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CREATURE DI UN SOL GIORNO
Camminando lungo la strada verso nessun dove

“Fragile”: questa semplice parola stampata in bella evidenza su una  confezione ci avverte di fare attenzione, di maneggiare con molta cura il contenuto.
Sin dallo sviluppo del pensiero greco dell’antichità abbiamo appreso che il contenuto più fragile per eccellenza è l’Uomo stesso; e questo perché  sostanzialmente inerente alla natura umana è la morte, in modo imprescindibile ne condiziona non solo l’esistenza ma il senso stesso dell’esserci.
Allo stesso tempo la morte mostrando così tutta la fragilità della creatura umana, sottolinea la preziosità della vita stessa.

Il poeta greco Pindaro nell’ottava Pitica chiama in modo straordinariamente evocativo e lirico le creature umane creature di un sol giorno“, ed è proprio questo verso che utilizza Mauro Bonazzi, docente di filosofia antica alla Statale di Milano, come titolo del suo ultimo saggio sul mistero dell’esistenza secondo il pensiero greco. La natura di “creature di un sol giorno”, cioè creature effimere, porta con sé due fondamentali conseguenze: l’essere mortali e quindi  il problema del senso da dare alla nostra esistenza  e l’essere soggetti al passare del tempo e quindi il senso da dare all’instabilità delle cose dentro e fuori di noi, ai cambiamenti dovuti allo scorrere del tempo stesso.
Per impedire all’angoscia, alla paura e al timore di impossessarsi dell’animo umano di fronte all’inevitabilità del termine della nostra vita, la civiltà greca, (che detto per inciso gli allievi della scuola media italiana grazie alla riforma Moratti non hanno più come oggetto del loro studio!) ha prodotto una riflessione filosofica che ha condizionato la storia del pensiero occidentale e che interroga seriamente anche noi uomini della  società post moderna. 

La tentazione: la vita del piacere

La riflessione dei greci sulla morte e sull’esistenza, seguendo il percorso suggerito da Bonazzi ,è riconducibile a tre possibilità.
Aristotele chiama la prima la vita del piacere”. E’ la vita di chi segue il godimento dei beni concreti, di chi sublima il mistero dell’esistenza nel soddisfacimento esclusivo di bisogni materiali e in tale dimensione trova adeguata realizzazione. E ‘il medesimo principio su cui si fonda la nostra società globalizzata dei consumi, caratterizzata per l’appunto, secondo la psico analista di formazione lacaniana Julia Kristeva, dal narcisismo e conseguentemente dalla rimozione della mortalità.

L’immagine più significativa ed esplicita di quello che si sta dicendo la possiamo ritrovare nel videoclip Road to nowhere dei Talking Heads, nella sequenza  del giovane che insegue il carrello della spesa, segno inequivocabile di uno strumento – il consumo – che si è fatto fine e non solo necessario mezzo per soddisfare determinati bisogni.
Il titolo del videoclip, in italiano la La strada per il nessun-dove , rappresenta  con una serie di veloci sequenze della durata di pochi secondi, l’ inconsistenza dell’american dream, e riprendono i temi chiave della denuncia di Christopher Lasch affrontate nel suo  La cultura del narcisismo, opera edita nel 1979 ma talmente profetica e attuale che proprio quest’anno è stata ristampata per i tipi della Nora Pozza. L’autore, anticipando il ruolo di grandi scrittori di saggistica sociologica come J. Rifkin e Z. Bauman, riflette sulla crisi culturale che anima l’Occidente e che consacra la trasformazione del narcisismo da disturbo psicologico a format di un’intera società. “Il narcisismo impatta potentemente sulla percezione del tempo e della storia, determinando ciò che in modo diverso i teorici del postmoderno avrebbero chiamato ‘presentificazione’. Per dirla con le parole di Lasch: “Dal momento che la società è senza futuro, acquista un senso vivere solo in funzione del presente, occuparsi soltanto delle proprie ‘realizzazioni personali’, diventare fini conoscitori della propria decadenza, coltivare un’“auto-osservazione di ordine trascendentale”.[Qui]

