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IPER CONNESSI
Siamo in prigione, e lo smartphone è il nostro secondino.

 

Esco di casa, finalmente parto, prendo un treno dopo mesi di clausura forzata. Siamo ancora tutti mascherati, qualche colpo di tosse o soffiatura di naso che ancora insospettiscono e fanno girare istintivamente dall’altra parte. Mi accomodo, ho cercato, come sempre, una carrozza poco frequentata e un posto isolato, a costo immancabilmente più elevato, ma serve a poco, tutto pieno. Pieno di esseri umani vocianti e trafelati, carichi come somari, con tutto il rispetto per i somari, con valigie di una grandezza esasperata e spropositata. Mi domando sempre cosa mai si porteranno, e perché, forse stanno via mesi. Sarà che, da anni ormai, viaggio con bagagli leggeri, memore di tempi passati dove quei fardelli pesanti erano divenuti un incubo, pesi fatti di cose inutili e che sistematicamente restavano inutilizzate e chiuse nelle valigie.

Viaggiare leggeri credo che sia il lusso maggiore che ci si possa permettere, la fortuna è di chi ha la capacità di essere selettivo e indovinarci.

Dicevo, mi siedo e mi guardo intorno. Stesso spettacolo delle metropolitane, dei bus, dei parchi, dei giardini e, ahimè, spesso anche dei musei. Tutti chini sull’oggetto del desiderio, su quel telefonino attira-persona, o come lo chiamo io su quell’odioso e antipatico device, che ormai è una vera barriera a ogni scambio umano fatto di attenzione e ascolto. Nessun libro in vista. Rarissimi esemplari di bipedi ormai li sfogliano. Giornali tanto meno. Solo schermi. Non parliamo di bambini e ragazzini. Idem.

Tutti connessi, a mostrare quello che si mangia e si beve, a quanto si è felici e glamour, a come è bello il mare o la montagna, quella mania di presenza che ci allontana dal vero presente. Succede anche al ristorante, quegli schermi illuminati campeggiano sui tavoli, sempre a sbirciare, anche quando si parla, non esiste più un dialogo che non sia interrotto da un bip di WhatsApp, di un sms o di un e-mail urgente che necessita attenzione immediata, perché senza di noi il mondo non si salva o non va avanti. Tutti indispensabili. Diritto alla disconnessione? Siamo noi a non volerlo, a non esserne capaci.

Li odio, ammetto, li odio terribilmente, odio i telefonini e coloro che vi stanno sempre incollati. Appiccicati come la carta moschicida. Con lo sguardo perso e fisso di chi non vede quanto succede accanto.

È una presenza che diventa assenza, disattenzione verso colui che ti sta parlando che non viene puntualmente ascoltato, lo si capisce dalle risposte vaghe che si ricevono. A volte non sono da meno, e, allora, mi fermo.

Se avete visto il documentario su Netflix The Social Dilemma (se non lo avete fatto, ve lo consiglio) concorderete sul tipo di allarme e di controllo sulla e della nostra attenzione e delle sue motivazioni spesso commerciali, ma ciascuno di noi dovrebbe essere capace di fermarsi. Il cervello lo abbiamo, serve anche a quello, a farlo funzionare.

Basta onnipresenza, sempre e continua, alziamo gli occhi. Sempre di più leggo di persone che si prendono una pausa dai social network, non è semplice soprattutto per chi li utilizza per lavoro, ma va fatto. Bravi.

Stacchiamo gli occhi dal basso di uno schermo, guardiamo negli occhi la persona che ci sta di fronte, rivolgiamo lo sguardo al cielo per vederne le nubi o fuori da un finestrino del treno per cogliere la bellezza di alberi e prati.

Guardiamo intensamente il colore del mare e dei fiori, non importa se non li fotografiamo con un apparecchio di ultima generazione, la memoria farà il suo lavoro, quelle sensazioni resteranno per sempre nostre. Fermarsi a fotografare spesso fa perdere l’attimo, un attimo che si può fermare solo nella nostra mente. Perché la memoria e le sue sensazioni sono la sola vera ricchezza di ogni essere umano. Una sensazione che con gli anni si trasforma in un ricordo che diventa sempre più emozionante. Non è il posto che fa la differenza ma quel sentire che negli anni muta e spesso rincuora e conforta.

Guardiamoci intorno, allora, alziamo quella benedetta testa, cerchiamo i colori che nessuno schermo può darci, accarezziamo il nostro cane per sentirlo più vicino, allunghiamo la mano per sfiorare il capo di un genitore, di un nipote o di un nostro caro. Quella mano che è sempre sulla tastiera sia utilizzata per sfiorare, accarezzare, disegnare, dipingere, suonare, coltivare un orto, raccogliere un fiore, cucinare una verdura, ricamare, unirsi in preghiera per un salutare mudra di yoga.

Disconnettiamoci dalla finzione e ricolleghiamoci alla realtà. Su gli occhi, allora, via dagli schermi, sguardo dritto al cielo! Non è poi così difficile.

Cosa sono i meme?

 

Spesso, quando parliamo di meme, ci riferiamo a contenuti divertenti (come immagini con scritte, gif, video, sticker e così via), che circolano in rete e riescono ad avere una notevole diffusione grazie alla loro capacità di colpire il nostro immaginario. Portare degli esempi di meme è semplice, ma non lo è altrettanto definirli.
Il termine è stato coniato dal celebre biologo Richard Dawkins nel libro The Selfish Gene (1976), secondo il quale i meme svolgono, sul piano culturale, la stessa funzione che hanno i geni nell’organismo. Così come i geni, i meme (abbreviativo di “mimene”, cioè “unità di imitazione”) si diffondono e mutano seguendo combinazioni casuali o rispondendo a sollecitazioni esterne.
In altre parole, come il gene si diffonde in altri organismi attraverso la riproduzione, così il meme si diffonde in altri cervelli tramite la comunicazione. Anch’esso può avere errori di copiatura e modificarsi, oppure trovare scarsa diffusione ed “estinguersi”.
Il termine “meme” dunque non è strettamente collegato alla rivoluzione tecnologica, ma può riferirsi alle cose più disparate: idee, comportamenti, mode, immagini, simboli, slogan, o qualsiasi altro tipo di prodotto culturale che possa essere trasmesso agli altri e dagli altri imitato.

LA PRESUNZIONE DEL SAPERE E L’ARROGANZA CHE UCCIDE IL DUBBIO

Un sottosegretario agli Affari esteri che scambia il Libano per la Libia, non dico che si debba dimettere, ma almeno cambiare incarico, questo sì, considerato che la confusione geografica di cui soffre potrebbe essere controproducente per la sicurezza e la stabilità del paese. È vero che la medesima patologia è condivisa da una collega senatrice della stessa fazione politica, ma sbagliare in due accresce solo il numero degli asini o delle capre a vostra scelta.

Considerata l’età degli interessati non si può neppure accusare le riforme della scuola che dal 2004, prima con la Moratti poi con la Gelmini, hanno defalcato le ore di insegnamento della geografia. Semmai non si studiava bene neppure prima e neanche ai tempi delle generazioni “diversamente adulte” come la mia, quando ti interrogavano alla cattedra con la cartina muta e dovevi mandare a memoria capitali, superficie, popolazione e densità, risorse naturali ed economia.

Non è necessario arrivare a tanto sadismo, ma in tempi di Wikipedia, Google Maps e Google Earth sarebbe  sufficiente ricorrere a questi strumenti, sempre che oltre a quelli materiali, si  disponga anche di quelli intellettuali, sostanzialmente si sappia orientarsi e si sia in grado di cercare.

Si ripropone il tema dell’ignorantocrazia, tornato abbondantemente alla ribalta in epoca di Coronavirus, con contestazioni dei comitati tecnico-scientifico e rivendicazioni populistiche della libertà di fare ammalare gli altri.

Mentre ci si preoccupa di riaprire le scuole e l’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia l’allarme sulle conseguenze dell’apprendimento perduto dai nostri giovani, si fa urgente anche la necessità di preoccuparsi dell’istruzione degli adulti, specie se poi ce li ritroviamo al governo del paese.
L’analfabetismo funzionale pare non risparmiare nessuno, né i bassi livelli di istruzione né quelli più alti, perché se non si continua a studiare, ad essere allenati ad apprendere, anche le competenze necessarie alla gestione della vita quotidiana col tempo si offuscano.

Veniamo dopo l’Indonesia, il Cile e la Turchia tra i 33 paesi che hanno partecipato all’ultima indagine internazionale sulle competenze degli adulti, svolta dal programma Piaac dell’Ocse. Il problema poi si aggrava, se consideriamo che in ogni Paese sono proprio le conoscenze delle persone più adulte che rischiano di diventare obsolete, perché sono quelle che meno accedono alla formazione.
Nando Pagnoncelli nel suo libro, La Penisola che non c’è: La realtà su misura degli italiani, ci mette in guardia, ricordandoci che, quando il bagaglio delle competenze è magro, questo produce pesanti ripercussioni sulla formazione delle opinioni e sull’agire quotidiano.

Del resto, l’assenza di attrezzi per districarsi nella complessità ha portato alla scorciatoia di negarla, accrescendo nelle persone la presunzione che sia possibile semplificare le soluzioni e le risposte, non con il rasoio di Occam, ma con il coltello dell’incompetenza. Anzi la competenza è sempre più oggetto di discredito mentre cresce invece la sicurezza di poter sapere tutto, a prescindere dalla formazione, dallo studio, dalla fatica necessaria a imparare. È l’effetto collaterale della democratizzazione del sapere attraverso la rete, che anziché produrre la crescita della conoscenza e del desiderio di apprendere ha finito per impigrire le menti, col diffondersi di un sapere superficiale e di bassa qualità. Un sapere fai da te, il sostituto i tech del Bignamino pronto per l’uso, che ciascuno si costruisce con mezzi sommari e sbrigativi.

Questa cura dell’ignoranza, coltivata come  sorta di difesa contro scienza e conoscenza asservite a poteri occulti che manipolano la realtà, ha portato al discredito di scuola e insegnanti che non detengono più il monopolio dell’istruzione e della formazione. È come sparare sulla Croce rossa in tempi in cui società della conoscenza e capitale umano costituiscono le chiavi sociali della cultura, dell’economia, dell’ambiente e di ogni sviluppo sostenibile, per dirla con l’Agenda 2030 dell’Onu, che pare sia tornato di moda citare.

Scrive il sociologo Stefano Allievi nel suo libro,  La spirale del sottosviluppo: “Ricchezza chiama ricchezza. Bellezza chiama bellezza. Cultura chiama cultura. Apertura mentale chiama apertura mentale. Cosmopolitismo chiama cosmopolitismo. Intelligenza chiama intelligenza. In Italia, spesso, si ha la sensazione che non rispondano…”

L’arroganza del Paese e delle fazioni politiche ha cancellato il ‘dubbio’ la sua funzione salvifica e pare che la certezza sia ormai al governo con forze populiste che presumono di possedere il verbo che predicano come la dottrina di una setta.
È quello di cui hanno bisogno le persone in cerca di una identificazione, di un riconoscimento che non sanno trovare altrove, nello studio e nelle pagine dei libri. Sono le persone che con un basso livello di competenza si ritroveranno con più probabilità a votare per un partito caratterizzato da un programma populista.

È legittimo pensare che la strategia dell’incompetenza, dell’ignoranza, della diffidenza nei confronti di chi ha studiato ed è esperto sia alimentata ad arte. Non sono la scienza e la cultura ad essere collise col potere, ma bensì l’ignoranza perché da sempre, storicamente, i popoli maggiormente manovrabili sono quelli meno istruiti. Oggi è più facile, perché mai come ora l’istruzione di ieri ha bisogno di essere ricostruita giorno per giorno nel sapere di domani.
Non dico che avremmo bisogno dei filosofi a capo della Repubblica di Platone, ma certamente la complessità che si vuole esorcizzare e che sarà sempre più complessa ha bisogno al governo del Paese di un capitale umano colto ed esperto, che non incespichi sui congiuntivi e prenda clamorosi scivoloni geografici.

