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Aspettando la notte
…un racconto

Aspettando la notte
Un racconto di Carlo Tassi

Mangio per noia.
Il grasso della pancia è un peso che accetto con filosofia.
Il tempo fugge, mi frega, s’allontana.
Lo inseguo, goffo come sono, coi miei biscotti in bocca.
Resto indietro come previsto, il tempo vince sempre. Lui corre, io mangio… non c’è partita.
Forse è la luce. Troppa luce mi disturba, mi distrae, m’acceca.
Resta il pensiero, lui è mio amico e gli chiedo aiuto.
Alla fine siamo sempre io e lui a fare i conti col mondo.
Quale mondo? L’altro mondo? La fine del mondo?

Il mondo fuori da queste mura e il mondo dentro la mia testa, i conti non tornano mai.
E il tempo? Il tempo corre, io rifletto e resto indietro.
Fuori la gente passa, vive, muore, m’ignora, non esiste…

Io non esisto per la gente ma non m’importa, nella mia testa c’è una gran folla che m’aspetta.
Ma questa luce mi danneggia, mi confonde, mescola i pensieri, li corrode, li dissolve.
Così aspetto. Il tempo passa e io aspetto.
E finalmente arriva!
Arriva la sera, fresca e leggera. Mi culla e mi coccola un’ombra giovane e calma.
Apro gli occhi lentamente, il mio dolce mondo di tenebre è qui.
Liberato, fuoriuscito, sconfinato. Fluttuante di pensiero, senza il peso del giorno.
Ora posso vivere come voglio, andare dove voglio, parlare con chi voglio.
Almeno per un’altra notte ancora.

L’una di notte, seduto ad ascoltare una vecchia canzone.
L’oscurità circostante espande l’orizzonte.

E il tempo?
Il tempo s’è fermato ad ascoltare, anche lui come me.
Per un istante, io e il tempo riusciamo anche a guardarci, a salutarci, rigorosamente al buio.
Poi l’istante, per incanto, diventa come eterno.
E rivedo un ragazzo di quarant’anni fa canticchiare la mia stessa canzone.
È a casa dei genitori in via Belletti al numero sei, in una taverna rustica con un caminetto acceso.
Gli amici, gli amori, la scuola, le serate al campetto. Cuori selvaggi, ingenui, in sella ai motorini a far castelli di carta.
Meravigliosi castelli di carta dissolti dal tempo.

Il tempo appunto. Me n’ero quasi dimenticato.
Il tempo non s’è mai fermato, anche se per un po’ ci avevo creduto.
Ho cantato quella canzone per tutta la notte, o forse per tutta la vita, non lo so, il tempo corre.

Tra poco tornerà la luce e un nuovo giorno per continuare a invecchiare.
Non rimane che aspettare la prossima notte per ascoltare un’altra vecchia canzone assieme a quel ragazzo di quella casa in via Belletti al numero sei.

Bring On The Night (The Police, 1979)

Per visitare il sito di Carlo Tassi clicca [Qui]

FANTASMI
PERCHÉ I FANTASMI CI PERSEGUITANO

Inizia oggi, e vi terrà compagnia ogni settimana, una nuova rubrica del giornale.
Se i FANTASMI  muovono la vostra curiosità (che ci crediate o meno, in questa sede è del tutto irrilevante) su queste pagine ne farete conoscenza ed esperienza. A patto che siate disposti ad aderire alle regole di ingaggio della rubrica, che sono poi gli ingredienti base della ricetta di
Ferraraitalia: miscelare (si spera con intelligenza e un quid di arguzia) intenzioni, lingue, linguaggi, stili e generi letterari diversi, Nel caso di FANTASMI: l’Alto e il Basso, Il vicinissimo e il remoto, Il credibile e l’incredibile. il dramma e il comico, l’incubo e il risveglio. Quindi Il racconto, ma anche la notizia, la recensione, il catalogo (di spettri naturalmente), il saggio breve, Insieme alle figure: il disegno, la mappa, la foto, il fumetto. 
(I curatori della rubrica: Sergio Kraisky e Francesco Monini)

I fantasmi ci perseguitano. Le nostre ambizioni segrete, le illusioni, i fallimenti temuti e quelli vissuti, la percezione di non essere capiti e, a volte, neppure visti, la coscienza di essere scambiati per quello che non siamo, le aspettative tradite, gli amori finiti e quelli infiniti, gli amori mai dichiarati e quelli bruciati in un secondo, l’esaltazione per i  progetti futuri, quelli realizzabili come quelli del tutto velleitari, le gelosie e gli equivoci, le nostre personalità nascoste e certi vecchi ricordi, a volte più vividi della realtà presente, la nostalgia per mondi e paradisi perduti che forse non sono mai esistiti, stanno lì accanto a noi, nascosti e impalpabili, e popolano come fantasmi le nostre vite. Alla fine condizionano la nostra esistenza, le nostre scelte e i nostri comportamenti, più delle convenzioni e delle regole che governano quella che comunemente consideriamo realtà.

E poi ci sono le centinaia di miliardi di esseri umani, tutti coloro che ci hanno preceduto, che hanno abitato e forse amato questa terra più di noi. I nostri antenati, di cui si tramandano le gesta e le infamie, quelli che non abbiamo mai conosciuto, ma anche quelli che abbiamo conosciuto prima della loro morte e che probabilmente non sappiamo chi fossero davvero, il perché di tante loro gesta, vili o eroiche che fossero. Tutti costoro forse ci guardano da lontano, come le stelle che a noi sembrano brillare ogni notte e che invece sono solo il ricordo di milioni e milioni di anni fa. Senza contare gli invisibili, quegli uomini e quelle donne di cui nessuno ha registrato l’esistenza, senza data di nascita né di morte, sepolti tra le montagne, nelle periferie metropolitane, nei deserti, in fondo ai mari. Uomini in fuga o uomini in trappola, che sono e sono stati sempre e solo fantasmi, anche se rappresentano la materia prima, grezza, con la quale è stata forgiata quella che comunemente viene chiamata Storia.

Ma alla fine qualcuno, giustamente, si chiederà: che senso ha evocare tutti questi fantasmi? Forse è solo un innocuo gioco di società, piacevolmente inutile. O forse, chissà, dietro queste storie, dietro questa voglia di raccontarsi e di raccontare, si celano delle riflessioni, delle esperienze interessanti. Forse, potremmo azzardare, perfino delle lezioni di vita. Tanto alla fine importa ‘cosa’ si racconta e ‘come’ lo si racconta. Accade sempre nella vita come nella letteratura: ci sono fantasmi che lasciano il segno e altri che evaporano nel nulla. Chi prima e chi dopo. In ogni caso la conclusione è una sola: i fantasmi ci perseguitano per la semplice ragione che esistono. E perché sono tanti, molti più di noi.
(Sergio Kraisky)

Cover: Senza titolo, acquarello di Enrica Prosperi

Gli anni passano

Gli anni passano.
Bella scoperta.
Lo specchio è inclemente, specie appena alzati. Specie se la pandemia ti ha impedito di recarti dalla parrucchiera e hai, evidente, una crescita a lingue bianche e bigie. Specie se, vecchia, lo sei davvero.
Ogni sera, lavati i denti, riposti gli occhiali, infilato il pigiama — che si potrebbe scartare, ma è così comodo — c’è la conta dei danni. Rughette in più sulla faccia — agli angoli degli occhi, della bocca, ormai anche sulle guance — una pelle lassa, certe macchioline puntiformi rosse e altre chiazze abbronzate di “lentigo senilis”. Il collo non è messo meglio, colpa della gravità che ha inferto la sua crudele legge ad altre parti del corpo, nessuna esclusa. Il mio rivestimento esterno è tutto uno stropicciamento, come di carta bagnata, appallottolata e poi stesa ad asciugare: non ritornerà mai più liscia. Il motore è quello di un’auto molto usata. È affaticato, non ha più lo sprint di prima, si surriscalda facilmente, bisogna farlo riposare, si sta esaurendo.
Non l’accetto. Non l’ho mai accettato. Guardarmi così. Assistere mentre perdo i colpi, i pezzi di me — tonicità, spirito, rapidità, lucidità, desideri, sicurezze, salute.
Quando ero giovane non ci pensavo. Se ci pensavo, mi sembrava logico invecchiare.
Ora mi sembra un affronto.
E va bene. Sono fortunata, perché l’alternativa all’invecchiamento è una eventualità peggiore.
Ma mi fa paura, invecchiare. E mi fa arrabbiare.
Perché “dentro” non sono così. Talvolta anche fuori — con la gestualità, le espressioni — non sono così. Mi sono fermata ai miei diciotto anni benedetti e quando mi vedo riflessa, non mi riconosco.
Va bene. Non lamentiamoci. Nemmeno soffermiamoci al pensiero. Tanto non cambierebbe nulla.
E mascheriamoci — di tinta capelli, di trucco, di abiti giovanili — per illudersi un altro po’, per prendersi in giro, per darsi coraggio.
Ma allora evitiamole, certe telefonate…
Evitiamo di girare il coltello nella piaga.
Evitiamo l’ennesima richiesta da parte di una centralinista gentile, straniera, di una non meglio identificata azienda di fornitura gas e luce, che ti chiede di rispondere a quattro domande “se ha tempo e non è di disturbo”, per un sondaggio nella provincia a tutte le persone con più di sessantacinque anni d’età.
— No, grazie, non ho tempo, — ho risposto. E avrei voluto precisare: non ho tempo da perdere. Non ho più tutto il mio tempo. Non ho nemmeno quel tempo. Perché nonostante le apparenze — nel qual caso mi stesse osservando attraverso il telefono — sessantacinque anni ancora non li ho.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

Aspettando la notte

Bring On The Night (The Police, 1979)

Mangio per noia. Il grasso della pancia è un peso che accetto con filosofia.
Il tempo fugge, mi frega, s’allontana. Lo inseguo, goffo come sono, coi miei biscotti in bocca. Resto indietro come previsto, il tempo vince sempre. Lui corre, io mangio… non c’è partita.
Forse è la luce. Troppa luce mi disturba, mi distrae, m’acceca.
Resta il pensiero, lui è mio amico e gli chiedo aiuto. Alla fine siamo sempre io e lui a fare i conti col mondo. Quale mondo? L’altro mondo? La fine del mondo?
Il mondo fuori da queste mura e il mondo dentro la mia testa, i conti non tornano mai.
E il tempo? Il tempo corre, io rifletto e resto indietro.
Fuori la gente passa, vive, muore, m’ignora, non esiste…
Io non esisto per la gente ma non m’importa, nella mia testa c’è una gran folla che m’aspetta.
Ma questa luce mi danneggia, mi confonde, mescola i pensieri, li corrode, li dissolve.
Così aspetto. Il tempo passa e io aspetto… E finalmente arriva!
Arriva la sera, fresca e leggera. Mi culla e mi coccola un’ombra giovane e calma. Apro gli occhi lentamente, il mio dolce mondo di tenebre è qui!
Liberato, fuoriuscito, sconfinato. Fluttuante di pensiero, senza il peso del giorno.
Ora posso vivere come voglio, andare dove voglio, parlare con chi voglio. Almeno per un’altra notte ancora.

L’una di notte, seduto ad ascoltare una vecchia canzone. L’oscurità circostante espande l’orizzonte.
E il tempo? Il tempo s’è fermato ad ascoltare, anche lui come me. Per un istante, io e il tempo riusciamo anche a guardarci, a salutarci, rigorosamente al buio.
Poi l’istante, per incanto, diventa come eterno. E rivedo un ragazzo di quarant’anni fa canticchiare la mia stessa canzone. È a casa dei genitori in via Belletti al numero sei, in una taverna rustica con un caminetto acceso. Gli amici, gli amori, la scuola, le serate al campetto. Cuori selvaggi, ingenui, in sella ai motorini a far castelli di carta. Meravigliosi castelli di carta dissolti dal tempo.

Il tempo appunto. Me n’ero quasi dimenticato.
Il tempo non s’è mai fermato, anche se per un po’ ci avevo creduto.
Ho cantato quella canzone per tutta la notte, o forse per tutta la vita, non lo so, il tempo corre.
Tra poco tornerà la luce e un nuovo giorno per continuare a invecchiare.
Non rimane che aspettare la prossima notte per ascoltare un’altra vecchia canzone assieme a quel ragazzo di quella casa in via Belletti al numero sei.

Ciò che ho perduto

Amsterdam (Coldplay, 2002)

Guardo fuori dalla mia finestra. C’è fermento per le strade: la gente corre, schiamazza, scherza, balla, ride…
Voglia di baldoria, di dimenticare, di ricominciare.
Un brindisi al nuovo anno. Che porti fortuna, salute, amore, serenità, pace e chi più ne avrà più ne metterà.
Si sente nell’aria. L’elettricità scorre come la speranza. E come il tempo non muore mai…
Il tempo, appunto. Il tempo che non si ferma, e prosegue il suo cammino senza fretta, secondo dopo secondo.
Il tempo ordina, il mondo esegue.

Ancora poche ore e ci siamo. Quando l’attesa diventerà il nuovo presente. Senza più appello, senza più scuse.
È l’eterno gioco del tempo, che si burla di tutto e tutti offrendo bollicine di speranza e lustrini d’illusione, mentre si porta via un altro anno. L’ennesimo di un’esistenza che non ne vuole sapere di cambiare, di cambiare per davvero!
Come si dice: un anno in più lasciato ai ricordi, un anno in meno in pasto ai desideri.
Eppure è l’unico modo, e il tempo lo sa bene.
E allora brindate all’ignoto, all’anno che verrà. Cavalcate il toro impazzito, prendetelo per le corna, ubriachi di nuovi sogni da sognare, nuove montagne da scalare, pronti a farvi infilzare, inconsapevolmente disperati, distratti, invecchiati.
È soltanto un anno in più. E quanti saranno alla fine? Poche manciate? Nient’altro che una fottutissima vita intera.

Ma io no, stasera resto a casa. Lontano dal grande carrozzone dorato. Nessuna patetica esagerazione, nessuna pilotata trasgressione, nessuna pia illusione.
Perché nulla sarà mai dolce come ciò che è già stato. E dolce, ancorché amaro, lo è davvero: chiudere gli occhi per rivedere un’ultima volta quel che ho lasciato.

Dunque così sia.
Mi volgerò indietro, resterò in silenzio a salutar come si deve l’anno passato e sigillar nel cuore ciò che ho perduto.

Una sera per caso, in una festa in riva al mare di tanto tempo fa…

Quanto di quello che ci succede accade per caso? Probabilmente tutto, anche ciò che crediamo di poter controllare attraverso le scelte che facciamo ogni giorno.
Libero arbitrio o pia illusione? Fiduciosi artefici del nostro destino o felicemente in balìa di questa cosa caotica chiamata esistenza?
La verità è che viviamo perennemente in bilico, e quando fatalmente ce ne accorgiamo è sempre troppo tardi…

