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frattale complessità

Uscire dalla dualità giusto-sbagliato:
lo scontro sul green pass e la lezione della complessità.

Ho riflettuto sull’assegnazione dei premi Nobel per la Fisica in associazione al tema della complessità. La commissione che assegna il Nobel, oltre a riconoscere la qualità scientifica, usa  questo premio anche per dare al mondo un’indicazione di ciò che in quel momento occorre all’umanità per lo sviluppo della cultura e della civiltà. Quest’anno, in particolare, ha indicato che occorre osservare la realtà con uno sguardo improntato alla complessità e non alla specializzazione, per non soccombere al rapporto di forze che spinge le nazioni a competere anziché a collaborare per la soluzione dei problemi che coinvolgono l’intero globo terrestre e tutta l’umanità.

I tre premi per la fisica, pur nella diversità delle loro ricerche, hanno in comune la consapevolezza del fatto che i problemi complessi si risolvono se si collabora per giungere alla loro soluzione. E’ un messaggio politicamente importante: l’umanità si salva soltanto se riesce ad individuare un obiettivo comune e non perde tempo, forze ed energie in battaglie localistiche e settoriali che hanno come finalità l’imporre la propria ragione.

Come afferma Giorgio Parisi nell’intervista pubblicata da La Stampa: “Occorre accettare che la soluzione di problemi complessi può richiedere approcci non semplici e azioni collettive e che l’umanità è più di un gruppo di individui dove ognuno fa per sé”.

Colgo l’occasione di sottolineare il messaggio del premio Nobel per offrire una strada che consenta agli schieramenti favorevoli e contrari al vaccino di uscire dalla dualità del giusto-sbagliato, del “ho ragione io”, di uscire da questa situazione divisiva e di incamminarsi su una strada che porti ad un’auspicabile soluzione. Perché la divisione dà al potere spazio per esistere ed esercitare la propria potenza. Il potere non è una persona o un gruppo, ma un modo di pensare ed è sempre ottuso perché anziché badare al bene comune, mira solo a perpetuare sé stesso e a riempire il vuoto di senso (che è la sua essenza) con l’esercizio del dominio e il possesso.

L’attuale situazione di spaccatura relativa alle posizioni sul vaccino e il green pass ha origine nel passato e riguarda principalmente tre ambiti: la qualità e il fine ultimo della ricerca di base, la dimensione economica-produttiva e la dimensione culturale-politica, dove l’informazione dovrebbe essere funzionale alla democrazia.

  • Per quanto riguarda la ricerca, vediamo due posizioni contrastanti: da una parte c’è la delega incondizionata alla scienza, dall’altra il presupposto stesso sulle finalità della ricerca. La scienza, proprio perché nasce dall’uomo, è un valore, però non deve diventare un assoluto; infatti, non basta a descrivere la complessità dell’umanità perché riguarda solo ciò che colpisce i sensi e l’umanità è molto più di questo. Il suo opposto, dall’altra parte, è l’antidoto all’onnipotenza della scienza che, se esasperato, toglie l’uso della ragione e riporta alla superstizione.
  • L’industria, il settore produttivo in genere, ha smarrito la finalità come espressione della creatività umana per il raggiungimento del benessere come obiettivo comune e ha privilegiato la scelta del profitto individuale, che è sì un elemento intrinseco al funzionamento dell’industria, ma posto come unica finalità ha portato al consumismo che è l’origine dello squilibrio in cui ci troviamo. Un esempio ne è l’industria farmaceutica.
  • La terza dimensione è la conquista della libertà da tutte le necessità (fame, malattie e potere), e si esprime nella dimensione della democrazia, ma quest’ultima è un processo graduale che deve sempre mediare tra il personale e il comune. Per realizzarsi necessita di strumenti di informazione che sappiano fornire conoscenze complesse e non specialistiche. Occorre altresì un’informazione che rispetti i tempi della comprensione: ora l’informazione viene pubblicata prima di essere verificata, prima di essere compresa nel suo valore, nelle sue implicazioni, quindi, invece di essere funzionale alla formazione della società, la disgrega.

E’ per questi motivi che la spaccatura della società oggi ha raggiunto il suo culmine nella contrapposizione tra favorevoli e contrari al vaccino e al green pass, perché individuando come elemento di scontro il vaccino, che è l’epilogo di questa situazione, pretendono di risolvere problemi dalla storia ampia e complessa e che con il vaccino hanno a che vedere solo marginalmente, come i monopoli delle case farmaceutiche, il dominio della finanza e la supremazia delle nazioni.

Il richiamo dei premi Nobel alla visione della complessità richiede una capacità di distinguere la scala su cui nasce il problema e quella su cui si sviluppa il dibattito. Non solo la scala deve essere la stessa (universale, mondiale, locale…), non si devono confondere neppure i piani: non ha senso rispondere a un problema culturale con una visione morale, scientifica o politica.
E’ anche un errore di prospettiva: non si dovrebbero fare denunce che non lascino una via d’uscita o che costringano all’emarginazione, all’incomunicabilità tra parti della società, perché questo è il preludio ad una guerra. La forza dell’umanità è la relazione, l’avere una prospettiva comune: dove c’è emarginazione c’è la sconfitta dell’umanità.

Proprio perché entrambe le posizioni sono legittime, ma parziali, ed hanno la propria ragione d’essere, è indispensabile che trovino come obiettivo comune la soluzione ai problemi che hanno creato la crisi. L’esercizio della propria personale libertà, ciò che ci consente di non essere pedine in mano altrui e non mettersi in una situazione di impotenza da cui si esce soltanto con la contrapposizione o addirittura la violenza, è il trovare una soluzione valida per tutti e ciò può essere fatto soltanto ascoltando le ragioni degli altri e usando la creatività.

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Saperi, futuro e destino umano

 

L’8 luglio Edgar Morin [Qui], uno dei più grandi intellettuali contemporanei, raggiungerà il traguardo del secolo. Troppo complesso per essere preso sul serio, lui iniziatore del pensiero complesso, della necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi a cui siamo ancora abbarbicati, semmai rivendicata come merito del passato da una scuola incapace di preparare al pensiero della complessità.

La conoscenza è avventura e la scuola è parte del territorio in cui vivere questa avventura, in cui apprendere a conoscere e a ri-conoscere la conoscenza. La palestra in cui esercitarsi fin da piccoli alla metacognizione, a interrogarsi, a nutrire la curiosità, a inseguire lo stupore.

Il compito dell’istruzione non può ridursi all’angustia di formare cittadini da integrare nella società presente, né in ipotetiche società future, le categorie pedagogiche degli Stati-Nazione, come le pedagogie progressive del Novecento, hanno fatto il loro tempo.

Morin ci rappresenta il nostro pianeta come una nave spaziale, che viaggia grazie alla propulsione di quattro motori scatenati: scienza, tecnica, industria, profitto e dove nello stesso tempo la minaccia nucleare e la minaccia ecologica impongono alla umanità una comunità di destino, non c’è possibile futuro che valga la pena costruire se non riscoprendo la centralità di ogni donna e di ogni uomo, la centralità dell’intelligenza, la centralità del pensare oggi per il futuro.

In gioco non è l’integrazione culturale nella propria comunità, in gioco per tutti, da ogni lato della Terra, è la vivibilità del futuro. L’asfittico obiettivo dei sistemi scolastici nazionali è soppiantato dal ben più impegnativo e difficile compito di attrezzare le giovani generazioni a vivere un futuro vivibile. L’Agenda 2030 dell’Onu è lì a ricordarcelo in ogni istante.

In questo orizzonte sa di anacronistico brandire la difesa dell’ora di lezione, della cattedra e delle discipline, come un Don Chisciotte che insegue i suoi fantasmi, come il soldato giapponese che non si arrende, perché non crede che la guerra sia finita. Il tempo è scaduto da tempo e la conseguenza è non aver provveduto a farsi la cultura necessaria al ritorno alla realtà.

Da Introduzione al pensiero complesso  a La testa ben fatta, dal Manifesto per cambiare l’educazione, ai Sette saperi necessari all’educazione del futuro, ormai sono più di trent’anni  che Morin ci invita a riflettere sullo stato attuale dei saperi e sulle sfide che caratterizzano la nostra epoca. A richiamare soprattutto quanti hanno in mano le sorti delle future generazioni, come gli insegnanti, a prendere consapevolezza che la posta in gioco sono i nuovi problemi prodotti dalla convivenza umana, da una interdipendenza planetaria irreversibile fra le economie, le politiche, le religioni, le malattie di tutte le società umane.

Una riforma dell’insegnamento è indispensabile per poter affrontare queste sfide, a partire dalla riflessione sullo stato dei saperi frantumati in singole discipline, quando la complessità per essere indagata richiede la capacità di collegare e praticare ambiti di sapere tra loro apparentemente distanti, ma il cui dialogo, mai intuito prima, ora si manifesta prezioso per la risoluzione dei problemi, per rendere prevedibile ciò che i paradigmi precedenti ritenevano imprevedibile.

Umanesimo e scienza, che ancora non siamo in grado di far comunicare, di contaminare nei curricula dei nostri percorsi scolastici, come se i tempi di Vico non fossero mai tramontati, come se il crocianesimo continuasse ad essere radicato nel DNA dei nostri studi. Occorrevano le vicende di questa pandemia inattesa a svelare l’impreparazione della scienza a comunicare e la nostra incapacità a misurarci con le certezze ‘incerte’ proprie della scienza.

La riforma dell’insegnamento è il nodo che ancora non abbiamo sciolto. Un nodo che richiede di non cessare di interrogarsi, perché la complessità non ha risposte semplici e meno che mai risolutive, l’avvento della pandemia ha certo aiutato a sgombrare le menti da ogni dubbio.

Eppure quando si innalzano peana a celebrare l’afflato erotico che abbatte le distanze tra cattedra e banco, tra docente e discente, l’impressione è di vivere in un paese in cui intellettuali e sistema formativo sono fermi al passato, non siano in grado di comprendere il presente e, tanto meno, di leggere il dopo.