FOGLI ERRANTI
SCAMPOLI DI LOCKDOWN (3) – Tecniche di respirazione in apnea

di Giovanna De Simone

Tutto sommato mi sto abituando a questa reclusione. Non scalpito più come un animale in gabbia, come il giorno in cui il mio padrone mi mise agli arresti domiciliari.
Qui, in questi spazi ristretti, ho ricominciato ad inspirare ed espirare anche con poca aria a disposizione. Bisogna solo cambiare il modo di respirare, dice sempre il mio maestro yoga Raffaele durante le sue dirette facebook.
A proposito, ne ho una alle 18.30, ma oggi ho talmente tante cose da fare che non so se riuscirò ad essere puntuale all’appuntamento.
Alle 10.00, dopo il saluto al sole e la colazione, ho una lezione di risveglio muscolare, poi doccia, qualche telefonata di lavoro ed è già ora di preparare il pranzo ed infornare una nuova ciambella per la merenda mattutina.
Dopo pranzo è il momento della siesta, che trascorro dormicchiando sul divano tra notiziari e social, per ridere o piangere con i miei simili, stringendoli in un grande abbraccio virtuale.
Caffè e alle 14.30 ricomincio a lavorare in procedura smart working, come direbbe l’uomo forte che mi governa. Devo inviare alcune mail, far misurare in videochiamata la febbre a tutte le ospiti delle strutture di accoglienza che gestiamo, fare una riunione di équipe con le mie colleghe, per il monitoraggio dei casi.
Tempo prima, questo confronto si svolgeva una volta alla settimana, ma in quest’epoca di coronavirus e con le case piene di donne recanti vari disagi e svariate violenze, il confronto on-line è diventata una pratica quotidiana.
L’unica figata dello smart working è che mentre lavori puoi fare un sacco di cose contemporaneamente: rimestare il ragù, sistemare alcune foto del 2013 sparse sul desktop del computer casalingo, fare un solitario mentre si è in conference call con Bruxelles.
Solo al termine del mio finto orario di lavoro mi rendo conto che non ho ancora trovato il tempo di stendere i panni e guardarmi la 9° puntata, terza stagione, di una serie TV che manco Beautiful mi ha mai appassionato tanto.
Alle 18.30, in diretta su youtube, ho lezione di pilates, e poi via per la preparazione della cena.
Ho deciso di saltare l’appuntamento delle 18.00 con Borrelli, mi avrebbe rallentato tutte le attività, oltre a lasciarmi una carica di tristezza che avrei smaltito solo il giorno dopo come una brutta sbronza.
Da quando ho deciso di bannarlo, mi leggo i resoconti del bollettino on-line solo dopo cena, sdraiata sul divano e con un amaro nel bicchiere. So che è brutto dirlo, ma bisogna pur sopravvivere.
Rimane fisso il mio appuntamento delle 21.30 con la spazzatura. Mi metto il giubbotto, mi rullo una sigaretta ed esco fino ai bidoni, aspirandomi l’aria della sera.
Alle 22.00 ho la meditazione collettiva con il gruppo Osho Shao in diretta su istagram. Poi mi faccio ancora la doccia e mi corico esausta a letto, entrando nella meravigliosa residenza di Downton Abbey che mi aspetta a braccia aperte.
Inspirare. Espirare.

La sindrome di Zuckerberg

All Night (Parov Stelar, 2012)

Brimful Of Asha (Cornershop, 1997)

In questi giorni di rigido isolamento domestico, messo in atto per scongiurare il più possibile la diffusione del virus, corriamo tuttavia il rischio d’incorrere in una patologia non pericolosa come il covid19, ci mancherebbe, ma certamente invalidante e di non facile guarigione: la cosiddetta febbre di feisbuc, o sindrome di Zuckerberg.
Dunque, come possiamo tutelarci dalla sindrome di Zuckerberg?
Si tratta di una malattia altamente contagiosa, si trasmette via web e non esistono difese autoimmuni. La sintomatologia è nota: voglia irrefrenabile di controllare la propria pagina facebook ad ogni ora della giornata; leggere ogni stronzata venga pubblicata e pubblicarne di proprie; ciondolare su e giù col cursore per vedere se qualche preziosa stronzata ci sia eventualmente sfuggita; commentare su ogni argomento da grandi esperti e con perfetti sconosciuti; litigare con questi perfetti sconosciuti come se non ci fosse un domani; chiedere l’amicizia ad altri perfetti sconosciuti che rimarranno tali anche dopo anni; masturbarsi coi like ricevuti; eccetera.
Le conseguenze della malattia sono abbastanza serie: fancazzismo cronico generalizzato, inconcludenza, apatia, atrofia muscolare, stitichezza, atonia sessuale e, nei casi più gravi, principi di autismo e inedia.
Esistono in circolazione vaccini da somministrarsi tutti i giorni nel tempo libero, che però spesso vengono purtroppo ignorati: libri, bricolage, collezionismo, ballare i brani dei due video, un buon film, autoerotismo, lavare i piatti…
Passeggiate all’aperto, uscite con amici, sport e giochi erotici col partner sono per ora vietati. Ma saranno, una volta cessata l’emergenza, valide alternative in grado di creare gli anticorpi necessari a difesa da eventuali ricadute.
Comunque, nei casi più gravi esiste un’infallibile terapia d’urto che è la seguente: mandare tutti gli amici di facebook a cagare e lanciare il portatile dalla finestra!

Quando la Cultura entra in Rete: Orizzontale vs Verticale.
Molti pericoli e una grande opportunità

Oggi la cultura ha assunto dimensioni geometriche e coordinate spaziali. Si è fatta da verticale sempre più orizzontale e i suoi fili si intersecano come nella tela di un ragno. La tela è la Rete, quella digitale, che cattura i nostri occhi e le nostre menti, nutrendo i neuroni dei nostri cervelli di virtualità, di mondi frammentati, di rimandi e distrazioni, di salti da palo in frasca.
Per qualcuno internet ci rende stupidi, perché produce una profonda mutazione del modo di funzionare del nostro cervello: dalla assimilazione alla dispersione. La frammentarietà della rete predilige la semplificazione, la superficialità del messaggio, la disabitudine alla fatica della lettura profonda, il rifuggire dalla complessità.
L’era delle TIC ha prodotto la orizzontalizzazione della conoscenza: è sufficiente cercare in rete, non occorre né risalire alle fonti né scendere in profondità. Il movimento verticale della cultura con il quale noi vecchie generazioni siamo stati formati è soppiantato dalla orizzontalità di Wikipedia e Wikiquote, di Google libri, di Europeana, di Archive e tanti altri replicanti del patrimonio di saperi accumulato dall’umanità.
La metamorfosi democratica della cultura prodotta dalla sua digitalizzazione, insieme alle luci, rivela però anche le ombre.
Non è colpa della tela di ragno che ci attira e ci cattura, tutto dipende dal modo in cui ci avviciniamo ad essa per non esserne imbrigliati.
La rete si presenta come un banchetto attraente, l’abbondanza di cibo offerto al nutrimento del sapere ci induce un senso di sazietà che in realtà occulta la sua scarsa capacità di nutrirci realmente. Il rischio è quello di sapere tutto senza capire niente. Ci illudiamo che gli ingredienti equivalgano ad una pietanza, senza dover fare la fatica di amalgamarli e di cuocerli.
Questa è la sfida che oggi hanno di fronte a sé – e hanno il dovere di affrontare – le istituzioni formative. a partire dalla scuola e dalle università, ma non solo, tutte le istituzioni culturali in generale. Affiancare all’orizzontalità della rete la profondità verticale della conoscenza. Far crescere le nostre capacità di elaborare e utilizzare le enormi potenzialità della rete, che non vanno demonizzate, ma salutate come conquista e innovazione, per questo abbiamo bisogno di metodo, di menti curate al di fuori della rete, fornite degli anticorpi necessari.
I depositari della cultura verticale, del sapere organizzato, gli atenei  e le istituzioni culturali in genere, non possono restare chiusi nella loro superiore verticalità, nelle torri d’avorio dove si confeziona il sapere, hanno la responsabilità di mobilitare le conoscenze, di diffonderle come antidoto alla frammentarietà e superficialità della rete.
Spetta a loro un accorto lavoro di divulgazione che consenta ai cittadini di maturare opinioni ‘informate’ anziché ‘informatizzate’ per partecipare responsabilmente alle scelte ‘eticamente sensibili’, al dibattito su tutte le questioni da cui dipende il loro oggettivo benessere. Dall’altra parte, la rete si nutre di presunzione, di senso di superiorità, nell’illusione di aver conquistato una dimensione orizzontale della cultura, solo apparentemente democratica, perché gli strumenti di approccio e di uso non sono per tutti gli stessi. L’inganno di una cultura che nasce dal basso perché la rete piega in orizzontale la verticalità di ogni sapere.
L’uso della cultura, che una volta demarcava le gerarchie sociali e le divisioni di classe, è stato sconfitto dalla rete. Ma la verità non è stata piegata. La verità continua ad essere quella, e non può essere decisa a maggioranza attraverso i plebisciti a cui la rete ci sta abituando.
La cultura è la nostra appartenenza, è la nostra identità, è la condizione per essere comunità, per essere individui sociali partecipi di una intelligenza collettiva. Da questo non si prescinde. Il rischio è di ridurre la cultura al suo consumo, all’usa e getta, senza soste, senza riflessioni, senza apprendimenti. Una cultura non più percepita come bene comune, come patrimonio, ma esclusivamente come un servizio.
Fin dal 2006, l’Unione Europea ha inserito la competenza digitale tra le otto competenze di base dell’apprendimento, necessarie al pieno esercizio della cittadinanza. La rete ci serve, è una grande conquista, ma non è detto che sia democratica. Come tutte le cose dipende dall’uso che se ne fa. Occorre essere attrezzati prima di tutto contro la deriva di una cultura troppo orizzontalizzata.
Gli attrezzi ce li abbiamo, a partire dai libri, che devono tornare a passare di mano in mano, dalle biblioteche, luoghi di alfabetizzazione culturale e di ‘bibliodiversità’, fino alle scuole, che devono tornare ad essere i centri della ‘cultura organizzata’, della ‘cultura della complessità’, dove si apprendono i processi di discernimento.
In questi giorni è uscito, per i caratteri della Laterza, un saggio da cui ho attinto per scrivere questo articolo è, appunto, La cultura orizzontale di Giovanni Solimine e Giorgio Zanchini a cui rimando i miei lettori.

labirinto-museo-archeologico

Si scrive Giardino degli Dèi, si legge Miniera di Racconti: alla (ri)scoperta di Ferrara

Demetra, Ade, Zefiro… Tra tutti i personaggi della mitologia greca, evocati dalle e dagli studenti del Liceo Scientifico Antonio Roiti, è stato forse Zeus, il padrone del tempo, il più velatamente presente, con la sua leggera e rinfrescante pioggia mattutina. Anche quest’anno, le Giornate Europee del Patrimonio la nostra città non se le è lasciate sfuggire. Si tratta di un appuntamento ormai fisso nel panorama del continente, che consente a milioni di persone di ammirare per la prima volta monumenti spesso non accessibili. Il tema scelto per l’edizione 2019 è ‘Un due tre… Arte! Cultura e intrattenimento’, con un obiettivo ambizioso: riflettere sul benessere che deriva dall’esperienza culturale e sui benefici che la fruizione del patrimonio può determinare. In particolare, il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara ha arricchito la propria offerta partecipando alla rassegna regionale ‘Vivi il Verde’, che da anni mira a far vivere alle e ai cittadini emiliano-romagnoli la natura in ogni sua declinazione. Il sottotitolo, ‘Intelligenza della natura e progetto umano’, è tutto un programma: partire dall’idea classica di giardino, artificio umano, per arrivare a immaginare nuove modalità di alleanza tra la nostra specie e il resto dell’ambiente.

Come non approfittare dell’occasione per vivere in una veste nuova il giardino neorinascimentale di Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro? Grazie alla guida della classe 5N e delle docenti Francesca Bianchini ed Elena Cavalieri D’Oro, le piante coltivate e gli intricati percorsi del labirinto non avranno più, d’ora in poi, così tanti segreti. Nonostante l’inclemenza meteorologica, le visitatrici e i visitatori, domenica 22 settembre, hanno con interesse seguito i piacevoli racconti legati alla moderna botanica e alle antiche leggende. L’evento, deliziato da un collaterale buffet, era parte del progetto scolastico ‘Muse Inquietanti’, portato avanti anche tra le sale del museo in qualità di alternanza scuola-lavoro, che negli ultimi tempi ha fornito il giardino di nuovi apparati fissi, dai quali è possibile apprendere molte informazioni su ciò che un occhio inesperto potrebbe non riconoscere.

Ma se si parla di questa ricchezza novecentesca, certamente il Garden Club Ferrara non può esserne del tutto estraneo. L’associazione ha infatti partecipato alle varie fasi del progetto, in virtù del forte legame che da sempre la unisce a tale luogo. La presidente Gianna Borghesani non ha avuto remore nel ricordare come proprio le volontarie e i volontari associati, a fine secolo, furono i grandi protagonisti del recupero di ciò che allora era semplicemente un accumulo di erbacce, che aveva addirittura nascosto del tutto il celebre labirinto.

Le ragazze e i ragazzi non erano tuttavia soli nell’allietare il curioso pubblico, poiché il Club Amici dell’Arte aveva, già dal giorno prima, allestito una mostra temporanea di proprie opere pittoriche, grafiche e fotografiche, all’interno della magnifica Sala del Tesoro e lungo il porticato, dando così voce al proprio scopo di promozione dell’arte e della cultura.

Eppure, è proprio il caso di dirlo, non è tutto rose e viole, come ha voluto sottolineare un’arguta lettura del labirinto fornita da una liceale. Se un tempo l’essere umano era chiamato a scegliere la strada con le proprie forze, nell’era di Internet nessun dedalo è più affrontabile con il solo aiuto del proprio ingegno.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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MEMORABILE
Un nuovo sito internet per l’artista Gianni Celati

A dispetto dell’anagrafe, il pittore e scultore Gianni Celati (classe 1936), decano degli artisti ferraresi, si avventura nel “giovane” ambiente del Web allo scopo di antologizzare e di divulgare la sue importanti opere create nel corso di ben oltre mezzo secolo di attività artistica. E’ infatti da pochi giorni on-line il suo sito Internet: www.giannicelati.onweb.it, all’interno del quale è possibile compiere un esaustivo “viaggio” fra le sue opere informali, figurative e scultoree, e inoltre raccogliere informazioni biografiche nonché riguardanti le principali mostre personali e collettive a cui l’artista ha partecipato a partire dal 1963. Nel corso della sua lunga e fortunata carriera Gianni Celati ha esposto un po’ dovunque in Italia e spesso in Europa e negli Stati Uniti. E adesso nel Web.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Gli ingannevoli algoritmi dei nostri like

Pare che siamo sempre più migranti verso noi stessi, abbiamo inventato il modo di nutrire ogni giorno le nostre convinzioni, le nostre sicurezze, le nostre arroganze. I “like” che usiamo sono like che in realtà rivolgiamo a noi stessi, autoreferenziali, perché è like tutto ciò che assomiglia a quello che pensiamo, che vorremmo leggere o sentirci dire. Scegliamo sempre più di vivere, lavorare e socializzare con persone a noi simili per ogni aspetto e nulla è più simile a noi di noi stessi. I nostri comportamenti in internet sono lo specchio di tutto questo, ne consegue che rompiamo i ponti con tutti gli altri che non sono come noi. Da quando i social sono divenuti tante piazze virtuali è più facile porre fine ad una amicizia con un clic che con una animata discussione vis a vis.
Ci va di mezzo il sapere, la conoscenza, la competenza e soprattutto la regola più elementare di ogni democrazia, la capacità della gente di andare d’accordo con gli altri. Ecco, forse vanno ricercati qui i prodomi della società del risentimento e dell’astio.
Tutti rincuorati e rafforzati dagli ingannevoli algoritmi dei nostri like che ci fanno vedere sempre più le cose che ci piacciono ed escludono tutte le altre. Siamo impantanati in internet, presi nelle sue sabbie mobili. Così non ci fidiamo più di nessuno, professori, scienziati, esperti. Su tutti domina Google, l’infallibilità di Google e Wikipedia sourcing che alimentano l’illusione di poterci procurare una competenza fai da te.
La conoscenza e i suoi nemici” è il libro del momento. Michele Serra gli ha dedicato una sua Amaca, Paolo Gentiloni al Forum di Cernobbio ha invitato a leggerlo, Sabino Cassese ne ha scritto su “Il Sole 24 ore”.
Il suo autore, Tom Nichols dell’Harvard University, sostiene che lo sviluppo della tecnica ci ha reso più incompetenti, anziché aprire la strada alla stagione di un nuovo illuminismo, pare condurci verso un inedito oscurantismo.
Il libro porta come sottotitolo “L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia”. L’allarme non riguarda solo gli Stati Uniti d’America, perché la realtà descritta dal professor Nichols può essere tranquillamente trasferita in Italia.
Che oggi ci troviamo di fronte a qualcosa di peggio dell’ignoranza, è qualcosa che proviamo anche noi quando l’ignoranza e il diffidare degli esperti vengono esibiti con orgoglio narcisistico. Quando l’orgoglio di non sapere le cose, di rifiutare l’opinione dei professionisti significa affermare la propria autonomia.
È la fragilità degli ego aumentati dai clic dell’internauta che non sopportano di sentirsi dire che stanno sbagliando qualcosa perché nell’arroganza delle loro identità virtuali ignorano la loro ignoranza.
I “negazionisti dell’Aids” ce li abbiamo anche noi. Tom Nichols ci racconta che un americano su sei e uno su quattro laureati non è in grado di identificare l’Ucraina su una carta geografica. Da noi il settanta per cento delle persone adulte è al disotto del livello tre di competenza richiesto dall’Europa e sono quelli i cui ego navigano in internet.
Il pericolo va ben oltre la democrazia, mina alle radici la cultura moderna, perché la fine della competenza si accompagna al rifiuto del sapere esistente, alla sua negazione, al rifiuto della scienza e di ogni razionalità obiettiva.
Ma la tecnica c’entra poco, non condivido il pensiero di Tom Nichols che internet sia per tanta parte responsabile della fine delle competenze.
Il fatto che innumerevoli cassonetti di immondizia siano variamente parcheggiati in rete, non esclude che il web offra anche ampi viali di intelligenza e saperi, dai siti delle università di tutto il mondo, alle biblioteche, ai centri di ricerca, a importanti think tank culturali e scientifici.
Incolpare del diffondersi dei falsi saperi e delle competenze fai da te le nuove tecnologie ci espone ad essere come il dio Thamus nel Fedro di Platone, che temeva l’avvento dell’alfabeto e della scrittura in quanto avrebbero portato gli uomini alla dimenticanza, alla distruzione della memoria.
Da allora la scrittura non ha smesso di lasciare le sue tracce dai libri a rotolo dell’antico Egitto, lunghi quanto una stanza, ai volumi a pagine, dalla stampa di Gutenberg alla stampa alla velocità della fibra ottica, e non è che tra i tomi non manchi la spazzatura.
Sulla manipolazione delle informazioni e dei saperi, sugli imbrogli che possono produrre le tecnologie della comunicazione dovremmo essere da tempo vaccinati, almeno dall’uscita nel 1922 del libro di Walter Lippmann “L’opinione pubblica” e dalla sortita radiofonica di Orson Wells nel 1938 con “La guerra dei mondi”.
Il problema è che internet aiuta le persone ad appagare un desiderio sempre più legittimamente covato, quello di riprendersi il controllo delle proprie vite, quello di non farsi comandare, di non farsi manovrare. Più che al crollo delle competenze assistiamo al crollo della fiducia, al diffondersi della diffidenza come una nebbia che avvolge tutto e tutti.
Semmai gli ingannevoli algoritmi dei nostri like non fanno che accrescere il deficit di cittadinanza in un’epoca sempre più complessa, un’epoca che ci chiede di nutrire meno certezze, meno scorciatoie e pensieri deboli, meno arroganze e sicumere. Meno chiusure su noi stessi e più capacità di decentramento sociale anziché virtuale. Soprattutto di avere chiara la consapevolezza che internet non ha ridotto il bisogno di sapere e di competenze, ma l’ha moltiplicato, e più la rete si allarga, più tale bisogno si fa esponenziale. È così da sempre per ogni conquista dell’uomo.
È possibile che scienza e tecnica ci abbiano resi più incompetenti e che questo sia il paradosso positivo del nostro tempo, se aiuta a renderci conto della nostra ignoranza, a misurare ogni volta la nostra distanza dall’essere competenti e da chi il sapere e la ricerca li frequenta per mestiere.

giornali-web

Giornalaio non è giornalista

Il giornalismo esiste ancora. Non è morto, sopravvive coraggioso al dilagante piattume disinformativo dei media tradizionali, monco di appoggi e visibilità, ma forte di un’etica comunicativa che non può essere tradita. I suoi luoghi non sono le televisioni o i grandi megastore. Sono piuttosto il web e le piccole librerie, dove non si è sopita l’abitudine di fare pensiero: divergente, se necessario.

Un momento dell’incontro

E’ accaduto così che martedì pomeriggio mi sono trovato, presso la libreria Sognalibro di Ferrara, a partecipare a un dialogo pubblico tra due grandi giornalisti emiliani, Gian Pietro Testa e Gianni Flamini, autore di inchieste sul terrorismo e la politica: ultima in ordine di tempo ‘Maschere e tresche. Il terrorismo da Obama a Trump. Strutture, dinamiche e retroscena globali’ edito da Castelvecchi quest’anno.
Due gentiluomini d’altri tempi, leggende viventi del giornalismo italiano, che nonostante il trascorrere del tempo continuano imperterriti a svolgere il proprio lavoro: informare.
E’ molto chiaro Flamini: “tutti i nostri media sono controllati, per sapere cosa succede nel mondo bisogna guardare altrove”. Quell’‘altrove’ è oggi internet, l’unico mezzo ancora impossibile da manipolare. Ci provano, attraverso il controllo delle cosiddette ‘fake news’, ma senza successo. “Grazie alla rete – continua Flamini – è possibile infatti consultare ogni giorno le agenzie di tutto il mondo”, mettendo insieme i dati e verificando quali sono più o meno attendibili, e soprattutto “evitando di rimanere vittime della grande narrazione occidentalista imperante”. La Storia, si sa, la scrivono i vincitori e la Storia ufficiale degli ultimi cento anni non è ancora stata cambiata. Peggio ancora, l’esistenza di dibattiti storici è persino sottaciuta o risibilmente derisa. “La Storia del passato”, ammonisce Gian Pietro Testa, “è in realtà la Storia del futuro”. Facile dimostrarlo: basta guardare la situazione internazionale di oggi: “Siamo in guerra permanente ormai da decine e decine di anni, con l’Italia sempre in prima fila”, a causa della sua – la nostra! – appartenza alla Nato. “E’ almeno da Pearl Harbour che gli Stati Uniti si impegnano a provocare tensioni, focolai e vere e proprie guerre in giro per il mondo. Noi italiane e italiani lo sappiamo bene, visto il terribile periodo del terrorismo che abbiamo dovuto affrontare nel nostro Paese – ha continuato Testa – Eppure, quante volte viene ricordato il ruolo direttivo rivestito dalla Cia, sin dalle prime elezioni politiche?”
“Non sono bastati”, tuttavia, “neppure la Jugoslavia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, l’Ucraina o la Siria per far prendere coscienza al nostro popolo dei terribili crimini di complicità di cui ci stiamo macchiando”. E’ forse un nostro vanto l’utilizzo di aerei italiani da parte della – democraticissima – Arabia Saudita per bombardare donne, uomini, bambine e bambini yemeniti?

E mentre l’Isis sta diventando un ricordo del passato, grazie alla efficace – ma ‘russofobicamente’ biasimata – azione dell’esercito russo insieme con quello del legittimo governo siriano, nuovi obiettivi spuntano all’orizzonte nel vero e proprio puzzle del Medioriente, Libano in primis. Su chi contare? La risposta non può che essere una: su chi è davvero in grado di informarsi e di comprendere la pericolosità di un’alleanza guerrafondaia. Il popolo del web ha gli strumenti per poter sapere, decidere e agire. Il mondo non aspetta. Ma una speranza c’è.

