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Mein kampf si o Mein kampf no?

Ci sono pagine della storia recente, che si tende, talvolta erroneamente a dimenticare. In questi giorni inevitabilmente una di queste, uno dei capitoli più bui della storia del novecento è tornato sotto le luci della ribalta, a causa della decisione di un quotidiano italiano di pubblicare come inserto il libro di Adolf Hitler “Mein Kampf”(la mia lotta). Più che una volontà di informazione e di antidoto contro le idee riportate al suo interno, questa pubblicazione ha destato numerose critiche dal punto di vista ideologico e politico, soprattutto per quanto riguarda la fazione opposta alla testata dalla quale l’opera del Führer è stata riproposta. Come spesso si tende a fare in questi casi, si intende questa manovra editoriale come una provocazione e la si strumentalizza accampando ragioni a dir poco fuori luogo e prive di qualsiasi attinenza all’accaduto. Certo, il momento non è dei migliori, in quanto intolleranza e razzismo quotidianamente si manifestano in maniera sempre più diffusa e pericolosa e certo il Mein Kampf gioca un ruolo tutt’altro che costruttivo, però il libro di Hitler è comunque un documento storico che va conosciuto, letto, analizzato e studiato al fine di riuscire a meglio interpretare e scandagliare i fatti storici e le decisioni che hanno portato al secondo conflitto mondiale, all’affermazione del nazismo e a tutto ciò che ne è conseguito. Sarei proprio curioso di sapere chi ha davvero letto il libro tra le persone che hanno tanto criticato la scelta del direttore del giornale, perchè per criticare, almeno bisogna sapere di cosa si sta parlando. Forse leggendo il “Mein Kampf” si riuscirebbe ad avere una visione più ampia e profonda di ciò che è stata l’affermazione del nazional-socialismo in Germania, e si riuscirebbe a comprendere meglio quali furono i punti del folle programma di Hitler che fecero breccia sul popolo Tedesco e che lo portarono ad assumere i pieni poteri nel 1933. All’interno del libro viene teorizzata la “soluzione finale” per risolvere il problema ebraico, viene delineata la gerarchizzazione delle razze ponendo all’apice gli Ariani e alla base gli Ebrei, poco lontani dagli Italiani. La ripubblicazione di questo libro potrà risultare avventata, ma credo che se si risalisse alla base della decisione, quindi intesa come ricetta contro il totalitarismo, sarebbe vissuta in maniera diversa e potrebbe una volta per tutte risultare utile e storicamente rilevante. Il vero nazismo sta nell’oscurantismo intellettuale. Non dimentichiamoci che i nazisti per evitare che la popolazione avesse strumenti culturali contro il regime, faceva bruciare pubblicamente i libri. Pertanto il “Mein Kampf” deve essere letto con il giusto spirito critico, per evitare il diffondersi della nera piaga del totalitarismo e di conseguenza, per salvaguardare e difendere i valori democratici e repubblicani, che sembrano universalmente e pericolosamente vacillanti.

macchina da scrivere

Regole di giornalismo

10 aprile 1847: nasce in Ungheria Joseph Pulitzer (1847-1911). Emigrato negli Stati Uniti diviene giornalista ed editore. Nel 1892, Pulitzer propose alla Columbia University di istituire una scuola di giornalismo e si offrì come finanziatore del corso. Il progetto venne purtroppo realizzato solamente nel 1912 dopo la morte dell’editore, ma la scuola di giornalismo da lui voluta alla Columbia rimane ancora oggi la più prestigiosa degli Stati Uniti. Il premio Pulitzer viene assegnato per la prima volta nel 1917.

Joseph Pulitzer
Joseph Pulitzer

Esprimi il tuo pensiero in modo conciso perché sia letto, in modo chiaro perché sia capito, in modo pittoresco perché sia ricordato e, soprattutto, in modo esatto perché i lettori siano guidati dalla sua luce. (Joseph Pulitzer)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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L’INCONTRO
Reati in presa diretta. Così nasce un’inchiesta

Un’inchiesta giornalistica raccontata dietro le quinte: il lavoro della redazione, la ricerca di fonti attendibili, interviste, sopralluoghi, ma anche dichiarazioni e frasi scottanti registrate con telecamere nascoste. A rivelare i segreti del mestiere arrivano a Ferrara tre inviati di “Presa diretta”, la trasmissione di Rai3 condotta da Riccardo Iacona.

I temi che verranno affrontati saranno quelli di inquinamento ambientale, smaltimento illegale di rifiuti, traffico e abbandono di materiale radioattivo. L’incontro – aperto a tutti – è in programma per domani, giovedì 8 ottobre 2015, a Ferrara con alcuni giornalisti del programma tv e con il parlamentare ferrarese Alessandro Bratti, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle Attività illecite legate al ciclo di smaltimento dei rifiuti.

Un’occasione sia per gli addetti ai lavori sia per i curiosi per scoprire il lavoro giornalistico svolto dalla redazione Rai nella cosiddetta “terra dei fuochi” (la zona tra le province di Napoli e Caserta), dove c’è stato un massiccio scarico illegale di rifiuti anche tossici da parte della criminalità organizzata. La definizione di questo tipo di reato, compiuto dalle ecomafie in quell’area della regione campana, è stata resa di dominio pubblico anche grazie alla popolarità del libro “Gomorra” in cui Roberto Saviano ne documenta la storia.

A spiegare come avviene e quali conseguenze ha questo traffico di materiali terribili che avvelenano appunto la “terra dei fuochi” saranno i giornalisti televisivi Giulia Bosetti, Federico Ruffo, Elena Stramentioli. Perché quelle sostanze che vengono gettate in campi e fossi finiscono per intaccare tutto l’ambiente intorno, dai prodotti agricoli alle falde sotterranee fino alle produzioni alimentari più rinomate. Un disastro che viene allo scoperto anche in seguito all’improvvisa e crescente diffusione di tumori precoci, soprattutto tra le donne che abitano in quel territorio.

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Scena del film “La mafia uccide solo d’estate” con Pif e Cristiana Capotondi

Coordina l’incontro il responsabile dell’ufficio stampa del Comune di Ferrara, Alessandro Zangara. L’appuntamento fa parte del calendario della “Festa della legalità e della responsabilità”, partita a fine settembre e che proseguirà anche con la proiezione di film sul tema al cinema Boldini, dove già stasera (ore 21) verranno proiettati alcuni documentari e sarà disponibile un banchetto (dalle 19,30) con i prodotti dell’associazione Libera.

Il programma dettagliato della “Festa della legalità e della responsabilità” si può consultare su CronacaComune, il quotidiano online del Comune di Ferrara.

“Le leggi sui delitti ambientali e le inchieste giornalistiche” è in programma per domani, giovedì 8 ottobre 2015, alle 18 in Sala della musica, Chiostro di San Paolo, via Boccaleone 19, a Ferrara. L’incontro – riconosciuto come formativo dall’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna – è gratuito e aperto a tutti.

INTERNAZIONALE
Data journalism, quando la notizia incontra la statistica

Il modo di fare giornalismo è sostanzialmente cambiato negli ultimi anni, è noto a tutti. Fra le competenze richieste alle emergenti figure giornalistiche c’è la capacità di destreggiarsi nella miriade di informazioni che il web propone, individuando le fonti giuste e distinguendosi perciò dai semplici ‘megafoni’ della rete.
È in questa prospettiva che si colloca il profilo del data-journalist, moderno giornalista che correda alla notizia mappe, grafici ed elementi interattivi. Un facilitatore, un creativo con il preciso compito di rendere la notizia il più appetibile e originale possibile.
Alberto Nardelli del Guardian e Jacopo Ottaviani, due affermati esempi italiani di questa nuova pratica, sono stati protagonisti dell’evento “Perché le storie hanno bisogno di dati” del Festival di Internazionale.

Ecco che la notizia riguardante l’aumento del salario minimo in Portogallo, invece che essere raccontata nel modo più tradizionale, può prendere vita: analizzando l’indice dell’Economist che registra il costo del Big Mac (sì, quello di McDonalds) per ogni singola città, si può comparare la situazione del salario minimo del Portogallo con la situazione di altri Paesi sulla base di quanti Big Mac ci si può permettere in vari luoghi con salari minimi differenti. Un progetto creato e spiegato da Nardelli, il quale precisa che “l’importante sia il cambiamento dell’originalità della notizia, proporla in modi differenti dal normale”.
Ma gli esempi di questi progetti si sprecano: dalle mappe interattive che indicano l’andamento delle elezioni politiche per ogni distretto votante dell’Inghilterra, calcolate in base al numero di seggi, trend elettorali e possibili coalizioni sempre illustrata da Nardelli, si passa alla possibilità di visualizzare una mappa dinamica che registra la dispersione scolastica in Italia comparandola con altri Stati europei, o ancora il numero di investimenti cinesi in Africa e l’importo in miliardi di dollari che circola in ogni singolo Paese. Questi ultimi due esempi sono stati proposti da Ottaviani, il quale ha spiegato che “le mappe sono una miniera d’oro di storie, possiamo analizzare interi fenomeni nei minimi dettagli semplicemente ‘zoomando’ sulle mappe geografiche interattive”.
Ma come lavora un data journalist? Entrambi gli ospiti hanno indicato l’estrema importanza della collaborazione redazionale e del team di lavoro, necessario per coprire ogni ambito che richiede un lavoro di qualità come designer, sviluppatori, esperti di statistica e di ricerca, oltre ovviamente alla scrittura. Allo stesso modo, il data journalist deve sempre tenere in considerazione la riproducibilità del proprio lavoro anche su dispositivi mobile (oramai i più utilizzati dagli utenti) rendendo il prodotto multi-piattaforma.
Sulla questione dei troppi dati della rete e dei possibili errori che si potrebbero commettere nella creazione di mappe statistiche, Nardelli ha ricordato come “l’errore ci sta sempre, l’importante è tuttavia fare moltissima attenzione ai numeri e alle loro origini, e trattare i dati senza pregiudizi con un approccio  il più oggettivo possibile. Le situazioni emotive – ha continuato – sono già insite nei complessi fenomeni che consideriamo, come per esempio l’immigrazione, la bravura del data journalist sta nell’unire queste situazioni alla parte statistica”.
Alla luce di ciò, Ottaviani ha affermato inoltre che “finalmente questo fenomeno sta prendendo piede anche in Italia. Oggi il data journalist è veramente un giornalista a tutti gli effetti”. Dai dati una boccata d’ossigeno in un settore come quello giornalistico spesso restio ad accogliere l’innovazione.

giornalismo web

INTERNAZIONALE
Tra sfruttamento e fundraising, il giornalismo al tempo della rete

Una figura “proteiforme”, multitasking, dai ritmi strani e frenetici, che oltre a saper scrivere deve offrire sempre più ai propri lettori un’esperienza immersiva sull’argomento di cui scrive, con competenze, o skills come va tanto di moda dire oggi, su grafica e design dell’informazione, e poi su fundraising, su redazione di budget e rendicontazione delle spese e dei risultati.

Signore e signori: ecco a voi il giornalista del ventunesimo secolo. O almeno questa è l’opinione di Stefano Liberti, free-lance cresciuto nella redazione del Manifesto, Jacopo Ottaviani, laurea triennale in informatica, esperto di data-journalism, ed Elisabetta Demartis, proveniente dal mondo della cooperazione allo sviluppo, protagonisti ieri pomeriggio al festival di Internazionale dell’incontro “I giornalisti del ventunesimo secolo” nella sala San Francesco.
Stefano, il più grande dei tre, è ancora a metà della metamorfosi e utilizza le potenzialità degli strumenti multimediali per inchieste ‘vecchio stampo’. Secondo lui, “la vera crisi della carta stampata sta nel fatto che il giornale non è più l’espressione collettiva di un’idea”. Perciò da una parte ci sono “i giornalisti della redazione, sempre più assimilabili a impiegati con direttive da seguire” e dall’altra i free lance che, soprattutto in Italia e nel sud dell’Europa, “vengono trattati un po’ come carne da macello”, anche se “con sempre meno persone nelle redazioni, sono in realtà loro a fare il lavoro sul campo”. Poi, come al solito, c’è anche il problema economico: “ho lasciato la redazione del Manifesto perché non riuscivo più a fare giornalismo come quando ho iniziato”. “I giornali non producono più nulla, pubblicano: diventano i media partner di lavori di giornalisti finanziati da altri”. Perché, anche se “i giornali non hanno più mezzi economici”, “il giornalismo è vivo come lo è il desiderio di informazione”.
Jacopo ed Elisabetta, invece, incarnano già la figura ibrida di un futuro che è già qui: entrambi non riescono a mantenersi solo con il loro lavoro giornalistico, anzi la loro maggiore fonte di sostentamento proviene dall’attività di formazione nel caso di Jacopo e dalle collaborazioni accademiche o con il mondo delle Ong nel caso di Elisabetta.

I lavori che hanno presentato venerdì pomeriggio – un’inchiesta sulle distorsioni del commercio globale seguendo la filiera del pomodoro italiano, una sul destino dei rifiuti elettrici ed elettronici in Ghana e una sulle start-up e sull’utilizzo dell’ict nel settore agricolo in Africa – sono stati finanziati da bandi dello European journalist center, che fra i suoi finanziatori ha anche la fondazione di Bill e Melinda Gates.
Reportage come i loro possono arrivare a costare anche 20-25.000 euro e portare via fino a sei mesi di lavoro fra ricerche preliminari, sul campo e produzione vera e propria: queste sono cifre che “forse solo un paio di grandi giornali americani possono permettersi”, dice Jacopo. Secondo loro, il giornalista deve essere in grado di cercarsi e crearsi un proprio spazio, confrontandosi con nuovi attori, come le fondazioni o le Ong, soprattutto le più strutturate, che cercano persone in grado di raccontare e dare visibilità ai temi e ai progetti sui cui lavorano. Il reportage multimediale, attraverso l’integrazione fra video, testi, info-grafiche, sta sempre più diventando uno strumento di advocacy.

A questo punto le questioni da porsi sono due, una a monte e una a valle del “prodotto”, come lo hanno più volte chiamato i nostri tre. A monte: chi finanzia quanta voce in capitolo ha o vuole avere? A valle: qual è l’entità e il ruolo del pubblico?
A quanto pare nessuno dei tre ha avuto problemi di ingerenza nei contenuti anzi, ha specificato Stefano, “molte volte chi finanzia vede il lavoro già pubblicato”. Elisabetta con il suo lavoro sulle start up africane ha costruito “una rete di contatti” che ha dato vita a una piattaforma web con una sezione di storytelling in cui chi ha storie simili da raccontare lo può fare: un progetto con queste caratteristiche è per sua natura difficilmente pilotabile.
La questione diventa più complessa quando si parla dell’impatto di questi reportage sul pubblico e del suo ruolo: “è una questione controversa”, ha detto Jacopo. Non è un caso però che sia proprio uno dei temi che interessano di più alle fondazioni e alle Ong finanziatrici.

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IMMAGINARIO
Internazionale a Ferrara. L’attesa.
La foto di oggi…

Le file ordinate del pubblico rappresentano ormai un leit motiv del Festival di Internazionale, ma non sono semplici momenti di impaziente attesa; si trasformano in occasioni di incontro e scambio di idee e assumono per questo il sapore della straordinarietà.

Il Festival di Internazionale edizione 2015 si terrà da domani a domenica a Ferrara, ma già da oggi con due anteprime – alle 17,30 e alle 20,30 al cinema Boldini – la rassegna d’autore Mondocinema inaugura la nona edizione.

Clicca qui per leggere il programma completo

In foto: Festival di Internazionale edizione 2014, coda davanti alla Sala Estense di Ferrara per la presentazione del nuovo sito della rivista da parte del direttore Giovanni De Mauro.

