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INTERNAZIONALE
Giardini da immaginare: tour nella storia

Giardini che c’erano e che ci sono ancora un poco. Sono quelli che ti porta a vedere la visita guidata “Verde estense”, organizzata all’interno di Internazionale, a Ferrara da ieri e fino a oggi pomeriggio. Il giro è gratuito, ma per partecipare bisogna prenotarsi all’Infopoint sul listone, in piazza Trento Trieste (oggi, domenica 4 ottobre 2015, ore 9-11). Oppure ci si può provare, a presentare sul posto, sperando che qualcuno che si è prenotato non ci sia.

Il giro vale il rischio. Perché quelli che si vanno a vedere non sono tanto i giardini che ci sono, ma soprattutto quelli che avrebbero potuto esserci, quelli favolosi di un tempo andato e quelli che qualcuno – come Giorgio Bassani o i duchi estensi – ha immaginato. Luoghi che magari si conoscono anche già, dove si è passati tante volte, ma da riguardare con occhi nuovi.

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Giardino delle duchesse a Ferrara con l’attrice e regista del Teatro Ferrara off, Roberta Pazi (foto Giorgia Mazzotti)
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Giardino delle duchesse a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

Si parte dal Giardino delle duchesse, il cortile in cui si entra sia dal portone aperto su via Garibaldi 6 sia da piazza Castello. Qui la prima, bella sorpresa adesso è di trovarlo sgombro, vuoto, senza tutte quelle panche, bancarelle, casette tirolesi che tante volte lo affollano. Vabbè: in un angolo ci sono delle transenne e una ruspa; il terreno è chiazzato di pozzanghere che colmano il terreno sconnesso; la ghiaia si alterna a un praticello sparuto. Però, finalmente, si può spaziare con lo vista e immaginare questo luogo che accoglieva gli ospiti di Palazzo ducale (ora Municipio) e – soprattutto – ci si può riempire gli occhi dell’albero che troneggia lì in un bell’angolo, con le sue foglie rigogliose e i rami carichi di pomi verdi e tondi, che tra un poco si trasformeranno in cachi arancioni.

Il percorso prosegue dentro al castello e poi giù in corso Ercole I d’Este, la strada ferrarese dei giardini. A partire dal cortile con chiostro e pozzo del palazzo più celebre, che è Palazzo dei Diamanti, con una sbirciatina a quelli di tutti gli altri signori che accolsero l’invito ducale di dotarsi di un palazzo circondato da fronde, fiori e frutti. In mezzo c’è Parco Massari, giardino pubblico da diversi decenni. Lo storico Francesco Scafuri, in veste di guida, spiega perché è un luogo sempre così piacevole. Nel 1852 i conti Massari lo comprano e decidono di trasformare le aiuole rigide e i sentieri retti in uno spazio curvilineo e il più possibile simile a qualcosa di naturale, quasi selvatico. Non più giardino all’italiana, geometrico e schematico, ma parco di alberi e sentieri tortuosi, un luogo dove perdersi e fantasticare; dove riflettere, gioire o lasciarsi andare alla malinconia in sintonia con la natura.

Infine il giardino di palazzo Trotti Mosti. Niente di speciale, tutto sommato, a vedere questo prato con un po’ di alberi e un muretto intorno che affianca la sede del dipartimento di giurisprudenza, in corso Ercole I d’Este 37. Così, almeno, lo si può giudicare se ci si passa distratti e superficiali. La spiegazione dello storico rivela invece che proprio questo potrebbe essere uno dei giardini più cercati della città, da parte tanto dei ferraresi quanto dei visitatori di Ferrara: il romanzesco parco che dà il titolo al “Giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani. Proprio quello, sì. A rivelarlo a Scafuri un signore ormai molto anziano, che gli ha raccontato la sua frequentazione dell’edificio negli anni ’30, all’epoca abitazione della famiglia Pisa, di origine ebraica. E che ha voluto fargli sapere come nella lettura del romanzo più famoso di Bassani lo avessero colpito tanti particolari della case e del giardino che aveva visto proprio lì dentro. La distesa verde, certo, era un po’ diversa da adesso, molto più grande, tanto da scavalcare vie ed edifici arrivando fino in via Pavone.

La realtà e l’espansione edilizia cittadina hanno ristretto lo spazio del verde, ma la mente può partire da questi luoghi aperti e ricominciare a spaziare.

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Bicicletta per altoparlanti accompagna la visita guidata ai giardini (foto Giorgia Mazzotti)
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Parco Massari di Ferrara raccontato dallo storico Francesco Scafuri (foto Giorgia Mazzotti)
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Intervento del Teatro Nucleo a Parco Massari (foto Giorgia Mazzotti)
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Giardino di palazzo Trotti Mosti, a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
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IMMAGINARIO
Batteria spericolata.
La foto di oggi…

Una vita spericolatamente sul palco quella di Daniele Tedeschi, ferrarese, storico batterista di Vasco Rossi, ma anche di Miguel Bosè. A raccontarla ci pensa il giornalista Samuele Govoni, autore della biografia “Una batteria in valigia”. La presenterà oggi in anteprima nel Giardino delle duchesse.

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Il batterista di Vasco, DanieleTedeschi, sulla copertina del libro
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DanieleTedeschi alla batteria

A seguire un’altra biografia ferrarese: “Per miglia e miglia” dove Giorgia Pizzirani fa un ritratto dell’ideatore del Ferrara Buskers festival e cantautore Stefano Bottoni. Modera e conduce Fausto Natali, responsabile biblioteche comunali ferraresi.

