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Come il mare in un bicchiere, la vita racchiusa e riaperta quando il mondo si è fermato

Scrivere senza l’armatura dei personaggi e delle loro storie, ma scrivere dicendo io per interrogare quell’io. Come il mare in un bicchiere (Feltrinelli, 2020) di Chiara Gamberale, è un quaderno nato nelle settimane del confinamento, quando ci si affacciava ai balconi, la distanza era una cosa da imparare e le fasi 1 e 2 scandivano tempi e modalità di vita.
Queste pagine sono l’apertura tra il Dentro di Testa che si schiude poco alla volta verso il Là Fuori, sono l’osservazione vissuta della scorribanda tra il tutti dentro di sé e non solo dentro casa, e lo sconfinare, anzi il bisogno perenne di “smarginare” fuori.
La scrittrice racconta il vicino e il lontano indipendentemente dai divieti, guarda alle sue paure non più così vive e scopre che la distanza dal Là Fuori, il riassetto tra le cose da dover fare e quelle scelte, sta forgiando qualcosa di nuovo che non vuole perdere.
È possibile che l’abbassamento delle saracinesche di quelle settimane, lo spegnimento delle luci, persino un nuovo linguaggio ormai diventato lessico familiare, come distanziamento, protezione, no agli abbracci, non siano solo divieti temporanei, ma possano in qualche modo innescare un cambiamento? Sì, se interiorizzati, se immaginati come protezione interiore, “autoprotezione psicologica ed emotiva”, la chiama la Gamberale, verso un Là Fuori frullatore, verso le energie buttate via, verso tutta la disponibilità al mondo anche quando il mondo non se lo merita.
Ma privati di quel Là Fuori che ci ha creato una posizione, dobbiamo rifare i conti con chi siamo e con chi stiamo, dobbiamo imparare a perdere il riflesso, o forse l’abbaglio, che viene dall’esterno da cui ci siamo accorti di essere in troppa connessione e dipendenza. E allora il Là Fuori non era poi tutta questa libertà se ci legava a sè e ci chiudeva nel turbinio della stanza del mondo, lasciandoci col fiato corto.
Come il mare non può stare in un bicchiere, così tutto ciò che vibra, pulsa, anela, scorre non può essere contenuto, eppure il bicchiere è l’unico punto di contatto e incontro con l’altro, il margine dello scambio. E per la scrittrice il confine fisico che siamo stati chiamati a osservare, ha permesso di uscire dalla personale quarantena del Dentro di Testa e di stare dove vuole stare.
Cosa succederà quando il mondo guarirà? Si chiede Chiara Gamberale. Gesti nuovi allora accompagnano l’affacciarsi a un Là Fuori non più così tiranno, dopo che abbiamo potuto fare i conti con grovigli, isolamenti, ma anche nuove conquiste.

Chiara Gamberale sarà in diretta streaming al Microfestival delle storie di Polesella il 18 settembre alle 21. Dialogherà con la scrittrice, la giornalista Riccarda Dalbuoni. L’intervista potrà essere seguita dalla pagina facebook di Ferraraitalia e del Microfestival delle storie, ma sarà anche possibile accomodarsi in sala Agostiniani a Polesella dove un maxischermo proietterà la diretta.

Sabato 12 settembre a Voghiera presentazione del libro di Claudio Pisapia ‘L’altra faccia della moneta. Il debito che non fa più paura’

Sabato 12 settembre 2020 alle 17:45 – nella delizia estense di Belriguardo a Voghiera (FE) – incontro con Claudio Pisapia del Gruppo Economia di Ferrara (Gecofe), autore del libro L’altra faccia della moneta. Il debito che non fa più paura.

La Pro Loco e il Comune di Voghiera, nell’ambito delle serate “Estate a Belriguardo”, hanno organizzato per sabato 12 settembre alle 17:45 nella Sala delle Vigne di Belriguardo un incontro – dibattito con presentazione del libro di Claudio Pisapia L’altra faccia della moneta. Il debito che non fa più paura. Si parlerà di macroeconomia, moneta, debito pubblico e dell’impatto dei grandi inganni dei mercati e della finanza sulla realtà sociale.

Dalle 20.00 cena nei giardini di Belriguardo (aperitivo, lasagna con zucca e frutta di stagione), alle 21.00 musica jazz. Eventi ad ingresso libero con prenotazione. Cena a pagamento euro 13 – prenotazioni entro il 9 settembre al nr. 349 1276876.

PRESTO DI MATTINA
Chi sono io per te

Chi sono io? Questa domanda, del tutto inattesa, risalita da non so quali profondità dell’inconscio amareggiato, si era dilagata irruente nella coscienza mentre scendevo le scale di un condominio nei pressi della parrocchia, tanto tempo fa. Una domanda scandita come un ritornello, a ogni gradino, dopo la visita a una persona inferma costretta a letto. Ero stato rimproverato per la lunga assenza dall’ultimo incontro, e avevo sentito tutta l’impotenza e l’inutilità di un ministero che ti vuole tutto a tutti. Salire e scendere le scale per incontri brevi, apparentemente insignificanti e vuoti. Mi sentivo come un pane che si disperde in tante briciole senza capacità di sfamare alcuno.

Chi sono io? Attesi un momento lunghissimo per rispondermi. Scartai subito “sono un parroco” – e i suoi equivalenti: “sono un pastore”, “un prete” – quasi a voler lucidare l’armatura ammaccata. Mi accorsi così, scendendo quelle scale, che avevo continuato, come avevo fatto salendo e arrivando in bicicletta, a pregare la preghiera del cuore. Non avevo smesso nemmeno durante l’incontro, a invocare, dentro, il nome di Gesù su quelle interminabili afflizioni di una vecchiaia esausta.
Sentii allora salire la risposta da dentro avvinta ad un sospiro lento e consolante: “sono un uomo di preghiera”. Sì. Sì mi dissi: questo sono io. Qui staziona e da qui parte e ritorna sempre di nuovo, accrescendosi come un albero dalle sue radici, il mio “io” più autentico; quello non ripiegato su sé stesso, ma aperto e disteso al futuro. Avevo ritrovato la coscienza dell’io nella preghiera come essenza e pienezza dell’umano, in quello che chiamerei un sussulto mistico, risonanza del mistero di Dio nella banalità del quotidiano, in fare pregando.

Un “io” orante è “un io sempre in relazione”. Un io che si perde e si ritrova nell’amore per l’altro, pur incontrato nei luoghi del disamore e del non umano o dell’umano finire. Un io orante è un io “in progress; diviene un “io” credente, che si fa affidandosi nella relazione, e rimane irremovibile nel luogo della dignità e nella responsabilità dell’altro, come Tommaso Moro, un credente per tutte le stagioni perché orante. Un adagio liturgico dice lex orandi è lex credendi: la forma della preghiera dà forma alla stessa fede, è legge del suo agire come amore.

Romano Guardini sottolinea un altro aspetto: “Credere con riferimento alla propria vita significa vedere sempre il tutto” (Diario, Brescia, 1983). La preghiera è allora da comprendersi come un atto totale che investe e coinvolge l’interezza dell’esistere. Non sono solo le labbra a muoversi. Le tue cellule pregano, così il tuo corpo, le tue mani, i tuoi piedi, gli occhi e le orecchie. E lo stesso vale per i tuoi gesti, sia che tu stia fermo o cammini. Ma anche il tuo muto e smarrito silenzio prega. La tua preghiera si riveste così della forma, delle parole e delle loro assenze. È nei colori, dai più cupi ai più luminosi. E dimora nei sentimenti, da quelli più tristi a quelli che illuminano il volto: arcobaleno cangiante dell’esistenza, del tuo stesso vivere in relazione o in solitudine, quando abbracci e quando ti astieni dal farlo. La preghiera, come la comprensione dell’essere in Aristotele, “si dice in molti modi”, perché non ha una essenza ma comprende tutte le essenze, e quindi tutte le forme. Essa è nascosta in ogni piega del tempo; occupa ogni spazio; sta nell’intermezzo dell’aurora e del tramonto, tra il buio e la luce ed è di casa in entrambi, di giorno come di notte. È in ogni pausa e sospiro tra le parole, nell’attimo del battito delle ciglia come del cuore, quando si recita nell’arco del giorno per tre volte l’Angelus Domini, o nelle fragilissime ali raccolte di una farfalla come mani giunte in preghiera. Essa è già tutta nel primo vagito della vita nascente ed è ancora lì nell’ultimo rantolo di un morente.

Come la sapienza di Dio la preghiera costruisce pietra dopo pietra nel mondo e in noi la sua casa (Pr 9,1). Le lacrime e i sorrisi sono le sue sette colonne, il dolore del mondo le sue fondamenta. La sua tavola imbandita è la gioia del figlio perduto e ritrovato, dello sposo del Cantico per la sposa; la gioia che scopre la perla preziosa e il tesoro del Regno. Ogni preghiera, gemito inesprimibile dello spirito, converge misteriosamente nel gemito dell’intera creazione: quello delle cerve partorienti, dell’animale preso nella rete, braccato e ferito a morte dai bracconieri, nel silenzio di una stella che si spegne, nel cammino di una cometa. Immancabilmente si fonde con la preghiera eucaristica di Gesù e della Chiesa ogni domenica, preghiera dell’Agnello condotto al macello (Is 53,7; Ger 11,19), Agnello pasquale, immolato ma vivente.

Pregare in situazione di passività è certamente esserci nello sprofondo dell’afflizione che dà angoscia. Si prega allora con “labbra chiuse” come nella preghiera di Paolo VI per la morte di Aldo Moro: “Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il «De profundis», il grido cioè ed il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui”.

Pregare in ascolto del silenzio di Dio, in compagnia di questo Dio incomprensibile e silenzioso, trovando sempre di continuo il coraggio di parlargli, di parlare entro l’oscurità con fede, confidenza e calma, sebbene apparentemente non venga alcuna risposta se non la vuota eco della propria voce (Cf. K. Rahner), genera un’esperienza di unione che trasforma la solitudine in gioia. È l’esperienza dei poeti e dei mistici, e di coloro che amano perdutamente e nel perdersi incontrano la gioia dell’incontro. Lo scolpisce con un solo verso Mariangela Gualtieri: “Forse la gioia è la preghiera più alta”.
Chi prega accede alla conoscenza di sé e attende la conoscenza dell’altro, anche quella di Colui – direbbe ancora Guardini – “che ha assunto la nostra nella sua esistenza. Così l’eco di questo mistero è che egli ci concede di accogliere la sua nella nostra esistenza” (Ivi, 168-169).

Piuttosto che in lunghe preghiere, Teresa d’Avila scopre sé stessa e si conosce misurandosi nella pratica del vivere e in rapporto al fare, all’azione; e in questo metteva in pratica il detto di Gesù: “Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli” (Mt 6, 7-9).
Così l’esperienza mistica per lei non è fine a sé stessa, ma deve attuarsi in una prassi, in un servizio alla vita; il culmine della preghiera non consiste nei rapimenti estatici, ma nella risposta all’altro. Così Teresa ha compreso se stessa attraverso questa esperienza di amicizia che è l’orazione aderendo alla volontà di Dio al modo di Gesù che diceva: “mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 4,34).
Ora, tutta la storia della sua vita, la sua autobiografia è stata riletta proprio attraverso quella stessa domanda che era affiorata in me: Chi sono io? Lo ha fatto in un saggio Emanuele Riu Chi sono io? Santa Teresa nel Libro della vita (in “La dimora interiore. Mistica e letteratura nel V centenario della nascita di Teresa de Avila“, rivista online, La Torre del Virrey, 2018). Scrive Riu: “La grandezza della Vida di santa Teresa sta dunque nell’illustrare al lettore la quotidianità della propria vita e nell’aprirgli la propria anima, consentendogli di partecipare ai suoi travagli più interiori e rendendolo in qualche modo partecipe di una ricerca del proprio “io”, condotta sul crinale fra l’oggettività patristica e medievale e l’inquietudine interiore tipica del soggetto moderno, acquisendo in vari modi tutti quegli spunti che dalla spiritualità medievale potessero condurla ad un rapporto con Dio in cui la propria interiorità fosse completamente in gioco” (ivi).

L’esperienza di Dio che si incontra nell’orazione è per la mistica d’Avila, non solo possibile a tutti, ma necessaria affinché ogni persona possa giungere alla coscienza autentica della propria identità, alla radice del proprio io che si sperimenta nell’alterità. Noi raggiungiamo l’autenticità della nostra umanità quando giungiamo al suo fondamento ultimo di ciò che realmente l’io è. Un io in relazione in vista dell’unione. E la preghiera è la forma dialogica e generativa di quel vincolo che tiene tutti perfettamente uniti: l’amore.

