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GRANDI AFFARI E GRANDI EVASORI:
ogni anno una montagna di soldi vola nei paradisi fiscali

“I ricchi devono pagare le tasse. Le leggi sono molto chiare e loro usano ogni modo possibile per sfuggire e portare il denaro nei paradisi fiscali”. Così José Angel Gurrìa, messicano. Non a un clandestino incontro di zapatisti, ma nella sua qualità di presidente dell’Ocse al summit di Davos, “il posto dove i miliardari dicono ai milionari come sta la gente comune”. È la definizione del banchiere Jamie Dimon, che di ricchi se ne intende e ne è componente autorevole.
“Dobbiamo rafforzare i controlli”, insiste il Presidente dell’Ocse. È convinto che sia essenziale dato il tema del forum di Davos, “Stakeholders for a Cohesive and Sustainable World” ovvero “Portatori d’interesse per un mondo coeso e sostenibile”.

Sarebbero 7.500 miliardi, di cui 1.500 appartenenti a cittadini europei, gli euro occultati nei paradisi fiscali. Ce ne sono di accoglienti nella stessa Unione Europea. In quindici anni i patrimoni così collocati si sarebbero moltiplicati di oltre venti volte. Oltre la metà della ricchezza offshore appartiene a ricchi di paesi non dell’Ocse. Tra questi è imponente la crescita dei cinesi. Occultano più di tutti gli europei messi insieme. Inoltre gli Stati Uniti detengono un quarto della ricchezza evasa – più elegante chiamarla offshore – e non aderiscono al Common Reporting Standard, non scambiano informazioni essenziali per arginare l’evasione.

Restiamo a una classifica europea, come calcolata nel 2016 nell’UE: prima è la Germania, seconda la Francia, terzo il Regno Unito, solo quarta l’Italia, che però, grazie alla Brexit, ora può considerarsi sul podio. La commissione del Parlamento Europeo, che ha studiato l’argomento, ha sottolineato che mancano volontà e impegno nel combattere evasione, elusione fiscale, criminalità finanziaria. Inoltre sette Paesi – Belgio, Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Paesi Bassi, spesso pronti a farci la morale – presentano le caratteristiche di paradiso fiscale per le persone fisiche e le multinazionali.

Se il podio per ricchezza imboscata ci è sfuggito nel 2016, sull’evasione complessiva ci siamo prontamente rifatti. Nel marzo dello scorso anno il Parlamento Europeo ha approvato una relazione sui reati finanziari, l’evasione e l’elusione fiscale. Sugli 825 miliardi di evasione fiscale stimati nell’Unione Europea, 190,9 sono attribuiti all’Italia, 125,1 e 117,9 rispettivamente a Germania e Francia. Anche calcolando l’evasione suddivisa per abitante – la ben nota statistica del pollo, se tu ne mangi uno e io niente risulta mezzo pollo a testa, se tu evadi due milioni e io niente, risulteremo evasori di un milione a testa – l’Italia è in cima alla classifica, precedendo la Danimarca dove del marcio, da Amleto in poi, deve essercene rimasto. Il Parlamento Europeo ha rivolto una serie di raccomandazioni agli Stati membri. Forse, considerato che gli evasori utilizzano tutti i servizi pubblici senza averli pagati, vilipendendoli e guadagnandoci pure con lucrose privatizzazioni, si potrebbe, intanto, smettere di dire “fare i portoghesi”.

Magari si potrebbe seriamente operare per recuperare il maltolto dagli evasori nostrani, invece di premiarli con l’ammirazione e ogni sorta di scudi fiscali, grati per ogni elemosina che possono fare. Non è facile. Più facile è inveire contro i poveri che vengono dal mare, come se i guai venissero da loro. Vero che di poveri ne abbiamo già, ma non è colpa dei nuovi arrivati. Li avevamo da prima. Temo che i nostri evasori, recidivi e impuniti, continueranno a evadere “a prescindere”, come direbbe Totò. Non hanno gli scrupoli suoi in “Un turco napoletano” quando si risolve, solo perché in pericolo di vita, a evadere dal carcere di notte. Non vuole che di lui si dica “e-vaso di notte”. Notte e giorno non fanno differenza per i professionisti dell’evasione.

Non bisogna mai perdere la speranza. Ma credo li ritroveremo l’anno prossimo a Davos, lustri e compiaciuti, talora perfino commossi. Immutati nei comportamenti. Così, leggo, hanno ascoltato in religioso silenzio Greta Thunberg annunciare “La nostra casa è in fiamme… qui a Davos amate parlare di storie di successo ma questo successo finanziario è costato un prezzo immenso”. Adottare un motto non costa nulla, soprattutto se è un acronimo suggestivo: ESG, Environmental, Social and Governance. Basta che non interferisca con gli affari.

Offline e molto online – Covid permettendo – sarà il World Economic Forum di Davos 2021. I leader governativi e aziendali globali si connetteranno con 400 città per un dialogo orientato al futuro. L’intento è coinvolgere soprattutto i giovani sul tema dell’incontro, “The Great Reset”, il grande ripristino. Klaus Schwab, fondatore e presidente del Forum, dice che un “grande ripristino” è necessario per un nuovo contratto sociale “incentrato sulla dignità umana, sulla giustizia sociale, e dove il progresso sociale non sia in ritardo rispetto allo sviluppo economico”. Ottimo intento se la dignità umana sarà riconosciuta a prescindere da redditi e patrimoni e sostenuta da misure che assicurino, come pure è possibile, a tutti un’esistenza libera e dignitosa. È il rovescio di quanto fanno attualmente i leader governativi e aziendali.

Questo articolo è recentemente apparso sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

NIENTE PACE SENZA GIUSTIZIA
Un manifesto per George Floyd nella via di Federico Aldrovandi

Da: Potere al Popolo – Ferrara

Oggi siamo andati ad appendere un manifesto in una strada. Sul manifesto c’è il volto di George Floyd, e la scritta “Per George Floyd, per Soumaila Sacko, per la giustizia sociale”. La strada è Via Ippodromo, luogo dell’uccisione di Federico Aldrovandi. In questo modo abbiamo voluto tendere un filo rosso tra la nostra città, il nostro Paese e le rivolte di popolo che in questi giorni attraversano gli Stati Uniti d’America.

La morte di George Floyd è una storia che unisce repressione, razzismo, questione di classe. Una storia che ci parla di un sistema delle forze dell’ordine che, negli U.S.A come qui da noi, non esitano a usare violenza contro i più deboli e i più poveri, non esitano a usare i mezzi anche più brutali, non esitano ad uccidere. È per questo che abbiamo voluto lasciare il manifesto proprio dove Federico è morto. È una storia che ci parla di una sistematica discriminazione sociale, economica e civile dei neri. È per questo che nell’esprimere solidarietà alle migliaia di neri, bianchi e ispanici che in questi giorni manifestano in tutte le principali metropoli degli Stati Uniti, abbiamo voluto ricordare anche chi nel nostro paese è morto solo per il suo colore della pelle, come Soumaila Sacko, bracciante maliano e sindacalista USB ucciso proprio due anni fa nelle campagne di San Calogero. Infine, la morte di George Floyd e la lotta di popolo che gli sta seguendo, ci parla delle ingiustizie di un sistema socio-economico profondamente classista, che non a caso caratterizza la nazione più avanzata nei meccanismi di sfruttamento del capitalismo. È per questo che, negli Stati Uniti come qui da noi, crediamo che l’unico modo per porre fine a repressione, razzismo e sfruttamento sia lottare per la giustizia sociale.

