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SCHEI
Un incantesimo, anzi un incubo:
economia domestica durante la quarantena

Ti ci è voluta una settimana di clausura perché ci facessi caso. Poi hai iniziato a renderti conto, e poi hai cominciato proprio a farli, i conti. Come se fosse un gioco, anche perché dovevi pure trovarlo un modo per far passare il tempo.

Di benzina, risparmi circa quaranta euro la settimana. Fa centosessanta euro al mese. La spesa la fai, ma la concentri una volta ogni dieci giorni e compri le cose essenziali – quelle definite non essenziali tanto non si possono acquistare. Anzi, compri cose che nessuno comprava più e che adesso vanno a ruba. Farina, lievito: introvabile, sei fortunato se lo trovi sottobanco da qualche fornaio. Lievito e farina, il nuovo petrolio. E’ bizzarro, ma a pensarci non sembra così irragionevole. Col petrolio non ti fai la pizza a casa, la torta di mele, il pane. All’improvviso Masterchef diventa un programma datato. Tutta questa competizione tra veri o presunti fenomeni dei fornelli ti appare sotto una luce diversa, meno sinistramente affascinante di prima. Hai appena scoperto che anche tu sai farti da mangiare, quindi hai ridotto le distanze.

Confronti i tre scontrini con quelli del mese prima. Per la spesa alimentare, in un mese avrai risparmiato cento euro. Non ti sembrano tantissimi, meno di quelli che pensavi, visto che a casa tua non inviti più nessuno per cena (ovviamente catering a domicilio, per fare bella figura) e che non compri più i preparati pronti o le buste surgelate che ti fanno risparmiare tempo ma ti fanno spendere soldi. Sono prodotti costosi non per la loro qualità, costano perché sono comodi: ci paghi sopra il tempo che risparmi a farti la cena, ma adesso di tempo ne hai da vendere. Quindi cucini tu, con acqua, farina, uova, zucchero, sale… Allora, perché non hai risparmiato di più? Ah, ecco. Per il vino. Un buon vino adesso è un genere di prima necessità, e per una bottiglia decente sei euro almeno al supermercato li devi spendere. Al giorno? Sì, al giorno. E che cazzo. Comunque, già duecentosessanta euro risparmiati.

I bar sono chiusi. La colazione con cappuccio e cornetto era uno dei pochi lussi che ti permettevi. Adesso non puoi, e non puoi nemmeno farti al bar il caffè di metà mattina. Sono tre euro e mezzo risparmiati al giorno, trentatrè euro al mese. Duecentonovantatrè. A pranzo adesso sei a casa. Saresti fuori, di solito. Altri dieci euro a botta, vuol dire circa duecentoventi euro non spesi. Aggiungici un paio di pizze e cinque aperitivi al mese, altri cento euro. Somma trecentoventi a duecentonovantatré, fa seicentotredici euro.  Il giornale non lo prendi più. Dovresti uscire apposta, trovare un’edicola aperta, e poi quello che c’è scritto lo ascolti a tutte le ore in televisione. Altri trenta euro abbondanti che ti tieni in tasca. Seicentoquarantatrè.

In casa consumi qualcosa in più di luce, ma le tariffe nel frattempo sono calate. Inconsciamente, visto che sei in modalità spartano, inizi anche a risparmiare sull’acqua. Non è che non ti lavi, ma consumi meno acqua possibile. Dove non è arrivata Greta, è arrivato il virus. Coi consumi domestici tutto sommato fai una patta, via. E poi risparmi quel libro al mese, quella mostra, quel cinema, quel teatro. Siccome non sei un tipo mondano, facciamo che ti tieni in saccoccia altri cinquanta euro. Dimenticavi la palestra. Adesso fai corpo libero a casa, quindi risparmi altri quaranta euro di tessera.

In totale hai risparmiato settecentotrentatré euro. In un mese, il primo mese. Se continua così, in tre mesi ti sei tenuto in tasca uno stipendio. Roba da anni sessanta, quando con sei mesi di cinghia tirata tuo padre si era potuto permettere il Fiat millecento. Ah. Quest’anno non andrai in vacanza. Altro stipendio risparmiato.

A questo punto ti accorgi di quattro cose. Una dietro l’altra. Fino alla terza, sembra un incantesimo.