OGGI – IMMAGINARIO FOTOGRAFIA

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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L’INTERVISTA
Pio D’Emilia, l’inviato Sky che racconta con umanità l’odissea dei migranti

E’ diventato per tutti un volto noto e familiare. Pio D’Emilia ha scardinato la maniera tradizionale, un po’ impettita e distaccata, di fare informazione televisiva. Inviato da Sky alla frontiera fra la miseria e la speranza per raccontare l’esodo dei migranti, è riuscito a trasformare la loro vicenda da un fatto a una storia. Nei suoi servizi traspaiono le emozioni. Il suo modo di narrare questa epopea è fuori dagli schemi e richiama la sensibilità di grandi reporter quali Ryszard Kapuscinski o Tiziano Terzani.

Si ritrova nella loro concezione di giornalismo?
Assolutamente sì – replica convinto D’Emilia, che ha accettato di raccontarsi a Ferraraitalia -. Non ho conosciuto il primo, mentre ho avuto il piacere – e talvolta lo ‘spiacere’ – di incrociarmi spesso con Tiziano. Ma ce ne sono tanti altri, che ammiro e rispetto, sia italiani che stranieri. Purtroppo sempre di meno: scarsa preparazione umana e professionale, pigrizia fisica e mentale, censura e soprattutto autocensura stanno uccidendo un certo tipo di giornalismo…

Di Kapuscinski condivide l’idea che il giornalista non possa essere neutrale ma debba schierarsi e dare voce a chi voce non ha?
L’obiettività nel senso di neutralità non esiste, né nelle parole, né tantomeno nelle emozioni. Pensiamo solo all’Afghanistan, a quando gli attuali terroristi e ‘tagliagole’ erano chiamati, dalle grandi agenzie, “combattenti per la libertà”, eccetera eccetera. Certo, bisogna sempre cercare di essere il più possibile precisi nel fornire dati e descrivere situazioni, ma poi l’analisi e anche il giudizio – perché no – deve esserci e deve essere sincero. Poi da che parte stare dipende: io preferisco, da sempre, stare dalla parte del ‘torto’…

Prima di decidere se rendere pubblica un’informazione valuta sempre l’effetto che la notizia sortirà? E, nel caso, questo condiziona la sua scelta?
In genere no. Solo in alcuni casi di cronaca nera, in cui per esempio sono coinvolte famiglie, bambini… Ma per fortuna non mi capita spesso di dovermene occupare.

I suoi servizi su Sky evidenziano una grande preparazione e insieme una forte empatia nei confronti dei migranti di cui riporta vicende, storia personali, speranze, delusioni, drammi. Qualcuno in redazione o nell’ambiente professionale ha espresso critiche per questo sue essere partecipe?
Beh, la ‘preparazione’ dovrebbe essere uno dei doveri dei giornalista, tenuto a documentarsi prima di affrontare un argomento o vicenda e poi, se si occupa di un particolare settore (nel mio caso, l’Asia orientale) aggiornarsi continuamente. Io dei migranti sapevo poco o nulla, ma appena sono partito ho cercato di documentarmi attraverso letture e contatti personali. Nello stesso tempo cerco di restare aggiornato sulla ‘mia’ materia: in questi giorni ad esempio sono successe delle cose in Cina e Giappone di cui ovviamente non mi sono potuto occupare (anche se me l’avevano chiesto!) ma mi sono sempre tenuto aggiornato. Ma non è un peso, è una cosa che fai volentieri, di cui senti il bisogno, e di cui ahimè si sente sempre più la mancanza. Lo vedo in molti colleghi, che prendono questa professione come qualsiasi altra: dalle ore alle ore… E quando sono ‘fuori turno’ o in vacanza, staccano la spina. Io non riesco mai, a staccarla.
Quanto all’empatia e alle eventuali critiche: su Facebook e sul sito di Sky ricevo quotidianamente centinaia di commenti. Diciamo che per l’80% sono positivi, 10% negativi e 10% veri e propri insulti. Mi sta più che bene. Per quanto riguarda i pareri all’interno di Sky – una redazione dove si tende a dare una immagine di neutralità – debbo dire che la stragrande maggioranza dei colleghi mi sta esprimendo, almeno a parole, grande sostegno e solidarietà. Direttora compresa. La quale pare che un giorno, durante la riunione di redazione, mi abbia additato a esempio di “Inviato” e di come si possa prendere posizione. Ma per farlo, pare abbia detto, occorre avere una certa età e sopratutto credibilità. E Pio le ha entrambe… (ride di gusto)

Qualcosa che ha letto o sentito sui media, in relazione ai fatti di cui è testimone, l’ha particolarmente infastidita?
In questi giorni non ho davvero avuto tempo di leggere la ‘concorrenza’. Confesso di non aver molta stima per la stampa italiana, tranne rare eccezioni. C’è molto pressappochismo, superficialità, per non parlare di plagio e molta fantasia. Mi dispiace dirlo perché conosco molti colleghi in gamba che ci lavorano, ma Repubblica è il simbolo di questa dilagante cialtroneria

Quali risposte auspicherebbe dalla politica e dalle istituzioni?
La creazione immediata di una task force. Uomini e risorse da inviare sul luogo per creare un corridoio umanitario efficace e logisticamente sostenibile. L’Europa dovrebbe europeizzare la vicenda, toglierla dalle mani dei singoli Paesi e approvare immediatamente il famoso “asilo politico europeo”. Chi ci sta ci sta, gli altri fuori, a cominciare dai neo-unni ungheresi.

Riesce a tracciare un sommario affresco dell’umanità che si muove intorno a lei in queste settimane?
La cosa più importante è uscire dal concetto di “rifugiato”, “profugo” etc etc e puntare su quello di “migrante”. Non so se si è notato, ma io cerco sempre di usare questa parola. Migrare è un sacrosanto diritto umano: un diritto esercitato nei secoli da vari popoli, compreso il nostro. Il resto sono chiacchiere, strumentalizzazioni, banalizzazioni. Tra la gente che ho visto e frequentato in queste settimane c’è un unico elemento in comune: quello di voler/dover andarsene dalla propria terra/casa/paese e andarsene in un altro. Le motivazioni sono varie, ma l’obiettivo è comune. E va compreso e rispettato. Chi si esce con frasi come “ci possono essere potenziali terroristi” o è idiota o è in malafede. Spesso, entrambe le cose. Uno non abbandona la propria casa, la propria ‘terra’, le proprie radici senza un valido motivo. Chiediamolo ai nostri nonni.

Infine una nota personale: vivere in Giappone, ormai da molti anni, è una scelta di vita o professionale? E come mai proprio lei, dal Lontano Oriente, è stato chiamato a seguire questa epopea dei migranti nel cuore antico dell’Europa?
Personale inizialmente, poi anche professionale. Ci sono andato nel lontano 1979, appena laureato in legge, con una borsa di studio per un master di procedura penale internazionale. All’epoca ero avvocato, avevo conosciuto una donna giapponese (che poi scoprii essere una terrorista…) e volevo entrare in uno studio penale internazionale. Ma sul posto ho cambiato idea e professione. Ho cominciato a scrivere degli articoli per l’Espresso e… da cosa è nata cosa. Troppo lungo per raccontarlo qui, ma se vuoi e se ci sarà occasione di una mia visita lo farò volentieri (raccogliamo al volo l’opportunità e gli rivolgiamo l’invito a Ferrara per un incontro pubblico). Ho avuto la fortuna di vivere una vita molto interessante. E sopratutto di fare – più o meno ben pagato (in passato non sempre) – un lavoro che avrei fatto gratis. Lo dico sempre ai miei figli: vi auguro di poter fare altrettanto, ma la vedo molto difficile.
Quanto al perché abbiano mandato proprio me, beh è stato per caso. Anche se un po’ me la sono cercata. Io ero in vacanza a Misurina, dove ho il mio buon ritiro montano, e vedendo in tv gli improvvisi sviluppi della vicenda e non vedendo un nostro inviato, ho spedito un messaggio alla direzione dicendo che forse era il caso di mandare qualcuno. Erano tutti in vacanza, anche loro e chi era al ‘timone’, in quei giorni forse aveva sottovalutato la cosa. Il giorno dopo mi chiama il capo degli esteri, ringraziandomi per la segnalazione e dicendomi: “Perché non te ne occupi tu? Sei il nostro inviato delle catastrofi”, riferendosi al fatto che in passato mi sono occupato di guerre, tsunami, emergenze nucleari, tifoni vari e rivolte. A me le sfide piacciono e ho accettato, anche se francamente pensavo fosse una trasferta di qualche giorno. Ora è quasi un mese che sto in giro. E confesso di essere anche un po’ provato, fisicamente. Ma poi penso ai migranti, e mi vergogno di sentirmi stanco.

scultura Onu

LA LETTURA
A tavola con i terroristi

Dopo aver lavorato con la BBC per oltre 17 anni in Medio Oriente e in Asia, il giornalista inglese Phil Rees, laureato a Oxford nel 1982, presenta uno stupefacente viaggio-incontro con gli uomini più ricercati del mondo. Un libro del 2006, ma ancora estremamente attuale e interessante e che, per certi versi, ha suscitato anche qualche critica e protesta. Condividendo couscous con gli islamisti algerini o noci di cocco e manzo con i guerriglieri colombiani delle FARC (compagnia e cibo eterogenei…), questo singolare giornalista attraversa, con la ragione e la storia, il concetto sconfinato, dibattuto, controverso, e talora confuso ed eccessivamente onnicomprensivo, di “terrorista”.

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La copertina di “A cena con i terroristi”

Tutto il libro è pervaso da una riflessione attenta sulla ricerca di significato di tale parola, sul suo valore, una vera e propria “odissea personale cominciata un quarto di secolo fa” da Rees in Irlanda, il giorno in cui l’Ira organizzò un agguato spettacolare dove rimasero uccisi 18 soldati inglesi. Iniziò allora, da parte del giornalista, la ricerca del significato reale della parola “terrorista”, un metodo di lotta ahimè antico, una forma di ribellione adottata da popoli oppressi, che non vedono altra via e possibilità di lotta e resistenza ai centri di potere forte, che non permettono loro di vivere con sufficiente dignità, certezza, giustizia e uguaglianza.
La parola resta difficile da definire, soprattutto laddove caricata di forte potere emotivo ed emozionale e quando si pensi (o si dica) che “il terrorista di qualcuno è il combattente della libertà di qualcun altro”. Niente di più veritiero. La storia è piena di esempi di questa duplice interpretazione. Da Cesare e Bruto a Gengis Khan, l’assassinio di innocenti e il rovesciamento dei potenti diventano la narrazione del nostro passato. Se l’espressione fosse esistita nel 1776, George Washington sarebbe stato considerato un “terrorista” dalla corte di Giorgio III e un “combattente per la libertà”, nonché un patriota, dagli americani; Nelson Mandela, che sosteneva il rovesciamento violento del regime dell’apartheid in Sudafrica, era un “terrorista” per Margaret Thatcher e un “combattente per la libertà” per Tony Blair, dice Rees. Punti di vista.
Scrive l’autore che “c’è chi è convinto che fare un viaggio per incontrare alcuni uomini accusati di terrorismo, per stringere loro le mani, sedersi e mangiare insieme a loro, sia come chiedere un passaggio al diavolo e divenire uno sempre pronto a giustificare il peggior genere di violenza conosciuta dall’umanità (…). Io la penso diversamente; l’opinione pubblica dovrebbe essere informata sulle cause della violenza e decidere da sola chi ha ragione e chi sbaglia. Solamente esaminando le origini della violenza si può cominciare a ragionare sulle sue cause”. Punto di vista complesso e difficile, ma comprensibile. Mentre gli Stati Uniti – dopo l’11 settembre, ma non solo – i loro alleati e il mondo in generale si confrontano ovunque con il nemico chiamato terrore, una riflessione merita spazio adeguato: chi è veramente un terrorista? Possiamo veramente definirlo con precisione?

Immaginiamo, allora, l’autore che attraversa i corridoi e gli uffici della sede londinese della BBC, fra l’elegante personale inglese, donne in sari sfavillanti e uomini imponenti in variopinti abiti tradizionali africani, un giorno X si accende un dibattito post 11 settembre sul significato di “terrorismo”. Per i propri redattori la BBC “bandisce” l’uso del termine, impegnandoli a evitarlo. Ho recentemente controllato se sia ancora così: lo è. Non perché si rifiuti il concetto, ma perché il termine, se in molti casi può essere corretto, in altri “assume anche un ruolo extra-giornalistico nel delegittimare una parte e affermare l’altra”.
Si vedano le linee guida redazionali della BBC (www.bbc.co.uk/editorialguidelines/page/guidance-reporting-terrorism-full):
Our policy is about achieving consistency and accuracy in our journalism. We recognise the existence and the reality of terrorism – at this point in the twenty first century we could hardly do otherwise. Moreover, we don’t change the word “terrorist” when quoting other people, but we try to avoid the word ourselves; not because we are morally neutral towards terrorism, nor because we have any sympathy for the perpetrators of the inhuman atrocities which all too often we have to report, but because terrorism is a difficult and emotive subject with significant political overtones”.
Anche Reuters evita l’utilizzo di “parole emotive” e non usa “termini come terrorista e combattente per la libertà, a meno che non siano una citazione diretta attribuibile a una terza parte”. Non ho trovato linee analoghe per la stampa italiana (che mi parere usare-abusare del termine), spero che qualcuno riesca a smentirmi…
Non si cerca di “caratterizzare” (e catalogare) i soggetti delle notizie quanto piuttosto di riferire su loro azioni, loro identità, loro retroterra, in modo che i lettori possano formarsi una loro opinione basata sui fatti. Un autentico impegno all’oggettività e all’imparzialità. I media americani, invece, soprattutto dopo l’attentato delle Torri Gemelle, apparivano traumatizzati e impiegavano continuamente il termine terrorista, CNN in primis.

L’Oxford English Dictionary definisce il terrorista come “un membro di un’organizzazione clandestina che punta a costringere un governo costituito attraverso ad atti di violenza contro i suoi stessi sudditi”. Arafat, nel 1974, diceva che “chiunque si batta per la libertà e la liberazione della propria terra dagli invasori, dagli occupanti e dai colonialisti non può essere chiamato terrorista”. Ancora una volta, allora, chi è un terrorista? Ancora nubi e dubbi sulla definizione, che vengono anche da un incontro di Rees con l’imam Ramee Muhammed, ex marine statunitense. Davanti a un kebab di pollo e agnello, rigorosamente halal, Rees dice a Ramee che sta preparando un libro sul significato di “terrorismo”, volendo comprendere l’accezione del termine presso persone diverse per estrazione sociale e culturale. L’ex marine esprime subito la propria opinione: ogni terrorista è “la vittima di un’aggressione ebraica o americana che osa rispondere”, “oggi la parola terrorismo indica un musulmano che sta combattendo per il suo onore e la sua dignità. Se vuole chiamarli terroristi, faccia pure. Per me, sono combattenti per la libertà”. L’affermazione è forte e per un lettore occidentale sicuramente sconcertante. Tuttavia porta a interrogarsi, seriamente e in maniera più obiettiva possibile, su visioni tanto diverse e diametralmente opposte del “mondo del terrore”. Riflessione durissima. E allora rieccoci nel 1994 ad Algeri, pronti a uscire dall’hotel Saint George, oggi El-Djazair, intenti a scendere le scale delle sue verande e dello splendido giardino secolare; eccoci in direzione di un caffè di Chlef, cittadina a 150 km a ovest della capitale, dove è stato organizzato l’incontro con membri dell’Esercito Islamico di Salvezza. E poi ci ritroviamo in Colombia, a Gerusalemme, nella città basca di Durango, in Iran.

