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C’È DEL RAZZISMO ANCHE NELLA SOLIDARIETÀ?

La domanda è lecita e provocatoria insieme. E, come si intuisce, riguarda innanzitutto l’immigrazione.
C’è stata una grande onda emotiva, e un ammirevole spirito di accoglienza in tutta Europa, verso gli oltre cinque milioni di profughi dall’Ucraina, ‘ariani’, ebrei, europei, comunque bianchi. Oltre tre milioni nella sola Polonia. Quel paese che, assieme ad altri e alle orde razziste di altri paesi democratici ancora, si è sempre opposto al criterio della redistribuzione delle poche decine di migliaia, dei rifugiati dall’Africa ed altri paesi asiatici. Immigrati questi, che continuano a venire, e a morire, per colpa della ostilità ad accoglierli. E sono, in tutto, ancora poche migliaia. In Italia 23 mila da inizio anno, a fronte dei 90 mila di analoghi periodi degli anni scorsi. Gente di colore, invece, questa.
Come di colore sono i messicani, che premono e muoiono sui muri, alla frontiera americana. Sono spariti dagli schermi tutti questi emigranti di colore. Solo una arida e rapida contabilità, se ne fa al massimo, e solo quando muoiono a gruppi, come il mese scorso in Messico, in Spagna, nel mediterraneo. Sì perché i singoli che muoiono da… soli, non esistono proprio.
Intanto i numeri. Proprio il caso dell’Ucraina, dimostra che la capacità di accoglienza dell’Europa, è molto più grande di quanto vogliono farci credere. Sul milione della pista balcanica che la Germania rischiava di dover accogliere, è stato fatto un gran casino fino alla splendida, costosa, in tutti i sensi, e brillante soluzione con la Turchia di quel bandito di Erdogan.
Poi il dato politico. L’immigrazione, soprattutto quella di colore, non è solo un problema per tutti i governi. È una grana. E lo è soprattutto perché molta popolazione, è stata istigata alla paura e all’odio. Gli episodi recenti più gravi e dolorosi, sono accaduti uno alla frontiera degli Stati Uniti a guida democratica, e uno a Melilla nella Spagna del socialista Sanchez!
Non che noi, in Italia, si brilli per spirito di accoglienza, viste le difficoltà che sempre si frappongono ad ogni sbarco, anche se Salvini ha smesso di abbaiare. Quella propaganda ormai gli rende poco più.
E dire che davvero, come si ripete sempre più spesso, l’immigrazione è tutt’altro che una grana, ma una importante risorsa. Intanto culturale, per quella contaminazione e per quello scambio, fra costumi, storie, sistemi di vita e di pensiero che é davvero un arricchimento reciproco, sempre. Qui, però, si va in un terreno troppo raffinato, per gli ottusi buzzurri che si oppongono, addirittura, allo jus culturae.
Ma sono anche una grande risorsa economica, come dimostrano molti parametri economici come il lavoro e la produzione (senza gli immigrati, dice Zaia, il Veneto crollerebbe), o il fisco e la previdenza.
È così evidente che abbiamo bisogno di loro! Anche di meticciato, aggiungo, abbiamo bisogno. Se no faremo la fine di quella nobiltà che, senza ricambio di sangue proletario, ha finito per subire un impoverimento genetico. Se poi si aggiunge che, come popolazione autoctona, non facciamo figli e invecchiamo, tutto è chiaro meno che agli ottusi ideologici ostili.
Eppure occorre dire, che il grosso dei flussi migratori dovremo ancora vederlo. Il più, o il peggio per alcuni, ha da venire. Il clima, la desertificazione, la fame e le 60 guerre in corso, sono tutte cause destinate a generare flussi migratori sempre più grandi.
E non ci potrà essere differenza fra bianchi e di colore.
Chi non vede questo vive nell’iperuranio.
Se però a non vederlo sono masse di popolo incapaci di ragionare, è un fatto grave. Ma se sono politici spregiudicati e inetti, di cui quelle stesse masse sono vittime, il grande problema sociale, economico e soprattutto umano dell’immigrazione, da grande diventerà enorme, con effetti ancora assolutamente imprevedibili
In copertina: A girl holds her young sister in a camp during a bore hole handing over ceremony in Kismayo, Somalia, funded by AMISOM on 6 December, 2014. AMISOM Photo / Ramadan Mohamed- licenza Creative Commons

Ciao, sono Dory

 

Tra gli indagati nell’inchiesta sul caporalato a Foggia c’è anche Rosalba Bisceglia, moglie di Michele Di Bari, prefetto e capo del Dipartimento per l’immigrazione del ministero dell’Interno (che ha rimesso il mandato a seguito dell’inchiesta).

Bisceglia è accusata di avere usato nella propria azienda agricola lavoratori sottopagati attraverso un “caporale” Brutto, se dovesse essere provato: la moglie di un gestore dell’immigrazione per conto dello Stato che sfrutta manodopera immigrata e sottopagata per i suoi ettari.  “Chiediamo che il ministro dell’Interno riferisca immediatamente in Parlamento”, ha tuonato Salvini, rivolgendosi a chi ha preso il suo posto al Viminale, la ministra Lamorgese. Peccato che a nominare Di Bari non sia stata Lamorgese, ma Salvini.

 

“Lo ricordo come fosse ieri. Certo, non ricordo molto bene ieri.”
Dory, il pesce chirurgo

 

 

mimmo lucano

Chi ha lasciato solo Mimmo Lucano?

 

La condanna in primo grado a 13 anni e 2 mesi di Mimmo Lucano ha spaccato in due l’Italia. Esattamente come era successo quando il modello di solidarietà che il Sindaco di Riace aveva applicato nel suo paese era stato interrotto dall’intervento dell’allora ministro dell’interno Matteo Salvini e dall’operazione “Xenia” avviata della Procura di Locri.

Una sentenza assurda, abnorme, punitiva (la stessa Pubblica Accusa aveva proposto una condanna a di ‘soli’ 7 anni e 11 mesi) che oggi assume un valore politico generale, Centrodestra e Centrosinistra hanno già incrociato le armi. Un valore (e un clamore) quindi che travalica la grande ingiustizia cui è stato vittima l’uomo Mimmo Lucano. Se infatti l’ex sindaco e il ‘modello Riace’ erano diventati il simbolo di una strada solidale per affrontare il tema delle migliaia di migranti che continuano ad arrivare  in Italia, questa sentenza suona come un secca smentita di quel modello. E insieme uno sberleffo a tutte le donne e gli uomini che in tutta Italia si impegnano nell’accoglienza e nella solidarietà

Io però mi sono fatto, e vorrei fare a voi, una domanda imbarazzante. Perché Mimmo Lucano è stato ‘punito’ così duramente? Quale clima ha reso possibile che Mimmo, e insieme a lui l’accoglienza e la solidarietà, fossero condannate?

Mentre il Centrosinistra governava nel Governo Conte 2, e oggi nel Governo Draghi, la legislazione e la normativa in tema di immigrazione (quella del Decreto Minniti, e incrudelita dalla Lega dei respingimenti) è rimasta più o meno quella di prima: solo qualche limatura.

Per non turbare gli equilibri – ma la versione ufficiale è: “il momento non è favorevole” – né il Pd né nessun altro ha voluto aprire una pagina nuova nella gestione dell’immigrazione e dell’accoglienza. Basta parlare con qualche operatore impegnato a uno sportello di assistenza agli immigrati per capire come oggi sia ancora più difficile: permessi di soggiorno, ricongiungimenti familiari, alloggi, lavoro…

E ancora: né il Pd né nessun altro partito o partitino si è battuto seriamente per riaprire la via della immigrazione legale. E nessuno si è impuntato sulla Ius Soli. Una dichiarazione tipo: “O si fa la legge o me ne vado dal governo!”.  Macché, solo parole. Quelle famose di Bersani. Quelle di Renzi (sicuro, c’era anche nel suo programma, in fondo in fondo, ma c’era anche la ius soli). Quelle di Enrico Letta 1, effimero presidente del Consiglio. Fino a quelle, recentissime, di Enrico Letta 2, segretario di partito.

Ma il clima di non attenzione non riguarda solo i partiti. C’è la stampa mainstream e tutti i canali televisivi che di immigrati e immigrazioni si sono stufati. Se non c’è un bel naufragio – e nemmeno quello merita più la prima pagina – di immigrazione e accoglienza nei media non c’è più traccia.

E infine ci siamo noi tutti. Quel movimento che alcuni anni fa aveva alzato la voce, oggi, già prima dell’avvento del Covid, da circa 3 anni sembra disperso in mille rivoli, muto, incapace di farsi sentire, La battaglia in nome dell’accoglienza, dei diritti umani, della solidarietà, dei bambini “tutti italiani” si è persa per strada. Poteva, doveva essere una spina nel fianco, un pungolo per ottenere risposte concrete dalla politica e dal parlamento. Così non è stato. E la politica si è occupata d’altro

La conclusione è amara. Non diamo tutta la colpa ad un giudice forcaiolo. E nemmeno al solito Matteo Salvini. La verità è che Mimmo Lucano è stato lasciato solo. I partiti di sinistra e dintorni, ma anche noi che andavamo in piazza per Mimmo Lucano con le bandiere della solidarietà, non abbiamo difeso la sua e la nostra utopia.

Cover: l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano nel 2018 – Fotogramma 

Olympic Ius Soli

I nostri politici più patrioti e identitari festeggiano via social la vittoria sportiva di un italiano/a, e sempre più spesso si trovano davanti un atleta negroide o una squadra color ebano. Un po’ come se un piccolo fuhrer dei nostri tempi si trovasse costretto, per opportunismo, a festeggiare la vittoria di un Jessie Owens che vestisse la casacca tedesca al posto di un ariano. Nel caso di Jacobs gli è andata di lusso, perchè il padre è un marine americano. Nel caso di Paola Egonu gli va peggio: fosse per loro, questi campioni gareggerebbero sotto un’altra bandiera, quella che deriva dalla nazionalità dei loro genitori. Fosse per loro, questi atleti non avrebbero potuto nemmeno entrare in Italia, a meno che i loro genitori avessero potuto dimostrare ab origine, prima di metterci piede, di avere già un lavoro pronto ad aspettarli (se lo trovate assurdo, leggetevi la Bossi-Fini). La storia dell’immigrazione dei genitori, o dei nonni, di questi atleti è fatta anche di periodi di clandestinità, di irregolarità. Che per loro è un reato. Invece adesso li festeggiano, i figli e i nipoti dei clandestini. Per gli ipocriti difensori delle nostre radici e della nostra identità, esse si difendono innalzando muri. Come se la nostra identità non derivasse da quale sangue scorre nelle vene di un uomo, ma da quanto solida è la tradizione ed il costume che siamo in grado di trasmettergli, e da quanto può arricchirci entrare in contatto con la sua tradizione ed il suo costume. E se non ci riusciamo, la colpa è nostra, perchè evidentemente siamo i primi a non esserne convinti.

“La gente ha bisogno di un mostro in cui credere. Un nemico vero e orribile. Un demone in contrasto col quale definire la propria identità. Altrimenti siamo soltanto noi contro noi stessi.”

Chuck Palahniuk

 

TERZO TEMPO
This is (black) England

Se dovessimo riassumere il significato della parola “nazione” in un’unica frase, potremmo dire che è il sentimento di appartenenza a un determinato contesto socio-culturale. Tuttavia, quell’ambiente in cui ci rispecchiamo non è rigido o immutabile, bensì fluido: si evolve col passare del tempo e delle generazioni, e il suo fascino non ha limiti territoriali.

Di conseguenza, l’aggettivo “nazionale” indica qualcosa che può unire, accogliere e – perché no – innovare. Una nazionale di calcio, ad esempio, fa tutto ciò senza necessariamente rispecchiare l’attualità sociale e politica del paese di appartenenza. È il caso della multietnica Inghilterra di Gareth Southgate, ben lontana dall’incarnare le linee guida degli ultimi governi, specialmente in materia d’immigrazione. A mettere in evidenza tale distanza ci ha pensato il Migration Museum di Londra con la campagna Football Moves People, avviata all’inizio di Euro 2020 e finalizzata a dimostrare, tramite il calcio, la progressiva mutevolezza dell’identità nazionale britannica.

Così, lungo le strade della capitale campeggiano alcune rivisitazioni dell’undici titolare di Southgate in cui vengono cancellati i nomi di coloro che sono figli o nipoti di immigrati. Il risultato? Di quegli undici ne rimangono tre o quattro, non di più. Anche i giocatori attualmente più rappresentativi e prolifici della Nazionale inglese non farebbero parte di quel gruppo: il padre di Kane è originario di Galway, in Irlanda, e si è trasferito a Londra molti anni fa; Sterling è figlio di genitori giamaicani, e assieme alla madre è emigrato a Londra all’età di cinque anni.

Non è una novità nel calcio europeo – basti pensare alla Francia del ’98 o al Belgio degli ultimi anni – ma nel caso dell’Inghilterra del 2021 il tema dell’immigrazione assume un significato più profondo, sia per ciò che è successo con Brexit che per l’attivismo di alcuni dei suoi protagonisti, tra cui spiccano il già citato Sterling e Marcus Rashford. A tal proposito, in un recente articolo su The Player’s Tribune Gareth Southgate dice che “è loro compito continuare a interagire con il pubblico su temi quali uguaglianza, inclusività e ingiustizia razziale, usando il potere delle loro voci per creare tavoli di discussione, aumentare la consapevolezza sociale ed educare”.

Sta di fatto che tra i 26 giocatori a disposizione dello stesso Southgate c’è una maggiore percentuale di non bianchi rispetto all’intero paese – dove, ad esempio, i neri sono il 3% della popolazione. Non è un caso, quindi, che l’adesione incondizionata dei calciatori inglesi al movimento Black Lives Matter abbia ricevuto qualche critica dal pubblico e da alcuni esponenti del governo britannico. Lo stesso governo che sta cercando di trarre vantaggio dall’entusiasmo collettivo attorno alla Nazionale, non curandosi di un fatto piuttosto evidente: se l’attuale sistema di immigrazione fosse entrato in vigore trenta o quarant’anni fa, gran parte di quei giocatori non avrebbe indossato la maglia dell’Inghilterra.

strage etiopia

25 APRILE A METÀ
Radici del razzismo e scheletri negli armadi:
I Fantasmi del passato (VIII Parte)

Etiopia Debra Berhan – Egitto el Alamein: a volte ritornano, per singolo o doppio caso fortuito, i fantasmi del passato coloniale italiano.

Nel maggio 2006, il quotidiano La Repubblica ha pubblicato le foto e un’inchiesta del proprio inviato Paolo Rumiz Etiopia quella strage fascista (poi riproposto online nell’aprile 2018 da The Magazine Italia), che confermerebbero “le prove di un efferato crimine italiano in Etiopia, 70 anni dopo la proclamazione dell’Impero” e che rigetterebbero “luce sinistra su un conflitto che la nostra memoria ancora rimuove o traveste da scampagnata coloniale”.

Tutto comincia con un primo caso, grazie il ritrovamento da parte di un dottorando dell’università di Torino di un pacco di telegrammi dimenticati in un faldone dal titolo “Varie” presso l’archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito di Roma. Dentro, un manoscritto senza firma, una mappa, altri documenti di conferma e un contenuto agghiacciante. A riemergere dall’oblio del passato e dalla profondità delle grotte naturali presenti nell’area montuosa di Debra Berhan – 100km a nord di Addis Abeba, nell’alto Scioà – sarebbe la conferma di una strage avvenuta tra il 9 e l’11 aprile 1939.
In base a quanto scoperto dal ricercatore, nel luogo indicato dalla mappa e in quei giorni vennero fucilate dopo la resa o avvelenate con i gas più di mille uomini, donne, vecchi e bambini, componenti una carovana del reparto ‘salmerie’ dei partigiani di Abebè Aregai, leader del movimento di liberazione etiope, rifugiatisi nella grotta dopo essere stati individuati dall’aviazione e circondati da un numero soverchiante di militari italiani.

Il gruppo è in realtà composto in larga misura da fuggitivi, feriti, anziani, donne e bambini, parenti degli uomini in armi, che garantiscono la cura dei feriti e l’appoggio dei partigiani alla macchia e da alcuni combattenti guidati da Tesciommè Sciancut.
L’ordine del Duce è perentorio: stroncare la ribellione. Ma stavolta stanare i ribelli è impossibile, così il 9 aprile la grotta viene attaccata con bombe a gas d’ arsina e con la micidiale iprite nonostante l’Italia abbia firmato la messa al bando internazionale di queste armi letali sancita dalla Convenzione di Ginevra del 1928.

Dalle carte emergono dati incredibili.
Nella grotta il ‘bombardamento speciale’ sarebbe stato portato a termine dal ‘plotone chimico’ della divisione Granatieri di Savoia, da sempre ritenuta una delle più ’nobili’ delle nostre Forze Armate e si sarebbe svolta secondo strategie, procedure e fatti inenarrabili.

Il mio compito – scrisse nel suo diario il sergente maggiore Boaglio – era far scendere e scoppiare i bidoncini…nel punto di entrata della caverna, in modo da ypritare tutto il terreno, impedendo così a eventuali fuggitivi di cavarsela impunemente….”.

La notte successiva, una quindicina di ribelli armati avrebbe tentato una sortita riuscendo a scappare. Molti cadaveri vennero gettati fuori dalla grotta. Moltissimi si arresero all’alba del giorno 11. Ottocento persone, si legge nel documento, in quel mattino stesso vennero fucilate su preciso ordine dato dal Governo Generale, cioè o dal generale Ugo Cavallero o dallo stesso Amedeo di Savoia.

Ma non è finita. Dentro c’è chi resiste ancora – uomini, donne e animali – e i nostri chiedono i lanciafiamme per ‘bonificare’ l’antro, ramificatissimo.

I dettagliati telegrammi degli alti comandi sono istantanee dall’inferno. “Si prevede che fetore cadaveri et carogne impediscano portare at termine esplorazione caverna che in questo sarà ostruita facendo brillare mine. Accertati finora 800 cadaveri, uccisi altri sei ribelli. Risparmiate altre 12 donne et 9 bambini. Rinvenuti 16 fucili, munizioni et varie armi bianche”.

Le prove, schiaccianti, entrano nella tesi di dottorato ma mancano ancora i riscontri sul campo, così il ricercatore organizza una missione col supporto dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia e viene accompagnato dal giovane studioso etiope Johnatan Sahle.

La mappa trovata allo Stato maggiore consente di individuare facilmente la zona, a un giorno di macchina dalla Capitale, in un altipiano di grotte e punteggiato di chiese copte, attorno alla cittadina di Ankober, 2600 metri di quota, sulle valli dei fiumi Uancit e Beressà. E’ dai preti dei villaggi che arrivano le prime conferme (“non ottocento, ma migliaia di morti”) e l’indicazione delle strada giusta, fino al paesino di Zemerò, e poi – per altri 30 chilometri fuori pista – fino al villaggio di Zeret, una ventina di tukul in pietra e paglia, 180 metri a picco sopra la bocca dell’inferno.

Il nome della grotta dice già tutto: Amezegna Washa, antro dei ribelli. Sotto, il fiume Ambagenen, che vuol dire Fiume del Tiranno. All’imboccatura, lo stesso muretto protettivo descritto nei rapporti dell’esercito italiano.

armi chimcheDentro la grotta non c’ è più andato nessuno, da allora. Dentro, un labirinto, in parte impercorribile. Ma bastano i primi cento metri alla luce delle torce per dare conferme. “Ossa dappertutto – racconta il ricercatore – quattro teschi, di cui uno con addosso la pelle della schiena; proiettili, vestiti abbandonati, ceste per il trasporto delle granaglie”. E poi rocce annerite, forse dai bivacchi (ma era difficile che i ribelli accendessero fuochi il cui fumo li segnalasse all’aviazione italiana) o forse dai lanciafiamme. Gli italiani, raccontano i figli e i nipoti di chi vide, calarono verso l’imboccatura della grotta dei pesanti bidoni che poi furono fatti esplodere con i mortai. E ancora: chi non fu fucilato, fu buttato nel burrone sotto la grotta. “Fu colpa degli Ascari”, le truppe indigene inquadrate nell’esercito italiano, “è l’obiezione ricorrente di fronte ai massacri in Abissinia. Ma gli ascari non si muovevano mai senza l’ordine di un ufficiale bianco. La ferocia di queste repressioni era anche il segno dell’esasperazione dei fascisti di fronte alla resistenza degli etiopi. La rabbia per un controllo incompleto del territorio”.

Oltre all’autore della scoperta anche l’autore del reoprtage Paolo Rumiz pare non avere più dubbi sia sui fatti che sulle conclusioni da trarre e aggiunge: “No, il camerata Kappler non fu peggio di noi. Il governatore della regione di Gondar, Alessandro Pirzio Biroli, di rinomata famiglia di esploratori, fece buttare i capitribù nelle acque del Lago Tana con un masso legato al collo. Achille Starace ammazzava i prigionieri di persona in un sadico tiro al bersaglio, e poiché non soffrivano abbastanza, prima li feriva con un colpo ai testicoli. Fu quella la nostra ‘missione civilizzatrice’? L’ Africa per noi non fu solo strade e ferrovie. Fu anche il collaudo del razzismo finito poi nei forni di Birkenau. Negli stessi anni, un altro personaggio con la fama di ‘buono’ – Italo Balbo governatore della Libia – fece frustare in piazza gli ebrei che si rifiutavano di tenere aperta la bottega di sabato. Quanti perfidi depistaggi della coscienza”.

impero italianoC’ è bisogno di parlarne” – conclude Matteo Dominioni, l’autore della tragica scoperta in Etiopia – “il vuoto storico e morale da riempire è enorme”.
Tutto è cominciato così e così tutto continua per un secondo puro caso consecutivo, dal momento che lo stesso cognome, Dominioni, appartiene anche ad un altro ricercatore sul campo, Paolo Caccia Dominioni, conte di Sillavengo, il Sandgraf -Conte della Sabbia- come lo avevano soprannominato i generali tedeschi o il ‘samaritano del deserto’, cioè colui che percorse 30.000 chilometri nel corso di 355 ricognizioni che lo portarono a recuperare, riconoscere e raccogliere, ad uno ad uno, i resti dei suoi commilitoni caduti in Libia e in Egitto dopo oltre quattro mesi ininterrotti di attacchi e contrattacchi, offensive e controffensive, nel corso della più grande battaglia della seconda guerra mondiale combattuta in Africa, e che si concluse il 23 ottobre 1942 ad El Alamein, stabilendo la tragica fine dell’avventura coloniale italiana.

 

 

Leggi la Prima Parte [Qui], la II [Qui],la III [Qui], la IV [Qui], la V [Qui], la VI [Qui]

Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è il curatore della rubrica Controinformazione. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE ci racconta senza censure l’altra faccia della luna,

italo balbo

25 APRILE A METÀ
Radici del razzismo e scheletri negli armadi:
fortuna, violenze e morte di Italo Balbo (VII Parte)

“Un’immensa voragine di sabbia”: così all’inizio del XX secolo, Gaetano Salvemini definì la Libia, quando ebbe inizio l’avventura coloniale italiana.
Qualche anno più tardi furono molti contadini italiani a non credere ai miraggi di quella terra promessa, che la propaganda fascista descriveva fertile, rigogliosa, “liberata” e pronta per essere coltivata. Mussolini, volle che fosse il gerarca Italo Balbo ad occuparsi della colonizzazione agricola della Libia, dopo averlo sollevato dall’incarico di Ministro dell’Aeronautica del Regno d’Italia e inviato in qualità di Governatore nel 1934.
Balbo dichiarò che avrebbe seguito le gloriose orme dei suoi predecessori e avviò una campagna nazionale che voleva portare due milioni di emigranti sulla Quarta Sponda Italiana del Mediterraneo. Ne arrivarono soltanto 31mila, ma furono un numero sufficiente da trincerare dietro un muro militare, costruito nel 1931 in Cirenaica, per contrastare la resistenza delle tribù beduine degli indipendentisti libici Senussi.
Quel muro, il muro italiano di Giarabub, è tuttora presente, visibile e in funzione. Oggi viene indicato, mantenuto e utilizzato come efficace barriera anti-immigrazione. Si ritiene cioè che trattenga il flusso migratorio clandestino diretto verso l’Italia attraverso il Mar Mediterraneo, impedendo di raggiungere i luoghi di imbarco più facilmente accessibili che si trovano sulla costa del Golfo di Sirte.
muro italiano di Giarabub

muro italiano di Giarabub
Il muro italiano di Giarabub. 1931 (Libia)

Il muro italiano in Libia si presenta come una doppia linea di recinzione metallica lunga 270 chilometri, larga quattro metri, alta tre, visibilmente malandata ma resa insuperabile da chilometri di matasse di filo spinato che si srotolano dalle regioni a ridosso del porto di Bardia, lungo le sterpaglie desolate della Marmarica, fino a perdersi nel Grande Mare di Sabbia del Deserto Libico.
Questa grande opera venne commissionata alla Società Italiana Costruzioni e Lavori Pubblici di Roma, che la realizzò in sei mesi, dal 15 aprile al 5 settembre 1931, ad un costo complessivo di circa venti milioni di lire, impegnando nella costruzione 2.500 indigeni sorvegliati da 1.200 soldati e carabinieri, lungo un percorso totalmente privo di strade e di risorse idriche.
Il reticolato di filo spinato è sostenuto da paletti di ferro con base in calcestruzzo, vigilato dai ruderi fatiscenti di tre ridotte e sei ridottini. Lungo il suo percorso venero costruiti tre campi d’aviazione, una linea telefonica, vennero utilizzati 270 milioni di paletti di ferro e ventimila quintali di cemento.