La prima cosa di cui ti accorgi è che la quantità di oggetti o servizi che hai sempre considerato primari nella tua vita, non lo sono. Ne stai facendo a meno, e non stai morendo (sempre se non finisci in terapia intensiva. Se finisci lì vuol dire che stai rischiando di morire, anche se probabilmente non morirai, perché sei comunque nel posto migliore per evitare di finire sottoterra). Anzi, stai scoprendo che puoi godere di altri piaceri che ti sei sempre negato, perché la tua vita era piena di cose che dovevano farti risparmiare tempo, ma te lo riempivano al punto da non averne mai abbastanza.

La seconda cosa di cui ti accorgi è che il tuo stipendio non è quella miseria di cui ti lamentavi. Improvvisamente, ti basta e avanza. I soldi che guadagni non ti servono tutti, anzi ne puoi mettere da parte per chiudere i debiti, mandare a quel paese i banchieri che ti vogliono prestare soldi e i consulenti che, per farti guadagnare il tre per cento, mettono a rischio il tuo cento per cento. Il cento per cento ti basta e ti avanza, del tre per cento non te ne fai niente.

La terza cosa della quale ti accorgi è che questa condizione, dopo alcuni giorni di comprensibile smarrimento, ti sembra d’incanto incredibilmente naturale, raggiunta senza alcun particolare sforzo, senza alcuna terribile privazione.  Una condizione preindustriale, ma con le comodità della società industriale a portata di mano, pur con le dovute cautele. Una fortuna.

La quarta cosa di cui ti accorgi è che la tua fortuna è a tempo. La data di scadenza non ti è nota, ma arriverà di sicuro. Questo incantesimo non durerà per sempre, soprattutto perché il tuo stipendio, che fino ad un certo momento ti garantisce questa situazione prodigiosa, non è una variabile indipendente. Anzi, più tempo passa in questa situazione, più le fonti di finanziamento del tuo stipendio si assottigliano. E questo nonostante il tuo stipendio, se sei arrivato fino a qui, sia uno di quelli che risentono per ultimi della paralisi totale di tutte le attività economiche legate ai bisogni dell’uomo. Per ultimi, certo. Perché mentre tu sei lì che continui a risparmiare, nel frattempo un mucchio di gente ha già perso un pezzo del suo, di stipendio, oppure ha perso addirittura il lavoro. E tutta questa gente che perde stipendio e lavoro prima di te, inevitabilmente farà sì che, prima o poi, non ci sia più modo di pagare nemmeno il tuo, che dipende, in maniera diretta o indiretta, ma inesorabile, dal loro. Ti rendi anche conto che più la lista dei bisogni dell’uomo si riduce all’essenziale, più breve sarà il tuo incantesimo. Perché il mondo nel quale vivi è troppo interconnesso, troppo incistato al tuo, da permetterti di vivere consumando in autarchia i prodotti del tuo orto (sì, nel frattempo avrai anche iniziato a coltivare un orto). Perché tra un po’ non troverai nemmeno un posto dove acquistare i semi e le piantine.

Tutte e quattro le cose di cui ti accorgi sono vere. Tutte e quattro potrebbero essere uno spunto per un futuro possibile – il tuo futuro, certo. Che poi, ti piaccia o no, è anche quello degli altri.

La prima cosa, se avrai sufficiente memoria per ricordartene quando tutto sarà rientrato (in qualche modo, tutto questo rientrerà, anche se nulla sarà esattamente come lo hai lasciato), è un invito alla sobrietà. Tu pensavi di essere un tipo con poche pretese, ma non è vero. Puoi essere molto più parco nei confronti delle cose, ti lascerà molto più tempo ed energia per dedicarti alle persone. Mica tutte, quelle importanti. Anche sulle persone infatti dovresti operare una selezione, e questo incantesimo, se ti ci concentri, ti ha già consegnato le persone da tenere e quelle da mollare.

La seconda cosa potrebbe suggerirti che i soldi che guadagni, da un certo punto di vista (che chiameremo zenith), non sono mai abbastanza, mentre da un altro punto di vista (che chiameremo nadir) sono sempre abbastanza (naturalmente entro certi limiti, che però questo periodo potrebbe averti indicato come individuare). Il problema non sono i soldi che guadagnavi, ma come li spendevi.

