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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Dentro alle classi, fuori dalla rete

Solo il 9% delle classi delle nostre scuole ha una connessione internet. È il dato fornito dall’Ocse e recentemente rilanciato da Il Sole 24 ore. Nei Paesi con i migliori risultati nei test Ocse-Pisa, questa percentuale supera l’80%.
Il dato però merita di essere letto non solo dal punto di vista del gap tecnologico in quanto tale, ma piuttosto avendo l’occhio alla qualità e alla natura degli apprendimenti che il nostro sistema scolastico fornisce.
Innanzi tutto, i nostri ambienti di apprendimento non si dilatano, non superano i confini delle aule scolastiche e il grande mondo globale dell’informazione tecnologica ne resta escluso. Ciò che ha cambiato la mappa mondiale dell’istruzione, consentendo anche alle scuole più piccole e sperdute del mondo di accedere attraverso internet a numerose opportunità didattiche, nel nostro Paese è sacrificato alle lezioni frontali, al libro di testo, sorta di personal text, o al personal computer per usi che poco hanno a che vedere con l’istruzione.
Sorge il sospetto che il ritardo sia intenzionale, perché l’uso prevalente di internet a scuola potrebbe far scoprire a insegnanti ed alunni l’enorme quantità di materiale offerto loro da organizzazioni non governative, in particolare quelle per i diritti umani e a tutela dell’ambiente, curricoli che hanno come obiettivo la salute, la longevità e il benessere individuale, materiale che spesso entra in rotta di collisione con l’influenza esercitata dallo stato sulle sue scuole. Basterebbe consultare, solo a titolo di esempio tra i tanti, il sito web del programma ambientale delle Nazioni unite (United nations environment program), che offre agli studenti materiale per lavorare su temi come l’atmosfera, le risorse di acqua dolce, oceani, coste, terra, cibo, urbanizzazione, biodiversità, foreste e energia, oltre all’economia e allo studio delle popolazioni.
Queste organizzazioni mondiali offrono innovativi programmi scolastici secondo un approccio olistico, materiali didattici e libri elettronici da scaricare, ma se manca internet è difficile poter accedere alle loro risorse multimediali, per di più libere. L’idea di una scuola mondiale non è quella che tutte le scuole del mondo funzionino alla stessa maniera, ma che le scuole tra loro, da diverse parti del pianeta, possano comunicare, dialogare, essere i luoghi vivi di ricerche, sperimentazioni e rinnovamento pensati, condivisi, valutati su scala planetaria, creare coesione mondiale, perché questa è la carica rivoluzionaria di internet nella scuola, perciò non avere l’accesso a internet è come essere relegati nell’angustia del proprio mondo cattedra-centrico.
Si potrà forse obiettare che nell’uso delle tecnologie informatiche anche nel nostro Paese esistono esempi di buone pratiche. È il caso della “Classe capovolta. Innovare la didattica con la flipped classroom”, pubblicato da Erickson, in cui Maurizio Maglioni e Fabio Biscaro, insegnanti nelle scuole secondarie, raccontano quanto hanno direttamente sperimentato nel quotidiano delle loro classi.
Le opportunità offerte dall’uso delle nuove tecnologie vengono qui utilizzate, soprattutto attraverso la predisposizione di video, per ‘capovolgere l’insegnamento’ in modo che ogni studente a casa propria, collegandosi alla piattaforma della scuola, possa disporre del materiale per prepararsi ad affrontare la lezione del giorno dopo in classe. In questo modo ognuno apprende secondo i propri tempi e ritmi e può andare a scuola sapendo già quali domande porre all’insegnante in merito a quanto non ha compreso o che vorrebbe approfondire.
Non più lezioni ex cathedra, un modo per razionalizzare il tempo d’aula e utilizzarlo invece per rispondere alle domande degli alunni, per organizzare lavori di gruppo e per tante altre attività.
Trovo la cosa geniale dal punto di vista delle strategie didattiche, di come le Tic possano essere utilizzate per restituire centralità all’insegnamento, l’interesse ad apprendere, la mobilitazione della classe, ma mi sembra che l’obiettivo rimanga sostanzialmente angusto. La sostanza della scuola, dei suoi curricoli, del suo modo d’essere non cambia. È certamente lodevole questo tentativo di rendere più gradevole lo studio e le aule ai nostri giovani nativi digitali, ma, a mio avviso, molto distante dal cogliere le grandi opportunità dal punto di vista culturale, dal punto di vista della comprensione del mondo offerte dalla rete per quanti a scuola sanno usare internet per proiettarsi all’esterno, per aprire finestre verso nuove esperienze culturali, verso nuove sfide, per comunicare con gli altri. Perché soprattutto di tecnologie della ‘comunicazione’ si tratta, non per comunicare tra di noi, ma con il mondo intero, conoscerne i messaggi, le occasioni, le sfide, i drammi e le contraddizioni.
Nel secolo della comunicazione, nel pianeta attraversato da reti, fax, telefoni cellulari, modem e internet, l’incomprensione permane generale. È davvero paradossale. Il problema della comprensione è la grande sfida che può essere giocata attraverso tecnologie e reti della comunicazione, comunicare per comprendere, comprendere per comunicare. Questa è la prima finalità d’ogni istruzione. Non disporre degli accessi ad internet nelle nostre scuole significa forse sapere tutto il programma e il libro di testo per ogni disciplina, ma comporta il dover rinunciare ad apprendere come conoscere e comprendere il mondo.
Allora ciò che c’è da capovolgere non è solo la classe, va proprio ribaltato il sistema d’istruzione. E la rete è senz’altro lo strumento indispensabile affinché l’esterno divenga l’interno delle nostre classi e il dentro si faccia sempre più fuori.

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“L’economia del noi” diga alla straripante ondata di neoliberismo

Alcuni futurologi affermano che tra 10 anni almeno il 30% dei lavori saranno totalmente nuovi e tutti da inventare e che una grande percentuale dei lavori che sono svolti comunemente oggi saranno obsoleti e rimpiazzati dalle macchine intelligenti: una prospettiva ad un tempo affascinante ed inquietante.
Vero o meno che sia, la società sta cambiando in modo turbolento, spinta da numerosi fattori che sono riconducibili ad aspetti diversi della struttura e del sistema sociale: alcuni di essi sono sicuramente globali e riguardano ad esempio le istituzioni finanziarie, economiche ed amministrative, gli equilibri geopolitici, le culture, le dinamiche socio-demografiche globali. Alcuni, hanno una dimensione continentale, altri ancora hanno una scala più regionale, connessa agli Stati, ai loro ordinamenti e alle relative società e culture che li hanno espressi. Altri ancora, più vicini all’interesse immediato delle persone, si sviluppano a scala locale pur essendo connessi inestricabilmente agli eventi e ai processi che si manifestano nei livelli superiori.
Uno dei fattori più citati è rappresentato senz’altro dalla tecnologia, ovvero dalla sistematica applicazione di concetti e saperi scientifici a processi di manipolazione tecnica del mondo e dei suoi ambienti. La diffusione della tecnologia così intesa è esponenziale: sotto il suo dominio cadono senza ombra di dubbio non solo le procedure di manipolazione della materia, che solitamente associamo al progresso ma campi che fino a poco tempo fa sembravano essere riconducibili ad un umano resistente a qualsiasi forma di manipolazione tecnica. Ecco dunque che dobbiamo riflettere non solo sulle note tecnologie di fabbricazione ed assemblaggio, metallurgia, impianti chimici e materie plastiche, applicazioni militari, costruzioni, trasporto, produzione di alimenti, nuove forme di energia (tutte tecnologie che avevano a che fare con la gestione del mondo “li fuori”) ma, e sempre più spesso, con tecnologie che impattano direttamente sull’identità stessa delle persone, come quelle afferenti il trattamento automatico delle informazioni, le comunicazione di massa, le tecnologie dell’organizzazione di sistemi complessi, della biologia umana, del controllo del comportamento, dell’intelligenza artificiale, dell’educazione…

Questo ecosistema tecnologico sempre più vasto e sempre più pervasivo è fatto assai di più di piattaforme che di prodotti, più di mega sistemi che di oggetti e servizi che possiamo esperire direttamente. Si pensi ad esempio alla gigantesca infrastruttura assolutamente tangibile che rende possibile internet ed ogni tipo di scambio basato sul bit, e consente di connettere oggetti intelligenti tramite il cosiddetto internet delle cose; si pensi più prosaicamente al sistema della logistica globale che garantisce lo scambio di merci, alle reti viarie, alle reti intelligenti di distribuzione dell’energia elettrica piuttosto che a quelle che consentono di gestione dell’acqua. Si tratta di infrastrutture che diventano sempre più grandi, sempre più interconnesse e sempre più intelligenti grazie al contributo delle tecnologie digitali.
In tale contesto lo statuto e la concezione stessa del lavoro non può che cambiare profondamente.

