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Effetti della Spesa Militare al 2%:
chiuderà il rubinetto del gas e succhierà tutti i soldi del PNRR

La Nato chiede ai suoi 29 soci dal 2014 di portare le spese militari al 2% del Pil. Per l’Europa sarebbero 81 miliardi in più, pari a 253 miliardi di euro, di cui +11 miliardi dall’Italia ogni anno (da 28 a quasi 40).

Dal programma europeo PNRR l’Italia riceve in sei anni 68,9 miliardi a fondo perduto, mentre gli altri sono a debito (cioè li dovremo restituire con gli interessi). Se facciamo la somma di quanto dovremmo spendere in più per armi nei prossimi 6 anni fanno la stessa cifra. Il che significa che dall’Europa non verrebbe (di fatto) alcun aiuto su ciò che interessa davvero ai cittadini (welfare), ma saremmo costretti a spenderli in armi e poi ad libitum 12 miliardi all’anno in più.

Dati spesa militare nel mondo, anno 2021

Ammesso e non concesso che si debba aumentare la spesa militare in Europa non si capisce perché non si calcoli tutta la spesa europea, in quanto è vero che ci sono paesi come Italia, Spagna e Germania che spendono meno del 2%, ma altri dieci (su 19) che spendono di più e con una razionalizzazione (abbiamo 17 tipi di carri armati, 4 tipi di aerei,…) si potrebbe avere una spesa più efficace per la difesa europea, spendendo molto meno. Come scrivono Manconi e Raul Castro su lavoce.info l’Europa spende sempre meno per i progetti europei (quelli che servono) e sempre più per le armi nazionali che foraggiano solo l’industria bellica.

Non si capisce infatti a cosa serva l’Europa se cedere sovranità per i singoli Stati non comporta anche vantaggi per i propri cittadini.
Vediamo infatti cosa succede in un paese come la Grecia (povero, come stiamo diventando anche  noi dal 2008) che ha una spesa militare più alta (3,5% del suo Pil). Ha dovuto comprare 170 carri armati Leopard dalla Germania e altri 223 più vecchi dismessi costati 2,1 miliardi, 18 caccia francesi per 2,5 miliardi, tre fregate francesi (valore ignoto) e 2 sommergibili tedeschi (1,3 miliardi).
Guarda caso tedeschi e francesi sono quelli che hanno fatto i prestiti alla Grecia, imposto l’austerity, acquistato (coi Cinesi) molte loro imprese e…venduto vecchie armi ad un paese in cui si sono tagliate pensioni e salari del 30%, raso al suolo socialmente ed economicamente dopo l’integrazione con l’Europa che ha votato una direttiva nel 2018 per non pagare l’Iva sulle vendita di armi intra Ue.

A me piacerebbe che l’Europa ci imponesse che le spese per l’Istruzione fossero almeno il 5% (come la media UE) e fossimo costretti a spendere altri 15 miliardi in istruzione (per non dire quello che ci succederà nella sanità in caduta libera come finanziamento reale nei prossimi anni) anziché in armi in un paese che avrà nel 2022 una ennesima recessione (Pil + 2,8%, inflazione + 6%…se va bene) e che ha avuto un Pil pro-capite che è sceso dal 2000 al 2020 da 100 a 92, mentre quello tedesco, francese e spagnolo sono saliti, per non dire dei paesi dell’Est Europa cresciuti del doppio.

Il che significa che dalla recessione del 2008 l’Italia non si è più ripresa. Dati analoghi sono disponibili per il tasso di occupazione (variazione assoluta) che in Italia non cresce.

Un’Europa subordinata agli Americani ci porterà ad un crescente impoverimento (in particolare gli italiani) e forse alla sua implosione (che è poi quello che vogliono gli Usa). A meno che non si abbia la forza di diventare unEuropa Federale e indipendente – anche dalla Gran Bretagna (che ci condiziona più ancora di quando era nella UE) –  da Usa e Israele (tra cui tra un po’ compreremo anche il gas) – che non può essere alla mercé dei paesi dell’Est Europa, compresa l’Ucraina a cui Draghi ha proposto assurdamente di entrare (ma che si dovrà certamente aiutare).

Avete notato che tutti i paesi dell’Est, prima di entrare nella UE, sono entrati nella Nato? Ma dov’è andata a finire la politica italiana multilaterale che abbiamo saggiamente sviluppato per 70 anni, essendo noi immersi nel Sud Europa, nei pressi dell’Africa e Medio Oriente?

Breve nota sul gas. Dalla Russia importiamo 155 miliardi di metri cubi su 400 (Italia: 29 su 76); gli Usa possono darci 15 miliardi entro il 2022 e 50 entro il 2030 (a prezzo più alto). L’Europa impone di stoccare il 90% (ora siamo al 26%) ma il Dio mercato lo impedisce, chi compra ora al prezzo spot così alto? I funzionari europei dovrebbero dircelo. L’Olanda si oppone a mettere un tetto ai prezzi (intanto fa il paradiso fiscale per FCA & company). Ma voi lo sapevate che si è obbligato l’Acquirente Unico (quello che compra energia e gas per tutti gli utenti della tutela) ai prezzi spot di mercato e non a quelli più vantaggiosi con contratti a lungo termine ed è questo, come dice Besseghini (presidente di Arera, Authority dell’Energia), a far aumentare i prezzi?

Cari amici, o si costruisce una vera Europa che interviene sulle protezioni importanti con vere Authority e strategie di Governo non liberiste (esteri, difesa, materie prime, agricoltura, energia e gas a prezzi certi) a tutela dei suoi cittadini, oppure tutti a casa: un’Europa liberista, militare, digitale, 5G, in cui spadroneggiano le multinazionali e la finanza anglosassoni ci impoverisce sempre più, come sta avvenendo dal 2008.  

L’Europa si prepara alla guerra …
per affrontare il mondo dopo la guerra

 

A poco più di una settimana di guerra si potrebbe provare a tracciare un primo bilancio di quanto sta succedendo. Per farlo è necessario distinguere il piano tattico-militare da quello geopolitico perché gli andamenti sono parecchio diversi.

Sul piano tattico-militare  la Russia non sta andando male, anzi ha conquistato diversi obiettivi molto importanti e anche simbolici, come la diga che ha fatto saltare nei pressi di Kherson, costruita dagli Ucraini dopo l’annessione della Crimea con l’intento di assetarne gli abitanti. Scopo poco nobile dal punto di vista umanitario ma efficace dal punto di vista militare.

Ha conquistato poi l’Isola dei Serpenti per avere un controllo delle foci del Dnepr e per contrastare eventuali operazioni Nato nel Mar Nero. Sta procedendo alla conquista della linea di questo fiume che divide in due l’Ucraina e che vede la parte orientale storicamente più russofona, su questa linea ci sono importanti centrali nucleari come Zaporižžja dove ci sono sei reattori che generano 40-42 miliardi di kWh di elettricità, cioè parliamo della più grande centrale nucleare dell’Ucraina. Controllo quindi di acqua e elettricità con attenzione alla logistica.

In questo contesto è stata presa Kherson che, come spiega l’esperto militare Jack Watling del Royal United Services Institute, occupa una posizione strategica sul fiume Dnepr: “Quando i russi inizieranno a catturare le città chiave lungo il Dnepr, saranno in grado di impedire che i rifornimenti si spostino da ovest a est per rifornire le unità militari ucraine che stanno combattendo nelle aree operative delle forze congiunte intorno al Donbass. Cominceranno così a strangolare la logistica per gli ucraini”.

Anche la capitale Kiev è circondata e probabilmente sopravvive grazie al fatto che non vengono per ora utilizzate bombardamenti a tappeto. Quei bombardamenti che furono effettuati in Serbia vent’anni, fa oppure quelli visti in Libia o che vediamo ancora in Siria, che lasciano le città completamente sventrate e centinaia se non migliaia di morti sul terreno. In questi casi non vengono diffusi dati sulla distruzione di scuole, chiese e ospedali. Ci provò Julian Assange con gli esiti che conosciamo.

Da un punto di vista geopolitico la situazione è diversa.
Putin sta nettamente perdendo la sua guerra, talmente tanto che gli Stati Uniti stanno scomparendo dalla scena proprio perché gli europei stanno operando benissimo da soli nell’evidenziare tutte le atrocità russe e contrapponendole agli eroismi individuali e di gruppo degli ucraini. Si sta riuscendo persino a far passare come gesto umanitario la divulgazione di istruzioni per fabbricare molotov e l’insegnamento dell’uso delle armi a vecchiette e bambini, magari anche se operati da gruppi neonazisti.

Quindi gli USA non hanno più bisogno di infierire, a Biden che chiamava “killer” Putin si è sostituito Di Maio che lo ha definito un “animale”. Tutta l’Europa sta condannando senza remore l’invasione russa sostituendo l’iniziale ritrosia lanciando pacchetti di sanzioni economiche senza precedenti, una sacrosanta gara nell’ospitare i profughi ucraini, diffondendo fino al parossismo l’eroismo del suo presidente che è rimasto sul campo e continua ad incitare alla guerra i suoi, l’Europa e la Nato. Ad oggi il russo ritorna ad essere da una parte “mangiatore di bambini” con il corollario di stupri, bambini uccisi, civili indifesi bombardati e dall’altra titolare di un’armata sgangherata fatta di carri armati russi senza benzina e bambini-soldato mandati allo sbaraglio.

Nel mentre nel mondo vengono banditi libri e scrittori russi anche del passato, viene negata la partecipazione alle gare sportive non solo agli atleti normodotati ma anche a quelli che partecipano alle paraolimpiadi. Insomma il russo è una minaccia e quindi va isolato, tutti i russi senza distinzioni. Cosa potrebbe dire o fare ancora e di più Biden? Meglio lasciar fare e aspettare il dopo per intervenire nel riassetto post guerra o post “operazione speciale” come la chiama Putin.

Perché poi gli americani dovranno per forza intervenire perché è in atto un salto geopolitico importante, sotto certi aspetti impensabile solo pochi mesi fa, davvero senza precedenti. Quindi adesso osservano, specificano che non entreranno nel conflitto “armato” in nessun modo, e si ritirano ad osservare le mosse degli alleati.

La Germania, che aveva iniziato sconfessando gli Usa sull’eventuale chiusura del gasdotto Nord Stream 2, adesso ne ha determinato il definitivo blocco accettandone le gravi conseguenze economiche e, dopo aver approvato l’invio di armi ai combattenti, ha rotto gli indugi annunciando che porterà le sue spese militari a 100 miliardi nei prossimi anni. Pensate per un paragone che la Russia di miliardi ne spende “solo” 60 all’anno.

Anche il ministro Guerini ha detto di voler arrivare a 38 miliardi dai 25 attuali che già avevano scandalizzato i pacifisti. Ovviamente tutti gli indici azionari dei produttori di armi sono schizzati alle stelle e ringraziano, del resto dalle guerre ci si guadagna sempre.

Quindi la prima conseguenza di rilievo negli assetti europei è un riarmo generalizzato dopo l’accettazione della teoria che al fuoco si risponde con il fuoco e alle provocazioni con altrettante provocazioni. Nessuno aveva valutato possibile semplicemente dichiarare o aiutare a dichiarare la neutralità dell’Ucraina, cioè qualcosa tipo la Svizzera per esagerare o la Finlandia e la Svezia per rimanere più sul concreto.

Ma sarebbe logico chiedersi come la Francia reagirà a questo nuovo futuro con una Germania che si lascia dietro un settantennio di ritrosia nel riarmarsi? Certo spingendo per un esercito europeo che la vedesse magari ai posti di comando, un esercito di pace … ovviamente. E gli USA accetteranno una Germania o un’Europa indipendente dal punto di vista militare? Vedremo, per ora ci riarmiamo “grazie” ai russi e dopo aver elargito miliardi alle case farmaceutiche cominciamo a finanziare le aziende e le lobby delle armi.
Per fortuna almeno noi italiani siamo nelle mani del governo dei migliori e uno stratega provato e coerente come il nostro ministro degli esteri ci assicura scelte almeno a livello di quelle operate dal suo collega ministro della sanità durante la (sembra) passata pandemia.

Ucraina, muro

U Krajna,
storia di una terra di confine

 

U KRAJNA significa sul confine e nel nome sono contenuti la storia di questo Paese e il suo destino di luogo di frontiera in balìa, come molti altri luoghi analoghi, delle ambizioni, i calcoli, gli interessi, le decisioni, le mosse, dei potentati circostanti. Ed è proprio la sua storia che giustifica e fa comprendere i fatti attuali, il carattere, le contraddizioni che hanno condotto ai conflitti e le incertezze del presente. L’Ucraina è una vasta zona di frontiera al centro del continente Europa e lo ricorda un’inscrizione in latino su un piccolo monumento al confine con la Slovacchia, eretto dalla Società geografica di Vienna nel 1911: “Grazie a un sistema di meridiani e paralleli, in questo punto è stato fissato il centro dell’Europa.”
Una responsabilità che il popolo ucraino non ha mai ambito e che ha segnato la sua esistenza, suo malgrado, attraverso epoche sovraccariche di violenza, occupazioni e predazioni, migrazioni e passaggi di stirpi nomadi, terra di rifugio di popolazioni in fuga, perseguitate e disorientate. Un Paese pieno di paradossi dal quale nacque la Russia quando, nel 882 d.C., il principe scandinavo Oleg conquistò Kiev, uccise i signori della città e dichiarò:

“Questa città sarà la madre di tutte le città dei Rus’ (potente clan vichingo)”, dando avvio a una florida economia nel commercio tra il Mar Baltico e il Mar Nero di pellicce, miele, cera, zanne di tricheco e schiavi di origine bielorussa. I Rus’ stabilirono la loro elite politica e militare che si adattò ad un veloce processo di slavizzazione; introdussero e appoggiarono la religione bizantina in un tessuto sociale pagano, che divenne anche forte strumento di rafforzamento del potere.

