Tag: giuseppe fenoglio

Procida Corricella

DIARIO IN PUBBLICO
Procida capitale della cultura

 

Che direbbe l’Amatissima Elsa della proclamazione dell’isola di Arturo a capitale della cultura? La motivazione racchiude in sé una definizione che sicuramente avrebbe condiviso:

«Procida, La cultura non Isola è il titolo del dossier di candidatura, che evidenzia come la terra isolana è luogo di esplorazione, sperimentazione e conoscenza, è modello delle culture e metafora dell’uomo contemporaneo. Potenza di immaginario e concretezza di visione ci mostrano Procida come capitale esemplare di dinamiche relazionali, di pratiche di inclusione nonché di cura dei beni culturali e naturali».

Così la motivazione della candidatura e della vittoria presentata dal presidente della giuria Stefano Baia Curioni. Ancora più pertinente la motivazione di quella scelta proposta da Raimondo Ambrosino Sindaco di Procida:
«Procida può essere considerata una metafora di tanti luoghi, di tante amministrazioni, di tante comunità che hanno riscoperto l’entusiasmo e l’orgoglio del loro territorio e che con questo titolo vogliono costruire un riscatto importante per le proprie terre».

Da coloro che, come è accaduto allo scrivente, hanno eletto quell’isola come ‘metafora’ del luogo, l’heimat scoperto e amato attraverso l’esperienza e l’adesione agli elementi che lo compongono, il luogo è diventato tale attraverso l’adesione della ragione e del sentimento alle motivazioni esibite.

Ciascuno di noi, dunque, deve poter esperire una determinata condizione, prima di tutto ambientale, non solo secondo la facile metafora di luogo dell’anima (o meglio animo), ma lo deve poter costruire attraverso la scoperta della realtà, termine estremamente difficile da definire e soprattutto da riuscire a possedere.

In una straordinaria conferenza su Beppe Fenoglio [Qui] tenuta da Fiorenzo Baratelli alla Biblioteca Ariostea di Ferrara (Beppe Fenoglio: un racconto onesto della Resistenza) il critico, raccomandando una lettura finalmente non-pregiudiziale del capolavoro di Elsa Morante [Qui] La Storia, così commenta l’importanza di quel libro pensato e scritto allo specchio dell’isola di Arturo:

«nel romanzo la guerra è presentata attraverso la vita quotidiana a Roma. È la guerra vista e vissuta dagli ultimi, dai civili, dai bambini, tutte vittime innocenti della fame, della miseria e degli stermini causati da ogni guerra. Insomma, sono i tanti Useppe di cui leggiamo le terribili storie in questi giorni di guerra in Ucraina».

Attraverso questa analisi è possibile dunque capire e giustificare – come è stato chiaramente sottolineato dal capo dello Stato, Mattarella, alla proclamazione della vittoria dell’isola come capitale della cultura – quale debba essere il compito, altissimo, della vittoria. Arturo, Useppe, la cagna Bella, tutti gli ‘ultimi’ della terra rappresentano la forza, la sostanza di quell’heimat.

Non occorre scomodare il senso preciso di riferimento che la scelta del luogo detiene nella nostra immensa tradizione letteraria. Tra gi altri per me Leopardi, Montale, perfino d’Annunzio lo attestano. O come ha sottolineato da tempo Dacia Maraini, il teatro e il cinema. Per non apparire banale non sto a commentare il rapporto Ferrara-Bassani.

Perciò mi pare profondamente giusto ciò che scrive il ministro della cultura Dario Franceschini nel ribadire con entusiasmo la scelta di Procida:

«Viva Procida che ci accompagnerà nell’anno della ripartenza e della rinascita» ha detto il Ministro per i beni e le attività culturali e per il Turismo, Dario Franceschini, nel momento della proclamazione. «Oggi la designazione della Capitale italiana della cultura 2022 – ha continuato il Ministro – è un segnale per guardare al futuro».

Ma questa scelta, che personalmente diventa un premio esistenziale e culturale, si arricchisce dei momenti trascorsi in felicità nel luogo della mia Amatissima.

