non-interessamento, lo spegnere le luci, le zone buie, hanno fatto avere un vantaggio a chi nel buio si trova bene rispetto a chi sta nella luce.
Un altro esempio  l’aiuola in ‘Giordano Bruno’: abbiamo cercato di appropriarci di una soluzione che aveva proposto il Comune, quella di gestire attraverso l’associazione, il verde e abbiamo pensato di fare un’aiuola di fiori, curata assieme ai bambini, quindi in collaborazione con la scuola, e con dei richiedenti asilo politico, dei ragazzi validi e in gamba, volenterosi, proprio perché riteniamo che sia importante anche far vedere il bello, perché il bello richiama il bello. Se tu in un giardino ci metti dei fiori, lo vivi,  magari le famiglie ci vanno, anziché andarci altre persone. Ma è un percorso duro e lungo.

I prossimi obbiettivi?
Il nostro prossimo obbiettivo è quello di mantenere sempre alto il livello di attenzione da parte dell’Amministrazione, perché comunque non deve terminare il percorso di iniziative che sono state fatte, ma riproporlo anche in maniera standardizzata. Ci è dispiaciuto perdere l’appuntamento del mercatino europeo perché era un’iniziativa importante, adesso abbiamo lo stadio, che speriamo sia fonte di riqualificazione positiva. Poi collaboriamo con le forze dell’ordine per favore un puntuale presidio nel quartiere.

foto di sandro abruzzese

Ferrara stanca e smemorata

di Giovanni Grappa

Ferrara città perfetta? Mica tanto. Piuttosto, città che si trascina, stanca ed estranea, distratta e smemorata. Così è dipinta in ‘CasaperCasa‘, l’ultimo romanzo di Sandro Abruzzese (Rubbettino Editore). Qui si esplora Ferrara, la provincia, il Delta, l’Emilia dei terremoti, il Polesine, in cerca di qualcosa di molto simile alla verità.
Il protagonista – Alessandro – è un insegnante in crisi nera per il fallimento del suo matrimonio, si è preso un anno sabbatico e vaga qua e là annotando quel che sente nel suo taccuino, su consiglio della psicologa. Tocca, annusa, ascolta, scruta, scrive e fotografa. La bocca ha un sapore amaro. Ne viene fuori un diario, un reportage ironico e malinconico, il documento di uno spirito stropicciato. Insieme all’amico ucraino – Giorgio Aggiustatutto – percorre strade, piazze, selciati e terre battute per scovare tracce di senso. Si aggira come una bestia ferita, vuole ritrovare la sua strada smarrita, visita il mondo che è in ogni luogo, e così si imbatte nei suoi spazi, nei suoi luoghi, nelle sue storie, nelle sue genti. Allora c’è gente che si ammazza, o che almeno ci prova. Ci sono gli zingari, i senzatetto col kebab fra i denti che rovistano nella spazzatura, i gitani autentici provvisti di tromba e fisarmonica ma sprovvisti di fascino esotico. C’è l’ex mercato ortofrutticolo con gli ambulanti arabi e i furgoni degli ucraini che consegnano cianfrusaglie ai connazionali. Capita il fallimento della banca cittadina, capitano gli affitti in nero. Capita lo striscione con la sagoma di un ragazzino ricciuto che si dice sia stato pestato dai poliziotti. C’è quel che rimane del Palazzo di vetro, c’è la Città del Fiume, c’è la zona Gad la stazione e il grattacielo, dall’alto del quale si può vedere che in fondo “è un pentagono venuto male, questa città”. Accadono i lavori in nero, i fuoribusta, lo sfruttamento dei nuovi arrivati, le imprese funebri che fanno gli sconticini.

Un momento di sollievo, le terre piane e d’acqua, i tramonti, l’ossigeno tormentato dell’Emilia paranoica dei Cccp, le luci della centrale elettrica, le donne sikh, il fascino di Micòl e dei Finzi Contini, cose belle e forse un po’ tristi, ma di nuovo la realtà – o la parte più rinsecchita di essa – prende il sopravvento, ed ecco persone vestite di verde che portano bandiere bianche con una specie di foglia di Marijuana al centro, sindaci contro certe unioni civili, tizi rasati con una bandiera nera e fiamma al centro. Ecco le barricate contro i profughi, tra barche e vongole. E poi, strani figuri che parlano di onore e libertà, a modo loro. Ecco il Quadrante Est e i suoi rifiuti tossici. Le farneticazioni dei vescovi, la gioia dell’imprenditore che viene a sapere del terremoto dell’Aquila, e poi i quartieri di container.
Bizzarra, la realtà! “Eh sì, proprio un bel siparietto”, potrebbe commentare Alessandro, “uno scherzetto tutto da ridere”.
Ma si può parlare davvero della realtà, in un libro? Come osserva candidamente Giorgio Aggiustatutto, “No solo libro parla di gente, pure vitadigente parladigente, no?”

Siamo al solito dilemma: scrivere, o vivere? Abruzzese prova a scrivere della vita, e lo fa con la forza di chi non ha voglia di aderire alle cose così come stanno, allora cammina tra i vicoli, guarda e parla, tra un sorriso ironico e il mal di stomaco, mezzo Céline mezzo Celati. Lotta tra pesantezza del mondo e leggerezza del pensiero che prova a liberarsi del pensiero, che fa fatica a dimenticare il passato. Perché il passato è difficile da dimenticare. Eppure c’è ancora chi ha il talento di dimenticare il 1943, e la sua notte.
Qualcuno, leggendo il bel libro di Abruzzese, potrebbe commentare: “Allora, se le cose per lui stanno così, perché non se ne torna da dove è venuto, in Irpinia, là sui monti, tra pecore e castagne?”.
A qualcun altro invece potrebbe venire una dannata voglia di uscire per strada e girare, magari casa per casa, cercando di dare forma e nome alle cose. Sforzandosi di aderire il meno possibile a quello che accade, a quello che c’è, a quello che capita, perché se è vero che l’uomo è una canaglia che si abitua a tutto, è anche possibile che sia giunto molto molto vicino al limite.

Domenica 16 dicembre Sandro Abruzzese sarà a Ferrara off ospite della rassegna ‘Tradire Bassani’

Elezioni, da Trump a Ferrara. Daniele Lugli: “Spero che la città si salvi da pericolose derive”

Daniele Lugli, figura di spicco del panorama culturale ferrarese, confida le sue preoccupazioni sul futuro politico di questa città e della nazione intera. Per i pochi che non lo conoscessero, basti sapere che sin da giovanissimo aderì alle idee di Aldo Capitini e partecipó alla creazione, nel 1962, del Movimento Nonviolento, del quale è stato presidente tra il 1996 al 2010. È stato anche funzionario pubblico, assessore alla pubblica istruzione a Codigoro e Ferrara, docente universitario, sindacalista e difensore civico della Regione Emilia Romagna tra il 2008 e il 2013. In poche parole un uomo impegnato nel sociale ed esperto di cambiamenti nella società.

Come vedi la situazione politica generale in Italia?
È difficile marcare i confini della situazione italiana attuale, perché è fortemente collegata a una situazione internazionale. La svolta che si è manifestata nelle ultime elezioni, che in qualche modo covava da tempo, ha radici piuttosto profonde e in modi diversi, ma non contrastanti, si è verificata in America con l’elezione di Trump: esponente della destra reazionaria sostenuto dal ceto popolare, da una classe impoverita e da persone emarginate che si sentono minacciate dalla presenza dell’immigrato. Questo è un trend che abbiamo visto, non solo in Italia, in modo evidente, ma in paesi che ne sembravano esenti, per esempio la Svezia con l’affermarsi di un partito filo-nazista. A me sembra che si tratti di un processo che ha radici lontane e che non è destinato a fermarsi subito. È un trend a mio avviso preoccupante, perché riesce a far confluire le preoccupazioni e le difficoltà di ceti popolari e di una media classe impoverita e a trovare un bersaglio semplice e comodo che sostanzialmente è costituito dall’immigrazione o addirittura da una frazione di questa, cioè i richiedenti asilo. Quasi ci si è dimenticati del resto degli immigrati che ci sono, che lavorano, che trovano una collocazione, con una spiccata tendenza a concentrare l’attenzione per quello che riguarda la migrazione africana, quella subsahariana o, diciamo meglio, i ‘negri’, perché è questo l’elemento che viene portato con molta forza.

Ci sono motivi diversi dal razzismo o è solo questo il problema?
Che i motivi siano diversi dal razzismo lo penso anch’io, ci sono degli aspetti che sono stati anche colpevolmente trascurati da chi ha governato fino a ora. C’è stata un’alternanza dei governi di centro-destra e centro-sinistra, ma il tema dell’immigrazione non è stato affrontato seriamente né a livello nazionale né a livello europeo. Questa penso sia una grossa colpa dei nostri governi di non essersi imposti nelle sedi dove poteva essere affrontato tale problema.
La gente che arriva qui, viene in Italia perché è qui che sbarca, oppure in Spagna o in Grecia. In realtà, però, sta cercando di andare in centro-nord Europa, tant’è che non vuole fermarsi e imparare l’italiano perché gli interessa più tenersi ‘sveglio’ l’inglese per andarsene, quindi in realtà il nostro Stivale è un punto d’approdo. Se l’Europa è la meta, è lei che deve porsi il problema ed è lei che ha gli strumenti per affrontarlo. L’Ue non sta facendo niente di quello sta scritto nei suoi documenti, quindi oltre a contraddire la carta dei diritti europei, ha dei comportamenti che vanno contro all’Atto Unico, che parla in tutti altri termini di come ci si comporta con l’immigrato. È vero che questo ha avuto un andamento più forte e meno regolare di quello che era previsto, però ciò ha fatto saltare ogni idea e ogni modello di immigrazione.

C’è anche una sorta di ipocrisia da parte della Ue? Penso a Macron che da una parte bacchetta l’Italia e dall’altra non fa approdare l’Aquarius.
Non c’è nessun dubbio anche su questo. Anche chi fa un discorso apparentemente di apertura, in realtà poi, dato che i voti li prendi nel tuo Paese, rassicura sempre sul fatto che lui non è in grado di accogliere altri migranti.
Da questo punto di vista credo che anche l’Italia abbia le sue colpe, ha avuto il tempo per affrontare questo tema e non trovarsi a improvvisare, anche perché aveva l’esperienza degli altri Paesi, non ha saputo tirare fuori il meglio delle pratiche degli altri e non ha saputo tracciare una linea propria. Non voglio dire con ciò che sia facile, perché abbiamo visto Paesi che hanno a che fare con questo tema da più tempo, come l’Inghilterra o la Francia, non essere grandissimi esempi. Oppure l’America, un paese che è costituito tutto sull’immigrazione, che pensa di fare un muro con il Messico, e il consiglio geniale che ha dato Trump alla Spagna è di ”fare un bel muro nel Sahara cosi avrete risolto il problema”.

Come giudichi l’operato del governo italiano?
Devo dire che il livello è bassissimo. Trovo che sia bassissimo il livello del nostro governo, come bassissima è l’opposizione, che teoricamente dovrebbe esserci. Si è riusciti a mettere insieme il peggio, cioè un improvvisazione e un indignazione populista incarnata dai 5Stelle con un riflesso, non dico neanche fascista, forse un po’ peggio. Siamo a un livello per il quale è possibile il razzismo più bieco vestito da sicurezza per gli italiani, mentre viene seriamente messa in pericolo proprio da queste politiche. Quindi da questo punto di vista non ho una grande fiducia nel quadro generale. Credo che sia stata sottovalutata questa situazione, e questo vale anche per Ferrara, la cui condizione è una conseguenza del quadro nazionale secondo me.