… Viki era bellissima coi capelli neri e lisci che portava lunghi e sciolti sulle spalle, ed era ancor più bella quando tornava dall’ufficio coi capelli raccolti da un cerchio di madreperla verde e gli occhiali da vista ancora appoggiati sul naso. Il viso stanco dopo una giornata di lavoro le conferiva un’aria in qualche modo sensuale, e quando glielo facevo notare si scherniva dicendomi che non ero affatto obiettivo perché innamorato, in altre parole che ero rincitrullito.
Da buona italiana le piaceva la pizza e andava matta per il gelato alla nocciola e menta.
Viki era astemia, amava gli animali e odiava il fumo delle sigarette. Suo padre, accanito fumatore, aveva appena superato la quarantina quando morì per un carcinoma ai polmoni, lasciandola orfana all’età di dodici anni.

Avevamo molto in comune io e Viki: lei come me amava andare al cinema e come me preferiva il mare per rilassarsi nel weekend.
C’incontrammo la prima volta al compleanno di Michael, un comune amico. Quella sera i miei amici dovettero insistere parecchio per convincermi a uscire e fare un salto alla festa. Alla fine, mio malgrado, accettai.
Non stavo attraversando un bel periodo: avevo perso i miei genitori in un incidente d’auto appena tre mesi prima e dal giorno della loro morte ero profondamente cambiato. Ero convinto che la vita mi avesse punito con la più grande delle ingiustizie e non sopportavo di stare in mezzo agli altri. Mi sentivo come un guscio vuoto che non aveva più niente da dare, non credevo più in niente e non cercavo l’aiuto di nessuno.

Alla festa mi misi in un angolo a osservare la gente con l’aria di chi non vede l’ora d’andarsene. Fu allora che incrociai lo sguardo di Viki che dopo nemmeno un minuto mi venne incontro per parlare.
A dire il vero, tuttora non ho ben chiaro quale fu il motivo che la spinse ad attaccar bottone proprio con me, ma il fatto è che appena iniziammo ad aprir bocca fu come se ci conoscessimo da sempre.
Viki non mi fece domande sulle cause del mio malessere, io stavo accarezzando il border collie di Michael e lei, senza che le chiedessi nulla, iniziò a raccontarmi del suo cane, di quando ancora bambina raccolse quel cucciolo abbandonato per strada e di quando, dopo quindici anni di vita insieme, gli diede l’ultima carezza prima che un’iniezione del veterinario lo addormentasse per sempre.
Parlammo del mare e della burrasca che c’era stata la notte prima, poi di gite in barca e di libri gialli, dei film preferiti e della musica che ci piaceva ascoltare. Chiacchierammo tutta la notte fino all’alba.
Da quella volta continuammo a vederci regolarmente, finché capimmo che il nostro destino era quello di stare insieme.

Io e lei non smettemmo mai di scambiarci la vita. Lo facevamo in modo semplice: con le parole, coi gesti quotidiani, con gli sguardi, coi pensieri. Usavamo tutto quello che avevamo: i nostri corpi, la nostra immaginazione, gli oggetti che ci circondavano e anche i nostri silenzi.
Era il nostro mondo perfetto, fatto solo per noi. Fino a due anni fa…

E ora che ci penso, ora che finalmente rivedo tutto quanto con la giusta lucidità, in questo nuovo giorno dopo tutti i giorni passati a rimuginare e con tutto il tempo che mi resta per ricominciare… È già troppo tardi, troppo tardi, troppo tardi!

It’s Too Late (Carole King, 1971)

It’s Too Late (Carole King, concerto del 1971)

It’s Too Late (Carole King e James Taylor, concerto del 2007)

It’s Too Late (James Morrison, 2006)

Una vita soltanto!