L’albergo proprio sotto il penitenziario, dove la mia pelosa Lilla discuteva animatamente con i gatti padroni del territorio, la discesa alla marina di Corricella per il bagno e la colazione alla trattoria del Postino, che immediatamente a noi ‘eoliani’ ricordavano i luoghi delle nostre vacanze a Lipari e a Salina e a tutte le altre meraviglie dell’arcipelago.

E salendo gli impervi vicoli a Procida salutare con deferenza Peppe Barra [Qui], o perdersi nel giardino di Elsa ad aspirare il profumo intensissimo dei limoni, o affittare una barca solo per vedere marina grande da lontano con i suoi sfarzosi colori.

Procida ed Elsa, che per sempre rimarranno nella mia cultura e nella mia realtà.

 

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

DI MERCOLEDI’
Il carcere, il gorgo e la seconda voce dell’anima.

Di mercoledì ho fatto la spesa al mercato del mio paese, come sempre. Anche oggi ho avuto incontri brevi, saluti frettolosi, la visione istantanea di altri passanti: è il massimo della socialità nel periodo Covid color arancione in cui ci troviamo. Tutti mascherati, tutti intenti a fare acquisti con le solite frasi fatte, pronte a scattare per tenere un po’ di conversazione: il virus di qua e di là, avete sentito quanti stavolta e via dicendo. Sono parole che dimentico in fretta, ormai le sento come abusate e consumo la minaccia che è in loro proprio ripetendole. Non so se accada anche agli altri, a me la paura così esternata e tante volte esibita fa meno effetto.

La novità è che oggi, tornando a casa con il grappolo delle sporte appeso alle mani, ho parlato per la prima volta con uno che il virus se l’è preso. La prima volta. Mentre lui nel giardino di casa sua, a cinquanta metri dal mio, camminava a zig zag per scaricare la tensione e doveva dirlo a qualcuno che l’esito del tampone era arrivato pochi minuti prima ed era finalmente negativo. Sono passata io e ho condiviso la sua gioia. Mi ha detto che non è stato male e che i sintomi sono stati pochi e leggeri, però si è sentito isolato dal mondo, bloccato e recalcitrante tra le mura di casa per dieci giorni.

Ho pensato al gorgo. Il male che il mio malcapitato vicino di casa percepiva come esteso in orizzontale, come una espulsione all’estrema periferia della sua vita, lontano dalla quotidianità e dal lavoro a cui è tanto attaccato, a me è sembrato esteso in verticale, come un gorgo che l’ha portato giù verso la solitudine e il buio. Ora, ha ragione nel dire che il virus gli ha ridotto lo spazio vitale e lo ha fatto rimanere in casa come in un carcere. Credo tuttavia che lo svilupparsi del male e del bene lungo una linea verticale resti una dimensione costante nella percezione di ciò che ci accade: “Sono un po’ giù  in questo periodo” ti dice il tuo interlocutore e tu per dargli coraggio gli rispondi con un “Cerca di stare su, vedrai che le cose miglioreranno”, che è frase usuale, ma la dici con sbrigativa sincerità.

Alle spalle ci sono le coordinate dell’educazione che abbiamo ricevuto, di matrice cattolica per la stragrande maggioranza di noi; poi siamo andati  alla scuola superiore, abbiamo aperto la Divina Commedia e ci siamo messi a imparare a memoria le dieci parti in cui è diviso l’Inferno, una voragine a forma di cono, che sprofonda sotto il suolo di Gerusalemme, fino al centro della terra; le dieci parti che formano la montagna del Purgatorio, altissima e isolata nell’opposto emisfero delle acque; infine siamo saliti nei nove cieli che ruotano intorno alla terra, raggiungendo il decimo  infinito spazio dell’Empireo, che è pura luce divina. Dal basso verso l’alto. Dal buio alla luce.

Nel racconto Il gorgo di Beppe Fenoglio, apparso per la prima volta in rivista nel 1954, il male è nell’acqua del fiume Belbo in un punto preciso, “dietro un fitto di felci”, lucido come “la pelle di un serpente”. In quel punto il narratore, che ha nove anni ed è il più piccolo dei suoi fratelli, ha capito che il padre vuole andare a morire, per la disperazione di essere povero e disgraziato, con la penultima figlia morente. In quel punto l’acqua tira giù e annega.

