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Gli oligarchi del gas di casa nostra

 

C’erano una volta le aziende pubbliche di servizi: le municipalizzate per gas, acqua, rifiuti, trasporti. Lo scopo era di garantire l’erogazione di servizi pubblici efficienti e vantaggiosi per i cittadini, facendo pagare il giusto agli utenti-clienti.
Certo, molte cose potevano essere razionalizzate, ed infatti si pensò di farlo ingaggiando operatori più grandi. ma pur sempre controllati dai Comuni.

Poi le società si quotarono in borsa e diventarono sempre più dei colossi, sempre più privatizzati (Hera spa è un esempio) e così lo scopo è divenuto il business: profitti soddisfacenti. Hera fa tante cose positive per la sostenibilità ma il primo interesse dovrebbe rimanere quello dei suoi clienti-cittadini.

E qui assistiamo al primo paradosso: i Comuni divenuti azionisti sono più attenti a ottenere buoni ritorni annuali delle loro quote (utilizzate per buone finalità) che non a verificare l’efficienza dei servizi e i prezzi fatti ai cittadini utenti, per esempio fare più investimenti per ridurre gli sprechi dell’acqua della rete e tenere calmierate le tariffe  (specie le fasce più povere), che ovviamente comporta minori profitti e meno dividendi dalle azioni.

Oggi per i Comuni – ad esempio il Comune di Ferrara, che ha venduto quasi tutte le sue azioni – Hera si può ‘controllare’ solo attraverso i contratti di servizio, che incidono su piccole cose, ma sono impotenti sulle tariffe.

Persino il costo del riscaldamento da fonte geotermica ha come riferimento il valore di mercato del gas metano: ci si fa forti della conversione al sostenibile, riducendola però al meccanismo dei carburanti fossili.

Nel 2021 Eni ha fatto 4 miliardi di utili e ne farà 14 nel 2022. Hera ha aumentato i ricavi del 49% a 10,5 miliardi di euro, per merito dei settori energy, per le attività di intermediazione, per il gas e l’aumento dei prezzi delle commodities. Il Margine operativo lordo (Mol) è cresciuto a 1,2 miliardi di euro (+9%), per i buoni risultati di energia e rifiuti. L’utile prima delle imposte a 492 milioni (+13%) e l’utile netto a 373 milioni (+15%). In forte crescita anche l’utile degli azionisti che sale a 333 milioni (+10%).

Ottimi risultati, che saranno ancora maggiori nel 2022, ma a vantaggio di chi?

Le famiglie hanno pagato in media di gas 1.320 euro nel 2020, 1.523 nel 2021 e si apprestano  a pagarne 3.000 euro nel 2022, passando da una spesa di 34 miliardi nel 2020 a 60 nel 2022. Per le imprese l’incremento è ancora maggiore (da 10 a 50 miliardi).

Gli importi abnormi delle ultime fatture Hera vengono fatti passare come conseguenza della guerra Russia-Ucraina. Ma già le fatture precedenti, quando non c’era ombra di sanzioni e ritorsioni, avevano registrato balzi del prezzo del gas a metro cubo (come Enel per l’elettricità). Già nell’ultimo trimestre 2021 ai distributori di carburanti le cifre aumentavano giorno per giorno.
Dalle fatture Hera si evince che il prezzo del gas all’ingrosso è aumentato da 0,173 euro al metro cubo di ottobre 2020, a 1,036 di novembre 2021 (e 1,286 di gennaio 2022). Ben prima dell’invasione dell’Ucraina, ben prima che scattassero sanzioni alla Russia, ben prima delle incertezze sulle forniture future.

A noi risulta che i contratti del gas siano per almeno per 2/3 dei volumi a 5 e più anni e che con uno stoccaggio del 90% si tira avanti per 2 anni e mezzo.Perché allora non si applicano i prezzi pattuiti a suo tempo? Perché lo stoccaggio non è stato fatto? Dov’é l’Europa?
Perché – mentre cresceva la dipendenza da gas russo (400 miliardi in Europa) e dal petrolio russo (170 miliardi) –  un anno fa ben 54 banche d’affari e 164 fondi finanziari speculativi (tutti occidentali) sono entrati nel mercato del gas per speculare? Evidentemente capiscono la geopolitica molto prima e molto meglio dei nostri governanti occidentali e delle multiutilities.

E’ vero come ha detto il ministro Cingolani che c’è una “truffa colossale”?
Il Governo era già intervenuto con 15 miliardi di aiuti, ora diminuisce le accise di 30 cent sulla benzina per 30 giorni, consente la rateizzazione dei pagamenti delle bollette e tassa del 10% gli extra-profitti.
Bene. Ma se gli extraprofitti attesi nel 2022 sono di almeno 40 miliardi (come dice anche il presidente della Confindustria!), vuol dire che il 90% rimane a carico dei clienti.

Ma com’è possibile che i prezzi delle bollette a cittadini e imprese siano fatti in base alle quotazioni del mercato di Amsterdam (Ttf) e non in base alle reali forniture?

Infine. nulla si dice su quel 10% di imposta sulle royalty dei prelievi, che fa dell’Italia il Paese più generoso d’Europa verso chi estrae gas dal sottosuolo e dal mare (la Norvegia ha costituito dalla tassa sulle royalty un fondo sovrano che sostiene il suo esemplare Stato Sociale).

Credo sia giusto sapere a che prezzo Eni e le grandi multiutily (Hera, Iren, Acea, A2A) hanno acquistato il gas (e le compagnie petrolifere che poi lo impongono ai distributori), in modo che sia chiaro a tutti che non ci sono speculazioni.
Se poi hanno fatto contratti “spot” per cui applicano il prezzo di mercato corrente, vuol dire che chi fa i contratti deve essere licenziato. E qualcosa di simile dovrebbe avvenire a livello europeo per l’incredibile mancato stoccaggio.

E’ inaudito che il prezzo di mercato del gas oggi influenzi le bollette che paghiamo, nonostante sia stato acquistato un anno fa a prezzi 10 volte minori. Riscaldamento ed elettricità sono beni vitali per i cittadini e non beni di lusso. Le  aziende dovrebbero servire prima di tutto i propri clienti, non i propri amministratori e gli azionisti.

Ma Eni, Hera, A2A chi sono? Sono ex-aziende pubbliche, passate di mano senza che i rispettivi attuali proprietari ci abbiano messo del proprio capitale a rischio.
Sono loro gli oligarchi italiani!
E sarebbe ora che il pubblico (Parlamento e Governo) alzasse la voce e li riportasse alla loro missionoggi esposta solo come vetrina pubblicitaria – e cioè la fornitura di servizi essenziali a prezzi convenienti, avviando un nuovo welfare in cui una quota minima di gas e di elettricità sia pagata a prezzo di costo per ogni singolo cittadino, in quanto bene primario.

Questo articolo è stato scritto in collaborazione con Rita Tagliati.

vaccino_Sputnik

Pandemia e geopolitica:
l’Italia sceglie i vaccini privati USA (meno efficaci di quello russo e cubano)

 

Il 26 gennaio in Gran Bretagna la pandemia “finisce”, nel senso che il Governo ha deciso di togliere tutte le restrizioni, incluse le mascherine al chiuso e nelle scuole (sono solo raccomandate nei luoghi chiusi se affollati), in quanto la variante Omicron è ormai considerata una “influenza”.
Nei Paesi nordici le misure sono da mesi molto modeste, mentre in Italia, e ora anche in Austria, si introducono maggiori restrizioni come l’obbligo vaccinale per gli over 18 dal 4 febbraio.
Anche la Francia introduce il pass vaccinal per over 16 anni per accedere a cinema, teatro, musei, bar, ristoranti, treni ed eventi sportivi e per quei lavoratori che operano in questi settori. Viene però tolta la mascherina all’aperto e lo smart working è facoltativo, inoltre dal 7 marzo saranno alleggeriti i protocolli nelle scuole a differenza dell’Italia dove, inspiegabilmente, uno studente in classe di un positivo deve stare a casa 10 giorni anche se è asintomatico, mentre un adulto no anche se a contatto col pubblico.