Non potendo che apparire come ben piccola cosa di fronte all’immensità del paesaggio che la ospita, la presenza di questo muro colpisce perché oltre ad essere nel deserto, è deserto. Il compito di sorveglianza e controllo è sempre stato principalmente garantito dall’innesco di migliaia di mine antiuomo, cioè armi automatiche che esplodono e uccidono selettivamente, tutte le volte che vengono attivate da presenze umane.
Per un certo periodo, va però detto che fu oggetto di ricognizioni aeree sistematiche che venivano audacemente condotte, oltre che dai piloti dell’Aeronautica Militare, anche e direttamente dal loro capo supremo e Maresciallo dell’Aria Italo Balbo.
Oltre al muro, Balbo continuò a mantenere in vita quello che era stato fatto prima e qui negli anni precedenti: missioni e bombardamenti aerei.
E le derivazioni dei trimotori Savoia Marchetti usati da Balbo nelle transvolate atlantiche divennero caccia bombardieri siluranti chiamati Sparvieri, che continuarono ad essere utilizzati contro un’etnia composta da famiglie di pastori nomadi o seminomadi considerati ribelli, in bombardamenti incendiari e tossici.
Nei sei anni che Balbo visse e volò in Libia lo Sparviero abbatté tutti i record e tutti i primati di volo civile, velocità, trasporto, durata, distanza.
Poi il salto di qualità e da civile divenne un aereo militare: nella versione militare S.79K, il primo impiego operativo di 99 veivoli di questo tipo avvenne con l’intervento italiano nella guerra civile spagnola come “Aviazione Legionaria” e il 26 aprile 1937, tre S.M.79 dell’Aviazione Legionaria presero parte al bombardamento della cittadina basca di Guernica, un’incursione aerea compiuta (sotto il nome in codice di Operazione Rügen) in cooperazione con la Legione Condor nazista, che colpì nottetempo la popolazione civile inerme e ispirò il celeberrimo dipinto di Pablo Picasso.

L’allontanamento dal Ministero aveva eliminato Balbo dal centro del sistema di sviluppo industriale dell’Aeronautica, per cui lui, dopo esserne stato il motore e l’immagine, si ritrovò ad occuparne il ruolo di fantasma dell’opera in corso.
Sette anni prima era alla guida di imprese di voli transatlantici: il primo nel 1930 da Orbetello a Rio de Janeiro; il secondo tre anni dopo, da Orbetello a Chicago. Questa seconda crociera atlantica, organizzata per celebrare il decennale della Regia Aeronautica Militare Italiana nell’ambito dell’Esposizione Universale Century of Progress che si tenne a Chicago tra il 1933 e il 1934, lo aveva coperto di gloria.
Il governatore dell’Illinois e il sindaco della città di Chicago riservarono ai trasvolatori un’accoglienza trionfale: a Balbo venne intitolata una strada, tutt’oggi esistente, e i Sioux presenti all’Esposizione lo nominarono capo indiano, con il nome di Capo Aquila Volante. Il volo di ritorno proseguì per New York, dove il presidente Roosevelt organizzò, in onore agli equipaggi della flotta di 25 idrotransvolanti italiani, una grande street parade. Italo Balbo fu così il secondo italiano, dopo Diaz, ad essere pubblicamente acclamato per le strade di New York.
Gli esaltatori delle trasvolate atlantiche non mancano di citare ogni tipo di manifestazione organizzata a Chicago in onore del grande pilota: chissà perché omettono sempre di citare lo striscione che recitava “Balbo, don Minzoni ti saluta” e che commemorava il suo precedente onore acquisito come pioniere omicida dello squadrismo fascista.

Italo Balbo diario 1922Là, in Italia, partendo dalle valli del delta padano, aveva visto portare a compimento grandi opere di bonifiche che strapparono alle acque nuove terre da coltivare e nuove forme di diritti sindacali da reprimere grazie alla ”esaltazione della violenza come il metodo più rapido e definitivo per raggiungere il fine rivoluzionario”(Italo Balbo, Diario 1922, Mondadori).
Sempre là, nella bassa provincia Ferrarese, aveva inaugurato la strategia criminale delle esecuzioni mirate come responsabile diretto, morale e politico dei due omicidi premeditati, da lui considerati ’bastonate di stile’, che significavano frattura del cranio, somministrate al sindacalista Natale Gaiba e al sacerdote don Giovanni Minzoni.
Natale Gaiba venne assassinato per vendicare l’offesa, compiuta quando il sindacalista argentano era assessore del Comune di Argenta, di aver fatto sequestrare l’ammasso di grano del Molino Moretti, imboscato illegalmente per farne salire il prezzo, venisse strappato ai latifondisti agrari e restituito al popolo che lo aveva prodotto coltivando la terra, ridotto alla fame.
don minzoniDon Minzoni, parroco di Argenta, venne assassinato dai fascisti locali: Balbo non volle ammettere che fossero stati individuati e arrestati coloro che organizzarono l’assassinio e intervenne in molti modi, anche con la costante presenza in aula, per condizionare lo svolgimento e il risultato sia delle indagini che del processo penale, garantendo l’impunità del crimine.
Più infame ancora dell’appoggio politico e morale agli assassini, la diceria che don Minzoni fosse rimasto vittima di una ‘questione di donne’ e avesse un’amante, ignobile falsità costruita a partire da una colletta fatta dal parroco per consentire a una contadina di andare a nozze con un vestito degno: calunnia propagata anche dalle pagine del Corriere Padano, il quotidiano fondato da Balbo che chiamò Nello Quilici a dirigere immediatamente dopo che quest’ultimo, in qualità di caporedattore del Corriere Italiano, venne coinvolto a Roma nell’ambito delle indagini sul rapimento e omicidio dell’on. Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario.

Qui, in Libia, Italo Balbo trovò condizioni esattamente contrarie e non riuscì a trovare, nemmeno con la forza, l’acqua sufficiente da donare alla terra di quei pochi coloni veneti e della bassa ferrarese, disperati e poverissimi, che, sotto l’enfasi propagandistica del regime, lo avevano raggiunto, si erano rimboccati le maniche e si erano illusi di rendere verde il deserto.
Fu sempre qui, in Libia, che Balbo, per tragica ironia della sorte o per fatale coincidenza, precipitò realmente in una voragine di sabbia e trovò la morte, colpito dal fuoco amico della artiglieria contraerea italiana.
Non fu peraltro l’unico ferrarese a rimanere vittima e protagonista di questo oscuro episodio avvenuto il 28 giugno 1940 nei cieli e sul suolo di Tobruk agli inizi della Seconda Guerra Mondiale. Con un ennesimo tributo di sangue vanamente versato qui, sulla sconfinata superficie libica, dove un muro difensivo alto pochi metri, è il beffardo simbolo di una torre di Babele che avrebbe dovuto innalzarsi fino in cielo, assieme a lui persero la vita anche i suoi più cari parenti e fidati collaboratori.

Evidentemente, mentre lui seguiva le orme dei grandi colonizzatori italiani, qualcos’altro stava seguendo le sue tracce, poiché la responsabilità storica di quanto avvenuto per sbaglio, come tragico errore e incidente di guerra, venne assunta in prima persona da un capo pezzo del 202 Reggimento di Artiglieria, che ammise di aver sparato raffiche di artiglieria contraerea all’indirizzo del trimotore Savoia Marchetti 79 pilotato dal suo comandante supremo nonché concittadino Italo Balbo, essendo significativamente pure lui, Claudio Marzola, 20enne, un ferrarese purosangue.
I colpi letali partirono da una delle tre mitragliatrici da 20 mm in dotazione a un Incrociatore Corazzato della Marina Regia che permaneva in rada semiaffondato e a scopo difensivo antiaereo, varato con lo stesso nome del santo patrono della città di Ferrara: San Giorgio.
Al momento del varo, avvenuto a Genova nel 1911, il motto dell’Incrociatore San Giorgio fu “Tutor et ultor” e a partire dal suo impiego nel primo e nel secondo conflitto mondiale venne cambiato in “Protector et vindicator” (Difensore e vendicatore).

Leggi la Prima Parte [Qui], la II [Qui],la III [Qui], la IV [Qui], la V [Qui], la VI [Qui]

Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è il curatore della rubrica Controinformazione. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE ci racconta senza censure l’altra faccia della luna,

DI MERCOLEDI’
Tre volte Ferrara

‘Tre volte Ferrara’, perché della mia città non ho scritto finora e in questo modo riguadagno terreno e perché la ritrovo protagonista di tre libri che ho letto, o riletto, in queste settimane.

Storia di Anna di Giuliano Giallini è il più recente in quanto è uscito nel febbraio di questo 2020. Mi ha affascinato la prospettiva da cui la protagonista conosce Ferrara dopo che vi si è trasferita per motivi di lavoro; infatti sono i luoghi bassaniani a farle da guida. Il romanzo comincia così: ”Con Il romanzo di Ferrara, Anna Mantovani andava alla scoperta della città. Aveva venticinque anni. Tra le strade volava, rapida e curiosa. Un giorno fantasticò da Via del Pozzo, dove viveva in un minuscolo appartamento, fino alla Porta degli Angeli. La sua vita stava cominciando, finalmente la sua. Voleva prendersi ogni cosa. Anche il giardino dei Finzi-Contini”.
Di una così, che porta con sé la letteratura come fa la chiocciola con la sua casa, mi importa subito. Ho continuato a leggere chiedendomi quali angoli della città e quali atmosfere potevano colpirla di più, e se diventasse presto consapevole della bellezza che è diffusa e palpabile, specie quando è la nebbia fredda a spalmarla sulla pelle, o quando la canicola la fa bruciare con la sua luce bianca.
Mi ha intrigato vedere che Anna ben presto conosce Marco e se ne innamora sentendosi leggera. Seguono il matrimonio e la nascita di Giovannino. Come pars construens nella parabola di una vita è tutto perfetto. Però non mi lascio andare fino in fondo a gioire di tutta questa regolarità, temo che ci saranno cambiamenti. Subentra infatti dalla pagina seguente un netto processo di peggioramento nella vita della protagonista, come del resto accade nel romanzo di Bassani, di cui parlerò tra un momento. Dopo il fallimento del suo rapporto col marito e i problemi di salute del figlio, Anna cede e attraversa un lungo periodo di buio, colta dalla malattia mentale che la tiene lontana dalla sua casa in Via Camposabbionario e dalla famiglia.
Qui interviene di nuovo la città: nelle sue uscite solitarie dalla struttura che la ospita, Anna è di nuovo di fronte agli spazi di Ferrara da percorrere in bicicletta. Non ci sono relazioni umane in questa fase di risalita dal buio che ha dentro; ci sono i dialoghi con la statua di papa Paolo V, ci sono solo gli sguardi su di lei dei passanti e degli automobilisti che la incrociano tra Viale della Costituzione e Viale IV Novembre. Il finale implicito del romanzo lascia credere che Anna ritrovi se stessa e una dose accettabile di libertà.

Le città del dottor Malaguti è un romanzo visionario del 1993, che Roberto Pazzi ha dedicato interamente alla sua città, tirandole le orecchie per la sua assenza di vitalità. L’ho riletto d’un fiato, spinta dalla storia difficile di Anna che si ammala nella indifferenza del suo contesto di vita, mi viene da dire che si ammala anche a causa della indifferenza che sente all’intorno. Il dottor Malaguti dal canto suo è morto ormai da vent’anni ma non sa staccarsi dalle vicende dei suoi familiari e di Ferrara.
Pare che molti altri morti si aggirino soprattutto di notte tra le pieghe della città e si diano da fare per intervenire quaggiù, incapaci di partire una volta per tutte per il loro viaggio verso l’infinito. Nel romanzo, il cui finale lieto ristora il lettore, Ferrara è un luogo dotato di grande bellezza, ma privo di grandezza. Fin dalle prime pagine il dottore, che è il narratore della storia, smaschera la malattia da cui sono colpiti i suoi abitanti, cioè l’arrivismo e la sete di ricchezza e prestigio da mettere in mostra: “se uno dei più tipici mali del secolo è vivere di rappresentazione agli occhi altrui, nessuno è più moderno e narcisista dei miei concittadini…Per questa precoce coscienza del malessere della mia città, da ragazzo…decisi che all’università avrei studiato medicina per diventare oculista. L’età mi faceva considerare quel male come una miopia. Per quasi cinquant’anni ho cercato nella vista dei miei concittadini il segreto di una deformazione che, dall’anima, sembrava salita tutta agli occhi”. Dopo la fase splendida del Rinascimento ferrarese la città è caduta nell’apatia, tradita dalla storia: partito l’ultimo duca del casato estense nel 1598,  “l’inerzia dei secoli successivi si è consumata come una degenerazione dell’anima: ne è nata l’attesa perpetua di un’epifania, di un padre che non ritornerà più”.

Nel suo romanzo Gli occhiali d’oro uscito nel 1958, Bassani rimette in campo la chiusura dei ferraresi, stavolta messi di fronte al tema della omosessualità attraverso la figura esemplare del dottor Fadigati, “Athos Fadigati, sicuro…, l’otorinolaringoiatra che aveva studio e casa in Via Gorgadello, a due passi da piazza delle Erbe, e che è finito così male, poveruomo, così tragicamente, proprio lui che da giovane, quando venne a stabilirsi nella nostra città dalla nativa Venezia, era parso destinato alla più regolare, più tranquilla, e per ciò stesso più invidiabile delle carriere…”
La storia si sviluppa tra la primavera e l’autunno del 1937, da quando il dottor Fadigati fa amicizia con il gruppo di studenti universitari che viaggia ogni mattina sul treno per Bologna e di cui fa parte il narratore. Nell’estate a Riccione scoppia lo scandalo della relazione amorosa tra Fadigati e il  giovane più brillante del gruppo, che gli si concede ma poi lo sfrutta e presto lo abbandona. Lo abbandona a se stesso e al disdoro delle famiglie bene di Ferrara, che frequentano la stessa spiaggia, lo condanna alla emarginazione da parte dell’intera città.
Il narratore, che veste i panni del giovane Bassani, rientra a Ferrara in autunno e condivide con Fadigati un feroce senso di esclusione: per il dottore a causa della sua omosessualità divenuta ora palese, per Bassani a causa della campagna denigratoria contro gli ebrei che si è scatenata sui giornali. Manca poco alla promulgazione delle leggi razziali e il clima si va facendo pesante, solo girando per la città fino al punto che gli è più caro, fino alla Mura degli Angeli, egli ritrova la bellezza che può placare il suo senso di lacerazione.

La provo a mia volta, poiché mi rendo conto di avere estrapolato dalle mie letture i poli di un contrasto antico che anima Ferrara, da una lato la bellezza delle sue vie e dei palazzi, delle torri e dei giardini, e poi delle chiese e dei monasteri. Dall’altro il grigiore del suo provincialismo.
In una pagina degli Occhiali d’oro Bassani nomina il mio paese, quando descrive il viaggio in treno da Ferrara a Bologna e ritrae coloro che salgono alle stazioncine intermedie come “gente della campagna che parlava già nello sguaiato dialetto bolognese” e precisa che “l’assalto die vilàn cominciava a Poggio Renatico”. Ecco, io di questa definizione dei miei compaesani mi sono adontata alla prima lettura, quando ero ragazza, e ancora mi procura un leggero fastidio. Lessi queste parole e le misi in relazione subito con l’atteggiamento di superiorità che in quegli anni una delle sorelle di mia madre riversava su di noi, i parenti rimasti in paese, mentre lei aveva sposato un ferrarese e si era trasferita in città dalle parti dei grattacieli, alla ricerca vorace di un imborghesimento che la riscattava e di cui andò fiera per tutta la vita. Le misi in relazione anche con l’indifferenza di alcuni miei compagni di liceo, che in cinque anni non seppero trovare un soprannome diverso da dedicarmi, se non il nome del mio paese.

Ci ho poi insegnato per trentacinque anni, in questa città, cercando di aprirmi e di aprire lo sguardo dei ragazzi. L’ho apprezzata e anche amata.
Ancora non riesco a sottrarmi, però, alla empatia che provo davanti alla sofferenza delle sue vittime. Nei capitoli finali delle Città del dottor Malaguti si affaccia il nuovo scenario della migrazione, che nel ’93 Pazzi ha letto con lucidità e ne ha prefigurato gli sviluppi. A parte la generosità tutta personale di Fabio, il nipote del narratore, che accoglie due giovani extracomunitari nella sua tenuta di campagna, la reazione della città è fatta di paura. Nella discussione che avviene in famiglia sulla migrazione dal sud e dall’est, il padre stesso di Fabio “si difende schierandosi dalla parte di chi teme nel diverso da sé il nemico”.

AI TEMPI DI UNA PANDEMIA NESSUNO È STRANIERO

da: Occhio Ai Media – Ferrara

In tanti paesi del mondo, la pandemia Covid-19 continua ad essere caratterizzata sia da intolleranza razziale che da pratiche discriminatorie da parte delle forze dell’ordine nei confronti delle minoranze etniche e culturali.
A Ferrara, già dai primi giorni della chiusura nel marzo 2020, la redazione di Occhio Ai Media, un gruppo di giovani attivisti che si occupa del monitoraggio del razzismo nella stampa italiana, aveva notato nei quotidiani locali della città numerosissimi articoli che collegano l’applicazione dei regolamenti Covid-19 ad operazioni di stop-and-search (fermo e controllo documenti) ed ordini di espulsione.
I risultati dell’analisi sono presentati nell’opuscolo, insieme ad una serie di riflessioni su questo modo di riportare le informazioni.

Introduzione al report 

In tanti paesi del mondo, le diverse fasi della pandemia Coronavirus continuano ad essere caratterizzate sia da manifestazioni di intolleranza razziale che da un’intensificazione delle pratiche discriminatorie da parte delle forze dell’ordine nei confronti delle minoranze etniche e culturali. A Ferrara, già dai primi giorni della chiusura nel marzo 2020, la redazione di Occhioaimedia – un gruppo di giovani attivisti dell’associazione Cittadini del Mondo che si occupa del monitoraggio del razzismo nella stampa italiana – aveva notato con preoccupazione nei quotidiani locali della città numerosissimi articoli riguardanti controlli Covid, stranieri, ed espulsioni.

Questi articoli (vedi i titoli all’inizio) suggeriscono un collegamento diretto fra il controllo anti-Covid ed i provvedimenti presi contro lo straniero, compreso il provvedimento di espulsione. Gli articoli stessi contengono numerosi riferimenti a varie trasgressioni amministrative – “omesso rinnovo del permesso di soggiorno per mancanza dei requisiti”, “inottemperanza al foglio di via”, ecc. – e ad altri reati che non hanno niente a che fare con l’emergenza sanitaria: “resistenza a pubblico ufficiale”, “detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti”, “sostituzione di persona” e così via.

Basandosi sulla metodologia applicata in “Sono solo parole”, un progetto condotto in collaborazione con l’Associazione Carta di Roma per il monitoraggio degli articoli sui temi dell’immigrazione e delle minoranze etniche comparsi sulla stampa locale ferrarese nei mesi precedenti alle elezioni amministrative del maggio 2019 (vedi https://www.occhioaimedia.org/), Occhioaimedia ha deciso di analizzare il contenuto dei tre principali giornali locali – Il Resto del Carlino di Ferrara, La Nuova Ferrara e Estense.com – durante il periodo del Lockdown.

I risultati sono presentati in questo opuscolo, insieme ad una serie di riflessioni su questo modo di riportare l’informazione sull’attività di controllo anti-Covid, che tende non solo a colpevolizzare le minoranze etniche per un fenomeno del quale sono vittime come tutti, ma anche a deviare l’attenzione dal lavoro esemplare svolto dalle forze dell’ordine nella lotta contro la diffusione del virus, caratterizzandolo come operazione di profilazione etnica.

Quello dei titoli elencati non è l’unico modo di presentare queste notizie: ad esempio, nei bollettini giornalieri della Prefettura di Ferrara, citati spesso negli stessi quotidiani locali, gli altri reati rivelati dagli agenti durante i controlli sono riportati semplicemente come ‘altri reati’, cioè fatti secondari.

Buona parte della stampa locale, in primo luogo Estense.com, ha informato tempestivamente sulle pratiche discriminatorie dell’Amministrazione comunale, specialmente nell’erogazione dei Buoni spesa (vedi capitolo “Buoni spesa a Ferrara” sotto). Lo stesso impegno professionale sarebbe molto importante anche nel riferire altri eventi, soprattutto quelli derivanti dai rapporti di polizia.

Per scaricare gratuitamente il pdf del report completo vai alla pagina di Occhio Ai Media  [Vedi qui]

Al via il Festival dei Diritti di Ferrara con la conferenza-spettacolo di Annalisa Vandelli

“Non voglio vivere in un Paese che non soccorre le persone in mare!” Sono queste le parole quasi in chiusura di conferenza stampa pronunciate ieri negli spazi di Factory Grisù da Annalisa Vandelli, reporter freelance, che ha dato inizio, con la sua esposizione di gigantografie e il suo spettacolo, alla diciassettesima edizione del Festival dei Diritti di Ferrara. Tra le foto esposte nella sala macchine del Consorzio, Annalisa si è chiesta “cosa urge per noi che raccontiamo?” La domanda, rivolta soprattutto ai colleghi reporter, fa un chiaro riferimento ai tanti cambiamenti in atto nel mondo in questo momento. “Stiamo vivendo un periodo storico straordinario e terribile allo stesso tempo. Spero che queste foto facciano ragionare” e rivolta sempre ai colleghi: “Dobbiamo riappropriarci delle nostre parole e dei contenuti. Noi possiamo fare differenza culturale”. Tocca, nel corso del suo dialogo, anche la difficile questione del lavoro del reporter in Italia e del ruolo delle Ong affermando che “queste foto sono state realizzate grazie ad una organizzazione non governativa. Questa parola, Ong, è tanto offesa oggi, ma grazie a lei ho potuto raccontare, e raccontare è fondamentale. È la nostra identità. Raccontare è conoscersi. Una Ong, non un giornale, mi ha permesso di fare questo.”

L’uso dell’immagine, quindi, come una lunga storia da immagazzinare in sé stessi e interpretare attraverso il proprio sguardo critico. Ma non solo perché “attraverso le foto” – ha aggiunto – “facciamo un atto politico, ma non partitico”.
Un lungo viaggio il suo tra la “miseria ma non la miserabilità”, tra la “libertà vera” data dalla lettura mentre tutto intorno il mondo va a rotoli, un viaggio che ci dice che “non siamo uguali ma simili e bisogna tornare a guardarsi tra simili”.

Lo spettacolo dal titolo “E se quel guerriero avesse le vostre corde?”, ha visto in scena Annalisa insieme al LiberTrio, in quello che è un continuum spazio-temporale tra la scena e il suo libro “Per puro splendore” dal quale sono state tratte le gigantografie esposte negli spazi dell’ex caserma dei Vigili del Fuoco. Messo in scena ieri nel giardino di Grisù, è stato descritto da lei stessa come un “tentativo di viaggio e ragionamento insieme al pubblico, passando in rassegna diversi paesi e diversi temi. È un cambio di sguardo attraverso il mondo della foto e della musica. Viaggio tra autori classici e luoghi di migrazione”.

Il Festival dei Diritti continuerà fino a dicembre ed avrà tre grandi temi, come affermato da Francesca Battista (Cgil) che saranno la discriminazione, la diversità e l’immigrazione, con varie manifestazioni che toccheranno più punti della città, nell’ottica della “continuità e discussione” – come da lei stesso affermato – “su un diverso modello di sviluppo, con un pensare globale ma un agire locale”.

