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Cattive TERF e buone femministe

 

Nell’articolo di Elena Tebano sul Corriere della sera dal titolo “Chi sono le «Terf», le femministe «critiche del genere» che si oppongono al ddl Zan [Vedi qui] l’acronimo Terf (un termine che sono certa la maggior parte delle donne non conosce) è un’offesa pesante a tutte noi.
Sono una donna e sono una femminista tardiva (radicale lo scopro ora), e questo termine  ho cominciato a sentirlo solo da quando mi sono convinta che il testo del ddl Zan, così come è scritto, cancella le donne e il loro sesso.

Basta dirsi critiche verso quel testo per venire bollate come Terf, ​ e direi che l’articolo di Elena Tebano ne è la dimostrazione. Ma cosa vuole dire? Vuole dire, ce​ lo spiega la giornalista, che siamo “femministe radicali trans escludenti”.  Ma tutte sappiamo bene che Sesso e Genere non sono la stessa cosa. Sappiamo bene che essere incarnate in corpi femminili ha segnato e segna  la nostra esperienza nel mondo e nella storia. Avere le mestruazioni una volta al mese, banalmente, è molto reale e impatta sulla nostra vita anche economicamente. Ed è​ chiarissimo a tutte noi che è sul sesso delle donne che si è costruita l’oppressione millenaria sui corpi delle donne. ​
Ancora oggi 140 milioni di bambine subiscono la​ cliterectomia​ e questo a causa del loro ​sesso biologico.​

Ora, secondo la giornalista e chi usa il termine Terf, volersi dire  donne perché nasciamo con sesso femminile, vorrebbe dire che siamo contro i trans o contro i gay o le lesbiche.
Ma come si può pensare di fare un’associazione di questo tipo? ​ Vorrei informare tutti e tutte che l’acronimo Terf in Inghilterra ormai è considerato un termine dispregiativo bandito persino dalla policy twitter: questo un tweet di Bea Jaspert (@ hogotherforsaken del 5 agosto 2019  “ Twitter’s Uk govt head of Pubplicy Katy minshal agreed at Humanrightctte tha terf, like Bitch and cunt is gendered term and that tweet usin the term, like those cited below, violate twitter’ policies and should be removed.”​

Avrei da entrare poi nel merito di molte questioni affrontate da Elena Tebano, a  partire  dal suo ridurre la biologia e il sesso biologico a un fatto di poco conto,  salvo poi appoggiare quella pratica aberrante che è la maternità surrogata tutta fondata sulla biologia, che fa dei  proprietari dei gameti i veri genitori, a scapito della donna che lo fa crescere nel suo grembo e lo partorisce grazie al suo sesso.
Mi vengono in mente le parole della leader del movimento delle donne mapuchevoi intendete la natura come una forza produttiva (sottinteso – da cui estrarre ogni ricchezza) noi come qualcosa di identitario e spirituale..” più chiaro di così!

Curiosamente i promotori del testo Zan  sono gli stessi che dicono che la maternità surrogata è un atto di amore, che la maternità non è biologia ma cultura, che i nostri corpi sono macchine ai quali cambiare i pezzi per riconoscergli la possibilità di essere quello che “ci sentiamo di essere a prescindere dal dato biologico” includendo nello slogan tutta la bellezza e l’amore di una società che ti accoglie per quello che sei quando invece è una torsione falsissima che prevede un amore della società cosi grande e disinteressato (ironico) da aprirsi in modo sfacciato e senza alcun pensiero critico al mercato delle transizioni e dell’uso di bloccanti della pubertà in età prepuberale, al mercato dei corpi e dei pezzi di corpi, (banche di spermatozoi e ovuli, embrioni etc ) alla medicalizzazione esasperata della società, oggi unico mercato in fortissima crescita.

È bene dunque sapere che chi usa messaggi retorici di amore e inclusione in questo modo, fa riferimento a un’idea di amore e di inclusione basata su questi paradigmi. Oggi la narrazione transumanista, che sono certa la maggior parte  della gente non sa cosa sia, è strisciante e ovunque. Sono quelli  convinti che la chimica infallibile degli algoritmi e dei robot possono tranquillamente sostituire la biologia (limitata e limitante) dei nostri corpi, quelli che perseguono l’immortalità e i corpi perfetti fino a volerci convincere che un corpo di silicone è come l’essere umano. Quelli delle digitalizzazione estrema  che fanno si che un robot oggi risponda al telefono chiedendoti di parlare perché sta imparando a parlare la nostra lingua (provate a telefonare al numero Eni ti risponderà Lucilla!).
Per me invece biografia e biologia sono fortemente interconnesse,  e i nostri corpi sono così intelligenti perché sanno integrare continuamente le informazioni biologiche con quelle biografiche legate al pensiero, ai sentimenti, alle emozioni, all’ambiente che ci circonda e sono giunti ai giorni nostri proprio grazie a questa intrinseca intelligenza emotiva biologica razionale.

Viviamo tempi estremi ma è oggi che siamo chiamati a decidere quale è la visione profonda che anima la nostra idea di mondo e di vivente. Domani sarà troppo tardi.
Io la mia scelta l’ho fatta, sono contro la visione transumanista, perché questa è al servizio del mercato dei corpi e di una falsa idea di libertà e di amore, perché tradisce nel profondo il senso antropoligico di essere umano.
Vi invito ad approfondire e a dire la vostra. Va fatto ora, senza accettare come buoni, falsi e semplificatori slogan, per lo più urlati dalla sinistra, perché in gioco c’è la civiltà futura e il mondo in cui vivranno i nostri figli.

Ddl Zan: il rischio di cancellare la parola donna

 

Genova – Sesso e genere non sono la stessa cosaÈ sul sesso delle donne che si è fondata la millenaria oppressione sui loro corpi. Le discriminazioni sugli omosessuali, sui transgender, sui disabili vanno condannate ma non al prezzo di cancellare il sesso di più della metà della popolazione mondiale.
Ancora oggi 140 milioni di bambine subiscono la cliterectomia e questo solo a causa di avere un certo sesso biologico e non certo per appartenenza a un genere. Qui non si tratta di non far passare il DDL Zan, ma semplicemente di emendarlo per non aprire a un confusionale “identità di genere e al self identification” (basta che mi sento donna per dirmi donna e viceversa) che sarebbe una mutilazione simbolica del nostro sesso con  conseguenze più che concrete, del tipo: uomini che si sentono donne che gareggiano nella categorie femminili – sta già avvenendo – o che chiedono di accedere alle prigioni femminili o nei centri antiviolenza delle donne (anche questo sta già avvenendo).

Una parlamentare norvegese è stata querelata perché ha affermato che “solo le donne partoriscono” (come se gli uomini potessero partorire?) e in Inghilterra le linee guida mediche impongono parole tipo “mestruatore” o persona che mestrua. Questo è il risultato di norme scritte in questi Paesi dove il genere precede il sesso e non il contrario.

L’articolo 3 della nostra Costituzione recita così: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Questo articolo contiene già tutto e davvero non comprendo perché l’onorevole Zan e la compagine che sostiene il suo progetto di legge, non voglia parlare di transessualità al posto del generico identità di genere.

Un cieco o uno senza gambe o un trans o un omosessuale è una persona come tutti ma non gli si dice che ha le gambe, o che ci vede o che è etero, o che è uomo o donna a prescindere dalla sua transizione, per farlo sentire uguale ai ‘normali’.
Chi è normale? Non ci sono persone non normali, ci sono le persone e tutte sono degne di amore e di rispetto; questo il nodo centrale attorno al quale ogni comunità dovrebbe unirsi, ma amore e rispetto passano attraverso la riconoscibilità e la nominazione di tutte le differenze, a partire da quella più grande quella dimoformica. Chiamare le cose con il loro nome è amore e lo diciamo da madri, insegnanti politiche (etc.).
È la prima cosa che s’insegna ai figli, ai bambini a scuola, ai piccoli di una comunità. Se non si fa questo lavoro di nominazione non si può educare (da educere, tirare fuori) al discernimento.

Va aggiunto che nel DDL Zan vanno inclusi dei fermo restando:
il divieto di surrogazione di maternità, condannare l’utero in affitto non è omofobia,
e l’impossibilità vigente al cambio di documenti per semplice arbitrio individuale: opporsi alla self identification non è transfobia!

