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SCHEI
Angeli e Demoni

Parlerò di infermieri e industriali, di medici e imprenditori, di posti letto e capitalisti italiani, ma proprio quelli più forti, quelli che dettano la linea in Confindustria. Cosa c’entra un infermiere con il re della nutella? Proverò a mostrarlo.

Angeli. Così vengono definiti medici e infermieri, in Tv e sulla stampa, dai pubblicitari commissionari delle grandi imprese italiane. Sono angeli, o eroi. Gli stesse e le stesse che alcuni mesi fa avevano l’immagine dei parassiti, che timbravano il cartellino in pigiama e poi andavano a fare la spesa, o tornavano a casa. I fannulloni. Gli altri, quelli che a lavorare ci andavano, spesso ammazzavano la gente in corsia, o in reparto. La maggior parte di loro sono dipendenti pubblici, la peggior specie. I medici d’urgenza o di malattie infettive o pneumologia, peraltro, vengono saltuariamente investiti (succedeva anche prima del Covid19) di un’autorevolezza scientifica che consente ad alcuni di loro di parlare della loro trincea attraverso le televisioni: ma perché sono medici, appunto (non parliamo dei virologi, i nuovi Aruspici).

Gli infermieri di intensiva e semintensiva, il personale infermieristico incaricato di gestire le emergenze anche dal punto di vista logistico-organizzativo, oltre che sanitario; gli ausiliari, le assistenti domiciliari. Loro, invece, sono i veri negletti, elevati all’improvviso, beffardamente e gratuitamente, al rango di eroi. Non hanno voce, sono sottopagati (alcuni in maniera scandalosa, visto che hanno letteralmente in mano la vita delle persone molto più dei loro responsabili di reparto o primari), fanno spesso turni massacranti (anche prima del Covid19), non hanno un’organizzazione che li tuteli dall’ errore, sempre in agguato. E hanno paura, esattamente come tutti noi, con la differenza che molti di loro, la paura, la respirano e toccano tutti i giorni dietro allo scafandro che indossano a inizio turno e tolgono a fine turno, senza poter andare in bagno, bere, mangiare. Quelli che ce l’hanno, lo scafandro. Altri hanno ricevuto le mascherine ben dopo che le hanno avute alcuni giornalisti ed assessori, che ne fanno sfoggio in tv come si trattasse di un accessorio fashion. Però sono “angeli”, e ti commuovi guardando il video edificante e strappacuore del loro reparto – tranne se abitano nel tuo stesso condominio. In quel caso sono untori.

Parliamo anche del contesto. Posti letto per abitante pre Covid19: Italia 2,6 (3,1 coi privati) ogni 1.000 abitanti.  Germania e Francia sono messe molto meglio, Regno Unito e Spagna come noi, Svezia e Danimarca addirittura peggio. Quindi una aurea mediocritas, si potrebbe dire. No, purtroppo. Intanto abbiamo la popolazione più anziana d’Europa, ed una nazione con una anagrafe simile alla nostra, il Giappone, di posti letto ne ha 7,8 per 1.000 abitanti. Inoltre il filtro della medicina non ospedaliera altrove funziona, da noi meno, e non perché i medici sul territorio siano incapaci o menefreghisti, ma perché sono stati privi di mezzi di protezione adeguata; infatti molti di loro si sono ammalati. La grande ospedalizzazione dei malati italiani purtroppo dipende anche da questo, oltre che dalla creazione tardiva (e a volte puramente propagandistica, vedi Lombardia) di strutture dedicate all’ isolamento. Altrove requisiscono gli alberghi, noi isoliamo le persone in casa loro, facendo ammalare tutti i conviventi. Ultima notazione, che chi lavora in sanità conosce bene: blocco delle assunzioni, mancata sostituzione in turn over, diminuzione posti letto (in assoluto ma non per addetto), spesa sanitaria in percentuale calante sul PIL negli ultimi vent’anni. Colpa, si dice, (anche) del nostro elevato debito pubblico, che non ci consente di spendere abbastanza.

