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CREATURE DI UN SOL GIORNO
Camminando lungo la strada verso nessun dove

“Fragile”: questa semplice parola stampata in bella evidenza su una  confezione ci avverte di fare attenzione, di maneggiare con molta cura il contenuto.
Sin dallo sviluppo del pensiero greco dell’antichità abbiamo appreso che il contenuto più fragile per eccellenza è l’Uomo stesso; e questo perché  sostanzialmente inerente alla natura umana è la morte, in modo imprescindibile ne condiziona non solo l’esistenza ma il senso stesso dell’esserci.
Allo stesso tempo la morte mostrando così tutta la fragilità della creatura umana, sottolinea la preziosità della vita stessa.

Il poeta greco Pindaro nell’ottava Pitica chiama in modo straordinariamente evocativo e lirico le creature umane creature di un sol giorno“, ed è proprio questo verso che utilizza Mauro Bonazzi, docente di filosofia antica alla Statale di Milano, come titolo del suo ultimo saggio sul mistero dell’esistenza secondo il pensiero greco. La natura di “creature di un sol giorno”, cioè creature effimere, porta con sé due fondamentali conseguenze: l’essere mortali e quindi  il problema del senso da dare alla nostra esistenza  e l’essere soggetti al passare del tempo e quindi il senso da dare all’instabilità delle cose dentro e fuori di noi, ai cambiamenti dovuti allo scorrere del tempo stesso.
Per impedire all’angoscia, alla paura e al timore di impossessarsi dell’animo umano di fronte all’inevitabilità del termine della nostra vita, la civiltà greca, (che detto per inciso gli allievi della scuola media italiana grazie alla riforma Moratti non hanno più come oggetto del loro studio!) ha prodotto una riflessione filosofica che ha condizionato la storia del pensiero occidentale e che interroga seriamente anche noi uomini della  società post moderna. 

La tentazione: la vita del piacere

La riflessione dei greci sulla morte e sull’esistenza, seguendo il percorso suggerito da Bonazzi ,è riconducibile a tre possibilità.
Aristotele chiama la prima la vita del piacere”. E’ la vita di chi segue il godimento dei beni concreti, di chi sublima il mistero dell’esistenza nel soddisfacimento esclusivo di bisogni materiali e in tale dimensione trova adeguata realizzazione. E ‘il medesimo principio su cui si fonda la nostra società globalizzata dei consumi, caratterizzata per l’appunto, secondo la psico analista di formazione lacaniana Julia Kristeva, dal narcisismo e conseguentemente dalla rimozione della mortalità.

L’immagine più significativa ed esplicita di quello che si sta dicendo la possiamo ritrovare nel videoclip Road to nowhere dei Talking Heads, nella sequenza  del giovane che insegue il carrello della spesa, segno inequivocabile di uno strumento – il consumo – che si è fatto fine e non solo necessario mezzo per soddisfare determinati bisogni.
Il titolo del videoclip, in italiano la La strada per il nessun-dove , rappresenta  con una serie di veloci sequenze della durata di pochi secondi, l’ inconsistenza dell’american dream, e riprendono i temi chiave della denuncia di Christopher Lasch affrontate nel suo  La cultura del narcisismo, opera edita nel 1979 ma talmente profetica e attuale che proprio quest’anno è stata ristampata per i tipi della Nora Pozza. L’autore, anticipando il ruolo di grandi scrittori di saggistica sociologica come J. Rifkin e Z. Bauman, riflette sulla crisi culturale che anima l’Occidente e che consacra la trasformazione del narcisismo da disturbo psicologico a format di un’intera società. “Il narcisismo impatta potentemente sulla percezione del tempo e della storia, determinando ciò che in modo diverso i teorici del postmoderno avrebbero chiamato ‘presentificazione’. Per dirla con le parole di Lasch: “Dal momento che la società è senza futuro, acquista un senso vivere solo in funzione del presente, occuparsi soltanto delle proprie ‘realizzazioni personali’, diventare fini conoscitori della propria decadenza, coltivare un’“auto-osservazione di ordine trascendentale”.[Qui]