Morin ci propone di porre alla base della riforma della scuola, del mestiere della scuola che è l’istruzione, il pensiero complesso, une tête bien faite. Qualcosa di più difficile, di complesso, appunto.

Insegnare a vivere. Dovevamo attrezzarci per far apprendere ai nostri studenti come si vive, ma non qui ed ora, bensì nel luogo che ancora non c’è. Una sfida da capogiro, di fronte alla quale ci siamo ritirati, trastullandoci con i banchi a rotelle e con la Dad che non è scuola. Ripiegati sui noi stessi, rispecchiati nelle certezze del passato, ci è scomparsa la cognizione del futuro, che chi ha creature da crescere non dovrebbe permettersi di perdere, ma questo è quello che è accaduto. Il dopo delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, la loro vita futura come uscirà attrezzata dalle nostre scuole? Piena dell’ira d’Achille, degli atri muscosi e dei fori cadenti, ma vuota dell’imprevedibile, del novus che è sempre stato il modo del ‘moderno’.

Da sempre la missione dell’educazione è insegnare a vivere, ma è un conto farlo per vite già confezionate, altro per vite ancora da confezionare.
Morin ci suggerisce di porci una domanda che non ha spazio nei nostri programmi d’insegnamento e che riguarda ciascuno di noi: che cosa significa essere umano?
Si tratta di permettere a ciascuno di sviluppare al meglio la propria individualità, il legame con gli altri, ma anche di prepararsi ad affrontare le molteplici incertezze e difficoltà del destino umano.

E qui entra in gioco il sistema di conoscenze e dei saperi di cui le nostre scuole sono depositarie. Altro che centralità della lezione, quella lezione rischia di divenire tossica, perché a fronte della realtà che le nostre ragazze e i nostri ragazzi si troveranno a vivere, il sistema delle conoscenze che le nostre scuole trasmettono è ancora troppo debole. E se debole non aiuterà certo i nostri giovani a cogliere le carenze dei loro pensieri, i buchi neri della loro mente, che rischiano di rendere invisibile la complessità del reale.

Il pericolo è che dalle nostre scuole escano giovani costretti ad affrontare il futuro a mani nude.

Da questa pandemia abbiamo appreso che non è solo la nostra ignoranza ad aver ostacolato la comprensione di quanto è accaduto, ma soprattutto l’inadeguatezza delle conoscenze di cui disponiamo. I buchi neri nella nostra mente confermano che il nostro sistema di saperi e di pensiero non è in grado di rispondere alle sfide della complessità.

Allora non abbiamo bisogno di docenti e di intellettuali che sottoscrivono manifesti, ma di intellettuali e professionisti della cultura, in grado di promuovere una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di formare insegnanti e studenti a pensare la complessità.

Siamo in ritardo e il tempo non attende, il futuro imprevedibile è in gestazione oggi.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

L’unione (europea) non fa la forza

Un popolo unito può sconfiggere il mondo intero. È successo in passato più e più volte, la storia è piena di esempi. E non esistono popoli eletti, quello che conta è l’unità d’intenti, un ideale in comune, un senso d’appartenenza forte, coraggio e spirito di sacrificio.
Ebbene, tutto ciò è proprio quello che manca all’Italia. Quello che è sempre mancato del resto, anche nei momenti più bui della nostra storia. Persino quando siamo stati invasi dal nemico c’erano tra noi quelli che erano dalla parte dell’invasore.

L’Italia è un paese di fazioni, di rivendicazioni di parte, di piccoli egoismi, di invidie e di faide.
Un paese unito è un paese forte, un paese da temere e da rispettare.
L’Italia non lo è, e non può pretendere d’esser trattata come tale. Le colpe sono tante, così come i colpevoli. Correre ai ripari adesso è quasi impossibile, non senza lacrime e sangue almeno. Non senza pesanti sacrifici che nessuno, tra l’altro, pare voglia sobbarcarsi.
In una situazione ingarbugliata come quella italiana, alla fine, a farne le spese sono sempre i soliti: i più deboli. Quelli che subiscono le altrui decisioni, quelli che non hanno alcun potere contrattuale, che hanno meno degli altri o che quel poco che hanno rischiano di perderlo del tutto. Oggi queste persone non sono più gli emarginati di sempre, i reietti, gli esclusi dalla società. Gente che in ogni epoca ha rappresentato quella esigua parte di popolazione che non ce la fa, che per varie ragioni, sociali o esistenziali che siano, non riesce a inserirsi negli ingranaggi giusti della convivenza.
Questa volta non è più così. Questa volta a rischiare grosso è una gran parte della popolazione che nella società è inserita a pieno titolo. La maggioranza di tutti noi… decisamente!
Gente che è uscita suo malgrado dal mercato del lavoro e che non riesce più a entrarvi, gente che non ne è mai entrata, e qui fare distinzione tra vecchi e giovani diventa francamente irrilevante. Gente che un lavoro ce l’ha ma che teme di perderlo: lavoratori dipendenti indeboliti da questa nuova assenza di tutele e quotidianamente ricattati dai datori di lavoro. Poi piccoli imprenditori sempre più a rischio, vessati da tassazioni insostenibili, paralizzati da mille obblighi amministrativi, spesso costretti a competere con colossi industriali e multinazionali impossibili da contrastare, ostaggi di banche perché indebitati oppure scoraggiati a investire per questa rinnovata difficoltà d’accesso al credito. Ma anche giovani pieni di idee che non riescono a dar seguito a iniziative imprenditoriali perché privi di coperture e garanzie.
Gente che si sta impoverendo sempre di più nelle tasche e nello spirito. Con un futuro dove l’incertezza paralizza ogni progetto, dove entusiasmo, desideri e sogni hanno lasciato il posto a pessimismo, paure e rancori.
Il malcontento della gente è più che giustificato. Ma il malcontento da solo non basta a risolvere questi problemi, a superare questi nuovi ostacoli. Specialmente in un contesto dove il nemico da contrastare è nascosto, indefinito, sparpagliato. Dove a volte i nemici siamo noi stessi.
Chiediamoci allora come mai abbiamo questa classe politica, questi amministratori. Come mai non riusciamo a emanciparci da una classe dirigente che ci risulta tanto indigesta e oppressiva quanto incapace e ingorda. Ogni popolo ha i governi che si merita, soprattutto perché in democrazia chi fa politica è stato nominato dal popolo.
Eppure sembra sempre più evidente la distanza tra chi ha il potere e chi lo subisce, tra coloro che decidono nelle stanze dei bottoni e tutti gli altri che stanno fuori.
Negli ultimi trent’anni, in un costante crescendo, sono tante le cose successe sotto i nostri nasi che hanno modificato radicalmente la nostra società e la nostra economia in peggio. Spesso cose decise ed eseguite senza che nessuno contestasse nulla, o meglio senza che nessuno sospettasse di nulla. Sì perché si è trattato di cambiamenti epocali che i loro artefici hanno spacciato per progresso, facendoci credere che fosse l’unica strada possibile per il futuro. Del resto stampa e fior d’intellettuali si sono accodati alla politica, plaudendo ai cambiamenti e condizionando l’opinione pubblica.

Ma restiamo a casa nostra. Qualcuno di voi si ricorda di un governo, passato o recente, che abbia mai fatto nulla per contrastare, o per lo meno criticato, questo fenomeno drammatico (certamente il più drammatico nella storia della nostra economia) chiamato globalizzazione?
Qualcuno certamente dirà che si è trattato di un processo su scala mondiale, inevitabile e irreversibile, quindi impossibile da fermare. Sono d’accordo. Ma allora perché non correre ai ripari attuando politiche mirate a salvaguardare la nostra identità economica? Perché rinunciare al nostro potere decisionale consegnandolo a un ente estraneo come quello europeo? Perché illudersi che un’unione economica e finanziaria europea potesse proteggere la nostra economia dagli attacchi di competitors potenti come quelli provenienti dall’Estremo Oriente o da oltre oceano? Perché farlo quando i più grossi concorrenti ce li abbiamo proprio in Europa? Qualcuno crede veramente che Germania o Francia ci avrebbero dato la precedenza, che avrebbero protetto la nostra economia facendola progredire a discapito della loro? Qualcuno crede sul serio che un’Europa così frammentata politicamente potesse mai trovare una coesione economica stabile?
La verità è che si litiga su tutto. Sulle quote latte, sulle arance, sui pomodori, sul grano, sulle percentuali da assegnare, sui contributi da dare, sui regolamenti da rispettare, spesso vincoli assurdi che dimostrano quanto siano inique e di parte certe decisioni prese a Bruxelles. La verità è che l’Europa del nord non è quella mediterranea e i rispettivi interessi sono quasi sempre contrastanti. La verità è che a Bruxelles l’Europa del nord vince quasi sempre!

Ma se in Europa si litiga, in Italia ci si prende a pugni. Tutti contro tutti, come nella tradizione del nostro “Belpaese”.
Come potevamo pensare di vincere la “guerra” commerciale con la Cina, per esempio, quando dovevamo difenderci dai nostri stessi alleati europei? Quando in casa nostra non c’è stato un governo in grado di mettere tutti d’accordo per contrastare simili attacchi commerciali?
Il “made in China” è ormai la normalità. Dai giocattoli ai casalinghi, dagli oggetti d’uso comune agli attrezzi da lavoro, dall’abbigliamento alle apparecchiature elettroniche fino ai computer…
Tutti quanti i negozi sono pieni di prodotti cinesi, e non è più vero che si tratti soltanto di prodotti di scarsa qualità. Nel frattempo, migliaia di piccole aziende nostrane hanno dovuto chiudere, aziende che campavano producendo questi stessi prodotti. Stare in Europa a cosa è servito allora?

Adesso si ripropone lo stesso problema, anzi peggio. La minaccia è, se possibile, ancor più grande. Riguarda i prodotti d’eccellenza, l’ultimo vero baluardo della nostra economia. Se perderemo anche questa ennesima battaglia, saremo definitivamente sconfitti e dovremo accodarci alle economie povere di questo nuovo mondo globalizzato prossimo venturo.

