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PRESTO DI MATTINA
Dimorare nella distanza è l’Avvento

 

Dimorare nella distanza è l’Avvento. Uno spazio intermedio, una terra di mezzo della nostra stessa esistenza, oltre che del tempo liturgico. Uno stare nel mezzo ed insieme un ‘di-stare’; perché l’avvento non è compimento, ma ancora abitare una distanza; il movimento verso una meta, per noi un andare verso il solstizio d’inverno da cui, come da impenetrabile tenebra, sbucherà la luce.

Come la vita così l’Avvento è essere abitati da una promessa. Parola questa di prossimità che sta sotto i nostri occhi; parola rivolta a noi e che ci sta d’innanzi. Intime a noi stessi come sementi nella terra, sono le promesse. Ma è pure una parola di lontananza, ciò che è seme e non ancora frutto: è quel di più promesso verrà andandogli incontro.

Uno stare ad un tempo abbracciati ed insieme disgiunti, uniti nella distanza: questo è dimorare nelle promesse. Come quando si legge un libro, entrando in una pagina, si dimora già, a distanza, in tutte le altre: ogni pagina è promessa, un tempo di avvento, per quelle a venire.

O come quando si ascolta la musica, che ti fa sentire in presenza, in ogni nota, il lontano, l’infinito, l’oltre te, vicinissimo ma come orizzonte inafferrabile, intimo ed insieme sfuggente. O ancora come quando si osserva lo spazio in prospettiva, con uno sguardo: avvicini a te il punto più lontano cui può giungere il tuo occhio, e proprio dentro la tua pupilla dimora la lontananza.

Così è pure lo sguardo di chiunque crede. Gli occhi della fede vedono in prospettiva la distanza e le successive tappe dispiegarsi, per raggiungere la pienezza del suo credere che è la carità. Quel che le è promesso è l’amore.

Sono le promesse che ci fanno alzare il capo. È la fedeltà alla promessa data che ci rende vigilanti circa i segni del suo incessante progredire verso la meta. Essa dice sono qui, sono viva, alzati camminiamo insieme.

Per realizzare le sue promesse anche Dio si alza ogni mattina come ogni mortale. Non si stanca dice Papa Francesco di venirci incontro e per primo percorre la strada che ci separa dalla sua vicinanza, «si alza dal trono della giustizia per sedersi sul trono della misericordia».

La domenica, quando sento suonare all’organo di Santa Francesca la Ciaccona in Fa minore di Johann Caspar Ferdinand Fischer [Qui], di un crescendo incalzante e di un ritmo quasi inarrestabile, irresistibile, anche se la messa è finita non riesco a trattenermi dall’uscire dalla sacrestia e con passo svelto, al ritmo della musica, andare verso le persone ed invitarle a sentire in quelle note cosa significhi essere abitati dalla promessa, dimorando nel tempo della distanza.

In un testo della prima lettera di Pietro è lo stesso crescendo che incontriamo: le parole incalzano come lo scorrere delle note sulla scala musicale della tastiera: «Mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno l’amore» (1, 5-7).

Dimora della distanza è pure quella preghiera che cammina in mezzo, che ‘inter-cede’. La preghiera di intercessione rende presenti, mette sotto gli occhi coloro che sono lontani, distanti. Li incontra nonostante l’assenza, perché, come la promessa, questa preghiera dice: “sono qui, sono viva, alzati camminiamo insieme”.

«L’intercessione – scrive papa Francesco – esprime l’impegno fraterno con gli altri quando in essa siamo capaci di includere la vita degli altri, le loro angosce più sconvolgenti e i loro sogni più belli. Di chi si dedica generosamente a intercedere si può dire con le parole bibliche: “Questi è l’amico dei suoi fratelli, che prega molto per il popolo” (2 Mac 15,14)» (Gaudete et exultate, 154).

L’intercessione è dono dello Spirito, mozione, invito di colui che abita la distanza come casa sua; l’amore che tiene perfettamente uniti quando si è lontani, vicini, nonostante le divisioni.

L’intercessione è un intuito della fede ed un intento di amore. Se dono dello Spirito essa può essere raffigurata dall’unzione che congiunge nella distinzione. Per essa ci si tocca, e lo spirito di uno penetra nell’altro e viceversa; e in questo modo si dimora anche nella lontananza.

L’unzione battesimale e crismale, ma anche quella con l’olio dato agli infermi, attua la comunanza con la grazia di Cristo, con la sua vita e amicizia. Lo stesso avviene tra noi e coloro per cui preghiamo.

Si partecipa così al ministero di grazia dell’Unto del Signore, del suo Servo Gesù, il quale viene anche in questo nostro faticoso avvento «per dare agli afflitti una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto» (Is 61, 3).

Quando andando dai malati pronuncio le parole che accompagnano l’unzione: «Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito santo… e ti sollevi», penso sempre che io pure ricevo l’unzione che dono, perché anche le mie mani restano impregnate, compenetrare da quel medicamento fragrante, ma anche dell’umanità dell’altro attraverso il tocco della mano.

E a volte capita che qualcuno, a sua volta, mi segni in fronte la croce con l’olio della passione, come nel giorno del mio battesimo sono stato segnato con il crisma della risurrezione: crisma viene da Cristo. Così pure è di quell’unzione che è la preghiera di intercessione: si è resi partecipi della umanità di coloro per cui si prega.

Pregando per una madre nell’avvento del figlio, in un modo misterioso ma reale pur nella distanza, sono reso partecipe della sua maternità e umana amorevolezza. Ma anche dell’ansia, dell’attesa trepidante, vigilante, della propensione che muove verso la luce e della cura e dedizione materna, incomparabile, quella che manca alla mia umanità.