 …altre due possibilità: la vita politica e la vita contemplativa

La vita politica e la vita contemplativa sono le altre due strade significative che, secondo Aristotele, riescono a dare senso pieno all’esistenza e  rispondere così al problema della morte. Impegnandosi nella vita politica, nella vita attiva,  l’uomo deve combattere per dar prova del suo valore e dunque mostrare che non è vissuto per niente. Omero è il primo cantore di questa concezione e Achille ne è il campione . Per l’eroe ciò che conta è il time, l’onore, espresso dal valore del bottino conquistato sul campo di battaglia ,e che conduce al kleos ,alla gloria.
Ma anche noi uomini del post moderno abbiamo la nostra Iliade: forse che non si è parlato dell’essere in emergenza da covid-19 come dell’ essere in guerra e di medici e infermieri come eroi a cui rendere pubblico onore? Ecco quindi che possiamo vedere il nostro pensiero archetipo emergere attraverso il linguaggio; scelte lessicali  che non vengono comprese  da chi rigetta giustamente tale terminologia bellica per scegliere altre prospettive  più solidali  (“siamo in cura”), ma che non permettono di capire cosa sta succedendo: sempre i cittadini affidati al sistema sanitario sono da considerarsi in cura, ma mai si era parlato, prima dell’emergenza pandemica, di medici-eroi…anzi!
Secondo questa seconda interpretazione, che si fonda sulla priorità della vita attiva, il kleos è il richiamo profondo  che davvero interessa, perché è ciò che permette di non essere dimenticati e quindi di raggiungere l’immortalità: nel momento in cui riusciamo a lottare contro la morte, lottiamo contro la nostra morte, sino a dare la vita.

Il pensiero greco ci svela che siamo esseri desideranti, perché è proprio il desiderio che ci spinge a lottare per affermarci, per non morire. E quando il mondo omerico verrà superato dal nuovo mondo della polis, la sfida diventerà quella di affermare il proprio valore insieme, non più distruggendo ma costruendo. Costruire con gli altri è l’unica attività capace di dare significato alla realtà e a noi stessi.
Tutto questo abbiamo ereditato col seguire la via della vita politica ;da qui nascerà lo Stato e la democrazia.
Tutto questo oggi è in profondissima crisi.

Ma l’uomo non è solo azione, è soprattutto  conoscenza, ragione, contemplazione.
Infatti è la razionalità, è il pensiero che ci contraddistingue come esseri umani.  Siamo fatti per conoscere. Siamo Ulisse, l’Ulisse del XXVI canto dell’Inferno di Dante. E’ con la ragione che riusciamo a comprendere noi stessi e  la realtà. La morte fa parte di questa realtà. La conoscenza ci rende liberi, anche dalla morte. E’ con la ragione che si è capaci di andare al di là dell’apparenza, cogliendo il tutto e quindi l’ordine con cui è organizzata la realtà, dove la morte è una necessità.
Conoscenza che  il socratico conosci te stesso ha posto alla base della realizzazione di ognuno di noi ma che invece viene messa dalla nostra società liquida al servizio di qualcosa d’altro.
La conoscenza serve infatti a modificare l’agire, o a direzionare la vita attiva quando questa non produce i risultati sperati. Abbiamo visto Istituzioni, autorità laiche e religiose rimettersi fiduciose a virologi, scienziati, ricercatori e seguire protocolli suggeriti dalla comunità scientifica fino alla interdizione dalla partecipazione ai riti funebri.

Se c’è un elemento che può sviluppare il senso critico questo riguarda la conoscenza. Non a caso per esempio abbiamo assistito ad un percorso di normalizzazione della scuola che l’ha portata dall’essere scuola della conoscenza a quella più funzionale agli imperativi di mercato, dI scuola delle competenze. E’ sempre il mondo della conoscenza che cambia la società, mai il contrario. Se questo non succede, come nel caso citato, allora dietro ci sono altri interessi particolaristici.
L’eredità per il pensiero occidentale della filosofia  greca è proprio questa: la possibilità inerente alla vita attiva e alla vita contemplativa di poter essere infinitamente finiti e finitamente infiniti.
‘Il fine’
‘la fine’ per i greci coincidono, la morte si concepisce all’interno della vita, la rende possibile. Nella società attuale la fine invece è un incidente che si cerca solo di rinviare, i nostri fini sono tutti nella vita.