Una domanda tira l’altra. Non solo Chi sono io? ma pure Chi sono io per me? Come l’autobiografia teresiana, così Le confessioni di Agostino di Ippona costituiscono un percorso mistico, un’uscita dell’“io” da sé, alla ricerca della propria identità che è amore. Amanti e al contempo amati, fonte e destinazione di un sentimento di amore che generiamo e ci viene incontro dandoci una forma.
Si cerca nell’altro ulteriorità di senso e di vita. Ecco allora l’invocazione che cerca il volto dell’altro all’inizio delle Confessioni in forma di domande: Chi sono io per te? e Chi sei tu per me? fanno del testo di Agostino il suo itinerario mistico: la preghiera della sua vita:
“Ma chi mi farà riposare in te, chi ti farà venire nel mio cuore a inebriarlo? Allora dimenticherei i miei mali e il mio unico bene abbraccerei: te. Cosa sei per me? Abbi misericordia, affinché io parli. E cosa sono io stesso per te, sì che tu mi comandi di amarti. Oh, dimmi per la tua misericordia, Signore Dio mio, cosa sei per me. Di’ all’anima mia: “La salvezza tua io sono!” (Agostino, Le Confessioni, 1,1.5).

Non si può, su queste ultime note, non ricordare un episodio della vita di S. Teresa raffigurato anche in un dipinto della chiesa delle sorelle Carmelitane di via Borgovado. Un giorno la santa Madre nel monastero dell’Incarnazione di Avila stava scendendo le scale e quasi inciampò in un bel bambino che le sorrideva. Suor Teresa, sorpresa nel vedere un bambino all’interno del convento, gli si rivolse chiedendogli sorridendo: “E tu chi sei?”, allora il bambino rispose con un’altra domanda: “E chi sei tu?”. La Madre disse: “Io sono Teresa di Gesù”. Il bambino, sorridendo, le disse; “Io sono Gesù di Teresa”.

Dedico questo testo all’amico Gian Franco che ha attraversato la soglia del mistero di Dio, sua nuova dimora; egli mi ha accompagnato nel ministero pastorale, spalla a spalla, dal 1983 a S. Francesca prendendosi cura della comunità nello stile silenzioso e orante di Maria e in quello schietto, familiare e laborioso di Marta.

FOGLI ERRANTI
SCAMPOLI DI LOCKDOWN (1) – Appuntamento al buio

di Giovanna De Simone

“Scusi signora…”, mi chiede il poliziotto mentre, in auto con il suo collega, mi si affianca abbassando il finestrino.
Sono le 22.13 di una calda nottata primaverile e io sono seduta su una panchina di ferro nella piazzetta lastricata di Porta Paola. Quella dove al venerdì facevano il mercato.
In quest’epoca di coronavirus mi sono data un piccolo appuntamento serale. Come una coccola, come un amante, come le carezze prima di dormire.
Alle dieci di sera, nell’ora del coprifuoco più serrato, quando sono tutti sdraiati sui divani a smaltire l’ultimo TG con il suo inesorabile bollettino, io esco a buttare la spazzatura.
Ho ideato un sistema di sacchetti piccoli in cui stiparla, così che a fine giornata almeno uno è irrimediabilmente pieno.
Quando sono le dieci, e fuori non si ode altra voce, io esco.
Butto la spazzatura e mi vado a sedere sulla panchina di Porta Paola, che dista solo 30 passi dal mio condominio.
Sto li, annuso l’aria, guardo la luna, mi fumo una sigaretta, smanetto con il cellulare.
“Signora scusi…”, scende dall’auto il poliziotto in divisa. Bell’uomo direi, ma chissà, in questa quarantena qualsiasi uomo mi sembra desiderabile. “Cosa sta facendo seduta fuori a quest’ora della sera?”
Insieme ai riders in giro per le strade deserte, ci sono loro, i vigilanti della notte. Poliziotti, vigili, carabinieri, guardia di finanza, a far rispettare il coprifuoco a suon di denunce, perché noi esseri umani siamo troppo cretini, e un nemico minuscolo e invisibile che ci uccide alle spalle ancora non ci fa paura.
“Mm”, dico imbarazzata. “Ero andata a buttare la spazzatura ma il bidone dell’umido è pieno…guardi!”, mostro come un alibi il sacchetto maleodorante di fianco a me.
L’uomo mi guarda sorridendo, “vabbè”, mi dice come una promessa, “facciamo che io tra 5 minuti ripasso. Se la ritrovo ancora qui mi tocca farle una multa”, e si allontana strizzandomi l’occhio.
Io abbasso lo sguardo arrossendo, pur sempre sensibile alla divisa. Prendo il mio sacchetto e mi avvio verso casa, quasi contenta nonostante la tuta, la spazzatura che puzza, le sopracciglia di Frida Kahlo, i capelli raccolti con il mollettone rosa.
In quest’epoca di coronavirus basta un attimo per sentirsi ancora una donna.

“PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI”… STACCI!
Il caso Enzo Bianchi, allontanato dalla Comunità di Bose

Un ricordo

17 settembre 2017, Modena, piazza Grande. Alle ore 18 ha inizio la  lectio di Enzo Bianchi al Festival della Filosofia di Modena sul tema:  “Maschio e femmina Dio li creò”.
Il mio primo incontro con il fondatore della comunità di Bose non poteva pretendere scenario più suggestivo: la piazza è gremita di gente, moltissimi i giovani, i posti a sedere sono tutti occupati sin dalle prime ore del pomeriggio e, dietro il palco che accoglie i relatori, maestoso si erge il Duomo, la testimonianza più alta dell’arte romanica in Italia.

Enzo Bianchi inizia a svolgere la sua riflessione sull’inizio del libro della Genesi e colpisce immediatamente ancor prima del contenuto delle parole, il suo inconfondibile timbro di voce, profondo, robusto, che attira l’attenzione, qualunque cosa dica, sempre scandita con troppa energia.  Ha detto bene il critico letterario Alfonso Berardinelli: “è una specie di ruggito, un ruggito però che rassicura invece di spaventare.”.
Bianchi parla di “una relazione”, parla “della relazione”.

Wiligelmo, La creazione dell’uomo, della donna e del peccato originale, Duomo di Modena, Bassorilievo

Parla del principio di tutto, dell’inizio, in completa sintonia con quello che ha davanti a sé: le lastre della facciata del Duomo che raccontano le storie di Adamo ed Eva, opera dello scultore Wiligelmo: ancora un inizio! E’ con Wiligelmo infatti che l’uomo riappare sulla scena dell’arte moderna, prima di tutto nella scultura, qui sul Duomo di Modena dell’architetto Lanfranco tra il 1099 e il 1106, con un anticipo impressionante rispetto a quello che avverrà in pittura con Giotto!
Wiligelmo allontana l’astrazione bizantina raccontando per la prima volta una storia di veri uomini, rappresentando il volume dei loro corpi, il loro lavoro, la loro sofferenza; illustra sulla pietra il loro dramma e la loro speranza.

Bianchi parla dei due racconti della creazione avendo ben presente tutto questo. Parla cioè della Vita e solo della vita! Vivere significa non solo venire al mondo, ma abitarlo, stare tra co-creature di cui gli umani devono assumersi una responsabilità. In tutta la piazza risuonano solenni le parole di fratel Enzo:
“Gli umani hanno un corpo come gli animali, sono animali, ma sono anche diversi da loro, innanzitutto nella responsabilità….L’umano è veramente tale quando vive la relazione, ma ogni relazione di differenza comporta tensione e conflitto… Solo nella relazione l’umano trova vita e felicità, ma la relazione va imparata, ordinata, esercitata…”
Proprio queste parole mi sono tornate alla mente quando, pochi giorni or sono, esattamente la sera del 26 maggio,  ho letto incredulo il comunicato  reso noto sul sito monasterodibose.it in cui si parla di un decreto, firmato il 13 maggio dal segretario di Stato vaticano, cardinale Parolin e approvato in forma specifica da papa Francesco che ha disposto, con sentenza definitiva e inappellabile, l’allontanamento da Bose di Enzo Bianchi, fondatore della comunità nel lontano 1965, e di altri due monaci e una monaca.

“Ho fatto un sogno chiamato Bose”

La storia di Bose comincia nel 1965, alla fine del Concilio Vaticano II.
Enzo Bianchi allora è un giovane ventiduenne della Fuci e conseguita la laurea in Economia, decide di ritirarsi, da solo, in una cascina abbandonata di Bose, una frazione del comune di Magnano, nel Biellese.

Fratel Enzo Bianchi non ha mai voluto diventare sacerdote, ma seguire una vita monastica cenobitica, ispirata al principio del primato della comunità. Nel volgere di pochi anni altri fratelli, due giovani e una donna, arrivano a condividere quella esperienza diventata realtà ecclesiale, non senza ostacoli in verità, alla fine del novembre del’68.
Enzo Bianchi vuole risalire alle radici del cristianesimo, alla Chiesa indivisa che non conosce separazioni tra cattolici, ortodossi e protestanti, e aperta alle donne.
Bianchi scrive la «regola» sull’esempio benedettino: una vita di preghiera e lavoro — agricoltura, laboratorio di ceramica e di icone, la falegnameria, una casa editrice — scandita dagli uffici quotidiani e dalla lectio divina, caratterizzata dal dialogo ecumenico e dalla interconfessionalità.
Oggi la comunità conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di cinque diverse nazionalità.
Oggi Enzo Bianchi è consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani; Membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles); collaboratore, opinionista ,recensore, titolare di rubriche per  alcuni quotidiani nazionali; autore di innumerevoli volumi sulla spiritualità cristiana e sul dialogo della Chiesa e il mondo .Fu chiamato da Benedetto XVI al Sinodo dei vescovi del 2008 sulla Parola di Dio in qualità di esperto. Nel 2014 Papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Nel 2018 lo nomina uditore dell’assemblea del Sinodo dei vescovi sui giovani.
Il 26 dicembre 2016 Bianchi  annuncia le dimissioni da priore della Comunità di Bose, con effetto a partire dal 25 gennaio 2017.
Nel 2017 viene scelto come suo successore Luciano Manicardi, maestro dei novizi e successivamente vice priore.

L’inizio della fine?

Delineato così, seppur a grandi linee,  il profilo dell’ex priore di Bose e la storia della comunità, possiamo adesso tornare  all’analisi del comunicato asettico con cui veniamo informati  dell’allontanamento di fratel Enzo  dalla Comunità di Bose. Dalla lettura del testo si comprendono in verità solo i seguenti elementi:

1) il problema riguarda una generica preoccupazione  per una situazione tesa e problematica nella nostra Comunità per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità del Fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno. E per risolvere questo problema si chiede l’intervento del Vaticano. Cosi commenta uno dei più importanti teologi italiani, Giuseppe Ruggieri:
“C’è stata l’ingenuità di essersi appellati al Vaticano per dirimere una questione interna. Purtroppo sono loro ad aver legittimato un intervento che di per sé è illegittimo perché la comunità di Bose non è passibile di una visita apostolica. E’ una comunità di laici che segue soprattutto la tradizione ortodossa che al massimo ha come riferimento il Vescovo locale. L’attuale responsabile, Manicardi, e anche qualcun altro che ha autorevolezza, hanno legittimato questo intervento. Del caso ha approfittato la curia per normalizzare un’esperienza che non rientrava nei ranghi, difficile da gestire dall’esterno”. [Qui]
2) L’intervento del Vaticano si è concretizzato, come si legge nel documento, nella richiesta del Papa di una visita apostolica che si è svolta dal 6 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020. I Visitatori hanno quindi redatto una relazione fatta sulla base delle testimonianze di ogni membro della comunità.
3 ) Sulla base di tale relazione è stato emanato un decreto singolare del 13 maggio 2020 firmato dal Segretario di Stato e approvato dal Papa.
4) Le decisioni contenute nel decreto sono state comunicate in un primo tempo in forma del tutto riservata solo agli interessati.
5) Poiché i destinatari del decreto però hanno rifiutato di conformarsi alle prescrizioni ivi contenute, allora la Comunità ha dovuto esternare pubblicamente i nomi dei destinatari dei provvedimenti, tra cui in primis quello di  Fr. Enzo Bianchi.
6 ) E infine viene comunicato che  ai fratelli coinvolti dal provvedimento si chiede l’abbandono della Comunità.
7) Il comunicato si conclude con l’informazione della esistenza di una lettera della Santa Sede in cui sono state tracciate le linee portanti di un processo di rinnovamento per la Comunità.

Dal canto suo, Bianchi si oppone ai provvedimenti decisi dal Papa, chiede di conoscere le prove delle supposte mancanze e di potersi difendere da false accuse, con  ciò  accrescendo le difficoltà di una decisione che, come abbiamo già detto, il Vaticano in un primo momento aveva cercato di tenere riservata proprio per tutelare l’immagine del fondatore di Bose.
La situazione risulta paradossale e incomprensibile alla luce anche del rapporto saldissimo che c’è sempre stato, fin dalla sua elezione al pontificato, tra Francesco e Bianchi. Il fondatore di Bose, almeno finora, è stato un grande sostenitore di Bergoglio e delle sue scelte.

