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GRANDI OPERE e ALTA VELOCITÀ:
trionfa la finanza e l’oligarchia industriale

Nella vita mi sono occupato soprattutto di trasporti e mobilità essendo stato ferroviere; ho imparato che anche guardando il mondo e la società da un settore molto parziale è impossibile non confrontarsi con le politiche economiche e sociali sia nazionali che globali. À

Assieme ad amici e colleghi abbiamo vissuto i grandi cambiamenti avvenuti negli anni ‘90 che hanno visto affermarsi il modello TAV sia nei trasporti che nell’economia italiana; non abbiamo potuto fare a meno di constatare che quei profondi cambiamenti andavano assieme ad una ristrutturazione del mondo del lavoro ed a politiche che favorivano spudoratamente gli aspetti finanziari e gli interessi di una oligarchia industriale in crisi che trovava nell’invenzione dell’idea delle ‘Grandi Opere” – spesso sovradimensionate o inutili, molto diverse da quelle che hanno interessato il periodo precedente – una via sicura ed efficace di finanziarsi direttamente da risorse pubbliche.

Abbiamo constatato come la progettualità trasportistica stava passando dalle istituzioni pubbliche direttamente nelle mani delle grandi imprese collegate al sistema bancario, dove il ruolo politico diventava semplicemente quello di coordinamento e facilitazione per i desiderata del sistema privato.

La triste anomalia vista nel mondo dei trasporti era ed è solo un pezzo di una progressiva ristrutturazione economica generale; logiche simili  sono attente solo a garantire che crescita e profitti non trovino ostacoli, nemmeno quelli imposti dai limiti di un pianeta finito.

Nei decenni passati, le crisi e le catastrofi (terremoti, inondazioni, frane…) sono state sempre occasione non per risolvere i problemi, ma per smantellare pezzi di un sistema di welfare e di gestione del territorio al servizio della collettività; non che prima dell’era neoliberista fosse il paradiso, tutt’altro, ma negli ultimi decenni l’assalto dell’oligarchia è stato violentissimo.

La conferma la vediamo dalla gestione della crisi creatasi con la sindemia da covid-19; tutto pareva non dover essere come prima, ma purtroppo le speranze si sono trasformate in incubo.
Tutto il panorama politico si è piegato ai diktat degli interessi dell’élite lasciando increduli anche i più tenaci sostenitori del voto al ‘meno peggio’; le istituzioni ormai sono vuoti simulacri, il cosiddetto ‘governo dei migliori’ ha imposto la sua agenda senza alcun dibattito. Solo qualche raro mal di pancia e una falsa opposizione di destra.

Stanno nascendo le ‘riforme’ che vuole l’Europa e un programma di investimenti che, se non è scritto direttamente dalla Confindustria, certamente ne accontenta gli istinti più profondi.

Qua non si tratta di ideologia, ma dell’osservazione empirica di cosa accade anche a livello locale. Nella Toscana in cui vivo la politica del Partito Democratico – e di una opposizione che si lamenta solo di come si tutelino troppo poco gli interessi delle imprese – incarna perfettamente lo spirito di questo tempo.
Nei mesi passati, nelle sale della Regione Toscana si sono susseguiti intensi incontri tra politici, esponenti di Confindustria e fondazioni bancarie: lì si sono decise le sorti dei fondi del PNRR previsti, alla faccia della tanto sbandierata ‘partecipazione’.

In questo quadro di restaurazione sociale ed economica, la cosiddetta ‘transizione ecologica‘ non è solo un vuoto bla-bla-bla, ma una ghiotta occasione per mettere le mani su un gruzzolo fornito – poco generosamente – dall’Unione Europea. Che molti di quei soldi diventino in futuro debito pubblico non interessa, bene trasformare subito il malloppo in profitti e lasciare poi che siano i cittadini a ripagare i debiti. Intanto si prendono i soldi, poi ci rimprovereranno che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità.

Che la transizione ecologica si trasformerà in distribuzione a pochi di risorse pubbliche, lo si vede guardando ai progetti messi in campo: la “mobilità sostenibile” prevista è smentita dalla scelta di grandi progetti di alta velocità.

Sono progetti che richiedono lavori imponenti, soprattutto la linea prevista a sud; ci si affida alla retorica del trasporto su ferro, ma non si fa mai il calcolo di quanta CO2 viene prodotta nello scavare gallerie, nel fare grandi colate di cemento e nel consumo energetico per raggiungere alte velocità.

Basta una spolveratina di verde per rendere tutto ‘sostenibile’.

Che poi la maggior parte del trasporto su ferro sia su brevi e medie distanze, cioè per i pendolari, è cosa che si ignora da decenni e niente cambia in questa presunta transizione.

