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Scopriamo il Target 2 e il surplus commerciale.
Le pretese di Draghi e l’opinione dell’economista Giovanni Zibordi

Il sistema Target 2 è quel sistema che registra i pagamenti tra le banche commerciali e le rispettive banche centrali dei vari paesi dell’eurozona, pagamenti garantiti dalla Banca Centrale Europea che supervisiona. Sostituisce il vecchio Target dal 2007. Quindi immaginiamo una piramide alla cui base ci sono le banche commerciali, poi le banche centrali dei vari paesi aderenti ed infine la Bce. Le banche centrali operano attraverso le riserve, cioè i conti corrente delle banche commerciali accreditati presso di loro. Ogni banca ha un conto corrente presso una Banca Centrale, come i cittadini ne hanno uno presso la loro banca. La differenza è che i conti corrente delle banche presso le Banche Centrali si chiamano riserve. Le riserve possono essere manipolate dalle Banche Centrali, cioè aumentate o diminuite per determinati motivi. Nel 2008 la Fed aumentò le riserve dell’Aig di 130 miliardi, schiacciando un tasto e senza toccare i soldi dei contribuenti, per salvarla dal default.
Altro concetto importante è che le Banche Centrali non possono finire i soldi (su questo rimando alle dichiarazioni di Draghi in un mio precedente articolo: leggi).

In sintesi il Target 2 funziona così: se acquistiamo un paio di scarpe prodotte in Germania il corrispettivo passa da una banca italiana a una banca tedesca. L’operazione viene registrata ai sensi appunto del Target 2, di conseguenza la registrazione certifica una fuoruscita di soldi dall’Italia verso la Germania e le riserve delle Banche Centrali dei due Paesi vengono diminuite o aumentate.
Ma cosa succede se l’Italia compra troppe scarpe dalla Germania e nessuno compra, invece, i calzini che noi produciamo? Che cominciamo ad avere problemi di liquidità e per continuare a comprare scarpe in Germania, ma anche prodotti in altre parti del mondo, una Banca Centrale ci deve mettere a disposizione della liquidità oppure, nel nostro sistema monetario, bisogna trovarla sui mercati ai prezzi correnti.
Fino al 2008 la liquidità veniva trovata attraverso la vendita dei btp, poi la crisi del 2008 ha cambiato un po’ le percezioni degli investitori e fino al 2011 si sono fermati gli acquisti, per cui questa liquidità ha cominciato a essere automaticamente fornita dai paesi in surplus, come la Germania e l’Olanda, senza che questi potessero rifiutarsi. A quella data questi paesi vantavano crediti Target 2 per circa 1.000 miliardi di euro.
Il Target 2 prevede l’intervento automatico della Banca Centrale del Paese in surplus commerciale, nel nostro caso la Bundesbank, e quindi che la Germania finanzi gli altrui deficit, cioè fornisca liquidità per poter continuare a comprare eventualmente le loro stesse scarpe, ma anche le macchine giapponesi e le noccioline americane.

Teniamo sempre presente che l’economia reale, mentre le Banche Centrali sviluppano questi conti e aumentano o diminuiscono riserve, continua a vivere indipendentemente: chi deve ricevere, riceve i suoi crediti e chi deve pagare, paga i suoi debiti. Quindi il Target 2 procede sulla sua strada e l’economia monetaria gira, o piuttosto si è bloccata proprio quella dei Paesi a cui è stata imposta l’austerità (espansiva) per rimettere a posto queste benedette riserve.
È importante comprendere quindi che la liquidità agli utenti viene fornita e l’azienda che ha effettivamente venduto incassa il suo credito nella sua banca, mentre chi ha comprato effettivamente si vede scalare quella cifra dal suo conto. Questo perché le Banche Centrali hanno fornito la credibilità necessaria all’operazione attraverso aumento e diminuzione delle riserve detenute.
Del resto, mi chiedo, come potrebbe essere diversamente? Se si uniscono Paesi con differenti capacità produttive, competitive, tecnologiche e quant’altro, bisognerebbe accettare anche di compensare gli squilibri esistenti. Non si può fare un’unione monetaria con il Burkina Faso e pretendere che produca quanto produciamo noi, sia competitivo e presente sul mercato mondiale, senza che nemmeno abbia le infrastrutture o il Know how per poterlo fare. Se facciamo questa unione la portiamo a termine accettando dall’inizio di dover sacrificare qualcosa a meno che non lo facciamo solo per sfruttare lo sfruttabile e poi buttare il resto a mare.
Rifiutarsi di fornire liquidità ai Paesi aderenti che ne hanno necessità, dopo che questi hanno rinunciato alla possibilità di creare liquidità sul mercato dei cambi o attraverso le operazioni della propria Banca Centrale, avrebbe significato far saltare l’euro con largo anticipo rispetto a quando salterà sul serio. Il fatto che si creino squilibri, come spiegato sopra, è del tutto naturale e non è attribuibile a nessuno, tantomeno ai paesi più deboli della catena. È uno squilibrio insito nelle differenze esistenti fra paesi diversi e risolvibile solo con una unione politica in cui sia ovvio che ognuno aiuti l’altro, insomma un sistema cooperativo e collaborativo, federale, tipo tra gli stati degli Stati Uniti, per capirsi.