Marchionne: requiem di un A. D.

Marchionne è morto. Viva Marchionne! È quanto la vulgata corrente va ripetendo da giorni con un eccesso di lodi. Appena appresa la notizia delle gravi condizioni di salute dell’ad Fca, con una velocità che svela perfettamente il cinismo di questo sistema di produzione, è immediatamente stato sostituito ai vertici aziendali. Ormai alcuni giorni fa prima della sua morte avvenuta ieri. Ed impressiona questa velocità tanto che ci si chiede: se ciò avviene ai livelli alti figuriamoci nell’ultimo anello della catena! E vien fatto di pensare che nonostante la nostra individualità, la nostra insostituibile unicità siamo tutti pezzi di ricambio di un meccanismo che non ammette inciampi. Perché non si perda un attimo, perché la catena di comando deve essere sempre in perfetta efficienza, perché il governo dei flussi finanziari non ammette incertezze. E i mercati hanno bisogno di sapere, di avere notizie sullo stato di salute dei top manager affinché le fluttuazioni di borsa non ne risentano. E così ecco le postazioni fisse delle Tv di tutto il mondo davanti l’ospedale svizzero che hanno trasmesso servizi giornalistici quotidiani ad ogni edizione di tg. Non c’è spazio per un fatto intimamente ed esclusivamente privato come la morte. Forse il più privato di un’esistenza umana. Non c’è spazio per la pietà, per la compassione. Business is business. A questo modo di procedere si sono accodati tutti i mezzi di informazione. Fin dal primo giorno, con un corpo ancora pulsante seppur in condizioni irreversibili, tutti i tg hanno mandato in onda i cosiddetti “coccodrilli” sulla figura del manager italo-canadese, che di solito si fanno a babbo morto. Un cattivo gusto con pochi precedenti nella storia del giornalismo. Tanto che il primo giorno, di primo acchito, accendendo la Tv l’impressione è stata che la notizia fosse la già avvenuta scomparsa di Marchionne. Altrettanto ha fatto la carta stampata pubblicando spaginate a go go. E poi servizi giornalistici quotidiani. Tutto diventa spettacolo. Eclatante in modo artificioso, perché occorre vendere i giornali e le inserzioni pubblicitarie negli stessi e nelle tv. Tutto diventa sensazionale. Come se mai nessuno morisse ogni giorno, ogni istante nel mondo. Dall’immigrazione alla morte di Marchionne tutto è spettacolo con una finalità economica.
Non c’è tempo da perdere. Le borse reclamano certezze. La morte di una persona non può, non deve interferire con i mega flussi finanziari. È un dettaglio insignificante. E qui sta la parabola di Sergio Marchionne. Lui che ha portato Fca con tutti i suoi marchi (da Ferrari a Alfa Romeo) a Wall Street. Sapeva perfettamente che queste sono le regole del gioco del mercato globale che non si sarebbe commosso più di tanto per la sua scomparsa quando fosse giunto il momento che non immaginava così presto. Siamo noi comuni mortali che restiamo attoniti difronte a tanto cinismo, a questa rapida sostituibilità.
Da più parti si sono sprecate le lodi al manager, come se noi italiani avessimo ancora un’industria automobilistica da difendere. Abbiamo solo degli stabilimenti (quelli sopravvissuti, Termini Imerese ha chiuso e Pomigliano non è in ottima salute) di un’impresa che ha sede legale ad Amsterdam, sede fiscale a Londra e un cervello strategico a Detroit. È bene saperlo per non illudersi. Questo è quanto è avvenuto in questi anni in estrema sintesi. Con la politica che è rimasta a guardare impotente, come oramai avviene per tutti i processi di globalizzazione, e a subirne le conseguenze. Le decisioni di politica industriale, di assetti politico-economici, non le prendono più i parlamenti, ma i mercati globali. E questo è quanto è successo anche a noi con Fiat. Non mi dilungherò sulla democrazia interna all’ex Fiat (esiste una letteratura corposa in merito alla quale ho dato un piccolissimo contributo col mio libro Rappresentanza sindacale, rappresentanza politica e tutela del bene comune. Cgil e Pci nella Fiat degli anni ’80, Festina Lente edizioni). Marchionne in questo è stato in perfetta continuità con la storia ultra centenaria della Fiat di discriminazione politico-sindacale e di negazione dei diritti. Nulla di nuovo da questo punto di vista. Di nuovo c’è stata la rottura con Confindustria nel 2012 e l’uscita dall’associazione degli industriali con conseguente disdetta dei contratti nazionali di categoria.
Cosa sarà adesso della produzione automobilistica in Italia è presto per dirlo. Marchionne credeva nei marchi di alta gamma, quelli che potevano garantire un margine di profitto più alto (Alfa Romeo, Maserati, Ferrari) tutti prodotti in Italia. Vedremo cosa sarà del nuovo assetto dirigenziale. Di certo la notizia di martedì scorso delle dimissioni di Alfredo Altavilla, responsabile per l’Europa di Fca, indicato da alcuni come il successore di Marchionne, e che avrebbe simbolicamente rappresentato la permanenza in mani italiane del massimo vertice aziendale, non promette nulla di buono. Altavilla è considerato uno degli artefici del distacco da General Motors e della fusione con Chrysler e indicato come “ministro degli esteri” di Fca. Manley, attuale ad di Fca nominato all’indomani del peggioramento delle condizioni di salute di Marchionne, ha assunto ad interim le funzioni di Altavilla. Cosa ciò significhi in termini di ricadute strategiche, anche nel nostro paese, lo scopriremo nei prossimi mesi.
In questa globalizzazione dei mercati in un settore come quello della mobilità individuale, alla politica forse resta il compito fondamentale di definire le linee strategiche di quale tipo di mobilità dei cittadini si vuole nelle nostre città per i prossimi decenni. Forse questo è un terreno in cui la politica può riappropriarsi del ruolo che le è stato sottratto dalla globalizzazione. Semmai questo ruolo volesse giocarlo, ma ho dei dubbi ce ne sia la consapevolezza. Perché parlare di automobili significa parlare di mobilità che è un tema strettamente politico. Dietro la parvenza di scelte manageriali e di mercato su quali modelli sfornare e con quali caratteristiche in realtà c’è un’idea precisa di società, una società basata sul trasporto individuale, dunque sull’individualismo, sulla massima libertà nell’uso delle risorse e degli spazi urbani (si dimentica troppo facilmente che le auto private occupano uno spazio che è collettivo, per non parlare della qualità dell’aria e dell’incidentalità), in cui queste risorse e questi spazi sono usati in primo luogo da chi ha il potere economico per farlo a cui le case automobilistiche principalmente guardano. E tutti gli altri restano a piedi. In senso letterale. Sul tipo di mobilità, collettiva o individuale, si gioca un pezzo importante della partita della democrazia poiché la mobilità ha a che fare con la possibilità di partecipare alla vita democratica sociale ed economica del proprio paese e delle proprie città. E allora puntare sul trasporto collettivo vuol dire scommettere sulla partecipazione delle fasce più deboli della società, sull’inclusione e non sull’esclusione. Un tema questo, ovviamente, che non si può imputare a Marchionne o a chi per lui, ma che attiene al ruolo della politica se non vuole essere un’ancella dell’economia.

BORDO PAGINA
Elogio di Marchionne: la sinistra aut aut

La clamorosa vicenda letteralmente live e streaming di Marchionne, artefice principale della rinascita Fiat, in Italia, Usa (Fiat Chyrsler) e nel mondo, quasi all’improvviso costretto a rinunciare per una probabile malattia anzitempo terminale (con fuori da ogni protocollo, comunicazioni ufficiali e dirette dei vertici Fiat (e Ferrari) per la sua senza ritorno sostituzione) già evidenzia la grande eredità per il futuro industriale italiano tout court post-Marchionne (non solo la Fiat).
Nello specifico, secondo logica cognitiva e commerciale e banale lealtà umana, basta un elogio di Marchionne per chiudere qualsiasi analisi storica: o meglio basterebbe, perché, incredibile nel 2018 e era piaccia o meno dell’automazione e di Elon Musk (e le auto robot o google car), ancora prima della probabile scomparsa anche “biologica” di Marchionne (le cronache sembrano purtroppo semplicemente in attesa della tragica fine annunciata) da certo magmatico e inquietante inconscio collettivo da un lato e dai media della fu sinistra superstiti, emergono già flagranti il peggior odio e invidia di classe che per quindici anni ha già caratterizzato in modulazioni appena formalmente meno eclatanti le cosiddette analisti della fu sinistra, di certi sindacati e della solita Intellighenzia modello Capalbio rossa (tranne Renzi invero).
Mai perdonato a Marchionne di avere salvato la Fiat, di averla con la sinergia Chyrsler fatta emergere persino in Usa, risanando la parallela griffa storica automobilistica, rispettando in pieno il business plane vincente programmato e premiando i lavoratori stessi americani: di avere evidenziato solarmente anche in Italia la fine del mito del sindacalese, vero e proprio virus contro il progresso italiano e il benessere stesso potenziale dei lavoratori. Marchionne ha fatto saltare la casta rossa, sinistra e sindacalismo ideologici e obsoleti e nei fatti i principali nemici dei lavoratori, peggio persino di certo – come si diceva – padronato ancora primitivo strutturale dell’industria/imprenditoria italiana.
Neppure la stima di Obama (insopportabile per la fu sinistra italiana) ha illuminato i tre neuroni che caratterizzano da un pezzo sindacalisti e catto/post/estremo comunisti, profani politici/sindacalisti sacri intellettuali con i conti rigorosamente a Monte Paschi di Siena (e a più zeri!)
E ora neppure una tragedia umana neppure è rispettata dai soliti paraterroristi 2.0 attuali: la prima pagina del Manifesto, sempre da premio Maria Teresa di Calcutta quando scrivono di Ong e migranti, è un vergognoso esempio di nazionalsocialismo rosso senza se e senza ma, potrebbero averla firmata Robespierre e Saint Just.
E sui Social Network una epidemia di siffatta civiltà umanistica a firma tutti i centro sociali uniti contemporanei, siano profili apparentemente privati o meno: quanto alla fu sinistra alla De Benedetti i soliti orwelliani post golpe Napolitano/Monti e clonazioni venute male fino allo stesso cattorenzismo.
Se il trend è questo e continuerà anche se…, Allora Marchionne persino dal Paradiso centrerà la sua ultima corsa vittoriosa su una immaginaria (e non a caso) Ferrari: salvo appunto attualmente non prevedibili cambi di rotta al pitsop degli ultimi falsi prolet della fu sinistra, sarà proprio lui, paradossalmente a staccare la spina e per decenni alla generazione Pd e – o postcomunista e simili, nicchia di amebe e parameci nell’era dell’Auto elettrica o robot prossime venture!

info
http://www.ilgiornale.it/news/economia/piove-lodio-su-marchionne-insulti-social-e-titoli-choc-1556509.html

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Sulla Ferrara infelice e disperata de L’Espresso

Del reportage su Ferrara di Fabrizio Gatti, che ha destato scalpore e provocato la conseguente replica del sindaco, devo dire che ho trovato molto proficuo lo sforzo di raccontare ‘l’altra Ferrara’, cioé la parte più povera e a volte invisibile della città. Si tratta però di prenderne il buono – la prospettiva, alcuni dati – e lasciar perdere la retorica della disperazione e dell’infelicità. Questo a mio avviso sarebbe utile alla città per comprendersi.