Non ci si vuol nemmeno ricordare che oggi le grandi infrastrutture sono uno dei comparti dove si creano meno posti di lavoro, ma si presentano questi mega progetti come meccanismi di redistribuzione di ricchezza. Niente di più falso: come ci insegnava l’ “ingegnere comunista” Ivan Cicconi [Vedi qui] le grandi opere inutili sono un keinesismo a rovescio, per i ricchi, non per i poveri.

Alla fine di settembre si è tenuta a Genova una sessione del G20 dedicata alle infrastrutture, dove la retorica è grondata doviziosamente. Si è ancora inneggiato al ‘modello Genova’, con cui è stato ricostruito il ponte crollato sulla città, da applicare a tutte le opere previste, nonostante le forti critiche di tanti movimenti, esperti e anche del presidente dell’ANAC.

Per contro,  del disastro infrastrutturale dovuto alla grave carenza di manutenzione non si parla più.
Anzi, il colosso delle costruzioni Webuild (nuovo nome della Salini Impregilovuole accaparrarsi anche la manutenzione di tutte le strade italiane; si rafforzerebbe un monopolio privato, distruggendo un gran numero di piccole imprese che oggi garantiscono il servizio, anche se in maniera insufficiente.

L’emergenza in cui viviamo ha consentito che nel DL 77/2021, all’articolo 44, si prevedessero “semplificazioni” tali da potersi definire deregolamentazione degli appalti e dei processi di approvazione dei progetti.
Nessuno vuol vedere che molti cantieri non sono fermi per la burocrazia, ma per gli errori progettuali dovuti a insufficienti controlli.

Il 30 settembre – il giorno dopo l’incontro tra il governo italiano e Greta Tunberg – un gruppo di qualche decina di giovani ambientalisti a Milano ha provato a fare un presidio al passaggio di Draghi; immediati i manganelli si sono levati in risposta per disperdere i pacifici ragazzi.
Sarà bene ricordare cosa ci dicevano persone come André Gorz e Alex Langer: se non accompagniamo la conversione ecologica con profondi cambiamenti sociali andremo verso una triste forma di ecofascismo.

Qua pare che di ecologico ci sia molto poco, forse ci rimane solo un nuovo fascismo.

Nota: questo articolo è uscito il 10.10.2021 sulla rivista online La Città invisibile dell’associazione perUnaltracittà di Firenze.

I banchieri giocano a Risiko con la nostra pelle

Ve lo immaginate vostro nonno di 80 anni che sta in un paese collinare, in cui la filiale più vicina è a 30 chilometri e che per fare un bonifico o pagare una bolletta deve accedere con lo smartphone o il computer ad una app, in un posto dove non c’è il wifi e la fibra non arriverà mai? Questa è la mitologica “digitalizzazione” per molti cittadini italiani. Questo è il risultato della desertificazione dei servizi bancari (che erogano secondo la legge un “servizio pubblico essenziale”), accompagnata spesso dall’abbandono sugli stessi territori dei servizi di trasporto e sanitari. Questa è la “tutela del risparmio” garantita dalla Costituzione. Questo è il quadro degno di un film di Ken Loach, e diventerà sempre più frequente con il procedere impetuoso e inarrestabile del processo di aggregazione delle banche in tre o quattro grandi gruppi oligopolistici.

Non è una previsione, è quello che accade. Migliaia di sportelli vengono e verranno chiusi in nome della “filiale moderna”, un sogno popolato da umanoidi che ti aiutano a compiere le operazioni e ti assistono nella risoluzione dei problemi, la frontiera che prenderà il posto dell’assistenza telefonica, già disumana e inefficiente ma almeno un operatore umano che risponde dall’Albania puoi ancora trovarlo, se riesci a uscire indenne dal labirinto delle dieci opzioni commerciali che fanno da scudo al suo intervento. Come evidenzia Daniele Quiriconi, segretario regionale Fisac CGIL della Toscana in questo articolo:

Risiko delle banche: a rimetterci sono lavoratori e cittadini

Se l’algoritmo che sovrintende le scelte organizzative di oligopoli finanziari che macinano miliardi di utili invitando in automatico a chiudere le filiali di tre dipendenti, spostare migliaia di lavoratori e lasciare milioni di cittadini senza un servizio costituzionalmente garantito, procede inesorabile e la protesta di sindacati, sindaci, associazioni dei consumatori nulla ha potuto finora, forse la politica dovrebbe interrogarsi sulle conseguenze dell’ampliamento di periferie sociali oltre che geografiche, che queste scelte alimentano. E che colpiscono i ceti più popolari e più fragili“. Questa corsa al puro abbattimento dei costi (lo chiamano “efficientamento”), alle aggregazioni favorite da robusti sconti fiscali, all’impiego ingente di denaro pubblico per salvare la capitalizzazione di istituti sistemici, dovrebbe avere come contropartita la richiesta di garanzie per i lavoratori e per i clienti. Questo dovrebbe essere il compito della politica: se ti erogo denaro dei cittadini, quegli stessi cittadini che sono anche lavoratori e clienti dovrebbero beneficiare di un servizio migliore, di tutele professionali e territoriali per il proprio lavoro. Invece succede che il ruolo dello Stato si ferma all’erogazione di denaro, e per il resto vige il laissez-faire: altro che dirigismo, qui siamo al liberismo economico(apoteosi della teoria del libero mercato come autoregolatore) alimentato però dal denaro pubblico. Peccato che il “libero mercato” , che dovrebbe essere garanzia di concorrenza, stia portando ad un oligopolio alla Kurgan del film Highlander, quando dice “ne rimarrà uno solo”. Peccato che questa direzione obbligata peggiori le condizioni dei lavoratori: quelli che vengono “spintaneamente”  accompagnati fuori dall’azienda, anticipandone la quiescenza, non sono infatti sostituiti in pari misura da forze fresche, con il risultato che chi resta in ufficio o allo sportello rimane sempre “sott’acqua”, affogato dai carichi di lavoro e dalle pressioni alla vendita. I clienti al contempo non vengono soddisfatti nei bisogni reali, ma vengono agganciati per creare loro dei bisogni immaginari. Così può capitare che un privato cui è appena stato negato un prestito venga agganciato dalla stessa banca che glielo ha negato per cedere il quinto dello stipendio in cambio di un prestito, perchè quella è la campagna in voga. Così può capitare che il capetto, più realista del re, imponga ai subalterni la concessione di un mutuo solo a condizione che il cliente sottoscriva anche una polizza vita, con buona pace di ogni regola nemmeno etica, ma di banale valutazione del merito creditizio.

Sotto i nostri occhi, le banche si stanno trasformando da infrastrutture di sostegno ai territori a negozi di pura vendita: sono disposto a darti soldi solo se con quei soldi compri un mio prodotto. Le cosiddette “operazioni baciate” rischiano di diventare il core business di aziende che sono disposte a stravolgere ogni regola della loro tradizione al fine di perpetuare l’unica regola che non può cambiare: quella del massimo profitto per il grande azionista.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Dalla smart city alla comunità intelligente

La compagnia di taxi più grande del mondo, Uber, non possiede veicoli. La società di media più popolare del mondo, Facebook, non crea contenuti. Il più grande fornitore mondiale di alloggi, Airbnb, non possiede immobili. Il rivenditore più quotato al mondo, Alibaba, non ha inventario.
È l’economia della banda larga. Se le infrastrutture da sempre sono il fondamento della competitività economica, la banda larga è oggi l’infrastruttura regina dell’economia, e certamente la tecnologia che è cresciuta più rapidamente.
La banda larga permette città intelligenti: le smart city. Le tecnologie informatiche applicate alle nostre città le rendono migliori, consentono di gestire e monitorare accuratamente i processi urbani con risparmio di denaro, maggiore efficienza, offrendo un servizio migliore ai contribuenti.
Ma è proprio la diffusione della banda larga che ha alzato il livello della sfida, facendo della città intelligente una frontiera non più sufficiente. Non basta essere una smart city è necessario creare città migliori e per fare questo occorre divenire anche “comunità intelligenti”.
Peter Drucker, economista, padre della scienza del management, nel 1973 aveva previsto che nel giro di due decenni sarebbe stato impossibile per la classe media mantenere il proprio stile di vita con il lavoro delle proprie mani. Già allora Drucker previde che il mondo che conoscevamo stava cambiando. Egli chiamò il nuovo lavoro che sarebbe stato richiesto alla classe media “lavoro di conoscenza” e le persone che l’avrebbero svolto “lavoratori della conoscenza”.
Nell’ultimo decennio del XX secolo e nel primo decennio del XXI la profezia di Drucker si è avverata. Oggi, tutti i posti di lavoro desiderabili nelle economie industrializzate, e anche in quelle in via di sviluppo, richiedono componenti sempre più elevate di conoscenza rispetto al passato.
Le comunità intelligenti hanno come obiettivo quello di sviluppare una forza lavoro qualificata nel campo delle conoscenze, dalla fabbrica al laboratorio, dall’edilizia al call center o all’impresa.
L’opportunità di creare cittadini colti e competenti parte dall’infanzia e continua per tutta la vita, va dai programmi prescolastici alla scuola secondaria, dall’ istruzione tecnica superiore alle università.
È compito dei governi delle comunità intelligenti coltivare e nutrire le risorse della conoscenza. Accrescere l’offerta di conoscenza sul proprio territorio, aprire campus dei saperi, promuovere programmi di arricchimento nel campo della scienza e della ricerca, portare risorse educative e investimenti culturali nella comunità. Cambia pure l’ottica del rapporto tra scuola e lavoro, perché il lavoro che è richiesto non è più la mano d’opera del passato ma il lavoro di conoscenza, per questo nelle comunità intelligenti il governo locale opera a stretto contatto con le scuole e con le imprese per offrire agli studenti esperienze di prima mano, corsi di specializzazione in grado di prepararli alle carriere nelle industrie leader ed emergenti della comunità. Crescere i propri lavoratori della conoscenza è una parte del compito, come mantenerli e attirarne di più è un altro. Le comunità intelligenti investono in risorse fisiche e digitali, ma l’investimento prioritario è sempre più quello nelle risorse umane, nel capitale umano come condizione per migliorare la qualità della loro vita.
L’economia a banda larga è un’economia basata sull’innovazione. Il primo requisito per l’innovazione è la conoscenza. La banda larga è diventata il grande oleodotto dove passa il patrimonio di conoscenze del pianeta, rendendo possibile agli innovatori di imparare più velocemente che mai. Un altro requisito critico per l’innovazione è l’accesso al talento. La banda larga ha consentito alle multinazionali e alle piccole imprese di accedere efficientemente ai migliori talenti del mondo.
L’innovazione è essenziale per l’economia interconnessa del XXI secolo. Le comunità intelligenti perseguono l’innovazione attraverso un rapporto tra impresa, governo e università. È il triangolo dell’innovazione o la “triplice elica” che aiuta a mantenere i vantaggi economici dell’innovazione a livello locale, creando un ecosistema di innovazione che impegna l’intera comunità in un cambiamento positivo.
Creare, attrarre e mantenere i lavoratori della conoscenza sono i passi più importanti che una comunità può intraprendere per aumentare il tasso di innovazione. A differenza delle attività tradizionali come la maggior parte di noi le concepisce, un’impresa innovativa è tutta di persone e costruita sulla forza lavoro della conoscenza. Sono le “gazzelle”, come le ha definite l’economista statunitense David Birch, piccole, agili e aggressive start-up con grandi ambizioni, affamate delle risorse necessarie per raggiungerle. Oggi le “gazzelle” di successo, questi hub della conoscenza, secondo l’Ocse, creano in tutte le nazioni industrializzate la crescita del reddito sul quale si alimenta il resto delle economie locali.
Le comunità intelligenti sono, dunque, diverse, le comunità intelligenti adottano la tecnologia ma non la producono. Al contrario trovano usi intelligenti delle tecnologie sulla base della loro visione e delle soluzioni da dare ai loro problemi più urgenti. Si assicurano di avere la banda larga e le infrastrutture informatiche necessarie per essere competitive, sapendo che si tratta solo di mezzi per raggiungere i propri fini. La maggior parte delle loro risorse ed energie è volta a produrre conoscenza, a sviluppare una forza lavoro della conoscenza.
Più sforzo entra nell’elaborazione di un ecosistema di conoscenza e di innovazione che coinvolge governi nazionali e locali, imprese e istituzioni, più si creano posti di lavoro di alta qualità e si soddisfano esigenze sociali.
Molte smart city si limitano all’efficienza immediata, ai vantaggi delle nuove tecnologie, ma devono ancora intraprendere i primi passi verso la creazione di comunità intelligenti.

Salvare le banche è di sinistra

di Alice Ferraresi

Giorgio Gaber cantava “se la cioccolata svizzera è di destra, la nutella è ancora di sinistra” e snocciolava altri luoghi comuni su cosa è considerato di destra e cosa di sinistra.
“Salvare una banca” non è considerato né di destra né di sinistra: è impopolare e basta. Il concetto è la conseguenza di due postulati, entrambi errati: che salvare una banca significhi salvare i banchieri; che la banca sia un’azienda come tutte le altre.

Primo postulato: salvare una banca significa salvare i banchieri. Dovrebbe essere il contrario. Infatti, se si riuscisse a riportare nel capitale della banca almeno parte dei denari sottratti dalla mala gestio o dalla malversazione dei cattivi banchieri, tra punizione e sanzione dei primi e cura delle seconde ci sarebbe una relazione diretta: recupero capitali sottratti alla buona gestione e li reimmetto nella banca. Purtroppo in questo recupero l’attuale legislazione di diritto privato commerciale (anche internazionale) è gravemente carente di strumenti idonei a colpire gli interessi di chi ha soldi da nascondere. Semplicemente, gli strumenti della “libera finanza” sovrastano gli anticorpi normativi.
Peraltro questa è solo una parte del problema. La cattiva gestione dilapida denaro aziendale che non può essere tutto recuperato dalle tasche dei top manager: l’azienda che perde valore e capitalizzazione perde infatti tanto denaro, perchè scelte sbagliate la depauperano profondamente. Tuttavia sarebbe già un grande passo in avanti se alcune retribuzioni milionarie venissero rigorosamente agganciate al raggiungimento di risultati di buona gestione (che non significa la massimizzazione dei profitti di breve periodo). Invece, anche in questi giorni di grandi crisi bancarie, assistiamo a scandali come il trattamento economico – preceduto da un incredibile “bonus in entrata” – dell’AD di Pop Vicenza Iorio, che in 18 mesi di reggenza in una banca in grave dissesto (e nella quale i dipendenti rischiano posto di lavoro e parte della retribuzione) ha percepito circa diecimila euro al giorno. Una follia, un insulto. Un pactum sceleris tra privati che dovrebbe essere reso giuridicamente impossibile, dentro aziende in crisi. Non parliamo delle banche commissariate: qui la gravità delle sperequazioni è accentuata dalla segretezza da cui vengono circondati i compensi della compagine commissariale – che non aiuta una banca a guarire, casomai la aiuta a sprofondare; ma di questo parleremo magari un’altra volta…
Secondo postulato: la banca è un’azienda, quindi se è in dissesto deve poter fallire, come qualunque altra azienda. La banca è un intermediatore di denaro: raccoglie i soldi di proprietà dei suoi clienti, e li impiega prestandoli al territorio che ne ha bisogno per svolgere le sue attività economiche. Se una banca viene lasciata fallire, le due conseguenze immediate sono le seguenti: primo, una parte dei risparmi dei clienti viene espropriata, esattamente alla stregua di un credito che viene succhiato ed attratto nella massa di crediti di una procedura fallimentare, che verranno pagati se e quando sarà realizzato un attivo (questo drammatico effetto si è già visto a Ferrara, con la crisi Carife); secondo, la banca chiede ai suoi clienti di rientrare (ad un certo tempo) dai prestiti erogati, ma soprattutto ed immediatamente interrompe il sostegno economico ai suoi affidati. Questo secondo effetto è ancora più drammatico, perchè si porta dietro l’implosione del tessuto economico di un territorio. E’ infatti strettissimo il legame tra sistema produttivo e banche (specie banche del territorio): le imprese del territorio funzionano a debito. Pochissime sono quelle che lavorano esclusivamente con mezzi finanziari propri.
Questa descrizione dovrebbe far percepire una banca per quello che è realmente: una infrastruttura del territorio, esattamente come un tessuto stradale, una fognatura, una ferrovia. Questo rischio è tanto più alto quanto più la banca che entra in crisi finanzia ancora (anche se non esclusivamente) la maggior parte delle aziende di un territorio. E’ questo il caso di banche grandi(come MPS) ma anche di banche più piccole ma di estrazione territoriale (le due venete, Cassa Ferrara), che sostengono in maniera decisiva, piaccia o no, le aree di riferimento. Lasciare andare una banca del genere al suo destino equivale a far crollare un’autostrada ad alta percorrenza, un sistema viario. Sarebbe come far deragliare i treni perchè ci sta sulle scatole l’AD di Ferrovie dello Stato. Equivale a staccare il bocchettone dell’ ossigeno alle aziende del territorio. E’ quindi mistificatoria l’opinione di chi ritiene che il salvataggio di una banca non debba gravare sulla collettività, perchè è esattamente il contrario: è il dissesto irrimediabile di una banca che scarica tutto il suo fardello sulla collettività.

Per liberamente interpretare Giorgio Gaber: credo che salvare un cattivo banchiere sia di destra, mentre credo che salvare una banca sia di sinistra, perchè significa salvare i risparmi dei cittadini e il tessuto economico. Il nuovo governo, che nasce nel segno della continuità con il precedente, afferma di essere di centro-sinistra. E’ auspicabile che decida di affrontare la crisi del sistema bancario con un salto di qualità rispetto alla passata gestione. Le premesse purtroppo non sono buone.