Questo testo di Fenoglio l’ho cercato e letto di recente, con le aspettative al massimo. Perché? Perché lo ha ripreso Sandro Veronesi nel suo recente romanzo Il colibrì, che ha vinto il Premio Strega 2020. Lo ha ripreso in un toccante capitolo alla metà del libro, poi ha citato apertamente Fenoglio nei Debiti finali, le pagine in cui riporta i testi a cui ha fatto riferimento, quindi ringrazia le persone che lo hanno sostenuto. Ora io cito lui e dei Debiti riporto proprio le righe iniziali: “Innanzitutto, il capitolo intitolato Ai mulinelli: non è semplicemente ispirato al racconto Il gorgo di Beppe Fenoglio, ne è una cover vera e propria. C’è una perfezione in quel racconto, probabilmente il più bello che sia mai stato scritto in lingua italiana, che sarebbe scomparsa limitandosi ad appropriarsi dell’idea che lo ha generato, senza riprodurne anche lo schema”. Il più bel racconto che sia stato scritto nella nostra letteratura: meglio tardi che mai, me lo procuro e lo leggo. E’ piuttosto breve, non arriva a due pagine. Poi vado a cercare nel capitolo Ai mulinelli di Veronesi e scopro che è davvero stato fatto un calco.

Prima di tutto è stata ripresa l’idea: nel Gorgo il figlio più piccolo salva il proprio padre, che ha deciso di suicidarsi. Negli anni della guerra di Abissinia, anni di miseria, la famiglia del narratore aggiunge agli stenti la disgrazia della malattia della figlia: “Deperivamo anche noi accanto a lei, e la sua febbre ci scaldava come un braciere, quando ci chinavamo su di lei per cercar di capire a che punto era. Fra quello che soffriva e le spese, nostra madre arrivò a comandarci di pregare il signore che ce la portasse via; ma lei durava, solo più grossa un dito e lamentandosi sempre come un’agnella”. Quando il padre dice che scende al fiume Belbo per voltare le fascine che hanno preso la pioggia, solo il figlio piccolo capisce “che andava a finirsi nell’acqua” e allora lo segue, e la sua presenza cocciuta spinge il padre a mettersi al lavoro col forcone, abbandonando colpo dopo colpo il proposito di gettarsi nel fiume.
Nel romanzo di Veronesi è il protagonista a seguire la sorella, decisa a gettarsi in mare in una sera d’estate, e così a salvarla con la sua presenza piena di amore fraterno.

In secondo luogo Veronesi ha mantenuto lo schema compositivo del racconto: un personaggio si avvia a piedi per andare a morire e uno della famiglia gli si attacca alle costole per impedirglielo. Ci sono un’andata e un ritorno: all’andata l’aiutante viene scacciato più di una volta; al ritorno, quando il tentativo di suicidio è ormai fallito, la coppia ritrova il proprio atavico legame di affetto. “E’ la combinazione di candore e di disperazione che…rende così naturale” il racconto. L’immagine conclusiva in entrambi i testi è quella altrettanto naturale del pollice che gratta la testa al bambino salvatore “tra i due nervi che abbiamo dietro il collo”. Anche le parole sono le stesse.
Dopo il cammino in discesa verso il gorgo della morte, ecco la risalita insieme verso casa.

Poi, aggiungo io, c’è la scrittura di Fenoglio. L’ho trovata ancora una volta di una bellezza! Così scabra, così piena di realismo e insieme vibrante di emozione. La concentrazione dei significati nelle frasi brevi, l’innocenza del parlato hanno superato ogni mia aspettativa. E’ un bambino che racconta col suo linguaggio ingenuo, così distillato da ricordare le poche parole che sa dire Rosso Malpelo. E’ una lingua tenace, che esprime la fatica della vita e insieme la sua comprensione. E’ compatta in modo totale: non una sola parola si potrebbe togliere dal testo, non ne occorre una in più.