 …altre due possibilità: la vita politica e la vita contemplativa

La vita politica e la vita contemplativa sono le altre due strade significative che, secondo Aristotele, riescono a dare senso pieno all’esistenza e  rispondere così al problema della morte. Impegnandosi nella vita politica, nella vita attiva,  l’uomo deve combattere per dar prova del suo valore e dunque mostrare che non è vissuto per niente. Omero è il primo cantore di questa concezione e Achille ne è il campione . Per l’eroe ciò che conta è il time, l’onore, espresso dal valore del bottino conquistato sul campo di battaglia ,e che conduce al kleos ,alla gloria.
Ma anche noi uomini del post moderno abbiamo la nostra Iliade: forse che non si è parlato dell’essere in emergenza da covid-19 come dell’ essere in guerra e di medici e infermieri come eroi a cui rendere pubblico onore? Ecco quindi che possiamo vedere il nostro pensiero archetipo emergere attraverso il linguaggio; scelte lessicali  che non vengono comprese  da chi rigetta giustamente tale terminologia bellica per scegliere altre prospettive  più solidali  (“siamo in cura”), ma che non permettono di capire cosa sta succedendo: sempre i cittadini affidati al sistema sanitario sono da considerarsi in cura, ma mai si era parlato, prima dell’emergenza pandemica, di medici-eroi…anzi!
Secondo questa seconda interpretazione, che si fonda sulla priorità della vita attiva, il kleos è il richiamo profondo  che davvero interessa, perché è ciò che permette di non essere dimenticati e quindi di raggiungere l’immortalità: nel momento in cui riusciamo a lottare contro la morte, lottiamo contro la nostra morte, sino a dare la vita.

Il pensiero greco ci svela che siamo esseri desideranti, perché è proprio il desiderio che ci spinge a lottare per affermarci, per non morire. E quando il mondo omerico verrà superato dal nuovo mondo della polis, la sfida diventerà quella di affermare il proprio valore insieme, non più distruggendo ma costruendo. Costruire con gli altri è l’unica attività capace di dare significato alla realtà e a noi stessi.
Tutto questo abbiamo ereditato col seguire la via della vita politica ;da qui nascerà lo Stato e la democrazia.
Tutto questo oggi è in profondissima crisi.

Ma l’uomo non è solo azione, è soprattutto  conoscenza, ragione, contemplazione.
Infatti è la razionalità, è il pensiero che ci contraddistingue come esseri umani.  Siamo fatti per conoscere. Siamo Ulisse, l’Ulisse del XXVI canto dell’Inferno di Dante. E’ con la ragione che riusciamo a comprendere noi stessi e  la realtà. La morte fa parte di questa realtà. La conoscenza ci rende liberi, anche dalla morte. E’ con la ragione che si è capaci di andare al di là dell’apparenza, cogliendo il tutto e quindi l’ordine con cui è organizzata la realtà, dove la morte è una necessità.
Conoscenza che  il socratico conosci te stesso ha posto alla base della realizzazione di ognuno di noi ma che invece viene messa dalla nostra società liquida al servizio di qualcosa d’altro.
La conoscenza serve infatti a modificare l’agire, o a direzionare la vita attiva quando questa non produce i risultati sperati. Abbiamo visto Istituzioni, autorità laiche e religiose rimettersi fiduciose a virologi, scienziati, ricercatori e seguire protocolli suggeriti dalla comunità scientifica fino alla interdizione dalla partecipazione ai riti funebri.

Se c’è un elemento che può sviluppare il senso critico questo riguarda la conoscenza. Non a caso per esempio abbiamo assistito ad un percorso di normalizzazione della scuola che l’ha portata dall’essere scuola della conoscenza a quella più funzionale agli imperativi di mercato, dI scuola delle competenze. E’ sempre il mondo della conoscenza che cambia la società, mai il contrario. Se questo non succede, come nel caso citato, allora dietro ci sono altri interessi particolaristici.
L’eredità per il pensiero occidentale della filosofia  greca è proprio questa: la possibilità inerente alla vita attiva e alla vita contemplativa di poter essere infinitamente finiti e finitamente infiniti.
‘Il fine’
‘la fine’ per i greci coincidono, la morte si concepisce all’interno della vita, la rende possibile. Nella società attuale la fine invece è un incidente che si cerca solo di rinviare, i nostri fini sono tutti nella vita.

Si può perdere la propria vita e vincere la Morte

Nel 1957 il regista Ingmar Bergman con il suo film Il settimo sigillo  rappresenta il tentativo della società occidentale di rimuovere la paura della morte. Un cavaliere, Antonius Bloch, sulla via del ritorno dalle crociate incontra la Morte e le propone una partita a scacchi: una partita la si può vincere o perdere, così come la propria vita.
Ma nel film di Bergman viene presentata un’altra soluzione…ci arriviamo da un’altra parte.

Nel 1915 Sigmund Freud scrive un breve articolo, Caducità, prendendo spunto da un episodio accadutogli due anni prima, da una conversazione avvenuta durante una escursione con due amici, il giovane poeta Rainer Maria Rilke e Lou Salomè, l’affascinante confidente di entrambi, dove il giovane poeta si rammaricava  che tutta quella bellezza  sarebbe poi finita col sopraggiungere dell’inverno.
Così commenta Cristina Cimino su Doppiozero: “La risposta di Freud al giovane poeta è che la caducità delle cose non ne sminuisce il valore, al contrario, lo accentua. Una posizione consolatoria solo a uno sguardo superficiale e che in realtà ribadisce in termini meno crudi quanto egli aveva già affermato pochi anni prima nel saggio Considerazioni attuali sulla guerra e la morte: la vita va vissuta e può essere vissuta solo accettando ciò che non è eliminabile, ossia la morte.” [Qui] Freud solo in seguito strutturerà in modo più adeguato la sua teoria sull’elaborazione del lutto e dell’estrema difficoltà che ha l’individuo ad affrontarlo e superarlo. Qui interessa proporre alcune osservazioni a margine di tale percorso.