La telenovela del ponte sullo Stretto: piuttosto andiamo a nuoto

Per favore, no. Un altro dibattito sul ponte dello stretto di Messina no. Sento che stavolta non usciremmo vivi da una nuova strage di sondaggi, opinioni, cittadini in libera uscita (favorevoli e contrari), che telefonano alle trasmissioni tv e radio.
E poi gli esperti: alla fine salta sempre fuori che esistono anche cattedre universitarie di pontologia, e pure applicata.
Possiamo capire che il Presidente del Consiglio, per catturare l’elettorato in prospettiva referendum costituzionale, le provi tutte pur di ribaltare sondaggi che pare pendano per il momento sul “no”. Però aggiungere, come ha fatto Matteo Renzi in occasione dei 110 anni del colosso delle costruzioni Salini-Impregilo, che si possono creare 100mila posti di lavoro, in una terra nella quale la parola “lavoro” è stata in pratica cancellata dal vocabolario…
Stupisce che ci sia ancora chi si ostina a vedere una partita continuamente rinviata per nebbia.
È come la barzelletta di quel tale che va al cinema a vedere il film in cui due cavalli fanno a gara. “Scommettiamo che vince quello nero?”, dà di gomito al vicino di poltrona. Constatato che il primo ad arrivare al traguardo è il purosangue bianco, sbotta: “È la centesima volta che vedo questo film, eppure stavolta mi sembrava che il nero avesse uno spunto in più”.
Il problema non è tanto se si sia d’accordo o contrari, ma come si possa continuare a credere che un paese che con la Salerno-Reggio Calabria sta facendo da decenni una figura da pirla davanti a tutti, possa ora realizzare un ponte mai nemmeno tentato da nessuno al mondo.
Chi mai scommetterebbe un centesimo, per esempio, che un panzone che passa le giornate al bar a forza di spritz e olive all’ascolana possa di punto in bianco battere il tempo di Usain Bolt sui cento metri piani, senza nemmeno essere certi che durante il seppur breve tragitto non sia assalito da una crisi d’identità?

Già Silvio Berlusconi dette il via all’inutile telenovela del ponte sullo stretto. Inutile per tutti tranne che per lo studio tecnico di chi curò, pare non gratis, la progettazione di un’opera che al confronto la piramide di Cheope sembrerebbe un bilocale con vista deserto.
Oltre alla sinistra, che pure quando ha i suoi cinque minuti buoni di luna di miele col paese si domanda “Dove ho sbagliato?”; prima o poi anche la destra dovrà fare i conti col proprio passato (anche) recente e analizzare senza sconti (stavo per dire in modo onesto, ma…) un consenso – spesso adorante e genuflesso – a un signore che qualcuno ha osato chiamare statista, anche se, già al momento della sua discesa in campo, era chiarissimo a gente come Fedele (sic!) Confalonieri e Indro Montanelli come in cima alla sua scala di priorità non ci fossero gli interessi nazionali.
Se ce la raccontano tutta, nella città in cui si vorrebbero fare le Olimpiadi, salta fuori che l’azienda pubblica dei rifiuti ha speso attorno al miliardo di euro per lavori senza mai avere fatto una gara d’appalto. Senza contare che la bellezza di un orizzonte unico al mondo è arricchito di nuovi ruderi, concepiti in occasione dei mondiali di nuoto del 2009 (non avanti Cristo). Geniale e originalissimo omaggio alla classicità.
Cosa fa pensare che stavolta il cantiere olimpico sarebbe stato diverso? C’è un esempio negli ultimi decenni di opera pubblica di un certo rilievo nel cui iter le cose siano andate come Dio comanda, o giornali e tv si divertono a raccontarci una storia campata in aria?

L’Italia, come dice il sindaco di Messina (non so e non m’importa di che colore sia), è il paese nel quale da una parte e dall’altra dello stretto, a eccezione forse dei sentieri Cai, mancano le infrastrutture più elementari e si pensa di stupire urbi et orbi facendo il record del mondo senza avere mai fatto una (dico una) seduta di allenamento.
Se nel calcio si dice che per stare in campo servono i fondamentali, oppure nella musica che per suonare il pianoforte prima bisogna sputare sangue da un solfeggio all’altro, perché mai c’è ancora qualcuno nel 2016 disposto a prestare orecchio a chi dice che i somari volano?
Come diceva Totò: “È la somma che fa il totale” e basterebbe vedere che qui di addendi ce ne sono davvero pochini.

fragilità-umana

A misura di fragilità umana

Molti eventi ci mostrano che siamo nel bel mezzo di cambiamenti epocali, per fronteggiare i quali ci servono nuove idee, nuove strutture, nuove istituzioni, un modo nuovo di pensare alla società e un diverso modo di rapportarsi con l’ambiente. Servono nuove istituzioni che portino fuori dalla pericolosa contrapposizione tra Stato e mercato, pubblico e privato; serve un modo di pensare flessibile che sappia riconoscere e confrontarsi con la complessità evitando la chiusura in sfere e settori separati intenti a raggiungere ognuno una propria efficienza che si traduce troppo spesso in spreco collettivo privatizzando i guadagni e socializzando le perdite. Occorre ripensare anche alla qualità degli ambienti di vita in stretta relazione ai bisogni umani che contraddistinguono la condizione sempre presente di fragilità umana.

