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L’odissea del popolo curdo

Non c’è requiem per i curdi. Un popolo che vive da sempre una vita smembrata, figlio di nessuno, la cui esistenza si colloca faticosamente da una parte o l’altra dei confini siriani, turchi, iraniani e iracheni, e vive le proprie tragedie storiche e attuali nel silenzio dell’opinione pubblica. Eppure i curdi, uomini e donne indistintamente, hanno combattuto come leoni e continuano a farlo, impegnati con le forze siriane con cui formano l’ Ypg, nella campagna militare contro il Califfato dell’Isis, insieme alle truppe americane, in un fronte ormai grondante di sangue, teatro di combattimenti senza tregua.

L’ Ypg rappresenta le forze più operative e tenaci nella guerra contro l’Isis, segnando i maggiori successi bellici e contando il maggior numero di caduti e prigionieri. E’ bastato un tweet di questi giorni del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, all’alba del ritiro delle truppe americane, per riaccendere un po’ di interesse per il popolo curdo: “[…]Will devastate Turkey economically if they hit Kurds.[…]” ovvero, “Rovineremo economicamente la Turchia se verranno colpiti i curdi”. Un Presidente tutt’altro che animato da filantropica pietas per questo popolo; piuttosto, preoccupato di ciò che potrebbe accadere all’abbandono definitivo del territorio da parte dell’esercito americano. Il governo turco, infatti, ritiene da sempre ‘terroriste nemiche’ le milizie curdo-siriane, intravvedendo l’influenza su di esse del Pkk, il movimento separatista curdo. Teme che il Pkk possa approfittare della situazione per creare un Kurdistan indipendente che comprenda anche zone turche.
Una situazione delicata che corre sul filo del rasoio, con una Turchia diffidente, una Siria sempre più vicina alla Russia e all’Iran, e il popolo curdo intrappolato in dinamiche internazionali che sfuggono a ogni suo diritto e lecita aspirazione di indipendenza e riconoscimento culturale, come è stato finora nella lunga storia che lo riguarda.

Per Kurdistan si intende un’area di 450.000 Kmq, abitata dalla popolazione di etnia curda, ma divisa tra Turchia, Iraq, Siria e Iran, di cui circa la metà all’interno dei confini turchi. Un territorio strategicamente rilevante per la presenza significativa di petrolio – il 75% di petrolio del solo Iraq proviene dal Kurdistan – e risorse idriche importanti, ma sottosviluppato per l’assenza di unità politica e amministrativa. L’ampia zona del Kurdistan è anche importante passaggio obbligato tra repubbliche centrasiatiche, Turchia e Iran, e si trova nel cuore di uno dei punti strategici delle politiche mondiali.
Il popolo curdo discende dagli antichi Medi, di origine indo-iraniana. La loro storia è un susseguirsi di veti, persecuzioni, dinieghi a cominciare, in epoca moderna, dal rifiuto di costituirsi in Stato autonomo, dopo la Prima Guerra Mondiale. L’ostracismo della Repubblica Turca ne impedì la realizzazione e i territori abitati dall’etnia curda vennero spartiti tra Turchia, Siria, Iran e Iraq; tra il 1921 e il 1925, 25 milioni di curdi furono dispersi in cinque nazioni trasformandosi in cinque minoranze. Disgregazione massiccia in cui ciascuna di esse fu ed è costretta a rapportarsi al governo di appartenenza, alle sue politiche, alla sua realtà socioculturale.