Lo dico con le parole che ha usato Andrea Zerbini nel suo articolo La seconda voce dell’anima uscito su questo giornale il 21 novembre: “la lettura non è mai un monologo, ma l’incontro con un altro uomo, che nel libro ci rivela qualcosa della sua storia più profonda e al quale ci rivolgiamo in uno slancio intimo della coscienza affettiva, che può valere anche un atto d’amore…Un libro può diventare così la seconda voce della propria anima”.  Comprendo leggendo Zerbini che “l’intera Bibbia può considerarsi allora una conversazione in itinere. L’invito permanente all’ascolto, all’incontro e al dialogo: per tentare alleanze; per formare amicizie; per ricercare quel santo Graal di quell’ultima cena, che ha visto nella condivisione del pane e del calice, un comunicare nell’agire e nel patire, il simbolo reale di quell’amore così grande da spingersi a dare la vita per gli amici”.

Comprendo che nella “biblioteca interiore” di cui parla Zerbini, i libri siano voci di un unico grande libro, in cui “Dio impiega diversi traduttori” per il dialogo con i suoi figli.
Accolgo queste bellissime parole nella mia visione laica della biblioteca del mondo e mi faccio piccola ancora di più. Ancora mi basta avere trovato le parole da dire sulla piazza, mi bastano quelle che il mio vicino di casa ha ricevuto da me e quelle che ho ascoltato da Fenoglio e da Veronesi per gioire insieme.

DI MERCOLEDÌ
Ariosto e Fenoglio: quando l’Amore è tutto.

Continua a essere molto gettonato, un libro di rara qualità che personalmente ho inflitto come lettura scolastica a orde di studenti e che anche ora ritrovo nella lista dei consigli di lettura di altre scuole, per l’estate post Covid: Una questione privata di Beppe Fenoglio, scritto nel 1947 ma uscito postumo nel 1963.

Mi sono chiesta come mai vada per la maggiore una vicenda ambientata nel freddo e umido novembre delle Langhe, per di più nel 1944, nel pieno della guerra partigiana. Saranno forse le note ragioni didattiche, per le quali questo libro fa conoscere una breve ma importante stagione della narrativa del nostro Novecento, quella del Neorealismo, che dal 1945 al 1955 ha fatto conoscere anche all’estero la qualità del nostro cinema, oltre che della produzione letteraria. Sarà che è un libro intenso, scritto con uno stile essenziale e preciso e sorretto da una forte volontà di racconto e di condivisione delle tragiche esperienze della guerra. Sarà.

Tuttavia, proprio io che l’ho condiviso con tante classi del mio liceo, sia biennali che del triennio, vedendolo assegnato da altri colleghi che non conosco ho bisogno di ripensare alle ragioni della sua validità.
Seguo il suggerimento di Calvino e collego tra loro Fenoglio e Ariosto, come centinaia di studenti guidati da me hanno fatto durante il quarto anno, e trovo la principale ragione di tanta persistenza. E’ l’amore totale che Milton prova per Fulvia a tenere vivo questo romanzo, come nel romanzo di Orlando l’amore per Angelica diventa esiziale; non basta la terra a contenerne la forza deflagrante e allora il senno perduto dal paladino finisce sulla superficie della Luna.

L’amore totale l’abbiamo provato tutti, credo. Quello che scardina i nostri equilibri, che non lascia vedere altro, che ci assorbe in noi stessi, facendoci esplodere e implodere senza fine.
Milton non fa eccezione. E’ innamorato di Fulvia da quando si incontrano nella villa di lei sulle colline intorno ad Alba; la guerra infuria e Fulvia è sfollata lontano da Torino, solo una governante le fa compagnia e la controlla. Il triangolo amoroso si completa con la figura di Giorgio, uno studente amico di Milton, che come lui frequenta la villa e corteggia Fulvia.

La vicenda è delle più classiche, giocata com’è nelle relazioni reciproche tra Lui, Lei e l’Altro. Solo che le variabili narrative di questo romanzo hanno qualcosa di imprevisto e di implicito che attira il lettore nella rete del testo: fino alla fine non sappiamo chi è Lui e chi l’Altro, non riusciamo a leggere nell’animo di Fulvia, in quanto è solo evocata dal punto di vista di Milton e non compare mai direttamente nel testo.

