Tag: gastronomia

Natale a Trento

Visitando la città di Trento nel periodo natalizio, non si può non fare un giro nei suoi mercatini. In Piazza Fiera e in Piazza Cesare Battisti, l’atmosfera è davvero deliziosa: profumo di cioccolata calda e vin brulè, piatti fumanti della tradizione come il celebre tortel di patate da farcire a piacimento e tutt’intorno stand di oggettistica, utili per fare gli ultimi regalini. Palle di neve, piccole statuine in legno, agende di tutti i colori e materiali, cappelli, guanti, pantofole e così via: la maggior parte prodotti artigianalmente.
Famiglie, coppie e piccoli gruppetti di amici vi trascorrono piacevolmente alcune ore per poi fare un giro nelle vie del centro città dove l’atmosfera natalizia continua a diffondersi.

MEMORABILE
L’arte di mangiar bene

Si avvicinano le festività ed è tempo di luculliane e memorabili pranzi e cene. Tiemme Edizioni (www.tiemme.onweb.it) non si fa attendere e pubblica ‘L’arte di mangiar bene. 790 ricette casalinghe tradizionali’, edizione digitale del celebre capolavoro di Pellegrino Artusi ‘La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene’, noto anche semplicemente come L’Artusi: il più famoso e consultato manuale di cucina italiano. Scritto con sapienza e ironia e tradotto in numerose lingue, rappresenta il capolavoro della gastronomia italica e del servire a tavola. Artusi poté curarne le prime quindici edizioni, dal 1891 al 1911, susseguitesi con grande rapidità. In quei vent’anni le ricette, che spaziano dagli antipasti fino ai dolci, aumentarono da 475 a 790. L’opera conta 111 edizioni, con oltre un milione di copie vendute. E buon appetito a tutti!

Pellegrino Artusi (Forlimpopoli, 4 agosto 1820 – Firenze, 30 marzo 1911) è stato uno scrittore, gastronomo e critico letterario italiano, autore in particolare del notissimo ricettario ‘La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene’.

E alla fine arriva l’outlet: DeltaPo Family Destination, anima commerciale e occhio al territorio Unesco

