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ECONOMIA E SFRUTTAMENTO, IL VIZIO CHE NON PASSA
Oggi più di ieri: sono oltre 40 milioni gli schiavi nel mondo, soprattutto donne

Non ci sono mai stati così tanti schiavi nel mondo. Un documentato articolo del Guardian lo scorso anno – si trova facilmente su Internazionale – snocciola cifre che dovrebbero far riflettere. Sono oltre 40 milioni – secondo le stime migliori – le persone ridotte, oggi, in schiavitù.

Tra il Cinquecento e l’Ottocento la tratta degli schiavi è giunta forse a 13 milioni. Meno di un terzo della consistenza attuale. Un quarto è di bambine e bambini. Nel complesso risulta un primato delle donne: ogni 10, 7 sono schiave e 3 schiavi. Una persona è ritenuta in schiavitù se costretta a lavorare contro volontà, se appartiene a uno sfruttatore o “datore di lavoro”, se ha limitata libertà di movimento, se trattata come merce, comprata e venduta come bene mobile. Ne ho già, sia pur brevemente, scritto in passato su Azione Nonviolenta [Vedi qui].  Ripropongo il tema perché la schiavitù resta un grande affare: 150 miliardi di dollari all’anno di profitti, più di un terzo nei paesi sviluppati, compresa l’Unione europea. Anzi un affare migliore di un tempo. Due, tre secoli fa 1/5 moriva durante il trasporto e un altro 1/5 nell’anno successivo, secondo Thomas Piketty. I moderni schiavisti guadagnerebbero trenta volte più dei loro predecessori, secondo Siddhart Kara. Per l’esperto – in italiano credo vi sia solo un suo libro, Sex Trafficking, ormai datato – uno schiavo ha un costo medio di 450 dollari, ma produce circa 8mila dollari di profitti annui, 36mila nell’industria del sesso! La schiavitù, illegale in tutti i paesi del mondo, resta, comprensibilmente, largamente diffusa.

Questo dice l’attualità. Diamo un’occhiata alla storia. Faticosa ne è stata, in tempi diversi e modalità differenti, l’abolizione negli Stati. Sempre Thomas Piketty, in Capitale e ideologia, dedica un capitolo a un’attenta ricognizione. Indennizzati non sono gli schiavi, che hanno sofferto, ma i proprietari. Sono ben risarciti per la perdita di beni legittimamente posseduti. Solo a Lincoln, poteva venire in mente di promettere agli schiavi una volta emancipati – la Guerra Civile era ancora in corso – “un mulo e 40 acri di terra”, equivalenti a circa 16 ettari. Morto Lincoln del mulo gli schiavi hanno avuto solo i calci e terra niente, se non quella in cui sono stati sepolti i linciati dal Ku Klux Klan.

Prima è abolito il commercio degli schiavi: 1807 in Gran Bretagna e nel 1815, al Congresso di Vienna, si aggiungono Olanda, Francia, Spagna e Portogallo. I trafficanti debbono dedicarsi a trasporti meno redditizi e senza alcun indennizzo. Ai padroni va meglio. In Gran Bretagna l’abolizione del 1833, avviata concretamente cinque anni dopo e integrata da successive disposizioni fino al 1843, è accompagnata dall’integrale indennizzo dei proprietari. In 4mila ricevono 20 milioni di sterline, 5% delle entrate del regno (dieci volte la spesa all’epoca per l’istruzione). La stessa quota di entrate darebbe oggi 120 miliardi di euro: 30 milioni in media per proprietario, Il tutto è finanziato con entrate gravanti sui contribuenti medi e poveri, data la scarsa progressività delle imposte. In compenso gli schiavi liberati nelle colonie hanno contratti di lavoro semiforzato. Si è detto di chiedere indietro le somme ai discendenti dei risarciti. Naturalmente non se ne è fatto nulla.