Invece gli Stati ‘forti’ dell’eurozona hanno imposto dal 2011 l’austerità con tutte le conseguenze del caso agli stati ‘deboli’, altro che condivisione. Il senso è stato: non vogliamo rischiare di perdere crediti. Questo dimostra anche che, oltre alla diffidenza che male si addice a una eventuale idea di unione politica, il problema è sempre più del creditore che del debitore, in particolare quando le cifre sono consistenti.

Vediamo cosa ne pensa Giovanni Zibordi, economista e sicuramente uno dei migliori conoscitori del funzionamento di mercati finanziari e contabilità bancarie che abbiamo in Italia.

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Giovanni Zibordi

Questi crediti da una parte e debiti dall’altra sono soldi veri e vanno compensati come dice Draghi?
In realtà non si tratta di soldi come molti di noi sono abituati a pensare, si tratta di riserve presso la Banca Centrale Europea e presso le Banche Centrali dei vari Paesi. E le riserve gestite dalle banche centrali funzionano in maniera diversa rispetto alle transazioni che avvengono tra banche commerciali. Il Target 2 è una convenzione contabile, si registrano delle transazioni, ma non producono crediti esigibili, sono ‘soldi’ che vengono spostati da una Banca Centrale all’altra e tra Banche Centrali ci si fida. In più non esiste un termine per l’eventuale saldo, è come ricevere un mutuo senza scadenza e senza garanzia. Sono operazioni che servono per far funzionare il sistema soprattutto in virtù del fatto che non esiste più il mercato dei cambi e non abbiamo più le monete nazionali né una banca centrale che può fare in autonomo determinate operazioni.
Inoltre, le Banche Centrali sono degli Istituti che possono operare in negativo e letteralmente creano il denaro che viene usato poi nell’economia e quindi possono aumentare o diminuire le riserve delle banche commerciali. Una perdita di 356 miliardi di euro non rappresenta un problema per loro perché è solo una questione contabile e nessuna azienda o ditta tedesca fallirà per questo. Il buco è solo ed eventualmente a livello banca centrale.
Certo il discorso non piace ai tedeschi che vorrebbero moneta sonante, a loro piace pensare di avere dei crediti che qualcuno deve pagare, ma questo è un problema loro. Pensano di avere una perdita, ma in questo caso se una perdita esiste, la perdita è della Germania e non c’è nessun obbligo di ripagare quella perdita. Perché si è creata nell’ambito di accordi specifici presi quando il gioco è iniziato e nessuna persona sana di mente pretenderebbe una cosa del genere.
Draghi dice due cose sbagliate: la prima è che si tratta di una perdita reale e la seconda che ricade sull’Italia. In realtà dice ciò che probabilmente e politicamente piace alla Germania, cioè che quei debiti andrebbero ripagati, ma ha dimenticato di aggiungere “anche se nessuno può obbligarli a farlo”.
Del resto parliamo di una persona che ha affondato Monte dei Paschi spingendola a comprare Antonveneta a 13 miliardi quando ne valeva 3, ha spinto l’Italia a fare dei derivati sui tassi di interesse 12 o 13 anni fa per i quali ogni anno si pagano 4 o 5 miliardi di interessi.

