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GLI SPARI SOPRA
Berlinguer è mio

Secondo il National Geographic il luogo ove si crea il vento è sito precisamente davanti al mio box ufficio, precisamente nel lembo nord dell’accantieramento tra il furgone della mensa e il container Morteo del refettorio. In estate il mio loculo ha la porta spalancata sul piazzale, la finestrella dietro la mia testa aperta e il clima acceso oltre la porta del mio collega, lo so che Draghi mi annovera tra i motivi della guerra in Ucraina, ma la nostra è un ricerca continua del benessere termico. Chiaro, nulla ho da lamentarmi rispetto ai colleghi che si ustionano tra le lamiere ed i grigliati d’impianto. Ma l’origine del vento è tre metri oltre la mia scrivania. Piccoli e simpatici twister arrovellano polvere e sabbia e me la sbattono in faccia ad ogni piè sospinto, iconici piumini dei pioppi svolazzano come farfalle cavolaie verso di me, la tastiera è insabbiata come un giocatore di beach volley, il cicchettìo dei piedi sembra una pasta allo scoglio con le vongole non lavate. Sulla plastica opaca della scrivania, assieme a carte sedimentate, penne rotte, calendario da tavolo arrotolato a causa degli sbalzi termici, un filtro polivalente per semi maschera scaduto, due bottigliette d’acqua aperte, un marsupio da nerds, il telefono cinese in carica, un paio di occhiali antinfortunistici scuri graffiati, il mouse traccia linee sulla sabbia come quando da piccoli si faceva la pista per le biglie coi ciclisti dentro.

Mi va la polvere in un occhio, ma è il phon che soffia a sei spanne da me, sull’asfalto rovente; svolazzano i fogli appesi con nastro da pacchi ai pannelli sandwich del bunker.

Attenzione prova poli acustici! Gracchiano gli altoparlanti del sistema Matra, utili solo quando le emergenze sono simulate. Oltre le mura della fabbrica, una vibrofinitrice suona il clacson ritmicamente ogni trenta secondi per far muovere il camion che contiene l’asfalto triturato, mentre un gradevole aroma di catrame salvifica l’aria.

Tra un piano per uno spazio confinato e un altro, un consiglio per occhiali bifocali antinfortunistici e un preventivo per guanti in gomma, penso a Berlinguer. Fra qualche giorno saranno cento anni dalla nascita e trentotto dalla sua morte, su quel maledetto palco, sforzandosi di terminare un discorso, premonitore, moderno, … andate casa per casa. A fare che? A parlare con le persone, con il nostro popolo, con il nostro mondo. Quello stesso mondo che oramai è estinto, evaporato, che non ha lasciato né eredità e tantomeno eredi. La deriva delle tue idee Enrico non ha lasciato nessun limo, dopo la tua scomparsa, repentina, ingiusta, che ci ha colto impreparati, non è nato nulla, ma è morto tutto.

Si riempiono la bocca di te, tutti, ti citano, raccontano della tua modernità, altri addirittura pensano che il tuo riformismo (positivo) sia stato troppo titubante. Ma cosa vogliono da noi? Perché non smettono di ciarlare, interpretare, togliere e aggiungere al tuo pensiero? Che ne sanno di te, che ne sanno di noi? Dice si, ci sono pure quelli che ti hanno conosciuto, che ti hanno amato e ora sono lontani da te anni luce, ora sarebbero tuoi avversari politici, ma si nascondono dietro allo scorrere del tempo. Dicono orgogliosi che non ci sono più le ideologie, che il mondo non è più diviso in blocchi, che non esistono sistemi antitetici e alternativi, esiste solo la democrazia e la dittatura.

Appunto.

Il mondo ora ha un solo padrone e tanti nemici, il capitalismo è percolato ovunque, in Russia, in Cina, dappertutto. L’imperialismo crea guerre, invade, stermina, bombarda, distrugge, nessuna traccia della tua terza via. Come possono parlare di te senza rendersi conto che ora, loro, sono contro di te.

Tutti.

I partiti sono agglomerati di potere fine a se stesso, lo dicesti tu e questo sono, la corruzione, la politica come mestiere da professionisti dell’accordo sotto banco, pure questo si è avverato nelle tue visioni di quaranta anni fa. Con che faccia continuamente ti portano ad esempio, loro che si vergognano di ciò che erano, loro che non sono coerenti con i propri ideali di gioventù.

La polvere soffia dentro al grigiume del box, una foglia di pioppo fuori zona mi sfarfalla sfacciata in ufficio. Ma la mia mente è lontana da qui, pensa a piazzale San Giovanni e a quei milioni di persone in lacrime e col pugno chiuso. Quanti di loro saranno ancora al mondo? Quanti non si vergogneranno di ciò che erano? Quanti saranno ottusamente ancora come allora?

Credo pochi. La volontà dei padroni di estinguere la sinistra, la loro rappresentanza, è oramai compiuta da anni, ma fra pochi giorni tutti ti celebreranno. Nessuna differenza di celebrazione fra ex compagni, ex fascisti, ex democristiani, ex socialisti, ex di ex. Secoli indietro rispetto al tuo pensiero, ma convinti di essere i tuoi eredi, addirittura ti annoverano quale fondatore morale di partiti e movimenti che tu riterresti a giusta ragione antitetici al tuo pensiero.

Quanto sono noioso.

“Noi siamo comunisti, lei lo dimentica. Lo siamo con originalità e peculiarità, distinguendoci da tutti gli altri partiti comunisti: ma comunisti siamo, comunisti restiamo. Siamo nati e viviamo per combattere il capitalismo, cancellarlo.” Queste parole non saranno lo slogan delle celebrazioni, queste non saranno citate dai democristiani-liberisti che rappresentano l’italico stivale, al limite, se qualche vetero (come me) le riporterà alla luce, un coro uniforme e monosillabico ricorderà che Berlinguer è morto nel 1984, il mondo è cambiato, il mondo è andato avanti.

No cari miei, il mondo è tornato indietro, fatevene una ragione e smettetela di celebrare la vostra antitesi.

Berlinguer è mio. E di pochi altri.

 

GLI SPARI SOPRA
La ricerca di un futuro

In Italia, ora più che mai servirebbe una partito che si richiamasse ai valori di Enrico Berlinguer, alla modernità della sua opera e del suo pensiero. Concetti e parole inserite profondamente nel Comunismo Italiano, fonte di democrazia e di ideali per quattro generazioni di persone. Andato disperso e abiurato dalla fine del secolo breve fino a questo secondo decennio del ventunesimo secolo. In molti lo decantano, addirittura gli avversari politici ne tessono le lodi, ma la sua figura fa ancora tremendamente paura perché davvero dei dirigenti di una qualche sigla politica si ispirino a lui per il futuro, per il prosieguo del tempo che scorre rapido. Non esiste una avanguardia in Italia, che nel suo nome cerchi di aggregare dei compagni per realizzare davvero qualche cosa di nuovo. Esistono sigle politiche che espongono la sua effige nelle sedi, come ricordo o come santino, ma non ripercorrono le sue idee, le hanno abbandonate da decenni. Almeno quattro altri partiti espongono l’effige della falce e del martello non come elemento aggregante o come i simboli del lavoro, motivo per cui nacquero un paio di secoli orsono, ma come medaglie di purezza esclusive e non inclusive. La bandiera rossa è stata gettata nel fosso da tanto, troppo tempo, sotto l’immagine di Enrico nessuno mai ha voluto costruire unità e forza del progresso e popolo.

La parola democrazia deriva dal greco, ed è composta dai termini demos (che significa “popolo”) e kratos (che significa “potere”), Potere al Popolo, queste sono le basi del Marxismo. Questo concetto pone le idee di Berlinguer sul piedistallo della modernità, senza bisogno di ricordare le deviazioni che molti governi Comunisti presero dalla rivoluzione d’ottobre in poi.

Sommossa popolare, appunto per portare al potere gli ultimi, gli sfruttati, i braccianti, gli operai, quelli che nei millenni mai ebbero diritti e voce in capitolo, sfruttati e vilipesi dalla notte dei tempi. Tale rivoluzione avvenne però nella nazione meno preparata ad accoglierla, quella grande madre Russia che non aveva una classe operai forte e consapevole, ma era per lo più composta da braccianti che solo pochi decenni prima erano ancora servi della gleba, la nazione che mai Marx individuò come avanguardia per le masse popolari.

Dico questo perché il pensiero comune continua ad additare il Comunismo realizzato col Comunismo reale. L’Euro comunismo di Berlinguer, e ancor di più l’anomalia italiano porsero il più grande partito dei lavorati del mondo libero a traino di una terza via, mai davvero cercata e né tantomeno seguita dai referenti delle sinistre dopo il giugno del 1984.

Ora che non esiste più un mondo diviso in blocchi, dove l’Est ha superato l’Ovest nella ricerca del profitto per pochi a discapito degli ultimi, le idee di Berlinguer diventano una necessità.

Io credo che in tanti, troppi vedano Enrico come una foglia di fico, dietro cui nascondere la propria lontananza dai suoi ideali.

Un mondo raggrinzito e ammalato intorno al concetto di capitale, bolso e senza respiro, in questi tempi di pandemia, dove esiste solo una classe sociale che continua ad aumentare i profitti a discapito di tutti gli altri, dipendenti, artigiani, commercianti, operai, tutti in lotta tra loro per in dicare chi più di altri è fonte di privilegio. Accomunati da un unico nemico, che viene dall’Africa, quella massa di diseredati che servono ai partiti, quasi tutti, per sottolineare le differenze e per conservare quelle briciole di pane che i padroni del vapore spargono alle masse intrise di cattiveria e con la bava alla bocca, con la paura che l’ultima scaglia di pane duro venga utilizzata per nutrire chi sta peggio di noi.

Una grossa parte della classe operaia che non è più classe, che non ha più coscienza di se si è imbruttita nelle idee, instillate goccia a goccia da anni di propaganda revisionista. L’analfabetismo funzionale ha superato quello di ritorno, un popolo senza età che si informa sui social media, che posta e riposta immagini di pensieri altrui. Un solo piccolo e maledetto virus sta squassando il mondo conosciuto, portando alla luce decenni di sfruttamento della natura in maniera malevola e senza criterio, sistemi all’apparenza democratici dove chi ha i soldi si cura, mentre gli altri vengono lasciati annegare, non solo in maniera figurativa. Un sistema agli sgoccioli dove privato e privatizzazioni, ricercate da schieramenti centripeti hanno portato all’evaporazione del Welfare, dove la sanità pubblica è diventata azienda e la sanità privata si arricchisce con i soldi dei contribuenti, oltre che dei pochi privilegiati che ne possono disporre.

Un mondo dove la scuola è sempre ai margini dei programmi di partiti sempre più simili, dove nemmeno Lombroso riuscirebbe a riconoscere gli uni dagli altri.

Sono ripetitivo e limitato nei miei grezzi concetti, forse perché alle volte spero che qualcuno, migliore di me riprenda da terra quella bandiera rossa e la sventoli, come una guida turistica sulla piana di Ghiza e dove un popolo, davvero unito la segua, nella ricerca di una utopia necessaria e non più procrastinabile.

Dolce Enrico, mi piacerebbe che ti staccassero dalle cornici entro le quali sei stato relegato in questi trentasei anni, mi piacerebbe che tu stesso potessi togliere la polvere della tua dignità troppo spesso usata come paravento.

Si lo vorrei davvero un partito di ispirazione Berligueriana, dove potermi sentire a casa, dove poter credere che il mio piccolo contributo possa essere una briciola di sabbia, per costruire un argine contro l’abbruttimento di questi tempi. Dove le mie idee possano confrontarsi e confondersi con quelle di tante compagne e compagni, senza l’assurda ricerca della purezza, senza lucidare troppo la falce, senza dibattere sul tipo di martello (da carpentiere, da muratore, da montatore meccanico, ecc.).

Berlinguer non solo come oggetto di ricerca o peggio di culto (lui lontano anni luce dal culto della personalità) ma come pensiero critico, vivo, da ritrovare, da ripercorrere, una ricerca di un futuro migliore, radicale, non moderato, ma inclusivo, alla ricerca della diversità e dell’impurezza.

Io credo che solo in questo modo, solo avendo ben chiaro il passato si possa sperare in una rinascita, una luce in un futuro che ora a me sembra troppo cupo, anche solo per ricercare la speranza.