Il grande paradosso in cui ci troviamo invischiate noi donne oggi, è che “siamo costrette a batterci perché la parola ‘donna’, strettamente legata al nostro sesso biologico, non venga cancellata in nome del diritto di tutti e tutte a non sentirsi discriminati». Parole della stessa Rowling.
Dovrebbe infine far riflettere che questo disegno di legge è stato scritto da un uomo che rifiuta qualsiasi confronto con noi femministe che da mesi (ancora prima della discussione alla camera) chiediamo di essere audite, il che ci riporta al più becero patriarcato: le donne hanno diritto di parola solo e quando la loro parola è asservita al potere ma gli viene negata se è critica.
Insomma una legge che vuole essere a tutela dei e delle cittadine contro ogni discriminazione ne crea una più grande: quella verso le sue cittadine!

SCHEI
Recovery Fund: dai Mister No alle Wonder Women

Recovery Fund: imperversano ovviamente le reazioni alla più importante trattativa tra Stati europei del secondo dopoguerra – o, se preferite, della prima guerra batteriologica della storia. Inizio citando l’europarlamentare della Lega Gianna Gancia, moglie di Roberto Calderoli, che scrive su Twitter (rivolta a Salvini e Meloni): “Che spieghino agli italiani da dove avrebbero preso i soldi loro”. Lodevole manifestazione d’indipendenza intellettuale. Parliamo dell’ex presidente della Provincia di Cuneo, leghista della prima ora. Giorgia Meloni, peraltro, da paracula-mica-scema-romana, afferma adesso che “Conte si è battuto” e che “l’Italia esce in piedi dalla trattativa”. Di Ursula Von der Leyen e del suo piglio e linguaggio nuovo ho già parlato: è stata la prima a chiedere scusa all’Italia e a cambiare l’atteggiamento della Commissione Europea verso di noi, i più colpiti economicamente dall’epidemia, ma perché siamo stati i primi a chiuderci a chiave. E di questa scelta si coglie tutto il drammatico valore adesso, che negli Stati Uniti le persone stanno cadendo come mosche e in Brasile si comincia a parlare di genocidio commesso dal proprio Presidente. Le due nazioni che più di ogni altra hanno rubricato per mesi la pandemia al rango di febbriciattola.

Ma la vera protagonista del cambio di passo è stata Angela Merkel, cancelliera di Germania. La ragione è molto semplice: se non fosse stata la Germania (la nazione di maggior rilievo economico dell’Unione) a cambiare atteggiamento verso l’ipotesi di un debito europeo mutualistico e condiviso (perché questo è il Recovery Fund), gli equilibri non si sarebbero mai modificati. Se lei non avesse spostato letteralmente il peso della Germania dai paesi cosiddetti “frugali” – con gli altri, visto che ad esempio i Paesi Bassi hanno il più alto debito privato pro capite dell’area, e sottraggono miliardi di euro di entrate fiscali ai paesi vicini con il loro dumping  – verso i paesi ad alto debito pubblico ma anche alta responsabilità sociale, come Italia (soprattutto), Spagna, Portogallo e Francia, questo accordo non sarebbe stato possibile. Non vogliamo annoiare con i numeri (li potete trovare un po’ dappertutto in questi giorni), ma non credo possa essere disinvoltamente e sbrigativamente definita una “fregatura” il fatto che più di un quarto delle risorse nuove stanziate andrà all’Italia. Non importano le ragioni che hanno spinto la Merkel a cambiare idea: a volte un sano egoismo da politica navigata, che può passare alla storia come l’affossatrice dell’Europa unita o come la sua salvatrice e sceglie la seconda strada (e non ce n’era una terza), è il veicolo che trasporta un concetto di solidarietà tra nazioni diverse e lontane culturalmente, socialmente, economicamente; nazioni che si ritrovano a firmare un compromesso fondato sull’idea che nessuno si salva da solo, e questa volta la frase non suona stucchevole, perché si tratta della pura verità.

Naturalmente le incognite sul campo rimangono tante. Ci sono delle condizionalità, c’è un ruolo lasciato al Consiglio europeo (i singoli Stati) anziché alla Commissione Europea nel valutare le riforme dei singoli paesi beneficiari. Ma è caduta l’idea che uno Stato singolo possa mettere il veto sulla destinazione dei denari: si decide a maggioranza. A questo punto tocca a noi. Il premier Conte ha dimostrato capacità negoziali niente affatto scontate: se la mettano via i sarcastici dei DPCM uno al giorno, avrei voluto vedere loro (o uno qualunque dei politici di mestiere sulla scena) a portarsi a casa un risultato paragonabile a quello che porta a casa lui. Adesso gli tocca un compito ancora più arduo, a lui e al suo fragile governo, che deve dimostrare la stessa tenuta nervosa: quello di cambiare alle fondamenta un paese che sembra immodificabile nei suoi difetti atavici. Non solo. La crisi economica più grave della storia moderna è già cominciata, e quando inizierà a mordere troppa gente (perché i soldi del Recovery non arriveranno certo a settembre) sarà già tardi, se non saranno state messe in campo misure contingenti di salvataggio (ricordiamo, rimborsabili quelle adottate da febbraio 2020) per garantire la sussistenza materiale delle persone. Dovranno essere un mix di varie cose, dalle moratorie fiscali a sovvenzioni alle persone fisiche, per fare la spesa, per comprarsi i vestiti. E’ un’impresa complessa, purtroppo, perché nel frattempo lo Stato deve incassare i soldi per la gestione corrente: che serve a pagare gli stipendi, le pensioni, l’assistenza sanitaria, le strutture scolastiche. Questo è il rischio più incombente che vedo, ed è un rischio che è capace in un baleno di distruggere anche il patrimonio di credibilità che Conte si è guadagnato. Perché quando la gente non ha più un euro in tasca tu puoi anche essere Gorbaciov (mi viene in mente lui, se penso ad un gigante politico che ha tentato un’operazione gigantesca), ma il tuo popolo se la prenderà con te.

In questo quadro, mi sembrano ingenerose le critiche di chi, anche dalle pagine di Ferraraitalia, lamenta un arretramento, una rivincita della Vecchia Europa, una vittoria dei mercatisti come messaggio di fondo dell’accordo raggiunto. In una Europa minacciata dai sovranisti, non solo nel blocco di Visegrad ma dentro gli stessi paesi del Nord, un accordo con questi contenuti è un ponte aperto per attraversare il baratro. Senza, ci sarebbe il baratro e basta. Mai come in questo caso, il meglio è nemico del bene.

Infine: sarà la pressione di questi mesi di lockdown e di paura del futuro che mi spinge ad alleggerire, e mi diverto allora a pensare ad alcuni dei protagonisti di questo negoziato come dei personaggi dei fumetti: Rutte – Mister No che viene piegato a più miti consigli da una batteria di donne combattenti: delle vere Wonder Women. Credo infatti che in questa occasione le donne forti della politica europea abbiano fornito un contributo di concretezza e pragmatismo che può essere ascritto a qualità “di genere”.

Copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

Dall’alterità fra i generi alla qualità delle relazioni fra i generi

di Roberta Trucco

Quando ho letto la risposta di Umberto Galimberti alla lettera di Giuliano Faggiani dal titolo ‘Che differenza c’è tra l’uomo e la donna?’, su D di Repubblica sabato scorso, sono saltata dalla sedia e ho pensato: “finché questo sarà l’approccio alla differenza tra donna e uomo sarà necessario essere femministe, anche un po’ arrabbiate”. Poi mi è capitato di leggere un articolo di Carlo Revelli sul Corriere della Sera dal titolo ‘Dissentire aiuta, inutile scrivere per i già convinti’ e così mi sono decisa a scrivere per cercare un confronto creativo e per dire garbatamente perché secondo me è un errore cercare di definire uomini e donne a partire da modelli binari.

Cercare una definizione che crei formule applicabili ai generi, sacrificando la complessità dell’essere umano maschio o femmina, è l’errore. Non vorrei essere fraintesa, io sono convinta della grande differenza che segna l’essere umano incarnato in un corpo femminile o in un corpo maschile, la differenza ontologica c’è, è indubbio, ma poi c’è quella unica e irripetibile di ogni individuo, “granello” come lo definisce Revelli, che ha il grande potere, se capace di diventare pensiero collettivo, di segnare la storia e la nostra evoluzione.
Ed ecco arrivo al punto della mia rabbia. Se si continua a relegare la “donna vicina alla natura perché generativa e l’uomo alla cultura perché libero dal vincolo della natura”, si continuerà a non riconoscere quanto la cultura femminile abbia segnato e segni l’evoluzione dell’umanità. Si continuerà a relegare la donna alla maternità come sua unica competenza, una competenza solo naturale, quando invece è assai culturale. E si continuerà, forse involontariamente, a riservare al maschio lo spazio del pensiero (logos) e a negarlo alle donne. Maria Van Shurman, una delle donne più colte del suo tempo, contemporanea di Cartesio (naturalmente quasi mai citata dalla storia della filosofia) contrapponeva al “cogito ergo sum”, il suo “sum ergo cogito”. Ecco, forse questo definisce bene una delle possibili differenze dell’essere incarnati in un corpo maschile o in uno femminile: il punto di partenza del viaggio psichico che ogni bambino/a deve intraprendere per diventare adulto/a, “per rinascere in acqua e spirito” come dice il Vangelo, ma sono convinta che la distanza dal sé autodeterminato del maschio e della femmina non è così facilmente tracciabile nel percorso natura o cultura. Noi tutti siamo animali naturali (da natus): nasciamo e in quella esperienza c’è tutta la forza della vita, in quella prima relazione con la madre certo, ma vista da figli (tutti siamo figli, non tutti forse saremo madri o padri). E siamo animali culturali (da colere, coltivare), in pari modo. Cioè coltiviamo pensiero, generiamo con le mani e con la mente, generiamo ogni giorno attraverso il lavoro intellettuale e materiale, e questo lo facciamo fin dai tempi antichi, maschi e femmine.