L’Italia è quindi ancora il Paese con le maggiori restrizioni in Europa, nonostante i suoi decessi siano negli ultimi 50 giorni sotto la media europea.
Nel frattempo continua il silenzioso (nel senso che nessuno ne parla) successo di Svezia, Cuba e Giappone che registrano (e di gran lunga) la minore mortalità per Covid negli ultimi mesi.

La Svezia aveva scelto la via delle minori restrizioni ed anche nel confronto con i cugini nordici (Danimarca, Norvegia e Finlandia) ha meno morti sia nel 2021 che negli ultimi mesi.

Per quanto riguarda i vaccini, ha fatto scalpore il fatto che il vaccino russo (Sputnik) mostri una copertura maggiore di quello Pfizer e di Moderna (studio Spallanzani e Gamaleya: 70% di copertura dopo 3-6 mesi, mentre Pfizer scende a circa il 40% dopo 3 mesi).

Ricorderete come i nostri media come abbiano sempre deriso e sminuito il valore di Sputnik, così come un blackout informativo c’è stato su Soberana, l’altro vaccino di Stato (quello Cubano) che ha invece anch’esso ottime performance, al punto che negli ultimi 3 mesi Cuba registra una delle minori mortalità al mondo.

In Italia e in Europa questi 2 vaccini di Stato, frutto di una ricerca pubblica sono fuori legge  San Marino che lo aveva acquistato, dal gennaio 2022 deve fare la 3^ dose con Pfizer, se i suoi cittadini vogliono circolare come vaccinati in Italia ed Europa.

Se a questi indizi si aggiunge l’accordo bilaterale che il nostro Ministero della Salute ha fatto il 12 ottobre 2020 (e riconfermato il 3.9.2021) con gli Stati Uniti [Vedi qui] in cui l’Italia si impegna ad acquistare con priorità terapie relative alla salute provenienti dagli Usa anche in relazione a Covid-19, compresi vaccini e trattamenti (anche se nel testo in italiano non c’è la dizione “vaccini”, presente invece nell’accordo originale in inglese “surveillance, control, and research on infection diseases, and related vaccines and treatments”), è difficile resistere all’idea che ci sia più politica che scienza nel contrasto alla Covid-19.

E’ del tutto evidente che, sotto la copertura della “scienza”, delle “evidenze scientifiche” e della “salute pubblica”, ci sono rilevanti interessi di geopolitica che condizionano le scelte dei singoli Paesi e, in questo caso, non solo dell’Italia, ma anche dell’Europa. L’Italia si conferma ancora una volta, il paese più disponibile (tra gli europei) a seguire le strategie americane.

In passato le questioni di geopolitica (e di modello di sviluppo), pur evidenti, erano rimaste ai margini degli interessi degli italiani, in ben altre faccende affaccendati, ma dal prossimo marzo, quando arriveranno le bollette di gas e luce, forse crescerà l’interesse per come l’”effetto farfalla” (che colpisce tutti) della globalizzazione, che si è trasformato in “effetto elefante” con la pandemia, riguardi tutti.

L’ha spiegato molto bene l’attore Marco Paolini e il filosofo della scienza Telmo Pievani nella trasmissione di Rai 3 La fabbrica del mondo, uno dei rari esempi di informazione pubblica degli ultimi 2 anni, in cui si spiega che ambiente, deforestazione, pipistrelli, allevamenti intensivi, alimentazione, disuguaglianze e, naturalmente salti di specie e pandemia, sono tra loro connessi
E’ di questo che si dovrebbe discutere davvero: guardando alla luna anziché al dito.

Cover: Immagine tratta da:https://www.aibi.it/ita/

covid-19 scuola mascherina bambini

Se si vuole una scuola sicura… la si cura!
Non mi abituerò mai a questa politica indifferente rispetto all’istruzione pubblica.

 

La notte della vigilia dell’Epifania il Consiglio dei Ministri, come una ‘befana con le scarpe rotte e il vestito alla romana’, ci ha aggiornati su cosa intende fare il governo rispetto alla riapertura o chiusura delle scuole dopo le vacanze natalizie.

In realtà, ha messo dentro una calza bucata qualche caramella di scarsa appetibilità da far succhiare al telegiornale, perché poi ce ne restituisse il vago sapore. Ad oggi, infatti, non è ancora uscito un provvedimento da poter leggere.

Abbiamo saputo che il governo intende riaprire regolarmente le scuole, quindi alcune regioni hanno già ricominciato il 7 gennaio, mentre la gran parte riprenderà il lunedì 10.

Alcuni presidenti di regione e molti dirigenti scolastici contestano questa decisione perché avrebbero voluto un rientro posticipato e la Didattica a Distanza con gli studenti a casa, in modo da avere scuole più sicure.

In pratica loro stanno sostenendo che la scuola sicura sia quella senza alunni. Ciò mi ricorda la preside Spezzindue del libro Matilda, a cui l’autore Roald Dahl [Qui] faceva dire: “Secondo me, la scuola perfetta è quella dove i bambini non ci sono. Un giorno aprirò un istituto del genere. Penso che avrebbe un gran successo”.

Invece molti genitori, insegnanti e pedagogisti sono d’accordo sulla riapertura, ma sono comunque critici verso i governanti, perché hanno fatto poco o niente per avere scuole più sicure. In pratica stanno sostenendo che la scuola non è luogo privilegiato di contagio, pertanto non deve essere un luogo sacrificabile, se non lo sono anche altri.

In tutto questo va ricordato che per il personale scolastico esiste l’obbligo vaccinale dal 15 dicembre scorso e che solo una parte dei docenti e dei collaboratori non vaccinati si è vaccinata.

Un’altra parte è stata sospesa ed un’ultima parte sta usando tecniche di resistenza per mettere il crisi il meccanismo della sospensione conseguente al mancato rispetto dell’obbligo vaccinale. Già ce ne accorgiamo: sarà lungo e faticoso sostituire questa parte del personale.

La situazione non è di facile soluzione e diventa ancor più complicata se, dall’alto, si cercano rimedi e non soluzioni.
Quello che voglio dire è che se si vuole una scuola sicura, la si cura.

Gioco di parole a parte, bisogna prendersi cura della scuola per garantire benessere e sicurezza a chi la frequenta, sia nei periodi di emergenza che nella normalità.

Io, in questi anni di pandemia, ho sentito molte dichiarazioni di affetto e di preoccupazione nei confronti della scuola, ma non ho visto nessuno che se ne sia veramente preso cura.

Ho sentito proposte di scuola all’aperto e di locali alternativi, ma non ho visto amministratori locali e dirigenti scolastici impegnarsi nel merito.

Ho sentito proposte di riduzione del numero degli alunni per classe, ma non ho visto orecchi attenti a livello ministeriale.

Ho sentito dichiarazioni di intenti per garantire sicurezza, ma non ho visto nessuno preoccuparsi della qualità dell’aria nelle aule e montare impianti di ventilazione.

Ho sentito proposte di personale infermieristico per far tamponi, ma non ho visto nessuno considerare seriamente la presenza della figura del medico negli istituti scolastici.

Ho sentito promesse di invio di mascherine FFP2 a tutti ma, finora a scuola, ne ho viste solo un paio.