di Federica Mammina

Non posso fare a meno di notare come sempre più giovani ricorrano davanti alle prime difficoltà della vita alla soluzione radicale di eliminarla quella vita: brutti voti a scuola, normali incomprensioni tra genitori e figli adolescenti, gravidanze inaspettate, difficoltà a relazionarsi con i coetanei, problemi cioè da sempre esistiti, affrontabili con l’aiuto altrui, e che invece con aberrante leggerezza si trasformano in gesti estremi verso sé o gli altri. Il problema non lo si affronta, lo si elimina.
E continuo a vedere in questo declino una preoccupante proiezione della loro vita virtuale: una vita artefatta, dove invece che imparare ad accettare sé stessi si può essere altro da sé, ci si può costruire una vita perfetta…illusoria. Che batterà sempre quella reale uno a zero.
Nascono con una sola vita, crescendo gliene si affianca una seconda, fino a quando realizzano che non possono gestire una doppia vita; meglio tornare ad una sola, peccato però che spesso scelgano quella sbagliata.

“Ricordati che l’uomo non vive altra vita che quella che vive in questo momento, né perde altra vita che quella che perde adesso.”
Marco Aurelio

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Riempire il niente o svuotare il troppo?

Le nostre lettrici raccontano come nella vita si giri attorno al vuoto per non sentirlo e, per questo, il troppo non basti mai.

Il piacere di arrangiarsi per riempire i propri vuoti

Ciao Riccarda,
che belle parole quelle del Cavalier Niente e quanta verità dietro a quelle semplici frasi.
Ma è possibile arrivare a tale equilibrio e lucidità da saper distinguere quando abbiamo bisogno di qualcosa da quando ne abbiamo voglia?
Io ho sempre avuto bisogno di tante attenzioni per sentirmi felice e realizzata, credendo che fosse quello il segreto per stare bene. Non mi accorgevo che quel bisogno invece creava dipendenza e insoddisfazione. Passare del tempo da sola mi ha sempre dato una sensazione di disagio e insofferenza.
Questa solitudine si è accentuata quando sono andata a convivere: è stato un passo che per me ha significato crescere, maturare, capire cosa sono davvero le responsabilità e tutto ciò ha innescato un insieme di emozioni per cui non ero realmente pronta. La persona con cui ho fatto questo passo inoltre è sempre stata estremamente indipendente e a proprio agio con il suo vuoto e io mi sono trovata smarrita davanti a tutti questi cambiamenti. Inizialmente pensavo fosse colpa sua in quanto egoista e disinteressato e non capivo la grande possibilità che avevo di fronte.
Fortunatamente la difficoltà si è gradualmente trasformata in opportunità perchè dal niente sono davvero nate tante cose: adesso il mio vuoto mi piace ed è quella parte di me che mi fa essere indipendente, mi fa scrivere, leggere, aggiustare il telefono della doccia e soprattutto avere interessi davvero miei.
Certo, ogni tanto c’è qualche ricaduta ma averne la consapevolezza forse è già un passo avanti.
E.

Cara E.,
aggiustare il telefono della doccia è un caso di scuola: chi arriva a farlo è, a mio parere, donna finalmente indipendente. Non è una sciocchezza, anzichè chiamare qualcuno, ci si prova e alla fine ci si riesce. E piano piano impari a non delegare quei piccoli interventi che danno anche soddisfazione. Per anni ho sperato che, quando in casa rimanevo al buio, fosse un black out e non la plafoniera da smontare. Poi mi sono attrezzata.
Un consiglio: un cacciavite come soprammobile ti ricorderà che la perdita del rubinetto non fa più paura.
Riccarda