Se prego per un bambino che ho battezzato sono reso partecipe dell’innocenza sorgiva nascente della sua fede che purifica e rinvigorisce la mia. Quando prego per i malati e anziani sono segnato dalla loro debolezza e sfinimento, ma insieme ricevo la forza con cui lottano insieme al Cristo contro il male; dalla loro umanità tribolata discende il dono di non rassegnarmi al male, riconoscendo nelle loro ferite le stesse trafitture e battiture di Gesù benedetto.

Se prego per i miei confratelli presbiteri e i diaconi o per le mie sorelle oranti, nei primi ritrovo la luce e la bellezza di portare il vangelo insieme, ciascuno a suo modo e nelle sorelle il dono della contemplazione e di quell’intercessione che contempla nel volto di Cristo il volto dei fratelli e delle sorelle.

Lo stesso accade quando si prega per le famiglie, i carcerati, i poveri i migranti, per coloro che lavorano o i senza tetto, non trascurando di portare al Padre nostro le tribolazioni di tutte le genti, i pericoli dei popoli, le solitudini nascoste di tante persone.

Ma non è solo questo. Ho imparato dalle sorelle Carmelitane che la preghiera di intercessione ti fa incontrare, dona anche a te, quella umanità nuova presente e laboriosa in tutti che è l’umanità di Gesù.

Nel cuore di ciascuno infatti lavora invisibilmente la grazia dello Spirito santo per ‘con-sociare’ tutti, nel modo in cui Dio solo conosce, al mistero della Pasqua di Cristo, dono dell’umanità di Dio pro nobis.

Si narra che un fratello fece visita ad un anziano che aveva il dono del discernimento e lo supplicò con queste parole: “Prega per me, padre, perché sono debole”. L’anziano gli rispose: “Uno dei padri una volta ha detto che chi prende l’olio in mano per ungere un malato trae giovamento lui per primo dall’unzione fatta con le sue mani. Così chi prega per un fratello che soffre, prima ancora che questi ne tragga giovamento, lui stesso ha la sua parte di guadagno, a causa del suo intento di amore».

La visione teologica di Gerard Manley Hopkins [Qui], poeta e gesuita inglese vissuto nell’800, può essere accostata a quella di Teilhard de Chardin [Qui]: la sofferenza e la bellezza della natura, ma pure quella dell’esperienza di Dio nel libro di Giobbe e di certi salmi; un dimorare per entrambi nella lontananza, in Irlanda il primo, in Cina e in giro per il mondo l’altro.

Distanze interiori ed anche esteriori: «Sembrare straniero è la mia sorte, la mia vita/ tra stranieri» dimorando tra le messi in cui si può «spigolare il nostro Salvatore», lui per cui «le azzurre, sospese colline sono il suo òmero reggente il mondo».

Nella poesia Il gheppio (The windhover. To Christ our Lord 1877) – interpretata anche da Romano Guardini in: Linguaggi, Poesia Interpretazione (Brescia 2000) – la dedica che fa seguito al titolo, “A Cristo nostro Signore”, indica verso quale direzione sia orientata la sensibilità del poeta.

L’ascesa e il volo del falcus tinnuculus, che tintinna, sembrano raffigurare così due modi di dimorare del Cristo nella distanza: non solo quella simboleggiata nel gheppio, ma pure la successiva, quella dell’arato nel solco.

Dividendo il termine inglese wind hover, si può anche leggere come ‘sorvolare il vento’: una figura della distanza tra il cielo e la terra che attraversa entrambi, il fatto di sorvolare, soleggiare il vento e dunque dimorare al di sopra del cielo e della terra. Quel luogo che il Figlio non considerò come sua proprietà esclusiva, ma che volle condividere, dimorando straniero, lontano dal Padre, agli antipodi sulla terra, perché anche quelli della terra trovassero dimora in quella lontananza di cielo.

«Il mio cuore in segreto balzava per quell’uccello: perfezione, maestria di lui!». È la confessione della fede di Hopkins, che tuttavia non si meraviglia delle successive trasformazioni: quando il gheppio, come in un assalto, con lo slancio e la scivolata d’ala, e come cavalcandolo rintuzza il forte vento che vuole trattenerlo, o come fuoco che discende sulla terra, trasformando così quell’immagine iniziale che abita il cielo in un’altra terrestre: un aratro sprofondato nella terra e dimorando nel solco, nello sfaldarsi di una brace purpurea incastonata nell’oro, intravede in distanza la purpurea e dorata promessa, i papaveri e le spighe della messe futura.

Scrive Guardini: «repentinamente, senza transizione, si potrebbe quasi dire con la fulmineità del volo di un rapace, appare nelle terzine del sonetto il regno contrapposto al cielo: la terra, la zolla, il solco nella zolla» (ivi, 111).

L’aratro lavora in profondità e solcando la terra la sua lama diventa lucente e «la livida brace cade e si spacca», ma anche «spande oro vermiglio». È l’immagine del Cristo sofferente le cui ferite nella lotta si squarciano rosse, ma al tempo stesso sono anche le ferite gloriose del risorto dai morti, che risplendono come “oro vermiglio”, rivelandone la gloria.

Nascosta dentro questa poesia, a me pare, leggersi in dissolvenza l’inno paolino ai Filippesi. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù: «il quale, pur essendo di natura divina,/ non considerò un tesoro geloso/ la sua uguaglianza con Dio;/ ma spogliò se stesso,/ assumendo la condizione di servo/ e divenendo simile agli uomini;/ apparso in forma umana,/ umiliò se stesso/ facendosi obbediente fino alla morte/ e alla morte di croce./ Per questo Dio l’ha esaltato/ e gli ha dato il nome/ che è al di sopra di ogni altro nome» ( 2, 6-9).

