Tag: genitori e figli

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CONTRO VERSO
Filastrocca dei miei panni (quasi un rap)

 

Michael ha 15 anni e diverse denunce. Un padre violento da sempre, da cui ha chiesto di essere protetto. La violenza che ha subito, lui l’ha imparata. Adesso che gli educatori vorrebbero aiutarlo la sputa indietro, non riesce a fidarsi, fa e si fa del male, molto male.
C’è chi dice che non si possa più fare niente per Michael, a parte prescrivere gli psicofarmaci adatti.

Filastrocca dei miei panni (quasi un rap)

Sono tutto matto – matto, matto
vivo soddisfatto – tanto, tanto
di tenervi in scacco, scacco matto
sotto ad ogni attacco che vi faccio.

Perché sono matto, assai violento
sono il più tremendo e vi tormento
rompo tutto quanto, scappo, arraffo
urlo vi distruggo e mi fa un baffo

che ci sia un’udienza, una pendenza.
Forse una condanna è la sentenza
ma ci sono nato, è la violenza
quella che ha plasmato ormai l’essenza

di ogni relazione. È la ragione
che mi fa potente tra la gente
e immediatamente mi consente
di sciupare tutto ciò che tocco.

Perché ve l’ho detto, sono tocco,
quel che tocco rompo e lo distruggo
se mi dai un confine sai che fuggo
ho già visto troppo e sono matto.

Vedo mio fratello, dolce e bello.
Vedo poi mio padre, e il ritornello:
lui che col bastone, a suon di botte
ci distrusse troppe, troppe volte.

E da qui vi osservo, rido e faccio
tutto ciò che voglio, strappo, straccio,
butto varechina, e la catena
l’àgito all’istante su un passante.

Sono adolescente, e della gente
me ne importa poco, anzi, niente.
Vivo con un tarlo nella mente.
Sono matto, mica deficiente.

Giro per il mondo, ho 15 anni,
so che se mi guardi mi condanni.
Prova tu a campare nei miei panni!
Vieni solo un giorno nei miei panni!

Una delle possibili conseguenze del maltrattamento sui bambini è che questi, crescendo, diventino a loro volta violenti. Non c’è niente di preordinato nel comportamento umano e non è detto che accada, ma una correlazione esiste ed è tutto sommato comprensibile: se si è sperimentato per anni che i rapporti più importanti si definiscono secondo la legge del più forte, meglio trovarsi dalla parte di chi si impone che da quella di chi soccombe.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, esce su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

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CONTRO VERSO
Filastrocca della costola rotta

 

La ragazzina era stata ricoverata in ospedale con una costola rotta dopo le botte del padre. E siccome era l’ennesima volta che lui la picchiava, quella volta lei ha parlato e ha chiesto di essere protetta. Dopo qualche mese dopo sono emersi i sensi di colpa per avere alterato un equilibrio familiare che, per quanto disfunzionale e retto sul suo sacrificio, in qualche modo era rassicurante per lei e per i suoi genitori. È in quel momento che occorre percorrere strade nuove e libere dalla violenza.

Filastrocca della costola rotta

è stata proprio una bella botta
Quella botta me l’ha data papà
e per questo mi trovo qua
Qua mi han messa per mia richiesta
di scappare da casa e basta
Basta solo di ritornare
sono pronta a rinnegare
Rinnegare ogni mia parola
per sentirmi un po’ meno sola
Sola qua non ci voglio stare
ho bisogno di riabbracciare
Riabbracciare la mia famiglia
dove posso sentirmi figlia
Figlia ugualmente di amore e violenza
ma non posso più stare senza
Senza le botte non conosco amore.
Che facciamo Vostro Onore?