Aggirare il buco…

Cara Riccarda,
Troppo, niente, troppo, niente, troppo. Direi che dall’adolescenza ad ora, a quasi quarant’anni, posso dire che la mia vita è stata tutto un troppo o tutto un niente!! Ho sempre odiato le vie di mezzo. O è bianco o è nero!
Da adolescente avevo decisamente troppo: una famiglia “imperfetta” ma perfetta, perché nonostante i vari problemi, si è sempre andati nella stessa direzione uniti. Amici, ma che se adesso li rivaluto non con gli occhi di sedicenne, ma con gli occhi di chi ne ha viste tante, in realtà i troppi amici erano un po’ di amici e troppi conoscenti. Speranze, troppe, tante, sogni, un infinità, poi a 19 anni il vuoto, il niente! Non mi piaceva più niente, gli amici…basta, non mi piacevano più, non amavo più quello che si faceva per divertirsi. Scuola: finita, finiti i sogni finite le speranze. Un vuoto, un niente che giorno dopo giorno mi logorava. Poi la luce…dopo qualche mese entra nella mia vita LUI! Il mio tutto di ora! Mi fa riscoprire i troppo e la vita riprende colore. Trovo amore (mai troppo) lavoro (sempre troppo) amici.Poi l’aborto e di nuovo il “niente”. Un niente tremendo infinito. Un vuoto che facevo finta di non avere, ma che mi ha portato a un senso di apatia assoluta. Poi qualcuno che trattandomi con fermezza mi fa capire che quel vuoto quell’apatia trasformata nel tempo in ansia e paura del mondo, la dovevo superare. Ed ecco la corsa, sempre con lui al mio fianco, e in un attimo tutto è tornato troppo. Troppa corsa, troppa dieta, troppi impegni, troppo di tutto!! E ora la mia vita è così! Piena, a volte stancante, ma bella. Perché dopo aver vissuto il niente per due volte non lo voglio più sentire! Preferisco avere mille cose in testa, preferisco sopportare di non aver tempo per me per periodi anche lunghi, piuttosto di risentire quell’apatia, quel senso di vuoto, che per quanto io corra, nel mio cuore quel buco c’è. Lo so non andrà mai via, ma lo lascio lì, per non dimenticarmi mai di apprezzare ogni sfaccettatura della mia vita. Meglio soffrire che rimanere indifferenti al niente.
Fede

Cara Fede,
quel buco, quel niente che un po’ sta zitto e un po’ ti ricorda che c’è, fa quello che deve fare: il buco. Non credo esistano punti di sutura adatti, nessuno mai li inventerà perché il buco è parte di noi e, lo dici tu, ti rammenta anche il bello di te e di ciò che, nonostante lui, hai raggiunto.
Secondo me, le situazioni brutte, il dolore, gli accidenti della vita un favore ce lo fanno sempre. Se non permettiamo che ci inseguano, ma li lasciamo al loro posto, diciamo il posto del buco, si trasformano in un buon esempio di cattivo esempio.
Riccarda

Sfiancarsi a rincorrere il troppo per paura del niente

Cara Riccarda.
Volere fare troppo…la corsa, la palestra, il corso di inglese, la difesa personale, le serate con gli amici. Ho sempre la sensazione di non fare abbastanza, di volere fare sempre di più, di avere tempo e voglia di fare, fare, fare, vorrei avere giornate di 48 ore e so che saprei riempirle, ma poi arrivo al dunque, arriva quel giorno che solo voglia di stare in casa con la mia bimba, un buon libro, il divano e non posso farlo perché ho preso troppi impegni. Troppo di tutto ma in realtà troppo di niente perché il tempo per stare con se stessi non ha eguali. Mi domando perché a 40 anni non ho ancora imparato che troppo di tutto non serve a niente.
Debora

Cara Debora,
se lo scrivi, significa che te ne rendi conto, magari ridimensionare un po’ quel troppo è solo il passo successivo. Le tante o troppe cose da fare, apparentemente, fanno sentire vivi, dinamici e padroni della propria esistenza. Molti si riempiono le giornate, anzi i minuti, per allontanare il vero loro dominatore: l’horror vacui. Lo spettro del vuoto può fare compiere giri immensi, in realtà è un avvitarsi su se stessi sperando di scampare al risucchio del vuoto.
Riccarda

