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Ragioni della pace, ragioni della guerra

 

C’è un certo imbarazzo nel parlare di quel che sta succedendo ad est.
C’è un certo scoramento nel constatare che, accanto al conflitto militare, è in corso una guerra a livello mediatico: una guerra nella quale la prima vittima è la verità, dove la propaganda, la disinformazione, le fake news prosperano.
C’è un po’ di delusione nel vedere ripetersi un copione che è stato usato nei conflitti che hanno coinvolto l’occidente: iper-semplificazione dei fatti, ridotti allo scontro bene (noi) male (loro), costruzione della figura del nemico come dittatore, attribuzione al nemico di ogni responsabilità e di ogni crimine.
C’è frustrazione nel vedere ripetersi in Europa quel che era successo nella ex Jugoslavia e, su scala più ampia e drammatica, in Iraq, in Afghanistan, in Libia, in Siria.
Nulla di strano, nulla di nuovo purtroppo: la storia, si sa, è buona maestra ma non ha allievi.

L’imbarazzo aumenta e diventa disillusione nel constatare che questa guerra prolunga il periodo di paura e di odio generato dall’esistenza di una pandemia e dalla sua gestione, proprio quando sembrava che questa emergenza fosse finalmente finita. Da oltre due anni, il quadro di paura diffuso tra la popolazione è diventato strumento di governo e, oggi, costituisce la precondizione necessaria per sostenere e legittimare la violenza e la guerra.
I media hanno avuto ed hanno una grande responsabilità nella creazione di tale contesto negativo; ma anche ognuno di noi ha una precisa responsabilità: gode infatti di uno spazio di libertà che consente di scegliere se alimentare le ragioni della guerra o sostenere quelle della pace. Accettare pedissequamente la narrazione mainstream e quindi prendere partito per uno dei contendenti senza conoscere il contesto e il passato è il primo passo attraverso il quale ognuno di noi alimenta, piaccia o meno, il conflitto.

Per capire meglio quel che sta succedendo bisogna almeno tornare al dicembre 1991, data che segna la fine ufficiale dell’URSS dopo il crollo del muro di Berlino il 9 novembre 1989 e lo scioglimento di fatto del Patto di Varsavia (1991). La Glasnost e la Perestrojca di Gorbaciov sembravano aprire una stagione nuova, l’uscita dalla guerra fredda, la rinascita dell’Europa in un nuovo orizzonte di pace e collaborazione. Erano i tempi in cui sembrava possibile agli spiriti più visionari una grande Europa libera da Gibilterra agli Urali ed oltre. Non è andata affatto cosi. Il vecchio e corrotto sistema sovietico è crollato prima che il nuovo cominciasse a funzionare e la crisi si è fatta ancora più acuta nella misura in cui i cambiamenti radicali in un Paese così vasto non potevano e non possono passare in modo indolore, senza difficoltà e sconvolgimenti che si ripercuotono a livello globale.

Con la crisi del sistema statale centralizzato, della sua burocrazia e dell’ideologia che ne era il cemento, è venuto meno il collante che teneva insieme le tante etnie e le innumerevoli repubbliche che costituivano il sistema comunista sovietico, che veniva presentato in occidente come un grande monolite nascondendone la complicata realtà multietnica.  All’interno di molte di esse, sono scoppiati drammatici e sanguinosissimi conflitti etnici e religiosi abilmente fomentati dall’esterno, fino alle più recenti “rivoluzioni colorate” che hanno portato alla sostituzione dei regimi amici di Mosca con regimi amici degli USA, come successo anche in Ucraina prima con la “rivoluzione” Arancione del 2004 e poi con la “rivoluzione” di Maidan del 2014.
Con il crollo del muro di Berlino e il ritiro dei sovietici dalla Germania e dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia, l’intero equilibrio scaturito dalla seconda guerra mondiale è andato in frantumi senza che il processo fosse governato come sarebbe stato necessario. Alla Russia è rimasto però un arsenale atomico enorme, obsoleto forse e quindi ancor più pericoloso.

A fronte di questo il sistema antagonista, la NATO non si è affatto sciolto ma, anzi, ha iniziato ad espandersi verso est incorporando paesi un tempo satelliti di Mosca e, infine, cercando di mettere radici in Ucraina. Un passaggio, questo, incauto e pericolosissimo che nessun paese con rinascenti ambizioni di potenza (tale è la Russia di Putin) poteva accettare impunemente (basti ricordare, a parti invertite, la crisi dei missili a Cuba del ’62).
In questo lungo processo, oggi sfociato in una guerra largamente prevedibile e prevista, l’Europa non ha saputo agire dimostrando la sua assoluta inconsistenza politica e culturale, malgrado l’entrata nel sistema europeo dei paesi dell’est.
Anche qui nulla di nuovo se solo si guarda agli avvenimenti in ottica geopolitica e col disincanto che la politica internazionale richiede.

La rottura del vecchio equilibrio geopolitico ha anticipato la distruzione di ogni idea non solo comunista, ma anche socialista e la sua sostituzione con i valori del mercato dominati dalla finanza e dalle multinazionali. La parola competizione ha sostituito quella di cooperazione; il consumo ha sostituito l’etica della cittadinanza; il capitale ha surclassato il lavoro mentre le macchine intelligenti sostituiscono l’uomo. Il bene privato ha surrogato il bene pubblico e il bene comune. Gli Stati sono stati indeboliti cedendo grandi quote di sovranità e sono ormai tutti legati alla logica di funzionamento della finanza. Il crollo del capitalismo di stato ha lasciato mano libera al capitalismo di impronta neo-liberista ovvero ad una élite finanziaria che ha iniziato ad espandere il suo potere su tutto il pianeta. Il dominio assoluto del mercato è diventato la cifra distintiva di una globalizzazione planetaria a senso unico.
E’ venuta meno la speranza di costruire una grande Europa comprendente tutti gli ex satelliti sovietici e la Russia stessa insieme all’Ucraina; un blocco pacificato che a livello geopolitico sarebbe diventato in grado di competere a livello globale nel giro di pochi decenni. A questa utopia politica si è preferita una tecnocrazia burocratica basata esclusivamente sull’economia, sulla finanza e sul diritto.
E’ questo il Nuovo Ordine Mondiale che ha sostituito quello bipolare nato da Jalta e dalla seconda guerra mondiale (curioso: Jalta si trova in Crimea e proprio la Crimea insieme al Donbass sta al centro del contenzioso attuale). Questa guerra non è la fine della globalizzazione perseguita negli ultimi 30 anni, bensì, al contrario, la globalizzazione mercatistica fallita a livello globale è la causa della guerra in Ucraina.

Di tutto questo noi siamo spettatori, spesse volte spaventati e rancorosi, immersi in un flusso di informazioni alle quali diamo senso in base al pregiudizio e quasi sempre in assenza di riferimenti concettuali adeguati in grado di collocare il fatto e la narrazione complessiva in una prospettiva più ampia connessa alla propaganda, alla storia e alla geopolitica. Siamo spettatori indignati nella misura in cui l’agenda dei media sottopone alla nostra attenzione la guerra in Ucraina tacendo su tutte le altre guerre che proprio adesso insanguinano il mondo.
Siamo spettatori inconsapevoli nella misura in cui ignoriamo che in un contesto di guerra le fonti di informazione sono sempre tendenzialmente censurate e l’informazione è controllata, filtrata e diffusa dai governi, dai militari e dall’intelligence.
Siamo spettatori incoscienti nella misura in cui accettiamo e diffondiamo notizie la cui finalità non è quella di informare imparzialmente, ma quella di creare emozioni e sentimenti sempre più estremi, che servono solo a generare l’odio e la paura che servono per alimentare la guerra e la violenza.

Potrebbe sembrare un quadro deprimente ma proprio qui risiede l’opportunità di cambiamento: infatti, in quel che resta della nostra democrazia, ai potenti e ai signori della guerra serve ancora il consenso e solo noi cittadini possiamo concederlo.
In un contesto di conflitto aperto ognuno di noi diventa, nel suo piccolo, protagonista della guerra, di questa guerra cha da oltre un mese sta al centro della cronaca e dello spettacolo. La guerra ha assoluto bisogno di fiancheggiatori che ne garantiscono la legittimazione culturale: nessuna guerra che cada sotto i riflettori dei media sarebbe infatti possibile e potrebbe durare a lungo senza questo tipo di appoggio diffuso. La guerra ha bisogno di te.

Ma se questo è vero, è anche vero che si possono sostenere le ragioni della pace. Lo si fa rifiutando la contrapposizione manichea tra bene e male, evitando ogni azione che possa contribuire a causare ulteriore paura e alimentare l’odio. Tutte le persone che si agitano sostenendo la ragione delle armi sono perfettamente funzionali allo scontro, sostengono gli interessi dei poteri che lo vogliono e ne traggono profitto.
La logica della pace può anche fare a meno di “fatti” spacciati per veri dai media. La pace ha una sola bandiera ed è di colore bianco; non è finalizzata a difendere una parte e a criminalizzare l’altra: mira semplicemente a ridurre il conflitto, a favorire le trattative, a ricondurre al buon senso, a tutelare ed aiutare le vittime civili che accompagnano ogni conflitto.
Il pensiero di pace si sviluppa ad un livello superiore rispetto alle ragioni del potere; sa che la logica del potere e del capitale usa i drammi dei civili per sviluppare il proprio disegno nefasto.
La logica di pace, deve guardare al futuro nel lungo periodo: non solo a pacificare adesso, ma a costruire un futuro che sia generativo di pace. Solo dopo, a pace fatta, si potranno scrivere sulla bandiera bianca che non separa parole autentiche di ogni colore. Esattamente quello che oggi non sta succedendo.

Poco più di 100 anni fa (1917), la Rivoluzione Russa irrompeva nella storia di un secolo caratterizzato da guerre, rivoluzioni e scontro ideologico. Oggi, dai medesimi luoghi, potrebbe sorgere l’alba di un Nuovo Mondo oppure, se non prevarranno le buone ragioni della pace, concludersi definitivamente e drammaticamente la parabola del vecchio mondo che conosciamo.

Cancel culture
La CULTURA della CANCELLAZIONE della CULTURA

 

Utilizzata nel 2017 come tecnica di boicottaggio mediatico dal gruppo afroamericano Black Twitter, eletta dal Maquarie Dictionary a ‘parola dell’anno 2019’ con la definizione di ‘atteggiamento all’interno di una comunità che richiede o determina il ritiro del sostegno ad un personaggio pubblico’, l’espressione Cancel Culture è stata prelevata e rivolta contro le rivendicazioni del Black Lives Matter Movement nel 2020, prima dal senatore repubblicano Tom Cotton, poi dall’ex presidente americano Donald Trump.

Da allora in poi la distorsione della locuzione si è estesa a colpevolizzare tutte quelle pratiche iconoclaste, scatenate dal desiderio di riformulazione del passato, attraverso la rimozione e la sostituzione di statue, monumenti, memoriali e toponomastica considerati emblemi dello schiavismo, del colonialismo e della discriminazione razziale, eretti dai regimi coloniali e mantenuti dalle cosiddette ‘democrature’: finte democrazie, sistemi di governo pseudodemocratici, dittature costituzionali, nei quali i cittadini, oltre al fatto che si tengano delle elezioni, sono completamente tagliati fuori dalle decisioni di tutto ciò che concerne l’esercizio del potere e il rispetto delle libertà civili.

Mentre negli USA e nel resto del mondo, Italia inclusa, le Forze di Polizia sono divenute il volto del fallimento dello Stato nel provvedere ai bisogni fondamentali delle comunità, mentre sempre più persone si stanno convincendo che è meglio de-finanziare e ridurre l’attività degli apparati di polizia sostituendoli con soluzioni civili e non militari, il contenuto di un appello scritto negli USA a soli tre mesi dall’uccisione di George Floyd, mette di fronte alle proprie responsabilità, in materia di intolleranza culturale, non solo il revisionismo di destra, ma anche il cosiddetto ‘liberalismo di sinistra’.

Nei social media, “to cancel someone” è diventato un modo di dire per intendere “togliere il like”, “smettere di seguire” o “togliere il supporto a qualcuno”.
Sull’Urban Dictionary la definizione del 2018 è: “To dismiss something/somebody. To reject an individual or an idea”, letteralmente “Scaricare qualcosa o qualcuno. Rifiutare un individuo o un’idea”.

Utilizzato in maniera intercambiabile con il termine “woke!” (sveglia! stai in guardia! occhio!) per richiamare l’attenzione dei propri contatti su qualcuno o qualcosa che oltrepassa il limite, con “cancel culture”, traducibile come “cultura della cancellazione”, si è iniziato ad intendere quel fenomeno che riguarda movimenti e gruppi spontanei di persone che esercitano pressioni per la rimozione dalla produzione di prodotti culturali o delle persone e aziende che si sono rese colpevoli di discriminazione nei confronti di minoranze, etnie, generi e pensieri.

In questo senso, l’idea di cancellare qualcuno o qualcosa, è il primo passo delle molte altre forme di online shaming (vergogna online) come le recensioni negative, il call out, il doxing, il body shame, rivolte nei confronti di celebrità, dirigenti e personaggi politici.

La Cancel Culture è però stata concepita e viene difesa come una forma spontanea di hacktivismo digitale (hacking + activism) e indica sia le azioni rivolte contro criminali o autori di pratiche poco trasparenti da denunciare e da portare all’attenzione dei colleghi, del pubblico e delle autorità, sia quelle proprie della disobbedienza civile in rete, per protestare contro il mancato rispetto dei diritti civili e contro gli abusi di potere.

La Cancel Culture, come ideologia, non esiste, e da parola impiegata per indicare le pratiche di coloro che hanno messo in discussione l’operato di governi, partiti politici e multinazionali organizzando siti web di controinformazione, petizioni online e altri strumenti per l’abilitazione di tutti i cittadini alla libera comunicazione elettronica, è divenuta un’etichetta che la destra statunitense e, a cascata, la stampa mondiale, ha affibbiato a tutto ciò che riguarda le lotte per i diritti civili.

Evocare lo spauracchio del nuovo fantasma della cultura della cancellazione che si aggirerebbe per il mondo, fa comodo prima di tutti alla destre, ai conservatori, e si sta rivelando molto utile a spostare l’attenzione, a banalizzare concetti come dissenso e libertà di espressione, criminalizzare il boicottaggio come forma di protesta e mistificare un’infinità di fatti e significati sul tratto forte, distintivo del nostro tempo: il totale, sistematico e contraddittorio annullamento di ogni aspetto della realtà, della storia e…dell’appartenenza politica.

Nel mese di luglio 2020, negli USA, nel pieno delle rivolte per la brutale uccisione di George Floyd, 153 intellettuali di vari paesi hanno firmato una lettera-petizione e lanciato un appello contro l’intolleranza culturale.

L’idea è stata lanciata da Mark Lilla, storico delle idee e professore alla Columbia University, e dallo scrittore Chatterton Williams dopo che il direttore delle pagine editoriali del New York Times, James Bennet, si è dovuto dimettere per aver approvato la pubblicazione di un articolo di un senatore repubblicano che chiedeva una risposta militare e che “fossero mandate le truppe” per sedare i disordini dovuti alle proteste del Black Lives Matter Movement con una “dimostrazione di forza schiacciante”.

Un caso di intolleranza capitato anche ad autori i cui libri sono stati ritirati dal commercio per presunte falsità o a docenti ripresi per aver parlato in classe di specifiche opere letterarie controverse – ha spiegato Lilla – riportando tanti altri esempi di scrittori, editori e giornalisti allontanati da istituzioni e realtà lavorative per aver espresso le proprie opinioni o per non aver censurato quelle altrui: “I redattori vengono licenziati per aver pubblicato pezzi controversi; i libri vengono ritirati per presunta inautenticità; ai giornalisti viene impedito di scrivere su certi argomenti; i professori vengono indagati per aver citato opere di letteratura in classe; un ricercatore viene licenziato per aver fatto circolare uno studio accademico sottoposto a revisione paritaria; e i capi delle organizzazioni vengono estromessi per quelli che a volte sono solo errori maldestri. Qualunque siano le argomentazioni su ogni particolare incidente, il risultato è stato quello di restringere costantemente i confini di ciò che può essere detto senza la minaccia di rappresaglie”.

Tra i firmatari e le firmatarie della “Lettera sulla giustizia e sul dibattito aperto (A Letter on Justice and Open Debate), compaiono l’attivista femminista Gloria Steinem, nomi della sinistra radicale come Noam Chomsky, conservatori come David Brooks, accademici come Francis Fukuyama, scrittrici e scrittori come Meera Nanda,  Margaret Atwood, Joanne K. Rowling, Salman Rushdie, Martin Amis, Ian Buruma, Jeffrey Eugenides, giornaliste e opinionisti come Olivia Nuzzi, Anne Applebaum, Fareed Zakaria, David Frum, George Packer e personalità provenienti da svariati ambienti, come lo scacchista Garry Kasparov e il jazzista Wynton Marsalis, uniti dalla preoccupazione che il libero scambio di informazioni e idee posto alla base della democrazia, stia diventando “sempre più limitato”, “ogni giorno più stretto” e mossi dalla convinzione che “stiamo pagando un caro prezzo per tutto ciò, nella misura in cui scrittori, artisti e giornalisti non rischiano più nulla perché sono terrorizzati di quello che potrebbe succedergli non appena si discostano dal consenso e non si uniscono al coro».

Il testo si apre con una lista di rivendicazioni -è giusto chiedere giustizia sociale; è giusto chiedere una riforma della polizia; è giusto considerare la destra come una minaccia per la democrazia- che lasciano rapidamente spazio a un discorso che non ammette eccezioni: gli autori denunciano come anche negli spazi progressisti ci siano reazioni aggressive alle idee e alle critiche.

Dopo le proteste, un dipendente comunale lava via la scritta “Defund the Police” dalla strada fuori dal dipartimento di polizia di Atlanta. (Foto di Alyssa Pointer / Atlanta Journal-Constitution )

Il contenuto della lettera ha creato scalpore e consensi a livello internazionale come primo accenno di rivolta intellettuale sia contro la minaccia alla democrazia proveniente da destra che contro l’intolleranza della cosiddetta “sinistra liberale”.

Liberalismo di sinistra o sinistra liberale sono termini fuorvianti per indicare quella corrente di pensiero né liberale, né di sinistra – e che anzi su molte questioni fondamentali risulta agli antipodi di entrambe queste tradizioni politiche – portata avanti dai partiti moderati di centro sinistra che hanno preparato l’ascesa delle destre non solo con scelte di ordine economico schierandosi con i vincitori della globalizzazione neoliberista, ma anche di ordine politico e culturale, attaccando i valori e gli stili di vita di coloro che un tempo erano i loro elettori di riferimento, ridicolizzando i loro problemi, le loro lamentele e la loro rabbia, finendo con il far assumere ai propri esponenti l’identità di opportunisti voltagabbana passati dall’altra parte della barricata.

I firmatari, dopo aver osservato come le imponenti proteste per la giustizia razziale stiano portando a sacrosante richieste di riforma della polizia, insieme ad appelli più generali per una maggiore uguaglianza e inclusione sociale, sottolineano come anche le istituzioni culturali stiano affrontando un momento difficile che favorisce solo e soltanto il conformismo ideologico, in un clima di intolleranza, oscurato dalla tendenza a dissolvere questioni politiche complesse in riduttive e accecanti certezze moraliste.

Mentre ci si aspetterebbe tutto ciò dalla destra, la censura, il livellamento ideologico e il dogmatismo si stanno diffondendo anche dalla cultura di sinistra, limitando sempre di più il libero scambio di informazioni e di idee, abbassando sempre di più il livello intellettuale del dibattito e limitando la capacità di partecipazione democratica di tutti: “Noi affermiamo l’importanza delle opinioni contrarie, espresse con forza e anche in modo tagliente, da qualunque parte provengano. La strada per sconfiggere le idee cattive è smascherarle, argomentare e persuadere, non cercare di metterle a tacere o sperare che scompaiano”.

La lettera, pubblicata un anno fa sulla rivista Harper’s Magazine poi rilanciata dal New York Times e da molte altre testate internazionali, ha suscitato apprezzamenti e critiche quando il neologismo Cancel Culture era appena entrato nel lessico comune di attivisti, giornalisti, commentatori politici e artisti nordamericani, per descrivere fatti di accesa critica e tendenza all’ostracismo, alla censura, al bullismo digitale, al public shaming, avvenuti nei confronti di chi avesse espresso opinioni non in linea con quella che si caratterizza come la “cultura dominante” o come la religione civile del “politicamente corretto”.

Benché nella lettera il riferimento risulti evidente, l’espressione “cancel culture” non compare e non viene nominata, così come non viene fatto alcun riferimento al revisionismo o alla furia iconoclasta dell’abbattimento delle statue.

Compatti nel denunciare l’intolleranza culturale e nel difendere la libertà di pensiero e parola, nella lettera il gruppo di intellettuali celebra “le richieste più ampie di maggiore uguaglianza e inclusione nella società” scaturite dalle proteste, sottolineando però come insieme a queste si fosse “intensificata una nuova serie di atteggiamenti morali e politici che tendono a indebolire le norme di dibattito aperto e tolleranza delle differenze a favore del conformismo ideologico”.

Una deriva respinta rifiutando dogmi, censura e coercizione: “Le forze illiberali stanno guadagnando forza nel mondo (…). L’inclusione democratica che vogliamo può essere raggiunta solo se facciamo sentire la nostra voce contro il clima intollerante che ha preso piede in tutte le parti”.

L’ideale del liberalismo è la libertà, perché solo nella libertà, cioè in una condizione che li affranchi da qualsiasi vincolo e controllo, gli esseri umani trovano gli stimoli per dare il meglio di sé stessi e progredire intellettualmente e socialmente: il primo caposaldo del liberalismo, pertanto, è la tolleranza nei confronti delle opinioni altrui.

Il tipico liberale di sinistra, invece, si caratterizza per un atteggiamento diametralmente opposto: un’estrema intolleranza verso chiunque non condivida la sua visione delle cose e tenti di svincolarsi dall’imposizione di ideologie dogmatiche che non ammettono confronto, critica e discussione.

14 giugno 2020, Milano, un addetto del comune pulisce le scritte contro la statua di Montanelli nei giardini di Porta Venezia (Photo by MIGUEL MEDINA/AFP via Getty Images)

Oltre che negli USA, il liberalismo di sinistra ha svolto ovunque un ruolo importante nel declino e nella caduta del dibattito politico e culturale.

L’impoverimento, la precarietà, l’insicurezza sociale, l’indebolimento dei legami sociali, l’evaporare di identità collettive: sono questi i temi qualificanti della “ragione liberista” sia di centro destra che di centro sinistra.

L’imperante ”estremismo di centro” cioè quel modo d’essere politicamente dominante e “politicamente corretto” che garantisce libertà di espressione e di organizzazione politica ma che nega anche con violenza ogni possibilità di condizionare, influire, combattere ad armi pari con l’oligarchia globale, sta negando da un lungo periodo di tempo ogni vera possibilità di scelta elettorale, perché i partiti di centro destra e di centro sinistra perseguono sostanzialmente lo stesso tipo di politiche, convinti che non possano esistere alternative alla dominante globalizzazione neoliberista.

Declinato a destra con xenofobia, razzismo, elogio del libero mercato e delle differenze di classe e di censo, ammainate a sinistra le bandiere dell’uguaglianza, della libertà e della solidarietà, l’incitamento all’odio delle destre e l’intolleranza dei liberali di sinistra si stanno dimostrando vasi comunicanti che hanno bisogno, si rafforzano e si specchiano l’uno nell’altro.

Per far riferimento e proporre un metodo di analisi sull’azione congiunta svolta da entrambe le parti sul martoriato corpo delle nostre società civili o sulle implicazioni del passato storico del colonialismo, andrebbe coniato il termine e approfondito il concetto di “Cultura della Cancellazione della Cultura”.

In copertina: Banksy: Graffiti Removal, Leake Street, Londra 2008.

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La vecchia talpa

gkn operai

EMENDAMENTO DELOCALIZZAZIONI:
Cronaca di una morte (del lavoro) annunciata

 

Lo ha detto anche Matteo Renzi, durante uno dei suoi adoranti endorsement al principe saudita Bin Salman: “sono invidioso del vostro costo del lavoro”.
A leggere i dati, l’invidia dovrebbe riguardare soprattutto il costo  – e quindi lo stipendio – dei lavoratori non sauditi in Arabia, molto più basso della paga media degli “indigeni”. Ad ogni modo, la logica è quella: vi invidio perché potete permettervi di pagare poco i vostri lavoratori.