Il giornalista ha infatti usato statistiche socio-economiche quali i dati sull’occupazione, la povertà, gli indici demografici, alcune cifre sull’assistenza sociale. Ha inoltre ricordato la presenza della mafia nigeriana, dello spaccio di droga e, in alcune aree della città come il Gad, la perdita del controllo del territorio da parte delle istituzioni. E per fortuna, bontà sua, ha dimenticato il tasto dolente dell’inquinamento.
La ricostruzione, dicevo, va salvata per farne un dibattito serio e anche per non lasciare l’argomento a una facile ironia o peggio relegarlo a monopolio e strumento di propaganda delle odierne e odiose destre xenofobe. I punti sollevati da Gatti esistono, sono urgenti e meritano attenzione.
La risposta del Sindaco invece, soffermandosi sulla crescita del turismo, le nuove fermate dei veloci (e costosi) treni di Italo e Trenitalia, le nuove infrastrutture ecc., ha finito per ricordarmi un famoso film con Gene Wilder intitolato ‘Non guardarmi: non ti sento’. Insomma la sua mi è parsa una difesa d’ufficio dell’amministrazione piccata e tuttavia fuori fuoco poiché i treni veloci o le infrastrutture, le mostre, le piste ciclabili parlano di una Ferrara ampiamente visibile e pubblicizzata che poco ha a che fare con la parte povera e multietnica della città. Non credo fosse in discussione questo.
Come difesa d’ufficio, peraltro, sarebbe bastato incrociare qualche statistica nazionale per confutare i dati utilizzati da Gatti sull’impoverimento, sulla demografia, sull’immigrazione, e sottolineare come queste cifre riguardino dinamiche nazionali e internazionali contro cui nessuna amministrazione comunale ha colpe né può vantare soluzioni. Non è a Ferrara, ma in Italia che ci sono pochi nati. Non è a Ferrara, ma in Italia che la povertà relativa ha raddoppiato le sue percentuali. Non è a Ferrara, ma in Europa e nel mondo che le migrazioni stanno cambiando la realtà di interi continenti. È quindi Ferrara il simbolo di un periodo europeo e non il contrario. Anzi la retorica della disperazione, se paragonata alla realtà e ai numeri di altre aree del Paese, o del Mezzogiorno, dove risiedono la maggior parte delle famiglie povere italiane, risulta del tutto inappropriata.
Su questo però, ripeto, sarebbe utile a tutti discutere, spiegarsi, argomentare.

Tornando al reportage, ebbene i parametri valutativi usati dal giornalista non mettono in discussione di certo la ‘felicità di Ferrara’, bensì il suo benessere. È il binomio ‘benessere-felicità’ o quello ‘povertà relativa-disperazione’ ciò che contesto al giornalista, o meglio ai titoli sensazionalisti dell’articolo.
Allora è il caso di aggiungere altre prospettive al racconto della città e dire magari che, a dispetto di tante altre città padane, Ferrara non è infelice né disperata prima di tutto perché è ancora un luogo. È uno spazio vissuto che genera senso e relazioni umane, memoria, conoscenza e condivisione. Sono le relazioni simmetriche, la capacità di muoversi liberamente e partecipare, è la capacità di vivere la propria sfera privata per poi condividerla in una sfera pubblica che fanno di una città un luogo vivo (costo di un affitto o di una casa, mobilità, gratuità di eventi e servizi, ecc.).

Dunque, Ferrara è ancora un luogo e lo è proprio perché non è particolarmente ricca né industrializzata e non è ancora soffocata né snaturata dal turismo di massa o dalla diseguaglianza. Questi fattori, insieme agli impulsi positivi legati alla sua antica università, le hanno consentito di conservare il suo corpo, la sua forma, e di attirare costantemente nella sua orbita.
Certo, stiamo parlando di un’Italia tremendamente invecchiata e la felicità di Ferrara, va detto, non è eterna né scontata. Essa dipenderà dalle sue capacità residue di generare radicamento nei nuovi ferraresi (le statistiche demografiche restano inesorabili), di generare uguaglianza e di difendersi dal consumo del suolo, dalle speculazioni edilizie, dal proliferare di centri commerciali, dall’inquinamento, che pure ne hanno minacciato e continuano a minacciarne l’essenza.

Ebbene, vale la pena ricordare che una città che genera radicamento è l’antidoto migliore a qualsiasi tipo di fondamentalismo o fanatismo e le città della desolazione italiane sono proprio quelle industriali e postindustriali che vantano pil, cifre e dati più virtuosi. È lì che crescono i focolai d’odio, di rabbia e rancore dovuti allo sradicamento e alla fine delle comunità, ed è lì che nascono e attecchiscono le leghe e i Salvini.
In questa vicenda è chiaro che spetterà un ruolo importante alla nostra classe dirigente, la quale nel complesso, se confrontata al resto d’Italia, viene da diversi mandati positivi, e tuttavia dovrà nell’immediato futuro favorire la maggiore compartecipazione possibile tra la città dei poveri e quella dei ricchi, tra i nuovi e i vecchi ferraresi.
Insomma, Ferrara è anche l’altra città di cui il giornalista Gatti parla, e agire su di essa è un’occasione, forse l’unica, di rigenerazione, per creare nuovi, inediti equilibri.
Il fatto è che, purtroppo, – come la peste di Camus o la cecità di Saramago, – l’odio, la paura, l’isolamento degli italiani, lo stallo politico nazionale, la mancanza di idee e visioni precise del Paese, si propagano su e giù per lo stivale al pari di un morbo inarrestabile, rendendoci disperatamente inermi, soli, a volte miopi.

LA RIFLESSIONE
Bikini e dintorni

Da wikipedia: Il bikini moderno è stato inventato dal sarto francese Louis Réard a Parigi nel 1946 (introdotto ufficialmente il 5 luglio). Il nome richiama l’atollo di Bikini nelle Isole Marshall, nel quale negli stessi anni gli Stati Uniti conducevano test nucleari: Reard riteneva che l’introduzione del nuovo tipo di costume avrebbe avuto effetti esplosivi e dirompenti.