Vado all’appuntamento, come d’accordo, per l’incontro con DeltaPo… il Delta del Po… parole che risvegliano in me vecchie memorie di studi scolastici.
Per certi versi, la storia del Delta del Po è a dir poco singolare. Per secoli una terra fertilissima e allo stesso tempo inospitale, con un passato travagliato, fatto di annosi conflitti, periodiche alluvioni e la perenne piaga della malaria. Un territorio conteso per l’importanza strategica e commerciale del suo fiume, lo stesso fiume che ciclicamente portava distruzione e morte alle popolazioni che abitavano le sue sponde.download
“Diamante! Diamante! Per l’acqua e per il sale!” era il grido di battaglia dei fanti dell’esercito di Ercole I d’Este che, assieme agli alleati mantovani e bolognesi, difendeva le sponde settentrionali del Po dall’attacco dell’armata della Serenissima nel lontano 1482. Forse proprio lì, nel luogo dell’appuntamento, infuriò una delle tante battaglie tra Estensi e Veneziani, nei due anni di guerra per il controllo dei traffici commerciali (soprattutto del commercio del sale) dal mare ai Ducati della Pianura Padana fino al Ducato di Savoia. La vasta pianura alluvionale si è sempre prestata alla perfezione come teatro ideale di battaglie campali.
Alluvionale, appunto… Esattamente lì, infatti, a Malcantone nei pressi di Occhiobello, sessantasei anni fa si ruppero gli argini provocando la più disastrosa alluvione che l’Italia ricordi.
Per fortuna, i drammi di quest’angolo di territorio sono ormai retaggio di un passato morto e sepolto per sempre.
E se il buon giorno si vede dal mattino, quel giorno è iniziato con una splendida mattinata di sole benaugurante.
Era mercoledì 25 gennaio quando si è tenuto l’incontro tra lo staff di DeltaPo e i giornalisti. goccia
La prima cosa che mi colpisce è il logo: una goccia d’acqua, ma potrebbe essere anche una fiamma, una foglia, in ogni caso un richiamo alla natura; l’acqua è comunque il riferimento d’obbligo per un progetto espressamente legato al Po e al suo territorio. Questo logo, dalle linee curve e avvolgenti, mi piace molto. L’impressione è che la strada che DeltaPo sta per intraprendere sia iniziata sotto i migliori auspici.
DeltaPo - Apriamo
Un’organizzazione impeccabile ci ha dato appuntamento nell’ampia sala illuminata dell’edificio principale del moderno Centro Direzionale di DeltaPo Outlet, dove veniamo accolti per assistere alla presentazione dell’evento condotto da Gianluca Gerosa, Direttore Generale del Marketing del grande complesso commerciale.
Ma che cos’è DeltaPo Outlet?
L’errore più comune sarebbe proprio definirlo un grande centro commerciale, in effetti non è così: DeltaPo Outlet nasce ed è stato pensato come un centro di aggregazione e di promozione delle molteplici realtà presenti nel vasto territorio del Delta del Po. Il nome scelto non è casuale e rispecchia quella che è la filosofia del progetto, cioè fare conoscere al mondo il grande potenziale attrattivo di un’area fino ad oggi quasi ignorata, persino dai suoi stessi abitanti. Eppure la ricchezza storica, culturale e ambientale del Delta è stata ufficialmente riconosciuta anche a livello internazionale proprio dall’Unesco, che nel 2015 ha proclamato il Parco del Delta Patrimonio dell’Umanità, inserendo gli oltre 140 mila ettari del suo territorio nella propria rete di riserve ambientali protette.Fiume_Po_a_Boretto
Quindi, che fare per valorizzare questo patrimonio?
In proposito quelli di DeltaPo Outlet hanno le idee chiare. Innanzitutto creare una rete di promozione internazionale rivolta ai mercati emergenti. E per questo è stata avviata da tempo una stretta collaborazione con esperti operatori internazionali in grado di far conoscere le innumerevoli attrazioni del nostro territorio. I paesi coinvolti appartengono soprattutto all’area dell’est europeo, come i nuovi stati dell’Ex Jugoslavia, poi l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Russia, ma anche l’Austria e la Francia. Le prospettive sono interessanti, in un territorio che comprende essenzialmente le province di Ferrara e Rovigo, con una popolazione complessiva intorno al mezzo milione di abitanti, ma con un afflusso di turisti che negli ultimi anni ha toccato punte di oltre cinque milioni di presenze l’anno. Quest’ultimo dato ci fa comprendere bene che l’interesse attorno al Delta c’è eccome, nonostante ancora oggi questo territorio continui ad essere considerato da molti un’area “depressa” e, per ciò che riguarda il tasso occupazionale, resti tuttora tra i meno virtuosi del nord-est.
Tuttavia, il potenziale valore del territorio è indiscutibile, l’offerta è vasta e variegata.
Tanti sono i motivi d’interesse: la storia ricca e avventurosa di una terra di confine; il valore architettonico e artistico di una importante città rinascimentale come Ferrara; le specialità tipiche della gastronomia veneta e emiliana; il fascino e l’atmosfera senza tempo, eterea e ammantata di mistero, delle valli del Delta, col suo reticolo di corsi d’acqua, le sue lagune e le sue pinete; e per finire, l’attrazione dei centri balneari posti sul litorale, partendo da Rosolina e l’Isola di Albarella a nord, arrivando fino a Comacchio e ai suoi sette Lidi a sud. Questi sono i principali punti di forza del nostro territorio che gli ideatori di DeltaPo vogliono promuovere, proponendoli nell’Outlet di Occhiobello attraverso un fitto calendario di eventi in programma nei prossimi mesi.
In fondo la definizione di outlet, in questo caso, è a dir poco riduttiva. Gianluca Gerosa parla di luogo d’incontro e aggregazione per famiglie.
IMG-20160414-WA0006-smallNel progetto, giunto a compimento dopo una travagliata gestazione, è prevista una vasta area dedicata alla ristorazione e al divertimento, con un occhio di riguardo all’aspetto naturalistico attraverso la realizzazione di un percorso attrezzato con aiuole e piante uniche, che sarà arricchito prossimamente da una serie di presentazioni e approfondimenti a tema ambientale.
Insomma, non solo un’area commerciale in cui comprare risparmiando, ma anche e soprattutto un luogo di svago e di incontro per famiglie; per i viaggiatori e i turisti, così come per gli abitanti del posto. Un luogo in cui trascorrere il proprio tempo libero scoprendo le bellezze insospettabili di un territorio con prospettive ancora tutte da esplorare.
Una posizione ideale, strategica, posta al confine tra Veneto ed Emilia, a metà strada tra Venezia, Ravenna e il mare, a due passi da Ferrara e proprio davanti all’uscita dell’autostrada Bologna-Padova.
Come dicevo, i presupposti per un futuro roseo e di successo ci sono tutti.
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Tutti i gusti (e non solo) della Ferrara di una volta