Uno degli effetti positivi della crisi degli ultimi anni è quello di aver reso quanto mai urgente e necessario un cambiamento da lungo tempo auspicato, ma del quale tuttavia non è ancora chiara la direzione né i possibili effetti sui cittadini. Purtroppo in Italia manca ampiamente la capacità di ragionare per scenari, di immaginare un futuro possibile, di pensare in orizzonti di lungo periodo, di ipotizzare come potrà essere l’ambiente in cui vivremo nei prossimi anni. Il futuro prossimo dipende certo da molte variabili esogene e poco controllabili, ma dipende anche dai sogni e dalla volontà delle persone, dalle azioni finalizzate di organizzazioni ed istituzioni. Senza questa visione e senza strategia, il futuro semplicemente sarà imposto da altri attori e da altre forze alle quali si potrà solo reagire in termini di accettazione, fuga o rifiuto. Questo è particolarmente vero a livello di cittadini, del territorio sul quale vivono le persone ed operano le amministrazioni locali. A questo livello, si possono certo immaginare molti possibili scenari ma, tra questi, in linea più generale, due diversi e contrapposti possono aiutare la riflessione:

Possiamo descrivere il primo scenario (spinto dalla speranza e dalla responsabilità) come caratterizzato dal fiorire dei beni comuni, in cui gli spazi vivibili sono a misura di persona, e dove la proprietà privata (la casa innanzitutto) trova senso e valorizzazione all’interno di un ambiente urbanistico e sociale abilitante. Uno scenario caratterizzato dalla responsabilità dei cittadini, da aspetti comunitari diffusi e da un uso sociale delle tecnologie, dal primato del potenziamento delle capacità delle persone rispetto alla crescita forzosa del Pil, inteso come misura indubitabile del benessere delle comunità;

Sempre sinteticamente, il secondo scenario (spinto dalla paura e dall’avidità) potrebbe al contrario verificarsi in seguito al trionfo del privato e dalla distruzione definitiva dei beni collettivi, dove le persone “che possono” vivono in luoghi privati (abitazioni innanzitutto) completamente blindati e sorvegliati, ma inseriti in “non luoghi” insicuri e degradati, percorsi di transito videosorvegliati ed ipervigilati. Uno scenario che alimenta la paura e l’insicurezza, spingendo sempre più verso la giuridificazione dei rapporti umani e la perdita di libertà sostanziale.

I germi di entrambi gli scenari sono ben visibili a chi osserva le nostre città e i nostri paesi e, purtroppo, sembrano indicare un’inclinazione piuttosto inquietante verso il secondo, come attesta la costante distruzione di territorio (8 mq al secondo, come riporta La Stampa), la richiesta di maggiore video-controllo da parte dei cittadini, la cementificazione sistematica e l’inesorabile aumento del traffico privato, la produzione e gestione della paura da parte dei media e del mondo della politica. Per fortuna lo scopo della “scenarizzazione” è, anche, quello di aiutare a prendere decisioni strategiche che spostino il sistema verso uno stato piuttosto che un altro. Se pensiamo di collocarci, per puro esperimento mentale, in uno degli scenari, non possiamo prescindere dal fatto che tutti siamo (siamo stati o saremo) in stato di fragilità e bisognosi di cura: lo siamo stati per definizione quando eravamo bambini; lo siamo quando cadiamo ammalati o quando ci troviamo in stato di disabilità, anche temporanea; lo diventeremo, molto probabilmente, da anziani. Alcuni, i meno fortunati, lo sono per tutto il ciclo di vita, ma il rischio connesso alla fragilità incombe sempre su tutti ed in ogni momento. Basta un incidente, una malattia, una disgrazia, un tracollo finanziario.

Il modo in cui finora si è pensato di affrontare questi problemi di fragilità nel nostro sistema di welfare, ha coinciso con la creazione di servizi sempre più specializzati e specialistici che richiedono una precisa identificazione dei target e si basano, da un lato, sulle competenze di categorie di esperti e, dall’altro, sono orientati all’individuazione di sempre nuovi bisogni necessari a giustificare la loro stessa esistenza.