La scuola ha fatto il suo dovere, fin dall’inizio di questa brutta pandemia. Si è impegnata moltissimo, inventandosi cose che non sapeva fare (la DaD, ad esempio), ma cosa hanno fatto certi politici se non far spostare i banchi di qualche centimetro per poi riavvicinarli? O regalare mascherine chirurgiche ai bambini e alle bambine, che in pochi indossano perché sono larghissime? O giocare a tombola con il numero dei positivi in una classe?

Sono consapevole che la situazione non sia affatto semplice, ma questi politici hanno preferito ‘tamponare’ (male) l’emergenza piuttosto che prevenire (bene), immaginando le scuole del futuro.

Io non sono un esperto, ma finché non si riuscirà ad avere uno sguardo al futuro, tutto questo presente rimarrà imperfetto.
Anche per questo non mi abituerò mai a questa politica indifferente rispetto all’istruzione pubblica, che ha il PIL sullo stomaco e che si interessa solo dei voti, ma non dei volti dei bambini e dei ragazzi.

IL DELIRIO DELLA SCUOLA
70% di presenza, 100% di follia

 

Roma – Le righe che seguono prendono spunto da un fatto di strettissima attualità: la decisione del governo italiano di elevare, a partire da oggi 26 aprile, dal 50% a un minimo del 70% (fino al 100%) la percentuale di lezioni in presenza nella scuola media superiore. Ciò che ci interessa non è il fatto in se stesso, bensì ciò di cui esso è sintomo, ovvero il dilagare di uno squilibrio di sistema che sta rendendo la quotidianità scolastica delirante, e non in senso metaforico.
Questo quadro clinico si traduce in una sintomatologia vasta e ingravescente, ma nell’orizzonte limitato del sintomo in questione – l’aumento delle ore in presenza dal 26 aprile – mi sembra che la natura del morbo si mostri in modo abbastanza nitido.

Prima di entrare nello specifico, occorre soltanto premettere ancora che questo morbo coincide con l’annichilimento delle ragioni stesse per cui le scuole sono lì: ovvero in vista delle esigenze di crescita degli studenti. La patologia le fa completamente perdere di vista. Annulla identità e personalità del malato.
Questa piccola storia comincia quando il governo italiano – all’interno di un progetto di riaperture di determinati settori del Paese – decide di riportare i liceali in classe per il 100%  del loro orario.
Perché fa questo a sette settimane dalla fine delle lezioni? Ovviamente, per una scelta di comunicazione. Il governo riapre la scuola. Il governo fa finire l’anno scolastico nella regolarità.
Si può, infatti, escludere ogni ragione sostanziale, già che gli studenti erano già a scuola al 50%, e dunque il recupero di lezioni in presenza, su sette settimane, è talmente esiguo da non aggiungere nulla a ciò che questo anno scolastico è stato, molto nel male e un po’ anche nel bene. Nessun impatto positivo reale, dunque, sulla crescita degli studenti. I possibili impatti negativi, invece, non sembrano scarseggiare (ci limitiamo, ovviamente, al solo punto di vista del diritto all’istruzione, tralasciando quello del diritto alla salute).
La misura, infatti, potenzialmente può nuocere non poco al 20% degli studenti, tra l’altro quello già più danneggiato dalla situazione: si tratta degli studenti dell’ultimo anno, quelli che devono sostenere, tra la fine di giugno e gli inizi di luglio, l’Esame di Stato.

Perché siano già i più danneggiati è abbastanza ovvio, già che hanno dovuto affrontare il tratto più critico e importante del loro percorso di studi liceali nella precarietà delle condizioni date a partire dal marzo 2020. Ora, la misura in questione aumenta le possibilità che anche l’atto finale del loro percorso – la sessione di esami – si trasformi in un’odissea ancor più inutile e penosa.
È infatti esperienza quotidiana in ogni scuola, nella situazione attuale, che studenti di diverse classi – e anche le classi nella loro totalità – vengano poste in quarantena o simili. Il verificarsi di una situazione del genere in una classe d’esame – tanto più probabile quanto meno oggetto di una specifica prevenzione – comporterebbe un diffuso ricorso alle sessioni suppletive, nel corso dell’estate.
Questa eventualità sortirebbe effetti pesantissime. Per brevità d’esposizione, non mi dilungo su di essi, limitandomi a sottolineare due possibili conseguenze: alcuni studenti potrebbero esser tentati di sorvolare sull’eventuale positività, se “asintomatici” o paucisintomatici, per non trascinare la croce dell’esame fin sul picco dell’estate, con tutti i rischi del caso; un gran numero di presidenti di commissione (ricordo che sono “esterni” alla scuola) potrebbe essere spinto da queste incertezze a rinunciare all’incarico, con buone chances di mandare in tilt tutto il congegno d’esame.

Fin qui, tuttavia, siamo nell’ambito di scelte – come si vede – opinabili, ma in qualche modo appropriate alla responsabilità politica, alla quale tocca anche – ahinoi, quanto spesso – di sbagliare. Il peggio, però, arriva dopo. Infatti, per una serie di legittime ragioni, compresa forse quella appena descritta, l’annuncio della riapertura al 100% ha scatenato sui territori una serie di opposizioni a diversi livelli.
A causa di queste opposizioni, il governo è stato, sostanzialmente, costretto a tornare sui propri passi. Tuttavia, il ritorno al punto di partenza (50% in presenza, 50% a distanza) sarebbe stato un tragico boomerang proprio sul prediletto piano della comunicazione.

A questo punto, si è cercato un qualche compromesso, tanto che all’inizio si è parlato di un piccato 60% in presenza, poi trasformato in un appena men buffo ‘minimo’ del 70%.
Non ci vogliono particolari doti medianiche per prevedere che nella stragrande maggioranza dei casi ci si atterrà a tale soglia minima.
Non ci vuole nemmeno un particolare talento matematico per calcolare che, su un orario di 30 ora settimanali per 7 settimane, il recupero del 20% di ore in presenza rispetto alla situazione precedente si traduce, nel migliore dei casi, in un totale di 42.

Vediamo ora quanto costano queste 42 ore, Quanto viene salvare la faccia.
Costa, innanzitutto, una gigantesca mobilitazione del sistema per generare un’inedita organizzazione del servizio – a poche settimane dalla fine dell’anno scolastico e nel momento in cui le scuole sono subissate dagli adempimenti di fine anno – e garantirne l’effettivo esercizio. Se, infatti, l’orario al 100% in presenza è nel DNA della scuola e quello al 50% faticosamente è stato messo a punto nel tempo, la proporzione 70/30 dovrà essere ottenuta ridisegnando da capo l’orario, sempre tenendo presenti le norme anti-covid, che per fortuna non sono certo state abrogate (distanze di sicurezza, ingressi e uscite scaglionate, ecc.).
Ora, se incastrare tutte queste variabili è stato arduo con le presenze al 50% (il che permetteva, ad esempio, di far venire compattamente le classi a scuola a giorni alterni), appare un’impresa al limite del rompicapo, o del delirio, con il 70%, a meno di non semplificarla con qualche trucco burocratico.
Prevengo un’obiezione formulandola io stesso: non sarebbe possibile risolvere questo problema facendo venire, invece del 70% delle classi, il 70% degli studenti di ogni classe, ovviamente a rotazione? No, non è generalmente possibile con le dotazioni di cui le scuole dispongono: il 30% a distanza sarebbe di fatto escluso dalla comunicazione. Sempre per brevità, non argomento oltre, ma non avrei alcuna difficoltà a farlo.