Minarelli, ieri e oggi: sette domande capitali al nuovo segretario del Pd

Il nuovo segretario provinciale del Pd, Nicola Minarelli si candidò già quattro anni fa alla massima carica di partito e fu sconfitto da Luigi Vitellio, da cui ora riceve il testimone. E’ interessante andare a rileggere ciò che all’epoca dichiarò a Ferraraitalia, per valutare cosa permane e cosa è mutato nei suoi orientamenti nel corso di questi quattro (politicamente lunghi) anni. Le domande poste riguardavano il posizionamento del partito, il pantheon della memoria, i valori ideali, le priorità di intervento. Ecco cosa disse allora (26 marzo 2015) Minarelli.

1. Considera il Pd un partito di sinistra o di centro-sinistra?
Considero il Pd un partito di centro-sinistra nel quale convivono diverse culture, sensibilità, tradizioni politiche e partitiche che si riconoscono nel riformismo italiano.

2. Può indicare una personalità (una sola) rappresentativa della storia, della tradizione e dei valori che ritiene fondanti per il suo partito?
Senza ombra di dubbio indico il Presidente emerito Giorgio Napolitano, un uomo che ha saputo nella sua lunga storia politica essere all’avanguardia e un vero riformatore e che ha dimostrato come Presidente della Repubblica di saper guidare il paese in uno dei periodi più difficili sia dal punto di vista economico, sia politico. La lungimiranza, la capacità di guida e persuasione, la volontà di mettere al centro il Paese anche oltre le proprie forze fisiche ne fa un esempio di spirito di servizio di servizio encomiabile.

3. La questione morale, evocata come tale già da Enrico Berlinguer all’inizio degli anni ottanta, come dimostrano le cronache quotidiane è ancora drammaticamente irrisolta. Che fare per ridare un profilo etico alla vita pubblica?
Essere particolarmente intransigenti coi comportamenti illegali e moralmente discutibili. Intransigenza nella selezione della classe dirigente e ancor meglio avvicinamento al cittadino del potere decisionale. Un sano e vero federalismo, che significhi scelte fatte dal livello decisionale e di governo più vicini al cittadino, può essere la garanzia che il controllo sia esercitato “a misura d’uomo” e dunque in maniera più efficace.

4. Un cittadino condannato in primo grado (ma non ancora in via definitiva, come nel caso dell’ex sindaco di Salerno, De Luca) a suo giudizio ha titolo per candidarsi a ruoli interni al partito o di rappresentanza nelle pubbliche istituzioni?
Siamo per un partito garantista. Certamente però dovrebbe scattare una questione di opportunità politica nell’evitare situazioni di questo tipo. Ancor più certamente il Partito che immagino non può ammettere che un candidato o un eletto possa manifestare l’indifferenza verso le leggi dello stato o ancora peggio dichiari apertamente di infischiarsene.

5. Per quanto riguarda i rapporti con le minoranze, ritiene giusto che il diritto al dissenso oltre che nel dibattito interno si esprima anche esternamente con voti in sede assembleare (Parlamento, Commissioni, Consigli regionali o comunali…) contrari all’orientamento adottato dalla maggioranza dal partito?
Stare in un grande partito significa ammettere che ci siano sensibilità differenti, ma questo non può mai pregiudicare il principio che al momento delle decisioni ufficiali ci si comporta come un unico soggetto e che le decisioni prese dagli organismi dirigenti a maggioranza vadano rispettate. Altro discorso per i temi etici sui quali la libertà di coscienza credo debba essere ammessa.

6. Su cosa si deve puntare per lo sviluppo strategico di Ferrara?
Ferrara sconta tuttora un gap infrastrutturale che è una delle cause della scarsa competitività e attrattività rispetto agli altri territori. Se poi si considera che il tessuto imprenditoriale è fragile e fatto di imprese di piccole e medie dimensioni ben si comprende quanto sia importante in questa fase approfittare della nuova programmazione territoriale 2014-2020 utilizzando i fondi europei per eliminare il digital divide, favorire l’inclusione sociale, il rafforzamento della competitività delle aziende, la valorizzazione del patrimonio turistico, culturale e ambientale.

7. Quale considera essere la priorità di intervento a livello nazionale e a livello locale? (una per ciascun ambito, non un elenco di questioni)
A livello nazionale indico come priorità la riforma della pubblica amministrazione, nell’ottica della necessità di sburocratizzare un sistema ingessato, a tratti surreale. La indico prioritariamente perché non c’è altra riforma che possa reggere, implementarsi o dare i propri frutti se si trovano barriere a tratti insormontabili nel sistema pubblico. A livello locale indubbiamente il lavoro. Va messo in moto un ampio processo di coinvolgimento a livello politico e amministrativo al fine di individuare le priorità di intervento e fornire strumenti e ‘policies’ efficaci.

L’infamia del potere

Cosa accomuna questi leader mondiali tra loro? Domanda sciocca si potrebbe dire! L’ovvia risposta potrà senz’altro essere: il potere.
Certo, è naturale che sia così… ma non basta! Perché occorre ribadire con forza che chi ambisce al potere non lo fa per altruismo, ma sempre per ambizione personale. Poi la si può rigirare come si vuole, ma l’ambizione può portare al successo solo se si antepone senza scrupoli se stessi agli altri. Egoismo, egocentrismo, scaltrezza, tanto cinismo, una buona dose di falsità ed il gioco è fatto!
Gli ingredienti ci sono tutti, ma se ci aggiungi anche la spietatezza puoi addirittura ambire a giocare alla guerra e persino far credere ai tuoi contemporanei d’esser nel giusto… Ma non sai che la memoria dei posteri ha già prenotato per te un posto d’onore tra gli infami della storia!

“Il drago, la bestia, l’essere infame è prima di tutto l’avidità, la sete di denaro e di potere.”
Annalena Tonelli

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Come un libro aperto

Quando giro paesi e città tendo ad attribuire loro una forma nello spazio, una dimensione geometrica. Figure rotonde, ovali e sinuose, luoghi quadrati, rettangolari o pentagonali.
Associando il toponimo al gioco delle linee cerco di archiviare nella mia mente la loro identità. Il tutto per sottrarmi ai nostri tempi di “usa e getta”, di “mordi e fuggi”. Così consumiamo costruzioni complesse, che non sono solo architetture urbanistiche, ma forme che hanno preso corpo nella storia, nate dal genio di uomini e donne, vissute dalle persone, che lì hanno lasciato i loro segni, hanno patito i loro dolori e goduto delle loro gioie.
Le città non sono agglomerati di centri e di periferie, l’insieme degli scatoloni entro i quali spendiamo le nostre esistenze più o meno anonime. Le città sono famiglie allargate dove ci si prende cura dell’altro e, nella cura, l’altro ti diviene famigliare, sia che lo medichi, sia che lo istruisci e lo aiuti a crescere. La cittadinanza serve a questo, a socializzare, ad allargare la tua sfera di umanità. Per questo è assurdo che qualcuno avanzi diritti di primogenitura sulla famiglia e sulla genitorialità. Tutto è troppo mescolato per distinguere e la miscela l’ha mischiata la storia e i progressi dei nostri pensieri e del nostro essere civili.
La città è un libro aperto, le piazze e le vie ne sono le pagine illustrate, l’architettura il linguaggio. La città è opera collettiva, è opera corale. Che va scritta insieme, riconoscendoci gli uni negli altri, compagni di strada nella stesura del libro della città.
È nelle città che la solidarietà dell’altro corre a darti una mano per curare le ferite dei terremoti e delle alluvioni. Sono questo le nostre città, la conservazione di inestimabili valori umani.
Le civiltà si sono fatte sempre nelle città. Le città sono i luoghi della civiltà.
Le città non necessitano né di podestà né di capitani del popolo. Hanno bisogno di amicizia, di sentimenti di affetto, di simpatia, di solidarietà, di stima coltivati dalla dimestichezza e dalla familiarità del vivere una comune dimensione urbana. Non ci sono problemi di una parte contro un’altra, i problemi sono sempre di tutti, come scriveva con sano pragmatismo John Dewey, e la loro risoluzione ha sempre bisogno di un più di cultura condivisa. Soprattutto il futuro della città non sarà fatto da quello che accadrà, ma da quello che ciascuno di noi saprà fare accadere.
Pare invece che le città siano divenute il luogo degli inquinamenti umani. Che i flussi delle immigrazioni abbiano prodotto ferite profonde, abbiano violato i patti della convivenza sociale, che le multiculture anziché divenire una ricchezza si siano tradotte in minacce alla cultura che conserviamo. Come se le nostre città da tempo non fossero disgregate, slabbrate, frantumate e non avessimo riservato, ai nuovi arrivati, solo gli interstizi di questa decomposizione che da tempo lavora.
Nessuno che si rechi a visitare una città è interessato alle sue periferie, il polo d’attrazione sono i centri storici, spesso ridotti a musei senza vita, dove occorre regolare con il numero chiuso la calca dei turisti.
Centri calpestati dagli eventi, anziché risorti negli avvenimenti. Centri da cui sono banditi il silenzio, l’ascolto e la riflessione. E quando ciò accade è sempre con troppo rumore.
Abbiamo commercializzato le nostre città, spesso lacerandone il tessuto per via della desocializzazzione, delle violenze, delle droghe. Città dove lo spirito di cura si è perduto, come la capacità di ritessere comunità disperse.
Cos’è la qualità della vita delle città? È l’emigrato che ruba spazio e minaccia la sicurezza o il principio di quantità che ha consumato perfino le nostre facoltà razionali?
Il “disagio della civiltà” di Freud, oggi rischia di tradursi nel “disagio di inciviltà”, nella incapacità di prospettare una “civiltà possibile”. La quantità può contenere non solo l’infelicità, ma anche superare il limite di sopportabilità esistenziale mandando in pezzi uomini e donne.
La città vive di qualità civili, urbane e ambientali. Il rischio è che si scrivano pagine avendo smarrito queste dimensioni, insieme allo scopo della narrazione, alla sua sintassi e alla sua semantica.
Oggi sappiamo di non volere che a prendere la mano nella scrittura siano le tensioni sociali, sia il vivere in continua competizione con gli altri, in una sorta di “bellum omnium contra omnes”.
Non ci sono città ideali o utopiche da disegnare, ma città concrete da raccontare nel loro quotidiano di umanità e di qualità delle persone, ed è ciò che dovrà continuare a fare la differenza.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Porte chiuse, socchiuse o aperte? La parola ai lettori

Porte sbattute, girevoli o mai chiuse. Come si pongono due persone quando la relazione sta per finire? C’è chi lascia sempre uno spiraglio, chi sigilla tutto e se ne va e chi, come dichiara K nella lettera, non fa uscire dal proprio “mondo affettivo”.
Riccarda e Nickname rispondono ai lettori.

Il fantastico mondo di K

Cara Riccarda, caro Nickname,
vi rispondo da donna forse poco donna. Per me ogni chiusura è stata dolorosissima. Un vero lutto che mi toglieva ogni forza, ogni voglia. Tendo a idealizzare l’altro. Diventa il più bello, il più bravo, il più sensibile. E io l’inutile scema che si è fatta scappare l’ennesimo cuore d’oro. La verità emerge piano piano dentro di me. Non è che mi faccia stare meglio, ma almeno è la mia verità.
In amore sono esigente, nella relazione vado a fondo, l’amore prende il passato, il presente e il futuro e a volte lo scarnifica per trovare un senso. In questo analizzare e approfondire lascio sempre quello spiraglio di curiosità che smette di essere passione e innamoramento. Ma una volta che sei entrato dentro, difficilmente esci fuori dal mio mondo affettivo.
K.

Cara K.,
pensavo, invece, di organizzare una manifestazione, anzi una crociata, e chiamarla ‘puliamo il mondo affettivo’. Hai mai pensato quanto, negli anni, lo inquiniamo e lo riempiamo di rifiuti inerti?
Riccarda

Cara K.,
fammi capire: prima idealizzi il partner, poi lo analizzi fino a non esserne più innamorata, poi però non riesci a farlo uscire dal tuo mondo… mi sto perdendo. O forse ci perdiamo tutti, nel mondo affettivo.
Nick

Attenzione alle porte!

Cara Riccarda, caro Nickname,
potessi, vivrei in un mondo di porte aperte ad accesso regolato. Ma credo sia un’utopia, e quindi per la maggior parte, prendi o dai delle gran belle porte sbattute.
N. B.