La comunicazione ai tempi del web: la nuova generazione delle radio

Un mondo giovanile, un visione diversa della comunicazione portata avanti sia grazie alla tecnologia sia a causa delle esigenze legate al volere esprimere un’idea, un pensiero: è questo il mondo delle web radio.
Tutti, nella vita abbiamo avuto a che fare con una trasmissione solo vocale: la ‘vecchia’ radio fm ha accompagnato le attese dal parrucchiere, i viaggi in autostrada, le serate al bar o semplicemente una mattinata a casa. Purtroppo il mondo tra gli 87,5 e i 108 Mhz non solo è saturo, ma obbligherebbe chi vi si volesse avvicinare a un intrigata rete burocratica di licenze e, soprattutto, a dei costi davvero proibitivi. La risposta è proprio quella delle trasmissioni web. La filosofia è semplice: si parte dalle stesse esigenze che hanno fatto nascere le prime stazioni radio libere e cioè la voglia di esprimere, comunicare un contenuto. La scelta è la più variopinta: si va dalla musica ai contenuti più ‘impegnati’.

Un assaggio di questo universo è stato fornito dal Web Radio Festival, manifestazione arrivata al quarto anno e organizzata dal sito Radiospeaker.it. Al primo impatto sembra ci si trovi in una festa per radio fm, ma poi ci si accorge delle differenze: qui si è praticamente svincolati dai limiti della banda, l’universo creato da internet ha generato una miriade di possibilità di comunicare talmente sconfinate che sembra quasi ci sia un bisogno di regolamentazione. L’unico limite sembra essere quello della Siae, ma investigando si scopre anche che molte radio sul web non la pagano. Difficile anche controllare chi siano gli evasori: troppe per poter attuare un controllo capillare e troppi i sotterfugi per poter depistare le eventuali indagini. Quello che risulta chiaro comunque è il grande apporto tecnologico a un settore che fino a qualche anno fa sembrava appannaggio di speaker casalinghi: infatti aziende già affermate e altre nate con questo scopo offrono stazioni di broadcasting, corsi per diventare tecnico e ci sono realtà che formano professionisti sia nella conduzione sia nella gestione.

Anche Ferrara non è immune da questo fenomeno, la nostra città ha da poco visto la nascita della Web Radio Giardino, che trasmette dalla Factory Grisù. Web Radio Giardino è parte integrante di un progetto per la riqualificazione di un quartiere difficile come il Gad e vede al suo interno non solo già un panorama di programmi in espansione, ma anche un eterogenea provenienza geografico-culturale dei partecipanti, su tutti i livelli. E l’eco mediatico non si è fatto aspettare: dal Corriere della sera alla Rai.

Oramai quindi le web radio non sono più un qualcosa di amatoriale anche perché i ‘web ascoltatori’ stanno diventando sempre più esigenti e le capacità che prima si potevano trovare solo sulle radio ufficiali, ora si stanno trasferendo anche in questa sfera della radiofonia. Anche l’approccio dell’ascoltatore è totalmente cambiato: niente più radioline, niente antenne, nulla più a che fare con manopole e ricerche di stazioni. Ora è tutto in rete, online. Segnali puliti governati solo dalla capacità della banda, quasi dappertutto ultraveloce. Niente più orari fissi, ma tutto in poadcast, perché le generazioni odierne sono quelle del ‘quel che voglio, quando voglio’. Insomma il futuro sembra essere questo e anche i social si stanno trasformando e adattando a queste esigenze, basti pensare che in questi giorni Fiorello sta facendo una trasmissione ‘radio’ su facebook. Insomma un mondo, quello della fm, che sembra destinato a scomparire o comunque a non essere più lo stesso, visto che oramai anche tutte le stazioni che trasmettono su queste frequenze si sono dotate di dirette social, siti di streaming e poadcast per riascoltare le dirette. Certo anche qui non mancano i problemi dovuti proprio dall’altissimo numero di trasmissioni e di persone che fanno programmi e che quindi difficilmente riesce a ottenere delle sponsorizzazioni.
Ai nostalgici quindi non resta altro da fare che adattarsi e rinnovare il proprio bagaglio tecnico e la propria visione del mondo della comunicazione solo vocale, oramai anche la radio è web.

BORDO PAGINA
Debord e il cibermondo, intervista a Raimondo Galante

Recentemente il filosofo ferrarese Raimondo Galante (originario di Venezia) ha edito in eBook “Debord 2.0 e la Internet Society”, Asino Rosso edizioni, Ferrara. Una rilettura del celebre guru intellettuale fondatore del Situazionismo nel secondo novecento. Ecco un’intervista di approfondimento all’autore.

Raimondo, il tuo Debord aggiornato all’era informatica e del web, esatto?
Assolutamente, è così… E’ il web in sé con la sua vocazione a trasformare tutto in immagini che si intrecciano e si mescolano in un fantastico carosello caleidoiscopico e che potrebbero essere montate e trasformate in molteplici film potenzialmente infiniti la cui pellicola non è altro che la grande rete telematica globale (World Wide Web), ovvero la dimensione cyberspaziale e iperterstuale della “Noosfera Internet”, è appunto molto debordiano.

Raimondo, nel saggio originario, ora anche in estratti mirati, scritto nel 2000 circa, grande attenzione all’influenza delle avanguardie storiche sull’inventore della psicogeografia: oggi le avanguardie sembrano silenti o comunque laterali, perchè?
Molto semplice le Avanguardie storiche novecentesche, in primis il Futurismo, hanno anticipato tutto ciò che a livello artistico, tecnologico, socioeconomico e politico stiamo vivendo ora. Pertanto, soprattutto con l’avvento dell’universo virtuale del Web la dimensione intera della cultura è l’Avanguardia e tutto ciò di avanzato, innovativo e ipertecnologico che si trova in Internet è pura e semplice avanguardia… Ergo le Avanguardie come fenomeno storico artistico e serie di eventi episodici e isolati tra di loro hanno esaurito la loro funzione storica lasciando e cedendo il passo all’avanguardia algoritmica totale che ingloba in sé come un gigantesco buco nero, interamente fagocitandole e assimilandole tutte le forme artistiche e culturali che vengono trasportate in una dimensione totalmente nuova ed orizzontale dove i limiti ed i concetti di tempo e spazio come li intendiamo noi in maniera tradizionale sembrano veramente aver perso di significato e non avere più senso.

Raimondo, nella tua ultima revisione, sembri proporre un Debord meno politicizzato e persino più umanistico, o meglio postumano?
Assolutamente sì per me Debord assolutamente non solo precursore del Web ma anche del Transumanesimo, inteso nella forma più ampia possibile come superamento dei limiti e dei confini umani fisici, metafisici e culturali immersi nell’universo liquido della comunicazione spettacolare assoluta, che per me va ben oltre il concetto pur avanzato di “Spettacolare Integrato”, inteso come la più antica e arcaica ma anche più avanzata e moderna oserei dire ipermoderna specializzazione del potere, ma si estende in una dimensione virtuale olografica onnicompresiva, pervasiva e totalizzante magistralmente descritta nella splendida e fortunata saga cinematografica ideata e realizzata dai Fratelli Wachoswki, ovvero Matrix.

Raimondo, la Politica ha fatto male a Debord?
Sì assolutamente a distanza di tanti anni ormai quasi un ventennio che lo studio e non avendo più paura di trasgredire le regole della cultura politicamente corretta del pensiero unico dominante che ancor oggi governa e fa da padrone nel mondo delle cattedre universitarie che assomiglia sempre di più a una serie di muraglie cinesi, che a mio avviso, Debord assolutamente in primis geniale artista e regista e soprattutto Arrabbiato (nel sessantotto è stato uno dei massimi leader di uno dei movimenti politici studenteschi più radicali, indipendenti ed anarchici, appunto “gli Arrabbiati”, in aperto conflitto polemico e talvolta violento con il Pcf, il Partito Comunista Francese), avrebbe voluto volentieri abbattere dimostrandosi vero demone distruttore iconoclasta, sicuramente inizialmente spinto da un autentico furore marxista (ma stiamo parlando di un marxismo violento, radicale estremista ed artistico che potenzialmente è assolutamente distruttivo e non fa prigionieri) , ma ben diverso e altro dalla falsa ed artificiosa immagine del melenso e buonista santo laico, che certa stampa di regime e certi commentatori ben introdotti nelle testate giornalistiche italiane ed europee vorrebbero proporre ed imporre quando ci si riferisce alla sua persona ed alla sua opera.

Raimondo, Debord contro la strumentalizzazione veteromarxista, concordi?
Assolutamente sì… Anzi credo che questo sia stato e sia tutt’ora il contributo più importante che ho dato perchè ho privilegiato la originale geniale elaborazione artistica debordiana e situazionista, portandola in certi casi anche alle estreme conseguenze e ho proposto con forza e determinazione un marxismo debordiano originale, radicale, violento e distruttivo impregnato dello spirito appunto innovatore, iconoclasta e destrutturante e disgregante come una cannone antimateria o ancor più come il leggendario potentissimo “raggio della morte ” concepito e progettato (non si sa ancora se mai realizzato) da Nikola Tesla.

Raimondo, in generale, il situazionismo, attualmente anche elettronico, resta una critica oggi del turbocapitalismo e magari dell’Ombra di Internet stessa?
Sì assolutamente e desidero qui ricordare che proprio per questo aspetto il sottoscritto è stato ricordato all’interno del saggio di Carlo Mazzuchelli “80 Identikit digitali”, edito da Google Books (http://delos.digital/9788867756414/80-identikit-digitali); e qui è stato definito come uno dei più importanti, ed influenti tecnosituazionisti insieme a nomi importanti e prestigiosi come quello dell’ex direttore di Rai Due Carlo Freccero.

Raimondo, il fu Gianroberto Casaleggio, situazionista elettronico?
Assolutamente sì come compare nel mio nuovo saggio, la summa della mia opera filosofica omnia su Debord.

Info eBook
https://www.amazon.it/Debord-2-0-Internet-Society-libri-ebook/dp/B0757ZGDWH
Info Raimondo Galante
http://www.nonquotidiano.it/author/raimondo-galante/

INTERNAZIONALE
Gli ‘hater’: quando l’odio corre lungo la rete

Maurizio Crozza con il suo Napalm51 li ha resi un po’ meno antipatici e inquietanti: sono gli ‘hater’, individui che passano le proprie giornate sui loro profili social a insultare gli altri e a mettere in mostra sé stessi; croce e delizia di ogni personaggio pubblico, perché inondano la rete con i loro commenti sprezzanti, più o meno sgrammaticati, e tuttavia se non sei stato insultato insultato almeno una volta su fb o su tw, che personaggio sei?
Nel divertentissimo incontro di Internazionale di domenica pomeriggio ‘Odio tutti’, con Claudio Rossi Marcelli di Internazionale, la giornalista e bioeticista Chiara Lalli e Kyrre Lien, videomaker e fotogiornalista norvegese, si è cercato di capire un po’ meglio chi sono questi follower-hater

Chiara Lalli “è un’esperta di odio perché se lo va a cercare”, ha scherzato Rossi Marcelli, “ha scritto di omogenitorialità, aborto, obiezione di coscienza e il suo ultimo libro parla di mitomani”, “io sono un padre gay e quindi anche io mi prendo la mia bella dose di insulti” – da aggiungere a quelli come giornalista: pare che il più classico sia “ma lo pagate anche per scrivere quelle str**ate?” – mentre Lien è “l’autore del documentario ‘The Internet Warriors’” e gli insultatori li è proprio andati a cercare in tutto il mondo partendo dai loro profili virtuali.
A quanto pare il tipo più comune è maschio, giovane o di mezza età, che vive lontano dalle grandi città, di cultura medio bassa. Perciò l’idea che alla fine scrivano così tanto e con così tanta cattiveria perché non hanno nulla di meglio da fare, forse non è poi così sbagliata. Alcuni hanno scritto fino a mezzo milione di commenti: “avrebbero potuto scrivere un libro, persino un’enciclopedia, invece hanno scritto commenti fb”, scherza Rossi Marcelli. “Il primo che ho incontrato – ha raccontato Lien – è stato un ragazzo che abitava in un villaggio norvegese che non aveva un lavoro, viveva con il sussidio e passava ore e ore a scrivere in internet”.