All’inizio di questa esperienza, Bianchi scrisse parole molto eloquenti, piene di fiducia in particolare rispetto al Papa. Ora in verità, con lo sviluppo della vicenda si sta facendo preminente in lui una sorta di larvata amarezza, come traspare nei tweet del suo seguitissimo profilo social. L’ultimo messaggio che ha lasciato su Twitter, alcuni giorni fa, suona amaro: «Ciò che è decisivo per determinare il valore di una vita non è la quantità di cose che abbiamo realizzato, ma l’amore che abbiamo vissuto in ciascuna delle nostre azioni: anche quando le cose che abbiamo realizzato finiranno l’amore resterà come loro traccia indelebile».

Il dibattito in corso

La decisione di allontanare, seppur momentaneamente, Bianchi dalla sua comunità ha lasciato intanto interdetti tutti i suoi sostenitori e ha aperto un grande dibattito   sulla opportunità di una scelta del genere da parte del Pontefice.
Uno dei più importanti teologi italiani, Giuseppe Ruggieri  sul Fatto Quotidiano del 30 maggio [Qui] ravvisa un cedimento del Papa ad una volontà di normalizzazione della curia che ha approfittato del caso per far rientrare una volta per tutte una esperienza anomala rispetto al quadro istituzionale durata troppo a lungo.
Il prof. Alberto Melloni su Repubblica del 28 maggio individua in quattro punti una manovra vaticana dei tradizionalisti per cui ,il caso in questione, non sarebbe che “un pezzo di quella che un saggio vescovo italiano chiama la “faida vaticana contro Francesco”: aver saputo usare la litigiosità monastica, la Segreteria di Stato e il Papa stesso per togliere di mezzo, come fu per l’allontanamento di don Dario Viganò dalla congregazione delle comunicazioni o del comandante Domenico Giani dalla Gendarmeria, persone vicine al pontefice.”[Qui]
Raniero La Valle, giornalista esperto del Concilio Vaticano II, al contrario, sempre sul Fatto del 30 maggio, non ravvisa nessuna faida vaticana, ma solo un momento di crisi della comunità: “Non c’è alcuna intenzione punitiva o di repressione nei confronti di Bose. Papa Francesco ha sempre apprezzato il cammino intrapreso dalla comunità piemontese. Se si è resa necessaria una decisione come quella che ci ha addolorato evidentemente non è per porre fine o stroncare questo carisma ma per difenderlo, preservarlo e farlo crescere.”.

Alcune considerazioni

Lontani da ogni tentazione dell’attribuzione del torto o della ragione in modo aprioristico o ideologico,  ciò di cui si avverte di più la mancanza, arrivati a questo punto, è soprattutto una certa dose di chiarezza e di coraggio di chi,diciamo, ha condotto questa operazione.
Se il problema è “l’esercizio dell’autorità del Fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno”, si tratterebbe pur sempre di questioni relazionali interne, ed è veramente troppo poco per invocare e per giustificare un intervento così profondo e di alto profilo.
E’ abbastanza chiaro, infatti, che il problema non può essere legato solo alla problematicità delle procedure  regolanti i rapporti tra fondatore e successore , ma implichi scelte di fondo non chiarite, altrimenti sarebbe incomprensibile l’appello al Vaticano e l’intervento dello stesso Papa. Per questo motivo  tutta la diatriba non la si può lasciare alla banalità della cronaca, ma va colta come opportunità per entrare nel vivo di una situazione generale di chiesa.

Ascoltiamo il commento di padre Alberto Simoni  di Koinonia, intervento che tenta di rintracciare le  ragioni della problematicità della questione in gioco:
“L’esperienza di Bose, iniziata alla chiusura del Concilio, è assurta a simbolo di rinnovamento conciliare, ed in questo senso è stata di approdo e di rifugio per tanti, dando vita al tempo stesso ad un fenomeno di eterogenesi dei fini, e quindi a contraddizioni intrinseche esplose solo ora. Ponendosi in immediata continuità col Vaticano II, forse troppo prematuramente, di fatto il fenomeno Bose nasceva in contrasto col Concilio stesso: riproponeva infatti forme di vita cristiana e spirituale datate per quanto aggiornate, simbolo di altre epoche, e cioè di quella cristianità che si voleva oltrepassare…Dunque in causa sembra esserci questo “processo di rinnovamento”: ma allora è da pensare che fosse proprio Enzo Bianchi a intralciare questo “rinnovato slancio alla vita monastica ed ecumenica” della Comunità? Che c’è di male a farlo capire?
Sarebbe l’occasione ottima per dare esempio di quella chiarezza e coraggio di cui avrebbe bisogno una chiesa in apnea senza più capacità di confronto e di dibattito… Nessuno può impedirci di pensare che siamo in presenza di una operazione di normalizzazione in cui purtroppo è coinvolto anche papa Francesco, mentre rimbomba l’assoluto silenzio della chiesa italiana, forse nel tentativo di ridurre tutto a fatto personale di giornata.”. (in Koinonia-forum, 29/5/2020)

L’accettazione

Il 1 giugno sera sul sito della comunità, nelle notizie, appare un comunicato che in verità tutti aspettavano con ansia e che pur mettendo un primo punto fermo a questa vicenda, non la chiude di certo: “All’indomani della solennità della Pentecoste, la Comunità di Bose ha accolto la notizia che il suo fondatore, fr. Enzo Bianchi, assieme a fr. Goffredo Boselli e a sr. Antonella Casiraghi hanno dichiarato di accettare, seppure in spirito di sofferta obbedienza, tutte le disposizioni contenute nel Decreto della Santa Sede del 13 maggio 2020. Fr. Lino Breda l’aveva dichiarato immediatamente, al momento stesso della notifica.A partire dai prossimi giorni, dunque, per il tempo indicato nelle disposizioni, essi vivranno come fratelli e sorella della Comunità in luoghi distinti da Bose e dalle sue Fraternità.”.
Per i due confratelli e la consorella si parla di cinque anni! In Vaticano spiegano che l’allontanamento era necessario per salvare la comunità dal rischio di una spaccatura irrimediabile.
Tutto risolto quindi? Niente affatto. Mancano ancora i due elementi  poco sopra invocati per continuare a sperare in una continuazione di quello spirito originario che ha fatto nascere Bose, mancano chiarezza e coraggio.
Certo dal comunicato sembra emergere che Bianchi e gli altri membri allontanati non saranno espulsi dalla comunità, e che la disposizione abbia una scadenza temporale. Ma il documento con cui il Vaticano ha deciso di allontanare Bianchi non è stato condiviso , e i suoi contenuti sono stati diffusi in parte soltanto dalla comunità di Bose. Adesso che la mediazione del vaticano è stata così legittimata, non penso potrà essere esclusa dalla definizione del futuro della comunità, con tutto quello che ne potrà conseguire.

E Bianchi? In queste ore Enzo Bianchi ha fatto ancora sentire la sua voce via Twitter: “Giunge l’ora in cui solo il silenzio può esprimere la verità, perché la verità va ascoltata nella sua nudità e sulla croce che è il suo trono – scrive –.  Gesù per dire la verità di fronte a Erode ha fatto silenzio. “Jesus autem tacebat!” sta scritto nel Vangelo”.
Per chi fino ad oggi ha visto in Enzo Bianchi un punto di riferimento fondamentale per la propria esperienza di fede, per la meditazione e la cura dell’anima, la prima reazione di fronte a tutto ciò è sicuramente quella di un grande dispiacere.

Tra le tante riporto quella di Massimo Faggioli, nostro concittadino emigrato in America dove insegna Storia del cristianesimo nella University of St.Thomas in Minnesota . Dice in un tweet di poche ore fa: “questa vicenda di Bose, ancora in corso ,rappresenta la lacerazione ecclesiale più grave della mia vita, anche perché il cordone ombelicale con quella comunità è una delle cose che mi ha aiutato a mantenermi in una certa forma spirituale ed ecclesiale  specialmente dal 2008 in poi, Credo che questo sia un trauma con pochi precedenti anche per molti altri cattolici e non cattolici.”.
Non riesco a non pensare al senso di smarrimento che starà circolando tra le migliaia di persone che a Bose hanno volto lo sguardo in tutti questi anni; a chi  considera Bose un miracolo vivente all’interno di un mondo connotato da divisioni fratricide; un luogo di incontro per le religioni di tutto il mondo. Quindi che fare? Cosa credere?
Mi ricordo di aver visto un giorno una scritta su di un muro di una casa diroccata che mi ha particolarmente colpito:
“Padre nostro che sei nei cieli…stacci!”
Questa provocazione sembra voler chiedere a Dio di stare lassù, buono buono, di lasciarci stare qui giù da soli, troppe volte siamo stati illusi da suoi  profeti e comunità.
Per tutta la sua vita, fino ad oggi, Enzo Bianchi per chi lo ha conosciuto è stato il contrario.

Cover e immagine nel testo: Duomo di Modena, Wiligelmo, bassorilievi 1110-1130 (wikipedia commons)

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Lapsus rivelatori e sguardi complici: due lettori si confessano

Situazioni in bilico in cui scegliere se cogliere o abbandonare, carpire uno sguardo o tirare dritto, rivolgere una domanda o tacere. I lettori rispondono a Riccarda e Nickname.

Le verità indigeste…

Cara Riccarda, caro Nickname,
eravamo a cena io e lui, mi raccontava di un suo recente viaggio che credevo avesse fatto da solo e invece gli è scappato un verbo al plurale, smozzicato, quasi ritirato mentre lo diceva.
Ho fatto finta di niente, ho preferito passare per scema perché non sono stata capace, in quel momento, di approfondire o anche solo alzarmi e andare via, ma non sono stata neanche capace di dimenticare di averlo sentito.
Dopo qualche mese, sono stata pronta per difendermi dalle mezze verità e abbandonare quel tavolo.
M.

Cara M.,
a volte scegliamo di rimanere a un banchetto fino a provare nausea. Se fossimo capaci di abbandonare subito, al primo segno di disgusto, non conosceremmo quella sensazione di saturazione, che è poi quella decisiva. A noi donne, generalmente, piace proprio essere ultra convinte (e nauseate) prima di alzarci e andare via.
Puoi stare sicura che un uomo così non ti farà più gola.
Riccarda

Cara M.,
i lapsus degli uomini sono celebri. Non abbiamo memoria, siamo stronzi senza premeditazione.
Nickname

Galeotto fu il concerto!

Cara Riccarda, caro Nickname,
capita di incrociare lo sguardo con una sconosciuta, ma subito si fugge, specialmente se si è folla su un prato in attesa di un concerto, se lei ha lo sguardo più dolce del mondo, se tu sei con un amico e anche lei è in compagnia. Capita di incrociarlo di nuovo, quello sguardo, e magari, dopo un altro incrocio, di soffermarsi un istante di troppo, l’uno che guarda negli occhi dell’altro. Quell’istante che fa strappare a lei un lieve sorriso e a te lo stesso, e non hai proprio idea di che cosa sia quel sorriso, lanciato da una ragazza con lo sguardo più dolce del mondo, che come te aspetta l’inizio di un concerto sul prato. Capita che la musica inizi, tutti comincino a ballare e, per caso, per fatalità, o per volontà, lei si trovi a ballare proprio davanti a te, mentre il suo compagno è qualche metro più avanti. Si sa come vanno i concerti, tra uno spintone della folla e le braccia alzate al cielo per un assolo di chitarra, siete schiacciati l’uno contro l’altro. Capita che la testa inizia a girarti, vorresti dirle qualcosa, ma il volume è troppo alto, non sentirebbe mai, e poi c’è lui, non sai chi sia. Capita che le sfiori il collo con la mano e lei si lasci andare, appoggiandosi per un attimo a te. Mescolati alla calca, tu hai perso il tuo amico, nemmeno il suo lo vedi più. Capita che l’unica cosa che ti viene disperatamente in mente, è che in tasca hai un biglietto da visita, le prendi la mano e glielo passi. Il concerto finisce, gli sguardi si incrociano ma ora sono complici e quando si allontanano, tu col tuo amico e lei col suo, sono come vecchi amici che si salutano. Capita che un mese dopo, suoni il telefono dell’ufficio, tu rispondi e dall’altra parte “Ciao, sono la ragazza del concerto di Pino Daniele”.
Luigi

Caro Luigi,
“Abbracciami perché mentre parlavi
Ti guardavo le mani
Abbracciami perché sono sicuro
Che in un’altra vita mi amavi
Abbracciami anima sincera
Abbracciami questa sera
Per questo strano bisogno
Anch’io mi vergogno
Che male c’è
Che c’è di male”
Pino Daniele

Caro Luigi,
secondo me Riccarda potrebbe contattarti in privato per avvicendarmi con te. Hai della stoffa. Salutaci la ragazza del concerto.
Nickname

I Dialoghi della vagina vanno in vacanza, ci rivediamo venerdì 6 settembre con nuove storie e scambi A due piazze.