Sempre stasera la presentazione di “Vegano più g(i)usto più sano”, il libro scritto dallo chef Elio Facchini con Marcella Trivella (ristoratrice) ed Elisa Pampolini (naturopata) con la conduzione di Riccarda Dalbuoni, giornalista dell’ufficio stampa del Comune di Occhiobello.

Concluderanno la serata di chiusura della rassegna i ricordi più significativi di “Il viaggio di Sammy”: il racconto dell’esperienza di un diciannovenne affetto da una rarissima malattia genetica raccontata insieme con il giornalista Nicola Franceschini e dalla viva voce di Sammy Basso.

 “Autori a corte”, a cura della casa editrice La Carmelina, nel Giardino delle duchesse, via Garibaldi 6, Ferrara.

Oggi dalle 19,45 la presentazione dei libri di Govoni e Pizzirani; alle 20,45 per lo spazio Outsider il libro “Vegano più g(i)usto più sano”; in chiusura “Il viaggio di Sammy”

OGGI – IMMAGINARIO EVENTI

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulle foto per ingrandirle]

L’INTERVENTO – Fiorentini: spostiamo il mercato del venerdì fra Palestro e Santo Stefano

di Leonardo Fiorentini*

Care amiche e cari amici di Ferraraitalia,

purtroppo la concomitanza con il Consiglio Comunale mi ha impedito di essere alla vostra interessante iniziativa di gennaio in biblioteca. Interessante perché permette finalmente di guardare alla nostra città con gli occhi rivolti verso il futuro, e perché mette al centro alcune questioni che mi stanno particolarmente a cuore. Mi scuso, ma il poco tempo a disposizione nel scrivervi queste righe prima di andare in consiglio mi costringono ad andare per punti (a me più cari) e a tagliare con l’accetta i ragionamenti, ma spero ci sarà modo di ragionarci insieme anche in altre occasioni.

Pensare in grande: riscopriamo il canale Panfilio per cambiare faccia al centro storico
E’ una suggestione affascinante ed interessante, sia per l’aspetto paesaggistico e storico, che per i risvolti indiretti su uno degli assi di attraversamento della città. Vedo solo una grande criticità, anche una volta riusciti a reperire i fondi per un’opera che non mi appare comunque di semplice realizzazione: le nostre acque non sono più quelle del ‘400 o del ‘700. Già il fossato del Castello è stato oggetto di interventi per garantire una qualità delle acque decente d’estate, mi preoccupa molto un canale con acqua di fatto ferma che attraversa la città che preleva l’acqua da un canale, il Volano, piuttosto fermo di suo.

Sculture, arredi floreali e caffetteria per il Giardino delle duchesse
Essendo stato di fatto il primo custode del Giardino riaperto, quando come circoscrizione cocciutamente realizzammo la prima apertura estiva, il tema mi sta ovviamente a cuore. Continuo a vedere quell’angolo di città come una riserva verde dentro la città costruita. Una riserva che fa da polmone e ristoro di giorno, e vive di cultura la sera. Per questo non vedo male, una volta finiti i cantieri di risistemazione del Palazzo municipale, un ragionamento che introduca la possibilità di apertura di attività all’interno del giardino (o anche solo la collocazione di tavolini delle attività che già esistono nel perimetro), mantenendone la caratteristica di luogo privilegiato delle attività culturali cittadine dalla primavera all’autunno.

Un disegno unitario per rivitalizzare piazza Castello e piazza Repubblica, Un nuovo volto per piazza Cortevecchia e nuove ‘vasche’ in città, Strapaesana, Da mercatone a mercatini, ieri e oggi tutto un altro volto.
Le metto tutte insieme perché devono far parte di un ragionamento unitario. Credo sia venuto il tempo di porre fine alla cesura fra la città medioevale e quella rinascimentale. La zona pedonale deve poter varcare largo Castello/Giovecca e riunire le grandi ztl interrompendo, oggi che la tangenziale ovest è realizzata, un asse di attraversamento (Cavour-Giovecca) che deve rimanere permeabile ai soli mezzi pubblici. Il resto deve essere ricompreso in una zona pedonale progressivamente allargata. Come si è già sperimentato le scorse festività, la chiusura dell’asse principale è realizzabile (da S. Stefano a Palestro). Si può continuare nella sperimentazione, magari spostando il mercato del venerdì fra Cavour, largo Castello e Giovecca, per verificarne l’impatto nei giorni feriali, ma è imprescindibile un ragionamento complessivo che coinvolge la mobilità pubblica (con linee bus che si attestano ai bordi della zona pedonale) e quella privata (spostando i parcheggi persi in Cortevecchia sull’ultimo tratto di un viale Cavour “chiuso”), un ragionamento sugli altri due assi (Porta Po/Portamare e di riflesso Arianuova), e finalmente un ragionamento complessivo sull’utilizzo razionale e condiviso delle piazze sia per le attività “mercatali” che per gli eventi.