All’inizio del racconto Milton si attarda alla villa di Fulvia durante una perlustrazione da partigiano, ha un breve dialogo con la custode rimasta a vivere lì anche dopo che la ragazza è rientrata a Torino. Da lei viene a sapere che Giorgio e Fulvia si sono spesso appartati, nei giorni in cui Milton era già partito per la guerra. Hanno avuto una storia? La custode lo suppone, Milton ne è annientato.

La sua questione privata diviene prioritaria, anche se la guerra  infuria intorno a lui e lui è rispettato e stimato dai compagni perché è uno studente colto, ma soprattutto per la sua razionalità, per il sangue freddo con cui pianifica e agisce da partigiano “tutto d’un pezzo”. “Fulvia, a momenti mi ammazzi!”, pensa verso la fine del libro, quando la verità che come un paladino errante va cercando da quattro giorni sembra non venire alla luce. Può rimanere ucciso dalla guerra, oppure dalla verità su lei e Giorgio. Da quattro giorni cerca il suo amico, ma Giorgio è stato catturato da un gruppo di fascisti in ricognizione e bisogna liberarlo per potergli parlare e sapere da lui. Bisogna catturare un fascista e chiedere lo scambio prima che Giorgio sia ucciso. Il tempo si dilata enormemente in questa difficile ricerca; le quattro giornate di cammino sotto la pioggia, nel freddo di novembre, con poco cibo e poco sonno costituiscono un tempo soggettivo dilatato e doloroso. Milton ha il pensiero fisso su Fulvia, rivive in molti flash back gli incontri con lei, la sua tirannia capricciosa di adolescente, la sua bellezza tanto più in sintonia con la bellezza di Giorgio che con la sua figura allampanata e con i suoi abiti poveri di studente squattrinato. Eppure Fulvia voleva la sua compagnia, gli chiedeva traduzioni di canzoni e poesie dall’inglese, accettava i suoi sguardi sognanti su di lei. Lo prediligeva ambiguamente.

Milton deve sapere la verità, deve cercare Giorgio e chiedergli di lui e di Fulvia. Chiede un permesso di poche ore, ma come dicevo il bersaglio si allontana da lui e il tempo della ricerca si dilata fino a occupare quattro lunghi giorni, in un incessante processo di peggioramento.
Alla fine? Nelle ultime pagine del libro, che resta incompiuto al verbo “crollò”, Milton è ritornato al punto di partenza. Una serie di imprevisti gli hanno impedito di ritrovare l’amico: non resta che parlare di nuovo con la custode della villa e cercare di sapere da lei qualcosa di più.

Il triangolo amoroso non assegna le parti: non sappiamo se Fulvia sia stata legata a Giorgio da un rapporto amoroso, ma neppure sappiamo se abbia amato Milton. Né ha portato i suoi frutti il viaggio faticoso nel fango delle Langhe sferzate dalla pioggia, poiché la circolarità del percorso sembra riportare la lancetta del racconto nella posizione iniziale. Non sappiamo per certo se l’atto finale di crollare significhi che Milton muore mentre è inseguito dal drappello di fascisti, in cui si è imbattuto poco prima. Nella fuga precipitosa a cui si è dato ha risposto all’istinto di conservazione, correndo in bilico tra la vita e la morte, correndo a perdifiato “col cuore che bussava, ma dall’esterno verso l’interno, come se smaniasse di riconquistare la sua sede”.

Dice Calvino che nel furore prima della camminata di Milton verso la villa e ora del suo zigzagare si ritrova uno dei cavallereschi inseguimenti che tanto hanno segnato la nostra tradizione epica rinascimentale. Quella di cui è campione Orlando, così come ce lo hanno modellato le penne di Boiardo e poi di Ariosto.
Un giovane uomo ama totalmente la sua Fulvia e per lei abbandona la guerra; un ardente paladino lascia di notte il campo cristiano, lascia il proprio re per andare in cerca della sua Angelica. Se non è furioso questo tipo di amore…

C’è una donna che ha amato così il proprio uomo, una regina che a lui ha dato ospitalità e poi se ne è ardentemente innamorata. Parlo di Didone, la regina di Cartagine, presso la quale Enea si trattiene a lungo, interrompendo il suo viaggio fatale verso le coste del Lazio. Il libro quarto dellEneide celebra questa passione totale e tragica di Didone e contempla la morte che ella si dà,  mentre la nave di Enea ancora si vede in lontananza. Anche Virgilio chiama furor il sentimento d’amore della donna; anche in questa vicenda è ravvisabile il triangolo amoroso, anche se il terzo vertice non è occupato da un altro uomo o da un’altra donna, bensì dal fato a cui Enea deve rispondere e ripartire per dare compimento alla propria missione.