I problemi, purtroppo, non finiscono qui.
Per ottenere una qualità sufficiente delle interazioni didattiche a distanza, un insegnante ha bisogno di un discreto computer, di una buona connessione, di un ambiente tranquillo senza rumori di fondo. Sono – soprattutto gli ultimi due – elementi tuttora alquanto rari negli istituti scolastici.
A oltre un anno dall’inizio dell’emergenza, infatti, al di là di tutte le dichiarazioni d’intenti, nella maggior parte delle scuole le infrastrutture digitali non sono state significativamente migliorate e restano inadeguate alla situazione attuale.

Francamente, non c’è da stupirsene: è una contraddizione perfettamente in linea con tutto il resto. Accade anzi di peggio: ad esempio, non sono state affatto poste le condizioni per quella che sembra essere l’esigenza prioritaria nello scenario della pandemia (oltre che della qualità delle interazioni educative in generale): ovvero la riduzione del numero degli alunni per classe. Continueremo ad avere i famosi ‘pollai’. Non è forse un delirio?
Quando possono, gli insegnanti si connettono dunque da casa, con le loro risorse. Gli altri, li vedi aggirarsi nella scuola alla ricerca di angoli dove il wifi prenda, purché non troppo trafficati e caotici. Con la presenza al 70%, tutti, o pressoché tutti, i docenti saranno a scuola tutti i giorni e dovranno collegarsi da lì, rallentando o bloccando definitivamente la connessione e contendendosi spazi che non ci sono.
Il risultato sarà che – nel momento critico della chiusura dell’anno – le interazioni a distanza diminuiranno in quantità, qualità e puntualità, facendo ampiamente perdere quello che, eventualmente, si fosse guadagnato con il modestissimo incremento delle lezioni in presenza.

Se guardiamo, dunque, le cose dal punto di vista della sostanza, il prezzo del compromesso è l’accrescimento dell’indifferenza verso le esigenze di crescita degli studenti. Ovvero, l’estinguersi della ragione stessa per cui la scuola esiste.
Ecco il sintomo, analizzato nelle sue pieghe. Purtroppo, è solo uno dei tanti derivanti da un morbo che non dà tregua alla scuola da molti anni e che continuerà a tormentarla nei prossimi. La scuola è al delirio, e continuerà a esserlo. A meno di non precipitare nel coma.

TASSARE L’ECONOMIA DEL DISTANZIAMENTO:
un appello per un mondo d’incontri

Testo della mozione appello

La crisi economica, conseguente alla pandemia, sta favorendo lo sviluppo di aziende come Google, Amazon e Netflix, che si avvantaggiano del distanziamento sociale e ne traggono enormi profitti, su cui per legge non pagano le tasse, mentre i negozi, le aziende e i luoghi d’incontro chiudono per doverle pagare.
Tutte le situazioni reali che sceglievamo liberamente di frequentare e che avevano una grande importanza per la nostra vita sociale sono necessariamente state ridotte: incontrare gli amici, un negoziante o un conoscente durante un acquisto, uno sconosciuto al cinema o in piazza.
Così le grandi imprese economiche di intrattenimento, commercio e comunicazione a distanza (on-line), che già prima erano in enorme crescita e godevano di scandalose agevolazioni fiscali, stanno facendo i loro migliori affari di sempre grazie alla crisi che soffoca noi ed i nostri territori.

Rischia così di “fallire” un’idea di società e di territorio fatta di individualità, relazioni sociali, solidarietà, proprietà e responsabilità diffuse e locali: chiude il negozio, scompare il contatto umano, viene meno la competenza distribuita, svaniscono la gestione e le diversità, aumenta la disoccupazione.
Stiamo inoltre assistendo ad un impoverimento sempre più tangibile e ad un aumento delle distanze tra “chi non ce la fa”, “chi sopravvive nonostante tutto” e “chi trae grande vantaggio da questa situazione”.
E’ necessario intraprendere una seria politica di equità fiscale abbassando la tassazione delle aziende locali (in particolar modo quelle piccole e medie), recuperando gettito fiscale dall’industria dell’intrattenimento, della comunicazione e del commercio a distanza.

Netflix, Google, Amazon, Facebook, saranno pure comodi, ma si combinano perfettamente con l’esistenza di una società distanziata, dalla quale traggono enorme giovamento economico e nella quale non vogliamo vivere.
Queste aziende e le regole che oggi, iniquamente, gli permettono di non pagare quasi nulla, minacciano l’esistenza della nostra società dell’incontro a favore di quella dell’isolamento e del distanziamento.

Scegliamo una società di incontri reali, più solidale, gestita dalle persone che ne fanno parte. Chiediamo al Governo Italiano e al Parlamento Europeo di abbassare la tassazione delle aziende locali e di alzare, almeno al loro livello, quella sui colossi del web e sull’industria della comunicazione, intrattenimento e commercio a distanza.

Firma e condividi la petizione: LE COSE DEVONO CAMBIARE.
Ferraraitalia aderisce e diffonde il presente appello. Per firmare 
clicca [Qui] 

In copertina: vignetta di Riccardo Francaviglia

L’ACQUA IN BORSA? NO GRAZIE
firma l’appello contro la speculazione sull’acqua bene comune

APPELLO
Quotazione in Borsa dell’acqua: NO grazie

Noi sottoscritte/i ci uniamo alla denuncia del Relatore Speciale dell’ONU sul diritto all’acqua Pedro Arrojo-Agudo che l’11 dicembre scorso ha espresso grave preoccupazione alla notizia che l’acqua, come una qualsiasi altra merce, verrà scambiata nel mercato dei “futures” della Borsa di Wall Street. L’inizio della quotazione dell’acqua segna un prima e un dopo per questo bene indispensabile per la vita sulla Terra.
Si tratta di un passaggio epocale che apre alla speculazione dei grandi capitali e alla emarginazione di territori, popolazioni, piccoli agricoltori e piccole imprese ed è una grave minaccia ai diritti umani fondamentali.
L’acqua è già minacciata dall’incremento demografico, dal crescente consumo ed inquinamento dell’agricoltura su larga scala e della grande industria, dal surriscaldamento globale e dai relativi cambiamenti climatici. E’ una notizia scioccante per noi, criminale perché ucciderà soprattutto gli impoveriti nel mondo.
Secondo l’ONU già oggi un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e dai tre ai quattro miliardi ne dispongono in quantità insufficiente. Per questo già oggi ben otto milioni di esseri umani all’anno muoiono per malattie legate alla carenza di questo bene così prezioso.
Questa operazione speculativa renderà vana, nei fatti, la fondamentale risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2010 sul diritto universale all’acqua e, nel nostro paese, rappresenterà un ulteriore schiaffo al voto di 27 milioni di cittadine/i italiane/i che nel 2011 si espressero nel referendum dicendo che l’acqua doveva uscire dal mercato e che non si poteva fare profitto su questo bene.
Se oggi l’acqua può essere quotata in Borsa è perché da tempo è stata considerata merce, sottoposta ad una logica di profitto e la sua gestione privatizzata. Per invertire una volta per tutte la rotta, per mettere in sicurezza la risorsa acqua e difendere i diritti fondamentali delle cittadine/i
CHIEDIAMO al Governo italiano di:
• prendere posizione ufficialmente contro la quotazione dell’acqua in borsa;
• approvare la proposta di legge “Disposizioni in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque” (A. C. n. 52) in discussione presso la Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati;
• sottrarre ad ARERA le competenze sul Servizio Idrico e di riportarle al Ministero dell’Ambiente;
• di investire per la riduzione drastica delle perdite nelle reti idriche;
• di salvaguardare il territorio attraverso investimenti contro il dissesto idrogeologico;
• impedire l’accaparramento delle fonti attraverso l’approvazione di concessioni di derivazione che garantiscano il principio di solidarietà e la tutela degli equilibri degli ecosistemi fluviali.
#acquainborsaNOgrazie

Per firmare l’appello, clicca a questo link [Qui]

CONTATORE: alle ore 23,00 del 7 febbraio avevano firmato in 8.703

FORUM ITALIANO MOVIMENTI PER L’ACQUA

SCHEI
Fiat lux (in altre parole: una schifezza)

Il sindacalista Cisl Marco Bentivogli sostiene che la polemica sui 6,3 miliardi che FCA Italy (Gruppo Fiat Chrysler) ha chiesto in prestito a Banca Intesa sia “roba da radical chic”. Rimarcare che il gruppo chiede soldi in Italia e paga le tasse in Olanda – dove ha sede legale – e Regno Unito – dove ha domicilio fiscale – sottraendo molte entrate fiscali a noi sarà radical, sarà chic, ma non è una polemica da salotto. A meno che la giovane premier della Danimarca, che nega aiuti di Stato alle aziende danesi che hanno sedi in paradisi fiscali, non sia considerata una che governa dal salotto di casa sua (a parte adesso, causa pandemia).  A meno che far mancare un miliardo circa di tasse all’anno all’erario del proprio Paese sia considerato un dettaglio trascurabile. Non è trascurabile, è una schifezza.
Che lo facciano anche i giganti del web e molte altre aziende non sminuisce la schifezza, casomai la amplifica. Del resto, chi è causa del suo mal pianga se stessa: fino a che l’Unione Europea non stabilisce regole fiscali comuni e tollera regimi semi paradisiaci come quello olandese o lussemburghese, ci sarà chi ne approfitta. Con buona pace del Commissario alla Concorrenza, che in questo caso non trova niente da eccepire, probabilmente perché sa che chi viola la concorrenza lo fa entro le regole vigenti.

Premesso questo, non è detto che sia sbagliato far avere questi soldi a FCA. E non per la banale ragione che “è un prestito, non un regalo”, come dice Bentivogli. Ci mancherebbe anche che fosse un regalo! La ragione sta nel fatto che FCA è la prima industria privata italiana, che occupa direttamente 86.000 persone e indirettamente 400.000, che sarebbe folle impuntarsi su una (giusta) questione di principio e mettere a rischio una gestione corrente che a tutti questi lavoratori permette di ricevere lo stipendio tutti i mesi. Quindi va bene il prestito, ma con delle rigide condizioni risolutive, che purtroppo il governo non sta ponendo a FCA. E questo nonostante il prestito comporti una importantissima garanzia, in caso di insolvenza, da parte di SACE (ente statale)
Quali condizioni? Riportare la sede legale o fiscale in Italia non è una condizione che si possa pretendere solo da FCA. Quello è un obiettivo che si deve porre l’Unione Europea: con regole fiscali uguali per tutti, nessuno avrebbe più interesse a spostare la sede all’estero. Le condizioni dovrebbero essere altre, poche ma inflessibili: non erogare dividendi per tutta la durata dell’ammortamento (3 anni); garantire almeno gli attuali livelli occupazionali; investire in Italia per ampliare la base produttiva; non delocalizzare stabilimenti e produzioni all’estero.

Se queste condizioni non vengono poste, può succedere questo: siccome FCA questi soldi in cassa li ha (ma semplicemente preferisce tenerseli e attingere ad un prestito a tasso quasi zero), il maxi dividendo di 5,5 miliardi che ha già dichiarato di distribuire dal 2021 in previsione della fusione con PSA(Peugeot-Citroen) si può considerare finanziato (e garantito) in Italia, ma esentasse nella stessa Italia, visto che le tasse sui dividendi e sul trasferimento delle royalties, FCA li paga (in misura inferiore) all’estero. Del resto, è esattamente a questo scopo che ha trasferito sede legale e fiscale. Inoltre: se FCA non ha l’obbligo di non licenziare o delocalizzare in Italia (metto fra parentesi ulteriori investimenti, che in questo momento potrebbe apparire esagerato), la morale della favola sarà la seguente: si prendono soldi garantiti dallo Stato italiano senza restituire nulla all’economia italiana, ma anzi sottraendo posti di lavoro, reddito e base produttiva.

Sfortunatamente, le condizioni del prestito poste dal Governo italiano sono molto meno stringenti: intanto il blocco alla distribuzione di dividendi vale solo per il 2020. Inoltre il vincolo è “a sostenere costi del personale, investimenti o capitale circolante impiegati in stabilimenti produttivi e attività imprenditoriali che siano localizzati in Italia”, a “gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali”. Che è molto diverso da avere l’obbligo di non fare licenziamenti collettivi, di non chiudere stabilimenti. A queste condizioni, FCA Italy potrebbe in ipotesi mandare a casa diecimila dipendenti obsoleti e sostituirli con diecimila giovani “a tutele crescenti” con l’avallo di qualche sindacato; chiudere stabilimenti in Italia e aprirne in Serbia “gestendo” il saldo algebrico negativo con un piano industriale ispirato alla contrazione del fatturato da Covid; e ciò nonostante avrebbe rispettato le condizioni attualmente poste dal Governo.

Fiat lux, viene da dire. Si faccia luce, e chiarezza.
Occorrerebbe essere più chiari con Fiat, o FCA come è più appropriato chiamarla adesso. Del resto FCA è molto chiara nelle sue scelte. In questo è un padrone classico. Basta vedere cosa ha fatto con il quotdiano la Repubblica non appena ha comprato il Gruppo editoriale GEDI dalla famiglia De Benedetti: ha licenziato il direttore Verdelli, scomodo e non gradito, e lo ha fatto nonostante fosse minacciato di morte; lo ha sostituito con il fidato ex La Stampa Maurizio Molinari, che fedelmente ha rifiutato di pubblicare su Repubblica un pezzo del Comitato di Redazione sul prestito a FCA, pezzo considerato “sbilanciato”. Il CdR si è messo in stato di agitazione, e per ora si è raggiunta una pace armata con il direttore, del tutto comprensibile per i giornalisti che campano grazie al lavoro in Repubblica. I nomi che invece hanno un mercato a prescindere da Repubblica, come Gad Lerner, Pino Corrias, Enrico Deaglio, se ne sono già andati, e pare ci stiano pensando Roberto Saviano, Michele Serra, Ezio Mauro.
Siamo sempre lì, la ‘Forza del Mercato’: per chi può permettersi di scegliere è un po’ più facile fare il giornalista libero.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

IO VI ACCUSO!
Lettera (un po’ arrabbiata) di una studentessa sulla sua maturità

Non c’è molto da aggiungere alla lettera appassionata – indignata, sfiduciata, incazzata – di Chiara Mascellani. La pubblichiamo con piacere, aderendo in tutto e per tutto al suo atto di accusa. Che è anche un appello accorato: per favore: non prendeteci in giro. Non prendete in giro i tanti insegnanti che si stanno facendo in quattro. Soprattutto: non prendete in giro i nostri ragazzi.
(Effe Emme)

