Tag: idee

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Una rete civica di idee e saperi per un progresso diffuso

Mai come nel passato abbiamo migliorato le basi del progresso umano: salute, benessere, istruzione. La generazione di adulti in arrivo è la prima della storia a essere quasi universalmente alfabetizzata.
Che viviamo meglio di ieri dovrebbe essere noto a tutti, dalle conquiste della scienza all’aspettativa di vita. Sono quelle cose ovvie, talmente ovvie da sfuggire al nostro sguardo.
Lo spiegano bene nel loro libro, “Nuova età dell’oro”, Ian Goldin e Chris Kutarna della Oxford Martin School.
Dunque, non possiamo permetterci di stare seduti ad attendere tempi migliori. Il nostro Rinascimento è qui e ora.
E, ovviamente, dipende da noi. È questo “da noi” l’interessante. Le opportunità di oggi non si sono mai verificate prima nel passato. E questa è una responsabilità che ci coinvolge tutti come individui.
Scriveva Marco Tullio Cicerone, cent’anni prima della venuta di Cristo: «Non siamo nati soltanto per noi, e del nascer nostro una parte ne vuole la patria, un’altra i genitori e un’altra gli amici». È necessario che ognuno di noi si renda conto di questa parte.
Preoccupati di difendere i nostri orti e poderi, spesso armati gli uni contro gli altri, occupati a costruire muri e paure, neppure ci passa per il cervello che potrebbe esser più utile, a noi e agli altri, darsi da fare per cercare di migliorare noi stessi, per crescere come persone, perché quello di cui oggi ha più bisogno il mondo è di persone migliori, solo così si progredisce e si può vivere una vita sempre più desiderabile. Un pensiero banale, ma che tra le banalità di cui siamo campioni neppure ci sfiora. Un futuro migliore è possibile se a iniziare da ora ciascuno di noi saprà essere migliore.
L’indifferenza non ci è permessa. Riguarda tutti. Non ci è concesso di stare alla finestra, bisogna fare ciò che tutti dovremmo saper fare: rimboccarci le maniche. Soprattutto ora di fronte alle sfide che mettono a rischio il pianeta e la nostra esistenza su di esso.
Cosa sia la virtù dobbiamo averlo dimenticato nella notte dei tempi, non appartiene più al nostro lessico che ha ceduto il passo alla serendipità e alla resilienza, ma, come ci ha insegnato Aristotele, la virtù è una qualità del carattere che permette di agire come si dovrebbe.
“Agire come si dovrebbe” è la prima sfida. Una sorta di ontologia della cittadinanza, di scienza della cittadinanza. La responsabilità dei propri comportamenti nei confronti dell’altro e nei confronti della natura. E qui si gioca il compito dei nostri sistemi scolastici, per come oggi descrivono il mondo e formano i comportamenti sociali.
Invece di attivare le pance abbiamo necessità di attivare i cervelli. Chi si scalmana per le pance evidentemente teme cosa potrebbe accadere se si mobilitassero i cervelli.
Ma non saranno solo i comportamenti virtuosi a salvarci, dobbiamo andare più lontano di quanto pensiamo, cambiare la nostra mappa mentale del mondo, le nostre mappe mentali devono evolversi.
Qui viene il difficile. Da soli non ce la possiamo fare. Il modo migliore per superare i limiti del nostro modo di pensare consiste nell’incontrarsi con l’altro, con gli altri, con le persone che pensano in maniera differente da noi. Abbiamo bisogno di condividere le intelligenze, di creatività e di genialità collettive. Le strade delle nostre città, centro di incontro delle culture, possono essere gli hub di questa rinascita di idee e di pensieri, Ma bisogna uscire dalle città baraccone che vendono le loro attrazioni, per divenire città capaci di attirare intelligenze, creatività e conoscenze, di comporre nuovi saperi. Abbiamo necessità di produrre e diffondere idee, di rendere pubblici i saperi e di farli circolare. La rinascita del sapere è il grande traguardo, attingerlo e condividerlo in tanti, con sempre maggiore forza. L’istruzione disseminata, fuori dai canoni classici, perché chiunque possiede la chiave narrativa scriverà la storia di questa epoca. La grande sfida è mobilitare le persone per una società più compiutamente umana.

Ferrara al voto, prove tecniche di democrazia

Democrazia, come tutti ben sappiamo, significa potere del popolo. E ieri sera allo spazio Grisù si è svolto un inedito esperimento che ha coinvolto oltre 100 persone di ogni età e differente condizione sociale che si sono presentate rispondendo a un appello circolato su Facebook nei giorni scorsi dal titolo “La città che vogliamo”: un appuntamento per il quale sul social network in 718 avevano manifestato virtualmente interesse.
Spazio Grisù si trova nell’ex caserma dei pompieri. Alimentare – attraverso l’ascolto e il confronto – il fuoco della politica e spegnere le fiamme che stanno rendendo incandescente il conflitto sociale è l’obiettivo degli autoconvocati. Il numero dei partecipanti alla serata, che si è svolta in “sala macchine” (altra significativa allusione), è importante e indicativo di un bisogno reale, non sopito. Le modalità che hanno orientato la svolgimento dei lavori sono quelle che tipicamente si definiscono espressione della democrazia ‘dal basso’: tavoli tematici attorno ai quali far circolare idee e proposte, senza gerarchie, secondo il principio che ogni testa e ogni parola conta, è preziosa e merita attenzione. A pronunciare la breve introduzione è il giovane avvocato Federico Battistini. “Un ‘cittadino’, serio, onesto, integro” lo definiscono gli organizzatori, una ventina, appartenenti a vari mondi riconducibili principalmente agli ambiti del volontariato e dell’associazionismo. Segue una spiegazione tecnica di Elena Bertelli (che opera nel campo della comunicazione) circa le modalità di lavoro e interlocuzione. E poi si procede con la formazione di tre gruppi di discussione tematica: su educazione, cultura e integrazione; su sanità e servizi al cittadino; e su territorio, ambiente e agricoltura.
Il confronto è fluito serrato ed è stato vivacemente e rispettosamente partecipato. Allo scadere del tempo assegnato ogni circolo, attraverso un proprio portavoce, ha riferito agli altri il senso della discussione e le proposte emerse. Obiettivo implicito, ma non apertamente dichiarato: definire i prodromi di un programma di governo per quel che il manifesto della convocazione definisce “la città che vogliamo”.
Insomma, ci siamo: prove tecniche di democrazia che si sviluppa dal basso attraverso la costruzione di un programma che scaturisce dai bisogni che i cittadini avvertono e che tiene conto dei loro orientamenti e delle soluzioni condivise.
Non è la prima volta in assoluto che qualcosa del genere succede, ma con queste modalità, negli anni recenti, è forse la prima volta per Ferrara; ed è particolarmente significativo che questo accada oggi, in vista di un appuntamento elettorale il cui esito appare quantomai incerto, a fronte della virulenta avanzata del fronte populista che, anche in città, alle ultime consultazioni, ha marcato una forte crescita e ha visto il contemporaneo declino del partito, il Pd, formalmente erede della tradizione di coloro che da sempre hanno governato.
E’ un seme, quello piantato ieri nel cuore del Gad, il quartiere simbolo della frizione civica; forse un germoglio. Lo spirito positivo e propositivo e la voglia di mettersi in gioco non mancano. Qualcuno, certo, oggi sorriderà per questa impresa naïf, ma domani potrebbe cambiare espressione.
Il grande Bernard Russel ci ricorda che “gli innocenti non sapevano che la cosa fosse impossibile, dunque la fecero”.