In fondo un po’ di cattivo gusto o quanto meno superficialità da parte dell’inventore del bikini a mio parere ci fu tutto. Certo, business is business in ogni cosa, ma ripensando all’attenzione di Trump verso i bambini siriani mi viene da pensare alla mancata attenzione ai bambini dei nativi americani, oppure ai bambini iracheni che hanno sofferto le conseguenze degli embargo durante il periodo di Saddam e, dopo, di quelli libici e passando per tanti altri fino ai bambini delle isole Marshall, Bikini in particolare. Alla fine della riflessione concludo che i bambini non si aiutano con le bombe.
Qualche tempo fa ho intervistato il professor Cesaratto e ricordo il suo commento rispetto all’imperialismo Usa. Il contesto era economico e lui ne vedeva l’aspetto superiore rispetto a quello tedesco. Perché gli Usa importano e quindi migliorano le condizioni commerciali di chi produce e senza di loro non avrebbero dove vendere. Rispetto alla Germania, che usa la sua superiorità tecnologica e manifatturiera solo per esportare, la bilancia della giustizia commerciale pende a favore degli americani. È un ragionamento che non mi convince, forse perché non riesco proprio a concepire la supremazia del business sulla vita delle persone.
Ma business is business ci hanno insegnato gli anglosassoni, quelli che quando risplende la cultura ritornano barbari, e i magazzini devono essere vuotati per essere rinnovati. In modo da far lavorare le industrie che a loro volta assumono e fanno girare l’economia.
Certo il settore della guerra favorisce in maniera esponenziale i vertici piuttosto che le masse, ma questo è un dettaglio e comunque le bombe vanno rinnovate perché in ogni caso sono a scadenza, esattamente come la farina e lo yougurt in frigo, quindi piuttosto che distruggerle in laboratorio almeno se ne testa l’efficacia e ben vengano un po’ di bambini a cui addebitare il merito dei lanci.
Fu business anche per Bikini e molto in grande. I bambini di quel paradiso si trovarono parte di un gioco e di affari più grandi di loro, un affare da bombe atomiche e all’idrogeno. Bikini diventò un poligono militare in barba a quel paradiso terrestre che era.
Il tutto inizia il 10 febbraio 1946, quando il commodoro Ben H. Wyatt, inviato dalla Marina Usa alle isole Marshall, sbarca nell’atollo, e alla fine della funzione religiosa del pomeriggio comunica lo svolgimento dei test nucleari Able e Baker nella laguna. Wyatt si appella al loro senso di responsabilità per mettere fine alle guerre nel mondo e i 167 bikiniani, vissuti sempre al di fuori delle vicende del mondo, improvvisamente venivano a conoscenza che avrebbero dovuto assumersi i mali di tutti sulle loro piccole spalle, con la promessa che avrebbero fatto ritorno non appena terminati i test. Palese bugia, ovviamente!
Furono dunque trasferiti sull’ atollo di Rongerik a 200 km di distanza, isole aride e piccole e senza possibilità di dar loro sostentamento e data l’impossibilità di riportarli a Bikini a causa della radioattività furono dopo un po’ trasportati nell’isola di Kili. La situazione non fu molto diversa anche perché da pescatori dovettero inventarsi agricoltori.
La caparbietà dei bikiniani rimasti a Kili fu premiata un paio di decenni più tardi. In seguito alla chiusura del poligono militare, nel 1968 il presidente Lyndon B. Johnson annunciò che gli Stati Uniti erano impegnati in un piano di bonifica dell’atollo, per permettere agli abitanti di farvi finalmente ritorno. Nel 1974 un centinaio di persone tornò a popolare Bikini, la cui laguna nel frattempo si era arricchita di decine di navi affondate e di un gigantesco cratere. Di diametro superiore ai 2 chilometri e profondità pari a 76 metri, questa cicatrice risaliva al programma “Castle Bravo” del 1954, quando era stata fatta esplodere la prima bomba all’idrogeno della storia. L’isola fu poi di nuovo abbandonata.
La zona era ancora radioattiva e i morti o ammalati per tumore alla tiroide si susseguivano. I bikiniani, quelli che vi avevano fatto ritorno e non erano emigrati altrove ben presto si accorsero che rimanere su quell’isola sarebbe stata la loro fine e dei loro bambini, che erano esattamente piccoli e fragili come i bambini siriani, iracheni, libici e americani.
E li vicino c’era anche un’altra isola, quella di Rongelap che non fu evacuata prima dei test, esposta al fall-out e quindi anch’essi pagarono un grave tributo in termini di cancro alla tiroide. Provarono a ritornarvi nel 1957 e fecero anch’essi da cavie agli scienziati che studiavano gli effetti dell’esposizione alle radiazioni.
Chiesero poi di essere trasferiti, ma la loro richiesta di aiuto fu captata solo da Greenpeace che arrivò con la nave “Rainbow Warrior” nel 1985 e con l’operazione “Exodus” trasportò la popolazione locale colpita dalle radiazioni di quei test nucleari, condotti dagli Stati Uniti tra il 1948 e il 1956 per salvare il mondo, nell’isola di Mejato a 180 Km di distanza.
Questa è solo un po’ di storia, nient’altro. Una cura per la malattia della memoria breve di cui siamo affetti e che dovrebbe portare al rifiuto sistematico delle bombe giustificate in nome dei bambini. Provengano esse da Trump, Obama o Clinton o Putin o Erdogan assomigliano sempre stranamente a quelle di Hitler e hanno gli stessi effetti sui bambini siriani, iracheni, bikiniani e persino sui bambini del Mali bombardato dai francesi nel 2013.

Fonti: wikipedia, greenpeace, national geographic

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Per una sinistra di progresso: caro Bersani ti scrivo (e intanto penso a lui)

di Adriano Autino

Caro Pierluigi,
non so bene perché scrivo a te, forse perché mi ispiri un sentimento di tenerezza dovuto principalmente a un’insensata e ormai sterile nostalgia novecentista, il periodo in cui sia tu sia io, insieme ad altri milioni di persone, abbiamo sperato nello sviluppo di grandi progetti sociali innovativi, per il miglioramento dei rapporti umani. Ma forse non è solo per questo. È perché penso che, nonostante tutto, potrebbe albergare in te un qualche sentimento umanista che non ritrovo altrove. Probabilmente non mi risponderai, confermando così la spocchia che caratterizza tutti i politici vecchi e nuovi – la cosiddetta ‘casta’ insomma – e la noncuranza verso gli ideologi, sommersi o emergenti che siano. Un protezionismo vetero-burocratico che si guarda bene dal concedere occasioni di visibilità a chi ancora non se l’è conquistata abbastanza. Mi permetto comunque, visto che una volta si usava chiamarci ‘compagni’, di darti del tu, come se fra noi ci fosse una qualche idea di condivisione di intenti e ideali sociali.

Bando alle premesse, entriamo nel merito.
Confesso di aver riposto qualche speranza in Matteo Renzi e ancora apprezzo alcune sue iniziative, come per esempio la recente modifica della legge sugli appalti, una necessità da lungo tempo, sinora ignobilmente dimenticata dalla politica. Manca ancora però un maggior impegno sul fronte della ricerca scientifica e della cultura o, per meglio dire, l’inizio di un’inversione dell’ignobile tendenza dei governi nostrani (tutti) a tagliare i fondi e a insultare la ricerca e la cultura: sinora tutto rimane confinato al quaderno delle buone intenzioni. La triste realtà sono i centri di ricerca che agonizzano e le orchestre e dei teatri che chiudono, mentre giganteggia la stolida attitudine di Renzi a far di tutto per cacciare fuori dal partito chi si preoccupa dei temi sociali, dei problemi dei lavoratori e dei ceti meno fortunati della società (peraltro in continua crescita). Poiché quanto detto finora, benché sacrosanto e fondamentale, rientra nella più comune retorica politicista, chiarisco subito che per me il vero spartiacque sta nella concezione dello sviluppo e della crescita economica.

Ma torniamo al merito, ho per te tredici domande.
1: ci rendiamo conto che, senza sviluppo economico, qualsiasi ipotesi di modello sociale e di formula di governo è destinata a fallire, lasciando il campo a dittature liberticide? Una schiera di aspiranti Stalin, Hitler, Pinochet, PolPot, si preparano a “gestire equamente la nostra miseria”, ovviamente ben trincerati nelle loro fortezze dorate, nel nome di vecchie o nuove ideologie, collettiviste o liberiste che siano. L’abbondanza, invece, diminuendo la paura sociale, favorisce la crescita dell’etica e della democrazia reale (e non solo percepita!).
2: ci rendiamo conto che tutto ciò che abbiamo, nei paesi cosiddetti ‘avanzati’, lo dobbiamo allo sviluppo industriale? Parlo dei sistemi di istruzione di massa – fattore fondamentale di crescita sociale – dei sistemi di sanità di massa, dei sistemi di trasporto di massa, dello sviluppo delle arti e della cultura. Non devo certo spiegarti l’importanza fondamentale di tali sistemi: senza torneremo al Feudalesimo, al Medioevo e anche peggio.
3: ci rendiamo conto che è sparita la categoria della Sinistra progressista? Con l’affermarsi delle posizioni filosofeggianti sulla decrescita, estremizzazione logica dell’ecologismo radicale e di un certo ambientalismo, che ritiene di collocarsi più vicino all’ecologismo che all’umanismo, si è affermata un’ideologia fondamentalmente anti-industriale, che vede nello sviluppo dell’industria il male estremo, responsabile di tutto il degrado delle società cosiddette post-industriali.
4: ci rendiamo conto della schizofrenia totale della politica, che sempre più rifiuta di fondarsi su una solida elaborazione filosofica? Da un lato si invoca la crescita economica, quando si vuole pescare voti nel vasto mare della disoccupazione, del precariato, dell’incertezza e della paura sociale crescente. Dall’altro si invoca la decrescita e la deindustrializzazione, quando si attinge a piene mani nella marea montante che invoca le ‘leggi della natura’ come modello etico, e come solutore dei problemi considerati cervellotici, astrusi e irrisolvibili, causati dal progresso della nostra specie, tecnologica e culturale.
5: la tua corrente strizza l’occhio a tali correnti nichiliste e opposte alla stessa intelligenza umana o intende riprendere un’elaborazione seria e coerente, seppure difficile e controcorrente?
6: quale politica industriale hai in mente? Come pensi di rilanciare uno sviluppo vigoroso e possente, rivolto al futuro, solidamente fondato sulla ricerca scientifica e tecnologica? Sei cosciente che appoggiarsi unicamente alla green economy non rappresenta un vero fattore di sviluppo a lungo termine? Poiché ti vedo aggrottare le sopracciglia, chiarisco: limitarsi alla green economy (di cui comunque non intendo negare la validità in assoluto), significa limitare il proprio sguardo all’interno dei confini del mondo chiuso, ovvero del presunto limite costituito dall’atmosfera terrestre e del pozzo gravitazionale terrestre.
7: sei cosciente che le risorse del nostro pianeta sono ormai insufficienti per permettere lo sviluppo di sette miliardi e mezzo di membri della nostra civiltà? E che appena fuori, nello spazio geo-lunare, esiste una quantità incalcolabile di risorse ed energia solare? Hai idea della cornucopia di abbondanza costituita dagli asteroidi vicini alla Terra? Sai che la stessa Nasa sta progettando di catturare un asteroide, portarlo nello spazio cislunare e iniziare a esplorarne le possibilità di utilizzo, sia per quanto riguarda le materie prime, sia per la possibilità di trasformarlo in un habitat rotante (e quindi dotato di gravità artificiale)?
8: sei cosciente che la stragrande quantità di eccellenze industriali del nostro paese, principalmente nel campo dell’elettronica, delle alte tecnologie in genere, durante gli ultimi anni si è volatilizzata? Come pensi di invertire finalmente tale disastrosa tendenza?
9: sei cosciente che nel nostro paese esistono (ancora) importanti ed eccellenti competenze nel settore aerospaziale? Sai che in tale settore, in altri paesi, si stanno sviluppando vettori industriali, che riescano cioè ad abbattere il costo del trasporto terra-orbita, per sviluppare il turismo spaziale, iniziare l’industrializzazione dello spazio geo-lunare? Pensi che tali coraggiose iniziative imprenditoriali potranno farcela, da sole, senza supporto sociale e politico, ad aprire la nuova frontiera di questo millennio: dare il via allo sviluppo dell’astronautica civile, prima che la nostra crescita nel mondo chiuso causi una totale implosione della civiltà? Pensi che la loro sia solo un’iniziativa privata, egoisticamente finalizzata al profitto, o che abbia anche una forte valenza sociale e umanista, finalizzata a favorire la continuazione dello sviluppo della civiltà?
10: pensi che il nostro paese possa e debba inserirsi in tali processi fondamentali, oppure che debba restare ai margini, barcamenandosi in ‘riforme’ che, quando finalmente arrivano, non servono più a nulla, perché drammaticamente in ritardo?
11: per te un imprenditore continua a essere per definizione un delinquente, un peccatore o comunque uno sfruttatore? Sei cosciente che la classe operaia, con tutto il rispetto che merita, non è più la classe oggettivamente progressista e di avanguardia, quella che, risolvendo i propri problemi, risolve i problemi dell’intera società? Sei cosciente che la rivoluzione elettronica aveva portato al primo posto la classe della piccola imprenditoria diffusa a basso capitale, e che questa classe – estremamente progressiva e fautrice di crescita sociale – è oggi a rischio di estinzione, grazie alla crisi globale che voi politici non avete alcuna idea di come superare?
11: (adesso non ti offendere) Sai che molto probabilmente alle ultime elezioni ti sei giocato due o tre punti (quelli fondamentali per “vincere senza perdere”!), dichiarando due giorni prima del voto che volevi abbassare il limite dei pagamenti in contanti a 300 euro? Hai finalmente capito che questo significa andare a cercare i ‘colpevoli’ tra i pesci piccoli che cercano di sopravvivere, e non tra i pesci grossi, che continuano a festeggiare le loro grosse ruberie a champagne e festini a bordo dei loro mega-yatch?
13: sei cosciente che, per la guida delle società odierne, estremamente complesse e articolate, occorrono classi dirigenti dotate di elevata formazione scientifica, ma nello stesso tempo dotate di una forte impostazione prioritariamente umanista? Hai un progetto per formare tale classe dirigente?