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Phil Rees

Concludiamo, con questo originale e coraggioso giornalista, e con il professor Rubinstein del Center for Conflict Analysis and Resolution della Mason University, che “una definizione di terrorismo è impossibile” (o almeno quasi); “il terrorismo è solo la violenza che non vi piace”. E fermiamoci un attimo di più a pensare, lasciandoci ispirare, insieme ad Honoré de Balzac, quando scriveva che “ci sono due tipi di Storia, quella ufficiale, che è piena di bugie, e quella segreta, che nasconde le cause reali degli eventi ed è una storia vergognosa”. Il libro di Rees va in questa direzione. Non è sempre facile ma è una lettura (molto) critica della storia contemporanea, una riflessione accurata e attenta sui perché della storia, a volte segreta, di tante popolazioni oppresse e afone alle quali, come avrebbe detto Ryszard Kapuściński, un buon giornalista deve voler dare voce. Evitando ogni pericolosa stigmatizzazione, giustificazione e giudizio. Ragioni da capire, almeno. Aldilà degli appellativi e delle religioni, il dibattito (difficilissimo e spinosissimo) è aperto.

Phil Rees, A cena con i terroristi, Nuovi Mondi Media, 2006, 430 p.

LA RIFLESSIONE
Il giornalismo alla prova del web

Post, tweet, hashtag. Vita politica e istituzionale per istantanee. Battute, pensieri e commenti rilanciati dal web e nei social network contestualmente a un fatto. La rete mette a disposizione una serie infinita di materiali (foto, video, informazioni, virgolettati) moltiplicando, in questo modo, i luoghi e le forme della comunicazione politica. I rappresentanti istituzionali ricorrono a canali che, come spesso succede, precedono i canali ufficiali tradizionalmente considerati fonti autorevoli di notizie.
Sintesi, velocità, immediatezza e tempestività contraddistinguono questo tipo di comunicazione personalizzata e offerta senza essere richiesta. È lì per tutti, senza filtro, per il cittadino e per i professionisti dell’informazione. L’intensificazione del flusso informativo modifica anche il contenuto dell’informazione stessa, altra cosa, infatti, sono riflessione e approfondimento sul perchè delle scelte della politica.
Il ruolo crescente assunto dal web e dai social nella prassi della comunicazione politica fornisce, quindi, quotidianamente una sovrabbondanza di informazioni, un mare magnum in cui il giornalista deve orientarsi, selezionare e ricavare la notizia inserendola nel suo contesto. Tracciare, inoltre, l’orizzonte di senso rispetto alle tante informazioni e fonti a disposizione fa parte del compito del giornalista che, nemmeno di fronte al web, può derogare alla deontologia professionale.
L’organizzazione del lavoro giornalistico non può prescindere dalle fonti della rete ma, allo stesso tempo, non deve appiattirsi su di esse: i valori notizia rimangono i capisaldi nella pratica quotidiana a cui i nuovi media faranno da corollario completamentare e utile purchè attentamente verificato e valutato. Il lavoro giornalistico è, quindi, una messa in forma, una ri-costruzione di informazioni che contribuiscono a formare l’opinione pubblica.
Nella ricchezza e complessità del web, il giornalista trova altresì contenuti e notizie generati da cittadini. Anche di fronte a tali contributi, definiti ‘citizen journalism’, il giornalista deve verificare e gerarchizzare le notizie. È proprio questa la differenza fra chi si trova a filmare e diffondere un fatto e un professionista dell’informazione.
Proprio per le caratteristiche della rete, la notizia non è mai statica e appena appare, il riverbero è inarrestabile: commenti, condivisioni, riprese. La presenza sul web e sui social (gestita da un social media manager) delle testate, infine, è importante per cogliere i temi di interesse dei lettori, allargare la conversazione e stimolare la partecipazione. Il Guardian è stato un esempio, in tal senso, di open journalism che ha permesso di essere non solo online, ma ‘nella’ rete.

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Politica e passione.
Quando c’era Tass

Incarichi, rimborsi, scandali, propaganda, consenso, clientele. Sono termini che ricorrono (troppo) spesso quando si parla di politica. Non da oggi, anche se l’impressione è che le cose peggiorino progressivamente, si degradino di continuo. Ma forse questa è solo una sensazione, figlia di un atteggiamento che ci induce al rimpianto di un presunto ‘bel tempo andato’, che tale in genere è solo nel ricordo. Perché il rimpianto vero che nutriamo è semplicemente quello della nostra giovinezza, di quando ancora avevamo tutta la strada dinanzi, colma di incertezza ma gravida anche di possibilità.
Di certo, però, la politica dovrebbe essere ben altro dal raccapricciante spettacolo al quale quotidianamente siamo costretti ad assistere. A contrassegnarla dovrebbero essere espressioni valoriali, perché non sulla base di appetiti individuali ma di una meta condivisa e di uno scopo degno d’essere pubblicamente dichiarato andrebbero orientati il camino e condizionate le scelte collettive da compiere.
Invece la politica è in molti suoi anfratti il regno regno dell’indicibile, del sommerso, delle tenebre che celano il malaffare. Ci sono, però, uomini e donne che con la loro vita e il loro impegno testimoniano che questa non è l’unica via e che un modello alternativo e virtuoso non solo è auspicabile ma è davvero possibile e praticabile.
Abbiamo recentemente celebrato il compleanno di due grandi protagonisti della storia politica italiana, due giganti del Novecento, due emblemi della sinistra: intelligenza, passione, pulizia morale hanno contrassegnato il loro impegno per il progresso e il riscatto delle classi subalterne. Pietro Ingrao ha festeggiato il secolo di vita, Rossana Rossanda ha fatto 91 anni: entrambi si mantengono ancora straordinariamente lucidi a dispetto dell’età e forse ancora oggi molto più giovani di chi, dalla sua, ha l’anagrafe ma non la visione.

Di recente è ricorso anche un altro – in questo caso triste – anniversario, particolarmente significativo per la nostra città e per la sua recente vicenda politica: il terzo anniversario della scomparsa di Stefano Tassinari, stroncato l’8 maggio 2012 da un male contro il quale ha tenacemente lottato per otto lunghi anni a dispetto delle previsioni dei medici che in prima diagnosi gli pronosticarono pochi mesi di vita, a conferma che la forza della volontà molto può.

Stefano è stato un intellettuale a tutto tondo, la cui reale statura a Ferrara non è mai stata compresa per intero. Ma chi lo ha conosciuto sa che l’accostamento a giganti quali Ingrao e Rossanda non è fuori luogo, perché davvero il suo intelletto spiccava. E’ stato scrittore, giornalista, poeta, critico letterario, musicista, autore teatrale, operatore culturale e “militante politico”, come amava definirsi non avendo smanie di carriera. Tracciare santini di solito genera il rischio di un effetto boomerang, perché chi non sa tende a irridere. Si può dire con certezza che è stato un politico atipico, in particolare se raffrontato a quello che è il modello oggi prevalente. Già a Ferrara e poi – a partire dagli anni Novanta – a Bologna, dove è stato compreso e apprezzato più che nella sua città natale, Tassinari è stato emblema di una nobile interpretazione dell’impegno civile e politico.

Il profilo che ne traccia Stefano Massari, regista del docufilm “Tass, storia di Stefano Tassinari” è quello di “un inesauribile motore di ‘cultura’. Un uomo governato da una coerenza radicale, ma capace di orizzonti culturali capillari e vastissimi. Un uomo di grande rigore e di generosità autentica, senza compromessi, diventato nel corso degli anni un punto di riferimento, un interlocutore cruciale per tantissimi protagonisti del mondo culturale e politico non solo bolognese. Un’eredità culturale unica, penetrata profondamente in chi ha avuto il privilegio di attraversare accanto a lui la storia culturale di Bologna nell’Italia degli ultimi vent’anni”.
Il lungometraggio, presentato la scorsa estate al Biografilm festival, raccoglie il racconto corale di artisti, intellettuali, scrittori, uomini politici che gli sono stati accanto in tantissime vicende culturali: Pino Cacucci, Mauro Pagani, Mario Dondero, Marcello Fois, Alberto Bertoni, Carlo Lucarelli, Bruno Arpaia, Marco Baliani, Claudio Lolli, Fausto Bertinotti, Filippo Vendemmiati, Luca Gavagna, Andrea Satta, Pier Damiano Ori, Concetto Pozzati e molti molti altri… Il suo spessore etico, intellettuale e politico è da tutti riconosciuto.

Va detto che quella di Stefano Tassinari non era solo un’altra stagione, ma era proprio un’altra maniera di concepire la politica: perché gli arrivismi, le scaltrezza, gli opportunismi, la corruzione c’erano allora come ora. A far la differenza erano e sono gli uomini e le loro qualità morali e intellettuali: l’onestà, l’intelligenza, la volontà di operare nell’interesse collettivo e non in funzione di un personale tornaconto, la lungimiranza, la capacità e l’avvedutezza di orientare le scelte in coerenza con un progetto e non in funzione di un risultato immediato da poter spendere subito al banco del consenso…

Stefano Tassinari non rappresenta semplicemente l’emblema di un tipo politico del quale oggi si hanno rari esempi, era un’eccezione già 30 anni fa. Che cosa lo rendeva tanto speciale? Non semplicemente la concezione della “politica come servizio”, come su usa dire ora (e per quel che si osserva in giro in termini di miserie e meschinerie già sarebbe un bel passo avanti): lui era ben oltre questo primo livello, aveva visione e agiva secondo una prospettiva e un disegno organico,  consapevolmente elaborato.

A renderlo speciale e diverso erano poi alcune qualità e una serie di valori che non si limitava a predicare, ma che praticava con coerenza e tenacia. Ho avuto modo, nei giorni scorsi, di parlarne agli studenti del liceo scientifico di Argenta in occasione delle premiazioni di un concorso artistico-letterario nato lo scorso anno su impulso della professoressa Francesca Boari. La sua opera è stata il punto di riferimento per un serio lavoro di ricerca svolto dagli studenti (del liceo nel quale Tassinari concluse gli studi superiori), coordinati e stimolati da un gruppo di motivati insegnanti fra i quali Silvia Sansonetti, sostenuti da un preside, Francesco Borciani, pieno di entusiasmo e di energia, il cui desiderio di poter intitolare a Tassinari la scuola si spera possa trovar compimento.

I ragazzi hanno letto e utilizzato i testi narrativi di Tassinari come base per la realizzazione di loro elaborati realizzati in forma scritta e audiovisiva. Il tutto è culminato con una premiazione che si è tenuta sabato scorso alla presenza del sindaco Fiorentini. L’eccellente testo del racconto vincitore è pubblicato da Ferraraitalia [leggi qua].
A quei ragazzi ho voluto indicare alcuni dei valori che hanno orientato l’impegno di Stefano Tassinari, perché potessero apprezzarne la cifra e comprendere che a far la differenza contribuiscono sempre impegno e dedizione. Li ho ricondotti a quelli che, a mio avviso, meglio fotografavano la sua personalità: coerenza, passione, condivisione, conoscenza e, primo fra tutti, il rigore, di contrappunto alla superficialità. In ogni sua intrapresa pretendeva da sé e da tutti precisione, accuratezza, verifica puntuale e sistematica delle informazioni e delle fonti. A tutti riservava rispettosa attenzione e un ascolto autentico.
Era coerente con i suoi valori: lo è stato nella sua vicenda politica pur passando da Avanguardia operaia a Democrazia proletaria, di cui fu a Ferrara segretario provinciale, poi ai Verdi Arcobaleno (nati da un manifesto lanciato da Mario Capanna, Dario Fo e dall’ambientalista Virginio Bettini), quindi a Rifondazione comunista, godendo di grande considerazione da parte di Fausto Bertinotti. Ma fu un percorso idealmente lineare. E non fece ‘carriera’ pur avendo le qualità e la possibilità, semplicemente perché non gli interessava, perché non mirava alla propria affermazione ma lavorava attorno a un progetto il cui valore stava nell’approdo collettivo.
Odiava l’opportunismo. E’ stato sempre attivo e pacatamente battagliero nell’arcipelago della sinistra, con spirito libertario, ambientalista, pacifista, anticapitalista; significativamente e orgogliosamente trotzkista. Le sue scelte valoriali si riflettevano nel coerente perseguimento di una stella polare nella quale rifulgevano il senso di responsabilità e la lealtà.
Ha sempre messo in campo la passione contro l’indifferenza degli ignavi e dei qualunquisti: coinvolto e coinvolgente, metteva in gioco entusiasmo, impegno e non teneva in conto il sacrificio. Era idealmente partigiano, pur senza averlo potuto essere per ragioni anagrafiche. Il disincanto era lontano da lui anni luce, lo spirito di Gramsci invece gli era affine così come il celebre anatema contro gli indifferenti.
Concepiva l’impegno unicamente nella sua dimensione collettiva, corale, contro l’imperante individualismo: nel giornalismo (Luci della città, Rete 7, Letteraria) era lo spirito di redazione a prevalere, nel partito quello gruppo; persino da scrittore ruppe l’isolamento tipico del ruolo e si prodigò per la nascita dell’associazione (degli scrittori bolognesi) che ha preso vita grazie al suo impegno. Era consapevole che la responsabilità delle scelte è sempre individuale, ma convinto con Marx che sono le masse a cambiare il corso degli eventi perché la storia è storia di lotta di classi. Mostrava rispetto, cercava la condivisione, si esprimeva non con l’io ma col noi.
E infine, ha sempre attribuito valore centrale alla cultura e alla conoscenza. Sosteneva il dovere di studiare, di coltivare i talenti di cui si è dotati, l’inderogabile obbligo di informarsi e di leggere. Era insofferente alle cialtronate, detestava l’ignoranza, un vizio per il quale poteva mostrarsi sprezzante se frutto di incuria e disinteresse e non invece di una condizione di svantaggio culturale.

Che c’entra tutto questo con la politica? C’entra, c’entra eccome perché la politica è anche e soprattutto questo: favorire la crescita e lo sviluppo civile e culturale di una comunità. Stare seduti sui banchi di un consiglio comunale o di una giunta, del Senato o della Camera è semplicemente un’esigenza funzionale. E’ una necessità tecnica, non un obiettivo. Così la pensava e di conseguenza si è sempre regolato, anche quando ha rinunciato a incarichi prestigiosi. E non è un caso se di lui, anche chi ne ha avversato il giudizio serba il ricordo di un uomo intellettualmente onesto e politicamente corretto. Convinto delle proprie idee, ma non integralista e sempre pronto al dialogo, era rispettato e benvoluto. E su di lui davvero si faticava ad alimentare cattivi pensieri.

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PAGINE DI GIORNALISMO
Ambizioni e cinismo, “non se po’ più fa chisto mestiere”

10. FINE – Stanco di leggere sui nostri giornali oscenità grammaticali e sintattiche, arricchite, o immiserite, da regole aggiuntive derivate dal faidate linguistico, mi rifugio sempre più spesso nel lavoro di alcuni amici, che so di buona cultura e più che ragionevole fantasia, per esempio in Gianni Clerici, col quale abbiamo lavorato per undici anni al Giorno e lui faceva parte della trimurti sportiva (con lui Gianni Brera e Mario Fossati) del più colto dei quotidiani italiani, prima dell’azzeramento (dava troppo fastidio), e terzo nelle vendite dopo il Corrierone e La Stampa.
Testimone del precipizio in cui siamo caduti a forza di scavare nel barile della nostra cultura, l’altro giorno Clerici raccontava, lui, ex compagno di doppio di Pietrangeli, principe della cronaca tennistica in campo internazionale, non ha trovato un posto sugli spalti del campo dove si giocava un incontro importante di questi robot violenti e urlanti, non più tennisti ma bambini cattivi: la parabola di Clerici racchiude, mi sembra, alcune notevoli spiegazioni di questo nostro tempo, così ben preparato dalla politica mondiale a essere perfido, smemoratamente feroce, come è sempre stato l’uomo. E i giornali quotidiani – ma non soltanto – hanno accompagnato la caduta voluta dall’alto, giornalisti di poco prezzo si sono adoperati a vendersi per fare squallide carriere, molti sono diventati direttori al servizio del potere, di qualsiasi potere, rosso, nero, bianco, viola che fosse, l’importante è fare carriera, essere chiamato davanti alle telecamere a dire le scempiaggini che riempiono d’aria i petti dei comandanti politici, spesso stupidi ma furbastri, vituperati, persino condannati ma sempre in piedi, i misirizzi del nostro tempo. Ma hanno una qualità di cui fanno larghissimo uso: il cinismo.