Meraviglioso, non trovate? Eppure l’amico dei califfi rinascimentali Matteo (mi limito a definirlo così, senza ulteriormente indugiare sul tipo di califfi da cui si fa pagare) dovrebbe accontentarsi. In fondo, l’Italia è l’unico paese dell’area Euro in cui le paghe sono arretrate in valore reale negli ultimi 20 anni, rispetto agli altri paesi (Germania, Francia, Spagna, Grecia…) in cui invece sono aumentate, in misura maggiore o minore.

Secondo alcuni economisti, più che all’elevata incidenza dei contributi, la dinamica depressiva salariale sarebbe da correlare alla scarsa produttività del lavoro in Italia. Un modo semplice per spiegare il concetto di produttività del lavoro è dividere i ricavi di un’azienda per il numero dei suoi addetti. Se il risultato è basso, non dipende dal fatto che in Italia i lavoratori sono dei fannulloni e altrove degli stakanovisti, ma dalla combinazione dei fattori della produzione: numero degli addetti, prezzi di vendita, grado di automazione. In una parola, dall’organizzazione dei fattori di produzione, tra cui il lavoro delle persone.

L’organizzazione dei fattori di produzione è nelle mani di chi governa le aziende. Siccome la nostra dinamica salariale è già abbastanza depressa, per aumentare la produttività del lavoro occorrerebbe agire non sull’abbassamento dei salari, ma sull’innovazione dei processi e dei prodotti. Purtroppo, la maggior parte delle imprese italiane sono piccole aziende piuttosto allergiche all’innovazione, all’utilizzo delle tecnologie digitali, alla formazione del personale. Sto chiaramente generalizzando, ma i dati mi autorizzano a farlo: molte imprese italiane sono piccole, impiegano un capitale modesto e sono governate da persone con la testa rivolta all’indietro.

Questo pistolotto serve (anche) per comprendere a chi è destinato l’emendamento alla legge di bilancio con il quale il Governo dichiara di voler combattere, o almeno disincentivare, il fenomeno delle delocalizzazioni.
Fenomeno che possiamo esemplificare così: una mattina il Cda o l’AD di turno si svegliano, e indipendentemente dal fatto che l’azienda o il ramo italiano di quell’azienda sia in crisi, decidono di chiuderlo, e di licenziare i dipendenti. Per poi riaprire in un luogo dove la manodopera costa meno e rompe meno i coglioni.

Può bastare anche una dichiarazione di ristrutturazione aziendale per far sparire centinaia di posti di lavoro. Tutto il resto previsto dalla legislazione attuale è una semplice procedimentalizzazione della “crisi”, che passa attraverso il rispetto formale di tempi e modi di gestione della vertenza, che si può concludere comunque con la conferma unilaterale dei provvedimenti d’impresa.  Non parliamo delle cessioni di ramo d’azienda, in cui gli unici deputati dalla legge a stabilire il “perimetro” dei lavoratori ceduti e non ceduti e gli eventuali esuberi sono il cedente ed il cessionario.
I lavoratori si attaccano al tram e tirano.
Questa è la cornice, di arbitrio legalizzato (non mi viene da chiamarlo altrimenti), nella quale ci troviamo.

In tale cornice si inserisce questo emendamento, che anzitutto presenta una singolarità: pare riferirsi solo alle imprese che occupano più di 250 dipendenti. Chissà quante saranno, uno pensa. Un estratto del censimento Istat delle Imprese 2019 (qui) lo chiarisce: ” i due terzi delle imprese (821 mila, pari al 79,5% del totale) sono microimprese (con 3-9 addetti in organico), 187 mila (pari al 18,2%) sono di piccole dimensioni (10-49 addetti), mentre le medie (con 50-249 addetti) e le grandi imprese (con 250 addetti e oltre) rappresentano il 2,3% delle imprese osservate (24 mila unità), di cui 3mila grandi.

Se perimetriamo le aziende con più di 250 dipendenti, quindi, non arriviamo allo 0,5% delle aziende italiane. Mi auguro almeno che il numero di addetti sia riferito al totale degli stabilimenti facenti capo allo stesso marchio, altrimenti i padroni destinatari di queste norme non sarebbero pochi, sarebbero un numero quasi impercettibile. E’ poi evidente che il peso occupazionale di questo numero di imprese aumenta, perché sono poche ma occupano (dato del 2018) il 28,3% degli addetti. In ogni caso, fuori dalle nuove regole resterebbe comunque il restante 72 per cento circa dei lavoratori, e se si può comprendere per le microimprese, faccio fatica a concepire l’esclusione per le medie, che occupano fino a 249 addetti.

Ma veniamo al merito delle novità che dovrebbero fungere da deterrente al “chiudi, scappa e apri da un’altra parte”.
Intanto, non c’è nessuna sottrazione del potere unilaterale di una impresa di dichiarare uno stato di crisi o una necessità di ristrutturazione con taglio di posti, anche se i numeri di bilancio dicono che non sussiste alcuna crisi (ricordate la Logista che trasportava i tabacchi in area Interporto Bologna? Ricordate la Gkn di Campi Bisenzio? sono solo due esempi).
Viene confermata la logica “io so’ io e voi non siete un cazzo”, traduzione brutale ma efficace del principio costituzionale della libertà di iniziativa economica.

L’articolo della Costituzione proseguirebbe con: “(l’attività economica)…non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, ma queste sono dichiarazioni di intenti buone per un Angelus di papa Francesco, mica devono tradursi in leggi a tutela di chi lavora.
Quello che cambia è la “sanzione” nel caso in cui l’azienda non adempia a qualche regoletta:
 la mancata presentazione di un piano per limitare le ricadute occupazionali ed economiche derivanti dalla chiusura, entro sessanta giorni dalla comunicazione alle rappresentanze sindacali e contestualmente alle regioni interessate, al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al Ministero dello Sviluppo Economico e all’Anpal.
Senza presentazione del piano o se il piano non contiene gli elementi essenziali che lo qualifichino come “rilancio”, il datore di lavoro è tenuto a pagare il contributo alla disoccupazione del lavoratore in misura pari al doppio. In caso di mancata sottoscrizione dell’accordo sindacale il datore di lavoro è tenuto a pagare il contributo aumentato del 50 per cento.
Tradotto in schei, vuol dire dover pagare un massimo di 3.000 (tremila) euro per ogni lavoratore licenziato, ogni mese per gli ultimi tre anni. Postilla: se l’impresa in precedenza ha ricevuto sovvenzioni statali, non le deve nemmeno restituire.

Più che un deterrente, somiglia ad una stima di rischio aziendale. Se posso calcolare in anticipo la spesa massima che dovrei sostenere (se mi comporto proprio male) per chiudere e tagliare posti, si tratta della trasposizione su base collettiva della logica individuale del Jobs Act: ti licenzio illegittimamente? Non importa, tanto so prima di licenziarti quanto mi costa il tuo licenziamento.

Il capo di Confindustria Carlo Bonomi farà finta di lamentarsi, ma questa è una vittoria per il suo modo di concepire le relazioni industriali.
Il ministro del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico hanno raggiunto un non-compromesso, e la cosa contiene una traccia di feroce verità: tutela del lavoro e sviluppo economico sono considerati temi antitetici.
Il che equivale ad ammettere che il conflitto di classe esiste.
Peccato che da anni stravincono sempre i più forti.

IL “PREMIATO” STUDIO LEGALE LABLAW.
Caso GKN: avvocati perdenti, ma di successo

 

Ci sono gaffes che potrebbero assurgere ad icone dello ‘spirito del tempo’.  Lo studio legale Lablaw mena vanto, sulla propria pagina Facebook, di avere ricevuto un premio come “Studio legale dell’anno” nella categoria “lavoro”.
La rivista specializzata che ha conferito il riconoscimento lo commenta con le seguenti parole (riportate testualmente sulla pagina social dei vincitori): “Stimato per la proattività e la lungimiranza con cui affianca i clienti. Come nell’assistenza a Gkn per la chiusura dello stabilimento fiorentino e l’esubero di circa 430 dipendenti” .

La prima curiosità che balza all’occhio è che lo studio Lablaw ha ricevuto questo premio dopo aver sonoramente perso la causa contro la Fiom, proprio per la vicenda Gkn. Ricordiamolo: 430 lavoratori licenziati con “preavviso” via whatsapp e senza rispettare alcuna regola di legge e di contratto. La Fiom CGIL fa causa, il giudice revoca i licenziamenti e condanna l’azienda per comportamento antisindacale. Se questa è la tacca che ti fa vincere un premio, viene da chiedersi cosa avrebbe meritato lo Studio Legale di Fenomeni se l’avesse vinta, la causa. Il Nobel? il Disco d’Oro? L’Oscar?

Andando oltre l’ironia, appare chiaro che certe riviste specializzate in “diritto del lavoro” circoscrivono la platea dei candidati alla vittoria agli studi legali che hanno deciso di stare dalla parte dei più forti. Se così non fosse, lo studio che ha assistito la Fiom avrebbe dovuto vincere a mani basse. Però evidentemente non era ammesso tra i partecipanti alla gara.

Non so su quali testi debbano studiare diritto del lavoro gli universitari di oggi. So che io ho studiato sul Ghezzi-Romagnoli, che parlava dei lavoratori nel concreto e non del ‘lavoro’ come entità astratta, deprivata della carne e del sangue delle persone. So che adesso nel gergo delle relazioni industriali, si parla di “risorse umane”, e chi usa più spesso questo termine concentra la propria attenzione sul sostantivo (risorse), mentre l’aggettivo (umane) non è che un fastidioso grattacapo da gestire nel momento in cui il più forte decide che gli umani in questione non sono più risorse, ma zavorre da scaricare.

Sotto questo profilo, i responsabili delle relazioni industriali e i loro brillanti consulenti come Lablaw (perdenti di successo, verrebbe da dire) fanno un mestiere che non differisce molto da quello dei capi della logistica. Spostare, riallocare o eliminare merci come persone, persone come merci. Del resto, le norme glielo consentono. Gli unici granelli di sabbia che ingrippano ogni tanto l’ingranaggio derivano dalle regole degli anni settanta sopravvissute allo tsunami che, da trent’anni a questa parte, ha liberalizzato contratti, somministrazioni, appalti di manodopera, licenziamenti e chiusure arbitrarie di fabbrica. Più qualche giudice impazzito, o cresciuto coi principi della Costituzione, che ancora rema in direzione ostinata e contraria.

Quando l’avvocato Francesco Rotondi, dominus dello Studio Lablaw (nel cui curriculum si legge: “artefice dell’implementazione del lavoro interinale in Italia”: complimenti), tuona dalle colonne de Il Giornale contro “il nulla dello Stato e il trionfo dell’ipocrisia” (qui), ha ragione. Lo Stato non fa nulla per orientare le decisioni di politica industriale.
Peccato che l’ipocrisia sia anzitutto sua, di Rotondi, che di questo nulla approfitta per farsi lautamente pagare l’assistenza a quei padroni che di questo vuoto beneficiano. Il suo ragionamento assomiglia a quello di un sicario che finge di lamentarsi perché i mandanti degli omicidi la fanno sempre franca.

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GLI INSORTI GKN INDICANO A TUTTI UNA STRADA NUOVA:
gli obiettivi del movimento dopo la sentenza di Firenze.

 

Si può ben dire che “c’è un giudice a Berlino”, anzi a Firenze. Nella mattina di lunedì il Tribunale di Firenze ha sancito in modo forte l’antisindacalità del comportamento della GKN di Campi Bisenzio nei confronti della FIOM CGIL nella vicenda dell’avvio delle procedure di mobilità ( quella cioè che prelude al licenziamento) dei 422 lavoratori lì occupati e della cessazione della proprio attività produttiva.

E’ una decisione importante, in primo luogo per le conseguenze rispetto ai lavoratori e allo svolgimento della vertenza, visto che la GKN viene condannata a rispettare l’obbligo informativo omesso nei confronti del sindacato e, soprattutto, a revocare la procedura di mobilità, che sarebbe scaduta il 22 settembre con la relativa esecutività dei licenziamenti, mentre ora essa, quasi certamente confermata da parte dell’azienda, riparte però da capo, con almeno altri 75 giorni di tempo per la discussione e l’iniziativa sindacale.

La sentenza del Tribunale di Firenze

La sentenza, poi, è molto significativa per le sue motivazioni. Infatti, esse fanno esplicito riferimento al fatto che la proprietà non ha rispettato quanto previsto dal contratto nazionale dei metalmeccanici e dall’accordo aziendale del 2020 firmato tra le parti in materia di diritti di informazione (non da un semplice avviso comune), e cioè il fatto di dover dare gli elementi di conoscenza al sindacato rispetto alle previsione sui rischi occupazionali,  prima di effettuare le proprie scelte in merito.

Si badi bene, la giudice interviene su un dato di sostanza (non sullo ‘scandalo’ della comunicazione via mail, tanto enfatizzato dalla stampa e dalla politica, quanto, appunto, non dirimente nella vicenda), rilevando testualmente che l’azienda non ha dato corso al fatto che “il senso dell’obbligo assunto è evidentemente quello di consentire al Sindacato di esercitare al meglio le proprie funzioni, ivi compresa quella di condizionare ( con le ordinarie e legittime modalità di confronto ed eventualmente di contrasto) le future determinazioni e scelte gestionali dell’azienda”.
La sentenza – e scusate se è poco, in tempi di sfrenato neoliberismo confindustriale e governativo-  dice chiaramente che i lavoratori e la loro rappresentanza sindacale possono intervenire sulle decisioni e sulle scelte aziendali e poggia quest’affermazione sugli accordi sindacali relative ai diritti di informazione, conquista decisiva, come lo Statuto dei diritti dei lavoratori, degli anni ‘70 del Novecento, quando il tema posto era esattamente quello dei poteri e dei diritti del lavoro e che, da allora, non a caso, si è provato più volte a mettere in discussione e a ridimensionare.

Sembra che ora anche i mass media e la politica  – dopo l’assordante silenzio dei giorni passati, che ha coinvolto anche la grande manifestazione di sabato 18 settembre a Firenze a sostegno appunto dei lavoratori di GKN – inizino ad occuparsi della vicenda, Mostrando, peraltro, ‘scarso senso del pudore’, visto che ora tutti si dichiarano al fianco dei lavoratori.
Se lo si vuole fare veramente – e questa sarà la cartina al tornasole del prosieguo di una vicenda ben lungi dall’essere risolta – non c’è che da intraprendere due strade.

Le strade da percorrere

La prima. Quella di costruire una soluzione che dia continuità produttiva ed occupazionale a tutta la realtà produttiva di Campi Bisenzio, attraverso un intervento pubblico (per esempio tramite Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa) o di soggetti privati, garantito in ogni caso da un Piano approvato dall’autorità pubblica e dalla maggioranza dei lavoratori.

E che si faccia questo anche in tutte le altre situazioni rilevanti di crisi aziendali, che non sono poche, dalla Whirpool alla Gianetti, solo per citarne alcune.

Un percorso che altro non sarebbe che l’anticipazione  di due punti fondamentali degli 8 contenuti nella proposta di legge di contrasto alle delocalizzazioni e alle crisi produttive ed occupazionali predisposta proprio dai lavoratori di GKN assieme a un gruppo di giuristi del lavoro [fai un click per ingrandire il documento] 

L’approvazione di questa proposta di legge, da realizzare, almeno per i suoi assi di fondo tramite, decreto legge – questa la seconda scelta da compiere – consentirebbe di affrontare in termini utili tali situazioni.
Ora invece Il governo, ispirandosi all’inefficace modello francese, pensa solamente a intervenire sulle procedure dei processi di delocalizzazione, senza impegni cogenti né da parte delle aziende che li praticano né da parte dello Stato, o al massimo a rendere più forti gli ammortizzatori sociali, con l’idea della ‘mitigazione’ (altra parola malata) dell’impatto sui lavoratori.

“Insorgiamo” non è solo una parola d’ordine

Dunque, come dicono gli stessi lavoratori di GKN, “si è vinta una battaglia, ma la guerra è tutt’altro che conclusa”. E il suo esito non è per nulla scontato. Da sottolineare come gli ingredienti fondamentali di questo primo importante risultato siano stati l’impostazione e l’approccio che i lavoratori GKN hanno voluto imprimere a questa vertenza e la forte mobilitazione che è stata messa in campo.

Infatti, per la prima volta da molti anni in qua – a partire dal collettivo di fabbrica GKN –  si è usciti da una logica puramente difensiva, di una lotta semplicemente finalizzata a salvare quei posti di lavoro, per dire che quello che è in gioco, invece, è proprio l’idea di lavoro e di società che si tratta di realizzare.

“Insorgiamo” non è stata solo una felice parola d’ordine, ma il rendere evidente che si tratta di rovesciare un intero paradigma per cui la finanza e la globalizzazione sono eventi immodificabili, quasi ‘naturali’ e che non c’è alternativa se non rassegnarsi ad essi e limitare le perdite.

E’ su questa base che si è messa in campo una vera mobilitazione di popolo, quella che ha attraversato Firenze il 18 settembre con più di 20.000 manifestanti, con la gran parte della città raccolta attorno ai lavoratori.
E’ un messaggio forte di speranza, in primo luogo per altre lavoratrici e lavoratori impegnati in difficili vertenze originate da crisi e ristrutturazioni.

Ho in mente la vicenda che origina da Alitalia, dove la nuova azienda ITA (di proprietà pubblica e le cui scelte sono quindi direttamente imputabili al Ministero dell’Economia e al governo) che sta procedendo con una ferocia non seconda a quella di GKN.
Quasi una provocazione: si apre la selezione di quelli che dovrebbero essere i 2800 occupati di ITA, senza guardare a quanti facevano parte dell’organico di Alitalia, ma esaminando i curricula degli oltre 20.000 che ne hanno fatto richiesta. Con l’intento, peraltro, di uscire dal contratto nazionale e dagli accordi aziendali, imponendo un ‘regolamento unilaterale, che prevede anche l’abbassamento del 40% dei salari previsti in Alitalia.

Siamo, insomma, di fronte ad un tema generale e che si tratta di affrontarlo con intelligenza e determinazione, sapendo che non sarà né un’impresa facile né di breve durata. Ma che, proprio per questo, chiede a tutte e tutti  di spendersi e di partecipare, non come spettatori inerti, bensì come protagonisti attivi.

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Non governare la globalizzazione: quando le persone diventano cose

“Governare la globalizzazione” è un proposito che, in Italia, non viene nemmeno preso in considerazione dalle politiche industriali. Gli esempi si stanno snocciolando davanti ai nostri occhi. L’ultimo:  Andrea Ghezzi è l’AD della Gkn Italia (produzione assi e semiassi per auto). Ha appena confermato alla stampa il licenziamento di tutti i dipendenti dello stabilimento di Campi Bisenzio. Vi prego di guardare questo video natalizio di un minuto, nel quale fa gli auguri ai lavoratori “per un 2021 ricco di soddisfazioni e salute” dopo averne lodato l’opera che ha permesso di garantire la “sostenibilità finanziaria” dell’impresa:

guarda qui

Ghezzi quindi a dicembre 2020 conferma l’equilibrio finanziario della GKN, e a luglio 2021 annuncia il licenziamento di tutti e la chiusura dello stabilimento di Campi Bisenzio. Contestualmente chiede 12 mesi di cassa integrazione per chiusura attività e propone un advisor per la riconversione industriale del sito. Con chi, per fare cosa, sono dettagli fastidiosi. Il giornalista gli chiede perché nel bilancio di responsabilità scrivono di mettere al primo posto il benessere dei dipendenti e poi tagliano tutti i posti di lavoro, e lui risponde: “considero responsabilità sociale proprio il piano proposto al sindacato che va ben oltre quanto previsto dalla legge”. Tradotto: per la legge noi possiamo fare quello che ci pare, ma siccome siamo buoni, proponiamo di mettere a casa tutti con un anno di stipendio (tagliato e pagato dallo Stato), ma con una adeguata formazione vedrete che saranno tutti ricollocabili. Dove, presso chi e per fare cosa, ancora una volta, sono dettagli fastidiosi. Poi smentisce che la decisione sia della Melrose, il fondo che detiene il controllo dell’azienda: “Le motivazioni sono indicate nella lettera trasmessa a sindacati e istituzioni e hanno carattere industriale. Il riferimento a Melrose non è pertinente”.

Quindi uno pensa: se la scelta è locale e i problemi sono localizzati, sarà lo stabilimento di Campi ad essere stato amministrato male. Il primo a rimetterci le penne dovrebbe essere proprio il suo Amministratore Delegato. Invece Ghezzi non solo resta in sella, ma si permette di rilasciare interviste contrite dichiarando la decisione della chiusura “dolorosa” (per chi?) ma definitiva. Il motivo è semplice: la decisione non è locale, ma è centrale. Ghezzi si limita a fare la sua parte in commedia, e probabilmente per questo sicariato verrà anche ricompensato. Ha una grave responsabilità, sia chiaro, quella di eseguire ordini manifestamente criminosi, almeno sotto il profilo sociale: ma si tratta della responsabilità di un luogotenente della globalizzazione, uno dei tanti. La globalizzazione in nome della quale alla Texprint di Prato (stamperia tessile) la polizia sgombera con la forza gli operai (stranieri) e i sindacalisti che fanno sciopero della fame chiedendo l’applicazione del contratto nazionale di lavoro (8 ore per 5 giorni la settimana anziché 12 ore sette giorni su sette); lavoratori che, per inciso, incassano l’ostilità di molti impiegati della stessa azienda, preoccupati che la conflittualità non faccia uscire la merce e faccia crollare gli ordinativi.

“Governare la globalizzazione” è un proposito che, in Italia, non è mai stato preso in considerazione dalle politiche industriali, ora come in passato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: guerra tra poveri. Indeterminatezza dei padroni. Totale arbitrio nelle scelte strategiche aziendali. Precarietà sistematica del proprio lavoro. Frattura tra lavoratori. Tavoli di crisi funzionali al meno peggio, non al meglio. La stragrande maggioranza delle forze politiche che compongono il Parlamento ed il Governo stesso, davanti a questi focolai di crisi sociale, reagiscono in piena continuità con il presupposto ideologico che ha prodotto la legislazione sul lavoro a partire dagli anni novanta: le imprese devono essere libere di fare i loro comodi, altrimenti aprono altrove, oppure chiudono quello che c’è. Ma come è possibile pensare che l’unico modo per stare nella catena globale della produzione sia quello di lasciare mano completamente libera alle imprese, demolire gli istituti di stabilizzazione del lavoro, continuare a sussidiarle senza alcun vincolo di strategia industriale? Come è possibile che nel dibattito su questo le istanze radicali siano confinate nel territorio di Sinistra Italiana? (leggi qui ). Dov’è finito il Draghi libero dall’incarico in BCE che scrive sul Financial Times articoli keynesiani sull’uscita dalla crisi epidemica mondiale?

leggi qui

Tutti immaginiamo quanto sia più semplice scrivere ricette economiche su un foglio di giornale piuttosto che governare un Paese. La distanza tra le due imprese è incolmabile, e tuttavia l’autorevolezza riconosciuta all’attuale premier è un elemento che il medesimo dovrebbe spendere in prima persona per orientare scelte economiche e gestire situazioni calde. Per adesso, la sensazione è che di quel Draghi visionario di maggio 2020 si sia visto ben poco. Si vede invece Giorgetti, il suo ministro dello Sviluppo Economico, dichiarare con candore che le imprese “vogliono evitare fastidi e confusioni sindacali e quindi vanno a investire in qualche terreno vergine”. Vergine di cosa? Di diritti per chi lavora, evidentemente. Sembra passato un secolo – in realtà solo nove anni – da quando l’AD di Ikea Italia affermava che l’art.18 non è un problema, ma è “l’incertezza dei tempi della burocrazia e della politica” a rendere difficile investire in Italia. Se l’epidemia mondiale da Covid-19 doveva costituire l’occasione per ripartire utilizzando parametri nuovi per lo sviluppo economico, sul fronte dei diritti per chi lavora sembra di moda un salto all’indietro: la concorrenza si gioca sul massimo ribasso dei costi e delle tutele per i lavoratori. Una battaglia non solo scellerata, ma destinata alla sconfitta: quando milioni di lavoratori nel mondo (in Cina, in India) si stanno appena affacciando sulla soglia dei diritti minimi, appare chiaro che l’unico modo che ha l’Italia di non perdere il proprio tessuto industriale non è quello di abbassare salari e diritti al loro livello, ma quello di creare filiere di produzione di qualità. Invece si continua a perseverare sulla strada della riduzione delle tutele e dei diritti, fino a prendersela addirittura col reddito di cittadinanza, come se il problema fosse garantire cibo agli indigenti, anziché restituire dignità e giusto salario al lavoro.