La pagina Facebook del gruppo “La città che vogliamo”

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Il cuore oltre la siepe

Lanciare il cuore oltre la siepe non usa più. Forse non abbiamo più un cuore in grado di essere lanciato e non ci sono più siepi che valga la pena scavalcare. Siamo tutti dei burocrati del quotidiano, con i piedi ben piantati per terra, notai dell’esistente. I circospetti della vita, sacerdoti dell’aurea mediocritas. Il massimo è inventare un’app, far partire una start up.
Entusiasmarsi, innamorarsi delle idee, avere prospettive, avere visioni, apparire alla madonna, come scriveva Carmelo Bene, sono tutte cose rischiose per i manager della noia. Meglio inventare l’usato che rischiare il nuovo.
Così ci teniamo i nostri recinti, le nostre certezze, il nostro rovistare nei cassetti delle solite cose. I cassetti già riempiti e ordinati che forniamo alle nuove generazioni perché si abituino a fare come noi, come prima di noi gli altri, perché è sempre l’esperienza del passato a insegnare, perché si sa che il futuro non ha esperienza. È la cecità di Saramago che ci perseguita, ma sebbene lui ce l’abbia descritta non abbiamo ancora imparato a vedere. Tutto è indifferente finché il futuro non si fa presente.
Abbiamo bisogno urgente della terapia dell’utopia, abbiamo bisogno di città capaci di aprire fabbriche di idee e di occupare le piazze con i tavoli delle idee, di vincere il privato con il sociale, che nessuno sia privato della collettività, degli altri, dei loro pensieri e delle loro creatività. Senza prospettiva non si costruisce né si inventa e nemmeno si ha il diritto di mettere le mani in avanti verso il futuro. Senza utopia concreta si vede solo nebbia. Non possiamo essere ciechi di fronte alla necessità di una visione del futuro.
L’obiettivo principale, come scriveva Michel Foucault, non è di scoprire cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo per poter immaginare e costruire ciò che potremmo diventare. Imitare i pensieri che possono venire in mente a un cervello creativo, ecco quello che dovremmo fare. La nostra patria è il futuro, è questa carenza di spinta al futuro che ci affligge e ciò non potrà mai rendere migliori i passati che i futuri inevitabilmente diventeranno.
Intanto noi continuiamo a insegnare, a chi vivrà il futuro più di noi, il passato anziché il futuro e certo questo non potrà garantire futuri e passati migliori.
Il “non ancora”, sognare e avere nostalgia del “non ancora”. Dove sono i nostri “non ancora”, la capacità di sognare il futuro dei nostri figli? I “non ancora” che colpevolmente mancano, di cui portiamo la responsabilità, l’incapacità di costruire i progetti di vita, quei progetti di vita che non abitano le nostre scuole e le nostre istituzioni, che anzi li mortificano.
La vita non basta, la vita non ci basta più. Il respiro della vita è sempre verso il lontano, si nutre del vicino per andare lontano, se non ci fate andare lontano con le idee, il pensiero, l’invenzione, l’immaginazione, la creatività finirete per ucciderci. Non il lontano delle finzioni, ma il lontano degli obiettivi da conquistare, per crescere, per continuare a immaginare il lontano da raggiungere.
È questo che non sappiamo insegnare, è questo che non sappiamo far imparare ad apprendere ai nostri giovani chiusi sul presente delle nostre aule, chiusi al futuro che è l’unico che ci sa attendere.
Abitiamo cittadinanze che non sanno reinventarsi nell’ozio delle teste che non sono mai ben fatte e neppure ci proviamo a pensare come potrebbero essere fatte. È il nostro cancro moderno, il peggiore da sconfiggere, quello senza ricerca per guarire.
Le uniche luci che si accendono sono quelle delle strade nel buio delle nostre notti spente alle luci umane sospettosamente spiate dai led delle nostre tecnologie.
Mentre cresce la solitudine digitale, sempre più quella sociale reclama d’essere sconfitta. Reclama di colmare i vuoti, di scrivere negli spazi bianchi, di liberare le potenzialità individuali e collettive.
C’è chi vive con lo shock del futuro, sono i tanti mestatori di paure, i sequestratori dei pensieri e delle idee. Sono i nemici dell’utopia, quelli che non saprebbero come sopravvivere alla collisione con il domani. Se non avessimo da sempre pensato ai futuri possibili, l’umanità non avrebbe mai conosciuto il progresso. Ora la sfida che abbiamo di fronte è però quella di lavorare per i futuri preferibili, rispetto ai futuri probabili.
Non c’è niente di peggio che viaggiare soli con la propria ombra perché porta a dimenticare la meta e dimenticare la meta, come sottolineava Nietzsche, è la stupidaggine più frequente che si possa fare. Noi è questa stupidaggine che stiamo commettendo.

Orfani di tutto…

Orfano di padre e di madre. Ma questo succede, succede purtroppo, e ci si deve fare una ragione. Poi guardo dalla finestra il cielo e non vedo più nulla, solo grigio, e grigio, e grigio…
Orfano di tutto! Né buoni esempi, né buoni sentimenti, né buone ragioni. Padre dove sei? Dov’è finita la sera in cui tornavi coi gelati da mangiare davanti alla tv? Coi tuoi tormenti che nascondevi così bene per non farci preoccupare? Madre dove sei? Dove sono le favole che ci raccontavi per farci addormentare? Innocue, ingenue, rattoppate? Non c’è più niente in cui credere o per cui sognare?
Siamo orfani…
Orfani di rispetto, di onestà, di pietà, di speranza, di futuro, di verità.
Dov’è finito tutto questo? Lo cerco nelle facce e nelle parole della gente. Ma le facce e le parole sono tutte uguali, persino tra i diversi.
Solo parole, senza niente prima e senza niente dopo.
È questo il mio mondo? O sono cambiato io?
No, io invece voglio credere. Voglio credere nell’anno che verrà… sì, proprio quello che cantava Lucio. E voglio credere nelle buone idee…
Una buona idea, come un sorso d’acqua nel deserto, come uno spiraglio di luce nelle tenebre. Qualcosa per salvarsi, per credere ancora in questo mondo, per ridare un senso a questa esistenza.
Ecco, solo una buona idea!

Una buona idea (Niccolò Fabi, 2012)

La politica dei boyscout

pd-gad​In cerca di applausi. Capitan Finco in testa, un drappello di dirigenti e militanti del Pd (assente il segretario Vitellio, non per dissenso ma per indisposizione) si è munito di ramazza per ripulire la “degradata” zona Gad. Una buona azione fine a se stessa, per mettere a posto la coscienza e magari suscitare simpatia e qualche consenso. Ma non è questo che ci si aspetta dalla politica e non sarà in questo modo che i politici recupereranno la credibilità compromessa.
Azioni dimostrative di questo tipo possono avere significato se attuate da gruppi di opposizione, formazioni minoritarie, associazioni e movimenti autorganizzati per testimoniare la propria volontà e mandare un segnale a chi governa. Ma non ha senso che sia proprio chi governa a inscenare iniziative simboliche per rendere evidente la propria intenzione di agire. Chi governa “è” nelle condizioni di decidere e di fare seriamente e quotidianamente ciò che reputa utile e necessario. Non ha bisogno di atti di questo genere.
Invece di rimboccarsi le maniche e munirsi di scopone, i nostri amministratori meglio farebbero a spremere le meningi e svolgere il proprio compito: designare gli obiettivi, mettere a fuoco idee e progetti, definire i programmi e le priorità di intervento, individuare e razionalizzare i mezzi e gli strumenti necessari. E sopratutto operare giorno per giorno in maniera coerente e sistematica. È in questo modo che i politici e i pubblici amministratori onorano il loro ruolo e svolgono le funzioni assegnate. Il resto è folklore. E demagogia.