Il presente di un figlio per liberarsi del falso “troppo” passato

Cara Riccarda,
ho scoperto che la troppa fiducia, la troppa sicurezza nell’amicizia che pensavo eterna e sopra ogni cosa, erano tutte emozioni mal riposte, purtroppo per me.
Amicizia con la A maiuscola, forte, leale, fatta di complicità e buoni propositi; troppo bene, credevo.
Amicizia rimasta indelebile con un tratto marcatissimo nei miei piu cari ricordi, ma vanificata dalla nascita di un amore ancora più grande, per cui, complice il destino per chi ci crede, non è stato possibile condividerne la gioia e i momenti più belli.
La nascità di un figlio nella mia vita ha spazzato via quel niente che fino a quel momento credevo fosse il mio fortunatissimo e unico troppo.
Per fortuna è rimasto il vero, anche se quel troppo perso per strada ha lasciato un vuoto che fa male ogni giorno.
Questo è il mio troppo che non c è più.
C.

Cara C.,
l’arrivo di un figlio spazza via, a prescindere, molte cose, direi tutto ciò che eravamo. Parlo di quello che succede a una madre: cambia il tuo corpo, diventa più bello, cambi tu perchè diventi migliore. Anche i parametri dei nostri troppi o dei nostri niente non sono più gli stessi, dopo un figlio. E per fortuna.
Riccarda

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

lucarelli-che-importa

Il rovescio dell’amore

È lunga e lucidissima la lista dei motivi per cui l’amore non le manca. Va bene ripassarsela ogni tanto, specie quando si inciampa ancora per errore di sopravvalutazione. Viola, la protagonista di Che ci importa del mondo (Rizzoli, 2014) di Selvaggia Lucarelli è un personaggio televisivo sopra le righe, ha un figlio di otto anni, Orlando, molto saggio e un gruppo di amiche, di quelle che sai che ci sono.
Viola non sa cucinare, eppure le ricette per essere infelice le ha sperimentate tutte, conosce i meccanismi dell’inganno e dell’autoinganno, della lusinga e della trappola che finisce per tendersi da sola. Un ex marito con cui continua a litigare, una schiera di uomini che non smettono di deludere e un ex fidanzato che, in quanto ex, rappresenta il retrogusto con cui ci si accinge ad assaporare ogni nuova cosa. E a misurarla con il metro delle cose piccole piccole a cui l’altro ci aveva abituato, anzi costretto, con il cannocchiale rovesciato che ti fa scambiare le briciole per un pasto dignitoso. Ma sempre briciole saranno. È l’illusione “dell’incastro perfetto” che non è altro che abbaglio in un vuoto in cui a riempire sei solo tu, finché, un giorno, il tempo, la volontà o magari un nuovo amore disperderanno del tutto quelle briciole e la loro amara inconsistenza.
“La mia vita è sempre stata un cubo di Rubrik: quando finisco una faccia con tutti i quadratini dello stesso colore, scombino ancora di più le altre facce e devo ricominciare tutto daccapo”. Viola non si stanca di tentare sempre un nuovo inizio, di confondersi tra i mille pezzi sparsi delle sue contraddizioni che a volte si ricompongono e a volte no, ma sempre approdano da qualche parte, verso qualche consapevolezza di sé. Viola comprende che si può cambiare, evolvere proprio grazie a quelli che non cambiano mai e che non siamo riusciti a cambiare, a smuovere, nemmeno con il nostro troppo amore.
Quando ancora Viola stila la lista degli ottimi motivi per cui l’amore non le deve mancare (perché l’amore “ha un’insopportabile faccia tosta, (…) perché l’amore ha le sue ragioni che la ragione dovrebbe portare in tribunale ai fini di processarle, una a una, per crimini contro l’umanità sensibile, (…) perché c’è una crudeltà, nell’amore, che non c’è in nessun altro sentimento”), sa bene che invece le manca e ciò che desidera è “un uomo col cuore sgombro e le braccia spalancate”.
Quest’uomo arriverà nella vita di Viola sorprendendola come capita quando si è distratti dal peggio e non si pensa che il meglio debba ancora venire.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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