In primo luogo il lamento di Rilke sulla caducità della natura umana sarà ripreso nelle sue Elegie duinesi del 1912 in cui arriva ad affermare che “l’esser stati, pur una volta soltanto, non pare essere revocabile”. Nessuno potrà togliere la gioia immensa derivata da tutti i momenti vissuti con la persona oggi assente.
La scrittrice americana Joan Didion nel suo struggente  L’anno del pensiero magico fa proprio  questa operazione: guardando al tempo trascorso col marito morto all’improvviso, incontra i ricordi di una vita, non fugge, ma gioca la sua partita a scacchi ,e pur nella sofferenza devastante di ogni mossa, la porta a termine.

Ed eccoci di fronte all’altro. Infatti “nessuno di noi crede fino in fondo alla nostra morte” dice Freud “anche quando ci raffiguriamo come andrà dopo la morte, chi ci piangerà… possiamo notare che noi siamo ancora lì in qualità di spettatori.”. Impariamo cosa è la morte dalla morte dell’altro. E’ quando l’altro diventa il nostro fine che ci battiamo contro la nostra fine.
L’altro è oggetto del nostro desiderio, vivere è desiderare dei desideri che moriranno nel momento in cui saranno soddisfatti. Questa è la morte, ma la morte non interrompe nulla. E’ la morte del desiderio la vera morte.

Ogni discorso sulla vita e sulla morte ha come premessa la presenza dell’altro, soggetto e oggetto del nostro desiderare. La soluzione quindi proposta nel film di Bergman è quella di un amore gratuito, infinito verso l’altro: “L’unico modo di sconfiggere la morte – e quindi di inaugurare la vita nuova – è l’amore verso il prossimo. E difatti, pur di salvare una giovane famiglia di saltimbanchi dall’incontro con la morte, il cavaliere con un gesto improvviso e premeditato rovescia le pedine degli scacchi dando così la possibilità alla morte di vincere la partita. Questa sorride perché ha raggiunto il suo scopo. Non si accorge invece di essere stata ingannata. Distratta dalla mossa del cavaliere infatti la famiglia riesce a fuggire e salvarsi .Di fatto la Morte ha perso perché sconfitta dall’amore”. [vedi qui]

Non è casuale che  alla società dell’uomo globalizzato, la società che opera per la rimozione della morte e del dolore, sia confacente invece l’espulsione dell’Altro! Questo è il titolo dell’ultimo saggio di Byung-Chul Han (L’espulsione dell’Altro, nottetempo edizioni) docente di filosofia all’università di Berlino, dove viene mostrata la destabilizzazione e il disturbo provocato, in un mondo dominato dalla comunicazione digitale e dai rapporti  neoliberistici, dalla singolarità vivificante dell’Altro.

 …finchè Amore non vi separi!

In una intervista del 2012 Zygmunt Bauman parla con l’inviato di Repubblica della sua vita a trecentosessanta gradi nella sua casa a Leeds in Inghilterra. La stanza dove si svolge l’incontro è tappezzata di ricordi dell’amatissima moglie Janina, scomparsa nel dicembre del 2009 dopo essere stati sposati per sessantadue anni. Dopo quel lutto non scrisse più una riga per molti mesi, lui che ogni giorno alle cinque del mattino era solito aver già compilato quattro cartelle! Questa è la risposta data alla domanda del giornalista su come fosse riuscito a superare un evento del genere:
“L’inarrestabile eloquio del professore si arresta. Chiude gli occhi. Riaccende la pipa. È un’esperienza molto privata, non voglio condividerla. So bene che viviamo in una società confessionale, ma io non mi ci trovo bene. Posso solo dire che lei è ancora con me. Le sue ceneri sono al piano di sopra, nel mio studio. La sua immagine è la prima che vedo quando accendo il computer all’alba. Riesco, in qualche modo, a vivere ancora con lei. Conversiamo, e non perché sia pazzo, ma perché è il modo in cui abbiamo vissuto insieme per sessantadue anni e probabilmente non finirà mai. Mi spiace, ma è tutto quel che posso dire”.[Qui l’intervista integrale su Repubblica del 12/06/2012]

L’amore è così tanto mescolato  alla morte che non si estingue con l’assenza della persona amata ma persiste nel tempo, superandolo. Il suo passare non lenisce alcunchè, ma permette di vivere la sacralità dell’eternità anche a chi ritiene essere vuoto il cielo. E’ un dialogo che continua, che  trasforma chi è stato toccato dall’amore dell’altro, e che trova modi e forme inedite in ognuno, ma che sempre congiungono eternamente il cielo alla terra. E questo è un legame talmente profondo da rovesciare completamente ciò che ordinariamente viene considerato forte e debole, poiché riesce a metterci a nudo di fronte alla nostra fragilità.