Una annotazione per finire è d’obbligo: fanno parte del Target 2 anche sei Paesi che non sono nell’eurozona (Danimarca, Bulgaria, Polonia, Lituania e Romania). Se noi prima di uscire dobbiamo rimettere a posto le riserve della Bundesbank, questi che limiti temporali di pagamento hanno? E con quale valuta?

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Il dibattito sulla crisi: Cattaneo, Zibordi e “i due” Marattin

di Giuseppe Fornaro

La tavola rotonda di giovedì 24 luglio, “Una via d’uscita dalla crisi: proposte concrete
per la ripresa economica” organizzata da ferraraitalia è stata da un lato un’occasione
di approfondimento sprecata, non certo per demerito del moderatore, dall’altro
l’occasione per toccare con mano, ancora una volta, quanto le diverse scuole di
pensiero in campo economico fatichino a trovare un punto di incontro.
L’occasione mancata credo vada attribuita innanzitutto all’assessore al bilancio del
Comune di Ferrara Luigi Marattin, uno dei relatori, per la sua arroganza irritante. Ha
esordito male definendo “una setta” i sostenitori degli altri due relatori, Marco
Cattaneo e Giovanni Zibordi, e ha concluso peggio alzandosi e abbandonando la sala
per essere stato interrotto da Zibordi. Un atteggiamento di chi non tollera di essere
contraddetto e che pensa che ogni luogo sia un’aula universitaria dove lui insegna e
dove può tenere monologhi indisturbati. Una caduta di stile che non si addice a chi
dovrebbe sentirsi sicuro delle sue posizioni.

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Il pubblico ha gremito la sala della musica (foto di Aldo Gessi)

Il punto è proprio questo. E qui affronto prima una questione politica, poi entrerò nel
merito delle questioni dibattute. Marattin è un tecnico chiamato ad amministrare la
cosa pubblica e come tutti i tecnici (ne abbiamo avuto prova a livello di governo
centrale) affezionati alle proprie teorie, pensa che l’amministrazione della cosa
pubblica sia un laboratorio dove attuare esperimenti di economica politica, dove la
ricerca pura può essere trasferita nell’applicazione concreta senza che ciò possa
produrre dei danni. Anzi, sono talmente convinti della bontà delle teorie che non ne
vedono gli effetti negativi. Le teorie neoliberiste, di cui Marattin è un sostenitore,
hanno fatto in tutta Europa centinaia di migliaia di morti. In Italia credo che l’apice si
sia toccato col governo Monti. Qui sta il vulnus. La politica, quando si affida ai tecnici,
si spoglia del proprio ruolo di indirizzo e di filtro tra le teorie e le soluzioni proposte
dagli esperti e le istanze che provengono dalla società. Questo ruolo di interposizione,
di filtro, di mediazione (in senso alto del termine) è proprio il compito e il ruolo
specifico della politica che deve saper valutare costi e benefici anche in termini di
consensi e quindi di benefici per la larga parte della società. Quando salta questo ruolo
di mediazione i costi pagati dalla collettività sono molto alti. Ora, Marattin, come
Monti, anche se su un sedicesimo, incarna nella stessa persona entrambe le figure:
l’accademico affezionato alle proprie teorie e l’amministratore pubblico fiero di
applicare quelle teorie alla società.