Leonardo Fiorentini, consigliere comunale di SEL

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SPECIALE FE vs FE
Duchesse, cancellare quel senso di abbandono

Al fine di ragionare su una possibile utilizzazione di questo spazio, indubbiamente carico di storia e di suggestioni, è importante avere bene il mente cosa fosse questo luogo. Come noto il cosiddetto “giardino delle duchesse” fu voluto da Ercole I d’Este e realizzato fra il 1473 ed il 1481, presumibilmente come piccola oasi di pace e di bellezza all’interno del palazzo ducale, di cui era parte integrante. Circondato da un loggiato che lo collegava alla corte, era strutturato come un classico giardino rinascimentale, con alberi da frutto, piante medicinali e siepi di bosso potate secondo forme geometriche, come comandava il gusto dell’epoca.
Quel che rimane di quel luogo è oggi un cortile sconnesso, parzialmente occupato da manufatti del tutto estranei realizzati nel corso dei secoli ed usato fino a pochi anni orsono come deposito a cielo aperto dalle varie attività commerciali che affacciano su piazza Municipale, che ha completamente perduto ogni sia pur vaga reminiscenza dell’originale. Soprattutto si è perso irrimediabilmente il contesto in cui il giardino era inserito, in quanto le profonde modifiche strutturali e di destinazione d’uso degli edifici circostanti, intervenute nel corso dei secoli, hanno cancellato completamente il loggiato originario, di cui rimangono solo vaghe tracce in alcuni muri perimetrali, che facevano parte integrante del palazzo ducale. Quello che ci rimane è quindi un luogo completamente snaturato di cui è impensabile ipotizzare un ripristino. Che farne dunque?
Si tratta in ogni caso di uno spazio privilegiato, centralissimo e, come detto, pur sempre carico di suggestioni. L’uso che se ne è fatto sinora, quale sede improvvisata di mercatini di ogni genere, piste per il ghiaccio e similari non gli rende giustizia e rischia di accentuare, soprattutto quando non viene utilizzato, l’idea di abbandono e di incuria.
E’ invece possibile pensare ad una sua sistemazione che, da un lato, ne migliori l’aspetto, facendone un luogo gradevole con una precisa destinazione d’uso, mentre, dall’altro, possa in qualche modo richiamarne la funzione originaria. Si potrebbe immaginare, ma è solo un esempio, un luogo di ristoro (tipo una caffetteria o qualcuna delle tante variazioni sul tema) che d’estate ospiti la sera spettacoli musicali in acustico, pubbliche letture, ecc. Nell’ambito dei lavori di miglioria, oltre alla collocazioni di adeguati elementi di arredo urbano, si potrebbe pensare di abbattere i corpi di fabbricato che ingombrano una parte consistente dell’area, recuperandone così il più possibile la forma rettangolare. Al fine di rievocarne l’antica destinazione su uno dei muri perimetrali potrebbe poi essere proiettata l’immagine ipotetica, resa al computer, del pergolato originario. Alcuni cartelli che, discretamente, ricordassero la storia del luogo assieme a quella dell’antico palazzo ducale sarebbero altrettanto apprezzabili.

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SPECIALE FE vs FE
Duchesse, apologia delle assenze

“Marcel Proust voleva scrivere un romanzo sul nulla e non c’è riuscito. Dovrei riuscirci io?” – si chiede Jep Gambardella in una delle sue estemporanee riflessioni dolcevitiche con vista Colosseo, nonostante il passaggio forse più stupefacente dell’intero film sia la visione di un portone che si apre, quasi magicamente, sotto le mani pallide ma ferme di chi possiede le chiavi dei più bei palazzi di tutta Roma.

No, non paragonabili in alcun modo, gli splendidi giardini delle dimore principesche romane, classiche e perfette, e quelli decadenti, sfasciati, abbandonati delle Duchesse di Ferrara, originariamente Giardino del Duca.
E no, non minimamente pensabile l’angolo di Natura nella città congestionata, o il bosco sull’autostrada che Italo Calvino suggeriva al malinconico e ingenuo Marcovaldo.
‘Giardino’, una porzione di superficie limitata e racchiusa, ripescando la radice indogermanica (dalla parola gart, ‘circondare’). Due porte che lo aprono su via Garibaldi e su Piazzetta Castello, dense di passi che si susseguono veloci e indifferenti oggi come ieri. Fuori da quelle due porte il mondo di oggi; dentro, silenzioso, lugubre, immobile, fermo immagine di tronchi e foglie e palazzi dai muri scrostati, intatti in un passato rovinato, non certo rovinoso. Quello di una vita fa, impossibile a ripetersi ma ancora presente, quando il proprietario di quei passi butta l’occhio dentro e può colpirlo quell’istinto di un esasperato Romanticismo carico di languore e sonnolenza.

Istinto non giustificabile razionalmente, da chi come me completamente digiuno di architettura, numeri e ristrutturazioni; se non con la parte destra del cervello, quella dedita all’arte, all’immaginazione, alla poesia.
Se tuttavia di “schifo” si vuol parlare, allora parliamo del brutto e scusiamolo, nei suoi recessi più innominabili. Umberto Eco convince entusiasticamente e storicamente nella sua “Storia della bruttezza”, Iginio Ugo Tarchetti rende Giorgio innamorato folle della ripugnante Fosca, dalla quale l’aitante militare riesce a staccarsi solo con la morte di lei. Buttati a testa bassa nel subcosciente, nella contemplazione statica di quell’angolo voluto nell’ambito delle trasformazioni edilizie promosse da Ercole I d’Este che fecero assumere al Palazzo Ducale l’assetto planimetrico attuale.
E, se è vero che le cose devono cambiare per poter restare le stesse, come scriveva Tomasi di Lampedusa, allora che la parola ‘ripristino’ entri nel Giardino delle Duchesse; purché ci entri a piccoli passi, così come a piccoli passi la nobiltà lascia il passo alla borghesia del neonato Regno d’Italia. Come la bambina del “Giardino segreto” di Francis Burnett che, con infinita e amorevole cura, riporta fiori e natura in un desolato spazio scevro d’amore.