Caro N. B.,
non è un’utopia, è un’idea geniale e praticabile, però prima bisogna aver preso confidenza con le uscite di emergenza.
Riccarda

Caro N. B.,
se la tua partner approva la teoria “porte aperte ad accesso regolato”, sei a cavallo. Se la disapprova, rassegnati a sbattere spesso il muso sulla porta.
Nick

L’Enciclopedia della porta

Cara Riccarda, caro Nickname,
scusatemi ma credo che la questione sia molto più complessa di un piede nella porta o di una porta sbattuta. La variabile figli è determinante sulle porte semi aperte o sbattute. Non basterebbe un tomo da mille pagine per descrivere le sfaccettature.
Paolo

Caro Paolo,
hai ragione, spesso ai figli attribuiamo anche l’ingiusto ruolo di un ferma porta. Ti affido nel frattempo a Nickname per iniziare il primo tomo.
Riccarda

Caro Paolo,
già così sta cosa delle porte mi disorienta (sì lo so, l’ho tirata fuori io). Se penso alle sfaccettature e al tomo la testa mi gira fino alla nausea. Eppure, come faccio a non darti ragione.
Nick

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Fiori di resistenza civile

E’ stato un 4 novembre particolare: la Giornata dell’Unità nazionale ha visto sfilare a Ferrara un numero inusitato di cittadini accanto al pennone dell’alzabandiera collocato dinanzi al duomo. Centinaia di donne e di uomini hanno depositato fiori o semplici messaggi per testimoniare la propria lealtà agli ideali repubblicani e costituzionali e lo sdegno per lo sfregio causato poche sere prima dall’esponente cittadino della Lega, Naomo Lodi, che su quel pennone riservato alla bandiera della Repubblica italiana ha issato il vessillo del proprio partito. Un gesto apparentemente goliardico agli occhi di qualcuno che ne ha voluto sminuire la portata, ma dal valore altamente simbolico in considerazione del clima generale che caratterizza questa delicata fase della vita politica e sociale italiana. “E’ stato un bel momento – ha dichiarato Alessandra Tuffanelli, caparbia attivista della sinistra ferrarese -. La partecipazione è stata veramente buona, e c’era tanta gente “normale”, cittadine e cittadini comuni, non i soliti politici o politicanti, a voler dare un messaggio posando un fiore. Bambini, anziani, famiglie, persone di ogni età. Tutti accomunati dagli stessi sentimenti e ideali. Essere lì ha rialimentato in me le speranze, oramai più che affievolite, che ancora una possibilità l’abbiamo. Ma dobbiamo essere molto bravi e soprattutto molto uniti”.

Regresso e progresso, è tempo di agire

La parola d’ordine, oggi, è sicurezza. Il diritto al lavoro, alla pensione, all’assistenza, all’alloggio – tutte conquiste che nel secolo scorso, grazie alle politiche di sostegno attuate dallo stato sociale, apparivano acquisite e indiscutibili – ora vacillano. Ovunque – e anche in Italia – le certezze che hanno accompagnato le nostre esistenze sono svanite. E la vita attuale, per milioni e milioni di donne e di uomini, è densa di insidie e di preoccupazioni.
Anche per questo i fenomeni migratori vengono percepiti come una minaccia. Frutto essi stessi di profondi squilibri geopolitici – eredità delle vicende coloniali – e ora generati da situazioni di miseria estrema e da pericoli incombenti (spesso aggravati da conflitti armati o persecuzioni attuate da regimi dittatoriali nei confronti della popolazione), divengono motivo di tensione e di paura per i cittadini di quegli Stati, meta dei disperati esodi, che individuano negli “invasori” un ulteriore elemento di sottrazione alle già risicate risorse di cui dispongono. E’ la guerra dei poveri che torna ad affacciarsi. Ma il paradosso è che deprivazioni e indigenza colpiscono ampie fasce della popolazione, mentre ristretti gruppi di individui possiedono ricchezze superiori a quelle di intere nazioni. Basti pensare che oggi dieci persone possiedono da sole il cinquanta per cento delle ricchezze dell’intero pianeta.

Lo scenario, dunque, è drammaticamente dissestato. Gli squilibri sono vertiginosi. Il tessuto sociale è sfilacciato, al sentimento di solidarietà si è sostituito quello, prevalente, di paura. L’altruismo cede il passo a un egoismo difensivo. L’idea di un costante progresso nel cammino sociale si scontra con ostacoli imprevisti. La prospettiva per le generazioni future è di vivere in un mondo peggiore rispetto a quello che noi abbiamo ereditato, in condizioni di maggiore incertezza e di instabilità e privi di quelle tutele che hanno garantito a tutti (o quasi), per decenni, dignitose condizioni di vita.
In questa temperie prospera la criminalità, che in parte costituisce l’estrema derelitta risposta al disagio.

Il punto di ripartenza, per un umano consorzio che intende – e deve – recuperare i caratteri di civile e solidale convivenza, può essere la città, il luogo in cui i rapporti personali in parte si alimentano ancora della fiducia che scaturisce dalla conoscenza e il legame sociale, per questo, non si è del tutto dissolto.
Occorre però un salto di qualità per recuperare, da un filantropico mutualismo di prossimità, una dimensione di relazione e di azione collettiva, fondata su un più esteso patto di cittadinanza.

Un tempo si era arrivati a dire: tutto è politica… Oggi si è alla esasperazione opposta: il rifiuto della politica come cosa sporca, cosa inutile. E al respingimento tout court dei suoi attori (tutti uguali, tutti corrotti…). Ma la politica non è altro che l’autogoverno della comunità, e in questa prospettiva nessuno può sentirsi escluso e ciascuno ha il dovere di rendersi disponibile e partecipe a un progetto di rinascita civile, solido e concreto. Per conferire respiro a tale scenario – che parte dall’oggi e guarda al domani – serve però pure una visione utopica, la definizione di un futuro desiderabile che dia senso al cammino e ai sacrifici necessari per compierlo. Utopia non è l’astratta terra promessa. E’ la stella polare che orienta i nostri passi e delinea l’orizzonte verso il quale indirizzarci. E attraverso il progetto si definiscono concretamente le tappe di approssimazione alla meta.

Bisogna ripartire da quella che i tedeschi definiscono weltanschauung, una visione del mondo che tenga insieme valori, credenze, ideali. E’ ciò che potremmo tradurre in ideologia se il termine non fosse stato corrotto dall’improprio uso propagandistico e dogmatico che ne hanno fatto nel secolo scorso regimi illiberali d’ogni fronte per piegarlo al proprio interesse di potere, bollare d’eresia ogni manifestazione di dissenso e confiscare così la libertà di pensiero e di opinione.

E bisogna necessariamente agire per superare la deresponsabilizzante dicotomia “noi-loro” quando si ragiona di politica, perché l’evidente presenza di una casta separata – quella degli eletti – deputata a governare le comunità, se ora trova riscontro nella realtà dei fatti, non ha fondamento dottrinario poiché la dimensione politica va riconsiderata nella sua classica e appropriata concezione: governo della polis, cui ogni cittadino è idealmente preposto. Serve, allora, un impegno attivo, personale, propositivo da parte di tutti coloro che a questa situazione non intendono più sottostare.

Indro, la sinistra e i valori perduti

Non fu chiaro subito. All’inizio ci parve un semplice moto di simpatia per il tirannicida: Indro Montanelli, “l’anticomunista” (per qualcuno addirittura “servo dei padroni”) si ribellava al suo editore, Silvio Berlusconi, alla vigilia delle elezioni che sarebbero state viatico al ventennio del Cavaliere. E lasciava – non tollerando ingerenze – la sua creatura, il suo quotidiano, quel “Giornale nuovo” fondato nell’autunno del 1974 e curato con amore paterno. Nella testa di chi lo aveva sino ad allora avversato non fu subito chiaro che l’apprezzamento per quel gesto di dignità – e di coerente riaffermazione di principi lesi – era anche riflesso di un disagio proprio, frutto dello spaesamento che percorreva il popolo di sinistra, spiazzato dalla frana delle ideologie conseguente al crollo del Muro, dalla fine del Pci e dall’appannamento dell’orgoglio di una professata “diversità” etica, determinato dalle vicende di Tangentopoli.
In un mondo, quello della sinistra, alimentato a pane, idealità e schiena dritta, quegli accadimenti della storia procurarono un terremoto esistenziale. Ed ecco, allora, che il gran rifiuto di Indro Montanelli (che pure dei “comunisti” era riconosciuto avversario), percepito e apprezzato allora essenzialmente come atto di coraggio e insubordinazione, rappresentò invece per l’inconscio ferito di chi stava perdendo i propri baluardi ideali, una coerente riaffermazione della non negoziabilità dei valori: una fulgida testimonianza di onestà intellettuale.

In principio fu Indro, dunque. E “La voce”, il quotidiano a cui diede vita esattamente 24 anni fa, il 22 marzo del 1994, che raccolse a sinistra molti lettori, marcò un tratto di cesura con la primavera delle nostre speranze, una sorta di distacco del cordone ombelicale, il prendere il largo da una riva familiare per cercare nuovi porti e coltivare nuove utopie. Non ce ne rendemmo subito conto. E ne fu prova quell’istintivo apprezzamento per il giornalista considerato sino ad allora, a sinistra, emblema della reazione, alfiere di piombo della sponda avversa, espressione della destra che si contrapponeva alle battaglie per l’emancipazione sociale degli oppressi. Se a propiziare il moto di simpatia fu il fiero distacco dal suo editore Silvio Berlusconi, nel fondo c’era il riconoscimento di una profonda onestà intellettuale che la scelta di Montanelli ribadiva, a netto contrasto con le incertezze, le ambiguità e l’incipiente declino morale di molti degli alfieri della nostra riva: nel crepuscolo della ‘rive gauche’ la sua vicenda faceva riaffiorare un tratto di dirittura morale.
Lo spirito liberto e vitale impresso nel carattere della Voce (sulla quale, fra gli altri, scrivevano Marco Travaglio, Peter Gomez, Beppe Severgnini) fu il fiore di primavera contrapposto all’autunno della decadenza dal quale la sinistra non si è più ripresa. Neppure nei rari episodi di apparente riscatto elettorale: persino alle radici del vittorioso Ulivo s’annidavano piante infestanti, velenosi innesti di colonnelli ambiziosi, dediti a spargere veleno per infiacchire la pianta e affermare i propri appetiti di dominio.
E così, fra rivalità, brame personali, appannamento delle idealità, offuscamento dell’orizzonte assiologico, oscuramento del valore della cosa pubblica e del bene comune, esaltazione dell’individualismo e trionfo del privato a tutti i livelli, si è consumata l’ultima estate della sinistra e spianata la strada alla barbarie (non della destra in quanto tale, che in seno coltivava anche personalità colte, raffinate e intellettualmente oneste come il “nostro” compianto Indro), alla protervia dell’egoismo e del rampantismo, che offusca la dimensione comunitaria e cancella il legame sociale.
E fu anche, quella del ’94, la prima e l’ultima estate della Voce. Una voce libera, espressione di valori sopiti, testimoniati per tredici mesi appena. Poi il silenzio.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
I rapporti “su misura” dei nostri lettori

Come si fa a prendere le misure nei rapporti? Lasciamo fare all’istinto? I lettori raccontano come le relazioni siano un modo per misurare e misurarsi.