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Chiamati a mettersi in gioco

È gennaio e c’è il silenzio sopra Ferrara. Tra neppure cinque mesi si voterà per il governo della città dei prossimi anni e solo rumors sgusciano qua e là dagli angoli delle strade.
Qualche cavaliere si appresta a scendere in lizza ma ancora esita a far conoscere i suoi proclami.
L’aria che si respira e che le nebbie rendono pesante pare portatrice di un destino già scritto: la città sarà bottino dei barbari.
La politica che fino ad oggi ha governato la città tace, quasi sopraffatta da un senso di impotenza, timorosa di offrirsi al futuro.
Ricalcando le orme di esperienze vicine che hanno rispedito a casa i barbari, con intelligenza alcuni giovani hanno chiamato all’appello le meningi dei loro cittadini a mettere nero su bianco la città che vorrebbero.
Idee coraggiose e generose da affidare a chi sarà disposto a fare il nostro San Giorgio, il daimon che salverà la città dal drago.
Allora viene da interrogarsi come in questo mondo globale, sempre più complesso, tutto si sia frantumato, tutto si sia parcellizzato. La politica si ritira incapace di interpretare il pensiero collettivo, si affida all’energia degli atomi in grado di muoversi ed attrarsi, di aggregarsi in molecole sociali.
Le grandi narrazioni non le scrive e non le racconta più nessuno. La nostra solitudine sociale nasce dal fatto che siamo stati abbandonati a noi stessi da una politica che è fuggita lontano per decidere le nostre sorti altrove, distante dalle donne e dagli uomini in carne ed ossa e dai loro bisogni.
Questo è accaduto e il nostro destino ci è rimasto tra le mani. Il lontano che si avvicina a noi non è la politica, ma l’altro come noi che ci chiede aiuto, che ci chiede solidarietà, che ci chiede di accoglierlo.
E allora pensare la città non è facile. Non è quella di un lustro, ma quella del futuro. Non servono pensieri corti, ma pensieri lunghi. Neppure le parole servono più. Narrano solo belle illusioni.
L’iniziativa dei promotori della “Città che vogliamo” esprime il bisogno di coralità. La consapevolezza che ognuno è chiamato a fare la sua parte, a rispondere della responsabilità che come cittadino porta nei confronti della città che abita.
C’è l’idea che non basta un’amministrazione per governare la città, ma che ognuno è chiamato ogni giorno a fare la sua parte per realizzare un progetto condiviso, nutrito insieme, in grado di dare forma alla città e al suo futuro. Tutti siamo chiamati a metterci in gioco, a contribuire attivamente, con la partecipazione, con i nostri pensieri e le nostre competenze.
Proiettare la città lontano dalla mediocrità e verso il futuro dipende solo da noi, se siamo disposti con le scelte di ogni giorno, con la coerenza dei nostri comportamenti a far parte di questa coralità e insieme scrivere i brani da intonare.
Si tratta però di non rimanere intrappolati nei particolarismi, perdendo lo sguardo verso il tutto che invece può aiutare a scovare proposte e idee per sconfiggere il rischio di una scarsità di futuro.
In questo mondo globale è solo ricominciando dalle città, giocando in prima persona che si può essere della partita.
Le regole ci sono, le ha dettate l’Agenda Onu 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Sconfiggere la povertà, sconfiggere la fame riguarda anche noi, con l’occhio attento ai bisogni dell’altro. La salute e il benessere; l’istruzione di qualità; la parità di genere; le acque pulite e servizi igienico-sanitari; l’energia pulita e accessibile; lavoro dignitoso e crescita economica; imprese, innovazione e infrastrutture; ridurre le diseguaglianze; città inclusive e comunità sostenibili; produzione e consumo responsabile; lotta contro il cambiamento climatico.
Obiettivi che in questi anni la città ha fatto propri aderendo all’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis).
Non possiamo venir meno a questo impegno culturale e civile, continuare a percorre questa strada è anche nostra responsabilità, dipende dalle scelte che compiamo per il futuro della nostra città e del nostro saperla abitare.
È nostra la responsabilità di misurarci con la dimensione sociale delle sperequazioni e delle asimmetrie non giustificabili in termini di libertà umane, di accesso alle risorse e alle opportunità sia per le generazioni presenti che per quelle future.
La città ha bisogno di intelligenza e di intelligenze, ha quindi la necessità di recuperare la cultura della partecipazione, il diritto alla città condivisa, pensata e vissuta insieme.
Per un futuro che non sia mediocre, ma delle persone, in corpo e voce, sono i luoghi dell’incontro e del confronto che vanno aperti, qualificati e moltiplicati. Dunque sono ineludibili scelte politiche che antepongano a tutto la centralità della formazione e dell’informazione, la loro fruizione e la loro mobilitazione.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

Verso le elezioni. Bernabei apre il confronto: “Voglio una città forte e gentile, nel rispetto dei diritti e dei doveri di tutti”

“Ci sono. E mi pongo prima di tutto in ascolto: aperto al confronto e attento a ogni voce”. Così Fulvio Bernabei scioglie le riserve, dopo un tam tam alimentato in questi mesi dalla stampa cittadina, e dichiara la disponibilità a candidarsi a sindaco di Ferrara, con una lista civica al momento ancora da costruire.
“Prima bisogna incontrarsi, parlare, discutere e insieme definire le priorità, i problemi e le appropriate soluzioni”. L’ascolto e la riflessione, però, sono già da tempo avviati. E la cornice valoriale c’è ed è imprescindibile. “La Costituzione è il primo riferimento, meravigliosa sintesi di tutti i valori in cui credo e che vorrei portare al centro dell’agire pubblico. I principi che mi guidano impongono uno stop alle rendite di posizione, ai favoritismi, alle raccomandazioni. La mia testa resta sempre solidale e rivolta agli ultimi della fila”. E, non a caso, Bernabei cita papa Francesco come la personalità più importante e influente dei nostri tempi.

Di sé, dice: “Non sono uno a cui la vita ha riservato il posto in prima fila, né in seconda, né in terza: solo posti in piedi… So bene, dunque, cosa significhino il sacrificio e il duro lavoro perché ciò che ho me lo sono guadagnato. Mi candido con spirito di servizio, forte di questo mio vissuto. Ferrara l’ho scelta – aggiunge – sono arrivato qua nel 2004, dopo avere girato 13 città, e me ne sono innamorato”. Per otto anni è stato comandante della Guardia di Finanza, nel 2012 è stato trasferito a Pordenone e successivamente a Roma, ma ha continuato a vivere a Ferrara, “in zona Gad” – sottolinea – con la famiglia. “La nostra città deve ritrovare l’orgoglio di sé stessa. Voglio confrontarmi e capire le speranze, i sogni, le paure della gente in carne ed ossa, voglio ragionare di cose pratiche, concrete, della vita reale, non di quello che ci viene mostrato attraverso i monitor della tv”.

“In questi ultimi tempi – racconta – mi è capitato di assistere alle riunioni dei ragazzi della ‘Città che vogliamo’: mi è parsa una preziosa finestra da cui entra aria nuova. E’ stato presentato un manifesto bellissimo che individua obiettivi e criticità e indica soluzioni concrete prendendo spunto dagli esempi migliori realizzati nelle città europee. È l’atteggiamento giusto di chi vuole reagire alle difficoltà in maniera positiva, per cambiare in meglio. Assistiamo invece, a livello politico generale, a mille strumentalizzazioni e vediamo tanti, anche ai vertici delle istituzioni, che calpestano i valori della democrazia. La politica deve ritrovare la gentilezza e la mitezza – aggiunge – che non significa debolezza, tutt’altro: chi è mite è tale perché è forte e consapevole delle proprie capacità”.

Bernabei mostra insofferenza per la mancanza di rigore e di serietà nel dibattito pubblico. “E’ un’epoca, la nostra, in cui verità e menzogne si mescolano facilmente. Dobbiamo avere chiaro che il rispetto della verità dei fatti è il presupposto e la premessa logica a ogni ragionamento. Poi sulle soluzioni si possono legittimamente nutrire opinioni diverse, ma non si può prescindere da una seria analisi della realtà”.

Sulla incandescente questione dei migranti – che orienterà il voto anche di tanti ferraresi – mostra di avere le idee chiare: “C’è un dovere di accoglienza, ma c’è anche una corrispettiva responsabilità di chi è accolto, ed è il rispetto delle leggi: su questo non si può transigere!”. Il criterio dirimente è quello indicato da Don Milani: “Amici sono le persone perbene, nemici coloro che perbene non sono”. Vincoli di legge, vincoli etici, vincoli di bilancio sono i punti cardinali che condizioneranno i progetti e scelte: “Sono i riferimenti con cui ogni serio amministratore dovrebbe sempre fare i conti”.

“Entro in punta di piedi – aggiunge – non voglio insegnare nulla a nessuno: ho le mie idee ma sono pronto a rivederle: il confronto serve a questo. Voglio anche essere chiaro su un altro aspetto: non posso assicurare che ogni volta in cui mi troverò sul dischetto del rigore riuscirò a fare gol, ma posso garantire che ci metterò sempre il massimo dell’impegno. L’importante è saper imparare, anche dagli errori, e chiedere scusa per poi correggere il tiro”.

I temi scottanti? “Sicurezza, lavoro, ambiente, investimenti. Bisogna anche ricostruire le reti sociali che la paura ha infranto, per contrastare la solitudine che oggi condiziona la vita di tanti individui”. Sul tema della sicurezza, molto caldo “serve un impegno concreto, senza tentennamenti, un controllo adeguato, il rigoroso rispetto della legge e un maggiore coordinamento fra tutti i soggetti coinvolti nel contrasto alla criminalità”.

Lo sguardo su Ferrara prende spunto “dalla tragedia Carife, che ha significato per migliaia di risparmiatori la perdita dei risparmi di una vita. La città ha vissuto e sta vivendo tuttora le conseguenze. Si doveva fare di più per evitare questo dramma e si deve alzare la voce quando la crisi economica morde le imprese, piega i lavoratori e sbanca il commercio”.

Sarà necessario anche “continuare l’opera di recupero dei monumenti, delle piazze, delle vie e del patrimonio urbano di questa magnifica città. Favorirne la vocazione turistica. Bisogna rafforzare i servizi pubblici e intervenire nelle periferie. Fondamentale poi è porre al centro l’Università, perché è la fucina del sapere nella quale si forgiano i nostri giovani e dalla quale escono gli artefici del futuro”.

Nell’incontro con la stampa sono emerse, ovviamente solo alcune idee dalle quali questo non convenzionale candidato sindaco intende partire e avviare il confronto. “Apertura” è il suo mantra: “La nostra civica deve superare gli steccati ideologici e favorire l’incontro anche fra chi ha idee e posizioni diverse. Penso a una città bene organizzata che guardi avanti e non al passato, che coinvolga, ascolti e renda protagonisti i giovani; una città che vogliamo consegnare ai nostri figli ricca di potenzialità e non di macerie”.

“Io ho scelto di vivere a Ferrara e di restare qua: questa è la ragione e la radice del mio impegno. Vedo che la città che ho conosciuto 15 anni fa ha perso progressivamente considerazione di sé. E’ tempo di ritrovare l’orgoglio e l’entusiasmo. Oggi bisogna rilanciare la qualità della vita urbana senza snaturare l’identità cittadina: Ferrara deve tornare ad essere la città gentile, forte, accogliente e rispettosa che mi ha conquistato”.

Si riparte dai valori, dunque. “I programmi vengono dopo, in un secondo momento: saranno definiti coerentemente con quelli che sono i principi e gli obiettivi che dovranno orientarli. Le soluzioni si troveranno insieme, ora cerchiamo di individuare i problemi, le opportunità e definire le priorità”.

Infine, una riflessione personale: “Io non ho padroni né padrini: mi rendo conto che questo può rappresentare una debolezza nel momento in cui si va ad affrontare una campagna elettorale che certamente avrà dei costi non trascurabili. Per farvi fronte penso a forme di autofinanziamento trasparente, come per esempio il crowdfunding. Ma questa mia condizione rappresenta anche una grande forza: significa poter agire davvero liberi, senza il peso e il condizionamento di alcuna lobby e di alcun potentato”.

IL LIBRO
Andare FuoriRotta

Il tempo delle vacanze concilia il pensiero. Porta a riflessioni che spesso si rimandano, a momenti di pausa che (ri)conciliano spazio e tempo, a correzioni di rotta che si esitavano a intraprendere. Se poi ci si ritrova soli a confronto con lo spazio sterminato e quasi infinito di una verde e avvolgente campagna abbracciata da alti ed eleganti cipressi, in compagnia di un libro che porta lontano, le immagini del nuovo scorrono da sole. Senza più freni. La sensazione di libertà è ancora più netta se fra le mani si hanno i fogli di ‘FuoriRotta: Diari di Viaggio’ di Andrea Segre, dieci anni di curioso e intenso pellegrinaggio da Valona a Dakar, da Pristina ad Accra, da Sarajevo a Ouagadougou, da Tataouine a Baghdad. L’avevo letto, l’ho riletto perché volevo viaggiare ancora, ripercorrere alcuni luoghi.