In Iraq, nel 1961 il movimento autonomista curdo, organizzato nel partito Democratico del Kurdistan, si è distinto nella lotta contro il regime di Saddam Hussein che aveva adottato tecniche di repressione brutali nei villaggi curdi settentrionali. In Iran, nel 1972, i curdi contrastarono il regime di Teheran e durante la rivoluzione Komeinista, il Partito Democratico del Kurdistan iraniano si impegnò nella conservazione della propria cultura e nell’obiettivo dell’autonomia. In due anni furono 10.000 le vittime della repressione. In Turchia la comunità curda visse un clima di tensione all’epoca di Atatürk, fondatore e primo presidente del Paese, dal 1923 e nei successivi governi. Nel 1960, dopo il colpo di stato militare, la repressione nei confronti dei curdi si intensificò e oltre 500 appartenenti all’etnia furono internati nei campi di concentramento o esiliati e i territori curdi sottoposti al processo di turchizzazione violenta. Nel 1971, in seguito al secondo intervento militare, fu imposta la legge marziale; molti sospettati di avversione al regime vennero arrestati, incarcerati in condizioni orribili e sottoposti a tortura e violenza, rei di aver chiesto l’autodeterminazione e la difesa della propria appartenenza.

La resistenza curda si manifesta in due correnti di pensiero molto differenti. La prima portata avanti dal partito Democratico del Kurdistan, che agisce nell’interno e che persegue l’autonomia del popolo curdo; la seconda interpretata dal Pkk, partito dei lavoratori curdi, il cui scopo è il riconoscimento della lingua e dei diritti dei curdi, e chiede l’indipendenza. In Siria la comunità curda, minore rispetto le altre, vive nelle province Al Hasakah e Aleppo, dove la città di Kobane resta l’emblema della lotta curda all’avanzata del califfato dell’Isis. I curdi di questi territori hanno sempre sofferto tensioni con lo Stato e la popolazione araba e nelle lande curdo-siriane ha avuto inizio l’attività di Abdullah Ocalan, lo storico leader del Pkk. I curdi siriani hanno dedicato il forte contributo alla guerra in atto, non solo alla prospettiva militare ma anche e soprattutto a una prospettiva di allargamento dei propri territori e di una propria politica. Oggi, lo Ypg curdo-siriano, appoggiato finanziariamente dagli USA, riorganizzato come vero e proprio esercito, è garante anche della costituzione della regione autonoma curda, sancita tale dal ‘Contratto sociale del Rojava‘ del 2012, non riconosciuto tiepidamente da Damasco.

Ancora oggi la questione curda appare irrisolta e le difficoltà per questa popolazione sembrano interminabili, aggravate dalle guerre, le relazioni tra governi, le dinamiche internazionali, gli interessi delle diplomazie, i compromessi per mantenere equilibri improbabili. Soltanto gli accordi tra Russia e Stati Uniti potranno delineare il futuro assetto della Siria e il destino politico dei curdi.

La fotografia oltre il confine:
“Exodus”, il reportage di Mario Fornasari

“Exodus”: il reportage di Mario Fornasari in una mostra documento a Ferrara fino al 10 novembre 2016 ci mostra la drammatica realtà dei campi profughi.

di Eleonora Rossi

“Continua ad appassionarmi tutto ciò che muove il mondo e si muove nel mondo”.
Mario Fornasari non è solo un giornalista professionista e un reporter. È un viaggiatore.
Sa osservare, mettersi in ascolto; sa adattarsi, o cambiare rotta.
Del vero viaggiatore ha la curiosità, il rispetto, lo spirito libero, il senso della sfida.

“Al liceo sognai d’essere testimone nel mondo e comprai la prima Nikon”.
Il suo lavoro di cronista lo ha avvicinato quotidianamente all’uomo e all’umanità, alle storie dentro alla storia. Dopo anni intensi di giornalismo, oggi Mario Fornasari si dedica alla fotografia: l’obiettivo della macchina fotografica è il suo sguardo, profondo, di attenzione. Di comprensione.