Ma la società non è un laboratorio dove si può mettere in conto la perdita delle cavie. Faccio un esempio concreto. Marattin fa un vanto pubblico la riduzione delle imposte comunali di cui è artefice perché ritiene, come gli altri due ospiti della serata, che occorra un’immissione di liquidità nel sistema, così comincio ad entrare nel merito. Dice che nonostante la riduzione delle
tasse, sempre per fare un esempio, è stato aperto un nuovo asilo nido a Ferrara.
Bene, nessuno può dire di essere contento di pagare le tasse e sono contento per i
genitori che troveranno maggiori disponibilità di posti. Ciò che non dice Marattin è che
quell’asilo nido è affidato in gestione a dei privati, i quali assumono le educatrici non a
tempo indeterminato, non a tempo determinato, ma a giornata, attraverso la
corresponsione del salario con dei voucher, dei pezzi di carta che il datore di lavoro
acquista in posta o addirittura in tabaccheria e che girerà al lavoratore che poi dovrà
andare a cambiare per trasformarli in soldi. È evidente a tutti la spersonalizzazione del
rapporto di lavoro. Il vantaggio per il datore di lavoro è la massima flessibilità nella gestione delle risorse umane, nessun diritto per i lavoratori (ferie, malattie e permessi), un consistente risparmio sui contributi previdenziali che sono versati in forma ridotta. Questo è il risultato. La barbarie nel mondo del lavoro introdotta in questo paese di cui Marattin sembra fiero sostenitore. Del resto il suo partito, il Pd, ha votato tutte queste leggi, quando addirittura non se ne è fatto promotore, vedasi il recente ddl sul lavoro del ministro Poletti. Mi fermo qui perché altrimenti si aprirebbe
un capitolo su come questa amministrazione comunale intenda le scuole di infanzia,
non come pubblica istruzione, ma come servizio di badantato.

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Zibordi (in primo piano), poi Cattaneo, Gessi, Marattin

Per quanto riguarda il merito del dibattito, Cattaneo e Zibordi per uscire dalla crisi
propongono un’immissione di 200 miliardi di euro da parte dello Stato sotto forma di
certificati di credito fiscale a due anni da distribuire ai cittadini con i quali essi pagheranno le
imposte e tutte le altre transazioni con la pubblica amministrazione. Secondo gli autori
del libro “La soluzione per l’euro” (Hoepli), questo sarebbe un escamotage per aggirare
il divieto di stampare moneta, potere di cui gli stati sovrani si sono spogliati per
affidarlo alle banche che si fanno pagare gli interessi da cui, in realtà, deriva il debito
dello Stato e non dallo sbilancio tra entrate e uscite che sarebbero coperte se ci fosse
la possibilità di stampare moneta. Con questi certificati di credito i risparmi dei cittadini
non sarebbero intaccati per il pagamento delle imposte e quella liquidità andrebbe in
circolo attivando un meccanismo virtuoso come se si fosse stampata moneta nuova.
Qui viene il punto di discordia, su cui Marattin ha insistito più volte tenendo una
lezione accademica molto tecnica e poco divulgativa. Secondo Marattin stampare
moneta significa innescare un meccanismo inflattivo pericolosissimo per l’economia,
ma soprattutto il rischio è che per raffreddare l’inflazione bisogna poi ricorrere a
nuove imposizioni fiscali. E qui il Marattin “politico” non è d’accordo, perché nuove
tasse significa minore consenso. E il Marattin economista spiega che le tasse
innescano un processo recessivo nell’economia. Punto. Insomma, Marattin è
furbescamente simpatico: usa il doppio ruolo per rafforzare scelte che sono
eminentemente politiche ammantandole per scelte inevitabili perché derivanti da una
verità rivelata. La sua. Quella accademica. Il giochino funziona dove ci sono bassi
livelli di scolarità, caro Gigi!

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Fornaro fra il pubblico

Comunque, io non sono d’accordo con i “due” Marattin. Eventuali nuove imposizioni
fiscali, in un contesto in cui lo Stato stampasse moneta in proprio e quindi l’economia
fosse in una situazione virtuosa, non avrebbero effetti recessivi per due motivi abbastanza
semplici e intuibili da chiunque: il primo, è che un prelievo fiscale, modulato a
decrescere nel tempo, interverrebbe in una fase espansiva dell’economia e dunque in
presenza di un’accumulazione della ricchezza prodotta. Pertanto, costituirebbe un
freno relativo a nuovi investimenti da parte dei privati e delle famiglie.
Il problema è che in Italia non si è mai fatta una seria ed equa politica fiscale. Tant’è
che i vari governi, fino, direi, ai primi anni Ottanta, rastrellavano risorse in modo
massiccio non attraverso la fiscalità, ma attraverso i titoli di Stato che acquistavano,
guarda caso, proprio coloro che avrebbero avuto da perdere da una seria politica
fiscale, coloro che avevano accumulato ricchezze. E paradosso dei paradossi lo Stato
si indebitava proprio con coloro che avrebbe dovuto colpire. Un debito che ci trasciniamo ancora oggi. Per questo sono d’accordo con Zibordi quando dice che l’austerità è servita alla rendita finanziaria per arricchirsi. Altrimenti non si spiegherebbe perché, per fare un esempio, i Merloni decidono di vendere l’Indesit, un’azienda florida, agli americani. Dove impiegheranno gli introiti della vendita? Sicuramente in speculazioni finanziarie. Intanto, il paese ha perso un altro marchio
mady in Italy.