Greci, Romani, Goti, Unni, Bizantini, Magiari, sono solo alcune delle popolazioni che occuparono l’attuale Ucraina e i territori circostanti nel corso dei secoli. Nel 1240 le orde dei Mongoli conquistarono il territorio, rasero al suolo Kiev e sterminarono i suoi abitanti.
La Rus’ perse il dominio e ben presto si dissolse, mentre il vastissimo territorio venne diviso in tre principati che oggi corrisponderebbero alla Polonia, la Lituania e la Russia. L’ondata di violenze e sofferenze che riguarda l’Ucraina non si arresta: nel XVI° secolo ostilità, persecuzioni e antisemitismo spietato contro la numerosa e significativa comunità ebraica sul territorio si traducono in sanguinosi pogrom con incendi e linciaggi, una guerra tra cosacchi e polacchi miete numerose vittime, la rivolta dei servi della gleba crea tensioni e destabilizzazione.
Il secolo successivo vede ancora una guerra tra Russia e Polonia e segna l’inizio dell’Impero zarista. Ma è il XX° secolo che segna particolarmente la storia di questo Paese, ad iniziare dalla rivoluzione bolscevica del 1917 e la collettivizzazione forzata che inducono a grandi cambiamenti sociali ed economici.

Dal 1929 al 1933 una gravissima carestia, dovuta anche all’abbandono dei campi da parte dei contadini ribelli deportati in massa, produce una crisi senza pari con 7 milioni di morti per fame e stenti. Alla fine della seconda guerra mondiale, dopo l’occupazione tedesca particolarmente spietata, si contarono 10 milioni (1,5 ebrei) di morti in guerra, nelle deportazioni, per fame a cui si aggiungono 2 milioni di deportati come schiavi per impiego nella produzione bellica.

Il dopoguerra è segnato dalla dissidenza e dalla strisciante lotta dell’esercito e delle forze di sicurezza per debellare formazioni clandestine dei nazionalisti ucraini. La scia di sangue continua quel maledetto 26 aprile 1986 con l’esplosione del reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl: 10.000 morti immediate ma milioni quelle conseguenti alle radiazioni.
Nel 1991, con la disgregazione dell’Unione Sovietica viene proclamata l’indipendenza dell’Ucraina che diventa Repubblica parlamentare. Gli anni che portano ai giorni nostri sono accompagnati da governi altalenanti filo russi o vicini alla Nato, crisi politiche, sospetti di brogli, coalizioni instabili e attentati  il premier Viktor Juščenko, favorevole all’avvicinamento all’Unione Europea viene avvelenato nel 2014 (rimanendo sfigurato), sottolineando ancora una volta le difficoltà di governo del Paese, perennemente in bilico tra vecchie oligarchie di stampo sovietico e desiderio di una vera e duratura emancipazione e apertura verso l’Occidente.

Davanti a questa Storia diventa difficile pensare che l’ennesima guerra alle porte sia dettata da ragioni prettamente economiche, nonostante l’Ucraina vanti di alcuni notevoli record: possiede le più grandi riserve di titanio e uranio d’Europa, produce il 20% della grafite mondiale e il 2% del mercurio al mondo, abbondante gas naturale, carbone e petrolio, un patrimonio zootecnico ragguardevole e un’industria pesante altrettanto prestigiosa.

Siamo sull’orlo di una nuova guerra e l’escalation delle ostilità ha già prodotto le prime vittime di bombardamenti notturni. Gli schieramenti militari sono già allertati, “La Russia prepara la più grande guerra in Europa dal 1945” ha dichiarato il premier inglese Johnson. Nel nome U Krajna un destino che non si smentisce mai; noi confidiamo nella diplomazia internazionale, in un processo di pace faticoso ma possibile, nelle ragioni della sopravvivenza e della convivenza dignitosa e sicura, lontana dagli schemi del potere ad ogni costo.

Dove nascono le tensioni, dove possono morire le speranze di pace, dove le parole sono importanti

Il mondo ribolle, c’è un’importante e generalizzata escalation militare, una corsa continua a rifornirsi di armi e al dispiegamento di forze in alcuni teatri caldi che potrebbero segnare pericolosamente il nostro futuro. Gli osservatori di settore rilevano nel 2021 un aumento della spesa militare e le previsioni per il 2022 vanno nella stessa direzione, tutti dichiarano per “ammodernamento, efficientamento, al semplice fine di deterrenza” ma quando si producono armi, si ammassano truppe e si aumentano le esercitazioni, qualche semplice provocazione, un piccolo incidente, potrebbe diventare la scintilla per un fuoco difficile poi da spegnere.

C’è nel mondo anche una grande presenza di armi nucleari che i paesi più forti dichiarano di deterrenza mentre altri, in difficoltà strategica rispetto al nemico dichiarato, non ne escludono l’utilizzo. Si pensi al Pakistan opposto all’India che è in possesso di risorse offensive preponderanti rispetto allo storico avversario e che quindi in caso di conflitto non ne ha mai escluso l’utilizzo.

I leader politici, quelli affidabili (o presunti tali), non fanno nulla per evitare l’escalation, anzi continuano a lanciare messaggi fuorvianti e ultimatum inutili, buoni solo per rafforzare il potere di pochi ma che non fanno bene alla distensione di cui invece si avrebbe bisogno, in un mondo dove tutti i vecchi ed annosi problemi sono ancora irrisolti. Alle migrazioni forzate e ai respingimenti disumani, alla mancanza di cibo e acqua oppure di istruzione e sanità in larghe fette del nostro pianeta, alla disuguaglianza economica e sociale che dilaga oggi si aggiungono due anni di pandemia globale e una sua gestione a dir poco carente di risultati seriamente spendibili.

Nonostante tutto questo, leader democratici come Biden e Macron e paesi occidentali di cultura moderata come Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca fanno a gara con leader autoritari come Putin e Xi Jinping e paesi intemperanti per posizione geografica come Ungheria, Romania, Ucraina, Bielorussia o eccessivi per paura storica come Lettonia, Estonia e Lituania a chi spara la minaccia più grossa. Dire poi che l’Unione Europea, in questo marasma, ha perso la bussola diventa quasi un eufemismo.

Ma quali sono i luoghi del mondo che riflettono meglio l’euforia da quarta guerra mondiale? Il primo è nell’Indo-Pacifico dove Taiwan potrebbe rappresentare il casus belli. L’attore principale è ovviamente l’America di Biden che si oppone all’espansionismo della Cina. Taiwan è il primo produttore mondiale di semiconduttori ma è soprattutto un simbolo: come potrebbe la Cina proiettarsi verso lo status di potenza planetaria se non riesce nemmeno a controllare le acque intorno a se? Ed è proprio in funzione di questo che gli USA hanno costruito basi militari e un sistema di contenimento basato sui suoi alleati/satelliti ovvero Corea del sud, Giappone e Australia a cui ovviamente hanno aderito la Gran Bretagna e il Canada inviando uomini e mezzi navali. Anche la Francia, già normalmente presente in quell’area e nonostante lo smacco della mancata vendita dei suoi sommergibili all’Australia, ha fatto notare la sua presenza. Del resto la Francia ragiona da potenza.

L’Ucraina rappresenta il fronte caldo europeo. Protagonisti sempre gli Stati Uniti che dettano tempi e modi di opposizione alla Russia di Putin, intenzionato a non cedere altro terreno dopo gli ultimi allargamenti della Nato del 2004 ai Paesi confinanti. La Russia rappresenta il nemico storico e Biden non vuole cambiare atteggiamento, nonostante il pericolo cinese sembri a tutti più pressante e più degno di attenzione. Certo ha uomini e mezzi per poter sostenere le due sfide e soprattutto anche qui, come in estremo oriente, ha alleati pronti a combattere per lui. Politica da grande impero e quello romano ha fatto scuola, a quei tempi le legioni erano composte da barbari che combattevano altri barbari e ai confini c’erano tribù barbare che facevano da “stati cuscinetto”.

Ma mentre non stupisce che le Repubbliche Baltiche, la Polonia e la Romania facciano a gara per offrire basi logistiche e dare ospitalità ai nuovi dispiegamenti americani, sorprendono le mosse di avvicinamento alla Nato di Svezia e Finlandia. Di certo non c’è ancora una richiesta di adesione, come non c’è da parte dell’Ucraina nonostante le tensioni intorno a quella che per ora è solo una lontana possibilità, ma i movimenti navali nel Mar Baltico e le operazioni sulle isole strategiche da parte di questi stati rivieraschi lasciano pochi margini di errore nei messaggi che stanno inviando a Mosca: se difficilmente la Nato si allargherà verso l’est Europa, potrebbe essere molto più realistico un suo allargamento ai paesi nordici.

C’è poi l’Africa. I russi si sono mossi molto bene in Libia, creandosi un loro spazio senza porsi troppi problemi su dove posizionarsi e scalzando francesi e italiani. Paesi questi ultimi impegnati nel Sahel e dove persino la Danimarca aveva inviato 100 militari che hanno dovuto però subito fare dietro front, causa cambio di regime nel Mali. Ma anche in Ciad e in Burkina Faso la situazione è cambiata e i francesi sembrano non essere più desiderati dai loro ex stati coloniali che invece preferiscono i mercenari russi della Wagner. I nuovi dittatori vedono più di buon occhio i russi rispetto all’idea europea della costruzione nel Sahel di stati “democratici” fondati su un modello poco vicino alla loro idea di società.

E l’Italia? Nell’ambito della proiezione a sud, parte della politica strategica del nostro Ministro della Difesa, il cosiddetto “mediterraneo allargato”, ha nell’area del Sahel diverse unità militari, mezzi terrestri e aerei dislocati in Niger e in Mali con un impegno finanziario di poco meno di 100 milioni di euro (dati Milex). Tra i compiti quello di assistenza sanitaria, prevenire l’infiltrazione del terrorismo islamico in Libia nonché di addestramento delle forze armate maliane. Peccato però che, vista la crescente antipatia dei nuovi governi verso i francesi, questi stiano lasciando la zona, seguiti da tedeschi e danesi mentre svedesi e norvegesi stanno rivedendo le loro intenzioni di inviare soldati. Da noi ancora non si è presa una decisione in merito, e poiché non risultano discussioni per un ripensamento di queste missioni, è lecito pensare che stiamo addestrando i soldati dei colonnelli golpisti.

L’Africa comunque è un groviglio di interessi ma probabilmente, data l’assenza dell’interesse americano, non rappresenta per ora una miccia da guerra globale o atomica.

Tornando alla spesa militare, e con i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), abbiamo prova che la spesa globale militare è arrivata nel 2020 a 1.981 miliardi di dollari, un incremento del 9,3% rispetto al 2011 e questo nonostante la pandemia, anzi probabilmente grazie ad essa e utilizzando la possibilità di maggiori spese a deficit precedentemente non permesse. Gli Stati Uniti risultano ovviamente il Paese che spende di più con 778 miliardi di dollari seguito dalla Cina con 252 miliardi, dall’India con 72,9 miliardi e dalla Russia con 61,7 miliardi di dollari.

Aggiungendo ai dati SIPRI quelli dell’Osservatorio sulle Spese Militari Italiane (Milex), si osserva invece che il bilancio previsionale 2022 per le spese militari dell’Italia vede un aumento del 3,4% sul 2021, si sfonda dunque il tetto dei 25 miliardi di euro. Molti fondi saranno allocati alla Marina nella speranza che vengano ben utilizzati per il controllo strategico del Mediterraneo, dove ultimamente si stanno affollando le marine Nato che conducono esercitazioni “disturbate” dal transito di diverse navi russe, anche qui in chiave provocatoria e che, visto l’affollamento, rischiano di trasformare il mare nostrum in una delle possibili micce, al pari dei cieli lettoni, del Mar Baltico o dell’Indo-Pacifico.

Il dato probabilmente più preoccupante, o che almeno dovrebbe esserlo, è la mancanza di conoscenza delle dinamiche di queste operazioni militari e di cosa muove il riarmo. Dovrebbe preoccupare la lontananza di tutto questo dalle reali esigenze dei cittadini, ci dovrebbe spaventare un mondo che si muove al ritmo dei desideri e dei bisogni di un pugno di persone che impegna il futuro inconsapevole di miliardi di esseri umani. Dovremmo essere inorriditi dal fatto che ci siano persone intente a cercare o creare nemici impegnando soldi pubblici che altrimenti potrebbero essere utilizzati per il benessere collettivo.

Illustrazione di copertina a cura di Carlo Tassi

vaccino_Sputnik

Pandemia e geopolitica:
l’Italia sceglie i vaccini privati USA (meno efficaci di quello russo e cubano)

 

Il 26 gennaio in Gran Bretagna la pandemia “finisce”, nel senso che il Governo ha deciso di togliere tutte le restrizioni, incluse le mascherine al chiuso e nelle scuole (sono solo raccomandate nei luoghi chiusi se affollati), in quanto la variante Omicron è ormai considerata una “influenza”.
Nei Paesi nordici le misure sono da mesi molto modeste, mentre in Italia, e ora anche in Austria, si introducono maggiori restrizioni come l’obbligo vaccinale per gli over 18 dal 4 febbraio.
Anche la Francia introduce il pass vaccinal per over 16 anni per accedere a cinema, teatro, musei, bar, ristoranti, treni ed eventi sportivi e per quei lavoratori che operano in questi settori. Viene però tolta la mascherina all’aperto e lo smart working è facoltativo, inoltre dal 7 marzo saranno alleggeriti i protocolli nelle scuole a differenza dell’Italia dove, inspiegabilmente, uno studente in classe di un positivo deve stare a casa 10 giorni anche se è asintomatico, mentre un adulto no anche se a contatto col pubblico.

L’Italia è quindi ancora il Paese con le maggiori restrizioni in Europa, nonostante i suoi decessi siano negli ultimi 50 giorni sotto la media europea.
Nel frattempo continua il silenzioso (nel senso che nessuno ne parla) successo di Svezia, Cuba e Giappone che registrano (e di gran lunga) la minore mortalità per Covid negli ultimi mesi.

La Svezia aveva scelto la via delle minori restrizioni ed anche nel confronto con i cugini nordici (Danimarca, Norvegia e Finlandia) ha meno morti sia nel 2021 che negli ultimi mesi.

Per quanto riguarda i vaccini, ha fatto scalpore il fatto che il vaccino russo (Sputnik) mostri una copertura maggiore di quello Pfizer e di Moderna (studio Spallanzani e Gamaleya: 70% di copertura dopo 3-6 mesi, mentre Pfizer scende a circa il 40% dopo 3 mesi).

Ricorderete come i nostri media come abbiano sempre deriso e sminuito il valore di Sputnik, così come un blackout informativo c’è stato su Soberana, l’altro vaccino di Stato (quello Cubano) che ha invece anch’esso ottime performance, al punto che negli ultimi 3 mesi Cuba registra una delle minori mortalità al mondo.