Quando bruciano i maltrattamenti i ragazzi lo chiedono: portami dovunque ma non farmi tornare a casa. Dopo qualche mese di allontanamento si pongono i problemi veri, i conflitti interni, i sensi di colpa. Meglio ritornare nella violenza, sentendosi parte di una famiglia, o restarsene fuori, con un buon prezzo di solitudine? Loro stessi non hanno le idee chiare. Nessuna limitazione nelle relazioni primarie è facile e indolore. Si tratta di capire quale dolore è più sopportabile e più costruttivo per ciò che quel ragazzo, quella ragazza, quel ragazzo, domani diventerà.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, esce su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

adolescente

CONTRO VERSO
Ninna-ò del babbo

In un primo tempo operatori e giudici avevano preso sul serio le accuse di maltrattamento che i figli avevano rivolto a entrambi i genitori. Non c’era stato un allontanamento, ma si erano avviati dei percorsi di approfondimento per capire che cosa stava succedendo in quella famiglia. Si è appurato così che i due ragazzi si erano inventati tutto per ricattare i genitori e fare tutto ciò che volevano.

Ninna-ò del babbo

Ninna nanna ninna-ò
questo babbo a chi lo do?
Se non vuol mandarmi fuori
io gli dico son dolori.
Se non vuol che esca di sera
io gli brucio la carriera.
Se contesta le mie canne
si ritrova l’auto in panne.
Se non vuol mandarmi in disco
so io dove lo spedisco.
Se m’impone di studiare
io gliela farò pagare.
Se mi stressa con la scuola
io gli taglierò la gola.
Se non chiede proprio niente
io mi sento un deficiente.
Mi sembrava un bel vantaggio
scopro che non ho il coraggio.
Di coraggio non ne ho
ninna nanna ninna-ò.

Il potere è una dimensione sempre presente nella relazione con l’altro. Il potere di convincere, di ferire, di comandare, di rifiutare. È un potere il silenzio, e qualche volta la parola.
Ci sono adolescenti che scoprono di avere potere e imparano a utilizzarlo a proprio vantaggio passando su tutto e tutti… compresi i propri genitori. Ma se davvero non li controllasse nessuno, sarebbero veramente più felici?

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, esce su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

FAMILY NOW
La vita sospesa di ragazzi e genitori: per esempio una chat…

Come stanno i nostri ragazzi? Come stanno vivendo queste settimane di vita sospesa?

Fino a prima dell’epidemia la condizione degli adolescenti e del loro rapporto con gli adulti l’ho trovata ben rappresentata all’interno di un breve apologo raccontato dal romanziere americano D. F. Wallace. scomparso tragicamente nel 2008.
Il 21 maggio 2005 David Foster Wallace tenne un discorso ai neolaureati del Kenyon College, dal titolo Questa è l’acqua. La tipologia usata è quella dei commecement speech, cioè discorsi tenuti da personalità di rilievo ai neolaureati delle più importanti università americane: libere considerazioni sulla vita , sul destino, sulla cultura.
Il titolo This is water deriva dal breve racconto con cui prende il via il discorso:
“Ci sono questi due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più vecchio che nuota in senso contrario e fa loro un cenno, dicendo: «Salve ragazzi, com’è l’acqua?» e i due giovani pesci continuano a nuotare per un po’ e alla fine uno di loro guarda l’altro e fa: «Che diavolo è l’acqua?» (D. F. Wallace,Questa è l’acqua, Einaudi, 2008, p.140).
Il significato della storiella è che le realtà più usuali e quotidiane, spesso sono anche le più difficili da vedere, proprio perché ci siamo immersi fin dalla nostra nascita, come i pesci nell’acqua. Come la famiglia.
Come la famiglia nei giorni del coronavirus?