di Linda Ceola

Vi capita mai passeggiando per Ferrara di chiedervi se esiste un’osteria, un caffè o un albergo che nonostante le crisi subite in passato, sia riuscito a tramandare la propria tradizione resistendo nel tempo? Quanti tra questi hanno dissolto la propria identità nella repentina e mutevole crescita del tessuto urbano e quanti, invece, sono stati capaci di mantenere a denti stretti la propria linea originaria? Marco Nonato, dentista di professione, storico e ricercatore per passione, sceglie di dar luce proprio a questi ultimi attraverso la sua ultima fatica letteraria, frutto di tre anni di lavoro, passati tra archivi pubblici e privati che lo hanno riportato indietro nel tempo, tra i luoghi della sua gioventù. Nasce così “Ristoranti, Caffè, Osterie, Alberghi di un tempo, Storie, Personaggi e Ricette dell’Antica Ferrara”, presentato il 12 dicembre 2016 presso la Sala dell’Arengo del Palazzo Municipale di Ferrara e curato da Ascom Confcommercio Ferrara in collaborazione con Fipe (Pubblici Esercizi).

La presentazione del testo si è aperta con il vicesindaco Massimo Maisto, nonché assessore alla cultura e al turismo del Comune di Ferrara, che subito ha individuato nel libro “un dono per la città, ma soprattutto per i cittadini,” desiderosi di volgere uno sguardo al passato e alle sue ripercussioni. A seguire gli interventi di Giulio Felloni, presidente provinciale Ascom Confcommercio e di Davide Urban, direttore generale Ascom Ferrara, che ha sottolineato la capacità di questo libro di far riaffiorare ricordi di momenti speciali passati insieme a persone care. “Non è solo un testo legato alla memoria personale e popolare dei cittadini” ha detto Urban, “bensì anche una sorta di guida orientativa enogastronomica per il turista”.
Poi la parola è passata a Marco Nonato, autore dell’opera: “Fare lo scrittore non è il mio mestiere”, eppure il suo primo testo sull’automobilismo storico ferrarese ha avuto un grande successo, oltre ad essere stato tradotto in inglese, quindi ha voluto riprovarci. “Il desiderio che sta alla base di questa ricerca è quello di ricordare i locali, gli alberghi, le osterie che hanno caratterizzato la storia dell’ospitalità ferrarese”, ha spiegato Nonato, “di cui si rischiava sicuramente di perdere la memoria”. Ricorda il ristorante Da Giovanni, situato vicino al castello: negli anni Sessanta vide l’assalto affamato della squadra dell’Inter che per quindici giorni potè godere delle sue delizie. Giunse in città anche il giovane Karol Wojtyla, al tempo arcivescovo di Cracovia, per festeggiare l’anniversario di Copernico, astronomo e matematico polacco che visse per anni nelle stanze collocate sopra l’Osteria Brindisi. La sera, non conoscendo la lingua e non sapendo dove andare a rifocillarsi venne guidato al ristorante La Vecchia Chitarra di Bertino da Italo Antinori, noto otorino di Ferrara, e non si vergognò di ordinare, rigorosamente in latino, doppia razione di cappellacci. Tra le curiosità da non dimenticare Moser, celebre ciclista che si recava spesso in città da Conconi, medico sportivo. Era il 1984 quando Moser, valicato il record dell’ora a Città del Messico, spodestando dopo dodici anni Eddy Merckx, è tornato a Ferrara e per un mese ha mangiato al ristorante Nordovest, senza mai pagare un soldo con grande sorpresa del signor Andreotti, che alla fine ha ricevuto la bicicletta del record con le prime ruote lenticolari. Bizzarra l’idea della storica Trattoria Occhiali, una delle esperienze più importanti della cucina tradizionale ferrarese degli anni Cinquanta, che ha deciso di allestire un piccolo palco, il Golden Tap, sul grande cortile adiacente, lasciando libera scelta al pubblico di esibirsi previo acquisto di una bottiglia di vino. Il clima di festa era così assicurato!