Segre, giovane regista veneto (nato a Dolo il 6 settembre 1976), viaggia per conoscere le storie dei migranti di cui spesso racconta nei suoi film (basti pensare al bellissimo ‘Io sono Li’ del 2011) ma anche, e soprattutto, per riflettere intensamente sul mondo di cui narra, in uno spazio spesso appena fuori dei suoi (nostri) confini, così geograficamente vicino, ma a volte così terribilmente e incredibilmente lontano. Nel libro, come nell’omonimo progetto lanciato qualche tempo fa per gli under 30 dal regista insieme al fotografo Simone Falso e al cineoperatore Matteo Calore (vedi qui e anche qui) si affronta il tema del diritto al viaggio, cruciale per comprendere come sta andando il mondo. Ce ne è bisogno ora, affannati da tante notizie e situazioni che fatichiamo a comprendere. Viviamo una realtà sempre più polarizzata tra globalizzazione di consumi e comunicazione e difficoltà di interazione tra le persone. Se per i più poveri è difficile viaggiare, per le evidenti difficoltà economiche, per chi invece possibilità ne ha difficile diventa viaggiare per conoscere le persone. I luoghi sono omologati, tutti uguali, asettici, monocolore, stereotipati stile grandi marche che ci rendono tutti simili. Gli aeroporti sono copie l’uno dell’altro, le cose che si vedono anche, si cercano luoghi sicuri che danno certezze proprio nel loro essere identici. Così diventa davvero difficile conoscere la realtà, gli altri per come sono e sentono. Immergersi nell’altro e nell’altrove.
Ecco allora l’importanza del viaggio come esperienza di conoscenza dell’Altro, come veicolo di dialogo, di comprensione, di contaminazione di punti di vista. Non un viaggio esotico alla Chatwin, ma al contrario, un passaggio per quei luoghi anche vicini, magari dietro casa, dove ci sono contraddizioni ed elementi importanti per capire quanto non si è capito, quanto non si è voluto, potuto o cercato di comprendere. Soprattutto in questo momento storico dove tanti viaggiatori ‘non autorizzati’ passano per le nostre terre accaldate e noi possiamo cercare di capire qualcosa in più̀, incontrandoli.

Chi parte Fuori Rotta deve saper fare un viaggio nel momento in cui ha capito cosa va a cercare, pur non sapendo affatto che cosa troverà̀ davvero. Bisogna avere chiare le domande di partenza, sempre, i motivi per cui si va in un luogo, quindi bisogna aver studiato, sapere dove andare a porre le domande. Andare Fuori Rotta non è perdersi, è andare fuori dalla normalità̀ della rotta quotidiana che fornisce il proprio punto di vista ordinario. Questo è il diritto al viaggio. Quello stesso che può essere anche un diritto a vivere una vita migliore. Qualcosa che andrebbe globalizzato, nel rispetto reciproco. Nulla di più attuale.

 Andrea Segre, FuoriRotta: Diari di viaggio, Marsilio, 2015, 216 p.

Immagine di copertina per gentile concessione di Andrea Segre.

creato-preoccupazione-speranza

NOTA A MARGINE
Prendersi cura del creato, tra preoccupazione e speranza

(Pubblicato il 26 giugno 2015)

Chapeau agli istituti Gramsci e di Storia contemporanea di Ferrara per l’incontro di martedì 23 giugno dedicato all’enciclica di papa Francesco “Laudato si’ sulla cura della casa comune”, che porta la data del 24 maggio scorso.
Intense e profonde le riflessioni di Piero Stefani e Massimo Faggioli, cui va il merito di essere andati dentro il testo con competenza chirurgica.
Sta diventando una piacevole consuetudine quella dei due istituti ferraresi diretti da Fiorenzo Baratelli e Anna Quarzi, che stanno regalando a Ferrara momenti d’inusuale intensità e libertà, per essere realtà laiche, su temi e aspetti di carattere ecclesiale. Singolare l’appello in chiusura lanciato dallo stesso Baratelli alle parrocchie con vero fare pastorale e interessante la presenza nella strapiena sala del convento del Corpus Domini in città, di sacerdoti diocesani che hanno assistito all’incontro senza perdersi una virgola.
Non pretendo di mettere in fila i numerosi temi messi in luce, tante sono state le tastiere culturali (biblica, filosofica, storica, letteraria, teologica), tutte giocate con alta abilità solistica dai due studiosi ferraresi. Solo qualche personale, del tutto parziale, sottolineatura. È stato posto in evidenza il carattere non propriamente organico del testo, evidentemente risultato di diverse mani, ma una prima cosa che colpisce, almeno me, è una sensazione di particolare allarme e preoccupazione che papa Francesco trasmette sulle condizioni del creato.
L’autorevole indice è puntato su un sistema di sviluppo più volte chiamato “tecnoscienza” o “tecno-economico” e pressoché costantemente definito “irresponsabile”. Il termine ricorre ben sette volte nell’enciclica e sempre accostato al modello di crescita partorito dal ventre occidentale. Avrebbe potuto chiamarlo “sistema capitalistico”, se l’espressione non risentisse troppo di echi marxiani, con tutti i rischi del caso. Un paradigma dal quale secondo il pontefice occorre fuoriuscire prima che sia troppo tardi, perché il pianeta non potrà reggere a lungo gli attuali ritmi di sfruttamento delle risorse, i livelli di spreco e consumo compulsivo che sta generando e le drammatiche conseguenze che scarica sull’ambiente e, soprattutto, sugli esclusi, i poveri, gli ultimi.
L’ancoraggio filosofico di tale risoluta analisi è al pensiero di Romano Guardini in “La fine dell’epoca moderna” (1950), cui spesso seguono citazioni di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, verificabili nell’apparato delle note. L’impressione, come spiegato bene dai due studiosi ferraresi, è che il post-ideologico papa argentino si collochi nel solco di un pensiero magisteriale sostanzialmente negativo, o comunque fortemente critico, verso la modernità. Non nel senso che Francesco non parli di cose attuali, o non sia sufficientemente sintonizzato con i nodi cruciali del tempo presente, come hanno puntualizzato alcuni interventi durante il dibattito, ma perché l’impostazione e il portato essenziale della sua analisi lo conducono alla stessa severità di analisi e giudizio, quasi senza appello, dei suoi due predecessori.
Ne deriva un elemento di forte preoccupazione, angoscia e monito, che, di fatto, fa da contrappunto allo slancio di gioia e speranza che pure è presente nella sua predicazione (Evangelii Gaudium) e nella stessa enciclica. Una ferma opposizione verso una modernità del cuore vuoto della persona (“Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini”, n. 203), che si spinge fino a contemplare esiti di “decrescita”, perché si possa crescere in modo sano in altre parti del mondo (n. 193).
Non è forse la riproposizione del modello della “decrescita” un rientrare nel campo dell’ideologia da parte di un papa che ne pretende la definitiva fuoriuscita? La cifra di questo dilemma l’ha resa in particolare Faggioli. Le reazioni statunitensi al documento non sono state delle migliori e il prossimo viaggio a settembre di Bergoglio negli Usa potrebbe rivelarsi un problema.
Contrariamente alle apparenze, le critiche non vengono solo dal versante repubblicano, dalla destra, da teocon e tea party, ma più trasversalmente da una società che considera il proprio modello di sviluppo come espressione della cultura del “self made man”. Un sistema in buona parte riconducibile in radice sul doppio significato del termine tedesco “beruf” (lavoro-vocazione) che, si potrebbe dire weberianamente, sorregge eticamente (l’ascesi intramondana protestante) lo spirito del capitalismo.
In questo senso si apre una forbice fra l’impostazione-soluzione radicale di papa Francesco (non c’è altra strada che la fuoriuscita, prima possibile, dal modello della tecnoscienza) e le (eventuali?) soluzioni economiche, scientifiche, tecniche e politiche, per uno sviluppo più equo e sostenibile, in ottica certamente disintossicata dalla fiducia nell’inarrestabile linea retta del progresso.
In sostanza la domanda è: c’è ancora spazio per la razionalità (ecco la modernità) in tutto questo, o c’è solo il postmoderno lavoro della religione e della spiritualità, per quanto francescana, verso un’inversione di 180 gradi degli stili di vita? Del resto lo stesso Jürgen Habermas, da sinistra, scrisse già anni fa che fra i sistemi economici nessuno come quello occidentale ha prodotto ricchezza e benessere su così vaste dimensioni e fra gli esperti non c’è unanimità sulle valutazioni effettivamente positive della decrescita. Vengono in mente anche le parole di Edmondo Berselli nel suo libro postumo “L’economia giusta” (2010), il quale ricordava che alle nostre spalle c’è un passato di redistribuzione e di correzione delle ingiustizie firmato dalle migliori tradizioni di pensiero delle democrazie cristiane e delle socialdemocrazie europee. Su quanto di quel pensiero sia rimasto sulla carta è lecito discutere, ma rimane che quella elaborazione è parte importante della cultura continentale.
Un ultimo cenno merita la riflessione sui poveri, retrocessi nella storia, almeno recente, del magistero papale, da potenziale soggetto storico di riscatto sociale a semplice termometro dei disastri prodotti dal sistema della tenoscienza. Un punto sul quale non da ora Stefani richiama l’attenzione sulla predicazione di Bergoglio, che si ripresenta puntuale anche nella sua enciclica. Segno che nel puntiforme mondo globale e nella baumaniana società liquida i soggetti storici di riferimento sono tramontati e che è oggettivamente difficile individuare nuove forme di interlocuzione e di rappresentanza?
Il tema c’è tutto ed è aperto alla discussione libera, senza pregiudizi e disinteressata, come stanno proponendo con merito gli istituti Gramsci e di Storia contemporanea di Ferrara.

territorio-ferrarese-korakoinè

Luce nel buio

Questa immagine restituisce alla città una dimensione sospesa, onirica, rimandando, tuttavia, a momenti reconditi di una realtà viva. In questo semplice luogo si manifesta una mappa della vita con il piccolo chiosco giallo che lascia intravedere l’incontro fra alcune persone. Vi sono poche luci e due biciclette, adagiate nel silenzio sotto agli alberi, rimangono in attesa di riprendere la mèta di casa. L’insieme dei significati materiali esprime i tratti di un’umanità diffusa, disvelando l’esistenza di un contatto umano, lo scambio di una relazione, il bisogno di ritrovarsi. In lontananza, fra le cortine della nebbia, i fari accesi delle macchine per illuminare la strada in uno spazio più dilatato.

La città si allargherà fino a che non occuperà zone considerevoli ed assorbirà molte delle caratteristiche
di quello che ora definiamo paese […]. La campagna stessa avrà caratteristiche cittadine. La vecchia antitesi
[…] finirà, le frontiere spariranno interamente.”

(di H. G. Wells, “Anticipations“, 1905)

Foto di Stefania Ricci Frabattista

In foto: chiosco a Ferrara

logo-korakoinèKoraKoinè è un’Associazione di promozione sociale e culturale nata a Ferrara nel 2014. Tra le finalità, quella di promuovere iniziative volte alla sensibilizzazione e diffusione della cultura del territorio, in accordo con l’art.9 della Costituzione italiana, che tra i principi fondamentali riconosce la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio della nazione.

Clicca qui per visitare la pagina Facebook dell’associazione

nascita

BIOS
Da due a uno: l’incredibile incontro della vita

L’incontro tra i due gameti, l’ovocita e lo spermatozoo: è uno spettacolo esplosivo, un evento straordinario. Di lì nasce la vita, un organismo intero, costituito da circa centomila miliardi di cellule con proprietà diversissime.
Ma come è possibile! Che ogni embrione dia origine a un intero corpo, a una testa con due occhi dello stesso colore, due labbra simmetriche o due mani, ciascuna con le cinque dita ben proporzionate, dal pollice al mignolo, e con la loro unghia, quasi invisibile nel bambino appena nato. Che ogni embrione dia origine a una retina, la cui struttura è un complicatissimo intrico di quasi venti strati di diverse cellule nervose, i cui filamenti confluiscono nel nervo ottico (estroflessione Diencefalica). Per non parlare della struttura cerebrale: la sintesi del pensiero e della coscienza.