Siamo tutti potenzialmente odiatori” ha messo però in guardia Chiara Lalli: quello che salva molti di noi sono quie pochi minuti di riflessione fra l’impulso di scrivere e il metterlo in atto. Oltre al facile accesso a una dimensione globale e virale e all’anonimato, garantiti dalla rete, secondo lei c’è la componente del “considerarsi geni, esperti di qualsiasi cosa, per cui gli altri sono delle mezze seghe che se non ti stanno a sentire meritano di essere insultati”. Secondo Lien, invece, bisogna distinguere “fra le persone veramente piene d’odio” e quelle che in realtà sono solo frustrate e “gridano attraverso i loro commenti perché altrimenti nessuno li ascolterebbe”.
A parere di tutti e tre quello che preoccupa è non solo che tutte queste persone pensano di avere il diritto di fare commenti così aggressivi, ma soprattutto il distacco, il contrasto fra realtà vera e realtà virtuale nella loro vita.
La soluzione contro questi haters? Secondo Lien “bisogna incontrarli e parlarci”, aiutarli a vedersi dal di fuori; secondo Chiara Lalli la cosa migliore è ignorarli oppure usare “l’ironia e il senso del ridicolo”, dato che loro si prendono sempre così sul serio.

La domanda vera però è quella emersa verso la fine dell’incontro e riguarda la società nella quale questo fenomeno è nato e si alimenta: una società nella quale nascono pagine e gruppi fb dove si augurano e si minacciano le cose peggiori a chicchessia e sembra che il fatto di scriverle in rete le faccia diventare meno terribili, mentre rimangono veri e propri linciaggi anche se telematici. Una società dove alla morale e al senso del pudore di dire e di fare si è sostituito il moralismo e l’esibizionismo e dove quando il più forte schiaccia il più debole posta il video su internet per vedere quanti visualizzazioni e like riceverà.

Guarda il documentario The Internet warriors su Youtube

Amici veri e amici social

di Francesca Ambrosecchia

Ognuno di noi è circondato da tanti volti, ma quali di questi possono considerarsi amici? Oggi, che valore viene dato a questo legame?
Senza dubbio è difficile mantenere rapporti saldi e duraturi nel corso del tempo ma ognuno di noi si affida a un certo numero di persone: quelle persone che si cercano per condividere qualcosa, dal momento di gioia a quello di sconforto. Con loro ci si apre e si diventa più se stessi, senza maschere o barriere.
Oggi però, viviamo in una società che “corre veloce” e con la sempre maggiore influenza dei social network si tende a cercare attenzioni proprio in questi. È quindi vero che si privilegiano i legami attraverso uno schermo piuttosto che quelli effettivi, reali? Un “mi piace” o un commento valgono più di un confronto diretto?

“Un Facebook-dipendente mi ha detto: ho fatto 500 amicizie e in un giorno. Io non le ho fatte in 86 anni. Ma quanti amici può davvero avere un essere umano? Risposta: 150. Non di più. È questo il numero di Dunbar: ovvero, la quantità massima di persone che possono far parte del nostro paesaggio emotivo. Andare oltre sarebbe un esubero, uno spreco di tempo”
Zygmunt Bauman

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

BORDO PAGINA
Associazione Hyperion, intervista a Ivan Bruno: tra futuro e umanesimo culturale

Nata nella primavera 2016 con sede nel Principato di Monaco e fondata dagli scrittori liguri di fantascienza, Ivan Bruno e SOL, si segnala nel panorama italiano culturale e futuribile, l’Associazione Hyperion. Tra le sue primissime produzioni e concorsi letterari “AA.VV., Verso un nuovo mondo” (2017, proventi per “Gold for Kids” della Fondazione Umberto Veronesi”). Un nuovo concorso letterario è in corso con in programma una prossima pubblicazione. Di seguito la nostra intervista al sanremese Ivan Bruno.

L’Associazione Hyperion, tra letteratura futuribile e associazione umanitaria, un approfondimento?
Salve a tutti, mi chiamo Ivan e sono uno scrittore promotore del self publishing non a pagamento. Il 25 aprile del 2016, insieme al collega Sol e a mia moglie Fiona, abbiamo fondato l’Associazione artistica e culturale Hyperion.
Quella che abbiamo aperto è una finestra che permette a tutti i simpatizzanti della cultura e delle arti di affacciarsi su uno scenario fatto di libertà di espressione, empatia e altruismo. La nostra è un’associazione no profit, nata senza scopo di lucro, e si oppone strenuamente alle richieste di contributo per la pubblicazione o distribuzione delle opere. Allo stesso modo non rivendica nessuna esclusiva o diritto sulla proprietà intellettuale che rimane sempre e comunque degli artisti.
Come editori e, in primis, scrittori e artisti ci discostiamo dalla strumentalizzazione dell’arte, dall’asservimento alle mode, dal conformismo e dalla commercializzazione dilagante, promuovendo e incentivando la sperimentazione, la ricerca della personalità, del simbolismo, dell’ermetica, dell’elevazione intellettuale.
Non siamo interessati al guadagno quanto alla creazione di un ideale, forse utopico, che vede la realizzazione del trittico socratico – bellezza, giustizia, bontà – incarnato nelle arti.
L’era di internet ci permette di fare questo usando delle risorse che limitano molto le spese e in alcuni casi,come per l’editoria, li azzera. Molte persone sfruttano le speranze e il desiderio di soddisfare i propri sogni fornendo servizi a pagamento per gonfiarsi le tasche, promettendo al piccolo sconosciuto la possibilità di diventare famoso, in genere giustificandosi con delle spese che non esistono o con frasi tipo “non lo faccio gratis, il mio tempo costa”: noi siamo diversi.
Diversi, in quanto teniamo a far sì che i proventi delle nostre vendite siano devoluti in beneficenza a enti legati al mondo dell’infanzia, o a progetti destinati a diffondere la cultura in quei luoghi dove, invece di un libro, ai bambini viene dato in mano un fucile. Hyperion è la nostra arma per combattere la stupidità della gente, ed è anche il nostro sostegno per chi ha bisogno di soldi per curare i figli di oggi, padri del futuro.
Abbiamo in attivo, su Amazon, una pubblicazione nata da un concorso letterario, “Verso un Nuovo Mondo”, i cui proventi vengono periodicamente donati al progetto “Gold For Kids” della Fondazione Umberto Veronesi. A breve uscirà anche il secondo libro, nato sempre da un concorso letterario intitolato “InquietaMENTE”, i cui guadagni, invece, andranno all’Ospedale Pediatrico “Istituto G. Gaslini” di Genova. Questi due esempi per raccontarvi, in breve, come ci piace collaborare senza false promesse. Gli autori dei due concorsi si sono messi in gioco, spinti dalla voglia di farsi conoscere e dalla consapevolezza di agire a fin di bene, e ci hanno regalato dei racconti fantastici. Approfitto del vostro spazio per rivolgere loro nuovamente i miei più sentiti ringraziamenti e invito i lettori di Fantasticando a cercare Verso un Nuovo Mondo su Amazon, in modo da trovare anche la lista dei loro nomi. Perché se lo meritano e perché hanno bisogno che parliate di loro.
Hyperion ha sede nel Principato di Monaco, ma si propone di operare indistintamente sul territorio francese e italiano. Attualmente stiamo discutendo con l’Ambasciata Italiana di alcuni progetti interessanti atti a promuovere gli artisti e a creare nuovi eventi in Italia. Forse lo avrete già notato, ma lo vorrei sottolineare per i meno attenti: per noi lo scrittore è un artista, perché crea tanto quanto uno scultore, un pittore, o un musicista.
Normalmente, un associazione ti offre una tessera a pagamento per diventare membro. Noi abbiamo deciso di iniziare senza seguire questa regola e accettiamo come uno di noi chiunque voglia offrire il proprio contributo alla nostra causa, a tempo indeterminato e non: editor, correttori bozze, esperti d’arte, fotografi, illustratori, musicisti e tutti gli altri. Chiunque voglia prendere contatto e saperne di più può scriverci alla e-mail asso.hyperion@monaco.mc, rispondiamo a tutti.

INFO
http://associazionehyperion.altervista.org/
https://www.amazon.it/Verso-Nuovo-Mondo-Associazione-Hyperion/dp/1542658373
http://www.meteoweb.eu/2017/01/cristoforo-colombo-la-principessa-leila-verso-un-mondo/846229/

ATTUALITA’
Educazione alla emozioni per prevenire il bullismo, l’idea di Soprusi-stop

di Francesca Ambrosecchia

“Sono cose da ragazzi!”
“Si rinforza il carattere!”
Sono questi i luoghi comuni che spesso portano a non riconoscere o sottovalutare il fenomeno del bullismo. Fa questi esempi Annalisa Conti (psicologa e scrittrice) mentre parla a una sala piena di genitori e educatori che forse hanno già commesso questo errore.

Purtroppo pochi sono i giovani presenti alla conferenza che si è tenuta giovedì presso la sala Nemesio Orsatti di Pontelagoscuro, ma proprio a loro più volte si è fatto riferimento come a soggetti poco o per nulla consapevoli di tale problematica, che invece li riguarda da vicino. Argomento di riflessione è il semplice fatto che molti giovani ritengono non ci sia nulla di male a diffondere foto hot sui social network o sul web.
Forse un incontro di questo tipo sarebbe potuto servire a sensibilizzarne un maggior numero?

L’evento è stato promosso dall’Associazione Soprusi-stop fondata da Roberto Vitali nel 2014: ne fanno parte una serie di professionisti fra psicologi giuridici, esperti informatici ecc., che hanno il compito di sensibilizzare sull’argomento con una serie di incontri e progetti soprattutto nelle scuole. I metodi prevedono l’educazione alla ‘resilienza’ ovvero alla capacità di ‘tornare a galla’, di non abbattersi; fondamentale è poi l’educazione alle emozioni, come per esempio la gestione della rabbia, e al rispetto dei valori umani.

Come e quando si può parlare di bullismo? Le liti o le lotte tra pari non sono bullismo. Il bullismo è caratterizzato dall’intenzionalità di fare del male all’altro, è un trauma che porta, nella quasi totalità dei casi, per chi lo subisce a danni a lungo termine. Non solo il bullo è un soggetto intenzionalmente aggressivo, ma la vessazione che esercita nei confronti del bullizzato deve essere ripetuta nel tempo (circa per due o tre mesi).

Il bullizzato è invece identificato come la vittima: spesso si tratta di un soggetto timido, sensibile, riconosciuto come fragile e quindi isolato e ridicolizzato. Sulla scena ruolo importante hanno anche i cosiddetti ‘gregari’, coloro che fiancheggiano e incitano il bullo nelle sue azioni e quelli che la psicologa chiama i ‘tiepidi’, chi osserva la vicenda da omertoso.

L’Istat rivela che il 50% dei giovani tra gli 11 e i 17 anni hanno subito almeno una volta un episodio di bullismo e che circa il 20% ne subisce mese dopo mese.
La vittima e il carnefice diventano tali per via delle stesse cause. Diverse sono le ipotesi: vivono in famiglie in cui l’aggressività è accettata e utilizzata come “mezzo di comunicazione o relazione” anche dai genitori, in famiglie in cui vengono taciute le emozioni o in cui i ragazzi non vengono considerati e ascoltati.

L’altra faccia del bullismo, quello che avviene online, spesso dietro contatti anonimi è stato teorizzato recentemente, solo nel 2002 e i dati Istat del 2015 affermano che il 50% degli episodi di bullismo passa via web. Perché questa tendenza? Sicuramente perché il 91% dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni è iscritto ad almeno un social network come Facebook, Instagram, Snapchat, Ask ecc. e l’87% ha uno smartphone ma anche perché una piattaforma così ampia e veloce come il web porta delle garanzie. Permette una maggiore e più rapida condivisione dell’atto – quanti sono i video di atti di bullismo nelle scuole che circolano su Youtube e ottengono numerosissime visualizzazioni? – una maggiore persistenza dell’atto, uno pseudo anonimato a vantaggio del bullo, una minor percezione della diffusione del danno, un aumento dei potenziali carnefici – tutti possono nascondersi sul web e diventare bulli – e un minor controllo da parte degli adulti.