Tutto ciò mostra la scena dell’Iliade nel XXIV canto, con la visita del re Priamo nella tenda di Achille, venuto a supplicare la restituzione del corpo di suo figlio Ettore ucciso dall’eroe acheo:
“Ma Priamo prendendo a pregare gli disse parola:
«Pensa al tuo padre, Achille … io sono infelice del tutto, che generai forti figli
e non me ne resta nessuno…,
e quello che solo restava..
tu ieri l’hai ucciso…
Ettore… Per lui vengo ora alle navi dei Danai,
per riscattarlo da te».
Disse così, e gli fece nascere brama di piangere il padre:
allora gli prese la mano e scostò piano il vecchio;
entrambi pensavano e uno piangeva Ettore, rannicchiandosi ai piedi di Achille,
ma Achille piangeva il padre… s’alzava per la dimora quel pianto”.( Iliade, XXV)

Fino a quando l’amore continua il dialogo interrotto, fino a quando l’uomo sarà capace di “piangere insieme” – la morte non avrà l’ultima parola. E questo infine è anche il messaggio che ci ha lasciato Emanuele Severino, recentemente scomparso all’età di 91 anni , non a caso definito ‘il filosofo che ha sconfitto la morte’. Intellettuale originale, tra i più autorevoli del Novecento italiano, capace di conciliare la tensione speculativa e etica alle radici del pensiero occidentale, partendo dalla filosofia greca, con le inquietudini e le problematiche della società tecnologica attuale.
Il nucleo del suo pensiero risiede nel ritorno al pensiero di Parmenide, con l’affermazione che il divenire non esiste, le cose non nascono dal nulla né ritornano nel nulla, sono invece eterne, anche se abbiamo l’impressione fallace che scompaiono.
Anche   Severino ricordava spesso nelle interviste la moglie Esterina scomparsa una decina anni prima di lui, prima lettrice delle sue opere, sempre discusse e condivise prima con lei nei lunghi intensi anni  passati assieme. In una di queste possiamo leggere che a  volte mentre Esterina rileggeva i suoi scritti, alla menzione dell’eternità dell’essere, lei gli diceva: “come vorrei che le cose stessero davvero come dici tu”. [Vedi linkiesta.it del 15/06/2019] 

Cover: Ingmar Bergman sul set de Il Settimo sigillo (Wikipedia commons)

DOVE GLI ANGELI ESITANO
La relazione viene per prima (G.Bateson)

Nel 1982 il sociologo francese Edgar Morin nel suo Science avec coscience  propone in tredici diverse proposizioni un nuovo approccio integrato, il paradigma della complessità, fondato su una causalità multifattoriale, e lo mette a confronto con quello della Scienza classica, il paradigma della semplificazione, che si fonda su una causalità lineare causa/effetto, inadeguato a comprendere lo sviluppo del sapere in una società avviata verso la terza fase della globalizzazione. Alle soglie del compimento dei suoi cento anni (è nato nel 1921) lo stesso Morin ha  interpretato, in una intervista rilasciata recentemente all’Avvenire, l’emergenza ecologica e la pandemia alla luce di una tripla crisi: biologica, economica e di civiltà [Qui].
Julia Kristeva, filosofa e psicoanalista di rilevo assoluto, riconosce tre elementi caratterizzanti la crisi dell’uomo globalizzato. Il primo è la solitudine, esaltata paradossalmente dall’iper connessione full time e dal presenzialismo sui social. Il secondo è la cancellazione dei limiti, in un delirio di onnipotenza consumistica seguita da una ricaduta depressionaria, a cui si risponde con l’invito ad ulteriore consumo. Il terzo è la rimozione del nostro essere mortali dalla programmazione inerente il personale progetto di vita. Su Internazionale[Qui] 
Dalla messa in discussione dei concetti assoluti di spazio e tempo ad opera di Albert Einstein, passando per l’introduzione da parte di Heisenberg del principio di indeterminazione, fino al premio Nobel De Broglie con la sua teoria ondulatoria della luce, i nuovi parametri della scienza e del pensiero nella società post moderna sono caratterizzati dalla dinamicità e interdipendenza, dalla complessità.
Le domande poste dalla complessità alla realtà sociale, dalla crisi sistemica e dalla crisi esistenziale all’uomo globalizzato, hanno bisogno urgente di risposte da cercare in regioni da cui trarre nuovi significati, in uno spazio dove possano riconciliarsi posizioni dualistiche non più sostenibili quali mente/corpo, cuore/ragione, spirito/materia , natura/progresso; dove sia possibile diventare “consapevoli del nostro esser parte in ogni istante, nel bene e nel male, di un invisibile e più vasto tessuto dinamico e relazionale tra umani e con altri viventi ”  (S.Manghi, in Dianoia, 23(2016).

La necessità del sacro.

Ebbene, questo spazio esiste, è sempre esistito, ed è quello del ‘sacro’, utilizzato però in questa sede assecondando il significato del suo etimo originario. Sacro è parola indoeuropea che significa ‘separato’. Scopo di queste note è chiarire da cosa. Lontano quindi dall’appiattimento, che abitualmente se ne fa, sulla dimensione religiosa tradizionalmente intesa, qui si intende accogliere la sfida della ‘necessità del sacro’, proposta da un esperto dell’arte della connessione e della flessibilità quale è stato Gregory Bateson (1904-1980). Nato in Inghilterra, figlio di un insigne genetista, sposato con la grande antropologa Margaret Mead, lui stesso antropologo e biologo, contribuì alla fondazione della cibernetica, fu ispiratore di parecchi modelli nel campo della psicoterapia, utilizzati anche dalla scuola di Palo Alto, fino ad arrivare in psichiatria alla scoperta della teoria del doppio legame.
Bateson reinterpreta in modo nuovo il rapporto tra sacro, religione e Fede:
“Due cose sono chiare: primo, che nel porre le domande non metteremo limite alla nostra hybris; secondo, che nell’accettare le risposte ci condurremo sempre con umiltà. Queste due caratteristiche ci metteranno in netto contrasto con la maggior parte delle religioni del mondo, le quali dimostrano scarsa umiltà nell’accettare le risposte, ma grande timore nel porre le domande” (G.Bateson – M.C.Bateson, Dove gli angeli esitano).
Come ricordavamo poco sopra, “accogliere la sfida della necessità del sacro non significa invitare ad una qualche fede religiosa in senso stretto, ma sapere che una qualche fede, che lo sappiamo o meno, alimenta sempre e comunque le nostre percezioni, le nostre parole, le nostre azioni, e apprendere a riconoscerla, ad assumerne la responsabilità verso noi stessi e verso gli altri” (S.Manghi, La conoscenza ecologica, Cortina).
La nostra capacità di comprendere la realtà è stata deformata dalla rappresentazione cartesiana di una separazione tra l’anima e il corpo. Il rigetto di tale posizione orienta Bateson verso un approccio monista alla realtà e lo conduce sempre più a rappresentarsi la mente e la natura come un tutto inseparabilmente unito. Tutto è unito e in relazione, e qualsiasi relazione funziona secondo criteri diversi della logica finalistica mezzi/fini con cui gli uomini vorrebbero governare i loro affari e il loro sapere. Mentre la logica finalistica governa l’agire razionale utilitaristico, determinando i mezzi più adeguati per raggiungere gli obiettivi, la logica relazionale ci svela i rapporti sottostanti (emozioni, sentimenti, dipendenza/dominanza…).
Riallacciandoci al significato di ‘separato’ del sacro, lo concepiamo quindi tale anche dalla Fede, anzi dalle fedi. Il nucleo essenziale è costituito dal valore della Vita nella sua unità. Quindi è un luogo non legato per forza alle coordinate contingenti dello spazio e del tempo, dove anche i linguaggi antichi, oasi di saggezza abbandonate dal pragmatismo dualistico, possono essere ritrovate (si pensi a quello simbolico, alla ricchezza delle immagini metaforiche offerte dal mito e dalla religione).

La costruzione della realtà.

La Fede, il credere è una precondizione del conoscere; noi crediamo in un determinato sistema di conoscenze, in quella abbiamo fede. Da ciò consegue come afferma Heinz Von Foerster che: “non credo in quello che vedo, ma vedo ciò in cui credo” (in Oikos,1,1990). Dove ‘credo’ equivale a che ‘io vedo la realtà’, orientato da credenze e conoscenze che sono in me e che mi portano a ‘costruirla’ in modo soggettivo.
Riportare le diverse Fedi nell’alveo del sacro significa evitare di affidarne ad una sola la patente della Verità, ma  riconoscere ad ognuna che è in sintonia col sacro valore della Vita, una capacità interpretativa del mondo. Il sacro così definito richiede a ciascun soggetto il dovere di assumersi la responsabilità dei propri atti di fede, poiché la religione, come la concepisce Bateson, non postula uno schieramento giusto, né offre alcuna consolazione.

La stupidità non è necessaria.

Nell’epilogo di un suo testo fondamentale, Mente e Natura (1979) ,conversando con la figlia Mary Catherine sulle motivazioni che l’hanno spinto a scrivere e sulla necessità di comprendere la reale natura della fede e della religione, Bateson dice: “Dopo aver rimuginato queste idee per cinquant’anni, ho cominciato pian piano a vedere chiaramente che la stupidità non è necessaria. Ho sempre odiato la stupidità e ho sempre pensato che fosse una condizione necessaria alla religione. Ma sembra che non sia così” (Mente e natura, Adelphi).
Animato dal desiderio di evitare ogni pericoloso ritorno al riduzionismo, ad ogni sorta di fraintendimento semplificante e per dare ragione della complessità delle domande sull’esistenza umana, Bateson negli ultimi anni della sua vita arriva a voler ridefinire più accuratamente il dominio del sacro, di una religiosità che si discosta da ciò che comunemente con essa si intende.

Il coraggio di andare dove gli angeli esitano

Di conseguenza, sempre in Mente e natura, troviamo espressa la sua intenzione di dedicare l’oggetto di un suo prossimo libro all’analisi della questione del sacro, anticipandone il titolo con una descrizione immaginifica ed evocativa: un luogo misterioso, eppure ineludibile, dove gli stolti si precipitano e dove gli angeli invece esitano a posare il piede.
Scrive Bateson: “Penso che il mio prossimo libro mi piacerebbe chiamarlo Là dove gli angeli temono di posare il piede, perché è lì che tutti vogliono che io mi precipiti. E’ volgare, sacrilego, riduzionista, chiamalo come vuoi ,arrivare a precipizio con una domanda troppo semplificata (Mente e Natura). Che è come dire: non è possibile arrivare fin sul precipizio, cioè sostare sul vertiginoso, affacciarsi sull’infinito e lasciare la risposta alla causalità del determinismo scientifico e al rozzo materialismo fisicalista. Purtroppo la malattia, che aveva già da tempo attaccato il suo corpo, impedì che una serie di manoscritti preparatori prendessero la forma di un volume compiuto. Questa opera di ricomposizione fu fatta in seguito dalla figlia e uscì col titolo Dove gli angeli esitano, di Gregory e Mary Catherine Bateson. Il titolo del libro allude ad un famoso verso dell’Essay on criticism, Where angels fear to tread, di Alexandre Pope, grande poeta inglese del 1700. E’ un aforisma la cui traduzione può essere così riportata: “ché gli stolti si precipitano là dove gli angeli tremano di posare il piede”.
Il luogo del sacro quindi corrisponde a dove gli angeli esitano a posare il piede e dove invece gli stolti si precipitano vociferanti, poichè ritengono di sapere la risposta o si accontentano di semplificazioni e riduzioni sommarie.
Il sacro invece è identificato con il silenzio, la contemplazione, l’ascolto di sé e del bisogno dell’altro.
Caratterizza il sacro il ‘non-comunicare‘, proprio nel senso che qui non interessa comunicare la propria ideologia, l’aver ragione, ma rendersi conto di ciò che non esiste per noi. Dimensione contraria a quella riguardante i fatti sociali, dove esiste solo ciò che viene comunicato. Diceva Luhmann “nessun presunto fatto oggettivo, neanche una catastrofe ecologica, ha un effetto sociale finché su di questo non si comunica” (N. Luhmann, Comunicazione ecologica, Feltrinelli). Gli angeli – scelti nella metafora quale presenza che sperimenta la vicinanza con Dio –  sono incerti , perché sono prudenti, in quanto sanno che non c’è sicurezza di sorta in territori così misteriosi. La risposta riduzionistica al contrario si affretta a costruire dogmi, decretando così la fine della Fede. Se la Fede è domanda profonda e responsabile, ricerca continua, il dogma cristallizza la risposta in una Verità unica, trasformandola in ideologia, tanto certa quanto sicura anticamera dell’intolleranza, come afferma Paul Watzlawick (La realtà inventata, Feltrinelli).

Una spanna da terra.

Mary Catherine così, con estrema dolcezza, parla del progetto del padre nella introduzione del libro sopra richiamato:
“Gregory capì di essere prossimo a quella dimensione integrale dell’esperienza cui dava il nome di sacro. Era un terreno al quale si avvicinava con grande trepidazione, sia perché era cresciuto in un ambiente familiare rigorosamente ateo sia perché ravvisava nella religione un potenziale di manipolazione, oscurantismo e divisione. (Dove gli angeli esitano).
Bateson però nella sua ricerca precedente aveva già colto nella domanda religiosa una richiesta di liberazione, che gli scettici non vogliono sussumere, spinti dalla “tendenza, dal bisogno quasi di volgarizzazione della religione, di trasformarla in spettacolo, in politica, in magia, in potere” (Mente e Natura).
Le parole evocative della figlia di Bateson chiariscono non solo lo scopo della sua opera, ma rendono bene la trepidazione del padre che, giunto al termine della sua vita, è consapevole di trovarsi oramai al di là di un confine, il confine del sacro, tra lo spirito e la materia: “Il titolo del libroscrive Mary Catherine Bateson – esprime quindi, tra l’altro, la sua esitazione davanti ad interrogativi che egli sentiva essere nuovi, perché se da un lato derivano e dipendono da suo lavoro precedente, dall’altro richiedono una saggezza diversa e un diverso coraggio. Questo libro è un testamento, ma il compito che esso trasmette non riguarda soltanto me, bensì tutti coloro che sono disposti ad affrontare di petto queste domande” (Dove gli angeli esitano).
Raccogliere la raccomandazione di esitare piuttosto che affrettarsi a dedurre, etichettare, stigmatizzare, significa allegerirci di molte ‘zavorre’, “anche se ci dispiace perché questa zavorra è fatta di saperi, strumenti, piccoli e grandi apparati vantaggiosi per la nostra personale potenza”. Sospettosi verso chi non possiede la nostra verità o verso chi non garantisce una certa ortodossia, preferiamo non entrare in relazione col sacro. Ma per ascoltare il sacro ci deve essere silenzio, bisogna aspettare la pace della sera, dobbiamo accettare di cambiare grammatica e sintassi, dobbiamo ammettere che ciò che si trasforma è, a nostro rischio, il rapporto che abbiamo con noi stessi e con il mondo” (Pier Aldo Rovatti, in Aut aut, n.251,1992).
Dice un apologo zen cheprima dell’illuminazione le montagne e i fiumi sono fiumi; che praticando lo zen le montagne non sono più montagne e i fiumi non sono più fiumi, poi con l’illuminazione le montagne tornano a essere montagne e i fiumi a essere fiumi; ma a quel punto li si vede come da una spanna da terra” [Qui]
Sembra poco una spanna da terra, ma è sufficiente per poter vedere diversamente.

Sole Nero

Molti di noi hanno subito avvertito  la sensazione, niente di più, per lo meno all’inizio della pandemia,  di essere di fronte a qualcosa di inedito.
Abbiamo assistito, in seguito, al succedersi di provvedimenti di distanziamento sociale e di limitazione della libertà personale, sempre più restrittivi, che hanno modificato profondamente  la vita quotidiana personale di ognuno di noi.

Ad un certo punto poi  è come se qualcuno avesse tolto il fermo, collegato alla televisione, che viene attivato ogni sera a cena mentre ascoltiamo un notiziario e che impedisce alle immagini di morte e sofferenza, provenienti da ogni angolo della terra, di essere sentite dentro, oltre che guardate con gli occhi dall’esterno. Le inquadrature quotidiane delle persone vittime del virus, nei reparti di terapia intensiva, pur pietosamente filtrate, hanno assunto un aspetto dolorosamente reale per tutti. L’assenza di vita nell’ospedale diventa ben presto speculare a quella delle strade delle nostre città.

Cambia tutto. Improvvisamente… dentro e fuori di noi.

Tutto quello che c’era prima, dai problemi più piccoli a quelli più grandi, sembra essere quasi del tutto scomparso: l’angoscia per l’attesa di un referto, le violenze tra le mura di casa, i problemi economici, le liti coi figli…di tutto ciò in giro non si sente più nulla, sembra essere  evaporato sotto una nuova dimensione angosciante che a fatica riusciamo ad accettare come la nostra nuova realtà.
Scrive Massimo Recalcati su la Repubblica dell’11 aprile: “Questa nuova angoscia assume i caratteri di una sorta di lutto collettivo. Abbiamo perso il nostro mondo, le nostre abitudini, la possibilità di vivere insieme come prima. E’ l’atmosfera francamente depressiva in cui tutti siamo finiti di fronte al ritratto delle città del mondo trasformate in deserti”. [Qui]

Comprendiamo allora che non è stato aggredito solo il corpo, ma è stato raggiunto anche lo spirito. Sulle malattie dello spirito c’è sempre un certa ritrosia a invocarne l’attenzione, quasi che possano essere ancora considerate inevitabili effetti collaterali di altre e ben più importanti, concrete priorità, mentre le prime sono spiacevoli conseguenze da accettare con umana sopportazione.
Le certezze del nostro ’io‘ traballano sopraffatte da innumerevoli dubbi riguardanti la correttezza della gestione tecnico-sanitaria dell’emergenza, la sostenibilità dell’entità dei danni economici presto  da pagare e in modo particolare viene annichilito dai fantasmi dell’insicurezza, dell’angoscia e della paura che, cacciati nel retrobottega da diversi consolidati meccanismi psicologici, escono fuori oggi ad aggredire drammaticamente la relazione con l’altro.