Abbiamo appeso un manifesto in una strada. Speriamo che quel manifesto, che è proprio vicino alla targa che ricorda Federico, vogliate passare in tanti a guardarlo, per tenere vivo il ricordo delle ingiustizie subite dagli oppressi qui come negli U.S.A. e ricordare quanto sia necessario e urgente opporvisi per costruire una società più giusta.

 

Giustizia Sociale e Libertà: gli ingredienti per una Europa Unita.
Storia di un progetto lasciato a metà.

di Grazia Baroni

Il progetto politico di costruire una Europa come uno stato democratico unico, con un’unica Costituzione, è la cosa più sensata per dare continuità storica ai popoli che in essa vivono e che hanno fatto la storia di questo continente. Il progetto di costruzione dell’Europa è il passaggio naturale per far sì che le storie e la cultura del popolo europeo siano contemporanee al tempo storico attuale, come nel passato hanno determinato il processo di sviluppo della civiltà fino ai giorni nostri.

La storia dell’Europa comincia con il mito che ci viene tramandato fin dalla civiltà Cretese e Micenea; il mito di Europa e Zeus.
‘Europa’ nasce da un mito pre-storico, dal quale prende origine e che dà profondità e senso alla sua storia. Nel mito di Europa, sono sintetizzate tutte le caratteristiche dei popoli europei.
Figlia di Agenore, nasce da nobile stirpe fenicia, quindi di fatto ha origini nel medio-oriente, e vive di agricoltura e di allevamento. Giove se ne innamora e, sotto forma di toro, la rapisce con l’aiuto di Ermes e la porta a Creta. Il mito raffigura quindi lo spostamento del popolo dalla terra di Oriente alla terra di Occidente, che prende così il nome dalla fanciulla rapita.

Ancora oggi alcuni simboli sono presenti nelle tradizioni di alcuni popoli, come la Corrida in Spagna e la Corsa Camarghese in Francia. La rappresentazione paleolitica del toro di Altamira, quindi, accomuna nel mito i popoli europei che in questa rappresentazione del sacro si riconoscono.
Con la civiltà mediterranea abbiamo dato origine alla cultura umanistica, che è quella che pone l’uomo al centro di qualsiasi progetto di sviluppo e convivenza, inventando anche la forma di governo democratico. Questo rende possibile la pace come condizione necessaria alle civiltà per svilupparsi e guardare al futuro, incontrando altre realtà senza entrare in conflitto.

Come mai non riusciamo a costruire questo progetto unitario, pur avendo le stesse radici tra lingua, usanze e storia?
La più grande forza dell’Europa è sempre stata quella di creare legami tra popoli entro un progetto comune di giustizia e convivenza pacifica.
Le diversità non sono radicali: la nostra cultura, oltre che nel mito, ha radici nella continua ricerca della qualità umana e della sua realizzazione storica testimoniata in maniera evidente nelle cattedrali gotiche, originali delle terre nordiche francesi, si sono irradiate in tutto il continente e sono testimonianza fortissima della cultura europea come concezione comune. Infatti, esse rappresentano non solo un’alta professionalità architettonica e creativa, ma soprattutto descrivono l’ideale a cui i popoli europei aspirano.

La centralità dell’essere umano nasce in Grecia, si rafforza con il cristianesimo, diventa attraente per tutti i popoli nel XVI secolo con l’Umanesimo. Con l’Illuminismo diventa non solo quel linguaggio e cultura del continente europeo, fino agli Urali, ma si apre a tutta la civiltà umana influenzando il nuovo mondo, America del nord e sud e Canada. Inoltre, l’uso della ragione come qualità umana diventa strumento di sviluppo per altre civiltà come quella indiana e cinese.
La storia insegna che finché i potenti non rinunciano alla loro posizione di privilegio e potere, rifiutando di evolversi verso una civiltà più giusta, perderanno tali poteri per violenza. La storia stessa li travolgerà: l’umanità si evolve necessariamente, il processo storico di umanizzazione non si può fermare e prevede la democrazia, come ricerca del bene comune e quindi della giustizia sociale.

Ne consegue che quanto prima costruiremo l‘Europa democratica tanto prima i conflitti e le tensioni diminuiranno e si riuscirà a intervenire con un rapporto armonico con il nostro pianeta. Il non istituire l’Europa è un comportamento irrazionale e anti-scientifico rispetto a tutte le criticità della realtà attuale, a partire dal cambiamento climatico che sta stravolgendo il globo.

E’ da 3.000 anni che l’Europa attende di essere formata, unificata, di diventare una realtà politica. La spinta storica più recente è stata la seconda guerra mondiale con i suoi 60 milioni di morti, frutto della peggiore manifestazione del subumano, negando ciò che la libertà e il valore del singolo rappresentano. D’altronde il potere di per sé, pretendendo il controllo, nega necessariamente la libertà poiché si serve della paura e della menzogna anziché della comunicazione e la trasparenza di fini e di mezzi.

L’Europa sarebbe il primo progetto politico a mettere al centro del suo programma la giustizia sociale e la libertà personale e comune per dare a tutti la possibilità di vivere ciò che ogni essere nato ha il diritto di vivere.

I pensieri del Comandante

“L’ansia è il fondo di una bottiglia rotta, piantata tra lo sterno e lo stomaco, per quanto coraggio ti toglie ti ricompensa con la paura”. Si preannuncia un gran bel duetto intellettuale, domenica alle 18,30 – “rigorosamente dopo la Spal” – al circolo Blackstar, fra Cristiano Mazzoni (scrittore sempre in prima fila a difesa degli ultimi e della giustizia sociale, perdutamente innamorato – oltreché del rosso – dei colori biancoazzurri, al suo debutto lirico) e Mazzoni Cristiano (cognome e nome proprio come nella locandina di presentazione dell’evento simpaticamente si fa appellare per distinguersi dall’omonimo), anch’egli scrittore di riconosciuto talento, anch’egli ferrarese oltreché amico del suo omologo gemello d’anagrafe. Spunto del dialogare, dissertare e disquisire in libertà sarà “I pensieri del Comandante”, nuova pubblicazione (edizioni Freccia d’Oro) del C.M. che si confronterà con M.C. e con tutti coloro che presenzieranno, al circolo Arci di via Ravenna 104, a questo incontro che si preannuncia ricco di parole, pensieri e passione.

Scrive l’autore della sua poetica raccolta: “Premessa, doverosa premessa. Chi dovesse imbattersi, per sbaglio o – peggio – per scelta in queste pagine, deve essere consapevole di ciò che l’attende. Ammesso e non concesso che per bontà, carità o convinzione arrivi alla fine del libro, il lettore non si imbatterà in un testo di poesie (cosiddetto) canonico. Infatti, l’autore (io), non è a conoscenza della tecnica, della metafora, del sillogismo, né del dolce e neppure dell’amaro stil novo. Alle terzine e quartine preferisco le cinquine (della tombola)… Le parole che scrivo sono raggruppate in frasi che stanno insieme grazie alla giusta miscela tra pensiero e rabbia, tra sogno e materialità, ma fondamentalmente, impastate con la voglia e il bisogno di scriverle. Questo libro è dedicato a mio suocero, grande uomo; e le uniche due vere poesie presenti sono quelle inserite nella post-fazione, scritte da lui dopo la nascita delle mie figlie”.

“I pensieri del Comandante”, edizioni Freccia d’Oro sarà presentato domenica 8 dicembre alle 18,30 al circolo Arci di via Ravenna 104

Nota sull’autore, Cristiano Mazzoni – Figlio unico di madre impiegata e padre sindacalista, Cristiano Mazzoni nasce a Ferrara, nell’autunno caldo del 1969, nelle case popolari a due chilometri dal centro cittadino. Ha pubblicato Batiguàza. Resoconto di una adolescenza (Este Edition 2011), Parole dissociate. Memorie e pensieri (Este Edition 2012). Nel 2014, in occasione dei mondiali di calcio, un suo racconto “Speriamo di non cadere”, viene inserito in una raccolta dal titolo “Racconti Mondiali”, edito da Autodafé Edizioni di Milano. Nel 2015 un suo racconto dal Titolo “Petrolchimico” è inserito in una raccolta pubblicata sempre da Autodafé. Con Autodafé pubblica il suo primo romanzo “Il Bar dei Giostrai” nel 2017. Alcuni suoi pensieri e articoli sono stati pubblicati da Ferrara Italia. E’ in redazione a “Lo Spallino” dove scrive di un grande amore. Scrive, come autoanalisi, per raccontare, soprattutto a se stesso, che non è mai troppo tardi per autodeterminarsi”

venti-liberi

ACCAD(D)E OGGI
21 marzo con Libera: Orizzonti di giustizia sociale. Passaggio a Nord Est

Come ogni anno dal 1996, il 21 marzo Libera e Avviso Pubblico insieme alle scuole, a realtà del terzo settore e a tanti cittadini, organizzano e celebrano la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, dal 2017 riconosciuta con legge del Parlamento: con le centinaia di familiari delle vittime, ci si ritrova ogni anno in tanti luoghi in Italia e non solo, per ricordare nome per nome tutti gli innocenti morti per mano delle mafie.

“La trasmissione della memoria – ha spiegato Daniela Marcone, vicepresidente nazionale di Libera e responsabile Libera Memoria, a margine della Assemblea Nazionale dei familiari delle vittime innocenti delle mafie – a partire dai ricordi personali, necessita di una condivisione fattiva da parte delle intere comunità in cui viviamo, solo in questo modo quei ricordi possono contribuire a ricostruire pezzi di storia non scritta nei libri di scuola, che in molti caso hanno letteralmente fatto luce sulle modalità con cui le mafie hanno aggredito il territorio. Non solo, per l’intera rete di familiari e attivisti della rete di Libera è fondamentale che la memoria da portare avanti sia una memoria viva”.

Il tema di questa XXIV edizione, alla manifestazione nazionale a Padova, è ‘Orizzonti di giustizia sociale. Passaggio a Nord Est‘. Un’occasione di riflessione e rilancio per questo territorio: si tratta di cogliere la strutturazione locale degli scambi commerciali, culturali e sociali esistenti, che hanno prodotto ricchezza e prosperità, ma che in parte hanno anche permesso a mafie e corruzione di diventare soggetti riconosciuti e strumenti riconoscibili in un così vasto territorio. Un territorio nel quale, come hanno dimostrato le recenti cronache, la criminalità organizzata ha attecchito e prosperato con lo spaccio di droga, con il più recente traffico di rifiuti, nelle finanze, nel riciclaggio di denaro sporco con l’acquisto di immobili, fino alle redditizie sale scommesse.
Nel Nordest le vittime innocenti non sono solo persone, ma interi luoghi, esseri viventi e territori, distrutti e calpestati dall’incontro tra clan italiani e stranieri nel tessuto imprenditoriale locale, dalle attività di intermediazione e di manodopera gestite dai clan nell’edilizia, nel turismo, nell’agricoltura, grazie anche ai rapporti tra gruppi di ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra con la politica corrotta e l’imprenditoria connivente. Secondo i dati presenti nella relazione del primo semestre 2018 della Direzione Investigativa Antimafia, nelle tre regioni del Nord Est le operazioni sospette, nei primi sei mesi del 2018, sono complessivamente 4.281 pari al 7,7% del totale nazionale. Il maggior numero di segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio sono nel Veneto: ogni giorno in questa regione presso banche ed enti creditizi si effettuano 19 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette di riciclaggio. Sono 161 beni immobili confiscati e destinati agli enti locali (Veneto 126, Friuli Venezia Giulia 19, Trentino Alto Adige 16) e 268 ancora in gestione presso l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Fonte: Relazione semestrale 2017, Direzione Investigativa Antimafia)
Secondo il Rapporto Ecomafie 2018 di Legambiente poi nelle tre regioni del Focus Nord-est complessivamente sono stati 1.706 le infrazioni ambientali: ciò significa che lo scorso anno sono stati verbalizzati più di 4,5 reati al giorno con 1.914 persone denunciate e arrestate e 552 sequestri effettuati (circa il 7% del totale nazionale). Il Veneto è la regione con il maggior numero di reati accertati con 872, 1.267 persone denunciate e arrestate e 318 sequestri, segue il Trentino con 542 infrazione accertate, 207 persone denunciate e arrestate e 9 sequestri mentre in Friuli Venezia Giulia sono 292 infrazioni, 440 persone denunciate e arrestate e 225 sequestri.

Ed è di pochi giorni fa una delle più grosse operazioni contro la criminalità organizzata in Veneto: 33 ordinanze di custodia cautelare contro appartenenti a ‘ndrine operanti in Veneto da parte dei Carabinieri del Comando provinciale di Padova e dei Finanzieri del Comando provinciale di Venezia a seguito delle indagini coordinate dalla Procura Distrettuale Antimafia di Venezia. Mentre tra fine febbraio e inizio marzo, a seguito di indagini sulle minacce rivolte a Monica Andolfatto, segretaria del Sindacato giornalisti del Veneto e giornalista del Gazzettino la Direzione distrettuale antimafia ha emesso 50 misure di custodia cautelare, tra cui quella al sindaco di Eraclea, che ora rischia di diventare il primo Comune in Veneto sciolto per infiltrazioni mafiose.

C’è ancora difficoltà ad assumere le mafie e i fenomeni corruttivi come una questione nazionale. Questa resistenza è preoccupante perché proviene dalle regioni che determinano l’andamento dell’economia nazionale. Se le mafie non uccidono non esistono. Falso. Questi rapporti di forza però possono essere ancora sovvertiti se mettiamo insieme la necessità di giustizia e l’urgenza della sostenibilità, senza lasciare nessuno indietro.

Una scena di Va pensiero © Silvia Lelli

Nella nostra Emilia Romagna, le cose non vanno molto meglio. Solo un esempio, che non riguarda la cronaca giudiziaria, ma quanto la cultura e i suoi strumenti possano far paura. Marco Martinelli ed Ermanna Montanari del Teatro delle Albe di Ravenna sono gli autori di ‘Saluti da Brescello’ e ‘Va pensiero’ (visto anche qui al Teatro Comunale Claudio Abbado nel marzo scorso), spettacoli ispirati alla vicenda di Donato Ungaro, giornalista e vigile urbano licenziato dopo aver pubblicato articoli sull’infiltrazione della mafia nel suo Comune. Ungaro successivamente ha contestato il licenziamento in Tribunale, vincendo in tutti i gradi di giudizio. L’amministrazione di Brescello poi nel 2016 è stata la prima sciolta per condizionamenti e infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna. In questi giorni l’allora sindaco, Ermes Coffrini, ha depositato una querela al Tribunale di Milano in cui si diffida di portare in scena lo spettacolo nei confronti di Marco Martinelli (autore), Marco Belpoliti (editore) e di Ermanna Montanari (attrice e non autrice) e anche all’ex vigile Donato Ungaro.
La manifestazione regionale si terrà a proprio Ravenna. La città romagnola era già stata scelta prima di questa vicenda, che tuttavia ha un innegabile valore simbolico. La scelta è derivata dal fatto che negli ultimi anni indagini della Magistratura e delle forze dell’ordine hanno dimostrato come soggetti affiliati alla camorra ed alla ‘ndrangheta abbiano operato nel capoluogo ed in numerosi comuni della Provincia. Da segnalare, in particolare, due settori: il gioco d’azzardo e il traffico di stupefacenti. Questi ultimi in arrivo a Ravenna attraverso un doppio canale: la cocaina dal Brasile all’Africa (Nigeria) o all’Europa (Spagna) con destinazione finale Italia; hashish e marijuana, dall’Albania alle coste ravennati e nelle riserve naturali del Delta del Po.

Il 21 marzo a Ferrara. Clicca QUI per leggere il programma delle iniziative

I nomi da ricordare

Guarda il video della piazza di Padova

LA RIFLESSIONE
Responsabilità civile e solidarietà: la comunità deve ritrovare il suo cemento

L’economia di mercato viene celebrata ogni giorno dai mass media secondo precise ritualità che ricordano da vicino le funzioni religiose dei tempi passati. Il discorso economico, banalizzato e semplificato, è diventato parte del discorso quotidiano del popolo, elemento portante della comunicazione politica, riferimento centrale di ogni tentativo di giudicare il passato e di guardare al futuro. Il mercato è diventato l’ineffabile dio che governa le sorti delle società, delle persone e delle nazioni. Questa rappresentazione rituale ci dice assai di più sulla natura e la possibile evoluzione della società di quanto possano dire i numeri, gli indici e gli indicatori, sui quali il discorso economico diventato scienza e quindi volgarizzato vorrebbe fondarsi.
Nessuno sembra più ricordare che il ragionamento economico si fonda su una serie di assunti, di presupposti taciti e di ipotesi che rappresentano solo una sezione di realtà osservata da una particolare prospettiva. Ed è proprio il riconoscimento pubblico di questi fondamenti che fa dell’economia stessa una disciplina, che può dirsi a buon diritto scientifica poiché aperta alla pubblica discussione.
Osservato da un punto di vista sociologico il sistema denominato ‘economia di mercato’ è semplicemente un’istituzione, ovvero un complesso di valori, norme, consuetudini, che definiscono e regolano durevolmente, i rapporti sociali e i comportamenti reciproci di soggetti la cui attività è volta a conseguire un fine socialmente rilevante. In quanto tale, anche il mercato è qualcosa che nasce nella società e si fonda su dei valori comuni condivisi.

L’economia, che al suo nascere si poneva come disciplina morale, connessa alla politica e all’etica, è andata specializzandosi per diventare una sfera autoreferenziale che funziona in base a implacabili regole interne. Essa si fonda su ‘valori’ quali l’efficienza, il profitto, la crescita a ogni costo, la competizione esasperata, che hanno  finito per scollegarla e metterla in contrapposizione con altri valori che riconosciamo ancora come fondativi del vivere civile. Con le parole più precise dell’economista David Korten:

“Non esiste espressione più forte per i valori di una società delle sue istituzioni economiche. Nel nostro caso abbiamo creato un’economia che stima il denaro al di sopra di tutto il resto, accetta la disuguaglianza come se fosse una virtù ed è spietatamente distruttiva nei confronti della vita”.

Questo meccanismo autoreferenziale, che per funzionare deve costantemente crescere e ampliare i propri confini sembra, oggi più che mai, sfuggito di mano, con conseguenze che rischiano di essere gravissime: sta inesorabilmente distruggendo i beni ambientali, i beni pubblici e i beni comuni, cioè quel capitale sociale immateriale che è necessario al suo stesso funzionamento. Tale rischio era già stato mirabilmente descritto da Adam Smith, uno dei padri dell’economia moderna, eletto a campione delle varie forme di liberismo e fonte inesauribile di citazioni.  Siamo nel 1774 ma l’analisi riportata ne “L’economia dei sentimenti conserva ancora oggi tutta sua attualità :

“Tutti i membri della società umana hanno bisogno di reciproca assistenza, e, allo stesso modo, sono esposti a reciproche offese. Quando la necessaria assistenza è reciprocamente offerta dall’amore, dalla gratitudine, dall’amicizia e dalla stima, la società fiorisce ed è felice. […] La beneficenza, dunque è meno essenziale della giustizia all’esistenza della società. La società può sussistere, anche se non nel suo stato più confortevole, senza beneficienza; ma il prevalere dell’ingiustizia non può che distruggerla completamente”.

Un mercato sano, fondato su una sana concorrenza, può prosperare solo all’interno di un contesto caratterizzato dalla giustizia sociale e dalla presenza di un adeguato stock di beni comuni. Solo all’interno di un contesto caratterizzato da regole chiare e da attori auto-interessati, ma ragionevolmente virtuosi, il mercato può esprimere tutto il suo valore positivo. Solo in un tale ambiente trova fondamento e significato la più celebre citazione di Adam Smith:

“Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del panettiere che ci aspettiamo la nostra cena, ma dalla loro considerazione del loro stesso interesse”.

E sempre Smith ci rammenta con due secoli e mezzo di anticipo i limiti e l’impotenza del consumatore ormai condizionato:

“Il clamore e i sofismi dei mercati e dei produttori persuade facilmente il popolo che gli interessi privati di una parte, e di una parte subordinata della società siano l’interesse generale di tutti”.

Il mercato, elemento quasi mitico dell’attuale economia, è un’istituzione meravigliosa e potente, ma per funzionare bene deve essere regolato in modo trasparente, in modo tale che nel suo funzionare non distrugga i beni comuni, indispensabili all’esistenza della società entro cui agiscono le forze economiche. Fiducia e reciprocità sono indispensabili per far funzionare gli scambi e le relazioni tra le persone. Giustizia e beni collettivi non sono dunque intralci al libero mercato, limitazioni che ne impediscono il buon funzionamento. Al contrario, costituiscono la base, in assenza della quale l’intero sistema è destinato a corrompersi e a implodere. Senza la prospettiva del bene comune l’economia perde ogni orientamento e ogni umana direzione; senza l’idea di reciprocità – che non è riducibile al mero utilitarismo – ogni persona perde la speranza; senza una base profonda di cooperazione e fiducia la competizione economica diventa semplicemente distruttiva; senza giustizia e con l’unico fondamento della fiducia del consumatore, il mercato non può espletare compiutamente la sua funzione positiva.