In Italia e in Europa questi 2 vaccini di Stato, frutto di una ricerca pubblica sono fuori legge  San Marino che lo aveva acquistato, dal gennaio 2022 deve fare la 3^ dose con Pfizer, se i suoi cittadini vogliono circolare come vaccinati in Italia ed Europa.

Se a questi indizi si aggiunge l’accordo bilaterale che il nostro Ministero della Salute ha fatto il 12 ottobre 2020 (e riconfermato il 3.9.2021) con gli Stati Uniti [Vedi qui] in cui l’Italia si impegna ad acquistare con priorità terapie relative alla salute provenienti dagli Usa anche in relazione a Covid-19, compresi vaccini e trattamenti (anche se nel testo in italiano non c’è la dizione “vaccini”, presente invece nell’accordo originale in inglese “surveillance, control, and research on infection diseases, and related vaccines and treatments”), è difficile resistere all’idea che ci sia più politica che scienza nel contrasto alla Covid-19.

E’ del tutto evidente che, sotto la copertura della “scienza”, delle “evidenze scientifiche” e della “salute pubblica”, ci sono rilevanti interessi di geopolitica che condizionano le scelte dei singoli Paesi e, in questo caso, non solo dell’Italia, ma anche dell’Europa. L’Italia si conferma ancora una volta, il paese più disponibile (tra gli europei) a seguire le strategie americane.

In passato le questioni di geopolitica (e di modello di sviluppo), pur evidenti, erano rimaste ai margini degli interessi degli italiani, in ben altre faccende affaccendati, ma dal prossimo marzo, quando arriveranno le bollette di gas e luce, forse crescerà l’interesse per come l’”effetto farfalla” (che colpisce tutti) della globalizzazione, che si è trasformato in “effetto elefante” con la pandemia, riguardi tutti.

L’ha spiegato molto bene l’attore Marco Paolini e il filosofo della scienza Telmo Pievani nella trasmissione di Rai 3 La fabbrica del mondo, uno dei rari esempi di informazione pubblica degli ultimi 2 anni, in cui si spiega che ambiente, deforestazione, pipistrelli, allevamenti intensivi, alimentazione, disuguaglianze e, naturalmente salti di specie e pandemia, sono tra loro connessi
E’ di questo che si dovrebbe discutere davvero: guardando alla luna anziché al dito.

Cover: Immagine tratta da:https://www.aibi.it/ita/

kiev

Crisi Ucraina: una forte iniziativa dei pacifisti può scongiurare la guerra.

 

La cosa peggiore che potrebbe fare oggi un pacifista è quella di non occuparsi dell’Ucraina sperando che la crisi si sgonfi da sola.

L’altra cosa sbagliata è quella di non prendere posizione perché è un tema troppo spinoso e per timore di essere etichettati: troppo vicini a Putin o troppo vicini alla Nato.

Manifestazione per la pace

Il nostro ruolo di pacifisti non è quello di fare da spettatori ma di essere proattivi e di anticipare gli altri con proposte veramente indipendenti dalle superpotenze.
Non attendiamoci che questo ruolo lo svolgano i partiti politici, noi siamo più liberi dai condizionamenti.
Siamo noi che dobbiamo decifrare la realtà, sfrondandola dalla sua scorza propagandistica, e capire cosa è meglio fare nell’interesse della pace, avendo come primo obiettivo quello di evitare una guerra dalle conseguenze imprevedibili e comunque devastanti.

I pacifisti dovrebbero essere i primi a dire no a un coinvolgimento militare europeo anche nel malaugurato caso di invasione dei carri armati russi in Ucraina. Non vi fu coinvolgimento militare della Nato per le invasioni di Ungheria o Cecoslovacchia e non è comprensibile perché oggi si possa pensare di poter condividere posizioni bellicose del tipo: se la Russia invade l’Ucraina noi dobbiamo entrare in guerra contro la Russia sostenendo un’azione militare della Nato.
Chiariamo subito che l’Ucraina non fa parte della Nato e pertanto non vale il principio – previsto dall’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico – secondo cui “un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti” da cui può conseguire “l’uso della forza armata”.

Le regole della Nato

L’Ucraina ha fatto richiesta di entrare della Nato e di avvalersi quindi di questo formidabile strumento di “legittima difesa”. E una delle ragioni per cui Putin potrebbe accarezzare l’idea (folle e sciagurata) di un’invasione dell’Ucraina potrebbe risiedere proprio nel tentativo di bloccare l’adesione dell’Ucraina alla Nato.

Ma attenzione: l’adesione dell’Ucraina alla Nato è subordinata all’accettazione delle nazioni che aderiscono alla Nato stessa.
Basta il “no” di una sola delle nazioni per fermare l’adesione dell’Ucraina alla Nato. Infatti l’articolo 10 del Trattato Nord Atlantico subordina a un “accordo unanime” l’adesione di una nuova nazione alla Nato. Anzi, leggendo con attenzione quell’articolo 10, si può evincere chiaramente che si entra nella Nato solo se invitati: non basta farne richiesta. E si entra solo se invitati con “accordo unanime”. L’articolo 10 è particolarmente stringente.

Da questo punto di vista ha ragione Putin quando dice che l’adesione dell’Ucraina alla Nato può essere fermata e ha torto Biden quando dice che non si può limitare la libertà dell’Ucraina se decide di voler aderire alla Nato. Infatti il gioco è nelle mani della Nato (e di Biden) e non nelle mani dell’Ucraina. Basterebbe, ad esempio, che la Germania dicesse di no e l’Ucraina rimarrebbe fuori della Nato.
E’ imbarazzante fare un ripasso delle regole della Nato a chi ha è nella Nato, dimenticando o facendo finta di dimenticare cosa che è scritto nel Trattato del 1949.

Dopo questa premessa, è bene arrivare alla logica conclusione: se l’Ucraina alla Nato è fonte di grande tensione internazionale, allora la nostra posizione di pacifisti dovrebbe essere quella di premere sui governi della Nato perché non invitino l’Ucraina nella Nato.

L’obiezione a questa nostra posizione è prevedibile: senza inclusione nella Nato l’Ucraina rimarrebbe scoperta militarmente e senza capacità di difesa da un’invasione russa. E’ ragionevole questa posizione? No. E vediamo perché.

La crisi ucraina è molto simile alla crisi di Cuba del 1961

Cuba era minacciata (gli Usa avevano tentato un’invasione) e chiese all’Urss i missili per proteggersi. Cuba si sentì minacciata e reagì. Anche gli Stati Uniti si sentirono a loro volta minacciati e reagirono, mettendo in atto un embargo navale che violava il diritto internazionale. La similitudine con l’Ucraina, anche se a parti politicamente inverse, è impressionante (anche se va detto che nessuno a oggi ha documentato un piano di invasione russa, mentre quello americano ai tempi di Fidel Castro e di Che Guevara, era confermato).

Una Cuba integrata militarmente nell’alleanza sovietica era percepita come destabilizzante e Kennedy fu fermo nel bloccare questo, molto di più di quanto non abbia fatto Putin fin qui. Oggi Putin fa come Kennedy al tempo della crisi di Cuba.
A rileggere oggi la crisi di Cuba del 1961, mondata da ogni sovraccarico ideologico e da ogni passione dei tempi che furono, ci si rende conto che non c’erano buoni o cattivi, ma c’erano due opposte esigenze di sicurezza che andavano entrambe tutelate.

Non c’erano buoni e cattivi allora così come non ci sono buoni e cattivi oggi.
Ci sono ragioni geopolitiche che vanno comprese. Vorremmo avere ai nostri confini una nazione ostile e per di più alleata con altre nazioni a noi ostili? È così difficile capire? Così come Kennedy non voleva a Cuba una minaccia militare, così Putin oggi non vuole avere una minaccia Nato ai confini, con l’Ucraina che scalpita per riconquistarsi i territori che hanno dichiarato l’indipendenza sotto la spinta dei filorussi.

Evitare la guerra

C’è una sola cosa da fare oggi: evitare la guerra, così come venne fatto nel 1961. E per evitare la guerra occorre che l’Ucraina non entri nella Nato.
Ovviamente questa non inclusione dell’Ucraina nella Nato deve essere contrattata con una parallela inclusione dell’Ucraina in un sistema di sicurezza che preveda il distanziamento di tutte le minacce militari. Creando una zona di pace in cui gli osservatori internazionali garantiscano il costante monitoraggio della situazione, sviluppando al massimo il dialogo e la risoluzione nonviolenta dei conflitti insieme alla società civile. Quest’approccio è l’esatto opposto alle ambizioni pro-Nato dell’Ucraina , ma è anche particolarmente forte nel mettere alla prova la buona fede di Putin quando dice che non è sua intenzione avviare un’invasione dell’Ucraina.

L’approccio dei pacifisti alla crisi deve partire sempre dal fatto che è nostro compito saper comprendere le esigenze sicurezza del nostro avversario, perché – a ben vedere – sono anche le nostre, e non possiamo rivendicare la nostra sicurezza senza farci carico della sicurezza dell’avversario.

Occorre dire no alla guerra, anche se fosse una guerra per i “buoni”. E occorre dire no anche a forniture di armi all’Ucraina, così come ventilata da autorevoli esponenti ei verdi tedeschi. Perché in una guerra di questo tipo i “buoni” non esistono

In guerra i buoni non esistono

Uso questo termine – “buoni” – sempre per semplificare e in modo provocatorio.
Nella storia si è sempre fatto la guerra per aiutare i ‘buoni’. Non nascondiamocelo: questa è la trappola in cui rischiamo di cadere tutti. E il silenzio dei pacifisti, di noi pacifisti, sarebbe grave in questo momento. Se ci perdiamo alla ricerca dei buoni e dei cattivi (fermo restando il fatto che i neonazisti in Ucraina non sono affatto ‘buoni’ e sono una minaccia anche per l’Italia) perdiamo tempo alla scelta della parte giusta per cui tifare.

Come nella crisi di Cuba, con l’intervento anche di papa Giovanni XXIII, oggi occorre affermare l’imperativo prioritario della pace, scollegando questo imperativo da altri imperativi molto importanti (come la difesa dei diritti umani e della democrazia) che vanno giocati sui terreni della nonviolenza e non della deterrenza militare.
Le condizioni odierne e il panorama internazionale oggi consentono di tenere assieme pace, sicurezza e diritti umani senza ricorrere alla guerra e senza inasprire il confronto con un pericoloso poker in cui ognuno tiene coperte le sue carte. Occorre invece giocare a carte scoperte.

I pacifisti devono fare la prima mossa: la pace 

Sono preoccupato di una posizione attendista del movimento pacifista. Dobbiamo essere proattivi. La pace deve fare la sua prima mossa, prima che la faccia la guerra. Dobbiamo dire forte ciò che NON si deve fare in questa situazione critica. E ciò che non si deve fare oggi è includere l’Ucraina nella Nato o in una vendita di armi “difensive”.

I ‘buoni’ sono quelli dell’Ucraina? Secondo la Nato sì. Ma vendere le armi ai ‘buoni’ manda in soffitta definitivamente il criterio base della legge 185/1990 sul commercio delle armi che vieta la vendita di armi a tutti i paesi in conflitto. Quella legge non dice di “vendere le armi ai buoni e non venderle ai cattivi”. Occorre tirare le orecchie a quei verdi tedeschi che sembrano andare nella direzione opposta.
Se siamo liberi mentalmente dalla Nato e da Putin, siamo in grado di essere più credibili di chi invece deve mediare per ragioni politiche, per ragioni di consenso, per ragioni di sottomissione all’alleato più potente o per semplice conformismo.
Lo spirito di Gorbaciov – fare lui il primo passo del disarmo –  dovrebbe ritornare in campo, mettendo da parte la prova muscolare attuale. Chi abbandona il braccio di ferro – come fece Gorbaciov – è oggi il vero vincitore. E lo sarebbe anche il movimento pacifista se sapesse porre sul piatto la richiesta di smantellamento delle armi nucleari in Europa come contropartita per ottenere da Putin un impegno a lungo termine di pace per l’Ucraina.
Piuttosto che usare il bastone, occorre usare la carota, e la ragguardevole carota dello smantellamento delle armi nucleari dall’Italia, dalla Germania e da altre basi militari europee sarebbe sicuramente un contratto di mutua collaborazione fra USA e Russia che includerebbe come contropartita la garanzia della sicurezza dell’Ucraina. Se solo Biden sapesse seguire lo spirito di Gorbaciov che – facendo il primo passo – portò a un nuovo sistema di sicurezza basato sul disarmo nucleare.
Da questa crisi si può uscire con un atto di fiducia reciproca: smantellando le armi nucleari Usa in Europa in cambio di un impegno a garantire la sicurezza dell’Ucraina. Come avvenne nel 1961. Gli Stati Uniti rinunciarono a un’invasione di Cuba in cambio della rinuncia all’installazione dei missili a Cuba, e per di più Kennedy ritirò i missili Jupiter dalla Puglia e dalla Turchia.
Così si risolvono le crisi, ma a distanza di sessanta anni ci si dimentica di tutti e si continua a pensare che le prove muscolari servano.
Noi pacifisti  abbiamo memoria storica, e siamo la voce della pace. Facciamola sentire prima che i leader declamino le loro smanie di potenza o che – peggio ancora – i cannoni e i cingolati facciano sentire il loro frastuono.
Abbiamo oggi un alleato di grande prestigio: Papa FrancescoOggi abbiamo il privilegio di averlo accanto, a calcare le orme profetiche di Papa Giovanni. Se un seguito dovrò scegliere, non sceglierò la Nato, non sceglierò Putin, ma da laico sceglierò di andare al seguito di papa Francesco. In nome della pace.
Questo articolo di Alessandro Marescotti è uscito con un diverso titolo su Peacelink di ieri, 11 gennaio 2022.
Vladimir Putin e Ursula von der Leyen Russia e Europa

Perché cooperare con i russi farebbe bene agli europei

 

 

Alcuni giorni fa Claudio Pisapia, su questo giornale [Vedi qui]ha sollevato una questione che molti intellettuali e la stampa mainstream evitano di affrontare: per quale motivo l’Europa deve avere come nemica la Russia, quando in realtà una collaborazione ci farebbe più autonomi e potenti rispetto ai veri due leader mondiali che contrastano il nostro sviluppo e che sono Usa e Cina?
Il motivo è che facendo parte della Nato, i paesi europei e l’Europa devono seguire gli interessi geopolitici dell’alleato americano che confliggono con Russia e Cina.

Ma se la Cina è per gli europei una vera minaccia (in termini tecnologici e di competizione economica), la Russia non lo è e neppure dal punto di vista militare. La Russia non ha mai invaso alcun paese (se non la Cecoslovacchia e Ungheria ai tempi del comunismo), ma non ha una alcuna tradizione in tal senso ed è sempre stata attaccata proprio dagli Europei. In ogni caso, non ha alcun interesse oggi.
L’annessione della Crimea è avvenuta perché la penisola è da sempre russa, non a caso i cittadini interpellati con un referendum hanno votato per il 90% per stare in Russia. E le recenti manovre sul Donbass sono dovute alla decisione Usa/Nato di armare l’area immediatamente al suo confine.

La Russia ha enormi interessi commerciali con l’Europa e viceversa, basti pensare al gasdotto Stream 2 che è stato realizzato per fornire di gas direttamente la Germania e l’Europa, senza passare per le forche caudine dell’Ucraina che ruba il gas russo.
Non a caso Putin ha dichiarato che sarebbe possibile già oggi abbassare il prezzo del gas all’Europa se solo verrà aperto Stream 2,  e non ha alcuna intenzione di strangolare l’Ucraina, ma solo di farle pagare il giusto prezzo per il suo gas.

Ma c’è una ragione più di fondo: i Russi hanno da sempre un’anima profonda, anche spirituale, che darebbe un contributo enorme al pensiero occidentale europeo e a cittadini sempre più materialisti.

E’ vero che Putin è un dittatore, che la democrazia in Russia è debole, ma è questo un buon motivo per negare una collaborazione che come Europa diamo a pieno titolo a paesi come Polonia o Ungheria, addirittura integrati nella UE? Non si è sempre detto (anche coi paesi dell’Est Europa, che pure tanti problemi ci danno) che la cooperazione è la via migliore per diventare amici?

Infine c’è una ragione geopolitica: l’alleanza con la Russia rafforzerebbe enormemente la capacità contrattuale verso la Cina e anche verso gli Usa…se solo l’Europa diventasse autonoma dagli Usa.
Ovviamente ciò non significa rompere gli antichi legami di amicizia con gli americani, ma ben sapendo che gli interessi degli Usa non coincidono quasi mai con quelli dell’Europa e che siamo spesso ‘usati’ dagli americani per loro strategie geo-politiche, dove a pagarne le conseguenze sono i cittadini europei (e a volte russi).

E’ soprattutto una strategia americana quella di evitare che il ‘polo europeo’ si rafforzi nel mondo: per questo che non si vuole una alleanza con la Russia.

In questi ultimi 20 anni è successo che – diversamente dai primi 30 anni del Dopoguerra – le condizioni dell’80% degli europei sono peggiorate, cosa mai successa negli ultimi 200 anni. Ciò è tanto più grave in quanto è avvenuto in presenza di un aumento di ricchezza e di saccheggio del pianeta senza precedenti in termini di impronta ecologica.

In sostanza, nonostante un ulteriore gigantesco livello di sfruttamento di risorse del pianeta, l’aumento di ricchezza è andato a circa 50 milionari al mondo (2/3 anglosassoni) e ad altri 100 milioni abbienti, mentre 400 milioni di europei e 200 milioni di americani sono rimasti a bocca asciutta in termini di redditi e salari.

Non parliamo poi della riduzione del welfare, dell’aumento a livello esponenziale delle disamenities (inquinamento, disuguaglianza, solitudine, disgregazione sociale, distruzione dei centri storici, violenze e disservizi nelle periferie). Ora con la pandemia c’é un ulteriore impoverimento, con distanziamento, solitudine, sfacelo delle comunità e un ulteriore spinta verso digitale e farmaci. Tutto questo, con gaudio magno delle borse e dei fondi speculativi finanziari che dirigono la musica’ da quando nel 1999 gli Usa hanno abolito lo Steagall Act (introdotto da Roosvelt nel 1933) che separava le banche d’affari da quelle commerciali, avviando l’intero pianeta a seguire le scelte della finanza speculativa.

Se l’Europa fosse più autonoma ci sarebbero vantaggi per l’80% degli europei, per i russi ma, paradossalmente anche per l’80% degli americani… ma non per l’establishment attuale. Questo, in fondo, è il vero grande problema.

Cover: Vladimir Putin e Ursula von der Leyen alla Conferenza sulla Libia (Wikimedia Commons)

La Grande Russia: Il nemico alle porte… o forse no.

L’Europa sta sostenendo notevoli spese in armamenti e in missioni militari per affrontare un nemico che, almeno nel sentimento europeo occidentale, non è considerato tale, la Russia.

Sarebbe dunque lecito chiedersi perché dovremmo avere paura della Russia e perché continuiamo ad implementare azioni di difesa sia commerciali che militari nonostante questo comporti tante perdite economiche e anche se le tensioni nell’aria, in Ucraina, in Bielorussia, in Georgia o nelle repubbliche Baltiche, in termini di interessi attuali europei, siano effettivamente reali oppure siano richieste da esigenze strategiche più grandi di noi.

La strategia delle potenze non sempre è immediatamente configurabile ai più, confusa di solito tra tante azioni pratiche che investono chi vive di pane e pandemie e difficilmente ragiona di geopolitica e di imperi. Proviamo a darci qualche spiegazione.

Partiamo dalle distanze. Aprendo google maps ci rendiamo conto che la distanza tra Mosca e Berlino è di oltre 1.800 km, prima del 1989 era una distanza anche ideologica oltre che spaziale e quando la linea rossa, che allora era la cortina di ferro, era saldamente posizionata a ridosso del suo muro, l’orso russo riusciva a dormire sonni tranquilli. I nemici erano ad una distanza sufficiente ed accettabile.

Dopo il disfacimento dell’Urss nel ’91 si era avuta l’illusione che insieme al comunismo potesse assottigliarsi la distanza ideologica e quindi l’offerta ai paesi ex sovietici di entrare nella Nato poteva non sembrare una minaccia, del resto la richiesta l’aveva fatta la stessa Russia per bocca di un Vladimir Putin appena insediato al potere nel 2000.

Oggi invece le cose sono cambiate. Si sta costruendo e solidificando una nuova cortina di ferro molto più a ridosso della capitale russa, l’America ha ridotto le distanze fisiche ma ha di nuovo aumentato le distanze ideologiche, riempiendo di basi americane e Nato gli ex satelliti sovietici. Quando Biden affermava che Putin era un assassino palesava l’impossibilità per l’America di fare a meno del nemico storico a ridosso del suo impero europeo. E questo nonostante l’esistenza di un nemico molto più reale per i suoi interessi, la Cina.

Anche noi, Italia, mandiamo truppe e aerei nelle cosiddette repubbliche baltiche e loro dintorni, siamo coinvolti in qualcosa di più grande dei nostri desideri, ma anche a sforzarci non percepiamo affatto la Russia così pericolosa per i nostri interessi anche perché dal 1989 la cortina di ferro si è spostata a chilometri di distanza da Trieste.

La Russia sta ammassando truppe nel Donbas, questo lo sappiamo. La storia ci dice che una volta l’Ucraina era il granaio dell’Urss, che la Bielorussia e le Repubbliche Baltiche erano parte integrante dell’Impero sovietico e che tutti questi stati servivano a marcare la distanza tra la capitale e l’occidente, il nemico, l’altro sistema.

In fondo è sempre stato l’Occidente a spingersi verso Oriente e ha lasciato traumi mai interamente sopiti, ad esempio con Napoleone e Hitler, ma la Russia ha sempre cercato di essere un po’ occidentale. Pietro il Grande e gli zar ci avevano provato ma poi il comunismo aveva imposto divisioni più che ponti. Il comunismo è stato sconfitto ma la Russia è rimasta, e oggi incombe ancora sull’Europa perché nel frattempo questa è diventata… americana.

Per l’Italia di sicuro la Russia non è un problema come non lo è per la Francia. Per la Germania è più un’opportunità, come lo è tutto l’Est europeo. I problemi affiorano se si ragiona in termini di Nato
e di Stati Uniti e la prima vive in funzione della seconda. L’Europa deve essere tenuta insieme da qualcosa in più dell’economia, serve un nemico che eviti distrazioni e concentri gli sforzi verso qualcosa di concreto, e qui serve la Russia, comunista o meno.

Tutti i paesi ex sovietici servono alla Russia come stati cuscinetto per aumentare la distanza fisica dall’occidente e, dopo aver perso l’Ucraina dove gli Usa
mandano armi dopo aver militarizzato in chiave anti russa Polonia e Romania, Mosca sente di non poter cedere altro terreno. Il Donbass diviene imperdibile e lì si ammassano truppe mentre la Nato prepara 40.000 uomini nelle sue basi in Romania, come scrive la testata tedesca Die Welt, pronti a rispondere ad un’invasione dell’Ucraina in soli 5 giorni. Le distanze si assottigliano, scintille di guerra non più a 1.800 km di distanza da Mosca ma molto più vicino, su quella che Putin ha definito la linea rossa da non oltrepassare, nuova cortina di ferro. E che probabilmente Biden non vuole attraversare davvero, si mostrano solo le carte per solidificare le posizioni e mantenere salde le distanze, ideologiche.

Quindi la Russia è il nemico, decisione presa dall’unica potenza imperiale rimasta, che ha bisogno dell’Europa al suo seguito e da sfoggiare (un po’ come l’India nell’800 per l’Inghilterra) e quindi detta le sue condizioni, impianta le sue basi e decide se il gas russo debba arrivare o meno attraverso il baltico direttamente alla Germania oppure bisogna attendere che tutti vedano bene e prendano nota delle carte di cui sopra. Poco importa delle priorità europee, delle forniture e di quanto sia freddo l’inverno. La Russia ci prova ma la sua forza, il gas e il petrolio, è anche la sua debolezza visto che la sua economia ha poche alternative. In ogni caso gli Usa non hanno bisogno del gas russo o di commerciare con Mosca, noi si. Ma ci serve di più l’America e lo sapeva Trump come lo sa Biden.

E all’America non piace che la Germania possa crearsi troppo spazio di manovra ad est, è un paese forte economicamente e forse l’unico europeo in grado di impensierire l’egemone, che può fargli paura, nonostante sia costellato di uomini e basi americane e Nato e non più centro della cortina di ferro.

Intanto con Serbia, Georgia e Ucraina entrate nel meccanismo chiamato Piano d’azione per l’adesione alla Nato, o Membership Action Plan (Map), la Russia è sempre più accerchiata, potremmo dire minacciata, almeno se usiamo il suo punto di vista. Dopo l’Ucraina c’è la Bielorussia e Putin non può permetterselo. Non è l’Europa a decidere chi deve far parte della Nato, quindi non è un nostro problema, magari un nostro cruccio.

La Russia ha sicuramente un grande armamento militare e nucleare da poter dire la sua tra coloro che potrebbero distruggere il mondo in cui viviamo, ma difficilmente un interesse così cogente nel loro utilizzo. I suoi sembrano più movimenti dettati dalla necessità di sopravvivere, si rivolge persino alla Cina per un partenariato di dubbia comprensione da un punto di vista storico e culturale e si ritrova in Libia insieme alla Turchia. Insomma va dove può per rompere l’accerchiamento e si rivolge a chi dubita della bontà americana per sentirsi meno sola.

Insomma paghiamo di tasca nostra tensioni nate per necessità altrui ma che contribuiamo ad alimentare per due ordini di fattori: non possiamo opporci a chi le alimenta perché facciamo parte del suo sistema difensivo, siamo il campo di battaglia di guerre altrui in quanto in posizione di sudditanza; non esiste una possibile risposta europea alle decisioni della potenza americana in quanto non esiste una potenza europea, cioè un’Europa unita ideologicamente e militarmente in grado di dettare, o quanto meno proporre, un’agenda diversa.

Non c’è una vera soluzione in vista perché sarebbe complicato darsi strategie che escludano gli interessi americani, ma sarebbe auspicabile che alcuni paesi, ad esempio l’Italia, cominciassero a capire a cosa stanno partecipando quando si muovono con i propri mezzi militari in Lettonia oppure in Afghanistan o in Islanda. Cominciare quanto meno a guardare alla propria sopravvivenza e chiedere contropartite nel mediterraneo e in nord Africa diventando interlocutori credibili agli occhi degli Usa e impostando politiche di difesa economiche per non fallire in Europa. Bene a questo proposito l’accordo con la Francia se sarà vissuto con senso nazionale, cosa che giustamente e di sicuro faranno i francesi.

Quel filo spinato che ci avvolge
mentre l’Europa delle parole va in fumo

 

Tra Polonia e Bielorussia è in atto un altro episodio di guerra fredda caratteristico del secolo americano. La Russia spinge migranti alle frontiere dell’Ue probabilmente aiutata dalla Turchia a cui avrà fatto concessioni per qualche azione che consolidi le sue posizioni in Siria. Lo fa utilizzando quello che è un vero e proprio stato cuscinetto, la Bielorussia, l’ultimo che gli è rimasto dopo aver praticamente perso l’Ucraina a favore degli americani.

Perché lo fa. Cerca di assicurarsi il suo spazio vitale, di alleggerire il contenimento che stanno attuando gli Usa in un tentativo continuo di accerchiamento e di sfondamento delle classiche linee di difesa che furono sovietiche. E’ chiaro che le forze in campo sono a suo sfavore, la Nato può permettersi esercitazioni congiunte ai confini russi, in particolare nei Paesi Baltici dove spesso stazionano anche uomini e aerei italiani pronti a difendere l’Europa dai barbari, e allora Putin usa i migranti per creare scompiglio, rompere l’accerchiamento e poter anche accusare l’Ue di ipocrisia nelle sue politiche migratorie.

La Polonia costruirà un muro di 110 Km che la dividerà dalla Bielorussia e soprattutto dai migranti che vi stazionano desiderosi di raggiungere la civile Europa dei sogni. Progetto approvato dal Parlamento locale ma anche benedetto dal presidente del Consiglio Europeo, il belga Charles Michel, quello che aveva a suo tempo preso il posto a sedere alla signora Von Der Layen alla presenza di Erdogan.

Michel aveva aperto in un discorso a Berlino a muri e filo spinato per bloccare i migranti in arrivo dalla Bielorussia che suona come un’apertura all’uso di fondi Ue per nuove barriere che ha spiazzato i più attenti osservatori, ma anche la stessa Von Der Layen.