E la cosa divertente in tutto questo mio parlare è che sono una femminista atipica: la mia professione primaria è la maternità, sono madre di quattro figli e sono casalinga (scrivo di tanto in tanto). Sono dunque una convinta sostenitrice della maternità come competenza, anche di quella in potenza, convinta che oggi quel sapere ancestrale è necessario al mondo per non collassare, ma non sopporto di vedere ridotta la donna e la sua differenza alla – pur immensa – potenza della prima relazione che segna l’essere umano. Le relazioni sono necessarie all’essere umano, lo definiscono. Senza l’altro non sappiamo chi siamo. Ecco perché gli uomini/maschi, invece di continuare a interrogarsi sulla differenza tra donne e uomini, dovrebbero incominciare a crescere, a mettersi in gioco nella relazione senza timori, senza continuare a giustificarsi dietro l’impossibilità di farlo totalmente perché mancanti dell’esperienza della gestazione. Anche perché, va detto, questa narrazione di alterità donna/natura e uomo/cultura, quando riguarda la sessualità, viene capovolta dagli stessi maschi a giustificazione della loro violenza inaudita contro le donne.

La molecola del dubbio

di Federica Mammina

Triptorelina: un nome che a molti non dirà assolutamente nulla, per altri invece tristemente noto. È il principio attivo che viene utilizzato per curare alcuni tipi di tumore per la sua funzione di inibitore della produzione di ormoni, e che da pochi giorni è stato autorizzato dall’Agenzia Italiana per il Farmaco allo scopo di sospendere la pubertà. Questo inibitore infatti verrà somministrato agli adolescenti affetti da disforia di genere, una sofferenza psichica causata dalla mancata coincidenza fra l’identità di genere e il sesso biologico. Sarà così possibile bloccare lo sviluppo per un arco di tempo massimo di due anni, allo scopo di consentire al giovane di capire il genere al quale desidera appartenere ed evitare così di dover ricorrere a interventi e cure maggiormente invasivi nel caso in cui decida di cambiare il sesso della nascita. Necessari sono la diagnosi della malattia da parte di un esperto di salute mentale (per questo motivo il farmaco è inserito nella lista di quelli erogabili dal servizio sanitario nazionale) e naturalmente il consenso informato dei genitori.
Ma, mancando gli ormoni, anche grazie ai quali comprendiamo meglio chi siamo, più che chiarezza non si rischia di alimentare la confusione? E quali sono le conseguenze di questa sospensione forzata della pubertà? Solo due delle tante domande che temi come questi sollevano. Nel massimo rispetto della sofferenza umana è sempre difficile stabilire quando e quanto sia giusto andare contro natura.
Pregi e difetti di una scienza che avanza e ci costringe a rispondere a quesiti sempre più critici.

Altro che quote rosa: il femminismo riscrive la grammatica

di Roberta Trucco

Le quattro operazioni elementari, addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione, stanno alla matematica come le regole della grammatica stanno alla lingua. Chi può metterlo in discussione? Non sono forse alla base del pensiero, di per sé astratto, al quale dobbiamo dare una immagine per renderlo comprensibile?
E dunque, fanno bene le francesi a chiedere la modifica di una regola grammaticale, regola valida anche per l’italiano, secondo cui “il maschile ha la meglio sul femminile”, che prevede che in una frase un aggettivo si declina al maschile plurale quando qualifica nomi di generi diversi. Non importa se “si parla di 1000 donne e un solo uomo”. Regola che falsa decisamente e in modo subdolo il senso e l’immagine che ne consegue.

Pur essendo laureata in lettere e filosofia, non ho mai avuto una grande passione per la grammatica e mi considero piuttosto ignorante sulle sue regole e sulla loro origine. Uso la lingua italiana con passione affidandomi al mio orecchio e certamente alle regole grammaticali introiettate nell’infanzia. Imbattendomi però nella lettura di questo interessante articolo del post, ‘In Francia si discute di grammatica e “scrittura inclusiva”’, mi è venuto in mente che pongo più attenzione alla costruzione delle frasi e alla loro declinazione da quando mi dichiaro con entusiasmo e decisione femminista, cioè dalla nascita del movimento ‘Se non ora quando?’
Fu proprio in occasione di un tristissimo evento, il femminicidio della giovane Stefania Noce, che lessi per la prima volta una critica, la sua, arguta e calzante, a questa regola grammaticale! (leggi QUI)
Stefania Noce è la figura ispiratrice della pièce teatrale scritta da Cristina Comencini ‘L’amavo più della sua vita’, splendida e intensa, scritta proprio per la campagna #MAI più complici lanciata da Se non ora quando? ormai diversi anni fa e che oggi continua a girare per le scuole. Quando la Comencini la scrisse la questione che ci ponevamo, e che continua a interrogarci, è che oggi le donne forse possono dire no ma non possono ancora agire di conseguenza.
Allora con dolore ci chiedevamo come una giovane donna, così intelligente, arguta e preparata sulle tematiche femministe, fosse rimasta legata in un abbraccio mortale al suo compagno senza comprendere quello a cui andava incontro.

Il dizionario americano Merriam-Webster ha decretato il femminismo il termine più rappresentativo del 2017. Sembra che una nuova onda, forte e inarrestabile sia oggi capace di un vero e autentico cambiamento. È ormai assodato: la violenza contro le donne è strutturale e legata alla struttura patriarcale, struttura che sta vacillando prepotentemente, per fortuna, ma per dargli il colpo definitivo è necessario attaccarne le fondamenta. La grammatica e la cultura che ne scaturisce sono parte di quelle fondamenta. Non temete, la modifica desiderata dalla francesi non è un attacco astorico, la regola suddetta non è sempre esistita sta dentro la storia, la storia del patriarcato e dei suoi mutamenti.
In Francia fu voluta, come ben cita la giornalista Lecoq e riporta questo articolo del Post, nel 1651 con la seguente motivazione: “Poiché il genere maschile è più nobile, esso prevale da solo contro due o più femminili, anche se questi ultimi si trovano più vicini al loro aggettivo”. Poi ribadita nel 1675 dal gesuita grammatico Dominique Bouhours: “quando due generi si incontrano, è necessario che prevalga il più nobile”. E definitivamente acquisita, un secolo dopo, con l’affermazione del grammatico Nicholas Beauzée che faceva parte della Académie Française, con questa chicca: “ Il genere maschile è reputato più nobile del femminile a causa della superiorità del maschio sulla femmina”. Chissà quanti e quante, anche inconsapevolmente e grazie a questa regola, la pensano ancora così.

Forza donne e uomini, per sradicare questo modo di pensare si parte semplicemente da qui, dalla noiosa ma fondamentale grammatica!

Differenze di genere…

di Francesca Ambrosecchia

È inutile affermare che non esistano differenze di genere. L’identità di genere maschile e quella di genere femminile sono ben definite, nelle loro diversità e nei loro punti comuni.
Il discorso su tali identità è complesso e ha avuto inizio solo negli anni ’70 del secolo scorso: non si parla solamente di caratteristiche fisiche e biologiche ma di come la società considera queste ultime. È in quegli anni che le donne assumono consapevolezza della propria situazione di disparità, rilevando che il genere prevalente detiene il potere. A ben pensarci, la società e la cultura di un dato contesto, determinano gran parte di tali “credenze”, in modo particolare riguardanti le donne: come queste sono considerate rispetto agli uomini e quali sono i loro ruoli.
Le pari opportunità sono garantite nel contesto europeo, non ammettendo quindi discriminazioni di genere in ambito economico, lavorativo e sociale ma tali opportunità sono rispettate? E in tutti gli ambiti citati?
Le differenze devono costituire uno dei valori più importanti della società, nell’ottica di una buona convivenza civile. Anche in tale ambito, gli stereotipi vanno messi da parte, anche se spesso sono inconsci: alcune donne potrebbero ritenere di essere portatrici di caratteristiche che proprio queste credenze diffuse nella società attribuiscono loro. Donne come soggetti più deboli, più dolci, più ingenui rispetto a chi o a che cosa? Al genere maschile.
Si tratta di idee e pensieri che, nonostante i progressi, si annidano in alcuni contesti e in certe mentalità.