La terza cosa ti suggerisce che ogni condizione è transitoria, e in continuo movimento. Sia essa una situazione che ti fa stare bene, sia essa una situazione che ti mette a disagio, entrambe passeranno, per lasciare il posto ad una situazione nuova, e poi ancora, e ancora. Se questo è lo stato dell’arte fuori di te, e non lo puoi cambiare, il problema è dentro di te. E’ lì che puoi lavorare.

La quarta cosa ti dice che la ‘decrescita felice‘ è un’espressione bucolica ma puramente pubblicitaria, alla quale non corrisponde la realizzazione di un’utopia, piuttosto assomigliando alla concretizzazione di una distopia; una specie di incubo lovecraftiano, che passa dall’inquietarti dalle pagine di un romanzo a morderti direttamente i polmoni in una corsia d’ospedale, o ti sorprende in fila con la tua gavetta ad un centro della Caritas, dove non avresti mai pensato di mettere piede. Però ti suggerisce anche che non esiste una crescita infinita, e che anche se esistesse non sarebbe un obiettivo degno della tua vita. E, pare, nemmeno della vita del pianeta nel quale vivi.

Ferraraitalia, il mio bilancio dolce e amaro

Più di sei anni sono trascorsi da quando Ferraraitalia fece la sua comparsa online. Anni affollati, belli e complessi, spesso attraversati in salita. Il varo di questa iniziativa editoriale fu, per me, l’occasione per tornare a svolgere “il mio lavoro”, quello di sempre: il giornalista.

Decisi di battezzare Ferraraitalia il giornale, per sottolineare la convinzione che dimensione locale e globale siano inscindibili: ciò che accade in un luogo ha quasi sempre riflessi ampi, come drammaticamente confermano anche le virali cronache di questi giorni. Si potrebbe parafrasare dicendo: è la globalizzazione, bellezza… Una condizione che si avverte ogni giorno nel vivere quotidiano.
Per marcare il carattere e le modalità di racconto che Ferraraitalia avrebbe perseguito scelsi lo slogan “l’informazione verticale”. Segnalavo così la necessità di svolgere un lavoro di approfondimento, di scavo, e il bisogno di andare aldilà della superficiale apparenza delle cose, alla ricerca delle dinamiche e dei caratteri meno evidenti, ma spesso imprescindibili per una corretta comprensione degli accadimenti.

A quel tempo, immaginare un giornale online che coltivasse l’ambizione di fare approfondimento pareva una bestialità: “La gente non legge sul computer, bisogna fornire informazioni snelle, solo i fatti nella loro essenzialità, poche righe. Non si può pretendere che il lettore passi più di una manciata di secondi per leggere una notizia sul pc o sul tablet…”, si sentenziava. Ferraraitalia fu tra i primissimi ad andar controcorrente.
I fatti hanno confermato la necessità di un’informazione ricca e circostanziata anche sul web, confezionata secondo i crismi di ogni seria analisi. Nel tempo, si sono poi moltiplicate le testate che hanno sviluppato, anche in rete, un solido lavoro di approfondimento giornalistico.

In questi anni abbiamo pubblicato oltre quarantamila articoli, dato spazio alle tante espressioni della città e allargato l’orizzonte prospettico al mondo intero, con analisi spesso raffinate, affidate di volta in volta a esperti che hanno saputo fornire chiavi di comprensione e utili spunti di riflessione relativi agli avvenimenti trattati.

Tutto questo, però, ha avuto il limite della discontinuità: il modello di sviluppo del giornale non si è dispiegato tanto quanto l’ambizione del piano editoriale avrebbe richiesto; così le buone intenzioni si sono realizzate a singhiozzo. Siamo comunque orgogliosi del lavoro fatto, il cui merito va condiviso con i tanti validissimi collaboratori che hanno contribuito con il loro impegno a dare sostanza al giornale, arricchendolo di contenuti spesso di ottima qualità.

Nel tempo, però, si sono affievolite le motivazioni del mio impegno e sono venuti progressivamente meno i presupposti per continuare. Così, per me, ora è giunto il momento dei saluti. Sono certo che mi mancherà il giornale, così come mi mancherà il rapporto con i nostri eccellenti collaboratori. Con gratitudine ricorderò tutti coloro che hanno in varia maniera contribuito alla realizzazione dell’impresa.

A voi lettori che in questi anni ci avete seguito con interesse e sostenuto in vari frangenti, che numerosi avete aderito al crowdfunding a favore della nostra impresa, che avete interloquito e partecipato alle nostre tante iniziative pubbliche, rivolgo un abbraccio carico di affetto e gratitudine, a suggello del legame valoriale che ci ha unito in questi anni.

