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Se dai tedeschi ci difenderanno i francesi…
chi ci difenderà dai francesi?

 

Il 22 gennaio 2019 la Francia aveva firmato un trattato bilaterale di cooperazione con la Germania ad Aquisgrana, accordo che aveva voluto segnalare ai partner europei chi erano quelli che contano davvero. Oggi l’Italia, con il Patto del Quirinale stipulato con la Francia, si sente un po’ più vicina a quelli forti, meno isolata nel caos di interessi particolari mai sopiti e interni all’Unione Europea.

Un Trattato firmato da Macron in concomitanza dello smacco subito nell’indo-pacifico, dove ha dovuto rinunciare alla vendita dei suoi sommergibili, che si rivelerà di sicuro a trazione francese, visto che tra i due la Francia è sicuramente il Paese con una maggiore esperienza geopolitica e con una visione del futuro incentrata su suoi interessi nazionali a renderla più vicina ai concetti di impero e di potenza.

E su questa strada la Francia vuole disegnare gli assetti europei sui propri scenari geopolitici anche all’interno dell’Ue, ridimensionando la Germania di cui però ha bisogno finanziariamente in previsione della costituzione di un esercito europeo che vede a guida francese e pagato dai tedeschi. L’Italia ha bisogno, non potendo contare a vita solo su Draghi, di tutele per assicurarsi maggiore empatia quando sarà chiamata dai soliti rigoristi alla restituzione dei soldi del PNRR. Soldi di cui se ne poteva fare ovviamente a meno, ma siccome invece li abbiamo voluti, questo ci legherà ancora di più alle distorsioni dell’euro, alle garanzie tedesche sul debito comune e tendenzialmente ci prospetta un probabile ritorno alle ricette “lacrime e sangue” di montiana memoria già dal 2023.

Grazie alle politiche pandemiche espansionistiche dell’era Draghi abbiamo visto deficit stellari e con questi, insieme al resto del mondo che in questi ultimi due anni ha seguito lo stesso programma, abbiamo evitato di crollare in una recessione simile a quella del post Lehman Brothers, ma questi deficit hanno fatto alzare a noi il nostro debito pubblico e a chi già comincia a chiedere un ritorno al rispetto delle vecchie regole la pressione.

Per fortuna nostra però anche la Francia non ha nessuna voglia di tornare all’austerity e ai nordici parametri suicidi in materia di deficit e debito, e quindi questo avvicinamento ci autorizza a sperare in una sua intercessione quando ci sarà da lottare con i falchi europei. Da sottolineare che a livello di conti (nonostante il suo maggior credito internazionale e il fatto che nessuno ha fatto con essa la voce grossa come con l’Italia e i paesi mediterranei) Parigi è messa peggio di noi, sia per i deficit da bilancia commerciale, quindi nei rapporti finanziari con l’estero, che per quelli sul bilancio interno primario.

Quindi con questo accordo la Francia segue i suoi progetti di accerchiamento della Germania, l’Italia si avvicina ad una nazione con più voce e credibilità in Europa per guardare con meno apprensione al richiamo agli equilibri di bilancio.

In Europa ci sono il gruppo dei falchi, quelli delle colombe, quelli che vogliono più migranti, quelli che non ne vogliono, Visegrad, i mediterranei, quelli che vendono e quelli che comprano quindi quelli con i debiti e quelli con i crediti. Di sicuro ci sono due paesi forti: la Francia e la Germania, e tanti paesi che arrancano costretti a modelli di sviluppo teutonici e quindi per loro innaturali, ci sono paesi con diverse visioni di democrazia e sui diritti umani, c’è chi ha interesse ad espandersi ad Est (Germania) e chi non dimentica il suo passato imperiale (Francia). Insomma siamo fratelli diversi, quindi c’è bisogno di tutelarsi dal troppo amore e allora ci affidiamo a qualche trattato bilaterale. Alcuni si sentono più vicini di altri, tutti fingono che le cose stiano andando per il meglio.

La Francia ha visione, ha obiettivi nazionali mai sopiti, sa stare al mondo e questo ci dovrebbe intimorire ma oggi un avvicinamento ci fa più comodo di ieri, del resto facciamo tutti parte del vero impero e in quell’ambito resteremo, quello americano, e sarebbe impossibile ad oggi pensarne un altro. Ma all’interno dell’impero americano esistono degli spazi di manovra che potrebbero essere sfruttati, qualcuno lo sa e cerca di crearsi il suo spazio vitale mentre altri fanno finta per rimanere a galla.

Intorno a noi c’è una catastrofe geopolitica. Il mediterraneo sta diventando un problema che qualcuno dovrà gestire e sicuramente questo qualcuno avrebbe la benedizione americana, visto gli impegni per contenere la Cina in cui loro sono impegnati dall’altra parte del mondo. Il Paese candidato naturalmente per storia e posizione geografica sarebbe stato l’Italia, ma ovviamente non ne siamo stati capaci per chiara carenza di visione politica estera e di difesa. In sintesi, siamo stati cacciati dalla Libia in primis grazie ai francesi e adesso cerchiamo di legarci a loro per riprendere un controllo che da soli non riusciamo nemmeno ad immaginare.

Washington per questioni mediterranee e dintorni si rivolge oramai ai turchi (loro c’erano anche a Doha in assenza di invitati europei), superando tutte le perplessità che un personaggio come Erdogan può suscitare, per mancanza di altro. I turchi stanno ripercorrendo le strade del fu impero ottomano nei Balcani partendo dall’Albania dove l’Italia dovrebbe tendenzialmente e geopoliticamente avere una presenza maggiore. Ankara ha stipulato con Tirana un accordo di cooperazione militare a inizio 2020 che è entrato in vigore ad agosto dello stesso anno. Il parlamento albanese ha poi approvato lo stanziamento dei fondi necessari all’acquisto dei droni turchi Bayraktar Tb2.

È presente in Africa settentrionale a vario titolo, ed è oramai una presenza consolidata in Libia, dove ci sono interessi italiani quanto francesi, quindi europei, mentre spadroneggia nel Mediterraneo minacciando se capita le navi italiane quanto quelle francesi (il 10 giugno una nave turca carica di armi diretta in Libia ha minacciato di cannoneggiare fregate francesi ma già aveva violato l’embargo il 28 maggio, quando una nave mercantile partita da Istanbul attraccò indisturbata nel porto di Misurata, carica di carri armati M-60). Ovviamente se per l’Italia essere messa all’angolo non è un problema per la Francia il discorso cambia.

Insomma l’Italia non è in grado di occuparsi da sola dei suoi stessi interessi nel cortile di casa (Mediterraneo, Libia, Balcani, rotte migranti e nord Africa) per ragioni di miopia politica, per mancanza di visione geopolitica e di individuazione dei propri interessi nazionali anche all’interno dello spazio di controllo americano. Sa perfettamente che non sarà in grado di tutelarsi da sola dalle imminenti imposizioni europee di riduzione di spesa (se sarà obbligata al ritorno agli equilibri di bilancio e a surplus sul bilancio primario … addio alle crescite del 6%), cosa le resta da fare?

Ci giochiamo la carta francese, con la speranza che l’abbraccio non sia troppo stretto e che non diventi mortale.

Cospirazione

 

In Italia ci sono stati i cospiratori dello Stato contro il comunismo e ci sono i fanatici della cospirazione pluto giudaico massonica che inventa la pandemia, le camere a gas, le malattie e la Terra sferica. L’unica cospirazione che non avverrà mai è quella per abbattere un tiranno.

“La paranoia della cospirazione universale non finirà mai e non puoi stanarla perché non sai mai cosa c’è dietro. È una tentazione psicologica della nostra specie.”

Umberto Eco

BUFALE & BUGIE
Italia, Paese di (giornali) ignoranti

Ho sempre diffidato delle facilonerie da quattro soldi e delle semplificazioni all’etto di chi non si confronta con la complessità. Italiane e italiani, un popolo di mafiosi, indisciplinati e… Ignoranti!

Il 22 luglio l’Istat, Istituto di Statistica, pubblicava un suo report dal titolo ‘Livelli di istruzione e ritorni occupazionali[vedi qui], reso noto al pubblico tramite un comunicato stampa. Il giorno stesso, la notizia ha iniziato a girare nella mediasfera, con titoloni degni da far vergognare anche il più convinto patriota nostrano. Prendiamo come esempio il sito Bufale.net, dedicato allo sbufalamento altrui nei ritagli di tempo in cui non sforna esso stesso ricostruzioni mistificate: ”Il Paese più ignorante in Europa è l’Italia: pessimi dati sul nostro livello d’istruzione”. L’articolo, catalogato come “notizia vera”, citando l’indagine statistica consegna all’Italia un premio che in verità non merita. Più volte viene ripetuto il concetto iniziale, ma nonostante si dica che la fonte è autorevole ed è artefice dell’affermazione riportata, mai nelle 17 pagine Istat compare una dichiarazione del genere. Il termine “ignoranza” è sconosciuto ai grafici e alle descrizioni presentate dall’istituto, e non si fa fatica a comprenderne le motivazioni, essendo questo una nozione impossibile da delimitare con rigore e precisione. Si parla, piuttosto, di Paesi più o meno istruiti, cioè con più o meno persone in possesso di titoli di studio – e ciò non è direttamente proporzionale al grado di “ignoranza” nella popolazione, le due cose non camminano a braccetto – , ma pur prendendo per buona la banalizzazione giornalistica, è il dato fornito a non corrispondere ai risultati dello studio. L’Italia, infatti, non è l’ultima in Europa: semmai, la sua quota di individui diplomati è inferiore, per l’anno considerato, il 2019, alla media europea, e non è la peggiore. Dopo di lei, troviamo la Spagna, Malta e il Portogallo. Non in note minuscole a piè di pagina, ma è in apertura del documento che è possibile leggere questi dati, anche correttamente riassunti nel titolo del paragrafo ‘Italiani fra gli ultimi in Europa per livello di istruzione’. Ma a dimostrazione del fatto che tale sezione sia stata davvero consultata dal sito, basti considerare i numeri riportati in conclusione. Dunque, l’articolista ha sì compreso il significato dello studio, eppure ha volutamente preferito una esagerazione non supportata dai fatti.

E come interpretare, inoltre, l’evidente italiano zoppicante che accompagna la lettura dall’inizio alla fine? Tra congiuntivi problematici, ridondanze lessicali e accenti di troppo, tutto ciò appare come un degno scherzo del destino ai danni di chi ama puntare il dito contro chi reputa ignorante. Dimenticandosi che così facendo, altre tre dita sono puntate verso di sé.

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferrraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

MEDITERRANEO
L’identità e la natura italiana di fronte alla pandemia

Questa pandemia ci ha ricordato la nostra natura ‘mediterranea’, ha richiamato i tratti riconoscibili del nostro popolo che accomunano Nord e Sud, sorvolando sulle distinzioni delle quali solitamente ci fregiamo – spesso luoghi comuni – che nascono a partire dalla latitudine di appartenenza. Abbiamo dimostrato di essere una nazione che, al cospetto di un evento di gravità spropositata, reagisce con emotività, slancio, inventiva, passione, generosità, anche insofferenza, talvolta, al rigore e alla disciplina che si traduce in superficialità, inclinazione alla critica infondata e alla detrazione.
Dalle Alpi all’Italia insulare e meridionale, con concessioni più marcate in alcune zone anziché altre, siamo uniti in una visione d’insieme che crea comunanza e permette di riconoscersi per una volta senza distinzione e pregiudizio, senza rinunciare però all’individualità che ci contraddistingue.

Non siamo la Germania monolitica in cui il senso di ‘Heimat’, la Patria, è intoccabile, ferreo storico punto di riferimento che crea e cementa coesione e compattezza del ‘Volk’, il popolo.
Noi siamo gente ‘di pancia’, che non cede facilmente davanti a ragionamenti, dimostrazioni oggettive, argomentazioni circostanziate e approfondimenti perché emerge in noi quell’istinto guerriero reattivo che ci vuole protagonisti della scena, ciascuno a dire la sua, sostenere una propria tesi, demolire quanto ritenuto scomodo o sconveniente, pontificare e sentenziare, dare sfoggio di competenze anche laddove non ne siamo titolati, intraprendere ciascuno una propria battagli ma anche lanciare bellissime campagne di solidarietà e sostegno ai più vulnerabili, chi decidiamo noi.
Offriamo un’immagine caratteristica che ha colorato e movimentato questo interminabile periodo di sospensione da ciò che sembrava dovesse essere indiscutibile e immutato.
Non siamo compassati, freddi, assertivi, sufficientemente obbedienti, inquadrati, rigorosi, coerenti: siamo vivaci, irruenti, empatici, attivi, ingegnosi, impulsivi, dei creativi spiazzati dal cambiamento di schemi che prevedono un grado di libertà controllata, monitorata, sottoposta a vaglio continuo e viviamo la quotidianità scalpitando impazienti per tornare a riappropriarci dei nostri spazi, delle nostre attività ferme, di nuove forme e opportunità di lavoro.