A proposito di Ferrara, questa situazione potrebbe avere colpevoli a livello amministrativo, magari anche solo mancanze da parte del Comune?
Onestamente non mi sento di dire che sono state commesse delle omissioni così gravi che spieghino l’andamento ferrarese, sennò avremmo Ferrara messa così e altri posti messi diversamente, invece credo che ci sia un trend generale e alcuni aspetti che forse hanno colpito di più Ferrara. Penso alla crisi della Carife, che era un simbolo della città. Quindi c’è una sfiducia che ha colpito a vari livelli e una sottovalutazione di processi che andavano avanti.

Questa ‘sottovalutazione’ ha creato il ‘fenomeno Gad’?
Una volta non si diceva ‘Gad’ ma ‘grattacielo’, perché fisicamente si intendeva una parte ristretta della città. Gad indica addirittura tre quartieri, è esagerato, poiché sono tre quartieri che non hanno né gli stessi problemi né lo stesso modo di vivere la quotidianità. C’è comunque stata una sottovalutazione di sofferenze della popolazione residente di classe media, come per esempio una persona che ha comprato un appartamento in quella zona e che sa che se lo rivendesse prenderebbe la metà dei soldi che ha investito. Se gli si dice che la colpa di questo degrado è di chi arriva qui in Italia come immigrato, è naturale che sia contento se gli propongono di toglierli tutti. Senza pensare al perché siano venuti, a chi ci ha guadagnato, come mai siano concentrati lì, quali speculazioni ci siano. Poi c’è, invece, la fascia di quelle persone che magari sono lì che aspettano un appartamento da anni e gli passa davanti nelle graduatorie una signora tunisina con quattro figli, quindi concorre con loro per un bene scarso, è una guerra tra poveri. Tutto questo investe anche fasce della popolazione che non erano abituate a ritenersi povere e che quindi sono alla ricerca di un colpevole. Naturalmente è più faticoso cercarlo nella finanza senza alcuna regola, in un’economia che detta i compiti alla politica, per cui la politica deve essere la migliore esecutrice di compiti dettati da altri. In fondo il torto del centro-sinistra è stato dire ”io sono più bravo del centro-destra a fare quello che mi dicono i mercati”. È passata l’idea di un neo-liberismo, così lo chiamano, in cui è il mercato che deve avere l’ultima parola.

Il mercato regola oramai la vita di tutti i giorni.
Questo vuol dire buttare via tutto quello che si è fatto come Democrazia: la Costituzione, la Carta dell’Onu, la Carta dei Diritti dell’Uomo, la Carta dei Diritti dell’Unione Europea. E’ il diritto che dovrebbe regolare la nostra vita. È difficile prendersela con i fondi finanziari che decidono gli spostamenti del capitale che si muove con un click, oppure con quelli che in questa crisi si sono arricchiti in modo smodato. Le disuguaglianze sono assolutamente cresciute e le persone invece di guardare alla disuguaglianza, guardano a chi si insidia nel posto che gli è più vicino. Non si pongono il problema dell’uguaglianza, che prima era un progetto, come per esempio la scuola che è libera per tutti, la sanità, l’assistenza. Quando il pubblico diventa un’estensione del privato, perdi la dimensione di comunità. In questo senso è la sinistra che ci perde, e per sinistra si intende quella alla quale si ascrive l’idea che l’uguaglianza è importante, anche se non dovrebbe essere un problema solo della sinistra. Noi abbiamo una Costituzione che dice delle cose, e questa gente che giura fedeltà alla Costituzione fa l’esatto contrario. Non fa una cosa ‘leggermente diversa’ ma marcia decisamente contro e quindi in questo senso la situazione è preoccupante.

E a livello locale?
A livello locale, invece, secondo me non c’è stata abbastanza attenzione nel perseguire delle cose sulle quali si costituisce il nostro orgoglio, come la scuola. Vedo che a partire dai nidi, dalle materne e le elementari, è una delle istituzioni che bene o male sta accogliendo meglio i ‘nuovi’ cittadini. Con tanta fatica, perché i progetti non si improvvisano, però è un luogo dove esiste una convivenza, dove semmai c’è da ‘intrecciare’ meglio i genitori, che sono normalmente più restii dei loro bambini, per non parlare dei nonni, che evidentemente fanno molta fatica a vedere un mutamento. Diverso è per i ragazzi che stanno assieme, che hanno uno scambio: trovano punti in comune. Quindi la scuola sta facendo abbastanza il suo dovere nella nostra realtà, e so che il Comune la sostiene aldilà di quelli che sono i suoi compiti specifici, però fa molta fatica a farlo. E in questa fatica che fa, a volte, l’aspetto dell’uguaglianza viene meno di fronte al fatto che comunque deve funzionare.

L’anno prossimo, però, le elezioni, più che sulla scuola, si giocheranno sulla questione Gad.
Più che sul Gad si giocheranno sull’emergenza immigrati, e chi dimostra di avere la voce più dura per risolvere il problema vincerà. Il comune di Ferrara è molto ampio, per cui ci sono posti che non hanno avuto presenze di immigrazione, però il problema viene sentito come se fosse lì. Questo vuol dire che è riuscita a passare un’immagine, e un immaginario, che ha il suo peso. Sono sicuro che questo è un tema vero e io non ho ricette, se non dire che per troppo tempo si è trascurata una vicenda quando questa era ancora gestibile.

Fino a qualche anno fa, quindi, non c’era un problema legato ai migranti?
Ricordo che dei rifugiati a Ferrara non si parlava se non una volta all’anno perché c’era il giorno del rifugiato. Il problema era piccolo, ma le caratteristiche c’erano già. Mi ricordo che chiedevo come fare con queste persone, le quali non potevano lavorare e non avevano una risposta sull’accettazione di asilo in breve tempo; non è pensabile che la gente resti a ‘mezza cottura’ in questo modo. Si avevano risposte del tutto inconcludenti, mentre era evidente che le prime azioni da fare erano chiedere ai giovani che arrivavano: “vuoi stare qui? Allora impari la nostra lingua, ti diamo un lavoro anche se non è quello che volevi, altrimenti vai da un altra parte”. Non posso pensare che se sono in pochi si può mantenere una situazione che quando diviene troppo grande, diventa ingestibile. Poi si amministrano i rifugiati in modi diversi e del tutto casuali, per esempio se sei nel Cas ci pensa il Prefetto, se sei nello Sprar vuol dire che sono i Comuni che ci pensano. Quindi c’è una difficoltà di lettura, sia per chi gestisce il problema sia per chi arriva. C’è da dire che preferisco questo invece che la gente presa e bastonata come in Libia, però mi rendo conto che non può essere una cosa che andrà avanti in questo modo. Quindi quello che penso è che andrebbero valorizzate tutte quelle occasioni nelle quali i giovani che arrivano si trovano con i giovani che son già qui a fare progetti insieme.

Come il ‘FEsta In Pace’?
Si, anche se è troppo superficiale. Ci sono stato, mi fa piacere e sono contento che si faccia. Penso che dovrebbero esserci delle cooperative fatte assieme dai giovani immigrati e dai giovani ferraresi, perché sono entrambi senza lavoro. Per esempio il servizio civile, che si è proclamato ‘universale’ anche se con meno fondi, è il modo in cui i giovani fanno un’esperienza assieme di un anno di lavoro serio.

Molti vorrebbero risolvere questa situazione, ma sembra non ci sia soluzione.
Qui si tratta di azioni che si promettono ma non si fanno, e non è nemmeno colpa del comune di Ferrara, che al massimo può darti la Costituzione quando compi 18 anni, perché deve passare lo Ius Soli, altrimenti non diventi cittadino neanche se sei nato e hai studiato qui. Questa è una cosa semplicemente infame. È un modo di legiferare di carattere razzista, si stabiliscono delle gerarchie per cui ci sono dei ‘cittadini’ e dei ‘non cittadini’ che stanno sullo stesso territorio. È una cosa che noi italiani non eravamo abituati ad avere dai tempi del fascismo; ottanta anni dopo le leggi razziali siamo a questo punto. È un aspetto gravissimo, perché entra poi nel senso comune delle persone. Per cui una persona dice “rimpatrio 100 persone”, poi non rimpatria per niente, ma fa lo stesso perché intanto l’ha detto, e anche se i ‘cattivi’ e i ‘buonisti’ non li hanno fatti rimpatriare, ‘lui’ quello ‘buono’ li voleva portare via. Oppure quando si dice “portali a casa tua” a me viene voglia di rispondere “continui a dire prima gli italiani? Dici che un quarto degli italiani è tra povertà assoluta e povertà relativa e sono in seria difficoltà? Perché, allora, non te li porti a casa tua?” Perché devo portarmi a casa mia gli immigrati? Porta a casa tua gli italiani prima. Queste modalità hanno il torto di degradare il livello dei discorsi e questo è avvenuto anche nella nostra città.

Chi sono i colpevoli di questo degrado del confronto?
A livello locale non mi sento di dare colpe, abbiamo un sindaco che è una persona perbene, competente, che fa il sindaco perché crede che sia bene fare il sindaco. Certo, ci sono una serie di scelte politiche con cui non sono d’accordo.
Noi abbiamo le elezioni, e secondo me è importante per chi andrà a votare avere in mente che sta votando per il suo Comune, ma che negli stessi giorni voterà anche per l’Europa. E lì si tratta di capire se di fronte ai problemi complessi che ci sono, la risposta scelta sarà avere un Europa più forte e più unita o invece andare verso la disgregazione. Io non ho dubbi sulla prima scelta, poi possono farmi tutte le critiche del mondo nei confronti dell’Europa. L’Unione europea, con tutti i suoi difetti, è stata la ‘causa’ che ha tenuto lontana la guerra dal nostro continente. Questo vuol dire che con tutti i suoi limiti, rappresenta un luogo dove i diritti, seppur risicati, ancora ci sono, sono riconosciuti. Ecco perché, per me, bisognerebbe capire che cosa è in ballo in queste elezioni. A Ferrara, secondo me, è il fatto di non essere governati da incompetenti con tendenze criminali, è il rischio che c’è. Bisogna capire che a Ferrara va preservata una condizione di convivenza e di decenza che, tutto sommato, è invidiabile nel complesso, poiché se uno guarda non mi sembra sia una città invivibile. E bisogna capire che in Europa, quando i problemi sono complessi, bisogna dare delle risposte complesse. Certo, possono soddisfare la gente dicendo “ci penso io”, ma non c’è niente di facile. C’è stata l’arroganza da parte del centro-sinistra di pensare che ci fossero colpi che risolvessero i problemi, per esempio il 40% alle europee o il cambiare la Costituzione. Non si fa così se si vuole cambiare davvero. Nella semplificazione non possono che vincere delle tesi reazionarie.