Lascio questo giornale, che non è solo strumento di informazione ma una sorta di comunità interattiva e dialogante, in mani sicure: Ferraraitalia va avanti, affidato alla solida esperienza di Francesco Monini che già da tempo fa parte della nostra squadra. A lui mi legano stima e un’antica amicizia. Quasi quarant’anni fa intrapresi, giovanissimo, una collaborazione con ‘Supplemento di indagine’, la bella rivista di inchiesta che lui dirigeva. Oggi gli passo il timone di Ferraraitalia, certo che saprà valorizzare quanto è stato fatto e arricchire il percorso con la sua sensibilità… Adelante!

Indro, la sinistra e i valori perduti

Non fu chiaro subito. All’inizio ci parve un semplice moto di simpatia per il tirannicida: Indro Montanelli, “l’anticomunista” (per qualcuno addirittura “servo dei padroni”) si ribellava al suo editore, Silvio Berlusconi, alla vigilia delle elezioni che sarebbero state viatico al ventennio del Cavaliere. E lasciava – non tollerando ingerenze – la sua creatura, il suo quotidiano, quel “Giornale nuovo” fondato nell’autunno del 1974 e curato con amore paterno. Nella testa di chi lo aveva sino ad allora avversato non fu subito chiaro che l’apprezzamento per quel gesto di dignità – e di coerente riaffermazione di principi lesi – era anche riflesso di un disagio proprio, frutto dello spaesamento che percorreva il popolo di sinistra, spiazzato dalla frana delle ideologie conseguente al crollo del Muro, dalla fine del Pci e dall’appannamento dell’orgoglio di una professata “diversità” etica, determinato dalle vicende di Tangentopoli.
In un mondo, quello della sinistra, alimentato a pane, idealità e schiena dritta, quegli accadimenti della storia procurarono un terremoto esistenziale. Ed ecco, allora, che il gran rifiuto di Indro Montanelli (che pure dei “comunisti” era riconosciuto avversario), percepito e apprezzato allora essenzialmente come atto di coraggio e insubordinazione, rappresentò invece per l’inconscio ferito di chi stava perdendo i propri baluardi ideali, una coerente riaffermazione della non negoziabilità dei valori: una fulgida testimonianza di onestà intellettuale.

In principio fu Indro, dunque. E “La voce”, il quotidiano a cui diede vita esattamente 24 anni fa, il 22 marzo del 1994, che raccolse a sinistra molti lettori, marcò un tratto di cesura con la primavera delle nostre speranze, una sorta di distacco del cordone ombelicale, il prendere il largo da una riva familiare per cercare nuovi porti e coltivare nuove utopie. Non ce ne rendemmo subito conto. E ne fu prova quell’istintivo apprezzamento per il giornalista considerato sino ad allora, a sinistra, emblema della reazione, alfiere di piombo della sponda avversa, espressione della destra che si contrapponeva alle battaglie per l’emancipazione sociale degli oppressi. Se a propiziare il moto di simpatia fu il fiero distacco dal suo editore Silvio Berlusconi, nel fondo c’era il riconoscimento di una profonda onestà intellettuale che la scelta di Montanelli ribadiva, a netto contrasto con le incertezze, le ambiguità e l’incipiente declino morale di molti degli alfieri della nostra riva: nel crepuscolo della ‘rive gauche’ la sua vicenda faceva riaffiorare un tratto di dirittura morale.
Lo spirito liberto e vitale impresso nel carattere della Voce (sulla quale, fra gli altri, scrivevano Marco Travaglio, Peter Gomez, Beppe Severgnini) fu il fiore di primavera contrapposto all’autunno della decadenza dal quale la sinistra non si è più ripresa. Neppure nei rari episodi di apparente riscatto elettorale: persino alle radici del vittorioso Ulivo s’annidavano piante infestanti, velenosi innesti di colonnelli ambiziosi, dediti a spargere veleno per infiacchire la pianta e affermare i propri appetiti di dominio.
E così, fra rivalità, brame personali, appannamento delle idealità, offuscamento dell’orizzonte assiologico, oscuramento del valore della cosa pubblica e del bene comune, esaltazione dell’individualismo e trionfo del privato a tutti i livelli, si è consumata l’ultima estate della sinistra e spianata la strada alla barbarie (non della destra in quanto tale, che in seno coltivava anche personalità colte, raffinate e intellettualmente oneste come il “nostro” compianto Indro), alla protervia dell’egoismo e del rampantismo, che offusca la dimensione comunitaria e cancella il legame sociale.
E fu anche, quella del ’94, la prima e l’ultima estate della Voce. Una voce libera, espressione di valori sopiti, testimoniati per tredici mesi appena. Poi il silenzio.