A questo proposito voglio raccontare un’altra parabola (scusate, ma sono ormai tanto vecchio e bolso che se non faccio queste puntatine nei ricordi mi trovo in serio imbarazzo), sempre a proposito del cinismo di cui i direttori dei giornali devono vestirsi per essere inondati da luce divina dopo aver offerto al potente di passaggio una parte essenziale del loro corpo. Una notte stavo chiudendo, insieme con il direttore, il giornale, saranno state le due di notte, la tipografia stava lentamente finendo il suo lavoro, quando arriva giù dalla redazione il fattorino Chiappetta, un piccolo calabrese simpaticissimo, viene dal direttore e da me sbandierando un foglio strappato dalla telescrivente Ansa: “Direttò, direttò, ho questa notizia che in redazione mi hanno detto urgente”. Erano quattro righe, un aereo di linea si era alzato in volo da Roma ed era disperso con duecento passeggeri a bordo, una strage. “Cambiamo titolo di prima”, urla il direttore, mentre io mi piego sulla macchina per scrivere e invento – ricordo – un testo abbastanza lungo per “tenere” il titolone a otto colonne di prima pagina. L’impaginatore dopo pochi minuti aveva finito e il direttore guardava soddisfatto il bozzone rifatto della prima pagina. Titolo: “Precipita aereo con 200 passeggeri”. Il direttore teneva la pagina bagnata con le braccia alte davanti a lui, come gli piaceva! Bello, vero?, mi chiese e fece un sospirone, ma in quel momento tornò correndo Chiappetta e sbandierando un altro dispaccio. Leggemmo, l’aereo era stato rintracciato, non era successo niente. Il direttore prese il bozzone e lo gettò a terra quasi urlando: “Non se po’ più fare chisto mestiere!” Aveva ragione, forse il mestiere di giornalista non si può più fare.

10. FINE

Leggi la prima, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, la settima, l’ottava, la nona puntata.

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PAGINE DI GIORNALISMO
Quando ci illudevamo di poter cambiare il mondo con un articolo

9. SEGUE – Era il 21 dicembre del 1976, si sentiva già da molti giorni l’odore di Natale, in pratica psicologicamente eravamo in festa. Milano, dominata dalla splendente Madunina, aveva acceso ogni possibile luce, ma non ci si vedeva niente, la nebbia, quella di una volta, copriva tutto: uomini, cose, palazzi e alberi natalizi. Ricordo che, entrando al giornale (Il Giorno), il portiere canticchiava ridendo “… e la nebia che belessa la va giò per i pulmùn”. Nebbia e Milano formavano allora una coppia di sposi inseparabili, oggi meno, ha vinto il divorzio, fortunatamente. Presi l’ascensore e salii al secondo piano, piano nobile, direzione, segreteria, redazione grafica. Come succede spesso in Italia, la proprietà, l’Eni, quando fu il momento di costruire la sede del giornale, mandò l’architetto negli Usa a vedere com’erano edificate le sedi dei quotidiani, gli architetti tornarono e dissero che erano tutte in orizzontale: perfetto, si misero al lavoro e costruirono un piccolo grattacielo di nove piani di vetro, tutto verticale, una redazione a ogni piano, il grande lavoro dei redattori era andare su e giù: “c’è il tal dei tali?”, “è in ascensore”. Al secondo piano, il segretario di redazione mi accolse con un sorriso poco confortante, mi sembrava di scherno: io ero tranquillo, di solito mi telefonavano per andare in qualche posto, spesso assurdo, quando stavo per mettere in bocca la prima forchettata di spaghetti, la mia minestra: quel giorno era ormai pomeriggio e, quindi, il pericolo doveva considerarsi superato. Sempre con il sorriso a fior di labbra, il segretario De Monticelli, mi informò che a Vienna gli anarchici avevano occupato la sede dell’Opec, l’organizzazione dei principali Paesi produttori di petrolio, e sequestrato una ventina di ministri arabi. E allora?, chiesi, “roba tua – rispose – vai a Vienna, dice il direttore”, e il sorriso si accentuò, “vai dalle segretarie, prendi il biglietto, l’aereo rulla sulla pista”. Lo guardai con odio, “te set on pirla” gli dissi, il suo sorriso si allargò. L’autista del giornale mi accompagnò a Linate, mi chiesi se l’aerostazione esistesse ancora o fosse stata mangiata dalla nebbia, era stata mangiata dalla nebbia, nessun volo fino… non si sapeva. Tornai al giornale. In segreteria dissi che sarei partito in treno, ma l’ultimo treno possibile era già partito, il prossimo mi avrebbe sbarcato a Vienna dopo mezzogiorno del 22 dicembre, tanto valeva rimanere a Milano e inventare un pezzo da inviato in redazione. E in auto?, chiesi a una delle segretarie. La risposta fu immediata: con questa nebbia gli autisti non s’azzardano a partire. Cominciavo già ad accarezzare l’idea di andare a preparare l’albero di Natale per mio figlio Enrico, quando il collega Enzo Lucchi romagnolo pataca ma grande giornalista, mi disse “dài, ti accompagno io, guidiamo un po’ per uno, vado a casa, faccio una borsa e arrivo”. Ero incastrato. Lucchi era il motociclista vestito di pelle nera che attraversa di tanto in tanto la scena di “Amarcord” di Fellini, Scureza era il personaggio. Con Fellini, Lucchi aveva abitato a Roma, entrambi lavoravano per pochi soldi a Paese Sera, poi ognuno aveva fatto carriera, Fellini più di Lucchi. Arrivò, Enzo, dopo una mezzora, aveva una sacca da marinaio norvegese e una pelliccia bianca, di orso?, anche questa è della marina norvegese, mi spiegò. Inutile dirgli che non c’era tanto freddo, non si sa mai, disse. Lucchi era così, pensava ancora al giornalismo romantico, un cocktail composto da fantasia, avventura, coraggio e buona scrittura. Era davvero un altro giornalismo, allora avevamo ancora l’illusione di poter raccontare le cose come se i padroni non ci fossero, pensavamo ingenuamente di poter cambiare il mondo con un articolo o un’inchiesta. Eravamo un po’ coglioni, ma preferisco ancora oggi i pataca ai lacchè brutalizzati al computer da piloti ignoti, noi le cose le vedevamo e le toccavamo, mica ce le raccontava il computer (scusate, considerazioni da vecchio, ogni tanto mi scappa).
Partimmo con l’auto del giornale. Se possibile, la nebbia diventava sempre più fitta, il nostro doveva essere l’unico automezzo in circolazione. Mentre guidavo, Enzo Lucchi leggeva ad alta voce il dispaccio dell’Ansa sui fatti di Vienna: una ventina di ministri dell’Opec prigionieri nella sede dell’organizzazione di un commando guidato da un famoso terrorista, rimasto sempre abbastanza misterioso, Ilich Ramirez Sanchez, noto col nome di battaglia “Carlos”. Quando arrivammo alla frontiera austriaca, la polizia ci chiese dov’eravamo diretti, poi uno domandò “ciornalisti?”, “ya” risposi. “Vienna? Die grosse katastrofen”. Giungemmo nella capitale austriaca alle sette del mattino. Noi non lo sapevamo, ma in quel momento un aereo con a bordo Carlos e il resto della banda, decollava. L’attacco, con sparatoria, di quella che si definiva “braccio armato della rivoluzione araba”, aveva raggiunto un accordo con le autorità viennesi. Nella sede dell’Opec rimanevano soltanto tre cadaveri, un libico, un iracheno e un vecchio poliziotto austriaco. Noi scrivemmo due povere cronache, un vero flop giornalistico, riprendemmo la macchina e tornammo: nel baule rimaneva il pelliccione bianco: Lucchi non l’aveva indossato.

9. CONTINUA [leggi la decima puntata]

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Acqua, energia e rifiuti a Ravenna2015: politiche gestionali e modelli di comportamento per garantirci un bell’ambiente

Aumentano nel tempo le occasioni di informazione e di comunicazione ambientale grazie ai molti seminari, convegni, dibattiti, fiere, eventi sui temi della sostenibilità e della gestione dell’acqua e dei rifiuti a livello nazionale. E’ un bel segnale che testimonia come sia in crescita la sensibilità collettiva su questi temi fondamentali e si stia sviluppando un importante interesse di tutti ai temi dell’ambiente. Tra queste iniziative merita una particolare segnalazione “Ravenna2015. Fare i conti con l’Ambiente” che si svolgerà dal 20 al 22 maggio. Tre giorni di incontri, di formazione e informazione, di approfondimenti e conoscenza sulle nuove tecnologie e sui processi industriali, coniugando cultura e solidarietà e offrendo eventi d’arte e spettacolo. Si aprirà così l’ottava edizione: con la riflessione sul ruolo dell’uomo e sul suo impatto sulla natura, il consumo delle risorse e la geopolitica.

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La locandina

L’evento si autodefinisce un festival formativo green a carattere nazionale con oltre 50 iniziative tra conferenze a tema, workshop e seminari di formazione chiamati labmeeting. Una interessante occasione per approfondire tematiche di attualità tecnico-scientifica nei settori rifiuti, acqua, energia, bonifiche e sostenibilità ambientale. Ma soprattutto i temi di frontiera, l’aggiornamento delle tecnologie, gli approfondimenti normativi. Il modello originale di manifestazione si basa sullo “sviluppo dal basso”, contando su una forte socializzazione e coinvolgimento dei partecipanti.
Una iniziativa che penso meriti una particolare attenzione non solo per i suoi contenuti di alto valore scientifico, ma anche perché avviene su più sedi dislocate nel centro di Ravenna. La città si trasforma in un importante salotto di incontri tra persone attente ai temi ambientali ed esperti del settore. Molti ormai si conoscono da tempo e considerano questa una occasione di amicizia e di dialogo da non perdere. Altri si aggiungono sentendosi interessati a partecipare a questo modo di dialogare e condividere imparando. Non è il classico evento di propaganda né la ormai superata occasione pubblicitaria di qualche industria. Si respira aria di onestà intellettuale, di dialogo, di confronto, di trasparenza, di piacere. Per questo mancano i grandi sponsor che cercano invano di imporre le loro strategie; chi sponsorizza lo fa perchè crede nel metodo. E questo forse è un bene, perché l’evento si mantiene su una fragile autonomia voluta dagli organizzatori.
Quest’anno si sviluppa su alcuni temi che vanno dalla complessità del danno ambientale, alla gestione dei depuratori, ai centri di riuso e ai siti contaminati, ma anche su approfondimenti di importanti progetti europei (Life Gioconda, Biolca, Emares, Prefer, Biomother, Prisca). Ma è la cultura ambientale e la comunicazione virtuosa il centro del sistema che ormai è un appuntamento seguito da bloggers e opinion leaders che si confrontano sulla delicata questione di dove sta andando il giornalismo ambientale (focus di un labcamp). In questo contesto non può mancare l’analisi dell’arte urbana con proposte di public art che rappresentano da anni un gradito e prezioso momento culturale chiamato “Emergenze creative”.
La condivisione della conoscenza e il trasferimento della informazione ambientale senza secondi fini se non quello puro e semplice del confronto e del dialogo è il principio qualitativo di riferimento.
Per questo si propongono riflessioni sulla innovazione e sulla economia (appunto fare i conti con l’ambiente) che in altre occasioni sono considerate questioni sensibili di difficile analisi. Qui se ne discute apertamente.
In fondo la discussione di modelli, la partecipazione di esperti, il dialogo e la diffusione delle questioni critiche del sistema dei servizi pubblici ambientali dovrebbe essere una buona regola da diffondere. In fondo la soluzione di partenza è semplice quanto naturale, basandosi sull’aggregazione di persone che prima sono persone e poi (forse) referenti di ruoli. Questo non banale approccio permette di abbracciare contemporaneamente più ambiti territoriali e settoriali emancipando gruppi di persone accomunate dagli stessi ambiti di conoscenza, di interessi comuni e problemi da risolvere. Alla base vi è lo stimolo di lavorare con gli altri confrontandosi e imparando continuamente. Io sono otto anni che ci vado, spesso intervengo, sempre imparo cose nuove.

“Ravenna2015 – Fare i conti con l’ambiente”, 20-21-22 Maggio 2015
Per saperne di più visita il sito del festival [vedi].

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Lo sguardo lungimirante di Agostini: ci aiutò a comprendere il plurale di giornalismo

Fa impressione parlare di lui al passato, perché il suo sguardo era sempre orientato al futuro. In metafora calcistica lo si potrebbe immaginare centravanti, non certo difensore. Angelo Agostini non si schierava mai a salvaguardia dell’esistente, era curioso e attento, costantemente teso a comprendere il mutamento e ad anticiparne il senso e le linee di sviluppo.
Così è stato già all’inizio degli anni ’90, all’epoca dell’introduzione delle tecnologie in redazione, quando molti alzavano barricate e lui invece coglieva e segnalava le potenzialità del fenomeno. Lo stesso è avvenuto per le scuole di formazione al giornalismo, sostenute a dispetto di quanti si ostinavano a dire che il mestiere si impara solo praticandolo dentro le redazioni e non dietro ai banchi. Lui, pienamente conscio dell’importanza della pratica, riteneva però indispensabile una consapevole assunzione e una contestuale elaborazione critica dei modelli e delle prassi di lavoro, connesse all’acquisizione di un solido bagaglio culturale e di un adeguato supporto teorico. E avanguardista fu anche quando iniziarono a diffondersi i giornali on-line: considerava il web una straordinaria risorsa e un arricchimento per il giornalismo, e pur edotto dei rischi in termini di accreditamento della notizia, non viveva la rete come minaccia, ma come nuova frontiera da civilizzare. Non è mai stato corporativo, insomma, Non ha mai temuto la fine del giornalismo e ha a sempre sostenuto e propugnato la necessità di guidarne la trasformazione. Anche per questo parlava di “giornalismi”, cioè declinava al plurale il mestiere, combattendo l’idea di unico inossidabile modello praticabile.

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Da sinistra: Cocconi, Tedeschini, Giua, Sorrentino, Masera, Fabbri, balzanelli

Per ricordare la straordinaria figura di Angelo Agostini a un anno dalla prematura scomparsa, la rivista “Problemi dell’informazione” gli ha dedicato un panel nell’ambito del Festival del giornalismo che si è svolto a Perugia nei giorni scorsi.

A prendere per primo la parola è stato Carlo Sorrentino, docente dell’Università di Firenze, brillante studioso del giornalismo e nuovo direttore della rivista edita dal Mulino. “Angelo Agostini – ha affermato – è stato la formazione al giornalismo in Italia. Va considerato fra i principali animatori – e forse qualcosa in più – del Festival  di Perugia. Appariva perennemente insoddisfatto, ma non perché avesse un carattere ombroso, al contrario era un uomo pieno di vitalità e di entusiasmo: ma era sempre inquieto, alla ricerca, come deve essere un serio studioso. E’ stato uno straordinario anello di congiunzione fra la formazione accademica e il mondo dell’informazione, una figura senza eguali, molto attento all’innovazione. Anche per questo gli abbiamo dedicato un intero numero di Problemi della comunicazione, con un’ampia selezione di alcuni fra i più significativi articoli”.

Aldo Balzanelli, di Repubblica, ha citato una delle frasi preferite di Agostini: “Alza la testa e guardati intorno: era una sua frequente esortazione. Rompere la catena dell’autoreferenzialità è stato uno dei suoi imperativi. La sua peculiarità di essere studioso e insieme di praticare il giornalismo lo rendeva un caso raro in Italia. Proprio per questa sua duplice natura conosceva perfettamente dinamiche, limiti, e condizionamenti del nostro lavoro e la sua analisi teorica non risultava mai astratta”.