I segni di questi cambiamenti epocali sono del tutto evidenti nel dramma della disoccupazione e nel trasferimento di ricchezza verso lo strato più abbiente della popolazione (ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri, impoverimento della classe media); essi si colgono anche in tutti quegli approcci innovativi che interpretano creativamente queste sfide e le affrontano in modo nuovo attraverso pratiche che possiamo definire di innovazione sociale. Dietro a questo possiamo senz’altro scorgere uno degli assunti chiave dell’ideologia neoliberista: quello che ogni persona sia un imprenditore (o, comunque, imprenditore di se stesso) che si muove liberamente cercando di individuare opportunità da tradurre in profitto. Ma vi si può leggere anche dell’altro forse più importante ai fine della presente discussione.
Innanzitutto una possibile trasformazione del ruolo di consumatore, un suo passaggio da entità passiva e manipolabile (ecco un risultato dell’applicazione di specifiche tecnologie) ad un ruolo di co-produttore (il prosumer delineato in tempi non sospetti da Rifkin); una tendenza rafforzata dall’avvento delle tecnologie 3D (stampanti) e dall’affermarsi del movimento dei makers (il nome non inganni: l’italianissima scheda Arduino costruita ad Ivrea ne è una delle componenti essenziali); una tendenza che fa pensare alla possibilità di autocostruire qualsiasi cosa seguendo un approccio di tipo artigianale in un ambiente locale e domestico.
In secondo luogo l’ecosistema tecnologico consente la possibilità di lavorare su mercati basati sulla cosiddetta coda lunga: non più produzione di massa dunque, ma, piuttosto personalizzazione di massa, possibilità di costruire piccoli e anche piccolissimi lotti in modo economicamente conveniente in base alle specifiche di clienti particolari
In terzo luogo estensione dell’approccio open source reso celebre da Linux, esaltato dall’etica hacker e regolamentato dalle licenze Creative Commons, che ha dimostrato come apertura e collaborazione possano rappresentare una soluzione vincente in un contesto che sembrava caratterizzato dalla chiusura e dalla competizione feroce.

Proprio l’apertura a nuovi spazi di collaborazione di massa rappresenta forse l’elemento di più rilevante rottura rispetto alla logica della vecchia società industriale. Wikipedia rappresenta un esempio che abbiamo proprio sotto il naso ma la stessa logica è stata utilizzata per il progetto Genoma Umano ed è stata industrializzata sulla piattaforma Innocentive, un portale dove imprese ed istituzioni di ogni tipo lanciano questioni (tecniche) offrendo ricompense molto interessanti a chiunque proponga soluzioni realmente praticabili (provare per credere).
Questo ritorno alla collaborazione si manifesta anche a livello locale attraverso una pluralità di piccole iniziative fondate sulla collaborazione che stanno acquistando sempre più visibilità anche in Italia; esse investono campi che vanno dalla finanza, con le piattaforme pensate per il finanziamento popolare (crowdfunding, come ad esempio la bolognese e femminile Ginger), all’organizzazione, con le varie iniziative fab lab, finalizzate ad assemblare e costituire comunità produttive nei più diversi settori; vanno dalle piattaforme di incontro tra domanda ed offerta (anche) di lavoro, alla messa a disposizione di spazi comuni di lavoro (coworking). Queste iniziative sono ad un tempo manifestazioni empiriche di un movimento di pensiero, organizzazioni innovative, risposte alle sfide del nuovo ambiente e soluzioni lavorative che mettono insieme, in modo nuovo, risorse ed opportunità dei territori connettendole spesso con reti più ampie, a volte globali. Proprio il coworking si contraddistingue per essere uno stile lavorativo che mette insieme, in uno spazio comune dotato di servizi basilari, soggetti che condividono valori i piuttosto che professionalità o conoscenze. In questi ambienti assai diversi dagli incubatori di impresa, dagli studi associati e dai business center (che in Italia raramente hanno funzionato bene) si privilegia l’aspetto sociale, informale, collaborativo con una forte centratura sulla comunità piuttosto che sul profitto; si valorizza la creatività e l’innovazione che può nascere dall’incontro e dalla integrazione possibile di saperi anche molto differenti favorendo processi di impollinazione incrociata (cross fertilization); si usano massicciamente le nuove tecnologie digitali e si calano localmente quegli approcci che hanno creato il successo del movimento open source così lontani dal consueto modo con cui si intendeva, fino a pochi anni fa, il fare azienda e il fare business. In Italia gli spazi coworking possono essere ricercati anche attraverso portali dedicati (ad esempio coworking for, leggi qua) e sono ormai numerosi i network ai quali è possibile l’affiliazione: tra questi Cowo (nato nel 2008 che vanta 115 spazi in 64 città tra Italia e Svizzera), Talent Garden [leggi qua] (in 9 città italiane e 6 estere), The Hub [leggi qua] (63 nel mondo sparse nei 5 continenti di cui 6 in Italia), Multiverso (4 sedi in Toscana) e molti altri casi che aggregano risorse ed opportunità con soluzioni spesso innovative che spaziano dal welfare alle professioni creative, dalla co-creazione di eventi alla co-progettazione.

Queste diverse forme organizzative che danno corpo all’ “economia del noi” fondata sulla collaborazione mediata dalla tecnologa sono indubitabilmente in forte crescita; non è dato sapere tuttavia se le risposte locali cresciute in Italia saranno in grado di rispondere alle sfide poste, anche in termini occupazionali, dal nuovo ambiente che sta prendendo forma, fortemente caratterizzato dalla presenza pervasiva di un ecosistema tecnologico in rapida evoluzione ed espansione; di sicuro mostrano un modo nuovo di affrontare le sfide del lavoro recuperando il posto dei valori, sostituendo la flessibilità delle reti alla forza bruta delle gerarchie, trasformando la creatività in innovazione. Per certi versi si tratta di forme ibride che trovano forse riscontro in una sorta di nuova forma di artigianato (3.0) la cui esistenza è resa possibile dalla scoperta e dalla presenza di una massa di mercati di nicchia.
La tecnologia, meglio l’ecosistema tecnologico che ne è la base portante, affascina ed impaurisce ad un tempo; non a caso nell’ultimo secolo hanno proliferato intorno ad essa utopie (pensiamo al futurismo e agli attuali movimenti transumanti) e distopie (“Il mondo nuovo” di Huxley e gli incubi di Philip Dick solo per citarne un paio): ma le pratiche menzionate mostrano che innovazioni sociali realmente praticabili sono possibili anche partendo dal basso, anche in luoghi periferici ed anche al di fuori dei circuiti consolidati, purché esista spirito imprenditoriale ed un contesto favorevole alla sperimentazione.

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ECOLOGICAMENTE
L’evoluzione del sistema dei servizi pubblici

Erano le nostre aziende municipalizzate. Le chiamavamo Amiu e Amga, erano pubbliche. Ora al loro posto c’è Hera, è quotata in borsa, il sindaco (come altri) ne vende le quote, e non capiamo più bene se sia ancora pubblica o privata.
In questi anni c’è stata una grande evoluzione del sistema dei servizi pubblici, avvenuta grazie all’intensa attività delle imprese ex-municipalizzate e alleanza da loro contratte, che hanno saputo sviluppare forti strategie aziendali e innovative politiche industriali. Le trasformazioni societarie, le alleanze, le nuove acquisizioni e soprattutto i processi di unificazione hanno infatti radicalmente modificato il quadro dell’offerta di un nuovo mercato competitivo nei servizi pubblici locali. Tutto questo non è certo una novità, ma rileggere questa evoluzione può essere utile.

E’ ormai avviata da tempo una nuova politica industriale nel settore: è in atto, assieme ad una rinnovata legislazione (che in verità propone cambiamenti da molti anni, con modesti risultati) e ad una crescente sensibilità collettiva sulle problematiche ambientali, una forte consapevolezza “industriale” di interesse economico-imprenditoriale. Il processo di trasformazione è avvenuto sicuramente da una spinta fortemente innovativa sia istituzionale che imprenditoriale orientata a favorire la realizzazione di sistemi integrati, la realizzazione di ambiti territoriali omogenei, lo sviluppo tecnologico ed impiantistico, il coinvolgimento industriale. Forse un poco meno il coinvolgimento dei cittadini.
Nel quadro di economie aperte abbiamo imparato con il tempo che bisogna avere una forte capacità di innovazione degli strumenti di governo del territorio e dunque delle istituzioni. E’ stata infatti necessaria una definizione dei progetti di sviluppo, una nuova ricerca di soluzioni ai problemi di coordinamento (di politiche, di strumenti e di risorse) e di compartecipazione (di soggetti pubblici e privati) a livello territoriale. Il ruolo dell’impresa di servizi pubblici è sicuramente stato una delle questioni di fondo della politica territoriale delle istituzioni. Bisogna allora saper distinguere tra imprese pubbliche (dunque con capitale pubblico) e aziende di servizi pubblici (di cui non interessa a chi appartiene il capitale, ma come e dove operano). L’impresa di servizi pubblici, infatti, è un’impresa che deve operare economicamente perseguendo fini collettivi e risultati sociali e quindi non è valutabile solo per fattori quali efficienza e profitto, ma in particolare modo per il contributo che può dare al benessere della società.

Il settore dei servizi ambientali sta dunque evolvendo verso una struttura reticolare in cui crescono i valori della dimensione di scala e degli ambiti territoriali ottimali come esigenza di integrazione. Attualmente le concentrazioni d’imprese, la politica industriale di miglioramento e la crescita dell’imprenditoria pubblica hanno prodotto crescita del valore, economie di scala ed efficienza economica che però non hanno avuto effetti positivi e benefici sulle tariffe applicate che aumentano sempre.
L’obiettivo generale è stato ed è quello di costruire grandi imprese o comunque alleanze tra imprese per favorire occupazione e investimenti in un settore ambientale sempre più qualificato e rispondente alle esigenze del territorio (tutela dell’interesse pubblico nel rispetto degli indirizzi comunitari), come ad esempio le principali aziende nel settore idrico: Acea con oltre 8 milioni di utenti serviti, seguito dall’Acquedotto Pugliese con 4 milioni, come anche dal gruppo Hera (che ormai rappresenta tutta l’Italia orientale mediterranea dal Friuli alle Marche), poi Iren con 2,4 milioni di utenti e Metropolitana Milanese e Smat rispettivamente con 2 milioni, poi A2A con 800.000.

Nel settore dei servizi pubblici ambientali si pone dunque in misura pressante la questione di quali siano gli strumenti che meglio possono offrire garanzie di qualità complessiva al consumatore. Impiegando diversi approcci, la letteratura economica ha tentato di verificare l’ipotesi che una gestione aziendale attenta alle tematiche inerenti gli effetti sulla qualità complessiva produca più valore di quel che costa e che se quindi aggiunge valore, allora va tutto bene.
Nel contempo però il quadro di riferimento nazionale sui servizi pubblici locali ha proposto una visione articolata e complessa con molti elementi di criticità e qualche prova di debolezza, soprattutto in relazione alla capacità di governo e di programmazione di questi servizi. Vi è dunque ancora un forte squilibrio territoriale, con enormi differenze Nord-Sud, e si è ancora in presenza di un mercato confuso, ma soprattutto vi è una pesante criticità nel sistema di regolazione economica dei servizi (scarsa cultura dei costi e delle tariffe del settore). Tariffe crescenti, aumenti di disagi, preoccupazioni di inquinamenti, ritardi nelle soluzioni e soprattutto scarsa fiducia. I cittadini hanno una percezione scarsa dei servizi, non si fidano delle capacità di risposta ai loro bisogni. Non è un giudizio, ma una constatazione.
La stessa evoluzione normativa e la definizione delle regole sono in palese ritardo, nonostante stia enormemente crescendo il livello di percezione dei cittadini della importanza dell’ambiente. Nonostante questo si può comunque rilevare che è in atto un processo di miglioramento o comunque di trasformazione. Si evidenzia nello specifico un sistema sufficientemente attivato per il ciclo idrico integrato (almeno sulla carta) e ancora un sistema frammentato, ma in evoluzione, per la gestione dei rifiuti.

In Emilia Romagna, forse meglio che da altre parti, il primo importante risultato raggiunto è stato la completa attivazione delle gestioni integrate, sia per il ciclo dell’acqua sia per la gestione dei rifiuti che, com’è noto, risultano essere una peculiarità della nostra regione. Sul piano delle gestioni, in particolare, si è andati ad una graduale eliminazione di quelle in economia e si è attivato con successo un profondo processo di graduale aggregazione che ha portato alla strutturazione di due grandi aziende di riferimento e a una crescente standardizzazione dei servizi per tutto il territorio regionale (un poco meno in questa provincia).
Partiamo dunque da un importante dato di fatto: in questa regione si sta meglio che altrove (qualità paragonata). Con orgoglio si può dire: merito di capaci amministratori, di qualificati gestori e di cittadini seri, ma questa piacevole consapevolezza non deve essere una giustificazione né un eccesso di autostima. Il dibattito rimane aperto.

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Creare un marchio per ridare polpa alla frutta ferrarese

Nessun romanticismo, ma duro lavoro e nuove sfide per cercare un punto d’equilibrio tra mercato, produzione e commercializzazione di frutta, verdura e cereali nell’interesse dell’uomo, della natura e, non ultimo, di una sana economia. Un processo indispensabile cui si affiancano alcune esigenze: creare nel Ferrarese un marchio di prestigio spendibile a livello nazionale e internazionale, puntare sull’innovazione applicata all’agricoltura e sulla multifunzionalità delle piccole aziende. E’ la chiave di lettura che Stefano Calderoni, 33 anni, ex assessore provinciale e presidente della Confederazione italiana agricoltori di Ferrara, dà a un comparto su cui è fondata gran parte della nostra economia. “La nostra agricoltura è diventata con il passare del tempo sempre più industriale, sicché lo spazio per i giovani e le piccole imprese è sempre più marginale – spiega – Tra gli aspetti penalizzanti c’è poi la mancanza di identità delle nostre produzioni. Nonostante i 7mila ettari coltivati a pera, che ci rendono leader della produzione nazionale di cui deteniamo il 35 per cento, non abbiamo una reputazione tale da incidere come si potrebbe sul mercato nazionale e internazionale”.

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Stefano Calderoni è il presidente provinciale della Confederazione italiana agricoltori (Cia) di Ferrara

Le aziende familiari vanno perdendosi, nulla sembra favorire l’insediarsi di imprese giovani o rinnovate, oggi chiamate a fare i conti con affitti del terreno sempre più alti. La maggior parte della terra è nelle mani di un pugno di produttori così, come ogni cosa rara, il suo costo lievita: “Nell’arco di poco tempo il prezzo delle locazioni è raddoppiato – dice – se l’affitto di un ettaro si aggirava sui 700 euro, oggi può arrivare a 1.500”. La situazione non è brillante tanto più in rapporto al mancato rendimento degli investimenti: “Si arriva a produrre a 30 per vendere a 25 centesimi al chilo”, sottolinea. A farne le spese sono soprattutto le piccole realtà, destinate a scomparire per la mancanza di ricambio generazionale e per le difficoltà, operata principalmente dalla pressione fiscale, imposte a chi vorrebbe rilevarle. “Subentrare nella gestione, magari avendo lavorato nella medesima azienda, ha costi altissimi – continua – E’ il motivo per cui abbiamo proposto di inserire nel disegno di legge una serie di sgravi per incoraggiare la continuità di attività altrimenti destinate a morire”.

L’assenza di un’identità di pregio, situazione molto ben risolta dal marketing intrapreso dal consorzio Melinda, ci ha portato a ignorare le nostre opportunità, una delle quali sta nel far fruttare al meglio il riconoscimento Unesco di cui godiamo: “Il consorzio trentino dà oggi il prezzo della mela. Ha fatto del marketing, ha usato l’e-commerce raggiungendo risultati importantissimi. Se noi fossimo californiani, avremmo già emesso un nostro marchio, sfruttato i vincoli e i vantaggi di vivere sotto l’ombrello dell’Unesco – continua – Il tentativo di essere riconosciuti come riserva nell’ambito del progetto L’Uomo e la biosfera poteva rivelarsi una buona occasione anche per l’agricoltura, ci avrebbe permesso di recuperare le caratteristiche delle produzioni di pianura scomparse con l’avvento dell’agricoltura industriale”.

La concentrazione agricola ha cancellato non solo la varietà di piante, ma anche la vocazione a produrre cibo, che insieme alla disponibilità d’acqua, è oggi uno degli elementi fondanti della geopolitica. Se la speculazione aggressiva inghiottirà il mercato, una grande fetta di mondo sarà destinata a un ben triste destino. E’ un problema che riguarda tutti da vicino. “La Cina compra terra in Africa, la fa coltivare alla manodopera locale e si porta a casa le produzioni. In questo non c’è alcuna solidarietà sovralimentare – prosegue – E’ la questione delle questioni, ne capiamo la portata, ma il nostro modello economico condiziona l’attività degli agricoltori. I prezzi li valuta la borsa, non siamo noi a determinarli, li subiamo”. Soluzioni? “Stiamo cercando di sviluppare una proposta sindacale basata sulla difesa del territorio, sull’etica e l’identità – spiega – Non è nella prossimità che si consolida il miglior rapporto tra produttore e consumatore, ma nel modo rispettoso di produrre a tutti livelli. E’ innegabile che dietro ai prezzi bassi ci sia un processo di sfruttamento a cominciare dalla manodopera”. Invertire la marcia è possibile? Si spera nella politica e ci si prova con progetti come “Donne in campo”, con le produzioni di nicchia, biologiche, diversificate, le collaborazioni sperimentali come quella con l’Istituto Navarra e il Cnr, le sturt up dedicate all’innovazione che vanno dalla domotica al servizio dell’agricoltura alle aziende a impatto zero, dalla fattoria didattica alle produzioni solidali di filiera corta come “Terra-Luna”. E’ancora un microcosmo a visibilità ridotta, ma tradisce vivacità, desiderio di esistere, di diventare futuro.

C’è poi il prossimo convegno FuturPera, il salone internazionale della pera, in programma dal 19 al 21 novembre, una ricchezza per la città e la sua provincia coinvolte per tre giorni dall’iniziativa. “Si tratta di un focus sulla pera pensato per scrivere una sua nuova storia, per stimolare il consumo interno e l’export. Non basta saper produrre è necessario saper vendere bene il proprio prodotto – spiega – Esportiamo il 48 per cento delle pere in Germania, lo facciamo con una ventina di piattaforme, mentre i nostri concorrenti Belgio e Olanda, lo fanno insieme, consapevoli del fatto che le strategie commerciali non possono prescindere dalla massa critica e dalla velocità della risposta alla domanda di fornitura”. L’evento ospita anche Interpera, dedica spazio all’innovazione, concilia la parte tecnica alle tendenze di mercato, si adopera per l’accoglienza dei compratori stranieri e per la prima volta propone il “business to business. FuturPera è un appuntamento importante per concentrarsi sulle esportazioni. “Pur restando il terzo brand, fenomeno dovuto all’aumento dei consumi, nell’export siamo più indietro degli altri – dice – La Germania arriva a 20 miliardi di euro e, i dati Nomisma, danno in crescita i paesi del sud America”. Correre ai ripari è indispensabile, tanto più a fronte di recenti scricchiolii legati al fermo dell’export in Russia dovuto, secondo Calderoni, non tanto all’embargo quanto al crollo economico del Paese, e in Libia, dove il prodotto di piccolo calibro aveva un suo mercato, cancellato dalla pericolosità dei venti di guerra.

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Azienda agricola innovativa cercasi. Un bando per le start up, pronti 150mila euro

La provincia di Ferrara è fortemente caratterizzata dall’agricoltura: nonostante risenta della crisi, resta una delle attività produttive più importanti. Per questo Legacoop Agroalimentare Nord Italia, Innovacoop e Coopfond, stanno promuovendo anche sul nostro territorio, il bando Farmability che scade il prossimo 31 marzo.
Sono interessate dal bando le regioni Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia-Giulia. Quello che si cerca sono 20 idee ad alto contenuto di conoscenza e di innovazione. Gli ambiti tematici sono: qualità, sicurezza e miglioramento delle proprietà nutrizionali e salutistiche degli alimenti; sviluppo di sistemi di produzione e commercializzazione basata su un uso efficiente delle risorse e sul miglioramento della produttività; nuovi sistemi organizzativi basati sull’utilizzo delle nuove tecnologie dell’Ict; riduzione e valorizzazione degli scarti della produzione agricola e dell’industria alimentare e sviluppo della chimica verde; nuovi prodotti per lo sviluppo sostenibile dell’agricoltura e riduzione degli input chimici.
In buona sostanza è un bando che vuole stimolare l’avvicinamento tra due mondi: quello dell’agricoltura e quello della ricerca per spingerli a collaborare e a unire le forze per risolvere problematiche trasversali.
I progetti selezionati verranno accolti in un percorso di formazione, consulenza specialistica e tutoraggio cooperativo, che prevede che imprese consolidate mettano a disposizione degli aspiranti cooperatori, l’esperienza delle persone della propria azienda in un percorso di affiancamento e accompagnamento finalizzato a contribuire ad abbattere il rischio di mortalità tipico delle start up innovative.
Alla fine del percorso, tra quelle costituite in cooperativa, verranno individuate tre start up che otterranno: servizi personalizzati; un contributo a fondo perduto di cinque mila euro per il sostegno alle spese di costituzione; la possibilità di finanziamento fino al 50% degli investimenti e fino ad un massimo di 150 mila euro non assistiti da garanzie dietro istruttoria di Coopfond.

Ferrara è stata l’unica città che pur non essendo capoluogo di provincia, ha avuto una presentazione ad hoc del bando, “perché – ha spiegato Chiara Bertelli di Legacoop – il territorio, con la sua forte vocazione e tradizione agricola, ha bisogno di approfondire il tema e di considerare l’innovazione del settore come uno dei suoi asset strategici”. L’incontro si è svolto presso la Tenuta Garusola di Filo di Argenta, dove ha sede lo spaccio aziendale della Cooperativa Giulio Bellini. Presenti una trentina di persone: soprattutto agricoltori, qualche amministratore, ma nessuno studente.

I relatori che si sono succeduti sono partiti da alcune domande: il modello di impresa cooperativo è un modello attuale? Risulta attrattivo per i giovani? “La prima risposta – dice la Bertelli – potrebbe stare nell’articolo pubblicato su Wired il 26 gennaio scorsoche titolava “Perché le cooperative possono salvare l’economia” [vedi] . Si dice che le cooperative sembrano non aver sentito la crisi: secondo i dati raccolti dal rapporto Euricse, nel 2011 la produzione è aumentata del 8,2%, mentre gli investimenti del 10,6%. E ancora meglio sono riuscite a fare le cooperative sociali, che tra il 2008 e il 2011 hanno aumentato la produzione del 14,1% e gli investimenti di quasi il 20%. Secondo molti economisti, le cooperative reagirebbero agli andamenti economici in maniera anticiclica, cioè risentendo meno dei momenti di recessione”.
“La seconda risposta – prosegue la Bertelli – legata soprattutto alla questione ‘giovani’, è insita nel modello. La cooperativa nasce per rispondere a un bisogno, espresso dalle persone. Per esempio creare lavoro, condividere (magari tra giovani professionisti) competenze e strumenti, raggiungere, attraverso l’aggregazione di più soggetti, obiettivi più ambiziosi. Poi, come ci ha spiegato Sante Baldini, presidente della Bellini, chi ha messo da parte il patrimonio, reinvestendolo in cooperativa (e non distribuendo utili come fanno le spa), è riuscito negli anni a sviluppare costantemente ricerca e innovazione. La Coop Bellini da anni è impegnata in processi di innovazione, attraverso la ricerca”.

Alla fine della giornata di incontro, però, sono emerse altre domande, che avevano a che fare con l’assenza di studenti e ricercatori e con le parole della professoressa Ramaciotti, che ha evidenziato due cose: a Ferrara non esiste una facoltà di agraria e la ricerca universitaria nel settore è poco presente (il tecno-polo Terra&acquatech si occupa in maniera ampia di ambiente e risorse). “Perché – chiede la Bertelli – in un territorio a tradizionale vocazione agricola non si è mai sviluppato un polo di formazione e ricerca a supporto? La Fondazione Navarra, per cui era presente il vicepresidente Stefano Calderoni svolge egregiamente la sua parte. Calderoni ci ha illustrato alcuni filoni di attività e alcuni progetti di ricerca. Probabilmente, dovessero arrivare da Ferrara progetti di start up cooperativa nell’ambito dei servizi innovativi all’agroalimentare, lo si dovrebbe all’Istituto e alla Fondazione, molto più che all’ambito universitario”.

Per chi fosse interessato ad avere maggiori informazioni sul bando, i contatti sono:
Francesca Montalti
www.coopstartup.it/farmability
farmability@coopstartup.it

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Non solo politica: altri modi per partecipare

Ho letto che a Los Angeles gli amministratori stanno prendendo in considerazione l’idea di introdurre una lotteria per premiare i cittadini che andranno a votare per le elezioni locali, come soluzione per contrastare la bassa affluenza alle urne. Il progetto di lotteria è all’esame del Consiglio comunale che discuterà l’istituzione di un premio da 100mila dollari da dividere in quattro premi di 25mila dollari, o in 100 premi da mille dollari ciascuno per gli elettori più fortunati. La proposta scaturisce dal tentativo di invertire una tendenza al ribasso nella partecipazione degli elettori. Lo scorso anno, solo il 23 per cento degli elettori di Los Angeles ha partecipato alle elezioni amministrative, contro il 37 per cento del 2001. Coloro che hanno proposto l’idea argomentano: “Considerando che la nostra democrazia è una democrazia rappresentativa, se circa il 23 per cento delle persone scelgono i leader della città, dobbiamo chiederci se questi stanno davvero rappresentando la maggioranza”. Certo quando si parla di maggioranza o minoranza, è difficile ignorare la base reale sulla quale tale maggioranza viene calcolata.
Il problema esiste, al di là delle norme elettorali ed è riduttivo e ingenuo vederlo unicamente come l’esito di una caduta di reputazione delle istituzioni e dell’azione pubblica e, quindi, come un fenomeno che potrebbe essere invertito con una svolta di onestà. Condizione questa imprescindibile e auspicabile. La questione riguarda anche la trasformazione epocale dell’idea di partecipazione. Sul piano del rapporto con le istituzioni, credo che l’esercizio della cittadinanza vada spostandosi dalla decisione al controllo: da anni, del resto, il cinema americano ha messo in scena grandi campagne di opinioni sollecitate da episodi di corruzione o da scelte lesive della salute dei cittadini.
La partecipazione sta cambiando profondamente forma in una pluralità di modi. E’ stato coniato il termine di “hashtag activism” per descrivere quella forma di attivismo che si esprime con un post o con un like, senza che ciò comporti alcun serio impegno rispetto al tema, una modalità di risposta sociale superficiale che avrebbe il solo obiettivo di sentirsi a posto con la coscienza e poter dire di avere fatto qualcosa. Questa espressione “debole” di cittadinanza tende a banalizzare le questioni, producendo ulteriore disinformazione piuttosto che una crescita di sensibilità. Ma, obietterà qualcuno, è difficile stabilire in quali casi una campagna di opinione svanisca senza lasciare alcuna traccia e quando contribuisca a portare un tema all’attenzione dell’agenda politica.
Altre forme di partecipazione vanno profilandosi come contributo al bene comune: ad esempio, molte delle informazioni che noi utilizziamo in rete derivano dal fatto che i cittadini si scambiano esperienze in rete. Queste informazioni nelle città possono migliorare il traffico, ridurre i costi dell’inquinamento, massimizzare i vantaggi della creatività, ridurre i costi di molti servizi. È la sharing economy che comprende ormai diversi progetti nati grazie ai processi collaborativi che riguardano la sostenibilità ambientale, la riduzione dello spreco, Il salone dell’innovazione sociale del 7-8 ottobre a Milano ha trattato questi temi. Segnalo un solo titolo: “La sospesa: spesa consapevole, reciprocità, innovazione”. (www.csreinnovazionesociale.it)

Maura Franchi – Laureata in Sociologia e in Scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

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SGUARDO INTERNAZIONALE
“L’economia mondiale è in crescita. Sono Europa e Stati Uniti che vanno indietro”

“Non è vero che la crisi è mondiale come ci raccontano. L’economia del pianeta nel 2012 segna un più 3,9 per cento. E’ il vecchio mondo che è in crisi. E il vecchio mondo siamo noi: Europa, Giappone e Stati Uniti. A trainare lo sviluppo sono quei Paesi che ci ostiniamo a definire emergenti: Cina in primo luogo e India. Non so cos’altro dovranno fare per convincerci di essere ampiamente emersi, mentre noi sprofondiamo…”

Per oltre un’ora di lezione, avvincente come un thriller, brillante come una commedia, il professor Lucio Poma dell’Università di Ferrara ha tenuto inchiodati alle sedie il pubblico di Internazionale, che ha riempito l’aula magna e altre due sale approntate per l’occasione, spiegando ciò che di norma gli altri economisti non dicono. “Tutti i modelli che abbiamo utilizzato finora non funzionano più”, ha affermato. Ecco in pillole la sua analisi.

La crisi parte da lontano, non dal 2008 come si tende ad affermare, è strutturale e non congiunturale. E’ dal 1999 che la forbice fra import ed export si è ribaltata a danno di Europa e Stati Uniti. Da allora il divario è costantemente cresciuto a vantaggio dalla Cina sino alle attuali impressionanti proporzioni.

Con una crescita annua costante del 14 per cento dal 1986, la Cina ha ormai quasi raggiunto il livello del Prodotto interno lordo degli Stati Uniti, se continua così fra 7 o 8 anni lo supererà. Ma cresce anche l’Africa, dove i cinesi stanno investendo.

La Cina, oltretutto, dal 2004 è creditrice degli Stati Uniti, questo la pone in una posizione di forza. Ha acquistato parte del debito americano e come ogni creditore può chiedere in ogni momento la restituzione del prestito. Se ciò dovesse succedere l’economia americana si troverebbe in grandissima difficoltà. Perciò la Cina è in grado di condizionare le scelte degli Stati Uniti e di conseguenza di controllare le mosse sullo scacchiere internazionale nel quale gli Stati Uniti restano principali attori.

In Europa, la politica della Bce, che ha ridotto a zero il costo del denaro, non funziona poiché – spiega il prof con un esempio calzante – gli imprenditori, se hanno già in casa 10 macchinari e tre sono fermi per mancanza di lavoro, non prendono l’undicesimo nemmeno se glielo regalano, perché poi la manutenzione costa.

Il problema non sono le banche, il debito o il tasso di interesse. La produzione ristagna perché non riusciamo più a competere a livello di costi, le incidenze da noi sono tali da squilibrare il mercato dei prezzi. Il nostro prodotto costa troppo e non è appetibile. I cinesi ci hanno copiato come negli anni Sessanta facevano i giapponesi. Irrisi gli uni e gli altri. Poi s’è visto come è andata.

Pensiamo anche all’impatto esplosivo, in termini di consumi, di oltre un miliardo e 300 milioni di persone, finora sempre escluse dal benessere, che si stanno avvicinando ai livelli minimi di comfort. Moltiplichiamo per quel numero il semplice fabbisogno di pavimenti, pneumatici, pannolini…

Funziona la manifattura cinese che si alimenta di grandi squilibri economici e sociali. I vantaggi competitivi della Cina derivano da un mercato del lavoro privo di tutele. Ma se Obama alza la voce per imporre alla Cina il rispetto dei diritti dei lavoratori o protesta per lo sfruttamento dei minori si sente rispondere: non c’è problema però tu ridacci il nostro prestito. E allora deve subito spiegare che stava scherzando. Questa è la situazione.

Noi occidentali siamo vecchi, vecchi dentro. Sopraffatti dai monopoli che non hanno interesse a innovare perché dominano i mercati. Dal 1989, dopo il crollo del muro, si è sopita la competizione internazionale e la concorrenza, lievito dell’innovazione. L’innovazione si fa in Oriente e negli Emirati, dove si investe perché c’è ansia di riscatto e di affermazione di status.

Come se ne esce allora? C’è una speranza, in particolare per noi italiani? Sostanzialmente non abbiamo risorse minerarie, non siamo produttori, ma operiamo da sempre nel segmento della trasformazione. La nostra forza è la conoscenza, coniugata alla cultura del fare. Dobbiamo valorizzare questa leva. Abbiamo le università più antiche del mondo, dobbiamo mettere il sapere e la ricerca al servizio dell’industria e della produzione. Ciò che ci ha sempre reso grandi è stata la capacità di tramutare un bene in un manufatto a forte valore aggiunto. E’ indispensabile ritrovare la capacità di fare fruttare il nostro talento e il nostro genio.

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L’INTERVISTA
Mezzetti: “Bianchi stratega,
Bonaccini affidabile”

Come a ogni tornata elettorale, anche per queste Regionali di novembre in Emilia Romagna, si parla molto di rinnovamento, salvo poi scoprire che le facce e le idee che si prospettano non sono poi tutte così nuove… Massimo Mezzetti, una coraggiosa battaglia per il cambiamento l’ha combattuta davvero, quando era segretario provinciale a Modena del Pds. Uno scontro perso, all’inizio del decennio scorso. Che non lo indusse però a sbattere la porta come molti fanno. Nel partito è rimasto infatti fino al 2007, quando non aderirsce al Pd e passa a Sinistra democratica, per poi confluire nel 2010 nella neonata Sinistra ecologia e libertà, della quale diviene assessore alla Cultura al Turismo. Originario di Roma, modenese di adozione, valdese di formazione, ha una spiccata propensione per il dialogo e il confronto.
Sel sarà spettatrice delle primarie, ma è orientata a far parte anche della prossima maggioranza. Lui dal 2000 siede in Consiglio regionale e da quattro anni è assessore. E’ quindi un protagonista e insieme un osservatore direttamente interessato a ciò che accade. E da esterno può sbilanciarsi.

Partiamo delle dimissioni di Errani, le ha condivise?
Umanamente le ho comprese e avrei fatto lo stesso. Ma la sentenza che in appello ha ribaltato l’assoluzione di primo grado è apparsa faziosa, condita come è stata da espressioni infelici – tipo il “bisogna dare un segnale” pronunciata dal Pm in aula – che con il diritto non c’entrano nulla.

Ora ci sono cinque pretendenti al soglio che si contendono la candidatura nelle primarie del Pd… Interviene Mazzetti: “Due in realtà (allude a Palma Costi e Patrizio Bianchi, ndr) sembrano orientati a sfilarsi”. Gratis?, domandiamo maliziosamente.
Non penso che Palma Costi porrà condizioni. E per quanto riguarda Bianchi, che ha basato la sua campagna su contenuti e strategie, credo che il prezzo sia semplicemente la garanzia che quei temi che lui considera nodali siano recepiti nel programma di chi si candida.
Bianchi è l’unico che ha davvero visione e respiro strategico europeo. Molte mie simpatie andavano proprio alla sua candidatura, ma quando si schierano figure ingombranti gli altri rischiano di restare stritolati.

Quindi fa bene a desistere?
Sì, però mi auguro che riesca a imporre i suoi temi nell’agenda del prossimo presidente.

Quali sono per lei le priorità?
Il modello Errani non è da buttare. Fra i pregi segnalo una ‘governance’ forte e la capacità di perseguire il modello partecipativo, coinvolgendo nelle decisioni un ampio ventaglio di soggetti, favorendo la coesione sociale e riducendo la conflittualità. Inoltre, la salvaguardia del welfare, che da noi resta un’eccellenza, in termini di spesa sanitaria e servizi sociali, quando molti vanno in direzione contraria.
E’ mancata invece la necessaria spinta sul fronte dell’innovazione strategica e l’attenzione alle nuove frontiere di sviluppo, sui versanti dell’economia, dell’ambiente, dello stesso welfare, della cultura creativa. Sono ambiti dai quali possono scaturire nuova occupazione, crescita e sviluppo. E’ illusorio pensare di poter invertire la rotta se non si investe in questi settori emergenti.

I due principali indiziati a succedere a Errani, Bonaccini e Richetti – che lei ben conosce anche in qualità di modenese acquisito – sono all’altezza di questa sfida?
Bonaccini è più predisposto a questo tipo di approccio e di attenzioni e mi pare abbia saputo negli anni ampliare la propria visione prospettica. In Richetti colgo invece un dirigismo che giudico pericoloso, inoltre la sua matrice lo rende timido sulle questioni relative ai diritti civili, che io giudico imprescindibili. Anche Manca sarebbe stato un buon candidato, ha una solida conoscenza della macchina, ma non ha avuto il coraggio di lanciare la sua candidatura ‘a prescindere’ e si è lasciato irretire da un vecchio modo di procedere della politica.

E l’outsider Balzani?
Profilo interessante per una persona di cultura, attento alle tematiche dell’innovazione. Ma per caratterizzare la sua figura sta forzando eccessivamente nella critica. Cerca la spaccatura. Dell’esperienza Errani vede solo i difetti, usa un linguaggio colorito e tranchant che non apprezzo.

Per contrasto, Bonaccini non le pare invece troppo continuista?
La differenza per me la fanno i contenuti. Tutti parlano di discontinuità, ma spesso in senso astratto, per me significa investire di più in welfare, cultura e nuova impresa, nel senso indicato prima. Il rischio è scivolare nella retorica del nuovismo. L’innovazione va qualificata e riferita a contenuti concreti. Senza dimenticare che se ora si può rinnovare è perché si è percorso un cammino che ci ha condotti sino a qua.

Come stiamo ‘più o meno’ con l’Europa

Si è pensato di offrire alcuni dei risultati di una recente ricerca del Censis intitolata “Il Dare e l’avere con l’Europa”, fatta affinché i cittadini delle nazioni chiamati al recente voto possano intravedere la bontà della loro scelta, oppure la delusione o l’indifferenza.
La stampa, i giornali, i media, internet, le tv e altri strumenti di comunicazione necessari ed utili per la divulgazione dei tanti saperi, non sono sempre sufficienti per approfondire temi complessi, anche perché sovente sull’Europa si dicono delle mezze verità, per non andare oltre.
Ecco, quindi, un primo bilancio “del più e del meno” con l’Europa, per poter ritrovare un nuovo protagonismo dell’Italia (anche per un Renzi andato oltre il 40% dei consensi) tratto e dal “47° Rapporto sulla situazione sociale del Paese” (Censis, dicembre 2013) e dai successivi comunicati stampa.