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Dossier settimanale, ecco la formula estiva di Ferraraitalia. E intanto si revisiona il modello gestionale

Inchieste, interviste, opinioni, storie esemplari: abbiamo battezzato questo mix virtuoso di generi giornalistici “informazione verticale”, una formula che esprime la nostra volontà di approfondire i fatti tentando di leggere in filigrana attraverso gli accadimenti il senso più profondo delle trasformazioni sociali.

Quando Ferraraitalia alla fine del 2013 è comparso per la prima volta sul web questo particolare approccio giornalistico non era particolarmente diffuso online e tutto sommato neppure dominante fra i giornali tradizionali, con alcune eccezioni prima fra tutte quella della Stampa di Mario Calabresi e Massimo Gramellini. Oggi la tendenza si è diffusa. Non abbiamo certamente inventato nulla e insegnato niente a nessuno, semplicemente abbiamo letto e intercettato un bisogno e cercato di soddisfarlo creando un giornale che coniugasse la dimensione locale, determinata dal punto di posizionamento, con la consapevolezza che temi e problemi hanno – e sempre più avranno – un respiro globale.

In questi due anni e mezzo ci siamo sforzati di fare buona informazione, abbiamo aggregato una comunità di lettori coesa che ci ha mostrato in molti frangenti apprezzamento e concreto sostegno, anche in forma tangibile come comprova per esempio l’eccellente risultato del nostro crowdfunding. Abbiamo quindi molte ragioni di soddisfazione e di orgoglio, ma insieme la cognizione di non essere stati in grado di realizzare appieno le premesse del nostro progetto, soprattutto negli ultimi mesi quando la qualità del giornale è risultata incostante. Troppo spesso ci siamo trovati a imbastire il giornale con quel che era disponibile, dovendo rinunciare a ciò che sarebbe stato necessario, mancando l’appuntamento con accadimenti significativi che avrebbero meritato uno sguardo attento. D’altronde è difficile garantire con continuità l’impegno e le prerogative del prodotto se si fa leva solo sull’entusiasmo e sul volontariato.

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Uno dei limiti di questa nostra esperienza è proprio la difficoltà di irrobustire le basi del progetto e dare sostenibilità all’impegno editoriale assunto, rendendo solida l’idea che vorrebbe farsi impresa. È serio e doveroso prenderne atto. Al contempo riscontriamo come alcune esigenze rilevate al momento della fondazione siano ancora attuali mentre altre necessitano di una revisione, così come è indispensabile valutare e accompagnare i nuovi bisogni, quelli espressi e quelli impliciti che trafilano e si intuiscono.
È tempo quindi di sviluppare un approfondito ragionamento sugli assetti editoriali e il modello gestionale. Questo ci induce a prenderci una pausa di riflessione, per riordinare le idee e riprogettare l’impresa.

Ferraraitalia, di conseguenza, rimodella per l’estate il proprio profilo. Sino a settembre proporremo – in forma di dossier settimanali – alcuni fra i nostri migliori articoli, riorganizzandoli di volta in volta attorno a un nucleo tematico. Ogni domenica ripubblicheremo una selezione di riflessioni, storie, interviste, inchieste incentrate su uno specifico argomento, di volta in volta introdotto da una nota esplicativa della scelta compiuta. Il dossier resterà in primo piano per sette giorni e poi sarà consultabile attraverso l’indice. Il primo ambito scandagliato sarà quello della politica.
Valorizzeremo in questo modo un ricchissimo archivio, composto da settemila articoli e oltre diciannovemila contributi complessivi, raccolti in questi 30 mesi di lavoro. Quotidianamente continuerà ad essere aggiornata la sezione “comunicati stampa” che offre in anteprima e in forma integrale al lettore i dispacci provenienti da una quarantina di uffici comunicazione in larga misura operativi sul nostro territorio. Resterà attiva anche la pagina Facebook di Ferraraitalia su cui continueremo a pubblicare anche durante i mesi estivi contenuti inediti. Vi invitiamo a scriverci e a essere soggetti attivi di questo progetto di informazione comunitaria.

