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Io so (ma non sono un complottista)

Le frasi che leggerete sotto sono facilmente strumentalizzabili – del resto, se uno come Nietzsche è stato considerato un filosofo filonazista capiamo a che livello di insipienza, o di strumentalizzazione politica, possa arrivare il potere. Eppure sono frasi che designano il ruolo di un intellettuale: quello di unire i puntini tra i fatti per disegnare un quadro, che li renda significativi e dotati di senso e non singoli eventi slegati e casuali. In questa fase del dibattito pubblico social (che chiamo così per conferirgli una dignità che non possiede), tuttavia, le frasi sottostanti potrebbero essere condivise dal complottista o dal negazionista da tastiera, come se potessero legittimare il suo complottismo o il suo negazionismo. Questo non fa che sottolineare l’importanza di insegnare un pensiero che non sia puro calcolo, che conservi la capacità di approfondire i temi, che sia capace di selezionare le fonti, che colga l’importanza dell’emotività. L’importanza del pensiero umanistico, l’importanza degli umanisti.

“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere“.

Pier Paolo Pasolini

P.P.P.

2 novembre 1975. Pasolini viene trovato morto. Ucciso brutalmente. I colpevoli non si conosceranno mai. I sospetti sono tanti e le piste svariate. Una cosa rimane sicura, dopo 44 anni dalla sua scomparsa: il suo pensiero è più attuale che mai. Non servono parole altrui per ricordarlo, bastano le sue, più attuali che mai.

“Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole. E ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettato da sua necessità di carattere economico, che sfugge alle logiche razionali. Io detesto soprattutto il potere di oggi. Ognuno odia il potere che subisce, quindi odio con particolare veemenza il potere di questi giorni. È un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti. Sono caduti dei valori, e sono stati sostituiti con altri valori. Sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti da altri modelli di comportamento. Questa sostituzione non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dal nuovo potere consumistico, cioè la nostra industria italiana pluri-nazionale e anche quella nazionale degli industrialotti, voleva che gli italiani consumassero in un certo modo, un certo tipo di merce, e per consumarlo dovevano realizzare un nuovo modello umano.”
Pier Paolo Pasolini

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Non possiamo continuare a dormire sul futuro

“Ciascuno cresce se sognato”, sono le parole di Danilo Dolci che dovremmo scrivere sui muri delle nostre scuole e scolpire nella coscienza di ognuno di noi: genitori, insegnanti, amministratori.
Un sogno che non abbiamo mai appreso a coltivare, se ancora oltre il venticinque per cento dei nostri giovani d’età compresa tra diciotto e ventiquattro anni non lavora, non cerca un impiego e non frequenta una scuola o un corso di formazione professionale, è cioè un neet.
Ce lo conferma il rapporto annuale dell’Ocse “Education at a Glance” che ci colloca in compagnia di Brasile, Colombia, Costa Rica, Sudafrica e Turchia.
L’annuale colpo d’occhio sull’istruzione dell’Ocse punta i suoi fari sull’istruzione terziaria, segno che abbiamo bisogno di affrontare il futuro accrescendo le nostre competenze, in particolare quelle dei nostri giovani in uscita dalla secondaria di secondo grado.
L’Ocse ci ricorda che il capitale intellettuale è la risorsa più preziosa del nostro tempo. Che il nucleo del capitale intellettuale è la conoscenza e che lo sviluppo e il trasferimento della conoscenza è la missione principale dell’istruzione.
E, dunque, il capitale intellettuale non possiamo permetterci di sprecarlo, a partire da quello che impieghiamo per insegnare ai nostri giovani, perché i nostri giovani apprendano. Una massa docente che garantisce ogni anno centinaia di milioni di ore di lezione, pari ad oltre cinquantacinque secoli di scuola. Questo è l’ordine di grandezza del capitale intellettuale che ogni anno scolastico è investito nelle nostre scuole. Non possiamo continuare a trattarlo alla stregua della burocrazia delle cattedre, degli incarichi e delle supplenze. Si tratta di risorse umane per le risorse umane e, per di più, di una sola parte di quelle impiegate nella scuola e intorno alla scuola. Dovremmo perciò porci il tema dell’uso che ne facciamo e della loro efficacia.
Impiegarle per realizzare un sogno sarebbe la cosa migliore, il sogno dei nostri giovani, del nostro paese, delle nostre città, dei nostri territori.
Ma pare che il nostro paese come le nostre città continui a dormire sul futuro.
Intanto l’anno scolastico parte male e sognare con le cattedre vuote e gli edifici scolastici poco accoglienti, oggettivamente, riesce difficile, anche perché nessuno ha mai nutrito prima il proposito di sognare la crescita del proprio futuro attraverso i giovani, ragazze e ragazzi, che gli stanno attorno. Tanto, il più delle volte, sono solo un problema, senza rendersi conto che, se li avessimo cresciuti abituati ad essere sognati, forse un problema non lo sarebbero.
Allora i compiti non sono i ragazzi a doverli fare, ancora una volta siamo noi adulti in ritardo sulle consegne.
Abbiamo compreso che la cultura parte dal nido e questo, se si realizzerà, è un passo importante per iniziare a sognare la crescita di ciascuno. Ma non basta, è necessario che sforziamo la nostra fantasia, ad esempio imparando a rovesciare le cose, a vederle dal lato opposto.
Mi spiego. Guai se la scuola non trasmettesse il sapere, da sempre con questo strumento le società si sono garantite la condivisione di valori e di cultura e la loro continuità. Ma da quando il sapere ha iniziato a superare se stesso, trasmettere non è più sufficiente, è necessario che la scuola produca anche sapere, che formi intelligenze capaci di produrre sapere a loro volta.
Non solo la scuola dell’insegnamento/apprendimento ma la scuola in cui si impara a sviluppare conoscenze nuove, come nota l’Ocse, che fa progetti e ricerca, la scuola diffusa sul territorio, la scuola laboriosa dei laboratori del sapere. Le nostre scuole assomigliano ancora troppo alle aule di catechismo o parrocchiali di due secoli fa, catechismo laico, certamente, ma sempre catechismo. Questo dello sviluppare i saperi cambia le carte in tavola, perché la nostra scuola ancora non lo sa fare.
Le classi sono pensate per popolazioni di capitale intellettuale non operoso, fermo nell’ascolto e nella ricezione, l’aula statica non può essere amica della dinamica, della forza che può sprigionare il capitale intellettuale che accoglie, la risorsa più preziosa del nostro tempo.
La crisi della scuola è crisi di trasmissione, oggi la trasmissione del sapere sono altri canali, ben più efficaci ed attrezzati, a garantirla, ma la produzione e la verifica delle conoscenze questa non la sanno fare. Questo è oggi il compito preminente dei luoghi dello studio, delle scuole appunto, dove si raccoglie a milioni il capitale intellettuale del paese, delle nostre città e dei nostri territori. Alunni e insegnanti con le loro intelligenze da mettere in gioco in migliaia di ore che non ci possiamo permettere di sprecare. Ore che scorrono una dopo l’altra per costruire il futuro, per crescere ogni ragazza e ogni ragazzo con i loro e i nostri sogni che si incontrano.
L’appello a cambiare non può ripetersi ancora a lungo, perché prima o poi anche il tempo verrà meno e non sarà più possibile neppure sognare.