Si può perdere la propria vita e vincere la Morte

Nel 1957 il regista Ingmar Bergman con il suo film Il settimo sigillo  rappresenta il tentativo della società occidentale di rimuovere la paura della morte. Un cavaliere, Antonius Bloch, sulla via del ritorno dalle crociate incontra la Morte e le propone una partita a scacchi: una partita la si può vincere o perdere, così come la propria vita.
Ma nel film di Bergman viene presentata un’altra soluzione…ci arriviamo da un’altra parte.

Nel 1915 Sigmund Freud scrive un breve articolo, Caducità, prendendo spunto da un episodio accadutogli due anni prima, da una conversazione avvenuta durante una escursione con due amici, il giovane poeta Rainer Maria Rilke e Lou Salomè, l’affascinante confidente di entrambi, dove il giovane poeta si rammaricava  che tutta quella bellezza  sarebbe poi finita col sopraggiungere dell’inverno.
Così commenta Cristina Cimino su Doppiozero: “La risposta di Freud al giovane poeta è che la caducità delle cose non ne sminuisce il valore, al contrario, lo accentua. Una posizione consolatoria solo a uno sguardo superficiale e che in realtà ribadisce in termini meno crudi quanto egli aveva già affermato pochi anni prima nel saggio Considerazioni attuali sulla guerra e la morte: la vita va vissuta e può essere vissuta solo accettando ciò che non è eliminabile, ossia la morte.” [Qui] Freud solo in seguito strutturerà in modo più adeguato la sua teoria sull’elaborazione del lutto e dell’estrema difficoltà che ha l’individuo ad affrontarlo e superarlo. Qui interessa proporre alcune osservazioni a margine di tale percorso.

In primo luogo il lamento di Rilke sulla caducità della natura umana sarà ripreso nelle sue Elegie duinesi del 1912 in cui arriva ad affermare che “l’esser stati, pur una volta soltanto, non pare essere revocabile”. Nessuno potrà togliere la gioia immensa derivata da tutti i momenti vissuti con la persona oggi assente.
La scrittrice americana Joan Didion nel suo struggente  L’anno del pensiero magico fa proprio  questa operazione: guardando al tempo trascorso col marito morto all’improvviso, incontra i ricordi di una vita, non fugge, ma gioca la sua partita a scacchi ,e pur nella sofferenza devastante di ogni mossa, la porta a termine.

Ed eccoci di fronte all’altro. Infatti “nessuno di noi crede fino in fondo alla nostra morte” dice Freud “anche quando ci raffiguriamo come andrà dopo la morte, chi ci piangerà… possiamo notare che noi siamo ancora lì in qualità di spettatori.”. Impariamo cosa è la morte dalla morte dell’altro. E’ quando l’altro diventa il nostro fine che ci battiamo contro la nostra fine.
L’altro è oggetto del nostro desiderio, vivere è desiderare dei desideri che moriranno nel momento in cui saranno soddisfatti. Questa è la morte, ma la morte non interrompe nulla. E’ la morte del desiderio la vera morte.

Ogni discorso sulla vita e sulla morte ha come premessa la presenza dell’altro, soggetto e oggetto del nostro desiderare. La soluzione quindi proposta nel film di Bergman è quella di un amore gratuito, infinito verso l’altro: “L’unico modo di sconfiggere la morte – e quindi di inaugurare la vita nuova – è l’amore verso il prossimo. E difatti, pur di salvare una giovane famiglia di saltimbanchi dall’incontro con la morte, il cavaliere con un gesto improvviso e premeditato rovescia le pedine degli scacchi dando così la possibilità alla morte di vincere la partita. Questa sorride perché ha raggiunto il suo scopo. Non si accorge invece di essere stata ingannata. Distratta dalla mossa del cavaliere infatti la famiglia riesce a fuggire e salvarsi .Di fatto la Morte ha perso perché sconfitta dall’amore”. [vedi qui]

Non è casuale che  alla società dell’uomo globalizzato, la società che opera per la rimozione della morte e del dolore, sia confacente invece l’espulsione dell’Altro! Questo è il titolo dell’ultimo saggio di Byung-Chul Han (L’espulsione dell’Altro, nottetempo edizioni) docente di filosofia all’università di Berlino, dove viene mostrata la destabilizzazione e il disturbo provocato, in un mondo dominato dalla comunicazione digitale e dai rapporti  neoliberistici, dalla singolarità vivificante dell’Altro.

 …finchè Amore non vi separi!