Grafica Veneta: siamo tutti un po’ schiavisti

Pare quindi che la tipografia Grafica Veneta, con sede in provincia di Padova, che stampa alcuni tra i best seller mondiali (tra cui la traduzione italiana della saga di Harry Potter) appaltasse ad una ditta di delinquenti pakistani (la BM Services) la stampa dei suoi prestigiosi, e spesso progressisti, libri. Chi li stampava erano altri pakistani, costretti a turni da 12 ore al giorno, senza ferie e malattia, spesso senza alloggio, oppure costretti a vivere in 20 in appartamenti da 3, malmenati se si permettevano di lamentarsi. Un caso di sfruttamento schiavistico del lavoro nel pieno della operosa pianura padana. Colmo della vicenda, nel 2018 i titolari (italiani) della Grafica Veneta si lamentavano pubblicamente perchè non trovavano ragazzi italiani disposti a lavorare per loro, e ovviamente davano loro dei viziati. Nel frattempo, come si vede, hanno rimediato:

https://www.fanpage.it/attualita/grafica-veneta-lazienda-che-non-trovava-operai-ora-e-sotto-inchiesta-per-sfruttamento-del-lavoro/

I due titolari dell’azienda si difendono dicendo che loro non c’entrano nulla, che erano all’oscuro di tutto. La loro logica è: abbiamo semplicemente appaltato il servizio alla ditta che ci garantiva il miglior rapporto qualità/prezzo. Che male c’è? Non sapevamo nulla delle condizioni di lavoro di questa gente.

Prima di puntare il dito contro di loro, pensiamo al nostro comportamento, non dico da imprenditori (non tutti lo sono), ma da consumatori (tutti lo siamo). Quando acquistiamo prodotti made in China (vestiti, tessuti, elettronica cheap o anche griffata: tanto è quasi tutta fabbricata in Cina), lo facciamo perchè costano meno degli altri. Mentre facciamo questa operazione, quanto tempo dedichiamo ad una riflessione sul perchè questi prodotti costano così poco? Certo, i più avvertiti sono sfiorati dal pensiero che dietro ci siano centinaia di operai sottopagati, ma allontanano il pensiero con una punta di fastidio. In fondo, non possiamo mica cambiare il mondo da soli.

Ma questo esempio è una banalità, anche un po’ datata. No Logo di Naomi Klein ha raccontato cose peggiori, e No Logo ha già 20 anni di vita. Parliamo di qualcosa di più recente, e molto pertinente. Lo scrittore Maurizio Maggiani dichiara di vergognarsi per essere stato “così attento al Dop, all’Igp, al Doc”  e non essere stato “attento a ciò che più mi doveva riguardare”: cioè il fatto che i suoi romanzi fossero stampati con il lavoro di schiavi pakistani. Grafica Veneta, appunto. Affermazione naif, dal candore quasi disarmante. E che dire allora di Jovanotti, quando prima della data di Trieste un’ impalcatura, causa temporale, viene giù e uccide un operaio di 20 anni addetto al palco? Colpa del temporale? Però un suo amico dichiara: “Lavoriamo da mezzanotte a mezzanotte. Montare un palco per un concerto è un lavoro da schiavi con altissima professionalità. Un lavoro faticosissimo, che non conosce soste. Si dorme poche ore mentre gli spettatori si godono lo spettacolo e poi di nuovo a lavoro per smontare tutto. Nessun cantante o promoter possiede queste strutture in proprio: sono troppo costose. Siamo noi che arriviamo con i Tir durante la notte e cominciamo a montare i praticabili della base.” E che dire dei mastodontici tour degli U2? Mentre rappresentavano le contraddizioni della globalizzazione cantando Zoo Station, mentre Bono (immagino animato dalle migliori intenzioni) telefonava in diretta a Bush, in quanti abbiamo pensato a quanta Co2, quanto benzene, quante polveri sottili, quanto inquinamento quella carovana enorme ha contribuito a rilasciare in giro per il mondo?

L’unico ad essere coerente con i principi rappresentati nella sua arte mi è parso Ken Loach, quando nel 2012 ha rifiutato il premio del Torino Film Festival per protesta contro l’esternalizzazione dei servizi al festival, i bassi salari ed il licenziamento di alcuni lavoratori. La vogliamo chiamare distrazione, quella di queste star del progressismo che non si preoccupano di quanto sfruttamento c’è dietro la rappresentazione spettacolare dello sfruttamento contro cui si ergono in qualche modo a paladini? La vogliamo chiamare distrazione, quella di noi che ci nutriamo della salutista quinoa, le cui monocoltivazioni estensive provocano un largo utilizzo di prodotti chimici artificiali inquinando l’ambiente ed il prodotto e causando danni all’ecosistema e alla biodiversità animale?

Quanto siamo diversi, da imprenditori illuminati o da consumatori ecologici, dai due capi della Grafica Veneta che si discolpano affermando che “non potevano sapere”? Purtroppo credo che non siamo molto diversi. Non al punto da poterci permettere di alzare un indice accusatore contro la loro sete di profitto, che non trovo troppo diversa dalla nostra superficiale, ignara, comodamente distratta voglia di risparmiare schei.

 

 

Licenziamenti collettivi, un’alluvione senza argini

Gkn allo stabilimento di Campi Bisenzio, Whirlpool nello stabilimento di Napoli. Nel primo caso, 422 persone. Nel secondo, 356 persone. Licenziate con un tratto di penna, che nell’era della tecnologia cheap diventa un messaggio whatsapp, o una pec. Sono solo due esempi dell’alluvione che sta per allagare il tessuto sociale dopo la fine del blocco dei licenziamenti decretato a causa dell’epidemia di Covid-19. Un provvedimento tampone, seguito da un “avviso comune” Confcooperative, Cna, Confapi e Confindustria da una parte, sindacati dall’altra, con l’egida del Governo, che recita: le parti  “si impegnano a raccomandare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali che la legislazione vigente ed il decreto legge in approvazione prevedono in alternativa alla risoluzione dei rapporti di lavoro. Auspicano e si impegnano, sulla base di principi condivisi, ad una pronta e rapida conclusione della riforma degli ammortizzatori sociali, all’avvio delle politiche attive e dei processi di formazione permanente e continua” . Raccomandazioni, nient’altro che raccomandazioni. Con le quali infatti alcune multinazionali si sono già spazzate il didietro, procedendo a comunicare i licenziamenti con modalità che ricordano le ferriere dell’800.

La debolezza ormai storica della rappresentanza politica di quella parte del mondo produttivo che è lavoro salariato si misura in tutta la sua profondità in questa fase di “ritorno alla normalità”, la peggiore per chi si ritrova senza tutele nel momento in cui il blocco dei licenziamenti termina: evento che produce lo stesso effetto di quando togli un tappo ad una falla senza che nel frattempo sia stato creato un recipiente in grado di contenere tutta l’acqua che uscirà.

“L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con la utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”   Sembra una dichiarazione burlesca, calata dentro la situazione di fatto dell’industria italiana. Invece è il testo dell’art.41 della Costituzione. La legge che dovrebbe determinare “i programmi e i controlli opportuni perchè l’attività economica possa essere indirizzata a fini sociali” nel caso di specie è la disciplina sui licenziamenti collettivi, contenuta nella legge 223 del 1991, da coordinare con la legge Fornero e poi con il Jobs Act, che non hanno fatto che accentuare il suo carattere antisociale. Faccio un’affermazione così perentoria perchè la ratio che ispira questa disciplina è l’assunto secondo il quale è l’impresa stessa, in piena autonomia, a decidere quando uno “stato di crisi” giustifica l’apertura di una procedura di riduzione del personale. Non ci sono correttivi o interventi esterni all’impresa che possano realmente mettere in discussione la fondatezza delle ragioni della chiusura o della ristrutturazione, al punto che una multinazionale che complessivamente aumenta i profitti può permettersi di dichiarare la decisione di chiudere un “ramo secco” della propria produzione senza che alcuna regola o sanzione ne possa condizionare o scoraggiare la scelta. Le uniche regole imposte riguardano il rispetto di modi e tempi della procedura di discussione con la controparte sindacale: elementi formali, burocratici, il mancato rispetto dei quali tra l’altro non comporta nemmeno la reintegra di quei lavoratori illegittimamente selezionati per il licenziamento, ma solo una tutela indennitaria (nemmeno risarcitoria: quindi, un piatto di lenticchie). Per il resto, nella migliore delle ipotesi si finisce in mobilità, con un trattamento economico che dopo 24 mesi finisce. Per chi come il sottoscritto svolge attività sindacale, questa cornice legislativa è una palla al piede, che costringe a giocare costantemente di rimessa, a inseguire gli eventi senza poterne minimamente influenzare la genesi, potendo alfine solo negoziarne gli effetti su alcuni (da salvare) rispetto ad altri (da condannare). Come corollario arriva il disprezzo bipartisan per il ruolo del sindacato, chiamato a difendere i lavoratori con armi spuntate in partenza, che ne riducono la funzione a gestore del meno peggio. Come accennavo prima, questa situazione di cornice legislativa gravemente contrastante con il dettato costituzionale è il frutto di decenni di abbandono di una cultura politica che ha trasfuso il conflitto sociale e l’idea di uguaglianza sostanziale dentro leggi cardine come lo Statuto dei Lavoratori, che infatti è vecchia ormai di cinquant’anni. Questo abdicare alla propria funzione, che avrebbe dovuto essere un imprinting della propria stessa ragion d’essere, è una gravissima responsabilità della sinistra storica scagliata nel mondo globalizzato del post 1989, topos nel quale ha mostrato una inadeguatezza di aggiornamento ideale e di comprensione dei mutamenti tumultuosi dei fenomeni sociali che l’ha resa subalterna alle logiche economiche non tanto capitalistiche, ma liberistiche; con un cedimento al liberalismo che, applicato alla vita economica e sociale, produce effetti opposti rispetto al progredire del libertarismo nel campo dei diritti civili. Un liberismo, sia detto per inciso, che non esclude affatto l’intervento dello Stato nell’economia, purchè l’intervento serva a sovvenzionare le imprese con strumenti di sostegno (La Cassa Integrazione) completamente svincolati da qualunque reale impegno dell’impresa stessa in termini di investimenti per la riqualificazione degli impianti. L’impresa prende i soldi dallo Stato e quando decide di delocalizzare lo fa, e basta. Questo, in brutale sintesi, è il risultato della libera circolazione dei capitali. Questo, in brutale sintesi, è il frutto della “iniziativa economica privata”  riguardo alla quale il legislatore ordinario degli ultimi trent’anni(di destra, di centro e di sinistra) si è ben guardato dal coniugare libertà e rispetto della dignità umana e sociale, con buona pace del dettato costituzionale.

Una soluzione a breve termine non c’è, in tasca non ce l’ha nemmeno Draghi, a prescindere dalla considerazione sul suo più o meno elevato tasso di keynesismo (sopravvalutato, a giudicare dalla scelta degli uomini in settori cardine della macchina economica dello Stato). Esiste solo la possibilità di perseguire, dentro una cornice asfittica, una serie di interventi di riqualificazione professionale che non possono, ovviamente, essere disgiunti da scelte di politica industriale che pianifichino attività di riconversione (pensiamo al settore dell’energia) prima che le decisioni di chiusura dispieghino i loro nefasti effetti sociali.

UNA VITA MIGLIORE

 

Provai grande delusione quando finirono le speranze di dar vita a una società migliore, trasformata dagli ideali del Sessantotto. Certo quel movimento aveva le sue contraddizioni e la lotta a una società ingiusta era troppo spesso motivata da frustrazioni e rancori personali, dalla noia di un’esistenza troppo comodamente borghese o dall’aspirazione a un potere alternativo non meno elitario. Ma è innegabile che in quel periodo fiorirono nobili ideali di emancipazione e fratellanza tra gli uomini che ancora oggi meritano di essere perseguiti. Per molti anni ho ricercato vanamente un’attività che in qualche modo potesse ridarmi quell’entusiasmo e quella voglia di realizzare qualcosa al di là dell’angusta sfera della dimensione personale.
Poi, un giorno, del tutto casualmente, ho cominciato a praticare lo Yoga e ho appreso così che lo Yoga classico, diversamente da molte fantasiose e discutibili interpretazioni contemporanee, non si limita solo a migliorare la gestione equilibrata delle risorse personali (fisica, energetica e mentale), ma che non può prescindere anche dalla ricerca dell’armonia con l’ambiente circostante: uomini, animali, natura. Questo perché alla base dello Yoga, così come di altre discipline orientali, c’è una visione di sostanziale unità della vita e dell’interdipendenza delle sue manifestazioni. Il benessere profondo, dunque, necessita di realizzare unione con la Vita (yoga vuol dire unione) e svolgere il proprio ruolo in sintonia con gli eventi, in ogni momento della giornata. Centrati quanto più possibile nel Sé interiore, si affrontano le diverse situazioni della vita, cercando di dare il meglio in ogni occasione. Si vive così profondamente soddisfatti per il solo fatto di essere, comunque, dovunque.

Questa visione della vita è evidentemente diversa dalla ricerca della felicità, così come viene intesa nella società occidentale contemporanea, in cui si ricerca generalmente il piacere che deriva dal possedere quantità sempre più crescenti di beni materiali e dalla capacità di assumere ruoli sociali che ci distinguano per importanza e ci facciano sentire ‘migliori’ degli altri. Realizzarsi è diventato desiderare qualcosa, essere qualcuno.
Ma il benessere materiale e il successo personale non sono mai sufficienti, e gli individui, per quanto possano avere o essere, sono ben lontani dalla felicità. Molte persone vivono una tensione ininterrotta e nevrotica verso un piacere effimero e di breve durata; stimolati da una costante pressione dei mezzi di comunicazione, ricercano in modo ossessivo la conquista di sempre nuovi desideri.
Con il prevalere dei valori tecnico-economici, per cui il successo è misurabile in termini di denaro e di notorietà, ci si allontana però dalle esigenze umane più profonde. Manca sempre più un quadro di riferimento condiviso e un comune senso della vita; ciò provoca l’accentuarsi di un individualismo che alimenta un concetto di libertà senza limiti, dove tutto è praticabile per riempire solitudine e vuoto esistenziale. Viene esaltata la retorica di una libertà di scelta che nasconde irresponsabilità, incapacità di autodisciplina e sacrificio. La vita è spesso percepita priva di senso e di scopi degni di essere perseguiti.

Credo sia ormai evidente la necessità di sviluppare un diverso modello sociale, in sintonia con l’attuale globalizzazione, processo di interdipendenze economiche, sociali, culturali, politiche e tecnologiche, che può essere visto come opportunità di operare con una visione unitaria del mondo.
L’importanza del singolo va inquadrata all’interno della comunità umana, dalla quale si può ricevere posizione e significato; è fondamentale che gli individui si sentano uniti dalla consapevolezza di lavorare in una comune direzione e sappiano perseguire esigenze e scopi comuni. Solo se si riesce a vedere il vantaggio di superare i propri interessi particolaristici, si può costruire un mondo giusto e solidale, in cui si ponga un limite allo sfruttamento delle risorse umane e ambientali e si adotti uno sviluppo sostenibile, finalizzando le politiche economiche globali alla lotta contro la disuguaglianza e la povertà. Un tale modello di sviluppo sposa «un modello ‘ecologico’, in base al quale la vita delle parti è tanto migliore quanto migliori sono le relazioni tra le parti» (G, Pasqualotto, East & West, Marsilio).
Risulta ormai urgente porre le basi di un nuovo umanesimo, che metta l’uomo al centro e consideri la tecnica come strumento per la sua realizzazione e felicità, contrastando la tendenza che vede gli uomini al servizio dei beni e della ricchezza. Determinante è un rinnovamento della cultura, tramite l’integrazione di tutte le conoscenze umane, e dell’educazione, con cui alimentare la crescita di individui capaci di costruire un mondo migliore.
Ritengo indispensabile che i diversi tipi di conoscenza sviluppati in ogni parte del pianeta possano connettersi utilmente; in particolare, ritengo auspicabile l’integrazione tra la scienza e la spiritualità.

Lo sviluppo dell’atteggiamento scientifico e del sapere critico-razionale, che hanno portato a indubbi successi relativamente alla qualità e alla durata della vita – (basti pensare agli effetti delle tecnologie di produzione alimentare e della scienza medica) – non è sufficiente a interrogarsi e a progredire sui significati del vivere.
La conoscenza sempre più forte del legame tra gli esseri e il loro mondo, la percezione di questo legame globale è piuttosto l’oggetto caratteristico di una “via del cuore”, una funzione dell’anima, la cui cura resta, ancora oggi, di fondamentale importanza. Proprio l’aspetto spirituale, con la sua visione di una dimensione unitaria dell’uomo e della vita, merita una rinnovata interpretazione, che ispiri azioni di ricerca e sperimentazioni, le quali pragmaticamente offrano soluzioni per superare le attuali criticità sociali dell’Era globale.
Può essere utile una spiritualità che non necessita dell’adesione ad alcun credo religioso, e che al tempo stesso non lo escluda, che non sia necessario catalogare con nessuna formula e che possa essere patrimonio di chiunque, ma che soprattutto si esprima e sia valutata in fatti concreti, in azioni e comportamenti che aiutino il cammino degli esseri umani; che si fondi sulla reale aderenza a principi e valori comuni di fratellanza umana e rispetto dell’ambiente, concretamente espressi nel quotidiano con sentimenti di vicinanza, comunione, condivisione e coesione tra gli esseri. Questi valori devono guidare le scelte, orientare il desiderio, indicare il senso di ogni attività, costituire oggetto fondamentale di trasmissione educativa, fornendo un senso di appartenenza che dia forza per superare le capacità meramente individuali.
Si potrà così coltivare un Uomo globale, che potrà affrontare utilmente le sfide del futuro, comprendendo quanto la collaborazione sia lo strumento più efficace per ottenere i risultati desiderati; egli dovrà avere come obiettivo il migliore destino comune per l’umanità intera, conscio dei legami tra gli individui. Sarà pertanto necessario coltivare apertura mentale, flessibilità e disponibilità a ridiscutere le proprie conoscenze, alla luce di nuove possibilità, trovando ogni volta il pensiero e l’azione più adatta per raggiungere un nuovo equilibrio adatto al mutare degli eventi. Sempre più privo di soluzioni già pronte per l’uso, ovunque e comunque valide, l’essere umano è spinto a sviluppare la consapevolezza, oltre che delle connessioni tra i vari saperi, dei limiti di ognuno di essi e a scegliere liberamente tra più opzioni, nonché a sapere ridiscutere le sue convinzioni quando queste si dimostrino superabili.

Questa consapevolezza è la base più adatta per disegnare un futuro pragmaticamente utile per una visione della vita da cui sviluppare chiarezza, ordine e valore, in sintonia con le conoscenze più moderne. Con questa idea pratico e insegno da molti anni EduYoga, un metodo che ho sviluppato a partire dalle ‘vie’ dello Yoga classico, che ha l’obiettivo di educare il praticante a realizzarsi con generale soddisfazione, esprimendosi in ogni momento della vita con la miglior sintonia possibile al mutare delle situazioni. Ritengo che un percorso di evoluzione e di cambiamento consapevole, nel rispetto delle proprie esigenze e di quelle dell’ambiente circostante, possa supportare lo sviluppo di individui che, migliorando se stessi e le loro relazioni con il mondo che li circonda, siano portatori di benessere, pace e cooperazione.
Nel corso della mia esperienza ho avuto modo di verificare che anche il mondo dello Yoga non nasconde pericoli e contraddizioni. Ho frequentato insegnanti che plagiavano i loro allievi, sono stato costretto ad allontanarmi dalla più grande associazione italiana di insegnanti di yoga perché, insegnando gratuitamente, sono stato accusato di svolgere concorrenza sleale nei confronti dei “professionisti” dello Yoga e ho commesso il terribile errore di credere che donare senza pretendere nulla in cambio fosse in sintonia con un percorso di ricerca spirituale. Ciò nonostante continuo nella mia attività di ricerca e di condivisione perché, indipendentemente dalle inevitabili contraddizioni, penso ancora che perseguire un ideale apprezzabile, seppur con un adeguato senso della realtà, mi aiuti a cercare un’esistenza migliore per me e per gli altri, con i quali condivido questo viaggio della Vita.

PRESTO DI MATTINA
Parole perdute e ritrovate

«La parola destinata a perdersi, così fuggevole nel suo rinascere costante, nella sua discesa e sùbita resurrezione… La parola – pietra che sorregge al costo di perdersi e di perderci, perché è istallata sulla fonte che anche di notte “butta e scorre”. E forse solo di notte, quando tutti i dire si placano, ed è possibile sentire il suo palpitare. Il palpitare inestinguibile di ciò che è vivo veramente» (Maria Zambrano, Dell’aurora, Genova 2000, 34 e 107). Questo ritrovarsi della parola ‒ nuovamente palpipante e viva nel suo perdersi, che è un rinascere come luce dalla notte, voce dal silenzio, vita dal sepolcro, come dall’inverno nuova primavera ‒ mi ha riportato alla memoria le parole perdute e ritrovate al Concilio Vaticano II, riemerse dai sotterranei della storia ecclesiale come un fiume carsico, come da lungo inverno.

Parole come «Regno di Dio; Popolo di Dio; Pastoralità; Sinodalità; Senso della fede dei fedeli; Segni dei tempi». Espressioni dimenticate da tempo riaffiorano dalla loro sorgente, e là le ritroviamo, dove sono nate, nel grembo dell’evento che le ha generate.
Così la volontà di ressourcement dei Padri conciliari, intenti a “riattingere alle sorgenti” cristiane della vita della Chiesa, ne ha animato il rinnovamento, dando vita a quella che fu per molti una rinnovata primavera nell’alternarsi discontinuo delle sue stagioni come fratture generative su cui si innesta il nuovo.

Occorre ribadirlo soprattutto in questo tempo di tensioni polarizzanti all’interno della Chiesa tra gerarchia e comunione, tradizione e profezia, dottrina e pastorale, istituzioni e carismi, conservazione e innovazione: il Concilio ha rappresentato bensì una novità rispetto al passato, ma senza ignorare la tradizione che lo ha preceduto, radicandosi in essa. Anzi, ha distinto tra la Tradizione con la con la “T” maiuscola, che è ciò che fa vivere la Chiesa, la linfa dello Spirito suscitatrice di nuove gemme e rami sull’albero e le tradizioni mutevoli nel tempo ciò che inaridisce, si secca e muore (cfr. Yves Congar, La tradizione e le tradizioni. Saggio storico, Roma 1964). Sicché, volendo ben si potrebbe affermare che l’ultimo Concilio è stato più rispettoso e fedele alla tradizione di quanto non lo fosse stato il Vaticano I, che si limitò, in sostanza, a risalire la corrente degli ultimi 150 anni della tradizione.

Ben oltre si è spinto invece il Vaticano II, risalendo dal passato prossimo al passato remoto se non remotissimo, sino alla Chiesa nascente. Fu una scelta profetica l’appello ecumenico di Giovanni XXIII dettato dalla necessità dell’unità di fronte alla divisione delle chiese, insieme a quella di riprendere il registro pastorale per rilanciare il dialogo con il mondo in vista dell’annuncio del vangelo; riscoprendo poi, nell’interrogarsi di Paolo VI «Chiesa cosa dici di te stessa?», l’identità più profonda, carismatica e missionaria della Chiesa “inviata ad gentes. Situandosi così coraggiosamente «all’opposto esatto di quella mentalità ‒ direbbe il teologo Giuseppe Ruggeri ‒ che ha avuto paura della vastità della tradizione globale della chiesa e ha preferito non mutare il tranquillo e ristretto equilibrio del passato prossimo. La novità principale del Vaticano II è piuttosto costituita dalla considerazione stessa della storia nel suo rapporto con il vangelo e la verità cristiana. Mentre per lo più nel passato si aveva consapevolezza che la storia vissuta dagli uomini fosse ultimamente indifferente per la comprensione del vangelo (parlo di “consapevolezza”, giacché “in realtà” non è mai stato così), la grande questione del concilio Vaticano II fu invece proprio qui, anche se le parole usate (pastoralità, aggiornamento, segni dei tempi) non furono subito lucidamente compresi da tutti… Per Giovanni XXII l’annuncio del vangelo era inseparabile dal riferimento alla storia» (Per un’ermeneutica del Vaticano II, in Concilium 1 (1999), 22-23). Di qui il profondo rinnovamento della Chiesa, scaturito ‒ come ricordava sempre Giovanni XXII ‒ non già da un mutamento del vangelo, quanto da una maggiore comprensione.