Ridurre le distanze

Cara Riccarda,
mi capita tutti i giorni, e mi sorprendo sempre come sia più facile da farsi che da dirsi. E’ una questione di allenamento: sta tutto nel non aver paura di ridurre la distanza.
Elisabetta

Cara Elisabetta,
conoscevo una persona che per paura di accorciare le distanze congelava tutto in attesa dell’altro, che però faceva lo stesso gioco. E allora i due stavamo semi immobili, risparmiando sugli slanci e la spontaneità. E infatti si sono persi, ciascuno a galleggiare nei propri ghiacci polari.
Riccarda

La vacuità dei modelli

Cara Riccarda,
cercavo una persona, avevo in mente un tipo preciso, non ero disposta ad accontentarmi di niente e di diverso. Il tatto e la vista dovevano imporsi sul resto. Poi un giorno non so cosa sia successo, conosco una persona molto diversa rispetto al modello che avevo in mente, non ci bado neppure, eppure oggi mi accorgo che ha rimepito i miei pensieri. Lui è l’opposto di ciò che cercavo, ma è esattamente ciò che vorrei. Misurato giusto al millimetro sul mio essere, incastrato perfettamente con la mia anima. E la sua brilla.
Debora

Cara Debora,
benedetto questo disallineamento tra ciò che avevi in testa e ciò che la vita ti ha offerto. Se trovassimo esattamente ciò che cerchiamo, non esisterebbero più sorprese e incontri inattesi.
È che ci affezioniamo ai nostri desideri modello, li enfatizziamo soprattutto quando stanno perdendo smalto perchè spaventa affidarsi all’ignoto. Per fortuna succede di distrarci un attimo dalle nostre fissazioni e arriva il nuovo, tutto il bello da scoprire.
Riccarda

Nuovi stimoli

Cara Riccarda,
i ritmi di ogni giorno spesso mi catturano e quasi inconsapevolmente mi ritrovo seduta a guardare il tempo che scorre e a lasciare che la quotidianità nel suo ripetersi guidi le giornate.
In questi momenti, allo stesso tempo frenetici e apatici, a volte mi fermo a pensare che non semplicemente un rapporto, ma la vita stessa, chieda di risvegliarsi con nuovi stimoli, che partano da noi stessi e si misurino poi con l’insieme.
Poi i pensieri scorrono, uno dopo l’altro, e mi portano a pensare all’importanza del sentire insieme, al pathos come “forza vitale della nostra esistenza umana”, al condividere emotivamente per poi crescere misurando se stessi e l’altro.
Credo che in questo modo, certamente non semplice ma possibile, guardandosi dentro nella ricerca costante di nuovi stimoli, ciò che sta intorno a noi e che è sempre stato possa diventare più ricco l’incontro riprendere vita ogni giorno.
Anna

Cara Anna,
facciamo spesso l’errore di considerare immutabile sia il nostro mondo interno sia l’ambiente in cui viviamo. Ma siccome, nella realtà, non è così, sfuggono i cambiamenti che ci attraversano ogni giorno e cadiamo nella noia. Se, invece, davvero ci considerassimo immersi nello scorrere (spesso impetuoso) di un fiume, faremmo meno resistenza e vedremmo di più i fenomeni e la loro ricchezza.
Riccarda

L’autonomia dell’amore

Cara Riccarda,
leggendo le tue parole mi sono persa a pensare alla mia storia, alla storia della mia vita.
Quando abbiamo scelto di stare insieme, insieme per sempre, qualche amico ha commentato “sei mesi e poi vediamo..”. A me dispiaceva per loro. Il mio sarebbe stato l’amore più bello della storia. Niente a che vedere con le loro storie noiose dove la quotidianità rendeva tutto quasi inutile.
La fase dell’innamoramento è durata a lungo, altrochè sei mesi e poi, ma me ne accorgo adesso leggendo le tue righe, è arrivata la fase delle misure. Un po’ per gioco, qualche volta perché nella vita ci devi mettere impegno, qualche volta senza accorgercene, ci siamo misurati.
Non lo so perché ma con noi alla fine è prevalso il non prendersi le misure. Conoscersi nei particolari, stare insieme senza ansie, il non aspettarsi perché sappiamo dove trovarci è una cosa che ci ha uniti. Un equilibrio di piacere, di amicizia, di amore, di tempo da dedicarci.
V.

Cara V.,
mi ha colpito la non attesa l’uno dell’altra perchè sapete dove trovarvi. È una cosa bellissima che azzera ogni ansia di ricerca. È come se entrambi sapeste che qualsiasi distanza ciascuno potrà autonomamente percorrere, l’altro ci sarà sempre e non scapperà. Non credo sia solo una questione di fortuna, è l’impegno che avete messo trasformando quei sei mesi in una vita insieme.
Riccarda

Potete inviare le vostre lettere a parliamone.rddv@gmail.com

Caro Presidente Gola…

Gentile Presidente Gola*,
Le scrivo questa lettera dopo aver letto la Sua, dedicata ai ragazzi del cuneese, che quest’anno insieme ai genitori dovranno fare una prima grande scelta e cioè quella riferita alla scuola superiore.
Le scrivo questa mia piccola riflessione, a margine di tutto ciò che i giornali hanno detto. Io concordo con Lei. Ecco perché.

Giustamente fa notare che il mondo degli ideali, dei sogni, dovrà scontrarsi con la cruda realtà. Mai cosa fu più azzeccata. In questo mondo globalizzato, sognare fa in qualche modo perdere del tempo, tempo che sta diventando una merce preziosa e molto costosa. Lo saprà bene Lei.
In questo pianeta, in questo sistema capitalistico e liberale, un ragazzo deve essere subito catapultato in quella che è la vita vera: sacrificio, duro lavoro, basse aspettative. Perché l’invito che Lei fa, giustamente, non è quello di essere ambiziosi, di voler osare un passo in più, non è quello di puntare in alto. No. Il suo è un chiaro monito a rimanere con i piedi a terra, magari anche con lo sguardo chino.

Non me ne voglia chi, per aspirazione personale, vorrà fare consapevolmente tale percorso professionalizzante: ha tutta la mia stima.
La mia lettera è rivolta, oltre che a Lei, a quella fetta di indecisi o, peggio ancora, sognatori. A chi, nel suo piccolo, vorrebbe cambiare le cose. A chi, nonostante tutto, nonostante la crisi, nonostante la consapevolezza magari di un futuro difficile, vorrebbe fare una semplice cosa: studiare.

Lei ha ragione, signor Presidente, la vita è fatta di cruda realtà, e la realtà dei fatti sta anche in questo, nel dover tagliare le ali prima che spicchino il volo perché, lo si sa, se poi si cade ci si può far male.
E’ di gran lunga preferibile fermare subito questi sognatori, questi ‘Icaro’ Che vorrebbero lanciarsi in questo volo.
Meglio far capire subito come va il mondo: c’è chi potrà permetterselo, ma non sei tu. Meglio abituare subito chi ha un ideale, un desiderio, a far passare in fretta tali aspettative e appiattirsi in un globo sempre più diviso tra chi può e chi non può.

Io, caro Presidente, non la conosco, ma sono certo che anche a Lei, agli albori della Sua illuminante carriera, avranno fatto lo stesso e identico discorso, sbattendoLe in faccia questa crudele vita.
Sono certo, pur non sapendolo, che se ha figli avrà fatto loro imparare a memoria le Sue lapidarie parole sulla cruda realtà della vita.
Sono certo, infine, che prima o poi la realtà dei fatti Le darà ragione.
Nel frattempo mi perdonerà se io, come tanti altri, vorrò continuare a sognare.

Cordialmente
Un sognatore

*Presidente di Confindustria Cuneo

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Senza trama

La narrazione non è una narrazione, non ci sono protagonisti, non c’è una trama. Ti elencano solo oggetti magici che promettono di cambiarti la vita. Quale non si sa, perché nessuno è più in grado di prospettartene una da vivere. Qualcuno propone delle sequenze, ma mai tutto il film.
È la narrazione di questa campagna elettorale senza storia e senza indice. Neppure la sovracopertina. C’è solo il prezzo che pagheremo noi e il paese.
Uno va alla ricerca del futuro e non lo trova, non trova l’uomo, la sua intelligenza, la sua voglia di vivere, di sfidare il tempo, la generosità e il coraggio delle idee. Solo rumori di fondo, rancori, astio, disprezzo e presunzione.
Non c’è nessuna cittadinanza né della politica né delle persone in questa campagna elettorale. Un paese che ha bisogno di interrogarsi, di risollevarsi, di energia, di spinta e di entusiasmo, anche su questo hanno spento la luce.
Siamo tutti cittadini al governo della democrazia diretta solo da un click del mouse, seduti nelle nostre solitudini davanti al desk di un computer. Gli infatuati del movimento che promette le stelle si rendono conto di questo? Del vuoto umano, del vuoto di pensieri, di idee illuminanti, di creatività, di invenzioni, di confronti aperti che si sta crescendo in questo paese e che si vorrebbe crescere in prospettiva?
L’Europa spaventa perché è uno scenario di apertura, uno scenario impegnativo di itinerari di idee da percorrere e riempire. L’Europa spaventa perché le idee non ci sono, non ce le abbiamo, non ce le ha il paese.
A questa campagna elettorale manca la cultura, non quella del nostro patrimonio di beni e di istituzioni, la cultura del paese, la cultura di cui ha bisogno il paese.
I nostri intellettuali, le nostre università, le nostre istituzioni culturali, non ci aiutano più a crescere, ad esercitare l’intelligenza, a produrre pensieri, non ci aiutano a conoscere cosa si muove alle frontiere della conoscenza dove si formano i saperi. Non ci aiutano ad avere la cultura per pensare al domani, per traguardare il presente.
Questa non è la società della conoscenza fondata sulle risorse umane come capitale per sé e per gli altri. Le risorse umane, giovani e meno giovani, non ci sono in questa campagna elettorale.
Nessuno dice come ognuno di noi può contribuire attivamente per il futuro del paese e cosa possono fare le conoscenze, la ricerca, la creatività, perché il futuro del paese non c’è, nessuno è in grado di pensarlo.
E questa è la maggiore mortificazione nostra, della nostra intelligenza e della cultura. Trattati come ingombranti utenti da amministrare, non come la risorsa preziosa su cui puntare per rilanciare città e sistema paese.
Non si è cittadini perché si fanno le parlamentarie o si può esprimere una preferenza su una scheda elettorale, ma perché la cultura per pensare e per decidere gira e appartiene a tutti. Perché ognuno è responsabile della propria crescita culturale, è responsabile di combattere la propria ignoranza, perché i saperi sono sempre più accessibili a tutti e perché la conoscenza è ormai divenuta da tempo l’ingrediente fondamentale di ogni cittadinanza democratica come l’aria che si respira. Perché politica vuol dire crescere comunità colte, pensanti, dove le intelligenze si nutrono, si diffondono e contribuiscono ad affrontare le sfide sempre nuove della vita e del futuro.
Pare, invece, che ci sia sulla cultura e gli intellettuali il coprifuoco, l’oscuramento, così spuntano le mediocrità, così mediocri da credersi capaci di governare questo paese, senza nutrire nessuna visione che sia un panorama di futuro da crescere nelle sfide e nelle novità, nell’invenzione del nuovo da perseguire. Flat tax, reddito di cittadinanza, respingimenti, Europa sì e no. È questa l’afasia a cui siamo condannati.
Di fronte alla povertà degli orizzonti che le forze politiche riescono a disegnare, alla fine ci si ritrae nell’astensionismo, perché non c’è una narrazione che sia in grado di appassionare.
Perché sei cittadino se sai qual è il tuo ruolo in un progetto di futuro per il quale valga la pena essere coinvolti. La politica non è la retorica dell’uno vale uno, ma assemblare quel tutto che messo insieme è di più della somma delle singole parti.
A noi, invece, si chiede un voto e poi di lasciar fare a loro. Non è più così, perché ormai è tempo che nessuno può più chiamarsi fuori. Il bene comune, oggetto d’ogni governo, è bene di tutti e la rivoluzione politica vera non è che è politico solo chi fa politica, ma che ogni singolo cittadino, in una democrazia matura e colta come la nostra, è politicamente responsabile per la sua parte nella gestione del quotidiano, nel suo lavoro, nella cura di sé e della sua formazione.
Questa è la democrazia diretta, non quella pentastellata. È che la responsabilità di cittadinanza non si delega, ognuno di noi ha la sua e di questa deve rispondere. Con il voto sulla scheda elettorale non si delegano le proprie responsabilità, si affidano solo compiti.

spal-curva

Gesù Bambino alla Spal

Ho incontrato una vecchia signora che usciva dal supermercato, portava sui calzoni neri un giubbotto trapuntato rosso bordeaux made in China, anche lei urlante di gioia: “E’ nato, gridava, è nato”.
“Chi?”, ho chiesto.
“Come chi – mi ha risposto – il Bambin Gesù, no?”
“E’ tornato anche quest’anno? – ho insistito – ma non l’avevano venduto?”
Sì, ricordo di aver letto che per Gesù Bambino erano arrivati addirittura tre stranieri; dico tre stranieri: un difensore, un centrocampista e un attaccante.
“E come si chiamano?”
Mi pare Melchiorre, Gaspare e Baldassare, sono grandi giocatori, dicono, i tre Re Magi li chiamano.
“E verranno qui, proprio qui? A vestire la maglia biancazzurra?”
“Pare proprio di sì”, l’ho in formata.
“Io non so – dice lei – con questi mercati non ci capisco più nulla. Mio figlio dice che avevamo bisogno di un portiere, mica di un centrocampista; ci vuole, lui afferma, ci vuole un portinaio con due manone grandi così”.
“Cosa vuole – le faccio – oggi è tutto un mercato”.
“Ma il Bambin Gesù in che ruolo lo fanno giocare?”
“Non so”, rispondo: “non m’intendo molto, ma, da quello che ho sentito pare che sia una specie di Maradona, può giocare in qualsiasi parte del campo, l’allenatore sostiene che quello è un dio”.
“E quanto è costato?”
“Una canta, stando sempre alle notizie di stampa”.
“Scusi, ma lei crede ancora alla stampa? Mi pareva che lei fosse una persona con una cultura, con un certo equilibrio”.
“Credevo anch’io – le rispondo – ma da quando è salito al potere Spometi…”
“Chi?”
“Ricorda quel cantautore bolognese, Sarti si chiamava, bravo, originale, alla fine degli anni Settanta ebbe la sua parte di notorietà e in uno dei suoi pezzi il protagonista si chiamava Spometi: un giovane impomatato, tutto leccatino, che ora mi fa venire in mente il capo delle stelle, di cui si sente l’odore di brillantina anche attraverso i canali televisivi. È uno che sa tutto, è un genio Spometi, gli altri sbagliano, lui no: avevamo proprio torto a non considerarlo, ci comanderà”. “Forse, tanto ormai, senza ideologie e senza ideali, le forze politiche mi sembrano tutte uguali. Stiamo inaugurando il Partito Unico come quello di Mussolini. Forza!!”