In una intervista del 2012 Zygmunt Bauman parla con l’inviato di Repubblica della sua vita a trecentosessanta gradi nella sua casa a Leeds in Inghilterra. La stanza dove si svolge l’incontro è tappezzata di ricordi dell’amatissima moglie Janina, scomparsa nel dicembre del 2009 dopo essere stati sposati per sessantadue anni. Dopo quel lutto non scrisse più una riga per molti mesi, lui che ogni giorno alle cinque del mattino era solito aver già compilato quattro cartelle! Questa è la risposta data alla domanda del giornalista su come fosse riuscito a superare un evento del genere:
“L’inarrestabile eloquio del professore si arresta. Chiude gli occhi. Riaccende la pipa. È un’esperienza molto privata, non voglio condividerla. So bene che viviamo in una società confessionale, ma io non mi ci trovo bene. Posso solo dire che lei è ancora con me. Le sue ceneri sono al piano di sopra, nel mio studio. La sua immagine è la prima che vedo quando accendo il computer all’alba. Riesco, in qualche modo, a vivere ancora con lei. Conversiamo, e non perché sia pazzo, ma perché è il modo in cui abbiamo vissuto insieme per sessantadue anni e probabilmente non finirà mai. Mi spiace, ma è tutto quel che posso dire”.[Qui l’intervista integrale su Repubblica del 12/06/2012]

L’amore è così tanto mescolato  alla morte che non si estingue con l’assenza della persona amata ma persiste nel tempo, superandolo. Il suo passare non lenisce alcunchè, ma permette di vivere la sacralità dell’eternità anche a chi ritiene essere vuoto il cielo. E’ un dialogo che continua, che  trasforma chi è stato toccato dall’amore dell’altro, e che trova modi e forme inedite in ognuno, ma che sempre congiungono eternamente il cielo alla terra. E questo è un legame talmente profondo da rovesciare completamente ciò che ordinariamente viene considerato forte e debole, poiché riesce a metterci a nudo di fronte alla nostra fragilità.

Tutto ciò mostra la scena dell’Iliade nel XXIV canto, con la visita del re Priamo nella tenda di Achille, venuto a supplicare la restituzione del corpo di suo figlio Ettore ucciso dall’eroe acheo:
“Ma Priamo prendendo a pregare gli disse parola:
«Pensa al tuo padre, Achille … io sono infelice del tutto, che generai forti figli
e non me ne resta nessuno…,
e quello che solo restava..
tu ieri l’hai ucciso…
Ettore… Per lui vengo ora alle navi dei Danai,
per riscattarlo da te».
Disse così, e gli fece nascere brama di piangere il padre:
allora gli prese la mano e scostò piano il vecchio;
entrambi pensavano e uno piangeva Ettore, rannicchiandosi ai piedi di Achille,
ma Achille piangeva il padre… s’alzava per la dimora quel pianto”.( Iliade, XXV)

Fino a quando l’amore continua il dialogo interrotto, fino a quando l’uomo sarà capace di “piangere insieme” – la morte non avrà l’ultima parola. E questo infine è anche il messaggio che ci ha lasciato Emanuele Severino, recentemente scomparso all’età di 91 anni , non a caso definito ‘il filosofo che ha sconfitto la morte’. Intellettuale originale, tra i più autorevoli del Novecento italiano, capace di conciliare la tensione speculativa e etica alle radici del pensiero occidentale, partendo dalla filosofia greca, con le inquietudini e le problematiche della società tecnologica attuale.
Il nucleo del suo pensiero risiede nel ritorno al pensiero di Parmenide, con l’affermazione che il divenire non esiste, le cose non nascono dal nulla né ritornano nel nulla, sono invece eterne, anche se abbiamo l’impressione fallace che scompaiono.
Anche   Severino ricordava spesso nelle interviste la moglie Esterina scomparsa una decina anni prima di lui, prima lettrice delle sue opere, sempre discusse e condivise prima con lei nei lunghi intensi anni  passati assieme. In una di queste possiamo leggere che a  volte mentre Esterina rileggeva i suoi scritti, alla menzione dell’eternità dell’essere, lei gli diceva: “come vorrei che le cose stessero davvero come dici tu”. [Vedi linkiesta.it del 15/06/2019] 

Cover: Ingmar Bergman sul set de Il Settimo sigillo (Wikipedia commons)