Quando lo spermatozoo ‘vincente’ fra milioni di contendenti riesce a penetrare nell’ovocita, inizia il processo della fecondazione. Entro poche ore i due gameti si fondono e diventano un’unica cellula, detta zigote (microscopica cellula). Dopo un giorno lo zigote si suddivide in due, poi in quattro, poi otto cellule e si forma un ammasso simile a una mora, detto appunto morula. Le otto cellule della morula sono identiche e ciascuna sarebbe in grado di dare origine a un organismo completo. Tra terzo e quinto giorno la morula si divide in sedici cellule, dando luogo anche a una cavità interna ripiena di liquido, che è detta blastocisti. Dopo il quarto-quinto giorno, nella blastocisti si separa una masserella cellulare interna, distinta dalla rimanente zona periferica che la circonda. La blastocisti è ancora nella tuba e sta per impiantarsi nella mucosa uterina. L’impianto si verifica dopo circa 7 giorni dalla fecondazione. Le cellule centrali della blastocisti, dette embrioblasto, continuano a moltiplicarsi e iniziano a disporsi come un cordone con due estremità, due poli. In questo cordone si evidenziano le prime cellule nervose dell’embrione (all’incirca verso il quattordicesimo giorno).
L’embrione, e poi il feto, immerso nel liquido respira grazie alla placenta materna, che gli fornisce l’ossigeno. Alla quarta settimana di sviluppo si distinguono già un capo, una ‘coda’ e un tronco centrale. Compaiono gli abbozzi del fegato, dei reni, dell’occhio. I futuri arti inferiori e superiori cominciano a evidenziarsi alla fine della quinta settimana, mentre all’interno della testa inizia a prendere forma il cervello. I muscoli iniziano a contrarsi.
L’embrione continua a crescere e si sviluppa nel feto. Nei mesi successivi il feto continua il suo sviluppo fino, di solito, al nono mese, quando avviene il parto.
Questa è la descrizione biologica di ciò che avviene con la fecondazione.

Tutte le cellule che costituiscono la macchina perfetta, o meglio un sistema perfetto, sono viventi perché sono cariche di elettricità. Da anni si conoscono chiaramente i dati elettrici delle cellule. Quando la cellula è carica elettricamente, si instaura una differenza di potenziale tra l’interno e l’esterno della membrana che la delimita, pari a – 90 millivolt. Quando si scarica, passa da -90 a +20 millivolt. Nel principio fu il neutrone, il protone e l’elettrone… sbucati da nessuno sa dove. Un giorno, per caso, da un’ulteriore combinazione di questi tre piccole cosine è nato…il primo esserino monocellulare.
Dal nulla la vita, dalla materia inerte qualcosa di vivo, da monocellulari diventiamo pluricellulari…pazzesco!

“Vi auguro di non essere mai tranquilli!” (don Luigi Giussani)

LA RIFLESSIONE
Profughi, migranti, immigrati: appunti per un incontro

di Daniele Lugli

Profughi

I profughi sono quelli che scappano da guerre e persecuzioni in Medio Oriente e Africa e vengono anche da noi in cerca di rifugio. L’afflusso è accelerato negli ultimi mesi. Molte preoccupazioni vengono espresse. C’è chi parla di invasione e peggio dopo gli attentati. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unchr) negli ultimi anni ne sono arrivati un milione in Europa e un milione e mezzo è atteso per il prossimo anno. Dopo un’effimera apertura di nuovo ogni paese si difende dall’invasione, Che non c’è. Da noi arriva solo chi ha messo assieme la somma ingente da consegnare ai trafficanti per un viaggio costoso e pericoloso. Gli altri si sono fermati prima: per restare alla guerra siriana, Turchia. Giordania, Libano, fino a divenire in questo un quarto della popolazione.

Che debbano essere accolti non v’è dubbio. Lo impongono la nostra Costituzione e leggi pur restrittive conseguenti, visto che molti sembrano non avvertirne, “a prescindere”, la necessità.

Abbiamo sistemi dedicati, lo Sprar (Sistema di protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati) e i Cas (Centri di Accoglienza Straordinaria). L’accoglienza dunque va fatta e costa di più, in tutti i sensi, farla male piuttosto che farla bene. C’è chi si impegna per una opzione e chi per l’altra. . Nella nostra provincia sono accolti con lo Sprar 92 richiedenti asilo/rifugiati, (8 con disagio mentale e 4 minori non accompagnati) e 500 nei Cas. Come sempre straordinarietà ed emergenza prevalgono sull’ordinario. Altri arrivi sono previsti. Operatori preparati e buona collaborazione tra le istituzioni evitano i guai che altrove si presentano e che “giovani scellerati e vecchi malvissuti” vorrebbero importare. Il problema non è comunque semplice. Dal rifugio occorre uscire per riprendere, intraprendere, una vita accettabile fuori dal paese d’origine, il più vicino possibile alle proprie aspirazioni e capacità. Già l’accoglienza dovrebbe aver presente questo sbocco, il che non avviene per molti motivi.

Migranti

La parola ci riporta alle nostre origini comuni, a come si è popolata la terra, partendo dall’Africa. Siamo tutti homo sapiens (anche se l’aggettivo appare spesso immeritato) e dunque tutti africani. Se proprio vogliamo parlare di razze, questa è la nostra. Già oltre centomila anni fa questo flusso si è originato e non si è più fermato, prima diretto a oriente e quindi, decine di migliaia di anni dopo, all’Europa, soppiantando il vero europeo, l’ Uomo di Neanderthal. Siamo tutti parenti e tutti differenti, ho imparato da Guido Barbujani. Dubito che riportarci a un comune migrare, dal quale veniamo, possa aiutarci a comprendere chi è costretto a farlo ora: parenti serpenti!.

Immigrati

Vengono qui per molte ragioni – anche per il cambiamento climatico, l’ha ricordato il principe Carlo – ma con un’unica aspirazione: stare meglio. Lo sappiamo bene noi italiani (e ferraresi) che abbiamo riempito di little Italy il mondo. Solo nel 1980 il numero degli immigrati ha superato quello degli emigrati. Da allora il ritmo è cresciuto. Vengono da Paesi il cui Pil pro capite è un decimo della media europea. In cinquanta anni gli immigrati sono quadruplicati in Europa e decuplicati in Italia. La loro presenza ha cambiato e cambierà ancora le nostre città e i nostri paesi, le nostre abitudini e convivenze. Sta a noi che il cambiamento sia in meglio e non in peggio, con una buona legge sull’acquisto della cittadinanza per chi la vuole e una buona ospitalità per chi studia e lavora in Europa, ma intende tornare al Paese d’origine.

Problemi ce ne sono tanti. Almeno sgombriamo il terreno da quelli falsi. Gli immigrati non pesano sullo stato sociale in Europa e particolarmente in Italia. Il loro apporto in imposte e contributi previdenziali è di 16 miliardi e mezzo l’anno, la spesa pubblica che li riguarda non supera i 12 miliardi e mezzo: ci sono 4 miliardi di differenza. Se i servizi appaiono insufficienti e in calo non è dovuto agli immigrati ma al taglio della spesa sociale. La loro presenza non aumenta la disoccupazione. Fanno i lavori, nel mercato legale, illegale e criminale che i cittadini italiani abbandonano. La disoccupazione, derivata dalla crisi economica e da politiche che del lavoro si disinteressano, colpisce tutti a prescindere dall’essere nati o no in Italia. Gli immigrati sono anzi i primi. Lo si vede dal rallentamento degli afflussi, dalle cancellazioni anagrafiche, perfino dai pur minimi ritorni volontari assistiti, che indicano chiaramente una tendenza: una metà riguarda persone che hanno perso il lavoro e non hanno speranza di ritrovarlo. Sono numeri piccoli, ma la tendenza è chiara dai 228 del 2010 si passa ai 2000 del 2015 in Italia e in Emilia dagli 11 del 2009 ai 109 del 2013.

I problemi di convivenza restano tutti e non sono piccoli. Una misura necessaria sarebbe abbassare un po’ l’egoismo, almeno come l’intende Oscar Wilde: non consiste nel vivere come ci pare, ma nel pretendere che gli altri vivano come noi. Una guida preziosa è il “decalogo” per una convivenza interetnica tentato da Alex Langer. Lo si trova commentato in un bel quaderno del Movimento Nonviolento (Aa.Vv. La nonviolenza per la città aperta). Leggi buone e buone applicazioni servono perché tutti, italiani e no, abbiano possibilità di curarsi, abitare, lavorare, studiare nelle migliori condizioni. Allarma ad esempio che nella scuola, col suo ruolo decisivo di costruzione del futuro, si registri un sensibile progresso, tra le rilevazioni fatte nel 2003 e nel 2012, nella capacità di comprensione di quello che si legge da parte dei quindicenni italiani, + 29%, mentre i loro coetanei figli di immigrati risultano peggiorati, -16%. Una buona scuola è attenta ad evitarlo.

Serve che la società tutta si meriti l’aggettivo civile, che spesso l’accompagna. Cosa vuol dire civile l’hanno mostrato Valeria e i suoi cari fin nel funerale.

Guerra

Per strana e asimmetrica che sia una guerra si dovrebbe sapere almeno chi è il nemico (una società off shore dell’Arabia Saudita?) e chi l’alleato. Sembra una reazione pavloviana. Ci si mette a sbavare. E a vaneggiare di guerra, come se non se ne fossero già provate le deleterie conseguenze su altri teatri. E’ un quarto di secolo che va avanti questa guerra mondiale a pezzi. Sappiamo tutti, l’ha detto un poeta, cos’è la guerra: persone che non si conoscono e si massacrano agli ordini di persone che si conoscono e non si massacrano. Carneficina di massa e non guerra un filosofo del diritto pretende che i suoi allievi la chiamino. Così è più difficile accompagnarla a qualificazioni che la giustifichino: difensiva, umanitaria, chirurgica, giusta, santa… Provare per credere. Enzo Bianchi ha detto che il solo dio rintracciabile a giustificare la guerra, in corso ed invocata, è il denaro. Credo abbia ragione.

Contro la guerra si fa la pace. E intanto si smetta di ammazzarli a casa loro. Dalle aggressioni ci si difende usando le risorse più appropriate. Per la pace e non per il riarmo è giusto sforare i patti. Un’altra difesa è possibile. C’è una proposta di iniziativa popolare per una difesa civile non armata e nonviolenta. Dentro ci sono buone proposte che hanno alle spalle esperienze di intervento in situazioni di conflitto, per prevenirne le manifestazioni più violente (e non per secondarle o provocarle credendole nel proprio interesse), per attenuarne le conseguenze peggiori e avvicinarne la conclusione, se non è riuscita la prevenzione, per riconciliare e ricostruire quando la guerra finisce. Lo sanno i militari più consapevoli che non possono far fronte loro a queste necessità.

Sicurezza

Bella cosa essere sicuri: sine cura, cioè senza preoccupazioni come quando si è in salute e tra amici. Così ci vuole la nonviolenza: affettuosamente aperti alla esistenza, alla libertà e allo sviluppo degli esseri. Ma se ci accorgiamo di non essere tra amici? Qualcosa si va rompendo nel tessuto della nostra convivenza? Se uno strappo evidente minaccia di allargarsi? Quando succede in una stoffa mettiamo intanto una spilla, di sicurezza appunto, e poi ci vuole qualcuno capace di rammendarla. Non possiamo gettare la stoffa della nostra convivenza. Siamo noi i fili di quella stoffa. Occorre ripararla dunque. Benvenuta la spilla, ma non può fare tutto. Non serve metterne ancora e ancora, Si fanno solo buchi aggiuntivi. Bisogna ricucire. Una sicurezza affidata a polizia, carabinieri, forze armate è pretesa di rammendare moltiplicando le spille. La sicurezza è un lavoro di tutti.

Ma ci sono conflitti culturali insanabili. Si cita la condizione della donna. Il nostro parlamento ha fatto una legge sulla famiglia decente solo nel 1975. Grazie alla Corte costituzionale sono scomparsi nel ’68 e nel ’69 il diverso trattamento penale dell’adulterio dell’uomo e della donna, nel ‘71 il divieto di propaganda anticoncezionale e nell’81 la previsione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore. Mentre parliamo di violenza sulle donne non è male ricordare il nostro recente passato di diseguaglianza anche nei diritti. Alle donne immigrate dobbiamo garantire gli stessi diritti delle nostre concittadine.

Ho sentito pure dire che i luoghi di culto di musulmani sarebbero una minaccia alla sicurezza. Non dubito vi siano predicatori che dicono cose ributtanti. Succede anche in altri luoghi. Diceva don Primo Mazzolari Quando entrate in chiesa vi togliete il cappello non la testa. Mi piace pensare che il devoto musulmano si ripeta Mi tolgo le scarpe per rispetto non per pensare con i piedi. Dobbiamo impegnarci perché questo avvenga. Anche in tal modo si evita che il terrorismo che viene dall’esterno si saldi a quello che viene dall’interno e si ammanti di motivi religiosi. Vanno compresi i motivi di un rifiuto così radicale della nostra società. che non mantiene la promessa di giustizia e libertà scritta nelle nostre leggi. Abbiamo proclamato diritti inviolabili, che poggiano unicamente sull’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà. Ma i giovani non vedono dal mondo adulto esempi di solidarietà se non da esigue minoranze, magari dileggiate come buoniste. Vedono per lo più una feroce competizione nella quale si vince a discapito degli altri (competere vuol dire chiedere assieme, non necessariamente volendo la reciproca distruzione). Si comprende come l’illusoria potenza del terrore possa esercitare un’attrattiva. Almeno non contribuiamo con il nostro odio. Diceva Etty Hillesum Ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo, lo rende più inospitale. Cioè più insicuro.