E anche la Lettonia si affretta ad approvare la costruzione di un muro ai confini con la Bielorussia, insomma contemporaneamente ai festeggiamenti per la caduta del muro di Berlino e la fine della vecchia guerra fredda ci si affretta a costruirne altri, quasi a dimenticare le critiche europee al muro con il Messico tanto voluto da Trump e lasciato al suo posto da Biden, segno che i muri ci appartengono.

Ci sono conflitti geopolitici in atto che imperi reali (Usa), imperi legati al passato ma desiderosi di nuovo splendore (Russia e Turchia) e imperi del futuro (Cina) stanno combattendo, in Europa e sugli Oceani, ognuno come può e con i mezzi a disposizione. Di questi, solo gli Usa sono presenti dappertutto, contengono la Russia in Europa e la Cina nell’ Indo-Pacifico, sfruttano le mire espansionistiche di Erdogan nel Mediterraneo e nei Balcani. Per i loro scopi strategici utilizzano a piacimento i paesi vassalli, come l’Italia che si lancia in operazioni oltre confine senza interessi nazionali da difendere, e la Nato tutta, per ribadire che l’Europa è americana oppure non è.

Ma oltre alla geopolitica esiste l’essere umano ed esiste una striscia di terra tra Polonia e Bielorussia, fatta di carne e sangue, di adulti e bambini, di terra bagnata e di donne incinte. Fatta di un’umanità sofferente dietro ai fili spinati, ai muri in costruzione, ai traumi delle botte alle frontiere e ai sogni infranti che non solo Putin e Erdogan si dovranno intestare. C’è Biden e c’è tutta l’Europa che è pronta a mostrare i muscoli, a “contenere” i nemici immaginari o reali con i caccia ultima generazione e le esercitazioni continue con la pretesa di essere migliori.

Europa capace di andare e rimanere in Afghanistan vent’anni in una missione fallimentare senza propri interessi strategici o tattici da difendere e capace di gridare al successo perché l’evacuazione è stata fatta in poco tempo e senza particolari traumi, tranne ovviamente per quelli attaccati agli aerei e caduti nel vuoto.

Ma quando arriva il momento di dimostrare di essere davvero qualcosa in più, quando la differenza tra ciò che dici e ciò che fai si materializza dietro l’ennesimo confine, l’Europa delle parole va in fumo. La miglior cosa che riesce a fare è costruire muri, accusare gli altri, trovare giustificazioni, accampare pretese.
E nel frattempo, in mezzo a tante parole, uomini e donne e bambini lasciati al freddo e alla fame per giorni, settimane e forse mesi, tra questi magari afghani che si era giurato di difendere, accompagnare al progresso e alla democrazia. Sarebbe bastato, e sicuramente basta ancora, accoglienza e un pasto caldo.

NESSUN UOMO E’ UN’ISOLA
Per impedire che la pandemia si trascini, è necessaria una risposta globale

 

Ogni lotta contro una pandemia è una corsa contro il tempo. La sfida è vincere la capacità del microbo di fare rapidi cambiamenti. I microbi si rigenerano molti velocemente. Varianti particolarmente preoccupanti sono state identificate in Brasile, Sud Africa e Regno Unito. Alcuni di questi nuovi ceppi potrebbero essere resistenti ai recenti vaccini COVID-19. Il modo migliore per evitare lo sviluppo di varianti pericolose è proteggere il maggior numero di persone possibile dal contagio. Il fatto che milioni di persone nei paesi a basso reddito sono ancora in attesa di anti vaccini, non è solo ingiusto socialmente, ma pericoloso per tutti.

I paesi sviluppati non potranno difendersi dall’epidemia, solo se la malattia si diffonderà altrove. L’azione collettiva per immunizzare il mondo dal COVID-19 non ha solo un doveroso fondamento etico, ma è una necessità pratica.
I paesi ad alto reddito potrebbero avvicinarsi all‘immunità di gregge attraverso la vaccinazione nei prossimi mesi. Ma saranno ancora in pericolo a causa di varianti che evolvono in paesi non vaccinati che attraversano i confini internazionali.

Uno studio del gennaio 2021, pubblicato dalla Camera di Commercio Internazionale, ha affermato che l’accesso ineguale ai vaccini potrebbe costare all’economia globale fino a 9,2 trilioni di dollari, con circa la metà dei costi per i paesi ricchi.
Per impedire che la pandemia si trascini, sarà necessaria una risposta globale. Un esempio è il programma noto come COVAX: un’iniziativa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per fornire vaccini a 92 paesi a basso reddito, inclusi molti in Africa. L’immunizzazione diffusa in Africa rimane una prospettiva lontana: l’Unione Africana spera di far vaccinare il 60% degli 1,3 miliardi di individui del continente entro tre anni.

A febbraio, le nazioni del G-7 si sono impegnate ad aumentare i loro impegni nei confronti di COVAX a 7,5 miliardi di dollari; 4,0 miliardi di dollari provengono dagli Stati Uniti. Una cifra molto inferiore a quella necessaria. I paesi ricchi devono fornire maggiori finanziamenti a COVAX, con la consapevolezza che le loro donazioni rappresentano una polizza assicurativa per sé.
Quindi i governi e le istituzioni umanitarie internazionali devono aumentare la fornitura di vaccini per i paesi meno attrezzati. Gli Stati membri dell’Organizzazione mondiale del commercio dovrebbero rivedere le regole sulla proprietà intellettuale, per vedere se è possibile utilizzare adattamenti o deroghe speciali per aumentare l’offerta.

L’emergere di preoccupanti varianti di COVID-19 diventa più probabile, finché vaste aree del mondo non hanno ancora accesso ai vaccini. A febbraio, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha annunciato che dieci paesi avevano somministrato il 75% della fornitura mondiale di vaccini COVID-19. A quel tempo, più di 130 paesi, che ospitano 2,5 miliardi di persone, non avevano ancora ricevuto una singola dose di vaccino.

La pandemia potrebbe anche portare una maggiore instabilità geopolitica.
L’OMS, i governi, le organizzazioni non governative e le aziende farmaceutiche dovrebbero fare il massimo per aumentare la produzione di vaccini COVID-19 e per somministrarli.
Agiamo nella consapevolezza che nessun paese è un’isola. I vaccini saranno il modo migliore per respingere l’emergere di nuove varianti mortali di COVID-19. Ma finché tali programmi non saranno attuati i governi e le organizzazioni sanitarie internazionali dovranno istituire un sistema di sorveglianza per monitorare i cambiamenti nel virus, come ha fatto efficacemente il Regno Unito.

I ricercatori stanno cercando di espandere la protezione offerta dai vaccini attuali. Ma devono anche sviluppare vaccini di seconda e terza generazione, per far fronte alle varianti, man mano che emergono. Il coronavirus potrebbe diventare endemico come l’influenza che si diffonde ogni inverno, a volte con una nuova variante, che raggiunge proporzioni epidemiche o pandemiche, prima che alla fine si attenui in un ceppo stagionale meno temibile.
La prossima generazione di vaccini COVID-19 potrebbe quindi essere multivalente, ovvero in grado di combattere più di una variante. I ricercatori dovrebbero mirare a sviluppare un vaccino universale contro il coronavirus, che colpisca le parti della particella virale condivise da tutte le varianti. Tale lavoro sarà importante per neutralizzare il potenziale devastante delle mutazioni del virus.

Né gli Stati Uniti, né qualsiasi altra potenza globale, possono sconfiggere una pandemia pensando in termini nazionali. I vaccini COVID-19 sono ormai una componente cruciale della sicurezza e della difesa nazionale degli Stati Uniti. Ma a differenza di altre sfere di difesa, questa prevede una protezione estesa agli stranieri. Come notò il poeta John Donne secoli fa, “Nessun uomo è un’isola… ma è parte del continente”.

Riferimento bibliografico: Michael T. Osterholm and Mark Olsha, The Pandemic That Won’t End, March 8, 2021

Per leggere tutti gli articoli di Elogio del presente, la rubrica di Maura Franchi, clicca [Qui]

La scommessa del Venezuela, una bomba per l’economia mondiale

Venezuela: abbiamo considerato tutto?

“Il Petro – si legge sul sito web dedicato https://www.petro.gob.ve/index.html – è uno strumento che consoliderà la stabilità economica e l’indipendenza finanziaria del Venezuela, unitamente a un progetto ambizioso e globale per la creazione di un sistema finanziario internazionale più libero, equo ed equilibrato”.
Il petro è una cripto valuta, è venezuelana ed è la prima controllata da un governo statale. Dal 21 agosto 2018 la Banca centrale di Caracas pubblica il valore del petro rispetto alle principali valute estere fissato ad un prezzo fisso di 60 $ e legato direttamente alle riserve di oro, ferro, alluminio, diamanti e petrolio. Ad oggi, in ogni caso, un altro fallimento del contrastato governo venezuelano in quanto impossibile anche solo capire quanto sia stato raccolto dalla sua sottoscrizione.
Un tentativo di Maduro, promosso in realtà già da Chavez nel 2009, di difendere le materie prime di cui il Venezuela è ricco e di svincolarsi dal dollaro. Ovviamente negli Usa fu subito impedita ogni transazione in petro e Trump rispose con nuove sanzioni, questa volta indirizzate all’oro (di cui il Venezuela è il secondo produttore al mondo). “Sono stati impediti tutti i rapporti commerciali con aziende connesse al settore aureo venezuelano e, di conseguenza, ora Caracas si trova in difficoltà nel ricevere certificazioni estere sulla qualità della materia prima” ha spiegato Vasapollo, docente di Politiche Economiche Locali e Settoriali presso La Sapienza, al seminario internazionale ‘Relazioni politico-economiche ed autodeterminazione dei popoli: la Nuestra America di Martì e la Patria Grande di Bolivar per una futura umanità’, tenutosi all’Università di Roma La Sapienza il 27 novembre 2018.
Le misure imposte da Trump hanno impedito l’acquisto di debito venezuelano, l’acquisto di titoli della società pubblica che controlla il petrolio, di ogni altra società venezuelana e di società partecipate dal governo di Caracas, nonché bloccato ogni finanziamento in dollari al Paese. In sostanza, il Venezuela è stato escluso dal mercato più grande del mondo (il dollaro rappresenta tra il 40 e il 60% delle transazioni finanziarie globali). “Ne hanno risentito, di conseguenza, le importazioni di cibo, medicinali, pezzi di ricambio e così via. Si tratta delle sanzioni più gravose che abbiano mai colpito un Paese latinoamericano nell’intera storia del Sud America, peggiori di quelle contro Cuba” ha aggiunto l’ambasciatore del Venezuela in Italia, Juliàn Isaìas Rodrìguez Dìaz, durante lo stesso seminario.
Seguire il vil denaro, anche nelle sue accezioni moderne ed elettroniche, aiuta a capire qualcosa in più dei tragici avvenimenti che si stanno susseguendo in questi giorni in Sud America e quel che vorrei fare con queste righe è stimolare la ricerca e l’approfondimento, senza dare giudizi.
Ripartiamo dall’inizio.

Le insidie al potere del dollaro

Stampare denaro non costa nulla da quando Nixon decretò la fine degli accordi di Bretton Woods, ovvero dal 1971. Fino ad allora per farlo bisognava avere dell’oro come sottostante ma già la Fed si era accorta che la guerra del Vietnam e la corsa agli armamenti avevano fatto sì che ci fosse in circolo un volume di dollari di 6/7 volte superiore al corrispettivo valore delle riserve auree.
Gli Stati Uniti ne stampano tanti e praticamente a costo zero, comprano beni e servizi in tutto il mondo, ma la Cina, la Russia e tutti gli altri pagano dollari veri per avere le stesse cose. Attualmente, il debito pubblico statunitense ha raggiunto il livello record di 21 trilioni di dollari, superando il 100% del Pil.
Questo vuol dire, nel caso unico degli Usa, che il mondo finanzia la sua spesa. Il mondo compra il debito USA perché questi possa comprare i beni che importa e che il mondo stesso gli vende. Non è difficile da capire, così come comprendere che lo possano fare solo gli Usa grazie al controllo militare del mondo. Ma come il sistema di Bretton Woods crollò quando alcuni paesi cominciarono a chiedere indietro oro al posto dei dollari, così il sistema attuale potrebbe crollare se alcuni paesi cominciassero a chiedere qualcosa di più reale del dollaro o, magari, semplicemente qualcosa di diverso, in pagamento delle proprie esportazioni.
Ergo, bisogna stare sulla difensiva e per tali motivi è interesse degli Stati Uniti, che ha, oltre ad un debito pubblico finanziato dall’estero, anche un deficit di bilancia commerciale che superava gli 800 miliardi di dollari nel 2018, mantenere politiche debitorie e far sì che la domanda di dollari sia costantemente sostenuta dall’estero perché con quei pezzi di carta ci paga i beni che importa.

Le insidie al potere del dollaro e gli assetti geopolitici

Questi sono un po’ dei motivi che rendono Maduro più detestabile di quanto magari sia davvero e si trovano anche un po’ di fondamenta per le sanzioni contro il Venezuela. Ma il pericolo viene anche da altri luoghi. Ad esempio, l’India ha siglato con la Russia il più importante contratto di difesa denominato in rubli dal 1991, come affermato ad Ottobre del 2018 dal vice premier russo Yury Borisov. Pechino sta scambiando energia con la Russia in yuan e spinge i suoi principali fornitori di petrolio in Arabia Saudita, Angola e Iran a fare lo stesso. La Banca di Russia in un anno ha incrementato la quota di attività cinesi nelle sue riserve auree di 48 volte. La Turchia sta cominciando a comprare grandi quantità di grano in rubli e le società petrolifere russe stanno cambiando la valuta dei contratti da dollaro a euro. Dal momento che la Cina è il primo importatore mondiale di petrolio, è logico che voglia acquistarlo nella propria valuta e quindi evitare le commissioni di cambio sulle transazioni. E la Cina insieme alla Russia parla di queste cose con Caracas, dato che il Venezuela dispone dei più vasti giacimenti di petrolio del pianeta (shale oil a parte), e comunque sembra che Pechino abbia già lanciato un contratto future sul greggio denominato in yuan.
Se un Paese vive di materie prime, come fa il Venezuela, non ha un gran futuro ma di sicuro una priorità strategica per la propria economia è limitare la propria esposizione al rischio valutario statunitense.

Le insidie al potere del dollaro, gli assetti geopolitici ma anche colonialismo, imperialismo e neoliberismo

Facendo di nuovo un passettino indietro, senza esagerare, arriviamo alla dottrina Monroe (5° Presidente degli USA) che sanciva, il 2 dicembre 1823, la supremazia degli Stati Uniti nel continente americano e sottolineava che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato alcuna intromissione negli affari americani da parte delle potenze europee.
Dottrina contro il colonialismo da una parte, ma anche dottrina considerata come la primissima formulazione teorica dell’imperialismo statunitense. E in effetti la teoria fu rivista da Theodore Roosevelt (26° Presidente degli Usa) che la utilizzò come base per affermare una forma di egemonia sul continente americano, una specie di no fly zone, un protettorato sull’area centroamericana e caraibica, che durante la guerra fredda servì anche a giustificare interventi politici e militari statunitensi in America centrale e meridionale.
Da sempre la politica estera degli Stati Uniti consiste nel dividere il mondo in Stati amici e Stati canaglia, e di questi fanno parte tutti coloro che la pensano diversamente. Chiunque rischia di diventare un dittatore quando c’è bisogno di giustificare un intervento armato per avere l’approvazione e l’aiuto del mondo civilizzato e legato al potere del dollaro. Gran Bretagna e Canada in primis e poi Europa a seguire.
La sola vicenda dell’Iraq di Saddam Hussein, con annesse scuse postume di Blair, dovrebbe bastare per calmare gli animi sul Venezuela e stimolare quanto meno la prudenza. Personalmente ho dato un’occhiata ad alcuni cambiamenti che si sono avuti fin dall’insediamento del “dittatore” Chavez e mi hanno lasciato perplesso.
Utilizzando come fonte gli ultimi aggiornamenti del Ci World Factbook si osserva che la mortalità infantile in Venezuela passa dal 26,17% del 2000 al 12,2% del 2016; la linea della povertà è passata dal 67% del 1997 al 19,7% del 2015; il tasso di alfabetizzazione dal 91% del 1995 al 97% del 2016; il Pil pro capite in dollari americani è passato dagli 8.000 del 1999 ai 12.400 dollari del 2017.
Insomma ci sono altri aspetti da considerare per la comprensione del fenomeno venezuelano e della rivoluzione chavista che Maduro ha provato a portare avanti, che non dovrebbero escludere il potere, in pericolo, del dollaro. E poi gli assetti geo-politici, una considerazione globale di quanto successo in tutto il Sud America e le altre rivoluzioni contro le imposte dottrine neo liberiste o i rimedi già imposti altre volte dagli USA e benedetti dalla comunità internazionale chiamata ad essere coesa e solidale con la “democrazia occidentale”.

Per chiudere: “La guerra è una mafia”

Smedley Darlington Butler (1841 – 1940) è stato un generale statunitense insignito due volte della Medal of Honor, la più alta decorazione militare assegnata dal Governo degli Stati Uniti. Durante la sua carriera di marine durata 34 anni partecipò ad azioni militari nelle Filippine, in Cina, in America Centrale e nei Caraibi durante le guerre della banana. Guerre così soprannominate ad indicare una serie di occupazioni, azioni di polizia e interventi militari attuati dagli Stati Uniti nel Centroamerica e nei Caraibi tra il XIX secolo e la prima metà del XX. Il Generale ci lasciò questa frase, tra le tante: “Ho trascorso trentatré anni e quattro mesi in servizio militare attivo come membro della forza militare più agile di questo paese, il Corpo dei Marines. Ho prestato servizio in tutti i gradi commissionati dal secondo tenente al maggiore generale. E durante quel periodo, ho passato la maggior parte del mio tempo a fare l’uomo muscolare di alta classe per il Big Business, per Wall Street e per i banchieri. In breve, ero un racketeer, un gangster per il capitalismo, uno di quelli che ritirano il pizzo.
Ho aiutato la United Fruits (oggi Chiquita) in Honduras nel 1903; ho contribuito a ripulire il Nicaragua per la Banca d’affari Brown Brothers (oggi Bbh) dal 1902 al 1912. Nel 1914 ho reso il Messico un posto sicuro per i petrolieri americani. Ho portato la luce nella Repubblica Dominicana per gli interessi delle imprese della canna da zucchero nel 1916. Ho fatto in modo che Cuba e Haiti diventassero un posto accogliente per i ragazzi della National City Bank (oggi Citigroup Inc.), in modo che potessero rendere profitti. Ho contribuito a stuprare una mezza dozzina di repubbliche centroamericane a beneficio di Wall Street.”
E conclude “… potrei dare dei consigli ad Al Capone. Il meglio che lui sia riuscito a fare è stato operare in tre quartieri. Io l’ho fatto in tre continenti”.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

Aldo Moro e Serjei Skripal: prima e dopo il Muro

Il 16 marzo ritornano vecchie ferite che, purtroppo, fanno sempre meno male. Quanto ha inciso la dicotomia Est-Ovest nel caso del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro? Il libro di Giovanni Fasanella ‘Il puzzle Moro’ ne indaga le oscurità nei giorni in cui si ricordano i 40 anni del triste evento che è rimasto nella memoria dei più anziani, mentre è completamente oscuro ai più giovani. Un momento della nostra storia relegato all’oblio e molte volte raccontato, incredibilmente, dai protagonisti della parte sbagliata che come in tanti altri casi, nel nostro Paese, contribuiscono a tenere alta la cortina di fumo.
Un libro che oggi mi piace mettere in relazione a un altro di qualche anno fa: ‘La sfida totale: equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali’ di Daniele Scalea, perché tratta di geopolitica e quindi proprio dell’eterno conflitto tra Est e Ovest. Un conflitto che spiega, costruisce e mantiene gli equilibri mondiali, giustifica le azioni, le uccisioni, le guerre e anche le condizioni della pace.

Gli assetti geopolitici mondiali non cambiano mai. Qualche nemico occasionale durante la strada del tempo si aggiunge, ma i protagonisti sono sempre gli stessi e, visto dalla nostra parte, il nemico è sempre l’Unione Sovietica che, seppur scomparsa da qualche decennio, viene tenuta in vita nell’immaginario occidentale proprio perché garantisca sia il conflitto sia la pace.
La Russia (nella continuazione dell’Unione Sovietica) deve contrapporsi all’idea della libertà occidentale, essere a tratti l’impero del male, la sobillatrice dei conflitti europei, la distributrice di gas nervino e di attacchi informatici tendenti al sovvertimento della pax americana post seconda guerra mondiale.
Certo, guardando sulle mappe aggiornate, l’Unione Sovietica non esiste più ma il mondo occidentale continua a ragionare come se invece esistesse ancora. Lo capiamo in Siria, quando si fatica a trovare un accordo che indirizzi tutti alla pace, ma ancor meglio lo vediamo nelle trame delle spie russe su suolo britannico, laddove la premier May è pronta a ricevere pieno appoggio da parte degli Usa, della Germania, della Francia e ovviamente dell’Italia. Trame per le quali non è consentito avere prove che gli stessi russi chiedono, ma che dovrebbero essere rese chiare agli ‘alleati’ occidentali e magari anche alla gente comune, soprattutto dopo che gli stessi inglesi hanno giurato di avere prove inconfutabili trascinandoci nella guerra all’Iraq che, tra le altre cose, ci ha regalato anni di guerra ai fanatici dell’Isis.
Le scuse di Blair, in ogni caso, sono state ampiamente accettate dal mondo, digerite e dimenticate mentre ci si appresta, magari, a ricevere un giorno quelle della May dopo che ci avrà condotto, chissà, ad una guerra nucleare.
Putin continua a essere presentato all’immaginario collettivo come il successore di Stalin e come se la sua politica estera fosse impregnata di quel Niet tipico dell’epoca delle spie venute dal freddo. Certo non possono esserci dubbi sulle sue colpevolezze visto che è al potere da 17 anni, mentre la Merkel solo dal 2005, e non giova sapere che non è stato lui ad affamare la Grecia e distruggere le economie dei paesi del sud Europa. Lui è l’Est e noi l’Ovest, il resto sono congetture e filosofie del terrore.

E’ un fatto, comunque e fuor di metafora, che non riusciamo a uscire da quel circolo vizioso per cui è da una parte necessario vivere con la sindrome della contrapposizione Est/Ovest e dall’altra accettare che la Russia sia semplicemente un partner commerciale. Magari un Paese con una cultura millenaria, anello di congiunzione, piuttosto che motivo di contrapposizione, tra Oriente e Occidente. Un Paese intento molte volte a difendersi e a fare i suoi interessi politici, economici e strategici, come in fondo fanno tutti e quindi nell’alveo delle cose possibili.

Nel caso agli onori della cronaca di questi giorni la Gran Bretagna, come dicevamo, offre prove inconfutabili della colpevolezza russa o sovietica, insomma dell’Est. Più o meno come le cople attribuite a Gheddafi, quando anche noi Italia ci siamo precipitati a seguire la Francia, pur contro i nostri stessi interessi, che ci hanno poi regalato il disastro Libia. Il tutto consegnato serenamente alla storia anche dopo aver scoperto che dietro quei bombardamenti c’erano gli interessi petroliferi e geopolitici di Francia e Inghilterra. E per gli stessi interessi, forse e magari non nostri ma dell’Occidente tutto (dicono), abbiamo appoggiato la Turchia che diceva di bombardare l’Isis ma intanto gli comprava il petrolio e bombardava i Curdi oppure, più vicino temporalmente, abbiamo condiviso la missione francese in Mali.

Moro e la Siria, Mattei e la Libia. Giochi di geopolitica non più alle nostre spalle, ma alla luce del sole, verità inconfutabili senza prove da mostrare al mondo, ma con scuse successive, brigatisti che raccontano le loro verità in conferenze pubbliche e istituzioni che garantiscono libertà di espressione e interessi. Di chi?

Gli Stati Uniti sono in guerra un po’ in tutto il mondo, arrivano da terra e da cielo, ma soprattutto da televisione e giornali come una volta l’Inghilterra delle regine arrivava dai mari. Quando arrivano lasciano basi militari a difesa del loro interesse vitale: la supremazia del dollaro, che deve rimanere moneta di riferimento internazionale in quanto alla base della sua sopravvivenza. Da qui la necessità di intervenire e di controllare che la Russia (che pensa o dice ancora essere Urss) non si allarghi e che l’Europa non capisca o pensi di potersi sottrarre all’ombrello americano.

I due libri, di Farinella e Scalea, si incrociano e dettano le trame, letti di seguito potrebbero dare delle risposte, se mai le volessimo e ci ritenessimo capaci di gestirle.
Nel frattempo c’è una guerra perenne per mantenere gli equilibri, una corsa alle armi mai sopita e che dà linfa anche alle nostre esportazioni, quasi 8 miliardi nel 2015 e 14,6 miliardi nel 2016, a dimostrazione che la strategia funziona. Per chi e fino a quando?

Una guerra fredda continua, nonostante il crollo simbolico del muro di Berlino, alimentata da annunci, rivoluzioni colorate mal riuscite e persino soldati occidentali mandati nei Paesi Baltici in esercitazioni al limite della paranoia. Risposte vecchie a scenari nuovi!
E dunque adesso, a ridosso della commemorazione di un nostro lutto nazionale che pretenderebbe verità e che affonda le sue radici, forse e chissà, anche nelle assurde contrapposizioni tenute (ancora) in vita da interessi indegni, siamo costretti a rispolverare l’agente 007 e i piani anti-invasione della Russia. Di cui, del resto, è chiara l’ingerenza nei nostri affari nazionali. Siamo sovrastati dalle loro basi sul nostro territorio, alzano i dazi contro di noi, attentano alle nostre istituzioni repubblicane e il Kgb non ci lascia in pace come invece fanno Cia e Fbi. Per finire, i nostri partiti politici sono ancora costretti, per essere accreditati al mondo civile, a presentarsi al Cremlino per rassicurare il tiranno sulle loro intenzioni.