Ulisse si tuffa nel Baltico

di Lorenzo Bissi

Se ciò che sto per scrivere striderà alle orecchie dei lettori tradizionalisti, la cosa non mi sorprenderà: a primo impatto sarà inverosimile, ma di riga in riga diventerà sempre più convincente.
Secondo la tesi di Felice Vinci, ingegnere nucleare appassionato di cultura classica, Iliade e Odissea non sono ambientate nel mar Mediterraneo, bensì trovano la loro ubicazione nel mar Baltico.
Come può venire in mente un’idea del genere ad una persona?
È Plutarco ad aprire la pista d’indagine, quando afferma nel dialogo De facie quae in orbe lunae apparet che l’isola di Ogigia, dimora della Ninfa Calipso, si trova a cinque giorni di navigazione dalla Britannia (Gran Bretagna).
Da questo punto in poi, Vinci ha analizzato i due poemi epici e l’idea dell’Omero nel Baltico ha preso una forma sempre più definita.
Impossibile, direte, ma per farvi cambiare idea e magari incuriosirvi, mi farò mediatore della tesi, e vi porterò alcune prove.
Omero parla spesso di una fitta nebbia che cala sulle pianure durante le battaglie, e descrive il mare che le navi attraversano come “livido” e “brumoso”, aggettivi che si addicono molto di più alle acque del nord che a quelle dell’Ellade; a causa di questo grigio clima poi, gli eroi portano sempre tuniche e folti mantelli, da cui non si separano neanche durante i lauti banchetti a cui partecipano.
Il viaggio di Ulisse si svolge in tempi relativamente brevi, che difficilmente coincidono con la ricostruzione fatta nel Mediterraneo: sono molto più verosimili su a nord, dove anche i “biondochiomati” Ulisse e Achille (per citarne due) trovano un ambiente più congeniale.
È poi incredibile come, se ci si reca a Toija, in Finlandia meridionale, ci si possa trovare attorno un panorama analogo a quello descritto da Omero nelle vicinanze di Troia; la somiglianza geografica è rimarcata da quella delle parole: Aijala, località che si affaccia sul mare, prossima a Toija ricorda la parola greca aigialos, che significa spiaggia.
Come se non bastasse, nella terra dei Lestrigoni (collocata ad estremo nord nella ricostruzione) le giornate sono lunghissime, e dall’isola della maga Circe, ricollocata al livello del circolo polare artico, nell’arcipelago delle isole Lofoten, si può assistere a fenomeni come il sole della mezzanotte o le “danze dell’Aurora”
Infine, ciò che c’è di più affascinante è l’interpretazione che Vinci ha dato delle creature marine.
Cariddi viene descritto dal Rapsodo come un enorme gorgo che inghiotte le navi nelle profondità, il che fa pensare al Maelstrom, un fenomeno naturale causato dalle correnti d’aria davanti all’isola di Mosken, in Norvegia; quest’isola, tra le altre cose, ha una forma simile ad un tridente e Ulisse, dopo aver superato Cariddi, sbarca proprio sull’isola di Trinachia, che in greco significa “tridente”.
Il “canto delle sirene” potrebbe essere un kenning (una sorta di metafora tipica delle lingue nordiche) usato per indicare il suono della risacca provocato da scogli e bassifondi, che illudeva i navigatori di essere giunti alla terraferma, per poi inghiottire le loro navi.
Se queste prove non sono state abbastanza persuasive, lo posso comprendere: anche io sono scettico: eppure, davanti a così tante corrispondenze, è difficile non farsi sorgere almeno un dubbio.
E dunque, inghiottito nel maelstrom del mondo omerico, continuo a ricercare prove di questo trasloco di civiltà, che, geograficamente coì lontane, sono evidentemente vicine dal punto di vista culturale.

simi

Nireus e Symi fra mito e realtà

“E venne il giorno in cui il messaggero del gran re miceneo Agamennone fu ammesso alla presenza del re Nireus. Il suo compito era ottenere un tangibile contributo in uomini e navi per la grande spedizione punitiva greca allestita contro Troia con l`intento di vendicare il grande affronto a Menelao. Nessuno della corte del giovane re ancora immaginava quali drammatiche e luttuose conseguenze avrebbero portato dieci anni di guerra sotto le mura della città fortificata che ospitavano Paride e la contesa bellissima Elena.
Il re Nireus, presa la decisione, convocὸ i prìncipi e i notabili dell’isola e decise di partire per la guerra dopo aver malinconicamente abbracciato la sua promessa sposa Korydallo. Con lui lasciarono le proprie case un manipolo di uomini ben addestrati provenienti dai singoli piccoli reami dell`isola e tre navi armate per la battaglia.”

