Tag: giovanni pascoli

giostre montagne russe festa

DI MERCOLEDI’
La festa di San Michele

 

Di mercoledì è caduta quest’anno la festa del patrono a Poggio Renatico. Ho girato in lungo e in largo nella piazza e nelle vie vicine, occupate rispettivamente dalle giostre (noi non le chiamiamo luna park) e dalle bancarelle del mercato.

C’era proprio tutto concentrato in un solo giorno, d’altra parte “a sèn par San Michél” avrebbe detto un vecchio del paese, se lo avessi incontrato. La tradizione è tradizione e io, oltre al giro del centro, non ho fatto mancare i tortellini e il lesso sulla tavola.

Vista così, come da lontano, la sequenza che descrive la giornata di festa è conclusa. Chi legge intuisce che la giornata è stata gradevole e non priva di momenti di tenerezza. In realtà c’è molto di più da riportare: sono successe tante cose dentro, tante da far pensare alla ricchezza di certe giornate, allo spessore dato loro da un mondo di pensieri che fanno sintesi di noi.

Procedo allora in soggettiva, mi muovo nel tempo della giornata e negli spazi della fiera, facendo uscire le parole all’altezza degli occhi, come da una cinepresa. “Tutta la magia della fiera” secondo Corrado Govoni [Qui] è racchiusa in una “trombettina”.

È mattina e io faccio l’ingresso nella via principale trovandomi davanti la bancarella che espone le nuove felpe autunnali. Il primo passo è per andare sotto a quelle appese e guardare che colori hanno anche dietro e se c’è il cappuccio.

Il secondo mentre mi giro e mi sento tutta curiosa per i nuovi arrivi, con addosso la gioia che da sempre mi ha trasmesso mia madre per i vestiti e i vestitini del mercato: è il passo che mi mette davanti due persone che avanzano a braccetto.

Lui conduce lei, che fa piccoli passi barcollanti. Quando siamo a pochi centimetri di distanza la mascherina che indossano non me li nasconde più: lei è stata per anni la mia compagna di tennis, più giovane e più forte di me, ma ora mi saluta con una voce di bambina e si aggrappa al braccio del marito per non cadere. Ha occhi accesi dalla luce di questa mezza vita che le rimane.

Due lockdown mi hanno tenuta nascosta la sua malattia e ora concepirla così, in un solo momento, mi fa tremare la voce mentre le rispondo. Spero che non se ne sia accorta, e forse è così.

Un passo dopo mi appoggio alla scena riposante di due amiche che bevono il caffè al tavolino della pasticceria e mi invitano. Accetto di sedermi con loro e butto fuori l’emozione violenta, mi scuso anzi per il breve sfogo e cerco di esorcizzarlo parlando d’altro; bastano i cinque minuti di un caffè per mettere in circolo mille piccoli argomenti. Ci lasciamo con un po’ di battute spiritose.

Vado avanti e di nuovo mi smarrisco, ora che sono di nuovo sola, non so a cosa riconoscere una qualche importanza, se alla spesa da fare o al camminare meccanico, che mi sta portando dentro la piazza.

In questo mattino “andando in un’aria di vetro” ho già visto troppo. Come accade nella poesia di Montale [Qui], spero che “poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto/alberi, case, colli per l’inganno consueto”.

La ripenso in questa chiave la poesia in cui Montale vede per un istante il miracolo del nulla dietro le spalle e poi lo tiene dentro di sé come un segreto, anche quando le cose concrete tornano a disegnare la maschera della realtà all’intorno.

Decido di entrare nel bar, che è a due passi e gioco la schedina del Superenalotto: oggi non spero di vincere una buona somma; oggi ho bisogno di pensare che qualcosa possano i numeri, che sconvolgano le carte sul tavolo e cambino la destinazione a cui siamo avviati. Il senso di impotenza e di una accettazione impossibile, prima, mi ha schiacciata.

E’ pomeriggio e siamo tornati in piazza con i bambini, i nostri nipotini di cinque e tre anni, a cui abbiamo fatto la sorpresa dopo averli presi dalla scuola: ci sono le giostre! Salgo con loro sul Bruco Mela e tra salite e discese diventiamo un coro che ride e lancia grida di paura un po’ finte e un po’ no.

“Il fanciullino” che è in me, col nome che gli ha dato Pascoli [Qui], è a suo agio. Mi torna addosso tutta l’infanzia con lo stesso entusiasmo di quando salivo sulla Giostrina con le amiche, oppure guidavo la vettura dell’Autoscontro, avendo accanto mio padre che premeva per me troppo piccola il pedale dell’avvio. Ora sono in alto sul Bruco, come su un drone che domina la piazza: vedo le persone dall’alto, ecco mio marito (“il Nonno”) proprio qui sotto, vedo il mosaico intero dei colori e delle forme in movimento.