In tutto questo il ‘Movimento Nonviolento’ come si colloca? Se dovessi fare un raffronto politico penserei al Partito Radicale.
Io non sono radicale, e sono stato contrario a ogni tipo di identificazione e avvicinamento al Partito Radicale. Gli riconosco alcuni meriti, come quello dei diritti civili, la battaglia sull’obiezione di coscienza, ma non ho nessun tipo di affiliazione né di vicinanza. Non mi ci sono mai riconosciuto.
Il Movimento l’ha costituito Capitini dopo la ‘Marcia della pace’ nel 1961. Io ero lì con lui nel 1962, poi Capitini è morto, nel 1968, e io sono stato per molti anni presidente, mentre adesso c’è Mauro Valpiana che è anche il direttore di ‘Azione Nonviolenta‘. È un movimento, quindi, che si tiene lontano dall’affiliazione di partiti, poi le persone fanno le scelte che fanno, come me, ma sempre da indipendente, proprio perché il Movimento è convinto che occorra qualcosa di diverso dai partiti e che ci siano delle priorità: la prima è quella di opporsi alla guerra in tutti i modi, e nessuno dei partiti ha mantenuto questa posizione, anche perché siamo molto legati all’articolo 11 della Costituzione che dice “l’Italia ripudia la guerra”. Il Movimento non violento viene da Ghandi, da Luter King, è un piccolo movimento, ma collegato a delle correnti profonde di pacifismo radicale. C’è un movimento di giustizia e di eguaglianza che nei radicali manca. Ho molta stima per Emma Bonino, Marco Pannella lo conoscevo da quando ero ragazzo, però questa sensibilità, ai problemi sociali, nei Radicali è carente, non a caso è una formazione che è nella sinistra liberale. Invece penso che oggi il dato dell’essere o non essere povero, del fatto che si va indietro invece che avanti e la diseguaglianza sociale sono i problemi assoluti. E la diseguaglianza è un problema che se non viene visto e affrontato, produrrà il risultato che si darà un calcio a chi è sotto di te per paura che prenda quello che tu hai. Mors tua, vita mea.
Il Movimento Nonviolento è preoccupato di questo. Capitini dava questa definizione: “La non-violenza è apertura, ed è apertura all’esistenza dell’altro”, anzi addirittura diceva “del vivente”, difatti non mangiava neanche la carne. Quindi l’apertura all’esistenza dell’uomo in primo luogo, ma più in generale all’esistenza, alla libertà; quindi c’è anche l’idea che l’altro ha diritto di esistere e di essere libero, e già oggi noi, di fronte a una serie di figure, diciamo che non esiste il diritto di esistere. Se dico che sei clandestino, dico che sei illegale, che sei una non-persona, quindi non hai il diritto di esistere o di esistere qui perlomeno.

Sarebbe in pericolo la libertà quindi?
La libertà c’è solo se c’è libertà per tutti, sennò vuol dire che ci sono dei servi e dei padroni. Quindi chi non pensa alla libertà dell’altro, vuole un mondo di servi e padroni. Noi siamo contrari a questa idea. Oltre alla libertà e al diritto di esistere, c’è anche il diritto allo sviluppo dell’altro, cioè il diritto di tirare fuori tutte le risorse che una persona ha. Non pensiamo allo sviluppo economico del diventare più forti e più potenti, ma ad uno sviluppo umano in cui i bisogni fondamentali vengano affrontati e forse c’è bisogno di una vita più sobria. Da questo viene l’attenzione alla natura e ai temi dell’ambiente.
Il Movimento NonViolento, per me, quindi, è fonte d’ispirazione anche nella realtà locale, cioè dire che vanno fatti quei gesti che permettono di costruire solidarietà tra le persone, non solo con delle predicazioni. Ecco perché è importante che a Ferrara ci siano delle persone che si prendono la briga di fare il tutore di minori stranieri non accompagnati, che accanto a chi di mestiere li accoglie ci sia gente che volontariamente si prenda o ragazzi in casa oppure fare l’adulto di riferimento, che per il minore straniero vuol dire avere una figura di riferimento con la quale confrontarsi, invece di essere un numero la cui tutela dipende dalle istituzioni.

Si può essere ‘pacifisti a oltranza’?
Nei casi concreti è sempre difficile capire, si dice “quando c’era Hitler si doveva pregare o bisognava combattere”, e via dicendo. La risposta è: la stragrande maggioranza degli italiani erano diventati fascisti, quindi potevano fare a meno di esserlo. Non è che venuto un marziano a far diventare fascisti gli italiani, c’è stata una conversione. Oggi la gente che il giorno prima votava Pd, ora vota Lega. Ti faccio un esempio: quando è morto Federico Aldrovandi è stato fatto un corso di formazione dove c’erano la polizia, i carabinieri, gli assistenti sociali, i volontariato che vanno in giro. Perché si è fatto? Per dire che c’è un bisogno da parte degli operatori di conoscere come opera quello a fianco, perché c’è bisogno di collaborazione. Se penso che un giovane è fuori di testa, non penso di curarlo a colpi di manganello, ma chiamo il pronto soccorso psichiatrico. Ho la consapevolezza di quello che posso fare io e di quello che posso fare in più sapendo che sono collegato ad altri. Questo modo vuol dire avere degli operatori che hanno questa responsabilità, non come quelli che battono le mani a chi ha massacrato Aldrovandi, o chi ha l’idea che la polizia possa agire attraverso la tortura.
Dentro a un atteggiamento di destra c’è anche una svalutazione completa del ruolo delle persone, delle loro qualità.

Cos’è, per te, la ‘Marcia della Pace’?
La prima marcia della pace c’è stata nel 1961 e l’ha fatta Capitini ed è stata la marcia per la fratellanza tra i popoli. Penso che la Perugia-Assisi sia particolarmente importante nella situazione attuale perché spero che rappresenti in qualche modo la risposta non solamente individuale, ma corale alle parole che vengono dette, come l’idea che bisogna costituire muri tra noi e gli altri e se possibile buttarli fuori. I bisogna capire che, con tanta difficoltà, la strada è un’altra. Se uno pensa di fermare le immigrazioni e le emigrazioni attraverso la violenza, vuol dire che sta programmando filo spinato e campi, e non ce la farà, però in compenso farà patire molto, perché nessuno può fermare questa onda. Vanno via più giovani italiani di quanti ne entrino. Abbiamo visto in passato con quanta facilità siano state accolte le leggi razziali a Ferrara, che aveva un podestà ebreo. Non hanno fatto nessuna impressione. Pochissimi si sono dati da fare, perché ciascuno ci ha visto un pezzo di interesse. .

La legge sull’immigrazione del governo Lega-5Stelle rischia di peggiorare la situazione?
Si, ci sarà un sistema con meno controlli.
Quando ho fatto per 5 anni il difensore civico della Regione, cioè quello che tutela i cittadini nei confronti delle amministrazioni, sono stato al centro di identificazione e di espulsione a Bologna, ed è una cosa assolutamente demenziale. Persone messe là dentro con l’esercito fuori, con i centri sociali che ogni tanto andavano a fare confusione. Ognuno ‘recitava’ la sua parte. Quelli facevano gli ‘sbirri’, noi facevamo i ‘rivoluzionari’, e quelli là dentro si arrangiavano. A volte dicevano “dobbiamo metterne dentro altri 30, mettine fuori 30”, ma quali? Li mettevano fuori punto e basta. Questo è il modo di funzionare di un centro. Avremo sempre più situazioni fatte così, e sappiamo cosa vuol dire, cioè avere pezzi di territorio e di persone che sono fuori dalla legge comune.

Si rischia la ghettizzazione e una conseguente radicalizzazione?
Un ragazzo che fa la trafila qua e vede che è respinto in ogni modo, il minimo che può fare è dire “io sono capace, ve la faccio pagare”. Noi stiamo allevando tutto questo in questa mancanza di integrazione. Poi ci sarà chi è contento, chi venderà più armi ecc.. Noi abbiamo questa vergogna, ne scrissi anche che in Italia ci sono troppe poche sparatorie, in America sì che sono avanti! Ci sono “solo” 400 morti all’anno, rispetto all’800 dove i morti erano quattromila, eppure si sente dire sempre “adesso non c’è più sicurezza”, non è vero niente. Però non serve a niente dirlo, come per esempio chi dice del Gad, ma non c’è stato neanche cinque minuti.

Però un problema di delinquenza in Gad, soprattutto in zona ‘Giardino’ esiste.
Certo. Se io sono lì vedo. Se si fosse fatto un ragionamento per tempo si sarebbe potuto intervenire.
Il Comune si è inventato il ‘Centro di mediazione‘ che alcune attività le ha anche fatte, però secondo me sono arrivati tardi. Ogni volta non si è attenti a dove stanno i problemi e chi è che ha in mano le chiavi per risolverli. E dove stanno i problemi ci si è messo tanto tempo per capirlo. Per esempio: Grattacielo, qui ci sono tutte le nazionalità, ma non ci sono cinesi. Dodici anni fa, invece, nella prima statistica risultavano primi i cinesi. Il problema è cosa vedi e cosa non vedi. Poi anche questa storia della percezione, in molti casi è vera, perché se ti porto i dati sul tema sicurezza vedi che non è come sembra.

Molti dicono che a essere calate siano le denunce più che i reati.
È vero, ma questo riguarda lo scippo, i piccoli furti. Ormai chi denuncia più una bicicletta? Io ho perso il conto di quante me ne hanno portate via, ormai giro a piedi.
Quindi bisogna guardare dentro le cose, ma prendere per buone le percezioni. Io faccio sempre questo esempio quando dicono ‘percepito’ e ‘realtà’: è come col terremoto, c’è la Scala Richter, che ti dice la magnitudo, e poi c’è la Scala Mercalli che è basata sui danni subiti. Tu ‘percepisci’ solo la seconda.
Se io ho paura, quindi, è un fatto reale, non è percezione. I nostri amici del Centro di mediazione hanno provato a lavorare su questa situazione al Grattacielo, hanno fatto un’inchiesta sulle paure della gente che abita lì, sia rivolta agli immigrati che ai cittadini.
Hanno avuto difficoltà perché quel po’ di organizzazione che c’era nel quartiere ha detto “no, noi non siamo interessati a diffondere, perché tanto lo sappiamo che lo usate per altri fini”, c’era cioè l’idea che non fosse una ricerca scientifica. Invece era una cosa intelligente e seria perché partiva dall’idea: “viviamo nella stessa condizione, confrontiamoci su questo: di cosa abbiamo paura?” Era un’occasione di scambio e invece hanno toccato una percentuale di intervistati molto bassa perché molti dei residenti hanno detto “no a quelli lì non rispondiamo perché dopo loro danno quelle interviste alla Sapigni, a Tagliani ecc..”

Come vedi il futuro di Ferrara e dell’Italia intera?
Onestamente confido che non ci sia un risultato disastroso alle elezioni europee. Nel senso che ho in mente un quadro globale in cui quello che avviene qui è legato al resto, come dire che viene freddo perché arriva il vento dal Nord, quindi posso anche cercare di accendere il riscaldamento, ma il freddo arriva lo stesso. A Ferrara io sarei molto contento se si tirasse fuori l’energia per darsi una risposta decente a una situazione davvero pericolosa, che avesse una capacità di non settarismo, ho l’impressione che ci siano proposte di aggregazione.

La destra quando è alle strette dice che il ricambio è simbolo di democrazia…
Io sono favorevole al ricambio, preferirei che ci fossero partiti che assomigliassero al disegno istituzionale, dove uno è più socialista e l’altro liberale. Un’alternanza tra chi ha cercato di arroccarsi su posizioni di potere anche in modo arrogante, legato alla peggiore tradizione democristiana e comunista, e chi ha forme che ricordano lo squadrismo, mi sembra non sia un gran ricambio.

#VocidalGad – Alberto Ferretti: “Ormai ‘Gad’ è l’intera Ferrara”

Ferraraitalia è un quotidiano libero e indipendente. Significa che, pur avendo un orientamento e una linea editoriale laica e progressista, pur aderendo con convinzione ai principi della nostra Costituzione, pur rigettando ogni forma di razzismo e di pratica violenta, ferraraitalia deve e vuole dare spazio a tutte le opinioni, anche a quelle che non condivide. Se non lo facesse, addio libertà di parola e di informazione. Nell’intervista che qui sotto pubblichiamo, il presidente degli ‘Insorgenti’ Alberto Ferretti dà conto dei suoi trascorsi di destra, palesa una vena nostalgica (“se ci fosse il fascismo in una settimana il problema sarebbe risolto”) e attacca a tutto campo il Governo locale, i partiti della Sinistra, la polizia comunale, la Chiesa… e naturalmente gli immigrati (“In Italia chi rimane? Quelli che non hanno buone intenzioni, perché si delinque egregiamente”). Di queste affermazioni, ben lontane dal sentire di questo quotidiano, l’intervistato si assume la paternità e la responsabilità. Ferraraitalia si limita a registrarle, credendo giusto – in questa occasione e come sempre – offrire ai suoi lettori un’informazione improntata al criterio della completezza.
La redazione

 

La quarta puntata di #VocidalGad vede come protagonista Alberto Ferretti, presidente dell’associazione “Insorgenti” di Ferrara, molto attivi nella zona Gad.

Ci spieghi chi sono gli ‘Insorgenti’?
L’Associazione Insorgenti è nata nel 2013, all’epoca della protesta dei forconi che prese piede in tutta Italia. Qui a Ferrara ricordo che andai ad una riunione in piazza il 19 Dicembre. Siccome era una manifestazione trasversale e apartitica, sono andato a vedere perché mi interessa quello che succede nella mia città.
In un paio di giorni abbiamo delineato delle linee guida per muoverci, non c’era un’organizzazione vera e propria. Io avevo fatto politica per alcuni anni e avevo un po’ di esperienza più degli altri. Nel giro di una settimana abbiamo fatto una serie di iniziative e una manifestazione sotto Equitalia, perché all’epoca era un argomento molto sentito, ed ho organizzato una manifestazione che facesse il giro della città, che è diventata la più grande manifestazione che si fosse vista negli ultimi decenni. Parteciparono più di 400 persone da Ferrara e dintorni. Il giorno prima della manifestazione, il Governo convocò gli autostrasportatori, i quali erano una della parti in gioco, e li comprò, semplicemente, e quindi si chiamarono fuori dal gioco.

Il giorno stesso i giornalisti ebbero ovviamente da ridire ed io risposi: ”noi non siamo i forconi, siamo insorgenti” e da lì nacque tutto, rifacendomi ad alcuni miei studi storici sulle insorgenze, dove il popolo si stanca di quello che sta succedendo e non essendoci altri riferimenti ai quali affidarsi, autonomamente prende in mano la situazione e insorge.

Abbiamo presentato gli Insorgenti, ora parliamo di Alberto Ferretti.
La mia storia diciamo che è segnata, perché mio padre era un esponente dell’Msi, uno dei fondatori del Movimento Sociale a Ferrara. Faceva politica, è stato in consiglio comunale, provinciale, ed è stato anche presidente della ‘Circoscrizione Centro’. Di conseguenza a casa mia si respirava politica tutti i giorni, ed io sono sempre cresciuto con i valori della destra sociale. Sono stato in Polizia, ho fatto il militare, per cui non ho mai fatto politica attiva nei partiti fino ad un certo periodo. Dopo alcuni anni, nei primissimi anni ’90, mi sono congedato ed il primo partito al quale mi sono iscritto è stata la Lega. Mi piacevano perché erano nazional-popolari, insorgenti, avevano delle belle idee, infatti nel giro di poco tempo fecero un boom.

Son rimasto dentro per pochi anni, poiché le dinamiche interne dei partiti non mi sono mai piaciute più di tanto. I partiti tendono ad acquisire consensi per partecipare alle elezioni, e finite le elezioni spariscono, dimenticandosi delle promesse fatte.

Dopo l’esperienza della Lega mi sono rimesso in gioco politicamente fondando “la Destra di Storace” qui a Ferrara, e partecipai alle elezioni amministrative nel 2009 come candidato sindaco, nel primo anno in cui fu eletto Tiziano Tagliani. Anche in quella occasione il partito si dimostrò molto ‘romano-centrico’ e molto poco nazionale, di conseguenza non faceva per me. Mi sono rimesso con “Fratelli d’Italia” e poi possiamo dire che le mie esperienze nei partiti sono finite, poiché ne sono fuori da due anni ormai.

Come mai?
Come ti ho detto, non reputo che i partiti, soprattutto quelli tradizionali, siano la soluzione. Io auspico che ci sia un nuovo rassemblement con a capo Salvini, perché è colui il quale sta dimostrando una certa coerenza e anche del coraggio, con quello che sappiamo può succedere ai leader dei partiti non di sinistra, anche in Europa. Ogni tanto qualcuno lo fanno fuori…

Perché Salvini potrebbe essere una soluzione, soprattutto per quanto riguarda Ferrara?
Perché ha il popolo dalla sua parte. Da queste cose si vede chi ha il carisma, chi ha le idee. La gente è disorientata. Noi usciamo da 6 anni dove non c’è stato un governo praticamente.
Concretamente la sinistra non ha mai fatto niente per il popolo, per i cittadini italiani. Sono unicamente focalizzati sull’ideologia e sul concreto non fanno mai niente. Se fanno qualcosa o la fanno per compiacere i poteri forti che li han messi lì, o a scopo puramente ideologico, come i matrimoni gay, genitori 1 e 2 ecc.. ma le cose che interessano i cittadini quali sono? Il lavoro, figli che possano studiare in scuole con professori decenti e non indottrinati politicamente o che partecipino a manifestazioni, magari che imparino già un mestiere e non solo nozioni teoriche, e poi i propri anziani, la sicurezza nella propria città, la salute pubblica, il poter vedere di nuovo aziende che possano creare posti di lavoro, sviluppo, in sostanza il futuro per loro e per i loro figli. Io, per esempio, ho due figli anche abbastanza grandi ma non vedo un gran futuro in Italia per questi ragazzi. Son queste le cose che interessano alla gente. Non gliene frega niente dei grandi temi, che poi sono utopistici come ben sappiamo, e sono al di fuori della realtà. La politica si deve occuparsi di gestire la società, non fare propaganda.

Ed a proposito del quartiere Giardino in particolare?
Io ci sono nato e cresciuto nel quartiere Giardino. Era uno dei posti più belli di Ferrara, non per niente l’avevano chiamato Giardino. L’ho visto decadere, soprattutto per la mala gestione per quanto riguarda le attività commerciali con l’apertura delle “Coop” che hanno circondato Ferrara ed hanno svuotato il centro.

Ferrara, come tutte le città, è fatta di quartieri, ed il quartiere è un piccolo paese/comunità. Mi ricordo che da piccolo mia mamma mi portava a fare la spesa nelle botteghe del quartiere, dove trovavi tutto. All’epoca, poi, non esistevano gli extra-comunitari, si vedevano in tv o al cinema.

Era un tessuto sociale molto più legato, unito, solidale, del multiculturalismo che ci vogliono appioppare per forza. La realtà cozza con l’ideologia. Se l’essere umano esiste da migliaia di anni, non è che questi hanno scoperto dopo la rivoluzione francese i grandi diritti dell’uomo e vogliono ribaltare quella che è la realtà a loro uso e consumo. Non è così. Noi abbiamo una storia. L’essere umano è un animale sociale ed ha bisogno di socializzare. Se tu gli togli queste necessità diventa un personaggio sradicato che non crede più a nulla. Questo sta succedendo.

Comunque, rientrando nel tema Gad, io lì ho vissuto e ho visto come funzionava e qual era la vita di una volta. In poche decine di anni sembra passata un’éra geologica. È cambiato tutto. Delinquenti e drogati ce ne sono sempre stati, anche se meno.

Perché il quartiere Giardino si è ‘degradato’?
Qui ci sono diverse ipotesi, tra le quali che loro [i politici di sinistra nda] abbiano scelto un quartiere per degradarlo. È un’ipotesi e non credo che lo confermeranno mai anche se fosse vero. Nel caso avessero fatto questa scelta, lo avrebbero fatto in questo quartiere perché sicuramente non era uno di quelli dove prendevano più voti. Alcuni dicono anche che una delle due torri del grattacielo o gran parte, sia gestita direttamente dall’Asp Ferrara, quindi hanno avuto la possibilità di inserire tanti di questi immigrati all’interno. Che poi ‘immigrato’ mi sembra la parola sbagliata. Immigrato è colui che viene con i documenti, entra in un paese per ricongiungersi ai propri parenti o per costruirsi una nuova vita, quindi ha già un’idea di integrarsi. Questi qui non sono immigrati e non sono neanche clandestini. Questi sono dei ‘deportati’. Son venuti fuori dei documenti, fascicoli e volantini che sono stati distribuiti nell’Africa sub-sahariana da delle organizzazioni che li hanno convinti che qui c’è il ‘paese del bengodi’; quindi c’è un piano dietro, un piano per creare questa massa di persone che decidono di spostarsi. Come fanno queste persone che scappano dalle guerre, come ci raccontano, o che hanno subito grandi travagli nel loro paese a trovare 4 o 5 mila dollari che occorrono per fare la tratta dall’Africa sub-sahariana alla Libia e poi da lì arrivare in Europa? Chi glieli dà quei soldi? Qualcuno glieli darà. E se qualcuno glieli darà vuol dire che una volta qui ne faranno molti di più.

Non crede, quindi, che l’immigrazione possa essere una ‘risorsa’?
Se questi fossero delle risorse, perché gli altri non li vogliono? Perché paesi più avanzati del nostro anche nella democrazia, come l’Inghilterra e gli Stati Uniti o i Paesi del nord, mettono delle soglie, scelgono che tipo di immigrazione accogliere, ad esempio gente scolarizzata, gente preparata. Sappiamo che gli Stati Uniti hanno fatto un grosso investimento nelle università ad esempio del Pakistan o dell’India, per creare degli ingegneri, non per creare personaggi senza né arte né parte che ovviamente finiranno a spacciare. Questa si chiama ‘immigrazione’ ed eventualmente ‘integrazione’, quando tu costruisci un percorso. Un’invasione selvaggia non potrà mai funzionare. Poi a Ferrara, che è la città del nord più sottosviluppata.