Quando storia e leggenda si fondono miti ed eroi si appropriano del nostro lato razionale, lasciando spazio al palcoscenico sul quale si rappresenta la nostra narrazione, una tragedia greca dal fascino irresistibile, mitigata dalla bellezza dei luoghi nei quali si svolge: la struggente storia d`amore di Korydallo e Nireus.
Per i piὺ, il giovane re Nireus, figlio del re Harope, non risulta familiare al pari degli altri protagonisti dell’Iliade, immortale opera omerica. Al tempo della spedizione a Troia lui era il re di Symi, isola del Dodecaneso.
Simi è un piccolo lembo di terra che conta oggi circa 2.200 abitanti su una superficie che, se racchiusa in una circonferenza, avrebbe sei chilometri di diametro. Solo per la statistica, prima dell`occupazione italiana del 1912 gli abitanti erano stimati in oltre 25.000.
L’isola, nota nel Dodecaneso per la sua lunga tradizione marinara di costruzione di barche in legno – tanto che la leggenda vuole sia stata costruita qui la nave Argo di Giasone e i suoi Argonauti – occupava diverse maestranze nella produzione del vino e nella raccolta e nella commercializzazione delle spugne naturali. Per questo era indicata anche come l’isola delle spugne, presenti sui banchi dei numerori venditori e, ancora oggi, una delle attrattive per i visitatori giornalieri, anche se il reale commercio terminὸ con l`avvento delle spugne sintetiche.

isola simi
Una veduta dell’isola di Simi

L’entrata nell’anfiteatro naturale del porto di Gialos, che nel V secolo a.C. vide la battaglia navale fra spartani ed ateniesi narrata dallo storico gravo Tucidide, bene rispecchia la ferma volontà e attenzione delle autorità locali e nazionali nel conservare questo unico scenario opera dell`uomo e della natura.
La tipica architettura che si incontra ovunque, dalle piccole case multicolore pastello a un piano con timpani decorati da maschere o da traforati alle stupende ville ottocentesche in parte oggi in via di ristrutturazione, accompagna affiancandola su ambo i lati la scalinata principale, la Kaly Strata, che dal porto Gialos sale al paese alto: oltre 470 gradini, per i più allenati, e una vista sulle baie, sulle barche ormeggiate, spesso lussuose, e sulle case da lasciare stupefatti.
Orientati sull’asse est-ovest ecco la presenza delicata, incastonati al sole sui pendii, di numerosi monasteri (una quantità inimmaginabile, si parla di 245 siti religiosi). I mulini posti sul pendio sinistro, oggi alcuni ristrutturati e altri ancora in attesa di interventi, completano una scenografia unica e testimoniamo un passato di lavoro isolano oggi scomparso.

Fra baie e calette, con il mare di un blu intenso che sfuma al blu-verde e allo smeraldo, il re Nireus si allontanava da questo meraviglioso scoglio dell’Egeo e dall’amore, seguendo con le sue tre navi la rotta verso Troia insieme alle cento navi della spedizione punitiva. Ed ecco Omero nel II canto dell’Iliade tessere le lodi del giovane re: “Il re Nireus partì da Simi con tre navi, il figlio d Haropou e Aglaias. Egli era il piὺ bello dei re dopo Achille”.
Si racconta che il valoroso e affascinante re di Simi ebbe scontri epici sotto le mura di Troia, combattendo valorosamente contro le Amazzoni, le donne guerriere al comando della bellissima regina Pentesilea, chiamate da Priamo dopo la morte di Ettore a difendere Troia contro i Greci.
In un ultimo corpo a corpo, intrappolato da numerosi nemici, l’infausto destino attendeva inesorabile Nireus. Le sue ceneri riportate a Simi all’interno di un’urna dal comandante Xoute, il padre di Korydallo, furono deposte dalla stessa amata e promessa sposa nella grotta di Nanou sull’isola, destinandosi lei stessa a vivere per sempre nell`oblio.

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