Oltre che produttiva la buona economia deve piuttosto diventare generativa: deve creare valore, ma deve anche contribuire a generare fiducia e inclusione sociale, deve riconoscere e controllare le esternalità che produce nel breve e nel lungo periodo. Se, al contrario, il sistema economico diventato rapace distrugge sistematicamente le risorse ambientali e relazionali, chi le potrà riprodurre? La politica travolta dagli scandali forse? La famiglia? Le comunità locali? Le istituzioni educative ormai ridotte a una branca del mercato stesso? Il pubblico ormai assoggettato ai poteri della finanza internazionale?
Non vi è dubbio che un sano ragionare economico debba essere, prima che tecnicismo specialistico, chiaro ragionamento sociale e morale. E dietro a questo buon ragionare non si può non vedere un’immagine dell’uomo, della società e dei suoi valori non più riducibili al mero dogma della crescita e all’imperativo del consumo forzoso. Se ancora si vive in una democrazia urge recuperare anche la valenza positiva della cittadinanza rispetto a quella del consumo, la dimensione della responsabilità civile e della convivialità rispetto a quella della concorrenza fine a se stessa, l’ambito delle virtù umane e civili rispetto a quello dei pur indispensabili diritti, la qualità dei prodotti e dei servizi rispetto alla pervasività incontrollata dei flussi finanziari. 

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Coalizione sociale e coscienza del tempo

Ben venga la Coalizione sociale di Landini. Né un partito né un sindacato, ma una nuova forma di opposizione politica. Stupirsi? Gridare al sacrilegio? Prendere le distanze perché il riformismo non è antagonismo, rigurgiti comunisti fuori tempo massimo? Sciocchezze. Anche qui c’è in gioco la cultura, la diffusione delle conoscenze contro la pigrizia mentale a cui in tutti i modi tentano di indurci. Intanto mette insieme quanti sono impegnati a combattere le diseguaglianze e l’ingiustizia sociale che crescono in maniera esponenziale con il crescere di questa economia di carta e di carte magnetiche.
I dati pubblicati da Oxfam contro la povertà denunciano che entro il 2016 le 80 persone più ricche al mondo giungeranno a possedere circa 3,5 miliardi di euro, corrispondenti alla somma dei redditi di oltre la metà della popolazione mondiale più povera. E non si tratta di un problema tecnico, ma politico, perché è il prodotto del sistema economico in cui viviamo. Sarebbe questa la ‘ripresa’ di cui si parla?
La disuguaglianza, il dilatarsi della distanza tra chi ha e chi non ha, è ciò che il nostro sistema economico produce, a costo della disperazione umana di tanti e di un sempre più amaro rapporto con il pianeta in cui viviamo. Cosa c’è di umano ormai in un mondo che misura la vita solo sugli utili, la ricchezza e la produttività? Così i focolai di rabbia un po’ ovunque per i continenti si moltiplicano, a partire dalla protesta di milioni di brasiliani contro quell’affronto alla miseria che è stata la Coppa del mondo.
Coalizione sociale sarebbe la risposta della Fiom contro il Jobs act del governo Renzi? Certo. Anche. Non siamo forse una Repubblica fondata sul lavoro? Non vuol dire forse difendere il principio fondamentale e costitutivo del nostro contratto sociale, della nostra convivenza democratica? È proprio attraverso il lavoro che l’economia del capitale umano ha inferto la più grande umiliazione alla dignità delle persone. Togliendone i diritti, il primo tra tutti il diritto alla realizzazione personale attraverso il lavoro. Perché il lavoro non può essere un prendere o lasciare. Il lavoro deve avere un significato per le persone. Perché c’è lavoro e lavoro, e non si può vivere con l’acqua alla gola. E parlo di tutto il lavoro, dipendente e autonomo. Perché non si può vivere nella continua alienazione, nella continua frustrazione per un lavoro che ti consente la sopravvivenza, ma non di vivere la tua vita. Quanti posti di lavoro significativi produrrà il Jobs act? Tanta occupazione al Mc Donald, questo sarebbe il lavoro dignitoso nel futuro dei giovani e dei disoccupati?
Ormai quelli che erano considerati i ‘beni comuni’ come il lavoro e la conoscenza ci sono sempre più sottratti, per cui non possiamo che aggrapparci alla affollata zattera delle deprivazioni che non naviga però senza la forza di visioni utopiche e di nuove forme di opposizione politica.
Coalizione sociale, ‘Unions’ potrebbe essere l’occasione per iniziare a pensare anche nel nostro Paese a come andare avanti, a come creare ‘un’economia solidale’, come affermare il ‘buon vivere’, contro un’idea dell’economia che è tutto l’opposto, che punta unicamente a massimizzare il PIL.
La sfida oggi è contro le forme egemoniche e dominanti di potere che attualmente governano il mondo. E non c’è partito, non c’è sindacato, non c’è organizzazione non governativa in grado di condurla, perché sono altri a dare le carte e a condurre il gioco, e per chi si siede a quel tavolo o si sta alle regole o si perde. Le regole costano un prezzo umano che sempre più persone su questa Terra non sono più disposte a pagare. Questi sono i tempi nuovi, questa è la coscienza del tempo nuovo.
Coalizione sociale non riuscirà nei suoi intenti, nei suoi propositi? È anche possibile. Ma non per questo, a partire dal nostro Paese, verrà meno il bisogno per tanti di trovare nuove forme di organizzazione, nuove forme di rappresentanza, nuove forme di lotta, che non saranno più quelle tradizionali che finora abbiamo conosciuto, perché i cambiamenti prodotti dalla globalizzazione dell’economia e delle politiche hanno creato condizioni d’esistenza quotidiana che nutrono un po’ ovunque la protesta di quanti ogni giorno di più si ritrovano defraudati dei loro diritti alla vita, al lavoro, alla salute, all’istruzione, del diritto al benessere e alla felicità, che non sono utopie, ma più semplicemente ciò che rende la vita umana accettabile.

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LA STORIA
Giulio Di Meo, il fotografo
che mette in primo piano gli ultimi

Fotografa le ombre, Giulio di Meo, i riflessi, i margini del mondo che si nasconde dietro l’angolo. Suoi soggetti sono la gente che non fa notizia, quelli che sono piccoli, i cani senza pedigree, i contadini senza terra, le mani della gente che lavora, il sonno di chi si abbandona e spera, il silenzio, la compostezza degli affetti, la golosità istintiva di una bambina che si affaccia al banco di un negozio di tortellini. Ovunque si trovi, Di Meo riesce a cogliere particolari marginali e inediti, un pezzetto di vita e un paesaggio non scontati, mai ovvi. La sua è una visione che va sotto la superficie, in fondo agli sguardi, dietro a un abbraccio. E non importa che si trovi in un villaggio di operai del ferro nel nordest del Brasile, in un accampamento saharawi del deserto africano, tra le vetrine di lusso nel centro di Bologna o nella periferia industriale di Ferrara. L’obiettivo della sua macchina si insinua tra le pieghe di una tenda, dietro la rete metallica di un campetto sterrato, tra le schegge di cemento di un cantiere. Sta lì tranquillo, magari a chinino, sdraiato per terra o anche in cima a un muretto; e scatta, racconta, fa vedere quegli attimi che tante volte ci passano dietro, di fianco, e che subito non saremmo riusciti a vedere né, probabilmente, avremmo colto.