“Ci manca il confronto quotidiano con lui, la sua attenzione all’innovazione – ha detto Giovanni Cocconi, ex allievo di Agostini e ora attivo in ambito di comunicazione isitituzionale, dopo essere stato a lungo vicedirettore di Europa – Spesso mi chiedo come la penserebbe lui su questo o quel fatto e avverto il vuoto dell’assenza. Per lui, come per Marc Augé, la cultura era come il legno verde: si muove”. Sull’abbrivio della citazione ha letto un passo (struggente, dato il contesto) di un celebre articolo di Agostini del 2011, che proprio a Augé faceva riferimento: “Chiunque abbia dimestichezza col legno sa che il legno continua a muoversi anche quand’è vecchio. Il legno non si ferma mai. Il fatto è che quando ti sei costruito una casa in legno, oppure quando te la sei trovata, come capita a chi è nato in montagna, sei pure abituato a controllarla giorno per giorno, nei mesi, negli anni, nei decenni che ti sono dati. Una casa costruita in legno si muove. Quindi la guardi, ti abitui ai suoi cambiamenti. Tamponi l’intonaco quand’è necessario. Altre volte ti tocca proprio cambiare la struttura. Però se era di legno, di legno la rifai. Avendo cura di scegliere quello buono. E poi, e poi, e poi. Poi continui a vigilare a guardare, a badare che non accada l’unica cosa irreparabile: che il legno s’incendi”.

“Si innamorava delle cose. E come me – ha dichiarato Claudio Giua, del gruppo Espresso – era innamorato di Repubblica, che considerava il giornale che aveva rotto le paludate forme del giornali anni 70. Ma aveva anche uno sguardo critico su tutto, mai indulgente, e anche a Repubblica muoveva i suoi appunti senza remore. Era un sognatore, ma sapeva dare concretezza alle idee Ho visto come si è impegnato e battuto a difesa di uno dei suoi ultimi progetti, quello di un ‘Newseum’ italiano, rimasto purtroppo incompiuto”.

Anna Masera, storica firma della Stampa, attuale responsabile dell’ufficio stampa della Camera, segnala come Agostini “avesse fatto pienamente propria la concezione di Paolo Murialdi relativa alla proliferazione delle forme di articolazione della professione, adottando la definizione di “giornalismi”. Mostrava sempre attenzione alle regole, rigore e senso etico, ma era flessibile nel considerare le mutazioni e le novità del settore. Ma caposaldo per lui restava la considerazione che il referente dell’informazione era il sempre il lettore e mai il soggetto della notizia”.

“Credeva nelle cose che raccontava a noi studenti e lo si percepiva – testimonia Lorenzo Fabbri, del gruppo Espresso -. Abbiamo condiviso gli anni del fermento intellettuale di Bologna all’interno della facoltà di Scienze della comunicazione quando la città era un po’ capitale dell’innovazione grazie anche allo sviluppo delle reti civiche. Ci ha trasmesso la sua passione”,

“Era segnato della sua identità di confine, lui nativo di Fiera di Primiero, un tempo al margine dell’impero asburgico. Ma si definiva orgogliosamente giornalista di scuola italiana. – segnala Mario Tedeschini Lalli (gruppo Espresso), tracciando un filo di congiunzione fra il vissuto personale e la sensibilità del giornalista e dello studioso -.Aveva grandi doti anticipatorie. Arrivava a capire le cose spesso un po’ prima degli altri, E fu fra i primi, per esempio,  a praticare il ‘giornalismo dei dati’ in anticipo su tutti, quando ancora neppure se ne parlava”.

Ricordi. Gocce di memoria. Un profilo al plurale, come sarebbe piaciuto a lui, senza ripetizioni, a confermare quanto la personalità di Angelo Agostini fosse ricca e colma di tante sfaccettature. Il suo sguardo, attento e lungimirante, ci manca e ci mancherà.

Leggi [qui] Legno e radici. Sulle culture professionali del giornalismo italiano

Guarda [qua] il video dell’incontro “Angelo Agostini: formare al giornalismo sapendone anticipare i cambiamenti (dal festival 

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NOTA A MARGINE
Quando ‘l’intoccabile Renzi’ fu designato “leader ideale del centrodestra”

Matteo Renzi ai raggi X del festival di giornalismo in corso di svolgimento a Perugia. Non clamorose rivelazioni, ma il riassemblaggio dei tanti tasselli – non tutti noti – di una personalità e di un percorso ancora in larga misura da decifrare.

Tasselli: dalla vincente partecipazione alla ‘Ruota della fortuna’ di Canale 5, propiziata dalla segnalazione di uno zio che lavorava a Mediaset, sino all’indicazione, nel 2011, di Matteo Renzi come del successore ideale di Berlusconi alla guida del centrodestra in un rapporto riservato al cavaliere di Arcore, confezionato dallo studio del suo consulente politico di fiducia Diego Volpe Pasini.

A sezionare la personalità del premier, sul palco del festival si sono ritrovati Peter Gomez del Fatto quotidiano, Augusto Minzolini ex direttore del Tg1 e attuale parlamentare di Forza Italia, la meno nota ma acuta cronista politica di Oggi, Marianna Aprile, e Davide Vecchi, anch’egli redattore del Fatto e autore del fresco volume “L’intoccabile Matteo Renzi, la vera storia”, che ha dato spunto alla conversazione.

Dunque Renzi, “l’outsider capace e ambizioso che usa il verbo rottamare per farsi strada e acquisire il consenso, ma quando arriva al potere – annota Gomez – fa gli accordi con i poteri forti, ottiene l’appoggio del mondo finanziario e della grande industria e la benevolenza di Marchionne. E forte di questo sostegno riesce a demolire l’articolo 18, contro il quale avevano sbattuto tutti i predecessori. E’ lui il Gattopardo?”, si domanda.

Minzolini, quasi a convalidare ‘l’Opa’ del centrodestra, aggettiva il proprio apprezzamento: “Coraggioso, decisionista, capace di rischiare. Amico di tutti, ma pronto a sferrare il colpo mortale appena può”. E aggiunge altri tasselli a un percorso ibrido: “la Compagnia delle opere, braccio finanziario che sta dietro Comunione e liberazione di cui è referente un luogotenente renziano, il toscano Matulli. E poi Verdini e qualche altro animale politico dell’entourage… Insomma, il partito della Nazione – di cui tanto si parla – come rinascita di una Dc del XXI secolo. Una nuova Democrazia cristiana a ricalco del modello di De Mita, di cui non a caso Mattarella era luogotenente in Sicilia come Matulli lo era in Toscana”.

Vecchi si sofferma sulle strategie di engagement del premier. “Costruisce i rapporti attraverso i figli, con una predilezione per le figlie. I suoi collaboratori hanno sempre solidi genitori e sono lasciapassare per mondi preziosi. Fra il 2007 e il 2014 Renzi raccoglie quattro milioni di contributi da vari sostenitori, i più noti dei quali sono il finanziere Davide Serra e l’avvocato Alberto Bianchi. Ma solo la metà è riconducibile a identità definite. Di circa due milioni entrati in cassa non c’è tracciabilità”.

“L’affinità fra lui e Berlusconi – segnala Aprile – sta nel fatto che entrambi incarnano un differente marchio di provincialismo: Silvio è l’imprenditore milanese un po’ bauscia; Matteo è il bullo, lo spaccone che ci prova sempre e in qualche modo ci arriva”. La cronista dice di invidiare i colleghi che potevano attingere a piene mani spunti di gossip dall’entourage del Cavaliere: “Lì i rapporti erano instabili e chi cadeva in disgrazia era sempre pronto a gustose rivelazioni. Invece il gruppo dei renziani è granitico, si vogliono tutti un gran bene e non riesci a tirare fuori alcuna indiscrezione”.
“La forza di Berlusconi – annota – stava nel fatto di essere ricco e potente, quella di Renzi nasce dalla narrazione della rottamazione. I due si conoscono a Firenze nel 2005 tramite Verdini. Berlusconi resta affascinato. E nel 2011, complice il documento di Volpe Pasini, dopo la caduta del governo di centrodestra, una parte di Forza Italia pensa a Renzi come nuovo leader dello schieramento. Caratterialmente e nella strategia di relazione sono molto diversi: mentre Berlusconi si concede, Renzi comunica a senso unico ed è inaccessibile”.

Conclusione: “Renzi – per Gomez – è stato individuato come la persona in grado di garantire la sopravvivenza del sistema di potere berlusconiano”. Di rimando, Minzolini, a sostanziale conferma: “Il network televisivo più ‘renziano’ oggi è Mediaset”. A corroborare, Aprile: “Quando Berlusconi e Renzi litigano sembra il gioco delle parti. Nei confronti di Berlusconi, Renzi usa la tattica del pendolo: si avvicina e si allontana continuamente. Ma chissà, magari il Paese oggi ha bisogno proprio di questa alleanza per rimettere in moto l’economia…”.

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Nasce Periscope, il mondo in diretta streaming dal cellulare

Il suo ingresso nell’ampia scena dominata dal web e dai social network non è passato inosservato, poiché ormai tutto quello che sfonda in rete è destinato ad entrare prepotentemente nella nostra quotidianità: è quello che sta accadendo nelle ultime settimane con la nascita di Periscope, applicazione per smartphone creata da Joe Bernstein e Kayvon Beykpour e completamente interfacciata con la già ben nota Twitter.
Periscope sulla carta è “l’acqua calda”, niente di apparentemente rivoluzionario o mai visto prima dal punto di vista tecnico, poiché si avvale di una piattaforma sulla quale un utente può inserire un video che tutti gli altri utenti iscritti possono visualizzare. Nulla di sconvolgente, in un’epoca nella quale Skype e YouTube oramai sono conosciuti anche da chi un computer non lo ha mai preso in mano.

periscope-twitterQuello che però rende Periscope una vera e propria novità, forse destinata a padroneggiare il mercato di internet, come i pilastri appena citati, è la diretta simultanea, la possibilità ovvero di registrare con il proprio telefono qualsiasi cosa si desideri in qualsiasi momento della giornata e trasmetterlo in diretta streaming al mondo. Parallelamente, gli utenti possono visualizzare cosa sta trasmettendo in quel preciso istante chi si è scelto di seguire, ed interagire tramite il più classico servizio di messaggistica istantanea. Tutto molto più facile a farsi che a dirsi.
Ecco che paiono chiare le sue enormi potenzialità, applicabili in svariati settori: tutti oggi possiamo crearci la nostra personalissima televisione ed il nostro broadcast, dove il broadcast siamo noi stessi. Grazie alla già citata integrazione con Twitter, inoltre, il nostro profilo Periscope saprà chi già seguiamo in rete e cosa più ci interessa, facilitando così la ricerca delle dirette o addirittura permettendoci di venire avvisati con una notifica quando un nostro “follower” crea una diretta. E per non far mancare nulla, i video distribuiti in diretta possono anche essere registrati e resi disponibili per la visione in un secondo momento nelle 24 ore successive alla loro creazione.
Proprio su quest’ultimo punto sta la differenza con Meerkat, un’applicazione uscita un paio di mesi fa e molto simile a Periscope che, nonostante godesse di numerosi consensi, limitava la visione degli utenti alla mera diretta facendo scomparire il contenuto alla conclusione della stessa. Importante diviene infatti sottolineare che già da tempo esistono piattaforme in grado di offrire servizi analoghi a quelli che offre Periscope, su tutti Younow, Livestream e Ustream.

Le caratteristiche che rendono Periscope davvero un prodotto nuovo, e soprattutto pronto ad una rapida espansione, sono l’immediatezza e la freschezza: creare una diretta è tanto semplice quanto pubblicare un tweet o un post, come semplice è accedere ai numerosissimi contenuti e cercarne di diversi ogni secondo che passa. Possiamo passare così dalla visione di una conferenza stampa ad una persona che passeggia per le vie di una città, dal backstage di una trasmissione televisiva alla recita dello spettacolo di fine anno delle elementari. In Italia, personalità note al grande pubblico come Fiorello e Jovanotti hanno cominciato ad utilizzare Periscope già dal giorno della sua uscita (il 26 marzo scorso), quest’ultimo, attivissimo, più volte al giorno dialoga con il suo pubblico e mostra il dietro le quinte delle prove dall’interno degli studi di registrazione. Già attive sono inoltre tutte le principali testate giornalistiche e i giornalisti stessi, svariate case editrici, partiti politici, musei e trasmissioni televisive. Su Periscope sono state create dirette all’esterno del Tribunale di Milano durante le tragiche vicende del 9 aprile scorso, mentre a Ferrara risulta particolarmente attivo il Palazzo dei Diamanti, che in vista della prossima apertura della mostra “La rosa di fuoco” ha mostrato l’arrivo delle opere e tiene aggiornati gli interessati sulle ultime news.
Provando personalmente l’applicazione, tra i live non creati dagli utenti che già seguo, mi sono imbattuto in una ragazza che si spostava in lungo e in largo per Parigi, chiedendo ai suoi utenti che cosa volessero andare a visitare della capitale francese, e lei prontamente si spostava verso il luogo prescelto, a piedi o se necessario con i mezzi pubblici. Un’altra ragazza si riprendeva durante lo svolgimento dei suoi compiti scolastici, chiedendo informazioni e consigli agli utenti, mentre altre persone ancora cantavano canzoni su richiesta. Il tutto quasi sempre seguito già dall’inizio della diretta da non meno di un centinaio di utenti, che nel caso di live di personalità famose ovviamente aumentano in modo esponenziale. Numeri incredibili se si pensa che Periscope per adesso è disponibile solo per dispositivi Apple (a breve lo sbarco su Android).
Tutto insomma può essere ripreso e distribuito su Periscope, senza (per ora) alcun tipo di limitazione; uno dei pochi punti a sfavore probabilmente è la qualità del video, molto bassa e tutt’altro che professionale per ovvi motivi di fruizione e caricamento in rete.

Come è accaduto (e come continua ad accadere) per ogni nuovo prodotto di diffusione di massa sulFoto 15-04-15 18 14 48 web, l’iniziale entusiasmo per la novità si scontra presto con le preoccupazioni e i problemi che questa incontrollabile diffusione potrebbe provocare. Lo stesso Twitter in queste settimane sta cercando di rivedere i propri regolamenti, in modo tale da controllare maggiormente la pubblicazione dei contenuti e tutelare il più possibile i suoi utenti e la piattaforma stessa.
Periscope potrebbe divenire uno scomodo concorrente dei media tradizionali, basti pensare alla possibilità di riprendere un concerto, un film al cinema, una partita di calcio, ma anche un incredibile mezzo di diffusione libera e incontrollata di violenza, pornografia, illegalità, anonimato. Senza contare l’effetto “grande fratello”, sempre di grande attualità. Problemi già noti sul versante social network, settore nel quale anche Periscope si sta ritagliando il proprio spazio e che da anni divide la società in favorevoli e contrari, in chi ci vede il male del giorno d’oggi e in chi invece vede queste nuove tecnologie come una enorme possibilità per il futuro.
Ma al di là dei comprensibili dubbi circa la diffusione di Periscope, credo sia interessante analizzare questo nuovo prodotto tecnologico come un’opportunità, soprattutto per quanto riguarda un mondo, quello dell’informazione, in costante evoluzione e mutamento. L’informazione oggi non può prescindere dal web, piaccia o no, e servizi come Periscope, se utilizzati in maniera corretta, non possono che portare vantaggi e migliorie. Periscope incarna tutto ciò che l’utente medio del web di oggi richiede nella sua ricerca di informazioni: immediatezza, semplicità e soprattutto condivisione. Il mondo in costante diretta, quando e dove lo vogliamo, una nuova frontiera nel modo di fare giornalismo. La notizia, grazie a Periscope, può essere oggi diffusa con un tempismo, un realismo ed una diffusione (con tanto di interazione) spaventosi, e la stessa notizia può successivamente essere approfondita e condivisa in un modo inedito ed innovativo rispetto ai meccanismi classici della rete o i mass media tradizionali.
In un certo qual modo potrebbe giovarne anche la veridicità e la trasparenza delle fonti, grazie ad un contatto visivo diretto e riconoscibile (gli stessi profili ufficiali degli utenti popolari di Twitter vengono segnalati con una spunta azzurra) con chi sta dall’altra parte dello schermo e dell’ambiente che lo circonda mentre diffonde il proprio messaggio.