Non si deve pensare al bullismo come fenomeno meramente adolescenziale poiché spesso chi viene bullizzato in giovane età diventa un soggetto violento in età adulta esercitando la sua aggressività entro il contesto familiare o lavorativo (in questo caso si parla di ‘mobbing’ o ‘bossing’, se esercitato da chi ha soggetti alle sue dipendenze).
Il bullismo è un problema sociale ad ampio raggio e non esiste una categoria di comportamenti o azioni da attuare per poterlo debellare, così che tante sono state le mamme che a fine incontro hanno iniziato a bisbigliare: “Ma quindi? Cosa dobbiamo fare? Pedinare e controllare i social dei nostri figli tutti i giorni?”
Annalisa Conti afferma che sicuramente il dialogo genitori-figli aiuta a prevenire episodi di questo tipo e per tale motivo non deve essere trascurato: “Siate partecipi della vita dei vostri figli. Chiedetegli come è andata a scuola, cosa hanno visto sui social durante la giornata”.
In quanto problema sociale però, riguarda non solo le famiglie, ma la società nella quale i ragazzi crescono: il bullo è un soggetto debole che trova la sua vittima in un soggetto ancora più debole e che approfitta di un contesto sociale che gioca a suo favore, permeato da omertà, silenzio/assenso e menefreghismo.
Tutti noi, nel quotidiano, dobbiamo chiederci cosa fare per “prevenire invece che curare”.
Dobbiamo avere il coraggio di non rimanere in silenzio, di non essere dei “tiepidi”.

SOCIETA’
Scriviamo di più: una pratica utile per una società pensante
 

E l’Italia scoprì che i giovani non sanno più scrivere. Sì, beh d’altronde non scrivono mai. O meglio, scrivono ma in modo del tutto inadeguato: non frasi, ma prototipi di strutture di un linguaggio che non è più il loro. Sarebbe semplice dare la colpa ai mezzi tecnologici, che di fatto sono il primo capro espiatorio di tutti questi mali da cui è affetta la lingua, ma forse si può allargare il discorso a una concezione più ampia del tema. Ecco, non sono il più adatto a dire che scrivere è importante, lo faccio quasi di mestiere e mi riesce facile. Non mi reputo uno scrittore, ma ho abbastanza cura della trasposizione dei miei pensieri in lettere e parole. A volte lo trovo quasi divertente, così come mi diverte poter seguire le regole grammaticali inventando qualcosa di originale dal punto di vista della costruzione dei vari discorsi.

Ora, non vorrei annoiare con questo totale girare intorno alla faccenda, ma diciamo che, per corroborare l’ipotesi di un’Italia sgrammaticata, io sfido chiunque, oggi, a trovarsi a che fare con il vero atto dello scrivere. Gli appunti, grazie alla tecnologia, si prendono audio, quando servono, i messaggi hanno lasciato spazio alle note vocali, persino le abbreviazioni o le emoticon sono diventate obsolete (e qui ci starebbe bene una faccina che piange). Non si scrive quasi mai, soprattutto non si prende un foglio e non si ha la voglia di macchiarlo con i nostri pensieri.

I ragazzi, alle scuole superiori, non sono altro che il riflesso di quella che è la società nel momento in cui si evolve, respira, diventa. E se non hanno più praticità con la scrittura è semplicemente perché ben pochi oggi sono riusciti a conservarla. Si scrive poco perché il tempo della quotidianità non ci dà modo di poter leggere con calma ciò che si scrive o che viene redatto per fare informazione o per comunicare. Nei primi siti web le pagine venivano intese come “da riempire” e mi ricordo che gli ipertesti erano ancora strettamente viziati dalla forma cartacea editoriale: lunghi periodi, foto qua e là, fitti paragrafi che si rincorrevano senza sosta.

Oggi nessuno leggerebbe più una pagina dei primi anni Duemila o ancora peggio di metà anni Novanta. Si preferisce la brevità, l’immediatezza, una certa discrezione nell’uso dei vocaboli più ricercati, pochi sinonimi e tantissimi hashtag (ne parlai nella mia tesi di laurea del 2009 e li usavano praticamente solo in Usa, all’epoca). Non c’è nulla di nuovo nel constatare che questa forma mentis ha ormai pervaso la società dei lettori/scrittori anche casuali o dei praticanti in età scolastica.

Io sono arrivato in un’epoca in cui ancora si prediligevano i temi scritti per più di quattro pagine di un foglio protocollo anche se proprio mentre stavo per conseguire la maturità venne fuori la novità del saggio breve o dell’articolo di giornale. A me piaceva scrivere già all’epoca e girai intorno agli argomenti per interminabili colonne piene zeppe di perifrasi talvolta inventate e disposte a casaccio, ma molti dei miei compagni preferivano rimanere nelle quattro facciate, rimanere in tema e rileggere più volte le proprie frasi, commettendo ugualmente errori, ma ponderando sul valore del testo appena prodotto.

Dai, lo ammetto, anche allora si cercava di ottenere il massimo risultato con il minor sforzo possibile, però quanto meno si prendeva la penna in mano e si sporcava la carta, cosa nobilissima tra l’altro. Anzi, si aveva la cura di separare l’azione dello scrivere, prima in brutta e poi in bella copia, solo con tanto esercizio era possibile provare a buttar giù pensieri direttamente sul foglio protocollo, saltando un passaggio. Significavano decine di minuti risparmiati, che potevano essere impiegati in altro modo, sempre all’interno del tempo dedicato al fantomatico “tema”.

Ma non si scriveva solo per “italiano”, ogni materia aveva la sua buona dose di manualità espressa attraverso il magnifico mondo degli appunti, in cui si doveva essere velocissimi per mettere nero su bianco le spiegazioni dei docenti dando loro una logica e una struttura quasi in tempo reale. Oggi forse si fa ancora, all’università, nelle classi più diligenti, ma non è più dirimente per la buona riuscita di un corso, trovando molto spesso sunti e guide alla studio già comodamente in Rete. Non c’è da meravigliarsi quindi se i giovani non sanno più scrivere. Lo fanno, in un modo che non è più consono ai canoni di scrittura che la società ha sempre conosciuto e lo hanno fatto in modo estremamente veloce perché il mondo testuale e paratestuale si è evoluto — e continua a farlo -, in maniera sempre più vorticosa e complessa.

Questo è anche colpa, ovviamente, di una maggior fiducia nella multiculturalità più o meno comunitaria, che ha dato risultati importanti nel modificarsi della lingua. Ben venga, secondo me, l’evoluzione dello scrivere ma che venga fatto in modo da rispettare i canoni tipici della lingua italiana, con frasi che riescano a esprimere la bellezza di una lingua vivissima e poco difettosa da un punto di vista grammaticale. Che ci siano più ore da dedicare alla sua pratica è sicuramente importante, ma lo è altrettanto poter fare in modo che la lingua stessa venga valorizzata dai nuovi strumenti attraverso cui viene veicolata.

Questo è forse un grande scoglio che si deve superare nei programmi didattici delle scuole superiori: riuscire ad insegnare l’italiano che sia adeguato ai tempi dettati dai nuovi mezzi di comunicazione, periodi brevi, coesi, concisi, essenziali ma esaustivi. Solo così sarà possibile rimediare alla situazione grave ma non irrimediabile di questi giovani scapigliati che peccano di anaffezione alla lingua. Ecco, sì insomma, la speranza è solo una: facciamoli scrivere di più questi giovani, con ogni mezzo, facciamo poesia, facciamo teatro, facciamo dei reading, scriviamo!

Le post-verità e il trionfo del “secondo me”

Post-verità è la parola dell’anno secondo il dizionario di Oxford. Si tratta della tendenza a far prevalere emozioni e credenze nel giudizio sulla realtà. Il termine è stato usato per descrivere il linguaggio della politica che ha fatto grande uso di una comunicazione manipolatoria, coltivando l’arte del mentire, sollecitando emozioni, alimentando contrapposizioni viscerali, spostando l’accento sui protagonisti, banalizzando i contenuti. Sul carattere manipolatorio di molta politica odierna non vale la pena insistere, anche se l’etichetta abusata di populismo copre una crisi che non è solo di stili di comunicazione.

Ma ora il tema riguarda in modo preoccupante la diffusione di bufale sui social media, diffuse e viralizzate per ignoranza e insipienza. Quali sono le ragioni di questo fenomeno che ha serie conseguenze sull’opinione pubblica? Innanzitutto una dinamica implicita nei social che abbassa la soglia critica e spinge a convergere sulle opinioni di altri e a credere alle notizie che coincidono con le nostre rappresentazioni della realtà. Ma vi è un fatto più specifico: i social danno voce alla crescente sfiducia nelle fonti ufficiali, catalizzano il senso di frustrazione e di impotenza, coltivano lo spirito di opposizione a qualunque verità percepita come ufficiale. Di fronte alla drammatica e generale crisi di fiducia si genera il grande equivoco che i cittadini possano contribuire dal basso a ricostruire una corretta interpretazione dei fatti: dalla medicina alla scienza, dalla scuola alle questioni di politica internazionale. Il pericolo di tale tendenza è evidente in molti ambiti della vita quotidiana, uno di forte attualità riguarda l’opportunità dei vaccini, le origini del contagio, i cosiddetti rimedi alternativi per la salute (una pratica pericolosa come sottolineano molti scienziati). Si afferma il mito di una verità dal basso, la “verità delle persone comuni”.

È il trionfo del punto di vista, il “secondo me” scambiato per partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni. Opinioni costruite rovistando nella rete e scambiando per attendibili bufale di ogni genere diventano il metro con cui misurare ogni verità ufficiale: quella del telegiornale, quella dell’insegnante, quella del medico, quella del giornalista, tutti presunti prezzolati per coprire chissà quali interessi di casta. Una generale diffidenza dilaga in ogni campo: anni di cattiva amministrazione della cosa pubblica potrebbero giustificarla, se non vincesse l’esito catastrofico di esaltare la superiorità dell’ignoranza.

“La scienza non è democratica, non è attraverso un civile dibattito che si possono confrontare opinioni su fatti che richiedono anni di studio e di ricerca”. Con queste parole nette il virologo dell’ospedale San Raffaele Roberto Burioni ha sintetizzato con coraggio il degrado del dibattito pubblico che, nel caso specifico, riguarda la salute (Corriere, 5 gennaio 2017)
Ristabilire un confine tra fatti e interpretazioni e distinguere gli uni e le altre è una questione importante che riguarda anche la nostra idea della democrazia che non è esaltata dal mero diritto di parola. Sarebbe necessario che i fatti, in ogni ambito ritornassero centrali.

Sarebbe necessario ridare valore alla razionalità nei procedimenti discorsivi contro una retorica che sollecita emozioni; urgente disvelare i rischi di manipolazione impliciti nelle reti, le illusioni percettive per cui il numero di like fa sembrare più verosimile un’affermazione. Sarebbe necessario che la scuola educasse ad un confronto basato sui fatti e sul rigore, sollecitando solo dopo l’espressione di un punto di vista soggettivo. Di soggettività ne abbiamo fatto davvero una sbornia.

La pratica della post verità può essere contrastata solo con un’informazione seria, capace di proporre in modo accessibile le questioni, citando i dati e le fonti, distinguendo i fatti dalle interpretazioni degli stessi. Solo cultura diffusa e senso di responsabilità potranno arginare la deriva della post verità.

IL DOSSIER SETTIMANALE
Sharing Economy e altre economie

Negli ultimi decenni l’inesorabile traiettoria della civiltà occidentale ha sancito l’esistenza di due fratture epocali. La prima è la rottura tra società ed economia derivante dal tentativo di ridurre la prima alla seconda; il distacco tra un società che si vorrebbe ridotta alla sommatoria di comportamenti di consumatori separati ed un’economia che postula l’equivalenza tra persone e consumatori, ha fatto tornare in auge nei modi più strani quelle relazioni e quei rapporti che si connotano in termini religiosi, sentimentali, spirituali, etnici e comunitari ,che la pretesa omologante del consumismo razionalista insito nel progetto di globalizzazione pensava di aver spazzato via in modo definitivo. Una separazione che ha anticipato il distacco dall’economia reale della finanza, diventata cifra del potere e potenza imperante incontrastata a livello mondiale. Queste separazioni sono in parte attribuibili al tradimento e alla miseria di una politica che ad ogni livello ha perso la sua funzione più nobile, quella di guidare, orientare e dar senso alla vita sociale organizzata, per diventare invece braccio e strumento dei poteri finanziari ed economici.