Il Festival ha avuto il patrocinio del Comune di Ferrara ed un contributo della Regione Emilia Romagna ed ad oggi il suo comitato promotore è composto da Nexus Emilia Romagna, Arci Ferrara, Arci Emilia Romagna, Camera del Lavoro Territoriale – Cgil Ferrara, Associazione Cittadini del Mondo, Cooperativa Teatro Nucleo, IBO Italia e UDI Ferrara.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Come un libro aperto

Quando giro paesi e città tendo ad attribuire loro una forma nello spazio, una dimensione geometrica. Figure rotonde, ovali e sinuose, luoghi quadrati, rettangolari o pentagonali.
Associando il toponimo al gioco delle linee cerco di archiviare nella mia mente la loro identità. Il tutto per sottrarmi ai nostri tempi di “usa e getta”, di “mordi e fuggi”. Così consumiamo costruzioni complesse, che non sono solo architetture urbanistiche, ma forme che hanno preso corpo nella storia, nate dal genio di uomini e donne, vissute dalle persone, che lì hanno lasciato i loro segni, hanno patito i loro dolori e goduto delle loro gioie.
Le città non sono agglomerati di centri e di periferie, l’insieme degli scatoloni entro i quali spendiamo le nostre esistenze più o meno anonime. Le città sono famiglie allargate dove ci si prende cura dell’altro e, nella cura, l’altro ti diviene famigliare, sia che lo medichi, sia che lo istruisci e lo aiuti a crescere. La cittadinanza serve a questo, a socializzare, ad allargare la tua sfera di umanità. Per questo è assurdo che qualcuno avanzi diritti di primogenitura sulla famiglia e sulla genitorialità. Tutto è troppo mescolato per distinguere e la miscela l’ha mischiata la storia e i progressi dei nostri pensieri e del nostro essere civili.
La città è un libro aperto, le piazze e le vie ne sono le pagine illustrate, l’architettura il linguaggio. La città è opera collettiva, è opera corale. Che va scritta insieme, riconoscendoci gli uni negli altri, compagni di strada nella stesura del libro della città.
È nelle città che la solidarietà dell’altro corre a darti una mano per curare le ferite dei terremoti e delle alluvioni. Sono questo le nostre città, la conservazione di inestimabili valori umani.
Le civiltà si sono fatte sempre nelle città. Le città sono i luoghi della civiltà.
Le città non necessitano né di podestà né di capitani del popolo. Hanno bisogno di amicizia, di sentimenti di affetto, di simpatia, di solidarietà, di stima coltivati dalla dimestichezza e dalla familiarità del vivere una comune dimensione urbana. Non ci sono problemi di una parte contro un’altra, i problemi sono sempre di tutti, come scriveva con sano pragmatismo John Dewey, e la loro risoluzione ha sempre bisogno di un più di cultura condivisa. Soprattutto il futuro della città non sarà fatto da quello che accadrà, ma da quello che ciascuno di noi saprà fare accadere.
Pare invece che le città siano divenute il luogo degli inquinamenti umani. Che i flussi delle immigrazioni abbiano prodotto ferite profonde, abbiano violato i patti della convivenza sociale, che le multiculture anziché divenire una ricchezza si siano tradotte in minacce alla cultura che conserviamo. Come se le nostre città da tempo non fossero disgregate, slabbrate, frantumate e non avessimo riservato, ai nuovi arrivati, solo gli interstizi di questa decomposizione che da tempo lavora.
Nessuno che si rechi a visitare una città è interessato alle sue periferie, il polo d’attrazione sono i centri storici, spesso ridotti a musei senza vita, dove occorre regolare con il numero chiuso la calca dei turisti.
Centri calpestati dagli eventi, anziché risorti negli avvenimenti. Centri da cui sono banditi il silenzio, l’ascolto e la riflessione. E quando ciò accade è sempre con troppo rumore.
Abbiamo commercializzato le nostre città, spesso lacerandone il tessuto per via della desocializzazzione, delle violenze, delle droghe. Città dove lo spirito di cura si è perduto, come la capacità di ritessere comunità disperse.
Cos’è la qualità della vita delle città? È l’emigrato che ruba spazio e minaccia la sicurezza o il principio di quantità che ha consumato perfino le nostre facoltà razionali?
Il “disagio della civiltà” di Freud, oggi rischia di tradursi nel “disagio di inciviltà”, nella incapacità di prospettare una “civiltà possibile”. La quantità può contenere non solo l’infelicità, ma anche superare il limite di sopportabilità esistenziale mandando in pezzi uomini e donne.
La città vive di qualità civili, urbane e ambientali. Il rischio è che si scrivano pagine avendo smarrito queste dimensioni, insieme allo scopo della narrazione, alla sua sintassi e alla sua semantica.
Oggi sappiamo di non volere che a prendere la mano nella scrittura siano le tensioni sociali, sia il vivere in continua competizione con gli altri, in una sorta di “bellum omnium contra omnes”.
Non ci sono città ideali o utopiche da disegnare, ma città concrete da raccontare nel loro quotidiano di umanità e di qualità delle persone, ed è ciò che dovrà continuare a fare la differenza.

Declino demografico e immigrazione: che fare?

“Uno spettro si aggira per l’Europa, anzi due”: il declino demografico e l’immigrazione.
Due fenomeni che fanno paura ma, se ben governati, possono portare a nuovo sviluppo e, paradossalmente l’uno (immigrazione) è la soluzione dell’altro (spopolamento).
Le persone nel mondo sono sempre più mobili: i viaggiatori hanno superato 1,2 miliardi all’anno. Le spese per i trasporti degli italiani sono raddoppiate in 50 anni e sono prossime a quelle per alimenti e bevande. L’aeroporto di Bologna ha un traffico passeggeri doppio del valore del Pil dell’economia della città, è cresciuto anche negli anni della grande crisi e dal 2019 allargherà la pista e attiverà una navetta (people mover) per la stazione ferroviaria. Insomma, muoversi è diventato importante quanto mangiare. E tra qualche anno le spese per trasporti supereranno quelle per l’alimentazione. Si muovono innanzitutto i più ricchi e i cittadini dei paesi ricchi, e non solo per viaggi, ma come residenza: basti pensare che nel biennio 2017 e 2018 300mila italiani si sono trasferiti all’estero (più del il doppio dei 119mila immigrati sbarcati nel 2017).
E’ un fenomeno mondiale: in Gran Bretagna (forse la meta più ambita) quelli che se ne vanno sono la metà di quelli che entrano, in Francia sono equivalenti. In Spagna, invece, sono più quelli che escono di quelli che entrano come immigrati (proprio come per l’Italia). Gli italiani, peraltro, hanno una lunga storia di emigrazione. Dopo molti anni in cui l’emigrazione italiana si era ridimensionata attorno alle 50mila unità annue, ora sta crescendo per l’attrazione esercitata da tutti i paesi europei anch’essi in declino demografico e con un grande fabbisogno di giovani. E’ comprensibile che molti dei nostri figli vadano all’estero non solo attirati da salari e lavori migliori, ma per molte altre ragioni: per imparare una lingua, studiare, fare un’esperienza, incontrare altre culture.
Invece gli immigrati e rifugiati che cercano di arrivare in Europa lo fanno perché scappano da situazioni quasi sempre drammatiche: guerre, violenze, miseria. In genere impiegano più di un anno, rischiano moltissimo e devono pagare spesso somme ingenti ai trafficanti di esseri umani. La strategia di bloccare l’immigrazione illegale funzionerà nei prossimi anni solo se si attiveranno flussi regolari e legali di immigrazione di cui abbiamo bisogno. La storia, infatti, insegna che bandire il traffico di alcolici (o droga o prostituzione…) produce un traffico illegale. L’Italia dal 2012 non ha più flussi regolari e ha ormai un fabbisogno consistente di manodopera esterna stimato attorno ai 200-250mila immigrati all’anno .
E’ un problema diffuso in tutta Europa. Se si escludono Regno Unito, Francia e Olanda, quasi tutti i paesi europei perderanno fino al 2030 un milione circa di abitanti all’anno, ma per l’esiguo numero di giovani nati che si presenteranno sul mercato del lavoro, si stima un fabbisogno di manodopera esterna da 2 a 3 milioni all’anno.

La denatalità colpisce in modo più acuto l’Italia: i nati nel 2017 sono stati 458mila (-21% sul 2008) . La causa fondamentale è lo stile di vita, il lavoro di entrambi i genitori, la mancanza di tempo, il crescente benessere che produce ovunque una diminuzione di figli (anche nei paesi in via di sviluppo). Incide anche la crescente infertilità (specie maschile) dovuta a stress e inquinamento.

Il fenomeno riguarda anche la provincia di Ferrara che detiene quasi un record (negativo) in Italia, avendo uno dei più bassi tassi di figli per donna (1,2).
Sul piano più generale dello spopolamento, però, all’interno della nostra provincia ci sono situazioni molto differenziate. Da un lato ci sono i Comuni dell’Alto ferrarese in forte crescita come Cento che dal 2002 ad oggi è cresciuto del 21%, o Poggiorenatico che beneficia nel trovarsi sulla linea ferroviaria con Bologna (+27%), ma anche Vigarano è cresciuto (+10%), Terre del Reno (+5,9%). L’unico comune in crisi demografica dell’Alto ferrarese è Bondeno che ha perso 1500 abitanti (-9,5%).
In forte crisi sono quasi tutti i Comuni del Basso ferrarese, in particolare Berra (-19,1%), Ro (-15,3%), Jolanda (-15%) . Per questo è stato avviato uno specifico progetto della Regione sul Basso Ferrarese con un finanziamento di 12 milioni di euro. Una crescita hanno avuto, invece, Comacchio (+9,2%) e Lagosanto (+10,5%), il primo in quanto capitale del turismo sui lidi, il secondo per la presenza dell’ospedale del Delta.
Ferrara città, nonostante la perdita di popolazione dovuta ad un saldo naturale in cui ogni anno i morti sono circa 2mila e i nati circa 7-800, ha avuto una piccola crescita demografica (1%) dovuta alla economia terziaria del capoluogo che attrae lavoratori. La popolazione nativa ferrarese , come abbiamo visto, è comunque in forte calo.
Su 132mila residenti, gli stranieri sono 13.616 (10,3%). ma gli immigrati dal sud Italia e da altre regioni sono ormai 30mila. Nel giro di 30 anni si stima che i ferraresi nativi diventeranno la metà della popolazione residente..
La capacità di crescita totale (che somma il tasso naturale –molto negativo- a quello esterno –molto positivo-) di Ferrara città (+2%) si colloca al 30° posto in Italia (sui maggiori 120 Comuni). E’ una posizione molto buona, considerando il forte calo naturale. Significa che la città è molto più dinamica e attrattiva verso l’esterno di quanto normalmente non si pensi, perché la residenza è un indice predittore di sviluppo. Non a caso ai primi posti in Italia per crescita totale troviamo città come Milano (+10,8), Treviso, Parma (+6,5), Bergamo, Trento (+4,9), Bolzano, Rimini, Modena(+3), Padova, Reggio e Bologna (+2,3). Si consideri che la crescita demografica è sempre stato uno dei maggiori fattori di sviluppo economico e paesi come Regno Unito, Germania, Francia, Olanda, Canada, Stati Uniti sono cresciuti molto in passato in quanto hanno sfruttato la forte immigrazione che hanno ben governato facendo dei lavoratori “stranieri” (oggi in gran parte loro cittadini) una base eccezionale della crescita della produttività del lavoro .
Se quindi la crescita demografica fa ben sperare per la prosperità dell’Alto ferrarese, della città capoluogo e di Comacchio, ben diversa è la situazione di alcune Aree interne (7-8 ne ha indicate anche la Regione) dove i residenti si riducono ogni anno in grande quantità con il rischio che, giunti al di sotto di una certa soglia, avvenga un vero e proprio “collasso” con l’abbandono di interi paesi, il che pone gravissimi problemi di sicurezza e manutenzione del territorio. Già oggi la popolazione anziana (con più di 65 anni) è salita ad oltre un quarto e nel 2046 la quota di anziani su bambini passerà da 166 a 238 ogni 100.
Come è già successo negli oltre 3mila Comuni italiani in via di spopolamento sugli Appennini, sulle Alpi e nelle aree interne del Sud, il declino demografico porta alla chiusura di asili, scuole elementari, negozi, servizi. Ma c’è una minaccia più grave, proprio perché invisibile, che è determinata dalla mancanza di giovani che si offrono sul mercato locale del lavoro e che siano in grado (per numerosità e qualificazione) di far fronte anche al solo turn over di chi va in pensione.Qualcuno potrebbe azzardare che avendo quasi tre milioni di disoccupati si potrebbero impiegare questi, ma non si fanno i conti che già esiste un milione di posti di lavoro che non vengono occupati da questi tre milioni per varie ragioni .
Un’altra soluzione sarebbe aumentare il tasso di natalità degli italiani, come in parte tentano di fare giustamente le politiche degli ultimi Governi, ma da un lato gli studi internazionali dicono che l’incentivo economico alla natalità ha sempre sortito scarsi effetti, dall’altro qualora avesse effetti significativi, si tradurrebbe in lavoratori dopo…almeno 20 anni.L’Italia con 23 milioni di occupati che pagano oneri previdenziali tutti gli anni per 16 milioni di pensionati (destinati a diventare 20 nel 2030) ha di fronte a sé due sole alternative: a) aumentare gli oneri previdenziali ogni anno in rapporto alla crescita (certa) dei pensionati e quindi aumentare il costo del lavoro; b) aumentare l’occupazione, il che può avvenire solo con una immigrazione legale dell’ordine di circa 150-200mila immigrati all’anno .
Per quanto riguarda Ferrara ogni politica di aiuto alla natalità e che favorisce le giovani coppie è più che benvenuta, ma è probabile che gran parte dei problemi della mancanza di offerta di lavoro che lamentano già le imprese sarà risolta con i giovani meridionali che vengono a Ferrara a studiare all’Università e da una quota residuale di immigrati.
Ciò pone all’ordine del giorno l’importanza di avviare quanto prima (come hanno fatto all’estero) buone politiche di accoglienza ed inserimento al lavoro per lo sviluppo locale, oltre che per evitare tra Ferraresi e “stranieri” (dei quali c’è necessità) conflitti di ordine sociale.

Le modalità di un’accoglienza che porti all’integrazione sono note: si tratta di programmare flussi legali in base ai bisogni delle nostre imprese. Più che un singolo paese, può farlo molto meglio l’Unione Europea, in quanto sarebbe un negoziatore molto più forte e autorevole al fine di selezionare le migrazioni e fare contemporaneamente accordi coi paesi per il reinserimento dei clandestini in Italia ed Europa, dopo una prima fase in cui converrebbe (anche per i costi) tentare l’inserimento di quelli già presenti con percorsi organizzati, lasciando aperta la strada del rimpatriato assistito per altri.

Il Regno Unito, la Germania, la stessa Polonia e l’Ungheria, proprio come l’Italia, non hanno alcun futuro senza immigrazione. Nell’ipotesi (teorica) di bloccare ogni immigrazione le nazioni si troverebbero in pochi anni in recessione dovendo poi tagliare pensioni, welfare e diritti creando un caos sociale.
Occorre quindi organizzare flussi regolari di immigrazione finalizzati alle professioni di cui abbiamo bisogno, con selezioni che favoriscano coloro che hanno i titoli, la conoscenza della lingua, privilegiando le famiglie sul modello del Canada. Per i rifugiati andrebbero rafforzati i ‘corridoi umanitari’, inventati, peraltro, dagli italiani.
Ciò dovrebbe azzerare il traffico di essere umani. Sarà forse impossibile impedire completamente una modesta immigrazione illegale, ma è questo un prezzo da pagare finché non si aiuteranno in modo consistente i paesi Africani. Si consideri che il piano Marshall americano del dopoguerra che aiutò tutta l’Europa fu pari a circa l’1,2% del Pil Usa all’anno e durò 4 anni: 88% furono aiuti e solo 12% prestiti. Il 70% dell’aiuto venne dagli Usa, 12% da Canada, 7,7% dall’America Latina, altri con 6,2%. Una notevole distanza dall’aiuto attuale dell’Italia alla cooperazione internazionale che è pari allo 0,3% del Pil annuo.

La sfida migratoria ci stimola anche a cambiare il modello di apprendimento scolastico basato solo sull’Istruzione e non anche sulla Sperimentazione. Gli Istituti Professionali raccolgono gli studenti che hanno maggiori debolezze nelle “intelligenze” logico-matematiche e sono le principali agenzie formative di quella fascia di operai e tecnici di cui hanno un grande fabbisogno le imprese manifatturiere. Molti di questi studenti hanno altre forme di intelligenza e necessitano di un apprendimento basato su una parte prevalente di laboratori, apprendimento da sperimentazione e alternanza scuola-lavoro. Riforme che hanno avviato da decenni molti paesi europei (ma anche il Trentino Alto Adige) e che dovremmo applicare in tutta Italia, Ferrara compresa.

Tratto da: ANNUARIO SOCIO-ECONOMICO FERRARESE 2019, a cura del Cds di Ferrara

metodo naomo post fb

Naomo Lodi: “In futuro pattuglie dell’esercito anche in centro. Ma per sanare il Gad servono dieci anni”

Cos’è il ‘metodo Naomo’?
Il famoso ‘calcio in culo’ nasce quattro anni fa quando alcune persone iniziano a dire che il mio fosse un metodo di forza, ma non di violenza. Qualcuno mise addirittura un adesivo con questa scritta nella buca delle lettere di Luigi Vitellio (il segretario provinciale del Pd, ndr) e fui accusato di intimidazione. Io mi scusai perché non ne sapevo nulla. Comunque è vero, faccio delle azioni forti per attrarre l’attenzione e posso affermare che negli ultimi quattro anni ho il peso e l’orgoglio di avere costretto chi di dovere a muoversi. Le azioni di forza, lo ammetto, a volte sono sbagliate, a volte legittime, a volte meno, e su questo c’è un tribunale che le giudica e per ora ho avuto una condanna a 5 giorni solo per le barricate di San Bartolomeo. Ma se questa amministrazione ha dormito per 30 anni, facendo così abbiamo risolto tanti problemi.

Segretario cittadino della Lega e personaggio assai discusso, il suo nome e il suo ‘metodo’ sono celeberrimi in tutta la città. Nicola Lodi, per tutti ‘Naomo’, si racconta e illustra la sua visione di Ferrara: vuole l’esercito anche in centro, pensa di creare macro-associazioni (“mettere insieme Web Radio Giardino, Teatro Off” eccetera) e suggerire i temi di dibattito al Festival di Internazionale. “Ma per sanare il Gad – spiega – servono dieci anni”. Il pirotecnico Naomo anticipa al nostro quotidiano cosa accadrà se a maggio la Lega vince le elezioni.

Se la vostra coalizione eleggerà il sindaco, quali saranno le prime problematiche che affronterete?
Se andremo al governo affronteremo subito tre problemi: prima la sicurezza; poi verde pubblico, viabilità e calotte; terzo il lavoro.

E secondo lei vincerete?
Siamo favoriti e stiamo allacciando il rapporto con tutti, e le dirò di più, vinceremo con i voti della sinistra. Ho tanti amici comunisti, non del Pd, che mi dicono “se ci fosse stato il vero comunismo problemi come pulizia e degrado non ci sarebbero”, quindi la sinistra stanca si riconosce più in un partito come la Lega invece che nel Pd, il quale continua ad attaccare sul piano personale, senza trovare soluzioni.

Cosa ha da dire agli ‘amici degli amici’, casomai andaste al governo cittadino?
Sarebbe sciocco dire alle nuove generazioni “non vi daremo un soldo” perché, punto primo, i soldi ci sono, secondo vanno fatti investimenti sul futuro e quindi sui giovani: l’associazionismo è un metodo efficace per fare cultura e anche sicurezza.

Quindi rapporto dialettico con le associazioni?
La mia visione è di far presentare dei progetti, farli valutare da una commissione super partes, eletta dai cittadini, e finanziarli senza più l’ingiusto metodo degli ‘amici degli amici’.

E a chi ha paura di una vostra possibile vittoria?
Non si deve aver paura. Secondo lei chiuderemo Wunderkammer o il consorzio Grisù? No, saranno migliorati, le realtà saranno incentivate a fare progetti migliori, con più costanza. Non puoi avere un associazione che fa solo due eventi all’anno.

In sintesi?
Mettere insieme più teste, esempio il Movida On nessuno lo ricorda. Vorrei mettere insieme Web Radio Giardino, Teatro Off eccetera: fare delle macro-associazioni e sposare progetti fatti in quest’ottica. In poche parole, ritorniamo a dei regimi più alti.

Parlando di elezioni, la Lega è alla guida della coalizione di Centrodestra a Ferrara, qual è il vostro disegno strategico?
Il mio obiettivo era portare la Lega ad un livello tale da poter esprimere un candidato, e ci sono riuscito mantenendo buoni rapporti con tutti (Fratelli d’Italia, Forza Italia, persino Movimento 5 Stelle). Il centrodestra è unitissimo e che il candidato sindaco dovesse essere della Lega non è mai stato messo in discussione.

Ultimamente ha dato l’impressione di abbassare i toni…
Mi sono istituzionalizzato, ho fatto azioni un po’ meno eclatanti, però quello che c’è adesso, lo ribadisco, è un’unità fortissima. Puntiamo a vincere questa città.

Sempre sulle elezioni, cosa ha da dire a chi accusa il centrodestra di voler eliminare eventi come i Buskers o Internazionale?
È una stupidaggine. Non ho problemi ad avere contatti anche con associazioni di sinistra e nei punti di programma elettorale ci saranno i Buskers e Internazionale. Detto ciò posso dirle che il mio sogno è di ampliare i Buskers, sedere al tavolo con gli organizzatori, i commercianti e gli albergatori e dire: “dobbiamo lavorare tutti”. E poi, perché non pensare ai Buskers anche in Gad?

Quindi ampliare questo tipo di manifestazioni?
Certo, voglio espandere in tutta la città i Buskers. Internazionale invece è una questione più complessa, magari facciamolo anche in più periodi, ma è anche giusto che ci sia un comitato che valuti i temi, perché va bene parlare di immigrazione, ma io vorrei anche che si discutesse di ecologia, turismo, cultura, lavoro, passioni, sport, famiglia… Comunque la mia idea è quella di rilanciare questi eventi.

Così si presenta ora l’immagine di copertina della pagina Facebook di Naomo Lodi

A proposito di Gad, si parla di mafia nigeriana, che ne pensa?
Penso che ci sia. C’è comunque una commissione che sta lavorando per capire bene, però le modalità portano tutte a credere che ci sia un’organizzazione criminale di questo tipo. Non so se sia quella nigeriana, sicuramente ci saranno anche quelle italiane, arabe… Ci sono ingerenze di organizzazioni criminali evidenti.

Come fa a esserne così certo?
A parer mio c’è un’organizzazione capillare. Ho ascoltato un ragazzo nigeriano, gestore di un pub che mi ha detto: “Qui si parla di un’organizzazione forte che non è più solo riferita alla droga e alla prostituzione, ma a qualcosa di consolidato che sta cercando di dividere il territorio ed affermare il controllo sullo stesso”. In pratica le varie fazioni si stanno dividendo i quartieri.

Più che i quartieri, magari le zone… Ma c’è qualche evidenza di questa divisione territoriale?
Ho analizzato il fenomeno del ‘cappellino’ che può sembrare una stupidaggine ma non lo è. In realtà nelle varie zone di Ferrara i nigeriani hanno cappellini di colore diverso, in zona Gad hanno la visiera rossa, in via Bologna blu. Durante le risse questi cappellini vengono gettati a terra, e mi hanno spiegato che questo gesto viene fatto in segno di disprezzo. Usano questi cappelli, quindi, per essere identificati con questa o quella banda.

Quante ce ne sarebbero a Ferrara?
Ce ne sono svariate. Sicuramente comunque c’è un’organizzazione incredibile e si è arrivati a una situazione che è esplosa negli ultimi 10-15 anni.

E secondo lei, quindi, è peggiorata di molto la situazione della droga negli ultimi anni?
Parto da un presupposto: c’è chi vende e c’è chi compra. Anni fa la droga era venduta solo in piazza Verdi e tutti i crimini che succedevano a Ferrara erano risolti nel giro di 24 ore, perché le pattuglie conoscevano alla perfezione gli spacciatori e li beccavano subito. Ora invece classificherei questa situazione in maniera più ampia, legata non solo alla droga ma anche al lavoro nero, alle abitazioni, al commercio etnico.

Come si è arrivati a questo punto?
È stato sottovalutato il problema. I primi comitati annunciarono questa escalation già diversi anni fa, in maniera molto decisa. Il primo spacciatore che si vedeva in un angolo nascosto, e non in bicicletta, veniva denunciato e ricordo articoli di giornale che riportavano richieste di aiuto e si diceva, appunto, che stava nascendo lo spaccio in zona Gad.

Ma come ha fatto ad espandersi così in fretta?
Ha trovato terreno fertile a Ferrara, non ha trovato ostruzionismo, ma se quel primo spacciatore fosse stato fermato subito non sarebbe arrivato il secondo, e poi il terzo e così via. C’era sicuramente già un’organizzazione a gestire, perché non si arriva dall’Africa con i sacchi di droga. Questa è una realtà, ed è stato sbagliato sottovalutare il problema per tutti questi anni.

Quindi è stata da subito avvertita la possibile presenza della mafia nigeriana?
La mafia nigeriana lavora da molto tempo, ma ce ne siamo accorti solo adesso. Era arrivata anni fa per trovare gli alloggi. Ora c’è una collaborazione tra immigrati regolari ed irregolari, questi ultimi vivono in Gad appoggiati da persone che hanno tutto in regola. Questo per me è il fenomeno della mafia.