Ed ecco il testo poetico di Hopkins:

Il gheppio.
“A Cristo nostro Signore”

lo sorpresi stamane il favorito del mattino, delfino del regno della luce,
il falco, emerso dall’alba iridata, cavalcando l’aria ruotante sotto di lui eguale
e ferma, guadagnare l’alto; oh, come torceva la redine di un’ala vibrante nella sua estasi!
poi via, avanti, in bilico, come il tallone di un pattinatore scivola liscio
sulla pista in curva; slancio e scivolata il forte vento rintuzzavano.
Il mio cuore in segreto balzava per quell’uccello: perfezione, maestria della cosa!
Bruta bellezza e valore e azione, oh, aria, fierezza, piuma
qui si allacciano! E che fuoco il fuoco che erompe allora più pericoloso da te,
contato un bilione di volte più bello, o mio cavaliere!
Non è meraviglia: più splende l’aratro in fondo al solco per la nuda zolla,
e la livida brace, o mio amato, cade, si spacca e spande oro vermiglio. 

(Poesie di Gerard Manley Hopkins, Guanda, Parma 1952, 55-56).

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PRESTO DI MATTINA
L’immagine attesa

 

Immaginare, lungi dall’emulare, è come generare, o meglio farsi portatore di un altro. L’immagine è grembo del pensiero, che attraverso la corporeità sensibile viene alla luce e riceve la sua forma. In questo processo non può prescindere dalla relazione all’altro che si rivela, e implica perciò l’attesa operosa. È quindi, al contempo, ospitalità e raccoglimento, l’essere soglia e dimora, una distensione in tensione, ovvero – come direbbe Clemente Rebora – “Immagine tesa”.

Ne La Vita cosmica Pierre Teilhard de Chardin scrive «Anzitutto espongo vedute ardenti […] Ma non è permesso all’uomo innamorato della verità e della realtà abbandonarsi indefinitamente e con incoerenza a ogni vento che gonfi e amplii la sua anima. Anche se lo volesse, non lo potrebbe fare… Per la stessa intima logica degli oggetti e degli atteggiamenti, viene presto o tardi il momento in cui dobbiamo infine disporre in noi l’unità e l’organizzazione, mettere alla prova, selezionare, gerarchizzare i nostri amori e i nostri culti, rovesciare i nostri idoli e lasciare un solo altare nel santuario» (26-27).

Questo luogo di rivelazione, di autenticità e offertorio cui allude Teilhard de Chardin altro non è che la nostra coscienza. E riscoprirne l’integralità, la sua struttura simbolica, significa divenire consapevoli che in essa non si dà separazione tra pensiero e immaginazione, tra concetto e valore. L’istanza etica (il bene) e quella estetica (il bello) formano con il vero un’unità attraente, desiderabile, appetibile per coscienza e la libertà in essa, quando cerca la strada del proprio comprendersi e conoscersi, quella dell’ ‘intelligere’ il reale per trovare, passo dopo passo, figura dopo figura, azione dopo azione, il senso e la verità di se stessa e del mondo in cui dimora.

Così Pierre Teilhard de Chardin, assumendo la valenza immaginativa e simbolica per esprimere il suo pensiero, non solo nei testi mistici, ma anche in quelli scientifici come visioni e modelli su cui articolare la propria riflessione, li anima di un’intelligibilità nuova, di una ratio imaginis, di un senso, di un orientamento, di una razionalità che scaturiscono dall’immaginazione, dispiegando un ambiente che ospita lo spirito e il corpo, la ragione e la libertà, e per questo muove alla scoperta e all’azione.

La forza dell’immaginazione non è solo quella di operare un’integrazione dei vissuti, ma di essere vettore creativo e pure soglia di superamento e di interiorità per le esperienze fatte e i vissuti stessi. Attingendo alla memoria per protendersi sull’avvenire, l’immaginazione sta in mezzo tra passato e futuro, tra archetipo e creazione, originale e riproduzione, è ad un tempo ancorata e libera. Essa genera una stabilità protesa, un “rimanere” in movimento, una passività creativa, che attinge alla storia per generare altre storie. Anche per questo Teilhard direbbe che l’immaginazione non è fenomeno secondario, o peggio accessorio (epifenomeno), ma una realtà che veicola in germe l’energia di tutto il “fenomeno umano”. Al punto che immaginare può considerarsi il mezzo tramite il quale l’intelletto compie l’atto stesso del suo conoscere.

Come nasce infatti un’idea? «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; un’altra sul terreno sassoso, un’altra cadde sui rovi, un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno» (Mt 13,3-9). Idea è voce che attinge al verbo eidèo connesso al senso del vedere, del mostrarsi, dell’apparire, come il venire alla luce di un’immagine.

La prima tappa di questo processo consiste pertanto nella semina interiore sulle orme del prodigo seminatore; nel terreno della coscienza, come in un caleidoscopio, vengono seminate le immagini che si formano attraverso il sentire complesso e scompigliato dell’esperienza.

La seconda tappa dipende dalla capacità di mettere in relazione e generare sintonie e accordi: trovare e stabilire legami, sinapsi, congiunzioni tra le immagini che si accumulano con l’esperienza. L’idea si origina da una capacità combinatoria con altre e precedenti immagini, che danno vita a nuove combinazioni. Per questo essa richiede una propensione alla ricerca e al cambiamento, all’invenzione. Viene così in mente l’immagine evangelica della vite ed ei tralci (Gv 15, 1-11), una sequenza di immagini che si rincorrono cangianti in molteplici e fantasiose direzioni e si protendono in uscita oltre la vite, figura questa di una stabilità in movimento, che si sviluppa nei tralci e si amplifica rivestendosi di forme nuove, di iridescenti foglie e pampini, inflorescenze e grappoli che sono, come l’idea attesa, il frutto del suo travaglio: i suoi gioielli.