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L’OPINIONE
Il recupero urbano a Ferrara. Pastore: “Priorità a chiese e mobilità”

di Michele Pastore*

I temi di dibattito sulla nostra città si possono dividere in due gruppi: problemi che attendono una soluzione urgente, perchè evidenti nella loro oggettività e gravità, ed altri che possono essere valutati e sviluppati partendo da “provocazioni” frutto di elaborazioni intellettuali del lavoro culturale. Parto da questi ultimi perchè di recente dibattuti.
Salvatore Settis sostiene che le città si distruggono quando perdono la memoria di sé. Io concordo, ma mi permetto di aggiungere che per memoria intendo “tutta la memoria”. Non solo quella riconducibile ad una particolare epoca storica. Le città, e così Ferrara, sono l’insieme della stratificazione della vita degli uomini che si manifesta con oggetti che diventano “segni urbani”: segni materiali e segni immateriali presenti nella immaginazione di ciascuno di noi. Dobbiamo sforzarci di pensare che tutti i segni urbani esigono un’estensione del concetto di conservazione, passando dalla semplice congelazione di un pezzo di città alla proposizione del passato urbano come necessario di “protezione allargata”. In questi termini si pongono le recenti raccomandazioni Unesco per le città; e noi facciamo parte del patrimonio Unesco. Forse dobbiamo tentare di “trasmettere” la nostra città ad un futuro nel quale la sua immagine è il derivato delle trasformazioni operate dalla vita dei suoi abitanti, anche con le loro possibili contraddizioni. Mi riferisco ad una iniziativa di Ferraraitalia che ha posto al dibattito quattro temi ritenuti di attualità per la città: la demolizione dei grattacieli, la riapertura del canale Panfilio, la sistemazione del giardino delle duchesse, l’ampliamento della Ztl su Corso Martiri. I primi due temi, al di là della simpatica provocazione, difficilmente possono essere affrontati in una fase economica caratterizzata da poche risorse: in una fase cioè di “vacche magre” nella quale è necessario individuare ed operare sulle priorità.
Mi soffermo quindi soprattutto sul tema dei grattacieli che dal punto di vista intellettuale è certamente il più vivace. A parere mio però questo non si configura come un’emergenza urbanistica per la città. Perchè voler distruggere un segno urbano consolidato, marginale al centro storico, che da materiale è diventato immateriale nella memoria e nella riconoscibilità per i viaggiatori che transitano o che arrivano a Ferrara? E’ viceversa certamente un’emergenza sociale che va affrontata come dovrebbero esserlo tutte le criticità delle periferie urbane. Le demoliamo tutte o piuttosto operiamo con soluzioni sociali ed interventi di “rammendo urbano” come propone di fare Renzo Piano? Io sono convinto della giustezza di questa proposta che è certamente meno eclatante ma anche più praticabile seppur sempre delicata.
La riapertura del canale Panfilio invece presenta oneri e problemi che la nostra comunità oggi non sarebbe in grado di affrontare e pertanto non mi ci soffermo.
L’ampliamento della Ztl, battaglia di cui mi sento partecipe, andrebbe visto in un quadro coerente con i piani della mobilità e della viabilità per evitare di aggravare le cose con un intervento che se isolato diventa eccessivamente radicale.
La riapertura del giardino delle duchesse è certamente un tema rilevante che mira a riaprire e a rendere fruibili i “segreti nascosti” di Ferrara. Ma Ferrara ha anche la memoria corta: anni fa fu bandito un concorso sulle “piazze” tra queste vi era anche il giardino delle duchesse. Che fine hanno fatto i progetti? Forse sono scomparsi perché è stata premiata l’accademia e non la realizzabilità.

Ora in poche righe vi accenno, auspicando di poterne riparlare, a casi che necessitano di soluzioni urgenti a seguito dei danni del terremoto di due anni fa, salvo perdere pezzi enormi di patrimonio culturale della nostra città. Si tratta in genere di chiese e tra queste, perchè ho avuto occasione di occuparmene di recente come Ferrariae Decus, vorrei porre il caso della Chiesa di San Domenico. Questa imponente chiesa, un austero edificio barocco degli inizi del ‘700 (costruita su un preesistente edificio del XIII secolo), ha visto peggiorare il suo disfacimento, iniziato fin dalla metà del 2000, con il terremoto del 2012. All’interno vi sono opere fondamentali per il patrimonio culturale della città in totale abbandono e degrado: il grande coro ligneo dell’abside a 38 stalli datato 1384, la Cappella Canani, attuale sacrestia (una delle absidi della chiesa trecentesca preesistente), che contiene il monumento funebre di Giovan Battista Canani ed è completamente rivestita da armadi e decorazioni lignee settecentesche. Cerchiamo di non perdere questo patrimonio.
Su questi temi si deve mobilitare la città perchè sono delle vere priorità oggettive.