Parliamone. Il bilancio dello Stato è fatto di uscite e di entrate. Un livello di entrate adeguato al PIL della nazione, e quindi adeguato anche ai servizi pubblici da finanziare con queste entrate (la sanità per tutti, tra i primi) sarebbe quindi fondamentale. Indovinate chi fa mancare alle entrate fiscali dello stato, secondo una recente stima, circa 6,5 miliardi di euro in un anno, ovvero l’equivalente del 5% della spesa sanitaria: i nostri capitani d’industria. I più grandi, i più famosi. Hanno spostato tutti o quasi la sede legale in una strada a 4 chilometri dal centro di Amsterdam, dove ha sede la Intertrust, società olandese specializzata nella creazione di sedi legali. La cosa bella è che tutto avviene entro i confini della legge: infatti non si chiama evasione, ma elusione. La praticano, con assoluta serenità, Eni, Enel, FCA, Mediaset (attraverso MediaforEurope) , Luxottica, Ferrero, Telecom Italia, Cementir eccetera.

Però così fan tutti, no? Mica solo gli italiani. E poi in fondo, se risparmi tasse sui profitti d’azienda, puoi avere più denaro da reinvestire nell’ impresa. Peccato che il grosso della sottotassazione in Olanda (e Irlanda e Lussemburgo e Svizzera) riguardi i dividendi, cioè gli utili distribuiti agli azionisti. Quindi non un premio fiscale alla produzione, ma alla rendita finanziaria.

Sono un mucchio di schei. Talmente tanti che l’AD di Banca Intesa ha dichiarato che se gli Agnelli, i Perfetti, i Ferrero, i Garavaglia eccetera li facessero rientrare dall’ estero, l’economia italiana ne trarrebbe notevole giovamento. Invece il loro presidente designato, Bonomi, nemmeno eletto già dichiara che bisogna mettere mano ai contratti collettivi di lavoro per derogare alle norme di tutela valide per tutti. Ecco la sua ricetta per la crisi. I soldi dei suoi associati possono rimanere all’ombra di un paradiso (fiscale), o di un campo di tulipani. 

Non lo faranno. Preferiranno mettere il loro logo su un milione di mascherine o su mille macchinari acquistati per un ospedale, e continuare a far chiamare “angeli” gli infermieri. La carità è sempre più conveniente della giustizia.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Culturalmente anoressici