Una Sinistra piegata al sacro dogma del libero mercato

A causa dei terremoti culturali e sociali avvenuti fra la fine del ventesimo e l’inizio di questo ventunesimo secolo non è facile stabilire cosa significhi e cosa sia oggi la “Sinistra”. E’ necessario saper andare al di là dell’affermazione semplicistica per cui “destra e sinistra sono la stessa cosa” e al contempo prendere coscienza del fatto che destra e sinistra, storicamente categorie distinte, siano state assimilate in un unico “gioco delle parti”, cioè il sistema liberal-democratico che si è imposto nell’Occidente moderno da quasi 40 anni. Destra e Sinistra sono state ridotte a semplici etichette e contenitori elettorali che nulla hanno più a che vedere con la rivoluzione delle idee che dagli ultimi anni dell’Ottocento aveva costituito un sistema e un equilibrio nella dialettica politica.
La distinzione, fino a 40 anni fa, tra destra e sinistra tendeva sopratutto alla contrapposizione di visioni dell’economia della nazione, cioè la “struttura”. Se si vuole introdurre un’ulteriore e alternativa distinzione, è da ritenere scorretto e superficiale parlare di “destra” e “sinistra” ma è bene contrapporre due diverse visioni dell’economia: liberismo e libero mercato da una parte, dirigismo ed economia pianificata dall’altra. E’ chiaro che l’attuale sottilissima e ambigua distinzione fra le categorie “destra” e “sinistra” riguarda invece la “sovrastruttura”, la lotta dei diritti civili, principi di costume e di etica; temi importanti che oscurano però il vero cardine della contrapposizione: l’economia.
Dagli anni ’80 in poi, qualsivoglia anelito di dirigismo economico è stato giudicato obsoleto e conservatore, dando inizio alla corsa del treno liberista su cui tutti i maggiori interlocutori della politica italiana ed europea sono saliti e da cui non sono ancora scesi.
Considerare di “sinistra” un partito, un programma politico è quindi relativo a quale tradizione ed esempio storico si prenda in considerazione, poiché dietro l’etichetta politica della sinistra si sono alternate visioni estremamente differenti e addirittura contrapposte.

L’idea dirigista, sovranista e socialista di Amadeo Bordiga, Nicola Bombacci, Antonio Gramsci è diametralmente opposta alla corrente socialdemocratica inaugurata dalle segreterie dei partiti di sinistra degli anni ’80, Se consideriamo l’impostazione che i partiti della sinistra hanno adottato dalla caduta del Muro di Berlino, cioè un pubblico giuramento al dogma della sacralità del libero mercato, potrebbe essere addirittura letto come un netto rifiuto della tradizione storica propria dell’indirizzo socialista e comunista. Politici di “sinistra”, cercando di lavare una presunta colpa del proprio passato, non perdono occasione per specificare che “non sono mai stati comunisti”.
Perciò possiamo facilmente affermare che all’interno delle stesse categorie politiche della “destra” e “sinistra” si sono avvicendate esperienze e uomini radicalmente opposti. Riprendendo la distinzione alternativa al “colore politico” potremmo mettere ragionevolmente nello stesso schieramento il socialista Bombacci, i marxisti Bordiga, Gramsci e Togliatti, il fascista Mussolini e il poeta Pound, nel pensiero comune così lontani, ma oggettivamente molto vicini nell’interpretazione della gestione della “Nazione” e dell’economia, a cui potremmo contrapporre la scuola di pensiero liberista, incarnato nelle figure della politica moderna di D’Alema e Prodi alla fine del XX secolo e dai vari esponenti del “centro-sinistra” oggi.

Se vogliamo compiere la forzatura di assimilare per semplicità alla categoria della Sinistra il principio di credito sociale, economia pianificata e sovranità nazionale, e alla categoria della Destra il neoliberismo economico, allora sì: con convinzione è possibile affermare che la Sinistra sta perdendo, lo Stato Sociale sta perdendo. E il Capitale sta vincendo. Perché Bombacci è stato fucilato, appeso per i piedi a piazzale Loreto e dimenticato mentre i politici della “Sinistra” italiana ed europea ci stanno governando distruggendo il nostro Stato sociale, ampliando le già esistenti diseguaglianze economiche e sociali in nome e per conto del sacro dogma del Libero Mercato.

NOTA A MARGINE
Idee, innovazione, futuro: le conferenze di Ted nei cinema di tutto il mondo

Palloni gonfiabili, simili a piccole mongolfiere, connessi tra loro via internet e in grado di sorvolare le zone più remote e irraggiungibili del mondo; racchiudere tutto, proprio tutto il codice del Dna di ogni singolo essere umano in una raccolta di 175 libri ciascuno; essere responsabili di oltre settanta ore di tv a stagione, amare il proprio lavoro e nonostante ciò trovare il tempo di dire sì ai propri figli. Questo e molto, molto altro, è Ted, il tradizionale ciclo di conferenze che annualmente si svolge a Vancouver e che negli ultimi anni ha spopolato in tutto il globo. La filosofia è semplice: ideas worth spreading, ovvero idee che vale la pena diffondere. Brevi ma intensi speech tenuti dalle personalità più innovative e brillanti del pianete in pillole di 18 minuti ciascuna, liberamente consultabili dal web e nelle quali vengono trattate le tematiche più svariate e interessanti che compongono il nostro globo, partendo da tre parole chiave: Technology, Enterteinment, Design. Ted, appunto.

Tutte le idee più geniali che interessano il nostro presente e il nostro futuro racchiuse quindi in una piattaforma che, nel tempo, ha raccolto oltre 8 milioni di fan e che martedì 16 febbraio è sbarcata per la prima volta via satellite in migliaia di cinema in tutto il mondo. A Ferrara la prima sessione di Ted2016 è entrata nelle sale del Cinema Apollo – “amico” di lunga data delle videoconferenze grazie alle passate proiezioni nell’ambito del festival di Internazionale – in lingua originale e in differita di ventiquattro ore rispetto alla conferenza che si sta svolgendo in questi giorni proprio a Vancouver.
‘Dream’, sogno, è la parola che viene accostata all’edizione 2016 dell’evento, perché “domani è un giorno promettente e pieno di possibilità”. Una di queste possibilità è stata illustrata da Astro Teller, capo di ‘X’, il laboratorio segreto di Google che attraverso la Moonshot Factory cerca di affrontare e risolvere grandi problemi: tra questi collegare in rete i quattro miliardi di abitanti del nostro pianeta che non hanno accesso a internet mediante i palloni gonfiabili prima citati, un folle e ambizioso progetto che solo l’eccentrico team X può prefigurarsi di realizzare in meno di dieci anni. A condividere la scena del teatro di Vancouver anche un italiano, lo scienziato Riccardo Sabatini, che nell’invitare sul palco una persona si trova davanti un’intera libreria: è questo il lavoro della Quantum Espresso Foundation, società da lui fondata e riuscita a ricostruire l’intera sequenza di un Dna umano in quasi trecentomila pagine, una tecnologia in grado di leggere il genoma per poter prevedere così il viso, il colore degli occhi e della pelle di una persona e così via. Si tratta di medicina personalizzabile, tanto estrema ma quantomai utile, come affermato dallo stesso Sabatini, per poter fare grandi passi in avanti nello studio di tante malattie.
E poi ancora i profondi interventi di un filantropo e imprenditore – Dan Pallotta – il quale ha ricordato quanto sia importante non far diventare i sogni fissazioni e di quanto questo nostro mondo necessiti di tornare ad essere curioso – e di Shonda Rhimes – conosciutissima sceneggiatrice e madre di serie tv del calibro di Grey’s Anatomy e Scandal, protagonista di un esperimento: dire sempre di sì ai figli e a tutte le cose che la spaventano nonostante il lavoro, che per quanto possa essere soddisfacente troppo spesso non ci permette di farlo.
Negli intermezzi spazio alla giovanissima scrittrice (dieci anni!) Ishida Katyal per ammonire gli adulti che non è più tempo di chiedere ai figli cosa vogliono fare da grandi ma cosa al contrario vogliono essere in questo momento e, infine, le melodie raga del compositore premio Oscar per The Milionarie A. R. Rahaman e la toccante performance di danza di Bill T. Jones, il quale alla venerabile età di sessantaquattro anni ha messo in scena 21 pose per illustrare lo sfondo del silenzio.