Questi e tanti altri ancora i racconti di Marco Nonato, che non intende assolutamente dimenticare e, attraverso fotografie, storia e aneddoti ha sottolineato un altro obiettivo del testo, oltre alla memoria: “verificare quali sono state le attività che sono riuscite nonostante i cambiamenti e l’innovazione a rimanere in auge, come l’Hotel Europa, l’Hotel Annunziata e il Ristorante la Provvidenza”.
A chiudere l’iniziativa è stato Leopoldo Santini, cultore per eccellenza delle “cose” ferraresi che appassionatamente ha accompagnato il pubblico in un viaggio sensoriale attraverso il fritto misto del Cavalier Giovanni Molara e il risotto dei Montini. Tanti nomi e altrettanti luoghi pregni di una vitalità antica tutta da scoprire tramite il testo di Marco Nonato che ha scelto di destinare una parte dei proventi alla Fondazione Ado Onlus di Ferrara per acquistare uno strumento di diagnostica avanzato.

Vivere completamente immersi nella Bellezza porta talvolta a dimenticarsene. “Ristoranti, Caffè, Osterie, Alberghi di un tempo, Storie, Personaggi e Ricette dell’Antica Ferrara” è un invito a fermarsi e a guardare, perché come diceva Samuel Johnson “La vera arte della memoria è l’arte dell’attenzione”.

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Expo proietta nel futuro la tradizione ferrarese

IMG_7592 robot-inservientiC’era anche il supermercato del futuro a Expo, di un futuro però molto simile al presente: non i droni-fattorini che ti portano a casa la spesa ordinata online, ma un ambiente elegante e raffinato dotato di grandi schermi lcd con l’indicazione delle caratteristiche dei prodotti e dei valori nutrizionali di ciascuno; e come massima concessione alla fantasia, giusto per stupire almeno un po’, inservienti robot che servono frutta e piccole confezioni. Qualcosa di già realizzabile oggi e di facilmente prevedibile domani.
E c’erano, ad Expo, i cibi ferraresi, quelli di ieri, di oggi e certamente anche del futuro, gli evergreen, I campioni della tipicità, presentati dagli associati Ascom che hanno fatto vetrina di sé nel gran finale dell’esposizione mondiale. Gastronomia e turismo, questa l’accoppiata vincente suggerita, tradotta in stuzzicanti abbinamenti che gratificano l’appetito del corpo e della mente: aglio di Voghiera a condire la delizia Estense di Belriguardo, piadina morbida al centro storico di Comacchio, il ‘bagigino’ nella suggestiva cornice di Valle Campo, suo habitat naturale; pasticcio di maccheroni e pane fra i monumenti e l’ortogonalità delll’urbanistica Unesco di Ferrara… Poi, tartufo nero e bianco nel bosco di Panfilia a Sant’Agostino o alla Rocca di Stellata di Bondeno.
tartufi-sant-agostinoE dentro questo menu ci stanno le storie di gusto di uomini e donne che con la loro passione marcano la differenza fra l’ordinario e lo straordinario: Alessandro Farinella, che gradisce essere appellato con il soprannome che da sempre lo accompagna, Ciliegia, “perché lo si ricorda meglio”, e da vent’anni e più è diventato pure il nome della sua premiata azienda; Neda Barbieri, ambasciatrice di un aglio le cui declamate virtù stanno in un aroma particolarmente intenso che si sposa a una facile digeribilità. E poi Enrico Nordi, il papà del bagigino, la piccola alice che si può pescare solo nelle valli di Comacchio perché qui non è in grado di svilupparsi oltre le minute dimensioni. I ‘tartufini’ di Sant’Agostino e di Bondeno, Filippo Menghini e Salvatore Salvi, che magnificano l’oro nero e bianco (400 euro letto quest’ultimo) dei loro territori, certi che nulla abbiano da invidiare rispetto ai più celebri fratelli di Alba o Acqualagna, per l’orgoglio di Fabrizio Toselli sindaco di Sant’Agostino e Simone Saletti, vice di Bondeno. E infine i panificatori di Ferrara, maestri dell’arte bianca, le cui origini risalgono al Rinascimento estense.

Le delegazione ferrarese ad Expo
Le delegazione ferrarese ad Expo

La delegazione di Ascom Ferrara, capitanata dal direttore Davide Urban, dal vicepresidente Marco Amelio e dal presidente regionale di Confcommercio Andrea Babbi, con corollario di sindaci e amministratori, ha collocato queste tipiche delizie nella cornice internazionale di Expo, puntando sulla duplice attrattiva turistica esercitata sugli occhi e sul palato. Per tesori tutti da vedere e da assaporare.