* L’architetto Michele Pastore è presidente di Ferrariae Decus

Foto di © Bighi Oreste

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Per la ‘signora Ada’ e gli altri assenti, audio e foto di Ferrara vs Ferrara…

Il dibattito sugli interventi da realizzare per migliorare la vivibilità di alcune aeree urbane cittadine prosegue, anche su impulso delle recenti iniziative. Pubblichiamo qui l’audio integrale e una galleria di immagine relative all’incontro “Ferrara vs Ferrara, le controverse proposte per la rinascita della città estense”, organizzato da Ferraraitalia, che si è tenuto lunedì in biblioteca Ariostea.
Il resoconto del dibattito è disponibile sulle nostre pagine web. Per leggerlo cliccare [qua]

 

Ferrara vs Ferrara (prima parte: introduzione, grattacieli, canale Panfilio)

 

Ferrara vs Ferrara (seconda parte: Giardino duchesse, corso Martiri, conclusioni)

 

Il pubblico di Ferrara vs Ferrara
Sergio Gessi
Il pubblico e Stefania Andreotti impegnata nelle riprese video
Andrea Cirelli
Il pubblico durante il dibattito
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Sergio Fortini
Giovanni Fioravanti (a destra, con Andrea Vincenzi e Sergio Gessi
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Giorgia Pizzirani, Sara Cambioli e Sergio Gessi
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Il pubblico durante una votazione
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Raffaele Mosca
Gianni Venturi
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Elettra Testi
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Andrea Poli con Andrea Vincenzi
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Il pubblico presente in biblioteca con Andrea Cirelli e Alessandra Chiappini in primo piano
Sara Cambioli e Sergio Gessi
Giorgia Pizzirani con sara Cambioli
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Gianni Venturi
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Fausto Natali
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IL DIBATTITO
Pedonalizzare corso Martiri e trasformare le ‘Duchesse’, no al Panfilio e all’abbattimento dei grattacieli

Sì alla pedonalizzazione di corso Martiri e piazza Savonarola e sì anche alla trasformazione del Giardino delle duchesse. No alla riapertura del canale Panfilio e all’abbattimento dei grattacieli. I ferraresi che lunedì in biblioteca Ariostea hanno partecipato all’iniziativa organizzata dal nostro giornale, dopo avere ascoltato le tesi formulate a sostegno e in dissenso alle quattro proposte in discussione, alla fine hanno emesso il loro verdetto. Si tratta ovviamente solo di un indicatore di umori, senza alcuna ulteriore pretesa. Erano una settantina i presenti e non tutti hanno votato. Ma ciò che conta è che si sia discusso e ci sia confrontati con rispetto di tutte le opinioni.
L’incontro è risultato vivace e divertente. Il susseguirsi degli interventi è stato seguito con interesse.Per primo ha preso la parola Fausto Natali, responsabile delle attività culturali della biblioteca, che ha propiziato questa serie di incontri con Ferraraitalia che vanno sotto il titolo di “Chiavi di lettura”, poi Elettra Testi nei panni della ‘Signora snob’ ha tratteggiato i vezzi dei concittadini con la sua consueta ed esilarante verve in un affresco ricco di colore. E’ toccato al direttore Sergio Gessi spiegare le regole del gioco e cucire fra loro i vari interventi, animati dai filmati di Stefania Andreotti, dalle immagine contemporanee e storiche raccolte da Andrea Vincenzi, dalle letture selezionate da Giorgia Pizzirani e declamate da Sara Cambioli.

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Il pubblico e Stefania Andreotti impegnata nelle riprese video

Fra i presenti anche alcuni ‘addetti ai lavori’: il presidente di Italia nostra Andrea Malacarne, gli architetti Michele Pastore, Lidia Spano e Sergio Fortini (cui sono state affidate le conclusioni), la professoressa Anna Maria Visser consulente del Mibact. Un’ideale partecipazione ha manifestato l’assessore all’Urbanistica Roberta Fusari, trattenuta in Consiglio comunale.

I casi posti all’attenzione della ‘giuria popolare’ erano quattro. “Ferrara vs Ferrara: le controverse proposte per il rilancio della città estense” è il titolo scelto, che con leggerezza alludeva a un dibattito cittadino sempre aperto e irrisolto. Da questo carattere tipico ha preso lo spunto il corsivo dell’arguto Andrea Poli, significativamente intitolato “Ferrara e la poetica del non finito” [leggi].

Della questione grattacielo (sì o no all’abbattimento) si sono occupati Monica Forti, favorevole alla demolizione e Andrea Cirelli, contrario. Sul Panfilio si sono contrapposte le opinioni di Stefania Andreotti (per la riapertura) e Marco Contini (contrario). Del Giardino delle duchesse hanno dibattuto Raffaele Mosca (fautore di una significativa riprogettazione anche in termini di ‘arredo’) e Giorgia Pizzirani (sostenitrice del profilo ‘minimal’ attuale). Infine il caso forse più caldo del momento, recentemente riportato all’attenzione della pubblica opinione dallo stesso sindaco Tiziano Tagliani: quello di corso Martiri e piazza Savonarola per il quale Sara Cambioli ha proposto la pedonalizzazione nel rispetto del patrimonio monumentale della città, mentre Sergio Gessi, in contrasto con i propri convincimenti, dovendo sostituire un testimone assente ha sostenuto per ‘dovere d’ufficio’ le ragioni della civile coabitazione fra auto, pedoni e ciclisti.
Come per ogni italica votazione c’è stato un po’ di caos alle urne, qualche fraintendimento, richieste di riconteggio e un significativo numero di astenuti. Tutto secondo copione, fra il divertimento generale.
La chiusura è stata affidata alle riflessioni di Gianni Venturi e dell’architetto Sergio Fortini che ha ragionato degli spazi attorno ai quali si costruisce l’urbana quotidianità.