di Chiara Mascellani

A settembre 2019 ho cominciato la scuola pensando che sarebbe stato un anno normalissimo, ero entusiasta, felice e contenta di finire il mio percorso, ero soddisfatta di sentirmi quasi … matura. Eh si, questo sarebbe stato “il mio anno”, l’anno nel quale avrei dimostrato chi ero veramente, o magari l’avrei scoperto.
Ho cominciato come la ragazza di quinta, pronta a mettere corpo e anima nel proprio percorso, per essere matura non solo per la scuola ma anche per sé stessa. Era tutto perfetto, tranne che, a Marzo 2020, la scuola si ferma, e con essa tutto il mondo comincia a rallentare, fino quasi a fermarsi; tutto, per un istante, più lungo del previsto, rimane sospeso: sogni, amori, amicizie, legami, respiro. Tutta la nostra vita si riduce a quel nido chiamato casa, all’unico luogo nel quale ci si è sempre potuto nascondere, quando tutto tremava, aspettando solo che tutto finisse.
Ora, invece, tutto ciò che era sospeso, si è eclissato; guardo davanti a me e non vedo più nulla; mi alzo la mattina e l’unico mio pensiero è che l’unica cosa che dà colore alle mie giornate e che mi aiuta a distinguerle, è proprio la scuola. Ogni giorno gli insegnanti ci scandiscono il tempo, a ritmo di musica; e pensare che le lezioni sembravano tanto noiose a scuola … ora sono affascinanti, ora sono storie avvincenti, ora sono i miei nuovi sogni. La scuola è diventata la mia gioia, mi alzo la mattina e so che c’è e che mi darà la possibilità di scoprirla, perché non teme il coronavirus, anzi, tutte le nostre professoresse cercano di sconfiggere il “coronavirus” che è entrato in noi. Quella nebbia fitta nella quale siamo avvolti; studiando, scompare, studiando ti senti libero di viaggiare … e dove? E come? Con la fantasia: ovunque noi vogliamo… Okay probabilmente ho delle bravissime insegnati ed è così! E mi ritengo veramente fortunata!
Ma non mi posso, invece, ritenere così fortunata se penso a chi amministra la nostra istruzione, a chi la mattina mi fa svegliare con l’ansia di un futuro incerto, con l’ansia che la maturità sarà solo un enorme disastro, con l’ansia che le mie professoresse non siano serene per il loro e nostro futuro; e vi garantisco che loro sono i fari di questa quarantena e se loro si spengono allora sì che il nostro mondo crolla.
Io non posso credere che a distanza di un mese dall’esame non si sappia niente di certo, non è possibile che chi sta a capo di tutto questo non si renda conto che il futuro parte da noi! La scuola non può ripartire ad occhi chiusi, deve avere una meta, perché deve motivare migliaia di ragazzi che, magari, in questo periodo, sono più in difficoltà perché di punto in bianco il nostro mondo è sparito! Tutte le sere ascoltando il telegiornale si sente parlare solo di economia, morti, salvati ….
E la scuola? La mettiamo in coda una volta sì e una volta sì ?
Bello, bello molto bello, istruttivo, rassicurante, geniale!
Mi vergogno che nessuno si renda conto che la forza del paese sono gli studenti, sono le eccellenze che la scuola italiana crea, e non quelle che la ministra ostacola con i suoi tentennamenti di fronte all’esame di maturità di migliaia di ragazzi! Ovviamente fa più comodo un popolo ignorante, e quindi fa comodo procedere così …. ma pensate a voi, pensate che domani potremmo essere noi i vostri medici, i vostri avvocati, le vostre gambe e le vostre spalle.
Noi siamo il domani! E chi guarda avanti questo lo sa! Forse non posso capire, forse sono piccola e ingenua, ma un santo decreto con 4 regole dentro per rassicurare tutti quegli insegnanti che cercano di svolgere il loro lavoro al meglio, sarebbe il vostro dovere! Il futuro è incerto? Bene, allora all’interno di un decreto si inseriscono molteplici possibilità di evoluzione, e molteplici soluzioni! Bisogna avere lungimiranza! Questa è la vera arte!
Ora c’è bisogno di mostrare il futuro agli studenti, ora c’è bisogno di dire agli studenti che si impegnino, piuttosto che tutti vengano promossi per la situazione! Il mio grande sogno fin da quando ero bambina è quello di diventare un medico, è quello di salvare vite, è quello di dare speranza alle persone. Negli anni è maturata anche la volontà di fare qualcosa di più per contribuire a migliorare la mia città, la mia polis. E mi sono impegnata con altruismo e senso civico per fare un po’ di “politica” disinteressata.
Ho ancora voglia di dare il mio contributo, ma oggi, quando guardo voi … vedo un tale caos che mi fa proprio rabbrividire all’idea che un giorno possa essere come voi! Non siete medici, non siete infermieri, non siete carabinieri, – o se lo siete non avete rispetto per i vostri colleghi.
Voi siete in 945 persone nelle istituzioni ed al governo dello Stato e per quanto concerne la scuola, ad un mese dall’esame, ancora non sapete nulla? Balbettate come scolaretti impreparati in un’ interrogazione programmata? Avete un solo compito, avete una sola cosa a cui pensare cari ministri tutti e questa cosa siamo “Noi”: i cittadini della scuola italiana.
L’unica cosa che chiediamo è sentimento e capacità di responsabilità, cara signora Ministro Azzolina. Ogni ministro ha il suo compito, lei ha il suo e per l’amor di Dio!
Lo svolga! Se ne è capace: lei, i suoi megadirigenti, i suoi consulenti e le sue “task force”.
Se ne siete capaci, ci dia una visione, ci dia il desiderio che domani saremo i nostri sogni, il mondo glielo costruiremo noi, Ministro, e non lo costruiremo con la paura, ma con la convinzione di poter fare la differenza! E – proprio a partire dal 17 giugno – data in cui ci serve la fiducia e la tranquillità che qualunque cosa succeda, l’esame verrà fuori come prova della “NOSTRA MATURITÀ”.

Noi saremo pronti… In un modo o nell’altro noi ci saremo… ma il nostro sorriso dipende anche dalle vostre scelte, se fatte con senso di responsabilità verso il Futuro, il nostro Futuro, il Futuro del nostro, del mio Bel Paese!!
#lascuolanonsiferma: certo; perché gli insegnanti non mollano e noi ragazzi, nemmeno.

SE VI CAPITA DI PARLARE CON IL FRIGORIFERO…
Shock, terapia d’urto e lo scippo della conoscenza

La conoscenza negata. Ne scrive anche Roberto Saviano su L’ Espresso della settimana scorsa: “Il trattamento riservato alla scuola è una metafora del trattamento riservato alla conoscenza: semplicemente non è una priorità”. Ci troviamo di fronte a un grande enigma cognitivo: l’incapacità di valutare la portata del pericolo imprevisto che insidia le nostre vite, perché al sequestro delle nostre esistenze non corrispondono gli strumenti per conoscere e comprendere senza essere vittime dell’infodemia a cui concorre anche il governo.
Questa è la prima grave lesione che ha subito il tessuto democratico della nostra convivenza. Non essere padroni di noi stessi perché ci vengono sottratte le fonti della conoscenza, le chiavi di lettura riservate alla scienza e ai manipolatori della comunicazione, lo schermo della trasparenza è infranto, per trattarci come bambini incapaci di essere responsabili e da gestire solo con i divieti e i castighi, non fare questo non fare quest’altro, un popolo infantile, che va preso per mano da un governo padre padrone.

Non credo che ci sia un pericolo tanto grande da giustificare a lungo tutto questo. Di fronte alle minacce ci si attrezza, innanzitutto fornendo a tutti le conoscenze, non quelle per fini strumentali, ma quelle reali, perché ciascuno sia dotato dei mezzi per riconoscerle, per difendersi e assumersi le proprie responsabilità. Passato l’impatto del primo assalto, si dispone l’ambiente per riprendere la vita, non si chiudono le persone nei loro recinti, con un’ibernazione delle vite in attesa di una rinascita.
Stare in casa senza governare il sapere induce a scivolare in uno stato di shock, porta a vivere soli con la propria condizione di confusione e turbamento, esposti e vulnerabili di fronte all’autorità e alle sue parole. Neppure il terrorismo islamico, che il coronavirus pare aver sconfitto, visto che è scomparso dall’orizzonte e dall’informazione, ha indotto tale terrore.