È per questo, o almeno una parte significativa di questo, che ti batti, e che ti opponi a Renzi? Se sì, se pensi di fare molto meglio di Renzi su questi temi fondamentali, parliamone. Altrimenti magari prova ad aiutarlo: Renzi sarà anche antipatico e arrogante, avrà inanellato una sfilza di errori e comportamenti odiosi (per esempio l’assurdo accanimento sull’articolo 18, che gli ha portato solo le simpatie di Verdini e soci. Possibile che ancora non si riesca in questo paese a capire la lezione di Amartya Sen, circa la possibilità di coniugare libertà e solidarietà? Siamo prigionieri di paradigmi vetero-cattolici, basati su coppie dicotomiche obsolete, e sul supposto supremo valore del sacrificio). Ma negli ultimi decenni non ho visto un governo migliore, nonostante tutto. Anche la vecchia Dc era odiosa, ma aveva una politica industriale.
Per farla breve, secondo me le diverse forme di partito non contano niente: contano solo le idee. Persino una nullità ideologica come Grillo, solo per aver dato l’impressione di avere idee, ha avuto rapidamente successo. Non parliamo di Berlusconi: un affarista e nullità politica totale, che ha campato vent’anni recitando inizialmente il credo jeffersoniano e sulla promessa di una rivoluzione antiburocratica e libertaria che non aveva nessuna intenzione di fare, trovando molto più conveniente accordarsi e lasciar vivere i diversi potentati. Ricordo invece con qualche nostalgia le tue ‘lenzuolate’ libertarie.
Diversi rimasugli di diverse sinistre provano adesso a ricomporre l’ennesima ‘cosa’, rimestando idee vecchie e decotte, facendo leva unicamente sull’antipatia ispirata da Matteo Renzi. La limitatezza di idee a sinistra potrebbe (ri)portare al potere qualche bel rampollo di centrodestra, come Salvini, Trump o Marie Lepen. Ormai inutile sperare che l’indimenticato Indro Montanelli, unico esempio di pensiero di destra autenticamente liberale in Italia, abbia generato qualche continuatore. Magari Renzi ha in agenda altre mosse intelligenti come la riforma della legge sugli appalti. Magari comincerà a ragionare così anche sulla scuola, sull’industria, sulla ricerca, magari (hai visto mai!) sull’espansione spaziale.
Intendiamoci: il mio intento non è sostenere Renzi, nè chiunque altro. Ripeto Pierluigi, se pensi di poter fare molto meglio, più in fretta, e di andare da subito nella direzione giusta – verso l’alto! – parliamone. L’unica cosa che non vorrei dover fare sarebbe gettar via ancora una volta “il bambino insieme all’acqua sporca”.
Ad Astra!

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Pregi e difetti dell’olio di palma, un grasso che fa molto discutere

di Valeria Balboni

Lo scorso dicembre è entrata in vigore la nuova normativa sulle etichette degli alimenti che prevede, fra l’altro, l’indicazione chiara del tipo di grasso contenuto: sulla confezione dei Flauti del Mulino Bianco non leggiamo più la generica scritta “grassi vegetali”, ma “grasso di palma”. E proprio su questo ingrediente si è scatenata una tempesta: l’olio di palma si trova praticamente ovunque, dai cracker alle merendine, dai frollini alle fette biscottate, compresi alcuni prodotti per la prima infanzia. Non essendo un ingrediente della nostra tradizione ma un grasso tropicale, sorge spontanea una domanda: perché è tanto utilizzato? Quali sono i vantaggi?

Sul sito di Barilla, azienda spesso chiamata in causa perché leader del mercato dei prodotti per la prima colazione, si legge che “lo utilizza per la consistenza, la fragranza e la neutralità di gusto che garantisce ai prodotti finali e perché rappresenta la soluzione ottimale per la sostituzione di grassi idrogenati che l’azienda ha scelto da tempo di non impiegare nei propri processi produttivi” [vedi]. In pratica: l’olio di palma, utilizzato per i biscotti e le merendine, dà una consistenza simile a quella che si ottiene con il più costoso burro, nei cracker e nei grissini ha il vantaggio di un gusto ‘neutro’ e stabilità all’ossidazione, quindi permette di produrre alimenti che si conservano a lungo senza bisogno di conservanti. Di più: nelle creme al cioccolato (es. la Nutella), garantisce spalmabilità, non si separa… insomma, è perfetto.

Perché allora non si trova in vendita accanto al burro o all’olio, così potremmo utilizzarlo per preparare le crostate in casa? Non lo troviamo perché non ha il profumo del burro, né quello dell’olio d’oliva e le crostate non avrebbero una buona riuscita. Le crostatine industriali, invece, riescono bene perché ci sono aromi che ‘sistemano’ il gusto. Insomma, è molto usato nell’industria per le sue caratteristiche di stabilità e per il prezzo molto conveniente, ma non è di certo un grasso ‘pregiato’.

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Sezione di un frutto

Se è tanto utilizzato nell’industria, la prima cosa da capire è se fa bene o fa male. L’olio di palma ha origine vegetale (si produce dalla spremitura del frutto delle palme da olio) ma a differenza della maggior parte degli oli vegetali è molto ricco in grassi saturi, gli stessi che si trovano nel burro, nel formaggio e nello strutto e che, come è noto, favoriscono l’insorgenza di malattie cardiovascolari. Secondo uno studio pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition nel 2014 [vedi], con Elena Fattore (Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri) come prima firma, non ci sono evidenze che l’olio di palma abbia un ruolo specifico nel favorire la comparsa di malattie cardiovascolari. Semplificando, si può dire che se si considerano parametri che sono indicatori di rischio cardiovascolare, come il colesterolo totale, o la frazione di colesterolo Ldl (“cattivo”) e si confronta una dieta ricca di olio di palma con diete basate sui più comuni grassi alimentari (saturi o monoinsaturi) i risultati sono discordi: alcuni marcatori aumentano mentre altri diminuiscono. Se invece lo confrontiamo con i grassi “trans”, risulta meno dannoso. Questi ultimi si formano durante i processi di idrogenazione che permettono di rendere solidi i grassi vegetali, in pratica quando si producono le margarine. È noto che i grassi trans favoriscono l’aumento del livello di colesterolo Ldl (cattivo) e quindi l’insorgenza di malattie cardiovascolari tanto che l’Eufic (European food information council) raccomanda di ridurne il più possibile il consumo e l’utilizzo a livello industriale [leggi]. L’uso dell’olio di palma nell’industria è aumentato negli ultimi anni proprio per sostituire i grassi idrogenati (fonte di grassi trans), da quando ci si è resi conto dei loro effetti negativi sulla salute.

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La raccolta

Secondo Andrea Ghiselli, nutrizionista del Cra (Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura), “Non ha senso accanirsi in particolare contro l’olio di palma: fa male perché contiene grassi saturi, come il burro, la carne e i salumi. Bisogna leggere le etichette e considerare come influisce sul bilancio giornaliero dei grassi, quindi tenerne conto. L’obiettivo è una dieta bilanciata”. Le linee guida per la prevenzione di aterosclerosi e malattie cardiovascolari [vedi] raccomandano un’assunzione limitata di grassi saturi, che dovrebbero apportare non più del 10% delle calorie giornaliere. Se consideriamo un adulto, maschio, che faccia poca attività fisica, con un fabbisogno energetico di 2200 calorie al giorno, i grassi saturi non dovrebbero fornire più di 220 calorie. Dato che un grammo di grasso produce 9 calorie, questa quota corrisponde a 24 grammi di grassi saturi.
Questa quantità non sembra molto piccola, ma non è difficile superarla se nel corso della giornata, oltre a un po’ di latte, formaggio e magari qualche fetta di salume, si consumano prodotti alimentari industriali contenenti olio di palma, come merendine, gelati o bastoncini di pesce.