In Francia vi è una doppia abolizione: nel 1794 e nel 1848. La prima, propiziata dalla ribellione degli schiavi delle piantagioni di Saint-Domingue, condotti da Toussaint L’Ouverture – Tuttisanti L’Apertura, bel nome augurale, quasi capitiniano – non ha praticamente applicazione se non in quella colonia, ridenominata Haiti. Se ne discutono le condizioni: Condorcet propone abolizione senza indennizzi. Muore un mese dopo l’approvazione della legge. Napoleone vuole riprendere Saint-Domingue e ristabilisce in ogni possedimento la schiavitù. Il cognato, generale Charles Leclerc, comanda la spedizione all’inizio del 1802. Toussaint è catturato e tradotto in Francia, dove muore l’anno successivo.
Resistenza e febbre gialla – anche Leclerc ne muore – sconfiggono la spedizione. Nel 1804 Haiti proclama l’indipendenza. Il re di Francia Carlo X, nel 1825, riconosce Haiti, contro un risarcimento che eviti la guerra e indennizzi i padroni per la perdita degli schiavi. Il debito è stato pagato fino al 1950! Senza interessi sono 30 miliardi di euro. Haiti li chiede ancora inutilmente indietro alla Francia, che pure ha solennemente dichiarato la schiavitù crimine contro l’umanità. La Repubblica francese, nel 1848, abolisce la schiavitù, in tutte le sue colonie, con un indennizzo inferiore a quello ipotizzato dal monarca e rifiutato dai proprietari. Il finanziamento sarà un po’ debito pubblico e un po’ lavoro forzato degli ex schiavi, se vogliono evitare carcere e deportazione come vagabondi. Al re Luigi Filippo Alexis de Tocqueville aveva proposto un’equa formula di risarcimento per i proprietari: metà dallo stato – debito pubblico – e metà dagli ex schiavi, con lavoro di 10 anni sottopagato.

La storia ci dice che tutte le prediche contro la schiavitù, in nome della religione, dell’etica, dei diritti – indispensabili a contestarne il fondamento – l’hanno solo scalfita, finché i padroni non hanno temuto, o visto in atto, la ribellione degli schiavi. Questa ha avuto successo quando ha trovato sostenitori decisivi, tra gli sfruttatori, diretti e indiretti.
Anche ora occorrono la consapevolezza e l’azione congiunta di chi si trova in una condizione di schiavitù e dei lavoratori ‘liberi’ per una comune emancipazione. Sono sottoposti, in grado diverso, alla stessa violenza di un sistema padronale, senza limiti alla proprietà privata, ai profitti, alla rendita. La loro liberazione è compito comune. Ci sembrava di averlo imparato e sentito perfino cantare.

Questo articolo è apparso con altro titolo anche sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento Nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