Il secondo motivo, è che le entrate della fiscalità in uno Stato efficiente danno a loro
volta impulso alla spesa pubblica innescando una crescita e rendendo non più
necessaria la stampa di nuova moneta. E per spesa pubblica non intendo gli sprechi
che questo paese e questa città conoscono, ma spesa in ricerca, istruzione, salute,
trasporti pubblici, sostengo alle piccole imprese e alle imprese di giovani, welfare,
sostegno al reddito a chi malauguratamente perde il lavoro. Insomma, spesa in
benessere per i cittadini che può tradursi in crescita della produttività singola e
aggregata. Sarà anche per questo che la produttività dei paesi del nord Europa, dove
la spesa pubblica è più alta, è superiore alla nostra? Sarà mica che non è solo una
questione di arretratezza tecnologica, ma di benessere sociale?

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Marattin: “Da Cattaneo e Zibordi cialtronate sulla crisi”. La replica: “Pronti al confronto”

Per Luigi Marattin, docente di Economia all’università di Bologna e assessore del Comune di Ferrara, si tratta di “monnezza intellettuale”. Giuseppe Fornaro, candidato sindaco a Ferrara della lista Valori di sinistra, viceversa, rivendica il fatto di essere stato “l’unico in campagna elettorale a sostenere queste posizioni”. Insomma, dopo l’intervista apparsa su ferraraitalia [leggi], attraverso i social network si sta animando il dibattito attorno alla via d’uscita dalla crisi economica proposta da Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi, autori per Hoepli del recente volume “Soluzione per l’euro”.

Afferma Marattin: “Alla domanda (intelligente) del giornalista su come si possa evitare l’iper-inflazione che deriverebbe dall’aumento della base monetaria in circolazione (fenomeno che ha distrutto svariate economie negli ultimi 100 anni), questi finti economisti rispondono: ‘semplice! Si aumentano le tasse!’. Ma l’aumento di tassazione, diminuendo la domanda aggregata come loro stessi – in un delirio di contraddizioni – riconoscono, vanifica l’effetto espansivo dell’aumento di base monetaria. In pratica, ad una politica monetaria espansiva si fa corrispondere una politica fiscale restrittiva, con effetti totali nulli. Anzi, si potrebbe argomentare che poiché la politica fiscale restrittiva ha effetti anche sul lato dell’offerta (diminuendo l’accumulazione dei fattori produttivi, che determinano la produzione e quindi il Pil), l’effetto complessivo sarebbe anche pesantemente recessivo. Tutta roba che si insegna nell’arco delle prime tre settimane di un qualsiasi corso base di economia a ragazzi di 19 anni”.

Fornaro, spiega di essere stato persuaso da un seminario tenuto da Claudio Bertoni (referente ferrarese del gruppo), e a Marattin replica: “Non sarei così sprezzante. Non c’è bisogno degli insulti. Sarebbe interessante, invece, un confronto pubblico tra te (Marattin, ndr) e Bertoni, o i due autori di cui si parla nell’articolo, con un moderatore, sui temi dell’economia. Ci sono alcuni punti delle loro tesi che sono convincenti, altri meritano di essere approfonditi”. E conclude: “Ci stai ad un confronto pubblico?”.

All’invito, Marattin controbatte: “Il confronto pubblico con quei finti economisti io lo chiedo da almeno due anni. Sono sempre scappati a gambe levate. Non certo per me, ma perché gli è rimasto un briciolo di onestà tale da comprendere che le loro cialtronerie verrebbero completamente distrutte da un semplice studente del primo anno. Proprio per questo si ostinano a fare iniziative a voce unica. Nell’improbabile ipotesi che vogliano – dopo tanto tempo – accettare un contraddittorio, certamente sarei disponibile. Non ho mai avuto problemi a confrontarmi”.