Ma sono tutti così i migranti in arrivo?
Io non penso che queste persone siano tutte cattive o tutte malintenzionate. Quelle che hanno buone intenzioni, però, se ne vanno. Perché a Ferrara non c’è niente, andranno nel nord Europa dove se tu vuoi lavorare guadagni molto più di qua e dove ci sono molte più opportunità. E in Italia chi rimane? Quelli che non hanno buone intenzioni, anche perché con le leggi che abbiamo si delinque egregiamente, senza che accada nulla.

Cosa risponde a chi vi accusa di razzismo?
Quando tu non hai argomenti, cerchi il più facile. Quando non hai scusanti, inizi ad accusare gli altri. Noi non amavamo questa amministrazione da prima che ci fosse questa immigrazione incontrollata. Sono maestri ad etichettare quelli che non la pensano come loro, infatti io mi chiedo nel Partito Democratico quella ‘D’ cosa significhi. Non ascoltano nemmeno i loro cittadini. Loro si muovono come se Ferrara fosse una loro proprietà. Hanno accusato un intero quartiere di essere razzista. Ma si può anche solo pensarlo?

Come vi rapportate a questa situazione?
Prima di parlare devi scusarti, cioè devi anticipare che non sei razzista, siamo a questi livelli. Sono riusciti a impostare ideologicamente gli argomenti e la neo-lingua in modo che tu automaticamente se dici qualcosa contro quello che loro hanno detto, o sei razzista o sei fascista o sei omofobo o sessista. Loro sono a corto di argomenti, e con queste parole che nell’immaginario collettivo si è stati bombardati per anni e anni, sono delle parole guida.

Parlando delle misure adottate per migliorare la situazione, l’esercito ha apportato benefici?
È un segnale che tu dai, e loro non lo volevano. Mi ricordo benissimo, hanno una faccia tosta che fa paura a volte. Mi ricordo bene quando Tagliani, Maisto e Modonesi, assessore all’INsicurezza, non volevano l’arrivo dei soldati perché non era quello il modello di città volevano. Franceschini si è preso una marea di fischi allo stadio e ha capito che le cose non erano più sotto controllo, e ‘tac’ è arrivato l’esercito a Ferrara. È arrivato per quello e contro il parere dell’amministrazione.

Alcune associazioni hanno accusato i militari di essere troppo duri.
Addirittura ho sentito dire che sono arrivate delle denunce dall’associazione “Aldrovandi”, ma non apriamo quel capitolo.
Comunque se ci fosse la volontà politica in un mese il problema sarebbe risolto, semplicemente applicando le leggi che esistono e facendo in modo che la giustizia faccia il suo corso.

Quale potrebbe essere secondo lei la soluzione per migliorare il quartiere Giardino?
Applicare le leggi già esistenti, e quelle che non vanno bene le modifichi.

Anche il regolamento della polizia comunale?
Assolutamente, l’hanno scritto loro e non lo applicano.

Le forze dell’ordine sono abbastanza presenti o si potrebbe fare di più anche su questo fronte?
Io sono stato in polizia sei anni e mezzo, in situazioni molto più grandi perché sono sempre stato a Bologna. Questa situazione qui è ridicola. Gli uomini ci sono, probabilmente adesso sono anziani e non c’è stato il ricambio per i soliti motivi economici, probabilmente se fossero più giovani e dinamici…

Anche gli africani che spacciano sono abbastanza ‘atletici’ dicono alcuni residenti.
Potrebbero partecipare alle olimpiadi tranquillamente!

Ma a parer suo manca la volontà per migliorare la situazione?
È una questione di volontà politica, come ho detto. Se ci fosse il fascismo, e non ci potrà mai più essere, in una settimana il problema sarebbe risolto. A un certo punto se l’unica cosa che capisci è quella lì, perché no?

Come Insorgenti cosa avete fatto?
Abbiamo iniziato a fare una serie di presidi in alcuni punti ‘nevralgici’, nei punti più infuocati non ce li hanno permessi. Abbiamo fatto volantinaggi, e abbiamo sempre dato un impostazione costruttiva, non abbiamo mai fatto la battaglia per la ‘bandiera’ perché non abbiamo interessi elettorali. Noi vogliamo che Ferrara torni ad essere quello che era, una città dove puoi vivere serenamente, non dove ogni due per tre ti arriva un tizio a chiedere se vuoi la dose ecc.. che sia nero, giallo, blu non ci interessa.

Alcuni dei migranti di cui parla sono richiedenti asilo, cosa pensa delle attuali leggi al riguardo?
Le leggi sulla richiesta d’asilo sono completamente da rivedere perché quando sono state fatte non esisteva quello che c’è adesso. Devi adeguare la legge alle realtà esistente. I numeri, le modalità, la mafia nigeriana che è arrivata. Tra l’altro la Nigeria ha 160 milioni di abitanti, ma alcuni qui, tra cui il vescovo, dicono che dobbiamo accogliere tutti.

Almeno con l’Islam, avendo Ferrara ben tre moschee, ha avuto un’integrazione migliore?
No, non possono integrarsi, perché non vogliono e non è nell’ordine delle cose. Sono una civiltà troppo diversa. Siamo tutti esseri umani, ma noi proveniamo da una storia, aldilà di quella religiosa, che ha delle sue tradizioni, una sua visione del mondo, della società, della donna e della famiglia, e loro ne hanno completamente un’altra. Però c’è un altra differenza, che noi non siamo soggetti alla legge religiosa, loro sì. Questa cosa non la potrai mai eliminare, e quindi non potranno mai integrarsi con un popolo cristiano. Forse convivere, ma l’integrazione è un altra cosa.

Nel quartiere Giardino come vede la Lega?
Sicuramente, aldilà di Ferrara, la Lega è Salvini, che sta dimostrando di avere coerenza e coraggio e la gente si rivede in lui.

Ma personificare un partito non è rischioso?
Si, la gente però ha bisogno di un punto di riferimento. Ormai i partiti sono ‘liquidi’.

E Nicola Lodi? Può fare realmente qualcosa?
Lo spero. Noi dobbiamo cercare di tenere insieme e non di coltivare personalismi, specialmente a livello locale. Abbiamo bisogno di unità, non ci interessano i risultati individuali piuttosto che la vittoria di un partito più che di un altro, e questo te lo dico come privato cittadino e come presidente degli Insorgenti. Qui è la nostra comunità che deve venire fuori da questa situazione, che non è problematica solo dal punto di vista della sicurezza, ma anche del lavoro, della vita quotidiana, delle prospettive del futuro. I nostri giovani vanno via perché qui non c’è lavoro, vanno a Bologna, Padova, all’estero. E questo non fa altro che impoverirci sempre di più, e dall’altra parte importiamo questi personaggi, e forse non ne hanno loro la colpa perché penso che siano deportati e c’è qualcuno che ci guadagna, e questo non lo fanno solo le cooperative ma lo fa anche la Chiesa. E comunque, tornando al discorso politico, la democrazia cos’è se non l’alternanza?

Quindi ci dovrebbe essere un ricambio al vertice?
Secondo me Ferrara è pronta per un ricambio. Possiamo solo perderla se non daremo un segnale di grande intelligenza. Ferrara è di tutti. È ovvio che un governo ‘amico’ a Roma ci aiuta, e allora sfruttiamo quest’onda. Ormai qui non c’è più destra e sinistra, uniamo i componenti alternativi a quello che c’è. Penso ferraresi siano stanchi e siano pronti per un cambiamento. Come associazione e nel mio piccolo cercheremo di creare una coalizione più costruttiva, che faccia emergere le personalità che possono fare i cambiamenti di cui Ferrara ha bisogno.

I prossimi obbiettivi di Insorgenti quali sono?
Abbiamo già degli obbiettivi che stiamo portando avanti da tempo, come la class-action per quanto riguarda la perdita del valore degli immobili nella zona Gad. Poi abbiamo in progetto di riprendere a fare i presidi sul territorio. Siamo stati contattati anche da alcuni cittadini di via Oroboni che hanno dei problemi. Andiamo dove ci chiamano. C’è poi la battaglia per il recupero delle mura di Ferrara in pieno degrado. Tutte le settimane facciamo le riunioni e cerchiamo di farle sempre in posti diversi, ascoltiamo quelli che son i problemi e cerchiamo le soluzioni insieme ai cittadini. Dove abbiamo bisogno di appoggio delle istituzioni andiamo senza problemi, portando tutte le nostre perplessità e quant’altro. Siamo trasversali, da noi c’è anche gente con idee di sinistra, e abbiamo amici dappertutto, non guardiamo alle sigle dei partiti ma alle persone per bene che ti danno affidabilità, che se dicono una cosa poi la fanno.

#VocidalGad – Lorenzo Marcucci: “Il Gad è una Grande Area Degradata”

Per la terza intervista #VocidalGad ha dato la parola a Lorenzo Marcucci, consigliere del Movimento 5 Stelle ed attivista del “Comitato Zona Stadio”.

Lorenzo Marcucci

Iniziami a parlare della tua attività, che fai nella zona GAD in generale.
Sono arrivato in consiglio comunale nel 2011, quando sono tornato dall’estero a Ferrara. Presi casa in questo quartiere perché i prezzi erano relativamente più bassi rispetto alle altre zone. Da allora ho cominciato ad interessarmi delle problematiche della zona e, piacendomi molto l’idea di Grillo del blog, ho creato quello dei residenti della zona stadio, per parlare delle problematiche che secondo me possono essere collegate al 95% allo spaccio.

C’è ancora questo blog?
Si è http://ferrarazonastadio.blogspot.com/. Lì c’è tutta la mia storia.

Poi l’avvicinamento al Movimento..
Si, essendo molto affine al Movimento, quando si venne a creare la lista a Ferrara, mi avvicinai ai 5 Stelle. Avevo un problema e cercavo qualcuno che potesse aiutarmi a risolverlo. Questo è, appunto, lo spaccio o il poter uscire con mia figlia al parco senza preoccupazioni.

Ti faccio un esempio su questa problematica: vicino all’area di “sgambamento” per i cani di via Sauro, c’è un’altalena dove mia figlia voleva andare a giocare. Di fianco si spacciava, per cui quando arrivavo lì con mia figlia, lo spacciatore ci allontanava con atteggiamenti intimidatori. Questo tipo di comportamenti qui è lo standard. All’epoca la polizia rispondeva spesso “lo sappiamo ma non possiamo farci niente”.

Le cose da allora sono cambiate ed è nato anche il “Comitato zona stadio” con il quale collaboro.

Si sono fatti dei passi avanti quindi?
Sicuramente le forze di polizia hanno preso coscienza che il problema c’era ed era grosso ed hanno cominciato a fare degli interventi interessanti. Parlo dal 2012 in poi anche se in realtà anche il questore che c’era prima del 2012 si impegnava molto su questo fronte. Ricordo che c’è stato anche uno scambio interessante sul Resto del Carlino, fra l’allora questore e il sindaco, in cui il questore disse “la situazione è ingestibile alla Gad” e il sindaco intervenne per dire “no non è vero”. Questa è l’accusa più grande che faccio al sindaco, cioè l’aver sottovalutato il problema, anche perché oggi ammette che qui “c’è un problema di ordine pubblico”. Quindi sì, le cose sono cambiate perché hanno preso molta più consapevolezza e anche la ‘botta’ politica che ha ricevuto il Pd il 4 marzo lo ha smosso da quelle che erano le “percezioni soggettive”.