L’attacco alla Costituzione non sta nelle modalità scelte dal governo per assumere decisioni e provvedimenti, ma abita nel disorientamento prodotto sulla popolazione, nell’aver confuso i poli e le direzioni.
Ascoltiamo la scienza ma poi decide il consiglio dei ministri. Nessuno di noi possiede il controllo sul linguaggio della scienza e neppure sulle ragioni della politica, che determinano l’azione del governo. Così si manovra la popolazione usando gli strumenti già collaudati dello shock e della paura, anziché fornire ad ogni cittadino le armi per essere in grado di condurre la propria battaglia.
Fino a ieri il brand della politica era il razzismo e la paura dell’altro, ora l’altro sfila nelle bare trasportate dai carri dell’esercito, per scomparire nelle ceneri della cremazione, innalzando di fronte agli occhi dell’opinione pubblica la trincea dell’orrore, per chiuderci nelle nostre case con la ‘terapia d’urto’, con la sindrome della apocalisse farcita dalle invocazioni papali, che dall’inizio della pandemia ci vengono quotidianamente somministrate dalla televisione di stato. Che siamo ad un’era dell’umanità che necessita ancora di queste liturgie è spaventoso, offensivo, pericoloso.
Se questo è il brand della classe politica che ci governa, significa che essa non è all’altezza e che noi siamo alla disperazione. Dai non luoghi di Marc Augè, siamo giunti ai non luoghi dell’epidemia: gli ospedali, le scuole a distanza, le nostre case, le nostre città e paesi.

La conoscenza, che spinge a sapere e ad agire, è stata beffata dal dogma della paura e dell’obbedienza. Invece di apprendere a difenderci dal virus si è preferito innalzare la religione del virus, il demone che si appropria delle vite, il demone a cui immolare i corpi, il demone a cui pagare il tributo di sangue. Si attendono i responsi di Pizia sugli umori del demone e si invita il popolo a celebrare i sacrifici.
Senza conoscere è difficile riprendere in mano la propria vita, che ora è in ostaggio dei dati e dei grafici che ogni giorno ci vengono propinati senza che ci sia concesso di comprendere come gli stregoni li abbiano confezionati. E l’assoluta mancanza di conoscenze, di controllo, di garanzie, l’assenza di trasparenza sono gravi non solo ora, ma lo saranno tanto più dopo, quando dovremo affrontare le conseguenze violente di questo shock e certamente non potremo farlo ancora tenuti per mano da un governo padre padrone che ci impone come doverci comportare.

Intanto, chiusi nelle nostre solitudini, non siamo più quelli di prima, imbrigliati nella tela di ragno del web, spinti dalla ricerca della conoscenza e dalla voglia di incontrare altre intelligenze per porre un argine al nostro disorientamento. Ciò che prima dello shock ci pareva da combattere, come l’eccessiva esposizione dei nostri ragazzi allo schermo del computer, con i pericoli del cyberbullismo, ora, con la scuola a distanza, non allarma più.
Il web, i social e i nostri device digitali ci hanno catturati, con il rischio di una metamorfosi sociale, di una nuova antropologia, di un villaggio di rinchiusi nei propri mondi virtuali, forse più facile da controllare e governare. Potrebbe allora essere che diventi buono il comunicato dell’Ordine degli psichiatri: “Se parlate ai muri o al frigorifero, non preoccupatevi, contattateci solo se vi rispondono”.

Primo giorno del governo Salvini: Conte e Di Maio che fine hanno fatto?

Il giorno della festa della Repubblica e della Costituzione è stato anche il primo giorno del nuovo governo Giallo-Verde. Un solo giorno è bastato per capire chi è il vero premier, non Conte e nemmeno Di Maio, ma l’ipercinetico Matteo Salvini. In Sicilia ha licenziato le Ong umanitarie e minacciato i migranti. Tutti d’accordo? No, a Roma gli ha risposto la Cei a nome del papa e dei vescovi italiani, mentre a Ferrara Massimo Maisto ha difeso i diritti delle coppie arcobaleno e la scelta dell’accoglienza diffusa.

Il 2 giugno non è stato solo la festa della Repubblica – folla, battimani e applausi per il mega-tricolore sceso dal cielo – è stato anche il primo giorno del nuovo governo che aveva appena giurato davanti a Mattarella, la mano sul testo costituzionale.
Ora, diranno i più fiduciosi, che si può combinare in 24 ore? Mica si può ribaltare l’Italia dalla sera alla mattina? Anche Di Maio l’aveva detto: “Dateci un po’ di tempo, non giudicateci prima ancora di cominciare”. Giusto, ragionevole, aspettiamo pure. Però la giornata e le “sparate governative” del 2 giugno vanno raccontate. E meditate.
Il ministro della famiglia Lorenzo Fontana (lo ricordo in un recentissimo ‘Porta a porta’: gongolante, ma con evidenti problemi di sintassi) ha dichiarato, testuale: “Le famiglie arcobaleno non esistono per la legge”. Intanto, Matteo Salvini si è precipitato in Sicilia, nella doppia veste di Capopopolo e di Vicepremier: qualche comizio infuocato, ma anche l’incontro con i prefetti. Salvini ha stoppato Fontana (veronese e un po’ troppo Liga Veneta), ha detto che la legge sulle unioni civili non si tocca, ma ha aperto il suo cuore agli astanti: “Per me una famiglia deve avere un papà e una mamma”. Tanto per chiarire il concetto.
Matteo Salvini – per chi non l’avesse capito è lui il dominus del governo, altro che Di Maio o l’avvocato Conte – non è però persona ordinaria; la sua tempra, il suo vitalismo, il suo portentoso eloquio sono noti al pubblico. Lui può fare il capopopolo e contemporaneamente il ministro dell’interno. Può sparare sul quartier generale e, dal medesimo quartier generale, buttare olio bollente sugli assalitori. Può recitare molte parti in commedia: dategli ‘Sei personaggi in cerca d’autore’ e lui li interpreta tutti e sei.
Così Matteo (quello nuovo che le elezioni ci hanno dato in sorte) dall’estremo lembo della penisola lancia due proclami, anzi avvertimenti, anzi minacce. “Stop agli sbarchi” e quindi stop alle Ong che salvano i migranti in mare. Ci era riuscito, in parte, Minniti e lui vuol portare a termine il lavoro (sporco). Proprio in quelle ore arrivavano le notizie di due nuovi naufragi, davanti alla Turchia e alla Libia: decine di morti, adulti e bambini. Quanti morti conteremo quando Salvini farà piazza pulita delle ultime barche umanitarie rimaste a solcare il Mediterraneo?
Salvini ha un’altra promessa elettorale da mantenere. “I migranti regolari non hanno nulla da temere, i loro figli sono come i miei figli, ma per i clandestini è finita la pacchia: si preparino a fare le valigie!” Non dice che per avere un permesso di soggiorno in Italia passano anche due anni. Non dice che quelli che chiama clandestini, sono i cosiddetti “migranti economici”. Quelli che scappano dalla fame e che rappresentano più del 90% del totale. Non racconta che la vita di un migrante non è propriamente una pacchia.
Insomma, sono bastate 24 ore per mettere in chiaro cosa dobbiamo aspettarci dal governo “a trazione leghista”, nonostante qualche irrilevante obiezione avanzata da un paio di ministri pentastellati. Matteo Salvini ha già allargato le spalle. Detta la direzione di marcia. E il povero avvocato Conte? Beh, per ora sembra che abbia fatto una telefonata ad Angela Merkel.