“Io stessa non sono mai stata in grado di scoprire cosa è esattamente il femminismo; so solo che la gente mi chiama femminista ogni volta che esprimo sentimenti che mi differenziano da uno zerbino”
Rebecca West

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

BORDO PAGINA
La Zona Morta magazine: intervista al curatore Davide Longoni

Ferrara si segnala in certo Noir-Fantasy-Giallo con alcune iniziative periodiche interessanti anche ma sempre un poco manieristiche e periferiche, filoistituzionali; poco nella fantascienza evoluta. In ogni caso tempo di sguardi diversi e meno provinciali come attestano le cronache nel panorama nazionale. La rivista “La Zona Morta” dal celebre romanzo di un certo Stephen King ( poi anche un film di un altro famoso tecnovisionario oscuro come Cronemberg) spicca in Italia nelle cronache diversamente marziane del nostro tempo letterario avanzato e anche pop sperimentale, interfaccia del profondo inconscio già techno (per dirla anche con F. Vaccari o certi futurologi sociali) collettivo, nelle danze oscure sinaptiche e creative contemporanee. A cura di Davide Longoni, tra i punti di riferimento più autorevoli italiani per tale letteratura con la rivista, ecco una intervista significativa a quest’ultimo dalla nuova dimensione X 3.0….:

La Zona Morta, fantasy magazine a 360°, da Stephen King a Lovecraft, quasi un multitasking pop filosofico, tra horror, fantascienza e noir contemporaneo e sottomenu vari?
Esatto, La Zona Morta nacque come fanzine cartacea nei primi anni Novanta del secolo scorso proprio per essere un contenitore del fantastico a 360°, prendendo in considerazione il genere in tutte le sue forme e modalità di espressione: principalmente fantascienza, horror e fantasy. Quando siamo diventati una webzine e con l’arrivo in rete il concetto si è allargato, pur mantenendo lo stesso spirito… fondamentalmente la Passione, quella con la “p” maiuscola!

Il Fantastico e-o fantascienza o fanta horror come Parola e Arte del nostro tempo e/o psicologia d’anticipazione, sorta di antivirus mentale al mondo attuale, violento e reificato?
Diciamo che le chiavi di lettura sono molteplici e ognuno cerca di dargli quella che vuole o che più gli si confà. A me non piacciono troppo le etichette: “Star wars” è fantascienza, fantasy tecnologico, fiaba per bambini o film d’avventura? A me piace il fantastico fin dall’età di sei/sette anni, quando guardavo i telefilm di “Ufo” e di “Spazio 1999”, i film horror della Hammer e l’impareggiabile sceneggiato “Ritratto di donna velata”.. com’era allora il mondo? Com’ero io? Davvero cercavo un antivirus al mondo che mi circondava? Credo che tutto invece si possa ricondurre semplicemente alla fantasia che è insita in ognuno di noi… i miei coetanei sognavano di giocare nel Milan o nell’Inter, le bambine sognavano di incontrare il principe azzurro, io di uccidere il principe delle tenebre!

Davide, Bruno Betteleheim in un classico psicanalitico, Il Mondo Incantato, parlava delle fiabe come eccellenza letteraria per l’infanzia; certo indubbio boom del fantastico (tra fantasy, fantascienza, ma anche in fondo horror) è il mondo delle favole nella modernità?
Credo proprio che Bruno Betteleheim abbia ragione: siamo cresciuti tutti con le fiabe, sono state il nostro primo approccio alla letteratura pur senza rendercene conto e ci hanno insegnato sempre tanto. Certamente le fiabe andavano anche un po’ svecchiate ed ecco spiegato il boom del fantastico per ragazzi di questo periodo: non è altro che la modernizzazione delle vecchie favole di quando eravamo ragazzini, si tratta sempre e comunque di storie di crescita, di un percorso fatto dai protagonisti per diventare più grandi, maturi e consapevoli. Bisognava adattare le varie Cenerentola, Biancaneve, Cappuccetto Rosso perché nel mondo di oggi sono poco credibili… meglio allora Harry Potter e company!

Davide, curatore per la Zona Morta, ma anche- dopo e oltre numerosi racconti su riviste varie, autore qualche anno fa di un libro fantasy per ragazzi Mercuzio e l’erede al trono, saga ancora attuale e in primo piano, un approfondimento?
Mercuzio e l’erede al trono nasce in realtà come una fiaba per i miei bambini… in questo senso. Non ero ancora diventato papà, né tanto meno ero intenzionato allora a crearmi una famiglia, però sapevo che prima o poi avrei avuto dei figli perché li desideravo, per cui ancora prima che nascessero ho scritto per loro questa favola, che fosse diversa da tutte le altre, da potergli leggere la sera prima di andare a fare la nanna, una fiaba che fosse tutta loro. E ci ho messo dentro tutta la mia passione e le mie passioni, il mio essere ragazzino e il mio voler crescere e diventare uomo, le mie esperienze e tanto altro ancora, in modo che velatamente potessero divertirsi e al tempo stesso conoscere meglio il loro papà. Poi da cosa nasce cosa… ho fatto leggere qua e là il libro, chi lo ha letto mi ha spinto a trovare un editore affinché anche altri bambini potessero leggere Mercuzio…. e dopo qualche tempo il libro è uscito. E adesso che ho dei figli, naturalmente lo sto leggendo loro… e si stanno proprio divertendo!

Davide, nuove esplorazioni letterarie in vista, personali?
Al momento sono impegnato con alcune collaborazioni per libri in uscita o appena usciti pubblicati da amici che hanno chiesto la mia presenza, ma stavolta si tratta di altri generi. Cito gli ultimi due in ordine di tempo: una lunga appendice al Volume 5 della Storia del Cinema Horror Italiano curato da Gordiano Lupi e pubblicato dalle Edizioni Il Foglio letterario; e la prefazione al volume Il Museo degli Orrori di Dario Argento curato da Luigi Cozzi e pubblicato dalle Edizioni Profondo Rosso… e qualcos’altro è in arrivo ma è ancora presto per parlarne!

Info
http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/

Volere è potere… forse

di Federica Mammina

“Sono uomo e sono incinta”. Questo è ciò che ha voluto condividere su Facebook Trystan Reese, 34 anni dell’Oregon, insieme al marito Biff Chaplow. Con tanto di foto che testimoniano la crescita del pancione ed i vari escamotage per camuffarla, non si è limitato a condividere solo la notizia, senza dubbio eccezionale, ma ha pensato di condividere tutto il periodo della gravidanza rispondendo tramite i social alle domande e curiosità di chiunque.
Trystan è un transgender che, come si può ben immaginare, non ha completato il suo passaggio dal genere femminile a quello maschile perché, dichiara lui stesso, “nascere con questa fisicità è stato un dono” e quindi lui ha fatto di tutto per mantenerla tale. Con il marito ha due figli adottivi ed è da poco diventato padre (o madre?).
Al di là dei dubbi sul caso specifico (la mia mente vacilla nel tentativo di comprendere quale equilibrio possa avere una persona che si sente a proprio agio in una tale confusione che riguarda non soltanto il proprio corpo, ma di conseguenza il modo di sentire, comportarsi e relazionarsi con il prossimo) viene da chiedersi se esista un limite oltre il quale l’uomo non dovrebbe spingersi, e quale sia.
È davvero giusto abbattere ogni ostacolo che la natura ci pone? È davvero giusto ottenere tutto ciò che la mente può immaginare e il cuore desiderare? È davvero giusto sovvertire l’ordine naturale delle cose e quali conseguenze ci potrebbero essere in futuro?
A volte temo che certi limiti vengano superati non tanto perché lo si ritenga giusto, quanto piuttosto per dimostrare che sia possibile. E trasformare l’impossibile in realtà dà un senso di onnipotenza.
Ma il potere è una droga, crea dipendenza, con il rischio che alla lunga dia anche alla testa.