I materiali saranno presto resi disponibili sul nostro quotidiano web. Gli spunti emersi dall’incontro saranno oggetto di più articolati approfondimenti. Il dibattito, ovviamente, continua.

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Fausto Natali
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Giorgia Pizzirani, Sara Cambioli e Sergio Gessi
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Elettra Testi
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Il pubblico durante una votazione
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Andrea Poli con Andrea Vincenzi
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Il pubblico presente in biblioteca con Andrea Cirelli e Alessandra Chiappini in primo piano
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Raffaele Mosca
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Gianni Venturi
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Sergio Fortini
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Riempiamo di vita le ‘Duchesse’, ma scordiamoci il giardino

Ogni tanto, qualcuno mi chiede cosa penso del Giardino delle Duchesse. Di solito rispondo: “Non penso”, cosa assolutamente non vera, ma che mi permette di evitare discussioni. In realtà quello che penso io è irrilevante, l’uso e la gestione di questo spazio non hanno mai scatenato i miei entusiasmi ma il fatto che ci sia di mezzo la parola ‘giardino’, mi irrita. Quando veniva usato come cortile di sgombero dei Grigioni aveva un suo scopo definito e onesto, una funzione condivisa da tutti quelli che, in barba alla storica origine del luogo, lo utilizzavano come retrobottega e ne avevano farcito le pareti con ogni sorta di tubo, grondaia, cassonetto, antenna o impianto, lasciando che muri e intonaci si scrostassero allegramente. Poi, un giorno, qualcuno si è svegliato e ha pensato, giustamente, di far resuscitare questo spazio. L’errore è stato definirlo da subito come recupero di un giardino. Il Verde a Ferrara c’è, e non mancano esempi di pregio o comunque di spazi trasformati dalla Storia, che hanno mantenuto una dignità e una riconoscibilità come tale, vedi il giardino della Palazzina di Marfisa o il giardino delle Sculture di Palazzo Massari. Quello che è rimasto del giardino usato dalle duchesse di casa d’Este, ha un valore storico indiscutibile, ma può essere conservato come documento, come atto, non può vincolare in eterno uno spazio con delle potenzialità urbanistiche del genere.
So che gli storici mi odieranno, ma le indagini storiche, filologiche, archeologiche, botaniche sui reperti dei pollini, erano analisi sensate per fornire materiale per una bella pubblicazione sui giardini di un palazzo a scala urbana come quello ferrarese, non per giustificare un investimento di ripristino. Ammettiamo che una ripulita generale e una griglia per rampicanti senza rampicante, non sono abbastanza per farlo risorgere né come giardino né come spazio pubblico, ma ci sono infiniti esempi, sparsi per l’Europa, di corti interne di palazzi antichi, dove i segni del passato convivono con nuove pavimentazioni, ingressi ben definiti, dove gli alberi sono curati e dove le pareti degli edifici svolgono il loro servizio, accogliendo senza paura, tubi e impianti, ma con quella attenzione che li rende dignitosi e sinceri, lasciando libero lo spazio per renderlo flessibile e accogliente.
Trovo sbagliato e fuorviante definire “le Duchesse” come un giardino, come viene sbandierato oggi nei messaggi di richiamo turistico. Giardino è una parola pesante, è la classica parola evocativa, cioè una parola che rimanda ad altro, una parola che solo a pensarla fa venire in mente il piacere e la bellezza. I giardini sono la forma concreta di un pensiero estetico, sono “cose” in cui si può toccare e vedere l’idea di una Natura bella corrispondente ad una cultura di un popolo o di una persona, in una data epoca. Nel Rinascimento questa idea estetica si esprimeva attraverso la geometria con cui si modellavano spazi e vegetali. Per mantenere tutto questo non mancava né il denaro né la manodopera, e comunque l’uso di questi giardini era destinato al godimento di poche persone. Il giardino è figlio di un progetto che ha bisogno di soldi per essere realizzato e poi mantenuto nel lungo termine, tutto il resto, è propaganda.
Mi costa dirlo e questo discorso non piace a nessuno, perché si vendono meglio i sogni e le promesse, ma anche il progetto più bello se viene fermato a metà strada per mancanza di soldi rimane cosa morta, e se nessuno lo cura dopo la foto di gruppo con le autorità, diventa una schifezza. Riempiamolo di vita, invece che di piante, trasformandolo veramente in un contenitore aperto, pulito, sobrio e funzionale per una sosta libera dall’obbligo di consumazione, spettacoli estemporanei, musica, mercatini, installazioni virtuali, sorprese, ecc. iniziative che vanno benissimo per valorizzare questo luogo, che per rivivere non ha bisogno delle onnipresenti opere d’arte messe a casaccio, di aiuolette sfiziose o dei tavolini di un ennesimo bar, ha bisogno di coraggio.
Si possono fare miliardi di proposte sulla carta, tutte potenzialmente realizzabili, ma progettare correttamente significa avere l’onestà di chiamare le cose con il loro nome e capire che quando non ci sono le risorse economiche è il momento di inventarsi delle alternative alle passeggiate di annoiate donzelle. Di giardini fatti male, musei all’aperto raffazzonati, bar e gazebi simil-tirolesi ne abbiamo anche troppi, quindi ben vengano progetti e idee, ma non chiamiamolo “giardino”, sarà il godere di un luogo piacevole, a far ritornare il ‘giardino’ alle Duchesse.