Certo è ancora molto presto per parlare di rivoluzione, il prodotto è ancora neonato e in fase di assoluta sperimentazione, sia tecnica che pratica. Appare chiaro tuttavia che Periscope, così come viene già teorizzato in questa sua fase quasi embrionale, è destinato a continuare a far parlare di sé e modificare molto, se non tutto, di quello che già abitualmente pratichiamo sulla rete. Molto più di una semplice moda passeggera.
La caccia ai cuoricini (così vengono segnalati sulla schermata della diretta tutti i nuovi “spettatori”), quindi, è ufficialmente aperta.

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Tanto rumore per nulla attorno “all’Intervista”

Arrivato in Italia in home video il 25 marzo (ma visibile in rete da qualche tempo), se ne era parlato molto lo scorso mese di dicembre, quando la prima del film a New York era stata cancellata. La Sony, produttrice del film “The Interview” con la Sony Pictures Entertainment, era stata attaccata, hackerata, minacciata. Un fatto storico, un caso da manuale senza precedenti, una saga quasi hollywoodiana durata diversi giorni. L’antefatto: a giugno, una lettera dell’ambasciatore nordcoreano a Ban Ki-Moon con la quale si accusano gli Stati uniti d’America di sponsorizzare atti di terrorismo e guerra attraverso la trama di un film (non citato espressamente). I fatti: della missiva non si parla, finché a Novembre la Sony si rende conto di essere stata hackerata, con impiegati che non accedono alla rete aziendale e scheletri che appaiono sui monitor, c’è un messaggio inquietante, di “warning”, “Hacked by Gop” (i “Guardians of peace”).

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Avvertimento

Dati cancellati e mandati online, insieme a documenti e informazioni riservate (38 milioni di file tra i quali email, stipendi, informazioni sui film in uscita come la sceneggiatura di Spectre, il nuovo film di James Bond in uscita nell’autunno 2015, commenti e dati riservati delle star hollywoodiane, da Sylvester Stallone a Jessica Alba), un danno da 200 milioni di dollari. Viene richiesto un compenso monetario, una sorta di ‘ricatto’ per non vedersi attaccare fino in fondo. La pista nordcoreana viene messa in mezzo, riesumando quella lettera alle Nazioni unite, l’Fbi indaga, Pyongyang nega ogni coinvolgimento, anche se celebra il fatto come azione ispirata da indignazione e non esclude che sia stata condotta da ‘simpatizzanti’. I Gop minacciano, evocando un 11 settembre contro i cinema che proiettino il film. Anche se non vi sono elementi per credere alla possibilità di attentati, la pellicola è ritirata dalla programmazione. Arrivano le accuse ufficiali alla Corea del Nord, il 19 dicembre, pur “in assenza di poter mostrare tutte le prove”. Infine, una nota (non attribuibile con certezza agli hacker): via libera a far vedere il film. La conclusione: dopo tanta confusione, il film oggi, è in alcuni cinema, in rete e in home video. Forse qualcuno, semplicemente, si diverte e ride alle spalle di Sony e di due Stati potenti.

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La locandina

Tanto rumore per nulla, tuttavia, perché il “The Interview” è un film come tanti. Non molto diverso da tanti, forse. Ci pare incredibile che abbia potuto causare tanta polemica e una seria crisi internazionale, se non altro perché ci troviamo davanti a una commedia classica, di quelle anche un po’ volgari, pesante in toni e allusioni, e non certo di fronte a un film serio o con veri intenti satirici, nonostante il soggetto politico di partenza. Insomma, è un film realizzato solo con l’ambizione di far ridere e basta (chi piaccia tale tipo di risata). Il polverone dimostra certo la scarsa autoironia del regime nordcoreano, ma non bisogna farsi ingannare da un film semplicemente comico-demenziale. I protagonisti sono particolarmente scemi, la trama improbabile, le situazioni surreali, le battute triviali.
Eccoci, allora, di fronte a due giornalisti (Seth Rogen e James Franco) di uno show scandalistico molto seguito che scoprono che il leader nordcoreano Kim Jong-un (Randall Park) è un loro spettatore e grande fan. Da qui l’idea di intervistarlo, per fare lo scoop, per approdare, finalmente, nel mondo del giornalismo “serio”, un salto di qualità con il botto.

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I due giornalisti

Prima della partenza, tuttavia, la Cia, nei panni della bella agente Lizzy Caplan, li contatta per chieder loro di eliminarlo, con un veleno letale nascosto in un cerotto. Ottenuto il benestare coreano per l’intervista, arrivati in Corea del Nord, i due protagonisti sono affascinati dallo charme del leader e, in particolare, il conduttore David Skylark (James Franco), che rimane ammaliato da quello che Kim Jong-un gli confessa per farselo amico. Tutto l’intreccio si basa sul falso benessere esibito che viene poi scoperto dai due e sulla doppia faccia di Kim Jong-un, placido amico prima e poi spietato massacratore pronto a lanciare testate nucleari.

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Il leader nordcoreano Kim Jong-un

Alla fine i due giornalisti riescono a far fuori Kim con una granata con propulsione a razzo, in un film dalla trama improbabile e in una scena finale davvero poco credibile. Se si parla, comunque, male della Corea del Nord (Kim Jong-un è visto come un bambinone triste e viziato, abile manipolatore ed egoista, che dà di matto quando gli dicono che bere i Margarita è da gay, che si aggira indeciso nel suo armadio per scegliere quale delle decine di uniformi identiche indossare, e che minaccia di bombardare il mondo per sentirsi importante, un fondo di ragione per indispettirsi c’è…), molto peggio ne esce la televisione americana: il personaggio di David, che diventa subito amicone di Kim (vanno a sparare con i carri armati insieme cantando Katy Perry), è il vero idiota del film, un uomo inutile che conduce un programma seguitissimo, ma completamente digiuno delle più basilari regole del giornalismo, profittatore e vigliacco, disposto a tutto per il proprio bene e completamente rimbecillito dalla pop culture. Kim gli fa solo da spalla.

il leader nordcoreano Kim Jong-un
Una scena del film

Una volta deciso di ambientare la vicenda in uno dei paesi più chiusi del mondo, il film poteva mostrare gli aspetti più problematici e complessi della Corea del Nord, invece, li ha banalizzati, umanizzato Kim Jong-un, come un bamboccione con problemi di autostima e terrore notturno di restare solo, e puntato molto di più sulla satira del vacuo mondo dell’entertainment americano che non su quella geopolitica. Altro che film politico, alcuni potrebbero addirittura obiettare che il film ha scelto di ridere laddove si è in costante presenza di pesanti violazioni dei diritti umani, aspetti davvero poco comici. L’intervento nordcoreano ha finito solo per fare (enorme ed esagerata) pubblicità ad una semplice commedia che, forse, sarebbe passata nei cinema senza farsi troppo notare…

The Interview“, di Evan Goldberg e Seth Rogen, con Seth Rogen, James Franco, Lizzy Caplan, Diana Bang, Randall Park , Usa 2014, 112 mn.

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PAGINE DI GIORNALISMO
La pura cronaca di Buzzati in una Milano capitale morale

5. SEGUE – Era una mattina calda di fine estate, 20 settembre, ma la Breccia di Porta Pia non c’entra, non era la celebrazione dei cent’anni da quell’episodio che si pensava, sbagliando, dovesse rappresentare la quadratura del cerchio Italia, per me comunque non era un giorno qualsiasi. Partivo, andavo a lavorare a Milano, avviai la Cinquecento verde pallido, il motore borbottò tranquillo, ingranai la marcia e partii, ma prima diedi un ultimo sguardo nello specchietto retrovisore e vidi mio padre che mi salutava con una mano e con l’altra si asciugava un occhio. Mia madre aveva pianto in casa silenziosamente, immaginai che un tempo ormai lontano, quando i figli venivano consegnati al re per andare a fare qualche guerra e forse non tornare mai più, la scena fosse la stessa. Io, invece, mi sentii libero, lasciavo finalmente la profonda provincia supponente e spesso cattiva, borghese, che non faceva crescere il cervello dei giovani. Ma qualcosa a me aveva pur insegnato, pensavo guidando, lasciavo indimenticabili amici e altrettanto importanti maestri: come potevo dimenticare il proto della vecchia tipografia di Balbo Baruffi, detto Baruffa, era con lui che alle quattro del mattino chiudevo le ultime pagine della “Gazzetta”.
Mi avevano assunto all’Agenzia Giornalistica Italia e mi avrebbero iscritto all’albo dei giornalisti professionisti. Confesso, ero felice. Milano. Milano era il massimo per uno che voleva fare questo mestiere così importante, giornalista, e mi ci vollero anni per capire che era anche stupido, questo mestiere. Nella capitale morale dell’Italia, così si diceva allora, c’era la concentrazione dei più grandi giornali, Corriere della Sera, Il Giorno, Il Sole e 24 Ore – non ancora uniti – il Corriere d’informazione, il Corriere Lombardo, La Notte, L’Unità, L’Avvenire e, ultimo appena nato, Stasera, quotidiano del pomeriggio voluto dal Pci di Cossutta e da Enrico Mattei, alla cui guida era stato chiamato un personaggio di statura superiore, quel Mario Melloni che aveva raggiunto la fama con lo pseudonimo di Fortebraccio, polemista che in tre parole poteva mettere fine alla dignità di un politico, come quando scrisse del segretario socialdemocratico “è uno con la fronte inutilmente ampia”.

L’aria che si respirava sotto la Madonnina era effettivamente diversa, la gente andava di fretta, ma se ti dava un appuntamento non sgarrava di un minuto e si sapeva che a lavorare bene c’era un tornaconto, a Milano tutto doveva avere un tornaconto, i danée sono i danée, un antico motto popolare dice che chi “volta el cul a Milan volta el cul al pan”: pane intellettuale anche, non parlo soltanto della mitica e stracciadenti michetta. Me ne accorsi poco dopo il mio festoso approdo sui Navigli. Fui mandato a prendere notizie su un omicidio avvenuto in una delle case di ringhiera del centro, vecchie case fatiscenti, cesso alla turca sui pianerottoli, uno per piano, non si deve mai esagerare, ora al posto di quel vecchiume puzzolente sono stati ricavati deliziosi appartamentini per artisti e studenti con i soldi di papà in tasca. La vittima era, tanto per cambiare, una donna di mezza età, il cui uomo era scomparso. Ricordo il commissario del Monforte dottor Grappone, poi questore, il quale sapeva alla perfezione come costruirsi una fama, innanzitutto farsi amici i giornalisti; quindi le sue notizie non erano mai parziali, ma abbondanti e il ‘colore’ non mancava mai, alla sua figura pare che si sia ispirato Gian Maria Volonté per il film “Cittadino al di sopra di ogni sospetto”. Dunque il commissario Grappone parlava dell’omicidio, infiorando il racconto con aggiunte sempre azzeccate. E io prendevo nota sul mio taccuino. A un certo punto sentii una mano che mi batteva sulla spalla destra. Mi voltai, era un collega per me vecchio (avrà avuto cinquant’anni), non alto, capelli cortissimi, brizzolati. Mi disse “scusa, sono arrivato in ritardo, mi puoi riassumere? sono del Corriere”, aprii il taccuino e gli lessi i miei appunti, intanto pensavo “però, diventare vecchio ed essere ancora qui a chiedere notizie a un ragazzo, spero di fare qualcosa di più nella vita”. Così aspettai il giorno dopo per conoscere il nome del “vecchio”. Il pezzo, sulla cronaca del Corrierone aveva un titolo di taglio di cinque o sei colonne. Lessi l’articolo, lo giudicai da enciclopedia, c’era il patos, la pietà per queste vittime della miseria e della mancanza di cultura e non c’era alcun giudizio, cronaca, pura cronaca. La firma era Dino Buzzati.

5. CONTINUA [leggi la sesta puntata]
leggi la prima, la seconda, la terza, la quarta puntata

Umbria, i luoghi del Festival Internazionale del Giornalismo

da: ufficio stampa Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia

Uno dei punti fermi della nuova editoria è che non basta offrire il proprio spazio agli inserzionisti pubblicitari per attrarre i loro investimenti e assicuragli l’interesse dei potenziali consumatori. La pubblicità oggi richiede credibilità, attrattiva, e quello sforzo di inventiva che possa appassionare chi la consulta tanto da persuaderlo – com’è ovvio – ma anche convincerlo a condividere con gli altri questa “esperienza”, attraverso un racconto coinvolgente, funzionale, bello.

Promuovere qualcosa, oggi, vuol dire creare un piccolo prodotto editoriale che associ intrattenimento, giornalismo e storytelling. Restituire un racconto credibile, renderlo fruibile e appassionate, spingere a parlarne con gli altri: è il senso del native advertising, una tecnica di promozione di prodotti, servizi, idee, soluzioni che coniuga la matrice commerciale – l’offerta – a quella editoriale – il racconto e la credibilità di chi lo offre.

È il caso dei paidpost del New York Timesper esempio: proporre contenuti interessanti, nuovi, leggibili, innovativi, senza perdere la funzione originale dell’inserzione – vendere qualcosa, comunicare qualcosa, per un’inserzionista pubblicitario. Ed è il caso di “Umbria – Alla scoperta dei luoghi del Festival Internazionale del Giornalismo”, che sulla scorta di questo nuovo modello ha creato una pagina che riuscisse a raccontare la regione che ospita IJF nel modo più coinvolgente possibile.

Ideato e realizzato dal team del Festival per la Regione Umbria, il progetto nasce infatti come racconto suggestivo, che vuole suscitare nel lettore la voglia e la curiosità proveniente da un viaggio multimediale e interattivo, a volo d’uccello su tutta la regione, e a portata di scroll: si tratta di una terra che si racconta da sola, con le sue bellezze naturali e la sua tradizione, la sua storia culturale artistica e il suo presente ricco di avvenimenti. “Umbria” cerca di racchiudere tutto questo in un unico viaggio, ricco di foto, storie e video, per restituire al lettore un’esperienza unica, quanto la regione in questione.

Un assaggio della bellezza umbra che vuole ingolosire: il racconto parte dai magnifici scorci dei laghi e delle colline, cantati dai poeti e restati immutati nei secoli, fino a giungere nelle città, con i loro inestimabili patrimoni artistici e le tradizioni secolari dell’arte e dell’artigianato. Un’esperienza internet che cerca di essere quanto più multisensoriale: c’è spazio per il gusto e la cucina, il relax dei grandi eventi: un intero universo di sensazioni che il noto fotografo Steve McCurry ha voluto immortalare nei suoi scatti, raccolti nella mostra Sensational Umbria.

Il racconto si congeda dai lettori presentando loro le fotogallery e le mappe delle sale storiche del Festival Internazionale del Giornalismo, cuore pulsante dell’evento, come a voler sottolineare la simbiosi fra l’arte, il bello, la storia e la città di Perugia: tutte idee racchiuse nel video finale, prodotto dall’associazione “Perugia ieri, oggi, domani”, che presenta una città inedita: la vista dall’alto, “a bordo” di un drone, a chiudere idealmente il cerchio di tutta l’esperienza, un volo mozzafiato sull’arte di vivere e su una regione tutta da scoprire, tra passato e presente.

Un progetto che ha visto collaborare insieme le istituzioni, la Regione Umbria, il team del Festival Internazionale del Giornalismo (programmatori, giornalisti, grafici) e un gruppo di cittadini di Perugia coinvolti nell’associazione nata da un gruppo su Facebook.