DIARIO IN PUBBLICO
Ragione e sentimento. Le verità di Jane e di Virginia

Il 18 luglio la giornata e il ricordo sono dedicati a lei, all’unica Jane: Austen. E all’altra, immensa Virginia: Woolf, che le offre la più affascinante biografia del Novecento, oggi pubblicata dalla casa editrice Eliot, traducendo i pensieri a lei dedicati negli scritti critici di Virginia. Al duo sublime, immenso, manca la terza stella, Elsa: Morante. Così si ricompone la costellazione che mi ha guidato negli anni a cercare verità e bellezza nell’universo femminile, circondata da altre luminose stelle. Si chiamassero Anna, Magnani, o Edith, Piaf, Marylin, Monroe, o Martha Argerich.

Nel così detto ‘chiacchericcio’ Jane propone una visione del mondo che solo Virginia può captare e analizzare: “Dunque tutto quello che sappiamo di Jane Austen deriva da qualche pettegolezzo, da una manciata di lettere e dai suoi romanzi”, esordisce la Woolf. E prosegue con quello che – a mio avviso – fulmina e incide per la sua generazione e per la nostra la ricerca intrapresa dalla ragazza Austen di scrivere per tutti e per nessuno: “Riguardo ai primi, [lettere e romanzi] – medita Virginia – un pettegolezzo che duri nel tempo non è mai spregevole, con qualche aggiustatura svolge il suo compito egregiamente”. Pettegolezzo, chiacchericcio, un mondo nuovo e un modo di giudicare che aprirà nuove strade, nuovi intendimenti nella conquista di un posto – una stanza – tutto per sé, dove finalmente avere coscienza del proprio ruolo nel mondo. Meravigliosa la citazione tratta da uno scritto della quindicenne Jane – ‘Amore e amicizia’ – a uso e consumo dei fratelli e della sorella: “Non era che una semplice donna di buon carattere, cortese ed educata, perciò era difficile detestarla: la potevamo solo disprezzare”.
Io stesso negli ultimi tempi ho fatto, a 80 anni, la stessa considerazione della quindicenne Austen.

Elsa intendeva costruire il suo universo letterario, senza un apartheid tra uomo e donna. Essere scrittore per lei non è questione né di sesso né di condizione femminile. E’ scoprire l’universo della scrittura: niente più.
Mentre dunque mi riempio la mente e la ragione con queste straordinarie creature, alle quali per diritto vanno affiancate Marguerite Yourcenar, Norma Jane o Edith o Maria, il mondo mi rimanda un’immagine atroce, sporca, immorale di ciò che si fa alle donne: stupri, omicidi, violenze, quasi che il bastone del comando detenuto dagli uomini e che – fuor di metafora – è il loro organo sessuale le voglia punire per il semplice motivo di esistere e di ‘tradire’ il loro ruolo, solo quello canonico di essere una mater dolorosa.
Non è solo questione di adeguarsi a un femminismo di maniera, ma di capire perché si esplicita così orrendamente l’odio degli uomini – ovviamente di certi uomini – verso le donne.
E non è solo questione di potere sociale o di quote rosa, ma di abitudini ancestrali difficilissime da estirpare anche in quelle che sono considerate le nazioni più progredite dell’Occidente.
Non è giudicando la condizione femminile dell’Oriente che potremmo risolvere il nostro problema, sarà solo cambiando la mentalità corrente che potremo avvicinarci a quella parità che oggi, purtroppo appare utopia o follia.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Gli uomini unici

Abbiamo ammiccato, categorizzato e d’istinto ne abbiamo parlato male. Le iperboli che sono uscite hanno divertito le donne, ma infastidito alcuni uomini dai quali ho ricevuto commenti piccati. Uomini che non si sono riconosciuti nelle categorie descritte e molto critici verso quei colleghi di genere che fanno di tutto perchè noi donne troviamo abbondanti esempi di egoisti, naufraghi, anaffettivi, immaturi et similia.
Sono gli uomini dalla nostra parte, che non vogliono stare in mezzo a quelli contro cui troppo spesso sbattiamo.
Sono gli uomini che rifiutano le classificazioni e le svuotano dall’interno della categoria tanto quanto noi le riempiamo da fuori.
Sono gli uomini della partecipazione perchè vogliono sapere e conoscere senza sfuggire.
Sono gli uomini che il disimpegno ostentato lo ritengono aridità.
Sono gli uomini per i quali restare a fianco non è debolezza ma solidità.
Sono gli uomini che non si vergognano se il loro baricentro è un punto condiviso con una donna.
Sono gli uomini della stima reciproca e non dell’utilità.
Sono gli uomini che ci sono e non come un’epifania.
Questo ho trovato nei loro messaggi.
E’ stato un gioco, ma possiamo, anzi dobbiamo, tentare di andare oltre.
Nelle categorie, scherzando, abbiamo messo il peggio che abbiamo conosciuto e c’è da chiedersi perchè il primo filtro sia stato negativo, quasi iconoclasta.
Vi propongo allora, amiche lettrici, di cercare il dettaglio, l’essenza che faccia la differenza. Per tutti gli egoisti che hanno preso più di quanto abbiano dato, ne abbiamo sicuramente trovato uno che non ha voluto niente in cambio, per i troppi narcisisti persi nella propria immagine, ci sarà stato qualcuno che ha saputo guardare oltre se stesso.

Avete voglia di raccontare un altro tipo di uomini, quelli unici?

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

PARI OPPORTUNITA’
Monica Andriolo, consulente e scrittrice: “Le donne in azienda? Migliorano le prestazioni”

Monica Andriolo è una consulente Torinese che si occupa di progetti sulle pari opportunità da molti anni. Lavora per una cooperativa conosciuta sul territorio piemontese per interventi di sensibilizzazione, animazione e ricerca attinenti le P.O., partecipa a tavoli regionali e nazionali, ha coordinato dal 2014 al 2016 il progetto, finanziato dal Dipartimento Politiche per la Famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ‘Il rosa e il grigio‘. Una laurea in lettere antiche, una passione per gli studi classici e per la sua città, Monica ci racconta della sua ultima pubblicazione, un libro scritto a quattro mani con Milena Viassone editato da qualche mese nella collana studi economici di Franco Angeli dal titolo ‘Donne e management: una questione di opportunità‘.

Il libro tratta della presenza femminile negli organi di amministrazione e controllo delle aziende. Questa presenza viene letta non solo come l’opportunità di un pieno riconoscimento per le donne delle loro competenze, ma anche come un mezzo per una migliore performance delle imprese. Perché un libro proprio su questo tema?
L’attuale modificarsi degli equilibri di genere all’interno degli organi di governo aziendale, con un deciso aumento della presenza femminile, grazie alla Legge Golfo-Mosca del 2011, suggerisce una riflessione sulle ricadute in termini di qualità, per comprendere se e in quale misura processi di questo tipo portino ripercussioni sulle dinamiche di governance. In questo modo diventa allora possibile leggere l’uguaglianza di opportunità tra donne e uomini come scelta non solo (come giustamente deve essere) valoriale di equità, ma anche come strategia di crescita e di maggiore sviluppo, perché diventa possibile contare su un più ampio bacino di competenze e, soprattutto, di approcci (perché esistono diverse modalità femminili e maschili di lavorare, anche ai livelli più alti della carriera). Un approccio di questo tipo risulta fondamentale in un momento storico come quello attuale, in cui la crisi sta ancora facendo sentire forti contraccolpi e la strada verso una effettiva ripresa è ancora lenta e non priva di ostacoli. Inoltre, è ancora importante ricordare (alle donne stesse, specie quelle giovani) quanto le donne possono essere attrici consapevoli della crescita delle aziende e, quindi, del Paese.

Quanto ha influito l’esperienza fatta con il progetto ‘Il rosa e il grigio’ sui contenuti di questa pubblicazione?
Il progetto ‘Il rosa e il grigio’ ha una parte importante nella pubblicazione, a esso è dedicata l’Appendice; ma, al di là di questo, esso attraversa anche altre parti del testo: in particolare, la sensibilità acquisita attraverso il progetto per l’approfondimento e la lettura della governance aziendale femminile è stata filo conduttore che ha guidato, in tutto il libro, la messa a fuoco di quegli elementi che consentono di interpretare in chiave qualitativa (e non esclusivamente quantitativa) la presenza delle donne nei consigli di amministrazione e nei luoghi apicali.

Perché la collaborazione con una docente universitaria? Che valore aggiunto hai trovato?
La collaborazione con Milena Viassone, docente universitaria, è nata dall’esperienza del progetto ‘Il rosa e il grigio’, a cui la professoressa Viassone ha partecipato in diversi momenti, portando la sua professionalità e anche il suo entusiasmo di (giovane) donna fortemente impegnata nel percorso di carriera accademica. L’incontrarsi di un interesse comune a entrambe per una lettura concreta delle pari opportunità e della dimensione di genere che sia valorizzazione dei talenti è stato l’elemento di forza di questa collaborazione, che ha consentito di identificare e sviluppare in modo coerente e reciprocamente arricchente temi e riflessioni.