Nato – come racconta lui – in un “paese piccolissimo, rurale, in provincia di Caserta”, Giulio Di Meo è affascinato da chi vive in contatto con la terra, dagli ultimi, dai particolari minimi. Un professionista del reportage che cattura i riflessi dentro a quei piccoli specchi che si tengono in borsetta o sui banchi dei mercati, che guarda il mondo molto spesso dal basso, ad altezza dei bambini, del cane di casa, delle erbacce. Oppure punta l’obiettivo dietro il vetro di una finestra o da quello di una vetrina, nello spazio incastrato tra il banco e il negozio. Le sue immagini riescono a mettere insieme le persone nell’inquadratura di un braccio infantile avvinghiato alla gamba di un adulto con le infradito in una favela brasiliana; un ragazzino che fa la conta, in strada, di fianco al muro con tutte le ombre dei coetanei nascosti; lo sguardo dell’uomo che tiene in grembo lo specchio mentre il barbiere gli rade i capelli.

A fare da introduzione alle sue foto – per l’appuntamento organizzato dal FotoClub giovedì scorso nella Sala della musica del Comune di Ferrara – ci sono frasi emblematiche, che danno il senso di quello che vedi, ma anche un po’ l’indicazione di un percorso. “Nella vita – riporta la citazione di Sandro Pertini – a volte è necessario saper lottare non solo senza paura, ma anche senza speranza”. Poi c’è Tom Benetollo, presidente per tanti anni dell’Arci e attivista del pacifismo, al fianco delle minoranze e dei diritti sul lavoro, che esorta a non “lasciarci intimidire dall’ordine di grandezza della sfida che abbiamo di fronte”. Oppure Antonio Gramsci, con la sua dichiarazione di “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. (…) Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

E indifferente non si può certo più essere, dopo questo incontro. Con la sua pila di libri e quella carrellata di volti biondi, scuri, grinzosi, freschi, lentigginosi di tutte le diverse popolazioni del Brasile, pubblicata e venduta per sostenere la scuola del movimento dei “Sem terra” che vuole ridare dignità e lavoro a chi resta fuori dalle grandi organizzazioni multinazionali. Oppure il volume sulla quotidianità degli operai dell’industria mineraria, raccontati con il progetto Pig Iron. Ma anche qui vicino, a Ferrara, con la gente di Pontelagoscuro per il workshop di fotografia sociale fatto nel 2010 e quello intorno a viale Krasnodar fatto alla fine del 2011. Bello e, magari, a presto: a un altro appuntamento, ad altri riflessi, altre emozioni.

Il brano “Cohiba” di Daniele Silvestri che fa da colonna sonora ad alcune delle proiezioni fotografiche di Giulio Di Meo

 

 

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Né con gli dei né con il capitale

Intanto che ogni religione esca dalle nostre scuole. Sia le religioni degli dei, sia le religioni secolari del capitale. È inutile piangere, è inutile spaventarsi, è inutile recriminare. Il fanatismo si combatte con la ragione. Ma se si inculca fin dalla più tenera età che ci sono ragioni superiori alla ragione umana, allora non stupiamoci se in nome di un dio qualunque si può uccidere e dichiarare guerra, sia quello un dio divino o un dio materiale come il denaro.
La religione è da sempre nemica della scuola, perché riconosce una sola scuola, la sua: il catechismo. Ogni religione è contro l’individuo, poiché l’individuo non ha senso se la religione non glielo attribuisce. E poi ci stupiamo?
La nostra scuola è aconfessionale ma non laica, insegnamento della religione e educazione laica non possono coesistere se non in contraddizione.
Se la vita non è conoscibile attraverso la scienza ciò che si studia a scuola a cosa serve se non al secolarismo di un mondo che non conosceremo mai, che non ci appartiene, perché il mondo è un altro, è quello dello spirito, della fede, della teologia, degli dei? È questa l’impossibile coabitazione tra scuola e religione, se non a costo di compromessi che tolgono o valore alla religione o valore alla scienza.
L’aveva scritto, inascoltato, nel 1996, circa vent’anni fa, il filosofo statunitense Samuel P. Huntington nel suo libro “Lo scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale”, tradotto in 39 lingue. I futuri conflitti nel mondo non saranno né economici né ideologici ma culturali, mentre gli stati-nazione resteranno gli attori principali, lo scontro sarà tra civiltà. La civiltà attraversa gli stati-nazione e rappresenta i gruppi di persone che condividono gli stessi valori culturali.
Ma Huntington fu contestato di aver sottovalutato la forza della modernità e della secolarizzazione. Altri affermarono la capacità di far trionfare i valori dell’Occidente nell’arena del mondo. L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Jean Kirkpatrick osservò che i valori dell’Occidente sarebbero stati innestati in tutte le culture altre: “Huntington non considera quale monumento potente siano la modernità, la scienza, la democrazia, la tecnologia dell’Occidente e il libero mercato. Egli sa che la grande questione per le civiltà non occidentali è poter essere moderne senza essere l’Occidente.”
Ma la risposta più inquietante sul trionfo dell’Occidente venne da Gerard Piel, ex presidente del Scientific American, una delle più antiche e prestigiose riviste di divulgazione scientifica, nel suo articolo dal titolo “L’Occidente è meglio” scrive:” Tutti i popoli del mondo aspirano al modello Occidentale […] Più essi procedono alla loro industrializzazione, più essi abbracceranno il progresso e le idee occidentali di individualismo, liberalismo, costituzionalismo, diritti umani, uguaglianza, libertà, leggi, democrazia e libero mercato. L’educazione di massa, che consegue alla industrializzazione occidentale, produrrà il contributo decisivo”.
Ecco una versione dell’istruzione non laica, altrettanto confessionale quanto una religione. La religione della propria cultura e della propria civiltà. Che impedisce di guardare in faccia con gli strumenti della ragione e dell’intelligenza a quanto ci sta accadendo intorno. Un altro fondamentalismo non differente da quanti uccidono in nome del loro dio.
Da tutto ciò dobbiamo difendere le nostre scuole e i nostri giovani, far sì che mai l’intelligenza e lo sforzo alla comprensione si arenino nelle fallaci illusioni dei miti della superiorità di una religione o di una cultura, mai che tutto ciò possa schiacciare il dubbio, il bisogno di sapere e di ricercare.
È questa la laicità di una scuola, coerente in tutta la sua organizzazione e nei suoi insegnamenti con il compito di crescere generazioni autonome nel pensiero da ogni condizionamento ideologico, morale o religioso, cacciando ogni virus in grado di minacciare la libertà, soprattutto delle menti più giovani, da ogni sorte di incubo irrazionale.
Terrificante è il solo pensare di affrontare la deriva del fanatismo religioso con il fanatismo dell’Occidente, di un Occidente che si proponga di dominare sulle culture e le civiltà del mondo, di un Occidente contro tutti.
Molte delle religioni del mondo, nessuna esclusa, contengono germi di fanatismo che possono portare allo scontro di civiltà paventato da Huntington. Tutti i fondamentalismi ritengono che la modernità e la secolarizzazione degli stati siano la causa della defezione dalle dottrine religiose. Uno dei loro obiettivi è ristabilire lo stato teocratico, governato dalle leggi della religione e della teologia.
Ma occorre anche liberarci dal fanatismo della religione del capitale umano, per cui lo scopo delle nostre esistenze dovrebbe risiedere nei mercati, nell’accumulare ricchezze e nella crescita economica.
Se riflettiamo bene non è molto differente da quello delle religioni che considerano la vita come mezzo per realizzare la volontà di un dio o degli dei. Solo che il nostro dio è molto materiale e risiede nei beni di consumo.
Se questi fossero i valori, il modello di educazione che l’Occidente intende globalizzare nel mondo, dovremmo veramente preparare noi e i nostri figli ad affrontare uno scontro di civiltà.
Ma la ragione nel mare dell’irrazionalità può ancora trionfare. Dipende da noi, dalle nostre scuole.
C’è solo una religione a cui dobbiamo educare i nostri giovani, pienamente laica, una religione nel significato etimologico della parola, di unire insieme, di legame che unisce gli uomini in una comunità civile.
La religione della giustizia sociale, la religione dell’uguaglianza di tutti di fronte alla ricchezza, allo star bene, alla libertà dal bisogno e dallo sfruttamento. L’idea che il mondo e i suoi beni non sono solo di qualcuno, ma appartengono allo stesso modo a tutti. Che non abbiamo bisogno di difendere questa cultura o quella religione, ma il valore inestimabile di ogni vita che si muove su questa Terra, che lo scopo della vita non è accumulare ma condividere, distribuire tra i miliardi che siamo, perché nessuna condizione sociale di uno solo tra noi possa essere diversa da quella degli altri, far parti diseguali per essere uguali, per dirla parafrasando don Milani.
Solo questa sarà la lotta che ci potrà vedere vincenti contro ogni fanatismo, contro ogni integralismo religioso o meno.
Intanto perché non incominciamo a lasciar fuori dalle scuole dei nostri figli qualunque religione, quella degli dei e quella del capitale, insegniamogli ad essere laici, ad avere il pensiero libero da ogni ombra irrazionale.

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LA RIFLESSIONE
Appunti per un’economia a misura d’uomo

I mass media rappresentano ogni giorno l’economia secondo un rituale che ha sostituito agli occhi di molti quello che per secoli era stato proprio della religione. Giornali, radio e televisioni descrivono quotidianamente la centralità di un’economia invadente che, da un lato, ha perso il significato profondo e, dall’altro, si mostra come indubitabile fatto tecnico, disciplina scientifica, rappresentazione oggettiva della realtà, sistema procedurale regolato da leggi ferree ed obiettive, apparentemente non modificabili. Da un lato si celebra la crescita quantitativa e dall’altro si esibiscono come casi umani quanti sono stati travolti dal sistema economico impazzito.
Questo tipo di discorso sociale proposto dai mass media ci dice assai di più sulla natura e l’evoluzione della nostra società di quanto possano dire i numeri, gli indici, gli indicatori e i casi umani sui quali questa rappresentazione vorrebbe fondarsi.
Vi è infatti dietro ad essi, dietro al pensiero unico dominante, un modo di pensare, un sistema di credenze diventato nella percezione comune un sistema di fatti inoppugnabili.
A fondamento di questo credo può essere posta una celeberrima frase di Adam Smith, uno dei padri dell’economia moderna, eletto a patrono delle varie forme di liberismo:

“Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del panettiere che ci aspettiamo la nostra cena, ma dalla loro considerazione del loro stesso interesse”.

Per fortuna però la nostra economia di mercato può essere osservata anche da altre e differenti prospettive: dal punto di vista sociologico, ad esempio, essa può essere pensata semplicemente come un’istituzione, ovvero un complesso di valori, norme, consuetudini che definiscono e regolano durevolmente, i rapporti sociali ed i comportamenti reciproci di soggetti, la cui attività è volta a conseguire un fine socialmente rilevante. Il fine, in questo caso, è quello di organizzare risorse con lo scopo di soddisfare al meglio i bisogni individuali e collettivi. Un fine che è andato perso insieme alla consapevolezza che l’economia è un prodotto umano, un sistema che nasce nella società e si fonda su dei valori: economia è innanzitutto una scienza morale, peccato che il percorso della modernità abbia finito per separarla dal contesto, trasformandola in una sfera autoreferenziale che funziona in base ad implacabili regole interne che hanno finito con lo scollegarla da molti dei valori fondativi dello stesso vivere civile. Con le parole più precise dell’economista David Korten:

“Non esiste espressione più forte per i valori di una società delle sue istituzioni economiche. Nel nostro caso abbiamo creato un’economia che stima il denaro al di sopra di tutto il resto, accetta la disuguaglianza come se fosse una virtù ed è spietatamente distruttiva nei confronti della vita.”

Questo meccanismo, che secondo molti critici sta distruggendo l’ambiente e i beni comuni, che pregiudica il funzionamento della società e l’identità stessa delle persone che la compongono, sembra, oggi più che mai, sfuggito di mano, con conseguenze che rischiano di essere gravissime. Eppure lo stesso Adam Smith aveva acutamente descritto alcune delle condizioni indispensabili perché l’agire interessato delle persone potesse portare buoni frutti. Nel lontano 1774 egli infatti sosteneva:

“Tutti i membri della società umana hanno bisogno di reciproca assistenza, e allo stesso modo, sono esposti a reciproche offese. Quando la necessaria assistenza è reciprocamente offerta dall’amore, dalla gratitudine, dall’amicizia e dalla stima. la società fiorisce ed è felice. Tutti i suoi diversi membri sono legati tra loro dai gradevoli vincoli dell’amore e dell’affetto, ed è come se fossero attirati verso un centro comune di reciproci buoni uffici.
Ma anche se la necessaria assistenza non dovesse essere assicurata da tali generosi e disinteressati motivi, anche se tra i diversi membri della società non dovesse esserci alcun amore e affetto reciproco, la società, sebbene meno felice e gradevole, non ne sarebbe necessariamente dissolta.
La società può sussistere tra diversi uomini, così come tra diversi mercanti, per un senso della sua utilità, senza alcun amore o affetto reciproco; e anche se in essa nessuno dovesse avere alcun obbligo, o legami di gratitudine verso qualcun altro, essa potrebbe essere ancora mantenuta da uno scambio mercenario di buoni uffici secondo una valutazione concordata.
La società, tuttavia, non può sussistere tra coloro che sono pronti in qualunque momento a danneggiarsi o farsi torto l’un l’altro. Nel momento in cui quel torto ha inizio, nel momento in cui si manifestano risentimento ed animosità reciproci, tutti i suoi legami si spezzano e i diversi membri che la costituivano sono come dissolti e dispersi via dalla violenza e dal contrasto delle loro discordanti affezioni. Se c’è qualche società tra ladri ed assassini, essi devono perlomeno, secondo una trita osservazione, astenersi dal derubarsi e dall’uccidersi l’un l’altro.
La beneficienza, dunque è meno essenziale della giustizia all’esistenza della società. La società può sussistere, anche se non nel suo stato più confortevole, senza beneficienza; ma il prevalere dell’ingiustizia non può che distruggerla completamente”.

Senza la prospettiva della giustizia, priva di uno stock consistente di beni comuni, l’economia di mercato diventa un meccanismo cieco e perde dunque ogni orientamento e ogni umana direzione: senza l’idea di reciprocità – che non è riducibile al mero utilitarismo – ogni persona perde la speranza; senza una base profonda di cooperazione e fiducia la competizione economica diventa semplicemente distruttiva. Giustizia e salvaguardia dei beni comuni e collettivi non sono perciò delle limitazioni che si mettono al libero mercato impedendone il buon funzionamento e minandone l’efficienza: al contrario, esse sono il fondamento in assenza del quale l’intero sistema sociale è destinato a corrompersi e ad implodere. Regole giuste e virtù civili diffuse sono indispensabili al buon funzionamento dell’economia di mercato tanto quanto lo sono l’efficienza delle imprese e la fiducia dei consumatori. Il sistema economico è lo specchio dei valori della società: oggi più che mai è quindi importante ritrovare i fondamentali dell’agire economico ed immettere in questo sistema nuovi valori generativi che non siano riducibili semplicemente al dogma della crescita e all’imperativo del consumo.

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L’educazione, vero strumento di giustizia sociale

di Loredana Bondi

Educazione e politica al centro della riflessione: un confronto entusiasmante finalizzato a riprogettare il presente e resistere alla mediocrità, con la consapevolezza che solo l’educazione può offrire democrazia e giustizia sociale.

Da tutto il mondo per parlare di scuola, riportata per tre giorni al centro della vita: sembra un sogno. Una sorta di “Stati Generali della scuola” in cui si è emersa con forza, nonostante il momento di grave crisi e profonda difficoltà, la tesi espressa nel programma, ossia che “Ben-essere, convivenza civile ed equità possono essere realizzate solo declinando in azioni due parole: Educazione e Politica.”

Tutto questo è accaduto nei giorni scorsi a Reggio Emilia, dove si è tenuto il XIX Convegno nazionale dei servizi educativi e delle scuole dell’infanzia intitolato “Educazione e/è Politica”. Appuntamento biennale sul tema dell’educazione che ha sempre ottenuto una grande partecipazione, ma che quest’anno ha superato ogni aspettativa, richiamando numerosi studiosi di fama internazionale e premi Nobel, ma soprattutto tantissimi educatori, insegnanti, pedagogisti, genitori e amministratori italiani e stranieri. La presenza di circa 1400 partecipanti, di cui 300 provenienti da tutto il mondo, è la chiara dimostrazione (se mai ce ne fosse ancora bisogno) del fatto che l’educazione è il volano della politica.

La politica, infatti, “non può non fare i conti con gli ideali formativi espressi dalla riflessione pedagogica e l’educazione non può perdersi in discorsi astratti o sterilmente moralistici, disinteressandosi delle dinamiche politiche” (Erbetta/Bertolini, 2002).

Nell’attuale situazione di crisi sia economica che etica, e quindi di crisi democratica, è facile perdere il significato sociale che la pedagogia attribuisce all’educazione, per cui la politica potrebbe essere “sedotta” dalla contingenza e portata a privilegiare altri ambiti di azione e sentendosi obbligata alla dismissione del welfare, dei sistemi di cura e di educazione. Ciò può accadere quando si affronta il presente e si progetta il futuro con la sola lente della contrazione delle risorse sia umane sia economiche.

Eppure l’esperienza di questi giorni ci suggerisce che le democrazie per reggersi, hanno bisogno di risorse, di intelligenze e di immaginazione, come sostiene Marc Augé, etnologo e antropologo francese: “Se non si compiono cambiamenti rivoluzionari nel corpo dell’istruzione c’è il rischio che l’umanità di domani si divida tra un’aristocrazia del sapere e dell’intelligenza e una massa ogni giorno meno informata del valore della conoscenza. Questa disparità riprodurrà su scala più grande la diseguaglianza delle condizioni economiche. L’educazione e l’istruzione sono la prima delle priorità”. (Marc Augé, Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al non tempo, Elèuthera, 2009).
Solo la solidarietà di azione tra educazione e politica può creare infatti le condizioni affinché tutti gli individui diventino capaci di comprendere, capire, immaginare e valutare il mondo in cui vivono, perché la democrazia si fonda sulla consapevolezza dei cittadini, cittadini competenti, in grado di orientare e sostenere una concreta idea di futuro.

I luoghi educativi, a partire dai nidi e dalle scuole dell’infanzia, hanno il compito di far crescere cittadini responsabili e, per svolgere questo ruolo, hanno bisogno di buone politiche, mirate a crearne tutte le condizioni necessarie. Come diceva Loris Malaguzzi (il pedagogista ispiratore del cosiddetto Reggio Emilian Approach, ormai diffuso in tutto il mondo, a cui il convegno è dedicato), il rischio è di “accedere, per equivoca via idealistica, al falso problema di contrapporre in termini di supremazia e subalternità quello che invece (anche tra politica e pedagogia) va visto in chiave di rapporto. Per quanto faticoso sia, è questo il processo che va permanentemente stimolato e tenuto sotto controllo”.

L’esistenza dei servizi educativi e le prospettive di futuro esigono una politica che riconosca ed espliciti il valore etico, culturale ed economico che viene espresso dall’azione educativa e una pedagogia capace di interpretare le dinamiche sociali e politiche. Rischio l’invivibilità della società e il fallimento degli investimenti in educazione.

Protagonisti delle tre giornate sono stati davvero tutti, dai relatori ai partecipanti, suddivisi in 23 commissioni di lavoro, dislocate nelle meravigliose scuole di Reggio, teatri e centri educativi, nello scenario davvero eccezionale del Centro internazionale L. Malaguzzi, unico al mondo per la sua struttura, ma soprattutto per gli spazi e i contenuti. Si è discusso nell’ambito di cinque gruppi, dei soggetti protagonisti delle politiche educative, degli aspetti fondativi e valoriali delle politiche educative in ambito europeo, nazionale e regionale. In altri focus si sono analizzati le forme e i modi di espressione delle politiche educative, degli ambiti scientifici e artistici e degli obiettivi ad esse correlate, delle caratteristiche della governance e dei requisiti istituzionali. Il lavoro delle commissioni si è articolato nell’ambito di un’intera giornata sui temi assegnati a ciascuna commissione. Il confronto con specifiche esperienze portate da diversi relatori, ha orientato le riflessioni, sempre tenendo fede al titolo del convegno “Educazione e/è politica”. Sono intervenuti fra i tanti relatori, James Joseph  Heckman, premio Nobel per l’economia (Usa), Peter Moss della London University, Irene Balaguer di Barcellona, Francesco Tonucci del CNR Scienze e tecnologie della cognizione, e tanti altri studiosi europei ed extra europei, provenienti anche da molto lontano, persino dalla Corea del Sud.

Il XIX Convegno nazionale dei servizi educativi e delle scuole dell’infanzia – “Educazione e/è Politica” è stato promosso dal Gruppo nazionale nidi e infanzia, dal Centro internazionale Loris Malaguzzi, dal Comune di Reggio Emilia col patrocinio della Regione Emilia-Romagna e l’Alto patronato del Presidente della Repubblica.

Loredana Bondi è stata dirigente scolastica statale fin dal 1989; dal 1997 al 2012 dirigente dell’Istituzione servizi educativi, scolastici e per le famiglie del Comune di Ferrara. Attualmente fa parte del Gruppo nazionale nidi e infanzia.

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