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Piantagione per la produzione di olio di palma

Questo grasso però non è al centro delle polemiche solo per gli effetti sulla salute, ma anche per l’impatto ambientale molto elevato, soprattutto se si tiene conto del fatto che non è usato solo nell’industria alimentare, ma anche in altri campi: dai cosmetici ai biocarburanti. Si stima che nel 2014 ne siano stati prodotti circa 60 milioni di tonnellate e l’87% proviene da Indonesia e Malesia, Paesi in cui per far posto alle colture di olio di palma si abbattono foreste tropicali che ospitano animali in via di estinzione, come le tigri e gli oranghi. Tra il 2000 e il 2012 in Indonesia sono stati abbattuti 6 milioni di ettari di foresta tropicale: la coltura delle palme da olio non è l’unica causa ma ha di certo un ruolo importante [vedi]. Ad aggravare la situazione si aggiunge che in questi Paesi viene data ben poca importanza ai diritti dei lavoratori: i raccoglitori lavorano in condizioni precarie, per pochi euro al giorno. Così si spiega anche il prezzo basso, molto conveniente per le industrie.

Per ridurre l’impatto sulle foreste è stata istituita la Tavola rotonda per l’olio di palma sostenibile (Rspo), una certificazione che attesta che l’olio è stato prodotto senza abbattere foreste primarie (intatte), nel rispetto dei lavoratori e delle comunità locali. Fondata nel 2004, la Rspo ha certificato finora 1,3 milioni di ettari di piantagioni (il 10% circa del totale) e diverse aziende, fra cui la Barilla, dichiarano di usare olio certificato. Ben venga questo “marchio di qualità”, non mancano però voci diffidenti, fra cui quella di Greenpeace: Rspo [vedi] coinvolge rappresentanti di consumatori e Ong, ma anche produttori, commercianti, banche e investitori, e gli interessi economici in ballo sono enormi, come è emerso anche dall’inchiesta presentata a Report, lo scorso 3 maggio [vedi].

Insomma, cosa possiamo fare noi consumatori? La prima cosa è sapere cosa compriamo, quindi, come sempre, bisogna leggere le etichette. Se decidiamo di ridurre il consumo di questo grasso, per motivi legati alla salute, all’impatto ambientale o a quello sociale, cercare biscotti senza l’olio di palma è un po’ una ‘caccia al tesoro’. Ultimamente però, da quando deve essere elencato chiaramente fra gli ingredienti, sono comparsi nuovi prodotti dove questo grasso è sostituito da olio di oliva o di girasole. Qualche dritta si può avere dalle liste di merendine, biscotti, grissini e cracker palm-free pubblicate dal sito “Il fatto alimentare” [vedi].

Le cose stanno cambiando: lo scorso novembre, è stata lanciata una petizione su change.org per limitare la diffusione dell’olio di palma (che ha già raccolto 139.000 firme, vedi) e da allora diverse catene di supermercati – fra cui Coop, Esselunga, Md Discount, Ld Market, Ikea e Carrefour – hanno espresso la volontà di ridurre la presenza di questo grasso nei prodotti a marchio. Coop in particolare dichiara che “nella formulazione dei propri prodotti a marchio privilegia l’utilizzo di grassi più nobili e nutrizionalmente equilibrati come l’olio extravergine di oliva o gli oli monosemi. Stiamo proseguendo in questo impegno e a breve lanceremo nuovi importanti prodotti quali la crema spalmabile e biscotti formulati senza olio di palma”. Quest’ultimo e tutti i grassi tropicali non sono impiegati in alcune linee Coop, in particolare quella destinata ai bambini (Club 4-10) e la linea biologica (Vivi verde).

In fondo siamo noi consumatori ad avere il coltello dalla parte del manico: se vogliamo cambiare il mercato, la richiesta deve venire da noi.

Valeria Balboni è biologa, ha frequentato il Master in giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza dell’Università di Ferrara. Da 15 anni lavora nell’editoria parascolastica (per AlphaTest) e dal 2011 collabora con il Corriere della sera. Appassionata di divulgazione scientifica, si occupa in particolare di alimentazione, ambiente e sostenibilità.

va.balboni@gmail.com

L’industria del bisogno e il futuro della società

Il termine industria è stato utilizzato per lungo tempo per designare ogni tipo di attività produttiva. Oggi si usa distinguere le attività economiche di una società in tre settori: il primario molto centrato sulla produzione alimentare, l’agricoltura e la pesca; il secondario coincidente con l’industria propriamente detta, deputato alla produzione di beni materiali; il terziario con la produzione di servizi. All’interno di quest’ultimo settore possiamo riconoscere un insieme di attività trasversali che sono finalizzate ad alimentare costantemente nuove richieste che possano sostenere il mercato dei consumi. Il risultato di queste attività si contrappone diametralmente alle virtù della frugalità e del risparmio che hanno contraddistinto la vita delle generazioni fino a pochi decenni or sono. Questo passaggio non rappresenta l’esito di una presunta natura umana diventata insaziabile allorquando se ne è manifestata l’occasione, ma piuttosto, l’effetto di un calcolo, di un progetto tutto interno allo sviluppo della società capitalistica. Possiamo sinteticamente denominare questo insieme di attività industria del bisogno; essa si fonda su due pilastri: il primo è la necessità di alimentare costantemente i consumi in risposta alle straordinarie e crescenti capacità produttive rese possibili dalle nuove tecnologie e dalle modalità più efficienti di organizzazione del lavoro. Il secondo è l’esigenza di garantire lavoro alle persone per dare accesso ad un reddito che consenta di acquistare e consumare i beni e servizi prodotti.

Quest’approccio al bisogno ha invaso ogni campo ed ogni settore: ci lavorano organizzazioni, istituzioni, imprese profit e non profit, professionisti ed esperti; vi si trovano il sistema della moda, l’ingegneria dell’obsolescenza programmata, la pubblicità e il marketing, il credito facile e le varie facilitazioni finanziarie. Si tratta di un ambito di lavoro composto in buona parte da manipolatori di simboli e lavoratori della conoscenza specificamente addestrati cui, in ultima istanza, spetta il compito di convincere la gente (e le imprese) ad aumentare i consumi. Esso non si limita all’economia di mercato ma si estende al settore pubblico e al terzo settore, dove legioni di specialisti della sanità, del sociale, del benessere, della comunicazione, dell’amministrazione e del diritto, dell’educazione e della formazione, sono al lavoro per scovare, o meglio, per costruire, sempre nuovi bisogni su cui esercitare le proprie competenze.
Non si può prescindere da questa industria per comprendere la società dei consumi e dei servizi nella quale viviamo, i suoi effetti sulle persone e sull’ambiente, il fascino profondo che essa esercita su quanti ne sono esclusi e la repulsione che provoca in quanti ne sono rimasti intossicati.

L’industria del bisogno ha assunto un carattere planetario. L’abbondanza di beni materiali spinge una parte del mondo più povero verso i paesi ricchi alla ricerca di lavoro e di un mitico benessere; d’altro canto le imprese (e le ONG stesse) vedono in questo mondo immiserito formidabili opportunità di fare affari, nuovi giganteschi mercati potenziali, sterminate distese di individui portatori di bisogni da trasformare al più presto in consumatori.
Al polo opposto l’eccesso di consumismo crea nelle società ricche molti individui insoddisfatti, delusi dalla corsa costante al consumo che dovrebbe dare la felicità: nella loro ricerca di senso essi rivolgono l’attenzione anche verso i saperi di civiltà perdute e residuali, verso culture e religioni che i nativi affascinati dal consumismo hanno spesso abbandonato come obsolete e inadeguate.
Ai popoli poveri, agli arretrati che non sono al passo con i tempi, agli emarginati privi di potere, l’industria del bisogno promette comodità, sicurezza e “cose” meravigliose: seduce con la promessa del benessere facile. Ma agli abitanti dei paesi ricchi, l’esotismo primitivo di certe culture marginali promette ancora l’unica cosa di cui spesso mancano: significato, senso e mistero.

Nella nostra società solo in parte questa tendenza trova risposte nel consumo come vorrebbe l’ideologia dominante: molti cittadini riscoprono la dimensione della comunità, si pongono alla ricerca di rapporti che non siano fondati esclusivamente sul contratto e sul consumo, cercano di dare corpo ad un nuovo capitale sociale, costruiscono forme creative di senso usando come tanti bricoleur le risorse disponibili. Altri con scelta più radicale, abbandonano il campo ed abbracciano nuovi stili di vita basati sulla collaborazione e l’autoproduzione comunitaria. Altri ancora sposano le moderne tecnologie per diventare prosumer e makers che tentano di tornare padroni del loro destino sociale. Non è dato sapere se da tutte queste variegate esperienze nascerà un nuovo paradigma o se tutte verranno nuovamente omologate dalla spinta massificante del consumismo.

L’industria del bisogno non è comunque ancora riuscita a trasformato tutti i cittadini in meri consumatori, in persone per le quali l’unico scopo del lavoro è quello di acquisire i denari indispensabili per consumare. Qua e là si scorgono i segni di un possibile cambiamento che si appoggia sovente alle nuove piattaforme tecnologiche: crescono gli innovatori sociali e gli imprenditori morali che sulla creatività e la passione costruiscono il loro successo; aumentano le imprese a forte componente sociale, si rafforzano le reti di condivisione e di scambio. Per fortuna dunque non mancano opzioni diverse, interpretazioni meno passive. A volte esse privilegiano il locale, il territoriale; a volte il globale, il nomade; in alcuni casi valorizzano gli approcci democratici in altri riscoprono l’esoterismo; si ispirano alcune alla scienza altre alla tradizione. In ogni caso tendono tutte a reinterpretare creativamente il bisogno da una prospettiva più personale e critica, mostrando che altre vie sono percorribili, che si può almeno in parte rinunciare alle definizioni ufficiali costruite dall’industria del bisogno e alle soluzioni che essa propone e sovente impone. Si tratta di scelte sociali innovative che si confrontano, spesso senza saperlo, con uno dei temi più insidiosi del prossimo futuro: la distruzione di lavoro per causa dell’automazione, della robotica e delle nuove tecniche organizzative e gestionali che va di pari passo con l’enorme domanda di lavoro derivante dalla crescita demografica dei paesi più poveri. Un processo che impatterà in modo assolutamente drammatico sulla definizione dei bisogni, sui modi per soddisfarli e sull’intero pianeta.