Una frase del libro in cui ti riconosci appieno.
“Essenziale è cogliere e utilizzare al meglio le capacità delle donne, offrendo loro piena opportunità di partecipare e di contribuire fattivamente alle diverse dinamiche di crescita (economiche, occupazionali, sociali), valorizzando le risorse femminili insieme a quelle maschili in una visione di reale e paritaria condivisione di competenze fra i generi. La differenza di genere, dunque, come risorsa positiva, da declinare all’interno di strategie innovative che non invitino le donne ad adeguarsi passivamente al modello maschile, ma, al contrario, diano loro la possibilità e gli strumenti per acquisire e sviluppare una propria capacità di scelta e di gestione della vita e del lavoro. Si tratta di riconoscere, rispettare e valorizzare le differenze e, insieme, di risolvere le disuguaglianze, tenendo conto delle aspettative e delle attese espresse da tutti i soggetti, adottando strategie, politiche, azioni nonché comportamenti anche di tipo aziendale che promuovano l’equità tra donne e uomini”.

Se il libro non si fosse intitolato ‘Donne e management: una questione di opportunità’ che altro titolo ti sarebbe piaciuto?
‘Tetto di cristallo e dintorni’.

Con che donna/uomo politico ti piacerebbe discutere dei contenuti di questo libro?
Donna: Emma Bonino; Uomo: Sergio Mattarella.

Con che donna/uomo dello spettacolo ti piacerebbe discutere dei contenuti di questo libro?
Michela Ponzani (prima donna alla guida del programma tv della Rai ‘Il Tempo e la Storia’, ndr).

A chi lo regaleresti?
A una giovane donna che sta muovendo i primi passi nel mondo del lavoro.

Quale sarebbe la dedica del libro regalato?
Con l’augurio che il tetto di cristallo possa spezzarsi, lasciando spazio a porte che si aprono paritariamente a donne e uomini, in un clima di condivisione e di reciproco rispetto che sappia ricordare e proseguire con saggezza quel percorso per le pari opportunità ancora non pienamente concluso.

Dopo il contentino delle mimose torna l’indifferenza

di Lorenzo Bissi

L’8 marzo è stata la Giornata internazionale della Donna, e in 50 Paesi, milioni di persone hanno aderito allo sciopero globale.
Si è creato un momento di solidarietà, un momento in cui si è chiesto di cessare le violenze di genere.
Penso proprio che però non sia grazie alla Festa della Donna che si faranno passi avanti su questi problemi.
Dico ciò perché il giorno dopo tutto torna come prima: i fidanzati regalano un mazzo di mimose alle loro compagne, e poi tornano a trattarle in modo prepotente, fregandosene di quello che è stato; ma lo dico anche perché molte donne l’8 marzo sono felici di far sapere, con un mazzo di fiori in pugno, di essere corteggiate, e, indifferentemente dall’aver partecipato o no alle manifestazioni la mattina dopo sembra che per loro la violenza su quelle che il giorno prima chiamavano sorelle non esista, o, se esiste, non è affare loro. Scompare la solidarietà, e dietro a questo lenzuolo dal bellissimo aspetto si cela l’ipocrisia e l’indifferenza di tutti.
E il più grande errore è stato lottare per istituire una giornata, e poi festeggiare per i risultati ottenuti.
Istituire questa giornata significa riconoscere che le donne sono inferiori. Istituire significa farle strillare per ventiquattro ore tanto da far perdere loro la voce per gli altri 364 giorni.
Istituire significa imporre dall’alto che le manifestazioni si svolgano quel giorno, controllarle, e magari attribuire un sottotitolo, o un motivo per cui protestare a seconda di come tira l’aria.
Le suffragette non scendevano nelle piazze perché esisteva la giornata nazionale del suffragio universale, ma perché volevano ottenere a tutti costi il voto, lottando tutti e trecentosessantacinque giorni all’anno. Era per un’ideologia partita dal basso, dalla casa di ogni donna, dal cuore di ogni donna, e non da un disegno di legge.
Le donne scioperino tutti i santi giorni, cosicché gli uomini si rendano conto che il mondo da soli non riescono a mandarlo avanti!
E invece si accontentano di festeggiare, di ricevere le mimose e di manifestare contro la violenza di genere l’8 marzo, senza rendersi conto che istituire la giornata Internazionale della Donna è stata la più grande violenza mai commessa nei loro confronti.

Torna la Biennale Donna e porta a Ferrara la creatività latinoamericana

Dal 17 aprile al 12 giugno 2016, torna al Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara la Biennale Donna, con la presentazione della collettiva “Silencio Vivo. Artiste dall’America Latina”, curata da Lola G. Bonora e Silvia Cirelli.
Organizzata da Udi-Unione Donne in Italia di Ferrara e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, la rassegna si conferma come uno degli appuntamenti più attesi del calendario artistico e dopo la forzata interruzione del 2014, a causa del terremoto che ha colpito Ferrara e i suoi spazi espositivi, può ora riprendere il proprio percorso di ricerca ed esplorazione della creatività femminile internazionale.

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Da sempre attenta al rapporto fra arte e la società contemporanea, la Biennale Donna intende concentrarsi sulle questioni socioculturali, identitarie e geopolitiche che influenzano i contributi estetici dell’odierno panorama delle donne artiste. In tale direzione, la rassegna di quest’anno ha scelto di spostare il proprio baricentro sulla multiforme creatività latinoamericana, portando a Ferrara alcune delle voci che meglio rappresentano questa eccezionale pluralità espressiva: Anna Maria Maiolino (Italia- Brasile, 1942), Teresa Margolles (Messico, 1963), Ana Mendieta (Cuba 1948 – Stati Uniti 1985) e Amalia Pica (Argentina, 1978).
“Silencio Vivo” riscopre le contaminazioni nell’arte di temi di grande attualità, interrogandosi sulla realtà latinoamericana e individuandone le tematiche ricorrenti, come l’esperienza dell’emigrazione, le dinamiche conseguenti alle dittature militari, la censura, la criminalità, gli equilibri sociali fra individuo e collettività, il valore dell’identità o la fragilità delle relazioni umane.

L’esposizione si apre con l’eclettico contributo di Ana Mendieta, una delle più incisive figure di questo vasto panorama artistico. Nonostante il suo breve percorso (muore prematuramente a 36 anni, cadendo dal 34simo piano del suo appartamento di New York), Ana Mendieta si riconferma ancora oggi, a 30 anni dalla sua scomparsa, come un’indiscussa fonte ispiratrice della scena internazionale. La Biennale Donna le rende omaggio con un nucleo di opere che ne esaltano l’inconfondibile impronta sperimentale, dalle note Siluetas alla documentazione fotografica delle potenti azioni performative risalenti agli anni Settanta e Ottanta. Al centro, l’intreccio di temi a lei sempre cari, quali la costante ricerca del contatto e il dialogo con la natura, il rimando a pratiche rituali cubane, l’utilizzo del sangue – al contempo denuncia della violenza, ma anche allegoria del perenne binomio vita/morte – o l’utilizzo del corpo come contenitore dell’energia universale.
Il corpo come veicolo espressivo è una caratteristica riconducibile anche nei primi lavori della poliedrica Anna Maria Maiolino, di origine italiana, ma trasferitasi in Brasile nel 1960, agli albori della dittatura. L’esperienza del regime dittatoriale in Brasile e la conseguente situazione di tensione hanno influenzato profondamente la sua arte, spingendola a riflettere su concetti quali la percezione di pericolo, il senso di alienazione, l’identità diemigrante e l’immaginario quotidiano femminile. In mostra presentiamo una selezione di lavori che ne confermano la grande versatilità, dalle sue celebri opere degli anni Settanta e Ottanta, documentazioni fotografiche che lei definisce “photopoemaction” – di chiara matrice performativa – alle sue recenti sculture e installazioni in ceramica, dove emerge la sempre fedele attinenza al vissuto quotidiano, in aggiunta, però, all’esplorazione dei processi di creazione e distruzione alle quali l’individuo è inevitabilmente legato.
Di simile potere suggestivo, ma con una particolare attitudine al crudo realismo, la poetica di Teresa Margolles testimonia le complessità della società messicana, ormai sgretolata dalle allarmanti proporzioni di un crimine organizzato che sta lacerando l’intero paese e soprattutto Ciudad Juarez, considerata uno dei luoghi più pericolosi al mondo. Con una grammatica stilistica minimalista, ma d’impatto quasi prepotente sul piano concettuale, i lavori della Margolles affrontano i tabù della morte e della violenza, indagati anche in relazione alle disuguaglianze sociali ed economiche presenti attualmente in Messico. Le grandi installazioni che l’artista propone per la rassegna ferrarese – fra cui un’opera inedita, realizzata appositamente per la Biennale Donna – svelano un evidente potere immersivo, che forza lo spettatore ad assorbire e partecipare al dolore di una situazione ormai fuori controllo, troppo spesso taciuta e negata dalle autorità locali.
Il percorso della mostra si chiude poi con la ricerca di Amalia Pica, grande protagonista dell’emergente scena argentina. Utilizzando un ampio spettro di media – il disegno, la scultura, la performance, la fotografia e il video – l’artista si sofferma sui limiti e le varie derivazioni del linguaggio, esaltando il valore della comunicazione, come fondamentale esperienza collettiva. Le sue opere si fanno metafora visiva di una società segnata dall’ipertrofia della comunicazione, un fenomeno diffuso che sempre più di frequente conduce all’equivoco e all’alienazione, invece che alla condivisione. Ispirandosi ad alcune tecnologie trasmissive del passato, mescolate a rimandi del periodo adolescenziale, Amalia Pica sorprende con interventi dal chiaro aspetto ludico, che invitano gli stessi visitatori a interagire fra loro, sperimentando varie e ironiche possibilità di dialogo.