Da questa deriva avrebbe potuto salvare il richiamo costante ai valori contenuti nella Costituzione Italiana che, non a caso, da anni, da destra e da sinistra, si cerca di demolire. L’Articolo 2 cita infatti i doveri inderogabili di solidarietà economica, politica e sociale; l’Articolo 41 tutela dagli eccessi dell’economia di mercato e così recita: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Si tratta di un tema ben presente anche in altre costituzioni europee come quella tedesca dove esplicitamente si dichiara: “La proprietà impone degli obblighi. Il suo uso deve servire al tempo stesso al bene della collettività”.

Questi richiami istituzionali al bene comune, alla solidarietà, all’utilità sociale non sono tuttavia andati completamente perduti così come non è andata persa definitivamente la volontà di reinserire l’economia nel sistema dei valori sociali. Tra quanti esplorano soluzioni alternative concetti come quelli di economia del bene comune, economia solidale, economia di comunità, economia del dono, economia circolare, economia post-crescita, economia della decrescita felice ed altri ancora, rappresentano altrettanti tentativi di superare un modello dissipativo che sta inesorabilmente corrodendo i fondamenti stessi delle società.
Si tratta di un linguaggio che usa un alfabeto basato sulle nozioni tipicamente sociali di bene comune, fiducia, apprezzamento, solidarietà, etica, condivisione di valori e risorse, diametralmente opposto al vocabolario aggressivo dell’economia dominante largamente ispirato alla metafora della guerra, dello scontro, della competizione senza quartiere e della sopravvivenza del più adatto. Una prospettiva che procede insieme alla convinzione che qualcosa stia cambiando, in meglio, nella consapevolezza delle persone.

D’altro canto sono anche certi esiti inattesi della tecnologia a modificare aspetti che sembravano consolidati e a proporre nei fatti soluzioni innovative. Internet sta cambiando le regole del gioco mettendo in relazione diretta produttori e consumatori, disintermediando le catene di produzione del valore, aprendo le organizzazioni alla possibilità di attingere alle conoscenze disponibili nella folla sterminata di soggetti connessi; l’internet delle cose rende intelligenti oggetti, processi ed ambienti di vita; attraverso big data e gli algoritmi di calcolo dell’intelligenza artificiale si possono estrarre informazioni e conoscenze inimmaginabili fino a poco tempo fa cambiando il modo stesso di fare scienza e ricerca sociale.

In questo contesto mutevole e complesso si afferma la cosiddetta sharing economy, basata sulle piattaforme digitali collaborative e, forse, su un modo differente di vivere la società e di pensare l’economia.

 

Sharing Economy e altre economie – vedi il sommario

tecnologie-cittadinanza

Ragnatela digitale

30 aprile 1993: il Cern decide di rendere pubblica la tecnologia alla base del Web. La ragnatela digitale comincia la sua crescita esponenziale: inizia l’era del web.

vasco_brondi
Vasco Brondi alias Le luci della centrale elettrica

Ingegnere aerospaziale,
che sei nei cieli,
dacci oggi le nostre linee internet,
vite brevi e password indimenticabili.

(Le luci della centrale elettrica)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

ORIZZONTI
Cittadinanza attiva e tecnologie digitali: la nuova frontiera è l’internet delle cose

Il dibattito attorno alla privacy che vede schierati Apple contro Fbi suscita mille domande, alle quali probabilmente non siamo ancora in grado di dare risposte sufficientemente esaustive. Questo accade soprattutto a causa della crescita esponenziale ed estremamente veloce di internet che, negli ultimi anni, una volta raggiunti i tre miliardi di utenti nel mondo, è divenuta sinonimo di innovazione ma anche sintomo di complicazioni. Il web è un ambiente molto complesso, in perenne cambiamento e piuttosto ostile verso i più ‘pigri’ che ancora stentano ad avvicinarsi. Ma il fatto è che più questi tardano l’approccio più rischiano di non riuscire a colmare il gap e a mettersi al passo con le evoluzioni tecnologiche della rete. In un Paese come il nostro – dove le più recenti statistiche Istat indicano che un italiano su cinque supera i sessantacinque anni – un tema come questo dovrebbe essere al centro dell’interesse collettivo. E’ urgente un’opera di sensibilizzazione verso l’utilizzo delle nuove risorse digitali e la conoscenza delle dinamiche della rete, non solo nelle scuole ma anche per gli anziani, in particolare per quella generazione che più si allontana anagraficamente dai nativi digitali.

Tutto ciò è importante soprattutto nell’ottica dell’inevitabile transizione in rete di ogni nostra pratica quotidiana, un futuro che ha già anche un nome: ‘Internet delle cose’. Per ora siamo entrati nell’epoca della condivisione, dell’iperconnettività, della reputazione digitale (che su internet diventa un tassello importante, da non sottovalutare); e non è un caso se nella miriade di informazioni alle quali possiamo accedere in ogni momento e in ogni luogo prestiamo maggiormente attenzione alle recensioni, ai consigli degli utenti della rete, come non è un caso che i social media siano diventati contenitori dove potersi riunire e discutere anche e soprattutto di quelle tematiche che riteniamo essere più importanti poiché si ripercuotono nella nostra vita reale. Su Facebook nascono così gruppi dove poter organizzare ritrovi per la cura del proprio quartiere, del verde pubblico, creare eventi o manifestazioni, comunicare disagi e criticità, mentre Twitter diviene il canale privilegiato attraverso il quale interagire con enti pubblici e privati per segnalare e risolvere problemi in breve tempo. E navigando sul web si trovano infinite altre realtà, piattaforme, applicazioni nate e utilizzate per un unico scopo: andare verso una cittadinanza che sia davvero attiva, partecipe e – cosa più importante – sempre più ‘padrona’ della tecnologia. Una cittadinanza che sfrutta questi nuovi strumenti a suo vantaggio e non si lascia assoggettare da un mondo che, se non conosciuto, rischia davvero di creare alienazione piuttosto che innovazione.
Ecco quindi che la tecnologia, se utilizzata nel modo corretto, può contribuire in maniera sempre più positiva alla creazione delle ‘smart cities’, le città intelligenti: realtà urbane in grado di gestire le miriadi di informazioni prodotte dai propri cittadini, i quali diventano veramente gli utenti finali. Città in grado di creare e migliorare i propri servizi mediante il mondo digitale, luoghi reali dove l’interazione virtuale diviene veicolo di diffusione di cittadinanza attiva distribuita su larga scala e dove il web diviene il mezzo democratico alla base di un rinnovato accordo tra popolazione, amministrazione e politica.

Proprio di questo si è parlato nei giorni scorsi in un interessante videoconferenza dal titolo “E-participation: le tecnologie digitali e mobili per rinnovare l’alleanza tra cittadini e pubblica amministrazione”, organizzata da Fpa, società specializzata in relazioni pubbliche, comunicazione istituzionale e percorsi di assistenza alle pa nei processi di innovazione. Tra i relatori del seminario Alberto Muritano, Ceo di Posytron, società di consulenza Ict particolarmente attenta alla creazione di piattaforme web per le pa che siano in grado di integrare molteplici servizi interattivi per il cittadino nell’ottica dell’Internet delle Cose. Tra queste spicca ePart, un social network divenuto simbolo dell’interazione cittadino-pa: una moderna web app attraverso la quale gestire il flusso di informazioni in maniera estremamente bidirezionale.
Già attiva in molti comuni sparsi in tutto il suolo nazionale, ePart consente di creare una vera e propria mappa delle problematiche di ciascun paese e migliorare di conseguenza l’efficienza dei servizi: in questo modo, ogni utente (iscritto o no) può segnalare le criticità riscontrate che, attraverso un attento sistema di filtraggio, vengono immediatamente smistate e visualizzate dagli uffici di competenza dei vari comuni; questi a loro volta possono gestire con maggiore attenzione la risoluzione del problema stesso. Una soluzione che, se diffusa capillarmente, può essere in grado di facilitare molti di quei processi che oggigiorno richiedono sforzi e tempistiche spesso disumani.
Un esempio di successo nell’utilizzo di questo ‘urban social’ è stato illustrato da Antonio Scaramuzzi, Responsabile Servizio Sistemi Informativi e Telematici del Comune di Udine, città che ospita centomila abitanti e novecento dipendenti comunali, inserita su ePart dal gennaio 2011. A oggi sono circa tremila i cittadini (registrati e non) attivi sulla piattaforma e quarantadue gli operatori comunali (divisi tra sette dipartimenti) pronti ad occuparsi delle segnalazioni. Secondo Scaramuzzi questa sperimentazione ha portato notevoli benefici: oltre alla riduzione della distanza tra i ‘palazzi’ e la popolazione, significative sono state le migliorie sul versante dei costi e tempi di operazione, entrambi sensibilmente ridotti, oltre alla concreta possibilità di avere una mappatura costantemente aggiornata della situazione cittadina.

Insomma piccoli ma incoraggianti segnali, sintomo che fortunatamente qualcosa anche in Italia si sta facendo e un discreto numero di cittadini si dimostrano interessati a queste novità. Compito di tutti è dare continuità a questo interesse, anche se la strada è ancora tutta in salita e non è più il tempo di sottovalutare tali innovazioni: un adeguato sistema infrastrutturale e una diffusa educazione digitale sono e devono essere priorità assolute per il nostro domani.

Onde anomale nel mare dei big data

Tutti sono convinti di vivere nella società dell’informazione, pochi riescono a coglierne le caratteristiche profonde, pochissimi sono in grado di capire fino a che punto potrà spingersi il processo di informatizzazione e quali conseguenze potrà comportare per la società e la cultura del futuro. Fatto è che, parlando di informazione, quasi tutti pensano ai contenuti che vengono trasmessi dai vecchi e dai nuovi media, pochi riflettono sugli scopi che gli attori sociali perseguono nel produrli e nel diffonderli, e ancor meno pensano ai significati che essi veicolano e generano nell’interazione con i fruitori. Certo è che viviamo immersi in un mare di informazioni e che la soglia da superare per catturare l’attenzione delle persone diventa sempre più alta proprio perché ognuno elabora meccanismi di selezione e di difesa indispensabili per dare senso al proprio ambiente di vita. Vivere in questo ambiente ci mette di fronte per esperienza diretta al rumore e all’ambiguità caratteristica della società dell’informazione; ci rende consapevoli nostro malgrado dei limiti che abbiamo come sistemi biologici di elaborazione di informazione nell’affrontare questa complessità caratteristica dei nuovi ambienti di vita.
In tale situazione possiamo pensare il mondo come un’enorme biblioteca, un archivio che si autoalimenta per le azioni stesse dei suoi utilizzatori, un deposito culturale che contiene in forma digitale infinite informazioni che nessuno potrà mai attingere e dominare completamente. Contrariamente all’inquietante biblioteca fisica di Borges la digitalizzazione consente a tutti e ad ognuno di essere sia produttori che consumatori in un processo che ne fa aumentare esponenzialmente l’ampiezza. In linea di principio la mega biblioteca digitale che si alimenta è un prodotto collettivo su scala planetaria, un potenziale bene comune di cui allo stato attuale si ignorano ancora i limiti e i reali utilizzi. E’ un bene utilizzabile allo stesso modo del linguaggio che ognuno di noi impara quando viene al mondo.