Siamo ignoranti e non abbiamo neppure voglia di apprendere, la promessa dell’educazione permanente si è arenata a Lisbona il 20 marzo del 2000. Ma poi cosa avremmo da studiare, da ignoranti neppure sappiamo cosa ignoriamo. Mica dovremo ritornare sui banchi di scuola a compitare di lingua, matematica, scienze e giù di lì per tutte le materie dei programmi scolastici!
Siamo ignoranti anche a parlare di sapere. O, per lo meno, c’è un tot di sapere che raggiunto quello ci basta e ci avanza.
I dati raccolti da chi si occupa di queste cose dicono che una volta terminate le scuole e l’università non si studia più. Ci sono fior fiore di imprenditori che vantano di non aver mai aperto un libro da anni. I libri neppure si mettono più sugli scaffali di casa a prendere la polvere, alla faccia di quelle indagini che una volta profetizzavano il destino sociale di un individuo sulla base del numero di volumi posseduti in famiglia.
Diciamoci la verità, a non sapere si sta molto meglio, perché la resistenza all’apprendimento è il prodotto del bombardamento di informazioni e notizie a cui ogni giorno siamo esposti. A un certo punto si raggiunge la saturazione, allora ci si difende diventando refrattari, almeno impermeabili. Meno si sa, meno ansie si hanno sul clima, sull’ambiente, sulla sicurezza personale, sulla salute, su come eravamo e su come potremmo diventare. Come si fa ad essere continuamente sollecitati da tutti questi messaggi, è difficile da reggere, è troppo complicato mantenere un sano equilibrio.
Però anche non sapere è rischioso, perché potresti essere preso di sorpresa. Se l’avessi saputo prima avrei potuto provvedere in qualche modo. Si è ignoranti anche nei pesci da pigliare.
È che i radical chic non comunicano, pontificano e la loro cultura è noiosa, con la boria di sapere tutto loro, perché loro sarebbero i competenti e tutti gli altri cialtroni. E poi c’è internet, basta digitare che si aprono pagine e pagine di spiegazioni.
Forse il sapere così come l’abbiamo imparato è un arnese superato. Poi, se il sapere che sai non lo usi mai, cosa te ne fai? Finisci per dimenticarlo. È vero che se non sai fatichi anche a sapere quale sapere andare a cercare in rete.
Siamo il paese con il minor numero di laureati e il più ignorante in Europa. Forse a qualcuno dovrebbe sfiorare il dubbio che la questione centrale, l’emergenza del paese è l’apprendimento, forse bisognerebbe fare qualcosa come ai tempi in cui la televisione affrontò il problema della alfabetizzazione con il “Non è mai troppo tardi” del maestro Manzi. Le cose oggi sono assai differenti, i bisogni di sapere sono diversi, altro è l’analfabetismo, che ora viene denunciato come funzionale, cioè non saper usare i propri saperi, anche da parte di chi ha conseguito una laurea.
Allora la questione dell’apprendimento è “la questione”. Come avviene, come è organizzato, metodi, tempi e contenuti. Se c’è un’età per lo studio e una in cui non si studia, o apprendere sempre, perché apprendere è una necessità come nutrirsi, che ha inizio con la nascita e termina con la morte.
Sono usciti libri importanti in materia che dovrebbero aiutare la politica ad affrontare la questione, l’emergenza apprendimento.
Penso a “Apprendimento non stop” di Rossella Cappetta, docente della Bocconi e, ultimamente, “Ignorantocrazia” di Gianni Canova, rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione Iulm di Milano.
Siamo un paese che sembra condannato a diventare una nazione di analfabeti e populisti, secondo Canova l’Italia del XXI secolo è diventata culturalmente anoressica.
Dall’altra parte Rossella Cappetta ci ricorda che “Studiare tutti e studiare sempre non è un programma semplice da realizzare, ma è alla base della crescita seria e felice di una comunità.”
Le questioni che il nostro paese dovrebbe affrontare non sono solo, dunque, lo stato delle nostre scuole e delle nostre università, ma lo stato delle competenze dei suoi cittadini, come mettere mano ad una politica di apprendimento permanente capace di qualificare l’apprendimento formale e di investire nello stesso tempo sul riconoscimento degli apprendimenti non formali e informali, in modo che nulla nella formazione delle persone vada sprecato, così come non si butta nulla del cibo del corpo, nulla va sprecato del cibo della mente.
Senza apprendimento non c’è benessere né produttività. Solo da noi si tollera il disprezzo del sapere approfondendo la voragine che ci separa da una ripresa dello sviluppo e dagli altri paesi.
L’unica forma di crescita seria è la crescita della conoscenza, oggi assente dai programmi della politica, eppure costituirebbe la vera alternativa a chi predica la decrescita felice, semmai accompagnata da una serena ignoranza permanente.

masaccio

Italia corrotta, il cattivo esempio da politici e vip senza vergogna

(pubblicato il 26 febbraio 2014)