Ti riferisci alla famosa dichiarazione dell’assessore Sapigni?
Certo. Ero presente quando la Sapigni disse questa frase e ne disse anche altre ma che ora non ricordo bene…

Molti del Pd, tra cui Ilaria Baraldi, sostengono che la legalizzazione potrebbe essere un deterrente al problema dello spaccio, cosa ne pensi?
Anche secondo me, ma il problema principale è che non posso aspettare una legge a livello nazionale perché il problema è del quartiere ed i tempi sarebbero troppo lunghi. Comunque spacciano anche droghe pesanti come la cocaina e l’eroina, e queste non le puoi legalizzare. Io non sono contro lo spaccio in sé, lo spaccio è un problema quando non viene gestito in modo coerente con i giovani, anche e soprattutto i minorenni. Da quello che mi riferisce il Sert anche la marijuana non è più quella di una volta.

Sono cambiate le componenti?
Si e oltretutto con modifiche genetiche, semplicemente selezionando le piante oppure con modifiche più pesanti a livello chimico, il che fa anche della cannabis una droga pesante per cui non puoi lasciare che i ragazzini escano dalla scuola ed arrivino alla stazione e vengano intercettati dagli spacciatori che gli vendono la droga. Ho visto io stesso i minorenni che venivano fermati, discutevano, si scambiavano della roba. Ricordo anche che nel 2011 ci fu un’operazione di polizia chiamata “November Rain” in piazzetta Toti, in cui videro una sedicenne vendere il berretto firmato allo spacciatore per la dose. Minimizzare, come hanno fatto all’epoca, è un danno per la città, non solo per il quartiere ed io sono convinto che ci sia, per volontà o per incapacità di gestione, una ‘zonizzazione’ dello spaccio.

Il Comitato zona stadio ha avuto anche una fase collaborativa con il Comune rispetto ad altre associazioni. Cosa ha ottenuto?
Non moltissimo, c’è un aiuola con tante piantine, però gli spacciatori sono ancora da quelle parti.

L’arrivo dell’esercito ha migliorato le cose o ha spostato solo i luoghi di spaccio?
Non sono così sicuro che l’esercito stia veramente incidendo così tanto sugli spostamenti, è una cosa che non mi sento di dire perché ci vorrebbe un’analisi approfondita.

Vorrei aggiungere una cosa al riguardo: ci sono in giro per la città tanti giardini che dopo le 19 diventano vuoti, però non c’è presenza di spacciatori. Qui invece il problema c’è e il Comune vorrebbe occupare gli spazi con delle iniziative per ‘riappropriarsi’ degli spazi. Però da un po’ ci sono anche in via Carlo Mayr i pushers, dove c’è talmente tanta gente che non puoi parlare di “occupare gli spazi”.

Sono agli angoli…
Esatto. Ce n’è uno ogni 20 metri. Allora mi chiedo come si fa a giustificare ancora oggi che il problema al Gad è portare la gente nei giardini quando oramai si è accertato che gli spacciatori vanno anche in centro? Senza parlare dei problemi burocratici e della furbizia degli stessi perché non hanno mai grosse quantità addosso e quindi i poliziotti, anche quando li prendono, non possono fare molto.

Nei fatti questa giunta comunale fa le feste e le attività perché doveva spendere i soldi ma sono solo scelte elettorali. Quando poi gli arriva il ‘Piano periferie’ da 18 milioni di euro cosa fa? Il Meis, La Darsena, San Paolo, l’Ex mof… Io se avessi 18 milioni di euro da investire sulla riqualificazione delle periferie comincerei a pensare in modo concreto al commercio, comincerei a pensare ad avere hotel aperti davanti alla stazione, delle attività che riqualifichino davvero la zona.

Si tende un po’ al “mordi e fuggi”?
A me sembra proprio che si tenda a uno “spendiamo i soldi come vogliamo noi”. In pratica si tratta di investire soldi in una certa categoria che se vuoi possiamo chiamare “gli amici degli amici”. Maisto ha parlato esplicitamente di una precisa scelta politica.

Ti riferisci alla presunta vicinanza tra Maisto e delle associazioni?
Sì, non so se sia giusto o sbagliato, però i soldi per i bandi li spende non ragionando prima sul da farsi. I famosi 400mila euro per la riqualificazione non verranno spesi per fare ciò, a parer mio.

Sembra quasi che il Pd si sia costruito delle piccole “isole di felicità” all’interno del quartiere Gad, al di fuori delle quali però regna la Lega..
Ci sono dei pozzi che assorbono fondi in un modo incredibile, perché i 400mila euro sono andati sostanzialmente al Wunderkammer, dove fanno anche dell’ottimo lavoro, però l’obiettivo principale è l’attività culturale e non la riqualificazione, che va in secondo piano, infatti sono quasi 15 anni che si fanno questi tipi di lavori, ma il quartiere non ne risente in un modo positivo.

Anche la Baraldi, tornando al discorso di prima, ha detto che il problema del degrado è stato “sottovalutato”…
Ci sono delle persone che in Gad non ci sono mai venute e che leggendo solo dei giornali vedono che il sindaco dava dei razzisti ai residenti, quindi la gente pensava che qui non ci fossero gli spacciatori e che fosse solo un problema di razzismo.

Io definisco il Gad come ‘Grande Area Degradata’, una zona che comprende oramai più parti che sono messe come noi della zona stadio.

I richiedenti asilo che vengono portati qui e non riescono a sbarcare il lunario sono avvicinati da quella che secondo me è un’organizzazione mafiosa e quindi entrano nel giro della malavita. Non è una questione di razzismo.

C’è quindi una vera e propria organizzazione criminale di origine nigeriana in zona Gad che gestisce lo spaccio?
Ti posso dire questo. Quando andammo io e il collega Balboni a parlare col nuovo questore e toccai il punto proprio della mafia nigeriana, lui non ammise palesemente che ci fosse ma disse c e “Se ci fosse una mafia sarebbe una struttura organizzata e gli spacciatori cercherebbero di intimidire le persone che vanno in giro per il quartiere per riuscire a controllare il territorio”, alchè io gli dissi che era esattamente quello che succedeva. In sostanza non so darti una risposta precisa alla tua domanda ma ho la netta impressione che sia così. Comunque spero che ci sia un’analisi attenta su questo fenomeno.

Ma ti racconto un aneddoto: nel 2012 avevo un cane che quando usciva si sedeva spesso. Gli avevo insegnato a farlo dove sostavano gli spacciatori, però fui aggredito verbalmente e addirittura cercarono lo scontro, perché gli avevo occupato la zona. L’operatore della polizia che chiamai mi disse “Lei non può fare così perché in questo modo occupa il loro spazio di spaccio”. Anche questa riposta fu uno dei motivi che mi fece dire “non ci siamo”. Oggi sono un po’ più accorti perché la polizia sta ponendo più attenzione.

Cambiando un attimo argomento: alle amministrative dell’anno prossimo il Movimento che farà?
A livello locale non credo ci sia modo di fare un’alleanza come quella nazionale, però noi dobbiamo continuare a porre l’attenzione su determinate questioni. Secondo me il Movimento dovrebbe porsi come soggetto che superi la divisione destra-sinistra.

C’è una vicinanza di obbiettivi però tra voi e la Lega locale, e sicuramente il Gad potrebbe essere un punto di unione.
Anche se mandassimo a casa i 2 o 3 delle persone che non hanno diritto di stare qui, non si cambierebbero le cose, è la ghettizzazione che si è creata che va combattuta.

Quindi l’immigrazione clandestina non il problema?
Non mischio immigrazione e spaccio. Se non sono migranti ci sarà qualcun altro a farlo. Sicuramente andrebbe gestita diversamente e su questo mi trovo d’accordo con la linea del ministro Toninelli.

Aggiungo anche che molti dei migranti che arrivano sulle coste vedono l’Italia solo come zona di passaggio, ma con le attuali leggi a livello europeo rimangono bloccati in un Paese che non offre loro sbocchi lavorativi se non il doversi “vendere” a caporali, spacciatori o protettori.

In sostanza il Gad è una zona vivibile o no?
Io mi lamento solo dello spaccio per il resto è un quartiere bellissimo ed è proprio per questo che io sono molto arrabbiato. La comodità di uscire di casa e sapere che in 4 minuti e 30 secondi sono davanti alla pensilina del treno non la baratterei con nulla. I giardini, le attività all’Acquedotto, tutto bellissimo ed è per questo che va assolutamente salvaguardato.

#VocidalGad – Massimo Marchetto: “Il Grisù come esempio da seguire”

#VocidalGad questa volta ha visitato i 4000 metri quadri dell’ex caserma dei Vigili del Fuoco in via Poledrelli 21, che ospitano un consorzio di imprese molto particolare. Venuto alle luci della ribalta sia per le sue attività ma, soprattutto, per la sua posizione centrale rispetto al quartiere Giardino, al suo interno sta vedendo la rinascita di un edificio con difficoltà, dubbi, critiche, ma anche prospettive importanti e voglia di fare. Ce lo racconta il presidente del consorzio Massimo Marchetto.

Spiegaci qual è la tua opera al Grisù, com’è nato e come sta andando il progetto.
Il progetto Grisù nasce oramai alcuni anni fa dalla volontà di un’associazione culturale che propose all’amministrazione provinciale di gestire la caserma dei Vigili del Fuoco che era andata deserta all’asta. Questo edificio aveva perso la sua funzione originaria e l’amministrazione provinciale ha provato ad “arenare” il bene, non c’è riuscita e l’associazione ha proposto di reinventare la funzione dell’edificio con un rapporto pubblico-privato. L’idea era quella di capovolgere alcuni percorsi più tradizionali, che in genere partono con un grande investimento dell’ente pubblico che ristruttura il suo edificio e poi lo mette a disposizione o lo dà in gestione a dei privati. Qui, invece, è il privato che si è fatto avanti e che ha fatto un progetto di rigenerazione e che si è messo a disposizione anche dal punto di vista economico-finanziario per co-finanziare la rigenerazione stessa. Questo ha determinato, non essendoci un unico e grosso privato con tanti soldi, ma tante piccole realtà, un modello di rigenerazione che non prevede un progetto generale sull’edificio, ma delle rigenerazioni parziali e progressive sulla base dei nuovi privati che arrivano e delle loro disponibilità economiche di investimento.
Contemporaneamente è successo che la provincia ha partecipato ad un bando dell’Emilia Romagna, che ha vinto per una cifra importante ma modesta rispetto alle dimensioni dell’edificio, il quale sta consentendo lavori strutturali quali l’impiantistica di base o il tetto, la rete fognaria interna, il riscaldamento, ovvero quelle infrastrutture che non possono essere realizzate con il contributo solo di due o tre privati, perché vanno fatti per l’intero edificio con una logica che può essere gestita solo dal proprietario dell’immobile.
Questo modo di procedere ha ovviamente i suoi aspetti positivi, perché l’amministrazione spende meno, perché c’è anche un privato che interviene economicamente; ha anche i suoi aspetti negativi perché ci si mette molto più tempo, sia per i privati in questione, che sono delle piccole aziende quindi non hanno grandi disponibilità, sia nei tempi dell’amministrazione provinciale che nel bel mezzo di questo progetto ha perso le sue funzioni storiche, e quindi non ha avuto la capacità e la velocità di fare la parte di cantiere generale con i tempi che sarebbero stati ideali. Dal momento in cui si è chiuso il bando al momento in cui si è chiuso il cantiere sono passati un bel po’ di anni..