Guerra, amore, destino. Se i temi del nostro romanzo sono questi e vengono da così lontano mi torna chiaro nella mente uno dei  motivi fondamentali della scelta, mia e di tanti colleghi. Gli adolescenti sanno ricevere la profondità dei sentimenti che Milton esprime, riescono facilmente a metterli in comune con i propri, forse riescono anche a chiarirseli, o a misurarne la portata.
Milton è un personaggio di carta, ma quanta verità è in grado di apportare ai lettori, ai ragazzi, nel dialogo con se stessi.

DI MERCOLEDI’
La musica dei libri e il concerto della letteratura

Eccomi qui di nuovo a scuola, per l’ultimo giorno di servizio. Mi trattengo per l’intera giornata: ci sono le prove orali degli esami preliminari per i privatisti; se supereranno questa fase affronteranno in settembre il loro esame di Stato. Non so valutare che giornata sia questa, certo sarà lunga come innumerevoli altre che ho trascorso qui. Durante l’inverno arrivavo con la prima luce e riprendevo la macchina quando si era fatto di nuovo buio.

Le candidate della mia quinta, tre, hanno volti nuovi per me. Sono giovani, ma hanno più dei diciannove anni abituali degli studenti in corso. Vado insomma a parlare di Letteratura Italiana con delle adulte sconosciute e non so quale sarà la chiave del nostro dialogare. Si fa presto a dire che stamattina c’è la verifica orale di Tizia e Caia, ma io che sono l’esaminatrice mi sento addosso più dubbi che mai sulla conduzione di questo orale.

Partirei da un testo. Ho sempre proceduto così nelle verifiche curricolari, in quanto al testo si riconosce la centralità nel nostro insegnamento e io ho una profonda convinzione sulla validità di questa scelta didattica. Sto dalla parte del lettore e dialogo con l’opera. Gli studenti sono altri lettori, che potenziano i loro strumenti di lettura e i metodi. Ascolto ciò che sanno di un testo, chiedo che ne rielaborino i contenuti, che lo accostino ad altri  testi, che vi ritrovino gli elementi culturali del contesto, che esprimano un parere motivato su ciò che hanno letto.

Mi trovo in sala insegnanti e solo tra un quarto d’ora avranno inizio le prove. Sono sola, se si escludono i libri ele voci dei libri, che restano chiusi malamente nelle poche vetrine della parete di fondo. Ogni scaffale appartiene a un dipartimento di materia, perciò escono voci diverse e confuse le une sulle altre, come se molti solisti stessero scaldando la voce tutti insieme su note diverse.

Le voci dei libri è un libro delicato e forte al tempo stesso che ho letto pochi anni fa. E’ uscito nel 2013, l’autore è il mio professore di Letteratura Italiana all’Università di Bologna, il grande Ezio Raimondi: uno che durante la lezione ci assegnava quattro o cinque saggi da leggere per la volta successiva e, quando sembrava che la lista fosse finita, la sua voce tonante trovava fiato per dire: “Si leggano anche….”. Uno che fu soprannominato da studenti di un corso diverso dal mio, non ricordo se più grandi di me, ‘il libridinoso‘. Correva la voce che leggesse moltissimo e in ogni circostanza, che possedesse una tecnica particolare per divorare i libri in pochissimo tempo. Io, che seguivo appassionatamente le sue lezioni alzandomi all’alba per arrivare presto in facoltà e trovare un posto in prima fila, lo vidi spacchettare un libro all’inizio di una conferenza pomeridiana su Boccaccio e lo tenni d’occhio, per verificare come leggeva. Ricordo che girava le pagine come sfogliandole per contarle e che in pochi minuti richiuse il testo. Volli credere che l’avesse letto compiutamente, come voleva la diceria tra noi studenti.