Per la sua pagina Facebook ha scelto il nome “Contrarian”, ovvero “l’investitore in controtendenza”. Forse per questo Mario Fornasari investe proprio in ciò che non ha prezzo: “È il tempo che fa la differenza – racconta con voce pacata e rassicurante -. Nel tempo ritrovato è come se riuscissi a ricongiungere i fili spezzati”.
Sulla pagina “Contrarian” (così come sul sito mariofornasari.net, su blog.Quotidiano.net e flickr) si possono ammirare alcuni degli scatti del fotografo: reportage da inviato accanto a paesaggi interiori e immagini della nostra città.
Una Ferrara dal volto inconsueto, sorpresa nei suoi dettagli inediti: ellissi ritagliate nell’azzurro, architetture di nebbia, “segni agli angeli”, diamanti di pietra imbevuti di luce.
Gli occhi dell’autore si illuminano mentre descrive la “serie del volare”: immagini fotografiche dove i particolari artistici sembrano spiccare verso il cielo, in ascesa vertiginosa.

“Exodus, trappola nei Balcani” è il titolo della mostra al numero 46 di via Ripagrande, allestita nella sala dell’associazione Rrose Sélavy fino al 10 novembre 2016 (mercoledì, venerdì, sabato, 15.30-19).
Professionista scrupoloso, Mario Fornasari ci accoglie con calore nella terra delle sue fotografie: landa di confini da oltrepassare, anche metaforicamente.
“Le mani del profugo siriano, aggrappate alla rete che sbarra la frontiera tra Serbia e Ungheria, sono il marchio di un’ Europa incapace di accogliere il sogno di una vita migliore per chi fugge dalle tragedie della guerra”. È questa l’immagine simbolo di Exodus, mostra documento inaugurata nell’ambito di Internazionale. Qui il reporter è “testimone nel mondo”.
Ogni singolo scatto racchiude una narrazione, racconta un vissuto. Immagini garbate, rispettose, che rivelano nobiltà d’animo e capacità empatica non comuni. Cogliendo “gli sguardi, le sensazioni, i gesti” nell’istante di massima espressività, la fotografia di Mario Fornasari incontra le persone.

Come è nato questo reportage?
La migrazione di popoli in cerca di una vita migliore ha messo sotto pressione l’Italia e, più in generale, l’Europa. Ma l’esodo dal Medio Oriente in guerra ha qualcosa di imponente, di biblico: incalza gli Stati, scuote le coscienze, mette in crisi le classi dirigenti. La rotta balcanica ha visto transitare, lo scorso anno, all’incirca un milione di persone, in condizioni spesso disperate: la chiusura delle frontiere, nel sud dell’Europa, ha acceso il mio desiderio di vedere e capire di più.

Quando sono state scattate le foto?
Sono partito due volte, in agosto e in settembre dell’anno scorso, per testimoniare con immagini e servizi quanto accadeva nel confine settentrionale tra Horgos (Serbia) e Roszke (Ungheria), nei cosiddetti campi di accoglienza o nei bivacchi improvvisati a ridosso dei confini blindati dai muri di rete e filo spinato. Poi, nell’aprile di quest’anno, con tutte le frontiere chiuse, sono arrivato a Idomeni, un paesino greco di 150 abitanti al confine con la Repubblica di Macedonia: ospita il più grande campo profughi assieme alla giungla francese di Calais. Sono all’incirca 5000 foto, tra le quali una cinquantina sono selezionate per le clip e una ventina per la mostra.

Che cosa ha provato Mario Fornasari quando era là?
Immaginate donne e bambini a cui non è permesso di uscire dai campi di accoglienza, sotto tendoni bollenti per il sole, disperati nel chiedere acqua a cronisti o fotoreporter che si ritrovano a lanciare bottigliette sopra le reti di recinzione finché la polizia non interviene. Oppure pensate a giovani donne con figlioletti di pochi mesi che hanno percorso migliaia di chilometri e, stremate, cercano di dormire tra i guard-rail dell’autostrada chiusa. Ti chiedi quanto debba pesare l’essere nato dalla parte (oggi) sbagliata del mondo. Fa pensare la solidarietà tra loro, che vedi nelle situazioni più disperate, nelle parole dei bivacchi, tra tende precarie, immondizia, fumi densi del fuoco che brucia bottiglie, sterpaglie, cassette per riscaldare le persone. Ho passato notti accanto a siriani, afghani o iracheni, senza grandi timori. Situazione diversa a Idomeni, dove le associazioni umanitarie garantiscono comunque cibo per tutti, dove l’emergenza si cronicizza e pian piano rimette in moto le divisioni di genere, di clan, di nazionalità.