Vi è poi un terzo momento che attende al formarsi dell’idea. Un ulteriore passaggio che può essere reso con un’altra immagine del vangelo: «è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga» (Mc 4,26-28). Ecco: simile è il processo di gestazione e sviluppo nella coscienza del pensiero. L’idea, per venire alla luce, ha bisogno infatti di riposo, di nascondimento, una sorta di gestazione delle immagini in cerca di combinazioni. È questo il tempo in cui nella coscienza si attua una sintesi di ciò che in essa è molteplice, e che si sviluppa e viene fissato a un livello più profondo della stessa coscienza: le immagini latenti vengono introdotte nella camera oscura dell’inconscio.

L’attesa pensierosa e sospirata di maternità in questo tempo senza tempo dell’affiorare dell’idea verrà interrotta solo dalla gioia del suo apparire alla coscienza. Certamente un punto di arrivo, che tuttavia diviene un nuova partenza. Come ogni nascita, infatti, da subito dovrà confrontarsi e misurarsi con la realtà e rigenerarsi sempre di nuovo in essa. Così la realtà sarà il terreno di verifica dell’immaginazione e dei suoi frutti. Sulla soglia fra reale e immaginario essa deve sempre discernere tra due alternative, una che la condurrà ad essere «maestra di errore» – come direbbe Blaise Pascal – e l’altra che la farà valere come «potenza di verità».

La coscienza di ognuno comunica con la realtà e con se stessa mediante il corpo e la sua pluriforme capacità di sentire la vita e comunicare con essa. È Tommaso d’Aquino a ricordarci che il passaggio dall’ignoranza alla scienza deve essere attribuita direttamente al corpo e solo accidentalmente alla parte intellettuale (cf. De Veritate, q. XXVI, art 3, ad 12). Per lui non si dà pensiero senza immagine, poiché le cose esistono solo nel particolare, ma il particolare, il frammento, si coglie solo con i sensi, (cf. S.Th l. q. g4 a. 7 ad 3): «il campanello/ che impercettibile spande/ un polline di suono» (Clemente Rebora).

Nelle lettere di Giovanni la spiritualità si esprime attraverso lo stile di un linguaggio sensoriale volto a comunicare l’esperienza della conoscenza e della comunione con Dio, in Gesù Cristo; non solo la sua immagine, il volto, ma pure le mani, i piedi, il suo stesso corpo: «Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile) quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi», (1Gv 1,1-3).

Scrive Jean-Pierre Sonnet: «Nelle nostre membra, nell’articolazione dei nostri corpi, nei nostri gesti più elementari, si nasconde un vangelo, che il linguaggio e lo sguardo poetico (immaginazione poetica) portano alla luce», (La scorciatoia divina, 5). E citando una cantica del 1680 Le membra del nostro Gesù, egli evidenzia come l’immaginazione, soffermandosi sui versetti del vangelo che si riferiscono al corpo di Cristo in croce contempli i piedi, le ginocchia, le mani, il costato, il petto, il cuore, la testa. Il corpo di Cristo diviene così come il sentiero più breve e diretto per arrivare a conoscere il Padre, come chiedeva con insistenza l’apostolo Filippo a Gesù: «Mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,8-9). E il poeta gesuita Gerard Manley Hopkins così scrive: [il Cristo] «come Martin pescatore guizza, come libellula attrae la fiamma; in ognuno dimora, si attua, corre le sue vie; attua di fronte allo sguardo di Dio ciò che nello sguardo di Dio egli è: Cristo. Gioca (play) in diecimila posti, amabile (lovely) nelle membra, in occhi non suoi, amabile a Dio Padre, nei tratti dei volti umani», (Poesie, 99).

L’immaginazione ha nel corpo di Cristo il suo evangeliario, e nel pane eucaristico vede la moltitudine dei credenti, dapprima seduti alla mensa con lui a spezzare il pane e poi incamminati, in via, a condividerlo ad ogni incontro. L’immaginazione distende così, lungo la storia dell’universo come un planetario di relazioni, quell’ambiente umano e divino del suo corpo reale e mistico, unità e miriade, monade e pleiade del suo corpo cosmico (Teilhard de Chardin).

In questo testo poetico di Clemente Rebora l’“immagine tesa” è invito a vigilare uno sbocciare che ancora non si vede; sguardo, attento com’è all’istante, di rendere visibile l’udibile: un suono, un bisbiglio, figure d’ombra, profumi, intravedendo alla fine, stupito, nell’attesa di “nessuno” il venire di qualcuno:

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire;
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

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PRESTO DI MATTINA
Nube ombra di luce

 

Può apparire una quaresima nuvolosa, più faticosa del solito. I suoi quaranta giorni sembrano aggiungere pesantezza a pesantezza, quarantena a quarantena. “Ma no, no”, ho pensato tra me e me, bisogna solo saperla prendere dalla parte giusta, percorrendo il sentiero ai margini, quello all’ombra della luce. Com’è camminare all’ombra della luce? Credo sia come camminare sulla seta, avendo una nuvola come tappeto, in leggerezza, con l’accortezza però di alzare lo sguardo del cuore verso la meta. L’inno liturgico quaresimale che apre il mattutino è da mandare a memoria, almeno le prime righe. Le faccio risuonare come un ‘mantra’, parola sacra nell’Induismo, il cui suono è potenza trasformatrice, che si prende cura dei pensieri notturni, capovolti, pesanti, rendendoli di una diafania leggera, trasparente.