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PAGINE DI GIORNALISMO
Il silenzio omertoso dei giornali sul banchiere di Dio

4. SEGUE – I vincitori hanno sempre scritto la loro storia da tramandare ai posteri, sì che l’ardua sentenza manzoniana sia la conclusione spontanea di quell’operazione di cui potere e giornalismo sono responsabili nel bene e soprattutto nel male, chi non crede a quest’affermazione vada a rileggersi, o a leggere se non l’ha fatto prima, il “De bello gallico”, in cui Cesare, impegnato nella conquista della Gallia, indica sempre nel povero Vercingetorige l’assalitore brutale e infido. La medesima storia del nostro glorioso Risorgimento dovrebbe essere riletta in questa chiave, ma il vincitore era Cavour, il quale aveva liquidato Garibaldi, socialista e massone, e aveva costruito l’Italia come voleva Casa Savoia.
Queste, però, sono considerazioni che fanno parte del bagaglio dell’esperienza da me maturata in anni di lavoro,considerazioni che non si accordavano certamente con la carica di entusiasmo e di speranza con cui ero entrato nel truffaldino mondo dell’informazione.

Ero arrivato alla Gazzetta Padana, il vecchio “Corriere Padano” di Italo Balbo, subito dopo la laurea e mi avevano messo in cronaca, andavo a fare il giro di nera in questura, dai carabinieri, in ospedale. In verità avevo già collaborato al giornale ma con articoli culturali, incoraggiato dallo scultore Annibale Zucchini e dalla pittrice Mimì Quilici Buzzacchi di cui avevo curato anche una mostra al chiostrino di San Romano. Così quell’immersione nella cronaca – manovalanza giornalistica – fu un salutare bagno di umiltà, ora non si fa più il “giro”, le notizie ti arrivano direttamente sul tuo computer, fanno bella mostra di sè e non devi far altro che metterle in pagina, per le notizie più importanti le autorità convocano una conferenza stampa e tu scrivi praticamente sotto dettatura. Recriminare non serve. Bisognava riempire le pagine e in una città di provincia non era facile, d’estate poi!, ricordo il silenzio e il caldo che entravano insieme dai finestroni aperti, il capocronista ti guardava e, senza sprecare parole, ti diceva di inventare qualcosa: di solito ci pensava un collega più anziano, scapigliato come doveva essere un giornalista, esteticamente truccato da giornalista, giacchetta un po’ bistrattata, camicia abbondantemente bagnata sotto le ascelle. Lui, il collega, si metteva in posa davanti alla Olivetti e cominciava a battere freneticamente il tasto delle maiuscole, sembrava che dovesse scrivere “I promessi sposi”, invece il foglio rimaneva impietosamente bianco, ma, dopo un po’ di falsa battitura, lo scrittore si fermava e diceva guardando in alto “faccio un capocronaca sulla necessità di dotare le nostre Mura di una grande Parco delle rimembranze con i busti degli uomini più famosi della città”. Detto questo, chinava il gran capo al direttore d’orchestra e dava inizio alla sinfonia e la macchina per scrivere riempiva di suoni la sala della cronaca: il capocronaca, cioè l’articolo che apre le pagine della città, è il pezzo più importante, quello sul quale dovrebbe reggersi il notiziario locale.

Ora in quel periodo, se volevi, c’era da scrivere: il clamoroso caso dell’omicidio compiuto sulle Mura (altrochè Parco delle Rimembranze!) da un giovane folle, subito chiamato “il vampiro”, il quale aveva violentato un bambino e poi lo aveva ucciso. La polizia aveva messo sotto inchiesta i ferraresi noti per le loto tendenze omosessuali, ma poi aveva trovato il vero responsabile. Ma, prima di ogni altro fatto, c’era il famoso “caso Giuffrè”, Giovan Battista Giuffrè, il cosiddetto “banchiere di Dio”, l’uomo della Curia che prendeva soldi a prestito e li restituiva con interessi incredibilmente alti, un giuoco che inevitabilmente sarebbe arrivato al capolinea, come avvenne regolarmente al primo intoppo del giro truffaldino e santificato; decine e decine di uomini d’affari, di professionisti e di agricoltori rimasero a secco nell’ultimo vortice d’interessi pompati.
Ma era pur sempre un argomento tabù per le persone importanti coinvolte, dal vescovo, al possidente, all’avvocato, all’ingegnere, al commerciante, al medico. I nomi non si potevano fare, si sussurravano alle orecchie degli amici più stretti, sicuri che comunque le sibilanti delazioni avrebbero avuto larga audiens, c’era soltanto da restituire la palla, la quale, così, rimbalzava da bocca a orecchio, ogni volta aggiungendo o togliendo qualche saliente particolare, insomma, le notizie circolavano molto in sordina e le bocche stavano ben attente a non aprirsi davanti alle orecchie degli indiscreti, in primo luogo i giornalisti. I quali, d’altra parte, erano conniventi, un giornale era di proprietà degli industriali, un altro degli agricoltori: chi mai avrebbe potuto rompere il muro di silenzio, sul quale, naturalmente in sedia gestatoria, la Chiesa innalzava solerti preghiere a Dio perché fosse cameratescamente protettore dei sacri segreti finanziari.

Ma non riuscì nemmeno al sommo creatore d’impedire che la faccenda giungesse fino alle pagine dei giornali nazionali, sui quali la Curia locale aveva meno potere, ma erano pur sempre notizie molto parziali, si parlava di tale Casarotti, braccio destro di Giuffrè, si parlava molto in generale di professionisti, di agricoltori (sempre gli stessi che negli Venti avevano sovvenzionato le bande armate di Italo Balbo), di imprenditori: “il tale professore, primario in ospedale, ha perso 14 milioni…, dicevano i sapienti, si aspettava di guadagnarne altri quattordici, ma la mano della giustizia…”, Il giuoco era questo, tu prestavi 2 e ti veniva rimborsato 4, allora tu reinvestivi 4, sicuro che avresti ricevuto 8 e, intanto, con quel vorticare di milioni si costruivano case e chiese, te Deum laudamus, chiosavano le suore. Insomma, con il vampiro e con il banchiere di Dio Ferrara riuscì a sgranchirsi le membra intorpidite da una pigrizia che aveva lasciato nelle teste dei borghesi una gromma difficile da scalfire.

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PAGINE DI GIORNALISMO
Dalle cinque w alle cinque s, come è cambiato il giornalismo

3. SEGUE – Quando cominciai questo mestiere di manovale del pensiero il mondo era fermo a secoli fa, forse millenni, a parte alcuni particolari, importanti sì – elettricità, radio, automobile, telefono, aeroplani a elica e poi la biro, la televisione era un ridicolo mobile – in pochi anni è avvenuto ciò che era successo prima in secoli e secoli di vita, in cui le piccole scoperte di sconosciuti inventori non avevano mutato più di tanto la società umana: quando un ingegno ignoto aveva introdotto nei cessi lo sciacquone nessuno gridò oooohhhh il miracolo, no, tutti si limitarono a tirare la catena e l’oscuro scienziato finì anch’egli travolto dalla burrasca che si era sprigionata nella tazza e lì dimenticato. Lo sviluppo della tecnica prima e della tecnologia informatica poi ha sospinto l’uomo verso un futuro sconosciuto, pieno di incognite e, perché no?, di rischi, ai miei tempi di ragazzo (che tristezza parlare come hanno sempre fatto i vecchi!) s’imparava un qualsiasi rudimento, che era immutabile nel suo settore e che nella nostra mente sarebbe rimasto inalterato per tutta la vita: adesso?, per carità, due giorni e via!, la verità è cambiata e bisogna leggere le cose a rovescio per riuscire a capirle. Per spiegarle ci vuole il giornalista, cioè quella persona che illustra agli altri ciò che lui non sa o non ha capito.

Il giornalismo non è un lavoro senza regole, anzi le norme ci sono, eccome. C’è, per esempio, la regola inglese delle cinque “W”, who-what-when-where-why, affinché la notizia sia completa, regola soppiantata negli ultimi anni dalla norma ferrea delle cinque “S”, soldi-sesso-sangue-salute-successo, che rappresenta la miscela informativa capace di penetrare profondamente nella testa e nelle tasche del pubblico, oggi non interessa più che la notizia sia completa, l’importante è che faccia orrore, o, peggio, com’è venuto in uso di recente, crei polemica, se, per caso, l’avvenimento non comporta discussioni, allora bisogna creare scontro o controversia: come si fa? Semplice: si chiama una persona che abbia un qualsiasi interesse nell’avvenimento, o, più semplicemente, sia un esperto del settore e, tra rigorose virgolette, gli si fanno dire cose che possano urtare un eventuale nemico, il quale risponderà e così nasce la polemica, di una semplicità esemplare. Importante è non dimenticare le virgolette, hai messo le virgolette?, chiede il capo, tutto virgolettato, risponde il cronista, entrambi pensando erroneamente che le virgolette rappresentino uno scudo sicuro contro le querele. Ma ignoranza e stupidità sono gli strumenti di maggiore importanza per fare di un giornalista un grande, per aiutarlo a diventare un capo o un famoso inviato speciale. C’era un mio collega che proprio non sapeva (o non voleva) essere usato come uomo-macchina, cioè uno di quelli che costruiscono il giornale, i famosi culi di pietra, ma non sapeva nemmeno scrivere, quando arrivava alla frase relativa perdeva il controllo e i verbi si accatastavano a casaccio, gli dissi di lasciar perdere con le relative, che abbisognano della consecutio temporum e di impegnarsi in una scrittura neorealista, all’americana degli anni Quaranta, soggetto, verbo e complemento oggetto. Stop. Era un ragazzo intelligente, comprese e divenne un maestro di quella narrativa mozza, sincopata che il giovane Steinbeck ed Erskine Caldwell insegnarono a tanti aspiranti scrittori. Fu così che il collega, gettandosi dietro le spalle le frasi subordinate e i “che”, divenne un notissimo inviato speciale. Naturalmente molto attento, ma dignitosamente, al pensiero padronale, altrimenti non avrebbe fatto carriera: e questa, ripeto, è la prima regola del giornalismo. E’ un principio che la Chiesa inaugurò solennemente con l’introduzione dell’indice, l’elenco dei libri proibiti (Index librorum proibitorum), nel 1557 per ordine del papa Paolo IV, idea geniale che piacque moltissimo ai potenti di allora, piacque tanto che al cardinale di Francia Richelieu venne un’idea straordinaria: il furbissimo e spietato ecclesiastico aveva compreso che quel foglio, la “gazzetta”, a cui l’invenzione della stampa da parte di Gutenberg aveva regalato velocità, sarebbe diventato uno strumento insostituibile del potere per conformare e controllare l’opinione pubblica. La famosa canaglia ecclesiastica, Richelieu, conferì l’incarico di giornalista del re a Théophraste Renaudot, il quale aveva una strana idea della cronaca e della storia. Scrisse: “La storia è la relazione delle cose avvenute, la gazzetta soltanto dei rumori che corrono. La prima è tenuta a dire sempre la verità, la seconda fa già molto se impedisce di mentire. E non mente nemmeno quando riferisce notizie false che le sono comunicate come vere”. Poi aggiunse, forse per una tarda presa di coscienza, o per salvare la faccia: “Solo la menzogna diffusa coscientemente come tale può renderla degna di biasimo”. Era la benedizione definitiva alla pubblicazione di notizie taroccate, prassi diffusissima (sempre più praticata) da allora fino ai tempi nostri. Nessuno ha poi mai tentato di spiegare come da notizie false sia possibile costruire una storia veridica, sempre che sia possibile scrivere la storia senza l’intrusione definitiva dei vincitori.

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Vita da giornalista, la volta che Enzo Biagi mi rispose: “Io non ho mai detto di no a nessuno”

2. SEGUE – “Giornalisti si nasce e io lo nacqui”, diceva, parafrasando Totò, un altro collega e amico, anch’egli romagnolo della banda Fellini, con il quale aveva diviso nei tempi poveri romani l’appartamento. Enzo Lucchi collaborava allora con “Paese sera”, era uno dei più acuti, coraggiosi e curiosi cronisti con cui io abbia lavorato, ma la direzione del “Giorno” di Milano, dove alla fine aveva trovato stipendio sicuro, non lo amava, è matto, dicevano di lui al secondo piano, il centro del potere del quotidiano e così gli affidavano servizi di bassa cronaca, sicuri, comunque, del risultato del suo lavoro: vestiva di nero, pantaloni neri, giacca di pelle nera, e arrivava su una moto nera di grossa cilindrata, una Bmw, Tonino Guerra e Federico il Grande si erano ispirati a lui per l’impareggiabile personaggio di “Scureza”, quello che attraversa la scena in moto in mezzo alla neve nel film “Amarcord”. I romagnoli sono dei pataca intelligenti ma strambi, così non mi meravigliai quando Lucchi mi disse vado in pensione, ho comprato una roulotte e vado a fare l’archeologo, lasciò la famiglia e partì, mi scrisse pochi mesi prima di morire ancor giovane, era sempre in Puglia, al caldo scrisse, lui che, quando lo mandarono con me a Vienna, dove i terroristi avevano sequestrato venti ministri dell’Ocse, riuniti per spartirsi il mercato mondiale del petrolio e deciderne il prezzo per noi poveri consumatori, si era presentato con addosso un pelliccione bianco candido con cappuccio che gli eschimesi gli avevano regalato una volta che era andato al Nord su una nave rompighiacci: io risi, ma dove vai così conciato?, gli chiesi, e lui, serio serio: non si sa mai, rispose, sperando in una grande avventura. Era inverno, d’accordo, ma non andavamo al Polo: Lucchi , che aveva il viso esquimese, era fatto così, gli piaceva esagerare.

Anch’io giornalista “lo nacqui”, ne ero convinto fin da ragazzino, quindi entrai sparato nella gloriosa carriera dello scribacchino, pensando che l’immortalità fosse lì ad attendermi, mi immaginavo la celebrità bellissima, eterea, pura, l’amante della mia vita futura: gloria, successo, fama, lasciando al mondo capolavori di scrittura originale, di inchieste inarrivabili, coraggiose, inoppugnabili, tutte rivolte contro l’ingiustizia e la falsità, credevo, allora, che esistesse una verità nelle cose e nei fatti, non avevo ancora imparato che la verità è sempre soggettiva, relativa, legata ai tempi e, anche, ai personaggi e agli interessi diversi che in essa si muovono. Mi accorsi più tardi che il mio era un madornale errore iniziale di valutazione della vischiosa, ingarbugliata trama umana, tu credi nella Madonna, mi diceva un mio caro amico, rimproverandomi di non essere realista. Credevo che bastasse essere onesti, meritevoli, che fosse sufficiente lavorare e saper scrivere per arrivare lassù, nell’Olimpo dei Grandi. Niente di più errato.

Grande errore cominciare questo strano mestiere di servitore galante, con la laurea di Sissignore, pensando a Emile Zola o a Hemingway, miti di un giornalismo che non ha patria in Italia, Paese in cui si pensa che la cultura e la ricerca della verità appartengano a emisferi non umani. Realismo ci vuole, non sogni. Come mi disse un giorno dell’inizio del 1970 Enzo Biagi, appena nominato direttore del “Resto del Carlino”: mi aveva chiesto di formare, assieme a Gian Franco Venè e a Maurizio Chierici , una specie di task-force milanese, ogni giorno un pezzo, un’inchiesta, un commento. Gli risposi che, dovendo fare il vice capocronista al “Giorno” e dovendo seguire le indagini sulla strage di piazza Fontana, non avevo la possibilità di rispondere alla sua chiamata. E Biagi, stizzito: “Ma ho chiesto il permesso di collaborare con me al suo direttore Pietra, il quale mi ha detto che va bene, lei può lavorare anche per me, ho già un accordo con lui”. “Sono abituato a fare le cose seriamente – replicai duro come spesso fanno i giovani e molto seccato per l’impertinenza (o mancanza di educazione) di aver parlato prima col mio direttore e poi con me, sicuro della mia risposta – non me la sento di fare due cose importanti nello stesso giorno, sarei disonesto con lei se dicessi di si.” “Lei sbaglia – sentenziò – io non ho mai detto di no a nessuno”. Una lezione.