Una migliore comprensione che ha riguardato anche il mistero della Chiesa, non solo immaginata idealmente in un contesto sapienziale, ma colta qual è nella propria realtà storica ed esperienziale della sua missione profetica. Il paradigma sapienziale/dottrinale è stato così assunto e integrato dal linguaggio profetico, che è poi quello della storia, intento a comprendere il senso delle ‘rotture di soglie da cui ripartire’ ‒ siano esse piccoli o grandi avvenimenti ‒ di cui è fatta la trama del tempo.

Similmente, la struttura gerarchica della Chiesa è stata ricompresa in una dimensione comunionale all’interno del popolo di Dio in attuazione della propria vocazione battesimale e chiamata a formare con l’umanità la famiglia di Dio. Lungi infatti dal ridursi a un’istituzione da governare, la Chiesa non può che essere un luogo di relazioni umane, di sequela a Cristo, di fraternità, di reciprocità nel servizio, in ascolto, anzitutto dello Spirito di Cristo che la guida e, non di meno, dell’umanità in attesa del Vangelo della gioia. Un triplice sentire: Sentire cum Christo, sentire cum ecclesia, sentire cum mundo.

È dunque immersa nella storia che la Chiesa deve continuamente pensarsi e riformarsi – “Eccleasia semper reformada”: «la Chiesa peregrinante è chiamata da Cristo a questa continua riforma di cui, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno» (Unitais Redintegratio, 6) ‒ affrontando le concrete contraddizioni che quotidianamente sperimenta per (ri-)trovare di continuo la sua via di fedeltà al vangelo, inteso non già in termini prescrittivi, ma come stile di comunione tra tutti i battezzati: «Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35)».

Non sorprende allora che al Concilio si sia riscoperta la storia come “luogo teologico”, accanto alla scrittura santa e ai sacramenti. È nella storia, del resto, che Dio ha posto la sua tenda: proprio qui tra le case degli uomini, ove si fa conoscere come colui che fa proprie le vite delle sue creature, incrociando le sue vie, che non sono quelle degli uomini, con le nostre vie che è venuto a percorrere («un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione» cfr. Lc 10, 33).

È in questo modo che, al Concilio, ‘la verità del vangelo’ è stata interpretata e riaffermata attraverso ‘l’amore del vangelo’. Di qui la riscoperta ‘dell’ascolto della Parola di Dio’ non come in-formatrice e plasmatrice della dottrina, anche, ma primariamente quale legame che sancisce e tesse l’esistenza in alleanza, uno scambio, un mutuo riconoscimento tra un io un tu un noi, un tu che sta per tutti; un’apertura ospitale nella quale si dà e si prende la parola, in dialogo, cuore a cuore, mente a mente alleati, spalla a spalla per far riuscire la vita nella forma di un’intima comunione dell’uomo con Dio e degli uomini tra loro: «Impara a conoscere nelle parole di Dio il cuore di Dio», dice il papa Gregorio Magno.

Dentro la storia non si può che camminare insieme. Ecco allora riemergere la sinodalità ‒ che nel suo il significato primigenio, sun-odos, corrisponde a ‘strada con’, ‘camminare insieme’ ‒ la quale, come ci ricorda ancora Giuseppe Ruggeri, «è la categoria che traduce questo dinamismo della comunione, questa “somministrazione di ogni giuntura”, questa “energia di ognuno“. Essa è la “strada comune” che dobbiamo percorrere. Essa, nel rispetto dei doni di ognuno, è anteriore al bipolarismo clero-laicato» (G. Ruggeri, Sinodo di Noto).

La forma sinodale sembra allora ritornata a essere la dimensione essenziale, basilare della comunità ecclesiale: «Ciò che riguarda tutti deve essere dibattuto da tutti» (Giustiniano). Per Giovanni Crisostomo «la Chiesa ha nome sinodo». Non diversamente dalla Chiesa delle origini, informata al principio della sinodalità e della comunione, questi caratteri non possono che modellare anche il divenire della Chiesa in cammino, sino a plasmarne finanche la dottrina. Lo spunto trova autorevole avvallo nel pensiero di Gregorio Magno, il quale, nell’immagine quadriforme del Vangelo, faceva corrispondere i primi quattro grandi concili dei primi cinque secoli, volendo così attestare l’esistenza di una dimensione sinodale della “dottrina”, che non può non coinvolgere anche la liturgia, innescando un legame tra il momento eucaristico-sacramentale dell’assemblea e la sinodalità della vita ecclesiale (Cfr. Giuseppe Alberigo, Sinodo come liturgia, il Regno documenti, 13 207, 443).

Come concretamente praticare la sinodalità ce lo ha indicato Papa Francesco, che ha ripetutamente chiesto a tutte le comunità cristiane di esercitarsi e promuovere questo stile di partecipazione comunitaria sia nell’ambito pastorale sia in quello amministrativo.
Ha invitato così a fare esercizio sinodale declinando nella prassi due principi: “L’unità prevale sul conflitto” e “Il tutto è superiore alla parte” (EG 224 e 234). In particolare il primo ha come obbiettivo una comunione attraverso le differenze. La strada è «accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo». Il tutto con la grazia di quegli «operatori di pace» nel cui comportamento è dato riconoscere l’impronta evangelica (Mt 5,9).

Nel secondo principio si coglie invece la tensione tra la globalizzazione e la localizzazione. L’esercizio cui siamo chiamati è dunque quello di «allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi»: mantenersi così nel proprio piccolo, restando legati alle proprie radici, senza dimenticare però l’insieme in cui confluiscono e interagiscono tutte le altre parzialità.
Emblematico è allora, sotto questo profilo, il titolo che mons. Antonio Samaritani volle dare alla storia della nostra Diocesi: La Chiesa di Ferrara nella storia della città e del suo territorio. Desiderò così declinare insieme la storia della cittadinanza e quella ecclesiale, svelarne gli intrecci solidali e le forme di partecipazione della gente comune. L’uso del termine “sinecistico”, “coabitante”, a lui così familiare ‒ indicante il processo di una vicendevole convergenza tra diversi in un’unica realtà, in modi «distinti ma non dissociati», in uno scambio reciproco e convergente ‒ si prestava a evidenziare nella nostra gente uno stile e una vocazione ad abitare insieme pur salvaguardando o integrando meglio, non senza lotte, le singolarità e le tradizioni di quanti hanno avuto origine altrove. Una sinodalità autentica, che mons. Samaritani viveva in profondità, mettendosene al servizio con l’intento di favorire la creazione e l’emersione di una “storia al plurale”.

Il tempo che la luna impiega per riallinearsi e ricongiungersi con la terra e il sole è detto rivoluzione sinodica o mese sinodico, che sta a indicare il tempo che intercorre tra un novilunio e l’altro. Insomma, camminano insieme il sole, la terra e la luna, uniti nella differenza ma accomunati, pure loro, da un’esperienza di sinodalità.
È allora significativo che un’antica tradizione, nel suo linguaggio simbolico, definisca il mistero della Chiesa ‒ chiamata a riflettere la luce di Cristo sugli uomini ‒ come Mysterium Lunae. Anche guardando in alto tra le sfere celesti si trova allora conferma che camminare insieme è la legge che governa l’universo.

PRESTO DI MATTINA, la rubrica di riflessioni di Andrea Zerbini, torna tutti i sabati su Ferraraitalia. Per leggere gli articoli precedenti, clicca [Qui]

Lavoratori spolpati per una finanza internazionale sempre più grassa

Difendere la capacità di spesa dei lavoratori. Perché la quota salari è stata erosa dalle necessità della globalizzazione

Dagli anni ’80 la globalizzazione ha distrutto il mercato interno, assolvendo una necessità del capitalismo finanziario. A pagarne il prezzo, in termini di domanda aggregata e di pil, è stata la quota destinata ai lavoratori e alla classe media e a sopperire a tale mancanza è stato lo Stato. La teoria dei bilanci settoriali spiega che i soldi possono venire solo da tre ‘dimensioni’ economiche, ovvero dall’estero (esportazioni maggiori delle importazioni), dal bilancio delle famiglie e delle imprese e dal bilancio dello Stato. Quindi non risulta particolarmente complicato, osservando il grafico seguente, capire chi abbia subito scelte così devastanti per gli equilibri interni di una nazione.

Il grafico che segue è tratto dai lavori di qualche anno fa del prof. Alberto Bagnai

E porta ad interessanti considerazioni, sempre anticipate anni orsono dallo stesso prof. Bagnai:

La quota salari si impenna prima nel 1963, a seguito di un primo ciclo di lotte operaie che si associano anche a una fiammata del tasso di inflazione, che raggiunge il 5%. L’inflazione accelera nuovamente nel 1969, a seguito dell’autunno caldo, che porta pure lui a un aumento dell’inflazione. Segue, nel 1974, l’esplosione dell’inflazione dovuta al primo shock petrolifero. In quell’anno il salario reale smise di crescere, perché operai e sindacati erano stati colti di sorpresa, e la quota salari si flesse leggermente. Poi, dall’anno successivo, le lotte che portarono il Partito Comunista Italiano al proprio massimo storico in termini elettorali (34% nel 1976) spingono la quota salari a un massimo storico del 51%.

Dal divorzio (fra Tesoro e Banca d’Italia) in poi è una continua flessione, che porta la quota salari a toccare, all’entrata dell’euro, i valori dell’inizio degli anni ’60.

 

In pratica quando i sindacati lottavano per i salari ed esisteva un partito che effettivamente rappresentava i lavoratori il benessere, in termini finanziari, cresceva equamente distribuito mentre l’inflazione, al contrario di quanto spesso si dice, non erodeva i salari, cioè a soffrire per l’inflazione non erano i lavoratori ma il capitale. E sempre seguendo lo stesso ragionamento possiamo vedere dal successivo grafico, che proviene dalla stessa fonte, la quota salari rispetto alla produttività

Che ci dice evidentemente che quando i salari crescono più della produttività non ne bloccano la crescita stessa mentre la stabilizzazione dei salari… stabilizza anche la crescita, cioè quando non crescono i salari diminuisce la crescita della produttività e di conseguenza si soffre il mal di PIL. Lottare contro l’inflazione è stato come lottare contro lavoratori e famiglie in nome di Weimar e dello Zimbawe che invece avevano avuto ben altre ragioni di esistere, storiche e sociali prima di tutto, e solo dopo economiche. Purtroppo le nostre classi dirigenti sono state breve a fare i loro interessi utilizzando anche argomenti senza fondamenta.

Di seguito il grafico con dati OCSE che mostra quanto i salari in Italia si siano fermati agli anni ‘90

La quota salari dunque e inequivocabilmente perde terreno. Allo stesso tempo imprenditori e affaristi (in senso positivo) hanno continuato o migliorato i loro guadagni e poiché da una parte i lavoratori e le famiglie potevano comprare, in aggregato, sempre di meno e la nostra bilancia commerciale si è tenuta su di un sostanziale e più che dignitoso pareggio viene da se che a coprire il gap sia stato lo Stato attraverso la tanto vituperata spesa pubblica. Che, infatti, è aumentata a dismisura proprio dagli anni ’80 sia per l’aumento degli interessi sui titoli di stato (nel 1981 ci fu il “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro per cui a decidere l’interesse sui Titoli negli anni successivi furono i mercati finanziari) sia perché lo Stato dovette coprire il gap di domanda aggregata (cioè doveva spendere quei soldi che i lavoratori e le famiglie non riuscivano più a spendere) a sostegno del risparmio e delle aziende. Anche di quella parte dell’industria che oggi ritiene lo Stato il ladro del futuro dei nostri figli.

Lo Stato, in termini di bilancio, ha fatto bene il suo lavoro mentre sbagliate sono state le scelte politiche e di investimento effettuate da chi aveva il potere di farle, ma non sempre la legittimazione. Di fatto il mercato interno è stato seriamente compromesso e a fare danni ci si è messa anche la sinistra che invece di difendere il lavoro e i salari ha preferito accodarsi alla guerra all’inflazione e alla sovranità politica e monetaria. Di conseguenza la bilancia commerciale ha cominciato a rivestire importanza sempre maggiore, esportare merci per recuperare capitali è un modo per compensare la carenza di domanda interna e legittimare l’abbassamento dei salari.

Dipendere dall’estero invece di concentrarsi sulla capacità di spesa interna, però, non è un buon modo di pensare al futuro e questa scelta, combinata con la distruzione dei confini (politici e monetari) rende i più deboli sempre più indifesi. Non saranno certo i mercati o le élite, la cui esistenza oggi ammettono anche giornalisti non schierati con il complottismo mondiale, a difenderli o a spendersi per i loro diritti.

Affidare alle grandi imprese e all’economia “sciolta” da impegni comuni i destini dei lavoratori è stato un grande errore, lo Stato doveva e deve vigilare e persino dirigere quanto basta, ma evidentemente chi ha occupato le leve del potere ha lavorato per il capitale con il supporto di sindacati, giornali e TV. Il sociale sta allora scomparendo dietro una parvenza di benessere diffuso e di opportunità per tutti ma solo se perdiamo di vista l’aggregato che invece ci racconta la storia vera.

Cosa sarebbe allora urgente fare? Riprendere in mano i destini della politica economica per aumentare la capacità di spesa interna, quindi un aumento dei salari che recuperi la quota persa negli ultimi decenni secondo il principio che direttamente o indirettamente tutti partecipiamo a realizzarli e che se si decide di vivere in una società bisogna accettarne anche gli impegni conseguenti di solidarietà oltre che di partecipazione. Bisognerebbe poi tenere aperti i confini agli stimoli culturali, scientifici e di normale partecipazione alla storia umana ma chiuderli alla globalizzazione finanziaria, dei capitali e delle imprese in modo da salvaguardare i nostri lavoratori e le nostre famiglie cosa che aiuterebbe anche a migliorare le condizioni lavorative all’estero. Si pensi a cosa succede nel mondo della moda, lo schiavismo esportato per risparmiare a volte un euro a capo per massimizzare i profitti di poche grandi marche, il tutto possibile solo a causa delle scelte di non intervento dello Stato, del liberismo economico e della globalizzazione finanziaria.

Difendere le aziende dalla necessità di concorrere in maniera non controllata deve essere visto come una necessità per difendere il lavoro, non servono sussidi per tenerle aperte ma regole che le difendano dalla concorrenza esterna in modo da permettere che possano vivere di domanda interna, il che porterebbe alla corrispondenza tra salario e produttività che altrimenti potrà essere raggiunto solo balcanizzando. Saremo cioè produttivi quando riusciremo a produrre beni da vendere all’estero a prezzi da mercato cinese e viene da sé che per farlo i salari dovranno sempre di più adeguarsi al ribasso.

DOVE GLI ANGELI ESITANO
La relazione viene per prima (G.Bateson)

Nel 1982 il sociologo francese Edgar Morin nel suo Science avec coscience  propone in tredici diverse proposizioni un nuovo approccio integrato, il paradigma della complessità, fondato su una causalità multifattoriale, e lo mette a confronto con quello della Scienza classica, il paradigma della semplificazione, che si fonda su una causalità lineare causa/effetto, inadeguato a comprendere lo sviluppo del sapere in una società avviata verso la terza fase della globalizzazione. Alle soglie del compimento dei suoi cento anni (è nato nel 1921) lo stesso Morin ha  interpretato, in una intervista rilasciata recentemente all’Avvenire, l’emergenza ecologica e la pandemia alla luce di una tripla crisi: biologica, economica e di civiltà [Qui].
Julia Kristeva, filosofa e psicoanalista di rilevo assoluto, riconosce tre elementi caratterizzanti la crisi dell’uomo globalizzato. Il primo è la solitudine, esaltata paradossalmente dall’iper connessione full time e dal presenzialismo sui social. Il secondo è la cancellazione dei limiti, in un delirio di onnipotenza consumistica seguita da una ricaduta depressionaria, a cui si risponde con l’invito ad ulteriore consumo. Il terzo è la rimozione del nostro essere mortali dalla programmazione inerente il personale progetto di vita. Su Internazionale[Qui] 
Dalla messa in discussione dei concetti assoluti di spazio e tempo ad opera di Albert Einstein, passando per l’introduzione da parte di Heisenberg del principio di indeterminazione, fino al premio Nobel De Broglie con la sua teoria ondulatoria della luce, i nuovi parametri della scienza e del pensiero nella società post moderna sono caratterizzati dalla dinamicità e interdipendenza, dalla complessità.
Le domande poste dalla complessità alla realtà sociale, dalla crisi sistemica e dalla crisi esistenziale all’uomo globalizzato, hanno bisogno urgente di risposte da cercare in regioni da cui trarre nuovi significati, in uno spazio dove possano riconciliarsi posizioni dualistiche non più sostenibili quali mente/corpo, cuore/ragione, spirito/materia , natura/progresso; dove sia possibile diventare “consapevoli del nostro esser parte in ogni istante, nel bene e nel male, di un invisibile e più vasto tessuto dinamico e relazionale tra umani e con altri viventi ”  (S.Manghi, in Dianoia, 23(2016).

La necessità del sacro.

Ebbene, questo spazio esiste, è sempre esistito, ed è quello del ‘sacro’, utilizzato però in questa sede assecondando il significato del suo etimo originario. Sacro è parola indoeuropea che significa ‘separato’. Scopo di queste note è chiarire da cosa. Lontano quindi dall’appiattimento, che abitualmente se ne fa, sulla dimensione religiosa tradizionalmente intesa, qui si intende accogliere la sfida della ‘necessità del sacro’, proposta da un esperto dell’arte della connessione e della flessibilità quale è stato Gregory Bateson (1904-1980). Nato in Inghilterra, figlio di un insigne genetista, sposato con la grande antropologa Margaret Mead, lui stesso antropologo e biologo, contribuì alla fondazione della cibernetica, fu ispiratore di parecchi modelli nel campo della psicoterapia, utilizzati anche dalla scuola di Palo Alto, fino ad arrivare in psichiatria alla scoperta della teoria del doppio legame.
Bateson reinterpreta in modo nuovo il rapporto tra sacro, religione e Fede:
“Due cose sono chiare: primo, che nel porre le domande non metteremo limite alla nostra hybris; secondo, che nell’accettare le risposte ci condurremo sempre con umiltà. Queste due caratteristiche ci metteranno in netto contrasto con la maggior parte delle religioni del mondo, le quali dimostrano scarsa umiltà nell’accettare le risposte, ma grande timore nel porre le domande” (G.Bateson – M.C.Bateson, Dove gli angeli esitano).
Come ricordavamo poco sopra, “accogliere la sfida della necessità del sacro non significa invitare ad una qualche fede religiosa in senso stretto, ma sapere che una qualche fede, che lo sappiamo o meno, alimenta sempre e comunque le nostre percezioni, le nostre parole, le nostre azioni, e apprendere a riconoscerla, ad assumerne la responsabilità verso noi stessi e verso gli altri” (S.Manghi, La conoscenza ecologica, Cortina).
La nostra capacità di comprendere la realtà è stata deformata dalla rappresentazione cartesiana di una separazione tra l’anima e il corpo. Il rigetto di tale posizione orienta Bateson verso un approccio monista alla realtà e lo conduce sempre più a rappresentarsi la mente e la natura come un tutto inseparabilmente unito. Tutto è unito e in relazione, e qualsiasi relazione funziona secondo criteri diversi della logica finalistica mezzi/fini con cui gli uomini vorrebbero governare i loro affari e il loro sapere. Mentre la logica finalistica governa l’agire razionale utilitaristico, determinando i mezzi più adeguati per raggiungere gli obiettivi, la logica relazionale ci svela i rapporti sottostanti (emozioni, sentimenti, dipendenza/dominanza…).
Riallacciandoci al significato di ‘separato’ del sacro, lo concepiamo quindi tale anche dalla Fede, anzi dalle fedi. Il nucleo essenziale è costituito dal valore della Vita nella sua unità. Quindi è un luogo non legato per forza alle coordinate contingenti dello spazio e del tempo, dove anche i linguaggi antichi, oasi di saggezza abbandonate dal pragmatismo dualistico, possono essere ritrovate (si pensi a quello simbolico, alla ricchezza delle immagini metaforiche offerte dal mito e dalla religione).

La costruzione della realtà.

La Fede, il credere è una precondizione del conoscere; noi crediamo in un determinato sistema di conoscenze, in quella abbiamo fede. Da ciò consegue come afferma Heinz Von Foerster che: “non credo in quello che vedo, ma vedo ciò in cui credo” (in Oikos,1,1990). Dove ‘credo’ equivale a che ‘io vedo la realtà’, orientato da credenze e conoscenze che sono in me e che mi portano a ‘costruirla’ in modo soggettivo.
Riportare le diverse Fedi nell’alveo del sacro significa evitare di affidarne ad una sola la patente della Verità, ma  riconoscere ad ognuna che è in sintonia col sacro valore della Vita, una capacità interpretativa del mondo. Il sacro così definito richiede a ciascun soggetto il dovere di assumersi la responsabilità dei propri atti di fede, poiché la religione, come la concepisce Bateson, non postula uno schieramento giusto, né offre alcuna consolazione.

La stupidità non è necessaria.

Nell’epilogo di un suo testo fondamentale, Mente e Natura (1979) ,conversando con la figlia Mary Catherine sulle motivazioni che l’hanno spinto a scrivere e sulla necessità di comprendere la reale natura della fede e della religione, Bateson dice: “Dopo aver rimuginato queste idee per cinquant’anni, ho cominciato pian piano a vedere chiaramente che la stupidità non è necessaria. Ho sempre odiato la stupidità e ho sempre pensato che fosse una condizione necessaria alla religione. Ma sembra che non sia così” (Mente e natura, Adelphi).
Animato dal desiderio di evitare ogni pericoloso ritorno al riduzionismo, ad ogni sorta di fraintendimento semplificante e per dare ragione della complessità delle domande sull’esistenza umana, Bateson negli ultimi anni della sua vita arriva a voler ridefinire più accuratamente il dominio del sacro, di una religiosità che si discosta da ciò che comunemente con essa si intende.

Il coraggio di andare dove gli angeli esitano

Di conseguenza, sempre in Mente e natura, troviamo espressa la sua intenzione di dedicare l’oggetto di un suo prossimo libro all’analisi della questione del sacro, anticipandone il titolo con una descrizione immaginifica ed evocativa: un luogo misterioso, eppure ineludibile, dove gli stolti si precipitano e dove gli angeli invece esitano a posare il piede.
Scrive Bateson: “Penso che il mio prossimo libro mi piacerebbe chiamarlo Là dove gli angeli temono di posare il piede, perché è lì che tutti vogliono che io mi precipiti. E’ volgare, sacrilego, riduzionista, chiamalo come vuoi ,arrivare a precipizio con una domanda troppo semplificata (Mente e Natura). Che è come dire: non è possibile arrivare fin sul precipizio, cioè sostare sul vertiginoso, affacciarsi sull’infinito e lasciare la risposta alla causalità del determinismo scientifico e al rozzo materialismo fisicalista. Purtroppo la malattia, che aveva già da tempo attaccato il suo corpo, impedì che una serie di manoscritti preparatori prendessero la forma di un volume compiuto. Questa opera di ricomposizione fu fatta in seguito dalla figlia e uscì col titolo Dove gli angeli esitano, di Gregory e Mary Catherine Bateson. Il titolo del libro allude ad un famoso verso dell’Essay on criticism, Where angels fear to tread, di Alexandre Pope, grande poeta inglese del 1700. E’ un aforisma la cui traduzione può essere così riportata: “ché gli stolti si precipitano là dove gli angeli tremano di posare il piede”.
Il luogo del sacro quindi corrisponde a dove gli angeli esitano a posare il piede e dove invece gli stolti si precipitano vociferanti, poichè ritengono di sapere la risposta o si accontentano di semplificazioni e riduzioni sommarie.
Il sacro invece è identificato con il silenzio, la contemplazione, l’ascolto di sé e del bisogno dell’altro.
Caratterizza il sacro il ‘non-comunicare‘, proprio nel senso che qui non interessa comunicare la propria ideologia, l’aver ragione, ma rendersi conto di ciò che non esiste per noi. Dimensione contraria a quella riguardante i fatti sociali, dove esiste solo ciò che viene comunicato. Diceva Luhmann “nessun presunto fatto oggettivo, neanche una catastrofe ecologica, ha un effetto sociale finché su di questo non si comunica” (N. Luhmann, Comunicazione ecologica, Feltrinelli). Gli angeli – scelti nella metafora quale presenza che sperimenta la vicinanza con Dio –  sono incerti , perché sono prudenti, in quanto sanno che non c’è sicurezza di sorta in territori così misteriosi. La risposta riduzionistica al contrario si affretta a costruire dogmi, decretando così la fine della Fede. Se la Fede è domanda profonda e responsabile, ricerca continua, il dogma cristallizza la risposta in una Verità unica, trasformandola in ideologia, tanto certa quanto sicura anticamera dell’intolleranza, come afferma Paul Watzlawick (La realtà inventata, Feltrinelli).

Una spanna da terra.

Mary Catherine così, con estrema dolcezza, parla del progetto del padre nella introduzione del libro sopra richiamato:
“Gregory capì di essere prossimo a quella dimensione integrale dell’esperienza cui dava il nome di sacro. Era un terreno al quale si avvicinava con grande trepidazione, sia perché era cresciuto in un ambiente familiare rigorosamente ateo sia perché ravvisava nella religione un potenziale di manipolazione, oscurantismo e divisione. (Dove gli angeli esitano).
Bateson però nella sua ricerca precedente aveva già colto nella domanda religiosa una richiesta di liberazione, che gli scettici non vogliono sussumere, spinti dalla “tendenza, dal bisogno quasi di volgarizzazione della religione, di trasformarla in spettacolo, in politica, in magia, in potere” (Mente e Natura).
Le parole evocative della figlia di Bateson chiariscono non solo lo scopo della sua opera, ma rendono bene la trepidazione del padre che, giunto al termine della sua vita, è consapevole di trovarsi oramai al di là di un confine, il confine del sacro, tra lo spirito e la materia: “Il titolo del libroscrive Mary Catherine Bateson – esprime quindi, tra l’altro, la sua esitazione davanti ad interrogativi che egli sentiva essere nuovi, perché se da un lato derivano e dipendono da suo lavoro precedente, dall’altro richiedono una saggezza diversa e un diverso coraggio. Questo libro è un testamento, ma il compito che esso trasmette non riguarda soltanto me, bensì tutti coloro che sono disposti ad affrontare di petto queste domande” (Dove gli angeli esitano).
Raccogliere la raccomandazione di esitare piuttosto che affrettarsi a dedurre, etichettare, stigmatizzare, significa allegerirci di molte ‘zavorre’, “anche se ci dispiace perché questa zavorra è fatta di saperi, strumenti, piccoli e grandi apparati vantaggiosi per la nostra personale potenza”. Sospettosi verso chi non possiede la nostra verità o verso chi non garantisce una certa ortodossia, preferiamo non entrare in relazione col sacro. Ma per ascoltare il sacro ci deve essere silenzio, bisogna aspettare la pace della sera, dobbiamo accettare di cambiare grammatica e sintassi, dobbiamo ammettere che ciò che si trasforma è, a nostro rischio, il rapporto che abbiamo con noi stessi e con il mondo” (Pier Aldo Rovatti, in Aut aut, n.251,1992).
Dice un apologo zen cheprima dell’illuminazione le montagne e i fiumi sono fiumi; che praticando lo zen le montagne non sono più montagne e i fiumi non sono più fiumi, poi con l’illuminazione le montagne tornano a essere montagne e i fiumi a essere fiumi; ma a quel punto li si vede come da una spanna da terra” [Qui]
Sembra poco una spanna da terra, ma è sufficiente per poter vedere diversamente.

USCIRE DALLA GRANDE CRISI: QUANDO E COME

Non bisogna sottovalutare che, oltre all’emergenza sanitaria, c’è una lotta geopolitica in corso. Chi pagherà il prezzo più alto in termini di vite umane sono Spagna e Italia (l’indice dei morti per milione su abitanti è all’8 aprile 269 e 273 –in Spagna in forte ascesa-, rispetto a 30 di Usa –in forte crescita- e 2,5 di Cina –ormai ferma).
L’Italia ha avuto nell’ultima settimana (2-8 aprile) la minor crescita dei contagi (18%) dopo l’Austria (15%). Cina e Sud Corea hanno ormai bloccato il virus e stanno riaprendo tutto. L’Austria ha deciso una prima apertura parziale di scuole, asili e piccoli negozi dal 14 aprile. Anche Repubblica Ceca aprirà parzialmente (scuole e negozi) dall’8 aprile e Danimarca dal 15 aprile. La Germania dal 20 al 27 aprile. Sono Paesi con un tasso di letalità molto basso (1,3/3,8% rispetto a 12% dell’Italia), ma un tasso di crescita dei contagi molto più alto dell’Italia. L’Italia ha quindi l’opportunità di essere tra i primi a ‘riaprire’. Ciò comporta un vantaggio enorme se lo useremo bene e se fatto in sicurezza.

Avremo una probabile de-globalizzazione che costringerà a ridurre la lunghezza (fino a Cina e Asia) di alcune filiere manifatturiere. Aumenteranno quindi le lavorazioni in patria a basso costo che necessitano di politiche di buona programmazione degli immigrati. Su ciò sono attrezzati Paesi di antica immigrazione (Usa, UK, Germania, Nord Europa), mentre noi – con una scarsa esperienza e la recente teoria sovranista di prima gli italiani” – siamo molto impreparati.
Da sempre c’è una correlazione tra crescita economica ed uso intelligente e programmato degli immigrati (di cui c’è necessità). Un esempio è l’agricoltura dove oggi mancano in Italia 200mila lavoratori stagionali, che verranno solo in parte rimpiazzati dai nostri studenti universitari o dai nativi. Un settore che sarà molto colpito dalla crisi sarà il turismo. Saranno favorite le località che organizzeranno meglio il ‘distanziamento’ (le seconde case più degli hotel, quindi i lidi ferraresi più dei romagnoli) e chi parte da spazi ampi (Ferrara più di Venezia o Firenze), sempre che ci si organizzi a dovere (che è il nostro lato B, quello debole).

Gli USA, La CINA e L’EUROPA

L’impatto economico sarà imponente. In Usa le domande di disoccupazione sono salite su base mensile da 650mila del 2008, a 6,7 milioni e si avviano ad avere una disoccupazione di massa come nella Grande Crisi del 1929, poiché non esiste la cassa integrazione e si può licenziare senza pagare indennità. L’ enorme quantità di dollari dallo Stato non è detto che questa volta riesca a far ripartire il Paese così in fretta come è successo con l’ultima crisi, quella del 2008. Ma gli Usa hanno una capacità di reazione enormemente più rapida rispetto all’Europa (così come facilmente si licenzia, altrettanto si assume e si riparte). Gli Usa contano su un grande mercato interno di 320 milioni di consumatori e sul dollaro (moneta forte).
Il grande mercato interno è quello della Cina, già in gran spolvero di ripartenza, possiede metà del debito Usa ed ha una enorme liquidità con cui potrebbe comprare mezza Europa (da qui la Golden Share sulle nostre aziende strategiche).
L’altro grande mercato interno che può mitigare i danni nei singoli Paesi partecipanti è l’Europa. Questa è la ragione principale per cui mai come ora a nessuno conviene uscire dall’Europa. Non a caso che da quando è scoppiata la pandemia la sterlina ha perso il 6% sull’euro.
Nei prossimi giorni è probabile un primo passo dell’Europa verso un prestito e debito comune. In tal senso vanno i 100 miliardi per Sure, la nuova formula di “riassicurazione europea contro la disoccupazione”. Si potrebbe così avviare una discussione tra tutti gli Europei (imprese e sindacati) su come poi costruire una sorta di “cassa integrazione europea”, per tutelare chi perde il lavoro, ridurre gli orari, cercarne un altro lavoro, avere una formazione, etc.. Un unico strumento europeo di tutela sul lavoro. Le imprese e i sindacati tedeschi usano il KurzArbeit (lavoro corto), mentre noi usiamo di più la Cassa Integrazione (ma abbiamo anche i contratti di solidarietà). Una seria discussione tra italiani e tedeschi con tutti gli altri europei porterebbe a forme innovative, meno autoreferenziali e più utili per tutti, un modo di costruire una nuova Europa del lavoro.

Il Piano B ‘alla giapponese’

Su un prestito/debito comune di lungo periodo la soluzione europea è quella di serie A, ma ci sarebbe anche un piano B  italiano ‘alla giapponese’, fattibile solo da noi, ‘in casa nostra’ (come ad alcuni piace dire), che ci farebbe risparmiare moltissimo e che sarebbe una sorta di pre-verifica se ci sia davvero intenzione di uscire dall’Europa. Gli italiani hanno 1.200 miliardi di risparmi in conti correnti bancari più 3.448 di crediti tra titoli e obbligazioni (ma anche 926 miliardi di debiti e mutui); le aziende hanno risparmi complessivi per 1.840 miliardi. In complesso, a parte le proprietà di case e terreni e i debiti, c’è un risparmio italiano privatissimo di 5.288 miliardi.
Il Tesoro italiano ha bisogno ogni anno di circa 400 miliardi di euro per finanziare il debito pubblico (e pagare stipendi e pensioni, che da sole valgono 300 miliardi). Se gli italiani si comprassero tutte le emissioni, comprese quelle aggiuntive europee di cui si parla ora (l’hanno proposto vari in forme diverse, anche Tremonti e Monti), pagheremmo (come i Giapponesi) molto meno interessi per un debito molto più grande. Infatti, i giapponesi pagano il 12,6% delle loro entrate fiscali per un debito del 250% sul PIl, mentre noi italiani il 14% per un debito molto più piccolo (138% del Pil).
Bisogna però vedere se gli italiani siano davvero disposti a questa operazione in uno “Stato povero…abitato da gente ricca che ha dimostrato di non essere per nulla patriottica”. Non è un caso che, a fine 2019, le famiglie e le imprese italiane detengano solo il 5,8% del debito pubblico italiano e sono tutti siano ‘scappati’ dai Bot nazionali quando nel 2008  è iniziata la recessione (allora ne avevano il 22,4%). Non oso pensare quale sarebbe la svalutazione della lira italiana se uscissimo dall’Euro (30%?). Questa è la ragione per cui c’è una vasta area, proprio al Nord, di imprenditori, operai e, ancor più, pensionati contro la cosiddetta Italexit. Per i vantaggi che, con la de-globalizzazione, vengono da un grande mercato interno (Europa, Usa, Cina), penso che per un po’ di tempo nessuno parlerà più di Italexit.

Ripartire il prima possibile: da Ferrara per esempio

Ripartire in fretta è ora il tema urgente. Però in modo sicuro, se no è come fare uno scatto in salita sapendo che tra un km la ruota si buca. Una prima questione sarebbe evitare di partire tutti insieme, se c’è qualcuno che può partire prima in sicurezza. Dovrebbero essere le zone meno contagiate, spesso più periferiche, che sono spesso le più deboli economicamente e nelle quali, peraltro, potrebbe essere più facile (perché più piccole e sperimentali) arrivare ad individuare gli ‘immunizzati’ (coi test che arriveranno).
Tra queste, in Emilia-Romagna, c’è per esempio Ferrara. La Regione dovrebbe dunque essere coerente e ‘favorirci’, avendo detto che si devono aiutare le zone deboli. Si dovranno poi privilegiare le industrie manifatturiere e i servizi vendibili che sono quelli che producono quel valore aggiunto che regge l’intera economia (se chiude una fabbrica il danno per l’intera comunità è molto maggiore di quello della chiusura di un supermercato, che può riaprire se ritorna un reddito diffuso, mentre la cosa non vale per le fabbriche). E sono soprattutto quelle che esportano o che hanno commesse.
In ogni caso, dovrebbero riaprire anche tutti coloro che garantiscono condizioni di sicurezza (librerie, piccoli negozi,…che possono essere sicuri come le edicole, se ci si organizza, così le piccole e medie aziende artigiane che hanno un capannone enorme con pochi dipendenti che possono stare lontani anche 10 metri e non si capisce perché devono stare chiuse). Il problema è che l’Italia ha scarsa cultura organizzativa per cui prevale l’idea di vietare, perché è più semplice che organizzare la complessità e, soprattutto, non ci si prendono delle responsabilità (della serie “chi fa sbaglia, chi non fa non sbaglia”).
Tutti dicono che l’Europa è chiusa…ma in realtà le fabbriche tedesche, olandesi, francesi…sono molto più ‘aperte’ di quel che si dica. E’ certo più complicato e complesso controllare e verificare le condizioni di sicurezza e di distanziamento in fabbriche e negozi (un esempio clamoroso e negativo è stata la Val Seriana a Bergamo) ma, anche sulla base di questi gravissimi errori, si possono organizzare le riaperture in base a criteri solidi e complessi (non si è forse detto che oggi ritorna l’importanza della competenza pluridisciplinare?).
Ne va del nostro futuro economico e anche della vivibilità delle comunità, perché da un tracollo socio-economico saremmo tutti travolti. Non ci si può quindi affidare a decisioni semplici o solo centralistiche, o ai codici Ateco, per selezionare le imprese, e tanto meno ai Prefetti. Occorre mettere a punto la complessità del come fare, indicare criteri, coinvolgere esperti e parti sociali, innalzare la cultura organizzativa: oggi il lavoro sicuro interessa anche alle aziende.

 

Se si ammalano le relazioni umane

“La Venezia del 17° secolo è una città con grande esperienza di carestie e calamità, vanta inoltre uno dei governi più “moderni” ed illuminati d’Europa, all’avanguardia anche nelle norme igienico- sanitarie. La Repubblica nomina tempestivamente delegati per controllare la pulizia delle case, vietare la vendita di alimentari pericolosi, chiudere i luoghi pubblici, perfino le chiese. Viene imposto il coprifuoco, solo i militari e i medici sono autorizzati a circolare. Questi ultimi, insieme al personale sanitario indossano segni distintivi tra cui maschere… I pazienti chiaramente contagiati vengono portati nel lazzareto Vecchio, mentre chi è stato solo a contatto con gli appestati viene trattenuto 20 giorni a scopo cautelativo in una struttura appositamente allestita“.
[tratto da: www.baroque.it, La peste a Venezia nel ‘600, 2012]

Nella cronaca citata, fatte le debite proporzioni (la pericolosità del Coronavirus non è grazie a Dio neppure lontanamente paragonabile con quel flagello che fu allora la peste), possiamo riconoscere gran parte dello scenario di questi giorni venutosi a creare dopo l’applicazione dei diversi decreti del Governo per cercare di fronteggiare l’emergenza dell’epidemia da Covid-19. Si potrebbe quindi pensare di stare vivendo una condizione che in fondo conosciamo già, che cioè, come è stato scritto ripetutamente in queste settimane anche da fonti autorevoli,”le pestilenze e le epidemie ci sono sempre state e sempre ci saranno.”.
C’è invece un elemento di originalità che caratterizza la situazione odierna e che va oltre l’aspetto sanitario, oltre l’approccio politico e che interessa e investe in modo altrettanto virulento, in verità già da un po’ di tempo, l’aspetto relazionale tra le persone .
Procediamo con ordine, cominciando a delineare quali sono e che interessi hanno i soggetti coinvolti in tale scenario. A questo proposito risulta molto chiara l’analisi fatta dal filosofo e psicologo Umberto Galimberti nel corso di una video-intervista, registrata il 28 febbraio e diffusa su You Tube [La paura e l’angoscia. E i soggetti in campo]. I soggetti interagenti nella situazione che si è venuta a creare a causa della diffusione del coronavirus, dice Galimberti, sono sostanzialmente tre. La popolazione, la quale si regola sul mondo della vita, vita che è stata come ‘sospesa’ per decreto governativo per moltissimi cittadini. La politica, che ha messo in atto delle precauzioni per contrastare la diffusione del virus. Infine il terzo soggetto, la sanità, la quale non guarda al mondo della vita delle persone, ma guarda prima alla malattia.

Questi tre soggetti hanno tre interessi diversi. La sanità deve contrastare la malattia con tutti i presidi medici possibili. La politica deve tenere conto del mondo della vita delle persone e soprattutto delle conseguenze economiche determinate dalla sospensione delle attività lavorative. Infine le persone, che stanche della reclusione forzata, invocano il ritorno alla loro vita ordinaria. Tre interessi completamente diversi a cui bisogna trovare una mediazione.
Mediazione che operativamente può essere solo ispirata, non tanto alla ricerca del bene assoluto per tutti, a una soluzione ideale (impossibile accontentare contemporaneamente tutti e tre i soggetti sopra citati), ma che può essere guidata solo dalla ricerca del minor male. Questo è quello che realmente è possibile fare.
Chiarito questo primo punto, il passo successivo deve prendere in considerazione che nell’ affrontare il problema della gestione dell’epidemia, ci si scontra nell’uomo con due aspetti di natura emozionale quali la paura e l’angoscia, a cui è necessario offrire risposte rassicuranti, senza cedere un passo alla tentazione di sfruttarle a fini di potere, interessi particolaristici o per altri obiettivi meno nobili.

Bisogna però distinguere tra paura e angoscia.
La paura è un ottimo meccanismo di difesa che si presenta quando abbiamo a che fare con un fatto determinato, una situazione pericolosa, a cui, proprio perché stimolati dalla paura, si risponde in modo appropriato.
Nel caso del coronavirus non possiamo parlare di paura, perché non è un oggetto determinato, non sappiamo da dove viene, chi ce lo può attaccare. E quando abbiamo a che fare con la dimensione indeterminata allora la paura non funziona più e resta l’angoscia. L’angoscia subentra quando non si capisce da dove origina il pericolo, quando c’è un nemico che non si vede, ed è simile a quella che prova un bambino piccolo quando viene spenta la luce nella sua camera e non riesce ad affrontare il buio.
Chi gestisce il potere per fini di interesse personale e non per il Bene Comune, gioca in modo opportunistico con questi due aspetti, direzionando la paura della gente e sfruttando l’angoscia delle persone.

Ecco qualche esemplificazione.
Le immotivate iniziali critiche radicali ai provvedimenti del governo per contenere l’espansione dell’epidemia da parte di alcuni esponenti dell’opposizione finalizzate a provocare le dimissioni del governo, hanno ricalcato tale intenzionalità. Una operazione simile è stata poi fatta da molti Stati europei ed extra europei, i quali, per evitare l’angoscia della loro popolazione, hanno imputato il pericolo del coronavirus all’Italia. In tal modo, avendo determinato che il coronavirus viene da lì (il grafico diffuso dalla CNN ne è una rappresentazione emblematica),hanno sollevato dall’ANGOSCIA i loro cittadini, i quali ora hanno PAURA di prendere a casa loro gli italiani.
E’ la stessa strategia che è stata seguita nella ‘costruzione’ della paura verso i migrantes; e poi, all’inizio dell’epidemia da coronavirus, della paura (degli italiani) verso i cinesi,e ancora, sempre in termini di diffusione del virus, della posizione delle regioni del Sud Italia verso quelle del Nord.

Terzo punto, il problema dello stato di salute delle relazioni tra le persone.
A livello politico-economico gli uomini di buona volontà riescono sempre, se davvero lo vogliono, a concordare su strategie comuni vincenti; a livello sanitario, l’intervento nei paesi occidentali è sicuramente adeguato. Ma a livello relazionale? Come usciremo da questo virus dal punto di vista dei rapporti umani? Per dirla con le parole di Paolo Crepet, “nessuno sa cosa accadrà dopo, perché gli effetti del panico durano molto di più del virus” (Il Fatto Quotidiano, 4 marzo). E sempre Galimberti, questa volta in una intervista rilasciata ad un quotidiano locale, afferma: “Già siamo diffidenti nei confronti degli altri, anzi, molto spesso razzisti […] finiremo per accentuare questa situazione […] un altro colpo alle relazioni sociali,” (L’Adige,24 febbraio)
I provvedimenti di sospensione della vita sociale e degli incontri collettivi, la chiusura di cinema, teatri, chiese, scuole e di ogni altro spazio di possibile contaminazione sono state scelte politiche sacrosante e dettate da motivazioni scientifiche serie. Dobbiamo al grande senso di responsabilità di chi ha preso queste decisioni se il conto da pagare alla fine risulterà sopportabile.
D’altra parte, la situazione di isolamento dall’altro, che molti stanno in questi giorni sperimentando in modo forzato, è una condizione che potrebbe essere vissuta come l’ultima, estrema conseguenza di ciò che a livello sociale abbiamo già visto nascere e crescere insieme a noi: la possibilità, cioè, di ‘fare a meno dell’altro’, dell’autosufficienza, fino ad arrivare a considerare l’altro da noi come pericolo e minaccia per la nostra incolumità.

Sembrano passati secoli dalla comparsa del primo walkman della Sony, a metà degli anni Ottanta, con cui ci si poteva isolare all’interno di uno spazio musicale personale ed escludente. Sul finire degli anni Novanta sulla TV italiana si poteva vedere il velista Giovanni Soldini in mezzo al Pacifico, in uno spot della Tim, che, a metà del suo giro del mondo con la sua barca in solitario, riusciva a tenere i contatti con la famiglia attraverso il telefono satellitare.
Fino ad arrivare ad oggi, dove la comunicazione digitale, i social, gli audio, whatsapp e tutti gli artifici del mondo virtuale possono portare a una ricostruzione di un mondo reificato dal soggetto stesso, antidoto e fuga dalle fobie e dall’angoscia provocata dalla difficoltà dell’assunzione responsabile di un mondo complesso e ricco di incognite sul futuro. In tutto questo percorso la preoccupazione principale sembra essere quella di aver sempre il controllo su tutto, dalle modalità di comunicazione alla gestione del tempo. Una vita insomma, dove la relazione con l’altro possa essere gestita e non subita, e se è di ostacolo, addirittura cancellata.

La situazione emergenziale in cui tutti oggi siamo immersi, ci può invece aiutare a ricordare che paure ed angosce si possono contenere davvero, solo se non rinunciamo al concetto di limite, di confine, che, al contrario, l’era della globalizzazione tenta continuamente di spostare se non di negare.
Nella battaglia contro ogni sofferenza e contro ogni virus, è fondamentale coinvolgere in questa lotta titanica ogni competenza e ogni risorsa scientifica, dove la fiducia nella ricerca deve essere totale e sostenuta da tutti senza nessun cedimento ad interessi d’altro tipo.
Ma tutto ciò non deve farci dimenticare cosa siamo in realtà: esseri umani che riconoscono la loro umanità, in particolare all’interno di una duplice dimensione. Nel riconoscimento, in primo luogo, sempre del valore della vita, vita in cui si incontrano anche precarietà, malattia e morte. E in secondo luogo nel concepire una vita piena solo se è in relazione, anche se il percorso fatto dalla nostra società post moderna sembra aver preso un’altra direzione.
Ed ecco che, se la situazione odierna può essere percepita sottilmente a livello individuale nella sicurezza della propria casa come prova generale di autosufficienza, ottenuta dall’eliminazione di ogni contatto, e ripagata dalla soddisfazione del raggiungimento della salvezza personale, tutto ciò può essere trasformato in un reale fattore di crescita sociale, se letto e vissuto al contrario, cioè come necessaria indilazionabile riscoperta della nostra identità comunitaria.

Ed ecco cosa possiamo ancora imparare.
Imparare certamente dal lavoro, perché di lavoro si tratta, di infermieri e medici a stretto contatto quotidiano con le persone contagiate. Ma soprattutto dai loro racconti, dalla loro narrazione di sguardi, di corpi intubati a cui danno un’ultima possibilità di congedo dai propri famigliari attraverso il saluto ripreso con smartphone o Ipad, permettendo così di poter superare l’ ulteriore pena dell’isolamento a cui condanna questo virus, nel non poter neppure partire accompagnati dalla mano dei propri cari.
E imparare un fatto di una evidenza eclatante, ma sopito dall’ andamento routinario della vita quotidiana, e cioè che non possiamo fare, dire, bere, muoverci sempre come desideriamo, perché questo, oltre a mettere in pericolo noi stessi, può mettere in pericolo l’altro.
E infine, anche se una situazione emergenziale richiede di evitare assolutamente i contatti personali, questo non può significare consegnare l’altro alla solitudine, all’abbandono e all’indifferenza, ma utilizzando fantasia e creatività, possiamo esercitare altri tipi di vicinanza… e qui si che la tecnologia può venirci in aiuto.
Abbiamo, insomma, la possibilità di realizzare quel principio di responsabilità che come ha scritto in modo insuperato Hans Jonas nel suo Das Prinzip Verantwortung (1979) –  arriva a consegnare il più piccolo al più grande, e a portare chi ha di meno verso chi ha di più.
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le locuste della globalizzazione

A FerraraItalia avevamo inizialmente deciso di non parlare di coronavirus, cosa diventata impossibile con il rapido dispiegarsi del contagio; non lo faremo comunque nelle righe seguenti, se non a mo’ di introduzione.

Fin dall’inizio dell’epidemia, la grande presenza cinese nel continente africano non aveva mancato di sollevare preoccupazioni circa la probabile diffusione della malattia in Africa e i possibili contagi che ne sarebbero potuti derivare anche in Italia, per il tramite dei flussi migratori mediterranei. Una preoccupazione anche comprensibile per quanti non conoscono la reale portata della quantità di spostamenti di persone, che, per i più svariati motivi, si muovono sul pianeta. Ad oggi questo non sembra ancora essere successo, preferendo il signor virus viaggiare in business class aerea, anziché affrontare perigliosi tragitti per deserto e per mare.
In Africa però ci sono – oltre a questo e sperando che l’epidemia non dilaghi anche in quelle contrade – ben più gravi problemi: l’ultimo ci rimanda direttamente alla più nota delle piaghe d’Egitto: l’invasione delle locuste. Miliardi di ortotteri che si riproducono vorticosamente e sciamano divorando tutti i raccolti e le piantagioni che trovano sulla loro strada, mettendo alla fame milioni di persone che già vivono in condizioni di grave povertà. Una situazione assolutamente drammatica, per fronteggiare la quale, i paesi africani coinvolti (Kenya, Uganda, Somalia, Etiopia, Sud Sudan, Congo…) hanno chiesto aiuto urgente agli organismi internazionali. Si tratta di un flagello che, sommandosi ad altre fragilità endemiche, non mancherà di avere effetti anche sui flussi migratori regionali e globali.

Un’ invasione di queste proporzioni (che si sta allargando verso la penisola Arabica, l’Iran già in crisi per il coronavirus e l’Oriente) è fortemente associata al cambiamento climatico che, nell’Africa nera, sta facendo danni gravissimi. Desertificazione, siccità e conseguenti carestie (si pensi a quella tragica del Sahel) sono la conseguenza di un processo globale, che da quelle parti è assolutamente concreto, visibile più che altrove e che va considerato nelle sue conseguenze brutali, a prescindere da quali ne siano le cause (riscaldamento globale dovuto ad attività antropiche, cicli naturali o intreccio delle due).
L’invasione di locuste è resa ancor più drammatica da un situazione demografica in forte mutamento: in Africa l’esplosione demografica è decisamente preoccupante e totalmente fuori controllo: il continente aveva 221 milioni di abitanti nel 1950, 408 milioni nel 1975, 767 milioni nel 2000 e oggi ha superato abbondantemente gli 1,3 miliardi di persone.

Effetti del cambiamento climatico e dell’esplosione demografica richiederebbero azioni di mitigazione e controllo, possibili solo attraverso l’implementazione di politiche ambientali ed agricole, sociali e sanitarie, di vasto respiro e di lunga durata, per evitare che ogni problema diventi una disastrosa emergenza che si affronta sempre in ritardo. Azioni che, oggi, solo degli Stati capaci di esercitare una sovranità ambientale, agricola, alimentare (tema questo carissimo a Carlìn Petrini e al movimento Slow Food), una sovranità economica e politica che possa fungere da solida base anche per la cooperazione internazionale, potrebbero garantire.
In Africa – specialmente nell’Africa sub sahariana – vi è però una situazione ben diversa e colpevolmente sottaciuta: Stati deboli, poveri, in balia di forze esterne, incapaci di imporre regole legittime, governati non di rado da elites corrotte e in troppi casi incapaci di prendersi cura della maggioranza dei propri cittadini. In tale situazione diventa perfino impossibile trovare i 140 milioni di dollari stimati dalla FAO, che sarebbero indispensabili per affrontare l’emergenza locuste: una cifra francamente risibile per uno stato (giusto per avere un ordine di confronto si stima che il costo di 1 solo F35 sia di 90 milioni di dollari).
Stati dunque che spesso non sono in grado di garantire sicurezza sanitaria e sociale, che non sanno o non possono trattenere il valore aggiunto generabile dalle loro ricchezze naturali, utilizzarlo per svilupparsi compatibilmente con le loro culture, e redistribuirlo equamente tra le persone. Stati non a caso in balia delle multinazionali e delle potenze straniere, indebitati fino al collo e per ciò stesso ostaggi del FMI e della Banca Mondiale. Stati in costante crisi umanitaria che sembrano mostrare la loro esistenza più attraverso il volto repressivo dei loro eserciti (sempre troppo ben armati) che attraverso le strutture indispensabili (grande business della Cina in Africa) e i servizi necessari a garantire una vita pacifica e laboriosa agli abitanti.

L’insostenibilità del debito era stata ben riconosciuta da due leader opposti e lontani come Thomas Sankara (1949-1987) e Bettino Craxi (1934-2000) che sottolineavano, appunto, la necessità di liberare i paesi africani dalle catene del debito; tema molto sentito anche da certa sinistra cattolica e dal compianto Giovanni Bianchi (1939-2017) che fu relatore della legge per la remissione del debito dei paesi del terzo mondo, iniziativa lodevole quando utile, mai veramente applicata. Un tema che sembra oggi impossibile da affrontare, poiché il cappio del debito stringe al collo tutti gli stati, compresa come ben sappiamo l’Italia.
Mettere quegli stati in condizione di funzionare bene sembrerebbe, a lume di buon senso, soluzione auspicabile ed urgente per sollevare l’intero continente da una situazione disastrosa, cosa che andrebbe a vantaggio di tutti a livello globale; chissà se anche in quelle contrade questa ipotesi varrebbe un’accusa infamante di sovranismo, un’imputazione di populismo o, peggio, una pronta eliminazione fisica, come è successo a più di un leader africano, che aveva tentato di percorrere questa strada.

Tra epidemie, ebola e febbre emorragica, coronavirus incombente e cavallette fameliche resta il fatto che in Italia (e in Europa) non ci si può più permettere di ignorare quel che succede in Africa, riducendo il dramma di un intero continente allo scontro sull’apertura o chiusura dei porti, ai sospetti circa i traffici delle ONG o alla retorica del business dell’accoglienza. Un’attenzione diffusa verso il continente che vada al di là del pietismo e dell’elemosina pelosa, è non solo doverosa, ma anche saggia e previdente. Per chi si crogiola nel pessimismo, l’Africa potrebbe infatti essere l’anticipazione di un terribile futuro distopico globalizzato; per chi guarda al futuro con maggiore ottimismo la sfida potrebbe essere invece il luogo da cui far partire un grande cambiamento positivo globale.

E se si accetta francamente la sfida, virus e cavallette, epidemie e migrazioni forzate, dovrebbero pur insegnarci qualcosa: forse la natura ci sta dicendo che l’attuale dinamica della globalizzazione ha preso una strada sbagliata, che è quantomai urgente ammettere il fallimento di un certo capitalismo predatorio e pensare a nuove soluzioni; indirettamente ci sta dicendo che, perché ci sia globalizzazione buona, è indispensabile che anche gli stati più poveri diventino protagonisti del loro futuro, garantendo innanzitutto un tenore di vita dignitoso a quanti vivono all’interno dei loro confini.
In assenza di questo salto di qualità diventerà sempre più difficile prevedere e regolare emergenze che diventano rapidamente globali e hanno ricadute drammaticamente imprevedibili per tutti. Come dovremo imparare dalla diffusione del coronavirus e dalla biblica e quanto mai attuale piaga dell’invasione delle locuste.

Ferraraitalia, il mio bilancio dolce e amaro

Più di sei anni sono trascorsi da quando Ferraraitalia fece la sua comparsa online. Anni affollati, belli e complessi, spesso attraversati in salita. Il varo di questa iniziativa editoriale fu, per me, l’occasione per tornare a svolgere “il mio lavoro”, quello di sempre: il giornalista.

Decisi di battezzare Ferraraitalia il giornale, per sottolineare la convinzione che dimensione locale e globale siano inscindibili: ciò che accade in un luogo ha quasi sempre riflessi ampi, come drammaticamente confermano anche le virali cronache di questi giorni. Si potrebbe parafrasare dicendo: è la globalizzazione, bellezza… Una condizione che si avverte ogni giorno nel vivere quotidiano.
Per marcare il carattere e le modalità di racconto che Ferraraitalia avrebbe perseguito scelsi lo slogan “l’informazione verticale”. Segnalavo così la necessità di svolgere un lavoro di approfondimento, di scavo, e il bisogno di andare aldilà della superficiale apparenza delle cose, alla ricerca delle dinamiche e dei caratteri meno evidenti, ma spesso imprescindibili per una corretta comprensione degli accadimenti.

A quel tempo, immaginare un giornale online che coltivasse l’ambizione di fare approfondimento pareva una bestialità: “La gente non legge sul computer, bisogna fornire informazioni snelle, solo i fatti nella loro essenzialità, poche righe. Non si può pretendere che il lettore passi più di una manciata di secondi per leggere una notizia sul pc o sul tablet…”, si sentenziava. Ferraraitalia fu tra i primissimi ad andar controcorrente.
I fatti hanno confermato la necessità di un’informazione ricca e circostanziata anche sul web, confezionata secondo i crismi di ogni seria analisi. Nel tempo, si sono poi moltiplicate le testate che hanno sviluppato, anche in rete, un solido lavoro di approfondimento giornalistico.

In questi anni abbiamo pubblicato oltre quarantamila articoli, dato spazio alle tante espressioni della città e allargato l’orizzonte prospettico al mondo intero, con analisi spesso raffinate, affidate di volta in volta a esperti che hanno saputo fornire chiavi di comprensione e utili spunti di riflessione relativi agli avvenimenti trattati.

Tutto questo, però, ha avuto il limite della discontinuità: il modello di sviluppo del giornale non si è dispiegato tanto quanto l’ambizione del piano editoriale avrebbe richiesto; così le buone intenzioni si sono realizzate a singhiozzo. Siamo comunque orgogliosi del lavoro fatto, il cui merito va condiviso con i tanti validissimi collaboratori che hanno contribuito con il loro impegno a dare sostanza al giornale, arricchendolo di contenuti spesso di ottima qualità.

Nel tempo, però, si sono affievolite le motivazioni del mio impegno e sono venuti progressivamente meno i presupposti per continuare. Così, per me, ora è giunto il momento dei saluti. Sono certo che mi mancherà il giornale, così come mi mancherà il rapporto con i nostri eccellenti collaboratori. Con gratitudine ricorderò tutti coloro che hanno in varia maniera contribuito alla realizzazione dell’impresa.

A voi lettori che in questi anni ci avete seguito con interesse e sostenuto in vari frangenti, che numerosi avete aderito al crowdfunding a favore della nostra impresa, che avete interloquito e partecipato alle nostre tante iniziative pubbliche, rivolgo un abbraccio carico di affetto e gratitudine, a suggello del legame valoriale che ci ha unito in questi anni.

Lascio questo giornale, che non è solo strumento di informazione ma una sorta di comunità interattiva e dialogante, in mani sicure: Ferraraitalia va avanti, affidato alla solida esperienza di Francesco Monini che già da tempo fa parte della nostra squadra. A lui mi legano stima e un’antica amicizia. Quasi quarant’anni fa intrapresi, giovanissimo, una collaborazione con ‘Supplemento di indagine’, la bella rivista di inchiesta che lui dirigeva. Oggi gli passo il timone di Ferraraitalia, certo che saprà valorizzare quanto è stato fatto e arricchire il percorso con la sua sensibilità… Adelante!

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Le parole chiave

Ho dormito a fianco del Velino con il Terminillo per sfondo. Ho percorso la città sotterranea che si snoda lungo il viadotto costruito nel III secolo a. C. dai Romani per consentire alla via Salaria, l’antica via del sale, di superare il fiume Velino e di raggiungere la città. Ho visitato il teatro Tito Flavio Vespasiano, unico per la sua acustica, e la Biblioteca Paroniana con la sua preziosa collezione di atlanti antichi come l’Atlas sive Cosmographicae Meditationes di Gerardo Mercatore, l’olandese Gerhard Kremer, e l’Italia di Antonio Magini, pubblicato a Bologna nel 1620.
Sono stato invitato a Rieti dall’associazione Nuovi Percorsi per parlare di Città della Conoscenza. Quando ci si interroga sul futuro, la prima cosa che una città oggi ha necessità di apprendere è quella di sapersi porre le domande giuste per evitare di sbagliare la strada nella ricerca delle risposte.
E le domande giuste le ho trovate nelle parole chiave con cui gli amici di Rieti hanno preparato il nostro incontro. Quattro: territorio, società, cultura, identità. Ma non perché siano nuove, semplicemente perché sono “le parole chiave”.
Cosa significa territorio, cos’è territorio? Una parola, preceduta dal suo articolo determinativo “il”, “il territorio”, di cui abbiamo abusato nel secolo scorso e che la globalizzazione anziché dilatare ha ristretto, fino a farlo scomparire. Il territorio si è ammalato. Il territorio è stato soppiantato dall’ambiente. Non dagli ambienti, ma dall’ambiente e ce n’è solo uno in tutto il mondo: l’ambiente. La sua difesa, la sua tutela, pena la sopravvivenza della specie umana.
E mentre il territorio si faceva “iper” per perdersi nell’ambiente, la storia, le migrazioni si appropriavano dei luoghi della nostra stanzialità. Così dal territorio siamo regrediti al luogo, da chiudere tra paratie per impedire che l’onda del fiume in piena di una umanità in movimento ci travolga. Col mutare della geografia degli spazi è mutata anche la geografia dei pensieri.
Le pietre che limitano gli spazi, che consentono di riconoscere le aree comuni sono state divelte. Società è parola destrutturata. L’abitare insieme tutti differenti per età, culture, occupazioni, redditi, stili di vita, l’interagire di ogni individuo continuamente con un numero di altri individui per le ragioni più disparate, tutto è stato ridotto ad un unico comune denominatore: il popolo. Socio, compagno, amico, alleato, relazione, organizzazione, interagire per obiettivi comuni inaspettatamente non appartengono più al lessico della polis, come se improvvisamente avessero bruciato i loro significati.
Non viviamo più entro i limiti dei nostri confini, vale a dire entro lo spazio dei fini condivisi, ma abbiamo innalzato le frontiere. La comunità che innalza le frontiere non è più “socievole”, “abile socialmente”, ma al contrario si fa “tribù”. Troppo difficile da reggere la società aperta e i suoi nemici, meglio la società chiusa con pochi amici.
La cultura, il coltivare insieme il sapere non si fa più. Non c’è un sapere comune, del sapere si è giunti a diffidare. La cultura è il passato. Dinamicità e processualità della cultura sono i nemici del sistema di senso dominante che ha soppiantato ricerca, cultura scientifica e competenze. La cultura è l’élite che si contrappone al popolo, che ha il sapere della pancia che va celebrato a folklore e salsicce. La cultura sono le radici ancestrali di un popolo da contrapporre alle culture dei popoli che lo vogliono invadere e ridurre alla fame.
La cosa peggiore che può accadere è perdere la propria identità, annullata dall’etichetta posticcia e indefinita di popolo. Cancellare l’identità di una persona è negarne l’esistenza, privarla del diritto di essere persona, con la sua storia, le sue emozioni, le sue memorie.
La riconoscibilità, cancellare la riconoscibilità che non sia l’identificarsi con il popolo o con il “cittadino” di lontano ripescaggio.
I nuovi soggetti al governo del paese hanno cassato significato e futuro di parole che sono la chiave della convivenza, della crescita, dello sviluppo, della democrazia: territorio, società, cultura, identità.
Parole rispetto alle quali abbiamo invece l’urgente bisogno di apprendere a dare risposte nuove, a indagarne la complessità e le sfide a partire da dove stiamo insieme, da dove condividiamo le vite: le nostre città. Fare delle nostre città i sistemi complessi che apprendono, l’opera della “rinascita” come è stato nella storia e nella cultura del nostro paese. In un sistema sociale maturo gli attributi che consentono agli individui di essere cittadini attori interagenti sono l’apprendimento, l’invenzione e l’adattamento. Non ciò che conosciamo ma ciò che ancora non sappiamo.
Si tratta di uno spostamento nel nostro modo di pensare che comporta la partenza verso terre non ancora esplorate, pertanto non possiamo permetterci di perdere la bussola dei quattro punti cardinali: territorio, società, cultura e identità.

Le proteste antisistema che rigenerano il sistema

Il film tributo del 2018, Bohemian Rhapsody, diretto da Bryan Singer, ci ha riproposto una delle più belle esibizioni dei Queen, quella al Live Aid di Bob Geldof. Una manifestazione organizzata allo scopo di raccogliere fondi per aiutare il popolo etiope che nel 1985 versava in una grave carestia. La ricostruzione cinematografica fa trasparire che la partecipazione fu dettata più da motivi personali che per la volontà di aiutare l’Etiopia. Un dettaglio che poco interessa quando si guarda a quelle meravigliose scene con Freddie Mercury che canta ad uno stadio pieno all’inverosimile.
Sul Live Aid e sulla Band Aid che ne seguì molti artisti espressero pesanti critiche, Morrissey degli Smiths disse “… uno può avere grande preoccupazione per il popolo etiope, ma è un’altra cosa rispetto a infliggere torture quotidiane al popolo inglese. E non è stato fatto timidamente, era la cosa più ipocrita mai fatta nella storia della musica popolare. Persone come Thatcher e la famiglia reale potrebbero risolvere il problema etiope in dieci secondi. Ma la Band Aid ha evitato di dire questo, rivolgendosi invece ai disoccupati”. Forse la critica più centrata a mio avviso. Coloro che dettano le regole, creano i problemi e traggono i profitti, non intervengono mai per risolverli definitivamente, anche se restano gli unici a poterlo fare.
I profitti sono per pochi e solo le colpe, inevitabilmente, sono solite essere distribuite.
Nelle campagne televisive di raccolta fondi vengono solitamente mostrati bambini straziati dalla fame e mamme dai seni vuoti per fare appello al senso di umanità dei disoccupati di Morrisey, un modo triste per distribuire le colpe anche con coloro che magari non sono mai usciti dal loro quartiere. Non si parla mai del fatto che se invece venissero semplicemente distribuiti i profitti non ci sarebbero bambini a morire di fame.
Nel tempo c’è stato anche Bono Vox degli U2 a chiedere con forza la cancellazione del debito pubblico dei paesi poveri. Cosa che aveva fatto anche il presidente del Burkina Faso Thomas Sankarà di cui pochi oggi ricordano il discorso all’Onu dell’ottobre del 1984 o quello del luglio del 1987, in occasione della riunione dell’Oua (Organizzazione per l’Unità Africana) ad Addis Abeba. Esattamente tre mesi prima di essere ucciso da quel mondo che non voleva accettare si mettesse in discussione l’impianto neoliberista basato sullo sfruttamento dell’uomo e della natura e che utilizzava proprio il debito come strumento per accaparrarsi le risorse, e la finanza come mezzo per aumentare i profitti del capitale.
A fine anni ’90 fu la volta del Movimento studentesco “La pantera”. Si protestava e si occupava da Palermo a Bologna, passando dalle facoltà di Psicologia e Scienze Politiche di Roma, contro il progetto di riforma che prevedeva una trasformazione netta in senso privatistico delle Università italiane. Il movimento della pantera prese poi una piega fondamentalmente pacifista districandosi tra i vari tentativi di strumentalizzazione.
Ci fu anche ampio spazio per il movimento no global nato intorno al 1999 in occasione della Conferenza Ministeriale dell’Omc (l’Organizzazione mondiale del commercio) a Seattle negli Stati Uniti. Un movimento che fu identificato come il “popolo di Seattle” e che si scagliava contro il sistema predatorio di banche e multinazionali che riducevano gli Stati a territori di conquista senza che questi mettessero in campo difese per limitare lo sfruttamento dell’ambiente e del lavoro minorile nei paesi del terzo mondo. Chiedevano che i governi la smettessero di attuare politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico, imperialiste, non rispettose delle peculiarità locali e dannose per le condizioni dei lavoratori. Una decina di anni dopo fu seguito da “Occupy Wall Street”, movimento più decisamente indirizzato contro gli eccessi della finanza.
Ma a precedere Greta Thunberg in tema di proteste per l’ambiente e di rimbrotto verso gli adulti insensibili, e anche a contenderle il titolo di attivista più giovane, ci fu la 12enne Sevren Suzuki, ovvero “la bambina che zittì il mondo per 6 minuti” con un bellissimo discorso all’Onu nel 1992 in cui chiedeva appunto ai potenti più o meno le stesse cose che si stanno chiedendo di nuovo in questi giorni. Non so se qualcuno se ne ricordasse, ma vale la pena di rileggerlo cercandolo su internet per scoprire quanto sia del tutto attuale e soprattutto quanto sia facile nascondere le cose mettendole alla portata di tutti.
Ma oggi la protesta si rinnova con le stesse parole e l’intensità dei nuovi e più potenti mezzi di comunicazione. È l’ora del Movimento per la salvaguardia del clima e della Terra di Greta Thunberg. Le istanze sono le stesse e in alcuni casi addirittura le parole, anche questa generazione è convinta di essere quella giusta per cambiare il mondo e per ricordare ai vecchi i loro errori, poi “… sei entrato in banca anche tu” cantava Antonello Venditti.
I film non anticipano la realtà, spesso descrivono quello che succede ma che solo alcuni riescono a vedere ed è il caso di Matrix, scritto e diretto dai fratelli Andy e Larry Wachowski. Alla fine della trilogia, il protagonista Neo si ritrova di fronte alla mente, il computer centrale che aveva preso possesso dell’intera pianeta. Gli vengono mostrate le immagini di centinaia di altri Neo che avevano già messo in discussione il sistema centinaia di volte e che erano giunti altrettante volte al suo cospetto.
Ma non erano nati per caso, erano nati per volontà del sistema stesso che aveva necessità di dare una speranza di cambiamento che però confermasse alla fine l’indissolubilità di tutto il costrutto. Dovevano lottare contro il sistema non per cambiarlo ma solo per mostrare che era possibile farlo, lasciando scorrere il dissenso in un solco preciso e controllabile.
Alle persone non piace sentirsi in gabbia, protestano o si ribellano solo quando è indispensabile e comprendono di non avere altre possibilità. Quindi basta nascondere la gabbia oppure rendere libera e democratica la protesta. Anche una ragazzina di 16 anni può cambiare tutto, i giornali lo dicono, le televisioni mandano immagini di grandi manifestazioni di piazza, i grandi della terra approvano e… noi ci crediamo.
L’ultimo Neo della serie riuscirà a cambiare davvero e distruggere l’infame sistema della Matrix tecnologica che aveva preso il sopravvento sugli esseri umani, riducendoli a batterie da Pc. Ma lo farà andando all’origine del male, togliendo la corrente e l’approvvigionamento di energia al sistema basato sui freddi codici binari.
Greta può essere davvero l’ultima dei Neo? Gli studenti richiamati in piazza che sfilano con i loro cartelli in una mano, sanno da dove vengono le materie prime per lo smartphone che stringono nell’altra? Scriveva qualche tempo fa Amnesty international “…pochi di noi però hanno la consapevolezza del fatto che il cobalto, elemento grazie al quale si riesce a produrre quelle batterie, viene ottenuto attraverso il lavoro sottopagato e inumano di adulti e bambini nelle miniere della Repubblica democratica del Congo (Rdc)…” e sono storia recente le polemiche sugli assemblaggi esteri dell’americano iphone, solo in parte risolte o dimenticate, il che nell’odierna Matrix ha lo stesso significato.
Non c’è bisogno di rinunciare alla tecnologia, c’è bisogno di rinunciare ai metodi disumani per renderla disponibile al mondo.
E il mondo, nella pratica rappresentato da tutto ciò che va in Tv, non si è risvegliato mentre Tony Blair chiedeva scusa ammettendo che l’Iraq non aveva mai avuto armi di distruzione di massa. E nemmeno quando venivano alla luce i retroscena dell’attacco francese in Libia ma anzi già incombe la scelta su un nuovo intervento militare in Venezuela per “motivi umanitari”. Il mondo, i giornali e le Tv e quindi i 16enni e gli studenti universitari di economia, non hanno approfondito una sola delle parole di Mario Draghi quando diceva che la Bce “ha ampie risorse per far fronte alle crisi” … e che … “i soldi della Bce non possono finire” mentre si negavano risorse per la ricostruzione dell’Aquila e mentre la disoccupazione ristagna all’11 percento perché le aziende chiudono per mancanza di credito.
La Nuova di Ferrara scrive che un italiano su due non riesce a curarsi perché non ha i soldi per farlo e lo Stato non può garantire un’assistenza completa a tutti mentre nessuno ha fatto caso che in audizione al Senato americano Alan Greenspan, governatore della Fed, dichiarava che i soldi non sarebbero stati un problema se si fosse voluto aumentare i sussidi. A Greenspan seguì, dopo la crisi del 2008, Ben Bernanke che in un’intervista spiegò che i soldi per salvare le banche non erano quelli dei contribuenti ma quelli creati schiacciando un pulsante, perché “così opera una Banca Centrale”. Il potere non si nasconde, chi potrebbe risolvere in 10 secondi i problemi ha uno stuolo di privilegiati a disposizione per confondere le idee anche quando dice pubblicamente la verità.
Il riscaldamento globale non si ferma perché poche persone perderebbero troppi soldi e quindi diventa accessibile a tutti l’aria condizionata, magari a rate.
Nessuno fa caso a quanto sarebbe semplice salvare il mondo dalla fame e dal riscaldamento globale mentre Greta sciopera e non va a scuola.
Sgombriamo il dubbio. Non c’è un complotto e non c’è una regia occulta che muove i fili, Matrix era solo un esempio. Ma Black Rock esiste davvero e gestisce un patrimonio di 6.000 miliardi di dollari, esistono multinazionali delle armi, dei farmaci e del cibo ed esistono amministratori delegati che hanno come missione quella di distribuire proventi agli azionisti. Ci sono borse valori che vedono girare in un giorno quanto uno Stato muove di Pil in un anno e soprattutto ci sono legislatori che studiano per depotenziare gli Stati. Ci sono Banche Centrali che possono creare denaro e controllare i debiti degli stati ma siamo stati convinti che queste non debbano essere strumenti degli stati, e quindi dei cittadini, ma un mezzo dei mercati per condizionare la democrazia.
A che serve lottare per lo scioglimento dei ghiacciai se non chiediamo che tutto questo cambi e comprendiamo che è solo il risultato di una scelta? A che serve scendere in piazza per il lavoro se il tasso di disoccupazione viene fissato in base al livello di inflazione desiderato dagli investitori?
E perché pensiamo non ci sia lavoro in un paese dove non ci sono abbastanza infermieri, medici, muratori, impiantisti, poliziotti, insegnanti, assistenti sociali e le città sono sporche? Sicuramente è tutta colpa nostra, perché non siamo competitivi, perché c’è la Cina, perché siamo piccoli e corrotti come l’inquinamento dipende dal fatto che andiamo a lavorare in auto invece di usare la bici.
Nessuno di noi è stato ascoltato veramente quando ha protestato in piazza anche se ha avuto l’impressione di aver fatto la sua parte. E non lo sarà adesso, anche perché a farlo è una ragazzina di 16 anni e cosa ci può essere di più innocente e innocuo in questo sistema malato su cui abbiamo incentrato il nostro sviluppo?
I governatori delle banche centrali, i grandi finanzieri, gli amministratori delegati della Black Rock non li ascolteranno mai. Non metteranno in atto cambiamenti epocali perché Greta glielo sta chiedendo, magari faranno qualche donazione insieme a qualche dichiarazione certo, ma poi tutto ritornerà come prima aspettando il prossimo Neo.
Il sistema si combatte in un solo modo: con la consapevolezza che si sta colpendo davvero il sistema. Riprendendosi in mano la capacità di trasformare le istanze in progetti politici a lungo termine. Si scende in piazza per contarsi e ritrovarsi intorno ad un’idea ma poi bisogna mantenere la linea nel tempo considerando che uno degli errori più classici degli ultimi tempi è allontanarsi dalla politica che invece è l’unico modo per cambiare le cose.
Banchieri, finanzieri e speculatori non ascolteranno mai ragazzini in protesta oggi come non lo hanno fatto ieri, quindi bisogna concentrarsi realmente su cosa chiedere. Ed è inutile pretendere dalla Cina o dal paese in ritardo con lo sviluppo rispetto all’Occidente di svilupparsi in maniera diversa e senza inquinare, in un mondo che si basa sul modello di sviluppo che eleva la concorrenza a valore trainante e considera la competitività una scelta ineluttabile. È una contraddizione in termini, non ha logica.
Non si può chiedere di non essere concorrenziali in un mondo basato sulla concorrenza e quindi l’inquinamento in questo mondo non si può fermare, facciamocene una ragione. Il neoliberismo si basa sullo sfruttamento di ogni cosa e ogni cosa diventa un bene e quindi prezzabile, anche l’essere umano e la luna.
Abbiamo scelto, o ci siamo ritrovati per scelte altrui, un modello di sviluppo. Studiamolo prima e poi contestiamolo. Smettiamola di chiedere il solito cambio delle tende all’edificio costruito sulla palude.
Quando si parla di alta velocità, si parla di arrivare 10 minuti prima da qualche parte, e per farlo siamo disposti a distruggere o trasformare interi territori. Il problema è capire perché oggi c’è tanto bisogno di correre e dove stiamo andando. Se quei 10 minuti servono a tutti noi, compresi i disoccupati di Morrisey o invece a qualcuno serve che noi corriamo come dei criceti sulla ruota. Tra aerei supersonici e treni superveloci che attraversano il mondo e che già ci permettono in una sola vita di fare centinaia di volte il giro del mondo, cosa ci siamo persi veramente?
Nel 2017 gli Stati hanno speso 1.739 miliardi in armi mentre i membri dell’Oecd spendono circa 150 miliardi per progetti di cooperazione allo sviluppo ma sarebbe ingenuo chiedere quello che sembrerebbe logico chiedere, ovvero che almeno il 10% della spesa militare venga destinato agli aiuti.
Ciò che va chiesto finalmente e coerentemente è ancora un cambio di modello antropologico di sviluppo, ripartire dagli anni ’70 quando ancora si stava sviluppando, tra le tante contraddizioni, la democrazia e mentre si lottava per il salario a differenza di oggi che si accetta la compressione salariale perché la colpa è dei mercati e dello spread, cioè anche qui si è spersonalizzata la responsabilità mentre i profitti scompaiono nelle mani sapienti di pochi. All’epoca si poteva forse pretendere democrazia perché c’era qualcuno o qualcosa a cui poterla chiedere: lo Stato. Oggi esiste la globalizzazione guidata dall’economia, ovvero la negazione della cornice democratica e le istanze vanno indirizzate ai mercati, allo spread o a entità sovranazionali che distribuiscono colpe e non soluzioni.
Ciò che impone il momento è la definizione delle cause reali dello svilimento dei valori dell’umanità per chiedere poi che siano ripristinati. Guardare a fari come la nostra Costituzione e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del ’48, studiare i principi della rivoluzione americana, quella inglese e quella francese. Ancorarsi a basi sicure, pretendere che l’azione politica sia indirizzata a questo, sapendo che l’arco temporale è lungo perché richiederà almeno la partecipazione consapevole di milioni di cittadini che vogliono tornare ad esserlo, smettendo di essere indirizzati anche quando protestano.

Per saperne di più http://www.noisappiamo.it/

Senza freni: la democrazia cristiana illiberale e gli attacchi alla chiesa di Bergoglio

“C’è un’aria, un’aria, che manca l’aria”, cantava Giorgio Gaber. Paiono scritte per i giorni nostri quelle parole. “Bisogna bruciarli tutti gli extracomunitari insieme a chi li accoglie e si fa le budella d’oro”, è la frase che si è sentito dire don Domenico Bedin in piazza Duomo.
È solo uno dei tanti esempi, ormai a due alla volta finché non sono dispari si dice dalle nostre parti, per raccontare un tempo che pare deciso di passare alla storia sotto l’insegna del degrado e della mancanza della minima dose di buon senso. Quello stesso equilibrio che ci si aspetterebbe da una persona che al trascorrere delle primavere anziché trovare saggezza apostrofa in quel modo privo di riscontro un prete al quale tutti, credenti o no, dovremmo dire grazie.
E invece.
Maleducazione, politically scorrect, pulsioni senza freni e provocazioni, sono poi cavalcati da tempo a livello politico e persino istituzionale. Tanto che questa appare la normale grammatica sociale, mentre anormale è lo stile poco ciarliero, e men che meno social, di un capo dello Stato, che proprio nei suoi gesti al limite dell’impaccio finisce per sottolineare la natura pro-tempore del proprio mandato e ricordare che egli stesso è innanzitutto a servizio delle istituzioni, non il contrario.
Ma perché si stanno scendendo un po’ ovunque le scale della ragionevolezza e scalando con passo da bersagliere il monte del sen perduto?
Cos’è successo perché qualsiasi provocazione senza fondamento proveniente da una destra estrema trovi davanti a sé una comoda discesa, mentre qualsiasi cosa con un minimo di senso, non importa se da sponda conservatrice o progressista, è destinata a scalare un Mortirolo? Naturalmente moderati e progressisti ci hanno messo nel frattempo molto del loro per mettersi fuori gioco e in questo l’Italia può ben rivendicare il podio di laboratorio politico.
Ma questo non sposta di una virgola il quesito di fondo: perché? Tante sono le risposte possibili, ci mancherebbe, però qualche minuto non è speso male se si ferma l’attenzione su una in particolare. Questo è un tempo che, in generale, non sopporta la diversità. In tutti i campi, se ci pensiamo.
Nel nostro mondo, come l’abbiamo conosciuto finora, non esiste più la famiglia, ma le famiglie. Hanno fatto il giro dei media le immagini piene d’affetto del giovane omosessuale che ha adottato una bambina down. Non c’è più la religione, ma le religioni. Gli esperti dicono, da tempo, che i principi morali da universali sono diventati regionali e in pratica si va verso un futuro in cui ognuno ha i suoi.
Idee, opinioni, culture, modi di vita, fedi, hanno rotto i contenitori novecenteschi di partiti, sindacati, ideologie, associazioni e chiese e hanno intrapreso una rotta (postmoderna) in cui ogni orizzonte è stato cancellato, come scrisse Nietzsche ne La gaia scienza. Sotto la spinta populista la società è preda di una disintermediazione in cui i rapporti si semplificano fra il leader e il popolo, senza più alcunché in mezzo, ma non è ancora chiaro quanto i corpi intermedi stiano contribuendo a disintermediarsi da soli, spesso attardati in logiche e liturgie autoreferenziali.
Il fenomeno migratorio, per il quale nessuno ha ancora trovato una soluzione di governo, è solo la punta dell’iceberg di una diversità che, per il momento, spaventa. Il problema si complica quando la diversità irrompe in un momento in cui si dilatano le differenze. Un conto è affrontare il tema delle diversità a stomaco pieno, un conto è farlo quando redditi e reti di protezione sociale arretrano e il discorso dell’equità, storico terreno della cultura di sinistra come ha scritto Norberto Bobbio, non trova più nemmeno un vocabolario per il presente.
E così prevale la paura e dove si è creduto, ingenuamente, irreversibile l’apertura (la globalizzazione, i commerci, la rete, l’Europa), tornano i confini, i sovranismi, le chiusure, le nostalgie di un ordine perduto, non importa se fuori tempo massimo.
Dal ministro Salvini che, di fronte allo spettro dei genitori “uno e due” (rappresentazione plastica dell’incapacità anche lessicale di abitare il nuovo della diversità), rassicura rieditando nostalgicamente le figure di papà e mamma, allo slogan “Prima i nostri” col quale si vincono le campagne elettorali in mezzo Occidente, agli uomini forti additati come i soli capaci di fare sintesi di una diversità eccedente che frantuma le sicurezze della tradizione e porta le democrazie sull’orlo del caos.
Il presidente ungherese Viktor Orban, parlando quest’anno in un’università romena, si è detto fermo sostenitore di una democrazia cristiana illiberale, contro la democrazia liberale, dove l’aggettivo “cristiana” è usato come simbolo a difesa non di un modello religioso, ma culturale-identitario. Un perimetro, cioè, da difendere, per tenere il modello di famiglia al riparo dalle derive liberali, in senso plurale, e di comunità nazionale preservata dalla contaminazione migratoria.
Sicurezza e identità diventano pertanto i banchi di prova culturali e politici per un tempo che ha smarrito entrambe e che non sa resistere alla tentazione di spostare indietro le lancette della storia, pur di restaurare la quiete di un mondo passato.
Restaurare e ripristinare, perché rifugiarsi nel tepore della tradizione di un mondo perduto – artificialmente mitizzato – appare più rassicurante rispetto a un nuovo per il quale occorre essere attrezzati e che non si sa verso quale meta stia conducendo.

Qualcosa di molto simile sta succedendo dentro la chiesa cattolica e al pontificato di Bergoglio.
Non si è mai visto, almeno nella storia recente, un tale livello di contestazione del papato, tanto che diversi esperti stanno parlando del rischio scisma nella chiesa di Roma. Il motivo va probabilmente cercato nel tentativo di papa Francesco, per quanto prudente, di riformare la chiesa cattolica nel solco delineato dal concilio Vaticano II. I termini collegialità e sinodalità, oltre all’insistenza per una chiesa meno universale e verso il modello sacramentale-patriarcale di chiesa di chiese, è fumo negli occhi per chi vede il rischio di rompere con una tradizione ecclesiale e teologica a forte impronta gerarchica e centralistica in senso romano.
Da qui gli attacchi: dai Dubia dei cardinali Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner (2016), fino alla clamorosa contestazione dell’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò (2018).
Universalità-centralismo-tradizione, da un lato, e collegialità-sinodalità-comunità, accompagnati dallo stile della povertà e misericordia che pone la priorità dell’incontro con la persona in qualunque situazione rispetto alla rigidità dottrinale, dall’altro, paiono i termini di uno scontro senza precedenti, che avviene, anche in questo caso, sul crinale della diversità.
Occorre avere ben chiari i termini della questione per comprendere lo spessore della sfida. Lo fa molto bene il teologo africano Léonard Santedi Kinkupu, ponendo il quesito se la chiesa sia oggi in grado di mantenere in armonia unità e letture diverse della rivelazione, nella consapevolezza che una cattolicità aperta implica, in prospettiva, una diversità delle formulazioni delle verità di fede nell’ordine etico, religioso, teologico e dottrinale.
O la pluralità-diversità è la nuova frontiera anche per la chiesa di Roma, innescata dal concilio convocato nel 1962 da papa Roncalli, oppure prevale il timore di rompere con un ordine secolare e con una tradizione sostenuta da un corpulento pensiero dogmatico, col rischio di compromettere l’autorità di una struttura ecclesiale che nell’unità si è lungamente autocompresa come soprannaturale e consequenziale veicolo della verità rivelata.
E finché la diversità è motivo di paure, la tentazione di guardare indietro, e non avanti, giocherà fino in fondo la sua partita.

Europa addio

Il settanta per cento degli italiani è analfabeta, analfabeta funzionale: legge, guarda, ascolta, ma non capisce. Poi, sarebbe questa Europa ad essere d’intralcio, a impedirci di spiccare il volo, semplicemente perché ci mette con le spalle al muro delle nostre responsabilità.
Mentre siamo lontani dall’aver raggiunto le competenze chiave per l’apprendimento permanente, il 22 maggio di quest’anno il Consiglio dell’Unione europea ha licenziato altre raccomandazioni, con in allegato il nuovo quadro di riferimento.
Nel frattempo i nostri governanti pro tempore parlano un linguaggio destinato a farci accumulare ulteriori ritardi in materia di istruzione e di formazione, contribuendo ad oscurare le prospettive per i giovani e per il paese nel suo insieme.
Nuotiamo nell’incompetenza e non ce ne accorgiamo, come ovvio che avvenga, quando si è ignoranti si ignora di non sapere. Si pensa di rilanciare il paese ampliando il deficit, dimenticando il deficit più grave di cultura e di competenze. Come se l’impresa e il lavoro fossero un’altra cosa, non avessero bisogno prima di tutto di un capitale umano preparato e competente, che sappia trasformare le idee in azioni e farle diventare valore per il mercato e per il Pil del Paese.
Prima del reddito di cittadinanza c’è da garantire la cittadinanza, se non vogliamo che si riduca al solo dato anagrafico. Il Consiglio d’Europa ci ricorda che la cittadinanza ha le sue radici nella primissima infanzia e, più che la terra da coltivare per il terzo figlio, c’è urgenza di nidi gratuiti per tutti, di generalizzare i servizi e la scuola per l’infanzia da zero ai sei anni, la cui frequenza è strategica per il successo formativo di ciascuno e per l’esercizio della democrazia.
Ogni persona ha diritto ad un’istruzione, a una formazione e a un apprendimento permanente, per l’intero arco della propria esistenza, di qualità e inclusivi, in modo da conservare e acquisire competenze che consentano di partecipare da attori alla vita civile, di accedere con successo al mercato del lavoro, questo è il pilastro su cui poggiano i diritti sociali. Ma se non c’è cultura non vi può essere neppure cultura dell’istruzione e della formazione. Pensare che le difficoltà e i problemi del paese si risolvano con operazioni di maquillage elettorale è il segno di questa ignoranza e dei disastri che può produrre.
Sarebbe impellente riprendere a mano il nostro sistema scolastico per garantire agli studenti di ogni ordine e grado insegnanti preparati con elevate qualità professionali. Non solo. Abbiamo l’urgenza, come ci suggeriscono le raccomandazioni europee, di esplorare nuovi territori ed itinerari didattici, rivoluzionare i nostri ambienti di apprendimento, renderli più flessibili, aperti al territorio, alle attività extracurricolari, adatti alle necessità di una società ad alto grado di mobilità. La strada da percorrere è tanta, mentre noi in questi anni ci siamo smarriti tra precariato e cattedre, accumulando enormi ritardi. È la cultura dell’educazione quella che è assente, la cultura dell’educazione necessaria a un paese proiettato verso il futuro.
Per non parlare dell’apprendimento non formale e informale, per i quali mancano politiche nazionali e locali, di cui continuiamo a trascurare l’importanza per lo sviluppo delle competenze del capitale umano. Anche le polemiche intorno all’alternanza scuola lavoro sono lo specchio di ciò, di come il formale fatichi ad incrociare l’informale, con la conseguenza di privare i nostri giovani delle opportunità di apprendimento che potrebbero derivare dalla cooperazione tra contesti diversi, da una pluralità di approcci, di occasioni e di modi di conoscere.
L’Europa nel riproporre il corredo delle competenze chiave necessarie alla realizzazione personale, alla salute, all’occupabilità e all’inclusione sociale pone particolare attenzione alle competenze necessarie per aprirsi alla globalizzazione della cultura e della formazione, alla globalizzazione delle cittadinanze, al muoversi dei nostri giovani per itinerari che sempre più conducono lontano dai loro luoghi di origine, lontano per poter continuare a studiare come per cercare lavoro, lontano per incontrare altre culture in un mondo che si dilata non solo nella rete virtuale ma nei passi quotidiani e nei tragitti delle nuove generazioni. Le migrazioni sono tante e hanno origini diverse, non tutte drammatiche fortunatamente, ma l’idea non può che essere quella di liberarsi delle nostre culture ghettizzanti per contribuire a costruire un mondo accogliente.
E allora diventano abilità di base le lingue, la conoscenza e l’apprendimento delle lingue, per incontrarsi, incrociare culture, per dialogare. Come la necessità di motivare un maggior numero di giovani a intraprendere carriere in ambiti scientifici, di studiare le “STEM”: scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. Il miglioramento delle competenze digitali, perché i posti di lavoro e la vita quotidiana sono sempre più automatizzati, le competenze imprenditoriali , la creatività e lo spirito di iniziativa, le competenze sociali e civiche e la capacità di adattarsi ai cambiamenti.
Competenze per promuovere uno sviluppo sostenibile, stili di vita sostenibili, i diritti umani, la parità di genere, una cultura pacifica e non violenta, la cittadinanza globale e la valorizzazione delle diversità culturali.
Rispetto a dove pare andare il paese, l’Europa ci propone un’istruzione controcorrente, anzi competenze controcorrente, in sostanza una vaccinazione contro sovranismi e populismi.
Intanto in Italia il vettore della formazione ha invertito la rotta, punta alla regionalizzazione dell’istruzione, ognuno a casa sua, con il suo folklore, che vuol dire Europa addio, noi la nostra scuola ce la facciamo, più che in autonomia, in autarchia.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

INTERNAZIONALE A FERRARA 2018
“La globalizzazione è il nuovo colonialismo”

di Maria Guandalini e Federico Izzi (allievi del liceo classico Ariosto, Ferrara)

Suad Amiry scrittrice e architetto palestinese è stata ospite del programma radiofonico di Radio3Mondo, Il giro del mondo in sessanta minuti, condotto dalla giornalista Anna Maria Giordano e andato in onda dal cortile del castello Estense nell’ambito del festival di Internazionale. L’incontro Palestina sconfinata, moderato dall’arabista e traduttrice Elisabetta Bartuli, ha visto coprotagonisti gli scrittori Atef Abu Seyf ed Elias Sanbar, l’autrice Selma Dabbagh e la fotografa Rula Halawani. La Amiry, attivista per i diritti palestinesi, ha introdotto brevemente il conflitto arabo-israeliano, oggetto delle sue riflessioni e dei suoi libri (tra gli altri ricordiamo Sharon e mia suocera. Diari di guerra da Ramallah, Palestina, Feltrinelli 2003). Poi ha preso la parola Marta Dillon, attivista argentina e parte attiva del movimento “Ni una menos”, che ha brevemente illustrato la lotta sua e di molte altre donne sudamericane, per la parità dei diritti e contro la “violencia machista” (violenza maschile), concentrandosi particolarmente sulla campagna per la legalizzazione dell’aborto in Argentina.
Anna Maria Giordano ha poi introdotto Raj Patel, scrittore britannico, di origine figiana e kenyota, il quale ha parlato della propria esperienza alla protesta anti-globalizzazione di Seattle del 1999. “La globalizzazione è il nuovo colonialismo”, ha sostenuto Patel, che si batte per la preservazione delle culture di tutto il mondo. Shamiso Mungwashu, protagonista del quarto intervento, ha sottolineato l’importanza di nuovi metodi di produzione agricola, nel rispetto del pianeta e del lavoro. Nel suo progetto vengono coinvolte molte donne zimbabwesi, che partecipano attivamente alla coltivazione biologica ed ecosostenibile proposta da Shamiso, contro l’uso e l’abuso di sostanze chimiche. L’imprenditrice ha inoltre rimarcato l’importanza del coinvolgimento delle nuove generazioni in un nuovo modo di produrre alimenti. Ha concluso il programma la riflessione della giornalista pachistana Rafia Zakaria, sulla troppo frequente stereotipizzazione attribuita da alcuni giornalisti occidentali ai musulmani e alle persone di diverse etnie. Troppo spesso l’informazione va contro il rispetto dei diritti umani, dice. Tra un ospite e l’altro due studenti del Conservatorio G. Frescobaldi di Ferrara hanno eseguito due brani per vibrafono e batteria.

I profeti dello spread

Forza Italia (almeno quel che ne resta) e Partito Democratico (almeno quel che ne resta) a far fronte comune contro questo governo di irresponsabili e fascisti.
Allarmi! Allarmi! La democrazia è a rischio! Tutti sull’Aventino per protesta… anzi no!
“Anzi no… Perché mai tacer quando tutti i media stanno dalla nostra parte? Quando ogni santo giorno, da mattina a sera, televisioni, radio e giornali ospitano e pubblicano fior di esperti e opinionisti e politici e giornalisti a parlar male e a criticare ogni azione e ogni parola di questo infausto governo?
Anzi no… stiamo sul pezzo! Non sia mai che la gente – e pure quegli stupidotti (tanti) che questa assurda maggioranza l’han votata – finalmente si convinca. Si renda conto del tremendo rischio che sta correndo”.
Bene, di quale rischio stiamo parlando?
Rischio per la democrazia? Capirei che si parlasse di rischio per la democrazia se adesso fossimo in democrazia.
Ma è vera democrazia un paese in cui il governo non possa decidere in piena autonomia la propria politica economica e sociale perché posto sotto ricatto dai mercati finanziari internazionali?
Rischio di fallimento del paese?
Ma come può l’Italia fallire se tuttora siamo uno dei paesi più ricchi al mondo. Un paese in cui, nonostante tutto, il risparmio privato (contrariamente rispetto all’estero) è uno dei maggiori al mondo.
E allora, con queste premesse, perché l’Italia è finita nell’occhio del ciclone? Perché è diventata bersaglio dell’Unione Europea? Perché lo spread sale minacciosamente?
Ma poi, cosa diavolo è questo spread, e perché le agenzie di rating ci stanno prendendo di mira?

Esponenti illustri di Forza Italia parlano di rischio per la democrazia e di deriva sovranista. Intanto il buon Silvio va a trovare il suo caro amico russo Vladimir, che proprio democratico non è, e un po’ sovranista sì.
Quelli del Pd, renziani in testa, si augurano che questo governo mandi in malora il paese. Se lo augurano per rinfacciarlo poi al popolo ignorante e beduino, colpevole di non aver capito nulla. Se sapessero, quelli del Pd, che sono proprio loro a non aver capito nulla della gente.