I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’inossidabile voglia di tacco 12

Le piacciono le scarpe, come a me del resto, ed è il primo accostamento che le viene in mente per raccontarmi come sta. La mia amica B. gira in tondo, sta cercando, è a caccia di qualcosa di simile a ciò che ha perso, anzi dice di volerlo uguale. “Come quando si rompono le scarpe preferite, ne vuoi un paio che ti piacciano altrettanto, quelle scarpe erano perfette e se non le trovi ti accontenti, ma poi non ti soddisfano e le metti da parte in un angolo fino a dimenticartene”.
Mi dice di vagare nel limbo di chi cambia e scarta continuamente persona, è insoddisfatta e sconsolata, ma voglio fermarmi, voglio avere ancora quelle scarpe, protesta.
B. corre tanto eppure desidera una piazzola di sosta che non c’è. Ha indossato per molto tempo un paio di scarpe belle, comode con cui poteva svettare molto in alto, poi il tacco si è rotto, la punta si è sbeccata e non sono più state tanto perfette. Ma lei si ricorda solo di quando erano nuove, non usurate dalle migliaia di passi con cui ha percorso anni di strada e si ostina a cercare proprio quelle. Provo a dirle che non le fanno più, non esistono più e forse oggi non le starebbero poi così bene. Fatti sorprendere, suggerisco, ma non la convinco.
B. è perplessa, ha in mente quel modello, i surrogati le mettono tristezza e senso di sconfitta, non combacia niente perchè le aspettative sono la vera fregatura, una montatura che andrebbe demolita appena si affaccia. La mia amica B. non è capace di buttare via la carta copiativa, pensa di non riuscire a definire nuovi tratti senza ricalcare i precedenti, si avvilisce guardandosi attorno e crede di non arrivare più così in alto. Provo a dirle che non è vero, lei in alto c’è già e non le serve il tacco 12.

E voi? Avete indossato sempre lo stesso tacco o vi siete accorti che i modelli possono essere infiniti?

Potete mandare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Uomini unici: il parere dei lettori

Lettrici, ma anche lettori, hanno definito quali sono gli uomini unici. Padri, mariti, amici, persone che fanno la differenza.

Rispetto e calcolo, a volte è difficile distinguerli

Ciao,
ho letto l’ultimo argomento sulla tua rubrica, molto interessante, credo che fornirà ottimi spunti di dialogo. Hai praticamente elencato tante di quelle qualità che dovrebbero essere patrimonio naturale di noi uomini, non tutti le hanno, siamo tutti carenti in qualcosa. A mio avviso, una delle qualità più importanti è quella di saper vedere una donna non solo come oggetto sessuale ma come persona, credimi, se si riesce ad andare oltre questa considerazione, molte strade si aprono per una reciproca comprensione e soddisfazione. La strada è ancora lunga e purtroppo anche ultimamente ho ricevuto conferme, infatti molti uomini non riescono a interagire con una donna se questa è gentile o premurosa, se per ragioni di lavoro si rivolge a loro in maniera educata, questi normalissimi comportamenti vengono ancora confusi con un’autorizzazione a provarci, chiedere il numero di telefono e scatenare tanti viaggi mentali. Mi piacerebbe che tutto questo venisse finalmente superato in modo tale da consentirci un rapporto più naturale e non di calcolo. Ho imparato molto dalle donne, qualcosa penso di averla data anche io, ma sicuramente è molto di più quello che ho ricevuto da loro, in particolare in quest’ultimo anno nel quale ho conosciuto amiche speciali. Con loro ho potuto apprezzare cosa vuol dire esserci sempre, non essere egoisti, volersi bene per quello che siamo, sorridere per le piccole cose, affrontare le proprie responsabilità senza tirarsi indietro, proteggere quando serve, ma soprattutto e questo grazie a un’amica veramente speciale, ho capito che a volte puoi creare imbarazzo a una donna se ti dimostri troppo protettivo, perché sembra che tu la consideri debole, incapace di fare da sola. Da allora agisco diversamente, offro il mio aiuto se serve, sono premuroso, facendole capire che sono pienamente cosciente del fatto che lei può fare qualsiasi cosa senza bisogno del mio aiuto, ma, qualora dovesse essere necessario, sa che può contare su di me e credo che questo soddisfi entrambi, sapere di esserci senza dover limitare la libertà e lo spazio d’azione dell’altra persona.
Detto questo, credo che sia essenziale saper ascoltare, cercare di essere attenti a piccoli particolari, gesti, che a volte possono essere richieste alle quali noi dobbiamo farci trovare pronti, in modo tale da esaudirle con discrezione. Quando si vuol bene alle persone, non dovrebbe essere difficile stare attenti a quello che ti dicono e non solo a parole, osservare se il sorriso arriva agli occhi, intuire lo stato d’animo, sapere quando tacere e quando invece una parola, un gesto, un abbraccio possono rivelarsi utili. Tutto questo discorso per concludere con l’unico vero atteggiamento che con una donna funziona sempre: il rispetto. Quando c’è questo elemento fondamentale, tutto il resto arriva facilmente
Buona giornata Riccarda.
Gigi

Caro Gigi,
il rispetto, appunto. Noi donne dovremmo imparare ad annusarli subito gli autentici per natura e quelli no. A guardarli bene, non sono proprio uguali, la spontaneità dei primi manca ai secondi. Nei non autentici c’è un’affettazione che è indizio di quel che succederà, dello scivolone in cui cadranno. Il bello è che fanno tutto da soli. La galanteria e la buona educazione precipitano se, poi si scopre, finalizzate ad altro. La cortesia calcolata dura poco, non ce la fa a resistere perchè viene sempre sopraffatta dal vero intento.
E allora crolla tutto e diventa una questione di rispetto. Mancato rispetto.
Riccarda

Ogni uomo è un vago ricordo del padre…

Cara Riccarda,
è vero, ci sono anche uomini unici, pilastri su cui contare. Pochi, ma ci sono. Uno è senz’altro mio papà, ma forse questo non vale. Poi c’è il mio grande amico G., uomo d’altri tempi, tutto d’un pezzo e con una parola sola. Lui ti dà tutto, ma se lo deludi, tutto ti toglie. Poche storie e forti, fortissimi principi morali. E’ capace di mille attenzioni per chi ama, su di lui puoi contare. Lui c’è sempre, nel bene e nel male.
Ho la fortuna di avere accanto altri due uomini speciali che stimo tantissimo, sempre gentili e attenti. Fanno le cose con il cuore e la loro dolcezza è innata. Uno è il marito dell’altra me, l’altro è la mia ‘donna mancata’. Adoro questi uomini unici.
Debora

Cara Debora,
in effetti il papà non vale. Non vale né cercarlo uguale perchè non esiste né, se non è proprio stato il massimo, tentare di ripararci con qualcun altro.
Eppure resterà sempre il nostro archetipo di uomo unico, di cui rincorreremo i tratti e gli spazi vuoti negli uomini che incontreremo.
Riccarda

Le debolezze degli uomini unici, questione di prospettive

Ciao Riccarda,
gli uomini unici ci sono, spesso si chiamano papà, ma a volte si trovano anche tra i comuni mortali.
Sono quelli che condividono le loro passioni e ti rendono partecipe della loro vita, quelli che perdonano i tuoi errori e ti chiedono scusa quando sbagliano, quelli che tornano a casa ogni sera e sono contenti di vederti, sono gli uomini che ti chiedono se sei felice e che nei piccoli gesti di ogni giorno dimostrano rispetto e discrezione.
Molto spesso gli uomini unici coincidono con quelli di cui tanto ci lamentiamo e forse i loro difetti dipendono un po’ da quale prospettiva li guardano i nostri occhi, ad eccezione ovviamente di quello definito da una tua lettrice “il maschio orango-disco rotto-sanguisuga-naufrago-mollusco-polipo” che quello, così è e così rimarrà sempre.
E.

Cara E.,
se tutto parte dalla prospettiva con cui li guardano i nostri occhi, occorre mettersi nella posizione, anzi predisposizione, giusta. E ancora più importante, è non guardare da un’altra parte.
Riccarda

Critiche, sberleffi, elogi… questione di merito!

Cara Riccarda
Dopo aver ironizzato e categorizzato il genere maschile eccomi di nuovo qui, stavolta con un messaggio diverso: il mio uomo “unico” l’ho trovato anzi è stato lui che ha trovato me. Ero “all’angolo coi pugni chiusi, con le spalle contro il muro pronta a difendermi“ incazzata e disillusa verso tutto quello che era xy.
Lui ha saputo ascoltare, parlare, aspettare, farmi vedere anche il lato positivo nelle cose, smussare il mio carattere difficile ( perché sì lo so che anche io ne ho di lati negativi eh), alleggerire il fardello che mi ero costruita negli anni.
Lui che è così come lo vedi, solido e trasparente, che non ha lati nascosti e che a pelle mi ha dato la sensazione che potevo fidarmi totalmente.
Poi anche lui ha i suoi difetti, mica è l’uomo perfetto! Però il suo essere imperfetto nella sua perfezione mi fa dire che fortuna che ho avuto a incontrarlo.
Perciò, uomini che la volta scorsa vi siete piccati vedete che in fondo non siamo solo capaci di criticare ma anche di elogiarvi… se ve lo meritate!
M.

Cara M,
gli uomini unici, dicevamo, sono quelli che fanno la differenza e mi pare che per te lui l’abbia fatta, ti ha tolta dall’angolo per abbracciarti al centro.
Riccarda

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Gli uomini unici

Abbiamo ammiccato, categorizzato e d’istinto ne abbiamo parlato male. Le iperboli che sono uscite hanno divertito le donne, ma infastidito alcuni uomini dai quali ho ricevuto commenti piccati. Uomini che non si sono riconosciuti nelle categorie descritte e molto critici verso quei colleghi di genere che fanno di tutto perchè noi donne troviamo abbondanti esempi di egoisti, naufraghi, anaffettivi, immaturi et similia.
Sono gli uomini dalla nostra parte, che non vogliono stare in mezzo a quelli contro cui troppo spesso sbattiamo.
Sono gli uomini che rifiutano le classificazioni e le svuotano dall’interno della categoria tanto quanto noi le riempiamo da fuori.
Sono gli uomini della partecipazione perchè vogliono sapere e conoscere senza sfuggire.
Sono gli uomini che il disimpegno ostentato lo ritengono aridità.
Sono gli uomini per i quali restare a fianco non è debolezza ma solidità.
Sono gli uomini che non si vergognano se il loro baricentro è un punto condiviso con una donna.
Sono gli uomini della stima reciproca e non dell’utilità.
Sono gli uomini che ci sono e non come un’epifania.
Questo ho trovato nei loro messaggi.
E’ stato un gioco, ma possiamo, anzi dobbiamo, tentare di andare oltre.
Nelle categorie, scherzando, abbiamo messo il peggio che abbiamo conosciuto e c’è da chiedersi perchè il primo filtro sia stato negativo, quasi iconoclasta.
Vi propongo allora, amiche lettrici, di cercare il dettaglio, l’essenza che faccia la differenza. Per tutti gli egoisti che hanno preso più di quanto abbiano dato, ne abbiamo sicuramente trovato uno che non ha voluto niente in cambio, per i troppi narcisisti persi nella propria immagine, ci sarà stato qualcuno che ha saputo guardare oltre se stesso.