Un esempio…?
Una mattina all’alba il vento era terribile, alzava nuvole di polvere che sferzavano i volti e arrivava a spazzare via le tende meno solide. In una parte del campo, quella più battuta dalle raffiche, le tende erano state protette e sormontate da coperte legate tra loro e fissate a pali o per terra: uno sforzo spesso inutile. Due donne irachene, una delle quali in gravidanza ormai avanzata, stavano lottando per mantenere la protezione alle tende, dentro le quali dormivano i figli. Immagini quasi epiche che tentavo di riprendere, prima del dubbio che può inquietare il cronista: lasciare quelle donne sole a lottare contro le intemperie e continuare a lavorare, oppure intervenire per dar loro una mano? Ho riposto la macchina fotografica. Dopo una ventina di minuti di lotta impari contro il vento è esploso un gran vociare e sono tranquillamente usciti dalle tende i due mariti. Le differenze di genere erano già rientrate nel campo, cosa che non avevo mai visto ad Horgos, dove tutti sembravano molto più solidali.

Ed è riuscito a ricreare con le immagini le stesse sensazioni?
Le foto hanno un significato particolare quando sono capaci di darti una chiave di lettura, di farti entrare in un universo che non conosci e di svelartelo confida Paolo Pellegrin, uno dei migliori fotoreporter italiani di sempre. L’obiettivo è ambizioso, mi accontento di essere testimone e tentare di condividere, con le parole e le immagini.

Mi ha colpito nelle fotografie il colore, la caparbietà nell’espressione dei volti. Sono ritratti di vita che resiste, con tenacia. Era questo che voleva catturare nelle immagini?
Non sempre quel che ritrai con la macchina fotografica racconta un percorso intellegibile, predefinito, conscio: a volte è vero esattamente il contrario, è istintivo, assomiglia a una visione che man mano si svela.

Ha raccontato la storia di quelle persone anche con le parole?
Sì, Quotidiano Nazionale e Quotidiano Net hanno pubblicato foto e servizi.

Quale colonna sonora ha scelto per le sue immagini?
Le clip propongono un brano sempre diverso: Trappola nei Balcani, la clip complessiva, è arricchita dal concerto numero 2 di Rachmaninov che mi ricorda il senso della storia, di un fiume che scorre tra gli argini, dei migranti in cammino accanto a muri e sbarramenti. La clip Madonne con bambino seleziona le immagini con madri che curano i propri figli, a volte di pochi giorni, accompagnate da un preludio di Chopin mentre Idomeni ha la voce di Freddie Mercury con i Queen in Who wants to live forever. I Bambini infiniti, dedicata alle centinaia di ragazzini incontrati in questi viaggi, sono accompagnati dalla chitarra di Paco de Lucia in Cancion de Amor.
Giornalismo e fotografia: due talenti che si specchiano e si completano per raccontare la storia. Quando ha iniziato a scrivere?
Talento è un termine impegnativo e non so se lo sento adatto. Al liceo sognai d’essere testimone nel mondo e comprai la prima Nikon (che conservo ancora), grazie a un mese di lavoro estivo: iniziai con reportage dal nord Africa, scritti e fotografici, e con un viaggio tra i ragazzi che morivano di droga a Verona. Quest’ultimo fu acquistato per 100 mila lire. In seguito lavorai all’esperienza degli asili-modello in Emilia Romagna, alla vita nelle case di riposo o nei manicomi prima della riforma Basaglia, mi dedicai al carnevale di Venezia e alla foto di teatro senza grandi risultati per dire il vero. Ma oggi si direbbe che il tutto non era economicamente sostenibile, cioè non riuscivo a vivere di quel tipo di attività: la scelta fu di affinare la scrittura e approfondire i temi del giornalismo. Sono stato a lungo corrispondente di Repubblica che mi sgrezzò grazie a Luca Savonuzzi, il primo di tanti maestri. L’assunzione al Carlino mi cambiò la vita, il giornale mi diede quasi tutto quel che cercavo dal punto di vista professionale e mi costrinse a dare tutto: il ruolo di capo della redazione di Ferrara mi ha permesso di approfondire il legame con la città, il passaggio alla redazione nazionale ha implicato il confronto con i grandi temi italiani e internazionali, l’arricchimento, lo studio continuo. Ho seguito gli sviluppi della grande crisi americana come caporedattore responsabile di politica, economia e finanza, passando notti a tentar di capire cosa potesse esserci dietro ai famigerati prodotti finanziari derivati, l’arma di distruzione di massa per dirla con il guru Warren Buffett. Dal cronista che racconta prevalentemente le persone e le comunità, al cronista che testimonia e commenta fatti politici, mercati finanziari, banche centrali.

Che cosa significa per lei scrivere?
Mi piace soprattutto descrivere le situazioni, gli sguardi, le sensazioni, i gesti, gli odori, i sogni. Il tempo. In politica e in economia bisogna svelare i retroscena, intuire gli indirizzi, capire gli sgambetti e, a volte, raccontare le utopie. Dopo l’uscita dal desk del giornale ho provato a riunificare le varie esperienze di scrittura: raccontando la crisi ad Atene, le operazioni tecniche di blocco della liquidità da parte della Bce e gli errori della Troika si sono impersonificati nelle parole disperate dell’impiegato che ha perso il lavoro con il taglio degli statali, nel volto dell’anziano che non riesca più ad avere medicine o nella rabbia di chi non vede più un futuro in patria.

Cosa rappresenta invece la fotografia?
L’immagine è immediata, arriva subito. È spietata: come giornalista posso essere lontano da un fatto ma riuscire a raccontarlo lo stesso, non è così per il fotoreporter che non può recuperare la foto di un episodio passato a meno di non patteggiare con la propria coscienza e proporre immagini costruite. Grandi fotografi hanno osservato che una bella foto non ha bisogno di descrizioni o didascalie, però in un reportage immagini e parole, magari anche brani musicali, possono completarsi nell’esprimere una sensazione.

Quali sono i progetti futuri?
Continuo a seguire i mercati finanziari che ora guidano il mondo, intriganti nella loro aridità e nell’apparente follia: non so se sia finita per sempre l’era in cui l’ingegneria finanziaria avrebbe dovuto migliorare l’esistenza di tutti. In parte l’ha fatto, nonostante oggi prevalgano avidità e cinismo. D’altra parte mi stimola lo studio sulla luce di Ferrara e quest’anno vorrei continuare lavorare sul tema delle migrazioni e spostarmi sulla rotta italiana, dal Mediterraneo al Brennero. Mi piacerebbe poi tornare dove sono già stato per il giornale in Sardegna, nel Sulcis, quattrocento metri sottoterra dove gli ultimi minatori italiani lottano per continuare un lavoro duro e ottocentesco che non ha più prospettive economiche di sopravvivenza.
E continua ad appassionarmi tutto ciò che muove il mondo e si muove nel mondo.

Bambina di Mario Fornasari
Madre di Mario Fornasari
Mano di Mario Fornasari

L’OPINIONE
Le mani sul petrolio e la profezia di Gheddafi

E ora? Confusione, paura, morte, terrore… Qualcuno di noi, europei coalizzati con gli Stati Uniti, si è mai chiesto che potrebbe essere stato un errore “pianificare” l’uccisione di Saddam e Gheddafi? Sono state dimenticate e sottovalutate le parole di Gheddafi: “Senza di me vi invaderanno, milioni di immigrati illegali, i terroristi salterebbero dalle spiagge di Tripoli verso Lampedusa e la Sicilia. Sarebbe un incubo per l’Italia e l’Europa, svegliatevi! Questi non credono al dialogo, ma pensano solo a combattere e a uccidere, uccidere, uccidere”.
A quattro anni di distanza, dalla sua morte, queste parole suonano come una sibillina profezia.

Stesso errore con Saddam Hussein, dittatore dell’Iraq, giustiziato nel 2006 e che ora, i suoi ex ufficiali, una cinquantina, sarebbero a capo del califfato. Con l’insana idea di eliminare questi due “capi” ci siamo puniti con le nostre stesse mani… La strage di Nassirya non ci aveva insegnato proprio nulla? Il messaggio che hanno voluto inviarci non è stato ben recepito?

Sappiamo benissimo che gli interessi in ballo, più che religiosi, sono di natura economica. Si tratta di controllo territoriale e strategico delle risorse petrolifere.

A questo punto sarebbe logico distruggere il sofisticato business sotterraneo dell’Isis, fermare ogni attività terroristica, ogni rifornimento di denaro e di armi a questi criminali. Andare a bombardare la capitale della Siria, come hanno appena fatto i francesi, si rischiano solamente uccisioni di civili innocenti e poco più di niente.

Si dice che siano una quarantina gli Stati che li finanziano: l’Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Turchia e tantissimi altri: una pazzia! Si devono bombardare i pozzi petroliferi, non le città! Ma questo non lo si vuole… Abbiamo “combattuto” a prezzi umani altissimi per il petrolio e non vogliamo e non possiamo mollarlo…

In questo delicato periodo la Ue invece di perdere tempo nel “boicottare” i prodotti israeliani, con la bugia dei territori occupati, casomai “contesi”, l’avesse impiegato a combattere il terrorismo, avrebbe fatto cosa buona e giusta. Però a qualcosa è servito l’atroce attentato a Parigi, a far comprendere come vive Israele ogni giorno nel difendersi dai continui attentati e accoltellamenti. Ha detto giusto Vittorio Sgarbi:”C’è un Paese che oggi siamo noi. Si chiama Israele che deve difendersi con la forza dell’intolleranza che Israele sia lì. Allora quello che è capitato a Israele oggi tocca a noi. Tutta l’Europa è Israele, dobbiamo abituarci a vivere come loro. Sono stato a Tel Aviv, se vai al cinema ti controlla no quattro ore”.

Netanyahu, il primo ministro israeliano aveva avvisato la Francia, mesi fa, tramite i servizi segreti israeliani, che qualcosa di brutto si stava muovendo e non gli hanno creduto…

Ci sembra di aver compreso che l’Europa occidentale intende vivere nelle medesime condizioni in cui vive Israele, bene, però bisogna tener presente che in Israele quando i terroristi palestinesi compiono attentati contro la popolazione israeliana dopo poche ore o al massimo dopo qualche giorno li trovano, non se li fanno scappare…

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IL FATTO
Dopo 12 anni di restauri riapre il Museo nazionale di Baghdad

Di fronte ai terribili recenti saccheggi e distruzioni delle antichità conservate nel Museo di Mosul (statue, fregi e altri oggetti d’arte pre-islamici qui esposti, ma in parte, per fortuna, copie in gesso), una buona notizia: il 28 Febbraio il Museo nazionale di Baghdad ha riaperto i battenti. A fondare quello che è considerato uno dei più importanti musei del mondo fu, nel 1923, re Feisal I, in una sede provvisoria nell’antico serraglio. Tre anni dopo Gertrude Bell, direttore onorario delle antichità, ottenne il trasferimento del primo nucleo della collezione in una sede più ampia, in Ma’mun Street, ma col tempo l’edificio si rivelò angusto e, nel 1957, iniziò la costruzione dell’Iraq Museum, inaugurato dieci anni dopo, nel 1967.

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Ali Al-Saadi/AFP/Getty Images

Nella collezione vengono documentate, in ordine cronologico, tutte le epoche della Mesopotamia, dalla preistoria alla dominazione islamica. Ben 12 anni di lavori, restauri, difficoltà e traversie burocratiche e economiche (fra le quali anche una riapertura parziale e provvisoria grazie a contributi dello Stato italiano, nel 2009), le preziose testimonianze della storia mesopotamica, a cominciare dai monumentali tori alati, sono oggi ancora visibili. All’epoca di Saddam Hussein, qualcuno l’aveva battezzato come il “negozio” del dittatore, perché inaccessibile ai cittadini comuni, elitario. Chiuso allo scoppio della seconda guerra del Golfo (2003), con l’arrivo delle truppe americane, nel pieno caos furono i saccheggiatori e i ricettatori di tutto il mondo ad avere la meglio. Si stimavano in circa 15.000 i reperti trafugati, un terzo dei quali è, però, stato recuperato durante questi anni di chiusura, grazie anche a collaborazioni internazionali. Il premier iracheno in persona, Haider al-Abadi, è intervenuto all’inaugurazione del 28 febbraio, quella di una collezione che copre almeno 7.000 anni di storia, nei quali la Mesopotamia viene considerata “la culla” della civiltà.

riapertura-museo-baghdadDopo il tradizionale taglio del nastro rosso, il premier iracheno ha dichiarato: “Oggi il messaggio che arriva da Baghdad, dalla terra di Mesopotamia, è chiaro: tuteleremo la civiltà e daremo la caccia a quanti vogliono distruggerla’. Il museo ha riaperto al pubblico il 1° marzo, il biglietto costerà 1.500 dinari iracheni (poco più di un dollaro), 10 dollari per i visitatori arabi e 20 dollari per gli altri stranieri. Al momento della riapertura, ha scritto la Reuters, il museo era “pieno di visitatori che volevano vedere un passato che appartiene a momenti migliori”. Ma cosa si può vedere nel museo? Reperti di una fase del periodo ellenistico (dal 312 al 139 a.C.), tra cui una statua di Eracle con in mano una clava e una pelle di leone, ritrovata a Hatra, un sito Unesco oggi nelle mani dell’Isis. Un altro manufatto di un certo interesse è una statua di Re Sanatruq I, che regnò sempre a Hatra dal 140 al 180 d.C. La simbologia è quella regale, con un’aquila sul capo ad ali aperte. Si può vedere ancora poco, si dice, e i timori per la riapertura restano. Ma la miglior risposta agli attacchi alla cultura resta la cultura stessa.

Sono stati molti i progetti di cooperazione italiana mirati al recupero e al restauro dei numerosissimi reperti archeologici dispersi dopo le guerre. Il Ministero italiano degli affari esteri ha in larga misura contribuito alla riapertura del Museo nazionale di Baghdad, ma ha anche dato vita al museo virtuale, nelle cui numerose sale sono stati anche ricostruiti “pezzi” imperdibili della ricca civiltà mesopotamica [vedi].

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L’assurdità della guerra: quando la civiltà è al capolinea

Ho pensato molto prima di recensire il film. Solitamente commento solo pellicole che mi sono piaciute, ma poi mi sono detta che anche quelle ‘meno apprezzate’ vanno considerate. Se non altro per spirito di uguaglianza e diritto di critica. Mi sono poi anche detta che l’impressione iniziale negativa era stata, forse, leggermente attenuata da alcune riflessioni personali successive, che però, come tali, restavano soggettive e, quindi, una mia personale interpretazione, magari nemmeno del tutto corretta.

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La locandina

“American Sniper”, uscito da poco al cinema, è la storia vera del texano Chris Kyle, un U.S. Navy Seal (le Forze per operazioni speciali della marina degli Stati uniti) inviato in Iraq, nel 2003, con una missione precisa: proteggere i suoi commilitoni, i marines, che a terra “vanno a caccia di terroristi”. La sua massima precisione e il suo non mancare mai un bersaglio anche da enorme distanza (un colpo, un uomo) salvano innumerevoli vite sul campo di battaglia e mentre si diffondono i racconti del suo coraggio, Chris è soprannominato “Leggenda”. Nel frattempo la sua reputazione si diffonde anche dietro le file nemiche, al punto che una grossa taglia viene messa sulla sua testa, rendendolo il primario bersaglio per gli insorti. “Leggenda”, allo stesso tempo, combatte un’altra battaglia in casa propria, nel tentativo di essere un buon marito e padre nonostante si trovi dall’altra parte del mondo. Il famoso cecchino, come gli diceva il padre da bambino, è nato “pastore di gregge”, votato alla tutela dei più deboli contro i lupi famelici. La prima impressione che si ha, e che molti commentatori hanno avuto, è che “American Sniper” sia un film di propaganda, la biografia di un soldato americano, ossia del cecchino con più uccisioni confermate della storia d’America, un uomo che nella visione di Clint Eastwood è un vero eroe, un pastore che protegge gli altri esseri umani per vocazione, dentro e fuori dalla guerra. È anche un film con pochi dialoghi, con qualche stereotipo sul cecchino nemico (il bruno Mustafa), dove si spara sempre e, in certi punti, un po’ grossolano e kitsch.

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Bradley Cooper interpreta il soldato texano Chris Kyle

Fieramente repubblicano, fieramente dalla parte dei “nostri ragazzi” e fieramente statunitense, non è facile apprezzarlo, ma, per fortuna, alla fine si rivela dalla parte dell’essere umano, dell’orrore, della bruttezza, della tragedia e dell’idiozia della guerra, nella convinzione che “fermare un cuore che batte è una cosa grossa”. In fondo, ci troviamo di fronte a una civiltà folle e persa che spesso non si comprende più e che pare davvero al capolinea, dove la guerra è guerra, per tutti, dove il cecchino di una parte è uguale a quello dell’altra, dove il mondo deve ammettere che non c’è chi ha ragione e chi torto e che il dialogo deve subentrare alle armi.

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Sienna Miller interpreta la sposa del soldato

Il dramma del reduce disadattato poteva forse essere maggiormente evidenziato, tanto più che, nella realtà, è uno stesso reduce di guerra impazzito a uccidere Chris, che a questi disadattati aveva deciso di dedicarsi al rientro dai quasi tre anni di Iraq. Proprio quel tragico epilogo fa emergere tutto il nonsenso, fa affrancare dal particolare della storia e convince il regista a farne una storia universale. In fondo, Chris rimane un ragazzone semplice d’animo, violento nel cuore, ma umano. Vogliamo vederla anche così.

American Sniper, di Clint Eastwood, con Bradley Cooper, Sienna Miller, Cory Hardrict, Jake McDorman, Luke Grimes, Kyle Gallner, Owain Yeoman, Brian Hallisay, Sam Jaeger, Eric Close, Bill Miller, Max Charles, Tom Stern, USA, 2014, 134 mn.

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ACCORDI
Ancora tuona il cannone
Il brano musicale di oggi

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

 

Venti di guerra dall’Ucraina all’Iraq.

 

“Ancora tuona il cannone / ancora non è contento / di sangue la belva umana / e ancora ci porta il vento.
Io chiedo quando sarà / che l’uomo potrà imparare / a vivere senza ammazzare / e il vento si poserà”

francesco-guccini
Francesco Guccini

Francesco Guccini, Auschwitz

[clic sul titolo per ascoltare]

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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