L’impegno con voi, lettrici e lettori, è quello di ritrovarci in autunno per un nuovo inizio caratterizzato da idee originali e da un rinnovato slancio. Vogliamo ripresentarci a settembre con un giornale in grado di sviluppare con coerenza quel presupposto di informazione verticale che sta alla base del nostro modello per realizzare il nostro intento e soddisfare appieno le vostre attese.

P.S. In questo momento di transizione il mio pensiero e la mia profonda gratitudine vanno a tutti coloro che a qualsiasi titolo hanno contribuito, nel corso di due anni e mezzo vissuti intensamente insieme, alla realizzazione di questa straordinaria e gratificante avventura umana e professionale. È anche con il loro attivo coinvolgimento che cercheremo vie di soluzione ai problemi attuali e risposte adeguate alle vostre richieste e ai nostri propositi.

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Unità nel nome del gossip

“Abbiamo raggiunto un fantastico accordo con il Pd. Entro la fine di ottobre faremo un’offerta per l’acquisizione dell'”Unità”. Io voglio fare un giornale popolare. Per intenderci, non ci saranno le donne nude. Certo, se becchiamo la fidanzata di Berlusconi nuda la pubblichiamo. (…) Ho avuto trascorsi di sinistra. Ora è diverso. Davvero lei pensa che in questo Paese ci sia ancora chi si dichiara di sinistra, di centro o di destra? Ma poi: lei pensa che Renzi sia di sinistra? Renzi mi piace moltissimo. E’ bello, sveglio, ha una gran dialettica…”.
Queste frasi sono stralciate da un’intervista (“Corriere della Sera” di ieri) a Guido Veneziani. Questo signore è l’editore di riviste di gossip famose: Stop, Vero, Miracoli… E si accinge ad acquistare l’Unità. Pur comprendendo l’angoscia di chi attende di riprendere a lavorare dopo la chiusura della vecchia Unità, una domanda nasce spontanea: merita di ‘risorgere’ l’Unità di Antonio Gramsci e di una parte del popolo di sinistra ispirata da un tale squallido progetto editoriale?

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LA STORIA
La mia Unità, avanti a sinistra (si spera)

La notizia, come si dice, in testa. L’Unità è viva e ha ricominciato a camminare, anche se per ora solo nella sua edizione online. Il nostro sito, rimesso in moto nei giorni scorsi grazie ad alcuni colleghi, è ripartito con numeri che confermano quello che ripetiamo da tempo: questo giornale non è solo un giornale. E’ una specie di piccolo grande villaggio dove leggere, scrivere, dialogare, a volte anche con opinioni molto diverse. Ma uno spazio di libertà e di partecipazione che la sospensione delle pubblicazioni, lo scorso 31 luglio, non ha certo depotenziato o cancellato. Nei prossimi giorni, in questa prima settimana di settembre, c’è già una importante scadenza per gli sviluppi della procedura di concordato e per la liquidazione della Nie. Quello che tutti chiedono, quando e come torneremo in edicola, è una risposta che nessuno al momento può dare, anche se tutti ci auguriamo avvenga nel più breve tempo possibile.
La crisi che ha portato a questa situazione così difficile, anche solo da spiegare a chi ti ferma per strada o fa parte del nostro pubblico, è stata lunga, complicata e piena di passaggi dolorosi. Un giornale è una creatura viva, è carne viva, e il nostro giornale non fa eccezione, anzi. Per la festa dei 90 anni, celebrata lo scorso febbraio con un grande seguito di amici, ex colleghi, lettori e affezionati, abbiamo capito che a volte la storia è il miglior modo per pensare e costruire il futuro. Senza Antonio Gramsci, senza il suo spirito e la sua impronta, questo giornale non sarebbe così particolare com’è, un caso quasi unico nel panorama italiano e non solo. Proprio ora che si vive la crisi dei giornali e il profondo rinnovamento dei mezzi e dei modi dell’informazione, abbiamo riscoperto, purtroppo sulla nostra pelle, il valore e il significato di far parte di un quotidiano fondato nel 1924 da una persona, una grande persona, che detestava l’indifferenza e col suo esempio ci ha insegnato il significato di fare questo mestiere, di vedere e raccontare le cose, di aprire porte chiuse e di portare le cose a tutti, per contribuire a quello che alcuni chiamano coscienza civica, o partecipazione, o semplicemente bene comune.
L’informazione libera è sicuramente il bene comune supremo e per me, che come tanti colleghi e amici ho cominciato questa avventura tanti anni fa, dopo un’altra dolorosa chiusura, non si può non pensare al clima che ci siamo trovati a vivere poche settimane dopo quel battesimo, con Furio Colombo al timone della redazione e i giorni molto, molto difficili del G8 di Genova che abbiamo raccontato come una specie di eclissi della democrazia. Ci siamo in un certo senso battezzati anche noi, in quel modo, con quel grande direttore che ha lasciato un’impronta in tutti noi, in quei giorni e con il giornale che aveva appena ripreso a vivere. E di quel battesimo, di quel senso di fare questo mestiere, credo e spero, continueremo a dare testimonianza nell’Unità che tornerà in edicola, speriamo il prima possibile e nel modo più futuribile e solido. Per continuare a fare il nostro mestiere, ma soprattutto per continuare a far vivere la nostra grande e libera comunità che sarebbe sicuramente piaciuta ad Antonio Gramsci. A presto.