Avete voglia di raccontare un altro tipo di uomini, quelli unici?

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Gli abissi di Fëdor

di Lorenzo Bissi

Penso che Fëdor Dostoevskij sia riuscito, come pochi altri in precedenza, a scavare negli abissi della natura umana, coglierne la sua essenza, e poi rappresentarla in tutte le sue sfaccettature ne “I fratelli Karamazov”.
Il maggiore dei tre figli di Fëdor Pavlovič Karamazov, cioè Dimitrij, è un uomo passionale, violento, collerico, che arriva ad odiare suo padre per motivi di donne e di denaro. Egli è perso nelle dissolutezze della vita mondana, nella sua fama di ottimo ufficiale dell’esercito, e nei finti valori che cercavano di sostituire la mancanza di Dio e di Fede alla fine del XIX secolo. Eppure, quando viene accusato di parricidio il suo sguardo verso il mondo cambia: in lui nasce un uomo nuovo, che per vivere ha bisogno di aiutare, sia pure altri condannati, in una miniera nella gelida Siberia, dove spera che la sua pena – frutto di un errore giudiziario – lo purificherà.
Ivan invece è un uomo ribelle, filosofo, di un’intelligenza acutissima, la quale si rivelerà la sua condanna. Nonostante egli sia ateo, non possiede la caratteristica superbia intellettuale di quelli, e vede in tutti i suoi ragionamenti sia il bene sia il male. Eppure, proprio questa mancanza di Dio lo porterà alla follia, tanto che al processo contro suo fratello maggiore, sebbene egli sappia la verità dei fatti, non verrò creduto.
Infine Aleksej, il più piccolo, è considerato una pecora nera nella famiglia, perché sin da giovane sente una forte vocazione religiosa e vive nel monastero del paese russo della sua famiglia. La sua natura fiorirà però solo quando abbandonerà il monastero ed andrà a praticare l’amore attivo, incondizionato, caritatevole fra la gente. Egli è l’eroe dello scrittore, è un cherubino, e la sua missione è divina.
Sono tre fratelli totalmente diversi, ma accomunati dall’essere nature – appunto – karamazoviane, cioè sempre in costante lotta con se stesse. Risolvere gli avvenimenti che accadono nella loro vita è un modo per scavare nei loro animi, per sanare le contraddizioni interne. Loro insieme rappresentano un Male che non può esistere senza il Bene. La responsabilità della morte del loro padre viene loro imputata proprio come a tutta l’umanità la colpevolezza dell’uccisione di Dio.
Lascio a voi la decisione di aprire (probabilmente un po’ spaventati dal numero di pagine) il primo tomo del libro, e di iniziare questo percorso guidato negli abissi della natura umana, sapendo che potrete sentirvi capiti e trovare conforto nell’inchiostro di Fëdor Dostoevskij.
Buona settimana!

“Nella vita, di solito, fra i due estremi, bisogna cercare la verità nel mezzo; ma nel presente caso non è esattamente così. La cosa più probabile è che nel primo caso egli fosse schiettamente grato, nel secondo schiettamente vile. Perché? Proprio perché siamo nature vaste, nature karamazoviane – ecco cosa voglio dimostrare – in grado di mescolare tutti i contrari possibili e contemplare nello stesso istante entrambi gli abissi, l’abisso sopra di noi, l’abisso degli ideali elevati, e quello sotto di noi, l’abisso delle degradazione più abietta e fetida.”
Fëdor Dostoevskij

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Sinistra prigioniera al cappio del mondialismo finanziario

Cosa significa affermare che il mondo è cambiato e sta cambiando rapidamente? Significa soprattutto essere consapevoli che l’ambiente di vita entro cui gli umani, come singoli ed aggregati conducono le loro esistenze, ha mutato forma; significa che si sono trasformati i concetti e le teorie che rappresentavano il mondo e gli davano senso, che sono venuti meno degli equilibri che si credevano stabili e ben assestati; significa che le vecchie categorie di uso comune si sono sfaldate e non sono più adatte a comprendere il nuovo mondo emergente, mentre un nuovo linguaggio non si è ancora diffuso ed affermato.
Il cambiamento si sa è ambivalente: si mostra come eccitante e carico di aspettative quando è governato e voluto, si mostra come oscuro e denso di minacce quando è subìto. In un caso si manifesta con i colori dell’entusiasmo in un altro con i colori della paura; nel primo caso si lavora e ci si impegna per quel cambiamento atteso pieno di speranze, nel secondo caso lo si ignora oppure ci si oppone e si resiste ad oltranza.

Sappiamo bene che il mondo statico e legato alle ciclicità della natura e della vita, caro alla cultura agricola e rurale, è andato in frantumi con l’avvento della modernità e dei suoi meccanismi replicativi. Fino a qualche decennio fa si poteva sostenere che la contrapposizione tra progressisti e conservatori trovasse proprio in questo le sue radici: da un lato coloro che volevano i frutti della modernità industriale e tecnologica senza cambiare le strutture sociali e le pratiche culturali dominanti, dall’altro, coloro che tali strutture volevano cambiare radicalmente creando una nuova pratica sociale capace di redistribuire i benefici della modernità.
Una tensione che, più o meno esplicitamente, ha attraversato tutta la storia della modernità: da un lato i conservatori più dogmatici impegnati a preservare il senso di un equilibrio culturale guardando spesso verso il passato come fonte di ispirazione; dall’altro i progressisti più dogmatici presi a dar senso all’attivismo del presente guardando con ottimismo al sol dell’avvenire.

Anche destra e sinistra, le due grandi narrazioni politiche che si sono accompagnate allo sviluppo della modernità trionfante, si differenziavano per due condizioni: la prima riguarda la scelta della parte sociale da cui stare in politica, economia e cultura, la seconda concerne la capacità di capire ed indirizzare la direzione economica e sociale del momento.
Molti critici della globalizzazione finanziaria – uno per tutti il compianto Luciano Gallino – hanno messo in risalto la complicità della politica nel determinare l’attuale situazione di dipendenza dai poteri e dal sistema finanziario; lo hanno fatto votando leggi che, poco alla volta, hanno demolito gli argini eretti a controllo della finanza (uno tra tutti l’abolizione del Glass-Steagall Act negli Usa), garantendo a quest’ultima totale libertà di scaricare sugli Stati e i cittadini il peso dei loro fallimenti. Ed entrambe le parti hanno fatto la loro parte in negativo: basti ricordare per l’Italia gli ultimi quattro governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi); a livello parlamentare, la destra si è impegnata in politiche mirate a distruggere le conquiste sociali degli anni Sessanta e Settanta, che furono un tentativo riuscito di controllare democraticamente il capitale (e ci è riuscita benissimo, inanellando una lunga serie di “vittorie”); la sinistra, ha assunto la prospettiva di una terza via che è diventata il sostegno principale delle politiche economiche neoliberiste, sposandone in pieno gli assunti e traducendoli in pratica attraverso liberalizzazioni selvagge, deregolamentazioni, privatizzazioni continue. Né è valso a creare un equilibrio sociale e politico l’appoggio incondizionato dato dalla sinistra alle Ong fedeli e al terzo settore, che è diventato esso stesso un comparto altamente organizzato, dove il ruolo degli aspetti economici e finanziari ha finito col surrogare le genuine motivazioni che stanno alla base delle istanze più morali e più civili della società (basti ricordare gli scandali relativi al colossale business sull’immigrazione scoperti negli ultimi anni).

Non stupisce dunque che una vasta porzione del popolo di sinistra sia quanto mai sconcertata da politiche che si fondano su assunti pienamente neoliberisti (mercato, concorrenza, aziendalizzazione, profitto), che declinano quelli che furono le aspirazioni di generazioni di progressisti in termini di puro riconoscimento di diritti personali senza più alcun riferimento forte alle idee di bene comune, comunità, solidarietà, eguaglianza e giustizia sociale. Costoro stentano a riconoscere i valori, l’identità e il fine di una sinistra che ha pienamente sposato l’ideologia economica dominante velando le tensioni sotto il manto del politicamente corretto; una sinistra che appare spesso impegnata nell’aumentare le tasse (senza incidere sulle scandalose differenze di ricchezza), distruggere lo stato sociale in nome dell’efficienza e del pareggio di bilancio (introdotto in Costituzione), sostenere le banche salvandole dai loro fallimenti colpevoli, dimenticare come se non esistessero intere categorie travolte dalla crisi; una sinistra che in nome della flessibilità è tutta concentrata a varare politiche che spesso sono profondamente lesive dei diritti dei lavoratori in nome di una crescita da anni promessa ma mai realizzata.

Costoro si chiedono insomma cosa sia diventata la sinistra e se una cultura di sinistra comune possa ancora esistere. Dove sono finite le teorie e gli approcci che sarebbero in grado di spiegare benissimo l’attuale disastro evitando la follia del “ci vuole ancora più mercato”? Dove sono finite le persone capaci di affrontare l’ideologia assoluta affermatasi alla fine delle ideologie? Dove sono i libri, gli articoli, i docenti nelle università, i giornalisti capaci di imporre una visione alternativa? Dove sono coloro che dovrebbero mettere le briglie al moloch finanziario e rimetterlo al servizio del bene comune e non all’interesse dei privati? Dove quelli che denunciano lo scandalo del trasferimento della ricchezza verso l’alto e affrontano di petto il mostruoso divario di ricchezza tra (pochi) ricchi sempre più ricchi e (molti) poveri sempre più poveri?
Si chiedono dove sia finita l’idea chiave che per migliorare la società e il benessere dei cittadini sia necessario modificare e regolare diversamente le strutture finanziarie dominanti che stanno distruggendo l’economia reale e corrodendo le società.
Si chiedono dove sia finita quell’idea nobile di Europa, che è oggi sostituita dai diktat della troika e soffocata dall’apparato tecnico che stanno portando al collasso intere economie nazionali.
A questi cittadini di sinistra perplessi sembrano assai dubbie certe assonanze e concordanze forti tra le idee e le pratiche della finanza globale e le dichiarazioni e scelte politiche delle èlite di certa sinistra attuale.

Ora più che mai sorge dunque il dubbio che non vi sia assolutamente una perfetta sovrapposizione tra progressismo e sinistra, che l’uno si sia camuffato nell’altra assumendone la forma; se è così, converrà forse a quanti ancora si riconoscono in un’idea di sinistra, guardare dentro quel che è rimasto di una grande costellazione di valori, per trovare nuove idee, vecchie tradizioni fonti di stimolo, effervescenza, motivazione, entusiasmo ed alternative percorribili che consentano di rivedere e ripensare questa forma particolarmente aggressiva ed ottusa di capitalismo finanziario, piuttosto che insistere con una improbabile contrapposizione verso i presunti populismi di una destra che ormai ha confini altrettanto dubbi e sfumati.
Se non lo si farà il rischio che il darwinismo sociale sotteso all’ideologia economico-finanziaria dominate, con i suoi termini apparentemente neutri e scientifici di efficienza, profitto, Pil, indici finanziari, diventi (quando non sia già diventato) la base indiscussa della sinistra (oltre che della destra), è infatti molto elevato.
Ed altrettanto elevato è il rischio che la sinistra dominante finisca col rifiutare definitivamente le dimensioni del locale, delle culture territoriali, delle appartenenze reticolari, sempre più viste come costruzioni sociali transeunti, tradizioni inventate, fantasie populiste che mostrano anche oggi l’allergia per l’identità nazionale, che viene ancora associata alla destra, al nazionalismo, allo sciovinismo.
Disposizioni che trovano piena sintonia nelle élites finanziarie globali per la quale la solidarietà, come il lavoro, non ha base locale, né geografica, né legata ad una nazione o cultura: la libera circolazione di persone, la distruzione di ogni barriera ai flussi finanziari anche con la forza, l’imposizione di un modello democratico e consumista unico, la riduzione di ogni cultura e valore a quelli occidentali, sono un mantra ricorrente sia del grande capitalismo finanziario che di buona parte di quella sinistra che si è rappresentata nei partiti di governo europei.