Può essere una buona pratica meditativa, un promemoria, in questo tempo che è detto favorevole, opportuno per volgersi decisamente verso la Pasqua, per ri-diventare come bambini capaci di relazioni affidabili. Se li chiami, non tirano dritto per la loro strada; si fermano, si girano e si mettono attenti in ascolto; è la vita che parla loro. In questo sono costruttori di letizia, appunto di leggerezza, perché viandanti; sanno di essere di passaggio e, dopo aver ascoltato, ritornano a seguire la vita che gli cammina innanzi, protesi oltre, lasciandoci come traccia l’ombra della loro luce. Scrive Salvatore Quasimodo «Per credere bisogna ritornare/ col cuore di piccoli fanciulli,/ e poi pregare; pure se la fame,/ tenendovi per mano,/ zufola sorda e tartaglia con la morte,/ quando l’odore caldo del pane/ sveglia le strade mattutine» (Tutte le poesie, 552).

Eccolo allora questo ‘mantra’ quaresimale: «Protesi alla gioia pasquale, sulle orme di Cristo Signore, seguiamo l’austero cammino della santa quaresima; la legge e i profeti annunziarono dei quaranta giorni il mistero, Gesù consacrò nel deserto questo tempo di grazia»; gli fanno eco, più ermetiche, e più facili a mandare a memoria le parole di Giuseppe Ungaretti: «La vita si vuota/ in diafana ascesa/ di nuvole colme/ trapunte di sole» (Tutte le poesie, 67).

Nel racconto di Marco è detto che Gesù nel deserto vive dell’ascolto della parola del Padre, suo intimo alleato, e così rintuzza e controbatte, con quella spada affilata a doppio taglio, parole avvelenate, fatte di menzogna, ingannatrici, le striscianti parole del tentatore antico. Ma in quel deserto di pesantezze e di tentazione, Gesù vive e resta in armonia con la creazione di cielo e di terra; è detto: “stava con le bestie selvatiche ed era servito dagli angeli”; come se dicesse anche con le parole di Ungaretti: «Mi presero per mano le nuvole» (ivi, 184). Che leggerezza evangelica! Ma non si dice forse dell’altro Consolatore, dello Spirito, che è ospite dolce, dolcissimo sollievo, che nella fatica è riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto? Non è la sua compagnia che ci fa camminare all’ombra della luce?

Italo Calvino ricorda che Michel Ponge parla delle cose a partire da ciò che esse non sono. Così per arrivare a parlare del mare, egli principia dai suoi margini, dalle rive, dalle spiagge, dalle coste: parla dell’illimitato nel momento in cui giunge al confine. Con analogo stilema, le nubi ben possono considerarsi liminari al deserto, buone interlocutrici per parlarci di quell’esodo che è la quaresima.

Come c’è una nuvola informatica (cloud computing), un archivio tra le nuvole, che rende più leggera la vita sulla terra, così spero che la nube biblica nel deserto possa darci indicazioni per rendere più lieve il nostro cammino. Il deserto, come anche la quaresima, diventano il luogo della conversione e maturazione degli affetti, per sapere dove cammina il cuore e con quali desideri cammina: se con quelli che ti portano su o con quelli che ti lasciano cadere.

Ricordo che a un campo scuola con la parrocchia, il tema era ‘Una nuvola come tappeto’. In quell’occasione avevo scattato una foto simbolica. In una passeggiata sul monte Roen sul confine della val di Non, a strapiombo sulla val d’Adige; arrivati in cima c’erano diverse nuvole che in prospettiva, spostandomi un poco sotto la cima, sembravano passare quasi alla stessa altezza della montagna, quasi fossero fatte apposta per salirci sopra. Così dissi a Davide di mettersi in posa, simulando di muovere un passo per arrampicarsi sopra, come ad iniziare una nuova ascensione: più su ancora.

L’immagine, come il tema del campo estivo, quella volta furono ispirati proprio al titolo di un libro di Erri De Luca. Egli, commentando il salmo 105, 39 in cui si ricorda la prossimità di Dio al suo popolo nel deserto così commenta: «Il testo ufficiale della Chiesa lo traduce: “distese una nube per proteggerli”. Alla lettera è invece: “stese una nuvola come un tappeto”. Dio spiana in cielo il suo cirro ed esso, per effetto dell’ombra che produce, forma in terra una traccia. Gli Ebrei attraversano la penisola del Sinai, loro primo deserto: dove dirigersi nell’uniformità dell’orizzonte? Levano lo sguardo al cirro disteso la cui ombra si stende come un tappeto, si affidano alla segnaletica celeste. Segnato dalle nuvole sarà il cammino del popolo estratto dai ceppi d’Egitto. Nei deserti, nei secoli, attenderanno dal cielo i sentieri. Per tappeto intenderanno la Bibbia» (Una nuvola come tappeto, Milano,1999, 5).

C’è come un senso della Bibbia per la leggerezza, che la percorre e attraversa tutta. Un senso affinato, rimirando la cavalcata di Dio tra le nubi che, volgendosi a guadare la terra, l’abbraccia con la sua ombra: «appianate la strada a colui che cavalca le nubi» (Sal 68,5). Egli «cavalcava un cherubino e volava, si librava sulle ali del vento» (Sal 18, 11); «Ecco, il Signore cavalca una nube leggera ed entra in Egitto» (Is 19,1); «stese la mano dall’alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque» (Sal 18, 17); Colui che siede nell’alto «solleva l’indigente dalla polvere, dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere tra i principi, tra i principi del suo popolo. Fa abitare la sterile nella sua casa quale madre gioiosa di figli» (Sal 112,7-9).