Insomma, sette preziosi interventi per dimostrare bellezze ed opportunità che la terra offre e potrà offrire. Un palco che nella sua storia ha visto avvicendarsi personaggi come Bill Clinton, Sergey Brin e Larry Page, Bill Gates e Jimmy Wales, e che inaugurando questo nuovo anno di conferenze promette interessanti novità. Un fenomeno in costante aumento e spesso uscito dalla sua sede canadese sbarcando in numerose località mondiali, Italia compresa (molti interventi sono consultabili anche su YouTube). In attesa del prossimo anno, tutto il mondo Ted è consultabile al sito ufficiale e, nello specifico, gli interventi della serata di martedì a questo indirizzo web.

folco-quilici

L’INTERVISTA
Folco Quilici, re dei documentaristi: “I giovani? Fanno cose vecchie, cambino punto di vista”

Noi quarantenni siamo una generazione fortunata. Abbiamo ancora la possibilità di ascoltare e raccogliere i racconti e le esperienze di chi ha vissuto a pieno il ‘900, con le sue trasformazioni, innovazioni e compromessi.
Mercoledì sera al cinema Apollo di Ferrara, Folco Quilici, uno dei testimoni del ‘900 italiano più amati dal pubblico, era in città – la sua città – per presentare il suo ultimo lavoro, un docu-film dal titolo “Gli Animali della Grande Guerra”, che racconta per immagini il ruolo degli animali nel corso del conflitto, dagli esemplari della leva equestre sacrificati nel nome di una strategia militare ormai antica fino ai piccioni viaggiatori, che a migliaia furono addestrati ed impiegati sui monti, suggerendo il rapporto che si instaurava fra animale e uomo, spesso l’unico rapporto affettivo che riusciva a resistere all’orrore delle trincee e della morte.
Quilici è stato e rimane un narratore eccelso, che ha saputo porgere al grande pubblico le questioni della storia d’Italia, ha saputo far nascere nelle coscienze la meraviglia per il mondo sommerso e la necessità della sua preservazione quando il trattato di Kyoto e le oasi marine non esistevano, è riuscito a portare nelle case di tutti noi le immagini della ricchezza della natura del nostro territorio e la delicatezza del nostro ecosistema.

Ho quindi approfittato della sua presenza per chiedergli dei consigli sul mestiere di raccontare per immagini, mestiere che negli ultimi decenni ha subito cambiamenti radicali grazie alla diffusione di nuove tecnologie che hanno velocizzato il processo produttivo e aperto la strada della produzione video a tanti giovani aspiranti registi o – come si dice ora – film makers.

Maestro, qual è il consiglio che darebbe ai giovani che vogliono diventare documentaristi?
“Cambiate progetto!”

A 85 anni Folco Quilici ha al suo attivo più di 40 fra film e documentari, decine di libri, saggi, romanzi, diverse collaborazioni per film di altri, trasmissioni televisive, pubblicazioni editoriali e la sua perentoria risposta mi ha spiazzata. “E perché? Non ci sono più storie da raccontare?” ho insistito. Sarà stato il verbo raccontare, nei suoi occhi ho visto un guizzo di luce.
“Le storie da raccontare non finiscono mai. – mi ha spiegato – Il problema dei giovani che vogliono fare questo lavoro è che fanno e rifanno cose già fatte 20 volte. Mi spiego: ai miei tempi quando uno studiava cinema guardava tutto, ogni tipo di pellicola, non sfuggiva niente. I ragazzi che oggi vogliono fare regia hanno i mezzi ma non hanno la conoscenza, non sanno che cosa è stato raccontato già e da chi, come. Finiscono per girare sempre attorno agli stessi temi. E poi – ha aggiunto – non hanno degli spazi, mancano le opportunità perché i loro lavori vengano mostrati, fatti vedere al pubblico. Sai quanti si vengono a proporre a me? Tantissimi e nessuno ha la coscienza e la consapevolezza di quello che sta facendo. Anche riproporre un tema già trattato può andare bene ma bisogna almeno cambiare punto di vista, altrimenti che racconto è mai?”.

Da dove si parte per raccontare una storia?
I casi sono diversi. Per esempio, per quanto riguarda il film che abbiamo visto stasera l’idea non è partita da me, il lavoro mi è stato commissionato. Il tema mi piaceva e quindi ho accettato. E’ stato soprattutto un’opera di ricerca faticosa. Avevo già visionato chilometri di pellicola sulla Prima Guerra Mondiale per dei lavori precedenti e quindi sapevo già cosa avrei dovuto cercare e dove… ma comunque trovare immagini appropriate è stato difficile, gli operatori all’epoca non erano molto interessati a filmare gli animali e quindi questi capitavano nel filmato quasi sempre per caso. Inoltre molte pellicole erano state rovinate dal tempo – e per fortuna erano in bianco e nero! La pellicola a colori si rovina prima, le immagini impresse su questa specie di legno della pellicola bianco e nero resistono un po’ di più. L’opera di recupero fatto dall’Istituto Luce è stato grandioso, peccato si sia potuto fare solo su poche immagini, è una tecnica che costa molto e l’Istituto non ha grandi disponibilità. Comunque fra ricerca, montaggio, doppiaggio e poi allunga e accorcia, abbiamo impiegato più di dodici mesi. Quando invece sei tu ad avere una storia da raccontare in un film devi avere cura di appuntare tutte le idee e le suggestioni che hai appena le hai, poi devi prenderti il tempo di metterle in ordine con calma. Gli altri lavori, invece, non nascono mai allo stesso modo e quindi non sono mai uguali. Ogni volta è una caso diverso.” E così è spiegato il carattere eterogeneo dell’opera tutta di Quilici, che spazia dal romanzo al saggio storico al film con facilità, senza sforzo.

Ho provato allora a chiedere quale può essere un segreto del mestiere.
E’ importante stingere rapporti con le persone che gravitano attorno alla storia che intendi raccontare, parlare con loro, costruire magari delle amicizie. Perché da queste persone, dai loro racconti, ti arrivano dei punti di vista diversi sui fatti, sulla storia, sui personaggi, che possono essere spunti interessanti, darti materiale che interessa te stesso e poi anche lo spettatore.”

Poi il maestro mi ha salutata e si è allontanato fra la folla di fan e amici che lo aspettavano.
Mi sono chiesta quindi quale punto di vista lo avesse affascinato nella sua ‘prima volta’, sarei tornata indietro per porgi la domanda, ma la risposta la avevo già: quando, da ragazzino, andò per la prima volta nelle Valli di Comacchio con la macchina fotografica regalatagli da sua madre e pensò di essere finito proprio nella foresta di Mompracem. Pare che questo sia un episodio sul proprio esordio che il nostro Folco Quilici racconta spesso. Io, però, so di averlo trovato nel 1984 nel suo libro per ragazzi “Memorie da un pianeta inventato” (edizioni Sei, 1983) che vi consiglio di leggere, se mai riusciste a trovarlo. Vista da lì, la fortuna di aver vissuto l’infanzia nei primi anni ’80 mi è sembrata ancora più grande.