La fatica italiana (elucubrazioni di politica “for dummies”)

Che nell’Italia della politica si facesse così tanta fatica a voltar pagina una volta per tutte, lo sapevano ormai anche i sassi. Chi ha un po’ più di memoria ricorderà cosa avvenne all’indomani di Mani pulite, quando sembrava dovesse finalmente cambiare tutto, la classe politica e la sua cifra morale in primis. In quell’occasione, sappiamo come andò a finire, cioè che non cambiò nulla, anzi, e che, al contrario, la vecchia guardia politica attualizzò mirabilmente gli antichi precetti del trasformismo ottocentesco (un retaggio tutto italiano del resto), come? Facciamo un rapido ripasso.
La vecchia Dc, la grande balena bianca, regina del centrismo moderato d’ispirazione cattolica e ago della bilancia della politica italiana per circa cinquant’anni, piombò in una crisi senza precedenti e subì una vera e propria diaspora in cui quasi tutti i suoi rappresentanti politici, seguendo le correnti interne del loro vecchio partito, se ne andarono chi a destra (Polo di Berlusconi) e chi a sinistra (L’Ulivo). Certo, non tutti e non subito. In effetti una parte della vecchia nomenclatura democristiana perseverò fondando nuovi partitelli rigorosamente di centro (Ppi, Cdu, Udeur, Margherita…), partiti comunque destinati dopo pochi anni all’estinzione e i cui membri, sempre più penalizzati dalla mancanza di consenso, decisero alla fine di confluire nell’attuale Pd.
Una sorte analoga la subì il Partito Socialista, praticamente dissoltosi all’indomani della caduta in disgrazia del suo leader maximo Bettino Craxi.
In sostanza, i due partiti di governo fino ad allora più importanti avevano chiuso i battenti ma i loro membri eletti erano corsi ai ripari, riparandosi sotto altre bandiere.
Del resto il Pci, ovvero il più grande partito della sinistra italiana (ed europea), iscritto da sempre al ruolo dell’opposizione, subì anch’esso una lunga e travagliata crisi d’identità (conseguenza evidente del superamento delle ideologie avviato nell’89 con la caduta del muro) che dagli anni novanta in poi lo portò a cambiar nome e simbolo svariate volte (Pds, Ds, Pd), a identificarsi nella nuova etichetta politica dell’Ulivo, e ad accettare al suo interno parte della pattuglia ex-Dc ed ex-Psi.
Anche il partito di estrema destra per antonomasia, il Msi, non attraversò indenne la graticola dei primi anni novanta, dagli stravolgimenti ideologici del dopo muro allo scandalo politico di Tangentopoli. Si limitò comunque, sotto la guida di Gianfranco Fini, a sciogliersi e a rifondarsi in un nuovo partito sempre conservatore ma di vocazione più liberale: Alleanza Nazionale, appunto.
Nel frattempo, pure i candidati eletti in quasi tutti gli altri partiti minori presenti fino ad allora in parlamento, soprattutto quelli che avevano avuto un ruolo di governo, si dispersero rapidamente confluendo nei movimenti politici nascenti.
Questo per quanto riguarda il vecchio, e il nuovo?
Adesso, a distanza di oltre vent’anni, sembra incredibile solo immaginarlo, ma nel ’94 la vera novità politica venne da destra, e fu rappresentata dalla nascita di Forza Italia e dalla cosiddetta discesa in campo di Silvio Berlusconi, un personaggio che oggi non ha certo bisogno di presentazioni.
Ancor prima, era comparsa un’altra compagine politica che, da realtà territoriale circoscritta al Veneto e alla Lombardia, in una manciata d’anni e alla guida del suo capopopolo Umberto Bossi, ottenne un consenso ampio e diffuso in tutto il settentrione che si rafforzò proprio dopo i fatti di Tangentopoli. Sto parlando naturalmente della Lega Nord.