Sin dal principio ‘l’Altro’ è sempre stato un problema. Ma è sempre stato anche la soluzione!
L’Uomo nella Genesi, signore assoluto del Giardino, scopre, con la creazione della Donna, di non essere più tale: gli viene posto a fianco un termine di confronto che ridefinirà per sempre il suo potere. L’esistenza dell’altro ricorda al nostro io che non può possedere tutto, non può avere tutto per sempre; la presenza dell’altro pone così un limite alla soddisfazione dei propri desideri. Non posso evitare di crescere; non posso tenere presso di me i miei amori per sempre; non posso evitare di invecchiare; non posso evitare la perdita. Se non si riesce ad elaborare questa perdita il rischio è quello di perdere se stessi: la depressione mi segnala che visto che non so ‘perdere’, ‘perdo’ me stesso; visto che non so lasciare andare, mi lascio andare.

“Piuttosto che cercare il senso della disperazione, confessiamo che non si ha senso fuori della disperazione.”(J.Kristeva, Sole Nero, Roma, 2013, p.9).
Della ‘Cosa’ di cui sentiamo la perdita, percepita quale oggetto ambivalente odio-amore, Nerval ne dà una splendida metafora come un sole sognato, chiaro e nero insieme. (vedi G.de Nerval, Le figlie del fuoco, Milano, 1979, p.223)

Il  mio sentirmi inadeguato mi porta ad essere attratto dall’oggetto del mio ‘amore’, attraverso una sorta di processo di identificazione con l’altro; oggetto allo stesso tempo anche del mio ‘odio’, poiché la mia inadeguatezza lo ha eretto a mio giudice tirannico, che desidero liquidare. E’ questa ‘mancanza’ che mi definisce in senso depressivo, che mi devasta dentro, che non mi fa abitare il mondo su cui vedo sorgere ogni mattina il sole, un sole nero.

Per capire meglio la natura di questa mancanza pensiamo alla famosa battuta del film Ninotchka di Lubitsch:
“Cameriere! Vorrei un caffè senza panna!”
“Mi dispiace signore la panna è finita abbiamo solo latte, posso darle un caffè senza latte?“
(citato in S. Zizek, Come un ladro in pieno giorno, 2019, p.79).
Questo è quello che combiniamo: un caffè semplice e un caffè senza panna a livello fattuale, sono la stessa cosa. Siamo noi che aggiungendo una negazione abbiamo trasformato ‘un normale caffè’ in ‘un caffè a cui manca qualcosa’.

E questa negazione diventa la cifra nella nostra vita! La nostra vita sarà quindi una vita connotata dalla mancanza: non faremo mai abbastanza, non saremo mai all’altezza. Gli altri non si accorgeranno di nulla, vedranno un semplice caffè…noi vedremo un caffè a cui manca la panna.
Questa mancanza a livello profondo genera angoscia, angoscia di non aver seguito il proprio desiderio, di non essere in grado di poterlo fare.
Il desiderio per Lacan è sempre desiderio dell’altro, è una relazione profonda di contatto con qualcuno. Se si dovesse  rappresentarlo con un’immagine si potrebbe dire che è un ‘tendere verso’.(M.Recalcati, Ritratti del desiderio, 2012).
Se l’angoscia proviene dall’incontro con il proprio desiderio, la depressione annulla l’angoscia e di conseguenza proietta il desiderio nello stagno immobile di un tempo senza avvenire. Consiste in questo per Lacan la viltà etica che accompagna l’affetto depressivo, ossia la scelta di indietreggiare di fronte al proprio desiderio e di preferire ad esso il rifugio in un godimento solitario e distruttivo capace di sottrarci al campo delle relazioni umane”. (M. Recalcati, Un desiderio di desideri, in Il manifesto) [Qui] 

Nel racconto di Dino Buzzati Nuovi strani amici  il protagonista, Stefano Martella, si ritrova, dopo la morte, in una città tanto bella e pulita che pensa di essere giunto in Paradiso. Nel posto dove si trova il Martella c’è proprio tutto; il problema è proprio questo, non c’è nulla da desiderare. Arrivato al circolo della città ritrova cari amici e uno di questi alla fine gli rivela: “Sei venuto qui a marcire, non hai ancora capito? A migliaia ne arrivano come te, ogni giorno lo sai?… e non hanno  né ansie, né paure, né rimorsi, né desideri, né niente… Ma non l’hai ancora capito che noi siamo all’inferno?” ( Dino Buzzati, Nuovi strani amici, in Paura alla scala, Oscar Mondadori, 1984).

Riporto, alla fine di questo breve viaggio nella nostra interiorità profonda, gli angelici versi di questa lirica di Emily Dickinson, con l’augurio che possano sostenere, almeno loro, chi continua ad aprire ogni mattino con mano tremante e occhi socchiusi, le finestre della propria anima all’altro,  sperando di non vedere più sorgere all’orizzonte un sole nero, ma finalmente una luce … una luce molto più viva.

Non conosciamo mai la nostra altezza
Finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
Arriva al cielo la nostra statura.

L’eroismo che allora recitiamo
Sarebbe quotidiano, se noi stessi
Non c’incurvassimo di cubiti
Per la paura di essere dei re

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