Il termine vergogna viene dal latino ‘vereri’: provare un sentimento di timore religioso o di rispetto. La vergogna è rappresentata nella pittura con il gesto del nascondimento. L’immagine classica è quella di Adamo che si copre con le mani il viso, mentre è cacciato dal Paradiso assieme a Eva: la troviamo nella Cappella Brancacci a Firenze dipinta dal Masaccio.
Insomma chi prova questo stato emotivo abbassa gli occhi, cerca di sfuggire il contatto, si nasconde. Un passaggio ulteriore del discorso sulla vergogna è registrarne il carattere di emozione fortemente sociale e relazionale. E la conseguenza più lacerante di questo stato d’animo è la perdita di autostima, perché entra in crisi la propria immagine davanti agli altri.
Se queste considerazioni sono fondate, la presenza o l’assenza di vergogna rappresenta un fattore cruciale per comprendere la qualità dell’ethos pubblico di una società. Senza moralismi e piagnistei proviamo a chiederci perché in Italia da alcuni decenni l’uomo pubblico (politico, imprenditore, manager, calciatore, attore…) non prova vergogna se colto in flagrante come responsabile di reati gravi quali la corruzione e l’evasione fiscale. Evidentemente, non scatta una adeguata reazione sociale di respingimento e condanna perché la società è disposta a transigere e a ‘comprendere-giustificare’.
Perché? Ecco la domanda che ci facciamo in tanti. Sarebbe necessario un lavoro di ricerca interdisciplinare (storia, antropologia, psicologia sociale) per andare in profondità nell’individuare le cause di una vera e propria anestetizzazione dell’opinione pubblica rispetto a questi mali.
Niente più ci scuote. Il rapporto della Commissione europea che ci attribuisce il 50% della corruzione nei paesi dell’Unione, invece di farci vergognare e costringere il governo e il Parlamento a mettere in cima all’agenda politica tale emergenza, è stato rapidamente archiviato dalla classe politica e accolto con indifferenza dall’opinione pubblica. Eppure i connubi a cui rinvia l’evocazione di questo cancro vanno al cuore del funzionamento delle Istituzioni, della società e del mercato: politica e affari, politica e criminalità, affari-politica-imprese-pubblica amministrazione. Altro che moralismo! E’ centrale questione politica che attiene alla credibilità del nostro Paese in Europa e nel mondo.
Perché nessun partito politico fa sua questa emergenza? Gli annunci di rivoluzione (anche dell’attuale governo Renzi) riguardano tutti i campi, dal mercato del lavoro alla burocrazia, ma nessuno propone leggi severe contro i corrotti e i corruttori! Nel tempo dei sondaggi e del ‘mercato politico’ è logico pensare che se portasse consenso lo farebbero.
Allora sorgono spontanee alcune domande inquietanti. E’ perché il proprio elettorato di riferimento non sarebbe d’accordo? E’ perché il tema è minoritario fra l’opinione pubblica? E’ perché la corruzione è ormai parte del normale funzionamento della vita produttiva, politica e amministrativa? E’ perché si è smarrita la differenza tra ciò che è dovuto come diritto e ciò che è frutto di atti contro il rispetto delle regole e della legalità? E’ perché la rete degli scambi irregolari si è fatta talmente molecolare e capillare da costituire la base su cui si regge l’equilibrio del sistema? E’ perché il lavoro in nero, l’illegalità, l’evasione fiscale sono ormai fenomeni di massa non sradicabili? Ovviamente queste domande scomode sono retoriche, perché la mia risposta è sì a ciascuna di esse. Ogni ‘grande’ male (e la corruzione lo è…) per poter diventare tale deve contare su una larga complicità e connivenza. Senza individuare questo ‘basso continuo’ si corre il rischio di guardare il problema da lontano, come se fosse estraneo a noi e alle nostre cattive pratiche. Questa pista di ricerca non è certo consolatoria, ma ci aiuta a capire perché da Tangentopoli ad oggi la corruzione è aumentata e non diminuita.