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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Ferrara, città intelligente

Scopro con piacere che la mia città, Ferrara, è tra le 58 città italiane che aderiscono alla rete delle città intelligenti. Cos’è e cosa significa lo si può apprendere leggendo le 216 pagine del “Vademecum per la città intelligente” un documento dell’Anci introdotto dal suo presidente, il sindaco di Torino, Piero Fassino. Nella sua premessa Fassino tocca due punti importanti per ripensare la città in un’ottica “smart”, il superamento di quello che definisce “l’effetto presepe” che oggi caratterizza la maggior parte delle esperienze cittadine: tanti progetti, spesso di sicuro valore, ma che rimangono isolati, incapaci di creare tessuto, di cambiare realmente in meglio la qualità della vita quotidiana dei cittadini. L’altro, la necessità di ripensare il rapporto con i soggetti attivi del territorio e le imprese, il coinvolgimento dei cittadini nelle scelte fondamentali del vivere urbano.

Dopo un’estate segnata dal dibattito sul fallimento di Carife che ha fatto venire il torcicollo per quanto era rivolto a rivangare il passato, sapere di abitare una città che si propone di diventare “intelligente” è almeno di conforto. Non è con il recriminare il passato che si può creare la prosperità della nostra città, perché oggi essa dipende unicamente dalla capacità di produrre nuovo pensiero, e gli esempi in giro per il mondo non mancano. Ma questo ancora non l’ho sentito dire da nessuno, nemmeno dai nostri amministratori.
Come è finita l’era della città industriale, è finita quella della Carife, e ancor prima quella della BNA, la banca nazionale dell’agricoltura. Magari allora la città vinceva, ma a perderci, come la storia ha dimostrato, sono stati i cittadini. Perché il tema è sempre quello, bisogna vedere che idea di città si vuole, una città da vendere, da consumare o una città da vivere. Essere città intelligente, è scritto nel Vademecum dell’Anci, significa trovare strumenti inediti di governo del territorio che consentano di costruire un futuro di sviluppo per la propria città.
A leggere le dichiarazioni di intenti che riguardano il programma “smart” della nostra città contenuto nel Vademecum, si comprende che siamo ancora agli inizi e soprattutto, al di là degli addetti ai lavori e forse degli uffici dell’amministrazione cittadina, il resto della città poco ne sa. Pare che la neonata creatura sulla strada della città intelligente sia l’Urban Center, un laboratorio che dovrebbe facilitare l’ascolto e il dialogo con i cittadini per la condivisione di obiettivi e valori urbanistici, ambientali e sociali. Per ora c’è il sito, aspettiamo che cresca.
Occorre intelligenza anche per pensare come diventare città intelligenti. E nella città ci sono tutte le condizioni, ma è necessario innanzitutto tornare a rivolgere lo sguardo verso i propri cittadini. Perché il fallimento di una città non è la sua debolezza economica, ma la sua sterilità, il suo perdere il contatto con le persone. La grandezza di una città è sempre venuta dalla sua gente. Perché essere città significa collaborazione tra gli individui, attirare e far incontrare intelligenze, è di qui che la città ricava la sua forza, il suo successo, perché questa è la principale ragione per cui esistono le città.
Centralità delle persone, centralità dell’incontro, centralità della partecipazione, centralità di una città vissuta per essere cresciuta e amministrata insieme. Come viene sottolineato dall’Osservatorio nazionale delle smart City, il percorso che porta alla costruzione della vocazione economica e sociale della città intelligente non può più essere definito da poche persone, per quanto influenti, nel chiuso delle loro stanze; ma richiede sempre di più il coinvolgimento dei cittadini sia come destinatari che come coproduttori. Su questo c’è ancora tanta strada da compiere.
Ma non solo. Una città non può pretendere d’essere intelligente, se non è una città per i suoi giovani, quelli che più d’ogni altro hanno da essere i protagonisti, i soggetti vitali, perché presente e futuro della città. Una città intelligente ha a cuore la loro istruzione e cultura.

La “città intelligente” promette di preservare e migliorare il benessere della società per la maggiore rilevanza assegnata ai capitali umani, ambientali, intellettuali e sociali considerati importanti quanto le infrastrutture. In questo contesto l’istruzione è finalizzata alla formazione dei “migliori cervelli”, quelli in grado di produrre idee e soluzioni intelligenti, in termini di infrastrutture (scuole e università) e di efficienza dei “sistemi produttivi”. Un approccio entro il quale “l’apprendimento intelligente” è considerato una delle forze trainanti del benessere di una comunità.
Ma non è così facile, perché bisogna cambiare marcia rispetto al passato e al presente. Una città intelligente richiede che gli spazi dell’apprendimento vengano ridisegnati, riprogettati a partire da quelli dell’apprendimento formale fino alla loro integrazione con lo spazio urbano considerato come un “libro” aperto e interattivo.
Data per scontata l’integrazione delle infrastrutture tecnologiche e il sostegno all’apprendimento onnipresente, si dovrebbero sviluppare le condizioni per un apprendimento continuo che comporti finalmente una forte integrazione tra apprendimenti formali e informali. Anche il ruolo delle persone impegnate nei contesti educativi dovrebbe cambiare. La tradizionale separazione tra studente e insegnante è fuori dal tempo, è soprattutto fuori dall’idea di società della conoscenza, rema contro il futuro di una città intelligente. Da quando conoscenza, informazione, contenuti e competenze sono divenuti gli ingredienti principali del nostro futuro di cittadini tutti siamo discenti e docenti, direi in servizio permanente. Ciò che contano sono i nuovi ambienti, le relazioni, l’interconnessione tra le persone e i contesti.

Se non c’è questo nuovo approccio difficilmente la città si fa intelligente. È l’apprendimento il tema olistico della città intelligente, l’apprendimento continuo. Di qui passa l’opportunità d’essere cittadini intelligenti di una città intelligente. Ma proprio la conoscenza, la città della conoscenza, la città che apprende è, al momento, il grande assente nelle prospettive “smart” della nostra Amministrazione.

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L’APPUNTAMENTO
Ferrara a tre anni dal terremoto, il punto sulla ricostruzione del patrimonio monumentale

Sono passati tre anni dal terremoto che ha duramente colpito l’Emilia-Romagna, molti hanno ancora nelle orecchie lo spaventoso boato di quella notte. La paura e la disperazione di chi ha perso la casa, visto crollare capannoni, negozi, edifici monumentali. Ferrara è apparsa meno colpita, forse perché dopo il sisma da cui fu investita nel Cinquecento adottò tecniche di costruzione più sicure, ma lo sfregio alla Torre dei Leoni, orgoglio del Castello Estense, ha sorpreso la città e ha aperto in modo emblematico il capitolo della ricostruzione del suo patrimonio monumentale. A che punto sono i lavori? Saremo un cantiere infinito? Ne parleranno lunedì 18 maggio, alle ore 17, in Biblioteca Ariostea, Virna Comini, presidente dell’Associazione guide turistiche di Ferrara e Provincia, l’architetto Andrea Malacarne di Italia Nostra, il professor Aniello Zamboni e l’ingegner don Stefano Zanella, rispettivamente direttore e vice dell’ufficio per i Beni culturali ecclesiastici.

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Banner dll’inziativa

L’incontro “Ri-Scossa, Ferrara a tre anni dal terremoto fra ricostruzione e ripensamenti”, organizzato dal nostro giornale in collaborazione con la Biblioteca Ariostea, vuole essere un momento di riflessione su un capitolo importante per la nostra economia che, si sa, è giocata in gran parte sulla cultura e sul turismo da essa generato. L’inagibilità di molte chiese e palazzi è un freno per lo sviluppo, ci impoverisce e ci mette in condizioni di subire la concorrenza di vicini capoluoghi emiliani e veneti il cui investimento su un maggior numero di mostre di richiamo e l’ampia offerta monumentale erode la nostra ricchezza.

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LA RIFLESSIONE
Spiegare il destino ai giovani attraverso l’arte

Sono le sei di mattina del 5 maggio. Mi trascino fuor dal letto e spiego i vestiti della festa. Meno male che le abluzioni eran state fatte in stato di tranche a mezzanotte dopo il concerto dell’immenso Grigory Sokolov. Il gigante buono appare sul palcoscenico del Comunale con il suo viso triste, le spalle ingobbite, il frak strapazzato. Le luci debolissime a fatica illuminano i suoi capelli bianchi e si riflettono sul bordo del coperchio del pianoforte e la sala scandalosamente non esaurita ancora spiegazza carte di caramelle, stronfia nei fazzoletti, scatarra educatamente. Poi una piccola mano si alza e s’appoggia come una farfalla sui tasti. La prima nota del preludio della Partita di Bach impone un silenzio irreale e le Muse scendono lievi a consolare il cuore. Nella Sonata n. 7 di Beethoven quando s’inizia il Largo e mesto capisci che il paradiso non è solo gioia ma ripiegamento interiore che sommuove, direbbe Dante, il lago del cor. E tutti, anche gli scatarranti, si rendono conto che quel momento può e deve essere la felicità suprema. Non un gesto d’esultanza tradisce il mago: il viso rimane triste, le spalle s’insaccano ancor più, le gambe tozze s’avviano a fatica verso l’uscita e mentre scatta un urlo scomposto di gioia e di riconoscenza, reso ancor più sonoro dai battimani e dal ritmico pestar dei piedi, ti trovi a mormorare tra te e te: “Era già l’ora che volge il disio /ai navicanti e ‘ntenerisce il core/lo dì c’han detto ai dolci amici addio/e che lo novo peregrin d’amore/punge, s’e’ ode squilla di lontano/che paia il giorno pianger che si more.” Il resto è pura gioia. Schubert trascorre nel secondo tempo con quell’indicazione del primo movimento della Sonata op. 143 che recita Allegro giusto e si conclude con Allegro vivace e ancora ancora i sei Momenti musicali di cui tre sono Allegro e Allegretto. La sala invoca un bis e lui ne concede sei mentre le mani s’arrestano, ripigliano, volano, esitano e vibrano. Che felicità.
Poi, il giorno dopo, partenza per Milano. Ai giovani della Statale devo andare a raccontare del libro che mi danna e mi commuove da cinquant’anni: i “Dialoghi con Leucò” di Cesare Pavese e dir loro cosa significa rappresentare il destino come esperienza e esigenza etica. Il viaggio si compie nell’irreale silenzio di chi dorme o di chi accudisce al suo bisogno di touch e di selfie mentre mi danno a capire o a tentar di capire perché il divino non può essere tale se non si mescola con l’umano. Poi alzo l’occhio dal libro e mi si presenta una Turandot in bianco anziché in nero. Chi legge forse ha visto il copricapo della perfida regina nell’allestimento Expo della Scala: un intreccio di veli, lustrini e boccoli o meglio treccine che si muovono lentamente e a volte convulsamente quando chiede di torturare Liù. La ragazza ha treccine che altro non sono che i fili che le penzolano dalle orecchie: bianchi come l’acconciatura dove tra i lunghi capelli s’intravvede il luogo a cui sono indirizzati, proprio nelle piccole orecchie che ricevono suoni lontani a cui come in trance la bianca Turandot risponde sussurrando dentro un piccolo scatolino pur bianco emettendo soffi di voce e brevi risatine amorose. E ti guarda la giovine, ma non ti vede come non ti vedono i milioni di persone che fanno svolazzare l’indice per avere una conoscenza che altro non si rivela che buio. Buio della conoscenza, buio nella condizione esistenziale.
Sbarco in una Centrale presidiata da discrete forze dell’ordine. Il taxista mi guarda disperato allorché gli comunico dove devo andare. “E’ tutto bloccato”, sussurra, ma dignitosamente tenta vie traverse e mi conduce dopo mezz’ora di peregrinazioni davanti all’austera facciata della Università meneghina. Tento di spiegargli che preferirei che i giovani, che mi si dice siano accorsi numerosi a sentire dalla voce di un grande poeta cos’è il destino – e di che destino si parla -, andassero in corteo a manifestare contro la “buona scuola”, ma sono folgorato dalla risposta che proprio loro mi daranno. “Qui sta a lei dimostrare se abbiamo fatto bene a scegliere di ascoltarla invece di andare in corteo”.

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La copertina della prima edizione Einaudi del 1947

Capisco allora la responsabilità che hanno la mia generazione e quella successiva rispetto al destino di questi giovani e non posso che rispondere con quello che Pavese ha scritto. Il destino e la sua accettazione sta nel rendersi conto di ciò che l’uomo ha sperato e di ciò che ha patito. E tutto questo non può che attuarsi solo sfiorando quel manniano pozzo del passato la cui profondità è insondabile. Ma accostarvisi è il compito dell’umano e della sua ricerca etica.
Che almeno una briciola di questa ricerca tocchi la mente di chi fa politica. Lo vogliono questi giovani e con loro Croce, Gobetti, Einaudi, Salvemini, Gramsci e Matteotti, De Gasperi e Moro, Berlinguer e…
Alla fine i ragazzi eran soddisfatti e m’invitano a mangiar una pizza. Non sanno che io odio la pizza, ma questa volta l’ho mangiata di gusto e pure mi è piaciuta.