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LA CURIOSITA’
Cucina ferrarese per il gran finale di Expo

Pane e companatico ferrarese per il gran finale di Expo: pasticcio di maccheroni, bagigini (piccole alici) delle Valli di Comacchio, tartufo (nelle due varianti del Bosco della Panfilia e di Bondeno), aglio di Voghiera Dop, coppia Ipg e piadina saranno sulle tavole del Padiglione Italia e illustrati alla stampa il prossimo giovedì, in un ghiotto mezzogiorno del cuoco. Nel ‘menu’ proposto, grandi assenti sono la salama da sugo (peraltro Igp), i cappellacci e il pampapato, mentre compare a sorpresa la piadina, che tipicamente ferrarese proprio non è, ma vanta lo scettro di miglior prodotto dell’anno conquistato nella disfida con la Romagna grazie all’azienda Ciliegia di Comacchio. C’è poi da dire che la salamina (a giugno), i cappellacci e il pampapato (a settembre, in due distinte occasioni in cui pure erano presenti aglio e coppia) già hanno goduto di altri momenti di gloria.

L’anteprima della degustazione di ciò che sarà riservato fra una settimana ai giornalisti presenti ad Expo si è avuta ieri all’Accademia del Gusto, centro di formazione culinaria attrezzato da Iscom al Cenacolo di via Fabbri nei pressi del seminario arcivescovile. A far da padrone di casa è stata Ascom, che ha promosso l’evento milanese (in collaborazione con Visit Ferrara, Ferrara Incoming e con il supporto dell’Associazione camerale dell’innovazione e di Carisbo). Il presidente Giulio Felloni ha rivendicato il merito alla propria associazione, “trasversale ai partiti, di essersi posta a capo di iniziative volte alla valorizzazione del territorio”. Il direttore Urban ha affermato che ormai “l’offerta enogastronomica è fra le principali attrattive valutate dai turisti nell’orientare le proprie scelte” e Marco Amelio presidente provinciale di Iscom, a conferma, ha sostenuto che “accanto al patrimonio culturale, fra le tipicità del nostro Paese che contribuiscono a generare turismo e conseguentemente fatturato, non ci sono solo moda e artigianato ma anche l’enogastronomia, ormai a pieno titolo parte del cosiddetto made in Italy”.

Dalle parole ai fatti. Tutto gradevole in tavola, anche per i giovani ospiti newyorchesi in tour di formazione europeo, ai quali magari sarà sfuggito l’eccesso di cottura del tagliolino al tartufo. Un peccatuccio facilmente rimediabile nella vetrina ufficiale del 29, semplicemente con maggiore attenzione al timer. Alla vigilia della chiusura del salone mondiale del cibo, Ferrara che già più volte ha fatto mostra delle sue eccellenze avrà l’opportunità riproporre le proprie specialità gastronomiche e alimentari. Una sorta di piatto del buon ricordo, a futura memoria del turista.

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IMMAGINARIO
Che pasticcio!
La foto di oggi…

Ed ecco che emerge la doppia vocazione di Silvia Nagliati: per la fotografia, ma anche per la cucina, il suo principale lavoro. La iger ferrarese che sta gestendo la pagina Instagram del Comune (@comunediferrara), oggi ci propone una specialità della nostra cucina…questo il suo commento.

“Appena sfornato.
Spero vi arrivi il profumo di frolla dolce che si fonde al salato del ripieno.
Un piatto antico della nostra città.
Il Pasticcio Ferrarese.
Buongiorno!”

OGGI – IMMAGINARIO MYFERRARA

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

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foto di Silvia Nagliati
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L’IDEA
Cene vegane per promuovere il territorio

Mettere le persone sedute attorno ad un tavolo è il modo migliore per condividere non solo sapori ma anche saperi. L’ha pensata bene il consorzio Visit Ferrara, nato in seno alla Camera di Commercio e composto da 86 soci, che ha lanciato “I giovedì dei sapori ferraresi” un tour enogastronomico in sei tappe, ognuna in un diverso ristorante della città fino a fine aprile. Menù a prezzo fisso che vanno dai dieci ai trenta euro, per conoscere la tradizione come le perle ferraresi, i vini delle sabbie o il pesce di valle, ma anche le contaminazioni come il cous cous, il carciofo in veste locale, o la cucina vegana fatta con prodotti del territorio, che è stata la scelta di Gaia Ludergnani dello Scaccianuvole, ristorante di via Cassoli che ha ospitato la seconda tappa del tour.