Quante volte ho sentito da quassù un minuscolo singulto di potenza. Da piccola a volte ho vinto la gara sui Dischi Volanti e sono rimasta in alto ad aspettare l’inizio del giro seguente. Ho ricondotto a quell’immagine altri punti alti della vita, magari conquistati con sacrificio e impegno, ma non più intensi di quello, dell’avere vinto un giro di giostra.

Ho accompagnato volentieri l’estro dei bambini, che dopo un po’ hanno scelto giostre diverse. Ho pensato che nel divertimento ognuno di loro sentisse di essere singolarmente messo alla prova, come è capitato a me. Di voler dimostrare coraggio, di volere tentare una giostra nuova con un misto di paura e di senso dell’avventura.

La sera dopo cena ho fatto quattro passi con mio marito: quattro soltanto perché la fiera con poca gente in piazza pareva davvero “decomposta” come la definisce Govoni e venata di malinconia.

Ho ripensato anche ai primi versi di uno dei sonetti più famosi di Ugo Foscolo [Qui], quello in cui il poeta sente la vicinanza tra la pace della sera e l’eterno ed esordisce con queste parole: “Forse perché della fatal quiete/tu sei l’immago, a me sì cara vieni,/o Sera!”

Nel languore della fiera che finiva mi hanno riportato il senso dell’eterno per come lo conosco, quello dei tanti che c’erano e ora non sono più. A cominciare dai miei. Tutti rivisti per un attimo in questo spazio sospeso tra gioco e malìa: chi ai bordi delle giostre vocianti, chi al riparo sotto i portici in un remoto San Michele di violenti acquazzoni, chi a pavoneggiarsi per il vestito nuovo spianato per l’occasione.

Nella canzone Tutti qui Claudio Baglioni [Qui] dedica una strofa alla medesima sensazione:  “Tutti qui, tutti qui/i miei passi all’assalto/delle strade di nubi e asfalto/Tutti qui i miei sguardi/oltre il cielo in un salto/per vederlo una volta dall’alto”.

Mi piace per il senso di adunata generale: eccole tutte le persone che hanno costruito il nostro passato uno strato sopra l’altro. Ecco il tempo grande che abbiamo dietro di noi e quello piccolo che rimane; Baglioni lo esprime ricorrendo alla misura dello spazio: ”Tutti qui, tutti qui/ i miei viaggi che vago/ per quel mare che ormai è un lago”.

I testi poetici da cui ho tratto le citazioni sono:

  • Corrado Govoni, La trombettina, in Il quaderno dei sogni e delle stelle, Mondadori, 1924
  • Eugenio Montale, Forse un mattino andando in un’aria di vetro, in Ossi di seppia, Piero Gobetti Editore, 1925
  • Ugo Foscolo, Alla sera, dai Sonetti, in Opere, Le Monnier, 1985
  • Claudio Baglioni, Tutti qui. Collezione dal 1967 al 2005, Sony BMG, 2005

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

DI MERCOLEDI’
La musica dei libri e il concerto della letteratura

Eccomi qui di nuovo a scuola, per l’ultimo giorno di servizio. Mi trattengo per l’intera giornata: ci sono le prove orali degli esami preliminari per i privatisti; se supereranno questa fase affronteranno in settembre il loro esame di Stato. Non so valutare che giornata sia questa, certo sarà lunga come innumerevoli altre che ho trascorso qui. Durante l’inverno arrivavo con la prima luce e riprendevo la macchina quando si era fatto di nuovo buio.

Le candidate della mia quinta, tre, hanno volti nuovi per me. Sono giovani, ma hanno più dei diciannove anni abituali degli studenti in corso. Vado insomma a parlare di Letteratura Italiana con delle adulte sconosciute e non so quale sarà la chiave del nostro dialogare. Si fa presto a dire che stamattina c’è la verifica orale di Tizia e Caia, ma io che sono l’esaminatrice mi sento addosso più dubbi che mai sulla conduzione di questo orale.

Partirei da un testo. Ho sempre proceduto così nelle verifiche curricolari, in quanto al testo si riconosce la centralità nel nostro insegnamento e io ho una profonda convinzione sulla validità di questa scelta didattica. Sto dalla parte del lettore e dialogo con l’opera. Gli studenti sono altri lettori, che potenziano i loro strumenti di lettura e i metodi. Ascolto ciò che sanno di un testo, chiedo che ne rielaborino i contenuti, che lo accostino ad altri  testi, che vi ritrovino gli elementi culturali del contesto, che esprimano un parere motivato su ciò che hanno letto.