Questa prospettiva rappresenta tuttavia solo una piccola parte del problema e, a ben vedere, neppure la più importante. Accanto e dietro a questi flussi di informazioni palesi (almeno potenzialmente) esistono giganteschi depositi di informazioni incorporate nei manufatti, nelle tecnologie, nelle organizzazioni, nelle istituzioni, nei reperti storici ed archeologici, nelle istituzioni deputate alla scienza e alla conoscenza, nelle grandi burocrazie. Soprattutto esistono e crescono esponenzialmente le informazioni che noi stessi produciamo senza averne precisa coscienza: ogni interazione che abbiamo con qualsiasi dispositivo digitale, ogni clic sulla tastiera del pc, ogni uso della carta di credito, ogni fotografia o videoclip, è informazione che viene restituita al sistema tecnologico: in internet nulla va perduto e si sta creando dunque un enorme deposito dinamico di informazioni che continua a crescere e a svilupparsi in seguito alle azioni quotidiane svolte da miliardi di persone, milioni di aziende e Amministrazioni, decine di miliardi di dispositivi connessi nel cosiddetto internet delle cose (Iot) che è in grado di raccogliere informazioni in modo automatico. Non si tratta più dei meri contenuti ai quali siamo abituati a pensare ma di bit, tracce, processi, segni, localizzazioni, data point granulari che consentono di qualificare e posizionare nel tempo e nello spazio ogni tipo di contenuto, in grado di gestire qualsiasi tipo di processo: è il tipo di informazione che consente il funzionamento del navigatore dell’auto, il riconoscimento automatico delle nostre preferenze in qualsiasi negozio digitale, la precisione micidiale di un missile militare…
In quest’ottica possiamo immaginare il mondo come un’immensa matrice digitale alimentata da una enorme e crescente rete di connessione materiali che, poco alla volta, si sovrappone e per certi versi sostituisce l’ambiente naturale.

Questa colossale disponibilità di informazioni è davvero rivoluzionaria anche se l’impulso dal quale scaturisce ha radici molto antiche. L’esigenza di dati è nata con l’affermarsi dei grandi imperi e con le necessità di controllo delle burocrazie statali; con l’età moderna e la nascita della scienza fondata sull’osservazione, l’esperimento e la matematica, l’importanza dei dati è andata crescendo: proprio la difficoltà e il costo della raccolta di buone informazioni rappresentava (e in molti casi rappresenta ancora) un vincolo sostanziale per la produzione scientifica, l’amministrazione statale e la gestione di grandi imprese. Non a caso per aggirare questa difficolta i primi statistici avevano messo a punto le tecniche di campionamento che consentono a tutt’oggi di individuare pochi casi, studiarli ed estendere le conclusioni all’intero universo con un ristretto e prevedibile margine di errore.

Anche in questi contesti la digitalizzazione irrompe con una potenza devastante e rivoluzionaria: per la prima volta nella storia il problema non è più solamente quello di produrre direttamente le informazioni che servono strappandole con fatica dai contesti naturali ma, piuttosto, quello di selezionare e combinare informazioni già esistenti per generare qualcosa di nuovo. La straordinaria quantità di dati disponibili cambia radicalmente il panorama: le scienze sociali per prime sono messe in crisi da questi sconvolgimenti che aprono grandi opportunità e per certi versi ne mettono in discussione l’utilità se non proprio il fondamento. Questo passaggio dall’analogico al digitale, dal qualitativo al quantitativo, dai chilogrammi ai bit, è una rivoluzione paragonabile a quella di Gutenberg che passa incredibilmente sotto silenzio; big data è il termine con cui si etichetta questo fenomeno di abbondanza informativa assolutamente nuovo nella storia umana. Con tale termine si designa da un lato l’infinita disponibilità di dati utilizzabili direttamente attraverso i calcolatori e, dall’altro, le operazioni che si possono fare su di essi attraverso potenti algoritmi di calcolo. Queste operazioni consistono nell’applicare la matematica e la statistica ad un universo di informazioni in crescita esponenziale per estrapolare tendenze e probabilità, scoprire strutture sottostanti ed eccezioni, individuare regolarità e storie ricorrenti, trovare nicchie e casi estremi, generare e testare ipotesi e teorie, in modi inaccessibili al costoso campionamento e sicuramente molto più rapidi ed economici.
Potenzialmente non c’è limite alle informazioni che possono essere estratte attraverso gli algoritmi di calcolo; queste possibilità mettono in discussione il nostro modo di vivere e di interagire con il mondo, creano nuove indicazioni o nuove forme di valore con modalità che vengono a modificare i mercati, le organizzazioni, le relazioni tra cittadini e governi, il lavoro. Armati delle interpretazioni prodotte dagli algoritmi digitali possiamo rileggere il nostro mondo con modalità che si stanno appena cominciando ad apprezzare.

Tutti i dati raccolti per uno scopo si prestano ad essere utilizzati anche in altri modi e in questa flessibilità risiede la loro capacità di generare valore. Proprio su questa possibilità si regge la sfida centrata sulla competizione per scoprire il valore intrinseco non ancora espresso dei dati, nel farli parlare. Un valore economico e commerciale enorme che risiede in potenza negli archivi digitali che proprio in questo momento stiamo contribuendo ad alimentare: un valore che attualmente spetta in via quasi esclusiva ai proprietari dei contenitori digitali (basti pensare a Facebook o Google) che possono usare a titolo gratuito i contributi dei miliardi di persone connesse in rete direttamente (ad esempio tramite i social) o indirettamente (tramite i comportamenti rilevati dai sistemi di sensori, i chip etc.).

Nel mondo di big data la noiosa statistica diventa improvvisamente sexy e l’analista di dati (data scientist) diventa la nuova figura di scienziato costantemente impegnato nella ricerca di correlazioni e nella messa a punto di algoritmi matematici sempre più potenti e raffinati. Nel paradiso degli statistici ognuno potrebbe esplorare la matrice digitale per inventarsi un nuovo modo di vivere e di dar senso alla propria vita.
Ma anche gli statistici più visionari già vedono il loro successo minacciato da nuove generazioni di macchine molto più “intelligenti” di loro…

Il tramonto della pubblicità, il trionfo dei consigli fidati: Rudy Bandiera spiega il web reputazionale

Che viviamo in un mondo completamente digitalizzato e regolato dalle dinamiche di internet, oggi, lo abbiamo compreso tutti ed è quasi scontato ricordarlo: Facebook supera il miliardo e mezzo di utenti iscritti, cioè oltre un settimo della popolazione mondiale; nella giacca di chiunque è gelosamente custodito almeno un tablet o uno smartphone; addirittura i bambini, già dalla tenera età, si stupiscono se il giornale cartaceo non si sfoglia scorrendo il dito sulla pagina. Meno scontato è domandarsi se noi, utenti della rete, siamo realmente consapevoli di ciò che facciamo ma soprattutto di ciò che accade in internet. E se questo vale per gli adulti, ancora meno scontato è pensare che i cosiddetti ‘nativi digitali’, oltre alle funzioni, siano perfettamente in grado di capire anche le dinamiche (soprattutto sociali) che caratterizzano il web.

IMG_0329In questo frangente il Comune di Ferrara si è dimostrato particolarmente sensibile e attivo soprattutto grazie a ‘Pane e Internet’, un’iniziativa promossa dalla Regione Emilia-Romagna che, come si legge dal sito ufficiale [vedi], ha come finalità quella di offrire opportunità di prima alfabetizzazione informatica e apprendimento continuo sull’uso delle tecnologie digitali e l’accesso a Internet. Tra gli eventi proposti dal questo progetto e dopo un primo incontro dedicato ai genitori il 28 novembre scorso, mercoledì 13 gennaio è stata la volta dei ragazzi delle scuole superiori: relatore, anche in questo caso, il noto blogger ferrarese Rudy Bandiera, probabilmente tra le figure più qualificate in Italia per affrontare tematiche come questa, soprattutto con i più giovani.
A fare gli onori di casa in una Sala Estense riempita da oltre trecento studenti delle scuole ferraresi sono stati Roberto Serra e Annalisa Felletti, rispettivamente assessore ai servizi informatici e alla pubblica istruzione; il primo si è dimostrato entusiasta di questo evento in quanto “momento fondamentale che Ferrara mette a disposizione dei cittadini per colmare il gap di alfabetizzazione digitale”, la seconda ha ricordato come tali occasioni siano “preziosi incontri dove poter fare vera e propria ‘educazione civica digitale’, necessaria poiché internet è tanto utile quanto pericoloso se utilizzato in maniera scorretta”.

“Oggi viviamo in un mondo completamente incomprensibile. Voi siete il business“. Con queste parole ha debuttato Rudy Bandiera, dedicando doverosamente una lunga prima parte del suo intervento a sette personalità del nostro tempo che hanno letteralmente rivoluzionato il mondo: l’ideatore del World Wild Web Tim Berners Lee, il fondatore di Apple Steve Jobs e quello di Microsoft Bill Gates, Mark Zuckerberg padre di Facebook, Larry Page e Sergey Brin ideatori di Google e Jeff Bezos, proprietario di Amazon. Una carrellata di nomi e marchi oramai molto noti ma che, proprio grazie allo strapotere da loro acquisito, è necessario conoscere a fondo per meglio comprendere la realtà e i dati che padroneggiano il mercato digitale odierno.
Una volta quindi sottolineato come – grazie all’acquisizione di piattaforme quali Instagram e WhatsApp – Facebook si candidi ad essere sempre più “il contenitore con il maggior numero di cose al suo interno“ del mondo, mentre Google con i suoi servizi “sa tutto di noi, compresi spostamenti e interessi e ciò che ci scriviamo in privato”, Bandiera ha ammonito i ragazzi circa il fatto che “tutto ciò che facciamo sui social ha una ricaduta sulla vita delle persone”; per il blogger è quindi necessario ricordarci che fenomeni come il Fomo (Fear of missing out), la dipendenza cioè da social, la paura di essere ‘tagliati fuori’, sono sempre più diffusi e da prevenire, così come importantissimo nell’epoca del digitale è il concetto di reputazione, poiché colossi come quelli citati sopra “hanno successo in quanto ci fidiamo di loro. Questo è un valore assoluto che, comunque, rimane sempre a rischio”.

IMG_0325Quali sono questi rischi? Per elencarne alcuni, cyberbullismo, il cyberbashing (la registrazione video di aggressioni postate sui social), il catfish (la creazione di profili falsi), il sexting (rischio di ricatti dopo l’invio di immagini sessualmente esplicite per vie private) ed infine il furto d’identità. Dati alla mano questi fenomeni sono in costante aumento e, tra i tanti casi citati da Bandiera, spiccano anche note vicende di cronaca avvenute nel nostro Paese.
Tuttavia non vi sono solo negatività in questo mondo iperconesso: “Noi per la prima volta possiamo fare davvero tutto ciò che vogliamo” ha puntualizzato Bandiera riferendosi alle incredibili opportunità che la rete oggi ci offre, anche se per coglierle è necessario “essere il più creativi possibile, essere cioè in grado di non copiare ciò che fanno gli altri ma saper inventare prima degli altri”. Tra i concetti fondamentali anche l’identificazione, il ritorno della centralità dell’individuo e, molto importante soprattutto nell’era dell’informazione, l’auto-formazione. “Tutto questo – ha affermato il blogger – è possibile perché ognuno di noi ha qualcosa di bello da raccontare, quello che conta oggi è saperlo raccontare. Riuscire a fare storytelling oggi è tutto”. A corredo di quanto appena detto, immancabili i numerosissimi esempi di youtuber – nella maggior parte addirittura minorenni – divenuti negli ultimi anni vere e proprie star capaci di racimolare milioni di visualizzazioni.
Per confermare le proprie tesi, Bandiera ha concluso l’evento ricordando che oggi “solo il 14% della popolazione mondiale si fida della pubblicità, mentre i due terzi si fida esclusivamente dei consigli personali”, statistiche che lo inducono ad etichettare il nostro tempo come “rivoluzione TripAdvisor”. E’ la reputazione che fa la differenza.

Tra i tanti applausi dei ragazzi, sicuramente entusiasti e consapevoli dell’importanza delle tematiche affrontate, si è infine concluso questo primo – come più volte specificato dagli organizzatori – ‘esperimento’. Ben vengano quindi esperimenti analoghi, in grado di sensibilizzare e informare in maniera adeguata grandi e meno grandi a un mondo come quello digitale, tanto bello quanto insidioso per le proporzioni raggiunte.
Per concludere, e per dirla con Rudy Bandiera, quasi riprendendo Jobs, “siate creativi, siate consapevoli, siate responsabili”.

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