Per ripensare e progettare un futuro buono per l’umanità serve ben altro. Intanto comunque, bisogna abbandonare concetti obsoleti ed uscire da un linguaggio incapace di esprimere ciò che comunque sta emergendo.

balzani-majorino

LA NOTA
La Sinistra e il metodo Tafazzi

​È una sindrome dalla quale la Sinistra non riesce proprio a guarire. Chiamiamola miopia o autolesionismo. Ultima brillante prova: le primarie pd per il sindaco di Milano. Il candidato moderato Giuseppe Sala, forte dell’investitura di Renzi, ha ottenuto ieri il 42% dei consensi e la ‘nomination’, peraltro accompagnata da molte polemiche per il voto sospetto di una folta rappresentanza della comunità cinese, che a qualcuno ha rinnovato la memoria delle famigerate ‘truppe cammellate’.
Francesca Balzani e Pierfrancesco Majorino, i due principali antagonisti, hanno raccolto rispettivamente il 34 e il 23% dei voti. Fra loro sono emersi riferimenti ideali e politici affini, dai quali deriva una visione della città, dei rapporti fra le parti sociali, delle alleanze, delle priorità di intervento certamente alternativi a quelli di Sala. Eppure non hanno trovato – o non hanno cercato – il modo di coalizzarsi. Peccato. Perché insieme avrebbero potenzialmente conseguito un bel 57%, un risultato tale da lasciar presagire il successo, anche al netto di qualche defezione: poiché in politica si sa bene che il malpancismo è diffuso e uno più uno quasi mai fa due.

Balzani e Majorino potevano essere artefici di un progetto condiviso e delineare uno schieramento solido, capace di proporsi autorevolmente a sostegno del potenziale futuro sindaco della città. Potevano. Perché invece, naturalmente, ognuno è andato per conto suo.
Naturalmente, perché questa inclinazione a dividersi in mille rivoli pare ormai una connaturata peculiarità della Sinistra. E’ ormai congenita l’incapacità di stare insieme e unire le forze. E questo in palese e tragicomico contrasto con i rituali proclami di coesione che ogni volta vengono espressi, gli appelli all’unità sempre evocata ma mai seriamente perseguita con la necessaria tenacia. E’ un tratto – più propriamente ‘una deformazione’ – che caratterizza la Sinistra, italiana in particolare. Una mostruosità che partorisce sconfitte in serie.
Ci si divide un po’ su tutto, ma soprattutto si compie un errore strategico mortale: non si attribuisce ai temi il giusto indice di priorità, stabilendo con chiarezza e buon senso le questioni e i principi basilari, come tali intangibili perché connessi all’identità politica, e gli elementi di complemento sui quali si può anche dissentire senza per forza dover ogni volta prendere cappello. Si finisce perciò per accapigliarsi un po’ su tutto. Non è chiaro se ciò avvenga per un eccesso di puntiglio, peraltro ben corroborato dalla completa incapacità di mediare, arte invece necessaria a definire quei nobili compromessi che, non solo la politica ma anche la vita, impongono. Oppure se questa litigiosità sia frutto avvelenato di altre peggiori debolezze e sotto il fuoco covi la brace dell’ambizione, sicché il continuo beccarsi sarebbe conseguenza di impronunciabili smanie di affermazione personale, incontenibili e talvolta malcelate dalle affermazioni di principio. Forse c’entrano entrambe le cose. E, comunque sia, la Sinistra riesce sempre a perdere. E quasi sempre facendosi male da sola.

Milano è solo il più recente esempio, ciò che capita lì vale in tutto il Paese. C’è da temere che il medesimo destino attenda impietoso anche i tentativi attuali di aggregazione che in ordine sparso stanno portando avanti i vari Sergio Cofferati da una parte (con la sua ‘Cosmopolitica’), Pippo Civati da quell’altra (e il suo spagnoleggiante ‘Possibile’), e poi reduci di Sel, di Rifondazione e ancora altri insofferenti del Pd, parte dei quali hanno generato una pomposa ‘Sinistra italiana’ che s’è mezza sfasciata due giorni dopo la genesi. Insomma, il rischio è grande. E a dir di molti il destino è annunciato.
Questa drammatica ‘cupio dissolvi’ si manifesta sistematicamente da ormai trent’anni, rendendo la Sinistra tragicamente simile all’emblema dell’autolesionismo, quel Tafazzi, icona creata da Giacomo Poretti, che si prende irresistibilmente a bottigliate nelle zone sensibili per insopprimibile impulso.
Eppure l’Italia avrebbe davvero bisogno di una seria alternativa al Partito democratico di Renzi, di qualcuno che tenesse salde le bandiere dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Per quest’alternativa c’è lo spazio, proprio perché si è creato un vuoto di rappresentanza, ben testimoniato fra l’altro dal sempre crescente numero di cittadini che disertano le urne.
Ma oggi come oggi bisogna riconoscere che l’unica alternativa non moderata al Pd (sempre più simile al Partito ‘marmellata’ della nazione), pur con tutte le sue contraddizioni è il Movimento cinque stelle. La sua natura è ibrida, i riferimenti ideali talora incerti. Ma esprime quantomeno una evidente volontà di cambiamento della politica e dei suoi rituali. Delinea spesso condivisibili obiettivi di progresso. Compie scelte talora apprezzabili e indica candidati autorevoli per le cariche istituzionali. Recentemente è accaduto per la Rai e altri enti. Ma clamorosa fu la proposta (bocciata paradossalmente proprio dal Pd) di uno stimatissimo costituzionalista come Stefano Rodotà (già presidente del Pds, il papà del Pd) a Capo dello Stato. Ecco, quello fu e resta un passaggio particolarmente significativo ed emblematico.
Così, mentre nelle orecchie del popolo di Sinistra risuona ancora lo sgomento grido di Nanni Moretti (“D’Alema, dì qualcosa di sinistra”) tuttora inascoltato dagli attuali ‘dalemoni’, succede che qualcosa di sinistra ogni tanto lo dicano proprio i Cinquestelle, pure così invisi a un’ampia fetta di simpatizzanti della Sinistra per i quali, appunto per questo, restano – spregiativamente – null’altro che grillini. Il cui frinir però si ode.

APPUNTAMENTI
Dare un senso alle parole: ginnastica mentale per la cittadinanza democratica

Fiscalità. È una delle “Parole della democrazia” scelte dall’istituto Gramsci e dall’istituto di Storia contemporanea di Ferrara per il ciclo di incontri programmati anche quest’anno in biblioteca Ariostea: si inizia venerdì 15 alle 16.30 con la presentazione del programma da parte del direttore Fiorenzo Baratelli alla presenza del sindaco Tiziano Tagliani e con la performance concettuale “Il teatro della democrazia” a cura di Piero Stefani.

Se a qualcuno – e non è improbabile – la scelta di un termine come fiscalità dovesse apparire curiosa o sorprendente significa davvero che c’è bisogno di un bel di ripasso di educazione civica per un popolo, quello italiano, tradizionalmente allergico alle tasse! “Ma – commenta Baratelli – il fondamento del patto di cittadinanza negli Stati Uniti è riassunto da un efficace slogan che recita ‘niente tasse in assenza di rappresentanza’. Con la consapevolezza che al diritto corrisponde un obbligo”, quello di alimentare con le tasse le casse dello Stato: un dovere che qualifica lo status di cittadino, garantendogli l’esercizio dei propri diritti e la fruizione dei servizi che li sostanziano.

“Un luogo comune – sostiene ancora Baratelli, spalleggiato da Anna Maria Quarzi (direttrice di Isco), Roberto Cassoli e Daniela Cappagli – è che la democrazia sia in crisi. Il problema è come leggere quest’affermazione che trova sostanzialmente tutti concordi. Perché – aggiunge con arguzia – il concetto di crisi si presta a due differenti interpretazioni. Il primo significato attiene al valore della democrazia e alla sua fondamentale promessa, quella di garantire l’uguaglianza fra tutti gli individui, che proprio in virtù di questa condizione assumono il titolo e la dignità di cittadini. In questo senso la democrazia risulta costitutivamente, strutturalmente e inevitabilmente sempre in crisi, poiché nel rapporto con la realtà questo principio di uguaglianza dovrà essere sostenuto da un continuo impegno, perché sempre sarà messo in pericolo e posto in discussione”: includere ognuno con eguali diritti e doveri è un obiettivo da perseguire tenacemente, giorno per giorno, non una meta conquistata una volta per sempre. “E in questa accezione l’idea di crisi è positiva, perché riferita a una società che sfiora l’utopia e a essa tenta di approssimarsi, scontando tensioni e conflitti che inevitabilmente percorrono il corpo sociale e la comunità”.
Il secondo significato di crisi, individuato dal direttore del Gramsci di Ferrara, “discende invece dalle concrete problematiche con le quali oggi la democrazia deve misurarsi, in ordine ai fenomeni della globalizzazione. In questo senso il concetto di democrazia non è più riferibile agli Stati nazionali, ma bisogna parlare di democrazia mondiale, considerando lo scenario internazionale. E in questa prospettiva il primo elemento di debolezza è costituito dalla messa in discussione dei principi stessi che stanno a fondamento della democrazia, conseguenza di una prassi politica sempre più distante dagli ideali”, semplicemente e retoricamente affermati ma non coerentemente perseguiti e praticati.

Gli incontri previsti sono 15, hanno valore legale di corso formativo di aggiornamento per insegnanti e studenti e godono del sostegno organizzativo di Comune e Archibiblio Ferrara. Fra i conferenzieri spiccano alcuni nomi di grande prestigio, fra i quali Remo Bodei, filosofo e direttore scientifico del festival della Filosofia di Modena, i sociologi Laura Pennacchi e Giuseppe De Rita, il politologo Gianfranco Pasquino.

Tre i nuclei di riflessione attorno ai quali ruotano i contributi. Al primo, ‘strutturale’, fanno riferimento i termini ‘fiscalità’, ‘legalità’, ‘burocrazia’, ‘informazione’: si analizzeranno i cardini del funzionamento del sistema democratico.
Il secondo nucleo, quello ‘comportamentale’, sarà sviluppato attraverso i concetti di ‘speranza’, ‘pazienza’, ‘responsabilità’: l’ambito di riferimento è quello degli atteggiamenti.
Infine, il nucleo ‘della costruzione’ riferito all’impegno profuso dai cittadini in coerenza con i concetti di ‘legalità’, ‘civismo’, ‘solidarietà’.

“E’ un programma particolarmente stimolante che sollecita un serio dibattito sul futuro della democrazia – ha commentato il vicesindaco con delega alla Cultura, Massimo Maisto -. Nel secolo scorso l’ideologia comunista ha cercato di realizzare l’uguaglianza senza la democrazia, mentre quella liberale ha perseguito la democrazia nella libertà, tralasciando però l’uguaglianza.
Oggi torna di grande attualità proprio questo bisogno di uguaglianza e parità di diritti, affermati sulla carta ma non riscontrabili nella prassi quotidiana. Ma senza questa prospettiva egualitaria – ha concluso – la democrazia è solo una scatola vuota, ridotta a un mero esercizio elettorale”.

Le parole della democrazia
Biblioteca Ariostea, Sala Agnelli (via Scienze 17, Ferrara)
Tutti gli incontri avranno inizio alle 17, ad eccezione del primo

IL PROGRAMMA:
1. Apertura e presentazione del programma (15 gennaio, ore 16,30)
2. Elogio della democrazia: ragioni e passioni – Remo Bodei (29 gennaio)
3. Legami – Maura Franchi (19 febbraio)
4. Beni comuni – Laura Pennacchi (26 febbraio)
5. Fiscalità – Leonzio Rizzo (18 marzo)
6. Legalità – Paolo Veronesi (8 aprile)
7. Speranza – Nicola Alessandrini (29 aprile)
8. Burocrazia – Giuseppe De Rita (19 maggio)
9. Pazienza – Piero Stefani (27 maggio)
10. Solidarietà – Gaetano Sateriale (16 settembre)
11. Dignità – Giuliano Sansonetti, Paolo Veronesi (30 settembre)
12. Informazione – Sergio Gessi (4 ottobre)
13. Civismo – Fiorenzo Baratelli, Gianni Venturi (21 ottobre)
14. Politica – Gianfranco Pasquino (3 novembre)
15. Responsabilità – Vittoria Franco (2 dicembre)

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IL DIBATTITO
La piazza del buon ricordo non basta, ci vuole la forza per ricominciare

di Loredana Bondi

Caro direttore,

sabato ci siamo visti ed eravamo tanti a salutare Paolo Mandini. Aveva qualche anno più di me e lo conoscevo da tempo, come conoscevo bene la sua famiglia, quando ancora viveva nel “Borgo di San Luca” ed era assessore. Poi ci siamo incontrati in momenti particolari, sempre a parlare di questa politica ineluttabilmente in discesa di ideali e di idee. Ieri eravamo a salutarlo in un buon numero, da qualche politico attuale, ai vecchi sindaci, ai rappresentanti della Coop e amici di percorso politico che, nel tentativo di dare nuovo senso alla politica e alla vita sociale di questa città, si sono ritrovati per anni a disquisire sul che fare contro questa ineluttabile epoca della solitudine ideale e della povertà di stimoli verso il rinnovamento della partecipazione. Si, era una “piazza di vecchia generazione”, che purtroppo si ritrova solo per ricordare qualcuno che se ne va e non ha altre” piazze “ per incontrarsi e ridare forza a quel modo di vivere la vita che ha dato senso a tutti noi.