La mostra, organizzata dal Comitato Biennale Donna dell’UDI (composto da Lola G. Bonora, Anna Maria Fioravanti Baraldi, Silvia Cirelli, Anna Quarzi, Ansalda Siroli, Dida Spano, Antonia Trasforini, Liviana Zagagnoni) e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, è curata da Lola G. Bonora e Silvia Cirelli, ed è sostenuta dal Comune di Ferrara e dalla Regione Emilia-Romagna.
In occasione dell’esposizione sarà edito un catalogo bilingue italiano e inglese che contiene le riproduzioni di tutte le opere esposte e apparati biografici, unitamente a contributi critici di Lola G. Bonora e Silvia Cirelli.
Alla Biennale Donna verranno poi affiancate una serie di iniziative collaterali strettamente legate al filo conduttore della mostra, come una rassegna cinematografica e presentazioni letterarie. Particolare attenzione sarà poi riservata al mondo scolastico, con approfondimenti speciali pensati opportunamente per gli studenti durante le visite.

17 aprile-12 giugno, Padiglione d’arte Contemporanea Biennale, Donna 2016: “Silencio Vivo. Artiste dall’America Latina”. Inaugurazione sabato 16 aprile ore 18.00

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Maria Callas

Le donne non sono sufficientemente alla pari con gli uomini, così dobbiamo renderci indispensabili. Dopo tutto, abbiamo l’arma più grande nelle nostre mani: siamo donne. (Maria Callas)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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DIARIO IN PUBBLICO
Settimana al femminile

Da “Morante la Luminosa”, a cura di Laura Fortini, Giuliana Misserville e Nadia Setti, a “Liriche del Cinquecento”, a cura di Laura Fortini e Monica Farnetti, all’imperdibile riedizione di un capolavoro come quello scritto 42 anni fa da Natalia Aspesi, “Delle donne non si sa niente”. E per non farci mancare nulla la visione del film (assai brutto) “Mona Lisa Smile” con Julia Roberts nei panni di una improbabile (ora ma non allora) docente di storia dell’arte negli anni Cinquanta nell’università femminile più famosa degli States, Wellesley.

Già la curiosità è forte nel leggere le pagine dedicate a lei, la Luminosa, dalle rappresentanti più interessanti del femminismo nostrano e nucleo forte della Società delle Letterate. Non tanto e non solo perché il soggetto è la Morante, la somma scrittrice che mai si piegò all’esigenze del gender, dichiarando solennemente che lei era uno scrittore. Leggo con confuso imbarazzo la bella presentazione che mette nero su bianco le scelte linguistiche orgogliosamente e giustamente esibite, come quella totalmente nuova per me dell’adozione di un termine “personagge”, che recisamente sostituisce quello di “personaggi”; flebilmente chiedo spiegazioni all’amica Monica Farnetti, ma la risposta è chiara e senza compromessi. “Personagge”, che non ha ancora l’autorevolezza di sindaca o avvocata o quella usata con tanta acribia di “liriche” (non poesie ma autrici) o di altri nomi che rifuggono dal cosidetto neutro che immancabilmente si declina al maschile e che tra poco sarà usato nel significato che le critiche di Morante danno alle sue personagge. Va notato anche un uso ormai praticato da tempo nell’usare non l’articolo “della” Morante, ma l’equanime “di” Morante, come diremmo di Pavese o di d’Annunzio. Non sempre la decisa e forte autorevolezza delle critiche si limita a un riscatto al femminile della Luminosa, la metodologia critica adotta il punto di vista del gender che scopre affascinanti percorsi critici non solo nell’opera della scrittrice ma anche nei luoghi, Roma o Procida o la Spagna in cui sono ambientate le sue storie, fino a un aspetto secondario della sua attrività di critica cinematografica, che mette in imbarazzo, a mio avviso, le brutte versioni cinematografiche dei suoi romanzi: “La Storia” di Comencini e “L’isola di Arturo” di Damiani .

Quanto al film “Monna Lisa Smile”, il cui intento è didatticamente interessante, ma il cui risultato artistico si declina secondo il più bieco conformismo hollywoodiano, risveglia memorie personali di un’esperienza assai simile. Il film racconta dell’arrivo a Wellesley, a metà degli anni Cinquanta, di un’insegnante di storia dell’arte che aiuta le ragazze a disfarsi dalla predominante chiusura culturale imposta dal college che le formava a diventare, quasi un tirocinio, devote mogli di uomini importanti, per affrontare gli stessi rischi e mestieri a quel tempo quasi esclusivo campo dell’attività maschile. A metà degli anni Ottanta ho insegnato a Smith College, un’università femminile altrettanto prestigiosa di Wellesley. Benché il gender impazzasse e ormai alle ragazze non fosse precluso nulla in fatto di scelte e frequentazioni, sessuali, economiche, culturali, rimaneva quell’“aura” di superiorità propria a una classe dirigente che sceglie un certo tipo di università quasi sempre in funzione del suo stato sociale. Certo poi, negli anni in cui ho insegnato presso la stessa università a Firenze sulla cattedra che fu ricoperta da Montale e poi da Guido Fink, ho capito l’estremo divario tra l’università statale italiana veramente democratica e in cui si sommano le migliori intelligenze del Paese e quella americana. Si potrebbe obbiettare che quelle americane sono università private, ma pure le nostre private sono incomparabilmente diverse da quelle statunitensi. E gli studenti americani che passano un anno in Italia capiscono subito la differenza. Certo a metà degli anni Ottanta, invitato alla New York University, a parlare di scrittrici rinascimentali il mio sguardo correva alla piazza vicina: scena sublime dei romanzi di Henry James o di Edith Warthon in cui amavano e soffrivano le personagge di tali colossi.

E infine l’amatissima Aspesi, il cui libro ha segnato un’intera epoca più dei suoi celebri e crudeli aforismi o conclusioni, mai, anche se brucio dal desiderio di dialogare con lei, oserei scriverle una lettera alla rubrica “La posta del cuore” del Venerdì di Repubblica da lei condotta: ne uscirei sconfitto.

Immediatamente da sottolineare che la collana del Saggiatore in cui pubblica il suo libro, si titola “Piccola Cultura”. Un ossimoro che ben si addice all’autrice di questo piccolo capolavoro. Nell’illuminante prefazione, scritta nel giugno del 2015, in cui si riconosce che la presa di coscienza della propria libertà ha condotto a uno stato infinitamente superiore di quello che le donne avevano negli anni Settanta, Aspesi ( vedete non metto l’articolo!!!) nota che “La coppia funziona con più difficoltà di prima perché le donne sono libere di essere come vogliono, ma le mogli e le compagne no, legge o non legge, il pater familias si sente sempre lui, l’uomo”. Infine il paragone con l’altra metà del cielo che non abita le nostre terre e che disperatamente vorrebbe giungervi: “le donne del mondo altro: le schiave, i fantasmi racchiusi nei veli per nascondere anche le mani di chi in quanto donna è impuro, peccaminoso e comunque colpevole, le asassinate perché si ostinano a voler andare a scuola, le stuprate per sottometterle, le derelitte a cui è proibito essere umane per la paura che la loro forza femminile suscita nella fragilità maschile”.