“[…] siamo il terzo contribuente netto dell’Ue, pur essendo al 12° posto per Pil pro-capite: nel 2012 versati 16,4 miliardi di euro e ricevuti indietro 10,7 miliardi, con un saldo negativo di 5,7 miliardi. Restiamo un mercato molto appetibile e diamo un forte contributo alla competitività europea.
L’Italia è il terzo contribuente netto dell’Ue. Il budget annuale dell’Unione europea è di circa 140 miliardi di euro, ovvero poco più dell’1% del Pil complessivo degli Stati membri. Il contributo italiano alla formazione del bilancio comunitario è pari a circa il 12% del totale.
Le risorse versate dall’Italia all’Ue sono aumentate dai 14 miliardi di euro del 2007 ai 16,4 miliardi del 2012, mentre gli accrediti effettuati dall’Unione nel periodo si sono aggirati intorno ai 9-11 miliardi all’anno, determinando così un consistente saldo a nostro svantaggio: 6,6 miliardi nel 2011, 5,7 miliardi nel 2012.
Sono 12 i Paesi che versano più di quanto ricevono. Il maggiore contribuente netto è la Germania, con un valore cumulato nel periodo 2007-2012 di 52,7 miliardi di euro e un saldo medio annuo negativo per quasi 9 miliardi. Al secondo posto c’è la Francia, con un valore negativo cumulato pari a 33 miliardi di euro e un saldo medio annuo negativo di 5,5 miliardi.
L’Italia è il terzo contribuente netto, con 26,7 miliardi di euro cumulati nel periodo e in media 4,5 miliardi all’anno, nonostante noi occupiamo il 12° posto in Europa in termini di Pil pro-capite (25.600 euro per abitante rispetto ai 31.500 euro dei tedeschi e ai 27.700 dei francesi). Nel 2012, in particolare, abbiamo versato 16,4 miliardi di euro e abbiamo ricevuto indietro 10,7 miliardi, con un saldo negativo di 5,7 miliardi.
Fra i percettori netti si collocano ai primi posti la Polonia (con 47 miliardi di saldi cumulati nel periodo 2007-2012 e una media di 8 miliardi all’anno), la Grecia (con 27,6 miliardi complessivi e un dato medio annuo di 4,6 miliardi), la Spagna (18,7 miliardi in totale e 3,1 miliardi in media all’anno).
Speso il 52,7% dei fondi comunitari a noi italiani destinati. La dinamica degli accrediti risente anche della capacità progettuale e gestionale dei fondi europei da parte delle autorità italiane. Attraverso i diversi fondi strutturali di derivazione comunitaria e nazionale, nel periodo 2007-2013 l’Italia ha finanziato 52 programmi, per un volume iniziale di risorse pari a 59 miliardi di euro nei 7 anni di riferimento. Oggi l’importo complessivo risulta pari a 47,7 miliardi e il contributo proveniente dall’Unione europea si attesta sui 28 miliardi. Considerando la spesa certificata a partire dal 2009, a fine 2013 risulta assorbita una quota del 52,7%.
In termini di Prodotto interno lordo siamo la quarta economia europea, l’Italia rappresenta il 12,6% dei consumi finali delle famiglie nei 27 Paesi membri, per un ammontare di circa 1.000 miliardi di euro. E siamo al quinto posto per numero di passeggeri del traffico aereo, con una quota sul totale europeo pari all’11,3% e un valore assoluto che supera i 116 milioni di passeggeri.
L’Italia si colloca al secondo posto in Europa per sottoscrizione di contratti di telefonia mobile, con un valore pari a 98 milioni e una quota del 14,8% sul totale dei contratti sottoscritti all’interno dei 27 Paesi. Siamo quarti per numero di linee telefoniche principali (21,6 milioni di linee) e per numero di abbonamenti alla banda larga fissa (13,6 milioni di contratti), preceduti in entrambi i casi solo da Germania, Francia e Regno Unito. Nel 2012 il settore delle telecomunicazioni ha generato ricavi superiori a 43 miliardi di euro (quarta posizione in classifica). La società italiana è solida. La quota sul Pil del valore degli immobili di proprietà in Italia è pari al 9,1%: questo dato ci pone in cima alla classifica europea. Sul piano della ricchezza finanziaria netta, gli italiani presentano un valore che è più di due volte e mezzo il reddito disponibile (quinto posto in Europa).

Formazione e riqualificazione del personale.Si registra anche una discreta attenzione per la formazione e l’aggiornamento professionale. Un quarto delle aziende (26,9%) è ricorso a interventi di riconversione del personale, due terzi (66,4%) hanno promosso attività interne di aggiornamento e formazione: il 36,2% tramite formatori o consulenti che hanno organizzato attività interne, il 23,8% con la partecipazione a fiere, il 20% tramite scambi con fornitori e clienti. Ma la «manutenzione del capitale umano» in tempi di crisi resta difficile. Se si esclude infatti un terzo delle imprese (il 36,7%, per lo più di grandi dimensioni) che considerano l’aggiornamento del personale un fattore centrale, la maggioranza sa che l’impegno su questo fronte non è adeguato: per il 28,4% l’azienda dovrebbe fare di più, il 34,9% è cosciente di non fare nulla su questo fronte. La riforma dell’apprendistato permette oggi alle aziende di fruire di un ventaglio più esteso di profili da acquisire: pur prevalendo i giudizi positivi (77,7%), permangono però forti resistenze all’utilizzo (solo il 14,6% delle imprese interpellate ha utilizzato tale strumento).

La ristrutturazione nascosta. Solo il 21,4% delle aziende con oltre 20 addetti è rimasto inerte, ma la maggioranza, pari al 78,6%, ha cercato di intervenire con iniziative di innovazione strutturale, con la creazione di nuovi prodotti e servizi (49,1%) o l’introduzione di nuove tecnologie funzionali al miglioramento dei processi di lavoro (45,1%). Il 38,9% si è concentrato sul miglioramento dei canali di vendita e di comunicazione, il 34,3% sull’ingresso in nuovi mercati territoriali, il 32,4% sul miglioramento della funzione finanziaria.

Innovare il portafoglio di competenze. I tentativi di innovazione si sono accompagnati in molti casi all’avvio di un processo di ristrutturazione aziendale, spesso doloroso. Il 37,3% delle imprese ha espresso l’esigenza di adeguare il proprio portafoglio di competenze al cambiamento. Si tratta di una minoranza di aziende che hanno dovuto ricercare sul mercato competenze nuove, che prima non esistevano (nel 20,8% dei casi) o che negli anni erano diventate obsolete (17,4%). Tra i nuovi profili richiesti dalle aziende spiccano i commerciali (dagli export manager agli agenti di commercio, ricercati dal 36,4% di queste imprese), i tecnici (32,4%), gli amministrativi (31,4%) e gli ingegneri (25,4%). Da segnalare anche l’elevata richiesta di esperti di comunicazione e nuovi media (ricercati dal 12,2%) e di informatici, sistemisti e programmatori (10,1%).

Valorizzare le competenze anche tramite una nuova organizzazione. L’inserimento di nuove risorse in sostituzione delle vecchie o il ricorso a competenze esterne più specialistiche, utili a supportare il cambiamento, si sono accompagnati all’ottimizzazione dell’organizzazione, con il reengineering dei processi lavorativi (38%), la riorganizzazione dei gruppi di lavoro (31,7%), la revisione dei turni e degli orari (26,5%), la ridefinizione del sistema di valutazione e dei meccanismi premiali (28%). Le resistenze interne del personale hanno condizionato in molti casi (54%) l’avvio dei nuovi processi. E le valutazioni dei risultati finora raggiunti non sono del tutto positive: solo il 25,6% degli imprenditori è pienamente soddisfatto, mentre la maggioranza (52,1%) dà un giudizio di sufficienza e il 22,3% non si ritiene ancora contento.

Le molteplici facce della ristrutturazione. Da un lato, emerge una logica di tipo difensivo da parte di quelle aziende che vivono una fase di ridimensionamento e per le quali la riorganizzazione rappresenta l’ultima chance di sopravvivenza. In questo caso l’intervento sul fronte organizzativo è drastico, con tagli al personale (48,7%), riduzione di orari, riqualificazione e riconversione delle figure professionali esistenti (30,9%). Sono quelle aziende in cui gli esiti appaiono al momento più incerti, a detta degli stessi imprenditori: il 37,4% giudica i risultati ancora non soddisfacenti, se non deludenti. All’estremo opposto, vi è invece un modello di riorganizzazione aziendale che segue una logica molto più spinta e aggressiva, che riguarda però solo l’8% delle aziende.
In questo caso la riorganizzazione segue un percorso di forte innovazione nel rapporto con il mercato, nella definizione dei prodotti e dei processi, nell’applicazione delle tecnologie. In queste realtà l’occupazione cresce. Il 75% di esse ha inserito nuove professionalità in azienda negli ultimi tre anni e il 53% ha dovuto acquisire nuove competenze di cui prima non disponeva. Emerge con chiarezza la forte spinta data all’innovazione dall’avvio dei processi di internazionalizzazione. Le aziende presenti all’estero con propri prodotti, stabilimenti e punti vendita (il 43,7% delle imprese interpellate) sono quelle che presentano i più alti livelli di innovazione. L’inserimento di nuove professionalità (46,5%), la riqualificazione del personale (34,6%), ma anche l’esternalizzazione di funzioni che prima venivano svolte internamente (20,3%) e l’uscita di professionalità non più utili (39,7%), sono stati i cardini del loro intervento […]”

Come si legge, non ci sono solo evidenze di macroeconomia (le cosiddette grandezze economiche) ma anche di politiche aziendali, e questo è un bene per il nostro Paese, in quanto dimostra la capacità del sistema produttivo di guardare lontano e di poter investire, soprattutto in innovazione, riorganizzazione, qualità del prodotto. Solo in questo modo si potrà occupare uno spazio indispensabile per il futuro del sistema delle aziende italiane ed europee in generale.
Restiamo un Paese forte nell’esportazione, dobbiamo esserlo anche per il sostegno dei consumi interni, ne abbiamo le capacità imprenditoriali e del lavoro. Ma due cose sono urgenti per sostenere questo nuovo processo: un diverso sistema fiscale e un mercato del lavoro certamente flessibile ma dignitoso.