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foto di @Igersferrara

“Per noi – ha spiegato Ludergnani – è importante dare spazio a menù senza prodotti di origine animale, ma con ingredienti nostrani, così questa sera lo chef Marcello Minguzzi, ha preparato un’entrée con schiacciatina alla canapa cotta nel forno a legna, un antipasto con terrina di tofu aromatico e zucca su letto di radicchio, un primo di pasta di canapa con crema di broccoli e mandorle tostate, un secondo di brasato di seitan al Fortana con chips di zucca, e per finire dessert di tartelletta alla canapa con crema di riso e pere al vino rosso. Il tutto degustando i vini delle sabbie. Per noi oltre alla cucina vegana, è anche importante rifornirci da aziende d’eccellenza del territorio, infatti proponiamo i vini dell’azienda Mariotti e la pasta della Romagnola Bio”.

“Abbiamo due poderi a San Giuseppe di Comacchio e uno a Vigarano Mainarda – ha raccontato Mirco Mariotti, dell’azienda vitivinicola – noi produciamo soprattutto Fortana, Trebbiano e Malvasia, ma anche grappa e mosto cotto. Da due generazioni ci siamo specializzati in vitigni autoctoni, in particolari di quelli “franco di piede” dei terreni sabbiosi”.

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“Io produco pasta biologica dal 1987 – dice Paola Fabbri, della Romagnola Bio di San Biagio di Argenta – in un’azienda immersa in dieci ettari di verde, accanto ad un lago, dove lavoriamo farine che acquistiamo e poi trasformiamo noi. Le paste sono come i miei bambini, perché io non ho figli. Mi invento forme e combinazioni usando cereali alternativi al grano come Kamut, farro, mais, riso, grano saraceno, orzo, segale, e anche canapa. Negli anni ’90 siamo stati la prima azienda al mondo a fare la pasta del Kamut, che ora è molto diffusa. Abbiamo anche provato a produrre una pasta di grano Hathor, che il Conase sta sperimentando in alternativa al Kamut che qui da noi alletta e siamo costretti ad importarlo da Usa e Canada. La mia ultima invenzione è una pasta di equiseto che contiene silicio e fa bene a ossa, tendini e capelli. Un’altra cosa che ho ideato è la pasta di riso e lupino, molto proteica, che va bene anche per intolleranti alla soia. Poi ho fatto anche una pasta a basso contenuto di carboidrati con il baobab. Io mi reputo una sovversiva del gusto, guardo quello che fanno gli altri ma non per copiarlo: per farlo in modo diverso!”.

“Questa è la prima iniziativa che organizziamo – ha affermato Chiara Vassalli di Visit Ferrara – di solito promuoviamo quelle degli altri, ma in questo caso ci tenevamo a far conoscere queste realtà e a metterle in rete”.

“Il settore della ristorazione era il meno rappresentato nel consorzio – ha spiegato Matteo Buffoli di Visit Ferrara – che è composto prevalentemente da albergatori e agriturismi, per cui abbiamo voluto incentivare la loro presenza al nostro interno. Chi viene a fare turismo qui, deve anche mangiare, per cui è imprescindibile questa connessione tra ricettività e gastronomia. Nuove connessioni significano nuove possibilità di business”.

Il prossimo appuntamento sarà giovedì al ristornate Orsatti 1860 con una cena a base di pesce.

Qui il programma completo. [clicca]

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Emilio Bulfon
l’uomo che sussura agli acini
alla scoperta dei vini perduti

“Antichi vitigni che sembravano scomparsi, fagocitati dai rovi e dall’incuria degli uomini, in un territorio storicamente vocato alla viticoltura, ma che la passione di Emilio Bulfon ha fatto rinascere a nuova vita”. Questo si legge sul raffinato sito che presenta i vini coltivati con passione e cura appunto dall’azienda del signor Bulfon. La piccola didascalia che introduce al suo regno è introdotta dal marchio di casata – un logo dipinto dallo stesso viticoltore – che riproduce una sorta di cenacolo, con Cristo e gli apostoli intenti nella mescita del vino. “Mi diletto di pittura e ho stilizzato un affresco medievale di una chiesa qua vicino, quella di Santa Maria dei Battuti. Ho scelto un particolare dell’Ultima cena di Cristo e l’ho riproposto in varie tonalità cromatiche per le nostre etichette”.