Quali potrebbero essere delle possibili contromisure?
Serve un censimento urgente degli appartamenti nelle zone calde. La Polizia Locale deve controllare le residenze effettive. Non è semplice ma bisogna che riprenda l’attività di indagine anche da parte loro.

In che modo?
Semplice: verificare chi affitta e in caso di irregolarità avvisare il proprietario e poi sequestrare l’immobile, come fanno ad esempio a Padova. Io stesso conosco delle persone che abitano al grattacielo in sub-affitto senza contratto. Bisogna quindi che si vadano a verificare gli appartamenti uno ad uno per trovare eventuali irregolarità.

Tra le soluzioni adottate al momento c’è quella dell’esercito. Secondo lei l’arrivo dei militari è servito a migliorare la situazione?
Io e Alan Fabbri siamo stati i primi a chiedere l’intervento dell’esercito anni fa ed è arrivato per l’esasperazione con la scusa degli “obiettivi sensibili”. Io sono d’accordo con la sua presenza, che può aiutare le forze dell’ordine. È poco avere 10-12 unità, ma la sera vedere i militari in stazione quando si scende dal treno dà più tranquillità. Ci vogliono però più uomini e più coordinamento. Sarebbe bello in futuro vedere una pattuglia dell’esercito anche in centro. Quindi sì, abbiamo avuto dei miglioramenti sul tema delle maxi risse e gli spacciatori sono più guardinghi.

E il turno di notte della Polizia Municipale?
A tal proposito ho incontrato degli agenti donna che mi hanno detto che su questo tema avrebbero fatto delle barricate, perché per uscire di notte qualsiasi corpo di polizia deve essere armato. Abbiamo visto che le aggressioni avvengono contro il personale dell’esercito o dei carabinieri, i quali non hanno mai sparato ma usato altri strumenti, però mi metto nei panni di un agente che si trova a fare un servizio in Gad e che si possa trovare in difficoltà, figurarsi se è senza un’arma.

Quindi è favorevole o contrario al ‘quarto turno’?
Sono favorevole ma c’è un processo da attuare. Si deve addestrare il personale e bisogna armarli, ma per farlo bisogna acquistare le armi tramite un bando e detenerle in un luogo idoneo, ma ad oggi non abbiamo un comando adatto a questa situazione.

La caserma attuale quindi non si presta a questo tipo di soluzione?
Quella in zona fiera non ha la possibilità di esserlo, perché non c’è una cella di sicurezza che bisogna avere, perché di notte anche il vigile diventa un agente di polizia giudiziaria e quindi può trattenere in arresto, non ha la stanza delle armi con personale incaricato a presiederla 24 ore su 24 e non ha nemmeno la stanza per lo scarico delle armi.

E la nuova che è in progetto?
La nuova caserma verrà costruita al Palaspecchi ed avendo visto gli atti ho letto che sarà una “delegazione comunale”, cosa ben diversa rispetto ad una caserma che dovrebbe essere isolata. Lì invece ci saranno uffici, una biblioteca, un centro per i giovani, per cui non avrà i requisiti per detenere armi, e quindi il quarto turno non può essere svolto. Se andrà avanti questa situazione scriveremo a Salvini il quale bloccherà tutto. Il mio sogno comunque resta quello della Polizia Locale armata anche a Ferrara come lo è nelle altre città, ma sia chiara una cosa: armare non vuol dire che se una persona aggredisce devi sparare, per bloccare un possibile aggressore ci sono altri metodi (spray, manganello, manette, ecc..).

Quindi secondo lei quali sono le soluzioni per la zona Gad?
Prima di tutto serve costanza ed almeno due legislature per portare questa zona a livelli normali. C’è troppo spreco di denaro, io metterei subito uno o due delegazioni della Polizia Locale nel cuore del Gad sotto il grattacielo, e convincerei il ministro dell’Interno a portare un ufficio della polizia in stazione. Secondo, ci sono decine di negozi multietnici ed io prendo ad esempio su questo argomento la gestione fatta da città governate dalla sinistra, come Nardella a Firenze. Lui ha messo delle norme precise: prima cosa i negozi multietnici devono avere una superficie di almeno 80-100 mq, devono avere i servizi igienici per il pubblico adatti anche per i portatori di handicap, e ha messo dei paletti per scoraggiare l’apertura di decine di questo tipo di attività. Non dico, quindi, che non ci debbano essere, ma che vanno ridotti. Troppi di questi negozi innescano una concorrenza sleale.

Così, però, non si penalizzano tutti?
No perché quelli lavorano bene vanno premiati magari con delle esenzioni, ma ci devono essere più controlli, soprattutto sulle condizioni igieniche.

E gli eventuali negozi che chiuderanno? Come recuperare gli spazi?
In quel caso vanno incontrati i proprietari ed offerte loro delle soluzioni per cui se danno in gestione il negozio al Comune per far aprire attività di piccolo commercio locale o artigianato, gli si può togliere l’Imu, ad esempio. In poche parole va riconquistata la zona.

E’ famoso per le sue ‘indagini’ e denunce nei video, posso chiederle che fine abbia fatto quella sul latte in polvere? E cosa può dirci sul nuovo fenomeno degli “Action bitters”?
Queste bustine di superalcolici sfuggono alla normativa italiana ed era da molto che le vedevo in giro. Quello sul latte in polvere, invece, è un indagine seria. Da alcuni mesi seguivo questa vicenda a causa delle lamentele fatte da molte farmacie che segnalavano la presenza di nigeriani che tutte le mattine portavano degli anziani a comprare un tipo di latte, quello più costoso. Non sono un poliziotto, ma se mi arriva una denuncia o una confidenza verifico la notizia. Ho visto tutta la trafila che partiva da un negozio dove poi veniva portato questo prodotto dopo l’acquisto. Ho documentato tutto e ho informato la Digos. E in seguito al polverone mediatico scaturito, si sono bloccati. Anche questo è sintomo di mafia: visto l’interesse mediatico l’organizzazione ha detto “stop”.

E su questo tema parte la querela ad Estense.com?
Si.

Può spiegare la sua versione dei fatti?
Il sabato mattina del presunto misfatto ero davanti all’edicola di un mio amico insieme a Matteo Fornasini di Forza Italia, a parlare di strategie politiche. Mentre eravamo lì, è arrivato un nigeriano a chiederci proprio il latte in polvere in questione, scritto su un foglio, ma, ed è stata una delle uniche volte in cui l’ho fatto, ho tirato fuori un euro dandoglielo, per far sì che andasse via. Nonostante questo, costui ha continuato ad insistere ed io ho detto “ho da fare” e in quel preciso istante mi sono trovato una ragazza, a distanza di qualche metro, che ha iniziato ad inveirmi contro, affermando che io avrei chiesto i documenti al ragazzo nigeriano. Dopo una vera e propria aggressione verbale è andata via. Il giorno dopo questo accaduto, è uscito l’articolo sul sito di Estense.com, che diceva “Lodi aggredisce un nigeriano e chiede i documenti”.

A chi la accusa di razzismo, invece, come risponde?
Inizio col dirle questo: ho tanti amici stranieri, persino mia moglie è straniera, ed ho aiutato tanti a prendere persino la cittadinanza. Quindi sono il meno del meno del razzista che ci possa essere in questo momento. Non sono razzista e ti dico persino che ho preso le distanze da Casa Pound, Forza Nuova e tutte le forze di estrema destra, quattro anni fa. Chi mi accusa di essere razzista non conosce bene i fatti che mi riguardano, avendo aiutato tante persone, anche attraverso cooperative come Viale K, con la quale ho un ottimo rapporto.

Con questo vuol dire che a suo parere non tutte le cooperative fanno business sui migranti come invece altre volte ha lasciato intendere?
Ci sono cooperative che lavorano per business, per cui usano queste persone per avere dei soldi, e ci sono invece cooperative, come quella di Raffaele Rinaldi, che lavorano duro ma non ricevono molti aiuti dall’amministrazione.

 

Nella foto in alto, un’immagine di copertina scelta da Naomo Lodi per la sua pagina Facebook

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Appartenere fa la differenza

Le parole fanno significato e oggi viviamo in una società in cui le parole a volte finiscono per imbarazzare. Forse perché con la diffusione dei social la parola circola più scritta che orale e si sa, perché ce l’hanno insegnato i latini, che scripta manent mentre verba volant. Pertanto le parole perdono della loro leggerezza e finiscono per pesare come pietre miliari. Così non si può dire una cosa per un’altra, un pensiero espresso quando sta scritto è difficile da equivocare quanto da dimenticare.
Perché non considerare tutto questo come un vantaggio? Un aiuto a formulare pensieri meno fragili, più robusti e chiari, ad esempio meno sfuggenti al confronto delle idee, più corrispondenti al nostro reale sentire.
L’uso di certi termini è stato bandito dal nostro lessico sociale, specie quelli espressione di pregiudizi non più tollerabili, ma se sono state bandite le vestigia lessicali restano i loro monumenti nella psiche di tanti nostri simili. Ciò significa che la cultura non procede per editti che siano di riconoscimento o di condanna. I tempi dei pensieri e delle abitudini sono più lunghi e complessi.
È il caso dei diritti e dell’esclusione sociale. Razza, sesso, cultura, religione, disabilità sono ancora parole calde, capaci di suscitare emozioni, di far circolare il sangue, di farlo salire al cervello. Suscitano schieramenti, difese ed attacchi. Uomo del mio tempo sei ancora quello della pietra e della fionda, tornerebbe a scrivere Salvatore Quasimodo.
A proposito di significato delle parole, ultimamente mi sono trovato a parlare di integrazione e di inclusione come se i due termini fossero equivalenti. Tanto equivalenti poi nel dizionario che ognuno di noi reca con sé non devono esserlo, se la maggioranza dei miei interlocutori dimostrava di optare più per l’integrazione che per l’inclusione, riconoscendo implicitamente che l’inclusione si collocherebbe su un gradino più in alto rispetto all’integrazione.
Impegnarsi per favorire l’inclusione sociale è per l’Onu l’undicesimo degli obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030: rendere le città più vivibili, sicure e soprattutto inclusive.
Pensare in termini di integrazione non è la stessa cosa che pensare in termini di inclusione. Ecco la responsabilità della cultura e della conoscenza. Ecco il peso delle parole, che come non sono leggere, non sono neppure intercambiabili, ognuna significa per sé.
Non è che inclusivo è divenuto di moda come traduzione dall’inglese “inclusive”, ma perché intanto includere è il contrario di escludere, di chiudere i porti o di innalzare i muri ad esempio. Includere significa che sei dei nostri, che fai numero con noi, quindi hai gli stessi diritti a prescindere dalla razza, dal sesso, dalla cultura, dalla religione, dalla disabilita o difficoltà.
È un concetto matematico, non fa una grinza, sei parte dell’insieme. Includere, uguale a inserire, mettere dentro. Ecco perché includere è più impegnativo e può rendere timidi, prudenti e timorosi, perché l’inclusione ci mette difronte con maggiore evidenza e responsabilità al diverso, alla diversità, all’altro.
Potremmo dire che l’integrazione è meno invadente, se volete meno compromettente, soprattutto meno scomoda. Integrare significa aggiungere ciò che manca, rendere completo da un punto di vista sia quantitativo che qualitativo.
L’integrazione è più da buon samaritano. I tanti che si rivolgono alla Caritas sono integrati di qualcosa di cui mancano, includerli, farli diventare dei nostri significherebbe essere in grado di risolvere i loro problemi, fare nostra la loro incompiutezza.
C’è l’esclusione sociale dovuta alla povertà e ci sono categorie maggiormente a rischio di esclusione sociale come i bambini e gli over 65. È un problema dell’Europa, ma la situazione è di gran lunga più grave nei paesi del sud del mondo e in molti paesi africani.
Il problema dell’inclusione riguarda le donne e il mondo del lavoro, i giovani e il loro futuro.
Qui non si tratta di integrare, ma di appartenere a qualcosa, di appartenere al mondo del lavoro, di appartenere al futuro.
Allora non abbiamo bisogno di una politica di provvedimenti ma di una politica di progetti. Di pretendere dalla politica nazionale come da quella locale che siano scritti progetti di inclusione, di appartenenza dove ciascuno è considerato, dove ciascuno è incluso, non integrato per poi essere escluso dal mondo del lavoro, dalla partecipazione al benessere, dalla costruzione del futuro.
Inclusione significa appartenere a qualcosa, al proprio Paese, alla propria città, sentirsi accolti. Questo oggi ancora ci manca.

Alessandro Balboni e la nuova destra ferrarese

Alessandro Balboni è quello che si suol dire un figlio d’arte, suo padre, senatore di Fratelli d’Italia, lo ha iniziato sin da piccolo alla cultura politica della destra sociale. Studente universitario, ha portato le idee della destra all’interno dell’università e caso più unico che raro, è stato rappresentante degli studenti con la lista “Azione universitaria”. Ci racconta cos’è la destra sociale a Ferrara e quali sono i programmi per il futuro.

Quello che più mi ha sorpreso è vedere una presenza radicata della destra in una città governata per 70 anni dalla sinistra. Questa destra, secondo te, è pronta per fare il salto e diventare forza di governo?
Il discorso è ampio. Innanzitutto bisogna definire cos’è destra, cosa non è destra e cosa si intende per cultura di governo. A Ferrara la destra è una tradizione fin dal dopoguerra. C’è sempre stato un rappresentante in consiglio comunale già ai tempi dell’ Msi, ininterrottamente, proprio perché è una città rossa paradossalmente; ed è una destra che ha sempre avuto una particolare predisposizione alla militanza e al lavoro. Quindi, benché minoritaria, è sempre stata agguerrita, era una destra molto attiva. Adesso la politica è cambiata nei modi, nei temi, nelle forme, e quindi anche questa predisposizione della destra, come della sinistra, si è andata un po’ a perdere. La destra di oggi non è la destra di vent’anni fa, ma non è neanche quella di 5 anni fa. L’elettorato non si crea e non si distrugge, se adesso la destra è così forte vuol dire che una larga parte di persone che un tempo era nell’area del Pd, ma anche in aree diverse, stanno convergendo in questa direzione. Penso che le persone di destra a Ferrara non siano sbucate dal nulla e che l’offerta non sia tanto diversa da quella di 5-10 anni fa, la competenza dei soggetti c’è, abbiamo espresso dei sindaci di destra in provincia di Ferrara da decenni e per decenni. La vera differenza dagli anni passati è che il livello di trascuratezza e abbandono dell’amministrazione è giunto a un livello tale, ed è talmente palese ed evidente, che ha fatto cambiare idea a tanti cittadini ferraresi.

La destra cosiddetta ‘sociale’, quella a cui si richiama Giorgia Meloni, può rispondere adeguatamente ai problemi di oggi, quelli del lavoro, della sicurezza e la possibilità di avere un futuro? Parlo della città di Ferrara, che sulla disoccupazione non è messa benissimo.
Molto male direi. Basti pensare che Reggio Emilia è a pochi chilometri da qui e ha tassi di occupazione come in Germania. Noi siamo l’anomalia regionale: nel dopoguerra Ferrara era la città più ricca dopo Bologna in regione,  adesso è l’ultima. Comunque, il grande successo che ha lo schieramento di centro-destra in questo periodo lo ha avuto ricalcando dei temi e delle proposte tipiche della destra sociale. La sicurezza, la dignità del lavoro, ma anche della pensione, pensiamo alla riforma Fornero e la sua abolizione che è stato un cult della campagna elettorale, e sono dei temi che non si rifanno tanto più alla destra liberale ma strizzano l’occhio ad una destra sociale o, come piace essere chiamata oggi, sovranista. Quindi è lo stesso elettorato che da dignità e conferma a quelle che erano un tempo le proposte del movimento sociale italiano. I tempi forse son diventati più maturi e la situazione è diventata tale per cui questo messaggio può passare, e perché passa il messaggio? Perché in altre provincie dell’Emilia Romagna probabilmente la sinistra vincerà ancora, essendo province ricche, qui abbiamo di fronte un fallimento totale sotto tutti i punti di vista. Abbiamo i temi della sicurezza, abbiamo l’occupazione, abbiamo la dignità degli anziani, il rapporto tra giovani e anziani, tutti cavalli di battaglia tipici della mia destra, quella che io cerco di rappresentare degnamente.

A proposito di rappresentanza, quanto pesa portare il tuo cognome?
Non è un peso, è un onore. Io ho appena compiuto 26 anni ed ho iniziato a fare politica quando ne avevo 14, paradossalmente sono il secondo più giovane in consiglio comunale, ma per esperienza politica sono tra i più vecchi, togliendo alcuni ‘mostri sacri’ che hanno una settantina d’anni. Ho avuto molti insegnamenti, ho avuto la mia crescita personale che è stata aiutata anche dall’ambiente familiare, ma soprattutto il valore più bello che ho potuto imparare è quello della cultura, cioè la destra è cultura. Non puoi sapere dove vai, se non sai da dove arrivi. In questo caso sono abbastanza avvantaggiato visto che da dove arrivo è un nome illustre per la destra ferrarese, e spesso è stato anche un problema perché ho iniziato a fare questo mestiere di rappresentanza e della politica al liceo, e ci sono stati molti casi di discriminazione. È stato più un handicapp che un vantaggio. Mi han tirato le secchiate d’acqua dal secondo piano in inverno, volantini stracciati, due volte un professore mi ha insultato in assemblea pubblica, essere di destra a Ferrara non è stato facile. E siccome non è stato facile, quando sento parlare una parte politica di discriminazione, di intolleranza, io rido. Sono stato il primo a vedere cos’è la discriminazione nei confronti di qualcuno che non è inquadrato nel sistema, quindi sono il primo a essere democratico e contrario a qualsiasi discriminazione perché l’ho vissuta.

Come rispondi a chi accusa la destra della Meloni, Fratelli d’Italia, la destra sociale di essere razzista verso gli immigrati?
La risposta è molto semplice: non si tratta di vero dialogo, si tratta di una presa di posizione politica, anche quando si parla in consiglio comunale ci sono dei dibattiti, ed io vedo una controparte che non è disposta a parlare sulla realtà effettiva. Preferiscono parlare anche loro per slogan. Ricordo molto bene quando Renzi ha fatto il passaggio da “accogliamoli tutti” ad “aiutiamoli a casa loro”. Questo perché la sensibilità degli italiani è arrivata ad un punto tale da essere davvero arrabbiati per le situazioni che hanno dovuto vivere e per le discriminazioni che hanno visto nei loro confronti. Se una parte politica riporta una situazione di difficoltà e di critica che il popolo stesso approva, vuol dire che si fa portavoce di un’istanza. Questa istanza di stanchezza che molti italiani vivono è la conseguenza diretta alle politiche che abbiamo vissuto negli anni recenti. La destra attuale non è razzista. L’ex ministro degli interni Minniti, uomo sicuramente apprezzabile in ambienti di destra, il quale ha messo in atto delle operazioni di contrasto alla forma di immigrazione più o meno clandestina, ha ricevuto le stesse accuse rivolte a noi. Pertanto è un tema caldo che interessa tutti e che nel lato pratico vede noi impegnati in modo più intelligente. Non ha senso accogliere centinaia, decina di migliaia di persone per poi lasciarli chiusi in un campo di identificazione o per fagli raccogliere i pomodori a 3 euro l’ora, l’ha detto anche il Dalai Lama, nel momento in cui tu Europa accogli questo enorme peso economico ma anche umano e sociale, e svuoti l’Africa dei suoi giovani, chi rimane a costruire là in Africa? A chi spetta la costruzione del futuro in Africa? Noi dobbiamo aiutare chi ne ha bisogno nel proprio paese affinché possano costruire una terra di patrioti africani. Chi è che non ha questo interesse? Se guardiamo a livello europeo, la Francia. Applica signoraggio monetario su molte delle sue ex colonie, che sono tra le più povere e le più disastrate dal punto di vista sociale. Però lo stesso Macron è colui che mette i puntini sulle ‘i’ quando si tratta di immigrazione e prende tempo a chiamarci “vomitevoli”.

Non ha accolto nemmeno l’Aquarius .
Questo è l’esempio più lampante, ma se uno guarda le condizioni del lavoro minorile in tutte le ex colonie francesi africane, verrebbe da dire che, insomma, a essere vomitevole è qualcun altro, sicuramente non l’Italia.

Per quanto riguarda Ferrara invece, sempre sul tema dell’immigrazione, uno dei temi della campagna elettorale sarà il Gad, secondo te cosa ha portato la crisi e quali potrebbero essere le soluzioni?
I miei colleghi fuori sede dell’università quando sono arrivati a Ferrara hanno preso casa in zona grattacielo, erano economiche e anche solo 5 anni fa la situazione per quanto brutta non era così tragica. Adesso chi ha potuto permettersi un appartamento diverso è fuggito. Perchè per 10-15-20 anni si è denunciato un problema reale e concreto e si è rimasti inascoltati? Perchè noi quando parlavamo un anno fa di criminalità, di spaccio e di delinquenza ci si rispondeva parlando di percezioni soggettive e tutto un tratto il Pd fa inversione a U e invece intende di farsi appoggiare da Barnabei che possiamo dire che è un professionista della sicurezza, che è proprio di quella zona, quindi completamente snaturandosi e smentendosi da sola. Il tema del Gad non è una novità per noi che ne parliamo da 10-15 anni. Qui l’ultimo arrivato vuole saltare sul carro del vincitore dopo aver negato il problema e aver creato la condizione per cui il problema dilagasse è proprio il Pd. E non serve certo una scienza per capire che qui si tratta anche di mafia nigeriana, perchè se uno vede le statistiche degli stranieri a Ferrara noterà che i nigeriani non sono i primi per presenza, ma sono tra i terzi e i quarti, eppure ci sono solo loro per strada, con un controllo di più aree del territorio che è uno dei primi sintomi di una presenza mafiosa.

Secondo te l’esercito ha migliorato o peggiorato la situazione? Potrebbe aver semplicemente aver spostato lo spaccio in centro?
Ovviamente la criminalità quando non può più operare in un certo contesto cerca di spostarsi o cambiare le fonti di reddito criminale, l’esercito era necessario. Chiunque ha una ragazza, una madre, una figlia che fa la pendolare magari nele ore tarde o inizio mattina sa benissimo che c’è da avere paura. Il presidio del territorio è una garanzia in più per chi passa o transita nella zona ed è un segnale dello stato che è presente e che non ha abbandonato i suoi cittadini. L’arrivo dell’esercito è stata oltretutto ridicolo, perchè io ricordo molto bene come il Pd locale in pompa magna pontificava sulla sua inutilità e un giorno Franceschini da Roma ha comunicato l’arrivo di quei, pochi, militari.

Sono 8 di numero o sbaglio?
Sì, sono una decina, con una camionetta… quindi un presidio davvero numeroso!

Per te è solo propaganda?
Sicuramente, perché era il tema della campagna elettorale si è pensato di poter rimendiare a un decennio e più di incapacità solo con un azione spot. Fortunatamente i cittadini non si sono fatti fregare. Poi a volte si pensa che l’elettorato abbia la memoria corta e invece in questo caso ha avuto la memoria lunga e ha ben ricordato chi invece parlava di sicurezza e chi invece se n’è ricordato solo in sede elettorale.

Che ne pensi della Lega?
La Lega è molto cambiata nei tempi recenti, ha tolto il ‘nord’ dal nome, e paradossalmente a chi mi chiede ‘come fai a essere in coalizione con la Lega, rispondo che era più complicato stare in una coalizione con una Lega di Bossi che con una Lega di Salvini. Il mio partito ha proprio già il nome ‘Fratelli d’Italia’ l’obbiettivo di mettere l’Italia e gli italiani al primissimo posto, quindi dialogare e allearsi con la Lega di oggi diventa una cosa normale…..abbastanza naturale.

Questo a livello nazionale, e a livello locale?
A livello locale conosco tutti i rappresentanti della Lega, ho avuto anche il piacere, e questo è un tocco di classe, di poter esser giudice alla competizione di salamine con Alan Fabbri e quindi, aldilà della battuta, il rapporto c’è, siamo colleghi di opposizione e noi siamo interessati quanto loro a rovesciare questa amministrazione, mantenendo compatta la coalizione di centro-destra. Perchè non basta vincere, bisogna vincere con un programma coeso e con le idee chiare.

Coeso fino a che punto? In questa coesione rivedi lo schema del governo attuale oppure la coesione solo delle forze del centro-destra?
Per quanto mi riguarda solo centro-destra, poi ovviamente la priorità è riuscire a scalzare questa stratificazione di potere che si è accumulata in capo a una sola parte per più di 70 anni.  Ed esponenti civici o altre liste che volessero appoggiare il centro-destra mi farebbero  solo piacere.

E il Movimento 5 Stelle in questo come lo collochi?
Il M5S da statuto suo proprio non può partecipare alle elezioni coalizzandosi con altri partiti, pertanto qualora volessero allearsi a Ferrara con il la coalizione di forze del centro-destra, arriverebbe il niet dall’alto.