Vi è pure un senso di Gesù per la leggerezza. Non solo quella da lui sperimentata entrando nella nube che lo avvolse sul Tabor, da cui sgorgò la voce di un padre per il figlio nella prova che gli sussurrava: “ci sono, sono qui con te”. Ma soprattutto la leggerezza sta nel cuore del suo insegnamento, la buona notizia: «Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,30). Il Regno dei cieli è, in fondo, mistero di leggerezza, e le Beatitudini così come il Pater noster ne sono la rivelazione e la preghiera. Non diversamente il ministero di Gesù è tutto un rialzare, sollevare, togliere i pesi: un alleggerire pure le mani dei lapidatori, facendo cadere le pietre; uno slegare e lasciar andare liberi, anche i suoi uccisori, perdonandoli. Il suo fu un continuo comandare alla vita di farsi leggera e alzarsi, come se lo stesso verbo usato nei vangeli per indicare la risurrezione fosse già presente e operante nelle parole e nelle azioni del Messia, amalgamato alla sua stessa vita come, lievito, sale, luce, primizia di una promessa di leggerezza.

Tale fu anche l’esperienza, tutta nel segno della leggerezza, dell’incontro con Dio di Elia, profeta sul monte: «Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello» (1Re 19,12). La stessa preghiera di Gesù al Padre fu esperienza di leggerezza; è detto infatti che Gesù salì sul monte a pregare e mentre pregava «il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce» (Mt 17,2).

E persino nell’orto degli ulivi, nella pesantezza di quell’ora che lo schiacciava, Gesù trovò una presenza che lo fece rialzare e rimettere in cammino. Era l’angelo che dal cielo, come la nube esodica, lo ombreggiò infondendogli il coraggio di una prossimità paterna, ricordata con le parole raccolte e riportate poi dall’evangelista Giovanni: «Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me» (Gv 16, 32).

Pure sulla via di un altro monte, caduto sotto il peso della croce, incontrò il Cireneo che liberò dal quel peso le sue spalle, mentre le donne di Gerusalemme lavarono con il loro pianto quel volto sfigurato, che la Veronica deterse con mano e velo leggero. Sotto la croce alla sua ombra, quando si adombrò tutta la terra, la madre e il discepolo, legandosi l’uno all’altra come figlio a madre, sciolsero il groppo della sua cupa paura di doverli abbandonare. Infine un centurione pagano che, avendogli perforato il cuore con la lancia nel momento della morte – lo stesso in cui il Padre insieme alla Madre lo prendevano tra le loro braccia, sollevandolo da terra – lo riconobbe esclamando: “davvero costui era Figlio di Dio” e ne divenne il discepolo velato.

In mezzo alla durezza della vita c’è sempre qualcuno che sorregge, che scalfisce la durezza, mitigandone la pesantezza, fessurandone la densità, aprendo spazi e mettendosi frammezzo: «E la colonna di nube si pose tra l’accampamento d’Egitto e quello degli ebrei e si produsse una densa oscurità, mentre (per gli ebrei) fu illuminata la notte e non si avvicinarono gli accampamenti gli uni agli altri per tutta la notte»; commenta Rashi di Troyes: «La situazione può essere paragonata a quella di un tale che faceva un viaggio e suo figlio lo precedeva. Se vengono dei briganti a prendergli il figlio, allora quello lo pone dietro di sé. Se viene un lupo ad assalire da dietro, egli pone il figlio davanti a sé. Se poi vengono contemporaneamente dei briganti davanti e dei lupi dietro, allora prende il figlio in braccio e combatte contro costoro; così ha fatto Dio con Israele, perché è scritto: “Ho guidato Efraim sorreggendolo per le braccia”» (Commento all’Esodo, 109).

Anche noi, viandanti verso la Pasqua promessa, avremo ristoro, facendo memoria del cammino di Israele nel deserto, muovendoci al ritmo della nube luminosa, dove abita Dio. Come Mosè e Gesù, anche noi entreremo nella nube di tenebra per essere confermati nel ministero dell’ascolto: quello delle parole del Figlio amato e delle sorelle e dei fratelli che ci vengono accanto. Un procedere cangiante al ritmo delle nuvole che scorrono in cielo e delle loro ombre sui prati, nelle piazze e sui tetti delle case.

Nei suoi diari il poeta Gerard Manley Hopkins descrive di continuo le nuvole: Estratti sulle nuvole è il titolo dei suoi taccuini nell’edizione Guanda delle Poesie: «Oggi ‒ altro nitido pomeriggio con molte nuvolette leggere dopo la pioggia  ‒ osservi la crespa e piatta scurezza dei boschi di contro al sole e la tenue fumosità dalla parte opposta. Gli alberi gemmati e i loro virgulti attorti, quasi acconciati per la primavera… lunghe matasse di avviluppate nuvole grigie un po’ arrossate inferiormente, non proprio orizzontali, ma alquanto oblique, ascendenti da sinistra a destra, e in basso a sinistra una stanga o spranga più solida del resto con sopra un arruffato orlo di pelo o vello… un bel tramonto, gran campo d’oro; lungo l’orizzonte una processione di nuvole scure formate di grumi o di grappoli, che sormontavano in alto il loro stesso percorso; più in alto una obliqua corsa di fiocchi conici oppur guizzanti come pesci, come si vedono spesso; l’oro, ageminato di più splendente oro e foggiato in pezzi fulvi annodati e ondosi come creste d’acqua» (Poesie, 172).