A Ecomondo idee e sistemi per ridurre l’inquinamento

La Green Economy si è data appuntamento alla Fiera di Rimini per la diciannovesima Ecomondo, fiera internazionale del recupero di materia ed energia e dello sviluppo sostenibile. Da martedì oltre 1200 aziende si sono riversate nella cittadina romagnola per presentare – sino a domani – diversi modi di vivere “leggeri sulla Terra”. La manifestazione unisce alla fase espositiva convegni, incontri e tavole rotonde che stanno producendo buoni risultati, o quanto meno buoni propositi. Novità importante per i cittadini emiliano romagnoli è che sono in arrivo fondi importanti per favorire azioni di efficientamento energetico dell’industria e degli enti pubblici, per lo sviluppo di impianti di energia da fonti rinnovabili e per la mobilità sostenibile. Saranno infatti di circa 104,3 milioni le risorse messe a disposizione dalla Regione nelle aree urbane dell’Emilia-Romagna affinché si possa sostenere e realizzare un cambio di passo verso una maggiore sostenibilità dello stile di vita dei cittadini.

L’opportunità e l’incisività di questi interventi sullo sviluppo della competitività del territorio sono stati al centro del confronto “Low carbon economy, pianificazione energetica e competitività dei territori: temi e strumenti”, che ha visto la partecipazione dell’assessore regionale Attività produttive, piano energetico ed economia verde Palma Costi.
“La green economy – ha sottolineato l’assessore – rappresenta un’opportunità trasversale di crescita dell’economia regionale, un’occasione da cogliere e proprio in questa ottica stiamo lavorando per ottimizzare i finanziamenti europei in una visione di sviluppo eco sostenibile, ma competitivo. Per quanto riguarda in particolare la low carbon economy puntiamo a raggiungere e superare nel 2020 gli obiettivi della strategia europea assicurando piena partecipazione a cittadini ed imprese nella costruzione di una economia in grado di ridurre le emissioni di gas climalteranti, in grado di risparmiare energia e orientata all’utilizzo delle fonti rinnovabili”.

In Emilia Romagna sono circa 3.890 le imprese con un fatturato superiore al milione di euro che saranno potenzialmente coinvolte nell’indotto per la realizzazione delle azioni previste dai bandi del Por Fesr 2014-2020 sulla low carbon economy, al centro del dibattito. Si tratterebbe quindi di un cambio di passo importante anche per il settore imprenditoriale e per l’occupazione.

Ad Ecomondo le aziende e gli specialisti della sostenibilità stanno inoltre presentando nuove idee e nuovi sistemi per realizzare un percorso di decrescita dell’inquinamento: dalla produzione di metano sintetico dai rifiuti solidi urbani alla realizzazione di una piattaforma per la mobilità elettrica, passando per il settore della produzione dei rifiuti nell’ambito della grande distribuzione sono diversi i progetti presentati. In particolare ad Ecomondo è stato presentato il logo “Carrello verde”, un sistema di qualificazione ambientale dei punti vendita aderenti, ai quali vengono riconosciuti l’impegno e la performance ambientale raggiunta (che riguarderanno soprattutto l’abbassamento della produzione di scarti e i consumi di energetici). A firmare l’accordo per il “Carrello verde” Atersir, Legacoop Emilia-Romagna, Coop Adriatica, Coop Estense), Coop Nordest) e Coop Reno).

In occasione di Ecomondo sono stati convocati gi “Stati Generali” della Green Economy per l’Emilia-Romagna che si terranno il 27 novembre prossimo: questa data rappresenterà anche l’ avvio del nuovo Piano energetico regionale.

enrico-berlinguer

GERMOGLI
Coerenza
L’aforisma di oggi

Idee, valori, comportamenti: la forza dell’esempio e della coerenza.

enrico-berlinguer“E ora compagne e compagni, vi invito a impegnarvi tutti, in questi pochi giorni che ci separano dal voto, con lo slancio che sempre i comunisti hanno dimostrato nei momenti cruciali. Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo… è possibile conquistare nuovi e più vasti consensi alle nostre liste, alla nostra causa, che è la causa della pace, della libertà, del lavoro, del progresso della nostra civiltà”. (Enrico Berlinguer)

Sono le ultime parole pronunciate dal segretario del Partito comunista italiano, a Padova, dal palco di piazza della Frutta, il 7 giugno del 1984, durante il comizio di chiusura alla vigilia delle elezioni europee. Mentre le pronuncia appare in condizioni drammaticamente alterate. Ricoverato per un malore, gli viene riscontrato un ictus cerebrale. Morirà l’11 giugno.
Ai suoi funerali parteciperanno due milioni di persone.

 

Vedi le immagini finali dell’ultimo comizio

Vedi le immagini dei funerali

Vedi il film “L’addio a Enrico Berlinguer” di autori vari, a cura di Bernardo Bertolucci

Vedi il trailer del film “Quando c’era Berlinguer”, di Walter Veltroni

Berlinguer sul web:
http://www.enricoberlinguer.it/ [vai]
https://it-it.facebook.com/berlinguer [vai]

fablab-workshop

LA SEGNALAZIONE
FabLab, dove i sogni prendono forma

Fablab “Fabrication laboratory”, cosi ora si definisce un posto fisico o virtuale in cui poter trasformare le proprie idee e i propro sogni in concreti progetti, prodotti o prototipi. Sipro con Aster ha proposto un percorso informativo e di avvicinamento al tema per costruire un contesto ferrarese di opportunità.
Di questo si è parlato ieri a Palazzo Muzzarelli Crema con la presentazione di Caterina Brancaleoni, presidente di Sipro e poi con le relazioni di Barbara Busi di Aster e Massimo Menichelli di OpenP2Pdisegn; infine Piero Dioni di On/Off Fablab Parma e Marco Martelli di Fablab Imola che hanno presentato casi pratici di realizzazione. Sono possibili interessanti progetti di finanziamento tramite le risorse del Fondo sociale europeo.
Fare insieme, flessibilità, prodotti tecnologici, informatica, servizi personalizzati sono le parole chiave. Dispositivi tecnologici in comune per economie di scala sono la proposta. L’idea è creare un laboratorio in grado di collaborare a distanza ed elaborare progetti in forma digitale. Il progetto Adriatic Ipa-Smart Inno ha consentito la realizzazione di questa iniziativa in collaborazione, oltre che con Aster e dunque la Regione Emilia Romagna, anche con l’Università, il sistema Camera di commercio e enti pubblici di ricerca. Un luogo del fare tecnologico. Un posto in cui si concretizzano le idee che troppe volte sono rimaste sogni. In fondo avremmo molto bisogno di fare crescere questi posti per ridare speranza a persone capaci, intelligenti e soprattutto che invece di piangersi addosso vogliono provare a costruire la loro vita professionale, magari con altri. Bello. Mi piacerebbe essere più giovane per provarci anche io.

fablab-workshop
Tecnologia e innovazione

Questo interessante percorso educativo e formativo proseguirà venerdì 5 giugno sempre a Palazzo Muzzarelli Crema con “L’agenda digitale locale come motore per lo sviluppo del territorio“; questo è il titolo della seconda iniziativa presentata da Sipro con il Comune di Ferrara e Lepida  (in cui si trova anche la nuova sede di Sipro). L’obiettivo è ripensare l’organizzazione della pubblica amministrazione verso nuovi strumenti di innovazione digitale, ma anche una occasione per imprese e cittadini verso nuove tecnologie. Gianluca Mazzini, direttore generale di Lepida, presenterà l’agenda digitale in un contesto di banda larga; Fabio De Luigi, dirigente dei sistemi informativi del Comune di Ferrara, porrà l’accento su come Smart city e agenda digitale siano due valori di uno stesso sistema territoriale e Caterina Brancaleoni, presidente di Aster, ha poi il compito di presentare l’aspetto prioritario della programmazione economica del territorio e l’attuazione dell’Ict (Information and communication technology) per la provincia di Ferrara. In sintesi una interessante occasione di dialogo ‘alto’ orientato al futuro che ormai si avvicina verso un presente interessante da approfondire [vedi].