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

LA RIFLESSIONE
Globalizzazione: l’Estremo Oriente che accompagna i nostri passi

Termini come globalizzazione, delocalizzazione e dematerializzazione sono entrati nel linguaggio comune. L’esperienza quotidiana ci mette in relazione diretta con oggetti che arrivano da tutto il mondo: sappiamo che gran parte dei prodotti che ci circondano provengono dalla Cina, dall’India o dai Paesi del sud est asiatico; sappiamo o dovremo sapere che molti servizi connessi alla telefonia (uno per tutti gli implacabili call center), alla rete digitale (vari segmenti dei processi di programmazione), alla contabilità e alle assicurazioni sono ormai totalmente delocalizzati in Paesi di cui s’ignora persino la reale collocazione geografica, per non parlare della situazione socio-politica e delle condizioni di lavoro in cui questi beni sono prodotti.
Dovremo sapere anche che questo stato di cose non ha nulla di naturale e necessario ma deriva da un progetto, da un disegno, che vede protagonisti da anni i grandi attori della politica, dell’economia e della finanza che spingono per eliminare ogni possibile barriera ai flussi di beni monetari, di beni tangibili, di lavoratori e di servizi. Si tratta di uno sviluppo non lineare, con tratti di imprevedibilità e di turbolenza improvvisi, che, specie negli ultimi anni, sembra rispondere esclusivamente alla cieca logica del suo funzionamento interno, tradotto per i profani nei mitici concetti di crescita del Pil, efficienza e aumento dei consumi.
L’altra parte esperibile direttamente e quotidianamente di questi processi ci rimanda al problema sempre più drammatico dell’immigrazione incontrollata che vede masse di diseredati fuggire dai loro Paesi in cerca di lavoro e fortuna; masse che sono spesso considerate alla stregua di merci, di variabili della produzione, ma che sempre più frequentemente sfuggono al controllo dimostrando l’incoercibile spazio di libertà caratteristico degli uomini rispetto al mondo degli oggetti inanimati.

In mezzo alle onde insidiose di questi grandi flussi sta l’Italia, e, in ultima istanza, sta ognuno di noi con le proprie aspettative, i propri pregiudizi, il carico di dubbi e preoccupazioni. Se infatti è vero che questi fenomeni globali portano a parere di molti dei vantaggi in termini di disponibilità ed accesso a merci e servizi, è anche vero che è molto diffusa la percezione che il processo mini le basi stesse del vivere al quale eravamo abituati.
Ciò non di meno globalizzazione, dematerializzazione, delocalizzazione continuano a ritmo sostenuto investendo ambiti finora impensati come quello dei servizi sanitari e sociali che per lungo tempo sono stati dislocati sui territori come parte integrante dell’idea stessa di welfare.
Tutto questo non stupisce più di tanto: a ben vedere, almeno per certi gruppi sociali privilegiati, il ricorso a cliniche specialistiche per specifici servizi sanitari, lo studio in scuole e in atenei esteri di grande reputazione e altro ancora, hanno rappresentato e rappresentano la norma e la cifra di uno stile di ceto piuttosto che l’eccezione. Colpisce invece l’ampliarsi del fenomeno verso tutte le classi sociali in relazione diretta con i prezzi altamente competitivi che sono promessi in taluni Paesi: una cura odontoiatrica che garantisce un risparmio del 70% è un attrattore potente capace di generare indotto anche in termini di un nuovo tipo di turismo, appunto quello sanitario; anche qui nulla di nuovo poiché siamo abituati all’idea di turismo religioso, di turismo congressuale o assai più tristemente, di turismo sessuale.