Quello che Hopkins ha detto con il linguaggio, John Constable lo ha fatto con la pittura, dipingendo cieli pieni di nuove e terre cavalcate dalle loro ombre. Una smisuratezza tutta raccolta nei margini di un quadro, che tuttavia deborda fuori di esso, incontenibile nello sguardo di colui che osserva con stupore. Attraversamento di confini pure per chi ascolta la parola di Dio, la sua smisuratezza, abbreviata su tavole di pietra e confinata nella scrittura di un libro, torna ad esondare all’infinito ogni volta sulle tavole del cuore di carne di colui che crede.

Originale mi sembra l’interpretazione allegorica della nube esodica di Ruperto di Deutz (1075 – 1129) in rapporto a Cristo: «Chi è questa guida del viaggio se non colui che è per noi la “via”, Gesù Cristo, Figlio di Dio? Colonna di fuoco perché vero Dio, colonna di nubi perché vero uomo. Nella notte era fuoco, ma quando si levò il giorno della grazia, il tempo della misericordia, il fuoco si fece nube, colui che è Dio si fece uomo, si fece carne rivestendo la carne … Il vero sole, fonte di ogni luce, è venuto nella nube della sua carne. E questo sole, velato dalla nube, spande più chiarore che un tempo il fuoco nella notte» (PL 167,636).

Una oscurità luminosa e presente è il Deus absconditus della quaresima: «“Il Signore ha deciso di abitare nella nube” (1Re 8,12). Segreto dell’antico tabernacolo. Segreto di un’umile esistenza d’un giudeo palestinese. Segreto della Sua presenza nel pane e nel vino. Segreto della Sua presenza nel suo corpo che siamo noi», (Dorothee Sölle).

PRESTO DI MATTINA
L’elogio dell’umiltà

Magnificat anima mea Dominum perché ha guardato all’umile sua serva, innalzandola con gli umili: «L’universo è il tuo stelo,/ fiore della poesia,/ profumo del creato, Maria/ e ravvivi nei cuori/ che disperavano di Dio,/ la fiamma dell’amore./ L’umile tua purezza/ ti rese madre di tutti,/ e volgesti ogni lacrima/ in nostalgia di bene» (Agostino V. Reali, Primavere, Ferrara 2002, 102).

Quella di Maria è l’umiltà dell’aurora, quella, «che se ne sta rannicchiata direbbe Maria Zambrano – nascosta in un grano di luce». Maria più dell’aurora «è il velo della bellezza senza lacerazione, dell’amore senza degrado della purezza, della purezza accesa». Anche Maria, come l’aurora, ha le sue notti: «Quelle notti in cui l’amore senza nome e senza figura avvolge e rigenera l’universo intero, che appare allora senza distanza, lucente, ma di una luce che non ferisce. Quando la luce ha smesso di essere una ferita e l’amore si rivela per ciò che è… Si direbbe la sorgente stessa da cui nasce l’Aurora e insieme il compimento della sua promessa, questa notte dell’Aurora: sorgente che lascia sempre, in chi l’ha gustata, una minima goccia di acqua luminosa, in qualche angolo oscuro della notte del cuore. Notte e fonte che fa sentire che tornerà, ormai per sempre», (Dell’Aurora, 18; 128 129).

Maria è donna dell’avvento, che ha nel cuore l’urgenza della venuta di Cristo e con gli occhi scruta negli orizzonti della propria vita il suo volto albeggiante. Salomone chiese a Dio la sapienza e gli fu concessa; Maria non chiese nulla è fu piena di grazia.

L’Immacolata dice l’integrità, l’interezza, la pienezza del dono che Dio fa di sé nel figlio. Dono incondizionato, grazia irreversibile che anticipa in Maria una smisuratezza di innocenza, quale condizione preveniente per poter ospitare l’Innocente: colui che non abbandona l’uomo in balia del male, che restituisce al colpevole l’innocenza, al nemico l’amicizia, tutto solleva e accoglie nelle proprie mani.

Smisuratezza di intimità è l’Immacolata: mistica aurora di colui che è intimo al Padre come la luce al sole; intimo a noi come un figlio nel grembo di una madre; come il vecchio padre sulle spalle del figlio, come un amico che muore per l’amico. L’intimità innaturale e mirabile di un raggio di luce che non va oltre pur trapassando il cristallo, che resta iridescente arcobaleno anche quando cala la notte.

Quella di Maria è l’umiltà dell’amore, scaturita da quell’eccesso di grazia e di fontale innocenza che l’ha preservata dal chiedere qualcosa. Ma l’ha custodita anche dal timore di quell’abisso di umiltà a cui Dio l’ha chiamata, di quel suo volere a tutti i costi farsi piccolo con i piccoli, umile con gli umili, povero con i poveri, uomo tra gli uomini. È l’angelo Gabriele a rassicurarla subito: «non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio». La tua umiltà ha trovato spazi larghi in quella di Dio, che l’ha fatta traboccare. È il suo santo Spirito, infatti, che l’ha cinta con l’intimità della sua ombra: umiltà d’amore. Lo stesso Spirito che discenderà sul Figlio nel battesimo, e si abbassò vivificante già nella creazione ed errante nel deserto con il popolo dell’alleanza. Lo Spirito di Pentecoste, che scende sul Vangelo dei dodici, sul pane e sul vino, per renderli vivi della vita del Signore. Colui che come unzione profumata consacra i battezzati; che si riversa su tutto ciò che è piccolo, fragile, oscuro, freddo, claudicante, piangente sudicio, sviato, per raddrizzare, lavare, consolare, fortificare, riscaldare, illuminare, rinfrancare, innalzare, e generare in lei, Maria, quella grazia singolare che è il Cristo, l’umiltà di Dio resa visibile in un volto, tangibile nelle sue mani e udibile nella sua Parola fatta carne, l’unigenito Figlio Gesù, l’amato, pieno di grazia e di verità (Gv 1, 18).