Certo per me Raimondi ha rappresentato un figura mitica, ‘un maestro. Anche ora che riapro il suo libro mi commuovo, come mi sono commossa nel settembre 2018 quando al Festivaletteratura a Mantova noi suoi ex studenti abbiamo riempito il teatro Bibiena per andarlo ad ascoltare e applaudire. Di questo momento conservo un ricordo struggente. Apro a caso e leggo in alto nella pagina una affermazione che ho segnato: “Ad attrarmi in Bachtin, prima ancora di conoscerlo, e a catturarmi quando lo conobbi, era l’idea della parola che vive nel vedersi ripetuta in un’altra, era questo gioco dialogico delle voci, la polifonia appunto, che mi si mostrava come principio vitale della letteratura e, a un tempo, dell’esistenza umana”. Qualche riga sotto ho segnato: “Per chi pensava alla letteratura come un luogo nel quale si conosce se stessi e gli altri, meglio che con altri strumenti, Bachtin diventava un maestro ideale, un amico, un venerando, un sapiente”.

Il lettore esperto Raimondi si rapporta a un altro lettore esperto, a Bachtin, e ne sente la voce potente. Le loro voci si alzano, ora distinte l’una dall’altra, ora sommando le proprie intensità. La polifonia che ne consegue è la gazzarra delle reazioni che hanno tutti gli infiniti lettori di uno stesso testo, l’accavallarsi delle opinioni tra loro uguali oppure diverse, talvolta opposte. Ma la polifonia è anche dentro il testo letterario, dove i personaggi di carta, come li chiamava Pirandello, hanno la propria visione sul mondo e la esprimono come suonando le note di un loro spartito; la polifonia diviene struttura profonda dell’opera nei romanzi di Dostoevskij, come Bachtin mi guidò a riconoscere in un saggio corposo, che lessi l’anno in cui il corso monografico tenuto da Raimondi era su Machiavelli. Non fu una lettura facile. Andò meglio con il saggio sulle novelle del Decameron e sulla carnevalizzazione in letteratura, in cui Bachtin riconosce un profondo legame tra letteratura e antropologia, tra i riti del carnevale e il nostro complesso rapporto con l’alterità, col gioco delle identità ‘altre’ che assumiamo temporaneamente quando indossiamo il costume da Arlecchino, da Regina o da Cardinale. Ci ho riflettuto ogni volta che mi sono travestita per le feste di carnevale; da quando ho imparato a riconoscere il peso della casualità nelle nostre vite mi vesto volentieri da Carta da gioco. Bachtin e altri nove autori furono per Raimondi veri compagni nel suo percorso di lettore e i loro libri divennero per lui veri libri dell’amicizia. Io li ho chiamati in questi ultimi vent’anni ‘libri galeotti’ e le mie amate colleghe con me li hanno cercati nel vissuto di lettura dei tanti autori che abbiamo invitato nella nostra scuola, perché dialogassero con gli studenti.

Come farò a imporre tutto questo alle mie candidate di là, che magari stanno ripassando la biografia di Giovanni Pascoli o di Beppe Fenoglio? Come proporre loro un testo che mi consenta di sentire chiara e forte la ‘loro voce’?  Ho detto bene: la chiave sta nel ‘come’ proporrò loro di discutere insieme, più del ‘cosa’ chiederò. Senza domande nette, ma con il piccolo mondo del testo a disposizione. Offrendo il mio punto di vista, dopo avere lasciato spazio al loro.

Si preparano da mesi a questo esame, spero che piaccia loro sentirsi consultate sul programma che hanno preparato per questo momento. E’ ora. Andiamo a incontrare un testo vero, un ‘libro vero’. Raimondi lo definisce così: “Il libro vero, quello con cui si dialoga più volte, al quale si ritorna, non conferma delle verità, ne offre di nuove, purché ci sia da parte nostra fedeltà e non conformismo, e resti viva la curiosità, il desiderio di ascoltare qualcuno che parla del nostro presente, al momento giusto. Perché il libro vero parla sempre al momento giusto. Lo inventa lui, il momento giusto: con il colore della parola, con la singolarità della battuta, con il piacere della scrittura”.

Le citazioni qui contenute provengono da: Ezio Raimondi, Le voci dei libri, Bologna, Il Mulino, 2013

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi