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Google, Facebook e Amazon pagheranno le tasse: poche, ma meglio di niente.

Google, Facebook, Amazon, Microsoft finalmente pagheranno le tasse. Almeno, un po’ di tasse, perchè attualmente il loro contributo alla fiscalità dei paesi nei quali vendono i loro beni è praticamente pari a zero. Tra i vari articoli usciti in questi giorni sulle nuove regole di tassazione minima per i colossi del web, citiamo questo di Open:

https://www.open.online/2021/06/05/g7-tassa-minima-globale-colossi-web/

I due colossi del web (Google e Facebook) si sono detti a favore dell’accordo del G7, riunitosi a Londra, sulla tassazione globale delle multinazionali, che tocca direttamente i loro interessi. La misura che è stata introdotta prevede una tassazione minima del 15%, da pagare in quei paesi dove le multinazionali vendono i loro beni e servizi, e non, come possono fare adesso in maniera legale, spostando i proventi su filiali aventi sede legale (spesso, una semplice casella postale) in paesi “paradiso” in cui pagare poi aliquote minime. Il presidente degli affari globali di Facebook afferma: «vogliamo che la riforma della tassazione internazionale abbia successo, e riconosciamo che potrebbe significare un carico fiscale maggiore per Facebook, e in diversi Paesi». Un portavoce di Google, secondo Sky News, dichiara: “il gruppo è fortemente a favore dell’iniziativa e spera in un accordo finale «bilanciato e durevole»”. Tutti filantropi? No di certo: anzi, le azioni di filantropia e beneficenza privata di questi giganti sono tanto più possibili quanto più ingenti sono i fondi sottratti alla tassazione pubblica. Il fatto che si dichiarino prontamente favorevoli ad una misura che li obbligherebbe ad eludere meno e a pagare di più potrebbe quindi far sorgere il sospetto che si tratti di uno specchietto per le allodole.

Eppure non credo che sia questa la ragione delle loro dichiarazioni di favore. Si tratta, probabilmente, di una mossa di immagine dietro la quale si può facilmente immaginare una accorta azione di lobbying nei confronti delle istituzioni politiche che al G7 hanno raggiunto questo accordo. Infatti una tassazione del 15 per cento è largamente inferiore alle aliquote applicate sia alle imprese “tradizionali”, sia ai redditi da lavoro. Un imprenditore italiano non avvezzo ai magheggi della fiscalità creativa (che, attenzione, non è affatto una pratica semplice: necessita di una accurata e specialistica conoscenza dei meccanismi dell’elusione) può confrontare la tassazione complessiva che grava sulla sua azienda rispetto a quella che graverà su questi giganti: rimane sempre un delta a suo sfavore, che può andare dal 20 al 30%.Un lavoratore dipendente può agevolmente controllare la tassazione che grava sulla sua busta paga: il 15% non lo paga nessuno. Si va dal 23 al 40% circa. E’ per questo che il noto economista progressista francese Thomas Piketty si è affrettato a definire questa riforma “scandalosa”, affermando “anche a me piacerebbe pagare il 15% sui miei guadagni” e facendo i conti su quanti sono i miliardi di maggiori entrate fiscali cui i paesi europei rinunciano(120 miliardi di euro) per non aver deliberato una tassazione minima al 25%, anzichè concentrarsi su quelli che guadagneranno (50 miliardi) rispetto alla situazione attuale (stime dell’Osservatorio europeo sulla tassazione). E’ per questo che Gabriela Bucher, direttore esecutivo di Oxfam International, dichiara che il G7 “aveva la possibilità di mettersi al fianco dei contribuenti, invece ha scelto di stare al fianco dei paradisi fiscali”. In effetti, per rendere la proposta digeribile per quei Paesi industrializzati, anche membri della UE, che prosperano grazie ai trattamenti di favore riservati alle multinazionali (Cipro, Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo), l’asticella è stata abbassata dall’ipotesi iniziale del 21% all’attuale 15%.

Certe affermazioni sulla inadeguatezza delle nuove misure, tuttavia, puzzano molto di naftalina, quella abitudine accademica a discettare con tono professorale del “meglio”, senza considerare che in molti casi il “meglio” è nemico del “bene”. Per fare un solo esempio: il ministro delle Finanze cipriota Constantinos Petrides ha preannunciato l’intenzione di porre il veto su questa proposta di riforma al Consiglio Ue, dove le decisioni in materia fiscale vanno prese all’unanimità. Certo, si potrebbe dire che sarebbe opportuno cambiare la norma e stabilire che certe decisioni vanno approvate a maggioranza. In attesa che questo avvenga, bisogna fare i conti con le regole vigenti, che non consentono di fare rivoluzioni proletarie, e farsi una semplice domanda da uomo della strada (che spesso ha torto, ma a volte esercita un elementare buon senso): ma attualmente le cose vanno bene? Attualmente i nostri Stati quanto ricevono da questi colossi per finanziare le loro scuole e i loro ospedali, che sono le nostre scuole e i nostri ospedali? Zero. E allora per quale ragione, in nome di una ortodossia del pensiero redistributivo, dovremmo considerare un male questa riforma? Perchè si poteva far meglio? E con quale consenso, ammesso che questa misura riesca a passare il vaglio del Consiglio europeo?

Ho più stima di chi si sporca le mani con le difficoltà di una politica che provi a spostare certi equilibri (e questa è comunque alta politica, perchè combattere lo strapotere di multinazionali che sono diventate più potenti di uno Stato non è una passeggiata), rispetto a chi si limita a criticare la timidezza di certe novità dall’alto del suo Aventino di purezza dottrinale. Naturalmente spero di non essere smentito da una versione finale ulteriormente annacquata di questa riforma.

 

 

 

 

TASSARE L’ECONOMIA DEL DISTANZIAMENTO:
un appello per un mondo d’incontri

Testo della mozione appello

La crisi economica, conseguente alla pandemia, sta favorendo lo sviluppo di aziende come Google, Amazon e Netflix, che si avvantaggiano del distanziamento sociale e ne traggono enormi profitti, su cui per legge non pagano le tasse, mentre i negozi, le aziende e i luoghi d’incontro chiudono per doverle pagare.
Tutte le situazioni reali che sceglievamo liberamente di frequentare e che avevano una grande importanza per la nostra vita sociale sono necessariamente state ridotte: incontrare gli amici, un negoziante o un conoscente durante un acquisto, uno sconosciuto al cinema o in piazza.
Così le grandi imprese economiche di intrattenimento, commercio e comunicazione a distanza (on-line), che già prima erano in enorme crescita e godevano di scandalose agevolazioni fiscali, stanno facendo i loro migliori affari di sempre grazie alla crisi che soffoca noi ed i nostri territori.

Rischia così di “fallire” un’idea di società e di territorio fatta di individualità, relazioni sociali, solidarietà, proprietà e responsabilità diffuse e locali: chiude il negozio, scompare il contatto umano, viene meno la competenza distribuita, svaniscono la gestione e le diversità, aumenta la disoccupazione.
Stiamo inoltre assistendo ad un impoverimento sempre più tangibile e ad un aumento delle distanze tra “chi non ce la fa”, “chi sopravvive nonostante tutto” e “chi trae grande vantaggio da questa situazione”.
E’ necessario intraprendere una seria politica di equità fiscale abbassando la tassazione delle aziende locali (in particolar modo quelle piccole e medie), recuperando gettito fiscale dall’industria dell’intrattenimento, della comunicazione e del commercio a distanza.

Netflix, Google, Amazon, Facebook, saranno pure comodi, ma si combinano perfettamente con l’esistenza di una società distanziata, dalla quale traggono enorme giovamento economico e nella quale non vogliamo vivere.
Queste aziende e le regole che oggi, iniquamente, gli permettono di non pagare quasi nulla, minacciano l’esistenza della nostra società dell’incontro a favore di quella dell’isolamento e del distanziamento.

Scegliamo una società di incontri reali, più solidale, gestita dalle persone che ne fanno parte. Chiediamo al Governo Italiano e al Parlamento Europeo di abbassare la tassazione delle aziende locali e di alzare, almeno al loro livello, quella sui colossi del web e sull’industria della comunicazione, intrattenimento e commercio a distanza.

Firma e condividi la petizione: LE COSE DEVONO CAMBIARE.
Ferraraitalia aderisce e diffonde il presente appello. Per firmare 
clicca [Qui] 

In copertina: vignetta di Riccardo Francaviglia

Cosa c’è (e cosa manca)
nel “pacco regalo” del recovery plan

Dentro una delle crisi di governo più “incomprensibili” da molti anni in qua, però il Recovery plan, il progetto nazionale per arrivare ad avere le risorse europee di Next Generation UE, dopo l’approvazione nel Consiglio dei Ministri del 12 gennaio, appare in dirittura d’arrivo. Vale allora la pena spendere alcune parole per capire meglio quali sono gli obiettivi lì contenuti e l’orizzonte lungo il quale si muove. Lo si deve fare al di fuori della retorica sulla “svolta” europea, sul suo valore di appuntamento con la Storia, sulle ingenti risorse a disposizione e via dicendo, ma guardando bene contenuti e profilo lì presenti.

La prima considerazione che si può avanzare riguarda l’utilizzo dei 209 mld di € ( 65,4 mld. di sussidi a fondo perduto e 127,6 mld. di prestiti dal Recovery Fund europeo), lievitati nell’ultima versione a 222 mld con l’incorporazione di ulteriori risorse europee. Nell’ultima versione nota, essi sono distribuiti su 6 missioni fondamentali: Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura (46,1 miliardi); Rivoluzione verde e transizione ecologica (68,9 miliardi); Infrastrutture per una mobilità sostenibile (32 miliardi); Istruzione e ricerca (28,5 miliardi); Inclusione e coesione (27,6 miliardi); Salute (19,7 miliardi). Si potrebbe disquisire a lungo se non si poteva trovare un equilibrio più utile tra queste voci, spingere maggiormente in direzione degli investimenti piuttosto che degli incentivi, destinare maggiori risorse ai nuovi progetti rispetto a quelli già esistenti, superare una decisa frammentazione degli interventi previsti nelle singoli missioni.Non c’è dubbio, però, che alcune siano decisamente sottovalutate. Solo per esemplificare, basta pensare a quanto destinato alla salute, che non ripaga neanche l’insieme dei tagli prodotti negli ultimi 10-15 anni. Ragionamento analogo vale per la scuola e l’istruzione.

Al di là di questo, però, ciò che emerge con ancora più forza e, purtroppo, inadeguatezza, sono le finalità cui vengono indirizzate le risorse dei vari capitoli.  Anche qui, senza poter entrare in una disamina più approfondita, non si sfugge alla constatazione che non si affrontano le questioni di fondo che i vari temi propongono, continuando a seguire un pensiero debole e subalterno alle narrazioni mainstream.
Se guardiamo al tema della digitalizzazione, ormai assunto come un mantra in qualunque discussione che dovrebbe portarci nel futuro, non si va al di là delle politiche già avviate in questi anni, con un loro potenziamento, o di buoni, quanto scontati, propositi: incentivi a Industria 4.0, che notoriamente non sono in grado di guidare una reale ricollocazione dell’apparato industriale, e innovazione nella Pubblica Amministrazione.
Su quest’ultima questione, non si può evitare di notare che degli 11,45 mld, ad essa dedicati, ben 4,75 se ne vanno per il progetto Cashless, meglio noto coma Cashback, ossia per l’ incentivo all’utilizzo di mezzi di pagamento elettronici sia per i consumatori sia per gli esercenti. Insomma, si evita di misurarsi con le novità emerse in questi anni, e cioè il dominio delle grandi aziende multinazionali hi-tech made in USA – in primis le famose FAANG, Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google– che hanno dato vita ad un modello costruito sul fatto di produrre profitti mediante le inserzioni pubblicitarie e la pratica strutturale dell’elusione fiscale, utilizzare i dati degli utenti come nuova materia prima e ridurre l’esperienza umana a merce da collocare sui mercati. Fino alla conseguenza di aver privatizzato l’informazione, la comunicazione e la loro produzione, come emerso in questi giorni con la vicenda dell’esclusione di Trump da Facebook e Twitter. Decisione condivisibile, ma, come evidenziato da molti commentatori, che evidenzia il grande potere di soggetti privati nel disporre chi può intervenire o meno in quello che è diventato spazio e discussione pubblica. Questa è diventata la vera questione: ricondurre a bene comune e servizio pubblico informazione, comunicazione e conoscenza e impedire la loro appropriazione privata, su cui la stessa Unione Europea fatica a misurarsi e il Recovery Plan dimostra grande cecità.
Allo stesso modo, si possono avanzare obiezioni forti in tema di quanto previsto sulla cosiddetta “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, che non assume fino in fondo l’obiettivo europeo della riduzione del 55% al 2030 delle emissioni da gas climalteranti e tantomeno quella di una fuoriuscita in tempi rapidi dall’utilizzo delle risorse fossili. Per non parlare, per usare un eufemismo, del rischio di supportare interventi di vero e proprio “green-washing”, in gran parte ispirati da ENEL e ENI.
A questo proposito, sembra sia rientrata l’intenzione di erogare risorse per il progetto sbagliato di realizzare a Ravenna il più grande impianto di cattura e stoccaggio della CO2 nel sottosuolo, che comunque rimane obiettivo dell’ azienda energetica nostrana, ma viene confermata l’idea di ricorrere ad un uso massiccio del gas per la riconversione delle centrali a carbone.
Ancora in questa missione, si può leggere quanto emerge sulla tutela e valorizzazione del territorio e della risorsa idrica, dove sono individuate risorse aggiuntive assai scarse e, soprattutto, viene incentivata una nuova spinta per la privatizzazione del servizio idrico, con l’obiettivo di consegnare alle grandi multiutilities quotate in Borsa – Iren, Hera, A2A, Acea– gli affidamenti anche nel Mezzogiorno, dopo che esse sono saldamento insediate in tutto il Centro Nord.
Sulla salute, non si assume con chiarezza  la centralità del ruolo della sanità pubblica, dopo la stagione della privatizzazione strisciante cui abbiamo assistito anche in questo settore, mentre per scuola e istruzione ciò che emerge è che una parte consistente delle risorse stanziate ( 11,7 mld. sul totale di 28,5 mld.) va sotto l’intervento “Dalla ricerca all’impresa”, ribadendo che scuola e istruzione sono subordinate alle esigenze del mercato e del sistema delle imprese.

Quello che, alla fine, emerge dal Recovery Plan, insomma, è un’idea di “ammodernamento” del Paese, fondato sui nuovi “driver” della digitalizzazione e della green economy, senza però mettere in discussione il paradigma della crescita trainata dal mercato e dalla finanza, anzi provando a dargli basi rinnovate e costruendo su queste una lettura ideologica della prossima fase di uscita dalla crisi e del nuovo sviluppo. Un tentativo che va visto anche nei suoi tratti di “novità”, non indulgendo ad un approccio per cui esso sarebbe una pura riproposizione del passato, ma, nello stesso tempo, senza occultare che non basterà la propaganda delle ingenti risorse a disposizioni per mettere tra parentesi che è destinato a non funzionare a quei fini.
Probabilmente ne sono consapevoli anche gli attori più avvertiti delle classi “dirigenti”, a partire dagli estensori del Recovery Plan, nel momento in cui indicano che nel 2023 il PIL crescerà tra il 2,5% e il 3% e il tasso di disoccupazione attestarsi dall’attuale 9,5% all’8,7% nel 2023.
Non grandi dati, in realtà, senza dimenticare che, dopo il forte ricorso all’indebitamento pubblico conseguente alla pandemia, il rapporto debito/PIL passerà, secondo la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, dal 134,6% del 2019 al 158% del 2020, per “rientrare” ad un livello del 143,7% nel 2026. Con tutte le incognite che ciò comporterà in una situazione nella quale si riaprirà, probabilmente nel 2022, la discussione sui vincoli di bilancio in sede europea, dopo la loro sospensione decisa nel corso del 2020. Nonché il rischio, tutt’altro che remoto, che la crisi economica e sociale possa conoscere un ulteriore aggravamento nei prossimi mesise non verrà attivata la proroga del blocco dei licenziamenti, misura osteggiata sempre dagli apologeti del mercato, che non sanno e non vogliono prendere atto che è finita da un pezzo – in realtà mai esistita – la stagione della sua capacità di autoregolazione e, ancor più, di generare ricchezza sociale e sviluppo di qualità.
E’ invece proprio da questa consapevolezza che bisognerebbe ripartire, per riscrivere da capo il Recovery Plan, per prospettare viceversa un reale Piano per il lavoro e i beni comuni, assumendoli come misura e obiettivo di una nuova traiettoria per il Paese

IMMUNI?
Cosa c’è sotto il dibattito sulla nuova App proposta dal governo

di Francesco Reyes

Si è innescato un discreto dibattito sulla nuova App proposta dal governo per monitorare i contagi da coronavirus.
Finalmente, anche in Italia, la questione della raccolta dei dati personali dei cittadini viene a galla, con domande lecite del tipo: “Come funzionerà, cosa produrrà davvero questa app”, “Può essere verificato grazie a un codice open source”, “Quali dati verranno raccolti”, “Dove e da chi verranno immagazzinati”, “Chi e per quanto tempo potrà avervi accesso”?

Sorprendentemente, da ciò che leggo sui giornali, il governo italiano sembra che stia considerando con attenzione queste criticità. Ciò che sembra invece fuori dal tempo è la reazione scandalizzata di molte persone di fronte a questa ipotesi di raccolta di dati personali.

Nell’Italia che sentiamo alla radio, in Tivù e sui social, si dà per scontato che non solo si possa, ma si debba avere uno smartphone Google-Android o Apple o un computer rigorosamente Windows. E su questo hardware, tutti abbiano installate una serie di applicazioni proprietarie (con il codice che le anima non verificabile da altri informatici). Queste applicazioni le conosciamo bene, si chiamano Google, WhatsApp, Instagram, Snapchat, Facebook, eccetera. Queste, sono tutte App voraci di informazioni personali, di ogni tipo: dal luogo in cui ci troviamo, alla lista dei nostri contatti, fino al movimento del nostro dito sullo schermo. Tutte queste informazioni sono raccolte allo scopo di predire e anticipare i nostri comportamenti.

Inoltre, è pluri-documentata la vendita dei dati raccolti, sia legale che illegale, così come la cessione ad aziende private e ad altri governi (anche quelli abituati a sostenere colpi di stato, come gli USA) con finalità tutt’altro che democratiche: manipolazione economica e politica delle masse, controllo e repressione degli individui più intraprendenti/pericolosi.

Adesso, facciamoci un esame di coscienza: abbiamo davvero a cuore le libertà guadagnate dai partigiani, dai nostri, padri, nonni e bisnonni? Tra queste libertà c’è il diritto inalienabile a una vita privata (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Articolo 12) e il diritto alla autodeterminazione. Questi diritti ci vengono silenziosamente sottratti ogni giorno. Davvero non ci sono alternative?

Su internet, in realtà, si trovano molte guide utili alla protezione dei dati personali: per fare un solo esempio miniguide.minifox.fr  [qui puoi consultarla]  Allora agiamo di conseguenza. Possiamo scegliere, possiamo sostituire WhatsApp, Google, Facebook con alternative free/open source, rispettose della privacy.

Forse è venuto il momento di metterci in testa che la tecnologia non è solo un bene, è anche una responsabilità. Oppure continuiamo pure a fare orecchie da mercante. Raccontiamoci pure che si tratta di semplici scambi commerciali, senza rischi sociopolitici e conseguenze macroeconomiche, senza un impatto grave e di lungo sulla vita quotidiana di ognuno di noi.

TECNOLOGIA
L’abito digitale del neocapitalismo

Oggi meno sai di informatica, più sei ai margini non solo dell’informazione, ma anche della società. Basti pensare ai tanti anziani che non capiscono un’acca di computer. Dobbiamo renderci conto che il cosiddetto ‘digital divide’ (divario digitale) è un problema sociale e politico e come tale va affrontato. Insomma: la nuova piramide sociale si costruisce sull’istruzione informatica, sull’accesso alla Rete, sull’utilizzo degli strumenti.

Attenzione, però. Da alcuni anni le aziende della Silicon Valley promettono abbondanza, prosperità, riduzione delle disparità e una nuova società in cui tutto sarà condivisibile e accessibile. Ma siamo sicuri che Google, Amazon, Facebook, Twitter e compagnia non siano invece l’ultima incarnazione del capitalismo – ancora più subdolo, perché mascherato dietro le suadenti parole della rivoluzione digitale – e l’ennesima versione dell’accentramento di potere economico e politico nelle mani di pochi? Evgeny Morozov, autore dei “Signori del silicio”, sostiene che di democratico, rivoluzionario e “smart” in tutto questo c’è ben poco. C’è invece la svendita sull’altare del profitto dei nostri dati personali, della nostra privacy e soprattutto della nostra libertà. Ormai siamo registrati in ogni nostra mossa; non fai in tempo a compiere una ricerca sul web che subito sei tempestato di sollecitazioni commerciali nel settore che hai esplorato: abiti, orologi, libri o prosciutti, poco importa.

L’unica forma di difesa è un uso critico e consapevole della Rete. Ma un uso critico presuppone a monte un plafond culturale che non tutti hanno. I giovani poi, “bevono” più o meno tutto ciò che viene loro propinato e sono in questo senso più facilmente condizionabili. E allora non è questo un’altro episodio, un altro aspetto di quella offensiva che anni fa fu scatenata, per esempio, dalle televisioni di Berlusconi? Il capitale – un capitale sempre più irraggiungibile e misterioso – non ha mai avuto interesse a che i sudditi siano istruiti, perciò autonomi.

Non è il caso, per questo, di mettersi a fare i luddisti, ma sicuramente la rivoluzione informatica nasconde molti, troppi trabocchetti. E anche la cosiddetta “democrazia di rete” è da maneggiare e da interpretare con molta, molta cura.

ELOGIO DEL PRESENTE
In nome della privacy: Apple, Fbi e la sovranità del consumatore

La sfida tra Apple e Fbi (con la magistratura americana) propone riflessioni importanti. Ne richiamo alcune volutamente difformi dal cuore esplicito della vicenda: il confronto tra libertà e sicurezza. I fatti in sintesi: l’Fbi sostiene di avere bisogno del codice d’accesso per ricostruire i movimenti della coppia di terroristi di San Bernardino in California e invia un’ordinanza a Apple. Tim Cook – Ceo di Apple – accusa la giustizia americana di sconfinamento. Il dipartimento di giustizia definisce il diniego di Apple una strategia di marketing. I giganti del web si compattano e si compatta anche la politica pure impegnata in un’incandescente battaglia per le presidenziali.
Mentre sulla scena politica in Europa e in America il bisogno di sicurezza sembra porre in secondo piano il tema della libertà, il mercato si fa paladino dei diritti. Che tipo di ribaltamento si è prodotto? Le grandi compagnie del web – Apple, Google, Amazon – sono diventati riferimenti universali per stili di vita e non solo. Google è divenuto sinonimo di accesso all’informazione e di unificazione culturale, Apple ha associato il proprio marchio, ben oltre la quota di mercato, alla nostra perenne interconnessione. Amazon, lanciata come rivenditore di libri online, si è trasformata in un grande magazzino online e grazie ad un efficientissimo sistema di distribuzione e alla possibilità di vendere talvolta articoli a prezzo di costo ha contribuito a migliorare il benessere consentendo a molti l’accesso a beni altrimenti inaccessibili. Tutto ciò tende ad associare alle multinazionali del web un’immagine di libertà e di trasparenza. La rete ci dà la percezione di navigare in un grande mare nostrum, uno spazio di informazione infinito, Google induce fiducia nell’oggettività delle informazioni, mentre i social network suggeriscono l’idea che le opinioni diventino “vere” nel momento in cui superano un certo numero di like. Apple, rifiutando di sbloccare l’IPhone del terrorista, parla ai consumatori rassicurandoli sul rispetto della privacy dei dati. Aprire il sistema – si dice – comprometterebbe la protezione dei dati da tutti i cellulari, inoltre le porte create potrebbero essere usate da altri, magari dai terroristi. L’obiettivo è quello di rassicurare un mercato di un intero pianeta che genera un fatturato di 234 miliardi di dollari nel 2015.
Michael Walzer, illustre studioso di filosofia politica e morale si schiera dalla parte di Apple, considera un pericoloso precedente la richiesta dell’Fbi e chiarisce in sintesi il suo punto di vista: “la Apple non può obbligarmi a comprare un prodotto; lo Stato invece può incarcerarmi.
La riflessione va oltre il tema in oggetto e segnala un ribaltamento nel rapporto tra politica e mercato rispetto alla fiducia dei cittadini/consumatori: le grandi aziende del web hanno rapporti di fiducia con i consumatori che i partiti non hanno con i cittadini. Le tecnologie, connettendo l’intero pianeta, hanno spostato l’accento su nuovi diritti di informazione e hanno cambiato la percezione della cittadinanza e della partecipazione.
Apple sulla protezione della privacy ha stretto un patto di fedeltà con i consumatori. Facebook nel “libretto rosso” (così lo ha definito) che riassume la filosofia dell’azienda e che ogni nuovo dipendente trova sulla scrivania, esprime con accenti messianici una funzione che va ben oltre quella di un’attività commerciale. Parla di missione sociale: rendere il mondo più aperto e connesso, di ricordare che le persone usano Facebook per restare in contatto con coloro che amano e che in questo mondo servono idee semplici e spiriti veloci. Insomma, la mission aziendale si fonda su obiettivi di cambiamento e sulla creazione di condizioni di cittadinanza e di inclusione. Qualcosa di molto simile ad un programma politico. E probabilmente più affascinante!

Maura Franchi vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

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“Ostacola i concorrenti”: anche Google accusata di abuso di posizione dominante

Dopo Microsoft, Bruxelles si è dimostrata pronta a procedere legalmente verso un altro colosso del web. Google, noto motore di ricerca, attualmente gestisce il 90% circa delle ricerche a livello europeo, vantando un totale di 60 trilioni di pagine web indicizzate dal suo dominio.
E’ proprio il gigante di Mountain View il protagonista della nuova procedura di obiezione, emessa dall’organismo Garante della concorrenza e del mercato della Commissione europea, dove è stata formalmente espressa l’accusa di abuso di posizione dominante in riferimento sia al motore di ricerca, sia al sistema operativo Android, acquisito dallo stesso diversi anni prima. L’accusa, dunque, si fonderebbe sul fatto che la forte attrazione che i prodotti dell’azienda attirano su di sé consente di detenere un potere di mercato enorme, cosa che di per sé non rappresenta un abuso, ma il fatto che grazie a questo abbiano potuto trarne un vantaggio sì.
Autopubblicizzandosi o assicurando visibiltà ai suoi prodotti, Google avrebbe recato danno ai consumatori, ingannandoli, e ai concorrenti immettendo delle barriere all’entrata, veri e proprio ostacoli alla partecipazione in quel segmento di mercato. Inoltre, si parla di impatto negativo sull’innovazione che avrebbe potuto impedire l’affermazione di nuovi mercati, processi o prodotti tramite un meccanismo di occlusione. Insomma l’azione di Bruxelles avrebbe come obiettivo principale quello di garantire il libero mercato; in attesa di una sentenza definitiva, però, si apre spazio per nuove riflessioni.
L’accezione di bisogno ha sempre rappresentato il punto di partenza di un’idea economica: fin dall’antichità, infatti, le imprese nascono per soddisfare i bisogni delle persone; col passare del tempo però, i bisogni sono stati smembrati e divorati, rendendo difficile concepirne di nuovi. L’informazione e la conoscenza allora, hanno cominciato a svolgere il ruolo di variabili economiche, sostituendo i bisogni primari, premiando chi le detiene con una sorta di capacità di plasmare e guidare il mercato.
In questo senso, la vicenda risulta emblematica, se si pensa alla quantità di informazioni che Google possiede sulle persone che lo usano, sui loro interessi, il loro stile di vita ed i loro desideri: un mercato talmente smisurato da sembrare “dominante”.

giornalismo-web

L’ANALISI
Giornalismo web, regole
della buona informazione in rete

Negli ultimi anni, il numero dei giornalisti della carta stampata tradizionale (parliamo, in particolare, dei quotidiani) è diminuito sensibilmente, ad esempio, negli Stati Uniti è passato da 54mila nel 2006 a 38mila nel 2012, ovvero una riduzione del 30%. Lo stesso è avvenuto per i periodici, con una diminuzione, negli ultimi 10 anni, di circa il 26% (fonte: American society of newspaper editors, Pew research center). Al contrario, la stampa sul web ha conosciuto un forte incremento, con l’aumento anche dei posti di lavoro, soprattutto nelle piccole strutture con vocazione “locale”, ossia in realtà che non coprono ogni tipo d’informazione ma che si concentrano sulla volontà di colmare le lacune della stampa locale e, talora, del giornalismo d’investigazione. I nuovi media sul web non esitano ad assumere giovani, scommettendo sulla loro conoscenza delle nuove tecnologie e la loro apertura e naturale predisposizione alle innovazioni. Gli “anziani”, ovviamente, continuano ad apportare la loro fondamentale esperienza e devono correttamente integrarsi con i primi, in un proficuo scambio reciproco. La formazione dei giornalisti tradizionali non sembra più adatta e adattata a ciò che il pubblico ricerca su internet, e per questo bisogna investire, bene e molto. Per troppo tempo, poi, i media hanno considerato Internet come secondario rispetto al cartaceo e hanno, pertanto, trascurato questo nuovo (e affascinante) mondo (ancora oggi certe redazioni hanno team separati per il web e il cartaceo). Questo non ha certamente aiutato a prepararsi a una rete che oggi conduce i giochi e occupa la scena in maniera preponderante. Ma anche a essa bisogna prestare la dovuta attenzione e prendere con cautela quello che, ormai, strumenti come Google ci preconfezionano, in termini di notizie e non solo.
Quando si usa e si lavora con un motore di ricerca, bisogna sapere che spesso articoli e notizie non sono state oggetto di adeguata analisi e controllo da parte dell’autore (tanto per contenuto che per fonti) e che, spesso, il redattore che prepara un testo “adatto” alla rete si basa principalmente sul numero di richieste e ricerche fatte, da parte degli utilizzatori di Google, per una determinata serie di parole chiave, e, sulla base di ciò, pubblicherà per avere visibilità sulla rete e migliorare la sua “referenzialità”. Fino quando Google avvantaggerà la quantità di pubblicazioni rispetto alla loro qualità, il giornalismo web sarà questione di robot e l’informazione di scarso livello. Carefully, dunque. Tutti noi che scriviamo.

giornalismo-web-regole-futuro
Smart phone e tablet sono i supporti più utilizzati per leggere i giornali

Allora, quale potrà essere l’avvenire del giornalismo sul web e quali le regole per assicurarne qualità e pari dignità con quello cartaceo? A nostro avviso, il futuro di questo tipo di scrittura può essere davvero roseo, a condizione che le redazioni tengano conto di alcuni principi basilari. Eccone alcuni, ma la riflessione resta, ovviamente, aperta.

LA TECNOLOGIA. Il mondo del giornalismo web può cogliere una grande opportunità dalla tecnologia, soprattutto in termini d’interattività dei contenuti che rendano i testi più dinamici e vivaci. La creatività avrà un ruolo fondamentale in questo, perché non si tratterà più solo d’informare ma di trattare l’informazione con originalità.

L’ORIGINALITA’, dunque. Questa va ricercata nei contenuti, nelle forme e nelle immagini. Una buona comunicazione innovativa tramite belle immagini e video potrà stimolare l‘attenzione dei lettori che solitamente consultano rapidamente le notizie. La fotografia di qualità potrà aiutare molto e accompagnare i testi. Un team ampio, composito e variegato può essere poi un fattore importante di successo di una testata. Ma allora, non ci orientiamo forse verso un’informazione di nicchia? Non vale la pena riflettere sempre di più all’idea di “glocal”, ossia nel voler creare informazioni e servizi per un mercato globale-internazionale ma modificate e adattate alla nostra cultura e ai bisogno locali?

LE FONTI. Il web ha dimostrato recentemente che spesso l’assenza di controllo delle fonti può comportare conseguenze importanti. I siti “hoax” (bufala o satirici) oltre che la manipolazione dell’informazione a fini propagandistici (si vedano il caso Isis-infibulazione obbligatoria per le donne che si è dimostrata una “bufala” della rete partita da un non ben identificato tweet) possono essere molto pericolosi se non gestiti con attenzione. Il giornalista che opera sulla rete deve, pertanto, prestare particolare cura alla verifica delle fonti e non basarsi unicamente sulle agenzie stampa o le notizie sul web. D’altra parte, non deve perdere la sua buona abitudine a partecipare agli avvenimenti direttamente e in prima persona.

LA FORMAZIONE. Come già accennato, la sfida attuale del giornalista è anche quella dal formazione alla scrittura sul web. Bisogna essere capaci di redazione efficace anche per la “referenzialita” ma senza perdere il proprio stile. Pur con regole che sostanzialmente non cambiano, va oggi assicurato il tandem fondamentale qualità tecnica e qualità redazionale.

IL CONSUMATORE. Bisogna concentrarsi sempre più su di esso e comprendere le esigenze del lettore e fornire un giornale adeguatamente pensato (il caso, ad esempio, dei giornali gratuiti per i passeggeri dei mezzi pubblici).

IL MODELLO ECONOMICO. Se i media online creano posti di lavoro, il modello economico adeguato per supportare le redazioni web è ancora difficile da identificare. Il contenuto editoriale, il community management e i costi di gestione del sito richiedono investimenti importanti. Bisogna spostarsi gradualmente verso fonti diverse dalla pubblicità, dalla quale i media dipendono ancora per circa il 70% e diversificare le entrate. Alcuni hanno trovato la soluzione nel crowdfunding, che spesso permette di finanziare reportage, articoli e lo sviluppo di certe piattaforme. Ma da sola questa fonte non basta. Alcune testate hanno provato la formula degli abbonamenti a pagamento, ma solo i giornali a grande diffusione e noti possono permettersi questa scelta. L’ultima strategia è pubblicare inserti pubblicitari in forma di articoli, ossia individuare attività di grande interesse per la collettività e produrre servizi che fungano anche da promozione per l’azienda, ente, associazione, ecc., naturalmente evitando il rischio di confondere il confine che separa la pubblicità dal giornalismo. Andrebbe riflettuto sulla nozione di servizio, forse, e diversificare le entrate con nuove idee.

IL BUON USO DEI SOCIAL NETWORK. I social network vanno utilizzati in maniera intelligente per evitare la saturazione del lettore e quella che qualcuno definisce “infobesità”. La distribuzione dell’informazione va, dunque, dosata in termini di qualità e quantità. Non va dimenticato che il cittadino-lettore oggi fa parte, ormai, di quello che viene chiamato il “giornalismo cittadino” o “sociale”, contribuendo lui stesso a fare la notizia e a influenzarla. Il sistema di commenti e suggerimenti dei social (da Facebook a Twitter) si è, poi, dimostrato uno strumento molto utile per fidelizzare gli internauti. Si può anche ragionare sulla creazione di un social network proprio alla testata che non sia, tuttavia, una semplice raccolta di commenti ricevuti.

I TABLET. Il numero dei tablet è in forte aumento: nel 2017, ne saranno in circolazione circa 383 milioni. Le edizioni vanno adattate a questo formato e la fidelizzazione del lettore tablet va studiata e migliorate. Siamo sempre più abituati ormai a leggere notizie, libri e testi vari suo nostri ipad o samsung, fra un aereo e l’altro, un treno e l’altro, al bar in pausa davanti a un cappuccino, su una panchina al parco. Dobbiamo avere fantasia, inventare, pensare.

Bisogna sempre mantenere alte le parole chiave del giornalista, informare, interpretare e divertire (aggiungerei incuriosire), ma cambiando il modo di lavorare. Altre idee?

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Buona giornata della Terra

Oggi è la Giornata mondiale della terra. Una ricorrenza dedicata all’ambiente e alla salvaguardia del pianeta, istituita nel 1970, ma che in questi anni sta diventando davvero popolare. Su Google per l’occasione è stato creato un apposito “doodle”: piccola sequenza di immagini animate, dedicate a un tema. La scritta del motore di ricerca oggi sfodera due fiori rotondeggianti, che prendono il posto delle due lettere “o” del logo con un colibrì rosso che muove le ali in continuazione per succhiarne il nettare mantenendosi in volo.

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Il “doodle” del motore di ricerca online Google

Quando ci clicchi su, torna la scritta Google, ma con le “o” trasformate nei musi di due scimmie macaco con il pelo imbiancato dalle nevi giapponesi; ci clicchi ancora e ti appare una rotondeggiante medusa quadrifoglio; poi la lettera “o” diventa il corpo di un pesce palla; un altro clic e uno scarabeo cammina via dalla rotondità di una “o” di terra marrone, per prendere la forma di un camaleonte velato che si sovrappone a tutta la scritta.

La scelta di sottolineare l’evento da parte di un colosso dell’informazione online come Google è l’ennesima dimostrazione che i tempi sono maturi per la nostra sensibilità ambientalista e animalista. Siamo pronti per apprezzare la bellezza di creature piccole e grandi, con un aspetto che non rientra necessariamente nello stereotipo di un’estetica consolidata. La natura ci appare bella nelle sue manifestazioni, è il messaggio di vita e vitalità che è bello, che ci conquista, commuove, incuriosisce.

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Fiori di Mustafa Sabbagh

Nel saggio dedicato alla Storia della bellezza, Umberto Eco cita una frase di Guglielmo di Conches, che dice: “La bellezza del mondo è tutto ciò che appare nei suoi singoli elementi, come le stelle in cielo, gli uccelli nell’aria, i pesci in acqua, gli uomini sulla terra”. Insomma, non è bella sola la rosa perfetta, ma ciò che palpita e dà emozione; lo scorrere della vita è bello.

Per il fotografo e artista contemporaneo Mustafa Sabbagh [leggi relativo articolo] un mazzo di fiori acquisisce il massimo fascino nel momento del suo sfiorire. Charles Baudelaire diceva: “Il bello è sempre bizzarro. Non voglio dire che sia volontariamente, freddamente bizzarro, perché in tal caso sarebbe un mostro che esce dai binari della vita. Dico che contiene sempre un poco di bizzarria, che lo fa essere il bello in particolare”. A ben  pensarci, già cinquecento anni fa la forza dirompente dei quadri di Caravaggio viene anche dalla sua capacità di andare oltre la perfezione per cogliere la caducità di una mela che ha un piccolo baco e di una foglia di vite che si accartoccia un po’.

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“Canestra di frutta” di Caravaggio

Ecco, piano piano prevale questo tipo di estetica, la commozione per la vita che palpita e lotta, per la fogliolina che si fa strada tra l’asfalto, per una coccinella inaspettata sul cruscotto. E ci piace – forse – vedere che il ciclo della vita è più forte della climatizzazione stabile di un ufficio, della lontananza asettica del mondo virtuale, della presenza in ogni mese dell’anno di fragole e lamponi sulla nostra tavola. Bella la terra e le sue zolle, bello uno scarabeo che ci vive dentro, bello un frutto imperfetto e saporito da cogliere dall’albero, belli i giardini selvaggi e un’erba ribelle. La terra si muove e con lei le foglie, le stagioni, le nostre emozioni. Nonostante tutto c’è gioia; “Smile, without a reason why”, cantava Noa in Life is beautiful that way, colonna sonora di La vita è bella.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

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