Diciamo che durante la Festa del Tricolore le parole della rappresentante della Lega sono state un pò più di apertura, invece Giorgia Meloni è stata abbastanza netta, non dico troncare qualsiasi tipo di dialogo...
Chiaramente la Meloni ha un respiro più nazionale. Avendo un respiro più locale oppure trovandomi spesso d’accordo o in ottimi rapporti con i colleghi 5 stelle che sono di opposizione quanto me, insomma..

Lorenzo del M5S almeno sul Gad ha posizioni simili.
Federico lo conosco dalla seconda/terza liceo, siamo anche in buoni rapporti personali. Ilaria Morghen se non sbaglio ha un passato in Alleanza Nazionale quindi sicuramente è una persona con la quale riesco a dialogare tranquillamente, ciò nonostante il mio problema non riguarda tanto i 5 stelle locali quanto la loro linea nazionale che io trovo deleteria.

A proposito di Ferrara e delle amministrative di quest’anno, secondo te Fratelli d’Italia è pronta per guidare la coalizione o deve ancora crescere?
Fratelli d’Italia è un partito medio. Stiamo parlando di un partito che si aggira intorno al 4-6%, penso che a Ferrara, per la nostra storia e la nostra preparazione, possiamo dire anche al 6%. Chiaramente se tu mi chiedi di guidare una coalizione, cioè di esprimere un candidato sindaco, non è chiaramente nelle nostre ambizioni. Il candidato sindaco è giusto che lo esprima la forza di maggior peso nella coalizione e in questo caso la proposta spetterebbe alla Lega. Ovviamente poi ci saranno il dialogo, ci saranno i confronti e si parlerà delle persone e dei soggetti. Noi non partiamo presentando un nome, noi ci presentiamo come ascoltatori.

Quindi ascoltare quello che ha da dire la Lega e poi valutare…
Com’era ai tempi del PdL, che non sono tanto lontani, che era il primo a esprimere la parola sul candidato sindaco, e dopo si apriva una discussione interna con gli altri alleati.

La Meloni è anche l’unico leader di partito donna. E a 31 anni era già ministro. 
Una delle più giovani ministri della Repubblica, quindi la sua eccezionalità è essere un grande leader politico. Quindi io non rinfaccerei mai a qualcuno che mi da del sessista che la mia leader di partito è la Meloni, risponderei che la Meloni fa molto di più per le donne di quanto possano fare loro con i loro vuoti slogan e con queste argomentazioni spicciole da bar, anche perché francamente sfido chiunque nell’azione politica del mio partito, ma anche della mia o degli esponenti locali, una qualsiasi minima microscopica traccia di qualsiasi forma di sessismo o di discriminazione verso le donne, è una cosa che mi farebbe ridere.

Anche tu sei molto giovane e, per così dire, ti sei già preso le tue soddisfazioni da un punto di vista politico.
Sono consigliere comunale e anche presidente del consiglio degli studenti dell’Università di Ferrara,  e quando sono entrato in carica, parlo di 2 anni fa, era una cosa eccezionale, la prima volta a presiedere il consiglio studentesco di Ferrara era uno studente di destra, in una città di sinistra. Questa cosa ha scombussolato molte persone, e quando c’erano degli eventi pubblici che riguardavano anche un interesse di ambito universitario/studentesco, l’amministrazione che organizzava 3-4 anni fa era sempre chiamata la rappresentanza degli studenti locali. Quando sono subentrato io non c’è stato più l’interesse nel collaborare e nel dialogare con gli studenti per chiare e ovvie motivazioni politiche. La logica che sta dietro a chi ci amministra è questa: se non sei nella mia rete di conoscenze, con te non ci devo collaborare perché sei un avversario, non un interlocutore. Così si sono arroccati sulle scale del municipio, senza vedere quello che accadeva in città: al Gad, ma anche in San Romano o in via Contrari o in piazzetta della Luna.

Secondo te quale potrebbe essere una soluzione ai problemi di Ferrara, che sono appunto lo spaccio in mano alla mafia nigeriana? E una proposta sulla disoccupazione?
La mia ricetta parte sempre dalla cultura, Ferrara è una città di cultura e dovrebbe vivere soprattutto dei bellissimi poli museali, del rapporto con l’università che, grazie al buon lavoro del rettore, continua a crescere e sta diventando ormai un ateneo di medie dimensioni. Per superare la disoccupazione Ferrara deve puntare sul turismo e sul diventare una vera città di cultura. Chiaramente una città di cultura non può prescindere da un ottimo tasso di sicurezza, perchè i turisti, dove c’è insicurezza e degrado non vengono.

Ho fatto un intervento su La Stampa nel weekend di Internazionale, in cui denunciavo bivacchi con un senzatetto che urinava contro il colonnato del porticato del Duomo, proprio nel weekend dove erano previste 80mila presenze. Come si può pensare di incentivare il turismo se perfino nei weekend importanti non si garantisce un minimo di decoro pubblico e anche di sicurezza? Bisogna partire da questo, sembrano due cose lontane ma in realtà si intrecciano molto bene.

Un tuo intervento che ho apprezzato è stato quello del patentino, e mi è piaciuto la tua proposta del patentino democratico dei valori costituzionali…
Io sono giovane e secondo me i giovani devono dare un impulso per superare  le classiche dicotomie della politica:  sinistra, destra, giusto, sbagliato.. insomma, nel 2019 parlare di antifascismo è fuori dal tempo. Adesso il rischio per chi vuole vivere una politica sana è a tutto tondo. C’è un gruppo di ragazzi di estrema sinistra di Ferrara che si sono beccati una denuncia per minacce a un personaggio politico locale…

Però adesso la domanda te la devo fare: la tua idea personale sul fascismo qual è?
Io sono una persona profondamente democratica e pertanto non posso accettare alcuna ideologia anti-democratica, qualunque essa sia. Sono una persona che opera in ambito istituzionale, non ho mai avuto un atteggiamento al di fuori delle righe, però è tutta la vita che mi devo scontrare con l’accusa di essere un fascista. Mi ricordo addirittura che quando ero alle scuole elementari un giorno tornai a casa chiedendo a mio papà “Papà ma noi siamo stupidi?” e lui mi disse “perchè dovremmo essere stupidi?” e io risposi “Oggi la maestra ha detto che quelli di destra sono tutti stupidi.” Questo è indice di una certa mentalità che non guarda l’avversario per quello che dice, fa o per quello che è il suo profilo istituzionale, come il mio caso penso sia impeccabile, ma cerca di ridurti in categorie che fanno comodo a loro, per addidarti o provare a zittirti o per trovare argomentazioni, qualcosa su cui appigliarsi. Per cui tutte le volte che mi hanno dato del fascista o hanno cercato di riportare il dibattito su questo tema, io ho risposto che la mia condotta, le mie azioni parlano per me. Sono nato, cresciuto e lavoro in un paese e in una città democratica.

Quindi ti dissoci?
Sono accuse ridicole.

Come vedi le amministrative di quest’anno? Ti stai preparando? A livello personale sarai coinvolto?
Io mi preparo già da mesi e mi ricandiderò. Essere consigliere comunale è stato il coronamento di un impegno politico che va avanti da 12 anni; è un esperienza bellissima che mi consente di aiutare in concreto i miei concittadini e di migliorare anche la posizione di questa città. Poterlo fare domani in una situazione in cui faccio parte della maggioranza sarebbe per me una soddisfazione personale immensa.

Anche tu ritieni che un cambio alla guida del governo locale sarebbe anche un indice di democrazia?
Il ricambio è un alternanza democratica ed è normale in tutti i sistemi moderni europei e occidentali, compresi gli Stati Uniti d’America. Il ricambio fa bene sia a chi vince sia a chi perde Credo che al Pd in questo momento serva una lezione di umità per imparare a riascoltare i proprio cittadini e a dialogare con l’opposizione, con chi non la pensa come te.

In ultimo, mi dici che significa per te essere di destra?
Essere di destra è, dal mio punto di vista, il valorizzare alcuni princìpi e alcuni valori della tradizione in una chiave moderna. Quindi essere tradizionalisti nei contenuti ma progressisti nei metodi. Io faccio riferimento ad alcuni valori che ormai sembrano dimenticati e che cerco di portare avanti in prima persona; l’amore per la patria, la valorizzazione dei giovani, il valore di poter vivere e studiare, far crescere la propria patria, il valore del nucleo familiare, la difesa dell’identità nazionale, l’idea di un Europa forte e dei popoli, e non quella della burocrazia e della banche. Essere di destra non è solo un insieme di valori ma, secondo me, è anche uno stile di vita, e io cerco di esserne esempio dai modi ai temi alle cose di cui parlo anche in prima persona.

Un giorno speri di essere sindaco di questa città?
Onestamente, non ho mai apprezzato le persone ambiziose, anche se dicono che le persone ambiziose sono quelle che in politica hanno successo. La mia più grande soddisfazione è quella di essere arrivato in consiglio comunale. Vorrei tornarci al prossimo mandato, poi si vedrà insomma, come si dice “vola basso, schiva i sassi”.

“Entri papa ed esci cardinale”
Esatto, io la vedo così.

Samba pour la France

SAMBA, Omar Sy, 2014. ph: David Koskas/©Broad Green Pictures

Un altro appuntamento con Omar Sy, dopo ‘Quasi Amici’ e ‘Famiglia all’improvviso. Istruzioni non incluse’. Ancora un incontro fra due mondi, per ‘Samba’, di Olivier Nakache e Éric Toledano (gli stessi registi di ‘Quasi amici’): quello dei sans papier del maliano Samba (Omar Sy) e della francese Alice (Charlotte Gainsbourg), una dirigente d’azienda che dopo un crollo psico-fisico da stress decide di cambiare vita.

La commedia a sfondo sociale, che ricorda molti temi di Ken Loach, fa dialogare due mondi estremamente diversi. Samba Cissé vive di espedienti e lavoretti temporanei, nel mondo del lavoro sommerso francese che cerca lavoratori a basso presso senza documenti regolari, una vita sospesa e in bilico in attesa della tanto agognata carta di soggiorno che mai arriva. Eppure il protagonista vive lì da dieci anni. Alice, che, dopo la depressione da ‘burn-out’ (o esaurimento da lavoro), cerca di ricostruire il suo equilibrio e la propria vita attraverso il volontariato in un’associazione che aiuta gli immigrati a sopravvivere fra i cavilli burocratici e non solo.  Tratto dal romanzo ‘Samba pour la France’ di Delphine Coulin, non è una storia vera ma vi sono tutti gli elementi per esserlo. Niente di più attuale, infatti.

Una commedia sociale dolce e amara, una ‘dramedy’: chi cerca i documenti regolari e un’identità e chi cerca di ricostruirsi, in fuga da se stesso; entrambi avvolti da un inferno personale che sfianca. Finché le due realtà si incontrano, in una storia, quasi una favola moderna, che fra tante emozioni, simpatia e risate, può aprire un varco verso la serenità.

Samba, di Olivier Nakache e Éric Toledano, con Omar Sy, Charlotte Gainsbourg, Tahar Rahim, Youngar Fall, Francia, 2014, 118 mn.

#VocidalGad – Massimo Morini: “Fare le regole non basta, bisogna anche farle rispettare”

La quinta puntata di #VocidalGad ha come protagonista Massimo Morini, presidente dell’associazione “Comitato Zona Stadio” di Ferrara.

“L’associazione Comitato Zona Stadio – ricorda Morini – è nata nel 2013 e l’obbiettivo che si pone è quello della salvaguardia del quartiere in termini di riqualificazione, ampliamento delle relazioni interpersonali tra gli abitanti e quindi aumento della socialità. L’esigenza deriva dal fatto che l’associazione è nata in relazione a problematiche di quartiere molto rilevanti, sentite come tali dalla maggior parte dei cittadini, ma che in precedenza non avevano trovato una voce adeguata per portarle nelle sedi giuste”.

Quali sono queste problematiche?
Fondamentalmente sono lo spaccio, la prostituzione e il degrado che ne consegue. Tutto ciò è espressione di forme di microcriminalità nella zona Giardino, che proprio per questo oggi risulta diversa rispetto al passato.

In cosa è diversa?
Pure in passato c’erano fenomeni di microcriminalità, ma prettamente autoctoni e di dimensioni abbastanza gestibili dalle forze dell’ordine. La criminalità che si è sviluppata negli ultimi 10 anni, legata ai processi migratori, in termini quantitativi è molto più solida e organizzata. Questo rende la gestione difficoltosa. Noi come cittadini ci siamo resi conto del peso che ha questa microcriminalità nelle strade, nel senso che c’è un continuo via vai di spacciatori nell’area dello stadio oltre che nella zona del grattacielo, che propongono in maniera diffusa le loro droghe, creando ovviamente fastidio, paura, problematiche di sicurezza.

Anche il prezzo degli appartamenti è sceso drasticamente.
Questa è una conseguenza. Ovviamente nell’arco degli anni c’è stata una grande concentrazione di microcriminalità in quest’area più che nelle altre. Questo problema è sfuggito di mano, non per inerzia dell’amministrazione, ma proprio per la portata elevata.

Magari non ci si è resi subito conto dell’ampiezza del problema?
Diciamo che è stata sottovalutata e quindi l’ondata che ne è conseguita è stata dirompente anche per le normative stesse perché essendo una problematica di microcriminalità ha in sé molte pericolose implicazioni.

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Massimo Morini

Qualcuno però afferma che ci sia stato un abbandono del quartiere da parte dell’Amministrazione.
Dal mio punto di vista non c’è stata la necessaria attenzione, questo non è mai stato considerato un quartiere da sviluppare. La vicinanza alla stazione e la presenza dei grattacieli ha favorito la creazione di un’area di delinquenza e l’amministrazione, almeno fino al 2013, è stata poco attenta. Uno dei punti di forza della nostra associazione, in modo anche dirompente e innovativo, è stato quello di porsi in maniera critica ma collaborativa nei confronti degli amministratori, facendo presente, al di là della mera protesta e dell’evidenziare una problematica, il fatto che questo quartiere aveva bisogno di un intervento non solo delle forze dell’ordine ma anche dell’amministrazione stessa. Un intervento che fosse basato su una vera riqualificazione.

C’è stata una risposta positiva?
Posso dire che dal 2013 il quartiere Giardino è stato molto più ‘attenzionato’ dall’amministrazione, ci sono state tutta una serie di iniziative che sono state fatte, che hanno avuto una finalità di riqualificazione del quartiere in termini di partecipazione e di attività, perché se un quartiere muore da questo punto di vista viene ‘preso in carico’ dalla microcriminalità.

Però è dovuto venire anche l’esercito.
Una delle nostre proposte, essendoci confrontati con le forze dell’ordine, era quella di aumentare il presidio anche in termini numerici e l’esercito ha un significativo ruolo di aiuto. Le cose sono migliorate, ma i problemi non sono risolti. Però c’è un occhio in più.

Quindi in questi ultimi cinque anni è migliorata la situazione?
C’è stata una maggiore presa di coscienza del problema, Ma occorre fare di più, ad esempio dare maggior attenzione alle attività commerciali, e controllare al contempo quelle che sono al limite della legalità e che possono fingere da luoghi di spaccio. Occorre secondo noi anche dare più forza alla polizia municipale. Un’altra cosa che potrebbe fare l’amministrazione con maggiore sistematicità è verificare il rispetto delle normative. Porre per esempio termini restrittivi per la vendita degli alcolici non basta, bisogna vigilare sul rispetto.

Ti riferisci al “Regolamento di Polizia Urbana della città di Ferrara“?
Assolutamente si. Secondo il nostro punto di vista, non viene attuato in questo momento. Sarà per la mancanza di forze, per la mancanza di impegno, ma manca qualcosa. Si può e si deve fare assolutamente di più. Anche nel controllo degli appartamenti, poiché molti di questi affittati da italiani si sono scoperti essere luogo di spaccio e di deposito di droga, quindi capire le persone che ci stanno, in quanti ci stanno, tutta una serie di indagini approfondite che dovrebbero essere fatte partendo dal grattacielo fino a tutta l’area del quartiere Giardino.

Avete cercato un’integrazione, una possibile convivenza con le persone di altre etnie che abitano questo quartiere?
Abbiamo cercato di far si che il problema non fosse quello dell’italiano verso lo straniero o la persona di colore, ma di concentrare l’attenzione sui fenomeni dello spaccio e della criminalità, anche se chi lo fa ora per strada è nigeriano, ma ci sono altre etnie che gestiscono la droga in altre zone di Ferrara. Ci sono anche altre problematiche legate ai furti in casa e alle biciclette che sono gestiti da altre etnie.
Il problema dello spaccio è che l’offerta è legata alla domanda e a domandare sono i ferraresi… In ogni caso un punto è chiaro: chi sta qua deve rispettare le regole. Non ha importanza che sia di etnia nigeriana, scuro o chiaro, l’importante è che rispetti le regole,se no non può stare in questa città. Noi abbiamo cercato anche di collaborare con le associazioni straniere perché riteniamo che sia importante anche capirsi. Cito un esempio particolare che è emblematico: il primo incontro con l’associazione nigeriana è stato fatto nel quartiere Giardino, sotto casa mia, ed è andato male, perché c’era molta diffidenza da parte loro, su chi fossimo, su cosa volessimo, del perché facessimo certe cose. Successivamente gli incontri hanno fatto capire a queste persone che di fronte avevano altre persone che avevano voglia di costruire qualcosa di positivo.

Avevano paura in pratica?
Sì. C’era a suo tempo un sentimento di paura perché si sentivano, giustamente, aggrediti in quanto etnia, poiché una parte di loro delinqueva. Dico una parte perché ci sono nigeriani che sono persone assolutamente integrate, perbene. Per dire come c’è una diffidenza reciproca, noi verso loro e loro verso noi. Abbiamo cercato anche di comunicare con loro perché riteniamo importante far presente a loro il problema, perché se ne rendessero conto in maniera importante, in modo che anche loro isolassero, come facciamo noi con gli italiani, chi sbaglia, perché questo va contro anche a loro stessi, altrimenti ogni volta che si vede passare una persona di colore si dice ”ecco, è passato lo spaccino”, e non è così. Per questo dico che c’è bisogno di socializzazione, e noi con le nostre iniziative abbiamo cercato proprio di coinvolgere, comunicare, capire e conoscere tutti per affrontare i problemi a 360 gradi.
Siccome, però, è un problema grosso, da una parte ci sono le problematiche che devono essere gestite dalle forze dell’ordine e che sono di loro competenze, dall’altra parte un cittadino può anche lui fare qualcosa in qualche modo. È vero anche che ultimamente la situazione è molto difficile, c’è molta tensione ed i cittadini sono stanchi.

Aumenterà secondo te questa tensione con l’avvicinarsi delle elezioni?
Ma al di là delle elezioni, che è uno scontro politico e sicuramente ci saranno delle strumentalizzazioni di destra e di sinistra, come ci sono sempre state, è proprio il cittadino che è stanco di questa situazione.

Secondo te i media esagerano nel riportare il quartiere giardino o la zona Gad come un territorio conosciuta solo per la criminalità?
Diciamo che, come in tutte le cose, forse fa più notizia un fatto negativo che uno positivo. Il tentativo di indurre l’amministrazione a fare dei progetti, partendo dal riconoscimento dei problemi che i media denunciano puntualmente, è per riscattare la nomea del quartier che, avendo in sé la parola ‘giardino’, porta intrinseco il significato di un quartiere bello, residenziale, un quartiere che ha delle potenzialità, e che non può essere schiacciato dalla negatività dello spaccio, deve essere valorizzato nell’ottica della positività che ha. È ovvio che in questi anni il non-interessamento, lo spegnere le luci, le zone buie, hanno fatto avere un vantaggio a chi nel buio si trova bene rispetto a chi sta nella luce.
Un altro esempio  l’aiuola in ‘Giordano Bruno’: abbiamo cercato di appropriarci di una soluzione che aveva proposto il Comune, quella di gestire attraverso l’associazione, il verde e abbiamo pensato di fare un’aiuola di fiori, curata assieme ai bambini, quindi in collaborazione con la scuola, e con dei richiedenti asilo politico, dei ragazzi validi e in gamba, volenterosi, proprio perché riteniamo che sia importante anche far vedere il bello, perché il bello richiama il bello. Se tu in un giardino ci metti dei fiori, lo vivi,  magari le famiglie ci vanno, anziché andarci altre persone. Ma è un percorso duro e lungo.

I prossimi obbiettivi?
Il nostro prossimo obbiettivo è quello di mantenere sempre alto il livello di attenzione da parte dell’Amministrazione, perché comunque non deve terminare il percorso di iniziative che sono state fatte, ma riproporlo anche in maniera standardizzata. Ci è dispiaciuto perdere l’appuntamento del mercatino europeo perché era un’iniziativa importante, adesso abbiamo lo stadio, che speriamo sia fonte di riqualificazione positiva. Poi collaboriamo con le forze dell’ordine per favore un puntuale presidio nel quartiere.

Elezioni, da Trump a Ferrara. Daniele Lugli: “Spero che la città si salvi da pericolose derive”

Daniele Lugli, figura di spicco del panorama culturale ferrarese, confida le sue preoccupazioni sul futuro politico di questa città e della nazione intera. Per i pochi che non lo conoscessero, basti sapere che sin da giovanissimo aderì alle idee di Aldo Capitini e partecipó alla creazione, nel 1962, del Movimento Nonviolento, del quale è stato presidente tra il 1996 al 2010. È stato anche funzionario pubblico, assessore alla pubblica istruzione a Codigoro e Ferrara, docente universitario, sindacalista e difensore civico della Regione Emilia Romagna tra il 2008 e il 2013. In poche parole un uomo impegnato nel sociale ed esperto di cambiamenti nella società.

Come vedi la situazione politica generale in Italia?
È difficile marcare i confini della situazione italiana attuale, perché è fortemente collegata a una situazione internazionale. La svolta che si è manifestata nelle ultime elezioni, che in qualche modo covava da tempo, ha radici piuttosto profonde e in modi diversi, ma non contrastanti, si è verificata in America con l’elezione di Trump: esponente della destra reazionaria sostenuto dal ceto popolare, da una classe impoverita e da persone emarginate che si sentono minacciate dalla presenza dell’immigrato. Questo è un trend che abbiamo visto, non solo in Italia, in modo evidente, ma in paesi che ne sembravano esenti, per esempio la Svezia con l’affermarsi di un partito filo-nazista. A me sembra che si tratti di un processo che ha radici lontane e che non è destinato a fermarsi subito. È un trend a mio avviso preoccupante, perché riesce a far confluire le preoccupazioni e le difficoltà di ceti popolari e di una media classe impoverita e a trovare un bersaglio semplice e comodo che sostanzialmente è costituito dall’immigrazione o addirittura da una frazione di questa, cioè i richiedenti asilo. Quasi ci si è dimenticati del resto degli immigrati che ci sono, che lavorano, che trovano una collocazione, con una spiccata tendenza a concentrare l’attenzione per quello che riguarda la migrazione africana, quella subsahariana o, diciamo meglio, i ‘negri’, perché è questo l’elemento che viene portato con molta forza.

Ci sono motivi diversi dal razzismo o è solo questo il problema?
Che i motivi siano diversi dal razzismo lo penso anch’io, ci sono degli aspetti che sono stati anche colpevolmente trascurati da chi ha governato fino a ora. C’è stata un’alternanza dei governi di centro-destra e centro-sinistra, ma il tema dell’immigrazione non è stato affrontato seriamente né a livello nazionale né a livello europeo. Questa penso sia una grossa colpa dei nostri governi di non essersi imposti nelle sedi dove poteva essere affrontato tale problema.
La gente che arriva qui, viene in Italia perché è qui che sbarca, oppure in Spagna o in Grecia. In realtà, però, sta cercando di andare in centro-nord Europa, tant’è che non vuole fermarsi e imparare l’italiano perché gli interessa più tenersi ‘sveglio’ l’inglese per andarsene, quindi in realtà il nostro Stivale è un punto d’approdo. Se l’Europa è la meta, è lei che deve porsi il problema ed è lei che ha gli strumenti per affrontarlo. L’Ue non sta facendo niente di quello sta scritto nei suoi documenti, quindi oltre a contraddire la carta dei diritti europei, ha dei comportamenti che vanno contro all’Atto Unico, che parla in tutti altri termini di come ci si comporta con l’immigrato. È vero che questo ha avuto un andamento più forte e meno regolare di quello che era previsto, però ciò ha fatto saltare ogni idea e ogni modello di immigrazione.

C’è anche una sorta di ipocrisia da parte della Ue? Penso a Macron che da una parte bacchetta l’Italia e dall’altra non fa approdare l’Aquarius.
Non c’è nessun dubbio anche su questo. Anche chi fa un discorso apparentemente di apertura, in realtà poi, dato che i voti li prendi nel tuo Paese, rassicura sempre sul fatto che lui non è in grado di accogliere altri migranti.
Da questo punto di vista credo che anche l’Italia abbia le sue colpe, ha avuto il tempo per affrontare questo tema e non trovarsi a improvvisare, anche perché aveva l’esperienza degli altri Paesi, non ha saputo tirare fuori il meglio delle pratiche degli altri e non ha saputo tracciare una linea propria. Non voglio dire con ciò che sia facile, perché abbiamo visto Paesi che hanno a che fare con questo tema da più tempo, come l’Inghilterra o la Francia, non essere grandissimi esempi. Oppure l’America, un paese che è costituito tutto sull’immigrazione, che pensa di fare un muro con il Messico, e il consiglio geniale che ha dato Trump alla Spagna è di ”fare un bel muro nel Sahara cosi avrete risolto il problema”.

Come giudichi l’operato del governo italiano?
Devo dire che il livello è bassissimo. Trovo che sia bassissimo il livello del nostro governo, come bassissima è l’opposizione, che teoricamente dovrebbe esserci. Si è riusciti a mettere insieme il peggio, cioè un improvvisazione e un indignazione populista incarnata dai 5Stelle con un riflesso, non dico neanche fascista, forse un po’ peggio. Siamo a un livello per il quale è possibile il razzismo più bieco vestito da sicurezza per gli italiani, mentre viene seriamente messa in pericolo proprio da queste politiche. Quindi da questo punto di vista non ho una grande fiducia nel quadro generale. Credo che sia stata sottovalutata questa situazione, e questo vale anche per Ferrara, la cui condizione è una conseguenza del quadro nazionale secondo me.

A proposito di Ferrara, questa situazione potrebbe avere colpevoli a livello amministrativo, magari anche solo mancanze da parte del Comune?
Onestamente non mi sento di dire che sono state commesse delle omissioni così gravi che spieghino l’andamento ferrarese, sennò avremmo Ferrara messa così e altri posti messi diversamente, invece credo che ci sia un trend generale e alcuni aspetti che forse hanno colpito di più Ferrara. Penso alla crisi della Carife, che era un simbolo della città. Quindi c’è una sfiducia che ha colpito a vari livelli e una sottovalutazione di processi che andavano avanti.

Questa ‘sottovalutazione’ ha creato il ‘fenomeno Gad’?
Una volta non si diceva ‘Gad’ ma ‘grattacielo’, perché fisicamente si intendeva una parte ristretta della città. Gad indica addirittura tre quartieri, è esagerato, poiché sono tre quartieri che non hanno né gli stessi problemi né lo stesso modo di vivere la quotidianità. C’è comunque stata una sottovalutazione di sofferenze della popolazione residente di classe media, come per esempio una persona che ha comprato un appartamento in quella zona e che sa che se lo rivendesse prenderebbe la metà dei soldi che ha investito. Se gli si dice che la colpa di questo degrado è di chi arriva qui in Italia come immigrato, è naturale che sia contento se gli propongono di toglierli tutti. Senza pensare al perché siano venuti, a chi ci ha guadagnato, come mai siano concentrati lì, quali speculazioni ci siano. Poi c’è, invece, la fascia di quelle persone che magari sono lì che aspettano un appartamento da anni e gli passa davanti nelle graduatorie una signora tunisina con quattro figli, quindi concorre con loro per un bene scarso, è una guerra tra poveri. Tutto questo investe anche fasce della popolazione che non erano abituate a ritenersi povere e che quindi sono alla ricerca di un colpevole. Naturalmente è più faticoso cercarlo nella finanza senza alcuna regola, in un’economia che detta i compiti alla politica, per cui la politica deve essere la migliore esecutrice di compiti dettati da altri. In fondo il torto del centro-sinistra è stato dire ”io sono più bravo del centro-destra a fare quello che mi dicono i mercati”. È passata l’idea di un neo-liberismo, così lo chiamano, in cui è il mercato che deve avere l’ultima parola.

Il mercato regola oramai la vita di tutti i giorni.
Questo vuol dire buttare via tutto quello che si è fatto come Democrazia: la Costituzione, la Carta dell’Onu, la Carta dei Diritti dell’Uomo, la Carta dei Diritti dell’Unione Europea. E’ il diritto che dovrebbe regolare la nostra vita. È difficile prendersela con i fondi finanziari che decidono gli spostamenti del capitale che si muove con un click, oppure con quelli che in questa crisi si sono arricchiti in modo smodato. Le disuguaglianze sono assolutamente cresciute e le persone invece di guardare alla disuguaglianza, guardano a chi si insidia nel posto che gli è più vicino. Non si pongono il problema dell’uguaglianza, che prima era un progetto, come per esempio la scuola che è libera per tutti, la sanità, l’assistenza. Quando il pubblico diventa un’estensione del privato, perdi la dimensione di comunità. In questo senso è la sinistra che ci perde, e per sinistra si intende quella alla quale si ascrive l’idea che l’uguaglianza è importante, anche se non dovrebbe essere un problema solo della sinistra. Noi abbiamo una Costituzione che dice delle cose, e questa gente che giura fedeltà alla Costituzione fa l’esatto contrario. Non fa una cosa ‘leggermente diversa’ ma marcia decisamente contro e quindi in questo senso la situazione è preoccupante.

E a livello locale?
A livello locale, invece, secondo me non c’è stata abbastanza attenzione nel perseguire delle cose sulle quali si costituisce il nostro orgoglio, come la scuola. Vedo che a partire dai nidi, dalle materne e le elementari, è una delle istituzioni che bene o male sta accogliendo meglio i ‘nuovi’ cittadini. Con tanta fatica, perché i progetti non si improvvisano, però è un luogo dove esiste una convivenza, dove semmai c’è da ‘intrecciare’ meglio i genitori, che sono normalmente più restii dei loro bambini, per non parlare dei nonni, che evidentemente fanno molta fatica a vedere un mutamento. Diverso è per i ragazzi che stanno assieme, che hanno uno scambio: trovano punti in comune. Quindi la scuola sta facendo abbastanza il suo dovere nella nostra realtà, e so che il Comune la sostiene aldilà di quelli che sono i suoi compiti specifici, però fa molta fatica a farlo. E in questa fatica che fa, a volte, l’aspetto dell’uguaglianza viene meno di fronte al fatto che comunque deve funzionare.

L’anno prossimo, però, le elezioni, più che sulla scuola, si giocheranno sulla questione Gad.
Più che sul Gad si giocheranno sull’emergenza immigrati, e chi dimostra di avere la voce più dura per risolvere il problema vincerà. Il comune di Ferrara è molto ampio, per cui ci sono posti che non hanno avuto presenze di immigrazione, però il problema viene sentito come se fosse lì. Questo vuol dire che è riuscita a passare un’immagine, e un immaginario, che ha il suo peso. Sono sicuro che questo è un tema vero e io non ho ricette, se non dire che per troppo tempo si è trascurata una vicenda quando questa era ancora gestibile.

Fino a qualche anno fa, quindi, non c’era un problema legato ai migranti?
Ricordo che dei rifugiati a Ferrara non si parlava se non una volta all’anno perché c’era il giorno del rifugiato. Il problema era piccolo, ma le caratteristiche c’erano già. Mi ricordo che chiedevo come fare con queste persone, le quali non potevano lavorare e non avevano una risposta sull’accettazione di asilo in breve tempo; non è pensabile che la gente resti a ‘mezza cottura’ in questo modo. Si avevano risposte del tutto inconcludenti, mentre era evidente che le prime azioni da fare erano chiedere ai giovani che arrivavano: “vuoi stare qui? Allora impari la nostra lingua, ti diamo un lavoro anche se non è quello che volevi, altrimenti vai da un altra parte”. Non posso pensare che se sono in pochi si può mantenere una situazione che quando diviene troppo grande, diventa ingestibile. Poi si amministrano i rifugiati in modi diversi e del tutto casuali, per esempio se sei nel Cas ci pensa il Prefetto, se sei nello Sprar vuol dire che sono i Comuni che ci pensano. Quindi c’è una difficoltà di lettura, sia per chi gestisce il problema sia per chi arriva. C’è da dire che preferisco questo invece che la gente presa e bastonata come in Libia, però mi rendo conto che non può essere una cosa che andrà avanti in questo modo. Quindi quello che penso è che andrebbero valorizzate tutte quelle occasioni nelle quali i giovani che arrivano si trovano con i giovani che son già qui a fare progetti insieme.

Come il ‘FEsta In Pace’?
Si, anche se è troppo superficiale. Ci sono stato, mi fa piacere e sono contento che si faccia. Penso che dovrebbero esserci delle cooperative fatte assieme dai giovani immigrati e dai giovani ferraresi, perché sono entrambi senza lavoro. Per esempio il servizio civile, che si è proclamato ‘universale’ anche se con meno fondi, è il modo in cui i giovani fanno un’esperienza assieme di un anno di lavoro serio.

Molti vorrebbero risolvere questa situazione, ma sembra non ci sia soluzione.
Qui si tratta di azioni che si promettono ma non si fanno, e non è nemmeno colpa del comune di Ferrara, che al massimo può darti la Costituzione quando compi 18 anni, perché deve passare lo Ius Soli, altrimenti non diventi cittadino neanche se sei nato e hai studiato qui. Questa è una cosa semplicemente infame. È un modo di legiferare di carattere razzista, si stabiliscono delle gerarchie per cui ci sono dei ‘cittadini’ e dei ‘non cittadini’ che stanno sullo stesso territorio. È una cosa che noi italiani non eravamo abituati ad avere dai tempi del fascismo; ottanta anni dopo le leggi razziali siamo a questo punto. È un aspetto gravissimo, perché entra poi nel senso comune delle persone. Per cui una persona dice “rimpatrio 100 persone”, poi non rimpatria per niente, ma fa lo stesso perché intanto l’ha detto, e anche se i ‘cattivi’ e i ‘buonisti’ non li hanno fatti rimpatriare, ‘lui’ quello ‘buono’ li voleva portare via. Oppure quando si dice “portali a casa tua” a me viene voglia di rispondere “continui a dire prima gli italiani? Dici che un quarto degli italiani è tra povertà assoluta e povertà relativa e sono in seria difficoltà? Perché, allora, non te li porti a casa tua?” Perché devo portarmi a casa mia gli immigrati? Porta a casa tua gli italiani prima. Queste modalità hanno il torto di degradare il livello dei discorsi e questo è avvenuto anche nella nostra città.

Chi sono i colpevoli di questo degrado del confronto?
A livello locale non mi sento di dare colpe, abbiamo un sindaco che è una persona perbene, competente, che fa il sindaco perché crede che sia bene fare il sindaco. Certo, ci sono una serie di scelte politiche con cui non sono d’accordo.
Noi abbiamo le elezioni, e secondo me è importante per chi andrà a votare avere in mente che sta votando per il suo Comune, ma che negli stessi giorni voterà anche per l’Europa. E lì si tratta di capire se di fronte ai problemi complessi che ci sono, la risposta scelta sarà avere un Europa più forte e più unita o invece andare verso la disgregazione. Io non ho dubbi sulla prima scelta, poi possono farmi tutte le critiche del mondo nei confronti dell’Europa. L’Unione europea, con tutti i suoi difetti, è stata la ‘causa’ che ha tenuto lontana la guerra dal nostro continente. Questo vuol dire che con tutti i suoi limiti, rappresenta un luogo dove i diritti, seppur risicati, ancora ci sono, sono riconosciuti. Ecco perché, per me, bisognerebbe capire che cosa è in ballo in queste elezioni. A Ferrara, secondo me, è il fatto di non essere governati da incompetenti con tendenze criminali, è il rischio che c’è. Bisogna capire che a Ferrara va preservata una condizione di convivenza e di decenza che, tutto sommato, è invidiabile nel complesso, poiché se uno guarda non mi sembra sia una città invivibile. E bisogna capire che in Europa, quando i problemi sono complessi, bisogna dare delle risposte complesse. Certo, possono soddisfare la gente dicendo “ci penso io”, ma non c’è niente di facile. C’è stata l’arroganza da parte del centro-sinistra di pensare che ci fossero colpi che risolvessero i problemi, per esempio il 40% alle europee o il cambiare la Costituzione. Non si fa così se si vuole cambiare davvero. Nella semplificazione non possono che vincere delle tesi reazionarie.

In tutto questo il ‘Movimento Nonviolento’ come si colloca? Se dovessi fare un raffronto politico penserei al Partito Radicale.
Io non sono radicale, e sono stato contrario a ogni tipo di identificazione e avvicinamento al Partito Radicale. Gli riconosco alcuni meriti, come quello dei diritti civili, la battaglia sull’obiezione di coscienza, ma non ho nessun tipo di affiliazione né di vicinanza. Non mi ci sono mai riconosciuto.
Il Movimento l’ha costituito Capitini dopo la ‘Marcia della pace’ nel 1961. Io ero lì con lui nel 1962, poi Capitini è morto, nel 1968, e io sono stato per molti anni presidente, mentre adesso c’è Mauro Valpiana che è anche il direttore di ‘Azione Nonviolenta‘. È un movimento, quindi, che si tiene lontano dall’affiliazione di partiti, poi le persone fanno le scelte che fanno, come me, ma sempre da indipendente, proprio perché il Movimento è convinto che occorra qualcosa di diverso dai partiti e che ci siano delle priorità: la prima è quella di opporsi alla guerra in tutti i modi, e nessuno dei partiti ha mantenuto questa posizione, anche perché siamo molto legati all’articolo 11 della Costituzione che dice “l’Italia ripudia la guerra”. Il Movimento non violento viene da Ghandi, da Luter King, è un piccolo movimento, ma collegato a delle correnti profonde di pacifismo radicale. C’è un movimento di giustizia e di eguaglianza che nei radicali manca. Ho molta stima per Emma Bonino, Marco Pannella lo conoscevo da quando ero ragazzo, però questa sensibilità, ai problemi sociali, nei Radicali è carente, non a caso è una formazione che è nella sinistra liberale. Invece penso che oggi il dato dell’essere o non essere povero, del fatto che si va indietro invece che avanti e la diseguaglianza sociale sono i problemi assoluti. E la diseguaglianza è un problema che se non viene visto e affrontato, produrrà il risultato che si darà un calcio a chi è sotto di te per paura che prenda quello che tu hai. Mors tua, vita mea.
Il Movimento Nonviolento è preoccupato di questo. Capitini dava questa definizione: “La non-violenza è apertura, ed è apertura all’esistenza dell’altro”, anzi addirittura diceva “del vivente”, difatti non mangiava neanche la carne. Quindi l’apertura all’esistenza dell’uomo in primo luogo, ma più in generale all’esistenza, alla libertà; quindi c’è anche l’idea che l’altro ha diritto di esistere e di essere libero, e già oggi noi, di fronte a una serie di figure, diciamo che non esiste il diritto di esistere. Se dico che sei clandestino, dico che sei illegale, che sei una non-persona, quindi non hai il diritto di esistere o di esistere qui perlomeno.

Sarebbe in pericolo la libertà quindi?
La libertà c’è solo se c’è libertà per tutti, sennò vuol dire che ci sono dei servi e dei padroni. Quindi chi non pensa alla libertà dell’altro, vuole un mondo di servi e padroni. Noi siamo contrari a questa idea. Oltre alla libertà e al diritto di esistere, c’è anche il diritto allo sviluppo dell’altro, cioè il diritto di tirare fuori tutte le risorse che una persona ha. Non pensiamo allo sviluppo economico del diventare più forti e più potenti, ma ad uno sviluppo umano in cui i bisogni fondamentali vengano affrontati e forse c’è bisogno di una vita più sobria. Da questo viene l’attenzione alla natura e ai temi dell’ambiente.
Il Movimento NonViolento, per me, quindi, è fonte d’ispirazione anche nella realtà locale, cioè dire che vanno fatti quei gesti che permettono di costruire solidarietà tra le persone, non solo con delle predicazioni. Ecco perché è importante che a Ferrara ci siano delle persone che si prendono la briga di fare il tutore di minori stranieri non accompagnati, che accanto a chi di mestiere li accoglie ci sia gente che volontariamente si prenda o ragazzi in casa oppure fare l’adulto di riferimento, che per il minore straniero vuol dire avere una figura di riferimento con la quale confrontarsi, invece di essere un numero la cui tutela dipende dalle istituzioni.

Si può essere ‘pacifisti a oltranza’?
Nei casi concreti è sempre difficile capire, si dice “quando c’era Hitler si doveva pregare o bisognava combattere”, e via dicendo. La risposta è: la stragrande maggioranza degli italiani erano diventati fascisti, quindi potevano fare a meno di esserlo. Non è che venuto un marziano a far diventare fascisti gli italiani, c’è stata una conversione. Oggi la gente che il giorno prima votava Pd, ora vota Lega. Ti faccio un esempio: quando è morto Federico Aldrovandi è stato fatto un corso di formazione dove c’erano la polizia, i carabinieri, gli assistenti sociali, i volontariato che vanno in giro. Perché si è fatto? Per dire che c’è un bisogno da parte degli operatori di conoscere come opera quello a fianco, perché c’è bisogno di collaborazione. Se penso che un giovane è fuori di testa, non penso di curarlo a colpi di manganello, ma chiamo il pronto soccorso psichiatrico. Ho la consapevolezza di quello che posso fare io e di quello che posso fare in più sapendo che sono collegato ad altri. Questo modo vuol dire avere degli operatori che hanno questa responsabilità, non come quelli che battono le mani a chi ha massacrato Aldrovandi, o chi ha l’idea che la polizia possa agire attraverso la tortura.
Dentro a un atteggiamento di destra c’è anche una svalutazione completa del ruolo delle persone, delle loro qualità.

Cos’è, per te, la ‘Marcia della Pace’?
La prima marcia della pace c’è stata nel 1961 e l’ha fatta Capitini ed è stata la marcia per la fratellanza tra i popoli. Penso che la Perugia-Assisi sia particolarmente importante nella situazione attuale perché spero che rappresenti in qualche modo la risposta non solamente individuale, ma corale alle parole che vengono dette, come l’idea che bisogna costituire muri tra noi e gli altri e se possibile buttarli fuori. I bisogna capire che, con tanta difficoltà, la strada è un’altra. Se uno pensa di fermare le immigrazioni e le emigrazioni attraverso la violenza, vuol dire che sta programmando filo spinato e campi, e non ce la farà, però in compenso farà patire molto, perché nessuno può fermare questa onda. Vanno via più giovani italiani di quanti ne entrino. Abbiamo visto in passato con quanta facilità siano state accolte le leggi razziali a Ferrara, che aveva un podestà ebreo. Non hanno fatto nessuna impressione. Pochissimi si sono dati da fare, perché ciascuno ci ha visto un pezzo di interesse. .

La legge sull’immigrazione del governo Lega-5Stelle rischia di peggiorare la situazione?
Si, ci sarà un sistema con meno controlli.
Quando ho fatto per 5 anni il difensore civico della Regione, cioè quello che tutela i cittadini nei confronti delle amministrazioni, sono stato al centro di identificazione e di espulsione a Bologna, ed è una cosa assolutamente demenziale. Persone messe là dentro con l’esercito fuori, con i centri sociali che ogni tanto andavano a fare confusione. Ognuno ‘recitava’ la sua parte. Quelli facevano gli ‘sbirri’, noi facevamo i ‘rivoluzionari’, e quelli là dentro si arrangiavano. A volte dicevano “dobbiamo metterne dentro altri 30, mettine fuori 30”, ma quali? Li mettevano fuori punto e basta. Questo è il modo di funzionare di un centro. Avremo sempre più situazioni fatte così, e sappiamo cosa vuol dire, cioè avere pezzi di territorio e di persone che sono fuori dalla legge comune.

Si rischia la ghettizzazione e una conseguente radicalizzazione?
Un ragazzo che fa la trafila qua e vede che è respinto in ogni modo, il minimo che può fare è dire “io sono capace, ve la faccio pagare”. Noi stiamo allevando tutto questo in questa mancanza di integrazione. Poi ci sarà chi è contento, chi venderà più armi ecc.. Noi abbiamo questa vergogna, ne scrissi anche che in Italia ci sono troppe poche sparatorie, in America sì che sono avanti! Ci sono “solo” 400 morti all’anno, rispetto all’800 dove i morti erano quattromila, eppure si sente dire sempre “adesso non c’è più sicurezza”, non è vero niente. Però non serve a niente dirlo, come per esempio chi dice del Gad, ma non c’è stato neanche cinque minuti.

Però un problema di delinquenza in Gad, soprattutto in zona ‘Giardino’ esiste.
Certo. Se io sono lì vedo. Se si fosse fatto un ragionamento per tempo si sarebbe potuto intervenire.
Il Comune si è inventato il ‘Centro di mediazione‘ che alcune attività le ha anche fatte, però secondo me sono arrivati tardi. Ogni volta non si è attenti a dove stanno i problemi e chi è che ha in mano le chiavi per risolverli. E dove stanno i problemi ci si è messo tanto tempo per capirlo. Per esempio: Grattacielo, qui ci sono tutte le nazionalità, ma non ci sono cinesi. Dodici anni fa, invece, nella prima statistica risultavano primi i cinesi. Il problema è cosa vedi e cosa non vedi. Poi anche questa storia della percezione, in molti casi è vera, perché se ti porto i dati sul tema sicurezza vedi che non è come sembra.

Molti dicono che a essere calate siano le denunce più che i reati.
È vero, ma questo riguarda lo scippo, i piccoli furti. Ormai chi denuncia più una bicicletta? Io ho perso il conto di quante me ne hanno portate via, ormai giro a piedi.
Quindi bisogna guardare dentro le cose, ma prendere per buone le percezioni. Io faccio sempre questo esempio quando dicono ‘percepito’ e ‘realtà’: è come col terremoto, c’è la Scala Richter, che ti dice la magnitudo, e poi c’è la Scala Mercalli che è basata sui danni subiti. Tu ‘percepisci’ solo la seconda.
Se io ho paura, quindi, è un fatto reale, non è percezione. I nostri amici del Centro di mediazione hanno provato a lavorare su questa situazione al Grattacielo, hanno fatto un’inchiesta sulle paure della gente che abita lì, sia rivolta agli immigrati che ai cittadini.
Hanno avuto difficoltà perché quel po’ di organizzazione che c’era nel quartiere ha detto “no, noi non siamo interessati a diffondere, perché tanto lo sappiamo che lo usate per altri fini”, c’era cioè l’idea che non fosse una ricerca scientifica. Invece era una cosa intelligente e seria perché partiva dall’idea: “viviamo nella stessa condizione, confrontiamoci su questo: di cosa abbiamo paura?” Era un’occasione di scambio e invece hanno toccato una percentuale di intervistati molto bassa perché molti dei residenti hanno detto “no a quelli lì non rispondiamo perché dopo loro danno quelle interviste alla Sapigni, a Tagliani ecc..”

Come vedi il futuro di Ferrara e dell’Italia intera?
Onestamente confido che non ci sia un risultato disastroso alle elezioni europee. Nel senso che ho in mente un quadro globale in cui quello che avviene qui è legato al resto, come dire che viene freddo perché arriva il vento dal Nord, quindi posso anche cercare di accendere il riscaldamento, ma il freddo arriva lo stesso. A Ferrara io sarei molto contento se si tirasse fuori l’energia per darsi una risposta decente a una situazione davvero pericolosa, che avesse una capacità di non settarismo, ho l’impressione che ci siano proposte di aggregazione.

La destra quando è alle strette dice che il ricambio è simbolo di democrazia…
Io sono favorevole al ricambio, preferirei che ci fossero partiti che assomigliassero al disegno istituzionale, dove uno è più socialista e l’altro liberale. Un’alternanza tra chi ha cercato di arroccarsi su posizioni di potere anche in modo arrogante, legato alla peggiore tradizione democristiana e comunista, e chi ha forme che ricordano lo squadrismo, mi sembra non sia un gran ricambio.

#VocidalGad – Alberto Ferretti: “Ormai ‘Gad’ è l’intera Ferrara”

Ferraraitalia è un quotidiano libero e indipendente. Significa che, pur avendo un orientamento e una linea editoriale laica e progressista, pur aderendo con convinzione ai principi della nostra Costituzione, pur rigettando ogni forma di razzismo e di pratica violenta, ferraraitalia deve e vuole dare spazio a tutte le opinioni, anche a quelle che non condivide. Se non lo facesse, addio libertà di parola e di informazione. Nell’intervista che qui sotto pubblichiamo, il presidente degli ‘Insorgenti’ Alberto Ferretti dà conto dei suoi trascorsi di destra, palesa una vena nostalgica (“se ci fosse il fascismo in una settimana il problema sarebbe risolto”) e attacca a tutto campo il Governo locale, i partiti della Sinistra, la polizia comunale, la Chiesa… e naturalmente gli immigrati (“In Italia chi rimane? Quelli che non hanno buone intenzioni, perché si delinque egregiamente”). Di queste affermazioni, ben lontane dal sentire di questo quotidiano, l’intervistato si assume la paternità e la responsabilità. Ferraraitalia si limita a registrarle, credendo giusto – in questa occasione e come sempre – offrire ai suoi lettori un’informazione improntata al criterio della completezza.
La redazione

 

La quarta puntata di #VocidalGad vede come protagonista Alberto Ferretti, presidente dell’associazione “Insorgenti” di Ferrara, molto attivi nella zona Gad.

Ci spieghi chi sono gli ‘Insorgenti’?
L’Associazione Insorgenti è nata nel 2013, all’epoca della protesta dei forconi che prese piede in tutta Italia. Qui a Ferrara ricordo che andai ad una riunione in piazza il 19 Dicembre. Siccome era una manifestazione trasversale e apartitica, sono andato a vedere perché mi interessa quello che succede nella mia città.
In un paio di giorni abbiamo delineato delle linee guida per muoverci, non c’era un’organizzazione vera e propria. Io avevo fatto politica per alcuni anni e avevo un po’ di esperienza più degli altri. Nel giro di una settimana abbiamo fatto una serie di iniziative e una manifestazione sotto Equitalia, perché all’epoca era un argomento molto sentito, ed ho organizzato una manifestazione che facesse il giro della città, che è diventata la più grande manifestazione che si fosse vista negli ultimi decenni. Parteciparono più di 400 persone da Ferrara e dintorni. Il giorno prima della manifestazione, il Governo convocò gli autostrasportatori, i quali erano una della parti in gioco, e li comprò, semplicemente, e quindi si chiamarono fuori dal gioco.

Il giorno stesso i giornalisti ebbero ovviamente da ridire ed io risposi: ”noi non siamo i forconi, siamo insorgenti” e da lì nacque tutto, rifacendomi ad alcuni miei studi storici sulle insorgenze, dove il popolo si stanca di quello che sta succedendo e non essendoci altri riferimenti ai quali affidarsi, autonomamente prende in mano la situazione e insorge.

Abbiamo presentato gli Insorgenti, ora parliamo di Alberto Ferretti.
La mia storia diciamo che è segnata, perché mio padre era un esponente dell’Msi, uno dei fondatori del Movimento Sociale a Ferrara. Faceva politica, è stato in consiglio comunale, provinciale, ed è stato anche presidente della ‘Circoscrizione Centro’. Di conseguenza a casa mia si respirava politica tutti i giorni, ed io sono sempre cresciuto con i valori della destra sociale. Sono stato in Polizia, ho fatto il militare, per cui non ho mai fatto politica attiva nei partiti fino ad un certo periodo. Dopo alcuni anni, nei primissimi anni ’90, mi sono congedato ed il primo partito al quale mi sono iscritto è stata la Lega. Mi piacevano perché erano nazional-popolari, insorgenti, avevano delle belle idee, infatti nel giro di poco tempo fecero un boom.

Son rimasto dentro per pochi anni, poiché le dinamiche interne dei partiti non mi sono mai piaciute più di tanto. I partiti tendono ad acquisire consensi per partecipare alle elezioni, e finite le elezioni spariscono, dimenticandosi delle promesse fatte.

Dopo l’esperienza della Lega mi sono rimesso in gioco politicamente fondando “la Destra di Storace” qui a Ferrara, e partecipai alle elezioni amministrative nel 2009 come candidato sindaco, nel primo anno in cui fu eletto Tiziano Tagliani. Anche in quella occasione il partito si dimostrò molto ‘romano-centrico’ e molto poco nazionale, di conseguenza non faceva per me. Mi sono rimesso con “Fratelli d’Italia” e poi possiamo dire che le mie esperienze nei partiti sono finite, poiché ne sono fuori da due anni ormai.

Come mai?
Come ti ho detto, non reputo che i partiti, soprattutto quelli tradizionali, siano la soluzione. Io auspico che ci sia un nuovo rassemblement con a capo Salvini, perché è colui il quale sta dimostrando una certa coerenza e anche del coraggio, con quello che sappiamo può succedere ai leader dei partiti non di sinistra, anche in Europa. Ogni tanto qualcuno lo fanno fuori…

Perché Salvini potrebbe essere una soluzione, soprattutto per quanto riguarda Ferrara?
Perché ha il popolo dalla sua parte. Da queste cose si vede chi ha il carisma, chi ha le idee. La gente è disorientata. Noi usciamo da 6 anni dove non c’è stato un governo praticamente.
Concretamente la sinistra non ha mai fatto niente per il popolo, per i cittadini italiani. Sono unicamente focalizzati sull’ideologia e sul concreto non fanno mai niente. Se fanno qualcosa o la fanno per compiacere i poteri forti che li han messi lì, o a scopo puramente ideologico, come i matrimoni gay, genitori 1 e 2 ecc.. ma le cose che interessano i cittadini quali sono? Il lavoro, figli che possano studiare in scuole con professori decenti e non indottrinati politicamente o che partecipino a manifestazioni, magari che imparino già un mestiere e non solo nozioni teoriche, e poi i propri anziani, la sicurezza nella propria città, la salute pubblica, il poter vedere di nuovo aziende che possano creare posti di lavoro, sviluppo, in sostanza il futuro per loro e per i loro figli. Io, per esempio, ho due figli anche abbastanza grandi ma non vedo un gran futuro in Italia per questi ragazzi. Son queste le cose che interessano alla gente. Non gliene frega niente dei grandi temi, che poi sono utopistici come ben sappiamo, e sono al di fuori della realtà. La politica si deve occuparsi di gestire la società, non fare propaganda.

Ed a proposito del quartiere Giardino in particolare?
Io ci sono nato e cresciuto nel quartiere Giardino. Era uno dei posti più belli di Ferrara, non per niente l’avevano chiamato Giardino. L’ho visto decadere, soprattutto per la mala gestione per quanto riguarda le attività commerciali con l’apertura delle “Coop” che hanno circondato Ferrara ed hanno svuotato il centro.

Ferrara, come tutte le città, è fatta di quartieri, ed il quartiere è un piccolo paese/comunità. Mi ricordo che da piccolo mia mamma mi portava a fare la spesa nelle botteghe del quartiere, dove trovavi tutto. All’epoca, poi, non esistevano gli extra-comunitari, si vedevano in tv o al cinema.

Era un tessuto sociale molto più legato, unito, solidale, del multiculturalismo che ci vogliono appioppare per forza. La realtà cozza con l’ideologia. Se l’essere umano esiste da migliaia di anni, non è che questi hanno scoperto dopo la rivoluzione francese i grandi diritti dell’uomo e vogliono ribaltare quella che è la realtà a loro uso e consumo. Non è così. Noi abbiamo una storia. L’essere umano è un animale sociale ed ha bisogno di socializzare. Se tu gli togli queste necessità diventa un personaggio sradicato che non crede più a nulla. Questo sta succedendo.

Comunque, rientrando nel tema Gad, io lì ho vissuto e ho visto come funzionava e qual era la vita di una volta. In poche decine di anni sembra passata un’éra geologica. È cambiato tutto. Delinquenti e drogati ce ne sono sempre stati, anche se meno.

Perché il quartiere Giardino si è ‘degradato’?
Qui ci sono diverse ipotesi, tra le quali che loro [i politici di sinistra nda] abbiano scelto un quartiere per degradarlo. È un’ipotesi e non credo che lo confermeranno mai anche se fosse vero. Nel caso avessero fatto questa scelta, lo avrebbero fatto in questo quartiere perché sicuramente non era uno di quelli dove prendevano più voti. Alcuni dicono anche che una delle due torri del grattacielo o gran parte, sia gestita direttamente dall’Asp Ferrara, quindi hanno avuto la possibilità di inserire tanti di questi immigrati all’interno. Che poi ‘immigrato’ mi sembra la parola sbagliata. Immigrato è colui che viene con i documenti, entra in un paese per ricongiungersi ai propri parenti o per costruirsi una nuova vita, quindi ha già un’idea di integrarsi. Questi qui non sono immigrati e non sono neanche clandestini. Questi sono dei ‘deportati’. Son venuti fuori dei documenti, fascicoli e volantini che sono stati distribuiti nell’Africa sub-sahariana da delle organizzazioni che li hanno convinti che qui c’è il ‘paese del bengodi’; quindi c’è un piano dietro, un piano per creare questa massa di persone che decidono di spostarsi. Come fanno queste persone che scappano dalle guerre, come ci raccontano, o che hanno subito grandi travagli nel loro paese a trovare 4 o 5 mila dollari che occorrono per fare la tratta dall’Africa sub-sahariana alla Libia e poi da lì arrivare in Europa? Chi glieli dà quei soldi? Qualcuno glieli darà. E se qualcuno glieli darà vuol dire che una volta qui ne faranno molti di più.

Non crede, quindi, che l’immigrazione possa essere una ‘risorsa’?
Se questi fossero delle risorse, perché gli altri non li vogliono? Perché paesi più avanzati del nostro anche nella democrazia, come l’Inghilterra e gli Stati Uniti o i Paesi del nord, mettono delle soglie, scelgono che tipo di immigrazione accogliere, ad esempio gente scolarizzata, gente preparata. Sappiamo che gli Stati Uniti hanno fatto un grosso investimento nelle università ad esempio del Pakistan o dell’India, per creare degli ingegneri, non per creare personaggi senza né arte né parte che ovviamente finiranno a spacciare. Questa si chiama ‘immigrazione’ ed eventualmente ‘integrazione’, quando tu costruisci un percorso. Un’invasione selvaggia non potrà mai funzionare. Poi a Ferrara, che è la città del nord più sottosviluppata.

Ma sono tutti così i migranti in arrivo?
Io non penso che queste persone siano tutte cattive o tutte malintenzionate. Quelle che hanno buone intenzioni, però, se ne vanno. Perché a Ferrara non c’è niente, andranno nel nord Europa dove se tu vuoi lavorare guadagni molto più di qua e dove ci sono molte più opportunità. E in Italia chi rimane? Quelli che non hanno buone intenzioni, anche perché con le leggi che abbiamo si delinque egregiamente, senza che accada nulla.

Cosa risponde a chi vi accusa di razzismo?
Quando tu non hai argomenti, cerchi il più facile. Quando non hai scusanti, inizi ad accusare gli altri. Noi non amavamo questa amministrazione da prima che ci fosse questa immigrazione incontrollata. Sono maestri ad etichettare quelli che non la pensano come loro, infatti io mi chiedo nel Partito Democratico quella ‘D’ cosa significhi. Non ascoltano nemmeno i loro cittadini. Loro si muovono come se Ferrara fosse una loro proprietà. Hanno accusato un intero quartiere di essere razzista. Ma si può anche solo pensarlo?

Come vi rapportate a questa situazione?
Prima di parlare devi scusarti, cioè devi anticipare che non sei razzista, siamo a questi livelli. Sono riusciti a impostare ideologicamente gli argomenti e la neo-lingua in modo che tu automaticamente se dici qualcosa contro quello che loro hanno detto, o sei razzista o sei fascista o sei omofobo o sessista. Loro sono a corto di argomenti, e con queste parole che nell’immaginario collettivo si è stati bombardati per anni e anni, sono delle parole guida.

Parlando delle misure adottate per migliorare la situazione, l’esercito ha apportato benefici?
È un segnale che tu dai, e loro non lo volevano. Mi ricordo benissimo, hanno una faccia tosta che fa paura a volte. Mi ricordo bene quando Tagliani, Maisto e Modonesi, assessore all’INsicurezza, non volevano l’arrivo dei soldati perché non era quello il modello di città volevano. Franceschini si è preso una marea di fischi allo stadio e ha capito che le cose non erano più sotto controllo, e ‘tac’ è arrivato l’esercito a Ferrara. È arrivato per quello e contro il parere dell’amministrazione.

Alcune associazioni hanno accusato i militari di essere troppo duri.
Addirittura ho sentito dire che sono arrivate delle denunce dall’associazione “Aldrovandi”, ma non apriamo quel capitolo.
Comunque se ci fosse la volontà politica in un mese il problema sarebbe risolto, semplicemente applicando le leggi che esistono e facendo in modo che la giustizia faccia il suo corso.

Quale potrebbe essere secondo lei la soluzione per migliorare il quartiere Giardino?
Applicare le leggi già esistenti, e quelle che non vanno bene le modifichi.

Anche il regolamento della polizia comunale?
Assolutamente, l’hanno scritto loro e non lo applicano.

Le forze dell’ordine sono abbastanza presenti o si potrebbe fare di più anche su questo fronte?
Io sono stato in polizia sei anni e mezzo, in situazioni molto più grandi perché sono sempre stato a Bologna. Questa situazione qui è ridicola. Gli uomini ci sono, probabilmente adesso sono anziani e non c’è stato il ricambio per i soliti motivi economici, probabilmente se fossero più giovani e dinamici…

Anche gli africani che spacciano sono abbastanza ‘atletici’ dicono alcuni residenti.
Potrebbero partecipare alle olimpiadi tranquillamente!

Ma a parer suo manca la volontà per migliorare la situazione?
È una questione di volontà politica, come ho detto. Se ci fosse il fascismo, e non ci potrà mai più essere, in una settimana il problema sarebbe risolto. A un certo punto se l’unica cosa che capisci è quella lì, perché no?

Come Insorgenti cosa avete fatto?
Abbiamo iniziato a fare una serie di presidi in alcuni punti ‘nevralgici’, nei punti più infuocati non ce li hanno permessi. Abbiamo fatto volantinaggi, e abbiamo sempre dato un impostazione costruttiva, non abbiamo mai fatto la battaglia per la ‘bandiera’ perché non abbiamo interessi elettorali. Noi vogliamo che Ferrara torni ad essere quello che era, una città dove puoi vivere serenamente, non dove ogni due per tre ti arriva un tizio a chiedere se vuoi la dose ecc.. che sia nero, giallo, blu non ci interessa.

Alcuni dei migranti di cui parla sono richiedenti asilo, cosa pensa delle attuali leggi al riguardo?
Le leggi sulla richiesta d’asilo sono completamente da rivedere perché quando sono state fatte non esisteva quello che c’è adesso. Devi adeguare la legge alle realtà esistente. I numeri, le modalità, la mafia nigeriana che è arrivata. Tra l’altro la Nigeria ha 160 milioni di abitanti, ma alcuni qui, tra cui il vescovo, dicono che dobbiamo accogliere tutti.

Almeno con l’Islam, avendo Ferrara ben tre moschee, ha avuto un’integrazione migliore?
No, non possono integrarsi, perché non vogliono e non è nell’ordine delle cose. Sono una civiltà troppo diversa. Siamo tutti esseri umani, ma noi proveniamo da una storia, aldilà di quella religiosa, che ha delle sue tradizioni, una sua visione del mondo, della società, della donna e della famiglia, e loro ne hanno completamente un’altra. Però c’è un altra differenza, che noi non siamo soggetti alla legge religiosa, loro sì. Questa cosa non la potrai mai eliminare, e quindi non potranno mai integrarsi con un popolo cristiano. Forse convivere, ma l’integrazione è un altra cosa.

Nel quartiere Giardino come vede la Lega?
Sicuramente, aldilà di Ferrara, la Lega è Salvini, che sta dimostrando di avere coerenza e coraggio e la gente si rivede in lui.

Ma personificare un partito non è rischioso?
Si, la gente però ha bisogno di un punto di riferimento. Ormai i partiti sono ‘liquidi’.

E Nicola Lodi? Può fare realmente qualcosa?
Lo spero. Noi dobbiamo cercare di tenere insieme e non di coltivare personalismi, specialmente a livello locale. Abbiamo bisogno di unità, non ci interessano i risultati individuali piuttosto che la vittoria di un partito più che di un altro, e questo te lo dico come privato cittadino e come presidente degli Insorgenti. Qui è la nostra comunità che deve venire fuori da questa situazione, che non è problematica solo dal punto di vista della sicurezza, ma anche del lavoro, della vita quotidiana, delle prospettive del futuro. I nostri giovani vanno via perché qui non c’è lavoro, vanno a Bologna, Padova, all’estero. E questo non fa altro che impoverirci sempre di più, e dall’altra parte importiamo questi personaggi, e forse non ne hanno loro la colpa perché penso che siano deportati e c’è qualcuno che ci guadagna, e questo non lo fanno solo le cooperative ma lo fa anche la Chiesa. E comunque, tornando al discorso politico, la democrazia cos’è se non l’alternanza?

Quindi ci dovrebbe essere un ricambio al vertice?
Secondo me Ferrara è pronta per un ricambio. Possiamo solo perderla se non daremo un segnale di grande intelligenza. Ferrara è di tutti. È ovvio che un governo ‘amico’ a Roma ci aiuta, e allora sfruttiamo quest’onda. Ormai qui non c’è più destra e sinistra, uniamo i componenti alternativi a quello che c’è. Penso ferraresi siano stanchi e siano pronti per un cambiamento. Come associazione e nel mio piccolo cercheremo di creare una coalizione più costruttiva, che faccia emergere le personalità che possono fare i cambiamenti di cui Ferrara ha bisogno.

I prossimi obbiettivi di Insorgenti quali sono?
Abbiamo già degli obbiettivi che stiamo portando avanti da tempo, come la class-action per quanto riguarda la perdita del valore degli immobili nella zona Gad. Poi abbiamo in progetto di riprendere a fare i presidi sul territorio. Siamo stati contattati anche da alcuni cittadini di via Oroboni che hanno dei problemi. Andiamo dove ci chiamano. C’è poi la battaglia per il recupero delle mura di Ferrara in pieno degrado. Tutte le settimane facciamo le riunioni e cerchiamo di farle sempre in posti diversi, ascoltiamo quelli che son i problemi e cerchiamo le soluzioni insieme ai cittadini. Dove abbiamo bisogno di appoggio delle istituzioni andiamo senza problemi, portando tutte le nostre perplessità e quant’altro. Siamo trasversali, da noi c’è anche gente con idee di sinistra, e abbiamo amici dappertutto, non guardiamo alle sigle dei partiti ma alle persone per bene che ti danno affidabilità, che se dicono una cosa poi la fanno.

Le trame del “controllo globale” secondo Bauman

Vorrei proporre una riflessione sul tema delle migrazioni, delle chiusure dei porti e delle culture, della globalizzazione come causa prima della perdita di sovranità dei popoli. E voglio farlo con le parole di Zygmunt Bauman scritte diciannove anni fa, ma profetiche lette oggi. Nella speranza che possano servire ad una riflessione più ampia che vada oltre il tema accoglienza sì accoglienza no.

“Lo spirito campanilistico regna sovrano. Finora, i portavoce di un capitale e di una finanza già extraterritoriali, ‘fluenti’, sono stati gli unici ad aver levato le loro voci contro di esso, ma la loro indignazione è altamente selettiva. Essi protestano contro le barriere poste al commercio (chissà che il protezionismo di Trump non sia un alleato dei movimenti no global, ndr), contro il controllo dei movimenti del capitale e contro la subordinazione degli interessi della concorrenzialità su scala mondiale, del libero scambio e della libera produttività a quelli delle popolazioni locali. Ma non gli importa nulla della continua frammentazione delle sovranità politiche. E perché dovrebbe importare loro? Più piccole (e quindi più deboli) sono le unità politiche, meno possibilità hanno di organizzare una resistenza efficace contro ‘l’internazionalismo’ della finanza globale e di bilanciarlo con una propria azione collettiva. E tacciono delle reazioni ‘a terra’, rivolte nella direzione sbagliata e xenofoba, alle loro operazioni globali. Non sono loro a provocare deliberatamente tali reazioni (e neppure hanno bisogno di farlo), ma non possono che rallegrarsi quando la rabbia suscitata dalla crescente incapacità dei governi e delle comunità di farsi carico delle lagnanze individuali viene incanalata (con l’effetto di essere disinnescata) nell’ostilità verso gli ‘alieni’ locali: gli stranieri e i lavoratori immigrati. E così i dibattiti politici sui modi e i mezzi per cercare di migliorare le pessime condizioni degli affari locali si concentrano sugli ‘stranieri che sono fra noi’, sui metodi migliori per stanarli, radunarli e deportarli ‘là, da dove sono venuti’, senza mai neppure accennare alla vera causa di tutti i mali.
Che ne siano o no consapevoli, i segregazionisti di ogni tendenza e colore stringono una sacra alleanza con le forze implacabili della globalizzazione. È più facile piegare uno alla volta quattro o cinque ‘stati sovrani’ piccoli e deboli che mettere in ginocchio un unico stato più grande e più forte (e qui ci sarebbe da riflettere sull’unità politica europea, ndr). Per tanto, i segregazionisti, e in particolare gli esecutori della pulizia etnica (la misura adottata per rendere la segregazione duratura e possibilmente irreversibile), possono contare sul tacito sostegno delle autorità costituite; possono tranquillamente evitare di fingere la devozione mostrata da quelle autorità e dai loro portavoce ai nobili principi dell’umanità e ai diritti umani. Quello che i segregazionisti alla fine ottengono, quando la spuntano, è accrescere la frammentazione politica del mondo su cui, in ultima analisi, poggiano il dominio dei poteri extraterritoriali e la loro esenzione al controllo politico. Quanto più piccole e deboli sono le numerose sedicenti repubbliche locali, tanto più remote sono le prospettive di un’unica repubblica globale.
I sostenitori della pulizia etnica e della purezza tribale costituiscono l’espressione più radicale del bisogno di sicurezza. Ma propugnare l’inasprimento delle leggi sull’asilo politico, la chiusura delle frontiere ai ‘migranti economici’ e un controllo più rigido degli stranieri che già vivono tra noi non fa che rafforzare la tendenza a riconvogliare l’energia generata dalle minacce reali alla sicurezza entro canali di sfogo che, sebbene allentino la pressione, finiscono per confluire negli stessi torrenti che erodono le fondamenta della vita sicura. Spesso questa tendenza è favorita e alimentata dall’inclinazione delle classi politiche a trasferire la causa più profonda dell’ansia, cioè l’esperienza dell’insicurezza individuale, nella preoccupazione generale per le minacce all’identità collettiva. Poiché le radici dell’insicurezza individuale affondano in luoghi anonimi, remoti e inaccessibili, non è immediatamente chiaro che cosa i poteri locali, visibili, potrebbero fare per attenuare le pene che affliggono gli uomini e le donne del nostro tempo; ma sembra esserci una risposta ovvia, semplice, all’altro problema, quello collegato all’identità collettiva: i poteri statali locali potrebbero ancora essere usati per minacciare e ricacciare indietro i migranti, per mettere sotto la lente d’ingrandimento chi cerca asilo, per radunare e deportare gli alieni indesiderati. I governi non possono francamente promettere ai loro cittadini un’esistenza sicura e un futuro certo, ma possono per il momento alleviare in minima parte l’ansia accumulata (approfittandone per fini elettorali) con l’esibire la loro energia e determinazione nella guerra contro gli stranieri in cerca di lavoro e gli altri alieni che sfondano i cancelli e penetrano nei giardini delle nostre case, un tempo puliti e tranquilli, ordinati e accoglienti.
Così, nel linguaggio dei politici in cerca di voti i sentimenti diffusi e complessi di insicurezza sono tradotti nelle molto più semplici preoccupazioni per la legge e l’ordine (cioè per la propria incolumità e per la sicurezza della propria casa e dei propri beni), mentre il problema della legge e dell’ordine viene a sua volta identificato con la presenza problematica di minoranze etniche, razziali o religiose e, più in generale, di stili di vita estranei.
Una volta espressi, i sentimenti campanilistici tendono a rafforzarsi a vicenda piuttosto che a esaurirsi. Presi in una spirale di reciproca esaltazione, gli elettori in cerca dei responsabili della loro ansia inestinguibile, e i politici in cerca dei modi per convincere gli elettori a votarli, producono insieme tutte le prove di cui il campanilismo può aver bisogno per essere avvalorato e, nel caso, inasprito. La necessità di un’azione globale tende a scomparire dall’orizzonte politico e l’ansia persistente, che i poteri globali liberi di circolare accrescono sempre più e trasformano in incubi di vario genere, non permette di reinserirla nell’agenda pubblica. Una volta trasferita quell’ansia nell’esigenza di sprangare le porte e chiudere le finestre, di installare sistemi di controllo computerizzato nei posti di confine e di sorveglianza elettronica nelle prigioni, di mandare vigilantes nelle strade e di dotare di impianti antifurto le case, le probabilità di arrivare alle radici dell’insicurezza e di controllare le forze che la alimentano svaniscono quasi del tutto. Concentrare l’attenzione sulla ‘difesa della comunità’ (prima gli italiani, per dirla alla Salvini, ndr) rende ancora più libero il flusso globale di potere. Quanto meno quel flusso è limitato, tanto più profonda diviene l’insicurezza. Quanto più schiacciante è il senso di insicurezza, tanto più si rafforza lo ‘spirito campanilistico’. Quanto più ossessiva diviene la difesa della comunità sollecitata da quello spirito, tanto più libero è il flusso dei poteri globali… E così via.
Le forze politiche che potrebbero attaccare l’insicurezza globale alla fonte non si avvicinano neppure al livello di istituzionalizzazione raggiunto da quelle forze economiche (capitale, finanza e commercio) che sono l’origine dell’insicurezza globale. Non c’è modo di tenere testa alla intraprendenza, alla risolutezza e alla efficacia del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e della rete sempre più fitta di accordi relativi all’investimento e alla compensazione rappresentata dal sistema bancario globale”.

Zygmunt Bauman, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli

La legge del mare e i tanti errori della sinistra italiana

Sulla vicenda dei salvataggi in mare c’è un aspetto più profondo, rispetto al tema porti aperti/porti chiusi, su cui secondo me varrebbe la pena riflettere e prendere una posizione netta perché implica un’idea precisa di società. Si sta affacciando una pericolosa visione della vita di cui Salvini è portavoce. Una visione totalitaria che non si può accettare. Infatti, dalle sue continue esternazioni sulle navi delle ong sembra emergere una visione nella quale non rientri l’idea che ci possano essere persone che dedicano la propria esistenza a salvare altre vite umane. E fin qui libero di pensarla come crede, anche se è inquietante, tanto più per il ruolo che ricopre. Ciò che è preoccupante, e va contrastato politicamente con forza, è che voglia imporre la sua visione impedendo alle navi delle ong di salvare vite umane in mare. È questo che fa del suo agire un pericoloso declivio autoritario. Va detto però, a onor del vero, che su alcune ong è giusto fare chiarezza perché non è un caso che associazioni serie e strutturate, come Medici senza frontiere per citarne solo una, abbiano ritirato le proprie imbarcazioni dal Mediterraneo non avendo firmato il protocollo voluto da Minniti. Ma forse c’è anche dell’altro, cioè la consapevolezza da parte di alcune ong che rischiavano di fare il gioco dei mercanti di essere umani.
Per tornare alle posizioni di Salvini, qui non è più questione di porti aperti o chiusi, su cui personalmente ho una visione laica, su chi debba accogliere e chi no, su dove debbano essere sbarcati i migranti salvati in mare, purché le persone siano salvate e messe in sicurezza. Qui è questione di voler imporre una propria visione sul valore della vita che è tipica di una deriva autoritaria. Ciò su cui non ci possono essere margini di discussione o di mediazione è che le vite in mare vanno salvate. Lo ha ribadito anche il comandante della guardia costiera italiana il quale ha ricordato a Salvini che continueranno a rispondere agli sos che dovessero arrivare dal mare, perché è loro dovere farlo. Dovere che attiene a tutti i natanti per qualunque motivo si trovino in acqua. Che il Ministro degli interni lo voglia o no. È la legge del mare.

A nulla valgono gli strepiti sterili del Pd e della sinistra sparsa (per sinistra sparsa intendo quella che per consistenza è poco più che un circolo politico-culturale di testimonianza, tipo LeU e dintorni) che dopo il salvataggio dei naufraghi accolti dalla Aquarius ha parlato di migranti abbandonati per giorni in balia del mare. Non si fa opposizione con le bugie. La politica fatta con le bugie ha le gambe corte, per parafrasare un antico detto. Come tutti sanno quelle persone salvate furono distribuite su altre due navi, oltre l’Aquarius: una della marina militare italiana e un’altra della guardia costiera italiana. Su tutte e tre a bordo c’era personale medico-sanitario esperto e viveri. Quindi furono garantite le migliori condizioni di sicurezza. Ricordo questi che sono fatti incontestabili non per fare l’avvocato difensore di questo governo che non ho votato, ma per sollecitare un’opposizione che sappia discernere ciò su cui vale la pena dare battaglia, su quali sono i valori veri da difendere, perché se si continua su questa linea vuol dire che proprio non si è capito nulla dell’esito elettorale. Infatti, il voto delle amministrative dice proprio che si continua a non capire. La gente è stanca della ‘mulinazza’ della politica. Dall’opposizione di sinistra mi aspetto serietà. Anzi, la pretendo! Come cittadino ed elettore.
Non è un caso, infatti che la Toscana ‘rossa’ non esiste più e che è crollato un altro baluardo emiliano come Imola, che, per inciso, è la città dell’ex ministro del lavoro del governo Renzi e poi Gentiloni, Giuliano Poletti. E non è un caso che a Imola vinca proprio il partito dell’attuale ministro del lavoro Luigi di Maio.

Metto in fila queste cose, per dire alla sinistra (tutta, dal Pd in giù) di concentrarsi sulla sostanza dei problemi, non sugli epifenomeni. Di guardare ai valori veri da difendere. Di non inseguire la polemica spicciola del giorno per giorno. Di abbandonare il campo da gioco che ha scelto Salvini per lo scontro politico perché sa che su quel terreno lui vince. Ma di essere lei, sinistra, a scegliere su quale campo giocare. La difesa della dignità delle persone (ne ho scritto ancora su queste pagine), il valore della vita umana, la difesa dei più deboli, la qualità della vita di tutti i cittadini nelle città e non solo di quelli delle ztl, come ha scritto qui Francesco Lavezzi. Di guardare alle periferie, quelle delle città e quelle della vita a cui si è smesso di guardare. Di guardare dentro le contraddizioni di questo sistema di produzione. Di guardare alle tante precarietà e di riconoscere che quelle precarietà (le chiamano flessibilità per addolcire la pillola) sono state create anche dalla politica attuata dai governi Pd e alleati e mi riferisco anche ai governi dell’Ulivo. Riconoscere l’errore e rimediare con una politica di segno diverso, più attenta ai giovani che non trovano lavoro e se lo trovano è precario e solo per via degli incentivi alle imprese volute dai governi a guida Pd col sostegno di Forza Italia e della Confindustria. Una volta finiti gli incentivi perché scaduti i termini delle varie tipologie di contratti i giovani spesso vengono buttati via come limoni spremuti. Di guardare ai cinquantenni che perdono il lavoro e fanno fatica a trovarne un altro ed hanno sulle spalle anche il carico famigliare. Di guardare con più attenzione a tutte quelle realtà famigliari dove ci sono sofferenze vere e non ci sono sostegni perché il bilancio dello Stato non ce lo consente, perché la sinistra (il Pd più quelli che ora sulla pelle della gente hanno cambiato idea) ha scelto di stare dalla parte del pareggio di bilancio piuttosto che dei bisogni delle persone. Di riconoscere che non abbiamo risorse sufficienti per dare un’ospitalità dignitosa a tutte quelle persone che legittimamente cercano una vita migliore per sé e per i propri figli e che sono disposti a mettere a repentaglio la propria vita pur di raggiungere questo obiettivo, ma che possiamo accoglierne solo una parte. Di dire, chiaramente, che l’Italia non è il paese migliore dove realizzare i proprio sogni, perché non lo è nemmeno per i propri giovani. Di riconoscere che in dodici anni la povertà assoluta è aumentata tra gli italiani. Le persone che vivono in povertà assoluta in Italia superano i 5 milioni nel 2017. È il valore più alto registrato dall’Istat dall’inizio delle serie storiche, nel 2005. Le famiglie in povertà assoluta sono stimate in 1 milione e 778mila e vi vivono 5 milioni e 58 mila individui. L’incidenza della povertà assoluta è del 6,9% per le famiglie (era 6,3% nel 2016) e dell’8,4% per gli individui (da 7,9%). Entrambi i valori sono i più alti della serie storica. Tra gli individui in povertà assoluta si stima che le donne siano 2 milioni 472mila (incidenza dell’8%), i minorenni 1 milione 208mila (12,1%, dal 2014 il dato non è più sceso sotto il 10%), i giovani di 18-34 anni 1 milione e 112mila (10,4%, valore più elevato dal 2005) e gli anziani 611mila (4,6%). Qualcuno sarà pur responsabile di questo risultato, o vogliamo credere che sia il prodotto di un castigo divino?

Poi, però, non basta dirlo, non basta riconoscere i tanti errori commessi, non basta che quelli che hanno lasciato il Pd si cospargano il capo di cenere avendo operato l’ennesima scissione nella storia della sinistra, come se bastasse a lavarsi la coscienza, anche se averne consapevolezza è già un buon risultato. Quella scissione, però, sarebbe dovuta avvenire nel 2012 all’epoca della legge sul pareggio di bilancio, allora sì che avrebbe avuto un senso e sarebbe nata nel segno di una precisa scelta di campo e forse avrebbe avuto la forza propulsiva per coalizzare una nuova formazione veramente di sinistra e con un peso di consenso di tutt’altra consistenza dall’inutile 3% di LeU. Bastava spiegarla quella legge ai cittadini che avrebbero capito immediatamente quali sarebbero state le conseguenze, perché chi deve arrivare a fine mese sa bene quali sono le conseguenze di far quadrare i conti: tagliare le spese. Altro che tecnicismi difficili da comunicare! Dopo quasi sei anni la scissione ha tanto il sapore di una scelta opportunista tipica del peggior trasformismo della peggiore politica. Ed è esattamente per questi motivi molto concreti che non sono né credibili né affidabili. Infatti gli elettori lo hanno capito e quel 3% rappresenta solo un zoccolo ideologico (nel senso di falsa coscienza). Ma è evidente che all’ombra del Pd si stava sicuri, mentre, come per tutte le separazioni, si trattava di mettersi in gioco. E allora è servito il pretesto per separarsi dato esclusivamente da una lotta di potere tutta interna al Pd che con le ragioni del sociale non ha nulla a che spartire.
Ora bisogna tirarsi su le maniche e impostare una politica di segno diverso. Cominciando a rottamare definitivamente i rottamati riciclati, per intendersi tutti quelli che hanno votato la legge di cui sopra e che ora tentano di rifarsi una verginità. Bisogna sporcarsi le mani stando nelle contraddizioni, ascoltando le persone, facendosi carico dei bisogni, dando ad essi dignità e rappresentanza. Certo, è un lavoro faticoso, occorrono scarpe comode più adatte alle strade accidentate che agli studi televisivi o alle stanze del potere, non aver paura di sudare e di uscire dalle ztl dove si corrono meno rischi e dove è più facile riconoscersi tra simili. Francamente, all’orizzonte non vedo nessuno che si sia messo in cammino in questa direzione. Toccherà aspettare tempi migliori, sperando a quel punto non sia troppo tardi.

Matteo Salvini: l’assalto all’Europa e gli ostaggi in mezzo al mare

E’ vero, l’Italia è stata lasciata sola, mentre la grande onda immigratoria è un problema e una responsabilità comune di tutti i paesi europei e dell’intero Occidente. Ma il ‘sistema Salvini’ , la chiusura dei porti, incammina il nostro paese verso una deriva illiberale, verso un’autarchia miope e suicida.

Per tutta la notte, poi sotto un sole infuocato, e non sappiamo ancora per quanto, la nave Aquarius è andata avanti e indietro tra l’Italia e l’isola di Malta con il suo carico dei 629 migranti. Abbiamo visto i video e le foto dei salvataggi in mare, le facce impaurite, i bambini, le donne incinte. Sono lì, aspettano. Il ministro dell’Interno Salvini ha chiuso i porti, decidendo di passare dalle parole ai fatti. Il suo è un braccio di ferro, una prova di forza, un messaggio non tanto a Malta, che i porti li ha già chiusi da un pezzo, ma all’intera Europa che “ha lasciato sola l’Italia davanti all’emergenza sbarchi”.

Ora, ci sono tanti modi per ‘far pressione’ per costringere l’Europa a farsi carico di una responsabilità che, ovviamente, non è solo italiana, ma europea, collettiva, di tutto il ricco Occidente. Probabilmente Pannella avrebbe iniziato uno sciopero della fame e della sete, qualcun altro avrebbe bloccato l’invio dei contributi italiani all’Europa, Matteo Salvini ha scelto invece un metodo antico – e il più odioso – lo stesso utilizzato da Billy the Kid, Renato Vallanzasca, o da qualsiasi rapinatore di banche. Per compiere la sua impresa, non ha puntato solo la pistola, ma ha preso degli ostaggi.
Mentre arrivano notizie di altre navi, altre centinaia di disperati, in viaggio per il Mediterraneo in cerca di approdo – per buona sorte la nuova Spagna del socialista di Sanchez ha aperto i suoi porti alla nave Aquarius – il nuovo governo giallo-verde vive la sua prima crisi d’identità. Alcuni esponenti pentastellati, e tantissimi simpatizzanti, non vogliono proprio mandar giù la ricetta draconiana imposta dalla Lega.

Intanto, sui social impazzano gli hashtag contrapposti. Da una parte #chiudiamoiporti, dall’altra #portiaperti , o anche #umanitaperta. E troppo semplicistico? Certo, scrivono i commentatori intelligenti, i problemi non si risolvono con gli hastag o con gli slogan, specie un tema enorme e complesso come quello della gestione di una imponente ondata migratoria. O quello di un’Europa mai come oggi incerta, divisa, periferica, sbeffeggiata: dalla Russia di Putin come dall’America di Trump.
Però – questa almeno è la mia idea – a volte, poche volte, nella storia di una nazione, prima ancora di approfondire, analizzare, mediare, viene il bianco e il nero. Occorre cioè prendere una posizione netta. Schierare la propria coscienza, i propri atti, la propria vita da una parte o dall’altra.
E’ successo con il fascismo e la Resistenza: rimanere buoni e zitti, accettare un regime illiberale o promuovere – e muoversi – per la libertà e la democrazia. E sta succedendo oggi. Il bianco e il nero. Senza sfumature. O vogliamo un’Italia blindata, sempre più vecchia e più povera di libertà (#chiudiamoiporti). Oppure crediamo in un’Italia aperta, coraggiosa, accogliente, capace di dialogo e integrazione (#portiaperti).
Le prossime settimane e i prossimi mesi non ci diranno solo o tanto la tenuta o la rottura dell’alleanza giallo verde. Morto un governo se ne fa un altro, e dalle nostre parti i governi muoiono molto più spesso dei papi, senza portare a necessarie sciagure. Ci aspetta invece un confronto – e uno scontro – molto più importante. Un quesito semplice quanto decisivo. Quale idea di Italia e di democrazia abbiamo in testa? Porti aperti o porti chiusi?

Storie di cittadinanza: italiani stranieri e stranieri italiani

Sono passati un po’ di giorni dalla conferenza ‘Ius soli e ius culturae una questione di civiltà‘. Giorni nei quali ho avuto il tempo di guardarmi in giro, chiedere, domandare, cercare di capire. All’evento organizzato nella Sala dell’Arengo del Comune di Ferrara hanno partecipato Miriam Cariani, che ha focalizzato il proprio intervento soprattutto sulla forte discriminazione che la legge attuale sulla cittadinanza crea, anche nel mondo del lavoro. C’è stato poi chi, come Andrea Ronchi, ha affermato più volte che Ius soli e immigrazione non sono argomenti da mettere allo stesso piano, mentre il vicesindaco Massimo Maisto ha lamentato addirittura che in Consiglio Comunale “non giudicano, con tutto il rispetto, parlare della Siae una perdita di tempo, e parlare dello Ius soli si”. Ha anche aggiunto che, secondo lui, la legge che si sta proponendo è troppo “moderata” per la sua visione. In sostanza una conferenza con tanti proclami e belle parole, argomentazioni inattaccabili e proposte positive. Purtroppo, però, io odio le conferenze. Ed è per questo che, visto l’ormai diffuso clamore mediatico che questa proposta di legge ha scaturito, uscito dalla sala comunale, ho cercato di intercettare chi, in una maniera o nell’altra, si è trovato a battagliare con le leggi sulla cittadinanza e ho provato a ricavare qualche dato dal web. Tra tutte le testimonianze raccolte, ne racconterò tre, esplicative della situazione degli italiani all’estero e di chi è straniero in Italia.

La proposta di legge.
Non possiamo partire senza chiarire quale sia la legge attuale e quale la modifica che si vorrebbe apportare.
La legge 91 del 1992 prescrive che per diventare cittadini bisogna essere figli di almeno un cittadino italiano, perciò è detta ‘Ius sanguinis‘. Un bambino che nascesse sul territorio italiano da genitori stranieri può chiederla dopo aver compiuto 18 anni solo se ha risieduto fino a quel momento qui legalmente e initerrottamente. Il punto focale è proprio questo: escludendo migliaia di bambini nati, cresciuti in Italia, molti la giudicano carente in materia. Teniamo anche conto che, confrontandosi a livello europeo, la nostra legge sulla cittadinanza è tra le più dure del continente. Quelli che si vorrebbe introdurre sono lo ‘Ius soli temperato‘ e lo ‘Ius culturae‘. Il primo prevede che un bambino nato in Italia diventi automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori risiede in Italia legalmente da almeno 5 anni. Se il genitore possessore del permesso di soggiorno proviene da un Paese extraeuropeo, deve soddisfare altri tre criteri:
1. avere un reddito non al di sotto dell’importo annuo dell’assegno sociale
2. avere un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla Legge
3. superare un test sul livello della conoscenza della lingua italiana

Insieme a questa possibilità, ci sarebbe anche quella dello Ius culturae come detto. Questo prevederebbe che i minori nati o arrivati in italia prima dei 12 anni possano chiedere la cittadinanza dopo aver frequentato 5 anni di scuola e aver concluso o le medie o le elementari. I minori, invece, che hanno più di 12 anni al momento dell’arrivo sulla nostra penisola, potranno chiedere la cittadinanza dopo sei anni e la conclusione di un ciclo scolastico.
Consultando il sito dell’Istat, si possono apprendere un po’ di cifre riguardanti queste persone.

Partiamo da un riassunto sui cittadini non comunitari con i nuovi dati forniti dall’istituto di statistica.

Il primo grafico sottostante rappresenta la popolazione straniera regolarmente residente in Italia dal 2002 al 2012. Si può notare come questa sia cresciuta negli anni. Non solo per i flussi migratori, ma anche perché i nuovi nati sono considerati stranieri (cifre in milioni). Il secondo invece rappresenta, in migliaia, il numero di acquisizioni di cittadinanza.

Anche gli alunni iscritti a scuola sono aumentati: si è passati dai 5.600 del 1994 agli 89.000 del 2013. Il numero sarebbe destinato a diminuire se entrasse in vigore lo Ius culturae (cifre in migliaia). L’ultimo grafico rappresenta infine i nati da entrambi i genitori stranieri sul suolo italiano. Anche questi numeri, entrasse in vigore lo Ius soli temperato, sarebbero ridimensionati (cifre in migliaia).

Per approfondire: www.istat.it/it/immigrati

Fatta questa necessaria premessa, per addentrarsi sulla questione e le varie visioni della cittadinanza, ho chiesto ad alcuni miei amici di parlarmi dei loro casi.
Il primo, qualcuno se lo ricorderà, è Stefano, 28 anni, mente brillante dell’informatica, trasferitosi da qualche tempo in Giappone. Gli ho chiesto due cose:

Com’è l’accoglienza oltreoceano per gli stranieri?
Gli stranieri vengono gestiti nell’adempimento completo e infallibile delle leggi. Io da immigrato non noto alcuna differenza con i cittadini giapponesi. A livello di tasse e burocrazia, non c’è differenza alcuna. Se sgarro ho un po’ di tempo per rimediare, sennò mi mandano a casa.

Se nascesse un figlio in Giappone da genitori stranieri, che cittadinanza avrebbe?
Il figlio sarebbe giapponese.

Questa la situazione nello Paese del Sol Levante.
Nella cara vecchia Europa ho preso un esempio da una nazione molto discussa ultimamente: l’Inghilterra.
Lì si è trasferita Maria Michela, ingegnere, laureata in Italia, vive lì dove ha partorito la piccola Asia.

Com’è la situazione degli italiani dopo la Brexit? Episodi di discriminazione?
Io ho avuto due episodi di discriminazione mentre cercavo lavoro come ingegnere. Arrivata al colloquio la prima domanda che mi hanno posto è stata: da dove vieni? Bah. “Eppure siamo a Londra”… pensavo.

Dopo quanto tempo potrete richiedere la cittadinanza?
Dovrebbe essere dopo 5 anni.

Tua figlia è nata a Londra, ha la cittadinanza inglese oppure no?
Asia è nata qui ma ha il passaporto italiano perché ho fatto tutto tramite Aire. In seguito farò domanda per quello inglese che suppongo sia veloce come tutto il sistema qui. Per ora non ne ho necessità in quanto Asia essendo nata qui, ha tutti i diritti.

Quindi lei non avrebbe problemi anche in futuro?
Il futuro è incerto. A questo non so rispondere perché non possiamo prevedere se cambierà la situazione. Quando ci sarà l’esigenza lo farò.

Queste piccole storie di italiani all’estero fanno capire come sia certe volte difficile, altre meno, essere lo ‘straniero’ di turno.

Ma una storia, tra quelle che ho sentito, mi ha colpito e ho deciso di raccontarla tutta. E’ la storia di Shahzeb, pakistano. In Italia perché il padre, fuggito dal paese di origine, ha chiesto e ottenuto lo status di rifugiato e poi la cittadinanza italiana. Ma farò parlare lui perché il suo è un racconto davvero particolare.

Partiamo da una premessa: Shahzeb, se entrasse in vigore la nuova legge, diventerebbe cittadino italiano perché suo padre ha la cittadinanza e lui ha compiuto un ciclo di studi diplomandosi qui. E il bello è che lui è stato italiano anche per la legge attuale, ma solo per qualche mese. Ecco il perché.

Il 14 gennaio 2016 mio padre ha fatto il giuramento. Erano le 10 del mattino più o meno. Io anche sono nato il 14 gennaio, alle 22 secondo il mio certificato di nascita. In pratica, nel momento in cui mio padre ha pronunciato il giuramento, io ero ancora minorenne. Quindi, secondo la legge attuale, ho acquisito la cittadinanza italiana. Il Comune di Ferrara, vista questa differenza di orari, ha reputato idoneo il mio caso per assegnarmi la cittadinanza, con passaporto e carta d’identità. Dopo 10 mesi sono stato contattato dal Comune, tramite il nostro avvocato, e mi è stato comunicato che si erano sbagliati e che quindi mi toglievano seduta stante la cittadinanza italiana. Avevo persino votato già a due referendum!! Anche dopo il ricorso che abbiamo fatto, mi è stato negato quello che pensavo essere un diritto. La motivazione del giudice è stata che al momento del giuramento ero sì minorenne, ma lo stesso entra in vigore dopo 24 ore e quindi avevo già compiuto la maggiore età. Farei notare però che il giuramento è stato ritardato perché chi doveva eseguirlo era stato in ferie un mese.
Ora abbiamo una famiglia divisa: da una parte mio padre con mia sorella e mio fratello cittadini italiani, dall’altra io e mia madre pakistani. Io e lei abbiamo il permesso di soggiorno di tipo ‘familiare’. Ora dovrò aspettare, se non cambierà la legge, di avere un reddito per cinque anni, rifare la domanda e aspettare altri due anni per avere la cittadinanza. Tenendo conto che vado all’università, complessivamente dal mio arrivo in Italia alla cittadinanza passeranno 17 anni!!
Faccio un esempio banale per far capire come ci si sente: all’aeroporto mio padre e i miei fratelli fanno la fila con gli italiani, io e mia madre facciamo la fila con gli stranieri. Ma c’è di più. Appena mi tolsero la cittadinanza diventai praticamente apolide. Anzi. Tolta cittadinanza, permesso di soggiorno e passaporto, ero un vero e proprio clandestino!! Lo sono stato per circa 6 mesi, con tutti i rischi che questa situazione comportava. In pratica se mi avesse fermato la polizia, avrei incorso nel reato di clandestinità e sarei potuto essere espulso in Pakistan. Dopo questo tempo mi hanno dato un permesso di soggiorno provvisorio. In pratica 10 mesi cittadino italiano, poi, per un ‘errore’ del Comune, mi sono ritrovato clandestino. E non è stato fatto nulla per rimediare in fretta. Infine, questo nuovo permesso che mi fu dato dopo 6 mesi, un cedolino, mi permetteva di stare in Italia, o di rimpatriare in Pakistan, null’altro. In pratica non potevo uscire dall’Italia. Infatti, quest’estate, i miei familiari sono andati a Londra, dove nel frattempo mio padre si è spostato per lavoro, ma io non ho potuto seguirli. Dopo due mesi passati con questo permesso di soggiorno provvisorio, mi hanno dato, a fine settembre, il visto per i familiari. Ma non posso ancora recarmi in Inghilterra perché serve un altro tipo di visto, essendo io cittadino extraeuropeo. Sottolineo che con il visto provvisorio non si può lavorare”.

Cronostoria riassuntiva del caso di Shahzeb

Ma l’odissea burocratica (ed esistenziale) di Shazeb e della sua famiglia non è finita a qui. “A mio zio è nata una figlia qui e persino lei, che ora ha un anno, non ha documenti perché per richiedere il visto serve il passaporto ma non glielo danno perché non ha la cittadinanza, è cittadina del mondo in pratica”. “Ricordo anche che il permesso di soggiorno costa sui 300 euro, quindi sono costi su costi, che condannano molti alla clandestinità”, denuncia il ragazzo. “Le persone nelle strutture di accoglienza lo potrebbero trovare un lavoro ma in nero o non retribuito, perché non hanno il permesso di soggiorno. Nemmeno i progetti culturali, come ‘Scambio Linguistico’, visto che sono sovvenzionati dalla Comunità Europea, possono veder partecipare queste persone, ma mi chiedo: quale più di un progetto di lingua per favorire l’integrazione? Il cedolino per la residenza serve solo a non farsi arrestare, ma non consente nulla, nemmeno l’avere un codice fiscale per poter, appunto, lavorare in regola. Ci sono tante persone che hanno vissuto o stanno vivendo quello che ho passato io, e spero tanto che si trovi una giusta soluzione”.

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