A questo punto entra in campo Cattaneo, che ha seguito a distanza il contraddittorio su Facebook: “Non so a chi si riferisca Luigi Marattin affermando che ‘il confronto pubblico con quei finti economisti io lo chiedo da almeno due anni. Sono sempre scappati a gambe levate’. Sicuramente non parla di me, e credo nemmeno di Giovanni Zibordi. Personalmente, non ho mai avuto occasione di incontrare Marattin e questa richiesta di confronto, evidentemente, a me non è stata rivolta. Ma colgo con piacere l’occasione per raccogliere l’invito e sollecitare un confronto-dibattito pubblico, e per quanto mi concerne do piena disponibilità a organizzare, per esempio a Ferrara, in qualsiasi data dal 15 luglio prossimo in poi”.

Dunque, emerge da tutte le parti la volontà di guardarsi in faccia e chiarire i rispettivi punti di vista. Ferraraitalia si rende disponibile a organizzare il confronto, secondo i crismi dell’imparzialità.

Sarebbe davvero interessante poter ascoltare in contraddittorio le voci dei protagonisti. Lo spirito crediamo debba essere quello del giovanissimo Fabio Zangara che, intervenendo anch’egli nel dibattito su Facebook, si rivolge direttamente a Marattin raccontando che “anch’io ho partecipato ai seminari del dott. Bertoni e, oltre che simpatico, mi è sembrato anche molto preparato e documentato. In tutta sincerità non comprendo la sua perplessità circa la risposta di Zibordi e Cattaneo riguardo il controllo della base monetaria in circolazione. Se la moneta in circolo è ‘scarsa’ si applicano iniezioni di liquidità nel sistema, se si rischia il fenomeno inflattivo viene applicata una studiata imposizione fiscale che riequilibra la base monetaria in circolazione, per garantire il giusto equilibrio del ‘flusso circolare’. Si controlla quindi la base monetaria tramite la funzione sinusoidale (sinx), usando investimenti e tasse come contrappesi. Non vedo, quindi, il pericolo di un fenomeno recessivo riguardo le tesi di Zibordi e Cattaneo. Sono convinto che sarebbe molto utile un confronto pubblico fra di voi per spiegare ai cittadini cosa sta accadendo oggi in Eurozona. Mi piacerebbe anche sapere perché istituti creditizi privati e Bce di fatto emettono moneta dal nulla attraverso i prestiti. Ritengo estremamente importante che lo Stato possa emettere denaro per monetizzare l’operosità dei cittadini, garantendo lo scambio di beni, sostenendo l’economia reale”.

Argomentazioni e quesiti chiari, scaturiti da una mente fresca e non imbevuta di dogmi, che esprimono anche l’anelito di un giovane cittadino alla ricerca di un orizzonte di stabilità per il proprio futuro.

Ma, anche nei suoi confronti, Marattin usa espressioni tranchant che mal si conciliano con la volontà al confronto che pure manifesta: “Fabio, sul confronto pubblico vale quanto scritto sopra. Sono sempre scappati, e c’è da capirlo. Sul resto, sei ancora giovane ed in tempo per non farti sedurre da colossali castronerie (quali quelle che sembri ripetere) che non hanno né fondamento logico, né empirico. Le persone che citi non hanno una formazione accademica completa, non hanno posizioni presso università o centri di ricerca degni della benché minima notorietà scientifica, e non hanno pubblicazioni comunemente accettate presso la comunità scientifica (cioè in riviste internazionali con doppio referaggio anonimo). Spacciano colossali panzane come teorie economiche alternative, ma in realtà usano solo tutti voi in buona fede per acquisire un minimo di notorietà e per facili guadagni. Fai un favore a te stesso, studia l’economia quale scienza sociale. Ti accorgerai che per mettere in discussione alcuni dogmi troppo facilmente accettati non c’è bisogno di uscire totalmente fuori dal perimetro scientifico con questa spazzatura intellettuale”.

In realtà Cattaneo e Zibordi pongono un problema reale e drammatico, quello della crisi, al quale gli economisti gallonati ai quali Marattin fa riferimento non hanno saputo porre rimedio. Se ci sono debolezze o fragilità vanno discusse. Ma se il punto di partenza è buono, sbagliato è rifiutare il ragionamento.
Credo si debba fare molta attenzione ad additare visionari ed eretici a pubblici roghi.
Il pregiudizio è una bestia pericolosa. Il padre dei fratelli Wright, agli albori del secolo scorso, sentenziò “Mai e poi mai l’uomo volerà per mezzo di una macchina”. Proprio i suoi figli lo smentirono. Non degli anatemi si alimenta il progresso della civiltà.
Quando si tratta di questioni vitali come questa è saggio guardare la luna e non il dito che la indica.

Banconote

“Basta con l’austerity, ecco una proposta concreta per uscire dalla crisi”

“La cura non funziona: allora aumentiamo la dose”! Loro dissentono, ma sono i paria, gli inascoltati: quelli ‘che semplificano’, accusati a torto di voler uscire dall’euro, di spaccare l’Europa. Tacciati di leggerezza, sospettati di ambigue contiguità, avvolti in un alone oscuro. Tutto questo perché vanno controcorrente e alla crisi rispondono con soluzioni originali, invise agli economisti dell’establishment. Il paradosso che indicano è realmente tale: finora si è cercato il rilancio attraverso politiche di austerity, siccome non hanno dato i frutti sperati ci viene detto di stringere la cinghia ancora di più. “Intanto perdiamo il paziente”, commentano a ragion veduta. E il paziente siamo noi.
Loro invece, gli outsider, sono Marco Cattaneo, Giovanni Zibordi e altri che fanno riferimento alla dottrina del neo-cartalismo. “Economisti pragmatici, non accademici”, dicono di se stessi; anche se alle spalle, fra i riferimenti teorici, ci sono giganti come Kenneth Galbraith…
Vale dunque la pena ascoltare le loro teorie, ragionarci su. Per capire se cambiando medico e terapia non si possa propiziare la guarigione.

“Questa è una crisi assurda – afferma Cattaneo -. Ci sono beni disponibili, forza lavoro disponibile, strutture produttive adeguate. Ma tutto resta incagliato perché mancano i soldi”
E quindi?
I soldi non sono un problema, se mancano si fanno.

Come, ‘si fanno’?
Si fanno! Si stampano. Uno Stato che gode di sovranità monetaria si regola così: immette moneta in rapporto alla capacità produttiva del sistema e l’economia ricomincia a funzionare.

Scusi ma un eccesso di moneta circolante, dato che i beni non sono illimitati, non porta poi all’aumento dei prezzi e quindi all’inflazione?
Sì, ma quando serve lo Stato interviene per drenare la liquidità in eccesso agendo sulla leva della fiscalità. In altri termini, quando si deve favorire la ripresa si aumenta la quantità di moneta in mano a cittadini e aziende diminuendo le tasse; quando invece si vuole contrastare l’aumento dei prezzi dovuto a un eccesso di domanda si fa il contrario.

Ma se è così semplice, com’è che predicate nel deserto?
Perché ci sono molti interessi in gioco e potentati da tutelare; c’è gente che di crisi muore e altra che guadagna facendo enormi fortune.

Mi sta dicendo che c’è una congiura in atto a discapito dei cittadini?
Beh, non siamo gli unici a pensarlo. Altri più autorevolmente di noi lo hanno detto e scritto. Luciano Gallino gode di prestigio a livello internazionale e parla di golpe di banche e governi…

E quindi quanto servirebbe per fare ripartire l’economia?
Almeno duecento miliardi. E’ la somma che abbiamo perso per strada negli ultimi anni per pagare gli interessi sul debito. Il Pil infatti in questi ultimi 20 anni ha continuato a crescere con una media costante. Il problema è che da quando lo Stato italiano ha perso la sovranità sulla moneta, i debiti virtuali sui prestiti sono diventati debiti reali nei confronti delle banche prestatrici. Il processo si origina ben prima dell’euro e ha a che fare con la perdita di controllo sulla Banca d’Italia.