Vogliamo ricominciare ad esprimere ciò che siamo, partendo dalla nostra identità, per dare fondo a tutti i nostri sforzi, le nostre risorse, i sacrifici, la volontà, le idee, i progetti nuovi che forse potranno ossigenarci e toglierci dall’apnea per allontanarci dallo spettro della recessione più nera.
Discutiamo ininterrottamente sui social – dal momento che altri luoghi di aggregazione ci sono interdetti – dei nostri comportamenti, delle nostre decisioni, delle convinzioni che ci guidano, delle scelte e dei nostri ‘credo’, spesso a paragone con altri popoli, formulando ipotesi sul perché siamo come siamo.

Scriveva Luigi Barzini  nel suo libro  ‘Gli Italiani, vizi e virtù di un popolo’, (1964): “[…] Ho scoperto che tutti, istintivamente, riconosciamo come talune abitudini, taluni tratti di carattere, certe tendenze e certe pratiche siano inequivocabilmente nostre. Le chiamiamo ‘le cose all’italiana’. Queste parole vengono talora pronunciate con fierezza, talora con affetto, con ironia, con compassione, con aria divertita, o con rassegnazione, molto spesso con ira, sdegno, o sarcasmo, ma sempre con un sottofondo di tristezza. […]”. E col suo accenno di sarcastico sorriso,
Paolo Villaggio ci descriveva nel suo esilerante romanzo ‘Fantozzi’, regalandoci una nota di colore e leggerezza:
“Gli Italiani quando sono in due si confidano segreti, tre fanno considerazioni filosofiche, quattro giocano a scopa, cinque a poker, sei parlano di calcio, sette fondano un partito del quale aspirano tutti segretamente alla presidenza, otto formano un coro di montagna.”

EUROPA AL BIVIO. Appuntamento a domani, 7 aprile
L’Appello alla Merkel degli intellettuali tedeschi:
“Fate subito i Coronabond”

Cerchiate in rosso sul calendario il 7 aprile. Domani si riunirà l’Eurogruppo, composto dai ministri delle Finanze dellEurozona. Quello è un appuntamento fondamentale per capire dove vorrà andare l’Europa a fronte dello spartiacque della crisi sanitaria, economica e sociale originata dalla vicenda Coronavirus.
La discussione è aperta e anche forte, tra chi chiede una condivisione delle scelte e dei rischi, sostanzialmente un’idea di Europa maggiormente unita e solidale, rappresentata dalla richiesta di emissione degli eurobond (titoli di debito europeo garantiti dall’Unione europea stessa) avanzata da 9 Stati, in primis Italia, Spagna e Francia, e chi, Olanda, Austria, Finlandia ma anche la Germania, è sì disponibile ad aumentare le risorse da mettere in campo, ma confermando la vecchia logica, quella di oggi e di sempre, e cioè che ogni Stato risponde della propria situazione economica, a partire da quella debitoria. Con l’effetto che, dentro la crisi, le distanze tra i Paesi aumenteranno e, alla fine, inevitabilmente, porteranno al prevalere di impostazioni nazionalistiche e alla disgregazione dell’Europa stessa. La partita è aperta.

Per fortuna, però, il dibattito è acceso non solo tra gli Stati, ma anche all’interno degli stessi. Ne è buona testimonianza l’iniziativa di qualche settimana fa di Bild, il principale tabloid tedesco, che ha dedicato una pagina intera a una  ‘lettera d’amore’ (in italiano e in tedesco) per l’Italia. In verità, con l’arrivo della pandemia in Germania, il clima buonista e la simpatia per il l’Italia e gli eroici italiani sta cambiando rapidamente. L’Appello degli intellettuali (che sotto pubblichiamo in traduzione italiana) si rivolge, invece, direttamente alla indecisa cancelliera tedesca (‘uomo forte’ in Europa, rappresentando la grande Germania), chiedendole una politica di aperta solidarietà. E’ un appello accorato, che in sostanza dice: “Caro governo Merkel, fai i Coronabond”.
All’appello hanno già aderito più di 200 intellettuali, scrittori, uomini di teatro, artisti e musicisti tedeschi. Chiedono alla Merkel e a tutti i governi dell’Unione europea di serrare i ranghi e di dimostrare  “la più assoluta solidarietà”. In primo luogo, sottolineano i firmatari, “è necessario intervenire con l’emissione di Coronabond, obbligazioni comuni emesse dai Paesi dell’Unione”. Perché, continua l’appello, “la Germania è forte, ha un potere e mezzi enormi”, l’Europa  ci ha dato tutto quello che siamo, ora spetta anche a noi restituire”.

(Segue il testo dell’appello degli intellettuali tedeschi)

Lettera aperta al Governo della Repubblica Federale di Germania: corona bond europei adesso!

Nella crisi immane che stiamo vivendo su scala mondiale è in gioco tutto: in primo luogo dobbiamo salvare vite umane ed evitare un ulteriore tracollo delle economie nazionali e internazionali, che avrebbe conseguenze materiali e sociali catastrofiche. Al contempo dobbiamo preservare i principi umani, liberali e democratici, conditio sine qua non del nostro ordine sociale, di cui è parte anche la nostra “libera economia”. Solo come cittadine e cittadini
liberi possiamo affrontare la crisi adeguatamente. Per farlo c’è bisogno della massima cooperazione e solidarietà, a livello individuale, regionale, nazionale e internazionale, nonché di un coordinamento politico.
I Paesi dell’Unione Europea devono operare a livello economico con la più assoluta solidarietà, sostenendosi a vicenda, e questo anche nell’interesse della Germania. Devono impiegare tutti i mezzi a loro disposizione, utilizzare le risorse di ogni singola economia nazionale per creare una stabilità comune. La situazione richiede solidarietà concreta e immediata: è necessario intervenire con l’emissione di “corona bond”, obbligazioni comuni emesse dai Paesi dell’Unione. E ciò va fatto prima che la spirale discendente acquisti una propria dinamica di portata ancora maggiore. Le manovre economiche e finanziarie adottate dai singoli stati – pacchetti congiunturali, bonus e indennità ad hoc, crediti di emergenza, acquisti di obbligazioni e iniezioni di liquidità – non basteranno, né sarà sufficiente aggiornare il MES, Meccanismo Europeo di Stabilità, o le “linee di credito contingente” per i bilanci nazionali. La tragedia in atto ha una portata immane. Nella situazione che stiamo vivendo, chi può e vuole assumersi veramente la responsabilità di lasciare inutilizzato il più forte tra tutti gli strumenti di cui noi europei disponiamo?
L’imperativo del momento è: essere il più possibile forti, essere il più possibile solidali. Per ragioni etiche, culturali, sociali e, appunto, economiche. Essere forti implica anche avere una grande responsabilità: questo è un mandato. E la Germania è forte, ha un potere e mezzi enormi. L’Europa ci ha dato tutto quello che siamo – ora spetta anche a noi restituire.
Chiediamo espressamente al governo tedesco di approvare al prossimo vertice dell’UE la proposta del presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte e del presidente francese Emmanuel Macron di istituire “corona bond” – un appello che la Spagna e altri sei paesi dell’Unione già sostengono.

E GLI ULTIMI SARANNO GLI ULTIMI
Emergenza Alimentare: Il vergognoso Ordine di Priorità della Giunta ferrarese

“Beati gli ultimi saranno i primi”, la frase – evangelica per antonomasia – valeva per la ‘scandalosa’ parabola degli Operai della vigna (sono andato a cercare il passo: Matteo 20,1-16). Il loro capo Salvini si fa fotografare con in mano il rosario e la madonnina, ma noi non pretendiamo che Sindaco e Vicesindaco e Giunta di Ferrara si comportino come Don Bosco o Teresa di Calcutta. Pretendiamo solo – è il minimo – che si comportino da persone serie e responsabili. Da rappresentanti eletti dei cittadini. Da servitori della Costituzione e delle leggi dello Stato. Che non facciano a Ferrara il contrario di quanto Governo e Parlamento decidono a Roma.

Invece no. La decisione della Giunta, l’ordine di precedenza per la distribuzione dei buoni alimentari, è di una gravità inaudita. Secondo chi governa Ferrara, i soldi messi subito a disposizione dal Governo per far fronte alla Emergenza Alimentare – al nostro Comune sono arrivati quasi 700.000 Euro – devono essere distribuiti “prima agli italiani”, prima ai ferraresi con il pedigree in regola .

Credo che chiunque, una persona normale, leggendo dell’Ordine di Priorità deciso, davanti a una assurdità, a una bestialità, a una cattiveria del genere, faccia davvero fatica a crederci. Pensa a un pesce d’aprile. Spera si tratti di una “svista”: leggo nel comunicato di condanna dei sindacati ferraresi. E’ come vedere uno sulla spiaggia, che continua tranquillo a fare il suo castello di sabbia, mentre sta per essere travolto da un’onda di tsunami alta venti metri: “Ma che fa? E’ scemo?”.

Ferrara (il cuore e il cervello dei ferraresi) sta insorgendo contro questo insulto all’umanità. “Restiamo Umani”, questo è il messaggio chiaro, preciso, anche arrabbiato, che oggi percorre come un tam-tam tutta la città. E sotto l’appello che chiede al Sindaco di revocare immediatamente questa scellerata decisione, si allunga la lista delle firme: decine e decine di associazioni, sindacati, gruppi, parrocchie, cooperative, imprese sociali, sezioni di partito, circoli, centri sociali e culturali.

A me però – sarà che non sono arrabbiato, sono Molto Arrabbiato – non basta la revoca dell’ “Ordine di Priorità”. Non si puo’ continuare a governare una città, dentro il diluvio della tragedia del Coronavirus, come se niente fosse. Non si può continuare ad agitare gli slogan sovranisti, populisti, egoisti, quando tutta Italia sta dando incredibili prove di vicinanza, attenzione, solidarietà. Non si può continuare imperterriti con le vecchie campagne anti-immigrati, anti-nomadi, anti-povera gente.

L’ultima decisione del Sindaco, Vicesindaco & company, come del resto tante altre esternazioni e campagne di Nicola Naomo Lodi, sembrano rivolte solo ai 1.197 elettori dello stesso (le sue preferenze). Ma a Ferrara vivono (con o senza residenza, con o senza permesso di soggiorno) circa 140.000 persone. Sono loro Ferrara. Siamo noi Ferrara: donne, uomini, bambini, anziani, disabili, immigrati, poveri, senza fissa dimora.

E visto che non sapete cosa significa ‘spezzare il pane’ quando il pane per tanti non ce n’è. Visto che questo governo cittadino – regolarmente eletto, ma incompetente, dedito alla propaganda e ai favori, palesemente inadeguato – non si  ricorda che Ferrara è tutto questo, che siamo tutti noi, a cominciare dai più deboli, è bene (urgente) che se ne vada a casa. Meglio un commissario di governo che assistere ogni giorno a una nuova vergogna. Date le dimissioni. Applicate a voi stessi il fatidico ‘Metodo Naomo’: datevi da soli un calcio nel culo e togliete il disturbo.

Segue appello

L’ORDINE DI PRIORITA’ AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Succede a Ferrara.
Sono finalmente arrivati dallo Stato 697.283 € per “misure urgenti di solidarietà alimentare (buoni spesa)” per soddisfare le necessità più urgenti dei nuclei familiari in difficoltà.
Il sindaco Alan Fabbri, dopo aver dichiarato “chi non ha mai chiesto aiuto non si vergogni a farlo” elenca i requisiti per poter avere questi buoni spesa.
Al primo punto, in ordine di priorità, non ci sono le difficoltà economiche, né le particolari situazioni famigliari o lo stato di necessità determinato dalle nuove tragiche situazioni, ma “avere la cittadinanza italiana”. A seguire, sempre in ordine di priorità, avere cittadinanza europea, permessi di soggiorno di lungo periodo, e via discriminando.
Il nostro Paese è travolto da una pandemia mondiale e sta facendo uno sforzo umano enorme, sforzo sostenuto innanzitutto degli operatori sanitari, per salvare vite umane e per mantenere la coesione sociale proteggendo le persone più esposte alla crisi, perché non si muore solo di covid-19.
La nostra Amministrazione Comunale non dà la priorità ai bisogni delle persone ma alle carte che possono esibire e non affronta le vistose disuguaglianze, ora ancora più evidenti ed odiose.
Stiamo parlando di buoni alimentari, stiamo parlando di cibo, stiamo parlando di fame, stiamo parlando di sopravvivenza.

La Giunta Comunale di Ferrara, vista l’emergenza, può dare un segnale positivo da subito per esempio, utilizzando i 400.000 € previsti per la recinzione parchi (per non parlare della spesa di un eventuale portavoce del vicesindaco) e convertirli in buoni pasto o in spesa farmaceutica o in vere mascherine sanitarie …. in beni di prima necessità.
Cerchiamo di avvisare i nostri amministratori: il virus non guarda i documenti e neanche la povertà guarda in faccia a nessuno.
Ci salveremo solo insieme.

CITTADINI DEL MONDO Nel mio Paese nessuno è straniero

Per firmare la petizione andate a questo link: 

[ APPELLO-PETIZIONE POPOLARE ]

:

ACCATTATEVILLO! L’arte di sorridere rimanendo seri
(La nuova Certificazione da scaricare e stampare)

L’Italia, si sa, è (anche) il Paese delle barzellette, delle storielle, dei lazzi, delle battute salaci verso i potenti. Da sempre il popolo italiano si esercita nel tiro al bersaglio. E il bersaglio è sempre lassù in alto: Il Re, il Duca, il Conte, Il Marchese (dalle braghe pese). Il Governo, insomma. Quale sia il colore dello stesso: l’altro ieri il Biancofiore democristiano, ieri l’esperimento giallo-verde, oggi (dentro la bufera) il governo giallo-rosso guidato dall’avvocato Giuseppe Conte.
Vuol dire che noi italiani siamo ingovernabili? Incivili, indisciplinati, irresponsabili? Non direi. Gli italiani, semplicemente, si difendono. E sorridere è un modo splendido di difendere la propria vita. Di continuare a vivere. Anche se, appena fuori casa, “il morbo infuria, il pan ci manca”, e il governo (di turno) va avanti a tentativi, aggiustamenti, postille, allegati bis.
Dunque non stupiscono le ironie fiorite sul Nuovo Modulo di Autocertificazione per gli Spostamenti. La quarta edizione in pochi giorni. Ho visto che a Napoli – una città talmente meravigliosa che, se non ci fosse, non riusciremmo a inventarla – la pandemia si gioca al lotto, consultando la smorfia, LA CORONA e IL VIRUS sono un fantastico ambo secco.
Dentro la tragedia, gli italiani stanno dimostrandosi seri, responsabili, solidali. Perché si può essere seri sorridendo. Sorridere è il nostro modo di resistere, di più, è una grande prova di  “resistenza umana”. Vorrei dirlo ai tedeschi, agli olandesi, agli austriaci (non tutti ovviamente, parlo dei loro governi) che non l’hanno proprio capito. Che – senza l’ausilio del sorriso e dell’ironia, immemori del valore della solidarietà, assaliti dall’egoismo della paura – vorrebbero mollare l’Italia e la Spagna al loro destino e uccidere definitivamente il sogno europeo.
Ecco quindi il Nuovo Modulo. Il quarto. Prendiamolo come una preziosa, una rara occasione per regalarci un sorriso “ai tempi del colera”. Ma, sorridendo, non dimentichiamo le nostre responsabiità. Quindi? Quindi: ACCATTATEVILLO!. Stampatelo, compilatelo e usatelo alla bisogna.

 

IL MODULO COMPILABILE DA SCARICARE E STAMPARE 

La firma va però apposta, solo in caso di controllo, davanti al pubblico ufficiale.

nuovo modello autodichiarazione 26.03.2020 editabile

 

La rivoluzione di Guido d’Arezzo… O Guido da Pomposa?

Prima di lui il mondo girava in un verso, e dopo di lui quel verso superò se stesso. Il monaco che avrebbe per sempre cambiato il modo di cantare e suonare, inventando la musica moderna, era un italiano che visse a cavallo tra I e II millennio. Possibile che sia nato vicino a Ferrara?

Siamo in pieno Medioevo. La società è intrisa di religiosità e il cristianesimo pervade città e campagne. Molto diffusi sono i centri di spiritualità, dove suore, frati, monache e monaci meditano e si dedicano al territorio. Fra le attività predilette spicca il canto, particolarmente vitale nella liturgia di allora, per il quale è richiesto uno studio importante grazie all’imitazione mnemonica di chi già conosce le melodie. Una notazione musicale esiste, ma si serve di segni posizionati in corrispondenza delle sillabe, senza valore di durata o altezza dei suoni, fungendo così da traccia per il canto. Tali segni, detti neumi, seguono una tipologia definita adiastematica o in campo aperto, e l’apprendimento avviene grazie al monocordo, antico strumento progenitore del più recente clavicordo. Un ragazzo nato sul finire del X secolo, tuttavia, è destinato a scombinare per sempre le carte in tavola. Forse nel 992, forse ad Arezzo, nasce colui che diventerà famoso come Guido d’Arezzo, monaco benedettino, musicista e teorico, tra i più studiati nell’età medievale. Dal 1013 Guido diviene monaco presso l’Abbazia di Pomposa, e durante l’abbaziato di Guido di Pomposa dà il via a un’invenzione senza precedenti, ma già una questione emerge proprio dal suo essersi formato e fatto monaco nella località ferrarese. Per ricostruire una qualsiasi biografia, infatti, il luogo di nascita più naturale, per un novizio, è la zona dove poi viene intrapresa la carriera monastica. Una lettera che Guido scrive a un confratello sembrerebbe confermarlo, eppure è la stessa lettera a contenere un’espressione interpretata come decisiva per la determinazione di Arezzo quale città natale, espressione però riferibile anche semplicemente alla sua dimora abituale. A ogni modo, l’intuizione che si accende nella sua mente è di quelle osteggiate all’inizio ma poi osannate per sempre. Come in casi simili, tutto nasce da un problema: ogni canto, per poter essere eseguito, necessita in maniera incontrovertibile di essere ascoltato dalla viva voce di chi lo conosce, e soprattutto imparato con un notevole sforzo di memoria. Non solo, poiché in questo modo si rischia che ognuno interpreti e personalizzi il canto a proprio piacimento. La questione è dunque pedagogica e la sua soluzione talmente eccezionale che già al tempo Guido viene prontamente convocato dal papa Giovanni XIX, curioso di sapere come sia in grado di ridurre a un anno o due il tirocinio decennale richiesto per formare i cantori ecclesiastici. Il metodo è presto detto: si tratta di un nuovo sistema di notazione ed esecuzione musicale, la solmisazione, che consente la lettura ed esecuzione dei canti a prima vista. La musica compare così scritta su un rigo musicale, composto da un insieme di quattro linee, il tetragramma, antenato del pentagramma di oggi. Le linee appaiono contrassegnate da lettere-chiave che indicano l’intonazione del divenire melodico, servendosi anche di colori. Su questo schema, avviene la rappresentazione di sei suoni ascendenti, e la loro successione è associata per comodità ai versi di un inno liturgico dedicato a San Giovanni: sono così nate in seguito le attuali note musicali. Ma Guido non tradisce mai la sua vocazione pedagogica, che conferma inventando il solfeggio e la mano armonica, un mezzo meccanico che insieme ai suoi vari trattati mitiga la vita degli scolari a lui sottoposti. Il papa non può, di fronte a tale stupore, esimersi dal premiare il monaco con un prestigioso riconoscimento, invitandolo a istruire persino il clero di Roma, nonostante i passati rifiuti dell’ambiente pomposiano dovuti alla inevitabile possibilità per chiunque, ora, di poter imparare l’arte della musica.

Il celebre monaco italiano, di Arezzo o Pomposa, fu il primo a porre a sistema i timidi tentativi di qualche suo predecessore. Diede il via libera alla definizione dei generi e alla conservazione delle opere. Se ancora oggi possiamo suonare Vivaldi o De André, è insomma merito suo.

Disinnescare le clausole Iva o dar da mangiare ai minori in difficoltà

Save the Children è tornata a denunciare l’aumento della precarietà nelle condizioni di vita dei bambini italiani. Lo ha fatto in occasione del lancio della campagna per il contrasto alla povertà educativa “Illuminiamo il futuro”.
Sebbene la fase più critica sia stata tra il 2011 e il 2014, quindi in piena crisi economica, quando il tasso di povertà assoluta tra i bambini passa dal 5% al 10% nonostante il decreto “salva Italia” di Mario Monti, il trend si è prolungato fino ai giorni nostri. Si è passati dal 3,7% del 2008 al 12,5% del 2018, ovvero da 375 mila a un milione e 260 mila. In termini di “povertà relativa”, invece, si passa dal milione e 268 mila del 2008 ai due milioni e 192 mila del 2018.
Quello che si evince dunque è che la situazione non sta affatto migliorando, sia nei dati che nella capacità di reazione dello Stato, dei politici e dei cittadini.
E lo spread sociale di cui stiamo parlando, e che vede i ricchi sempre più ricchi in concomitanza all’aumento dei poveri, viene misurato anche in termini di disuguaglianza regionale.
Si passa dall’Emilia Romagna e dalla Liguria, dove mediamente ‘solo’ un bambino su 11 si trova in condizioni di povertà relativa, alla Calabria, che detiene il primato negativo. In questa Regione infatti, addirittura un minore su 2 è in povertà relativa (47,1%). Poi ci sono la Campania, la Sicilia e la Sardegna che si mantengono sopra la media nazionale, con un minore su tre in difficoltà economiche e sociali.
Nelle Marche un bambino su cinque è in situazione di povertà relativa, in Friuli invece più di un minore su 6 (17,4%) vive in questa condizione proprio mentre il governatore Fedriga è costretto a “difendere i confini orientali dell’Italia” dai migranti, come ha avuto modo di dire dal palco di San Giovanni durante il raduno del centrodestra a Roma.
Save the Children, Istat, e associazioni a vario titolo coinvolte, ci mostrano dati che fotografano lo stato dell’arte di questo Paese ma che ottengono raramente la nostra attenzione.
Poca attenzione anche nei discorsi dei politici di opposizione impegnati a contrastare l’inesistente tassa sulle merendine o nelle pagine del documento programmatico di bilancio (Dpb) redatto dai politici di governo, impegnati a disinnescare le clausole Iva.
Mentre i dati sulla povertà peggiorano e il Paese inevitabilmente si ritrova più disuguale e in difficoltà, tutti gioiamo del fatto di aver messo da parte 23 miliardi per scongiurare l’aumento dell’Iva. Da qualche parte però che non vedremo mai, se non nelle parole dei ministri dell’Economia. 23 miliardi con cui si poteva invece alleviare la sofferenza di quei minori.
Disinnescare le clausole Iva è diventato parte del nostro patrimonio genetico e risale ai tempi del governo Berlusconi, quando l’esecutivo, alle prese con una vera e propria crisi dei conti pubblici e al fine di poter approvare le misure previste dalla manovra, strinse un patto con l’Unione Europea pressoché impossibile da rispettare. Cioè si impegnò a reperire entro il 30 settembre 2012 ben 20 miliardi di euro, pena l’obbligo di tagli alla spesa pubblica, aumento delle aliquote Iva e delle accise e un taglio lineare alle agevolazioni fiscali.
In altre parole ogni anno dal 2012 si sottraggono al benessere collettivo 20 miliardi di euro, che moltiplicati per 8 anni fanno 160 miliardi, in ossequio ad un autoimposto vincolo di bilancio. Tutto in nome del debito pubblico, anche se non esiste al mondo una ragione perché uno stato non debba averlo. Anche se il debito pubblico è solo la spesa dello stato, cioè la spesa per dare pensioni, ospedali, istruzione, ricerca, ponti e strade ai cittadini. Anche se senza debito pubblico non ci sarebbero nemmeno i soldi per pagare le tasse.
Certo, fatti i calcoli ad economia ferma come sanno fare bene a Bruxelles, si dirà che il debito pubblico sarebbe aumentato di 160 miliardi. Ma se anche la Bce continua a chiedere che gli stati incomincino a spendere visto che la politica monetaria da sola non è sufficiente per rimettere correttamente in piedi il ciclo economico, allora sarebbe il caso di chiedersi di quanto sarebbe aumentato il Pil in caso si fossero utilizzati tutti questi soldi in investimenti e in supporto dell’economia reale, piuttosto che a tutela dell’economia dei ragionieri.
In Europa si comincia a parlare di spesa, di politica fiscale espansiva, ma noi sappiamo di non poterlo fare perché abbiamo il debito pubblico troppo alto ma il debito pubblico cresce anche quando non cresce il Pil, e il Pil non cresce se si lascia scorrere indisturbata la recessione e se lo Stato non interviene con politiche anticicliche, cioè spende. Ma se lo fa, nell’immediato si fa deficit e il debito aumenta.
Destra, sinistra, centro e opinione pubblica concordi nell’accettazione del dogma dell’equilibrio di bilancio e nella riduzione dello Stato ad azienda privata, il che, inesorabilmente, toglie qualsiasi difesa a chi nella società non è abbastanza forte da potersi difendere da sé, come i minori descritti da Save the Children.

La bufala: “In borsa bruciano i risparmi degli italiani”

Ogni volta che in borsa c’è una flessione i giornali gridano al disastro. La borsa brucia soldi e i risparmi degli italiani, questo il film che è andato in onda anche sabato 3 agosto e a cui i politici, soprattutto delle opposizioni, si sono aggrappati per addossare le colpe del presunto crollo alla maggioranza di turno. Del resto è uno schema che si ripete, si presume infatti che anche l’attuale maggioranza avrebbe utilizzato la notizia nello stesso modo a parti invertite. Nessun politico riesce a fare a meno di una buona fake news quando si tratta di aumentare il proprio consenso o screditare l’avversario.
In realtà, come sempre, si tratta proprio dell’ennesima bufala perché le borse sono per loro natura altalenanti. La flessione iniziata la prima settimana di agosto e proseguita parzialmente nella seconda, è stata causata solo in parte dalle faccende di casa nostra, basti pensare al susseguirsi dei tweet di Trump sul tormentone dei dazi alla Cina. Ma poi ci sono ogni giorno notizie che hanno il loro peso, dagli indici di crescita della produzione industriale in ogni paese del mondo a quella della pioggerellina che anticipa l’autunno in Giappone.
Di fatto la flessione della borsa di Milano è stata superiore al 3% ma non è stata l’unica. Ha interessato altri indici come il Dow Jones – 1,02, Msci World -3,05, Stoxx -3,35, S&P500 -0,83 e un po’ tutte le borse del mondo.
Siamo in crisi dunque a causa della borsa e si abbasseranno le nostre difese immunitarie? I dati dicono altro. La borsa di Milano ha aperto l’anno a 18.408 punti per salire (in maniera … altalenante) fino ai 21.250 punti proprio a ridosso di quel fatico venerdì 2 agosto. Un guadagno da inizio anno di oltre 2.840 punti, ovvero più del 15% senza che gli italiani ne fossero messi al corrente, si presume. Del resto i giornali non spiegavano come mai i loro risparmi erano diminuiti del 3% in un solo giorno senza essere però cresciuti del 15% nei sei mesi precedenti. Come mai, insomma, non abbiamo traccia del nostro 12% di guadagno uscito indenne dalla flessione delle borse di inizio agosto?
Torniamo alla realtà. C’è stata una flessione fisiologica che riguarda le borse e non i nostri risparmi che, tra l’altro, è già parzialmente in fase di recupero visto che la chiusura del 18 agosto era a 20.347 punti. Si torna dunque sopra quota 20.000 punti, il che fa ben sperare in una nuova onda al rialzo.
Dietro ogni titolo in borsa ovviamente c’è gente che lavora, aziende che producono e anche tanti speculatori che comprano azioni solo perché si attendono dei guadagni, cioè di fare soldi investendo altri soldi. E questo qualche volta li rende ricchi, come ha fatto con Warren Buffett o Soros, il più delle volte li impoverisce, ma sempre ed entrambi alterano l’economia reale.
Economia che come sappiamo è interconnessa, la produzione di un’area geografica si interfaccia con il consumo mondiale, i capitali circolano liberi e tutto questo rende i prezzi volatili, soggetti all’umore ballerino. In particolare è volatile il prezzo delle azioni che è stimolato in molti casi proprio dalla speculazione, dai tanti operatori che comprano o vendono per i più svariati motivi. Ci sono aziende che comprano migliaia di azioni proprie per non farne crollare il prezzo (buy back), oppure le rivendono per farlo crollare, a seconda dei loro interessi del momento. Poi ci sono aziende quotate in borsa che producono beni reali ma realizzano guadagni maggiori proprio dalla borsa e per questo vi dedicano maggiore attenzione. Più che a creare fabbriche per impiegare metalmeccanici.
Le borse mondiali, da inizio anno e al pari della borsa di Milano, hanno realizzato ampi margini di crescita, ad esempio in Europa Stoxx +10,98%), negli Stati Uniti S&P500 +16,84%; Dow Jones +12,80%. Ogni tanto lo si legge, ma a che serve del resto pontificare? I guadagni non sono per tutti, il risparmio degli italiani non aumenta quando la borsa cresce e allora lo si lascia correre. Meglio amplificare le flessioni, gli inciampi, per ricordare a tutti che il nostro destino è legato alla finanza e al denaro e che, se le cose dovessero andare male per qualcuno, noi tutti saremo chiamati a rimetterle a posto con i nostri risparmi.
Ma poiché in borsa si fa tanta speculazione e si crea denaro dal denaro, quindi dal nulla, se le cose andassero male ciò che noi dovremmo eventualmente ripagare, più che le perdite, sarebbe il mancato guadagno di pochi.
È solo il caso di ricordare, poi, che in borsa si “scommette” al rialzo (buy) ma anche al ribasso (sell), per cui, se gli indici di borsa vanno giù, perde solo chi ha puntato al rialzo mentre gli altri incassano. Di conseguenza in borsa c’è sempre chi vince e chi perde, i soldi si spostano e non si bruciano.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Prima è meglio studiare

Destra e sinistra dovevano pur essere rimpiazzati da qualcosa. Non esistono i vuoti in politica e allora eccovi il governo dell’ossimoro, termine che di questi tempi potrebbe risultare ai più di difficile comprensione, diciamo che è come tenere i piedi in due staffe, tipico della commedia all’italiana.
Poiché la logica è un vecchio arnese delle élite, ecco l’obbligo flessibile, la tassa piatta ma progressiva, l’euro brutto e cattivo ma buono da spendere, la Costituzione fondamentale ma la democrazia parlamentare da archiviare. Ora si aggiunge: scuola inclusiva, ma prima gli italiani.
Incredibili non sono le varie performance dei membri di questo governo, a cui si aggiungono quelle del ministro della pubblica istruzione, da non credere è come abbiamo potuto cadere in una simile condizione.
Così dal governo della “Buona scuola”, siamo traghettati al governo della “scuola cattiva”, della scuola matrigna e discriminatrice.
Il tutto in un paese frastornato, stordito, incapace di pensare e di reagire. Sfiancati dai roboanti proclami dell’armata Brancaleone al governo, impegnata in storiche quanto palingenetiche crociate, mentre ogni giorno che passa provvedono a chiudere le porte di casa e pure le finestre, costringendo il paese a consumare ciò che resta delle scorte in dispensa, in attesa che il vento cambi.
Il futuro è stato sostituito dal ritorno al passato. Questo è il grande, megagalattico ossimoro del governo: il futuro sarà il passato!
Quando si ritiene che è meglio chiudersi in casa propria si finisce per pensare in piccolo, come il piccolo mondo antico, si usa un codice ristretto anziché allargato, tanto tutto resta in famiglia.
È la promessa di una vita trascorsa in serenità tra le quattro pareti domestiche, con il conforto della tradizione, della famiglia e dei figli secondo i progetti che il ministro dell’istruzione Marco Bussetti accarezza per i giovani rigorosamente italiani. Non c’è girare il mondo, viaggiare, farsi una cultura, ma stare a casa tua, a costruire la tua famiglia e “fuori dalle scatole” tutti gli altri.
Si è presi dalla claustrofobia. L’aria resa irrespirabile dai porti chiusi, dai disegni di legge Pillon, dai convegni veronesi del ministro Fontana, ora si appesantisce delle esternazioni del ministro Bussetti. Tutto si tiene. La Polonia pare essere il nostro punto di riferimento. Anche noi riscriveremo i libri di storia e i programmi didattici delle scuole in chiave patriottico-nazionalista.
Del resto riscrivere i libri di storia è una aspirazione, più volte esternata, anche di questo governo.
Mentre la scienza in una catena di collaborazioni mondiali riesce a immortalare il buco nero, noi rischiamo di precipitare nel nostro di buchi neri. Soprattutto quello dei cervelli.
Ormai un’onda lunga affida da tempo la risorsa centrale del paese, l’istruzione, a un susseguirsi di ministri sempre più sconsolanti.
È possibile che il “prima i giovani italiani”, dal sen fuggito al ministro, più che un proclama sovranista sia una necessità per recuperare il gap di ignoranza con gli altri paesi.
Il dato interessante, infatti, è che il grado di istruzione della popolazione immigrata non è troppo diverso rispetto alla popolazione autoctona.
Circa la metà della popolazione straniera tra i 15 e i 64 anni ha una licenza media, il 40,5% un diploma di scuola superiore, il 9,7% una laurea. I dati migliorano per le donne, il 42,1% ha un diploma, contro il 41,5% delle donne italiane. Inoltre, mentre in Italia più alta è la fascia di età, più basso è il titolo di studio, il 12,8% degli immigrati tra i 45 e i 54 anni ha un diploma contro il 12,2 degli italiani, e il 15,3% di chi ha tra i 55 e i 64 anni possiede un diploma di laurea contro l’11,3 degli italiani.
Del resto la politica scolastica con il 4% del Pil fa del nostro paese il fanalino di coda dell’Europa. Ovvio che, anche senza essere dei geni, bastano queste differenze per far comprendere l’abisso di futuro e di qualità scolastica del nostro paese, che avrebbe bisogno di più studio e di più cultura per risollevarsi economicamente e umanamente.
Il volto della scuola sta cambiando e cambierà ulteriormente, il consistente calo demografico, il blocco dell’immigrazione porteranno a liberare risorse da investire e utilizzare in modi nuovi. I bisogni della scuola del paese da tempo sono stati evidenziati da tutti gli indicatori nazionali e internazionali. Ma se mancano la cultura, lo studio, la ricerca, la sperimentazione e le competenze non potremo mai progredire neppure nel rinnovamento del nostro sistema formativo. Ecco perché è ammesso avere un ministro dell’istruzione che è la personificazione di un ossimoro, tanto da non accorgersene neppure e da permettersi di dichiarare “prima i giovani italiani”, un po’ come “i figli della lupa”. Se l’economia è in recessione tecnica, l’istruzione del paese è, oggi, in recessione conclamata.

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La vescica Italia si è sgonfiata

Quando ci si avvicinava al Natale, fuori dai negozi dei salumieri e dei macellai, appese a uno spago e legate di fianco all’ingresso della bottega, le vesciche di maiale, gonfiate, sballonzolavano al vento, servivano ad attirare i clienti, palloncini tondi o bislunghi. Soltanto più tardi, quando seppi che cos’erano e che erano state fino a quel momento nella pancia grassa della povera bestia, cominciai ad averne non proprio schifo ma qualcosa di simile.

La democrazia italiana è una vescica sgonfia, non ballonzola con la prima aria che tira e la gente non vuole più saperne di essere presa in giro dai grossi ventri che circolano nei due rami del Parlamento. Circolano e parlano senza nemmeno sapere la nostra – e purtroppo la loro – lingua: non tutti per carità, ma sono tanti i signori che abbiamo mandato a Roma i quali proprio non conoscono l’italiano, le doppie nella loro bocca prendono strane strade ed escono come va-va.

Le amministrative in Sicilia dovevano essere la prova generale delle elezioni politiche. Ebbene abbiamo avuto una risposta precisa, secca, inequivocabile: nemmeno il 50% degli elettori si è recato alle urne e in una democrazia matura e intelligente un simile risultato non sarebbe preso in considerazione. In effetti le elezioni siciliane non ci sono state, scusate il disturbo, torniamo più avanti. Il candidato, chiunque egli sia, è stato convinto che i vecchi abusati ideali non esistono più, sono ormai dimenticati, non sono nemmeno il fiato che un tempo gonfiava le vesciche di maiale. Questa convinzione, non so se abbiamo capito, è l’unica, vera ideologia politica italiana: la filosofia del disastro. Ci siamo finalmente arrivati. Al disastro, dico, con buona pace dei ducetti che dirigono la nostra vita, i quali non sono nemmeno più buoni da essere appesi davanti alle vetrine delle norcinerie. Vesciche vuote, come quelle che Astolfo vede sulla Luna.

La denuncia di Yusuf: “Io cittadino nigeriano condanno chi sta rovinando il Gad”

La zona Gad è fra le più tristemente famose di Ferrara. Quasi ogni giorno si sente o legge di qualche scontro tra bande, spaccio, prostituzione, proteste dei cittadini che lì ci abitano. Basta scorrere un qualsiasi giornale che si occupi di cronaca locale per rendersene conto. E spesso i protagonisti sono cittadini di origine nigeriana. Allora proprio con una persona di questa comunità mi sono incontrato. E’ Yusuf Bello Osagie, titolare del negozio “In God we Trust” di via Ortigara. All’arrivo mi accoglie con un gran sorriso, mi fa entrare nel suo piccolo alimentari, con lui ci sono altri suoi conterranei, stanno festeggiando un compleanno. Mi fa cenno di sedermi e inizia una lunga conversazione, non c’è bisogno di fare domande. “La violenza che si verifica in queste zone io non me la so spiegare”, attacca. “Siamo venuti qui per migliorare la nostra vita e vorrei fare un appello a tutti i migranti: comportatevi bene”. Parole semplici, scandite in un italiano non del tutto spedito, ma chiaro. Yusuf è da sempre impegnato nella lotta al degrado del quartiere. Gli chiedo di continuare a parlare della situazione al Gad e del rapporto con gli italiani: “Dicono che gli italiani sono razzisti. Non è vero! Se ti comporti bene, ti trattano bene. Non è una questione economica o di colore della pelle, ma di comportamento”.

Rifletto molto su questa frase, lui sembra crederci, io un po’ meno. Ma lo lascio proseguire e gli chiedo la sua opinione sulle problematiche relative alla zona stazione: “Secondo me, per cambiare la situazione lì bisogna usare il pugno duro, bisogna controllare 24 ore su 24 quelle zone. Gli africani hanno paura della polizia. In Nigeria chi si comporta male viene sparato, chi ruba lo stesso”. Devo essere sincero, questa frase gliel’ho fatta ripetere svariate volte, ma approfondendo non credo voglia che si arrivi a questo anche qui. Continuando, Yusuf ritorna sui consigli per gli immigrati: “Tutti i migranti a Ferrara dovrebbero comportarsi bene, perché siamo persone, non animali. Ma spesso loro vivono come gli animali: pipì per strada, sporcano, buttano le bottiglie dal grattacielo”, e per i suoi colleghi commercianti aggiunge: “Anche loro devono seguire le regole, nel mio locale non ci sono delinquenti, non ci sono spacciatori né prostitute perché quando vedo un malvivente ho sempre chiamato le autorità. Anche gli altri alimentari dovrebbero farlo, non pensare solo ai soldi ma anche alla tranquillità.” Anche sugli orari di chiusura ha da dire la sua: “C’è un bar qui vicino che chiude in tarda notte e non crea tranquillità nella zona”. Poi per concludere aggiunge: “Non siamo tutti uguali, gli italiani non dovrebbero generalizzare, ci sono i migranti cattivi e quelli buoni, non bisogna accomunare tutti”. Non mancano poi ringraziamenti al sindaco e alle autorità, che dice essere sempre presenti e di aiuto a questa zona, ma che pure potrebbero fare di più.

Finita l’intervista lo saluto, esco fuori e camminando mi avvio verso il ‘giardino’, un gruppetto di ragazzi di colore è impegnato a parlottare. Si è fatto tardi, e noto così l’inizio del ‘turno’ di ronde delle biciclette, sulle cui selle sono sedute le vedette impegnate nel controllo delle zone di spaccio. Mi avvio verso l’auto, ma non è un addio, è solo un arrivederci…

pier-paolo-pasolini

GERMOGLI
Ricordando Pier Paolo Pasolini
L’aforisma di oggi…

2 novembre 1975: nella notte dell’Idroscalo di Ostia viene massacrato uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del XX secolo, una mente lucida capace di precorrere i tempi: Pier Paolo Pasolini. Era nato a Bologna il 5 marzo 1922.
Pino Pelosi confessa e viene condannato. Nel maggio del 2005 però a Franca Leusini, conduttrice di “Ombre sul giallo” in onda su Rai3, Pelosi rivela di non essere lui l’assassino di Pasolini: ad ucciderlo sono stati tre uomini sconosciuti, che a suo dire parlavano con un accento del Sud, siciliano o calabrese. Prima di lasciarlo andare lo hanno minacciato: “Fatti gli affari tuoi, stai zitto e non parlare”.

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Pier Paolo Pasolini

Me ne vado, ti lascio nella sera
che, benché triste, così dolce scende
per noi viventi, con la luce cerea

che al quartiere in penombra si
rapprende. (Pier Paolo Pasolini)

DIARIO IN PUBBLICO
La cultura dell’insulto e il suo rovesciamento

Tiene banco – e non è un caso – la polemica sull’insulto che invade aule parlamentari, che viene servito al tè, che nei casi più raffinati si esercita commentando le liste delle spese presentate dal sindaco di Roma Ignazio Marino mentre gli esegeti più dotati culturalmente lo sprecano alle buvette delle Istituzioni quando vengono interdetti dall’aula. Si veda al caso felpetta Salvini, il boccoluto Grillo, e il senior ormai accademico Bossi, entrare di diritto nel vocabolario della Crusca nella sezione de “le male parole” . Tutt’attorno il coro di Prefiche ma anche di Menadi che saltabeccano sui banchi del Senato o del Parlamento ripetendo a iosa gesti e vocaboli un tempo prezioso patrimonio della suburra o degli angiporti. Se ignaro passi per le vie della movida la meglio gioventù sorgente dall’ipnosi di smartphone o telefonini t’accoglie con saluti amicali anche questi suddivisi equamente fra i due sessi: le donne rigorosamente interloquendo con “c…o” gli uomini gioiosamente accogliendoti con “vaffa…”.

Purtroppo però manca quel quid di altissima cultura che solo un grande studioso e romanziere nonché filologo sa e può dare. Chi legga Umberto Eco nella sua Bustina di Minerva sull’”Espresso” commemorativo dei sessant’anni troverà una straordinaria analisi dell’uso e della dizione dell’insulto. Già l’evoluzione dei tempi è premessa necessaria per capire la preziosità di quei lemmi dedicati all’insulto di cui non si ha più traccia e che con grande munificenza intellettuale Eco ci fa dono:
“Una volta gli adulti evitavano le parolacce, se non all’osteria o in caserma, mentre i giovani le usavano per provocazione, e le scrivevano sulle pareti dei gabinetti della scuola. Oggi le nonne dicono “cazzo” (verissimo!!! n.d.r) invece di “perdirindina”¸ i giovani potrebbero distinguersi dicendo “perdirindina”, ma non sanno più che questa esclamazione esistesse”

Eh sì! L’ignoranza anche delle brutte parole è un segno della povertà dell’inventiva linguistica di oggi. Se valesse ancora la regola aurea manzoniana che la qualità della lingua è determinata dall’uso ci troveremmo in una situazione di crisi linguistica assai evidente,

Tra le magnifiche parole insultanti riportate da Eco ne trascelgo alcune banali come “imbolsito, balengu, lavativo, burino, lasagnone (nella versione dialettale “lasagnon” apprezzatissimo da mia nonna che lo usava nei confronti di mio fratello), impiastro, ciarlatano, cazzone, salame,gonzo,puzzone, gaglioffo”.

Altre legate a un momento storico: “coatto,cecè (il vanitoso che frequentava il caffè chantant, suppongo), frichettone,flippato, tanghero, fregnone.”

Altre invece di una qualità strepitosa che anche agli addetti ai lavori non sempre sono chiare come “papaciugo, pischimpirola, piciu zanzibar, bartolomeo, lucco, scricchianespuli, buzzicone, gandùla, pituano, pisquano”

Devo dire che quello che ho assunto come mia divisa linguistica dell’insulto è “magnafregna” che risulta offesa paternalistica a significare ragazzotto, un po’ scemo e sempliciotto. Perciò impunemente da rivolgere ai politici che usano l’insulto come arma di predominio. Pensate che bello. Arrivare in Parlamento o in Senato in mezzo alla bolgia della discussione isterica di molti e molte e dire tranquillamente: “ Siete proprio dei Magnafregna!”
Strepitoso.

Potrebbe esserci un’antitesi alla cultura dell’insulto?
Traggo da una piccola esperienza personale una convinzione che mi dimostra come non tutti i miei compatrioti siano “itagliani”.
L’altra sera alzando gli occhi per vedere dove s’annidava il colombo scagazzone che aveva già imbrattato il muro, mia cognata s’accorge che una tegola sporgeva dal tetto e minacciava di cadere per strada. Da buon cittadino chiamo il 115. Mi risponde il vigile del fuoco addetto e mi domanda con gentilezza e proprietà di cosa si trattasse. Esposto il problema un rassicurante “siamo lì tra dieci minuti” mi lascia incredulo. Eppure dopo cinque minuti la polizia municipale è sul posto a deviare il traffico ed esattamente dopo dieci minuti l’enorme macchina arriva con quattro ragazzi. Come in un film hollywoodiano un faro s’accende sulla minacciosa tegola ( mai proverbio fu più appropriato: “mi è caduta una tegola sulla testa”) e comincia la scalata. Il pronipote Checco che quel giorno compiva 16 anni è tutto eccitato. Il prozio Gianni chiacchera e richiacchera con il capo-vigile che dopo aver fatto gli auguri al sedicenne gli spiega che quella era una macchina del ’71, che l’altra dell’anno scorso ha un cestello dove far salire gli infortunati terrorizzati dal fare gli scalini della scala aerea finché arriva il ragazzo-vigile scalatore che consegna la tegola incriminata nelle mani di mia moglie. Sta per partire un applauso appena trattenuto dalla – per loro – lieve entità dell’intervento e tra sventolii di mani e decine di grazie l’enorme macchina riprende il suo cammino.

State sicuri che a nessuno di loro sarei capace di rivolgere l’insulto “magnafregna” e mentre l’indignazione montante di questi giorni mi fa prospettare di lasciare l’”Itaglia” ecco che un gesto consapevole e normale vanifica la politica dell’insulto.

pier-paolo-pasolini

GERMOGLI
Passato e presente
L’aforisma di oggi…

Ci scusiamo in anticipo. Oggi vi chiediamo un piccolo sforzo in più: non una breve frase che vi aiuti a iniziare bene la giornata, ma due periodi che condensano l’analisi lucida di una mente capace di precorrere i tempi. Non una pillola di saggezza, ma uno spunto di riflessione…almeno speriamo!

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Pier Paolo Pasolini

L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. (Pier Paolo Pasolini)

 

Breccia_di_Porta_Pia

GERMOGLI
Italia unita
L’aforisma di oggi…

20 settembre 1870 con la breccia di Porta Pia, Roma e lo Stato Pontificio vengono finalmente uniti al resto del Regno d’Italia. Sono passati 145 anni, ma ci sono consuetudini difficili da lasciarsi alle spalle.

giuseppe mazzini
Busto di Giuseppe Mazzini di Mario Rutelli

Oggi ciò che importa anzitutto è moralizzare l’Italia. (Giuseppe Mazzini)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

INCONTRI
“Arabia Felix” ovvero lo Yemen degli italiani

Pensiamo allo Yemen per un’iniziale curiosità intellettuale e letteraria (la lettura delle traduzioni francesi dei libri di Hanan El Cheikh ci ispirano e conducono a un viaggio yemenita…), quasi magico-mistica, e perché, ultimamente, purtroppo, se ne parla spesso (è di mercoledì la notizia che ​la chiesa cattolica di San Giuseppe è stata incendiata da sconosciuti con il volto coperto ad Aden, la grande città portuale nel sud dello Yemen). Con sorpresa apprendiamo dell’importante contributo italiano alla (ri)scoperta di uno dei Paesi arabi più poveri. Avventuriamoci un po’ in questa storia. Sapendo, che non possiamo, in questo momento storico, assolutamente viaggiare n quelle aree.

“Possibile che nessuno sia arrivato qui prima di noi?”
Così inizia il testo dell’archeologo italiano Alessandro de Maigret, “Arabia Felix – Un viaggio nell’archeologia dello Yemen” che ci ritroviamo per caso fra le mani in una curiosa, piccola ma fornitissima libreria sotto la galleria Vittorio Emanuele di Milano, durante una tranquilla passeggiata domenicale. Lo Yemen è “l’ultima spiaggia dell’archeologia”. Queste le parole scambiate fra de Maigret e l’esperto d’industria litica preistorica Francesco Di Mario, il 25 luglio 1985, fra i sacchi a pelo della spedizione italiana che quel giorno aveva scoperto nello Yemen il grande complesso di antichità sabee a 30 km a sud di Marib, l’antica capitale del regno di Saba. Con loro anche il geologo Enzo Francaviglia, il fotografo Antonio Solazzi e la guida locale Hussayn az-Zamli, in quei luoghi dove poche persone si erano avventurate fino ad allora. In un turbinio di emozioni, sensazioni e colori ci avventuriamo con loro alla scoperta dei tesori yemeniti, di un Paese che nell’immaginario di molti evoca solo deserto ma che solo deserto non è. Li accompagniamo silenziosamente e facendo scrupolosa attenzione a non disturbare troppo. A non essere invadenti.

La missione di Alessandro de Maigret
Questo illustre archeologo italiano dal nome francese diresse, già nel 1981, la Missione Archeologica italiana che avrebbe portato a importanti scoperte sulla preistoria e la protostoria yemenita. A quell’epoca, le conoscenze su questi periodi storici si riducevano a pochi reperti archeologici e al complesso megalitico trovato a Muhamdid al-Hamili negli anni Sessanta da G. Berardelli, ambasciatore italiano nella capitale Sana’a. In quell’anno, la Missione archeologica italiana, sotto gli auspici dell’Istituto per l’Oriente di Roma e in collaborazione con la “General Organization of Antiquities, Manuscripts and Museums” (Goam) di Sana’a, esplorava il territorio lungo la strada che da Sana’a porta a Marib. A tale missione si dovette non solo la prima importante ricostruzione della preistoria dello Yemen ma anche la scoperta dell’età del bronzo yemenita (III-II millennio a.C.). Gli scavi nella zona montuosa di Khawlan, dove sono stati rinvenuti più di cinquanta siti, hanno fornito un primo quadro della cultura che si pone come antecedente diretto della civiltà sabea. Nel 1985, le ricerche del gruppo guidato da de Maigret sono state invece orientate sul periodo sabeo, primo periodo della cd. storia sud-arabica o pre-islamica (la storia sudarabica si svolse per circa sedici secoli, dal X sec. a.C al 570 d.C, epoca della conquista persiana). L’imponente “regina di Saba” era la protagonista indiscussa e potente della scena sui cui girava la spedizione archeologica. Ora, la testimonianza più antica sui Sabei è contenuta nella Bibbia, precisamente nel I Libro dei Re e nel II Libro dei Paralipomeni, che raccontano della visita della Regina di Saba al Re Salomone d’Israele (anche se bisogna sottolineare che vi sono altri passi della Bibbia che fanno riferimento alle tribù di Saba, come quelli del Libro della Genesi). Siamo intorno al I millennio a.C. e le scoperte della spedizione di de Maigret, fra le quali appunto un tempio che sembra identificabile come quello della Regina di Saba, sembrano poter supportare la veridicità storica degli avvenimenti biblici. La spedizione aveva rinvenuto, infatti, le rovine di Wadi Yala che, dopo Marib, è il più importante sito sabeo scoperto nello Yemen. Dopo Yala, le ricerche si concentrarono sulla città minea di Baraqish (l’antica Yathil, capitale del regno dei Minei che insieme ai Sabei segnarono la storia dell’Arabia meridionale). Qui è stato trovato un tempio dedicato al dio patrono Nakrah, risalente al VII-VI sec. a.C.. Un progetto italo-francese del 1999 – interrotto per motivi di sicurezza nel Paese – fu ripreso nel mese di marzo 2003, sotto la supervisione ancora del nostro de Maigret. Obiettivo: effettuare scavi a Tamna, antica capitale dell’antico regno del Qataban. Negli anni 2000 stato aperto, nel Museo Nazionale dello Yemen, un Centro di ricerche archeologiche italo-yemenita, ma da quando la Missione Archeologica Italiana aveva dovuto interrompere l’attività sul campo per motivi di sicurezza nel 2011 (l’ambasciata ha chiuso quest’anno), la collaborazione con la controparte yemenita, ossia la Goam, era stata portata avanti in Italia, a testimonianza dell’importanza del contributo degli archeologi italiani alla riscoperta della storia yemenita e dell’impegno culturale del governo italiano.

Non solo reperti
Lo Yemen degli italiani è stato soprattutto esplorazione, arte ed archeologia ma non solo. L’arte e l’archeologia si coniugano anche con il nostro cinema, o almeno con una parte del nostro cinema cd. “impegnato”, un contributo semplice ma altruista, uno dei nostri orgogli nazionali.
Nell’aprile del 2000, Vittorio Sgarbi su “Il Messaggero” aveva raccontato le sue impressioni yemenite riprendendo l’invenzione dello Yemen pasoliniano di trent’anni prima. Vale la pena ricordare, a quarant’anni dalla sua morte, che Pier Paolo Pasolini aveva individuato un collegamento di natura estetico-emotiva e culturale tra Venezia e Sana’a. Nel suo breve scritto sul Paese, il regista precisava che “se l’idea di Venezia è nata in qualche punto dell’Oriente, questo punto è lo Yemen. Sana’a … è una piccola, selvaggia Venezia posata sulla polvere del deserto fra giardini di palme e “oncio”, anziché sul mare”. Anche Moravia pare avesse detto, continuava Sgarbi, che Venezia (invenzione di un sogno) e Sana’a sono legate per struttura, per immaginazione, per fantasia e visione onirica. C’è, infatti, qualcosa di irreale e onirico nelle realtà fisiche, architettoniche e urbanistiche delle due città. Pasolini, Moravia e Quilici furono enormemente affascinati dalle sabbie, dalle montagne, dai colori e dalla luce yemenite. Dal deserto luccicante, accecante e vivo. Pasolini lo fu a tal punto che, nel 1971, realizzò il cortometraggio “Le mura di Sana’a”, un documentario in forma di appello all’Unesco per salvare il patrimonio architettonico della città (alla fine degli anni Sessanta i primi governanti moderni del Paese avevano iniziato a distruggere le antiche architetture per elevare enormi edifici e grattacieli. Il salvataggio del patrimonio yemenita è oggi una delle priorità dell’Unesco). Il cortometraggio venne girato alla fine delle riprese nello Yemen, del film “Il fiore delle Mille e una notte”. Scriveva Pasolini: “Era l’ultima domenica che passavamo a Sana’a, capitale dello Yemen del Nord. Avevo un po’ di pellicola avanzata dalle riprese del film. Teoricamente non avrei dovuto possedere l’energia per mettermi a fare anche questo documentario; e neanche la forza fisica, che è il requisito minimo. Invece energia e forza fisica mi sono bastate, o perlomeno le ho fatte bastare. Ci tenevo troppo a girare questo documento.  Si tratterà forse di una deformazione professionale, ma i problemi di Sana’a li sentivo come problemi miei. La deturpazione che come una lebbra la sta invadendo, mi feriva come un dolore, una rabbia, un senso di impotenza e nel tempo stesso un febbrile desiderio di far qualcosa, da cui sono stato perentoriamente costretto a filmare. Ma è chiaro che se volessi veramente ottenere qualcosa, dovrei dedicare a questo scopo la mia intera vita. Son cose che qualche volta si pensano ma poi non si fanno. Frustrazione terribile, ma consolata dal pensiero che ci sono persone che, in realtà, per mestiere dovrebbero occuparsi di questi problemi e che dunque la responsabilità è dovuta a loro. Ma intanto ogni giorno che passa è un pezzo delle mura di Sana’a che crolla o vien nascosto da una catapecchia ‘moderna’. È uno dei miei sogni occuparmi di salvare Sana’a ed altre città, i loro centri storici: per questo sogno mi batterò, cercherò che intervenga l’Unesco”. 

“Un tè per Moravia – Casualmente, un giorno nello Yemen del Sud”
Partendo dagli spunti sulle impressioni yemenite di Moravia e alla ricerca, quindi, di un legame letterario con questo Paese lontano, ci imbattiamo anche nelle righe di Roberta Simonis, l’editrice di “Sahara”, una rivista internazionale volta a diffondere notizie sulla preistoria del Sahara e delle regioni circostanti. Roberta arriva, nel gennaio 1990, all’albergo di Tarim, il Kubba Palace, che ci descrive così: “All’esterno ha l’aspetto di un mausoleo indù, con i suoi colori pastosi e discordanti, quattro colonne all’entrata, tetto a cupola. All’interno, un labirinto di corridoi irregolari. La nostra camera pare costruita per una bambola gigante, con le pareti giallo senape e verde acqua, uno specchio barocco, opaco, incollato al muro, piastrelle fino a un metro d’altezza. La pittura in qualche punto si scrosta e rivela mattoni di fango. Già. Mensole, fiori, scale, armadi, colonne… Il palazzo e i suoi arredi sono interamente modellati con il fango, ricoperto con spessi strati di vernice..”. ….. Nell’albergo è atteso Alberto Moravia che tanto ha scritto su quei paesi nei suoi diari di viaggio un Siria, Yemen o nel Sahara. L’attesa ed il rito della preparazione del tè per questo grande scrittore è descritto da Roberta con dovizia di particolari. “Al ritorno in albergo, relax e lettura in giardino. Una bella signora beduina vestita in nero prepara il tè. Sulla stuoia impeccabile ordinatamente disposta a terra abbaglia l’argento lustro di teiere, tazze, colini, cucchiaini. Piacevolmente impressionati dal gentile pensiero, veniamo subito disillusi. “Arriva Moravia con Andreotti…” ci informa Sultan, la nostra guida personale. “Il tè è per loro”. Vada per Moravia, non è la prima volta che lo incontriamo in un posto fuori mano, l’avevamo già visto mi pare in Zimbabwe nell’85. Sappiamo che è già stato qui. Ma, nonostante la fiducia che riponiamo in Sultan, che tra l’altro non è una guida qualsiasi ma un addetto del Ministero della Cultura – Moravia e Andreotti, oddio, è un accostamento improbabile. Evidentemente non arriverà nessuno, il tè è per noi. Eppure, eccolo. Una grossa auto scura si ferma all’ingresso e scende Moravia con due amici, Andrea Andermann e la moglie, accompagnati da tre yemeniti. Uno di loro si presenta parlando in italiano, “Sono un giornalista yemenita”… Andreotti non c’è, s’intende. E così veniamo coinvolti nell’offerta del tè. La conversazione è vivace. Quel suo modo brusco di intervenire, osservazioni acute, scampoli d’idee buttati lì in tono impaziente, talvolta provocatorio. E quel suo impressionante realismo. Negli appunti di viaggio di Moravia si ritrovano la stessa ricca vivacità, gli stessi colori e la stessa eterna ed incorreggibile curiosità per gente e luoghi lontani. Un invito ai lettori di tutto il mondo a percorrere con la fantasia le strade polverose ed assolate dello Yemen. Perché lo Yemen non è solo sabbia.

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POSTILLA – Prima di essere dimenticata, cos’era l’“Arabia Felice”?
Il concetto di “Arabia Felix” nasceva dall’abbondanza e dalla rarità delle mercanzie che da questa terra arrivavano in Occidente durante il periodo dell’Impero Romano. Proprio Augusto, all’inizio del suo regno, incaricò il prefetto d’Egitto, Elio Gallo, di partire alla conquista dell’“Arabia Felice”. Siamo nel 24 a.C., quando Gallo, dopo aver preso e distrutto la città del sud di Nagrana, s’impadronisce di Nasca. Il prefetto riporterà numerose informazioni che contribuiranno agli scritti di storici quali Strabone (“Geografia”) e Plinio il Vecchio (“Storia Naturale”). L’“Introduzione Geografica” di Claudio Tolomeo (II sec. d.C.) è l’ultima fonte conosciuta sulla “Arabia Felice” nel mondo antico. Si dovrà attendere il Rinascimento per la sua riscoperta. Proprio un italiano, il bolognese Lodovico de Varthema, fu il primo viaggiatore che raggiunse lo Yemen e pubblicò il suo “Itinerario” nel 1511, testo che orienterà geografi e cartografi per due secoli.

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Quei tragici girasoli nei campi di Russia

In una settimana importante come questa, per la storia italiana, non potevamo non ricordare uno dei film che fa più riflettere su uno dei grandi drammi del nostro Paese: la campagna di Russia, durante la II Guerra mondiale, dove molti italiani hanno perso la vita o da dove sono rientrati profondamente feriti, sconvolti e cambiati.
girasoli-russiaI girasoli” è un film del 1970, realizzato pochi anni prima della scomparsa del suo grande e indimenticabile regista, Vittorio De Sica, e ricordato anche per essere stato la prima pellicola di produzione occidentale a essere girata quasi interamente in Unione sovietica, in anni in cui il regime non permetteva con troppa facilità che elementi estranei entrassero dentro i suoi confini. La sceneggiatura è di Tonino Guerra, di cui è noto il filo che lo legava all’Urss. La sua triste poetica, in una vicenda dolorosa come quella dei due protagonisti, qui si percepisce in tutta la sua forza ed emozione.
La storia è quella della bella e vivace napoletana, Giovanna, e di Antonio, dall’accento emiliano-lombardo, soldato in partenza per l’Africa che, per evitare la guerra si sposa con la giovane donna. Fintosi pazzo, e internato, scoperto l’inganno, al confino sceglie la partenza per il temibile e lontano fronte russo. I tragici esiti della storia travolgeranno anche lui: persa la memoria, quasi congelato, perso nella neve durante la campagna sul Don, verrà salvato e curato amorevolmente da Mascia, che sposerà e dalla quale avrà una figlia.

girasoli-russiaQuel momento terribile è la tragedia degli oltre 229.000 soldati italiani mandati al massacro, privi di armi moderne e di equipaggiamento, per seguire la folle avventura di Hitler che, il 22 giugno 1941, aveva infranto il patto di non aggressione russo-tedesco Ribbentrop-Molotov del 1939, lanciando una massiccia offensiva contro l’Unione sovietica (l’operazione Barbarossa), il dramma della ritirata italiana del 1943. Antonio avrebbe potuto essere parte di quell’Ottava armata italiana di Russia (l’Armir) che, con piedi gonfi dal gelo in scarpe ormai insistenti, sarebbe crollata. Antonio viene dato per disperso, ma Giovanna, lasciata sola, non si rassegna a comunicati ufficiali e silenzi. Decisa, forte e imperterrita, partirà per la Russia alla ricerca del marito perduto. Qui si vedono la Piazza Rossa, con le lunghe file di pellegrini davanti alla tomba di Lenin, le strade e le automobili di allora, i magazzini Gum, il Ministero degli Esteri, dove la Loren entra per cercare notizie dello scomparso. Scorre la Mosca di ieri e di oggi.

girasoli-russiaIl film è stato criticato per questa facilità nel ritrovare un uomo sparito in un paese tanto sconfinato, ma, aldilà dei dettagli, la ricerca sarà drammatica e altrettanto gli sviluppi. D’altra parte, le critiche non valgono poi tanto se oltre all’apprezzamento del pubblico, la pellicola ha ricevuto una candidatura agli Oscar e vinto un David di Donatello, nel 1970. Le musiche di Henry Mancini si stemperano nelle note di “Grazie dei fior”, mentre le immagini in penombra dei protagonisti si affievoliscono. Fotografia eccellente.

La Loren è brava, loquace, vivace, simpatica, festosa, “corporale”, bella, impareggiabile, espressiva e intensa come sempre. Meravigliosa in coppia con Mastroianni nella deliziosa, complessa eppure semplicissima sequenza della frittata di 24 uova dei due novelli sposi, dove grazia e spontaneità dipingono una scena rubata alla felicità di due giovani amanti felici.

girasoli-russiagirasoli-russiaDue anime vicine e profondamente unite, in una magia che solo De Sica sa creare. Meravigliosa, poi, la scena del rientro dei reduci in treno, toccanti il campo di croci nella Russia sconfinata e il riferimento ai girasoli come ai tanti italiani sepolti sotto quelle terre. I girasoli simboleggiano, infatti, i soldati morti e seppelliti in fosse comuni: ogni campo sterminato di piante che ondeggiano al vento rappresenta le vittime di una guerra terribile e assurda. Vite straziate da guerra e tragedia. Conclusione drammatica, straziante ma inevitabile. Da riscoprire.

I girasoli“, di Vittorio De Sica, con Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Lyudmila Savelyeva, Galina Andreyeva, Anna Carena, Glauco Onorato, Silvano Tranquilli, Marisa Traversi, Italia, Francia, Unione Sovietica, 1971, 107 mn.

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IL FATTO
Il viaggio della nave italiana in fuga dalla Libia

Cielo nero sulla Libia. Mentre la nostra ambasciata a Tripoli sospende le attività e l’esodo italiano comincia (o meglio continua, perché era già iniziato e intensificato dopo gli eventi dell’hotel Corinthia dello scorso 27 gennaio), non possiamo che dare uno sguardo al mare. Quel mar Mediterraneo che è sempre stato la culla di tante civiltà, un mare magnum oggi diventato cimitero di barconi, con le sue rigogliose sponde terribilmente trasformate, infuocate e piene di disperati che cercano solo una via d’uscita. Questa partenza non è sicuramente paragonabile a quella storica degli anni Settanta, quando gli italiani furono cacciati da Gheddafi, o a quella del 2011, quando era scoppiata la guerra per rovesciarlo. Ma ogni volta che si lascia un Paese dove si è vissuto, incontrato tante persone uniche e conosciutone la storia, si va indietro con la memoria e un po’ ci si immedesima con quelle stesse sensazioni che tanti italiani avevano provato. Immaginiamo, quindi, che oggi sia un po’ come allora. Mentre la nave rientra, e, scortata, viaggia verso la Sicilia con tappa a Malta, si lasciano indietro i ricordi, le paure e il terrore provati sentendo spari di proiettili e urla concitate, intravedendo bandiere nere all’orizzonte. Quando si sentono i vetri tremare e si vedono fumo e camionette cariche di militari non si sa mai cosa attendersi, dove andare, dove scappare. Si pensa alla propria vita ma anche a quella di chi a fianco a te non avrà la possibilità di andarsene. Mentre tu sì, avrai qualcuno che penserà a te, che potrà portarti via da lì. Credo che quando si parte in questo modo, lasciando una vita alle spalle costruita con fatica e sacrificio (perché nell’esodo ci sono tante famiglie miste), si perde parte di sé, della propria storia, la propria speranza. In una Libia che brucia, con il califfato che avanza, non si può non pensare agli amici che si lasciano lì, ai giorni trascorsi a bere il tè, ai tramonti tripolini sul mare dorato, alle passeggiate nella Medina, alle case coloniali, alle belle moschee ricamate, al richiamo del muezzin che svegliava la mattina presto, a quel dolce rumore delle onde che lambivano spiagge oggi terrificate. Tanti italiani hanno vissuto queste sensazioni. Tanti le lasciano qui, ai loro amici, nella speranza di tornare a riprendersele, ma le porteranno anche con sé, per sempre.
La Libia è vicina, è nei nostri occhi, nei nostri ricordi, nei nostri cuori, nelle colonne di Leptis Magna che fanno ombra a pensieri di gioia, a ricordi di momenti spensierati trascorsi a passeggiare fra quelle rovine. In quelle stesse colonne che fanno ombra all’amore per quella terra, per quella storia che è anche la nostra, che richiamano gli imperatori che guardavano quegli stessi alberi che oggi, sotto il sole cocente, sono bruciati e arsi dal fuoco delle armi inclementi. La Libia è quei minareti che fanno ombra al colore della terra che tende le braccia al cielo, aspettando le stelle. Un giorno.
Nel 2012, la bandiera libica sventolava leggera, il popolo voleva solo libertà e democrazia. Si parlava di futuro, di progetti di ricostruzione, di cultura che avanzava. C’era speranza. Oggi si ha di nuovo paura, aldilà e al di qua di quelle coste del Mediterraneo che si colorano di nero. Il nero delle bandiere e della terribile morte che porta quel mare dove ci si butta per cercare di scappare lontano. Una preghiera intensa, allora, si levi al cielo, perché quel nero non prenda mai il sopravvento, perché l’uomo diventi Uomo, una buona volta, fermando una catastrofe che sembra imminente e inarrestabile. Perché torni a pensare e a sentire il profumo della terra e dei limoni del Mediterraneo.

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LA RIFLESSIONE
Il viaggio della vita di Severgnini sbarca a teatro e porta speranza

Un lieve velo di ironia che fa riflettere e per una volta apre la mente alla speranza. Si è svolto venerdì 13 febbraio, nella splendida cornice di un affollatissimo Teatro Comunale “De Micheli” di Copparo, lo spettacolo La vita è un viaggio, con protagonisti Beppe Severgnini e Maria Isabella Rizi, le musiche originali dal vivo di Elisabetta Spada e la regia di Francesco Brandi.

Liberamente ispirato agli ultimi due libri di Severgnini (“Italiani di domani” e l’omonimo “La vita è un viaggio”), lo spettacolo è il racconto di una notte passata all’aeroporto di Lisbona da un uomo di mezz’età (Beppe Severgnini) e da Marta (Maria Isabella Rizi), una ragazza ventottenne, ambedue in attesa della fine dello sciopero che impedisce ad entrambi di partire per le rispettive destinazioni: lui in viaggio verso Boston a tenere conferenze; lei verso il Brasile dove, dopo aver abbandonato la carriera di attrice poiché poco riconosciuta, si è decisa ad aprire un chiringuito insieme al fidanzato surfista. Sarà proprio una litigiosa chiamata in lingua inglese tra quest’ultimo e Marta ad attirare l’attenzione dell’uomo, il quale non solo non si fa alcun problema a bombardare la scontrosa ragazza di domande, ma si dimostra inoltre incurante del suo disinteresse e della sua chiusura nell’instaurare un qualsiasi dialogo. Ecco però che questo insolito incontro, nel bel mezzo della notte, in un aeroporto apparentemente vuoto, diviene un pretesto per i due di conoscersi meglio e di interrogarsi sulle rispettive vite. Le prime interminabili e a volte anche presuntuose domande dell’uomo serviranno alla ragazza per ripensare bene al suo passato, alle sue scelte, al suo futuro. Ma serviranno nel medesimo modo all’uomo, perché non è poi così scontato che un divulgatore di innumerevoli consigli di vita sia poi così sicuro di ciò che vorrà fare da “ancora più grande”. Alla fine quindi i viaggi dei due, probabilmente, non saranno più gli stessi.

Beppe Severgnini sceglie il teatro per dare continuità al successo dei suoi ultimi libri. Uno spettacolo leggero ma estremamente profondo, interpretato dai due attori con quel godibilissimo filo d’ironia che rende il tutto veramente piacevole da guardare e, allo stesso tempo, un pretesto per pensare e riflettere. Ed è così che dubbi, perplessità, debolezze, arrabbiature sono i tristi sentimenti che emergono dalle risposte alle tartassanti domande dell’uomo da parte della ragazza, la quale si trova ad incarnare gli stessi sentimenti di un’intera generazione italiana, rimasta senza fiducia nel proprio paese e pronta, se necessario, appunto, a partire. Il tutto impreziosito dalle musiche di Elisabetta Spada (nei panni di una “terza incomoda” passeggera, anch’essa in attesa) che intervallano lo spettacolo scandendone i vari capitoli.

Seguo spesso Severgnini, leggo i suoi articoli ed il blog che tiene da tempo per il Corriere della Sera, i suoi libri, e ho partecipato a vari eventi che lo hanno portato in giro nei vari festival di tutta Italia. E come spesso avviene, anche questa volta ma nell’insolita veste di attore teatrale, è riuscito ad entusiasmarmi ma soprattutto a suscitare in me qualcosa di speciale: speranza. E chi conosce Severgnini sa bene che in Italia sono pochi i personaggi noti così attenti alla questione giovanile del nostro Paese e, ancora più importante, pochi sono quelli che riescono a fare dell’ottimismo un vero e proprio marchio di fabbrica. Esattamente come nei suoi libri, Severgnini anche in questo spettacolo mette i giovani al centro, senza preoccuparsi di apparire presuntuoso ed essere etichettato come il solito borioso adulto saccente. Al contrario, dall’alto della sua esperienza, l’unico suo intento è trasferire i suoi consigli (frutto di una vita spesa tra molti viaggi in giro per il mondo e la scrittura) ai giovani d’oggi, sempre più demoralizzati e senza alcuno stimolo, senza prospettive, al punto di intraprendere un viaggio per non si sa bene dove e nemmeno veramente il perché; l’unico pensiero è andarsene. Ecco invece che il noto giornalista ci ferma, ci parla e si preoccupa di farci pensare più intensamente a noi stessi e alle nostre capacità, sottolineando il fatto che soprattutto noi giovani italiani abbiamo potenzialità da non sprecare per nessuna ragione; potenzialità ben più forti delle difficili barriere che la triste situazione del giorno d’oggi ci mette davanti. Le regole per riuscirci in fondo sono poche ma fondamentali: tenacia nell’inseguire i nostri obiettivi, tempismo perché di treni ne passano molti e la difficoltà sta nel prenderli, ma soprattutto la ricerca profonda del nostro vero talento, quell’elemento che ci contraddistingue e incanala in quello che siamo veramente portati a fare. Il tutto senza screditare l’importanza del viaggiare e del conoscere il mondo, perché a detta sua solo chi viaggia è in grado di superare quel sentimento di intolleranza che dilaga in quantità sempre maggiori, oltre al non scordarsi mai che la conoscenza del mondo che ci circonda è la prerogativa fondamentale per viverci bene. Quello che importa è non dimenticarsi della propria terra e, se possibile, tornarci. Tornare in questa Italia per ricostruirla e riportarla in alto tramite le sue eccellenze e le sue bellezze delle quali proprio noi giovani dobbiamo essere portabandiera.

Ecco quindi quel bellissimo concetto, oggi quasi scomparso, di nome speranza. Ascolto Severgnini e mi accorgo sempre di più come a noi servano più personalità come la sua, in grado cioè di parlare apertamente di un futuro migliore ma per davvero, senza slogan o manifesti ma solamente ritornando a farci credere in noi stessi. E ancora, qualcuno in grado di sapersi aprire ad una pura autocritica, capace cioè di ammonire la generazione degli “anta” circa il fatto che “arrivati ad una certa età, non saper diffondere consigli ai più giovani è da cretini più che da irresponsabili”.
Impariamo tutti quindi, grandi e meno grandi, da questi preziosissimi consigli; impariamo a valorizzare nel modo giusto noi stessi; impariamo a (ri)valorizzare la nostra bellissima Italia.

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SETTIMO GIORNO
Follia e crudeltà
(aspettando un altro Eliogabalo)

ELIOGABALO – Eliogabalo (o Elagabalo, o Marco Aurelio Antonino, o Vario Avito Bassiano), di nobile famiglia siriana, cugino di Caracalla, divenne imperatore di Roma nel 218. Aveva 14 anni, mi pare sia da ricordare come il più giovane imperatore dell’Urbe. Troppo giovane. Sua madre lo guidava bene e, tutto sommato, oggi possiamo dire in modo non del tutto convenzionale, visto che il ragazzino è stato, nella storia del nostro Paese, il governante più democratico tra quanti lo avevano preceduto e quanti lo avrebbero seguito. Quando, poverino, lo innalzarono alla massima carica dell’impero più potente del mondo erano in piena effervescenza le lotte per il potere tra Occidente e Oriente, ma lui pensò che fosse suo dovere togliere un po’ di boria lussureggiante ai romani potenti, boria e danaro, per riequilibrare la società e donare alle masse popolari qualcosa del maltolto ai signori. Ma non si limitò soltanto a questo: il ragazzino imperatore pensava in grande, pensava addirittura a uno stato precomunista, limando la proprietà privata e rafforzando quella statale, insomma cercando di realizzare, sia pure con forme paternalistiche, un proto socialismo di stato, provvidenze sempre crescenti (humiliores) per le classi meno abbienti, mentre l’imprenditoriato e la grande proprietà privata venivano sottoposti a una pesante pressione fiscale. Una cosa del genere in Italia? Figuriamoci! Il ragazzino, dopo quattro anni di follie sociali venne ucciso con sua madre, sì che non fosse più possibile per lei mettere al mondo un altro sciamannato. E così è stato fino a oggi, se un dittatore populista c’è stato a Roma in poco tempo si è trasformato in monarchico baciapile. Crediamo nella democrazia? Allora informiamoci sull’etimologia della parola: demos, popolo, e kratia, potere, potere al popolo. Ma quando mai?

FOIBE – Giustamente è stata celebrata giorni fa una giornata della memoria dedicata alla tragedia delle foibe, quei pozzi carsici entro i quali venivano gettati, vivi o morti, i nemici, ma non soltanto gli italiani, come una storia distorta malandrina ci insegna: gli assassini non sono stati soltanto gli slavi finito il secondo conflitto mondiale, le foibe, intese come sepolcri, le abbiamo inventate noi italiani alla fine della prima guerra mondiale, quando la follia fascista ci portò a compiere dei massacri mai visti. Bisognava “italianizzare” le popolazioni slave, costringerle a parlare italiano, a cambiare il proprio nome, a pensare italiano, altrimenti… giù nelle foibe. Un poetastro triestino di sana fede fascista coniò anche il verbo da usare in questi casi: “infoibare”, verbo che è rimasto nel linguaggio locale. Non meravigliamoci, gli italiani ne hanno combinate di tutti i colori là dove pensavamo che Dio ci avesse fatto padroni, chi non crede vada a leggersi la storia delle nostre colonie, a cui molto modestamente ho contribuito avendo raccolto in Somalia, in Etiopia, in Eritrea le testimonianze dei vecchi, gli ultimi ad aver subìto la nostra indecorosa ferocia (non la racconto qui), ferocia che abbiamo sperimentato dovunque siamo arrivati. L’abbiamo esportata in America, abbiamo insegnato come si fa a “incaprettare”, verbo che i dizionari della nostra bellissima lingua colpevolmente si dimenticano di inserire tra le loro voci, incaprettare significa prendere un uomo nostro nemico, legarlo mani e piedi dietro la schiena, tagliargli i testicoli, ficcarglieli in bocca e farlo morire così; oppure fare al nostro nemico il piedistallo, cioè mettere il prigioniero ritto con i piedi dentro un secchio di calce, lasciare che la calce si solidifichi e poi gettare questa statua umana in mare; oppure immergere, sempre il nostro prigioniero, dentro una vasca di acido solforico, lentamente, molto, molto lentamente… la fantasia italiana non conosce limiti. Gli jiadisti? Dilettanti, la mafia non li prenderebbe mai in considerazione. Noi siamo i veri maestri della crudeltà più spietata. Viva l’Italia!

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LA RICORRENZA
Vite sradicate: la diaspora italiana dall’Istria

L’esodo istriano, conosciuto anche come esodo giuliano-dalmata, è un evento storico consistito nella diaspora forzata della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana, che si verificò a partire dalla seconda guerra mondiale e negli anni successivi dai territori occupati dall’Armata popolare del maresciallo Josip Broz Tito e in seguito annessi dalla Jugoslavia. Il fenomeno, susseguente gli eccidi noti come massacri delle foibe, fu particolarmente rilevante in Istria, dove si svuotarono intere città, ma coinvolse anche i territori ceduti dall’Italia con il trattato di Parigi e, in misura minore, alcune aree litoranee della Dalmazia occupate dall’Italia nel corso della guerra.
L’Istria era divenuta parte del Regno d’Italia a seguito della vittoria nella prima guerra mondiale, con il trattato di Saint-Germain-en-Laye (1919) e il trattato di Rapallo (1920). In totale, dopo la firma del trattato di Parigi del 10 febbraio 1947 e del memorandum di Londra del 1954, furono circa 250.000 le persone che abbandonarono tutti i loro beni e preferirono andare in Italia.

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Piccola esule

Il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, in occasione della Giornata del ricordo del 10 febbraio 2007 – citando autorevoli storici – ha così descritto le caratteristiche dell’esodo: “Nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell’autunno del 1943, si intrecciarono giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”.

Per dovere di informazione segnaliamo che alcuni storici negano che l’esodo e le persecuzioni siano state la conseguenza di una sistematica pulizia etnica attuata dagli jugoslavi ai danni della comunità italiana, ma, l’intento era quello di catturare, perseguire e punire i responsabili e i complici dei crimini di guerra.

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Lapide posta a Pola in ricordo della strage di Vergarola (photo by WM)

Nel giugno 1945 Gorizia, Trieste e Pola furono tolte dal controllo delle forze di Tito e poste sotto il controllo delle truppe anglo-americane che avevano varcato l’Isonzo il 3 maggio. Si concluse così la cosiddetta crisi di Trieste; Fiume, invece, restò definitivamente sotto il controllo jugoslavo. Ciò spinse gran parte della popolazione di lingua italiana a lasciare la regione nell’immediato dopoguerra. In questa situazione si inserisce la strage della spiaggia di Vergarola (18 agosto 1946), di cui ancora, a distanza di tanti anni, non si conoscono mandanti e responsabili. L’esodo di massa iniziò quando apparve chiaro che le speranze del ritorno di queste città all’Italia erano nulle: in questa occasione l’abbandono si svolse in modo ordinato, sotto gli occhi delle autorità anglo-americane e di alcuni rappresentanti del governo italiano. L’esodo era stato organizzato già prima della strage di Vergarola, subito dopo che, nel maggio del 1946, trapelarono notizie in merito all’orientamento delle grandi potenze riunite a Parigi a favore della cosiddetta “linea francese”, che prevedeva l’assegnazione di Pola alla Jugoslavia. Il 3 luglio 1946 si costituì il “Comitato Esodo di Pola”, punto di riferimento per gli esuli, che rappresentavano tutte le classi sociali, dai professionisti agli impiegati pubblici ai molti artigiani e operai dell’industria.

Il 10 febbraio 1947 il trattato di Parigi assegnò l’Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia quindi s’intensificò, coinvolgendo anche le zone precedentemente salvaguardate dalla linea Morgan, l’esodo di massa già iniziato. Quello stesso giorno, per protesta, Maria Pasquinelli uccise R. W. de Winton, il comandante della guarnigione britannica di Pola. Numerosi profughi si stabilirono oltre il nuovo confine, nel territorio rimasto italiano, soprattutto a Trieste e nel nord-est. Altri decisero di seguire le tradizionali rotte dell’emigrazione transoceanica, scegliendo come meta finale il Canada (Vancouver) e gli Stati Uniti d’America, che, con l’emendamento al Displaced eersons act del 1948 riaprirono, a partire dal 1950, le porte all’emigrazione riservando 2.000 posti ai cittadini del Venezia-Giulia.

Dopo aver stazionato per tempi più o meno lunghi in uno dei 109 campi profughi allestiti dal governo italiano, la maggior parte delle persone che se ne andarono si sistemò nelle varie parti d’Italia, mentre circa 80.000 emigrarono in altre nazioni. Come sempre avviene in queste situazioni, l’economia dell’Istria e degli altri territori coinvolti risentì per numerosi anni del contraccolpo causato dall’esodo. Il trattato di Osimo, firmato il 10 novembre 1975, sancì lo stato di fatto di separazione territoriale venutosi a creare nel Territorio Libero di Trieste a seguito del Memorandum di Londra, rendendo definitive le frontiere fra l’Italia e la Jugoslavia.

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Il Piroscafo “Toscana” nel porto di Pola

“1947” è il brano che Sergio Endrigo ha dedicato a Pola, sua città natale [ascolta]. Si tratta di un brano struggente, dove tra nostalgia e rimpianto il cantautore istriano parla dell’esodo da Pola, compiuto insieme alla sua famiglia: “Da quella volta non l’ho rivista più, cosa sarà della mia città, ho visto il mondo e mi domando se sarei lo stesso se fossi ancora là… come vorrei essere un albero che sa, dove nasce e dove morirà”.

Citiamo, inoltre, quanto dichiarato dal regista istriano Luka Krizanac, durante una nostra recente intervista: “Per quanto riguarda le ragioni storiche dell’Istria cito una cosa che mi diceva mia nonna – sono nata austriaca, mi sono sposata italiana, sono andata in pensione come jugoslava, e morirò croata…”. E stiamo parlando soltanto del ventesimo secolo.

Il brano intonato: Sergio Endrigo, 1947 [ascolta]

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LA RIFLESSIONE
La faciloneria linguistica degli italiani

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe – Eugenio Montale
Sarà l’età che avanza, sarà l’eco ancora strepitosa della bellissima conferenza di ieri tenuta da Stefano Prandi su Ennio Flaiano per il ciclo “Italiani brava gente. Rileggere il carattere degli italiani”, organizzato dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di storia contemporanea, ma la condizione del nostro popolo e di una parte di quest’ultimo, vale a dire quella dei vecchi, mi spinge a riflettere su certe cadute linguistiche e quindi anche culturali che sembrano essere d’uso comune proprio nella comunicazione.

Prandi riferiva ieri di una parola assai comune letta in un giornale cittadino e scritta con un grosso errore ortografico. Oggi un conduttore di una rete televisiva cittadina nel commentare la prossima settimana alti studi dell’Istituto di studi rinascimentali, vedendo scritto Duerer al posto di Dürer, ha proprio letto Duerer! Non è che le notizie fornite in quel servizio fossero di per sé eclatanti ma, quando vengono fornite in quel modo, riconosci comunque che il carattere degli italiani non cambia: disprezzo o meglio ignoranza per le regole grammaticali, per la forma, per le lingue. Sommo rispetto invece per qualcosa che poi si trasforma in “politichese”: frasi fatte, metafore, simboli, oltre all’ignoranza patologica delle lingue straniere.

E, si badi, non è il dialetto la causa prima di questa faciloneria linguistica ma l’uso della sbrigatività come mezzo utile per arrivare allo scopo. Poi, ed è pensiero comune, tutti debbono capire l’italiano! Sono lontane le radici di questa incuria. Per secoli la nostra lingua ha rappresentato un modello, poi è stata soppiantata da altre: prima il francese e poi l’inglese che hanno strutture linguistiche diversissime che noi tentiamo di riflettere. “E il bicchier mezzo vuoto” e la “sintesi” e tutto l’armamentario di una lingua che fa finta di essere informata e che poi rigetta per indigestione le stesse pseudo regole che si è data. Non parliamo poi della lingua scritta nei media come twitter o facebook. Alla fine siamo più affascinati dalla selva di microfoni che “imboccano” il parlante (quasi sempre un politico che di quello che costui sta dicendo; oppure da figure ormai familiari come quella di un signore che si mette la penna in bocca e fa finta di registrare sempre, ossessivamente, presente ovunque si materializzi un politico oppure di un suo gregario, un paffuto giovinetto rossiccio che spalanca la bocca pur di essere ripreso dalle telecamere.

Che pena!

Eppure oggi, svogliatamente, facendo zapping (sì! anche i soloni della lingua fanno certe cose o parlano come i media!) e dovendo riposare gli occhi, mi capita di vedere su una rete dedicata alla musica uno spettacoloso documentario “Casa Verdi” che racconta la vita nella gloriosa casa milanese dove sono ospitati gli artisti che non possono più vivere da soli ma sono protetti dignitosamente.

Una signora, con ancora un filo di voce e con i gioielli rimasti di una forse fastosa carriera, canta “La vergine degli angeli”; altri la guardano e applaudono: volti anonimi comuni che non hanno più nulla dell’eleganza, dell’eroismo, della leggerezza a cui votarono la loro vita.

Eppure meravigliosi, quasi che il contatto diretto con la bellezza avesse lasciato per sempre un segno di nobiltà. Così vorresti abbracciare il cantante che è stato imitato, lui racconta, da Di Stefano, e che, quando lo pensa gli viene “il mal di gola”. Meravigliosa metafora e traduzione da cantante del termine “nodo alla gola”. E la danzatrice di tip tap che sa benissimo per avere sposato un americano che si chiama, in inglese, “step dance” e che quando vede ballare Fred Astaire e Cyd Charisse esclama: “Ora Cyd, poverina” dice Tata Vanoni così si chiama, “è morta”. Ma non lo dice del grande Fred Astaire.

Un’umanità nobile che si rivela fatta di fango ma destinata alle stelle della musica. Della danza, della prosa e di tutto ciò che rende meno triste la vita.

Un medico le accarezza chiede se vogliono risentire ancora Montserat Caballè nel “O mio babbino caro” e tutti dicono di sì chiudono gli occhi o come fa la bellissima arpista strofinano impacciate il sacchetto dei medicinali.

Non credo, e lo penso con tristezza, che quella bellissima Casa Verdi sia mai stata visitata da un comico che si è fatto politico e che mai nella sua espressione più proterva ha saputo esprimere con pari dignità il senso di un mestiere e di un’arte che lo hanno reso famoso.

Così al suo Forrest Gump, al suo declino triste, come quello di chi è solo, le parole hanno deciso per lui.

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