Per ora ci fermiamo qui.

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Una ragionevole passione per il rinnovamento

I risultati elettorali hanno segnalato la voglia di rinnovamento senza salti nel buio e di nuove ragioni di passioni pubbliche. Non si può vivere senza un progetto, né come individui, né come comunità.
L’adesione ad un progetto di riforma della politica e di rilancio di uno sviluppo economico e sociale all’interno di uno scenario europeo, non annulla, però, né i problemi del rapporto tra politica e cittadini, né i vincoli di bilancio. Sul primo aspetto, serve onestà e trasparenza e la volontà di eliminare lo stigma di un’Italia corrotta che compromette la reputazione del nostro Paese.
Su entrambi i punti è necessaria la capacità di inventare nuove modalità di attivare risorse, finanziarie e sociali.
Di fronte alle pastoie di una burocrazia che alimenta la corruzione, la politica e le amministrazioni debbono ritrovare linfa fresca e fantasia. Servono idee prima che risorse e servono nuovi modi per sollecitare progettualità. Occorre guardare oltre il cortile di casa. La rete insegna che la condivisione può rappresentare il volano di iniziative economiche fondate sull’innovazione e sull’integrazione di competenze.
Oltre il demagogico richiamo a capacità taumaturgiche per la democrazie, Internet è una fonte di esempi virtuosi. Uno di questi è la pratica del crowdfunding, vale a dire la possibilità di raccogliere finanziamenti per progetti con una sorta di azionariato diffuso. La piattaforma più famosa è Kickstarter, un sito web che facilita l’incontro tra domanda di finanziamenti da parte di chi promuove progetti innovativi e l’offerta di denaro da parte di finanziatori che investono nei progetti stessi.
Il crowdfunding è un processo collaborativo finalizzato a sostenere progetti innovativi, è una pratica di micro-finanziamento dal basso che può essere riferita ad iniziative diverse, dal sostegno all’arte e ai beni culturali, all’imprenditoria innovativa, alla ricerca scientifica e all’educazione. Un numero crescente di soggetti istituzionali come comuni, enti se ne sta servendo per finanziare iniziative rilevanti per la comunità. Il crowdfunding supera la separazione tra le sfere del privato, del pubblico e dell’impresa, in vista di un bene comune. Emerge un’economia civile, supportata dal web, che fonde sfere tradizionalmente distinte della società civile, del mercato e dello Stato.
La collaborazione di tanti può generare servizi in modi che né il Pubblico, né il Mercato da soli sono stati in grado di realizzare. Non a caso il Festival dell’Economia di Trento e quello dell’Antropologia di Pistoia dedicano l’evento di questo anno al tema dei beni comuni.
Un piccolo esempio riguarda il coinvolgimento dei cittadini nella realizzazione di azioni che potrebbero migliorare la qualità della vita della comunità. All’uscita dei supermercati inglesi si trovano tre bussolotti trasparenti, ognuno porta una scritta che indica la finalità della donazione e che contiene le fiche che alla cassa i consumatori ricevono in proporzione alla cifra della spesa. Ad esempio, un bussolotto indica: per rinnovare le attrezzature della palestra della scuola media, un’altra dice: per aumentare la dotazione della biblioteca del quartiere, un’altra ancora: per acquistare nuove panchine nei giardini. Per inciso, nei bussolotti trasparenti sono visibili anche banconote.
Tutti progetti realizzabili con spese modeste. I consumatori trovano poi poco sopra le fotografie relative ai progetti realizzati con la raccolta dell’anno precedente. Perché non finanziare così interventi per contrastare il disagio giovanile?
Sarebbe un grande vantaggio per tutti, se non altro eviterebbe la farsa delle raccolte bollini e dei premi fedeltà che, come è noto servono solo a fare marketing e consentono alla distribuzione di guadagnare due volte, con la spesa immediata e con la cifra pagata per ricevere i premi inseriti nel catalogo.

Maura Franchi (Sociologa, Università di Parma) è laureata in Sociologia e in Scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Marketing del prodotto tipico, Social Media Marketing. I principali temi di ricerca riguardano i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

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Ogni giorno mille posti di lavoro in meno, la flessibilità non basta

Nello scorso febbraio l’Istat ha certificato che il tasso di disoccupazione in Italia ha segnato un nuovo record, attestandosi al 13%, un livello mai così alto dal 1977. Oltre 3,3 milioni di persone sono in cerca di lavoro: +8 mila sul febbraio 2013 e +272 mila su base annua. La componente giovanile ha toccato il 42,3%, in lievissima diminuzione su gennaio, ma con un +3,6% su base annua: sono 678 mila i ragazzi tra i 15 e i 24 anni in cerca di lavoro.
L’Italia è al top per l’incremento dei non occupati, inferiore solo a quello di Cipro e Grecia. Il tasso di occupazione, di converso, a febbraio è stato misurato al 55,2%: si torna indietro di 14 anni e in media si perdono mille posti di lavoro al giorno.
Nell’Eurozona (dati Eurostat) il livello di disoccupazione a febbraio è rimasto stabile all’11,9%. Nel febbraio 2013, la disoccupazione era al 12%. Nell’Ue a 28 Paesi si è invece registrato un lieve calo al 10,6%, contro il 10,7% di gennaio (10,9% in febbraio 2013).
Questi dati, che confermano l’aggravamento della realtà italiana in Europa, dicono che se anche da noi la ripresa è cominciata non incide sull’occupazione. Segnalano soprattutto che la flessibilità nel mercato del lavoro non è servita nemmeno, in tempo di crisi, a difendere l’esistente. Tanto da far dire giorni fa al governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che se flessibilità c’è stata, ora è giusto interrogarsi se sia buona o cattiva, e che flessibilità “non vuole dire precarietà”.
I sostenitori della flessibilità a tutti i costi dovrebbero finalmente chiedersi se le riforme del mercato del lavoro del 1997, del 2003, del 2012 e la foresta amazzonica di norme, decreti e articoli di altri provvedimenti – come l’articolo 8 della manovra economica 2011 che permette di derogare a qualsiasi disposizione di legge in materia di diritto del lavoro – abbiano davvero permesso di creare nuova occupazione. La risposta sta nei freddi dati della statistica che peraltro, come si sa, non colgono appieno il dramma sociale ed umano del lavoro precario e della mancanza di occupazione.
La verità è che non basta moltiplicare le forme di contratto o abbassare continuamente le tutele del lavoro dipendente (oramai si è raschiato il fondo del barile, dopo di che c’è la schiavitù) per creare nuovi posti. Bisogna creare lavoro, questo è il punto: bisogna investire tanto sul capitale umano – che come capitale va valorizzato e incrementato – quanto sulla ricerca, sull’innovazione, sul posizionamento dell’impresa nel mercato globale. Non a caso, le imprese che meglio hanno resistito alle tempeste della crisi sono quelle che hanno saputo esportare.
È più che mai il momento di sgravare concretamente l’impresa di costi che non possono essere addebitati a chi lavora o a chi dovrà lavorare, come la pressione fiscale eccessiva o gli insopportabili ceppi della burocrazia. E di capire, soprattutto nell’industria manifatturiera, cosa produrre e dove vendere ciò che si produce, con standard di sicurezza e qualità che ci distinguano nel mercato globale.

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L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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