Insegno in un istituto di scuola superiore della città e, in questo periodo di lezioni sospese, continuo, facendo di necessità virtù, a mantenere i contatti con i genitori, pur a distanza, con uno strumento che in verità fino ad ora non avevo mai utilizzato: una chat sul cellulare.
Sono emerse considerazioni, suggestioni, riflessioni sui figli che fanno intravvedere ansie, paure, dubbi ma anche speranze, domande, attese di mamme e papà sulla vita dei loro ragazzi, per decreto affidati al caldo del nido famigliare in questi giorni di irreale relazionalità.
Eccone qui alcuna tra le più significative

AD ALCUNI MANCA…AD ALTRI MENO…
Papà di A.V. (classe quarta)
“I miei stanno bene…e nessuno dei due ha voglia di tornare a scuola”
Mamma di A.C. (classe seconda)
“Anche mia figlia sta bene, ma lei ha voglia di venire a scuola”
Mamma di N.B. (classe terza)
“I miei ragazzi hanno voglia di rivedere i loro amici e… alcuni insegnanti!”

GIORNATE PIENE DI…SOLITE COSE E DI PICCOLE GRANDI NOVITA’…
Mamma di E.T. (classe seconda)
“…se fuori fa freddo giocano a ping pong in casa, spostano il divano. aprono il tavolo in soggiorno, cosa che in altri tempi non sarebbe mai stata concessa…”
Mamma di F.L. (classe terza)
“F. se la passa abbastanza bene tra lezioni, play station e addirittura ha letto anche un libro! Alcune sere giochiamo a briscola come ai vecchi tempi…”
Mamma di A.G. (classe prima)
“A. mi dice che non si annoia e sta bene in casa…non è da lei…visto che voleva sempre uscire…mah!”

IL VECCHIO E IL NUOVO SI SOVRAPPONGONO…
Mamma di M.E.P. ( classe prima)
“Questa esperienza mi sta mettendo alla prova…la prima settimana a casa è stata tutta una discussione…adesso devo dire che sono stupita di M.E….mi sembra diventata più responsabile!”
Mamma di J.S. (classe seconda)
“…la cosa diversa è che ogni tanto mi chiede consigli sui compiti cosa che di solito non fa.”
Mamma di T.B. (classe terza)
“Mio figlio ormai non ci sopporta più perché gli stiamo sempre addosso…ma abbiamo riscoperto cose da fare insieme …qualche volta guardiamo anche un film! mai successo!”

TRA OTTIMISMO E PESSIMISMO
Mamma di E.S. (classe terza)
“…sarebbe comunque impossibile dire che va tutto bene…cerchiamo di volta in volta nuove strategie per farcela…”
Mamma di R.S. (classe quinta)
“aiutateci a sconfiggere questo virus… in ospedale abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti!”
Mamma di G.N. (classe quinta)
“I nostri ragazzi hanno una prova difficile da superare…hanno tanta fantasia, sono la nostra forza!”
Mamma di S.B. (classe seconda)
“Arrivo a sera con gli occhi e mente stanchi…comunque prof. se trova qualche appiglio interessante in quello che ho scritto lo usi pure!”
Mamma di C.L. (classe terza)
“Credevo potessero subentrare crisi di pianto: no cinema, no pizza, no amici, no moroso.. e invece devo ammettere che questi ragazzi hanno dimostrato carattere!”

Mentre scorro tutti i messaggi mi tornano nella mente i visi dei genitori che nei nostri incontri mensili avevano espresso la loro incredulità nello sperimentare l’indifferenza dei figli nei loro confronti tra pasti consumati frettolosamente e il silenzio impenetrabile su un mondo a loro precluso.
Adesso pare quasi che quel silenzio sia scappato fuori dalla casa, lungo le vie deserte, a riempire le piazze troppo grandi per quei due o tre passanti frettolosi che le attraversano, ignorando i superbi monumenti oggetto poco tempo prima di tanto ammirato interesse.
Non riesco a condividere l’affresco degli adulti dipinti nella Lettera agli adolescenti nei giorni del coronavirus di Matteo Lancini [puoi leggerla qui], psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Il Minotauro di Milano, profondo conoscitore del mondo degli adolescenti. Secondo Lancini, questi adulti non si sono assunti le responsabilità necessarie a garantire ai figli ”un presente stabile e un futuro non troppo fosco”. O per lo meno, diciamo così, a livello di caratterizzazione generale del rapporto adulti/adolescenti, molte delle sue osservazioni sono chiaramente condivisibili; l’analisi dell’inadeguatezza del mondo degli adulti è corretta anche se spietata.