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Il logo della cantina Bulfon

Emilio Buffon è un eclettico, ma la sua vera passione è per l’uva. “Già mio nonno e poi mio padre coltivavano la vite e facevano il vino. Praticamente si può dire che sono nato e cresciuto in cantina”. Da quasi mezzo secolo produce vino nella sua azienda, a Valeriano, in provincia di Pordenone fra la medievale Spilimbergo e San Daniele del Friuli, celebre per l’omonimo prosciutto. “E’ una vita ormai, ho cominciato nel ’64, da Cividale mi sono spostato in questa zona per vinificare per altri produttori. Guardandomi in giro mi sono incuriosito di ceppi secolari coltivati da persone anziane. Lo facevano per autoconsumo, in tempi di miseria il vino è una risorsa importante. Quei vitigni erano mi erano sconosciuti e quegli uomini mi hanno permesso di prenderne le gemme. Il professor Costacurta mi ha aiutato a scegliere i cloni. Da lì è incominciato tutto”.
E poi com’è andata? “Molti si incuriosirono alla nostra ricerca, fra questi Luigi Veronelli e Bruno Pizzul. Ma i produttori non erano interessati. Così nel ’72 ho preso questo appezzamento e ho incominciato a produrre da me, con amore. L’ho fatto per il nostro territorio, per salvaguardare una delle sue tipicità, che sono nel vino, nella gastronomia e nell’arte”. E con grande saggezza aggiunge: “Ho capito una cosa in tutti questi anni: quando credi di sapere in realtà non sai niente”.

La particolarità di questa cantina sta proprio nella ricerca e nella riscoperta di antiche qualità, considerate a lungo perdute, che oggi invece si possono apprezzare ancora, grazie al lavoro del fondatore, unico a coltivarle dopo averle pazientemente recuperate.
I suoi vini hanno nomi inconsueti, derivazione diretta del dialetto friulano: in totale sono otto i vitigni autoctoni coltivati: i rossi Piculìt neri, Forgiarìn, Cjanoria, Cordenossa; i bianchi Ucelùt, Sciaglìn, Cividìn; e il Moscato rosa. Undici le varietà vinificate, fra cui cinque rossi, quattro bianchi (inclusi un frizzante e uno spumante) e un rosato. La produzione si arricchisce ulteriormente di tre grappe monovitigno. Le etichette sono tutte impreziosite dai disegni di Bulfon. “I clienti si aspettano che il vino sia sempre uguale. Ma non può essere così, il vino è vivo e cambia. Solo la chimica lo fa tutto uguale. Ma questo per molti è difficile da capire”.

I rari vini dell’azienda Bulfon sono stati presentati a Ferrara la scorsa settimana al ristorante ‘Le querce’ durante una cena-degustazione dell’Onav, l’Organizzazione degli assaggiatori che in provincia è rappresentata dal delegato Lino Bellini e dal segretario Ruggero Ciammarughi, con la collaborazione di Renzo Cervi di Anag (assaggiatori grappa). Grande in sala era la curiosità fra i convenuti, tutti appassionati di vini, che hanno potuto apprezzare sei differenti qualità, con pieno gradimento in particolare per Sciaglin frizzante, Cividin e Piculìt neri. Sono figli di quegli antichi vitigni coltivati per secoli sulle colline del Friuli occidentale, che fino a una trentina d’anni fa sembravano scomparsi.

onav5Emilio Bulfon, sorretto da tenacia e passione, con l’aiuto della moglie Noemi e dei figli Lorenzo e Alberta, ha il merito di avere ridato vita a ciò che si credeva perduto per sempre. E con la collaborazione degli esperti dell’Istituto sperimentale di Conegliano, con cura ha selezionato, reimpiantato, coltivato e vinificato quei tesori della sua terra. Un lavoro importante, il suo, sotto il profilo della cultura enologica e della tutela della memoria locale. Nel tempo sono giunti numerosissimi, autorevoli e prestigiosi riconoscimenti. Nel 1987 la provincia di Pordenone, riconoscendone il valore, gli ha conferito una medaglia d’oro, cui ha fatto seguito la benemerenza ricevuta nel 2010 nell’ambito di Vinitaly. Traccia di questa paziente e preziosa opera e dei ventiquattro vitigni autoctoni recuperati è conservata in un volume a carattere storico-scientifico intitolato “Dalle colline spilimberghesi nuove viti e nuovi vini”, curato dallo stesso Bulfon con Ruggero Forti e Gianni Zuliani.