L’industria del bisogno che ha alimentato finora il vecchio modello centrato sulla crescita illimitata e sul consumo ad ogni costo, si fonda ancora su una visione dell’uomo come attore egoistico calcolante, che si muovo in un ambiente concepito come insieme di risorse da sfruttare e come discarica.
I nuovi approcci sembrano invece fondarsi su nuove narrazioni, su storie e miti vitali che spesso parlano di sostenibilità, di buona amministrazione della terra, di convivialità possibile, di beni comuni, di tecnologie aperte e collaborative.
La forma che prenderà il mondo del prossimo futuro dipenderà anche dalle scelte che ognuno di noi farà rispetto ai propri bisogni e alle soluzioni che la società ha predisposto per soddisfarli: saranno essi solo quelli definiti dal sistema e veicolati dai media o saremo in grado anche di costruirli comunitariamente?
Pensiamoci.

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NOTA A MARGINE
Quando ‘l’intoccabile Renzi’ fu designato “leader ideale del centrodestra”

Matteo Renzi ai raggi X del festival di giornalismo in corso di svolgimento a Perugia. Non clamorose rivelazioni, ma il riassemblaggio dei tanti tasselli – non tutti noti – di una personalità e di un percorso ancora in larga misura da decifrare.

Tasselli: dalla vincente partecipazione alla ‘Ruota della fortuna’ di Canale 5, propiziata dalla segnalazione di uno zio che lavorava a Mediaset, sino all’indicazione, nel 2011, di Matteo Renzi come del successore ideale di Berlusconi alla guida del centrodestra in un rapporto riservato al cavaliere di Arcore, confezionato dallo studio del suo consulente politico di fiducia Diego Volpe Pasini.

A sezionare la personalità del premier, sul palco del festival si sono ritrovati Peter Gomez del Fatto quotidiano, Augusto Minzolini ex direttore del Tg1 e attuale parlamentare di Forza Italia, la meno nota ma acuta cronista politica di Oggi, Marianna Aprile, e Davide Vecchi, anch’egli redattore del Fatto e autore del fresco volume “L’intoccabile Matteo Renzi, la vera storia”, che ha dato spunto alla conversazione.

Dunque Renzi, “l’outsider capace e ambizioso che usa il verbo rottamare per farsi strada e acquisire il consenso, ma quando arriva al potere – annota Gomez – fa gli accordi con i poteri forti, ottiene l’appoggio del mondo finanziario e della grande industria e la benevolenza di Marchionne. E forte di questo sostegno riesce a demolire l’articolo 18, contro il quale avevano sbattuto tutti i predecessori. E’ lui il Gattopardo?”, si domanda.

Minzolini, quasi a convalidare ‘l’Opa’ del centrodestra, aggettiva il proprio apprezzamento: “Coraggioso, decisionista, capace di rischiare. Amico di tutti, ma pronto a sferrare il colpo mortale appena può”. E aggiunge altri tasselli a un percorso ibrido: “la Compagnia delle opere, braccio finanziario che sta dietro Comunione e liberazione di cui è referente un luogotenente renziano, il toscano Matulli. E poi Verdini e qualche altro animale politico dell’entourage… Insomma, il partito della Nazione – di cui tanto si parla – come rinascita di una Dc del XXI secolo. Una nuova Democrazia cristiana a ricalco del modello di De Mita, di cui non a caso Mattarella era luogotenente in Sicilia come Matulli lo era in Toscana”.

Vecchi si sofferma sulle strategie di engagement del premier. “Costruisce i rapporti attraverso i figli, con una predilezione per le figlie. I suoi collaboratori hanno sempre solidi genitori e sono lasciapassare per mondi preziosi. Fra il 2007 e il 2014 Renzi raccoglie quattro milioni di contributi da vari sostenitori, i più noti dei quali sono il finanziere Davide Serra e l’avvocato Alberto Bianchi. Ma solo la metà è riconducibile a identità definite. Di circa due milioni entrati in cassa non c’è tracciabilità”.

“L’affinità fra lui e Berlusconi – segnala Aprile – sta nel fatto che entrambi incarnano un differente marchio di provincialismo: Silvio è l’imprenditore milanese un po’ bauscia; Matteo è il bullo, lo spaccone che ci prova sempre e in qualche modo ci arriva”. La cronista dice di invidiare i colleghi che potevano attingere a piene mani spunti di gossip dall’entourage del Cavaliere: “Lì i rapporti erano instabili e chi cadeva in disgrazia era sempre pronto a gustose rivelazioni. Invece il gruppo dei renziani è granitico, si vogliono tutti un gran bene e non riesci a tirare fuori alcuna indiscrezione”.
“La forza di Berlusconi – annota – stava nel fatto di essere ricco e potente, quella di Renzi nasce dalla narrazione della rottamazione. I due si conoscono a Firenze nel 2005 tramite Verdini. Berlusconi resta affascinato. E nel 2011, complice il documento di Volpe Pasini, dopo la caduta del governo di centrodestra, una parte di Forza Italia pensa a Renzi come nuovo leader dello schieramento. Caratterialmente e nella strategia di relazione sono molto diversi: mentre Berlusconi si concede, Renzi comunica a senso unico ed è inaccessibile”.

Conclusione: “Renzi – per Gomez – è stato individuato come la persona in grado di garantire la sopravvivenza del sistema di potere berlusconiano”. Di rimando, Minzolini, a sostanziale conferma: “Il network televisivo più ‘renziano’ oggi è Mediaset”. A corroborare, Aprile: “Quando Berlusconi e Renzi litigano sembra il gioco delle parti. Nei confronti di Berlusconi, Renzi usa la tattica del pendolo: si avvicina e si allontana continuamente. Ma chissà, magari il Paese oggi ha bisogno proprio di questa alleanza per rimettere in moto l’economia…”.

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LA RIFLESSIONE
Il mercato della paura

Nel bene e nel male ci sono forze molto potenti che spingono verso la creazione di un ambiente di vita sempre più artificiale all’interno del quale già dobbiamo, e sempre più in futuro dovremo, ripensare il nostro comportamento, le nostre modalità di interazione e l’etica in base alla quale queste potrebbero essere regolate. Una di queste forze, importante quanto sottaciuta, è l’umanissima paura: un’emozione che è diventata una merce tra le più importanti nell’arena politica e massmediatica.
Sul fomentare e cavalcare la paura si reggono certi populismi e prosperano industrie fiorenti che fanno della prevenzione e gestione del rischio la loro missione, alimentando un circuito in crescita costante che viene giustificato dalle richieste esplicite di buona parte dei cittadini. Non servono dati per rompere questo schema: per rendersene conto è sufficiente osservare e saper ascoltare le conversazioni della gente, seguire le diatribe sui social network.
La paura è una componente chiave del grande gioco dei bisogni su cui si regge la società del consumo coatto: la paura più diffusa si regge sull’ignoranza costantemente alimentata e genera odio e rancore, promuove l’isolamento sociale e la chiusura in clan, ha costante bisogno del diverso irriducibile, del nemico, del male contro cui scatenare la rabbia repressa con tutta la potenza di un apparato tecnologico percepito come neutrale. La paura più profittevole trova un mercato in crescita straordinaria i cui prodotti e servizi sembrano promettere agli occhi del cittadino medio la riconquista a buon mercato del senso di sicurezza perduto.
Che fare dunque di fronte al piccolo furto, all’effrazione, al danno gratuito, all’inciviltà che si manifesta proprio sotto casa? Come reagire all’astio e al timore generati dal bombardamento di violenze, delitti, stupri, assassinii, furti e crudeltà varie che costituiscono la dieta quotidiana proposta da giornali e telegiornali? Molti cittadini non hanno dubbi: dotarsi dei sistemi di sicurezza personale e domestica, chiedere con forza l’installazione di videocamere per il controllo sempre più stretto del territorio, auspicare infine leggi sempre più dure e mirate fatte valere da forze di polizia più veloci ed efficienti. Qualcuno, a onor del vero, chiede anche il diritto di armarsi liberamente ma, almeno per ora, si tratta di minoranza trascurabile.
Quando domina la paura si cercano soluzioni aggressive, si ignorano quelle basate sulla collaborazione, sulla socialità che contraddistingue da sempre gli esseri umani; non si crede più che un senso civico diffuso e profondo possa essere un ottimo deterrente, non si pensa che il modo migliore per tutelare gli spazi, i beni comuni, i luoghi pubblici rendendoli vivibili, sia semplicemente quello di viverli senza trasformarli in non luoghi da controllare tramite le forze di polizia e le tecnologie del controllo.
Ma l’industria della paura alimenta affari, genera profitto e lavoro, risponde perfettamente all’imperativo della crescita, è più vicina all’attuale sentire della gente: sostiene la domanda di servizi privati per quanti se li possono permettere, produce case blindate, quartieri asettici impenetrabili per i più abbienti, antifurto per i meno abbienti; mette a disposizione tecnologie interconnesse per il controllo, ‘device’ mobili che consento il tracciamento sistematico di ogni spostamento di veicoli, animali e persone, videocamere e microfoni per vedere e sentire ogni cosa. Tuttavia, questi sistemi impersonali rischiano anche di alimentare una costante deresponsabilizzazione, una perdita ulteriore della già scarsa educazione civica, un isolamento ancora maggiore delle persone, una perdita di fiducia nell’altro e nelle sue potenzialità genuinamente umane, alimentando la spirale perversa, della sfiducia, dell’insicurezza percepita e della paura.
Sono effetti per certi versi imprevisti e perversi dei nuovi e affascinanti ambienti di vita che si stanno affermando, nei quali infrastrutture digitali sempre più connesse daranno intelligenza crescente anche al sistema degli oggetti: l’internet delle cose, le smart city, la domotica, rappresentano un futuro già presente che ci spinge con forza a ripensare il nostro posto nel mondo, le nostre relazioni, il rapporto con la tecnologia e la natura, le nostre priorità. Che ci spinge forse, a fare i conti fin da ora con le nostre paure evitando che proprio su di esse venga edificata una società ‘tecnogena’ che non potrebbe garantire nulla di buono per l’uomo futuro.

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osservatorio globale

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