E allora, nella settimana al femminile, ieri sera alla fine di un non troppo sciocca puntata di “Che tempo che fa” c’è stato il miracolo di poter assistere all’intervista che Malala ha concesso a Fazio, c’è stata la possibilità di vedere quegli occhi apparentemente sereni che hanno visto i mostri e li hanno cacciati dal proprio spirito, di constatare che il premio Nobel per la pace è stato assegnato a una ragazzina di diciassette anni che tuttavia sfida il tempo con la saggezza di una donna, del prototipo di donna, di cui tante volte i maschi debbono sentire la superiorità, ma anche un pensiero così incommensurabilmente lontano dal loro.

E come insegnava Ficino non c’è l’armonia del mondo se una parte non è uguale e contraria dell’altra.

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BORDO PAGINA
Le donne, i sensi e il potere

“Perché Anna, la protagonista de “La ragione dei sensi”, è una donna così indipendente e serena? Vorrei che tante sognassero di essere come lei… sarebbe già uno stimolo a desiderare l’autoaffermazione e la ricerca del proprio benessere”.

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La ragione dei sensi

Grazia, “La ragione dei sensi”, una storia erotica diversamente infinita?
Più che una storia infinita sembra essere una storia sempre attuale: all’epoca della prima edizione, pubblicata nel 2010 da Rusconi, scrivere di relazioni virtuali era piuttosto innovativo perché non era ancora così diffuso l’utilizzo dei social network e dei siti per instaurare un rapporto virtual-erotico. Adesso è attualissimo! Dopo aver ripreso i diritti dalla Rusconi ho tenuto “La ragione dei sensi” nel classico cassetto, rifiutando proposte da parte di altri editori. Poi l’estate scorsa ho deciso di scrivere a Stefano Mauri, proprietario del Gruppo Editoriale Mauri-Spagnol, per una questione che definirei “affettiva”: il primo romanzo erotico che mi ha segnata, in senso letterario, è stato “Le età di Lulù” di Almudena Grandes, edito proprio da TEA, e pensare al mio romanzo con apposto quel marchio, mi dava una sensazione di completezza!
Il testo è stato valutato personalmente da Stefano Res, direttore editoriale della casa editrice TEA, ed è stato pubblicato nella veste che avevo immaginato. In TEA ho trovato professionalità e collaborazione davvero onorabili, ho fatto i miei complimenti a Stefano Mauri per la cordialità e la competenza dello staff, non perché abbiano pubblicato il mio romanzo, ma per il loro metodo lavorativo e il rapporto che hanno con gli scrittori. Davvero un’ottima esperienza.

Grazia, le donne al potere, rivoluzione o ultima beffa patricentrica?
Le donne al potere sono una farsa, salvo pochi casi eccezionali, nei quali comunque hanno ottenuto potere per concessione maschile, innegabile. Con questo chiaramente non intendo affermare che le donne non abbiano le capacità e la determinazione per arrivare, ma semplicemente che ancora oggi sono un veicolo: vengono piazzate laddove servono alla macchina del potere per aumentare consensi, dove è necessario dimostrare che si è aperti e progressisti, ma non vedo ancora un effettivo riconoscimento delle capacità femminili. D’altro canto io sono tutt’altro che comprensiva con il modo di agire delle donne, ancora troppe vivono all’ombra della comodità, non si mettono realmente in gioco e non riescono a sopraffare quel senso di inferiorità che è stato attribuito al nostro genere dalla notte dei tempi. Posso sembrare acida, ma sono anni che dico alle donne che nessuno mai andrà a cercarle per dar loro il potere, che nessuno avrà per loro riconoscimento gratuito! Prendi me: sono in tante a dirmi che sono fortunata perché ho un marito che mi lascia fare questo lavoro, perché posso parlare di sessualità senza avere problemi con la gente, che posso frequentare ambienti culturali importanti, personaggi noti e altre cose del genere. Fortuna? Vogliamo fare un’altra intervista dove racconto i miei ultimi cinque anni? Più che avere la fortuna di poter vivere queste esperienze, ho avuto il coraggio di affrontarle e anche di affrontare la fatica che ha comportato e comporta! Ferrara non mi dava spazio, sono andata a cercarmelo a Roma, a Milano, ovunque ci fosse la possibilità di guadagnare affermazione. E tutto questo avendo una famiglia, difficoltà di salute, e mettiamoci pure la situazione post-terremoto, che mi vede ancora abitare nel giardino di casa dentro un modulo abitativo, in attesa che la Regione decida se la mia casa va abbattuta o solo ristrutturata. Non mi sto lamentando, semplicemente voglio che le donne capiscano che per uscire dalla condizione in cui la società ci vuole, siamo noi a doverci impegnare perché nessuno ci verrà a cercare. Il sistema è di chiara gerenza maschile e gli uomini al potere non sono poi così interessati a favorire le donne: vorrei che questo fosse chiaro alle donne!

Grazia Scanavini
Grazia Scanavini

Grazia Scanavini, La ragione dei sensi, TEA, 2015

Per maggiori informazioni:

www.graziascanavini.com/chi-sono

www.sensualmente-sensualmind.com

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Oltre la retorica dell’8 marzo

I discorsi sull’8 marzo mi sono sembrati quest’anno un po’ meno retorici. Il filo comune mi pare il riconoscimento che le disuguaglianze non risiedono sul piano dei diritti formali, bensì su quello, opaco e apparentemente inossidabile, della vita quotidiana. Un richiamo al fatto che il superamento di discriminazioni non si limita ad una formale questione giuridica, ma richiede un lento processo di cambiamento sociale. Il dato che mi ha colpito di più riguarda le persistenti differenze nelle performance scolastiche, i migliori risultati delle ragazze in termini di titoli e di rendimenti scolastici (le ragazze sono più puntuali e dedicano tre ore in più alla settimana ai compiti) e la minore attitudine delle ragazze verso la matematica e le materie scientifiche (il divario è calcolato in circa tre mesi). Le ragazze leggono di più narrativa, i ragazzi preferiscono i quotidiani, i ragazzi giocano molto di più ai videogiochi. Sembrano delinearsi spazi di vita differenti, scenari di lavoro e interessi orientati verso luoghi separati: da una parte la scienza, la tecnologia e l’attualità e, dall’altra, le materie umanistiche e la letteratura.
Le attese e i modelli sociali condizionano gli orientamenti, visto che i dati sono diversi nei Paesi europei. Il tema della differenza parte ancora dalla scuola, quindi, quanto meno rispetto al mondo del lavoro. Alcune differenze vengono socialmente trasmesse e contribuiscono a perpetuare disuguaglianze.
L’approccio inclusivo è profondamente cambiato, l’attenzione si sposta sui processi reali, sulla vita quotidiana e i comportamenti. Su questo piano le riflessioni non sono confortanti. Resta una persistente disparità nel peso delle responsabilità domestiche tra uomini e donne, nel senso che sono queste ultime, anche nelle giovani coppie, a sopportare il maggiore onere di responsabilità. Questa differente fatica si riflette inevitabilmente dello spazio mentale e pratico dedicato all’investimento professionale. Storia nota si dirà, inoltre i cambiamenti sono sempre graduali e lenti.
Ma talvolta mi sorge il dubbio che le giovani donne oggi considerino le differenze in un certo senso naturali. Un dato contenuto nell’ultimo rapporto presentato dal Censis indica che il genere non è più un riferimento identitario. In una tabella che riporta le “opinioni sui fattori su cui si fonda l’identità, il 53% risponde l’educazione ricevuta, il 45% risponde la cultura e la stessa percentuale ottiene il carattere personale, mentre il 35% indica gli interessi e le passioni come fattore distintivo: questo ultimo dato vede una differenza rilevante per età, infatti supera il 50% tra i più giovani. La lista dei fattori è lunga e comprende, con valori decrescenti, il territorio in cui si è nati, la famiglia di origine, il lavoro, la nazionalità, il territorio in cui si vive. All’ultimo posto vediamo il reddito, considerato un fattore su cui si fonda l’identità solo dal 3,4% degli italiani. Al penultimo posto il genere, vale a dire l’essere maschio o femmina, con pesi diversi tra maschi (il cui 3% considera il genere rilevante) e le femmine (tra le quali l’8% lo considera tra i fattori di identità). Si tratta di percentuali molto basse, bassissime tra i millenials (3% medio).
Potremmo immaginare che i più giovani considerano il problema delle differenze di genere inesistente? Oppure cambia la prospettiva da cui lo si guarda e, semplicemente, l’essere maschio o femmina non viene più vissuto come elemento distintivo del sé?

Maura Franchi – Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi. Studia i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

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