E’ giusto registrare due reazioni, una nazionale e una locale. Due prese di posizione nette contro questa deriva: morale e ideale prima ancora che politica.
Su tutti i media il segretario della Cei (Conferenza Episcopale Italia), rilancia l’impegno inderogabile a salvare vite umane e all’accoglienza dei disperati che arrivano sulle nostre coste. La Chiesa di Papa Francesco si schiera apertamente contro l’intolleranza e i respingimenti e propone la via concreta del dialogo interculturale, della solidarietà, dell’integrazione sociale. Non si tratta solo di una lodevole posizione umanitaria, ma di una visione alternativa che propone un piano antitetico rispetto alla propaganda sovranista e identitaria. L’unica strada che possiamo percorrere se vogliamo affrontare seriamente i problemi dell’oggi e costruire un’Italia unita e solidale.
A Ferrara il dibattito e lo scontro fra queste due visioni – respingere e negare il confronto con la realtà, oppure affrontare i problemi e accogliere e integrare i nuovi arrivati – si ripropone nei medesimi termini. Ecco allora ‘Il Resto del Carlino’, ormai programmaticamente deciso a dar voce alla pancia del Paese, sempre più allineato alla Destra più ignorante e retriva, che dedica nella sua edizione cittadina due pagine al Gad che “spera in Salvini” per liberarsi dal disagio portato dai neri. Per fortuna non tutti sono convinti delle virtù taumaturgiche di San Matteo Salvini e del suo ruspante referente in loco Naomo Lodi. Occorrerà lavorare in profondità per far rinascere una quartiere e i suoi residenti da troppo tempo lasciati a se stessi. Da questo punto di vista la prima autocritica dovrebbe partire dai rappresentanti del governo locale.
La seconda reazione ferrarese – questa volta lodevole – al primo giorno del ministro dell’interno, sta nella dichiarazione rilasciata da Massimo Maisto, vicesindaco, assessore alla cultura e alle pari Opportunità. Con parole nette Maisto ha difeso la “scelta dell’accoglienza diffusa” fatta al Comune di Ferrara, che ha dato in effetti risultati importanti anche se necessariamente non definitivi. Poi, in veste di assessore alle pari opportunità, si è opposto all’attacco del ministro Fontana alle famiglie arcobaleno. Vorremmo che Maisto proseguisse su questa strada. Magari che fosse lui stesso a lanciare l’idea di una sorta di Piano Marshall – sociale, economico, culturale – per la zona Gad.

Ci aspettano momenti difficili, in cui l’ideologia della chiusura, del rifiuto, addirittura della difesa della razza alzerà sempre più la testa, rimbalzando sui media e nelle piazze. L’ultima polemica Salvini-Saviano ne è la più recente riprova. E’ questo il momento – prima che sia troppo tardi – in cui è importante avere il coraggio di opporsi a questo pericoloso piano inclinato e invertire la marcia. E non sarà sufficiente acclamare Mattarella, sventolare le coccarde tricolori, celebrare la festa della Repubblica e i settant’anni della nostra Costituzione. Servono parole e azioni, molto lavoro e molto impegno, buone pratiche e buona volontà.

DIARIO IN PUBBLICO
L’ora delle decisioni?

Nell’ultima uscita della mia rubrica il 14 maggio scorso così scrivevo:”Giustamente esultanti, le cronache riferiscono sull’affluenza di pubblico; e non a caso in questo lunedì di passione (vera), che forse vedrà la nascita del nuovo governo, l’attenzione è tutta tesa ai destini non tanto dell’Italia, che sempre rimane terra di santi, poeti e navigatori, ma della Spal”.
La redazione così confermava l’immediato online dell’articolo: “Gentile professor Venturi, confermiamo la ricezione del suo contributo settimanale. Dati i riferimenti a Interno verde e all’attualità politica nazionale, il pezzo è già online sulla nostra home page”.
Siamo al 20 maggio e di governo nemmeno l’ombra. Anzi sì: l’ombra del programma. E i soliti noti a discutere: “Si farà? Non si farà” (il governo)?
In altri termini si assiste all’esatta metafora espressa da quel programma che mette in mostra con sempre più cattiveria le debolezze e le passioni degli ‘itagliani’: La Corrida. Così, tra voglio e non posso oppure posso ma non voglio, le ombre dei due liderini s’incontrano e si scontrano sotto il paternamente mefistofelico sorriso di mister Silvio, quasi scarmigliato, intento a escogitare l’opposizione positiva. Per chi? Naturalmente per lui.

E a ‘Ferara’? Diluvi o splenda il sole folle oceaniche si riversano in piazza a seguire la Mille miglia, il Giro d’Italia, i canti, le musiche, le sagre affinché sia finalmente riconosciuto il valore democratico dell’abbuffata sotto il tendone. Non lo era forse ai tempi preistorici la mitica Festa dell’Unità?
Loro 2‘, il pensoso film di Sorrentino colleziona vuoti paurosi ancor più del primo; ma perla rara in tanta corretta mediocrità lo straordinario concerto della Chamber Orchestra of Europe con Sir Antonio Pappano che l’ha diretta in modo così sublime da rimanere col singhiozzo in gola. Nel concerto per violino di Brahms la ventottenne Veronica Eberle sostituta di Lisa Batiashvili , alta nel suo vestito plissée che la rassemblava a una fantastica colonna greca, traeva dal suo strumento il concetto, vibrante come un cuore pulsante, della bellezza, ristoro unico ai mali.
E ci si scanna per due mediocrità? Ve ne accorgerete. Ce ne accorgeremo.
Alla memoria riaffiora il mieloso film ‘Aimez-vous Brahms?’ con la divina Ingrid Bergman visto in un pomeriggio d’estate mani nelle mani con una ragazza toscana d’incredibile classe che dopo quel film non ho più rivisto. L’autrice del libro, Françoise Sagan, mi era costata qualche anno prima il mio unico 5 in italiano in quanto scoperto, mentre il Maestro cominciava la spiegazione dell’Orlando furioso, a leggere sotto banco ‘Bonjour tristesse’.
Nel fine settimana passa per Ferrara una personalità straordinaria, il conte Leonardo Clerici nipote di Filippo Tommaso Marinetti che cerca documenti per il suo prossimo lavoro sull’Ottava d’oro, le celebri manifestazioni del 1933 volute da Balbo per il Centenario di Ludovico Ariosto che rilanciarono nel mondo il mito del poeta ferrarese. La sua fondazione di Bruxelles ‘Skriptura’ raccoglie tesori bibliografici e culturali straordinari. Fa piacere poter connettere una realtà culturale così importante con la città. Non dimentichiamoci che all’Istituto di Storia contemporanea diretto da Anna Quarzi, valente studiosa, è stato affidato l’Archivio Balbo che aprirà al pubblico le consultazioni dal 15 giugno prossimo.
A questi interessantissimi ‘doveri’ culturali si affiancano però le preoccupazioni per il misterioso governo che non si sa ancora se nascerà o abortirà.
Tuttavia ieri è stato giorno di festa. Come perdersi i cappelli del matrimonio reale in Inghilterra? O – direttamente lanciata al cuore bianco di Salvini – la moltitudine di ‘negri’ che affollano il matrimonio reale, dalla madre di Megan alla pastore della chiesa americana al fantastico violoncellista che accompagna l’uscita degli sposi.
Dura è parlare qui di ‘negritudo’, specie nel cuore e nel centro della potenza più colonialista del mondo. Altro che gli imbarchi…

Ma come non avere il cuore in subbuglio per i destini della Spal che domani si risolveranno?
E poi possiamo perderci la diversamente giovane Gina Lollobrigida che questa sera si esibirà in danza a Ballando sotto le stelle’?
Una settimana decisiva? Chissà. Forse lunedì NON sapremo ancora.
Certo che a questo punto sia data requie alle inquietudini ‘itagliane’ e si pensi all’indole e alle scelte del ‘popolo’.

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