Haiti: l’orrore dopo il terremoto
Le colpe del colonialismo del terzo millennio

Non bastava quel tragico terremoto del 2010 con 230.000 morti e 300.000 feriti. ri: dieci anni di disordine, paura, precarietà, indigenza. Gli anni post catastrofe sono stati per Haiti altrettanto duri.
Era il 2004 quando prese avvio la missione di pace dei Caschi Blu, anche se la parola ‘pace’ è messa seriamente in discussione dai fatti di violenza emersi in tutta la loro gravità dopo il 2017, anno del rientro nei rispettivi Paesi dei contingenti dell’ONU. Il numero imprecisato (si parla di centinaia) ma comunque elevato di bambini nati da soldati della missione e madri haitiane, risultato di stupri e abusi, abbandonati dal padre una volta rientrato in patria e spesso anche dalla madre, è quanto si sono lasciati alle spalle coloro che erano arrivati per difendere, rassicurare, preservare.
La speranza di quella popolazione, trasformata in orrore puro. La missione doveva ripristinare ordine nel regime di anarchia, dopo che gli Stati Uniti avevano deportato il presidente haitiano Jean-Bertrand Aristide ed era guidata dall’esercito brasiliano con 2366 soldati, 2533 poliziotti, un migliaio di impiegati civili di 19 Stati, tutti dislocati in 10 basi diverse dell’isola caraibica. Provenivano da Cile, Uruguay, Argentina, Brasile, affiancati anche da soldati di altra provenienza, come Sri Lanka, Pakistan, Canada. L’Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi di sorveglianza interna (OIOS) ha indagato e concluso che “gli atti di sfruttamento e abuso sessuale (contro minori) erano frequenti e di solito avvenivano di notte e praticamente in tutti i luoghi in cui era stato dispiegato personale contingente”. Si tratta di violenze su bambine e giovani, per qualche spicciolo o un piatto di cibo.
Già nel novembre 2007, 114 appartenenti al contingente dello Sri Lanka furono accusati di comportamenti sessuali inappropriati e abuso di 9 bambini. Vennero allontanati ma non sottoposti a giudizio. Nel marzo 2012, tre ufficiali pakistani vennero condannati per lo stupro di un ragazzo di 14 anni con problemi mentali a Gonaïves. Molte donne, ragazze e bambine hanno contratto l’AIDS e, in moltissimi casi, una volta rimaste incinte sono state abbandonate o allontanate dalle loro famiglie. Giovani vite rovinate per sempre, lasciate al loro destino. Pochissimi ‘padri’ che hanno aiutato le madri dei loro figli, hanno smesso di farlo una volta rientrati in patria.
Le alte gerarchie militari e gli organi preposti degli Stati coinvolti si giustificano ammettendo come sia difficile il controllo dei comportamenti dei soldati e altrettanto difficoltoso sanzionare chi è coinvolto. Tutto ciò è un po’ troppo per una popolazione che paga da una vita le conseguenze di un colonialismo selvaggio: da sempre sballottati tra proprietari terrieri francesi, mercanti di schiavi spagnoli, flotte britanniche, con le interferenze degli Stati Uniti nella politica locale e un’opinione pubblica internazionale – anche la ‘civile’ Europa – che, passata l’emergenza e l’onda di aiuti umanitari, abbassa l’attenzione. Uragani, massacri, epidemie di vaiolo, guerre civili e disordini, barricate, rivolte, saccheggi e confisca di risorse da parte dei colonizzatori: ecco la storia di un popolo provato e tuttora in ginocchio.
Anche in questi giorni domina il caos nell’isola e la protesta contro il presidente Jovenel Moïse ha raggiunto toni drammatici. Atti vandalici, estrema insicurezza, manifestazioni, incendi dolosi rendono il clima pesante e nei centri abitati è pericoloso circolare a causa dei proiettili vaganti che hanno già mietuto parecchie vittime. Conseguenza dell’aumento vertiginoso della circolazione di armi e del loro uso indiscriminato. Una rivolta di proporzioni enormi contro disoccupazione, esclusione, impunità e criminalità, corruzione, eccessiva spesa pubblica ingiustificata, deterioramento del potere, repressione, enorme divario tra pochi ricchi e il resto della popolazione in grave indigenza, brogli elettorali e un’inflazione insostenibile.
A Port-au-Prince nessuno si sente al sicuro. Gli haitiani non possono accedere ai beni di prima necessità per la loro stessa sopravvivenza perché materie prime come riso, farina, mais, fagioli, zucchero e olio vegetale hanno avuto un rincaro sul prezzo del 34% solo nell’ultimo anno. Ad Haiti si muore di fame e le vittime sono prime fra tutti i bambini al di sotto dei 2 anni. Medici e staff sanitari denunciano l’alto livello di denutrizione e alto rischio di mortalità. Ignorare tutto ciò, girarsi dall’altra parte, osservare senza fare nulla sono i peccati capitali che ci affliggono ed evidenziano il lato peggiore di un’umanità che ha fatto dell’insensibilità e del cinismo la propria bandiera.

 

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