Quindi i ritardi ci sono stati anche per questo…
Le provincie dovevano essere smantellate, poi il referendum ha detto no. Uno degli effetti è stato il rallentamento del progetto Grisù. C’è di peggio come conseguenza di questo tentennamento sul ruolo della provincia, però Grisù è uno degli esempi di una scelta politica incompiuta da parte di tutte le forze politiche, perché mi risulta che non ci sia un solo politico che parli di che cosa debba essere la Provincia. Nel dibattito politico non ne sento parlare da parte di nessuno. Resta il fatto che abbiamo un ente pubblico che è rimasto a mezz’aria, con tutta una serie di conseguenze, comprese tutte quelle che si possono vedere qui al Grisù.
Detto questo, perché parlo di tempi? Perché il privato non è più l’associazione culturale, ma è un consorzio di imprese che ha vinto una gara del Comune di Ferrara, che si è preso in pancia l’edificio, un po’ com’è successo con il Castello Estense, e questa assegnazione è ‘a tempo’. Questo vuol dire che il consorzio ha come scadenza per gestire e realizzare il progetto di ‘Factory Creativa’, Marzo 2025. Anche per questo motivo i privati non riescono ad investire molti soldi, perché il beneficio che si ricava dall’investire qui, è un periodo di gratuità. L’idea di fondo è una bella forma di circolarità, io entro come privato, metto dei soldi, che avrei speso per un affitto da un altra parte, e alla fine del periodo lascio un bene pubblico, rigenerato, alla collettività. Quindi un bell’esempio di economia che però funzionerebbe meglio se il tempo di concessione fosse più lungo. Se hai una scadenza così breve non puoi investire troppi soldi e contemporaneamente ne deriva che la rigenerazione va avanti a rilento. Quindi: cantiere della Provincia lento e prospettiva per le imprese troppo breve dà come risultato un progetto di rigenerazione che ha le sue difficoltà oggettive.
Detto questo, ce la stiamo facendo lo stesso, ci sono 15 imprese insediate, ci sono circa una trentina di persone che vengono a lavorare qui tutti i giorni, se non di più, stiamo aprendo anche un ristorante, a breve faremo altri bandi ed entreranno altre attività. A configurazione finale penso che una ventina di imprese con circa 40 o 50 persone che lavorano qui dentro, sarà un risultato raggiungibile.

E questa è la parte imprenditoriale, poi c’è la parte degli eventi che è parallela.
Quando è nato questo posto era chiaro che una componente sociale e culturale doveva essere una delle caratteristiche di questo luogo. Gli stessi soggetti che hanno fondato il progetto, anche se oggi non ci sono più, avevano dato sin dall’inizio un taglio culturale importante.
Poi, strada facendo, la parte imprenditoriale si è rivelata fondamentale per tenere in piedi economicamente il progetto, che con le sole associazioni culturali non sarebbe andato avanti. Detto questo, però, come imprese stiamo comunque cercando di mantenere fede ai principi di fondo, primo fra tutti non vogliamo che questo diventi un condominio di imprese. Gestiamo un bene pubblico che ha le caratteristiche di avere tanti spazi comuni che possono essere messi a disposizioni per altri soggetti tra cui privati cittadini, associazioni culturali, chiunque può venire a Grisù e usufruire del percorso di rigenerazione dell’edificio utilizzando alcuni degli spazi, che non sono pochi, e che permettono di fare iniziative di diversa natura. Noi, essendo un consorzio di imprese, non siamo né un soggetto politico né un associazione culturale e quindi non diamo una direzione alle iniziative che si svolgono qui. Abbiamo pochi punti cardine o regole di base del tipo che se viene un’associazione culturale e vuole fare un attività no profit, cerchiamo di ridurre il costo e di portarlo a zero, nei limiti del possibile, oppure, altra regola, non accettiamo iniziative di tipo religioso confessionale. Queste poche regole però diventano anche mancanza di direzione artistica, quindi lasciamo molta libertà a chi viene a realizzare il suo progetto. È chiaro che poi questa caratteristica, rigenerare e poi aprire l’edificio ad utilizzo da parte di soggetti terzi no-profit, è diventata abbastanza importante in un momento storico come questo. Nel quartiere Giardino oggettivamente, in questi anni, le cose sono cambiate. Da quando è cominciato questo progetto, ormai 5/6 anni fa, ad oggi, il tema del quartiere, della micro-criminalità e della qualità della vita dei residenti è diventato di sempre maggiore rilevanza, quindi noi ci siamo ritrovati nelle condizioni di dover riflettere sul nostro ruolo rispetto al contesto nel quale ci troviamo..

Proprio su quest’ultimo punto c’è chi vi vede come gli “amici degli amici”, o comunque molto vicini all’attuale maggioranza e che siate poco inclini a discutere sul come utilizzare i fondi destinati qui con la cittadinanza. È così?
Torno al punto di partenza: noi siamo un gruppo di imprenditori, è chiaro che certe dichiarazioni feriscano l’ego perché sei qui impegnato in questo quartiere in prima fila, investendo soldi tuoi, scegliendo di venire qua anziché altrove, avendo più disagi che vantaggi. Perché fare impresa in un posto dove hai un cantiere aperto da anni che non finisce mai, non è una cosa comoda. Quindi, da un certo punto di vista, l’ego ne soffre molto, per essere diplomatici e non dire che a volte l’incazzatura è tale che ti viene voglia di dire semplicemente: “visto che siete tutti così bravi, queste sono le chiavi. Le nostre imprese possono svolgere il lavoro in qualsiasi altro posto del mondo, tenetevi la vostra caserma, che siate di destra o di sinistra non ci importa, e vediamo cosa siete capaci di farci.”
In certi momenti, con tutti i sacrifici che ci stiamo facendo, troviamo veramente ingeneroso l’atteggiamento nei nostri confronti.
Detto ciò, c’è una componente che è relativa al dibattito politico che in qualche modo ci interessa. Fa parte della discussione tra le parti politiche. Dati 100 euro che sono da spendere nella comunità, qualcuno ritiene che quei 100 sia meglio spenderli in una cosa piuttosto che per un’altra e viceversa. Non è compito di un imprenditore giudicare il diritto di fare del dibattito politico su come si usino i soldi. La nostra opinione su come usarli è già evidente, perché se siamo qui ad aggiungere i nostri a quelli dell’amministrazione è chiaro che riteniamo che sia utile avere Grisù ristrutturato, rigenerato. Anche dal punto di vista sociale, perché anziché avere una montagna di rifiuti, al centro del quartiere Giardino, c’è un posto che un po’ alla volta è sempre più frequentato da tante persone e in un quartiere dove c’è microcriminalità, uno dei metodi, non ‘IL’ metodo, che servono per ridurre la microcriminalità è riappropriarsi del territorio con ‘N’ azioni.

Quindi il Grisù può essere un esempio da esportare anche al di fuori delle mura dell’ex caserma?
Non c’è la formula magica, che si chiami ‘telecamera’ o che si chiami ‘evento culturale’. C’è un insieme di cose che vanno fatte, che vanno da una maggiore presenza delle forze dell’ordine ad una maggiore organizzazione di eventi culturali. Anche il fatto che ci sia tutti i giorni della gente che qui lavora e che resta anche fino a tardi, perché Grisù spesso è aperto fino a sera, e la prospettiva di aprire un ristorante qui che creerà ulteriore viavai di gente che, per un fatto meramente fisico, disturberà chi è qui, invece, per delinquere.
Poi capisco che non si risolva il problema. È chiaro che un quartiere è fatto di tante aree per cui se tu rendi più vivo questo punto e dintorni, chi vuole delinquere si sposta di 500 metri, hai solo spostato il problema da un altra parte in pratica. Noi però facciamo gli imprenditori e non i politici, non siamo consiglieri comunali, non siamo sindaci, non siamo assessori e non riteniamo di avere la bacchetta magica. Nel nostro piccolo, ogni tanto, ci piace provare a dare un contributo, tant’è che di recente abbiamo pure lanciato un bando europeo su questo tema, finanziato dalla Commissione Europea, che si chiama ‘Social Challenges’. Questo bando, anzi, questa ‘sfida sociale’, ha una dinamica interessante perché in realtà noi non prendiamo soldi, semplicemente siamo stati invitati dai consulenti della Commissione Europea a individuare un tema sul quale investire 30mila euro. Un finanziamento che la commissione europea dà ad un impresa o a un gruppo di imprese per fare un prototipo per risolvere un problema di carattere sociale, e noi abbiamo deciso di chiedere quei fondi per il quartiere Giardino e per un prototipo legato alla sicurezza. Che cosa significa? Non lo definiamo noi. La caratteristica di questo bando è che tu definisci un problema, ovvero l’impatto della microcriminalità negli spazi pubblici di un quartiere come il nostro, e poi fai un bando europeo, e le imprese interessate a partecipare a una soluzione gareggiano per aggiudicarsi questi 30mila euro.

Ci sono già i vincitori?
La commissione internazionale ha già valutato i progetti e ne ha scelto uno. Sarà un progetto sul quale abbiamo chiesto di rispettare un approccio partecipativo nella progettazione del dettaglio di questi strumenti. Quindi speriamo presto, in collaborazione con le ditte che hanno vinto, di poter avviare quel percorso per avere questo prototipo. Poi, se dovesse funzionare bene e piacere alla gente, la pubblica amministrazione potrebbe decidere di adottarlo. Tra le varie cose che avremmo potuto chiedere per Grisù, noi abbiamo scelto il tema della sicurezza proprio per dare in qualche modo un segnale di sensibilità nei confronti della cittadinanza e del quartiere. Si chiama ‘Security in the city’ ed è visibile su www.socialchallenges.eu.
Quindi, per fare una sintesi, noi non facciamo politica, siamo degli imprenditori con una sensibilità sociale e ci piace, più che partecipare alla polemica, cercare di dimostrare con i fatti e con le cose concrete la nostra volontà di dare un contributo. Dopodiché questa buona volontà è sovrastata da un altro fattore: essendo noi un cantiere, in questo momento, siamo costretti a essere più chiusi alla cittadinanza di quanto vorremmo, per una questione di normative di sicurezza. Fosse per noi già oggi Grisù sarebbe aperto tutti i giorni, giardino compreso, dalle 8 di mattina alle 8 di sera, a disposizione di tutti i residenti del quartiere.

Cosa vorresti che diventasse il Grisù?
Se potessi descrivere quello che vorrei che fosse Grisù tra 6 mesi, diciamo la primavera dell’anno prossimo perché ormai con i lavori arriveremo fino ad Ottobre, lo immagino come uno spazio aperto dove si può venire a prendere un caffè, leggere un giornale, prendere un libro, sedersi fuori in giardino, collegarsi al wifi, trovare una sedia dove sedersi o un tavolino dove lavorare, anche senza essere soci. Chiunque dovrebbe, anzi, dovrà poter trovare qui a sua disposizione un angolino, uno spazio dove venire a partecipare a quello che è quest’idea di hub creativo.
Mi sono reso conto che in tutto questo non ho detto una cosa: la caratteristica unificante delle imprese che sono qui dentro è che sono tutte legate al settore dell’industria culturale creativa. Non ci sono imprese metalmeccaniche. L’industria culturale creativa è un etichetta molto ampia che raggruppa dagli architetti a chi si occupa di tecnologie innovative, a chi si occupa di pubblicità, quindi con uno spettro molto ampio di attività, e di codici ateco, però tutti riuniti attorno a questo unico settore.