C’è qualcuno che la pensa come voi?
L’ex ministro ed ex Ad di banca Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, sta dicendo qualcosa di simile, perlomeno come logica di ragionamento. Lui stima la necessità di 350 miliardi di euro, ma al di là delle cifre, l’impostazione concettuale è la medesima: serve liquidità per fare ripartire l’economia. Non si possono chiedere altri sacrifici, con la stretta creditizia e l’austerità il Paese muore. C’è bisogno del contrario: uno slancio per ripartire con forza.

Ma le vostre teorie hanno trovato mai applicazione?
Sì, nella Germania degli anni Trenta storicamente è accaduto qualcosa di molto simile. Mi rendo conto che sia brutto da dirsi, ma è così. Prescindiamo dalla situazione politica e dai protagonisti dell’epoca, lo scenario economico era molto simile: stagnazione e deflazione. La salvezza è stata l’immissione di moneta nel sistema.

Sarà un caso, ma fra le forze politiche l’unica ad avere preso posizione in maniera netta a favore della soluzione che voi proponete è proprio Forza Nuova…
In questo caso forse suggestione e dimensione simbolica funzionano per una compagine politica che fa esplicito riferimento a un certo passato. Ma noi dobbiamo prescindere da questi aspetti. Il nostro appello si rivolge a tutti, non ha connotazione politica, mira al rilancio del Paese.

Nonostante vi si attribuisca l’intenzione contraria, non siete per l’uscita dall’euro, giusto?
L’euro non è all’origine del problema – interviene Giovanni Zibordi – e la questione della sovranità monetaria si può affrontare e risolvere anche in presenza dell’euro e nel rispetto del ruolo del Banca centrale europea. Non è quindi necessario per l’Italia rimettere in discussione la propria collocazione nel consesso dell’Unione Europea o l’uso della moneta. Noi abbiamo immaginato che la liquidità si possa creare attraverso la disponibilità di titoli di credito sulle imposte che di fatto costituirebbero una sorta di moneta interna.

Cioè?
Titoli di valore predeterminato ma differito, pagabili a due anni (il tempo per fare ripartire l’economia) che lo Stato attribuirebbe ai cittadini da utilizzare per il pagamento delle imposte e delle tasse. Di fatto una sorta di emissione di ‘buoni del tesoro’ per il valore complessivo dei 200 miliardi di cui stiamo parlando. Un meccanismo simile a quello concepito da Renzi, ma altro che 80 euro in busta paga! Trattandosi di titoli certi ed esigibili, chi ha necessità potrebbe farsi anticipare le somme garantite dallo Stato tramite il normale meccanismo del prestito ai tassi di mercato. Immaginiamo una famiglia che vanta un credito di imposta garantito dai nostri certificati per duemila euro, potrebbe ottenerne subito 1.950 per esempio, pagando un interesse del 2,5%, cioè avrebbe subito a disposizione 1950 euro da spendere invece di duemila dopo due anni. E si tratterebbe di soldi veri, intendiamoci, non di somme da restituire: il contante immediato in cambio della cessione del titolo. Quindi soldi da investire o da spendere. Soldi che arrivano sul mercato, circolano e rimettono in moto l’economia.

I pagamenti fatti dai cittadini con questi titoli di credito sarebbero però, nella sostanza, pagamenti virtuali, poiché allo Stato non entrerebbe denaro ma cedole. Inoltre voi sostenete anche la necessità di un drastico taglio delle tasse. E come può lo Stato garantire i servizi se non percepisce più i corrispettivi attraverso le imposte?
Emettendo la moneta necessaria! E’ un falso problema quello che lei pone, frutto di un illusione. Ci dicono che le tasse servono per pagare i servizi, ma lo Stato può stampare quanta moneta vuole (cioè quanta gliene serve) per sé e per gli enti locali, in maniera da garantire l’erogazione delle prestazioni attraverso la copertura dei relativi costi senza intaccare il welfare aytteso dai cittadini. I soldi sono una convenzione. Lo Stato, se è sovrano, regola la circolazione della moneta, aumentandola o riducendola secondo necessità.

[Leggi la presentazione dell’incontro che si è tenuto a Ferrara a giugno: clicca qua]

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Redazione

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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