In un contesto sempre più caratterizzato da specializzazioni locali e differenze di prezzo, indebitamento e inefficienza dei servizi pubblici, informazione diffusa tramite tecnologie digitali e passaparola, è dunque assai probabile che la tendenza si consolidi, che accanto al flusso di persone in cerca di lavoro ben remunerato si rafforzi e si ingigantisca un flusso di utenti in cerca di soluzioni economicamente sostenibili ai loro problemi e bisogni. Un terreno ideale per i nuovi imprenditori e una opportunità per i dirigenti che lottano con il problema del taglio dei costi. Non si sbaglia di tanto se si pensa che questa tendenza si diffonderà ulteriormente a tutti i servizi alla persona, in particolare quelli più costosi e, nello specifico, quelli connessi all’invecchiamento della popolazione: sicuramente qualche persona dotata di spirito imprenditoriale avrà pensato che sarebbe più economico e redditizio spostare anziani e “case di riposo” in un Paese “povero” piuttosto che attrarre e formare manodopera  per curare e assistere localmente gli anziani. Con un ragionamento economico brutale è una soluzione che porterebbe vantaggi ai Paesi poveri creando lavoro, alle imprese che costruiscono i nuovi immobili e alle famiglie che risparmiano; ovviamente con qualche esternalità che i sostenitori del libero mercato si guardano bene dal mettere in evidenza. Scandaloso? Immorale? O, semplicemente, una soluzione imprenditoriale ad un problema di espulsione dell’anziano dai circuiti della produzione e della socialità già ampiamente presente? Ad ognuno la propria opinione in proposito: quel che è certo e che imprenditori aggressivi stanno già muovendosi per sviluppare questi progetti e taluni amministratori li considerano con molta attenzione.
Dal proprio punto di vista ognuno può riflettere sulle conseguenze di queste possibili strategie di “delocalizzazione estrema”, sugli effetti attesi e inattesi a breve e a lungo periodo, sulle ricadute sulla cultura, i comportamenti, le credenza, le opinioni, i valori delle persone, sulle implicazioni di ordine etico e sociale. Ognuno può immaginare il mondo possibile che queste scelte lasciano ipotizzare; ma ogni politico e ogni cittadino responsabile ha anche il dovere di pensare a soluzioni alternative, che non siano fondate esclusivamente sulla razionalità economica ma affianchino a questa robusti elementi di concreta razionalità relazionale, in assenza della quale, il rischio di imbarbarimento diventa rapidamente incontrollabile.

LA RIFLESSIONE
Utilità e utili, il nodo della responsabilità sociale

Le imprese hanno un posto molto importante nella nostra società. Se il ruolo economico di queste organizzazioni è scontato, quello sociale diventa sempre più frequentemente oggetto di analisi, riflessione, discussione e polemica. L’importanza delle imprese ci viene ricordata ogni giorno dai nostri comportamenti d’acquisto di beni e servizi, è ribadita da un discorso economico invasivo veicolato dai media ed è confermata dalla frequenza con cui nel linguaggio comune ricorrono termini di derivazione aziendalista come “business”, “consumatore”, “imprenditore”, “manager”, “investitore”, “cliente”. Il ricorrente uso di termini inglesi entrati nell’uso comune certifica appunto la provenienza aziendalistica di un sapere volgarizzato quanto diffuso incapace di rendere ragione della reale complessità delle cose.

Il mondo delle imprese è infatti una galassia enorme, diversificata, i cui corpi sono interconnessi in modi a volte sorprendenti: corporation multinazionali, grandi imprese, piccole e medie imprese, micro imprese, mostrano una varietà dimensionale che oscilla tra aziende da milioni di persone occupate ed aziende composte da poche persone, a volte una sola. Imprese artigiane, fordiste, familiari, agiscono nei settori più disparati, offrendo servizi e beni tangibili; società di persone e di capitali, imprese private e pubbliche, offrono solo un idea succinta e sommaria delle diversità normative che regolano la struttura e i sistemi di governo di queste organizzazioni. Al di là delle definizioni giuridiche, la galassia degli oggetti organizzativi che vanno sotto il nome di impresa è davvero complessa: non è possibile argomentare bene intorno a questo oggetto senza tener conto di questa straordinaria complessità, senza qualche informazione che consenta di ridurre il campo del possibile a qualcosa di manipolabile, senza un riferimento indicativo a qualche specifico tipo di impresa.