In sintesi, gli anni novanta segnarono una svolta epocale per la politica italiana. L’inchiesta Mani pulite diede uno scossone determinante ai vecchi partiti di governo, portandoli di fatto a una crisi di credibilità e di consensi irreversibile. Personalmente credo che la svolta vera e propria fu l’entrata in scena di Berlusconi e del suo nuovo partito, partito che, nelle prime elezioni a cui partecipò (1994), divenne subito il maggior partito italiano.
Anche il nuovo sistema elettorale maggioritario, adottato per la prima volta dopo decenni di proporzionale, contribuì a cambiare radicalmente l’assetto dei nuovi partiti, obbligandoli a trovare alleanze e a riunirsi in grandi schieramenti elettorali. Da quel momento in poi, la partita si giocava tra le forze alleate di centrodestra e quelle di centrosinistra: anche in Italia era nato il bipolarismo!
E se c’è qualcosa che si può notare da questo breve ripasso, è che in tutti questi anni di cambiamenti e di trasformazioni rimane costante una parola: centro!
Del resto non era facile, dopo cinquant’anni di Dc, abbandonare un salvagente politico come quello rappresentato dal centro. In un passato non troppo lontano, il centrismo rappresentato dalla Dc e la sua vocazione alla mediazione e al compromesso ci hanno protetto dagli estremismi, chi non ricorda gli anni di piombo?

Sarà forse per questo che i suoi maestri e i suoi discepoli hanno attraversato indenni gli anni del trapasso tra la prima e la seconda repubblica. Hanno girato lo sguardo un po’ a destra e un po’ a sinistra senza mai perdere la rotta fino ai giorni nostri. Si sono ritrovati prima compagni e poi avversari, ma sempre confluendo verso il centro.

Su tutti, probabilmente il caso più emblematico è rappresentato dall’illustre Pier Ferdinando Casini, giovane ed emergente deputato democristiano della prima repubblica già dagli anni ottanta, capace di passare dal centro alla destra a fianco di Berlusconi, per poi oscillare qua e là fino ad approdare a sinistra (se di sinistra si può ancora parlare), sponda Partito Democratico dell’era Renzi.
Del resto sono stati tanti gli uomini politici, a volte personaggi noti ma assai più spesso anonimi deputati, impegnati nel corso degli ultimi due decenni in questo tipico gioco di ruolo tutto italiano chiamato “cambio della bandiera”, giocatori il cui fine ultimo è di bivaccare in parlamento una legislatura dopo l’altra col culo ben ancorato alla propria poltrona.
Da tempo ormai la gente l’ha capito. Ha capito che il mestiere della politica non significa agire per la cosa pubblica, casomai mettere in atto un progetto del tutto personale per acquisire uno status sociale privilegiato: la conquista del potere fine a se stesso. No signori miei, non si tratta del solito pensiero semplicistico da uomo qualunque, né di retorica “populista” (mamma mia com’è di moda questa parola!) come direbbe certamente la casta degli onorevoli. È una semplice osservazione della realtà.

Se ripercorressimo con coscienza critica il passato recente fino ai giorni nostri (parlo degli ultimi settant’anni, più o meno), avremmo ben chiaro nella testa chi sono stati i pochi, pochissimi politici che hanno lavorato per davvero per il bene collettivo (e non per tenersi ben stretti i privilegi conquistati). Lo hanno fatto con scelte spesso difficili, mettendo in gioco anche la propria persona, a volte facendo del bene al paese, altre volte commettendo errori. Ma tutto sempre in buona fede, è la storia a dirlo, non certo il sottoscritto. Da De Gasperi a Pertini, da Moro a Berlinguer, e pochi altri. Questi nomi, questi uomini hanno fatto la storia della nostra democrazia. E oggi? Che nomi abbiamo all’orizzonte? Quali sono i nostri esempi recenti? Ho provato a ripassarli tutti, a riguardarmi quest’ultimo ventennio di novità epocali in cui, dopo il crollo del muro di Berlino, si è formata una nuova Europa; in cui tutti hanno assistito in diretta all’attentato alle torri gemelle e al germinare di un nuovo conflitto tra nord e sud del mondo; in cui è nata la moneta unica europea per contrastare gli effetti della globalizzazione; in cui da circa dieci anni siamo piombati nella peggiore crisi economica che si conosca, in cui l’economia reale ha ceduto definitivamente il passo a quella finanziaria… Ebbene, non ne ho trovato uno. Un solo uomo politico che abbia avuto le capacità, le intuizioni e il coraggio di fare qualcosa di grande, di alternativo. Che magari possa essere ricordato dalle prossime generazioni e guadagnarsi il diritto di avere un capitolo tutto suo nei libri di storia del futuro (se ancora serviranno a qualcosa). Ho visto solo facce grigie, tutte uguali, tutte a dire sempre le stesse cose, sia a destra che a sinistra, tutti ad avallare politiche economiche imposte da altri, da coloro che hanno il vero potere e che non siedono nei parlamenti ma nei consigli d’amministrazione.

L’uomo della strada fa fatica a capire il perché adesso guadagni meno soldi che in passato, fa fatica a capire il perché non possa più avere un lavoro stabile, o perché i propri risparmi non siano più al sicuro da nessuna parte, o perché studiare non serva più a migliorare le proprie prospettive di carriera e nemmeno a realizzare i propri sogni per un mondo migliore. L’uomo della strada fa fatica ad accettare che chi prima era ricco oggi sia sempre più ricco e chi prima aveva il giusto reddito oggi abbia sempre di meno e rischi di perdere tutto.

E ora c’è qualcuno che avverte sulla stampa e in tv che il vero grande pericolo è il populismo!
Sono i dotti, gli intellettuali del pensiero unico liberaldemocratico, i portavoce della ragionevolezza, della pacatezza, del perbenismo, del dissenso moderato, delle idee progressiste purché non si sfori il debito pubblico. Questa nuova intellighenzia di buona famiglia che, interpellata nei salotti mediatici di ogni dove, si è fatta paladina di una tolleranza e di una solidarietà a senso unico, avallando l’esodo incontrollato di migliaia e migliaia di disperati d’oltremare, regalando loro una diversa disperazione lontano da casa e un nuovo odio verso chi li guarda errabondare lungo le proprie vie, intorno alle proprie case senza una meta e senza un perché. Certo, l’odio è diventato reciproco, ma cosa ci si poteva aspettare di diverso da chi è nato in mondi diversi, forzatamente e sbrigativamente messi assieme per attenuare quel vago senso di colpa tutto occidentale che da sempre tormenta la nostra classe politica di sinistra? Questa intellighenzia che confonde distrattamente (o dolosamente) il vero razzismo con la semplice paura infilandoli in un unico calderone e parla a sproposito di populismo. Questa intellighenzia che non ha mai messo piede in una fabbrica e che non ha proferito parola quando è stato smantellato lo stato sociale, quando in un lustro sono stati cancellati i diritti conquistati dai lavoratori in centocinquant’anni di lotte.

E proprio adesso, dopo l’esito ampiamente previsto delle elezioni di marzo, dopo la nascita tormentata e contrastata di questo strano governo, dopo l’isteria collettiva esplosa un po’ in tutta Europa per i fatti di casa nostra, dopo la conclamata incapacità del Pd di fare una seria e sincera autocritica per il proprio immane fallimento (forse perché troppo impegnato ad allertare l’Italia – e l’Europa – dell’imminente catastrofe che il nuovo governo si accinge a provocare), dopo che una recondita e inconfessabile sensazione ci ha portato a pensare che tutte le nostre opportunità di redenzione erano ormai perdute e che tanto valeva calare un ultimo jolly, tanto insperato quanto pazzo e incosciente…
Adesso, dicevo, si fa fatica a capire cosa ci sta girando attorno.

Si fa proprio tanta fatica a comprendere tutto ciò… Almeno io ne faccio parecchia, lo ammetto.
Poi che volete da me? Non ho certo io le risposte!
Non sono mica un intellettuale io… casomai, un semplice populista!

DIARIO IN PUBBLICO
Carlo Bassi e la cultura ferrarese

Vorrei anch’io aggiungere un ricordo, seppur frammentato e incompleto, di Carlo Bassi.
Si parte da una conoscenza che fu tarda e complessa, in quanto coinvolgeva altre figure di spessore che erano e sono imprescindibili dalla mia formazione e dal mio sentirmi straniero in patria. Non tanto e non solo perché la città natale come un pungolo o un rovello la osservavo da fuori le mura come è accaduto a Carlo Bassi, ma nello stesso tempo condizionato da quel principio di ‘ferraresità’ che implacabilmente agisce e si presenta in modo proteiforme: ora come presunzione, ora come rancorosità, ma soprattutto come eredità ineliminabile e condizione di un pensiero.

Carlo Bassi è erede e continuatore di quella tendenza novecentesca alla simbiosi tra l’essere artista nelle più diverse declinazioni e la necessità di narrare questa esperienza, quasi che, secondo il principio del primato delle arti, tutto debba per forza essere ricondotto alla scrittura quale summa della considerazione primaria che descrivere il mondo è crearlo. Un principio per Carlo insopprimibile in quanto in lui agì da sempre la sua formazione cristiana e religiosa, che lo portò non solo a ideare e fattualmente sperimentare il principio di essere il costruttore delle case del Signore, ma d’infondervi la convinzione di una religiosità che è novità, che è ribellione al conformismo ecclesiale. Come appare nel periodo della sua formazione intellettuale, che si esprime non solo nell’apprendistato difficilissimo degli anni più roventi della guerra, ma che immediatamente si attua nella sua esperienza politica del dopoguerra, quando si allea con quelle persone straordinarie che hanno ricostruito intellettualmente l’immagine di Ferrara città fascista per antonomasia nel Ventennio. Giorgio Franceschini, Luciano Chiappini, Paolo Ravenna tra i primi. E mi è motivo d’orgoglio ritrovare nell’intervista che rilasciò nel 2008 a ‘La Nuova Ferrara’, dal titolo assai pertinente ‘Questi silenzi mi turbano’, il ricordo dell’influenza che nell’immediato dopoguerra ebbe il comune maestro e amico, il sardo-ferrarese Claudio Varese:
“Vorrei ricordare tanti amici carissimi da Vittorio Passerini a don Franco Patruno, e poi Claudio Varese maestro e amico indimenticabile mio e di chi lavorava con me a ‘Incontro’ e a ‘Quaderno'”.