* Salvatore Maria Righi, ferrarese, è giornalista caposervizio dell’Unità

Con l’Unità se ne va un altro pezzo della bella politica

“Leggete e diffondete l’Unità”. Non un semplice slogan: quello racchiuso in un quadratino autopromozionale pubblicato qua e là a piè di colonna fra le pagine del quotidiano era un’esortazione e un vero comandamento per il militante del Pci, ateo per stereotipo, ma sorretto da un’incrollabile fede civile, quella comunista. Leggere: dunque conoscere, informarsi (per qualcuno magari pure indottrinarsi…). Diffondere: quindi divulgare, rendere partecipi, socializzare (o, per i più dogmatici, indottrinare)… Con l’Unità sottobraccio, la domenica mattina si girava strada per strada. E a casa delle persone (altri compagni, ma anche semplici simpatizzanti o potenziali elettori) non si portava unicamente il giornale, ma idee e passioni. Era una sorta di campagna elettorale permanente in formato amicale, ma anche l’occasione, attesa, per scambiare opinioni, ragionare di ciò che succedeva – nel mondo prima ancora che nella città o nel proprio quartiere – fornire spiegazioni e trasmettere motivazioni. Motivazioni per aderire al progetto, per indurre a partecipare con un impegno diretto e personale alla lotta per il cambiamento. Cambiare, questo era l’imperativo: “Cambiare si può, cambiare si deve, cambiare è necessario”, fu un fortunato slogan della propaganda comunista. Fortunato perché diretto ed efficace. E quando si diceva “cambiare”, non si intendeva spostare il ripetitore della telefonia o tappare una buca: quello veniva per ultimo. Prima c’era da cambiare il mondo, il resto, poi, di conseguenza. L’analisi procedeva sistematicamente dal generale al particolare: il mondo, appunto, le superpotenze, gli equilibri planetari, le sopraffazioni, le guerre, la fame, le ingiustizie; e poi, di seguito a stringere il cerchio, l’Europa, la necessità delle alleanze e di orizzonti più ampi, l’Italia, il malgoverno, la corruzione, le speranze di un futuro migliore e il dovere di impegnarsi per propiziarlo. E infine, noi: la nostra città, il nostro particolare. Poi, nella pratica, il pragmatismo induceva a ribaltare l’ordine di intervento e si procedeva sulla base della concretezza, affrontando e cercando di risolvere i problemi pratici e immediati, secondo una logica del fare che ha reso in molti momenti cruciali della nostra storia come pure nella quotidianità il Partito comunista in Italia anche un potente, prezioso e insostituibile motore di innovazione e buongoverno. La chiusura dell’Unità, giornale comunista fondato nel 1924 da Gramsci – il padre nobile del partito – oltre che un evento doloroso, simbolicamente rappresenta l’ennesimo episodio che attesta la fine di un certo modo di fare e concepire la politica nel nostro Paese: quello basato sull’incontro, il confronto, il dialogo, i rapporti umani, le idealità. Se ne va un altro pezzetto di un mondo in cui la politica non solo era praticata, ma vissuta con pienezza, come un’esperienza di vita intensa e coinvolgente che dava senso all’esistenza.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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Redazione

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