fablab-workshop
Bologna, Fiera R2B Research to business

Questo evento ha poi un seguito con un altro interessante seminario che si svolgerà venerdì 19 giugno al Mercato coperto [vedi] che proseguirà l’analisi delle potenzialità nell’ecosistema produttivo (Fablab e Makerspace). A Bologna, il 4 e 5 giugno ci sarà anche R2B – Salone Internazionale della ricerca industriale e dell’innovazione [vedi], una interessante fiera che si occupa di ricerca nell’ambito del business e dell’innovazione. Grande tema che in questa regione può proporre interessanti sviluppi.

ombrelli-mazzini

GERMOGLI
Fantasia.
L’aforisma di oggi

ombrelli-mazziniNon sempre è necessario spendere tanto per ottenere qualcosa di interessante. Talvolta le idee contano più dei soldi. E ci sono buone idee che si possono realizzare con zero spese o quasi. Un caso recente è quello di via Mazzini coperta da ombrelli colorati. Dopo una settimana dall’inaugurazione, la gradevole sensazione iniziale si conferma: il simpatico cielo colorato non stanca, ma al contrario rallegra la via. L’intuizione è della vulcanica Alessandra Scotti, titolare di FEschion coupon, artefice di numerose iniziative pubbliche che hanno il pregio di coniugare alla matrice commerciale apprezzabili risvolti in termini di socialità e di valorizzazione del tessuto urbano. In questo caso si è sommato l’impegno e l’entusiasmo dei negozianti della zona. Ma con fantasia e creatività si può sopperire anche alla scarsità di risorse. E questo vale per tutti e in tutti i campi. 

Jean_Piaget
Jean Piaget

“Se volete essere creativi, rimanete in parte bambini, con la creatività e la fantasia che contraddistingue i bambini prima che siano deformati dalla società degli adulti” (Jean Piaget)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

idee

Agorà degli studenti: elogio dell’ignoranza creativa e valorizzazione delle intuizioni anticonvenzionali

Al giorno d’oggi, sia per quanto riguarda il mondo della scuola sia per quanto riguarda il successivo mondo del lavoro, persiste una tendenza sempre più diffusa a valorizzare l’aspetto più ‘tecnico’ dell’apprendimento. Dunque si preferisce studiare e approfondire le discipline che possano in una certa misura riguardare l’aspetto economico-pratico della vita lavorativa, in una visione quanto mai utilitaristica della formazione, senza tener conto del fatto che, a ben vedere, le maggiori scoperte che hanno cambiato la storia del modo sono state fatte grazie alla creatività e alle curiosità anticonvenzionali. Secondo il professor Piero Formica, docente dell’Università di Dublino, mai come ora c’è un’urgente bisogno di cervelli pensanti, che però siano motivati e portati alla progettualità in funzione delle idee che vorrebbero portare avanti, senza temere che tutto ciò sia irrealizzabile. Questo il senso del seminario svoltosi lunedì 29 febbraio e martedì 1 marzo presso il Liceo Fermi di Bologna, organizzato nell’ambito del progetto Agorà degli studenti, che ha visto coinvolti i rappresentanti d’istituto della scuola felsinea e quelli del liceo Ariosto di Ferrara e dell’Istituto tecnico Scarabelli-Ghini di Imola. Le due giornate di formazione sono servite ai ragazzi, divisi in team, per ideare e mettere a punto un progetto, che è stato poi presentato agli altri. Infine è stato votato il progetto migliore.

Può risultare incredibile ai più, ma le idee e i progetti proposti sono stati estremamente interessanti e davvero innovativi, senza contare che se alcuni di questi fossero davvero realizzati potrebbero sensibilmente cambiare l’attuale quotidianità dell’uomo, fornendo servizi molto utili, in maniera estremamente funzionale e a basso costo.
Il progetto vincitore, per esempio, riguarda un nuovo modo di concepire le visite all’interno delle mostre e dei musei: una sorta di visione tridimensionale su determinati dettagli di un’opera d’arte, adeguatamente selezionati dai critici e dagli allestitori dell’esposizione, ai fini di comprendere meglio il significato nascosto dell’opera. Una seconda proposta, invece, ha lavorato sulla valorizzazione del mercato dei prodotti locali nelle città, attraverso una piattaforma multimediale che avrebbe lo scopo di mettere in relazione servizi e informazioni sulle merci a Km 0, per garantire l’efficienza del servizio al potenziale utente a seconda della zona indicata.

Il lavoro di progettazione di qualcosa che possa migliorare la nostra società non è solo una mera utopia, è qualcosa di molto proficuo che può portare a risultati incredibili. E’ opportuno pensare che il professor Formica abbia ragione, in questo mondo di ‘esperti’, sarebbe ora che si lasciasse spazio agli ‘inesperti’, o meglio gli ‘ibridi’, persone dotate di conoscenze in determinati settori, ma che allo stesso tempo conservino quella sana ignoranza creativa che ha permesso a uno come Steve Jobs, per fare un nome a caso, di fondare un’azienda del calibro della Apple.

ziferblat-caffè-tempo

L’IDEA
Ziferblat, il caffè a tempo

da MOSCA – Ulitsa Pokrovka, Mosca, le diciannove di una fredda domenica sera. Arrivo in taxi, come spesso ultimamente, fa troppo freddo e le fermate della metro sono il più delle volte lontane dai posti ai quali si è diretti. Se d’estate si può fare, ora quei metri sembrano chilometri. Scendo al numero 12, mi hanno detto che però devo girare l’angolo, entrare in una corte e cercare un piccolo cartello. Non è difficile, lo trovo quasi subito, salgo le scale.

ziferblat-caffè-tempo
La sveglia, il simbolo e il logo del caffè a tempo

Sembra un palazzo come tanti, e in effetti lo è, salvo che al secondo piano vi è una porta che introduce in un mondo magico, brulicante di giovani, d’idee, di chiacchiere, di progetti, di libri, di oggetti vintage, di tè e biscotti. Sì, perché qui non si beve nulla di alcolico. E’ uno spazio per i desideri, un luogo dove poterli veder avverare. Appena entrata mi fanno scegliere una sveglia (lo definiscono “il rituale”), sognatrice retro come sono scelgo subito quella più adatta a me, un modello d’altri tempi, un quadrante che si chiama Maya.
Accanto alle sveglie, tazze e bigliettini lasciati dagli ospiti. Oggetti di ogni tipo alle pareti, sempre curiosi e originali. Quadri e disegni ammiccano agli ospiti. Maya viene con me.

ziferblat-caffè-tempoUn po’ in russo è un po’ in inglese mi spiegano che posso (e devo solo) sedermi, dove voglio, portando con me quell’oggetto curioso, che, però, non funziona veramente, nessun ticchettio inquietante (meno male, o il passar del tempo diventerebbe ansiogeno). Le ragazze che mi accolgono segnano loro il mio momento d’arrivo, su un taccuino. Pagherò due rubli al minuto per la prima ora, un rublo a partire dalla seconda, solo per stare lì, ma non mi devo preoccupare, superate le cinque ore, il tempo si ferma e pagherò sempre la stessa cifra, fissa. Con quella sorta di simpatico, e vicendevolmente utile, scambio potrò prendere il caffè o il te, che mi serviranno giovani ragazzi e ragazze sorridenti o che potrò pure farmi da me, ci saranno biscottini al cioccolato, pasticcini e dolcetti sfiziosi tipo lingue di gatto.