L’idea di ricostruire la città anche e soprattutto non solo riconoscendone il volto distrutto dalla guerra e riproposto attraverso gli sciagurati sventramenti del centro per riproporre una mediocre versione della tronfia retorica piacentiniana, ma soprattutto quella di ricostruirne il pensiero soffocato nella silenziosa opposizione al regime attraverso riviste e giornali come quelli da Bassi citati.
Il pensiero proposto attraverso la rielaborazione di princìpi mai traditi mi sembra rendano giustizia alla sua attività di scrittore-critico della storia e nella storia. Dai titoli stessi dei suoi libri più importanti, come la ‘Nuova guida di Ferrara. Vita e spazio nell’architettura di una città emblematica’ del 1981, dove dal titolo stesso si rincorrono termini come ‘vita’ e ‘spazio’. E ancora insistere sull’emblematicità di una città che ha nel suo amatissimo Biagio Rossetti la punta di diamante. Entrano nella visione dell’esplorazione-conoscenza di Carlo la figura del genius loci della città come guida alla riappropriazione dello spazio vitale, come nell’introduzione sottolinea il grandissimo Christian Norbert Schulz. Ma imprescindibili alla lettura sono le righe iniziali, dove Bassi dichiara forte e chiaro il suo intento:
“Queste pagine sono un invito a prendere coscienza del valore degli spazi urbani come trama dell’architettura della città, come canali di spazio la cui configurazione che determina la forma stessa di quell’avvenimento che chiamiamo Ferrara”.
Parole come ‘trama’, ‘spazio’, ‘avvenimento’ rimandano a un universo letterario in cui si costruisce, nel vero senso della parola, una città e la sua forma.
E ancora nella sua opera forse più conosciuta e affascinante, ‘Perché Ferrara è bella. Guida alla comprensione della città’, non a caso introdotta da un poeta e scrittore, Roberto Pazzi. Carlo Bassi, dedicando l’opera a due maestri quali Kevin Linch e Cesare Brandi, sottolinea come è importante saper ‘leggere’ una città attraverso il principio estetico della bellezza, qui non è usata nel senso neoromantico di una forma bella, ma come necessità di scoprire la città attraverso la bellezza.

La vita e le opere di Carlo Bassi hanno lasciato un segno duraturo, cosa non facile nel tempo della smemoratezza come è quello che stiamo vivendo, e anche per me rievocare alcuni ricordi nati dal lavoro comune intrapreso come ‘consiglieri’ di Gae Aulenti nella ristrutturazione del Castello estense significa riannodare le fila con un intellettuale che ha amato e difeso la sua città che spesso sembra perdere il senso di una retta via. Convocati a casa della Aulenti a Milano baldanzosamente speravamo di convincerla a non ristrutturare la sala degli Stemmi togliendo quella patina storica che la vecchia struttura conservava. La Gae ci ascoltò quasi partecipativa, poi con toni non baldanzosi disse che aveva ammirato la nostra difesa del vecchio impianto ma che a lei interessava qualcosa di diverso: arrivare alle radici della storia. Carlo e io ci guardammo con occhio interrogativo, ma la domina era lei!
E posso concludere con quell’apprezzamento che Carlo nella sua generosità esplicitò nell’intervista a ‘La Nuova Ferrara’. Alla domanda se la città ha negli intellettuali di oggi una presa di coscienza più acuta di un passato anche recente, Carlo risponde con queste parole: “Non saprei proprio come definire la vita pubblica di Ferrara: sto a Milano e non ne vivo la quotidianità. Per quello che posso capire, sul problema della condizione della cultura sono perfettamente d’accordo con quanto hanno affermato Gianni Venturi e Piero Stefani. Mi turba molto il silenzio degli intellettuali”.
Una condizione che ancora oggi può sembrare un avvertimento nel variegato mondo della cultura ferrarese.

Gli abissi di Fëdor

di Lorenzo Bissi

Penso che Fëdor Dostoevskij sia riuscito, come pochi altri in precedenza, a scavare negli abissi della natura umana, coglierne la sua essenza, e poi rappresentarla in tutte le sue sfaccettature ne “I fratelli Karamazov”.
Il maggiore dei tre figli di Fëdor Pavlovič Karamazov, cioè Dimitrij, è un uomo passionale, violento, collerico, che arriva ad odiare suo padre per motivi di donne e di denaro. Egli è perso nelle dissolutezze della vita mondana, nella sua fama di ottimo ufficiale dell’esercito, e nei finti valori che cercavano di sostituire la mancanza di Dio e di Fede alla fine del XIX secolo. Eppure, quando viene accusato di parricidio il suo sguardo verso il mondo cambia: in lui nasce un uomo nuovo, che per vivere ha bisogno di aiutare, sia pure altri condannati, in una miniera nella gelida Siberia, dove spera che la sua pena – frutto di un errore giudiziario – lo purificherà.
Ivan invece è un uomo ribelle, filosofo, di un’intelligenza acutissima, la quale si rivelerà la sua condanna. Nonostante egli sia ateo, non possiede la caratteristica superbia intellettuale di quelli, e vede in tutti i suoi ragionamenti sia il bene sia il male. Eppure, proprio questa mancanza di Dio lo porterà alla follia, tanto che al processo contro suo fratello maggiore, sebbene egli sappia la verità dei fatti, non verrò creduto.
Infine Aleksej, il più piccolo, è considerato una pecora nera nella famiglia, perché sin da giovane sente una forte vocazione religiosa e vive nel monastero del paese russo della sua famiglia. La sua natura fiorirà però solo quando abbandonerà il monastero ed andrà a praticare l’amore attivo, incondizionato, caritatevole fra la gente. Egli è l’eroe dello scrittore, è un cherubino, e la sua missione è divina.
Sono tre fratelli totalmente diversi, ma accomunati dall’essere nature – appunto – karamazoviane, cioè sempre in costante lotta con se stesse. Risolvere gli avvenimenti che accadono nella loro vita è un modo per scavare nei loro animi, per sanare le contraddizioni interne. Loro insieme rappresentano un Male che non può esistere senza il Bene. La responsabilità della morte del loro padre viene loro imputata proprio come a tutta l’umanità la colpevolezza dell’uccisione di Dio.
Lascio a voi la decisione di aprire (probabilmente un po’ spaventati dal numero di pagine) il primo tomo del libro, e di iniziare questo percorso guidato negli abissi della natura umana, sapendo che potrete sentirvi capiti e trovare conforto nell’inchiostro di Fëdor Dostoevskij.
Buona settimana!