Mi trovo in sala insegnanti e solo tra un quarto d’ora avranno inizio le prove. Sono sola, se si escludono i libri ele voci dei libri, che restano chiusi malamente nelle poche vetrine della parete di fondo. Ogni scaffale appartiene a un dipartimento di materia, perciò escono voci diverse e confuse le une sulle altre, come se molti solisti stessero scaldando la voce tutti insieme su note diverse.

Le voci dei libri è un libro delicato e forte al tempo stesso che ho letto pochi anni fa. E’ uscito nel 2013, l’autore è il mio professore di Letteratura Italiana all’Università di Bologna, il grande Ezio Raimondi: uno che durante la lezione ci assegnava quattro o cinque saggi da leggere per la volta successiva e, quando sembrava che la lista fosse finita, la sua voce tonante trovava fiato per dire: “Si leggano anche….”. Uno che fu soprannominato da studenti di un corso diverso dal mio, non ricordo se più grandi di me, ‘il libridinoso‘. Correva la voce che leggesse moltissimo e in ogni circostanza, che possedesse una tecnica particolare per divorare i libri in pochissimo tempo. Io, che seguivo appassionatamente le sue lezioni alzandomi all’alba per arrivare presto in facoltà e trovare un posto in prima fila, lo vidi spacchettare un libro all’inizio di una conferenza pomeridiana su Boccaccio e lo tenni d’occhio, per verificare come leggeva. Ricordo che girava le pagine come sfogliandole per contarle e che in pochi minuti richiuse il testo. Volli credere che l’avesse letto compiutamente, come voleva la diceria tra noi studenti.

Certo per me Raimondi ha rappresentato un figura mitica, ‘un maestro. Anche ora che riapro il suo libro mi commuovo, come mi sono commossa nel settembre 2018 quando al Festivaletteratura a Mantova noi suoi ex studenti abbiamo riempito il teatro Bibiena per andarlo ad ascoltare e applaudire. Di questo momento conservo un ricordo struggente. Apro a caso e leggo in alto nella pagina una affermazione che ho segnato: “Ad attrarmi in Bachtin, prima ancora di conoscerlo, e a catturarmi quando lo conobbi, era l’idea della parola che vive nel vedersi ripetuta in un’altra, era questo gioco dialogico delle voci, la polifonia appunto, che mi si mostrava come principio vitale della letteratura e, a un tempo, dell’esistenza umana”. Qualche riga sotto ho segnato: “Per chi pensava alla letteratura come un luogo nel quale si conosce se stessi e gli altri, meglio che con altri strumenti, Bachtin diventava un maestro ideale, un amico, un venerando, un sapiente”.

Il lettore esperto Raimondi si rapporta a un altro lettore esperto, a Bachtin, e ne sente la voce potente. Le loro voci si alzano, ora distinte l’una dall’altra, ora sommando le proprie intensità. La polifonia che ne consegue è la gazzarra delle reazioni che hanno tutti gli infiniti lettori di uno stesso testo, l’accavallarsi delle opinioni tra loro uguali oppure diverse, talvolta opposte. Ma la polifonia è anche dentro il testo letterario, dove i personaggi di carta, come li chiamava Pirandello, hanno la propria visione sul mondo e la esprimono come suonando le note di un loro spartito; la polifonia diviene struttura profonda dell’opera nei romanzi di Dostoevskij, come Bachtin mi guidò a riconoscere in un saggio corposo, che lessi l’anno in cui il corso monografico tenuto da Raimondi era su Machiavelli. Non fu una lettura facile. Andò meglio con il saggio sulle novelle del Decameron e sulla carnevalizzazione in letteratura, in cui Bachtin riconosce un profondo legame tra letteratura e antropologia, tra i riti del carnevale e il nostro complesso rapporto con l’alterità, col gioco delle identità ‘altre’ che assumiamo temporaneamente quando indossiamo il costume da Arlecchino, da Regina o da Cardinale. Ci ho riflettuto ogni volta che mi sono travestita per le feste di carnevale; da quando ho imparato a riconoscere il peso della casualità nelle nostre vite mi vesto volentieri da Carta da gioco. Bachtin e altri nove autori furono per Raimondi veri compagni nel suo percorso di lettore e i loro libri divennero per lui veri libri dell’amicizia. Io li ho chiamati in questi ultimi vent’anni ‘libri galeotti’ e le mie amate colleghe con me li hanno cercati nel vissuto di lettura dei tanti autori che abbiamo invitato nella nostra scuola, perché dialogassero con gli studenti.