Copertine delle ultime edizioni Einaudi

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LA FAVOLA
Due fratelli

“L’Epifania tutte le feste si porta via”, recitava un vecchio detto popolare. È tempo di tornare al lavoro e a scuola, ma abbiamo ancora il tempo per un ultimo regalo e questa volta abbiamo pensato ai più piccoli. Abbiamo colto l’occasione della nostra chiacchierata con Luigi Dal Cin [vedi] per chiedergli di regalarci una storia da donare a tutti i giovani lettori e lui ha scelto un racconto tratto da un’antica fiaba eritrea che affronta il tema della paura di ciò che non si conosce… per affrontare il nuovo anno con un pizzico di fiducia in più nell’Altro.

di Luigi Dal Cin

C’erano un tempo due fratelli che si chiamavano uno Giuseppe e l’altro Giacobbe.
Giuseppe viveva nelle terre d’occidente, Giacobbe nelle terre d’oriente.
Questi due fratelli avevano abitato insieme per lungo tempo, ma poi si erano dovuti separare per cercare fortuna e non si erano più incontrati.
Più passava il tempo, più il desiderio di rivedersi diventava forte, finché una medesima mattina ciascuno di loro lasciò il proprio paese per andare a far visita al fratello.
Giuseppe così partì dalle terre dell’ovest e Giacobbe partì dalle terre dell’est, senza sapere nulla l’uno dell’altro.
E mentre camminavano, si avvicinavano sempre di più, finché a metà strada si incontrarono.
Ma era già notte, e ciascuno scambiò l’altro per un nemico.
“Fermati dove sei!” gridarono insieme.
Subito entrambi estrassero la spada, e ciascuno sferrò un colpo.
Tra di loro c’era una roccia, e così tutti i loro colpi si infransero lì, e continuarono a colpire la roccia per tutta la notte finché alle prime luci dell’alba si riconobbero.
“Fratello mio!” esclamarono insieme.
Allora lasciarono cadere le spade, e si buttarono entrambi in ginocchio.
E si abbracciarono sani e salvi, e si baciavano, e piangevano per la felicità.
Poi insieme meditarono su quello che era successo: su come fosse stupido e insensato che due fratelli, a causa del buio e della paura, si fossero scambiati per nemici!
Rimasero insieme per un giorno e per una notte, finché dovettero nuovamente separarsi per ritornare ai loro paesi. Così si salutarono e Giuseppe si incamminò verso le terre d’occidente, Giacobbe verso le terre d’oriente.
La roccia colpita dalle loro spade esiste ancora oggi.
La potrete riconoscere perché si notano numerosi colpi di spada sul lato est, e altrettanti sul lato ovest, lasciati da due fratelli che si scambiarono per nemici.

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LA STORIA
Via Carlo Mayr a Ferrara:
la capitale dell’incontro

Ferrara a settembre, la sera. Potrebbe bastare. Ma la cena di quartiere in via Mayr è davvero il giusto giro di giostra.
Sono tornati i lavoratori che vengono da fuori. Sono tornati gli studenti. Si mescolano agli altri. Sono cinque anni ormai.
Si chiude la strada. Si prepara del cibo. Lo si condivide. Il resto accade un po’ per gioco, un po’ per caso.
Non ho il tempo di cercare i ragazzi di Rigenerazione Urbana, quelli di Basso Profilo, le altre forze che si uniscono a questo sforzo comune.

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L’informatico di Ceglie, Messapica

Mi si para davanti l’informatico di Ceglie Messapica, vuole che beva il suo vino. Riconosco l’accento ma non rispondo. Il suono della terra dei trulli, la murgia pugliese, li porto dentro. Lì risiede il mio amico Pasquale. Allora lui chiede -: Ma sei italiano? Intanto scatto la foto e catturo la sua minuta inquietudine, la sua aria perplessa. Si schiarirà in un cenno d’intesa. Il giro continua. Il mio nuovo amico si lancia in un selfie estremo.

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Il selfie estremo

Vengo attirato da una studentessa in medicina. Lei è tarantina. Li raggiungo al tavolo e li trovo seduti sul loro sorriso. Studiano all’università. Condividono la cena con dei ragazzi di Rovigo.

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Seduti su un sorriso

E’ una serata tra vecchi e nuovi amici, quella della cena di quartiere. Riccardo mi regala una delle sue espressioni ironiche. Poi incontro Piero, maestro di chitarra e musica in Toscana, però lui è un vecchio lupo cosentino che ha studiato in città. Non lo vedevo da anni. Anche questo potrebbe bastare.

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L’insegnante Riccardo, di Castrovillari
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A volte ritornano, Il chitarrista Piero e l’attore Vincenzo

Lui abbraccia Vincenzo, fratello-attore con la vocazione d’insegnante.

C’è ancora il tempo per una sconosciuta, per la sua espressione plastica, un volto a cui purtroppo non sono riuscito a dare un nome. Penso lo meritasse. Può darsi che accada in futuro, anche questo è il bello di Ferrara. Non ci si incontra mai più, oppure ci si vede sempre.

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La sconosciuta

Ferrara non è l’Emilia e non è la Romagna. E’ un posto in mezzo ai campi. Poco lontano dal mare, da Bologna, dalle montagne. Abbastanza distante dal resto, da consentirle un’anima sua. Piccola. A volte ordinaria, altre stravagante.

Ritorno al tavolo. Trovo i miei volti. La gioia di Giovanni e Stefano, quella dei poco più di tre anni. Quella che ritorna, ma sarà sempre diversa. Non ci si abbraccerà più così spesso da grandi. Non si perdona così facilmente nel mondo degli adulti.

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Tavoli
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Giovanni e Stefano, la loro gioia, i loro tre anni

Così finisce una piccola serata senza pretese. Con un abbraccio sincero in via Carlo Mayr. Sotto il cielo mite di Ferrara a settembre. Storie che si intrecciano. Finiscono nel vuoto. Riempiono le strade di qualcosa che ci ostiniamo a chiamare vita. Qualcosa che non è per sempre. Non risponde ai pazzi, ai poeti, a quelli che in questo momento, sulle mura cittadine, magari abbracciati guardano le stelle, osservano la luna. Non risponde ma, a volte, come in questa sera, aderisce. Ti aiuta a dimenticare tutte le domande a cui non trovi risposta. E’ come se dicesse che tanto… non importa.

Così continua il nostro infimo miracolo quotidiano.

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L’INTERVISTA
Dalle ceneri del Dazdramir ecco Ferrara Off, nuovo teatro sociale cittadino

La sede di Ferrara Off è uno spazio bellissimo. Si tratta di un piccolo teatro di 150 metri quadrati, per un centinaio di spettatori, ma è uno di quei luoghi in cui appena si entra viene voglia di togliersi le scarpe e danzare, mettersi al centro e provare la voce per sentire come risuona.

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Il palcoscenico durante i lavori di manutenzione

Quando c’è il sole, dai grandi oblò di quello che fu l’edificio dei magazzini Amga e poi del centro sociale Dazdramir, entrano scie di luce che si proiettano sul fondale come stelle cadenti, mentre sul pavimento di legno producono figure ovali color miele.
Ultimata l’attenta ristrutturazione da parte del Comune, nell’ambito dell’opera di riqualificazione del Baluardo e dei Bagni ducali in Alfonso I d’Este, dal luglio 2013 gli spazi sono gestiti dall’associazione culturale Ferrara Off, sotto il Patrocinio del Comune di Ferrara.
Ferrara Off si pone in città come nuovo ed importante spazio che, oltre a proporre corsi di teatro e di formazione propri, si apre ad ospitare tutti coloro che insegnano una disciplina artistica o culturale e che hanno bisogno di uno luogo per i loro corsi e laboratori.
L’attuale consiglio direttivo di Ferrara Off (associazione di promozione sociale) è composto da Giulio Costa, Beatrice Furlotti, Monica Pavani, Roberta Pazi e Marco Sgarbi.

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Il nuovo direttivo: da sinistra, Pavani, Costa, Pazi, Sgarbi

Abbiamo intervistato quest’ultimo, insieme a Monica Pavani, durante i lavori di manutenzione, prima della riapertura che avverrà a metà settembre; tra una mano di impregnante e l’altra, per proteggere le tavole di legno del palcoscenico, abbiamo voluto capire meglio come nasce questa bellissima esperienza e su quale base ideale poggia.

Come nasce il nuovo spazio di Ferrara Off e come si evolve?
L’idea parte nel 2009, quando Marco Sgarbi e Gianni Fantoni incontrarono l’Amministrazione comunale per capire se c’era un luogo in cui creare un piccolo teatro, che fosse formativo e performativo insieme. Nel tempo si è identificato lo spazio degli ex magazzini Amga come potenzialmente idoneo, e l’associazione Ferrara Off ha inaugurato il teatro nel 2013 al termine della ristrutturazione al grezzo realizzata dal Comune.

Da qualche mese Ferrara Off ha una nuova gestione, com’è avvenuto questo cambio e cosa comporta?
Dopo i primi tre anni di vita, l’associazione culturale Ferrara Off ha cambiato il consiglio direttivo. La prima gestione vantava la presenza di due personaggi molto conosciuti nell’ambito teatrale italiano, l’attore Gianni Fantoni e il regista Massimo Navone – direttore della Civica Scuola di Teatro “Paolo Grassi” di Milano – che hanno contribuito con la loro professionalità a dare risonanza all’iniziativa. Ora il nuovo direttivo è composto da persone conosciute in città perché attive da anni in ambito culturale.
In particolare tutti noi siamo uniti da un’esperienza pluriennale nell’organizzazione della Stagione del Teatro Comunale di Occhiobello, un esempio di realtà teatrale che negli anni è stata apprezzata anche dall’Amministrazione comunale di Ferrara. Da qui il desiderio di creare in città un’offerta teatrale contemporanea ancora più vasta.

In tutto questo la Fondazione Teatro Comunale di Ferrara come si pone? Si può dire che sta nascendo una sinergia con l’istituzione teatrale della città?
Il nostro intento è che le due realtà si intreccino, che dialoghino, che diventino complementari. La volontà in via informale c’è da entrambe le parti, ma le modalità e il tipo di collaborazione sono da costruire nel tempo.

Qual è la vostra idea di teatro?
Il nostro desiderio e la nostra aspettativa sono quelli di creare un luogo informale in cui gli spettatori possano sentirsi parte attiva del processo creativo e produttivo. L’idea è che diventi uno spazio in cui ci si può ritrovare con un gruppo di persone, e che si possa sentire proprio con il tempo. In sostanza si tratta di un’idea sociale di teatro, di teatro che nasce dalla condivisione, e che già da anni portiamo avanti anche al Teatro Comunale di Occhiobello.

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Corsi di teatro e formazione al Teatro Off

Ferrara Off dispone di spazi particolarmente idonei alla realizzazione di produzioni. Per questo intendiamo proporre la nostra ricerca e i nostri lavori teatrali al pubblico della città. Naturalmente l’intento a lungo termine è quello di ospitare altre compagnie, ma per ora non abbiamo ancora le risorse economiche necessarie. Cercheremo comunque di attivare anche scambi e confronti creativi con compagnie il più possibile limitrofe di cui apprezziamo la ricerca, una sorta di “teatro a km. 0”, un “teatro sostenibile” dove ciascuna realtà possa presentare le proprie produzioni a un pubblico diverso dal proprio.
L’idea è di tornare a un teatro in cui il rapporto tra spettatore e attore torni ad avvicinarsi. Uno degli obiettivi che ci sta più a cuore è quello di affezionare le persone. Ferrara Off è di piccole dimensioni e si presta proprio a questa modalità: è un luogo d’incontro e di confronto, oltre che di fruizione. Noi ci stiamo investendo tanto perché ci crediamo, Ferrara Off è importante prima di tutto quale centro in cui far convergere le nostre energie, i nostri interessi. È in un certo senso il nostro spazio interiore in costante dialogo con l’esterno.

Quali saranno i primi appuntamenti della prossima stagione?

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La sede del Teatro Off, ex magazzini Amga

In occasione della Giornata europea della cultura ebraica, proponiamo due spettacoli. Sabato 13 settembre, alle ore 22, con inizio in Piazza Castello, realizzeremo un’azione scenica dal titolo Una notte del ’43, ispirata all’omonimo racconto di Giorgio Bassani, mentre domenica 14 settembre, alle ore 16, presso il nostro teatro, presenteremo lo spettacolo Micòl e le altre, incontri, letture e messe in scena sui principali personaggi femminili bassaniani del Romanzo di Ferrara.

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