“Nella vita, di solito, fra i due estremi, bisogna cercare la verità nel mezzo; ma nel presente caso non è esattamente così. La cosa più probabile è che nel primo caso egli fosse schiettamente grato, nel secondo schiettamente vile. Perché? Proprio perché siamo nature vaste, nature karamazoviane – ecco cosa voglio dimostrare – in grado di mescolare tutti i contrari possibili e contemplare nello stesso istante entrambi gli abissi, l’abisso sopra di noi, l’abisso degli ideali elevati, e quello sotto di noi, l’abisso delle degradazione più abietta e fetida.”
Fëdor Dostoevskij

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

LA LETTURA
Il confine fra Giulia Bassani e Ignazio Silone nell’Europa squassata da totalitarismi e venti di guerra

confine di giuliaGennaio 1931. Giulia Bassani, giovane poetessa raffinata e tormentata, vive in un hotel di Zurigo come in esilio, lontana da tutti e indifferente a quanto le accade attorno. È in cura dallo psicoanalista Carl Gustav Jung, nella speranza che la psicologia del profondo la aiuti a superare il suo malessere interiore. Tra i frequentatori dello studio di Jung c’è anche un rivoluzionario italiano rifugiato in Svizzera, Ignazio Silone. La sua esistenza è a una svolta: è accusato da Togliatti di tradimento e doppio gioco, vuole abbandonare il lavoro politico e diventare uno scrittore. Ha terminato il suo primo romanzo, Fontamara, ed è in cerca di un editore.
Giulia e Ignazio si conoscono in una fredda mattina al parco Platzspitz e per un anno, nel pieno dell’ascesa del nazismo e della crisi della democrazia, si amano. Si amano nonostante un’incolmabile distanza intellettuale e uno sguardo antitetico sul mondo, che li condurrà verso destini divergenti.
Con una scrittura accurata e sensibile, Giuliano Gallini si muove tra finzione e verità storica per raccontare, attraverso una vicenda intima, un momento cruciale della storia europea del Novecento, e le vicende e contraddizioni di una delle figure più rappresentative della letteratura italiana di quel periodo.

Il romanzo “Il confine di Giulia” sarà presentato venerdì 27 gennaio alle 17,45 alla libreria Feltrinelli di Ferrara. Con l’autore dialogherà Sergio Gessi, direttore di Ferraraitalia

L’autore: Giuliano Gallini è nato a Ferrara e vive a Padova. È dirigente di una delle maggiori aziende italiane di servizi, dove si occupa di sviluppo e marketing. Il confine di Giulia è il suo primo romanzo.

Vai al sito del libro

 

“Tra realtà e invenzione, Gallini, attraverso l’intimità di una passione, ricostruisce un momento cruciale della storia europea del Novecento, delineando il ritratto di una giovane, focosa, confusa, promessa della letteratura italiana. Me ne sono innamorata subito. Leggetelo.”
Giulia Ciarapica – Il Messaggero [Leggi la recensione]

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NOTA A MARGINE
Pasolini, 40 anni di ombre su un delitto utile

La notte fra il 1 e il 2 novembre 1975 moriva a Ostia, vicino Roma, Pier Paolo Pasolini, scrittore, poeta, regista, studioso della società italiana, intellettuale. Pasolini fu ucciso deliberatamente, prima ridotto ad un “grumo di sangue” (come definì lo stato del cadavere un medico legale) e poi finito con un passaggio della sua stessa auto sul corpo agonizzante. Il 26 aprile 1976 ad essere condannato per l’omicidio di Pasolini fu Pino Pelosi, detto Pino la Rana, 17 anni e qualche precedente per furto. Reo confesso. Il giovane, processato al Tribunale dei minori perché non ancora diciottenne, sconterà nove anni, sette mesi e dieci giorni “Per per atti osceni, furto aggravato e omicidio volontario nella persona di Pasolini Pier Paolo – lesse il giudice Carlo Moro, fratello del presidente della Democrazia cristiana Aldo -. Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all’idroscalo il Pelosi non era solo”. Ma nessun altro fu identificabile, quindi il processo di primo grado si chiuse e la difesa ricorse in appello e in Cassazione. Qui ‘la Rana’ venne sollevato dalla condanna di atti osceni e furto aggravato, mentre gli fu confermata la condanna per omicidio. Venne inoltre decretato che quella notte all’Idroscalo di Ostia ci fosse solo lui in compagnia di Pasolini. La vicenda passò sotto le forche caudine dell’opinione pubblica come un delitto maturato nell’ambiente della prostituzione omosessuale.

A 40 anni da quell’omicidio molte restano le zone d’ombra. Più di qualcosa è stato omesso, manomesso, manipolato, il sospetto nacque immediatamente negli amici di Pasolini, in chi lo conosceva bene e nei giornalisti, che riscontrarono incongruenze nelle indagini, nelle modalità stesse di investigazione.
I perché, i dubbi si rincorsero per anni, le ipotesi avanzate furono diverse, le richieste di riaprire il caso molteplici e circostanziate ma non portarono luce sulla vicenda. Fino al maggio del 2005, quando Pelosi ormai adulto e libero, si lasciò intervistare dalla giornalista di Rai3, Franca Leusini. Nel programma Ombre sul Giallo l’uomo rivelò di non essere lui l’assassino di Pasolini, ma che ad ucciderlo erano stati tre uomini, che avevano aggredito anche lui, lasciandolo poi andare via minacciandolo di morte e ripercussioni sulla famiglia se avesse aperto bocca. A prescindere dalle contraddizioni nelle parole dello stesso Pelosi, la sua dichiarazione cambiò la prospettiva di quell’efferato omicidio, le ipotesi diverse su quello che era stato ripresero forma e si avvicinarono sempre di più ad una fanghiglia di politica, potere, interessi dalle quali però non saranno mai portate alla luce, per diventare fatti. Nel maggio 2014, dopo l’ennesima richiesta di riaprire il caso per indagare sulla provenienza delle macchie di sangue trovate sul maglione rinvenuto nell’auto di Pasolini, il gip di Roma, Maria Agrimi, ha archiviato l’ultima inchiesta sulla morte dello scrittore e regista, accogliendo la richiesta sollecitata dalla Procura.