Ricordando le parole di Gesù (“Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel regno dei cieli”), Papa Leone Magno si domanda «Ma come potrà abbondare la giustizia se la misericordia non trionfa sul giudizio? A chi ama Dio è già sufficiente sapere di essere gradito a Dio, a colui che ama; e non brama ricompensa maggiore dell’amore stesso» (Discorso, 92). Ecco l’umiltà d’amore, in Maria. Quella di Dio precede sempre, e da essa scaturisce come da fonte cristallina, da immacolata neve, l’elezione di innocenza primigenia di Maria. E di qui poi la nostra, pure noi amati per primi, prima di ogni macchia ed ogni rovinosa caduta, scelti e amati da Dio: pre-destinati ad essere figli nel Figlio e dunque ad essere «santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Ef 1,4).

Anima innamorata è Maria. Immacolato cuore. Cuore a cuore con il Figlio suo. Una tale sovrabbondanza di intimità che Giovanni Eudes la descrive così: «Come dal cielo e dal seno del Padre, è uscito senza tuttavia uscirne (“Excessit, non recessit“), del pari il cuore di sua Madre è un cielo dal quale è uscito in modo tale che ci è sempre rimasto e ci rimarrà sempre».
L’umiltà di Gesù rivela dunque quello che c’è nel cuore di Dio.

Se infatti il Compassionevole non va in cerca della smarrita; se il Misericordioso non attende il prodigo; se il Giusto innocente non porta su di se l’ingiustizia; se il Fedele e il Verace (così l’Apocalisse chiama Gesù Cristo, «il testimone fedele, il primogenito dei he ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue») non riscatta l’infedeltà resistendo fedele, la menzogna rimanendo innocente e la cecità illuminandola; e se il Liberatore non affranca la libertà e il disamore come «un virgulto e come una radice in terra arida», facendosi servo, umiliando se stesso, obbediente fino alla morte e alla morte di croce, allora il Figlio non si è incarnato e non è nato da Maria. Il regno di Dio non è annunciato, la sua prossimità mai giunta, il perduto non è ritrovato, e colui che è morto non tornerà in vita. Così l’umiltà di Dio celata nel suo cuore si è manifestata nella carne umiliata di Gesù, prima nascosta nel grembo fecondo di Maria e venuta alla luce nella natività, poi tutta raccolta nel cuore già trafitto del Padre da cui è scaturita la grazia immensa della risurrezione dai morti: il crocifisso risorto nasce per sempre alla vita nel cuore di Dio Padre.

L’Immacolata, umiltà senza macchia, è così presenza che annuncia l’aurora di un mondo nuovo, quello nato dal sangue di Cristo. Così canta al modo di un preludio l’inno pasquale della liturgia delle ore: «Torna alla casa il prodigo, splende la luce al cieco; il buon ladrone graziato dissolve l’antica paura. Gli angeli guardano attoniti il supplizio della croce, da cui l’innocente e il reo salgono uniti al trionfo».

Una meditazione poetica di Gerard Manley Hopkins paragona Maria all’umile «aria che respiriamo». Un’aria che fa la differenza con l’aria soffocata e spenta di questo nostro faticoso tempo:

Selvatica aria, aria materna al mondo,
che d’ogni parte mi proteggi,
ricingi ogni ciglio e capello;
tu che penetri il Più soffice, morbido,
il più fragile ago di un fiocco di neve;
ben composta aria
che filtri, colmi la vita
di ogni più minuscola cosa;
necessario, inesausto,
almo elemento;
mio più che cibo e bevanda,
mia vivanda ad ogni istante;
tu mi rammenti
Colei che non soltanto
nel grembo raccolse e nel seno
l’infinità di Dio,
rimpicciolita nell’infanzia,
e diede nascita, latte e tutto il resto,
ma in ogni nuova grazia s’incinge:
Maria Immacolata,
che a noi discende:

In verità, la misericordia ci veste
come ci veste l’aria:
lo stesso è di Maria,
molto più per il nome.
Ella, ruvida tela, prezioso manto,
ammanta il colpevole globo,
dacché Iddio ha dato alle sue preghiere
di dispensare la provvidenza;
è più che dispensatrice, è la stessa elemosina
e gli uomini hanno parte della sua vita
come la vita ha parte dell’aria.

Nuove Betlem ove egli nasce
Sera, meriggio e mattino;
Betlern o Nazaret,
dove gli ordini attingano,
come respiro, più Cristo
a schernire la morte;
il quale, così nato, un nuovo sé
e un migliore me diviene
in ognuno e ognuno più rende
figlio, dove tutto è compiuto
nella pienezza del tempo
di Dio e di Maria.
Ma guarda di nuovo in alto,
come l’aria è azzurrata;
fermati là dove tu possa levare
la tua mano al cielo:
ricca l’aria, ricca lambisce,
empie la mano tra dito e dito.
Ma da un cielo così colmo, carico,
intriso di zaffiro,
la luce non ha macchia.
Vedi, non le reca offesa.
Sono giorni di cristallo azzurro,
quelli in cui ogni colore riarde,
ogni forma, ogni ombra si rivela.
È tutto un azzurro: ma l’azzurro
cielo ritrasmetterà perfetto
il sette volte e sette volte
colorato raggio, senza alterarlo.
E se un tenero fiore aliti
su cose remote sospese
nell’aria, più bella
sol per quel soffio è la terra.

Aria materna al mondo, selvatica aria,
in te raccolto, in te avvolto,
prendi il tuo figlio, chiudilo nelle tue braccia.

(Stonyhurst, maggio 1883)

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