ziferblat-caffè-tempoziferblat-caffè-tempoSono lì per partecipare a una serata letteraria italiana, di cui vi parlerò in futuro (perché ora voglio parlarvi solo di questo luogo) ma incrocio tante cose interessanti. Tutto è libero e compreso in quel tempo che si paga: bevande, snack, wifi, computer, stampanti, libri, atmosfera. Siamo molto lontani dagli anonimi caffè-catena della capitale, tipo Starbucks, Kofe Khaus e Schokoladnitsia. Tutta un’altra storia. A Ziferblat si parla anche italiano, si suona il pianoforte, si leggono libri. Le pareti sono costellate da volumi di ogni tipo. Le antiche macchine da scrivere, che peraltro mi appassionano da sempre, fanno subito comprendere lo spirito con il quale è nato questo posto unico, lasciatemelo già dire fin da ora.

ziferblat-caffè-tempoziferblat-caffè-tempoParlo con Dmitry, un gentile ragazzo russo che mastica un po’ di italiano, scambio email con varie persone che hanno creato quell’idea, risalgo al giovane fondatore, Ivan Mitin, quasi (e solo) trentenne. Ma come è nato Ziferblat e perché? Cosa significa la parola? Ziferblat significa quadrante dell’orologio, appunto, che caratterizza l’idea del tempo e che oggi rappresenta il “logo” dei caffè. E’ nato nel settembre 2011: Ivan voleva creare un “social network nella vita reale”, dove giovani creativi potessero incontrarsi liberamente portando di tutto, anche il proprio cibo oltre alle proprie idee, tutto tranne alcol, droga e fumo (qui è severamente vietato fumare). Un luogo dove si poteva diventare amici di tutti, perché bastava volerlo, guardarsi negli occhi e parlare. Dialogare davvero.

ziferblat-caffè-tempoA Ziferblat c’è lo spazio per organizzare eventi, serate letterarie, classi di disegno, concerti (chi arriva può suonare liberamente il pianoforte e, se non ne ha uno a casa, può tranquillamente venire qui). Incontriamo, allora, un ragazzo turco che prepara il caffè e insegna a farlo, un antropologo che racconta un suo documentario, una violoncellista che suona, uno scrittore che legge le sue pagine, un gruppo di amici che cena a lume di candela. Intellettuali e creativi che non sanno dove andare possono rifugiarsi fra queste mura accoglienti. Tutto è palcoscenico, qui, silenziosamente e puntualmente curioso. Ogni giorno. Se si è scrittori, poi, questo posto è un crogiuolo di idee e di pensieri. La penna vola, da sola.

ziferblat-caffè-tempoA questo spazio Ivan è arrivato dopo due prime fasi: quella della “poesia in tasca” e quella della “casa sull’albero”. Tutto era iniziato, infatti, con e dalla poesia. Grazie ad essa. Lui e i suoi amici lasciavano per strada, nascosti in vari luoghi, foglietti di carta con sopra scritte tante poesie. Ogni passante poteva raccoglierne una, farla sua e mettersela tranquillamente in tasca. Immaginate che bello vedere la città disseminata di poesia… Ma per fare questo e confezionare magia, i poeti avevano bisogno di un posto dove riunirsi regolarmente, per parlare, confrontarsi, sognare insieme. Ecco allora una piccola mansarda nel centro di Mosca, la “casa sull’albero” (‘dom na dereve’), sicuramente chiamata così per la sua posizione in alto, sui tetti. Chissà perché ma i tetti sono sempre legati a scrittori e poeti… (e comunque una bella, accogliente e calda casetta sull’albero resta il sogno di ogni bambino…). Per avere questo posto bisognava trovare qualche soldino in più rispetto a quelli che i poeti già avevano raccolto nelle loro “valigie”. Da qui era nato il progetto Ziferblat, che oggi è un’idea diventata realtà. Ivan e i suoi collaboratori insistono sull’originalità, la peculiarità e la differenza fra Ziferblat e i tanti “anti-caffè” che si trovano sparsi per il pianeta. Qui si fa cultura. Ivan ne è davvero convinto e ha convinto tutti.

ziferblat-caffè-tempoDal 2011 i Ziferblat aperti nel mondo sono già 11 e non solo in Russia. Hanno aperto anche a Londra, Manchester, Lubiana e prossimamente appariranno a Cracovia, Praga e New York. Qualche indiscrezione raccolta sul posto dice pure a Roma… Vedremo… Si sta cercando a San Lorenzo e in altri quartieri del centro della capitale. Per ora pare si facciano i conti con la burocrazia Italia, speriamo non sia un ostacolo insormontabile. Resta il fatto che se porti amici, porti eventi, idee, diverse culture, novità e “sostentamento” economico alla struttura (gli amici sono legati alla tua sveglia e anche loro, come te, pagano solo il tempo). Entrambi i carburanti sono necessari alla sopravvivenza di un’idea. A voi scoprirla, se lo volete. Magari tramandarla. Nel frattempo, vi auguriamo tanto buon tempo libero e spensierato, con gli amici di Ziferblat. Per me una vera serendipity (per essere alla moda).

Per saperne di più visita il sito di Ziferblat [vedi]

Fotografie di Simonetta Sandri

parole-impotenti

Se le parole sono la forma di un pensiero impotente

Il linguista Lakoff mette in luce la forza del linguaggio nel plasmare la morale e le opinioni politiche. Le narrazioni che gli individui elaborano sui diversi fatti in cui sono coinvolti o che giudicano, costituiscono delle cornici che orientano i modi di pensare e hanno un significato morale. Le parole sono contenitori per le idee, condensano categorie di giudizio che la mente incorpora nei circuiti neuronali. Il linguaggio è “incorporato” quindi, nel senso che contribuisce a lasciare tracce nella nostra corteccia cerebrale, che supportano poi i modi del pensare. Per questo le metafore possiedono una forza cognitiva e influenzano profondamente i pensieri e le posizioni che gli individui credono di avere elaborato sulla base di scelte razionali. Per questo il linguaggio che usiamo incide sulle nostre azioni.
Per fare un solo esempio, certe forme espressive (ognuno ne può richiamare alla mente con dovizia, attorno ad uno degli intercalari diffusi “non me ne frega un c.!”,) dispongono gli individui in un atteggiamento, in uno stato di subalternità, precludono la comprensione e anche la critica, sanciscono l’abdicazione a qualunque responsabilità individuale. In altre parole, assumendo le analisi dei linguisti, lo schema mentale che si instaura legato a quella frase si trasferisce ad altri contesti di vita, di pensiero e di azione. Per questo è importante l’attenzione al linguaggio di bambini e adolescenti: non è una questione di educazione formale, non si tratta di fastidio per il turpiloquio, si tratta di evitare che si formi un pensiero “impotente”.
Il linguaggio è il veicolo di una narrazione, come si dice con un’espressione appropriata, ma così abusata da perdere valore e da rappresentare la notte in cui tutti i gatti sono neri. Se pensiamo al nostro linguaggio quotidiano, vediamo le espressioni di cui siamo ostaggio. Intanto i superlativi: fantastico, straordinario, eccellente, pazzesco (certo il più emblematico della serie), oppure: drammatico, terribile, fastidiosissimo, etc. Queste locuzioni ledono il principio della sobrietà e, soprattutto, annullano con termini onnicomprensivi, l’esigenza di cercare modi sottili per esprimere e descrivere ciò che si intende mettere all’attenzione dell’interlocutore. In sostanza, non dicono nulla. Poi ci sono altre espressioni divenute insopportabili, le classificherei sotto il denominatore comune dell’empatia: tra queste le più pelose: “devo esserti sincero”, “come tu sai bene”, subdole perché tendono a togliere spazio di dissenso a chi ascolta. I talk show sono infarciti di questo tipo di frasi.
Altre espressioni riflettono l’idea di verità come testimonianza che si è andata affermando: “intendo”, “voglio dire”. Alcune modalità sono semplicemente comiche, ad esempio “letteralmente” per confermare la veridicità di ciò che si sta dicendo, “spesso e volentieri” applicato ad episodi sgradevoli.
Qualche giorno fa uno studente venuto a sostenere un esame orale, per esprimere la sua adesione alla mia domanda e il suo interesse al testo, intercalava con “fichi” una gran parte delle risposte. Come sapranno coloro che sono pratici della lingua, nella provincia di Parma, il termine è un modo “educato” per dire “f…”, universale ed eterna locuzione, che esprime l’universo semantico prevalente nei maschi (in tutti i tempi).