Ma se non è stato Pino Pelosi a uccidere Pasolini, chi è stato? Perché? Per chi e cosa tutte le ipotesi alternative sono state via via fatte sfumare?
Se volessimo credere all’ipotesi del delitto politico verso il “frocio Pasolini” cosa potrebbe rivelarci l’assassino misterioso? Erano gli anni Settanta e la politica era quella delle stragi, del terrorismo, della violenza che insanguinava le strade. L’odio verso Pasolini, l’intellettuale di sinistra, si realizzò con una strategia minima: lo seguirono, lo tirarono fuori dall’auto e lo massacrarono di botte. Peluso era uno della borgata, fece da gancio e si assunse la colpa.
Ma esiste anche una pista politica che inquadra l’omicidio Pasolini in un quadro più ampio e complesso, che apre la porta a ipotesi diverse. Un secondo ipotetico assassino/mandante potrebbe rivelare che nello scenario delle stragi, del terrorismo, della violenza diffusa che insanguinava le strade degli anni Settanta,  Pasolini era una mina vagante, un’intellettuale acuto: nel corso delle ricerche per i suoi romanzi andava a scavare in questioni nelle quali non si sarebbe dovuto immischiare. Sapeva dove guardare e a chi chiedere. Nello scrivere il romanzo ‘Petrolio’, uscito postumo nel 1992, molti anni dopo la sua morte, Pasolini raccontava delle relazioni fra la politica democristiana, aziende e capi d’azienda che non si sarebbero dovuti toccare e invece lui aveva messo le mani su appunti, relazioni, testi che aprivano le porte ad interpretazioni scottanti al ruolo del successore di Mattei, il rapimento del giornalista Mauro De Mauro fino al progetto di costruzione del metanodotto fra l’Africa e la Sicilia. Come avesse fatto a rimettere in fila tutte le informazioni intuendo la portata delle tessere mancanti del puzzle lo capisce solo chi va a visitare il Gabinetto scientifico e letterario Viesseux di Firenze, dove sono conservati i documenti e gli appunti che gli sarebbero serviti alla stesura di Petrolio e i materiali che Pasolini andava consultando, incluso – ora – il manoscritto originale del romanzo. Pasolini era scomodo, nel giro di poche ore gli fu tolta la parola, nel giro di pochi giorni – con il caso chiuso come omicidio a sfondo sessuale e lui denigrato e ridotto a caricatura – smise anche di essere scomodo.

Ma non è tutto, le ipotesi si possono accavallare, a volte combaciano in alcuni angoli. Come anticipato, dopo pochi giorni dalla sua morte gli amici di Pasolini cominciarono a raccogliere testimonianze e informazioni per capire cosa fosse successo. Sergio Citti, fra i più legati al regista e suo aiuto in alcuni film, andò all’idroscalo dove raccolse testimonianze e girò filmati sul luogo del delitto. Nel 1975 però il materiale da lui prodotto non fu messo agli atti dalla magistratura, né Citti fu mai sentito. Avrebbe potuto raccontare che pochi giorni prima dell’omicidio erano state rubate le pizze del film ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma’ dagli stabilimenti della Technicolor, assieme ad altro materiale video. Pasolini rimediò, utilizzando in montaggio altre sequenze e la cosa sembrò finire lì. Invece Citti viene contattato da Sergio Placidi, suo conoscente, che gli spiegò che a rubare le bobine era stato un gruppo di ragazzi che frequentavano un bar nella zona di via Lanciani, che si rivelerà essere il bar frequentato da Pino Pelosi, e che questi chiedevano un riscatto cospicuo per la restituzione del filmato. Il produttore del film, Alberto Grimaldi non volle versare la cifra milionaria richiesta e quindi la trattativa si chiuse senza scambio, salvo che pochi giorni prima del 2 novembre Pasolini fu contattato perché i ladruncoli, a loro dire, avevano capito che fra le pellicole rubate c’erano le sue e volevano restituirgliele. Ecco che ricomparve ‘la Rana’, che incontrò Pasolini per restituirgli il materiale. A questo punto, possiamo ipotizzare un terzo scenario: quando giunse all’appuntamento Pasolini era diffidente, non voleva far salire i ragazzi in auto, qualcuno gli si voleva anche proporre come attore nel suo prossimo film. Fece salire Pino Pelosi, che però disse di non avere lui le pizze rubate e quindi dovette chiamare al telefono per avvisare qualcuno che sarebbero andati a recuperarle, ed ebbe istruzioni di recarsi dopo mezzanotte ad Acilia (o anche a Dragona o Vitinia, località vicine). Siccome era presto, Pasolini portò il ragazzo che non aveva ancora cenato al ‘Biondo Tevere’, dove il regista non mangiò niente perché aveva già cenato con l’amico attore Ninetto Davoli. Finita la cena, lui e Pino presero la via Ostiense (e non la via del Mare come si sarebbe dovuto fare per andare a Ostia). Quando arrivarono al luogo dell’appuntamento furono raggiunti dai complici, Pasolini venne sequestrato e lo portato fino all’idroscalo. La fine è nota. Perché? Ordini dall’alto, hanno pensato in tanti, eseguiti da un gruppo di sbandati per compiacere qualcuno.