Foto di Andrea Musacci

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L’APPUNTAMENTO
Ferrara contro Ferrara, ‘giuria popolare’ per le proposte di rilancio della città estense

Una scheda di presentazione per ciascun caso ‘in dibattimento’, poi brevi requisitorie con testimoni d’accusa e di difesa e infine il ‘voto popolare’. Lunedì 19 alle 17 in biblioteca Ariostea, Ferraraitalia inaugura il proprio ciclo di incontri dal titolo “Chiavi di lettura”, il cui obiettivo è porre a confronto opinioni diverse per favorire la conoscenza dei fatti e la formazione di autonomi punti di vista.
Nel primo appuntamento, in sala Agnelli si discuterà delle “controverse proposte per il rilancio della città estense”. Con tono lieve e sul filo del divertimento si cercheranno di dire cose serie sula nostra città. Il ragionamento non potrà ovviamente spaziare a tutto tondo su linee di sviluppo economiche e culturali, ma sarà circoscritto ad alcuni ambiti urbani e alla possibilità di una loro trasformazione.
I nuclei tematici in discussione riguardano l’area pedonale del centro, il Giardino delle duchesse, il canale Panfilio, il grattacielo e l’area della stazione. Al riguardo la discussione in città è sempre aperta e animata. Non a caso è stato scelto come titolo dell’iniziativa “Ferrara vs Ferrara”. Il confronto sarà accompagnato da brevi letture e proiezioni di video e immagini storiche e attuali.
Si tratta di una prima occasione di ampliamento di un dibattito che è già iniziato nei mesi scorsi sulle pagine web del nostro giornale. Sarà seguito da specifici approfondimenti con esperti e portatori di interesse.

Intanto ecco il primo round: ‘avvocati’ e ‘giudici’ sono attesi lunedì in biblioteca…

Queste le riflessioni e le proposte già avanzate da Ferraraitalia

  1. Pensare in grande: riscopriamo il canale Panfilio per cambiare faccia al centro storico
  2. Rilanciamo la città: via delle Volte, strada delle botteghe e delle tipicità locali
  3. Sculture, arredi floreali e caffetteria per il Giardino delle duchesse
  4. Un disegno unitario per rivitalizzare piazza Castello e piazza Repubblica
  5. Il giardino dei Finzi Contini: Italia Nostra vivifica il sogno di Paolo Ravenna e Dani Karavan
  6. Un nuovo volto per piazza Cortevecchia e nuove ‘vasche’ in città
  7. Strapaesana
  8. Da mercatone a mercatini, ieri e oggi tutto un altro volto
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LA PROPOSTA
Sculture, arredi floreali e caffetteria per il Giardino delle duchesse

Basterebbe davvero poco. Poco per rendere il Giardino delle duchesse uno spazio piacevole e accogliente. Così è desolante. Ed è un peccato perché questo salotto verde in pieno centro storico è una chicca che ha pochi eguali nelle altre città d’arte. Ferrara lo ha riscoperto solo nel 2007, dopo secoli di abbandono, in occasione delle celebrazione per la Ferrara rinascimentale volute dalla giunta Sateriale. Ma per recuperare quello scrigno i Verdi si battevano già da vent’anni.
Le sporadiche aperture iniziali sono divenute via via sempre più frequenti nel corso di tutto l’anno per impulso dell’attuale Amministrazione. Vengono ospitate presentazioni di libri, incontri, spettacoli musicali, eventi ludici, commedie, iniziative enogastronomiche, la pista di pattinaggio sul ghiaccio, intrattenimento per bambini.

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Il Giardino delle duchesse visto dal cielo

Ma per quanto riguarda il decoro, poco si è fatto. Al di là di uno spelacchiato prato e di una gettata di ghiaia non si è andati. E pensare che in questo caso non servirebbe nemmeno un particolare investimento per rendere dignitoso e gradevole il luogo. Basterebbe qualche arredo floreale, magari neppure a carico del Comune, facendo appello (come avviene in tante altre realtà e talvolta anche Ferrara) a professionisti del settore: chiedendo ai vivaisti, per esempio, di allestire alcune aiuole, che conferirebbero vivacità all’ambiente e avrebbero per loro carattere promozionale. Magari esponendo anche sculture, opera d’arte, introducendo qualche elemento di arredo che rendesse il luogo meno triste e spoglio di quanto ora non sia.

Le cronache antiche citano splendide aiuole di bosso dai fantasiosi sviluppi, dovute all’abilità dei celeberrimi giardinieri estensi. Si menzionano alberi da frutto, piante medicinali e ornamentali ad abbellire un magnifico prato, dove le duchesse (da Eleonora d’Aragona a Margherita Gonzaga) trovavano quiete e refrigerio nelle calde giornate d’estate.
Il Giardino delle duchesse fu realizzato tra il 1473 ed il 1481 nell’ambito delle trasformazioni del palazzo ducale volute da Ercole I d’Este. Era dotato di una mitizzata fontana dorata e viene descritto come luogo paradisiaco circondato da bellissimi loggiati.

Quello spazio verde, un tempo riservato al ristoro del duca e della corte, è ora un patrimonio pubblico che merita di poter essere goduto appieno, in tutta la sua bellezza.