So che è una domanda politica però te la faccio lo stesso: alle amministrative dell’anno prossimo il quartiere Giardino sarà sicuramente il fulcro principale della campagna elettorale dei contendenti maggiori che saranno il Pd e la Lega. Ti preoccupa un eventuale e possibile cambio dei vertici al governo della città?
Guarda, detto molto francamente, dal punto di vista imprenditoriale no, perché se anche si realizzasse una realtà distopica alla Philip K. Dick a Ferrara, senza voler fare riferimenti specifici, in senso molto scherzoso senza dare delle etichette di ‘cattivo’ a nessuno, le imprese di Grisù non dipendono da Grisù per stare in piedi; questo non è un incubatore di imprese che non hanno i soldi per pagarsi l’affitto. Vorrei che si capisse bene questa cosa. Chi viene qui deve avere della liquidità da investire, anziché avere un affitto dilatato nel tempo, devi avere 5/10/20/50mila euro da mettere sull’edificio subito. Questo vuol dire che sono imprese che hanno un minimo di maturità e che se domani Grisù dovesse chiudere perché arriva un sindaco che dice è una pagliacciata, noi prendiamo le nostre cose e andiamo a fare impresa altrove. Da questo punto di vista la preoccupazione è nulla, aldilà del fatto che fino al 2025 abbiamo un contratto che vincola l’amministrazione comunale, chiunque sia il sindaco. La preoccupazione, più che altro, è per la componente sociale. La formuletta che abbiamo messo in piedi, cioè imprese che rigenerano l’edificio, che abbassano i costi di gestione con i loro fondi e che quindi si aprono alla cittadinanza in forma di singoli o di aggregati di associazioni, è una ricetta che a noi piace e ci piacerebbe che rimanesse oltre al 2025 e prima del 2025, indipendentemente dall’amministrazione che arriva a governare la città.
Dal mio punto di vista a fare la differenza sono soprattutto le persone, le idee che hanno, e il modo in cui le portano avanti. Per cui indipendentemente dai colori e dalle etichette, per me conta molto la persona specifica che diventerà sindaco o assessore, e la sua volontà vera di portare avanti un progetto oppure di ostacolarlo.

Ti preoccupa che questa forte parte sociale del Grisù possa essere in qualche modo distorta dalla campagna elettorale?
È una questione più che altro di ego, ma la sostanza non cambia. Nel senso che noi siamo delle imprese che non dipendono dalla campagna elettorale, non stiamo in piedi grazie a dei fondi pubblici che rendono il progetto possibile, quindi alla fine è chiaro che essere coinvolti ci fa soffrire, ma dopo che abbiamo sofferto un po’, possiamo anche permetterci il lusso di lasciare che i contendenti litighino sui loro temi. Su questo vorrei essere veramente molto chiaro perché altrimenti diventa una farsa. Noi non siamo un partito politico. Non siamo un’associazione culturale. Ovviamente ognuno di noi ha delle opinioni politiche, ognuno di noi ha delle aspettative rispetto alla sua comunità, ma sono personali e noi in quanto imprese, non abbiamo nulla da perdere rispetto a qualsiasi tipo di cambio politico. Dopodiché, qui dentro ci sono 30 persone e, credimi, non tutti votano Pd. Quindi di fatto, anche da questo punto di vista, sono ipotesi piuttosto ridicole.

La demagogia sui fondi provinciali però è già partita.
Fa parte del gioco politico. Io mi occupo di comunicazione e quindi sono consapevole del fatto che quando ci sono delle campagne elettorali le parti politiche tra di loro si sbranano e non guardano in faccia nessuno. A noi ce n’è importa il giusto.
Poi ognuno di noi ha la sua opinione personale e io se mi devo togliere il cappellino di Grisù ed esprimermi come Massimo Marchetto, che non sarà candidato alle prossime elezioni, posso dirti francamente che sogno una comunità un po’ più armonica. Mi piacerebbe che si perdesse meno tempo ad accusarsi reciprocamente e che si recuperasse un senso di unità capace di spingere delle persone a passare del tempo insieme, a costruire progetti, a fare iniziative di qualsiasi tipo nel quartiere Giardino, indipendentemente da idee politiche, origine culturale o geografica.
È un punto di vista utopico se vuoi, però non credo che la microcriminalità si combatta con lo scontro tra le persone, tra destra e sinistra, tra Lega e Pd. Mi piacerebbe avere in questo quartiere dei residenti che, indipendente dai colori, si mettano a fare delle attività insieme per risolverli davvero i problemi.

E comunque siete l’esempio che è possibile fare impresa nel quartiere Giardino nonostante i problemi di microcriminalità.
Questo è quello che personalmente mi dispiace. Anziché valorizzare l’utilità delle singole esperienze, questo dibattito politico porta alla distruzione di queste, sulla base del principio che c’è sempre qualcosa di meglio che si potrebbe fare.

Pensi che, oltre a parlare sempre della negatività del quartiere, soprattutto sulla stampa, serva parlare delle vicende positive, come Grisù, per cambiare la percezione che si ha del quartiere oltre agli evidenti problemi?
A me l’uso del termine “percezione” non piace perché trovo che sia in qualche modo riduttivo rispetto a qualcosa che è profondo. Se non partiamo dal presupposto di cercare di voler capire che la percezione è quasi un termine tecnico per esperti di psicologia cognitiva, che ha l’effetto di sminuire quello che invece è qualcosa di reale. La paura è un sentimento che deve essere rispettato. Quindi a me l’uso della parola percezione non piace.
Posso raccontarti un singolo episodio. Quando abbiamo lanciato il bando ‘Social Challenges’, dai piani alti di Bruxelles, quando ho scelto come titolo la parola “sicurezza”, mi è arrivata una proposta di cambiare questa parola con “percezione dell’insicurezza”. Su questo ho fatto la mia microbattaglia, non perché sicurezza sia di destra e percezione dell’insicurezza sia di sinistra, ma semplicemente perché, per me, è necessario e importante partire dal rispetto delle emozioni delle persone, e quella della paura è una delle emozioni più potenti e può davvero fare la differenza nella qualità della vita di una città o di un quartiere. Cambiare il nome alla paura fa soltanto aumentare la stessa, perché le persone che provano quel sentimento si sentono in qualche modo sminuite, abbandonate, trattate come cittadini di serie B solo perché loro provano quell’emozione. Su questo ci tengo ad apporre i miei personali distinguo.
Sicuramente fare uscire qualche notizia positiva un effetto benefico ce l’ha, però credo che sia necessaria un’azione sinergica di tante cose diverse, non credo che un problema complesso si risolva con una formula, con la comunicazione o con le telecamere o con i cittadini che scendono per le vie e che occupano gli spazi con iniziative loro. È per questo che non mi piace il dibattito politico di oggi. Vedo parti contrapposte che non accettano di rendersi conto che bisognerebbe mettersi insieme a fare tutte queste cose.
Se vuoi creare una città migliore devi investire su tutto. Sono tematiche molto importanti. Trovo imbarazzante che se si tratta di investire soldi su un edificio pubblico o una strada, tutti sono d’accordo, mentre se si tratta di investire sulla qualità della vita che è qualcosa di più complesso ma anche più importante in un certo senso, non ci si riesca mai a mettere d’accordo su nulla, e ognuno porta avanti solo la sua formuletta speciale, individuale, personale. Questo lo trovo veramente uno dei limiti della nostra comunità attuale.

I problemi che avete nel consorzio dipendono in qualche modo da ciò che succede nel quartiere?
In realtà i problemi delle imprese di Grisù non sono dovuti a Grisù. Francamente potremmo fare impresa qui come a 5 o 50 km da qui, non cambierebbe molto. Nel senso che i nostri problemi sono quelli tipici del nostro settore, quello culturale-creativo, che è caratterizzato da un altissimo livello di frammentazione. Se vogliamo tornare al ragionamento imprenditoriale qual è la cosa veramente interessante? È la possibilità di creare un consorzio che attiva delle micro-filiere. Il nostro settore è molto frammentato. Le micro imprese, a livello europeo, sotto i 10 dipendenti, di fatto costituiscono un comparto che è più importante di quello automobilistico. Il paradosso è che ci sono più addetti in Europa all’industria culturale-creativa che alla costruzione di automobili, però l’industria automobilistica è potentissima, come lobby o come capacità di imporre le sue regole al mercato o imporre la sua attenzione e i suoi interessi nei confronti del legislatore, mentre l’industria culturale-creativa, essendo altamente frammentata, ha talmente tanti players che alla fine la gente non sa nemmeno che esista. Se tu fermi una persona qualsiasi per strada e gli dici “sai cos’è l’industria culturale-creativa?” nessuno sarà in grado di darti una risposta. Se invece chiedi che cosa sia l’industria automobilistica chiunque saprà dirtelo.
Quindi il problema di queste industrie è la frammentazione, che non è dovuta al fatto che noi non abbiamo i soldi per comprarci il capannone e farci l’azienda grande, è una cosa intrinseca al concetto di creatività. Un imprenditore non può comprare un capannone di 1000 mq e riempirlo di decine di creativi pagandoli per 20 anni per fare tutti i giorni la stessa cosa, la creatività è una cosa diversa. È un mercato che per dare risposte efficaci ha bisogno di essere fluido e ‘auto-rimodulante’, non saprei come altro dire. La creatività non puoi cristallizzarla in forme di impresa statiche nel tempo, quindi va da sé che il consorzio Factory Grisù in realtà è un tentativo di costruire nel periodo a lungo termine una risposta a questa caratteristica strutturale del mercato.

Quindi i problemi del quartiere Giardino non vi toccano?
Influiscono all’umore degli imprenditori che sono persone come tutte le altre e che quindi si vedono sbattuti su un giornale come degli approfittatori, anziché come della gente che sta cercando di investire energia e soldi per obbiettivi che sono anche della collettività. È una sofferenza psicologica e morale che tutti noi ci portiamo dentro quando ci vediamo trascinati in diatribe di veramente bassissimo spessore a volte.

Ultima domanda: il futuro del Grisù come lo vedi?
Noi abbiamo un contratto in scadenza, nel 2025. Grisù è come se fosse un esperimento. Questo è un grosso limite della pubblica amministrazione italiana, che a volte è disponibile a fare esperimenti, però quando questi funzionano, anziché metterli a sistema, trova mille motivi per non consolidare un’esperienza positiva. Se parlerete a tutti i futuri candidati alle prossime elezioni, anziché porre il problema di come smantellare Grisù o no, ponetegli il problema di come consolidare le esperienze positive e renderle più durature nel tempo, perché è giusto sperimentare e non c’è niente di meglio delle imprese creative, che sono cosi fluide, per farlo. Però poi bisognerebbe avere il coraggio di guardare oltre a una o due legislature o tornate amministrative. Bisogna avere il coraggio di pensare a progetti che durino 20 anni anche se noi non saremmo più sindaci, presidenti della provincia, assessori.
Su questo, purtroppo, la politica italiana è molto arretrata.

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