Ma poi ci sono le storie.Le storie personali di tantissimi genitori che non rientrano nelle statistiche dei vari osservatori, libri bianchi, ricerche a tema.
Ed ecco a tal proposito tornare alla mente una immagine dello straordinario film Jojo Rabbit di Taika Waititi, quella in cui il protagonista del film, un bambino di dieci anni appartenente alla Hitlerjugend, alla vista di quattro impiccati penzolanti sulla piazza della città, chiede: “Che cosa hanno fatto?”
“Quello che potevano”, risponde la madre.
Bene, questo verbo all’imperfetto detto dalla madre mi è rimasto dentro, anche se sul momento non ne ho ben capito il motivo. Certo, nel contesto della vicenda narrata era riferito a martiri che avevano fatto quello che era stato umanamente in loro potere per contrastare la follia del nazismo. Ma quell’imperfetto non poteva invece essere riferito anche a se stessa, a lei, come madre intendo? Non è sempre ‘imperfetta’ l’azione di ogni genitore?

Ricordiamo tutti il titolo del lavoro di Bruno Betthelheim, Un genitore quasi perfetto (Feltrinelli,1987), un libro che come pochi altri ha accompagnato generazioni di genitori nella riflessione sull‘importanza della realizzazione di una profonda comunicazione emotiva con i propri figli.
Insomma, leggendo e rileggendo i messaggi della chat dei genitori di questi giorni di forzato isolamento è come se la porta di casa che dà sulla strada di San Giovanni fosse per un po’ rimasta chiusa. La strada di San Giovanni (Italo Calvino, La strada di san Giovanni, Mondadori) è un racconto autobiografico di Italo Calvino, dove si narra delle visioni opposte della vita tra Italo e suo Padre, metaforicamente espresse dalla strada che, partendo dalla loro abitazione, portava, se presa verso l’alto, in campagna, luogo preferito dal padre, e invece verso il basso conduceva verso la città e la marina dove Italo cercava il suo mondo.

Cosa è successo? Cosa ha fatto chiudere la porta delle case?
E’ successo qualcosa che non era mai capitato prima d’ora e che ci fa vivere in una atmosfera irreale.
Come in un lugubre racconto, come in una favola antica, abbiamo visto con angoscia arrivare da molto lontano un essere misterioso e maligno, che ruba il respiro alla gente, seminando morte e paura nelle città. Le storie di tante persone vengono interrotte e anche i ragazzi non possono più continuare a incontrarsi liberamente, ma devono trovar rifugio proprio da dove simbolicamente erano appena partiti, per vedere di metter alla prova la loro vita.
Così, in attesa dell’arrivo del cavaliere che ucciderà la mortifera creatura, passano i giorni dei ragazzi, tutti dentro quella casa, fino a poche settimane sentita un poco stretta rispetto ai ricordi di quando erano bambini.
Certo, sono giorni con momenti di insofferenza e di fastidio, ma inaspettatamente anche di possibilità di ascolto e di ritrovo.

I problemi tra genitori e figli, se ci sono, rimangono, e dovranno essere affrontati prima o poi, se no si ripresenteranno sotto altre spoglie e in modo sempre più contorto. Ma come capita ai figli che si ricordano spesso di cose a cui noi lì per lì non abbiamo dato nessuna importanza, lo stesso succede adesso ai genitori rispetto ai figli: un sorriso, una partita a carte, un film guardato insieme… corrono veloci fin dentro l’anima, fanno bene dentro e cacciano la paura del buio. Quella paura di cui Freud ha detto:
“Il chiarimento sull’origine dell’angoscia lo devo ad un maschietto di tre anni che una volta sentii dire alla zia in una camera al buio: “Zia, parli con me, ho paura del buio”. La zia allora gli rispose: “ Ma a che serve? Così non mi vedi lo stesso”. “Non fa nulla – ribattè il bambino – se qualcuno parla… c’è più luce” (Sigmund Freud, Tre saggi sulla sessualità infantile (1905), in Italia: Boringhieri editore)