Dire che ciò rattrista molto, può sembrare una frase rituale soprattutto perché, di fatto , eravamo ad un funerale, ma ho parlato con molte persone e ciò che più mi ha colpito era una sorta di rassegnazione… non si parlava solo di Paolo, ma della resa incondizionata del partecipare, quasi addirittura una riscoperta di essere lì, ancora vivi, nonostante il tragico passare del tempo. Come se fosse passato non solo il tempo che ha segnato i tratti fisici di ciascuno di noi, ma quello, di un’assenza dell’entusiasmo, del credere in qualcosa, dello stare insieme per cambiare la vita di tutti, che ne ha, purtroppo, segnato l’anima.

La leggerezza (ed uso un eufemismo) con la quale la nostra bella sinistra ha calpestato principi, ideali di rinnovamento utilizzando spesso e volentieri metodi che se di malaffare non sono, rasentano comunque la mediocre bassezza e promiscuità dei mezzucci del clientelismo più bieco e individualista, ha mancato di lasciare esempi di vita ai giovani, a queste giovani generazioni che, nonostante tutto, si attendevano qualcosa di meglio per cominciare a vivere. E’ vero che il mondo nel frattempo è cambiato, si è velocizzata la comunicazione e si è persa la relazione interpersonale che metteva a dura prova pensieri e idee… ma il senso nuovo del vivere in questa società non possiamo solo rimpiangerlo ai funerali, soprattutto di un uomo che aveva capito che va combattuta questa omologazione al potere e al pensiero unico!

Evidentemente la piazza del “buon ricordo”, quella del funerale di qualche nostro amico e politico di un tempo, non basta a ridarci forza per ricominciare. Che fare allora, come diceva Silone chiudendo il suo romanzo Fontamara? Beh, sarebbe il caso che davvero potessimo ritrovarci in una piazza vera e tanto per cominciare anche in una virtuale come Ferraraitalia.it, per provare a rianimare (e rianimarci) la politica locale dalla quale, bene o male, non possiamo più permetterci di stare a guardare, di lamentarci della nuova politica senza etica e senza confronto coi cittadini, perché se continueremo a camminare ognuno per la nostra strada, il rischio veramente vicino sarà l’abbandono delle urne da parte dei tanti e la conseguente limitazione di democrazia. Io sono disponibile ancora a lottare perché qualcosa cambi.

*****

Cara Loredana, le tue riflessioni sono stimolo per aprire un serio confronto: su cosa sia diventata oggi la Sinistra, su quali valori esprima, su quale personale politico la rappresenti, a quali aree sociali faccia riferimento, per quali obiettivi sviluppi il proprio impegno, quali siano la visione e il progetto di società che intende realizzare. Bisognerebbe però avere la capacità di andare oltre l’analisi e spingersi sul terreno della proposta. Non mi addentro ora nella questione. Invito però i nostri lettori a esprimersi e intervenire, commentando o meglio ancora inviandoci le proprie riflessioni: le pubblicheremo. La piazza di Ferraraitalia è a disposizione. (s.g.)

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IL FATTO
Retromarcia del Comune, “la casa terremotata è agibile”. Ma il perito: “Può crollare”

Da tre anni vivono in un appartamento in affitto. La loro casa, colpita dal terremoto, è stata dichiarata inagibile con ordinanza comunale e classificata a grado di rischio E, il più alto. Ma un paio di mesi fa il Comune di Vigarano è ritornato sui suoi passi e il sindaco Barbara Paron ha emesso una nuova ordinanza, stavolta di revoca della precedente, collocando l’abitazione in classe A (nessun danno e rischio) e autorizzando la famiglia, composta da padre, madre e due figli, uno dei quali minorenne, a rientrare come se nulla fosse accaduto.
In mezzo però ci sono stati tre lunghi anni di abbandono dalla residenza e soprattutto la paura di tornarci a vivere. Perché tutti i tecnici e i periti consultati dalla famiglia Zaniboni certificano che la struttura è gravemente danneggiata e inagibile e una nuova scossa potrebbe essere fatale e porre a repentaglio la vita degli occupanti. Metterla in sicurezza e riparare i danni del sisma ha costi esorbitanti, nell’ordine di centinaia di migliaia di euro.

Più che comprensibile, dunque, lo sconcerto, l’avvilimento e la rabbia dei proprietari. I quali hanno tentato in ogni modo di spiegare le proprie ragioni. Ma in Municipio continuano a sbattere contro una stessa risposta, sempre la stessa, un diniego senza appello. Così si sono rivolti al Tar, al Prefetto, al Difensore civico e a qualificati periti. Fra questi  l’architetto Stefano Gatti, che opera anche come consulente del Tribunale di Perugia. Interpellato per la sua riconosciuta autorevolezza, in 72 pagine di perizia giurata conferma i danni strutturali e i conseguenti rischi e legittima la richiesta formulata dai signori Zaniboni, che attendono un contributo per provvedere al ripristino delle condizioni di agibilità. Ciò che afferma coincide sostanzialmente con il contenuto della relazione dei tecnici incaricati dalla protezione civile che hanno compilato la famigerata scheda Aedes confermata anche dai tecnici incaricati dai proprietari. Tutto quadra, insomma; salvo che ora il Comune, a tre anni di distanza, ha cambiato idea ed è tornato sui propri passi ricusando ciò che per primo aveva certificato dopo il terremoto.

“Ricordo quella notte con sgomento – racconta la signora Gloria. Già nel pomeriggio l’orologio a pendolo si era fermato due volte: si tratta di meccanismi molto sensibili e questo strano fatto – mai accaduto prima – mi aveva inquietata, mi era parso presagio di qualcosa la cui drammaticità però certo non potevo immaginare. La notte ho avvertito quel boato spaventoso avvicinarsi e immediatamente sono corsa nella stanza dei miei figli, li ho abbracciati stretti mentre sentivo cadere su di noi la sabbia dalle tavelle del soffitto. Non credevo saremmo sopravvissuti…”.

Le tracce della violenza del sisma sono visibili anche nel giardino che cinge la casa, a ridosso della ciclabile del Burana. Il cappello di un camino in pietra si è staccato dal basamento e ha fatto un giro di novanta gradi su se stesso. Evidenti crepe passanti hanno tagliato la base di numerose colonne che sorreggono il tetto e non c’è stanza del fabbricato che non porti il marchio della violenza subita. Fa impressione vedere l’ abitazione abbandonata a se stessa, due volte vittima di una sorte malevola, muta testimone di una situazione grottesca e paradossale, che la famiglia Zaniboni sta vivendo come un nuovo terremoto esistenziale.

“Proviamo un miscuglio di sconcerto e ribrezzo passando per le strade del nostro paese quando osserviamo che stalle e fienili fatiscenti e inutilizzati prima della scossa ora sono stati totalmente ricostruiti grazie ai contributi per il sisma.  Non capiamo sulla base di quale criterio si siano utilizzati i fondi pubblici, visto che a noi viene negata la possibilità di rientrare in sicurezza nella nostra abitazione, compromessa proprio dal terremoto” commentano amaramente i proprietari.
Il nostro immobile oltretutto, ristrutturato fra il 1995 e il 1998, era in perfette condizioni. A questo punto, esasperata, la famiglia Zaniboni rivolge a noi e – ancora una volta – a se stessa tutti gli interrogativi che la tormenta. Perché ben quattro tecnici della protezione civile hanno stimato il danno pericoloso al punto da dichiarare la casa inagibile? Perché tutti i tecnici ai quali l’hanno fatta vedere (ben nove, tra ingegneri e architetti) l’hanno considerata compromessa dal punto di vista strutturale e per questo bisognosa di un indispensabile intervento di messa in sicurezza?”.

A questi rovelli se ne aggiungono altri, relativi alle recenti decisioni assunte dal sindaco che, sconfessando le precedenti ordinanze, ha dichiarato la piena agibilità della casa. “Perché – si domandano ancora i proprietari – se il criterio adottato dai nostri amministratori è di far rientrare i terremotati nelle proprie case ‘in sicurezza’ per noi questa cautela non vale e ci viene beffardamente risposto che il rientro in casa che il Comune ora ci consente ‘è una facoltà e non un obbligo’?”.

L’ impresa 3M Costruzioni – a cui la famiglia Zaniboni si è rivolta per chiudere le tante crepe e provvedere a un ripristino di minima – si è addirittura rifiutata di intervenire, confermando che il fabbricato è compromesso strutturalmente e l’impresario non avrebbe svolto il lavoro per non assumersi responsabilità su quel che potrebbe capitare in futuro…

“Ma tutto questo ai responsabili del Comune evidentemente non interessa – concludono sconsolati -. Tanto se la casa dovesse un giorno crollare a seguito di altre scosse e in conseguenza al fatto di non essere stata messa in sicurezza, peggio per chi ci rimane sotto… Tanto nessuno ha mai colpa di niente”.

La frustrazione, però, non ha generato inerzia. La famiglia Zaniboni sta combattendo con determinazione la partita per vedere riconosciuti i propri diritti. Ha fatto ricorso al Tar, si è rivolta al Prefetto, al Difensore Civico e non è intenzionata a fermarsi.
“Siamo anche pronti a mettere persa la casa, ma vogliamo batterci con tutti gli strumenti e le nostre forze contro chi, con il proprio comportamento, atti e decisioni, sta mettendo a repentaglio la nostra vita. Lo facciamo per i nostri figli, affinché almeno loro possano credere negli ideali e nelle istituzioni. Vogliamo ottenere un ripristino della legalità che in tutta questa vicenda è stata arbitrariamente travisata e negata.
Per questo motivo abbiamo deciso di rendere pubblica la nostra storia, magari simile a tante altre. Vogliamo far sentire la nostra voce pensando  possa rappresentare anche coloro che per mancanza di coraggio, forza, determinazione oppure per sfiducia non hanno potuto o voluto parlare e lottare”.

LiberAzione

DAL NOSTRO ARCHIVIO
Partigiani oggi: quali ideali, quali avversari

Ferrara ha festeggiato il 25 aprile in piazza, rivivendo l’atmosfera e le emozioni di quegli storici momenti del 1945 grazie all’impegno di Anpi e Gruppo teatro comunitario di Pontelagoscuro che, in collaborazione con Arci-Spi Cgil e fondazione l’Approdo, hanno realizzato anche quest’anno lo spettacolo “LiberAzione”, evento teatrale corale che si è sviluppato nelle vie del centro con grande partecipazione della cittadinanza.
LiberAzione1
In coincidenza con le celebrazioni per il settantesimo anniversario della Liberazione, riproponiamo le numerose testimonianze [leggi] raccolte nell’ambito della nostra inchiesta “Partigiani oggi” pubblicata lo scorso autunno, di cui riportiamo qui l’appunto introduttivo:

E’ noto l’anatema di Antonio Gramsci contro gli indifferenti. E’ vivo e presente (in molti, resistenti e resilienti) il senso dell’impegno che fu dei padri fondatori dell’Italia libera e repubblicana e dei milioni di uomini e donne che si impegnarono e si batterono, anche a costo della vita, per consegnare ai figli un Paese che garantisse a tutti un’esistenza degna d’essere vissuta. E allora ci siamo domandati quale sia, oggi, il significato autentico e attualizzato dell’espressione “partigiano”. Ci siamo chiesti quali siano, in questi nostri giorni aspri, i valori da difendere, gli avversari da combattere.

resistenza
Partigiani oggi: valori da difendere, antagonisti da avversare

Abbiamo girato l’interrogativo a un nutrito ed eterogeneo gruppo di uomini e donne, chiedendo a ciascuno di riaffermare il senso di concetti quali comunità e cittadinanza. E abbiamo domandato di esplicitare quali battaglie di civiltà e di democrazia meritano di essere combattute nel presente. Ciascuno ha precisato i riferimenti ideali e gli imprescindibili capisaldi scelti come bussola del proprio agire politico; e per contrappunto ha individuato i “nemici” (materiali e immateriali), cioè i fattori che si contrappongono o gli elementi che li insidiano.

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L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

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