L’azienda, immersa nel verde di Valeriano (frazione di Pinzano al Tagliamento), si compone della cantina, di un punto vendita con sala degustazioni e offre anche possibilità di alloggio agrituristico. I visitatori hanno l’opportunità di compiere visite guidate fra i vigneti e di fare escursioni in collina con la bicicletta. I dintorni sono suggestivi e conservano importanti tesori d’arte: il castello dei conti Savorgnan, un sacrario austroungarico, il ponte di Pinzano sul Tagliamento e un ambiente naturale sostanzialmente incontaminato. Alberta, la figlia di Emilio, storica dell’arte, è pronta ad accompagnarli in visita.
“Abbiamo grandi spazi – spiega il figlio Lorenzo -, l’estensione è di quasi sedici ettari, di cui nove coltivati a vigneto esclusivamente di varietà autoctone friulane recuperate. Il nostro tentativo è coniugare l’innovazione tecnologica in campo enologico con la valorizzazione del territorio”. La modernità, che sposa la tradizione nel rispetto dell’ambiente e della storia.

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LA PROPOSTA
Rilanciamo la città: via delle Volte, strada delle botteghe e delle tipicità locali

Se ne parla da sempre, a parole son tutti d’accordo. Ma nulla succede. Via delle Volte, l’antica strada dei fondachi medievali, dovrebbe tornare quel che era per originaria vocazione, riadattando l’inclinazione al presente: dunque laboratorio, teatro di botteghe artigianali, emporio di prodotti tipici del territorio, spazio d’esposizione delle eccellenze d’ogni genere, dall’arte alla gastronomia, dai manufatti alle opere d’ingegno.
Meriterebbe d’essere strada brulicante di passanti, turisti e ferraresi, meta d’obbligo per chiunque venga in città. Invece è poco più di un retrobottega, nel quale i curiosi sbirciano da via San Romano o da corso Porta Reno. E’ attraente come un vestito fuori moda, a tratti risulta scalcinata e trasandata, non ispira allegria ma tenerezza. In definitiva è spenta. Nell’insieme appare senza scopo né identità.
E dire che le sue potenzialità sono enormi. Per rilanciarla e imporla come una gemma della città bisognerebbe compiere un’operazione lungimirante al pari di quella a suo tempo realizzata per il recupero delle mura estensi. Un’operazione ispirata dal compianto Paolo Ravenna e condotta dall’amministrazione del sindaco di allora, Roberto Soffritti, che di tanti peccati politicamente si macchiò, ma al quale non si può negare di aver saputo dispiegare risorse e sviluppare progetti che hanno dato grande lustro a Ferrara.

Dunque, attorno al tavolo di programmazione – con la volontà di fare e non di chiacchierare – sarebbe bene che sedessero tutti gli attori qualificati: le istituzioni, le associazioni civiche e culturali, le rappresentanze delle forze produttive, imprenditoriali e commerciali; anche le banche, se una banca ancora ci fosse in città che ragiona nell’interesse della comunità. L’intrapresa non potrebbe evidentemente prescindere da un robusto finanziamento europeo e dalla munifica benevolenza ministeriale. E perché non approfittarne proprio ora, che al dicastero siede un ferrarese?

Il percorso, nel cuore della Ferrara medievale, è pregno di storia e di suggestioni da rivificare. Il tratto centrale ha un’estensione di 600 metri fra via Boccacanale di Santo Stefano e via Gioco del Pallone. E’ stretto fra casette in mattone a vista spesso con la classica configurazione del cassero ed è tratteggiato dalle tipiche volte che danno nome alla via.
Il naturale prolungamento della strada si ha verso ovest, in direzione corso Isonzo, con via Capo delle Volte; mentre sul fronte opposto, quello est, il cammino prosegue idealmente in via Coperta, staccata da via Gioco del Pallone dai 150 metri di percorrenza obbligata sull’adiacente via Mayr, sino all’innesto in via Belfiore. In questo caso a spezzare la continuità del passeggio sono i giardini interni di due residenze private. In tutto, da un fronte all’altro della città, un’escursione di due chilometri esatti che le conferiscono un primato: risulta essere la più lunga strada medievale del mondo.

Lo spazio e l’atmosfera sono ideali per esposizioni, performance, mercatini, eventi… Serve un intervento misurato e raffinato. Signori amministratori, è tempo di passare dalle chiacchiere ai fatti.

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