Come conseguenza di ciò, si è assistito negli ultimi decenni ad un aumento complessivo dei livelli di patologizzazione e ad un sostenuto incremento dei costi che appaiono oggi insostenibili. Anche l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) ha messo in risalto l’esigenza di modificare questo paradigma di riferimento, spostando l’attenzione da un modello di tipo medico (centrato sul problema personale, la cura medica, il trattamento individuale) ad uno di tipo sociale (centrato sul problema sociale, l’integrazione e l’inclusione, la responsabilità individuale e collettiva). Ragionare in termini di fragilità significa adottare un pensiero strategico che ponga l’accento sulle capacità e sul sistema anziché sulle carenze e sul singolo soggetto. Su questo riferimento generale si basa anche il noto modello Icf (International classification of functioning), ancora interpretato da molti come mero sistema di classificazione delle disabilità, è in realtà una strategia per costruire mondi a misura di fragilità umane ovvero ambienti a misura di bambini, di anziani e di disabili. Si badi: ambienti e non semplicemente servizi.

Come potrebbe essere strutturato un simile ambiente? Che caratteristiche dovrebbe avere partendo dal presupposto che ogni comunità ha la possibilità, per così dire, di crearselo su misura?

•Dovrebbe essere innanzitutto uno spazio sicuro, dove i soggetti in stato di fragilità possono muoversi con agio e sicurezza;
•dovrebbe essere un luogo di socialità intergenerazionale e interculturale che aiuti a rompere le separazioni tra gruppi sociali;
•dovrebbe essere un luogo comunitario ed aggregante dove le persone possono vedere facilitata la possibilità di collaborazione e di aiuto, che renda più facile la soluzione di possibili conflitti;
•dovrebbe essere uno spazio che funziona come una piattaforma abilitante, adatta a far emergere o a costruire le capacità delle persone piuttosto che un luogo specializzato (ed invivibile) di consumo o di produzione separato dal contesto.

Un territorio a misura di fragilità umane è innanzitutto un ambiente accogliente per tutte le persone, un bel posto dove vivere; esso presuppone probabilmente una mobilità pedonale e ciclistica, buon trasporto pubblico, bellezza ed estetica, presenza delle infrastrutture essenziali alla socialità e al comportamento civile. Presuppone, in altre parole, una pianificazione urbanistica (partecipata, che parta dal basso) a livello di sistema, la centralità dei beni comuni e il ridimensionamento di modelli di sviluppo basati esclusivamente sulla speculazione edilizia, sul dominio assoluto del mercato immobiliare, su tv e auto privata, sul consumo forzoso, sulla fretta e sulla presunta carenza di spazi, sulla manipolazione sistematica dei bisogni.

Che vantaggi comporta l’agire in un contesto ambientale e sociale a misura di fragilità umane? In un ambiente che, per essere a misura di bambini, disabili e anziani, è – a fortiori – a misura umana? Esso favorisce l’aumento e il rafforzamento delle reti fiduciarie, supporta e sostiene lo sviluppo di capitale sociale, contribuisce a rafforzare le istituzioni sociali che dovrebbero tutelare e potenziare i beni collettivi, contribuisce a costruire comunità e ne rafforza la resilienza, ha robuste implicazioni per la crescita sostenibile. Si tratta di un ambiente che motiva le persone ad attuare quei cambiamenti che sono indispensabili in una società responsabile ed umana, la cornice indispensabile per diminuire l’ormai non più sostenibile costo associato alle vecchie modalità di erogazione di servizi.

Modificare la struttura dell’ambiente di vita nella direzione delle fragilità umane è un passo imprescindibile (certamente non l’unico) per costruire nuove capacità e generare nelle persone che ci vivono la motivazione indispensabile per mettere a punto ed usare sistemi premianti per i comportamenti virtuosi. E’ tuttavia un passo che richiede molta consapevolezza da parte delle amministrazioni, grande coraggio e visione da parte della politica, molto senso strategico da parte di quei settori istituzionali (come ad esempio i servizi sociali e sanitari) da sempre più vicini al tema della fragilità umana e del bisogno.

Difficile forse, ma che cosa è in fondo la democrazia se non la capacità di esprimere uno stato che sia in grado di assegnare diritti alle istituzioni dei beni comuni e non solo ai mercati, alle lobby più potenti e alle imprese multinazionali private? Che sia in grado di garantire la giustizia senza causare necessariamente la giuridificazione forzosa dei rapporti sociali?

Si può fare! Passaparola

 

Dal blog di Bruno Vigilio Turra valut-azione.net

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