SOCIETA’
La bomba demografica e il tramonto della società occidentale

Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno (Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione) relativi agli ultimi due anni, la stragrande quota dell’immigrazione in Italia che passa per la rotta mediterranea, proviene dall’Africa sub sahariana, in particolare da paesi quali Nigeria, Eritrea, Guinea, Costa d’Avorio, Gambia, Senegal, Mali, Sudan e Somalia. Nel 2015 sono arrivati da queste nazioni il 66% dei migranti e nel 2016 oltre il 73%. Se si tiene conto che i paesi dell’area sub sahariana sono però 48, è facile stimare che la proporzione giunta da quelle zone sia stata sicuramente superiore all’80% nel 2015 e addirittura superiore al 90% nel corso dell’ultimo anno.
Tra tutti i paesi che compongono questa parte del mondo è proprio la Nigeria il paese dal quale proviene la quota più massiccia di migranti sbarcati in Italia nell’ultimo anno, quota stimabile intorno al 25%. In tale quadro generale diventa importante comprendere meglio le caratteristiche demografiche di quei paesi e di quell’area valutandone le specificità rispetto al resto del mondo.
Come noto, la popolazione attuale di 7,4 miliardi di persone è destinata, secondo le stime, a crescere fino a 10 miliardi entro il 2050. Il problema, tuttavia, non è la crescita complessiva ma, piuttosto, la straordinaria differenza con la quale essa si manifesta in diverse parti del mondo, una tendenza talmente forte da essere già nel breve periodo assolutamente rivoluzionaria. Senza entrare in dettagli complessi basta dare un’occhiata alla distribuzione dei tassi di natalità nelle varie zone del mondo per afferrare i termini del problema; il tasso di natalità per l’Asia e l’America latina è di 2,2 figli per donna, che equivale grosso modo al livello di rimpiazzo generazionale e quindi corrisponde ad una situazione tendenzialmente stazionaria, connotata da un lieve incremento demografico nel medio periodo. La Cina, il paese più popolato del mondo, dove si applica da decenni una politica draconiana di contenimento delle nascite (che tuttavia oggi sembra causare molti problemi connessi all’equilibrio demografico interno) può vantare un tasso di natalità di 1,6; il Brasile, potenza economica emergente, un tasso di 1,8. Numeri analoghi valgono per l’area europea nel suo insieme che rimane ben al di sotto del livello di rimpiazzo. Con una popolazione che già oggi sfiora il miliardo di persone (988 milioni) l’Africa sub sahariana ha invece un tasso che supera mediamente i 5,1 figli per donna, una cifra che, rimanendo costante ancora per qualche decennio, porterebbe a triplicare la popolazione entro il 2050. Escludendo la repubblica Sudafricana, i paesi dell’Africa sub sahariana dai quali provengono negli ultimi anni i migranti che hanno eletto l’Itala a propria destinazione si trovano dunque in una situazione esplosiva dal punto di vista demografico, fattore che, a cascata, influenza tutto il resto. E’ ovvio che quella parte del mondo si trova oggi allo stato iniziale di una violenta transizione demografica che per l’Europa è durata secoli e che non ha ancoro trovato una stabilità definitiva.
Per comprendere ancor meglio la situazione vale la pena confrontare (dati sul PIL alla mano) quelle che sono le due più potenti economie e i paesi più popolosi rispettivamente dell’Europa (Russia esclusa) e dell’Africa. Stanti i trend attuali e secondo quanto riportato nel testo “Il pianeta stretto” (editrice Il Mulino) del demografo Massimo Livi Bacci, la Germania, che ha oggi 80,7 milioni di abitanti, ne avrebbe 71,9 mln nel 2050 con una diminuzione del 10,9%; la Nigeria, che ne ha oggi 182,2 milioni, ne avrebbe nello stesso anno 509,3 mln con un aumento del 173%, crescendo praticamente di quasi 3 volte.
Se la Germania – e più in generale l’Europa – fosse un sistema chiuso e, per così dire, isolabile dal resto del mondo, questo calo di popolazione sarebbe auspicabile per molti aspetti (minor impatto ambientale, minori problemi derivanti dalla disoccupazione tecnologica) anche se causerebbe, stante l’attuale struttura ed organizzazione sociale, pericolose diseconomie connesse ai sistemi pensionistici e sanitari e al deficit pubblico derivante dal capovolgimento della piramide dell’età, dovuto al rapido invecchiamento della popolazione.
Se, allo stesso modo, la Nigeria e tutta l’area subsahariana fosse un sistema isolato sarebbe assolutamente impossibile garantire un sufficiente tenore di vita a tutte quelle persone, senza un radicale sviluppo economico e tecnologico, che farebbe comunque aumentare in modo devastante e insostenibile la pressione sull’ambiente. Risolvere questa situazione è estremamente difficile, ma, nel medio lungo periodo, non impossibile adottando prospettive di stampo occidentale: bisognerebbe, da un lato, abbattere urgentemente la velocità di crescita demografica e, dall’altro, investire in tecnologie che non siano sostitutive della manodopera, ma possano garantire la produzione di beni essenziali tramite attività ad alta intensità di lavoro.
Si tratta di soluzioni oggi difficilmente implementabili a causa di diversi fattori: l’assenza di leadership locali legittimate e riconosciute a livello internazionale che abbiano davvero a cuore le popolazioni e lo sviluppo dei propri paesi; la straordinaria corruzione degli apparati amministrativi statali, e, direttamente connesso a questo, gli interessi dei paesi più ricchi e potenti in quelle zone (ricchissime di materie prime indispensabili al primo mondo); la persistenza di culture fortemente orientate alla natalità e, a fronte di questo, l’inefficacia o l’inesistenza di adeguate politiche sociali capaci di regolare il fenomeno; il fallimento delle strategie di cooperazione internazionale che, alla luce dell’esplosione demografica e della povertà endemica, non sono state capaci né di creare le condizioni necessarie a costruire adeguate infrastrutture, né di migliorare le conoscenze e la qualità del capitale umano disponibile in loco.
Ciò premesso, in assenza di azioni decise, vaste e concordate, considerando che simili squilibri demografici non si risolveranno da soli (almeno nel breve e medio periodo), il rischio di un aumento esponenziale dei flussi migratori verso l’Italia e l’Europa è altissimo. Ma non solo: in prospettiva strategica e geopolitica questa situazione demografica, che rende possibili migrazioni di massa, rappresenta una possibile arma attivabile a piacere attraverso l’apertura o chiusura dei confini, che gli attori globali e i paesi più poveri possono usare nei confronti delle più ricche democrazie occidentali.
L’intera area subsahariana è una bomba demografica che illustra come il concetto di sostenibilità, mantra di ogni discussione sul futuro del mondo, sia stato declinato e sviluppato lungo molte direzioni, escludendo quasi completamente il problema demografico, che invece era stato al centro dell’attenzione negli anni settanta del secolo scorso. Molte delle ipotesi sviluppate in quegli anni sono state bollate di catastrofismo, man mano che il pendolo delle mode intellettuali andava spostandosi dal polo del pessimismo maltusiano a quello dell’ottimismo tecnologico, incentrato sul paradigma del mercato e della crescita economica infinita, secondo un’oscillazione che si è ripetuta più volte nel corso degli ultimi due secoli. L’allarme demografico di allora fu derubricato tra le normali vicende del pianeta e cadde nel dimenticatoio, anche a causa di certo atteggiamento politicamente corretto che vedeva in esso una forma di imperialismo o paternalismo occidentale, ritenuto avverso alle istanze di sviluppo e di definitiva liberazione di popoli e nazioni che, in molti casi, erano da poco uscite dalla fase del colonialismo.
Tanto dunque si è parlato e si parla di sviluppo sostenibile dimenticando che vi è alla base una sostenibilità demografica a lungo negata, i cui effetti si mostrano adesso in tutta la loro evidenza.
Oggi vengono al pettine i nodi di tutte quelle colpevoli negligenze e si pagano i costi dello sfruttamento perpetrato nei confronti di paesi africani. Intanto però le multinazionali occidentali sponsorizzate dai rispettivi governi (comprese le grandi imprese italiane come l’Eni) intrattengono fortissimi legami e fanno affari d’oro con le (spesso) corrottissime e ricchissime élites dei paesi sub-sahariani dai quali provengono i maggiori flussi di migranti.
Di fronte a questa situazione complessa l’intero fenomeno migratorio può essere letto in una diversa luce; ognuno poi potrà decidere se sostenere l’accoglienza a tutti i costi e ad ogni condizione, se porsi nella prospettiva di un immediato rilancio della cooperazione internazionale, se propendere per un radicale cambiamento nei rapporti economici e politici tra paesi ricchi e paesi poveri o se immaginare qualcos’altro.
Di sicuro servono soluzioni molto creative e molto decise e, soprattutto, servono da subito. A meno che, come pare abbia consigliato il Dalai Lama, la soluzione al problema della sovrapopolazione non sia semplicemente quella di avere molti più monaci.

Quelli che l’immigrazione…

Parlare di immigrazione di questi tempi è pericoloso. Certo, grandi e piccole migrazioni fanno parte della storia dell’uomo e lo scontro tra popolazioni residenti e popolazioni nomadi è stato per secoli una costante antropologica. Le migrazioni, legate a condizioni culturali, a guerre ed epidemie, a carestie e disastri ambientali, a miseria o ricerca di fortuna, hanno sempre trovato nei diversi tassi di natalità responsabili delle differenze demografiche un motore biologico inesauribile.
Ma il contesto entro cui, oggi, le migrazioni si manifestano è completamente nuovo: per l’ampiezza della popolazione mondiale innanzitutto (7,46 miliardi di persone in rapida crescita), per l’iniqua distribuzione di una quantità di beni primari che sarebbero sufficienti per soddisfare i bisogni essenziali di tutti, per la diffusione globale delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione che indottrinano e connettono miliardi di persone facendo balenare loro il sogno dell’abbondanza, per l’abbattimento delle barriere che impedivano il libero flusso di merci e capitali finanziari, per la facilità dei movimenti e dei trasporti.
Catastrofi climatiche (basti pensare al Darfour), land grabbing, sfruttamento delle risorse naturali, conflitti geopolitici e guerre, distruzione delle culture locali, il fallimento completo della cooperazione internazionale e del sostegno ai paesi in via di sviluppo, la scoperta di nuovi mercati che potrebbe assorbire l’enorme quantità di merci prodotte, una distribuzione dei beni totalmente iniqua, sono alcuni fattori che stanno alla base degli sconvolgimenti demografici che, su questa scala, non hanno precedenti nella storia.

Se questo è lo sfondo l’Italia si trova nella peggiore posizione geopolitica possibile, e non stupisce dunque che l’immigrazione sia diventato un problema sociale drammatico, ampiamente sfuggito al controllo dello stato. Lo dicono i numeri e le proiezioni demografiche, lo conferma il ragionamento strategico, lo sostiene l’esistenza di enclave aliene sempre più numerose ed impenetrabili sul territorio; lo attesta, oltre ogni ragionevole dubbio, la paura diffusa, il rancore e l’accanimento degli italiani (e dei residenti delle comunità immigrate da più tempo) quando si schierano pro o contro una situazione che, da emergenza che fu negli anni novanta, è diventata un dato strutturale che diventa sempre più inquietante.

Nella varietà di opinioni e di rappresentazioni che circolano nella rete, che si alimentano nei luoghi di incontro, che rimbombano nell’intero sistema dei mass media, si possono riconoscere con molte sfumature e qualche distinguo, due campi avversi brutalmente contrapposti, due poli concettuali intorno ai quali si addensano, ora più vicine ora più lontane, le opinioni delle persone.

Il centro del primo polo è rappresentato dai favorevoli a tutti i costi, da quel nucleo di persone che vede l’immigrazione come una necessità, i migranti come un’opportunità, l’accoglienza come un dovere a prescindere da ogni tipo di conseguenza; quelli che strillano “al razzista” e “al fascista” ogni volta che qualcuno non concorda con questa prospettiva. Attorno a questo centro si addensa la vasta costellazione dei sostenitori del politicamente corretto che, spesso, nasconde dietro la retorica dei buoni sentimenti umanitari floridi affari. Vi ruota inoltre il pulviscolo di quelli che, nell’immigrazione, vedono semplicemente un’opportunità per far crescere il PIL e un mezzo per pagare le pensioni delle generazioni più vecchie, visto che gli italiani non fanno più figli.
C’è chi crede nell’obbligo di accoglienza per ripagare i popoli sfruttati nel passato coloniale e nel presente globalizzato; ci sono tante persone in buona fede, operatori per passione, gente pronta a dare e a condividere il proprio. Ma ci sono anche persone comodamente protette dalla loro condizione di classe o di ceto, che amano a parole l’umanità astratta ma apprezzano assai poco il prossimo in carne ed ossa, con i suoi odori, i suoi vestiti e la sua cultura: gente che vive ben protetta nei quartieri e nelle case blindate dove la scomoda e vasta e brulicante umanità dei poveri non ha accesso.
Il nucleo di questo polo sembra essere formato da quel progressismo mondialista che vede nel melting pot il futuro necessario dell’umanità, da quel laicismo estremo chiaramente volto ad eliminare connotazioni religiose e culturali in nome di un’uguaglianza omologante interamente schiacciata sul dogma del libero mercato.

Il centro del secondo polo è rappresentato dai contrari irriducibili, coloro che vedono nella immigrazione un pericolo, una minaccia per gli italiani e le italiane, un grave danno. Quelli sempre pronti ad evocare la minaccia del terrorismo, la necessità del pugno di ferro contro l’islam. Quelli che sono sempre in prima linea nell’accusare di comunismo, buonismo, calcolo interessato, connivenza e ipocrisia coloro che professano opinioni opposte. Quelli tutt’al più disposti a usare gli immigrati se hanno lavoro, costano meno degli italiani e stanno zitti scomparendo dopo aver concluso le loro prestazioni. Gravitano attorno a questo centro anche persone in buona fede, spaventate e timorose della diversità, insieme a quelli che predicano l’impossibilità dell’integrazione e segnalano la sproporzione dei costi che distolgono fondi che dovrebbero essere assegnati agli italiani bisognosi travolti dalla crisi. C’è gente ben convinta della superiorità del modello occidentale e della sua cultura, persuasa della necessità di un progresso che coincide necessariamente con una modernizzazione che deve essere, innanzitutto, occidentalizzazione forzata. Ma c’è anche quell’umanità semplice ancora ben disposta verso i migranti che serbano un atteggiamento umile, lavorano e si adattano, ma assolutamente contraria all’accoglienza indifferenziata e imposta dall’alto. Ci sono anche razzisti convinti, cittadini che rifiutano qualsiasi segno identificativo di altra cultura ed altra religione. Ruota attorno a questo nucleo un pulviscolo di opinioni che sfociano in visioni religiose, nella difesa dell’identità locale e nazionale e di quei valori dell’occidente che la modernizzazione stessa ha distrutto ben prima dell’arrivo delle ondate migratorie.

Sbagliano gli uni negando le dimensioni perverse della cosiddetta accoglienza; sbagliano gli altri negando le responsabilità dell’intero occidente nelle genesi del fenomeno. Sbagliano tutti quando parlano del fenomeno riducendolo ad una sua drammatica caricatura tesa a far leva sui sentimenti e le emozioni della gente.

Si riconosce da entrambe le parti la presenza ora più netta ora più sfumata di una componente d’odio e di rancore: un muro contro muro che non consente soluzioni innovative che oggi servono come il pane. Nessuno che riconosca nelle ragioni di chi sta sull’altro lato della barricata qualche fondamento o, almeno, il beneficio del dubbio. Una contrapposizione che fa la gioia dei media ma che umilia lo spirito della democrazia e della cittadinanza.
Si riconosce in entrambi i poli una volontà colpevole di ignorare e di escludere informazioni che possano mettere in discussione le proprie incrollabili posizioni, i propri assunti di partenza che rimangono spesse volte oscuri.
Intorno al tema immigrazione si rinnova dunque uno scontro politico e sociale che ricorda ai più vecchi mai sopite contrapposizioni ideologiche che si intersecano in un gioco difficile da riassumere: destra contro sinistra, laico contro religioso, società contro comunità, progressisti contro conservatori.