Ipotesi, sospetti, dubbi, misteri: l’omicidio Pasolini resta una pagina oscura della storia contemporanea del Paese. Ci troviamo invischiati in una melma di reticenza anche a 40 anni dal suo omicidio.
Resta alta la testimonianza di Pier Paolo Pasolini: la sua arte non conosce i limiti della cronaca, è quanto mai attuale. Grida della condizione umana di chi vive ai margini del potere, di chi ne è sopraffatto, anche di chi lo vorrebbe sovvertire e invece magari inconsapevolmente ne asseconda il gioco. Con la sua intensa, cruda poetica delle immagini e dei suoi testi, Pasolini racconta i vizi della società italiana, le sue pochezze, la corruttibilità di tutta l’umana carne; e resta sempre baluardo nel presente di una società che si definisce moderna e progressista ma non sa fare i conti con la propria storia.

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Giuliana Berengan, raffinato atelier culturale

Protagonista negli anni Ottanta con un noto atelier culturale in via Romei, Giuliana Berengan, con Massimo Roncarà, da decenni ormai inventa ‘avantgarde’ culturale, tra promozione, teatro,
letteratura, marketing culturale, in Italia, Svizzera, Giappone e altri Paesi.
Riguardo l’Atelier Il Passaggio, tra le numerose iniziative letterarie, ancora negli anni Ottanta ospitò il giovane Aldo Busi, presentando forse la sua opera più innovativa, “Seminario della gioventù”.
I due sono figure assolutamente uniche nel panorama culturale ferrarese, spesso attardato: e da più lustri Giuliana Berengan ed equipe – della quale ricordiamo, tra le numerose operazioni artistiche, bellissimi volumi dedicati alle dame storiche del Rinascimento estense, e uno degli scritti più belli sulle celebrazioni di Lucrezia Borgia – sorvolano, dribblano, provocano e prendono felicemente in giro, appunto, certo passatismo ferrarese.
Tra le prodezze neodadaiste e literary, ma scientifiche, alla Feyerabend o Noam Chomsky,
segnaliamo la campagna Save the World (Salvare le Parole, 2004), sorta di Biblioteca d’Alessandria versione pocket del Duemila. Oppure, tempi recenti, sempre sul femminile più libero di certa retorica tardo femminista – altrove da evidenziare il paradossale gastronomico quasi diario, “La cucina delle Donne a Ferrara”, (Tosi edizioni, 2008), a firma Giuliana Berengan, poi riedito e amplificato, la rara performance poetica nelle stanze di Palazzo Schifanoia,
“Verbodrammi Nomadi”, per Wislawa Szymborska (2012), Premio Nobel per la poesia. E costanti iniziative letteraria sul femminile e la letteratura contemporanea. Non ultimo, cronaca live, la Berengan a suggello della sua potenza conoscitiva e intellettuale (qua a Ferrara da un certo punto sublimata dall’interfaccia istituzionale politico-culturale in quanto politicamente scorretta, si segnalarono anche mini fatwa local stile relativamente e micro… Oriana Fallaci) ha celebrato l’ultimo 8 Marzo delle donne con un esordio giornalistico culturale strepitoso e significativo sul Wall Street International. “Parole per Nostalgia”, sempre nel proiect atemporale Save the Words [leggi].
I libri (alcuni) di Giuliana Berengan: “La cucina delle donne a Ferrara. Storie, ritratti, ricette di cuoche sconosciute” (2013, Este Edition); “Favolosi Cappelli” (2007, Tosi), “Favolose Parole” (Edizioni Associate, 2006); Giuliana Berengan (a cura di) “Le dame della corte estense” (Ferrara : F.D.A.P.A., 1998).

*da Roby Guerra, Dizionario della letteratura ferrarese contemporanea, eBook Este Edition-La

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Passeggiata e sale in zucca

Pronto Ada, come stai? Aspetta che ti racconto. Devi sapere che il sant’uomo sta scrivendo il terzo volume della sua trilogia, così almeno dice lui. Lo vedo transitare tra cucina e tinello con aria peregrina e se gli rivolgo la parola non mi sente, oppure proclama: “Penso”, come a dire non rompermi le palle. L’altro pomeriggio, che era più in vena, ha preso a raccontarmi la trama del nuovo lavoro e io non capivo niente e assentivo, e più assentivo e meno capivo, finché lui dev’essersi stancato del mio silenzio attento, che lo usa anche Renzi quando non ha la maggioranza, mi ha piantato in asso dicendo: “Vado a fare una passeggiata, così penso meglio”. Dopo trent’anni di matrimonio felice non l’ho ancora capita la questione e cado in un madornale errore, gli chiedo, già che è fuori, di comperare un pacchetto di sale. Colto di sorpresa lo vedo turbato: “Come dev’essere il sale, grosso o fino?” “Grosso, amore mio, grosso, sempre grosso!” “Va bene, alla Conad hanno anche il sale iodato e quello di Cervia e quello rosa confetto, quale mi consigli di prendere?”. Cominciavo a pentirmi di avergli dato un incarico, ma non depongo il sorriso: “quello che vuoi, amore”. Secondo gravissimo errore, lasciagli libertà di scelta, però sopravviviamo. Ha indossato il cappotto, si accinge a varcare la soglia e… va. Non sono passati cinque minuti che suona il cellulare: “Mia adorata, senti che cosa ho pensato: già che vado al supermercato non è il caso che di sale ne compri due pacchetti, uno grosso e uno fino?” “Certo, amatissimo, certo lo sai che i tuoi pensieri sono santi!” Finita la passeggiata il sant’uomo ritorna. “Ho messo tutto sul tavolo in cucina!”. In cucina, deposto sulla tovaglia a fiori di campo, troneggia un imponente filone di pane toscano perfettamente insipido. Lo giuro, non turberò mai più la passeggiata del genio.

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