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Edificio attualmente adibito a magazzino

Sette anni fa, duranti i lavori di recupero dell’area che si presentava come incolta sterpaglia, venne estirpato qualche albero e incomprensibilmente demolita una graziosa minuscola cappelletta ottocentesca. E’ rimasto però un vecchio edificio in mattoni, attualmente utilizzato come ricovero di attrezzi e magazzino comunale. Potrebbe essere trasformato in un locale pubblico di ospitalità, con caffetteria e magari un piccolo bookshop o uno spazio multimediale, analogamente a quanto si è fatto con gradevole effetto nel giardino un tempo trascurato di palazzo Schifanoia, ora rifiorito come luogo di sosta e intrattenimento.

 

 

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‘Il papadoro’, ovvero la strategia difensiva delle instant stories

Un libro di instant stories per “bimbi” da 0 a 120 anni, utile ai genitori per soddisfare le richieste dei propri figli: pubblicato da Claudio Strano, con illustrazioni di Chiara Barbaro, è disponibile in tre versioni (e-book e cartacea; in bianco e nero o a colori) su www.lulu.com o su amazon.it. La sera del 27 luglio, al Giardino delle Duchesse, la presentazione, nell’ambito di “La riga e il pentagramma”, iniziativa promossa da Pro Loco e altre associazioni in collaborazione con il Comune.

Il Papadoro non è un encomio o un manifesto programmatico, non è nemmeno un uccello esotico o di allevamento per quanto gli rassomigli nella fertile immaginazione di Chiara Barbaro. Il Papadoro (come nell’omonimo racconto, uno dei 17 che compongono la raccolta di Claudio Strano) è ciò che ogni padre vorrebbe essere in cuor suo prima di ritrovarsi, sotto Natale, confuso – nello stupendo linguaggio infantile – con un dolce tradizionale e banalissimo: il pandoro. O, se gli va peggio, di sentirsi cotto e cucinato come un tacchino dalla irresistibile voglia di giocare di un bambino piccolo, rimasto a casa da scuola, in attesa che arrivi “finalmente” Babbo Natale. Con la televisione rotta e la mamma fuori casa da molto, troppo tempo ormai…
In una serie di “instant stories” che invitano i genitori ad inventarsi sul momento storie per bambini (“con una morale e senza mostri”, così recita il sottotitolo), con tutto il piacere di ricamare trame partendo dalla realtà, sfuggendo in questo modo alla tirannia di streghe, orchi e supereroi, per riscoprire il gusto della fantasia al riparo dal troppo “magico imprescindibile” che circonda il mondo dell’infanzia.
Il libro, 88 pagine, illustrato magnificamente da Chiara Barbaro, è frutto di anni di esperienza maturata sul campo da un papà come tanti, non più giovanissimo ahilui, che ha pensato di coniugare il piacere del narrare con quello del collezionare “perle” (involontarie e non) lasciate dai bimbi lungo il percorso della loro crescita. Tutto questo, ovviamente, come strategia difensiva per uscire dalla loro morsa, unitamente a una finalità educativa e una trasmissione di esperienza intergenerazionale, valori questi senza i quali lo smarrimento dei cuccioli di uomo, davanti a figure genitoriali spesso sfuocate quando non del tutto assenti, sarebbe totale.

Claudio Strano, giornalista professionista, ha trascorsi nella cronaca e un presente in un mensile nazionale che si occupa di cooperazione, consumi, ambiente. È nato a Roma nel 1962 e vive a Ferrara. Laureatosi in lettere classiche a Bologna, da sempre coltiva l’interesse per la letteratura. Autore di “Borborigmi” (Poeticamente, 1986), suoi testi sono presenti su riviste italiane ed estere. In prosa ha pubblicato “Racconti di leggero astigmatismo” (Tosi Editore, 2001, prefazione di Gyózó Szabó) e “La giacca del Gundel”, romanzo ambientato tra Italia e Ungheria (Lulu editore, 2012, prefazione di Zsuzsanna Rozsnyói). Ama lo sport, soprattutto il calcio praticato in gioventù, il giardinaggio che (a quanto sostiene) lo rilassa, e la sua famiglia, che lo ha convinto a trasformare le proprie strategie di autodifesa in storie per l’infanzia.

Chiara Barbaro, illustratrice, pittrice, moglie e mamma, è nata nel 1972 a Ferrara, città in cui vive. È innamorata delle arti applicate che prova a fare amare anche ai propri allievi del Liceo artistico, dove insegna. Oltre a ciò, si occupa di Visual merchandising, sia sotto l’aspetto dell’allestimento di vetrine, sia sotto quello della docenza in corsi organizzati per le imprese del commercio. Nel suo background formativo troviamo una laurea all’Accademia delle Belle arti di Bologna, più varie specializzazioni in vetrinistica e decorazione d’interni. Adora i lavori di Felice Casorati e gli interni di Matisse. Difende a spada tratta, quando l’occasione lo richiede, la passione per il colore e l’artigianalità. Di sé dice di saper fare bene la pizza e di avere una vena ludica molto forte, anche grazie alle sue bambine che la tengono in allenamento…

Il libro è facilmente reperibile sul sito di Lulu (www.lulu.com) cliccando il titolo o l’autore (o tramite il codice bitly http://bit.ly/1h6fclU). Il formato e-book offre il vantaggio di avere un file editabile (ad esempio dai bambini che possono disegnare sulle pagine vuote) e di gustarsi le immagini a colori. Nelle due versioni cartacee c’è invece il piacere del libro da conservare e da sfogliare come da migliore tradizione: il bianco e nero con il vantaggio del prezzo e di un certo fascino delle immagini in chiaroscuro; la versione a colori, su pagine patinate, con il plus delle vivaci illustrazioni di Chiara Barbaro restituite alla loro originaria bellezza.

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