Ecco, nel mestiere di giornalista, per fare carriera, non bisogna mai dire no. Sissignore è l’unica parola che il buon giornalista deve imparare e saper pronunciare: sissignore, agli ordini, si buana, signorsì al padrone di destra, signorsì al padrone di sinistra, la logica del potere non deve essere indagata, è un affare delle alte sfere, scrivi e basta. Una volta, al “Corriere Lombardo”, il primo quotidiano uscito a Milano subito dopo la Liberazione, arrivò la notizia, terribile, che un ponte nella Bergamasca era crollato mentre passava un pullman carico di scolaretti in gita, non ricordo quanti morti ci furono: mandammo come inviato un giovane e bravo cronista, Fernando Mezzetti, il quale scrisse che “il ponte di cemento armato aveva ceduto sotto il peso della corriera”. Il giornale era uno dei due (l’altro era “La Notte”) posseduti nel capoluogo lombardo da Pesenti, il re del cemento. Mentre passava il pezzo, il mio co-capocronista Bruno Castellino scosse il capo, “Mezzetti – chiamò – quanto giornalisti ci sono qua dentro?” e Mezzetti “Circa quaranta”, Castellino: “e quanti impiegati? e quanti correttori di bozze? e quanti tipografi? e quanti spedizionieri?”, Mezzetti guardava il suo capo con aria confusa, interdetta. Castellino riprese: e ti pare che se il cemento può sostenere il peso di tutta questa gente non possa sopportare una corrierina con dei bambini? Mezzetti: ma il ponte era di cemento! Castellino: e chi lo dice? Tu? E poi cancellò la parola cemento, quel ponte non aveva mai visto il cemento del padrone.

La censura comincia e spesso finisce così nel giornalismo, non c’è nemmeno bisogno dell’intervento diretto del potere, gli intermediari sono fidati Signorsì, per questo sono scelti scrupolosamente tra le tante teste che credono di essere segnate da un destino di gloria e, invece, sono semplicemente teste di cavolo, pronte a vendere la propria pelle (e, soprattutto, la propria testa) per dei soldi, avere un padrone è fastidioso ma anche rassicurante, basta fare lunghi esercizi di lingua. Se la sai usare bene la carriera è fatta. I meriti, nel giornalismo, sono mezzi spesso secondari, non dico inutili, ma non di primaria importanza per fare la sospirata carriera, come in tutti i settori del resto. Almeno un tempo era necessario saper scrivere correttamente, sapere di lettera come si diceva, oggi l’avvento del computer ha fatto giustizia di questo orribile orpello del saper scrivere. Sul desk arriva già tutto fatto, così viene tolta automaticamente anche la curiosità di approfondire, l’ultima speranza della tua intelligenza è stata cancellata, annullata dallo spietato strumento, che si è sostituito alla tua mente, tu devi usare le dita, spingere leggermente sui maledetti tasti e la realtà virtuale ti compare davanti in tutta la sua complessa parzialità, chini la testa e non fai nulla per cercare di sapere se quello che ti racconta il computer è vero o falso, la realtà vive dentro il computer ed è l’unica possibile umana verità.

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PAGINE DI GIORNALISMO
Vita da giornalista (meglio che lavorare)

Etaoin etaoin etaoin: sono nato professionalmente, giornalisticamente, quando questa frase iterativa aveva un significato, oggi è soltanto un oscuro messaggio, cento milioni a chi sa dire che cosa significhi, per facilitare posso aggiungere la parola asfongobeis. Ora tutto chiaro, no? Sovente, negli articoli dei giornali di una volta (poche pagine, quasi niente pubblicità se non quelle di un callifugo che si trovava su tutti i fogli oppure della miracolosa pomata per rassodare i seni stanchi e afflosciati delle donne e farli ergere come a sedici anni), dicevo che spesso gli articoli dei quotidiani finivano misteriosamente con la frase incriminata. Per esempio: “…e con tre coltellate il marito malfidente ha ucciso, accusandola d’infedeltà, la moglie. Etaoin etaoin etaoin asfongobeis”. Pareva un saluto in greco antico. Invece, era semplicemente una riga di piombo, anzi due, che il linotipista faceva scendere sulla colonna ancora bollente, ma non più allo stato fuso, per pareggiarla e con la mano sinistra faceva una strisciata in verticale sui primi tasti delle sei file della consolle e usciva la riga con tre etaoin, poi, con la mano destra, compiva lo stesso gesto ma in orizzontale e sulla colonna rovente cadeva la riga di piombo con asfongobeis, ora sarebbe necessario spiegare che cos’era la linotype, com’era fatta, che funzioni aveva nella stampa a caldo, ma andremmo fuori tema, c’era la linotype e basta, e c’erano i linotipisti, coloro che trasferivano sul piombo i manoscritti (si scriveva molto a mano, soprattutto i collaboratori intellettuali) e i dattiloscritti: erano bravissimi i linotipisti, veloci, precisi. Etaoin etaoin etaoin asfongobeis. Pensieri vaganti in un momento in cui i ricordi vanno a quando molto lavoro umano era ancora manuale, il cellulare non era il telefonino ma semplicemente il furgone per il trasporto dei detenuti, i telefonini non esistevano e per chiamare il giornale da fuori città si chiedeva alla centralinista una “R”, una “rovesciata”, voleva dire avere la precedenza sulle interurbane normali e far pagare la chiamata al giornale. Era tutto più faticoso e più semplice. Adesso che tutto è semplice le cose sono maledettamente complicate.

Forse la vita comincia quando e dove finisce la ragione, era una massima di mia nonna Adele, nata Sgallari, ma potrebbe anche essere di Kierkegaard o, ancora più indietro, di Giordano Bruno in attesa del rogo purificatore che la Chiesa riserva a chi parla o pensa troppo. L’apostema (termine scelto con cura maniacale per la sua bruttezza) personalmente l’avrei affisso all’entrata delle grandi città dei morti, e pure dei piccoli cimiteri, creati, in nome di Dio, per la gloria dei vivi, meglio di quell’orribile motto che i nazisti mettevano sui cancelli dei loro lager, “Arbeit macht frei”, stupido, arrogante, feroce: il lavoro stanca l’uomo, mica lo rende libero, i padroni hanno sempre fatto lavorare i loro servi, ritagliando per se stessi ampi spazi di libera inettitudine, mascherata sotto l’ipocrita formula “il signore sta studiando”, mai visto un signore (o una signora) zappare la terra, al massimo sono stati notati, i signori, mentre curano le camelie, operazione che, come si sa, comporta molta fatica. Camelie oppure orchidee. Se i padroni avessero amato lavorare, certamente a curare le camelie avrebbero mandato i loro operai, ai quali viene raccomandato di non pensare, pensare, infatti, è pericoloso e il padrone ha il dovere di salvaguardare la salute psicofisica dei dipendenti. E avrebbero riservato a se stessi, i padroni, l‘ambita fatica negli altiforni. E’ una delle ragioni principali dell’atteggiamento paternalistico e protettivo degli editori nei confronti dei loro giornalisti, che sono gli zappatori del pensiero, i manovali dell’intellettualità, guai se un giornalista comincia a pensare, il suo capo servizio subito lo guarda con sospetto, il sospetto poi viene comunicato al direttore, da questi all’editore e, alla prima occasione propizia, il cogitante viene allontanato con le buone o con le cattive maniere, messo da parte, confinato nel limbo degli impuri rivoltosi nemici della società: c’era un mio collega per il quale era stato ritagliato un solo compito, trascrivere, mandandoli poi in tipografia, gli annunci del mercatino dell’usato dei lettori, centinaia ogni giorno e lui scriveva, scriveva, di tanto in tanto qualcuno gli passava dietro, gli batteva con la mano su una spalla e gli diceva “beato te, Paolo, che fai il giornalista e viaggi”.

Parlare dei giornalisti e del giornalismo oggi significa tentare di spiegare le ragioni di una società stupida, violenta, ignorante, in cui i giornalisti sono gli strumenti del potere per imporre alla gente il proprio interesse. Il potere è un’enorme, furba, indifferente bestia pelosa. E il popolo moderno non viene educato secondo regole del buon comportamento, siccome voleva un antico codice borghese, anche questo ormai dimenticato – la formula era: come un buon padre di famiglia – ma dai programmi televisivi pensati per le casalinghe meno attrezzate culturalmente e dalle centinaia di settimanali-bagascia nei quali gli argomenti più impegnati riguardano le tette siliconate di ragazze decerebralizzate e i muscoli taroccati di qualche maschio enfiato con gli anabolizzanti, come le galline e i vitelli da macello, la cui carne si sgonfia e si affloscia appena sente il brucior del fuoco. Il buon giornalista è quasi sempre colui il quale vende meglio la propria carne e il proprio cervello e il grande giornalista è un intellettuale che conosce meglio degli altri l’inesauribile gioco del mercato delle idee, non si deve prestar fede a chi presenta figure romantiche di scrittori che hanno saputo opporsi con il proprio petto agli insulti della violenza del potere, gettare la stampella contro il nemico, chi veramente lo ha fatto è stato impallinato, umiliato, avvilito, confinato e insultato: un grande giornalista, Guido Nozzoli, forse il migliore tra gli italiani inviati durante la guerra in Vietnam, venne richiamato in patria, scriveva cose sconce, cioè la verità su quella nefanda avventura del capitalismo non soltanto americano, ecco, Nozzoli diceva di avere un unico censore, il suo barbiere di Rimini, nella cui bottega tornavano di tanto in tanto anche Federico Fellini e Sergio Zavoli, amici antichi, sì che il negozio era diventato luogo di ritrovo, di discussione, di dibattito ed era sempre il parrucchiere a dirigere, a giudicare, a condurre come un Santoro da bottega e, a volte, a ironizzare sui tre suoi amici famosi: quando ero in Vietnam – raccontava Guido – e descrivevo un’operazione bellica e mi accorgevo di aver usato una parola desueta, immaginavo di vedere il mio barbiere uscire dalla sua boutique e urlare il mio nome facendo seguire il grido da una sonora pernacchia. A quel punto Nozzoli cancellava il termine sostituendolo con uno più popolare, “che Dio benedica il mio barbiere”, concludeva. L’eretico anticapitalista Nozzoli fu punito, il suo raggio d’azione non poteva andare oltre le mura della pur grande Milano, “sono un inviato in tram”, diceva sorridendo amaro. Un giorno venne a salutarmi, eravamo in redazione al giornale, torno a Rimini, disse, vado in pensione a fare l’ebanista, mi piace fare l’ebanista, un giorno vieni a vedere come ho sistemato un cassettone antico a casa mia. Il giornalismo del potere lo aveva mandato in pensione anzitempo, ma non credo che abbia poi fatto l’ebanista. Di lui rimane nella mia biblioteca il bellissimo libro “I ras del fascismo”. Rividi qualche anno dopo, seduto a un bar davanti all’Embassy, glorioso baladùr riminese, stravaccato su una poltroncina di vimini, sembrava uscito dal film “I vitelloni” del suo amico Fellini, pantaloncini bianchi corti, maglietta, ciabatte da spiaggia: “cosa fai qui?”, mi chiese, mi hanno tolto i servizi politici, mi hanno tolto le inchieste sul terrorismo, risposi, ora seguo le vacanze degli italiani, i nostri sguardi s’incontrarono. Comprese. Non c’era bisogno di altri commenti.

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IL FATTO
David Carr: il giornalismo resta vivo se c’è onestà e ferocia intellettuale

Morire in scena, dicono che sia privilegio dei grandi. Anche se la scena è la redazione di un giornale, il loro trono una scrivania da ufficio. David Carr, morto il 12 febbraio in una ordinaria giornata di redazione dopo avere moderato un dibattito per il documentario “Citizenfour”, si occupava di cinema sul suo blog Carpetbegger e di media, economia e cultura per il New York Times, a cui era approdato dopo aver scritto sull’Atlantic, sul New York Magazine e sul Twin Cities Reader. Ospite del festival di giornalismo Internazionale a Ferrara nel 2012, in cui aveva dialogato con il direttore del “Guardian” Alan Rusbridger, Carr era un personaggio anomalo e affascinante; ed è stata la sua vita particolare, prima ancora che la sua penna, a fare capire che non serve un foglio di carta per esserlo, un giornalista. In due sensi ben diversi. Il primo: la rivoluzione mediatica che ha investito il mondo del giornalismo, raccontata nel documentario del 2011 “Page One: Inside the New York Times”. Voce narrante e protagonista, Carr racconta qui il lavoro all’interno della redazione del Times, compreso il difficile passaggio affrontato dal cartaceo nell’era del digitale e i passi del giornale in una terra che vede coesistere scettici, entusiasti e disillusi di un mestiere che sta cambiando inesorabilmente faccia. Carr tentava di cambiarne anche la mentalità: nella sua rubrica “The Media Equation”, che teneva ogni lunedì, analizzava i cambiamenti nel mondo di editoria, televisione e social media, e le interconnessioni tra questi ultimi e il giornalismo, le sue trasformazioni e le implicazioni etiche che ne derivavano.
Il secondo: che bastano onestà personale e ferocia intellettuale, nei confronti di se stessi e degli altri, per fare buona informazione. Che ogni passaggio obbligato e devastante della vita può insegnare qualcosa: a essere migliore o peggiore, ma sicuramente diverso da quello che si è stato. Dalla persona che guarda allo specchio anche solo fino al giorno prima. Carr lo dimostra con il libro “The Night of the Gun”, autobiografia-inchiesta pubblicata nel 2008 in cui racconta il suo passato di tossicodipendente. Di redattore in una paesino del Minnesota alla deriva personale, fatta di botte, di cocaina e di abbandoni, alla fine degli anni Ottanta.
Non nasconde niente di tutto questo, anzi va a cercarlo di nuovo, ancora una volta. Cerca i poliziotti che lo hanno arrestato, le donne che ha picchiato, gli spacciatori da cui si è fornito e gli altri episodi pieni di vergogna di cui è stato protagonista. Chiedendo, da giornalista, di raccontare il punto più basso che ha raggiunto come uomo, con tanto di prove e testimonianze. Da cui non prende le distanze neppure quando ormai è il conclamato uomo di punta: “Sono David Carr e sono un alcolista”, è stato il preambolo con cui si è presentato gli studenti della scuola di giornalismo dell’Università di Berkeley.

Poco importa che lo abbia fatto per esorcizzare il passato o per mettersi in mutande di fronte al mondo: lo ha fatto e basta, e tanto basta. Lavando in pubblico panni sporchi non per inquinare, ma per essere il primo racconto da cui trarre una lezione. Per essere letame, e non diamanti. Senza mai trasformare questa vita vissuta al massimo e al limite nella bella copia di uno spin off, o nella rivincita di un perdente mancato. Mantenendo freddezza, linearità e sincerità brutale che caratterizzavano il suo stile, tanto amato quanto criticato, e guadagnandosi sul campo il diritto di farsi odiare – un privilegio per pochi eletti abbandonati, Indro Montanelli, Oriana Fallaci. Costruendo di fatto un esempio rigoroso di ‘fact checking’, il controllo chirurgico di ogni fatto, ogni dettaglio di un articolo giornalistico necessario alla sua dignità di pubblicazione, che riversa nella vita personale prima ancora che in quella professionale. Profetico nell’anticipare colossali vicende politiche, italiane e non, in cui privato e professionale si annodano malamente in un miscuglio in cui un inutile idiota cerca di nascondere le malefatte successe dietro le quinte senza riuscirci, alla disperata ricerca di qualcuno su cui scaricare il barile di colpa e accusa. Nel ribaltare la prospettiva prima ancora che l’idea diventasse istituzione; nella sua ultima vita piena strabordante di fama e successi e risposte secche come la sua voce roca, vita che forse, a suo stesso dire, non meritava di vivere; nelle storie che raccontava e nella crudezza con cui le raccontava, meritava di essere impiccato con una corda d’oro.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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