Resta il fatto che quando si parla di impresa il pensiero corre assai più facilmente alla Fiat, alla Shell, a McDonald o alla Barilla, a Google Foxxcom o Apple, piuttosto che ai distretti ed alle botteghe artigiane (su cui è stato costruito il successo del prodotto italiano), al caso Olivetti o al bar sotto casa. Proprio a quel tipo di impresa, la grande corporation, è stata rivolta più spesso l’attenzione dei ricercatori e degli analisti: qui è stato messo a punto un corpus di conoscenze che sono diventate il mainstream del management, una forma di sapere condiviso da ogni esperto e consulente che è stata applicata ad ogni tipo di realtà organizzata prescindendo spesso, in nome di una presunta efficienza, dalle differenze e dalle specificità proprie dei diversi contesti.
In questo tipo di grande azienda, a partire dagli anni ’90, si è venuto affermando un modello di governo d’impresa che ha rilanciato la forza della proprietà finanziaria a danno degli altri soggetti coinvolti nel fare impresa: lavoratori e quadri, clienti, fornitori. Lo scopo dichiarato di esso è quello di massimizzare ad ogni costo e nel breve periodo il valore in borsa, senza incidere spesso sul fatturato, sul profitto, sugli impianti produttivi. Come un virus questo approccio si è diffuso dalle aziende quotate in borsa alle altre, spingendo una corsa a fusioni, aggregazioni, delocalizzazione, operazioni finanziarie spericolate, che hanno spostato molte imprese verso la zona grigia della irresponsabilità sociale.
Come è noto, un’impresa è irresponsabile se non risponde al di là degli elementari obblighi di legge ad alcuna autorità pubblica o privata né all’opinione pubblica, circa le conseguenze economiche, sociali ed ambientali del suo operato. Prescindendo da comportamenti illegali, un’impresa fortemente irresponsabile si connota per comportamenti quali:
– trasferimento della produzione e delocalizzazione in stati meno controllati;
– chiusura totale o parziale, minacce di licenziamento per ottenere la flessibilità;
– salari e condizioni di lavoro indecenti in patria e all’estero;
– azioni di comunicazione (greenwhashing) ben architettate per mostrare un’immagine falsa di sostenibilità e impegno sociale,
– fortissime azioni di lobbing per ottenere leggi, norme e condizioni favorevoli ai propri interessi.

L’impresa irresponsabile prospera laddove manca il senso del bene pubblico e la buona cittadinanza è assente: il capitalismo neoliberista che ha imperato negli ultimi decenni ha imposto una nuova antropologia nella quale proprio la funzione di “consumatore” ha sostituito quella di “cittadino”. La globalizzazione d’altro canto ha indebolito la possibilità di controllo mentre il dominio della finanza ha spostato verso questo versante l’interesse di molte aziende. In tale contesto, l’impresa, rischia seriamente di diventare (e in molti casi è diventata) uno strumento per la cancellazione di ogni responsabilità che non sia quella del profitto degli azionisti.

Contro l’idea che scopo unico dell’impresa sia quello di produrre profitti si colloca l’articolo 41 della nostra costituzione: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”

Ma in Italia esisto davvero politiche e programmi finalizzati ad indirizzare in modo sistematico l’agire economico a fini sociali? Esiste una strategia ed una visione di ampio respiro orientata a sanzionare le imprese irresponsabili e a promuovere quelle responsabili? Osservando i vari disastri di una certa politica industriale, la distruzione del territorio e dell’ambiente che ha visto e vede protagoniste molte aziende, le cause intentate a grandi imprese per disastro ed attentato alla salute pubblica, la scoperta di sempre nuove terre dei fuochi, sentiti i discorsi di quanti vorrebbero cambiare la costituzione per inserirvi a forza le imprese, sembrerebbe proprio di no.

Ancora una volta dovrebbe essere il cittadino armato di senso civico il miglior deterrente contro la deriva irresponsabile delle imprese. Ma quando il cittadino è ridotto a consumatore, quando perde il lavoro e vengono a mancare le garanzie del welfare, quando la politica rinuncia al suo ruolo chiaramente sancito dalla Costituzione, quando viene meno anche la capacità di inventare soluzioni alternative, ogni buona intenzione sembra destinata al fallimento.
Resta però la certezza che l’Italia ha saputo esprimere imprenditori ed imprese straordinarie, che esistono casi molto più numerosi di quel che si possa immaginare di imprese socialmente impeccabili; resta la determinazione a sostenere quella classe di imprenditori responsabili e di cittadini virtuosi che resistono e non si rassegnano allo sfascio morale che sta dietro alla crisi economica.

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