Il fatto, a me pare, è che in questo marasma generale nessuno voglia sprecarsi per cercare di capirci qualcosa. È più facile fare il tifo. Prendere per buono ciò che ci fa più comodo.
Lo fanno i partiti, i politici, lo fanno le persone. Ma la cosa più grave è che lo fanno pure i giornalisti. Non dubito che molti di loro siano in buona fede, questo però non aiuta, anzi.

Tutti noi guardiamo sempre la tv e qualche volta leggiamo i giornali. Ascoltiamo con attenzione ciò che ci dicono e leggiamo ciò che scrivono. Adesso cerchiamo di ripassare le informazioni che ci arrivano e con esse proviamo a immaginare questa scena: un tizio che arringa la folla sul pericolo rappresentato da barboni e mendicanti, mentre tutto intorno la gente intenta ad ascoltare non s’accorge che distinti signori in doppio petto e scarpe firmate stanno sfilando a ognuno dei presenti il portafogli. Il paradosso è che anche quelli che se ne accorgono fanno finta di niente perché indotti a credere che, se i soldi te li porta via uno che veste elegante, certamente dietro ci deve essere un motivo ragionevole e inevitabile.
Ebbene, se i signori distinti ed eleganti fossero le banche?

Chiediamoci anche il perché, nei vari dibattiti che tutti i giorni infiammano i talk show televisivi, esperti economisti, giuristi, sociologi, e chi più ne ha più ne metta, che dissertano e pontificano su economia e finanza, non pongano mai in discussione i criteri di calcolo dei tassi d’interesse sul debito, men che meno i meccanismi reali che stanno dietro il fenomeno dello spread. Ovvero non si chiedano mai quale sia la sua vera ragion d’essere, o perché debbano esistere le agenzie di rating.
Ciò che costantemente si sente sono continue discussioni sullo spauracchio del suo innalzamento e delle conseguenze che questo comporterebbe sulla gente. Terrorismo istituzionalizzato.
Si dà per scontato che il meccanismo dello spread sia lecito e inevitabile. Che non sia invece frutto di speculazioni della finanza. Che sia normale che queste famose agenzie di rating, col potere di declassare l’economia di un intero paese e, guarda caso, appartenenti a grandi multinazionali finanziarie private, abbiano di fatto il diritto di influenzare le decisioni politiche di un governo.

Le parole sovranista e populista sono diventate bestemmie da scandire in ogni dibattito. Si pensa ai vari Le Pen, Orban, fino al Salvini nostrano. Disprezzabili esempi di politiche di chiusura e isolamento, di tendenze antidemocratiche, di ideologie razziste? Probabilmente sì, o forse non esattamente. Questi tizi non stanno simpatici neanche a chi scrive, ma dobbiamo seriamente preoccuparci? Davvero crediamo all’approssimarsi di nuovi Hitler o Mussolini? Davvero siamo così condizionati da decenni di asservimento al modello corrente da non vedere che già da tempo non godiamo più delle nostre libertà?

Ma concettualmente cosa significa il tanto temuto sovranismo? Magari riappropriarsi della sovranità del proprio paese, del proprio potere decisionale. Senza rendere conto a enti stranieri privati che tutto hanno a cuore fuorché il benessere del cittadino.
E cosa significa il tanto vituperato populismo? Magari rivendicare una politica più attenta al suo popolo, alla sua gente, quindi alla risoluzione dei suoi problemi e dei suoi bisogni. E magari non ossequiosa di banche estere e nemmeno sotto ricatto di speculatori finanziari stranieri. Cosa c’è di così sbagliato in tutto ciò?
Dall’Enciclopedia Treccani.
“Sovranismo: posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione”.
“Populismo: movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria, un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate”.
Tutto questo merita davvero lo sdegno e l’insofferenza del mondo intellettuale? Non sarebbe forse meglio capirne le ragioni profonde senza preconcetti?

Nasce il sospetto che certa intellighenzia, quella con il pass d’accesso ai principali media istituzionali, si sia definitivamente appiattita all’establishment. Che il modello dominante e ormai straripante, quello dell’economia finanziaria globale, sia considerato sempre più un totem inattaccabile e imprescindibile. Che quei pochi pensatori – di fatto relegati ai margini, se non addirittura esclusi da ogni dibattito pubblico – che osano metterlo in discussione siano soltanto poveri utopisti, sognatori patetici, come tanti Don Chisciotte, o magari pericolosi sobillatori anti-sistema alla Guy Fawkes. Tutto fuorché gente con cui confrontarsi e discutere.
Così assistiamo come degli intrusi – e con un misto di fastidio e apprensione – alle performance dei primi, quelli pro-sistema, che dialogano comodamente tra loro dalle poltrone dei salotti televisivi, amabilmente accolti da giornalisti compiacenti, tutti intenti a mettere a proprio agio i loro ospiti.
Intanto, il solco tra questi autorevoli esperti, convinti portavoce del modello dominante, e la gente semplice diventa sempre più profondo e incolmabile.

Paragonano l’Italia alla Grecia, senza considerare il fatto che l’Italia è un paese ricco, mentre la Grecia era ed è rimasto un paese povero. Lo fanno senza denunciare l’assoluta ingiustizia subita dai greci, depredati da un giorno all’altro dei loro risparmi per ingrassare le casse già grasse di banche estere ‘amiche’ e dei loro azionisti (soltanto speculatori spacciati per benefattori).
Ci mettono in guardia da catastrofi imminenti, ci minacciano e ci impauriscono riempendosi la bocca con lo spettro di uno spread alle stelle e di una condanna senza appello delle agenzie di rating. Lo fanno con aria saccente e si sognano bene dal mettere in discussione l’eticità e la legittimità di codesto spread e di codeste agenzie. Lo fanno senza chiedersi assolutamente se questi meccanismi voluti e generati da una finanza speculativa in netto contrasto coi bisogni del cittadino non siano invece una forma di vera e propria aggressione all’autonomia decisionale di un paese. Tutto ciò non fa onore a questa genìa d’intellettuali, politici e giornalisti trasformati in sibille dell’Apocalisse, in profeti dello spread.

Per capirci qualcosa:
Di seguito gli approfondimenti di Guido Grossi (giurista esperto di economia e finanza), Marco Bersani (filosofo esperto di dinamiche sociali), Nando Ioppolo (avvocato ed economista).

Il furto del debito pubblico
Perché non ti fanno ripagare il debito
Cos’è lo spread?

La politica del caos

Adesso andate con la memoria al passato, soprattutto a quello della Prima Repubblica.
Pensate ai vari Andreotti, La Malfa, Fanfani, De Mita, Spadolini, Natta, Iotti, Intini, Amato…
Pensate a quelle interminabili tribune politiche sulla Rai, grigie, pallose e incomprensibili. Vecchi tempi: c’era la Dc eternamente al governo, i suoi alleati, il Pci eternamente all’opposizione, i sindacati incazzati come pantere nelle assemblee di fabbrica, gli scioperi, la lira, l’inflazione, la scala mobile, il compromesso storico, il politichese…

Poi, fuori dai nostri confini, c’era l’America e l’Unione Sovietica, punto. L’Europa era solo una comparsa importante, divisa dal famoso ‘muro’: da una parte le democrazie occidentali e dall’altra i regimi filosovietici, da una parte i capitalisti e dall’altra i comunisti. Il resto del mondo era ancora terreno di conquista degli uni e degli altri, anche dopo tanti decenni dalla fine del colonialismo. Pensate, in fondo, a com’era tutto prevedibile, preordinato, addomesticato dal deterrente di una possibile guerra nucleare tra le due superpotenze d’allora. L’incubo della guerra atomica, un suicidio globale che nessuno sano di mente ha mai voluto, ha di fatto inibito la naturale entropia politica del mondo intero per cinquant’anni.
Pensate ai vecchi film di 007, il super agente segreto britannico eternamente in competizione con l’inseparabile – sempre nemico e a volte alleato – agente sovietico, oppure alle prese col bieco miliardario di turno, tanto folle e megalomane quanto improbabile e grottesco. Film dalle trame semplici e lineari con finale scontato. Confrontateli coi film di spionaggio attuali: verosimili, caotici e ingarbugliati come teoremi di fisica quantistica.
Ebbene, oggi la realtà ha superato la fantasia!

Ormai lo stiamo avvertendo in tanti: la politica ha cominciato a rivelare il suo fascino perverso soprattutto da quando s’è fatta caotica. Da quando cioè sono saltati i vecchi schemi strategici, tutti quegli assetti geopolitici e quelle stesse ideologie che in qualche modo l’avevano resa prevedibile (e forse pure noiosa) per troppi anni.
L’ho appena ricordato: il mondo diviso in due blocchi, comunismo contro capitalismo, e tutti gli altri, che stavano fuori da questi due sistemi, costretti a ubbidire all’uno o all’altro.
Ora, dopo l’implosione e il disfacimento di uno dei due blocchi, l’illusione di quello vincente (?) che tutto il mondo ne seguisse l’esempio s’è dovuta scontrare con una inaspettata e sconcertante realtà che, come accennerò tra breve, semplicemente segue un’unica regola: quella del caos.
La verità è che siamo fatalmente e masochisticamente attratti dalle complicazioni… e cosa c’è di più complicato e masochistico di una politica caotica come quella odierna?
La gente è scontenta, esasperata da una crisi epocale di cui non vede una fine semplicemente perché non si tratta di una crisi ciclica ma sistemica, strutturale. Una crisi cioè che non avrà soluzione se non cambierà tutto il sistema
Ma voi ce le vedete le lobby economico-finanziarie mondiali che accettano di farsi da parte per salvare il salvabile? Per dare maggiore equità al mondo? Per rendere giustizia a tutti coloro che stanno pagando gli effetti delle disparità e delle disuguaglianze generate dal neoliberismo dilagante? A breve aspettiamoci delle sorprese gente… e non piacevoli!
Il modello neoliberista che dagli anni novanta in poi ha goduto di una diffusione senza precedenti sta scricchiolando, sta mostrando al mondo le sue prime crepe.
E ora, l’intera classe politica che ne ha fatto l’unico modello di riferimento – tutta la classe politica – dalla destra, da sempre allineata ai poteri forti e alle élite finanziarie, alla (fu) sinistra, che ha deciso di rinnovarsi sposando senza riserve (dovranno prima o poi spiegarci il perché) la stessa dottrina neoliberista, sta scontando questa scelta attraverso un calo di credibilità epocale. La gente non crede più nelle promesse, nelle dichiarazioni d’intenti, nei proclami. La gente è stanca della formula politica basata sulla rappresentanza, semplicemente perché la classe politica non rappresenta più la gente ma il potere economico.
Ma attenzione, l’attuale spettacolo della politica è desolante solo in apparenza. Soprattutto per chi fa informazione, questo spettacolo non è mai stato così attraente e stimolante.

Preambolo: cominciamo col dire che la politica, come ogni altra disciplina complessa, è composta di due aspetti, uno teorico (in cui, più o meno, siamo tutti bravi, quasi dei geni), e uno pratico (e qui la musica cambia). Nel secondo non basta fare due più due, perché nella realtà della politica due più due non fa mai quattro. C’è sempre una variabile di troppo, un segno invisibile, un’incognita imprevista che scombina i piani, stravolgendo un risultato che sovente (e a torto) si dà per scontato.
È un po’ come nelle teorie del caos. Una di esse, dell’illustre chimico premio Nobel Ilya Prigogine, sostiene, per esempio, che la realtà non segue strettamente il modello dell’orologio, prevedibile e determinato, ma ha aspetti caotici entro i quali instabilità e imprevedibilità sono la norma…
Pertanto, tutti gli elementi che abbiamo considerato, ordinato e che crediamo di avere sotto controllo, sperando di mantenerli in un equilibrio costante nel tempo, sono al contrario esposti a forze che vanno al di là della nostra capacità di comprensione. Questi elementi, spinti da simili energie, finiranno col tempo per attrarsi o respingersi fino a sovvertire l’ordine che avevamo con tanta fatica raggiunto (oppure soltanto auspicato), per sostituirlo con un altro non previsto, poi un altro, e un altro ancora. Ininterrottamente e in eterno.
Il fatto è che il caos trae origine da un fenomeno da cui nessuno di noi può prescindere, qualcosa che è un tutt’uno col concetto stesso di esistenza: il movimento.
Ma proviamo a capirne di più facendo qualche esempio pratico: cosa c’è di più dinamico, movimentato, ribollente, instabile, tellurico, di questo nostro tanto auspicato mondo globalizzato? Reso ancor più traballante da un neoliberismo ormai fuori controllo, responsabile di disequilibri e tensioni destinati solo ad aumentare?
Quando si elimina il controllo di un sistema, il disordine prende fisiologicamente il sopravvento: le forze che agiscono nello spazio si moltiplicano entrando prima in contatto e poi in conflitto. Le forze sono per definizione dinamiche e, una volta liberate, si attraggono e si respingono in un moto perpetuo dai meccanismi imprevedibili. In altre parole, il caos.

Questa è la situazione che l’attuale classe politica di tutto il mondo è chiamata a gestire e a risolvere. E il paradosso è che questa situazione è l’esatto risultato delle scelte fatte dalla classe politica tutta, indistintamente.
In un tale quadro non proprio esaltante, l’informazione è chiamata a svolgere un superlavoro! Ogni giorno vengono divulgate notizie vere e false, o notizie vere che racchiudono falsità e notizie false che sottintendono verità. Un fiume di notizie, di informazioni e disinformazioni, che sfruttano tutti i canali possibili: radio, televisione, internet. Si tratta di una vera e propria proliferazione monstre di dati nel quale è sempre più arduo distinguere il vero dal falso. Il caos porta anche a questo.
Tutto ciò per quanto riguarda la visione d’insieme del problema.

Poniamo adesso il discorso a una dimensione più vicina al nostro quotidiano. Anche se può apparire banale, consideriamo che la politica si rivela risolutiva soprattutto quando la si attiva per raggiungere risultati parziali, cioè per risolvere problemi limitati nello spazio e nel tempo. Sistemare le seccature di un condominio è probabilmente meno arduo che risolvere i problemi di un intero quartiere con la pretesa di rendere felici tutti i suoi abitanti.
Perciò, più l’azione politica è limitata nello spazio e nel tempo, meno saranno le variabili e le incognite in grado di mandare all’aria il buon esito di detta azione. Al contrario, più i problemi sono complessi e allargati nello spazio, più servirà tempo per affrontarli e risolverli, e sappiamo che il tempo, prima o poi, porta imprevisti.
Spesso non è neppure lontanamente sufficiente la durata di una legislatura (cinque anni, se si fa riferimento all’ordinamento italiano). Ed è per questo che quasi sempre la fine di una legislatura coincide col malcontento della gente che l’ha vissuta e subita. Se ci aggiungiamo che in Italia, per la cronica debolezza dei nostri equilibri politici, le legislature non arrivano quasi mai alla fine naturale del loro mandato, la probabilità che un governo mantenga tutte le promesse fatte in campagna elettorale si rivela un’autentica chimera (oggi ancor più che in passato).
E questo non tanto e non solo in ragione di una sua conclamata inefficienza (sarebbe bene che ognuno di noi lo capisse quando viene il momento di tirare le somme), ma soprattutto a causa degli intralci generati proprio da chi è governato, cioè dalla gente. Quella stessa gente che poi sarà chiamata a giudicare i risultati ottenuti o i risultati disattesi e i fallimenti. Gente costituita da un insieme eterogeneo di persone con interessi contrapposti, persone spesso non in grado di comprendere fino in fondo quanto e in che modo le proprie scelte e le proprie azioni individuali possano influire nel bilancio della collettività d’appartenenza.
Un governo non solo ha il compito e il potere di eseguire le decisioni politiche di uno stato, non è solo l’espressione della maggioranza di un popolo, ma diventa anche, suo malgrado, la principale speranza del cittadino nella ricerca di una soluzione ai suoi problemi individuali che non sempre coincidono coi problemi del paese nel suo insieme. È per questa ragione che i governi sono fatalmente soggetti a essere il capro espiatorio preferito dai cittadini quando le cose vanno male.

È così: La politica deve fare i conti con forze centripete (gli interessi individuali dei cittadini) e forze centrifughe (gli interessi strategici degli enti sovranazionali). Forze tra loro antitetiche che di fatto intralciano o addirittura compromettono l’azione politica di uno stato, generando risultati destinati a scontentare tutti con effetti collaterali imprevedibili.
La schizofrenia dell’attuale politica la porta a voler sedurre gli individui e al contempo a farsi sedurre dagli enti sovranazionali. Un atteggiamento contraddittorio che ha provocato una spaccatura coi cittadini sempre più profonda e destinata a peggiorare.
Per questo motivo servirebbe un radicale cambio di rotta della politica, una svolta epocale come epocale è l’entità dell’attuale crisi.
Il caos non è alle porte, il caos è ormai entrato nel nostro quotidiano. E sta già travolgendo tutto quanto, non soltanto il mondo della politica. Dal mondo del lavoro a quello più ampio della comunicazione, dal credo religioso alla sfera più intima dei rapporti umani. La sensazione è quella di una progressiva deregolamentazione imposta da un sistema globale che tuttavia sta rafforzando il proprio controllo su tutto. Una formula non nuova che si regge sull’enunciato che la progressiva debolezza dei controllati rafforza ulteriormente i controllori.

Una destra che parla di uguaglianza, che va nei quartieri poveri e nelle periferie a parlare con la gente. Una sinistra che si siede a fianco di industriali e banchieri. Un nuovo razzismo di pancia, emergente certo, ma fortunatamente orfano delle ideologie aberranti del passato. Una classe operaia che vota Lega, perché abbandonata a se stessa e incazzata più che mai con una classe politica di sinistra considerata (a ragione) traditrice e voltagabbana. Una élite intellettuale di sinistra, appunto, con maglioncini di cashmere e Tod’s che abita gli attici nei quartieri bene e che considera gli operai… anzi non li considera proprio più!
Dicevo, un’Europa falsamente unita che predica l’accoglienza e la pace, ma vende armi ai paesi in guerra e svuota l’Africa delle sue risorse. Un terrorismo non più soltanto circoscritto a un territorio o a un’ideologia, ma motivato da ragioni esistenziali, religiose ed economiche, e con una diffusione più che mai internazionale e capillare.
Infine la favola della globalizzazione, la cui propaganda parla di mescolanza tra i popoli, di interscambio senza più barriere, di fratellanza e di abbattimento delle distanze… mentre la realtà è fatta di povertà e di disuguaglianze in aumento.
Ma la vera notizia sta nella trasversalità. E già… una volta la povertà era appannaggio esclusivo del proletariato e del sottoproletariato, ora si è aggiunta anche la piccola/media borghesia. Quella impiegatizia, dei piccoli imprenditori che non ce la fanno, degli statali senza carriera, dei nuovi disoccupati, dei pensionati con pensioni da fame…
Come si dice: mal comune mezzo gaudio!
Sappiamo però che la realtà è cosa ben diversa di un semplice proverbio, perché questo mal comune ha invece partorito un implacabile comune denominatore: la paura.
Una paura folle di perdere tutto quello che ci è rimasto, quello che ancora non ci è stato tolto.
Adesso, il sistema che ha provocato la crisi, invece di mettersi in discussione, esige ulteriori sacrifici dalla gente, lo fa instillando paura, insicurezza e sensi di colpa. Lo fa con la complicità dell’informazione, quella istituzionale, quella collegata alle lobby finanziarie che, attraverso il sistema del debito, controllano risorse e servizi. Centri di potere che non potrebbero mai concepire un sistema diverso da quello in cui si sono generati. Un sistema folle, fondato su quel colossale gioco d’azzardo sulla pelle dei popoli, chiamato economia finanziaria.
Il caos è il suo habitat, solo nel caos questo sistema è in grado di ordire le sue trame per sopravvivere e continuare ad arricchire quel solito uno per cento della popolazione…
Questa politica del caos non ci riguarda. Questi revisori dei conti, queste guardie giurate in completo grigio con un occhio alle borse e un altro alle poltrone non ci rappresentano.
La politica, quella vera, si dia una mossa!

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Le strade che portano alle piazze

Dall’anonimato dei non luoghi all’anonimato delle non persone. Uno vale uno, perché tutti uguali, replicanti della mediocrità in una società di mediocri. Tanto vale sorteggiare, comunque il risultato non cambia.
Ma l’anonimato delle non persone è la tragedia del nostro tempo, viaggia sui barconi dei migranti e sul numero dei morti nel mare che si fa luogo delle vite mancate. Persone alla ricerca di sé, della propria realizzazione. Le persone non si possono annullare.
Quello che è accaduto segna il passaggio dai non luoghi della globalizzazione alle non persone del populismo, l’incapacità dell’uomo di riscoprire se stesso, di un nuovo umanesimo, di un nuovo illuminismo contro l’oscurantismo dei novax, delle sentinelle in piedi, dei ministeri della famiglia.
Privare dell’identità comporta svotare le persone di ogni significato. Il multiculturalismo, l’intercultura hanno posto sullo stesso piano semantico dell’altro venuto da via la patria, la nazione, l’identità, le radici e per questo nessuno era preparato, allevato dalla parrocchia e dalla pubblica istruzione alla fedeltà alla sua chiesa e alla sua patria. Di qui il recupero dell’usato sicuro: il sovranismo, prima il popolo della mia tribù.
Il tribalismo di ritorno, il neo-tribalismo postmoderno con i suoi riti celebrati nell’ecumene dei social, un tessuto cerebrale di post e di like cucito da non persone che hanno barattato la propria identità in cambio di un piatto di account e di nickname.
L’umano troppo umano ci spaventa, è una sfida che non sappiamo sostenere. La cultura superiore, l’abbondanza dei bisogni ci portano ad indietreggiare, a plasmare il senso del regressivo, con la rinuncia alle nuove esigenze del sapere, all’esplorare, fino ad addomesticare la nostra civilizzazione sulle matrici ammuffite, corrose, aggredite dalla ruggine di un passato già guastato dal tempo e dalla storia. Vorremmo poter percorrere i sentieri del futuro senza vento, ben riparati dalla pioggia, possibilmente in penombra, senza che il futuro si accorga di noi.
Ecco le non persone che si sono perdute per strada, uomini e donne mediocri di una cittadinanza mediocre. Intanto le intelligenze fuggono dove coltivare se stesse o tacciono in attesa di comprendere.
Lo sforzo da fare è superare noi stessi, recuperare la pretesa di essere noi stessi, pienamente, senza compromessi. Quell’uno tra miliardi, uguale nella diversità che fa la differenza, ed è solo la somma delle differenze che può funzionare da motore, da propulsore per continuare a percorrere la strada dell’umanità, insieme e diversi, che significa le opportunità al plurale, la ricchezza della somma delle parti che è più del tutto.
C’è invece una umanizzazione cannibalesca che si nutre di umano. La necessità di assimilare a sé, di assorbire, di contenere dentro i propri riferimenti culturali, il forgiare l’altro come siamo stati forgiati noi fino ad annullarlo. È la capitolazione rispetto a quel compito per cui l’umanità si è affaticata da almeno trentamila anni.
Il popolo è massa, è collettivo dove la storia di ognuno si annulla nella storia del popolo che è quella che si scrive sui libri. Ma la vita è l’esistenza di ogni soggetto che è unico e da unico va coltivato, che non può piegarsi al popolo che pretende di farne il suo oggetto.
Il tempo e la storia hanno preso le distanze da noi, quel tempo e quella storia dobbiamo tornare a scandirli, riprendere a scrivere come persone senza cancellare l’identità propria e l’identità dell’altro dalla lavagna della nostra coscienza. Farsi carico gli uni degli altri responsabilmente, non perdersi nell’anomia dei populismi e dei sovranismi, continuare a pretendere il primato dell’intelligenza e della ragione, della competenza sull’improvvisazione, del sapere e della conoscenza sull’ignoranza.
Questa è la sfida per una nuova cittadinanza non di populismi ma di persone in carne ed ossa, donne e uomini che si incontrano e si parlano vis a vis, non pc a pc, che si conoscono come corpi e non come avatar, con la forza delle parole pronunciate dalle bocche e non digitate sopra una tastiera, non il popolo ma le persone delle piazze, le persone delle idee, dei ragionamenti, delle intelligenze e della creatività.
Questo luogo è la città dove abitano e dove vivono le persone, dove ci sono le strade che portano alle piazze per incontrarsi e dialogare.

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Redazione

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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