Maura Franchi – Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

SGUARDO INTERNAZIONALE
Oltre i confini, l’ascolto come strumento per accorciare le distanze

Se alzi un muro, pensa a cosa lasci fuori, diceva Italo Calvino.
Alzare muri non è mai una buona idea. Fisicamente, linguisticamente, culturalmente. Perché è la circolazione di persone e idee che permette di conoscere realmente gli altri. In antropologia, l’Altro è colui che geograficamente e culturalmente è lontano da un Noi. Ma basta ascoltare chi è fisicamente lontano da noi per poi accorgersi che la vicinanza è sorprendentemente intensa, forte ed empatica.
A Cara Italia ti scrivo c’è Gianpaolo Musumeci che racconta esperienze di viaggio, e ci sono studenti del Roiti che offrono spunti di riflessione scrivendo lettere a un ipotetico interlocutore nel mondo, in zone devastate da guerra, conflitti religiosi e politici. Storie lontane che appartengono a tutti. C’è Félicien, che scava il koltan in una miniera a cielo aperto. C’è il professore indiano che viene aggredito in metro a Roma. Ci sono le migliaia di arrivi dalla Libia, tema cui è ricorso l’anniversario della morte di 366 persone il 3 ottobre a cui venne in seguito data risposta con l’operazione Mare Nostrum, che si occupa di offrire sorveglianza e aiuto a tute le persone che arrivano in Italia via mare, e che sarà a breve sostituita da Frontex Plus. C’è l’arrivo di migranti balcanici che percorrono chilometri e chilometri a piedi. C’è la questione irrisolta del conflitto palestinese e di due popoli che non trovano pace. Non possono e non devono esserci storie, facce, sguardi dimenticati, perché dimenticare una sola persona significa voltare le spalle a tutte.

Per la rassegna Mondoascolti, Nija Dalal e Nina Garthwaite, fondatrice del progetto radiofonico In the Dark che propone progetti incentrati sull’ascolto nei luoghi pubblici, e introducono due radiodocumentari. Senza parole di Katharina Smets è una delicata storia di un incontro, in un giardino di Parigi, tra due donne apparentemente diverse che cercano e trovano il modo di comunicare. Non ci sono troppe parole, ma prevalgono i pensieri, gli stati d’animo che la voce narrante, una delle due protagoniste, racconta, osserva per poi restituire all’ascoltatore. E dove ciò che colpisce realmente è la semplicità con cui si arriva al dialogo, tra una osservazione sul giardino che la donna cura, la promessa di ritornare e il dono di un annaffiatoio per curarlo. E dove in fondo non c’è bisogno di troppe parole per capirsi, ma basta la omonima canzone di Vasco Rossi Senza parole. On the Path of Promaja è una originale riflessione sulla parola promaja, che l’autrice Léa sente durante un viaggio nei Balcani e che in macedone indica una ventata forte e improvvisa che arriva nelle case e se ne va, altrettanto velocemente quanto è arrivata. Parola misteriosa e ricca e sfaccettata, perché indica anche la speranza. E che, al pari di parole splendide e misteriose quali saudade, Weltanschauung, adagio sono intraducibili, perché nate nella culla di un luogo e destinate a definire qualcosa che è costitutiva di quel luogo, ma appartengono a tutto il mondo, destinando a chiunque un prezioso scorcio di cultura.

enrico_berlinguer

Tutta la modernità di Enrico Berlinguer

Casa per casa, strada per strada. La passione, il coraggio, le idee: è il titolo dell’antologia degli scritti e degli interventi di Enrico Berlinguer curata dal giovane Pierpaolo Farina – studente, blogger e fondatore nel 2009 del sito web enricoberlinguer.it – e presentata venerdì pomeriggio alla biblioteca Ariostea. Ma sono anche le ultime parole pubbliche pronunciate dal leader politico durante quel comizio in piazza dei Frutteti a Padova il 7 giugno 1984: “Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada”.
Azzardo l’ipotesi che Pierpaolo Farina non le abbia scelte a caso e non a caso le abbia accostate ad altri tre vocaboli: passione, coraggio e idee. È racchiusa tutta qui, anche se non è cosa proprio di poco conto, la distanza che separa Enrico Berlinguer dalla classe politica, per non dire dirigente, dell’Italia di oggi.
Ascoltando soprattutto gli interventi dello stesso Pierpaolo e di Federico Varese, entrambi incentrati sulla modernità delle formulazioni e delle tesi del segretario del Pci, ho provato due sensazioni del tutto contrastanti fra loro. Una è la speranza che un’altra politica sia possibile, in antitesi a tutto ciò che la mia generazione ha vissuto e sta vivendo (sono nata proprio in quel 1984), una politica intesa come sacrificio, abnegazione, servizio, fino all’ultimo istante della sua vita, come dimostra il fatto che quell’ultimo comizio lo ha voluto finire. L’altra è lo sconforto per il fatto che, come ha detto Pierpaolo, “volenti o nolenti negli ultimi trent’anni l’unico progetto di società alternativa a quella esistente, in cui fossero presenti tutte le libertà tranne quella dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è proprio quello di Enrico Berlinguer”. Intendo dire che quest’attualità diventa quasi drammatica perché forse significa che in trent’anni ben poco è cambiato.
“I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti”: sono parole famosissime pronunciate da Berlinguer in un’intervista a Eugenio Scalfari del 1981.

Ma, e qui ritorna la speranza, la modernità di Enrico Berlinguer nasce soprattutto dalla forza e dalla lungimiranza delle sue idee, come per esempio quelle sulle “forme di governo mondiale dell’economia” citate da Varese, che prefiguravano nuove forme di contrasto su scala globale a un capitale anch’esso mondiale. Oppure ancora quelle espresse sul progresso tecnologico nell’intervista Orwell, il computer, il futuro della democrazia a Ferdinando Adornato nel 1983: “io vedo oggi la possibilità di due processi contemporanei: da una parte l’uso della microelettronica per rafforzare il potere dei gruppi economici dominanti […] Dall’altra però vedo una grande diffusione di nuove conoscenze che può portare ad un arricchimento di tutta la civiltà”.

Partecipando all’incontro, da cui è emersa tutta la carica innovatrice di questa figura cardine della politica italiana del secondo dopoguerra, mi è tornato alla mente uno spettacolo cui ho assistito all’inizio del dicembre scorso al teatro Comunale di Occhiobello: ‘Berlinguer. I pensieri lunghi’, di Giorgio Gallione, interpretato da Eugenio Allegri. I pensieri di Berlinguer erano lunghi non solo perché è stato sorprendentemente lungimirante nel prefigurare scenari politici futuri, ma soprattutto perché – come si dice all’inizio dello spettacolo – l’utopia serve “a camminare” e rimane “sempre all’orizzonte”.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi