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Succede a Ferrara…
Memento per un anziano fascista

 

Di recente, un politico ferrarese che rivendica le proprie radici fasciste (la coerenza non è sempre un valore) ha scritto di essere fermamente contrario all’intitolazione di un luogo cittadino alla memoria di Gino Strada, perché faceva parte di un famigerato servizio d’ordine studentesco che non disdegnava l’utilizzo di una chiave inglese come mezzo contundente da usare “…contro chiunque non fosse allineato con la loro farneticante ideologia marxista-leninista-maoista. Insomma, comunista”.
Per questa falsa accusa un ‘giornalista’, tal Moncalvo, è già stato condannato dalla magistratura per diffamazione, e ha dovuto risarcire Emergency con 150.000 euro. Incurante della datata calunnia, il politico locale aggiunge che Strada non ha mai “rinnegato quella sua violenza giovanile, mai chiesto scusa alle sue vittime, mai compiuto il più semplice atto riparatorio. Insomma, mai ha mostrato il minimo pentimento.”
Parrebbe (bontà sua) che abbia “rimediato a questa violenza facendo del bene”…, bene sul quale peraltro manifesta “qualche riserva”. In effetti “pare” che Gino Strada e la sua organizzazione in questi 30 anni abbiano, tra l’altro, operato decine di migliaia di bambini dilaniati e amputati dalle mine più bastarde, quelle a forma di pappagallo verde, tanto da sembrare un giocattolo. E non per “rimediare” a qualcosa, come insinua costui rinnovando la calunnia, ma per rispondere ad una chiamata della sua coscienza di medico chirurgo, chiamata cui ha dedicato la propria esistenza. E questo è un fatto, non un’opinione.
Non si chiedeva a questo politico altrettanta grandezza (difficile pretenderla da noi stessi, figuriamoci da lui). Non avrebbe nemmeno senso (essendo la risposta scontata) chiedergli perché, invece, riterrebbe indubbiamente meritoria un’intitolazione odonomastica al gerarca fascista Italo Balbo, e senza bisogno che costui rinnegasse nulla, anzi a celebrazione delle sue gesta di famigerato picchiatore.
E anche questo è un fatto, non un’opinione.

Potevamo però almeno sperare che tacesse. Ma non ha taciuto. Allora nemmeno noi. Visto che non è più uno sbarbatello fascista ma un uomo attempato, è tempo che si interroghi sull’ipotesi che il giovanile fanatismo, dal quale evidentemente non è guarito, gli stia restituendo una rappresentazione rovesciata dei fatti della vita, e del loro valore. Un quadro che non ha nulla di politico, ma qualcosa di patologico.

 

“Le statistiche sulla sanità dicono che un americano su quattro soffre di qualche forma di malattia mentale. Pensa ai tuoi tre migliori amici. Se stanno bene, vuol dire che sei tu”.

Rita Mae Brown

strage etiopia

25 APRILE A METÀ
Radici del razzismo e scheletri negli armadi:
I Fantasmi del passato (VIII Parte)

Etiopia Debra Berhan – Egitto el Alamein: a volte ritornano, per singolo o doppio caso fortuito, i fantasmi del passato coloniale italiano.

Nel maggio 2006, il quotidiano La Repubblica ha pubblicato le foto e un’inchiesta del proprio inviato Paolo Rumiz Etiopia quella strage fascista (poi riproposto online nell’aprile 2018 da The Magazine Italia), che confermerebbero “le prove di un efferato crimine italiano in Etiopia, 70 anni dopo la proclamazione dell’Impero” e che rigetterebbero “luce sinistra su un conflitto che la nostra memoria ancora rimuove o traveste da scampagnata coloniale”.

Tutto comincia con un primo caso, grazie il ritrovamento da parte di un dottorando dell’università di Torino di un pacco di telegrammi dimenticati in un faldone dal titolo “Varie” presso l’archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito di Roma. Dentro, un manoscritto senza firma, una mappa, altri documenti di conferma e un contenuto agghiacciante. A riemergere dall’oblio del passato e dalla profondità delle grotte naturali presenti nell’area montuosa di Debra Berhan – 100km a nord di Addis Abeba, nell’alto Scioà – sarebbe la conferma di una strage avvenuta tra il 9 e l’11 aprile 1939.
In base a quanto scoperto dal ricercatore, nel luogo indicato dalla mappa e in quei giorni vennero fucilate dopo la resa o avvelenate con i gas più di mille uomini, donne, vecchi e bambini, componenti una carovana del reparto ‘salmerie’ dei partigiani di Abebè Aregai, leader del movimento di liberazione etiope, rifugiatisi nella grotta dopo essere stati individuati dall’aviazione e circondati da un numero soverchiante di militari italiani.

Il gruppo è in realtà composto in larga misura da fuggitivi, feriti, anziani, donne e bambini, parenti degli uomini in armi, che garantiscono la cura dei feriti e l’appoggio dei partigiani alla macchia e da alcuni combattenti guidati da Tesciommè Sciancut.
L’ordine del Duce è perentorio: stroncare la ribellione. Ma stavolta stanare i ribelli è impossibile, così il 9 aprile la grotta viene attaccata con bombe a gas d’ arsina e con la micidiale iprite nonostante l’Italia abbia firmato la messa al bando internazionale di queste armi letali sancita dalla Convenzione di Ginevra del 1928.

Dalle carte emergono dati incredibili.
Nella grotta il ‘bombardamento speciale’ sarebbe stato portato a termine dal ‘plotone chimico’ della divisione Granatieri di Savoia, da sempre ritenuta una delle più ’nobili’ delle nostre Forze Armate e si sarebbe svolta secondo strategie, procedure e fatti inenarrabili.

Il mio compito – scrisse nel suo diario il sergente maggiore Boaglio – era far scendere e scoppiare i bidoncini…nel punto di entrata della caverna, in modo da ypritare tutto il terreno, impedendo così a eventuali fuggitivi di cavarsela impunemente….”.

La notte successiva, una quindicina di ribelli armati avrebbe tentato una sortita riuscendo a scappare. Molti cadaveri vennero gettati fuori dalla grotta. Moltissimi si arresero all’alba del giorno 11. Ottocento persone, si legge nel documento, in quel mattino stesso vennero fucilate su preciso ordine dato dal Governo Generale, cioè o dal generale Ugo Cavallero o dallo stesso Amedeo di Savoia.

Ma non è finita. Dentro c’è chi resiste ancora – uomini, donne e animali – e i nostri chiedono i lanciafiamme per ‘bonificare’ l’antro, ramificatissimo.

I dettagliati telegrammi degli alti comandi sono istantanee dall’inferno. “Si prevede che fetore cadaveri et carogne impediscano portare at termine esplorazione caverna che in questo sarà ostruita facendo brillare mine. Accertati finora 800 cadaveri, uccisi altri sei ribelli. Risparmiate altre 12 donne et 9 bambini. Rinvenuti 16 fucili, munizioni et varie armi bianche”.

Le prove, schiaccianti, entrano nella tesi di dottorato ma mancano ancora i riscontri sul campo, così il ricercatore organizza una missione col supporto dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia e viene accompagnato dal giovane studioso etiope Johnatan Sahle.

La mappa trovata allo Stato maggiore consente di individuare facilmente la zona, a un giorno di macchina dalla Capitale, in un altipiano di grotte e punteggiato di chiese copte, attorno alla cittadina di Ankober, 2600 metri di quota, sulle valli dei fiumi Uancit e Beressà. E’ dai preti dei villaggi che arrivano le prime conferme (“non ottocento, ma migliaia di morti”) e l’indicazione delle strada giusta, fino al paesino di Zemerò, e poi – per altri 30 chilometri fuori pista – fino al villaggio di Zeret, una ventina di tukul in pietra e paglia, 180 metri a picco sopra la bocca dell’inferno.

Il nome della grotta dice già tutto: Amezegna Washa, antro dei ribelli. Sotto, il fiume Ambagenen, che vuol dire Fiume del Tiranno. All’imboccatura, lo stesso muretto protettivo descritto nei rapporti dell’esercito italiano.

armi chimcheDentro la grotta non c’ è più andato nessuno, da allora. Dentro, un labirinto, in parte impercorribile. Ma bastano i primi cento metri alla luce delle torce per dare conferme. “Ossa dappertutto – racconta il ricercatore – quattro teschi, di cui uno con addosso la pelle della schiena; proiettili, vestiti abbandonati, ceste per il trasporto delle granaglie”. E poi rocce annerite, forse dai bivacchi (ma era difficile che i ribelli accendessero fuochi il cui fumo li segnalasse all’aviazione italiana) o forse dai lanciafiamme. Gli italiani, raccontano i figli e i nipoti di chi vide, calarono verso l’imboccatura della grotta dei pesanti bidoni che poi furono fatti esplodere con i mortai. E ancora: chi non fu fucilato, fu buttato nel burrone sotto la grotta. “Fu colpa degli Ascari”, le truppe indigene inquadrate nell’esercito italiano, “è l’obiezione ricorrente di fronte ai massacri in Abissinia. Ma gli ascari non si muovevano mai senza l’ordine di un ufficiale bianco. La ferocia di queste repressioni era anche il segno dell’esasperazione dei fascisti di fronte alla resistenza degli etiopi. La rabbia per un controllo incompleto del territorio”.

Oltre all’autore della scoperta anche l’autore del reoprtage Paolo Rumiz pare non avere più dubbi sia sui fatti che sulle conclusioni da trarre e aggiunge: “No, il camerata Kappler non fu peggio di noi. Il governatore della regione di Gondar, Alessandro Pirzio Biroli, di rinomata famiglia di esploratori, fece buttare i capitribù nelle acque del Lago Tana con un masso legato al collo. Achille Starace ammazzava i prigionieri di persona in un sadico tiro al bersaglio, e poiché non soffrivano abbastanza, prima li feriva con un colpo ai testicoli. Fu quella la nostra ‘missione civilizzatrice’? L’ Africa per noi non fu solo strade e ferrovie. Fu anche il collaudo del razzismo finito poi nei forni di Birkenau. Negli stessi anni, un altro personaggio con la fama di ‘buono’ – Italo Balbo governatore della Libia – fece frustare in piazza gli ebrei che si rifiutavano di tenere aperta la bottega di sabato. Quanti perfidi depistaggi della coscienza”.

impero italianoC’ è bisogno di parlarne” – conclude Matteo Dominioni, l’autore della tragica scoperta in Etiopia – “il vuoto storico e morale da riempire è enorme”.
Tutto è cominciato così e così tutto continua per un secondo puro caso consecutivo, dal momento che lo stesso cognome, Dominioni, appartiene anche ad un altro ricercatore sul campo, Paolo Caccia Dominioni, conte di Sillavengo, il Sandgraf -Conte della Sabbia- come lo avevano soprannominato i generali tedeschi o il ‘samaritano del deserto’, cioè colui che percorse 30.000 chilometri nel corso di 355 ricognizioni che lo portarono a recuperare, riconoscere e raccogliere, ad uno ad uno, i resti dei suoi commilitoni caduti in Libia e in Egitto dopo oltre quattro mesi ininterrotti di attacchi e contrattacchi, offensive e controffensive, nel corso della più grande battaglia della seconda guerra mondiale combattuta in Africa, e che si concluse il 23 ottobre 1942 ad El Alamein, stabilendo la tragica fine dell’avventura coloniale italiana.

 

 

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Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è il curatore della rubrica Controinformazione. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE ci racconta senza censure l’altra faccia della luna,

italo balbo

25 APRILE A METÀ
Radici del razzismo e scheletri negli armadi:
fortuna, violenze e morte di Italo Balbo (VII Parte)

“Un’immensa voragine di sabbia”: così all’inizio del XX secolo, Gaetano Salvemini definì la Libia, quando ebbe inizio l’avventura coloniale italiana.
Qualche anno più tardi furono molti contadini italiani a non credere ai miraggi di quella terra promessa, che la propaganda fascista descriveva fertile, rigogliosa, “liberata” e pronta per essere coltivata. Mussolini, volle che fosse il gerarca Italo Balbo ad occuparsi della colonizzazione agricola della Libia, dopo averlo sollevato dall’incarico di Ministro dell’Aeronautica del Regno d’Italia e inviato in qualità di Governatore nel 1934.
Balbo dichiarò che avrebbe seguito le gloriose orme dei suoi predecessori e avviò una campagna nazionale che voleva portare due milioni di emigranti sulla Quarta Sponda Italiana del Mediterraneo. Ne arrivarono soltanto 31mila, ma furono un numero sufficiente da trincerare dietro un muro militare, costruito nel 1931 in Cirenaica, per contrastare la resistenza delle tribù beduine degli indipendentisti libici Senussi.
Quel muro, il muro italiano di Giarabub, è tuttora presente, visibile e in funzione. Oggi viene indicato, mantenuto e utilizzato come efficace barriera anti-immigrazione. Si ritiene cioè che trattenga il flusso migratorio clandestino diretto verso l’Italia attraverso il Mar Mediterraneo, impedendo di raggiungere i luoghi di imbarco più facilmente accessibili che si trovano sulla costa del Golfo di Sirte.
muro italiano di Giarabub

muro italiano di Giarabub
Il muro italiano di Giarabub. 1931 (Libia)

Il muro italiano in Libia si presenta come una doppia linea di recinzione metallica lunga 270 chilometri, larga quattro metri, alta tre, visibilmente malandata ma resa insuperabile da chilometri di matasse di filo spinato che si srotolano dalle regioni a ridosso del porto di Bardia, lungo le sterpaglie desolate della Marmarica, fino a perdersi nel Grande Mare di Sabbia del Deserto Libico.
Questa grande opera venne commissionata alla Società Italiana Costruzioni e Lavori Pubblici di Roma, che la realizzò in sei mesi, dal 15 aprile al 5 settembre 1931, ad un costo complessivo di circa venti milioni di lire, impegnando nella costruzione 2.500 indigeni sorvegliati da 1.200 soldati e carabinieri, lungo un percorso totalmente privo di strade e di risorse idriche.
Il reticolato di filo spinato è sostenuto da paletti di ferro con base in calcestruzzo, vigilato dai ruderi fatiscenti di tre ridotte e sei ridottini. Lungo il suo percorso venero costruiti tre campi d’aviazione, una linea telefonica, vennero utilizzati 270 milioni di paletti di ferro e ventimila quintali di cemento.

Non potendo che apparire come ben piccola cosa di fronte all’immensità del paesaggio che la ospita, la presenza di questo muro colpisce perché oltre ad essere nel deserto, è deserto. Il compito di sorveglianza e controllo è sempre stato principalmente garantito dall’innesco di migliaia di mine antiuomo, cioè armi automatiche che esplodono e uccidono selettivamente, tutte le volte che vengono attivate da presenze umane.
Per un certo periodo, va però detto che fu oggetto di ricognizioni aeree sistematiche che venivano audacemente condotte, oltre che dai piloti dell’Aeronautica Militare, anche e direttamente dal loro capo supremo e Maresciallo dell’Aria Italo Balbo.
Oltre al muro, Balbo continuò a mantenere in vita quello che era stato fatto prima e qui negli anni precedenti: missioni e bombardamenti aerei.
E le derivazioni dei trimotori Savoia Marchetti usati da Balbo nelle transvolate atlantiche divennero caccia bombardieri siluranti chiamati Sparvieri, che continuarono ad essere utilizzati contro un’etnia composta da famiglie di pastori nomadi o seminomadi considerati ribelli, in bombardamenti incendiari e tossici.
Nei sei anni che Balbo visse e volò in Libia lo Sparviero abbatté tutti i record e tutti i primati di volo civile, velocità, trasporto, durata, distanza.
Poi il salto di qualità e da civile divenne un aereo militare: nella versione militare S.79K, il primo impiego operativo di 99 veivoli di questo tipo avvenne con l’intervento italiano nella guerra civile spagnola come “Aviazione Legionaria” e il 26 aprile 1937, tre S.M.79 dell’Aviazione Legionaria presero parte al bombardamento della cittadina basca di Guernica, un’incursione aerea compiuta (sotto il nome in codice di Operazione Rügen) in cooperazione con la Legione Condor nazista, che colpì nottetempo la popolazione civile inerme e ispirò il celeberrimo dipinto di Pablo Picasso.

L’allontanamento dal Ministero aveva eliminato Balbo dal centro del sistema di sviluppo industriale dell’Aeronautica, per cui lui, dopo esserne stato il motore e l’immagine, si ritrovò ad occuparne il ruolo di fantasma dell’opera in corso.
Sette anni prima era alla guida di imprese di voli transatlantici: il primo nel 1930 da Orbetello a Rio de Janeiro; il secondo tre anni dopo, da Orbetello a Chicago. Questa seconda crociera atlantica, organizzata per celebrare il decennale della Regia Aeronautica Militare Italiana nell’ambito dell’Esposizione Universale Century of Progress che si tenne a Chicago tra il 1933 e il 1934, lo aveva coperto di gloria.
Il governatore dell’Illinois e il sindaco della città di Chicago riservarono ai trasvolatori un’accoglienza trionfale: a Balbo venne intitolata una strada, tutt’oggi esistente, e i Sioux presenti all’Esposizione lo nominarono capo indiano, con il nome di Capo Aquila Volante. Il volo di ritorno proseguì per New York, dove il presidente Roosevelt organizzò, in onore agli equipaggi della flotta di 25 idrotransvolanti italiani, una grande street parade. Italo Balbo fu così il secondo italiano, dopo Diaz, ad essere pubblicamente acclamato per le strade di New York.
Gli esaltatori delle trasvolate atlantiche non mancano di citare ogni tipo di manifestazione organizzata a Chicago in onore del grande pilota: chissà perché omettono sempre di citare lo striscione che recitava “Balbo, don Minzoni ti saluta” e che commemorava il suo precedente onore acquisito come pioniere omicida dello squadrismo fascista.

Italo Balbo diario 1922Là, in Italia, partendo dalle valli del delta padano, aveva visto portare a compimento grandi opere di bonifiche che strapparono alle acque nuove terre da coltivare e nuove forme di diritti sindacali da reprimere grazie alla ”esaltazione della violenza come il metodo più rapido e definitivo per raggiungere il fine rivoluzionario”(Italo Balbo, Diario 1922, Mondadori).
Sempre là, nella bassa provincia Ferrarese, aveva inaugurato la strategia criminale delle esecuzioni mirate come responsabile diretto, morale e politico dei due omicidi premeditati, da lui considerati ’bastonate di stile’, che significavano frattura del cranio, somministrate al sindacalista Natale Gaiba e al sacerdote don Giovanni Minzoni.
Natale Gaiba venne assassinato per vendicare l’offesa, compiuta quando il sindacalista argentano era assessore del Comune di Argenta, di aver fatto sequestrare l’ammasso di grano del Molino Moretti, imboscato illegalmente per farne salire il prezzo, venisse strappato ai latifondisti agrari e restituito al popolo che lo aveva prodotto coltivando la terra, ridotto alla fame.
don minzoniDon Minzoni, parroco di Argenta, venne assassinato dai fascisti locali: Balbo non volle ammettere che fossero stati individuati e arrestati coloro che organizzarono l’assassinio e intervenne in molti modi, anche con la costante presenza in aula, per condizionare lo svolgimento e il risultato sia delle indagini che del processo penale, garantendo l’impunità del crimine.
Più infame ancora dell’appoggio politico e morale agli assassini, la diceria che don Minzoni fosse rimasto vittima di una ‘questione di donne’ e avesse un’amante, ignobile falsità costruita a partire da una colletta fatta dal parroco per consentire a una contadina di andare a nozze con un vestito degno: calunnia propagata anche dalle pagine del Corriere Padano, il quotidiano fondato da Balbo che chiamò Nello Quilici a dirigere immediatamente dopo che quest’ultimo, in qualità di caporedattore del Corriere Italiano, venne coinvolto a Roma nell’ambito delle indagini sul rapimento e omicidio dell’on. Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario.

Qui, in Libia, Italo Balbo trovò condizioni esattamente contrarie e non riuscì a trovare, nemmeno con la forza, l’acqua sufficiente da donare alla terra di quei pochi coloni veneti e della bassa ferrarese, disperati e poverissimi, che, sotto l’enfasi propagandistica del regime, lo avevano raggiunto, si erano rimboccati le maniche e si erano illusi di rendere verde il deserto.
Fu sempre qui, in Libia, che Balbo, per tragica ironia della sorte o per fatale coincidenza, precipitò realmente in una voragine di sabbia e trovò la morte, colpito dal fuoco amico della artiglieria contraerea italiana.
Non fu peraltro l’unico ferrarese a rimanere vittima e protagonista di questo oscuro episodio avvenuto il 28 giugno 1940 nei cieli e sul suolo di Tobruk agli inizi della Seconda Guerra Mondiale. Con un ennesimo tributo di sangue vanamente versato qui, sulla sconfinata superficie libica, dove un muro difensivo alto pochi metri, è il beffardo simbolo di una torre di Babele che avrebbe dovuto innalzarsi fino in cielo, assieme a lui persero la vita anche i suoi più cari parenti e fidati collaboratori.

Evidentemente, mentre lui seguiva le orme dei grandi colonizzatori italiani, qualcos’altro stava seguendo le sue tracce, poiché la responsabilità storica di quanto avvenuto per sbaglio, come tragico errore e incidente di guerra, venne assunta in prima persona da un capo pezzo del 202 Reggimento di Artiglieria, che ammise di aver sparato raffiche di artiglieria contraerea all’indirizzo del trimotore Savoia Marchetti 79 pilotato dal suo comandante supremo nonché concittadino Italo Balbo, essendo significativamente pure lui, Claudio Marzola, 20enne, un ferrarese purosangue.
I colpi letali partirono da una delle tre mitragliatrici da 20 mm in dotazione a un Incrociatore Corazzato della Marina Regia che permaneva in rada semiaffondato e a scopo difensivo antiaereo, varato con lo stesso nome del santo patrono della città di Ferrara: San Giorgio.
Al momento del varo, avvenuto a Genova nel 1911, il motto dell’Incrociatore San Giorgio fu “Tutor et ultor” e a partire dal suo impiego nel primo e nel secondo conflitto mondiale venne cambiato in “Protector et vindicator” (Difensore e vendicatore).

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Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è il curatore della rubrica Controinformazione. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE ci racconta senza censure l’altra faccia della luna,

CANGIASCUTMÁI: LA CITTA INVIVIBILE

 

Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: EnochBabiloniaYahooButuaBrave New World.

E Polo: Puoi aggiungere Cangiascutmai, la città che cambia nickname, la città Camàlea. Da rossa che si fa faticosamente all’inizio del secolo XX, in armonia con i mattoni delle sue case, si fa nera in un batter d’occhio – e di legnate – per oltre un ventennio, per tornare rossa. Da poco è nuovamente nera. I cittadini si bastonano da sé, con pesanti schede elettorali. Si è detta Bicicléta, il solo mezzo di trasporto che può portare al socialismo. Fa procedere alla giusta velocità, trasporta pesi incredibili, accompagna, in luogo del bastone, il passo che con gli anni si fa insicuro. Ora è Màkina: tutti in auto, i pedoni sono automobilisti provvisoriamente appiedati. L’auto segna il passaggio all’età adulta, spesso anche quella a miglior vita e lo stesso concepimento. Qualche parte della città ne era faticosamente risparmiata. Ora non più da nessun mezzo, per quanto ingombrante. Occorrono però interventi radicali per trasformarla nella mitica Tiro, la città dei TIR, come pure si vorrebbe. E’ detta pure Nèbia, Calìgo la dicono i visitatori goranti, Fumàna, i quasi mantovani. È indescrivibile perché non si vede niente. Lo spasso consiste nell’appoggiarsi al muretto – circonda il fossato del grande Castello, al centro della città – e dire “Vedi che non si vede. Si taglia con il coltello. Ci puoi appoggiare la bicicletta…”.

Pandèmia è un nome che condivide con altre. Si sta molto in casa. Balli e canti dai balconi sono cessati. Si esce mascherati e con i guanti, per non lasciare impronte. E’ pure detta Sgàrbia, da un mecenate generoso con i soldi di tutti. Invita gli amici a prendere posti di rilievo in città. Sono spesso persone stimate nei campi loro. Al suo tocco si trasformano. Una sorta di re Mida al contrario, lo si direbbe. I suoi ammiratori si salutano dicendosi “Capra”, “Capra”. Bàlbia è uno scutmai che pure si sente. Onora un grande trasvolatore, caro al mecenate esteta, forse perché raccomanda A quel prete dategli delle bastonate di stile. Ed era solo un prete di campagna. Naòma è nome popolare. Non so se il Naomo locale – taluno lo vede bene emulo di Pietro Gonnella – abbia preso lo scutmài da un personaggio del comico Panariello, abituato a umiliare i suoi interlocutori. Le sue gesta sono molte e quasi leggenda. Noto solo che sia Panariello che Gonnella sono un dono della città di Fiorenza, alla quale Cangiascutmài ha dato Savonarola e il più noto degli Aldighieri.

Fòbia, pessimo: ama il nero, ma non il negro, soprattutto se nigeriano. Ha soppiantato, nel rigetto, il sempreverde zingaro e l’albanese, che ha ultimato la sua breve stagione. La Nigeria, leggo, prende il suo nome dal fiume Niger. Questo non deriverebbe dal latino niger ma dal portoghese negro preto, che vogliono dire appunto nero. È la differenza tra la zuppa e il pan bagnato. Ma se sono portoghesi si spiegherebbe l’aspirazione – proclamata a gran voce dai fobici – di condividere il nostro benessere senza pagare. Mi piace di più che il nome derivi dal Tuareg gber-n-igheren, ‘il fiume dei fiumi’, abbreviato in ngher, un nome locale utilizzato lungo il medio corso nei pressi di Timbuctù”. E, aggiungo, lungo il Po: negher, nègar.

Pentàgona per la forma benaugurante della città, ispirata agli studi del grande Pellegrino Prisciani. Molto ci sarebbe da dire, Gran Kan, a questo proposito. Forse sarebbe la risposta alle domande sullo scopo dei miei viaggi: rivivere il passato, ritrovare il futuro. Così la città può farsi Tetràgona, pur restando Pentàgona. Non si restringe al quadrandolo del castrum, che l’ha generata. Si fa ferma, costante, resistente a ogni urto e contrarietà; irremovibile di fronte alle odierne sciagure. Lo dice un suo figlio, che ha avuto altrove fortuna, avvegna ch’io mi senta Ben tetragono ai colpi di ventura. Allora, Gran Kan, non sarà più tra le città minacciose e maledette.

Cover: Ferrara, corso Ercole d’Este in una notte di nebbia – Foto Beniamino Marino

ITALO BALBO TRASVOLATORE IN MOSTRA:
la storia ridotta ad agiografia

Spiace, ma ahimè non sorprende, riscontrare una continuità di scelte e di temi fra la passata amministrazione di centro sinistra, guidata dal sindaco Tagliani, e quella attuale di centro destra retta da Alan Fabbri. Molti potrebbero essere gli esempi; mi limito a riproporre un argomento che non dovrebbe essere motivo di discussione, ma che invece continua ad essere tristemente attuale.

Nel 2013 l’Amministrazione Comunale bandì un premio, intitolato Riconoscimento Quilici, con l’intento di valorizzare e proporre come modello ai giovani ricercatori la figura di un antisemita esaltatore e propugnatore delle leggi razziali. Lo strumento fu l’Istituto di Storia Contemporanea, che avvallò con la sua autorevolezza scientifica una scelta che si poteva solo condannare.

Lo stesso Istituto si presta, ancora una volta, a giustificare e a promuovere la annunciata esposizione dedicata ad Italo Balbo trasvolatore.

L’operazione è sofisticata: si astrae un singolo episodio dalla carriera di un violento organizzatore dei fasci, responsabile, nelle nostre campagne, di distruzioni, incendi, assassinii, gerarca fascista e uomo del regime: se ne esalta la positività e si lascia che questa faccia opinione e contribuisca a quella opera di revisione del giudizio morale che non può essere accettata.

Nessuno vuole chiudere o impedire la ricerca storica, ma questa si fa non con esposizioni agiografiche, a partire dal tema, costruite con il materiale fornito dalla famiglia, ma con la ricerca, con convegni, con pubblicazioni che collocano i singoli episodi all’interno di un contesto. Lo attesta l’ampia bibliografia esistente.

Italo Balbo non ebbe il coraggio di dissociarsi pubblicamente dalla promulgazione delle leggi razziali e ne fu oggettivamente complice; tanto più grave la sua adesione in quanto, personalmente, non era antisemita come testimonia la amicizia con il Podestà Ravenna. Riproporne la figura in  termini positivi senza che le istituzioni vogliano rendersi conto del significato eversivo della proposta, senza che vi sia pubblico e diffuso dissenso, è triste segno di tempi che non fanno bene sperare, che si prospettano poco civili.

Cover: Tratto da Wikipedia commons: Monumento aos Heróis da Travessia do Atlântico , de Ottone Zorlini (1891-1967), em São Paulo, Brasile – fundo editado (sfondo modificato)

IL SASSO NELLO STAGNO
ANZI, NELLA FOSSA (DELLA SINISTRA)

Ho scoperto per caso questa lunga Lettera Aperta nella pagina Fb (data: 9 maggio) di Franco Ferioli, un amico che non vedevo e non sentivo da anni. Che stimo come un tipo di grande creatività, una persona (ed è questo che qui interessa) che coltiva con ostinazione l’esercizio del pensiero libero: esattamente quell’attitudine dello spirito che fa di lui, nel gergo sprezzante di certi politici di professione o vocazione, ‘un cane sciolto’.
Per la medesima ragione, e nonostante il suo articolo chiami fastidiosamente in causa anche il sottoscritto, ho chiesto a Franco se potevo pubblicare su Ferraraitalia le sue ‘considerazioni di un impolitico’. Che invece è un’analisi politica allo stato puro. Senza veli o giri di parole, prendendosi il rischio di giudizi ruvidi e col coraggio di mettere per iscritto nomi e cognomi. In fondo, la stessa idea balzana di quel ragazzaccio che al passaggio del sovrano si è messo a gridare “Il Re è NUDO”.
Non condivido tutte le cose che scrive Franco. Su molte la penso come lui. Ma questo è meno importante, ci sarà il tempo per discuterne. Quel che è sicuro è che Il Re (la Sinistra) è drammaticamente nudo/a. A Ferrara più che altrove. E che da oggi, da questo Anno Zero, non si uscirà, non si potrà mai uscire, non si potrà mai battere la Destra, con gli stessi programmi, le stesse alchimie, gli stessi balletti, le stesse mediazioni, le stesse facce di sempre.
Serviranno le “riflessioni indigeste” di Franco Ferioli? Non lo so, io me lo auguro. Mi danno l’idea di un sassone da macero (in ferrarese: ‘na masègna) che finisce con un gran tonfo in mezzo alla Fossa del Castello provocando un locale maremoto. Se così fosse, per una stagnante Sinistra sarebbe tutta salute.
Infine un invito, un caldo consiglio a chi (ai molti, ai tanti) che nelle righe seguenti si vedranno attaccati. Offendersi, peggio ancora arrabbiarsi, non solo non porta a nulla, ma è segno inconfondibile di poca intelligenza. Le provocazioni – anche così possono esser lette le parole di Franco Ferioli – a due cose possono servire. A riflettere. E a migliorarsi.
(Effe Emme)

di Franco Ferioli

Proposta di lettura di un manifesto contenente notizie e riflessioni di pubblico interesse ferrarese – che, avviso importante, potrebbero risultare indigeste – di un apneista del voto del meno peggio in assetto costante (occhi chiusi e naso tappato).

Invogliato da un articolo di Francesco Monini apparso su Ferraraitalia e riportato sulla sua pagina Facebook nel quale si invitava a proseguire pubblicamente l’analisi del voto regionale e i risultati raggiunti dalla Lista E.R. Coraggiosa Ecologista e Progressista, ho deciso di aderire partecipando al primo incontro e non mi sono per niente sentito rappresentato o rassicurato di aver fatto la scelta giusta nel votarla anch’io. Anzi, credo di essermene pentito.

Speravo che l’analisi del voto proseguisse collettivamente con la stessa apprezzabile lucidità con cui Francesco l’aveva iniziata e impostata, speravo che da quell’analisi ne potesse seguire una programmazione, insomma, per dirla in politichese, ho creduto che lo scopo dell’incontro fosse quello di compiere un’analisi programmatica del voto. Invece ho partecipato a una ‘festa di vincitori’ dove l’unico a sentirsi sconfitto sono stato io.
Che bello che sarebbe stato, per me, se qualcuno si fosse alzato e avesse detto non abbiamo vinto niente e continueremo a perdere fino a quando non ci renderemo conto di quali sono i motivi, al di là dei meriti organizzativi e degli impegni profusi, che hanno portato 2.227 persone a votare in questa direzione. Come avrei voluto sentir dire:  abbiamo perso e continueremo a perdere fino a quando non capiremo da parte di chi siano arrivati i voti e cosa abbia spinto a votare un’alta percentuale in più di elettori che in precedenza ha fatto vincere la Lega quando la stessa percentuale era in meno…Che bello che sarebbe stato se qualcuno avesse detto: si potrà vincere solo se riusciremo a mettere in campo filosofie e pratiche politiche che siano non solo alternative ma completamente differenti e opposte alle altre.

A dominare la scena e a strappare gli applausi per primi, sono stati gli esponenti degli ex Verdi: erano forse seduti lì per dare nuove esemplari risposte ai ferraresi e utili consigli agli emiliani dopo che per decenni hanno non solo ignorato, ma anche impedito ogni domanda degli altri ambientalisti imponendo la scelta della centrale a turbogas e degli inceneritori come la migliore delle soluzioni per produrre energia sul nostro territorio dal momento che loro, più alcuni consulenti esterni presenti in sala, erano gli unici entro le Mura autorizzati scientificamente a sapere cosa fossero davvero le emissioni di micropolveri sottili e i soli in grado di giudicarle inoffensive e tollerabili per la salute pubblica?
Per parlare oggi e domani di ambiente e inquinamento e per porre mano all’ambizioso Patto per il Clima che prevede zero emissioni di Co2 entro il 2050 e 100% di energie rinnovabili entro il 2035, bisognerà pertanto continuare a fare scienza con coscienza in quel modo e divenire scienziati come hanno dimostrato di essere stati loro? [leggere Qui] [e Qui] [e anche Qui]
Quanti saranno stati i giovani ambientalisti che hanno espresso la loro preferenza elettorale per la Lista Emilia Romagna Coraggiosa, Ecologista e Progressista che pone i problemi legati al cambiamento climatico in testa alle priorità e in seconda linea sul proprio stemma? Tra la gente intervenuta e presente in sala, non era presente nessun giovane al di sotto dei 35-40 anni. Nessun giovane, nessun neo-votante, nessun neo-cittadino italiano di origine straniera.

L’unico accento straniero di matrice anglosassone, è stato quello di Robert Elliot referente dell’Associazione Cittadini del Mondo, che strappa l’applauso dopo essere brevemente intervenuto per richiedere tempestività nell’affrontare il post elezioni con volontà, determinazione e idee chiare.
Nessuno straniero, nessuno zingaro, nessun Rom, nessun Sinti, nessun emigrato, immigrato, migrante, profugo, rifugiato, richiedente asilo, clandestino, presente in una riunione tenutasi in pieno Quartiere Giardino, Zona GAD, tra una ronda e l’altra della camionetta dell’Esercito Operazione Strade Pulite.Nessuna donna africana, nessuna donna araba, orientale, esteuropea, nessuna badante, nessuna infermiera, nessuna studentessa, ma, per fortuna, molte donne ferraresi intervenute per chiedere operatività, programmi, contenuti e dimostrando che la matrice della lista è indubbiamente autoreferenziale ma, evviva, sicuramente femminista.

Il terzo applauso, forse il più meritato, se non altro per la simpatia espressa da un signore anziano, esponente e sostenitore del PD di cui non ho afferrato il nome, che si appella all’unità della sinistra. In maniera piacevolmente spontanea e apparentemente ingenua informa l’assemblea che lui si riconosce nella Lista Coraggiosa e che tra forze di sinistra la cosa più importante dovrebbe essere quella di mantenere l’unità.
Ma il problema rimane lo stesso e semmai i termini sarebbero da capovolgere: per me e forse per molti altri (?), la difficoltà consiste esattamente nel sentirsi di sinistra e di riconoscersi nel PD e probabilmente, oltre a me, sono stati molti altri (?) a votare questa lista pur di non votare direttamente proprio il PD. E probabilmente sono stati in molti anche a votare PD solo come voto di sbarramento, per mancanza di offerte politiche migliori, per antifascismo e solo per non far vincere la Lega.

Ho battuto anche io le mani, per gratitudine: questo simpatico compagno mi ha fatto alleviare il pesante ricordo di essermi persino trovato in passato costretto a votare Dario Franceschini pur di non votare Berlusconi e di rimuovere il vero e proprio incubo di essermi presentato in una lista civica che ha appoggiato Gaetano Sateriale fino a sette giorni dopo la sua avvenuta elezione a sindaco. Nel primo caso si trattava di questioni tecniche legate al sistema rappresentativo, nella seconda all’appartenenza di una nuova forma di pratica pollitica in città: sissì, proprio con due elle, come la pollitica-becchime da destinare a poveri polli d’allevamento destinati al girarrosto dopo averli imbottiti di antibiotici e luci artificiali.[leggi Qui]

I record no limits di profondità abissale da me raggiunti come apneista del voto del meno peggio in assetto costante (occhi chiusi e naso tappato) avrebbero dovuto insegnarmi qualcosa: sono doppiamente grato a quel vecchio compagno perché mi rendo conto di quanto io continui ad essere molto più sprovveduto e ingenuo di lui. Avrei dovuto insospettirmi: in una sala popolata da numerosi trionfanti fantasmi di sé stessi non avrei dovuto stupirmi nel vedere entrare vittoriosa anche la vecchia padrona di casa perché la strategia politica della signora Roberta Fusari a capo della Lista Azione Civica e della mini pletora di altre listarelle collegate per sostenere uno spacciato e dato per disperso Aldo Modonesi come sindaco, per me è una storia che oltre che inutile trovo allarmante come il suono di una sirena della croce rossa che si ferma sotto casa.

Mi sono alzato e sono uscito: mai nessuno, tantomeno io, se la sentirebbe di sparare sulle crocerossine impegnate ad assistere i soldati nelle guerre perse in partenza o colpiti da fuoco amico.
Me ne sono andato ma con la coscienza a posto: più o meno per gli stessi motivi di sempre non ho votato lei ma il candidato della sua lista Federico Varese quando per me ha rappresentato l’unica possibilità di non votare Lega e neanche, perlomeno direttamente, il PD.
Ho votato Federico come avrei potuto votare uno dei tanti altri aspiranti martiri, come Maria Ziosi o Simone Diegoli, chiamati in ritardo a individuare ed esprimere quel qualcosa di sinistra che ha reso muti ciechi e sordi i becchini in carica mentre scavavano con le proprie mani le fosse comuni della sinistra ferrarese e quelle comunali dei propri incarichi.

Se la componente ferrarese della lista Emilia Romagna Coraggiosa è uscita per partenogenesi dalla scapola sinistra della Lista Azione Civica, ha davvero un gran coraggio nel proporsi e propinarsi come vincente, festante e innovativa e ha anche un gran coraggio nel pensare di essere in grado di rispondere alle aspettative di sinistra, ecologiste e progressiste riposte nel voto senza trovare urgentemente una nuova linea e identificare nuovi programmi e nuovi candidati.
Non che il mio giudizio conti qualcosa di più della provocazione di una lettera, ma a mio modo di vedere e di capire c’è solo un modo di porsi per combattere sia la violenza espressa dalla forma di autoritarismo e di ricatto assunta dall’attuale amministrazione di destra, sia l’arroganza, la distanza e la presupponenza espressa da quelle precedenti di sinistra.
Con questi tipi di violenza c’è solo un modo per combattere: non una violenza pari e contraria, ma una non-violenza, che disciplini prima di tutto una filosofia politica basilare, fondante e permeante. Per questo dico e chiedo Daniele Lugli Sindaco Subito e Marco Bianchi Vice.

Oppure chiedo: Ma tu chi vorresti Sindaco?
E’ così difficile partire da zero, iniziare dal basso e chiederselo, anche solo per gioco o per provocazione? E non è così che si potrebbe fare per capire qualcosa di utile e urgente per molti, se non per moltissimi?

E a voi Francesco Monini, David Cambioli, Federico Varese, che potreste contribuire a garantire e consolidare un programma veramente innovativo mi vien da chiedere: state in disparte per libera scelta, perché non ne avete tempo e voglia, perché nessuno ve lo ha ancora chiesto, o perché la Lista Civica e la Lista Coraggiosa sono contenitori colmi solo di personalità politiche e ideologie riciclate destinate all’autodistruzione contro il muro di gomma shackespeariano dell’”essere o non essere PD?
Nel mio specifico caso il mio voto riflette un atteggiamento di rifiuto, rifiuto della Lega, rifiuto del PD, non di adesione o appartenenza politica a una lista fiancheggiatrice di quest’ultimo e non credo di essere stato l’unico a votare questa lista usando la matita con la tecnica surrealista della scrittura automatica e ad avere quella come unica scelta per non votare destra, non votare Pd e sperare di votare per qualcosa appartenente alla sinistra che rimane tra le righe della scheda o schiacciato sotto il peso dei risultati dell’urna.

Del programma, dei candidati, della campagna elettorale, della lista che ho votato non sapevo praticamente nulla. Un voto alla meno peggio, un voto senza vuoto a rendere, come una cambiale firmata in bianco pur di contrastare qualcuno e qualcosa che è divenuto a pari merito inaccettabile e insopportabile come le due facce della stessa medaglia politica attuale.

Secondo me a vincere le elezioni sono state le elezioni e le loro eccezioni: i veri vincitori sono stati quel + 30% di votanti rispetto alle precedenti. La Lista E.R. Coraggiosa ha vinto un giro gratis in giostra dopo essere riuscita a strappare la coda alla scimmietta e a tirare la corda del dissenso dei senza patria e identità di una sinistra desaparecida, fatta a pezzi e gettata in pasto ai pescecani e ora nel pugno chiuso ha solo la catenella dello sciacquone.

Gli stessi motivi che hanno portato ieri molte delle 22.000 persone a votare la jolly Elly Schlein, saranno gli stessi che potrebbero portare 22.000 persone a votare tra cinque anni per una nuova lista analoga che svolga le stesse funzioni o che le reindurranno a rimanersene chiuse in casa col televisore e il telefonino spento lasciando di nuovo vincere i partiti della peggiore destra di ogni tempo.
La Lista Civica ha invece vinto l’ultimo giro di walzer degli ideali di sinistra sulla scena politica ferrarese prima che venisse chiusa la balera, licenziata l’orchestra e buttata fuori la finestra dalla finestra.

Se non verranno immediatamente individuate nuove filosofie e nuove pratiche politiche che raccolgano i valori sociali, socializzanti e socialisti della sinistra, cancellati da coloro che sono corsi fuori dal palazzo a cercarli e a reclamarli dagli altri solo quando sapevano che erano già stati da loro stessi irrimediabilmente ignorati, mistificati e buttati nell’indifferenziata… se l’unica funzione politica ammissibile continuerà ad essere quella di continuare a soccorrere questa tipologia di oppositori del regime e di continuare a confortare e rifocillare di voti collegati e paralleli questa armata brancaleone di consiglieri doverosamente divenuti di minoranza… inutile sarà tirare la catena di un wc autopulente.

O dovrei lasciarmi convincere che a vincere sono stati tutti? E anch’io?
La Lega ha vinto continuando a vincere nella nostra provincia e in Calabria; il PD ha vinto perché non ha perso la roccaforte Emiliano-Romagnola: Berlusconi, la Meloni e Sgarbi non perderanno mai per diritto divino acquisito alla vittoria: nemmeno una sentenza della commissione antimafia è riuscita a far perdere qualcosa in città a qualcuno come Mauro Malaguti.
Quindi a vincere sono stati tutti? Paradossalmente anche chi non si è presentato affatto, come il Movimento delle Sardine che anche tutti gli altri partiti,  oltre al PD, dovrebbero ringraziare di non averlo fatto?
Che nessuno trovi poi il coraggio di dire che a perdere è stato solo il M5S, dal momento che è ancora al governo ed è sempre e solo stato un movimento perlopiù virtuale, digitale e avanguardista che quindi non ha mai avuto niente da perdere come partito politico tradizionale.

Nel frattempo noi Ferraresi Civici ed Emiliani Coraggiosi vincitori continueremo a brindare, con le mascherine, al Bar Korowa davanti agli insuccessi televisivi di Fabbri, Lodi e Solaroli su La Sette, mentre la setta Cavallini-Sgarbi si è impadronita delle sale espositive del Castello Estense come proprio scantinato, salotto e galleria d’arte… stapperemo champagne al chiosco di via Poledrelli conosciuto dai più come ‘da Hitler’ quando Vittorio Sgarbi inaugurerà due mostre per oltraggiare il significato dell’arte di Banksy e il significato del lavoro di Franco Farina al Palazzo dei Diamanti e per riabilitare la grande figura morale di Italo Balbo magari al MEIS… e punteremo i colli di bottiglia contro i suicide bombers della sinistra all’opposizione in Consiglio Comunale che, anziché minacciare di nuovo di abbandonare fisicamente e inutilmente l’aula per qualche minuto e di qualche metro, avrebbero dovuto abbandonarla eticamente per sempre il giorno dopo i risultati delle elezioni con le quali hanno regalato la città nelle ruvide mani e forti braccia tese della ‘peggiore destra ferrarese di  utti i tempi’, come l’ha definita Aldo Modonesi in campagna elettorale.

Peggiore di quella composta da squadre di picchiatori fascisti in camicia nera che ammazzavano di botte, di deportazioni e fucilate sacerdoti, ebrei e comunisti un attimo prima di partire per compiere eroiche trasvolate atlantiche o pericolosissime e audaci missioni di bombardamenti aerei in Libia?
I fascisti ferraresi di oggi contro cui combattere sono profeti in patria e profeti di loro stessi, legittimati dai governanti precedenti e dai non votanti di sinistra: giusti o sbagliati che siano, sono loro stessi a insegnarci che per eliminarli in futuro servirà buona mira.

Quelli di ieri sono stati profeti all’estero e profeti di sventura, per eliminarli ci è stato detto dalla storia che è bastata la mira giusta e un colpo di artiglieria antiaerea partito (guardacaso, solo per tragico errore). Quelli di oggi si limiteranno a imbucare e ad autospedirsi un pacco con dentro il proiettile che nessun ferrarese è disposto a sprecare per loro o saranno costretti a farsi autorecapitare lo stesso micidiale cannone della seconda guerra mondiale in dotazione al mitragliere ferrarese impegnato in Cirenaica ad abbattere l’aereo di Italo Balbo con il suo entourage di giornalisti padani?

La Ferrara dell’altro ieri, la Ferrara di ieri e la Ferrara di oggi: è già troppo tardi per chiedersi che forma prenderà la politica di sinistra per diffondersi nel coprifuoco imposto anche dalle azioni mirate a limitare il diffondersi del corona virus Covid-19?
Inchiostro su carta? Email? Post sulle pagine Fb degli amici degli amici mai visti ne’ incontrati? Piccioni viaggiatori?

Cover: foto di Beniamino Marino (maggio 2020)

MEMORABILE
Italo Balbo e Nello Quilici. Le leggi razziali

In ‘Italo balbo e Nello Quilici. Le leggi razziali’ dello storico Alessandro Roveri, edito in formato ebook da Tiemme Edizioni Digitali (www.tiemme.onweb.it) e dedicato agli anni Trenta del Novecento, al lettore sono presentati uomini ed eventi di grande rilevanza nazionale: il “migliore” Italo Balbo, ostile all’antisemitismo e all’alleanza italo-tedesca di Mussolini; il fallito tentativo di Mussolini di mettere Nello Quilici contro l’amico Balbo, nonostante l’obbligo, imposto al primo, di esaltare le leggi razziali; l’amicizia tra il fascista Quilici e l’antifascista Francesco Viviani, martire della Resistenza; la “grande illusione” del fascismo di sinistra, capeggiato dal tresigallese (Tresigallo, FE) Edmondo Rossoni.

MEMORABILE
Italo Balbo, una vita ribelle

Ci pensa Tiemme Edizioni (www.tiemme.onweb.it) a rendere finalmente disponibile in versione ebook uno studio completo ed esaustivo su una delle più controverse figure ferraresi del Novecento, con la pubblicazione di ‘Italo Balbo. Una vita ribelle’ (già reperibile su Amazon), di Learco Maietti e Riccardo Roversi. Chi era il vero Italo Balbo? A distanza di tanti anni dalla sua morte, tragica e insieme beffarda nonché ancora avvolta nel mistero, questo libro riporta scrupolosamente e meticolosamente l’autentica storia del ferrarese di Quartesana, i caratteri della sua evoluzione politica e maturazione umana. Da ras squadrista a ministro dell’Aeronautica, da devoto a Mussolini a fomentatore di un suo rovesciamento, da Maresciallo dell’Aria a Governatore della Libia. Un personaggio popolare e discusso, contraddittorio e imprevedibile, scomodo e temuto, amato e odiato. Con una nota di apertura di Roberto Guerra e in appendice il famoso Dialogo immaginario con Italo Balbo.

Nato a Ferrara e laureato in Sociologia, Learco Maietti (1936-2005) ha trascorso una vita nel mondo bancario. Dopo la plaquette Il Ferrarese di Quartesana e i suoi tempi, ha pubblicato Italo Balbo. Un uomo scomodo (due edizioni: 2000 e 2016).
Riccardo Roversi è nato a Ferrara, dove si è laureato in Lettere e vive tuttora. Giornalista, ha pubblicato numerosi libri: poesia, teatro, saggistica, narrativa. La sua bibliografia è consultabile nel sito: www.riccardoroversi.onweb.it.

Il Fondo “Balbo” e il mistero di un cartello stradale
(Quanto è vintage questo fascismo)

Via dei Trasvolatori Atlantici. Un nome che fa immaginare chissacché: vasti orizzonti, le discese ardite e le risalite o magari quel posto “a metà strada tra Ferrara e la luna” che ha ispirato una celebre canzone di Lucio Dalla. Sembrerebbe giusto il titolo per una canzone di Vasco Brondi, il cantautore ferrarese noto per il suo progetto-musicale “Le luci della centrale elettrica”, che dà voce a brani come “Padre nostro dei satelliti”, “La Terra, l’Emilia, la Luna” e “Un bar sulla via lattea”.

Via dei Trasvolatori atlantici (foto Google-maps 2016)
Via dei Trasvolatori atlantici (foto Google-maps 2016)

Invece la via dei Trasvolatori Atlantici è un pezzo di asfalto piatto in un’area commerciale di Ferrara, lungo lo stradone della periferia sud in direzione di Bologna. Il posto dove si trova non ha nulla di transatlantico, fin dal nome della località, che risponde alla definizione nostrana e abbastanza ruspante di Chiesuol del Fosso. Se scrivi via dei Trasvolatori Atlantici sul navigatore, ti ritrovi lì, tra capannoni-uffici, casette-azienda e un grande piazzale-parcheggio che costeggia la parte più trasandata e randagia di via Bologna, a metà strada tra il centro storico e l’imbocco autostradale.

Il nome – andando a consultare la “Cronistoria delle vie” nella pagina del Comune di Ferrara dedicata alla toponomastica – è stato dato con una delibera di giunta il 13 dicembre 2000.

Un idrovolante nell'immagine della mostra "Mari e cieli" organizzata dagli Istituti italiani di cultura in America nel 2014
Un idrovolante nell’immagine della mostra “Mari e cieli” organizzata dagli Istituti italiani di cultura in America nel 2014

Ma chi sono questi Trasvolatori Atlantici e cosa c’entrano con questo pezzo di territorio? Le “trasvolate atlantiche” sono una specialità che in effetti con Ferrara hanno a che fare, perché è il ferrarese Italo Balbo che si cimenta in queste imprese. Si chiamano così i voli che si mette in testa di fare – e che fa – Balbo, uomo politico e aviatore, pilotando uno dei dodici idrovolanti per la traversata aerea dall’Italia al Brasile (1930), poi capitanando venticinque idrovolanti da Orbetello a Chicago (1933) fino al suo ultimo volo più brevemente mediterraneo ma che lo vede cadere sotto i colpi della contraerea sul cielo della città portuale libica di Tobruk (28 giugno 1940). Peccato che siano gli anni del fascismo e che queste gesta servano per alimentare la retorica e la propaganda del regime, con Benito Mussolini che nel frattempo nomina Balbo ministro dell’Aviazione. O, forse, la ragione della scelta di questo nome evocatore sta proprio lì, nella voglia di ricordare qualcosa che però è anche un po’ tabù da parte di un’amministrazione comunale storicamente e solidamente schierata su posizioni antifasciste.

"Trasvolatori atlantici" in un'immagine della mostra "Mari e cieli" organizzata dagli Istituti italiani di cultura in America nel 2014
“Trasvolatori atlantici” (foto della mostra “Mari e cieli”, 2014)

A sdoganare il tabù e, forse, anche a riportare alla ribalta il nome roboante della via dei Trasvolatori Atlantici arriva la notizia della donazione del “Fondo Balbo” all’Istituto di storia contemporanea di Ferrara da parte degli eredi del gerarca fascista.

L’Istituto di Storia Contemporanea del Movimento Operaio e Contadino nasce nel 1973 – nel trentesimo anniversario della caduta del fascismo e dell’inizio della Resistenza – per volontà del Comune e della Provincia di Ferrara, e diventa più sinteticamente Istituto di Storia Contemporanea-Isco nel 1990. La sua attività – si legge sulla pagina istituzione dell’Istituto alla voce Chi siamo – è quella di fare luce su “la storia della Resistenza e della Guerra di Liberazione, sugli aspetti economico-sociali, culturali, militari e politici della Resistenza emiliano-romagnola” con conservazione dell’archivio storico del Pci (Partito comunista italiano) di Ferrara e dell’archivio della Dc (Democrazia cristiana) di Ferrara, a disposizione per la consultazione pubblica.

Via dei Trasvolatori atlantici a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
Via dei Trasvolatori atlantici a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

E’ di questi giorni la notizia che Paolo Balbo, terzogenito di Italo, abbia donato a Isco più di 40 faldoni del “Corriere Padano”, fondato da suo padre nel 1925 e chiuso nel 1945 con l’arrivo delle truppe anglo americane. «Per fine ottobre – ha anticipato alla stampa la direttrice dell’Istituto, Anna Maria Quarzi – è prevista la consegna di un blocco di lettere, giornali, corrispondenza da parte degli eredi della famiglia, che in luglio avevano consegnato le collezioni di giornali e poi di altra documentazione». Il materiale sarà arricchito da una versione in copia dell’archivio particolare di Italo Balbo, già devoluto all’Archivio centrale dello Stato di Roma, con documenti pubblici e privati legati alle tappe della sua esistenza tra l’Italia e la Libia, di cui fu governatore.

Una donazione che ha un po’ il valore di un armistizio tra la famiglia e la città, che già ha scandagliato le responsabilità dell’epoca con ricerche culminate nella pubblicazione “Lo squadrismo: come lo raccontarono i fascisti, come lo vissero gli antifascisti” di Antonella Guarnieri, Delfina Tromboni e Davide Guarnieri, edito dal Comune di Ferrara nel 2014 in forma di e-book scaricabile in pdf.

Ora lo sbarco di materiali documentari mette da parte le contrapposizioni ideologiche in nome della lettura storica. E il cartello della via Trasvolatori Atlantici può decollare nella realtà cittadina in tutta la sua estrosa anomalia.

podestà-ebreo-ferrara

LA STORIA
Il podestà ebreo di Ferrara

di Hans Woller

Quella di Renzo Ravenna è una vicenda senza precedenti. Egli fu il primo e l’unico ebreo a diventare podestà dopo la marcia su Roma dell’ottobre 1922. Tra il 1926 e il 1938, rivestì questa carica di spicco più precisamente a Ferrara, una delle prime roccaforti del fascismo, dove fino agli inoltrati anni Trenta esercitava un potere quasi incontrastato il vero numero due del regime, nonché più importante antagonista di Mussolini, Italo Balbo.
Si tratta forse di un’eccezione dalla natura straordinaria che non richiede particolari spiegazioni per la storia del fascismo e degli ebrei in Italia? Al contrario. Ilaria Pavan, giovane storica e docente a Pisa, riesce infatti trovare un legame tra la biografia di un podestà ebreo, raccontata con grande partecipazione emotiva, e uno schizzo della storia di Ferrara in epoca fascista, un’analisi della comunità ebraica locale e la rappresentazione di una famiglia antica e ben ramificata, smembrata dopo il 1943 e quasi completamente cancellata nei campi di sterminio tedeschi. Chi ne vuole sapere di più, può leggere le opere di Giorgio Bassani “Il giardino dei Finzi-Contini” e “Le storie ferraresi”, oppure, appunto, “Il podestà ebreo” di Ilaria Pavan, figura che ritroviamo tra l’altro nella grande opera di Bassani insieme ad altri ferraresi legati a Ravenna, di cui Pavan racconta, i quali, per un motivo o per l’altro, avevano fatto parlare di sé.
Renzo Ravenna proveniva da una famiglia ebrea benestante e ben integrata, difficile da eguagliare nell’orgoglio che provava nei confronti della madrepatria italiana e della propria città, Ferrara. Come accadde a molti dei suoi coetanei delle diverse comunità ebraiche, nel 1914 e 1915 fu anche lui preso dalla febbre nazionalista: si fece fautore dell’entrata in guerra dell’Italia, fu chiamato alle armi e tornò a casa dalla guerra solo nel 1919, insignito di molte medaglie, per concludere i suoi studi di giurisprudenza e iniziare la sua attività di avvocato e politico comunale di Ferrara. Un ruolo decisivo giocò qui la sua lunga amicizia con Italo Balbo, il “principe elettore” fascista di Ferrara e dintorni che prese Ravenna sotto la propria ala per proteggerlo con tutte le sue forze. Eppure l’ebreo di buona famiglia non era un fascista della prima ora né tantomeno uno squadrista convinto. Balbo stimava e aveva bisogno dell’avveduto giurista, che ne capiva di amministrazione e denaro e che, aspetto ancora più importante, godeva di un’ottima reputazione, mentre lui, al contrario, combatteva da tempo contro problemi di immagine legati alla sua fama di uomo spiccio e facinoroso.
Ravenna conferì una certa serietà al potere esercitato da Balbo a livello locale e regionale e fece per tale motivo una brillante carriera: divenne consigliere comunale, poi capo dell’organizzazione di partito della città e infine, nel 1926, fu chiamato a rivestire la carica di podestà, alla quale si dedicò pressoché completamente, raggiungendo importantissimi risultati. Durante la sua carica, Ferrara visse un vero e proprio rinascimento culturale. Si dedicò poi soprattutto al potenziamento delle infrastrutture e all’industrializzazione della città. Secondo un necrologio del 1961, Ravenna avrebbe addirittura “concepito la Ferrara moderna”.
Non c’è da meravigliarsi, quindi, se il podestà ebreo godesse di grande popolarità; addirittura il Vescovo fu un suo stretto amico. Tra il 1934 e il 1935, l’atmosfera cominciò tuttavia a cambiare, e non solo a Ferrara, ma in tutta Italia, dove si cominciò a prendere di mira gli ebrei che occupavano posizioni di spicco nello Stato e nella società per allontanarli. La pressione arrivava dal Ministero dell’interno di Roma, che si serviva naturalmente di numerosi uomini in loco, i quali a loro volta rafforzavano la pressione esercitata dall’alto e le conferivano una sorta di legittimazione plebiscitaria. Ravenna riuscì a resistere solo grazie alla protezione garantita da Balbo, ma dovette cominciare a guardarsi da numerose ostilità, dichiarate o nascoste.
Nella primavera del 1938, quando la campagna contro gli ebrei stava per raggiungere il suo apice, il Ministero dell’interno attaccò nuovamente Ravenna. Esigeva la sue dimissioni, adducendo come unico motivo le sue origini ebraiche e riuscendo alla fine a imporsi anche contro la volontà di Balbo. Nel Marzo 1938, Ravenna lasciò la sua carica per motivi di salute.
Il varo delle leggi razziali nell’autunno del 1938 ebbe conseguenze tragiche per le comunità ebraiche italiane. Anche a Ferrara, dove a quel tempo vivevano ancora tra i 700 e gli 800 ebrei, i correligionari di Ravenna furono oggetto di continue vessazioni. Settantasette studenti e dieci insegnanti e docenti ebrei furono per esempio costretti a lasciare le scuole pubbliche. Furono colpiti anche i figli di Ravenna, il quale fu poi escluso dalla Milizia, cacciato dall’elegante club cittadino e congedato dalle Forze armate. Poté tuttavia continuare a esercitare la professione di avvocato e gli riuscì anche di mantenere i contatti con la sua vecchia rete di conoscenze e amicizie, alla quale appartenevano anche cattolici dichiarati e fascisti convinti. Colpì soprattutto il comportamento di Italo Balbo, che non esitava a trascorrere le vacanze al mare con Ravenna e a farsi vedere con lui nel centro di Ferrara quando questi tornava a far visita alla città natale.
Anche per questo Ravenna non pensò mai alla fuga o all’emigrazione. Ma la situazione cambiò nell’autunno del 1943, quando tutto il Nord Italia occupato dai tedeschi divenne teatro di arresti e retate. E Ferrara ne fu colpita in modo particolarmente drastico. “Le deportazioni”, come racconta Pavan, “furono messe in atto dalle autorità della Repubblica di Salò con estrema efficienza burocratica” (traduzione di Paola Baglione). Ravenna riuscì a sottrarsi a questo progetto di morte fuggendo in Svizzera, dove si salvò assieme alla moglie e ai figli, mentre otto dei suoi parenti più stretti trovavano la morte nei campi di sterminio dell’Est Europa.
Tutto sembra suggerire che Ravenna, dopo il 1938, cominciò ad allontanarsi dal fascismo, per arrivare alla rottura definitiva nel 1943. Questo non portò tuttavia ad un allentamento del legame di natura nazionalista con la madrepatria o a una rivalutazione critica del suo ruolo nel regime fascista. Si definiva un leale servitore della propria città, il cui sacrificio non era stato sufficientemente premiato. Si considerava una vittima e non rese mai conto a nessuno del suo essere stato anche “reo” e servitore di un regime criminale. Non sorprende in questo contesto che Ravenna, fino alla sua morte nel 1961, fece tutto il possibile per riabilitare la figura di Italo Balbo, che ai suoi occhi rimase l’amico ammirato di sempre, ignorando con leggerezza il fatto che fosse stato anche un fascista senza scrupoli.
Tale ristrettezza di vedute fu una delle strategie di sopravvivenza di Ravenna e probabilmente rese possibile anche la sua reintegrazione a Ferrara, la quale dopo il 1945, dietro la facciata del potere della sinistra, rimase per molti aspetti quella di prima. Ilaria Pavan rivisita la storia di quest’uomo con grande sensibilità, eseguendo un’accurata analisi delle fonti e servendosi delle più moderne tecniche di ricerca, che alla fine non lasciano più alcun dubbio sulle origini autoctone e profonde delle leggi razziali e sul ruolo giocato da molti fascisti nel genocidio nazionalsocialista perpetrato contro gli ebrei. Ne nasce un piccolo capolavoro che, illustrando una vicenda unica, racconta ciò che poteva accadere agli ebrei durante il periodo fascista. Speriamo che venga tradotto presto in tedesco.

Ilaria Pavan, “Il podestà ebreo. La storia di Renzo Ravenna tra fascismo e leggi razziali”, Laterza, Roma/Bari, 2006

Hans Woller è ricercatore presso l’Institut für Zeitgeschichte di Monaco. Le sue ricerche riguardano in generale la storia sociale e politica del XX secolo in Italia e in Germania, e in particolare i decenni del fascismo, del nazionalsocialismo e del dopoguerra.

Traduzione dal Tedesco a cura di Paola Baglione

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L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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