Il sogno di mio padre

Burt Bacharach mi accompagna spesso nelle mie faccende domestiche, non c’è musica migliore per rilassarsi e abbandonarsi ai ricordi. Come questo di qualche tempo fa…

Stavo sognando quando sentii bussare alla porta. Andai ad aprire, era mio padre!
Era ringiovanito, ben vestito con una camicia bianca e una giacca di lino beige. E mi sorrideva.
Io lo guardai senza riuscire a dire una parola, quanto tempo era passato. Poi pensai: “E’ vero… è soltanto un sogno!”
Lo feci entrare, lui mi guardava divertito e insieme andammo in cucina.

Così continuai a fare quello che stavo sognando… In effetti è difficile ricordarsi i sogni… comunque sì, stavo pelando delle pesche mature, le avrei poi affettate per farci la macedonia… adoro le pesche… avete presente quando una pesca è matura al punto che riesci a pelarla con le dita?
Mio padre stava in piedi di fianco a me e osservava l’operazione, poi disse: “Devono essere dolci e pure buone… quasi quasi ne mangerei una!”
“Tieni papà!”, gli allungai quella che avevo appena finito di pelare.

La prese e, con un sorriso affettuoso, sentenziò: “La pesca, quando è matura, è il frutto più buono di tutti!”, poi iniziò a mangiarla di gusto, come se non mangiasse da anni. Ventidue anni, per la precisione, da quando se n’era andato.
Ben tornato papà… Quanto avrei voluto dormire ancora!

Raindrops Keep Falling On My Head (Burt Bacharach, 1969)

This Guy’s in Love with You (Burt Bacharach, 1968)

Nuove famiglie, la carica degli ex:
quando genitori e coniugi non coincidono più

di Cecilia Sorpilli

Nuove tipologie familiari nascono e si affermano nella società di oggi. Cosa si intende per “famiglia ricostituita”? Di seguito un’interessante analisi sul fenomeno delle famiglie allargate e atipiche

L’universo Famiglia è composto da diverse costellazioni familiari; tra queste, una delle più diffuse è la famiglia ricostituita. Ultimamente questa tipologia familiare appare in molte fiction e film, segno che la società sta “normalizzando” questo nuovo modello familiare. Ma cosa si intende realmente per famiglia ricostituita?
Gli studiosi stanno ancora dibattendo sul termine più adatto per definirla: famiglie ricomposte, ricostituite, famiglie aperte, famiglie estese o nuove costellazioni familiari?
Sembra però che il termine più usato sia quello di “famiglia ricostituita” che è la traduzione dell’espressione inglese “reconstituted family” e indica una famiglia formata dopo un divorzio. Generalmente, infatti, questa famiglia è formata da un ex coniuge che vive con i suoi figli, il nuovo compagno o compagna, e gli eventuali figli di questo o questa, e a volte con i figli nati dalla nuova unione. Altri studiosi invece, preferiscono utilizzare i termini “famiglia ricomposta” o “costellazione familiare ricomposta” per indicare che in queste famiglie non vi è una sostituzione dei membri del nucleo precedente con quelli del nuovo, ma vi è un aggiunta; ai precedenti si aggiungono i nuovi membri della famiglia e la loro rete di parentela, formando così costellazioni familiari complesse. Laura Fruggeri, psicologa e psicoterapeuta e professore ordinario di Psicologia delle relazioni familiari presso l’Università di Parma, afferma che “la coppia genitoriale non coincide più con quella coniugale. In considerazione della sua particolare complessità, essa è stata definita da alcuni studiosi famiglia pluricomposta o, sotto il profilo strutturale, famiglia plurinucleare, con i figli che fanno da ponte tra un nucleo e l’altro.”
Le famiglie ricomposte possono presentare diversi gradi di complessità: un minor grado di complessità è presente quando uno dei partner viene da una separazione o convivenza da cui non sono nati figli, mentre un grado di maggior complessità si verifica quando entrambi i partner hanno figli nati dalle precedenti unioni, che vivono con loro, e nel tempo si aggiungono figli nati dalla nuova unione. Nel caso in cui la relazione del figlio con il genitore non convivente sia discontinua e labile, la famiglia ricomposta può divenire una risorsa grazie alla molteplicità di relazioni che vi si trovano al suo interno, tra sorelle, fratelli, nonni e altri parenti acquisiti. Questo insieme di relazioni può sostenere e compensare in parte il vuoto lasciato dalla assenza di relazione con il genitore non convivente. Anna Laura Zanatta, docente di Sociologia della famiglia presso l’Università di Roma La Sapienza, afferma che “Può crearsi così una rete di solidarietà familiare molto densa ed estesa, che va in un certo senso in controtendenza rispetto alla crescente nuclearizzazione e isolamento della famiglia contemporanea”.
L’allargamento delle relazioni, però, può anche creare difficoltà e momenti di criticità all’interno delle famiglie ricomposte perché è complessa l’identificazione e la definizione dei confini familiari. Non esistono modelli o regole per queste nuove costellazioni familiari a cui i membri possano riferirsi per affrontare le sfide e le criticità del quotidiano in un contesto di complessità relazionale; questo perché nella nostra società il modello dominante tende a rimanere il modello tradizionale di famiglia nucleare. Queste forme familiari non disponendo di un identità definita a livello sociale e giuridico faticano ad essere accettate dalla società. Molti genitori di famiglie ricostituite affermano di provare ansia al momento dell’ingresso dei propri figli in strutture educative, perché vengono messi a conoscenza di altre persone aspetti della loro vita familiare che spesso faticano ad essere compresi e quindi accettati all’esterno della famiglia.
Altra sfida per i figli di queste famiglie è quella di capire come poter chiamare il nuovo compagno/a del proprio genitore. Sembra che solitamente bambini e ragazzi si rivolgano a questa figura chiamandola per nome e questo evidenzia quanto i bambini sentano distante questa persona e non sappiano come definirla, non potendola così comprendere a pieno sia psicologicamente che socialmente. Anche da parte del nuovo compagno/a c’è la difficoltà di non sapere come gestire la relazione con i figli del proprio partner. Il terzo genitore, ovvero il nuovo convivente del genitore affidatario, si trova in una posizione complessa e incerta perché non ha modelli di riferimento a cui rivolgersi non essendo mai stata definita la sua identità né sul piano educativo nè giuridico. Questi genitori devono quindi creare nuove modalità per acquistare autorevolezza e rispetto agli occhi dei figli della compagna o del compagno, non dimenticando però che questi bambini/ragazzi hanno un altro genitore con cui mantengono un rapporto più o meno frequente, e che questo genitore spesso teme che la compagna o il compagno dell’ex coniuge possa degradarlo dal suo ruolo educativo e minacciare l’influenza che ha sui suoi figli.
Quando si costruisce una famiglia ricomposta gli adulti coinvolti devono quindi impiegare molte energie per creare un sistema di relazioni interne al nuovo nucleo ed esterne con gli altri nuclei coinvolti. Come spiega Fruggeri è importante vi sia “apertura di spazi al genitore acquisito per l’esercizio della genitorialità; -coalizione genitoriale-, cioè una coordinazione tra i genitori biologici e acquisiti per la definizione dei rispettivi ruoli nei confronti dei figli; infine, gestione flessibile dei confini dei nuclei familiari per favorire la pluriappartenenza ed evitare i conflitti di lealtà”.
La famiglia ricomposta o plurinucleare si discosta molto dal tradizionale modello di famiglia nucleare, ma non per questo deve essere considerato un modello familiare fallimentare; ogni tipologia di famiglia ha punti di forza e di criticità, come ogni persona che sceglie di appartenere a questo o altri modelli di famiglia.

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