Ma la dimensione del fenomeno è tale che nessuna contrapposizione frontale potrà portarvi sollievo e soluzione. Nessuna soluzione è possibile in assenza di chiarezza e di una riflessione che parta innanzitutto dalla complessità, rifiutando ogni tipo di semplificazione. E una riflessione dura, dolorosa ma quanto mai necessaria che deve affrontare, tenendoli insieme, aspetti demografici, etnici, culturali, religiosi, sociali, amministrativi, legali, economici, finanziari, geografici, geopolitici, strategici e militari. Senza dimenticare la sana solidarietà, senza scollegare la dimensione locale da quella globale.
Di fronte al totale fallimento della politica dell’immigrazione tocca ai cittadini di buona volontà fare un passo di riconciliazione e di approfondimento che vada oltre la contrapposizione dell’essere pro e dell’essere contro, un passo atteso che apra lo spazio al discernimento.
Non c’è altra scelta: ciò che colpevolmente si rifiuta di vedere adesso si ripresenterà in modo assolutamente peggiore nel prossimo futuro.

L’OPINIONE
L’ingiustizia che agita il mondo

Dio è morto, la religione no. Se si uccide in nome della propria fede, non è Dio che si sta cercando, ma esclusivamente la propria affermazione terrena.
La religione ha finito per offuscare la politica, che certo non naviga in buone acque. La situazione è destinata però a peggiorare se la politica continua a confrontarsi con la questione religiosa, anziché con il proprio compito: governare per il benessere, la sicurezza e la felicità di tutte le persone, a prescindere dal loro credo religioso, dalla loro appartenenza etnica, dal colore della loro pelle. Perché delle persone che provengono dalle coste del Nord Africa diciamo “i musulmani” e dei tedeschi, inglesi, francesi, italiani non diciamo “i cattolici” o “i protestanti”? Dietro l’etichetta religiosa, che ne sancisce l’alterità culturale, soccombono le persone, l’umanità con i suoi bisogni e i suoi diritti, che non vengono meno né perché sei immigrato, né perché sei clandestino, neppure se delinqui. Credere ancora alle guerre di religione che mai sono state tali, fa nascere il sospetto che si vogliano confondere le carte, soprattutto sul tavolo della giustizia umana, sul tavolo della condivisione comune dei beni della Terra.

La questione dell’integrazione non tanto delle culture, ma nei diritti, nella condivisione della ricchezza, resta la grande questione con cui l’umanità, all’inizio di questo millennio, sta imparando a dover fare i conti, pagando prezzi altissimi. È sufficiente guardare all’America di Obama, dove l’integrazione ha fallito e la questione razziale resta tutta piena e intera. In una certa epoca, i marxisti americani dicevano che i neri fossero vittime non perché erano neri, ma in quanto proletari, e che bisognasse difenderli in quanto tali. Forse era una posizione eccessivamente marxista, ma certamente poneva una questione dirimente: prima di ogni altra cosa è necessario che tutti si sia posti nelle stesse condizioni materiali, che tutti si condivida il medesimo diritto al benessere e alla felicità. Se la politica non è in grado di garantire questo, è evidente che finiscono per prevalere le specifiche identità e appartenenze, gli interessi degli uni contro quelli degli altri. Prevale cioè la questione culturale e religiosa su quella socio-economica, anche perché su questo versante chi sta bene difende le proprie posizioni e non è disposto a cedere nulla senza averne un utile di ritorno.
Tutto questo dovrebbe indurci a considerare quanto viviamo un tempo che, tra i frutti del progresso, ne ha prodotto uno molto importante, forse inaspettato e certamente ai più poco gradito: un senso profondo di ingiustizia. La consapevolezza sempre più diffusa di essere vittime dell’ingiustizia. L’ingiustizia subita nelle periferie, l’ingiustizia nei confronti dei palestinesi, i due pesi e misure dell’Occidente nei confronti del mondo arabo, il persistere della schiavitù, dello sfruttamento sessuale di donne e bambine, dello sfruttamento di infanzie condannate al lavoro, come alla morte per fame. Milioni di persone sono vittime e hanno tutto il diritto di considerarsi come tali. È questa consapevolezza che oggi muove per il mondo imponenti flussi di soggetti coscienti della loro storia, dei loro diritti, portatori di un loro progetto di vita.

Se le religioni hanno una qualche ragione di essere, questo mondo che le tradisce ogni giorno, ma che per esse pretende di combattere, non può che apparire del tutto impazzito.
Dovremmo quindi reimparare a guardare alle cose come stanno, eliminando qualunque designazione attraverso la religione: se per qualcuno era l’oppio dei popoli, oggi rischia di divenire l’oppio delle nostre menti.
Non abbiamo bisogno degli appelli del Pontefice a condividere il nostro benessere con quanti sono meno fortunati di noi, intanto perché la loro scarsa fortuna è anche responsabilità nostra, ma soprattutto perché la questione prima di essere materia di coscienza religiosa è questione squisitamente politica. È sulla politica che ci dobbiamo interrogare e sulla sua assoluta inadeguatezza e impreparazione di fronte alle nuove sfide, che non sono più solo quelle della difesa della natura e del pianeta, ma della convivenza umana su di esso. Ben altra partita.
Pare che Dio sia morto quando sono morte le ideologie. Per me si è trattato di una fortuna: pensavo che questo avrebbe liberato l’intelligenza umana, anziché impigrirla. Credo che il neo-umanesimo a cui l’intelligenza umana oggi è chiamata consista nell’affrontare le identità multiple da cui la Terra è abitata, modificando il nostro sguardo. Spostandolo sull’ingiustizia che ancora è la condizione umana di miliardi di persone. Questo è il vero terrorismo che alimenta ogni altro terrorismo. Se non saremo in grado di affrontare attraverso la politica questa, che è la vera questione del terzo millennio, finirà per prevalere il rifugio nella religione, attraverso la sua strumentalizzazione in chiave politica per fare dei diseredati della Terra la massa d’urto che dietro il fanatismo promette un futuro più tragico e più ingiusto del presente.

morte-medio oriente

L’OPINIONE
Vecchi incubi, nuove consapevolezze: tutte le sfumature della guerra

Quante guerre ci sono state dopo il ’45, dopo l’ultima che ha coinvolto direttamente l’Italia e che tutti gli italiani sono concordi a definire tale?
Wikipedia ne segnala 45 nel periodo che va dal 1946 al 1989; 22 dal 1990 al 2000; 13 dal 2001 al 2010 e, infine, 11 dal 2010 a oggi. Dalla fine del secondo conflitto mondiale ci sarebbero perciò state complessivamente 91 guerre, di cui ben 46 dal 1990.
Fino alla caduta del muro di Berlino sembrava tutto più facile: due blocchi contrapposti, due ideologie, opposti interessi; il bene di qua e il male di la, i buoni e i cattivi facilmente tracciabili a seconda della posizione politica scelta. Anche la guerra con tutte le sue brutture sembrava avere il suo posto in un mondo ragionevolmente ordinato e, in fondo, nessuna generazione europea aveva più avuto un’esperienza diretta in tal senso dalla fine del secondo conflitto mondiale. Ora le cose sembrano diventate molto più complicate e foschi scenari si prospettano anche agli Stati e alle popolazioni europee che, dopo i massacri delle due guerre mondiali, dopo una faticosa unione europea, sembravano aver fatto della pace una condizione stabile e irrinunciabile. Parte della confusione deriva certo dall’uso ostinato di vecchie categorie ormai obsolete e dalla mancanza di nuove categorie concettuali più adeguate per capire cosa sta succedendo. Nessuno però può negare che negli ultimi decenni ci sia stata una autentica rivoluzione (tuttora in corso) negli equilibri geopolitici planetari. Ed è proprio all’interno di questa che vanno collocati i conflitti e le guerre che insanguinano il mondo.

Se, dopo gli ultimi eventi parigini e i disordini crescenti nell’area mediterranea, fossimo in stato di guerra, come alcuni commentatori vorrebbero far credere, si tratterebbe di guerra del tutto ambigua e particolare, almeno rispetto a ciò che solitamente il senso comune immagina sia la guerra. Infatti, se con questo termine si intende “l’uso della forza delle armi per costringere un nemico a sottomettersi ai propri voleri”, allora l’Italia non è in guerra. Se, tuttavia, ammettiamo di far parte di una coalizione e definiamo la guerra in modo diverso, ovvero come  “usare tutti i mezzi, inclusa la forza delle armi e dei sistemi di offesa militari e non militari, letali e non letali per costringere un nemico ad accettare i propri interessi”, ebbene, allora è difficile pensare che non ci sia perlomeno un coinvolgimento in un qualche tipo di guerra.
Fatto sta che in un mondo fortemente interconnesso dalla tecnologia e altamente complesso, la nozione di guerra è cambiata e sono mutati anche i modi per concepirla e per condurla: certo le armi e gli eserciti restano importanti, ma accanto a questi si usano massicciamente e consapevolmente mezzi altrettanto violenti, anche se apparentemente meno sanguinari. La speculazione che può causare un crollo del mercato azionario, un attacco tramite virus informatici, gli scandali massmediatici montati ad arte, un trattato commerciale che favorisce alcuni a discapito di altri, la paura costruita dai media, sono altrettante armi che entrano negli arsenali dei protagonisti della guerra che popolano gli scenari della geopolitica. Non c’è solo la guerra guerreggiata direttamente o per interposta persona: essa è sempre preceduta, accompagnata o seguita, a volte sostituita, da guerre commerciali, economiche, normative, tecnologiche, finanziarie, culturali, politiche ed ideologiche.

Ciò che resta costante, il vero motore di ogni guerra così definita, è la ricerca della preminenza, la tensione incessante da parte di grandi organizzazioni non solo statuali a far accettare con ogni mezzo i propri interessi, dopo averli in qualche modo legittimati agli occhi dell’opinione pubblica. Anche nel mondo attuale, militarmente dominato da un’unica superpotenza, si riconosce il vecchio gioco della politica internazionale che non è morto con la caduta del Muro e la presunta fine delle ideologie. Un gioco, tuttavia, diventato molto più complesso per la compresenza di attori inattesi e la scoperta di nuovi interessi intorno ai quali i soggetti più forti costruiscono le proprie strategie geopolitiche. All’interno di queste ultime, le nuove strategie militari fanno tesoro di tutta l’esperienza accumulata e dei più svariati contributi scientifici derivanti da differenti campi disciplinari: fisica, ingegneria, biologia, psicologia, sociologia, antropologia, economia, finanza, comunicazione e marketing, scienza politica, pianificazione, propaganda.
L’azione militare diretta e l’azione terroristica sono semplicemente due tra i mezzi utilizzati, insieme ad altri, per completare quel mix che può essere definito oggi guerra. Forme che hanno esteso ovunque lo spazio del campo di battaglia, il teatro dove si sperimentano armi militari e non militari connesse e combinate tra di loro. Un senso compiuto a questi eventi lo si può dare solo se si riesce a comprendere la strategia geopolitica degli attori più potenti che conducono il gioco.

Chi sono questi soggetti, gli attori del teatro mondiale che entrano direttamente o indirettamente in questi scenari geopolitici? Accanto agli Stati nazionali e alle loro intelligence, ci sono multinazionali, banche e organizzazioni finanziarie, Fed, Fmi, grandi entità parastatali e non governative, organizzazioni non statali e grandi organizzazioni criminali. Tutti soggetti le cui strategie e azioni variamente si intrecciano e sovrappongono. E poi finanzieri, speculatori, proprietari dei mezzi di comunicazione, imprenditori globali, grandi azionisti, proprietari delle infrastrutture digitali, hackers e progettisti di sistemi informatici, spin doctor e star dell’informazione, per non citarne che alcuni. Tra questi attori in costante competizione è sempre difficile discernere responsabilità e cause che vadano al di là di strategie contingenti di breve periodo, dove a livello regionale, il nemico di ieri diventa l’alleato di oggi e viceversa.

In tale quadro i cittadini dei paesi democratici sono una delle pedine dello scacchiere, posto che l’opinione pubblica può essere in buona parte costruita e influenzata per rispondere alle esigenze di specifiche strategie che sono l’espressione di particolari costellazioni di interessi. Resta inteso che l’opinione pubblica è, anche agli occhi degli attori più potenti, una variabile importante: da essa, infatti, scaturisce sia il rifiuto ad accettare le perdite umane all’interno dei (nostri) contingenti militari, sia l’attenzione per i costi enormi di queste operazioni, due tendenze che risultano fortemente connesse alle scelte di voto su cui si fondano ancora le democrazie rappresentative.

In questa situazione, non priva di un suo fascino inquietante, proliferano le interpretazioni più diverse, prospera il complottismo, si affermano spiegazioni semplicistiche fondate sul pregiudizio, si impone l’opinione del più forte, si certifica ciò che le masse vogliono sentire, mentre si alimenta la paura come vero meccanismo di governo delle persone. L’opinione pubblica (o almeno la sua maggioranza) viene convinta, oggi e per il tempo necessario, circa l’assoluta necessità dell’intervento militare ben sapendo che il gioco potrà essere nuovamente ripetuto a prescindere dagli effetti generati. Se si ammette una simile lettura, non si può che guardare con molto sospetto alle spiegazioni riduttive e semplicistiche che fin troppo spesso sono passate da certi media e da certi politici: l’idea dello scontro tra bene e male, il conflitto di civiltà, lo scontro di religioni irriducibili e di ideologie mortalmente contrapposte, il terrorismo fine a se stesso. E’ assai più probabile, invece, che queste interpretazioni, fortemente connotate in termini emotivi se non archetipici, siano cavalcate e, almeno in parte, prodotte in ottemperanza agli scopi di una strategia pensata da altri.

Paradossalmente, più aumentano le informazioni disponibili più diventa difficile discernere la reale struttura degli eventi e più facile diventa essere manipolati se non si possiedono, più che dati fattuali, concetti, categorie, conoscenze e teorie adeguate, in assenza delle quali il rischio di venire sommersi dal mare di informazioni è enorme. Certo la comprensione dei meccanismi sociali e delle strategie politiche, economiche e finanziarie su cui si reggono i calcoli geopolitici degli attori più forti aiuta a elaborare un pensiero autonomo in assenza del quale la democrazia rappresentativa diviene un guscio vuoto. Tuttavia resta un grande senso di smarrimento e disagio che neppure le interpretazioni migliori riescono a far superare: in questo orizzonte non stupiscono allora né le posizioni di quanti accettano verità preconfezionate, né quelle di quanti semplicemente decidono di non vedere ritirandosi nel privato del consumo coatto.
Chiamiamola pure complessità postmoderna, ma è un mondo pieno di vincoli e opportunità imprevedibili, entro cui bisogna imparare a vivere potenziando al massimo la propria capacità di discernimento, senza perdere di vista il senso della responsabilità personale e il significato dell’agire comune che ci qualifica come esseri umani.

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