Come farò a imporre tutto questo alle mie candidate di là, che magari stanno ripassando la biografia di Giovanni Pascoli o di Beppe Fenoglio? Come proporre loro un testo che mi consenta di sentire chiara e forte la ‘loro voce’?  Ho detto bene: la chiave sta nel ‘come’ proporrò loro di discutere insieme, più del ‘cosa’ chiederò. Senza domande nette, ma con il piccolo mondo del testo a disposizione. Offrendo il mio punto di vista, dopo avere lasciato spazio al loro.

Si preparano da mesi a questo esame, spero che piaccia loro sentirsi consultate sul programma che hanno preparato per questo momento. E’ ora. Andiamo a incontrare un testo vero, un ‘libro vero’. Raimondi lo definisce così: “Il libro vero, quello con cui si dialoga più volte, al quale si ritorna, non conferma delle verità, ne offre di nuove, purché ci sia da parte nostra fedeltà e non conformismo, e resti viva la curiosità, il desiderio di ascoltare qualcuno che parla del nostro presente, al momento giusto. Perché il libro vero parla sempre al momento giusto. Lo inventa lui, il momento giusto: con il colore della parola, con la singolarità della battuta, con il piacere della scrittura”.

Le citazioni qui contenute provengono da: Ezio Raimondi, Le voci dei libri, Bologna, Il Mulino, 2013

DI MERCOLEDI’
Mettete dei versi nei vostri cannoni

Finiti gli Esami si Stato, mi sento sollevata come è normale aspettarsi ma anche perplessa. Ora ho davanti uno spazio grande che si chiama estate, oltre il quale dopo tanti anni posso guardare trovandoci altro spazio libero. Sarò in pensione dal primo settembre, e con sei parole ho detto tutto.
Mi riesce però difficile cucirle su di me: ho in mente qualche flash colorato su eventi e atmosfere che mi aspettano, come guardare di meno l’orologio, oppure decidere all’ultimo minuto come organizzare la giornata. Privilegi che hanno a che fare con un ritmo più rilassato, con un diverso ‘tempo’. Per la mia persona il fatto di non avere più le mattine scandite dal suono della campanella è davvero inusitato.

Eppure non riesco ancora a pensare alle mie nuove giornate in forma complessiva, con uno sguardo ampio; non voglio dire che  riuscirei a  prevederle, questo non si può. Non riesco a concepirle.
Ancora penso ai ragazzi. Mi domando come giudicano il loro esame, a cose fatte. Se si ritengono soddisfatti del loro voto e della loro performance. Se sentono di avere superato la prova con se stessi, tenendo fede alle aspettative su cosa avrebbero dovuto dire a noi docenti, su come si sarebbero dovuti esprimere.

Quanto a me, sul triennio con loro ho in mente un bilancio lungo che ora è avvolto su se stesso, lo dipanerò caso mai in una prossima occasione.
Penso all’esame dei ragazzi e mi inonda, questo sì è un pensiero ampio, la considerazione di averli messi di fronte per lo più a testi di poesia. Ero tenuta a proporre loro dei brevi testi e a discuterli insieme; e così la poesia ha trovato il suo posto privilegiato tra le mie scelte. Se i testi della letteratura vanno buttati giù come pillole, non c’è che Amai di Umberto Saba ad assolvere la richiesta. E come Amai, anche l’Infinito di Leopardi, Il lampo di Pascoli, La farandola dei fanciulli sul greto di Montale, e così via. Almeno sono testi interi. In realtà ho dovuto e voluto variare, proponendo altri poeti e altri testi narrativi e li ho dovuti spezzare per ricavarne un passo significativo ai fini del colloquio.

La poesia. Io ci ho provato a lasciar parlare il candidato, a vedere se riusciva a far emergere la struttura del testo, a farne uscire i significati, a svelare gli intrecci profondi con le forme. La poesia non è un mucchietto di parole, su cui il poeta ha soffiato, facendo loro prendere posto sulla pagina.
Li ho visti capaci di superare la spiegazione letterale e riconoscere almeno un livello testuale complementare: per esempio le figure retoriche o la distribuzione dei temi e la rete lessicale con i suoi suoni. Insieme abbiamo sempre parlato delle torte di Nonna Papera, quelle coperte di glasse colorate: si taglia una fetta e la si depone sul piattino. E’ alta e tremolante; il cucchiaino che usiamo per sezionarla attraversa i vari strati colorati e anche il sapore che ha al primo assaggio è fatto dalla somma dei diversi sapori. In classe sembrava funzionare. Durante il colloquio Nonna Papera non è stata nominata, da parte mia, per preservare il valore intimo del nostro ‘lessico familiare’ di classe. Loro non so.

Mi domando cosa rimarrà ai ragazzi di queste letture, oltre il formulario da studenti: il correlativo oggettivo di Montale di qua, il pessimismo cosmico di Leopardi di là. La loro insegnante, io, non è un’esperta di poesia italiana e tanto meno di poesia straniera, però ha cercato di renderli sensibili al testo poetico che è qualcosa di speciale. Oltre a essere un textum, un intreccio di parti che vanno a comporre un sistema, è intriso della funzione poetica della lingua, quella che esalta la formulazione del messaggio in ogni suo aspetto.

Credo infatti che poesia voglia dire almeno altre due cose: la prima è che le parole subiscono una rigorosa selezione prima di prendere il loro posto preciso nel testo, altro che soffiatina per disperderle qua e là. Dal punto di vista comunicativo la poesia è un messaggio che viene ‘messo in comune’ solo dopo essere stato confezionato col massimo della cura formale, in vista della efficienza comunicativa. E della efficacia, che costituisce il secondo elemento fondante di ogni poesia, ovvero la ricchezza e la concentrazione del significato. Quel testo lì, con quelle parole messe in successione, quella e non un’altra, si carica di significati aggiunti. Si dice che la poesia è il trionfo della connotazione, dove tu lettore sei invitato a scavare e ad estrarre dai tuoi carotaggi le radici possibili del senso testuale.
Prendi come esempio la ”rondine” nelle poesie di Pascoli e considera che non si tratta solo dell’animale che viene a ritrovare il suo nido a primavera sotto il tuo tetto. Se conosci l’autore con la sua vita, la maniera di fare poesia, la ‘poetica’, sai meglio evidenziare un ventaglio di simboli che la rondine richiama. Avrai letto X agosto e saprai che essa rappresenta il padre del poeta, assassinato mentre era di ritorno verso casa nella notte di San Lorenzo del 1867 e saprai che il nido familiare rimane per sempre come un valore importantissimo nella vita di Pascoli, e si tratta del nido formato da padre, madre, fratelli e sorelle. Non c’è stata un’altra famiglia per lui. Poi la rondine è bianca e nera e dal contrasto tra questi due colori si evidenziano gli stupori del “fanciullino” mentre assiste ai fenomeni grandi e piccoli della natura, come ad esempio  al temporale notturno, quando una casa illuminata dal lampo improvviso appare “bianca bianca” nel buio.

Chissà se vedendone volare una un bel giorno ti verrà in mente che ne ha parlato anche Pascoli nei suoi componimenti, non tanto per rispolverare gli studi fatti al liceo, ma per arrivare a concepire che la rondine è una rondine ma anche altro. Per andare oltre la superficie delle forme e dei significati in ogni cosa che appare sul tuo schermo.

Della poesia non si butta via niente; ho detto cento volte anche questa frase che richiama altri riti delle nostre campagne. Poi ho anche chiarito quello che intendevo dire, che nel testo poetico anche la forma è significato. Niente vestito che riveste il contenuto, il testo poetico è inestricabile. Se spezziamo i gangli da cui è formato, e a scuola lo facciamo per arrivare a comprendere, lo distruggiamo. Bisogna saperlo; poi va ricomposto, riletto, riascoltato.
Voglio credere che la poesia, con cui ci siamo lasciati, vi accompagni con il suo concentrato di parole e di sensi. Ve la proporrei al posto dell’oroscopo, che pure contiene le quattro o cinque voci su cui costruiamo il nostro tempo qui. Lavoro, salute, valori, affetti e desideri: più o meno sono questi. E volete che non se ne parli nei testi dei poeti? Vorrei sentire alla radio, come facevo ogni giorno alle 7.30 del mattino, una bella poesia per ogni segno zodiacale al posto delle espressioni così prosaiche: “Oggi il vostro capo vi farà impazzire, ma con Marte a favore saprete superare il momento di nervosismo” e frasi simili.

Mi viene da suggerire al mondo, dove ora voi andrete a occupare un nuovo posto, un uso diverso della poesia, così come si possono mettere fiori non solo sui davanzali. “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” proponeva la Ballata di pace che nel lontano 1967 cantavano I Giganti, che così motivavano la loro ‘Proposta’: “perché non vogliamo mai nel cielo/molecole malate,/ ma note musicali/ che formino gli accordi per una ballata di/pace, di pace, di pace”.
Se volete vedere più a fondo e più lontano, mettete poesie nei vostri cannoni.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi