Tag: la stampa

DIARIO IN PUBBLICO
Fase 2, Mascherina mia non ti conosco

Eh sì! Invio le mie truppe in cerca di mascherine, ma anche le ‘soffiate’ che m’arrivano tipo: “ In quella ferramenta trovi tutto! Guanti e mascherine” si rivelano un bluff, o peggio un grave ritardo da parte dei miei scudieri. Per fortuna un produttore che ben conosco e non ‘ferarese’ promette che oggi soddisferà con invio speciale dal suo paese la mia fame di oggetti anticorona. Frattanto un carissimo amico, ottimo scrittore, che usa un nom de plume e uno reale – Adriano Bon/Hans Tuzzi –  mi annuncia la comparsa del suo libro assolutamente a-scientifico La covida. Conto le ore per entrarne in possesso!

La mia conversione in criceto s’intreccia anche virtuosamente con cure e indagini che hanno a che fare con me. Così m’informa Giuliana Ericani distogliendo per un momento gli occhi dalla pubblicazione del suo libro canoviano Lettere 1811 di imminente uscita:
“Si tratta di esperimenti del professor Yuen Kwow-yung che ha effettuato test di laboratorio non ancora comparati su 52 criceti, ritenuti portatori di recettori del virus simili a quelli umani; il professor Yuen ha interposto delle mascherine chirurgiche (nell’articolo di South China Morning Post non viene citato il tipo esatto di mascherina) come barriera nel flusso d’aria fra gabbie chiuse di criceti sani e gabbie chiuse di criceti malati, confrontandola con una situazione nella quale la mascherina non era stata interposta e osservando, dopo una settimana, una riduzione del 50 per cento nel numero delle infezioni. La descrizione stessa dell’esperimento di Yuen, però, non porta molto di nuovo se non la conferma del fatto che la mascherina chirurgica può essere utile ad aumentare la protezione in ambiente chiuso, se in quello stesso ambiente, senza ricambio d’aria, sono presenti persone malate, mentre nulla si può sapere ancora, per ora, di ciò che accade all’aperto e con gli asintomatici”.

Come criceto mi responsabilizzo immediatamente e imprecando contro i ‘ferraresidioti’, nuova razza uscita allo scoperto nell’ultimo week-end, che si sono ammassati nei luoghi pubblici a rifiatare impunemente senza schermo, quasi bocca a bocca, tanto da costringere il Sindaco ferrarese ad imporre obbligatoriamente la mascherina. Chi non ubbidisce avrà multe salate: speriamolo. E non mi si dica che sono solo i giovani a comportarsi incoscientemente. Nel mio frettoloso e unico giro in piazza per scorta di libri quanti umarèl senza mascherina ho visto che si spruzzavano saliva e germi idiotamente postati in piazza come i paracarri! Allora sdegnato torno a riprendere le mie fattezze umane, secondo l’insegnamento del fantastico Ian McEwan che nel suo Lo scarafaggio (Einaudi, 2020) ha scritto tutto e di più sugli effetti della Brexit e del comportamento dei soliti Trump Putin Johnson al tempo della pandemia. Deliziato leggo in anteprima lo scritto di Laura Dolfi che per Ferraraitalia ha commentato un lavoro giovanile di Garcia Lorca, nella traduzione del grande poeta Caproni, dove anche qui s’incontrano scarafaggi.

Val la pena dunque di restare a casa e cercare sollievo e consolazione nei film proiettati in tv.
Ed… eccolo il radical-chic che propone i musical anni Cinquanta! Proiettati nella tv dei vescovi!  Ma questo Bulli e pupe è un capolavoro, non soltanto perché è un grande film, ma per essere un incredibile ri-pensamento sulle leggi anticomuniste che stavano flagellando Hollywood. Allora – e cito da Wikipedia: “La lista nera di Hollywood (Hollywood blacklist), nota come la più grande lista nera nell’industria dello spettacolo, era la pratica di negare il lavoro a sceneggiatori, attori, registi, musicisti e altri professionisti dello spettacolo americani a metà del XX secolo perché accusati di simpatie o legami con i comunisti“. In questo film sono i gangsters che alla fine sono i buoni mentre i poliziotti son gabbati e contenti. Un grande regista, numeri di danza da sballo ma…ma… Marlon Brando che canta Woman in love è unico e sorpassa pure Frank Sinatra.

Che storie…. Ma una storia ben più complessa mi si para davanti dopo che, come tutti sanno, abbiamo assistito alla  profonda trasformazione della direzione dei giornali che hanno nutrito la mia gioventù, la mia maturità ed ora la mia ( diciamolo senza rancore) vecchiaia. Mi riferisco a la Repubblica, al gruppo de L’Epresso , a La Stampa e anche allo Huffington Post, tutti sotto il gruppo Gedi presieduto da John Elkann. Il giro vorticoso di direzione di questi giornali ha portato alla Stampa Massimo Giannini; a La Repubblica Maurizio Maurizio Molinari ex direttore della Stampa al posto di Carlo Verdelli licenziato; all’HufftPost Mattia Feltri al posto di Lucia Annunziata; e all’Espresso resiste ancora Marco Damilano. Dopo una settimana una delle voci più autorevoli della Repubblica Gad Lerner si dimette per incompatibilità con la nuova linea del giornale. Si apre allora il quesito: continuare a leggere quel giornale o cancellarlo dalla quotidianità?
Come criceto in forma umana allora ripenso a coloro che ancora significano per me il meglio del giornalismo italiano, a cui per anni ho dedicato il mio tempo di lettura. Penso all’amatissima Natalia Aspesi, al fantastico Francesco Merlo e ancora, con possibilità anche di dissensi, a Roberto Saviano, a Michele Serra, a Corrado Augias, alla Concita de Gregorio, a Stefano Folli. E decido con un peso nel cuore umano, ma uno scatto in quello di criceto, che bisogna ‘resistere’!

Mercoledì 20 maggio 2020 su La Repubblica Francesco Merlo, scrive La tentazione misura la distanza più del metro. Sostiene che la distanza tra gli uomini è più precisa, quando la misurazione avviene con il sentimento e non con il metro. “La distanza esiste per essere colmata e “Neppure negli obitori gli uomini diventano i punti della geometria che solo sul quaderno sono uniti da una linea retta: nella vita, almeno in Italia, non ci si congiunge per linee rette, ma per aggiramento”. E come non approvare?
Il giorno prima, 19 maggio, sempre su quel giornale, lo stesso giornalista scrive un pezzo memorabile La vertigine dei rumori ritrovati, che come qualità si appaia a quello di Damilano su L’Espresso del 17 maggio La polvere magica della destra a 5 stelle, dove si analizza il fortunato volume di Ian McEwan, Lo scarafaggio per denunciare che “Della polvere magica del populismo l’Italia è stata a lungo un’incubatrice. Oggi che il Paese sta tentando una possibile uscita dalla fase dell’emergenza si ritrova di fronte al rischio di un ritorno al punto di partenza”.
Merlo nel suo racconto-inchiesta sente, passeggiando per il suo quartiere romano, un operaio sulle impalcature che lavora canticchiando il celebre refrain ‘sciòn sciòn’. Chiede di raggiungerlo nel luogo in cui lavora ma ottiene un rifiuto. Infine capendo che è siciliano glielo chiede in quella lingua ottenendo un “Acchiana, ma non farti vedere”. Peppe di mestiere fa il cuoco, ma ora è costretto a prendere qualsiasi lavoro gli venga proposto. Rivela che prima votava Pd, poi 5 stelle ora “Se avessi stomaco voterei Salvini”. La riflessione sulla ripartenza porta Merlo ad osservare i segnali della nuova fase con questo memorabile commento: “La ripartenza sono i proprietari di locali e negozi che, fosse pure per un giorno, hanno perso l’indolenza romana, il più antico e sapiente modo di vivere”. Ed è una notazione fulminante. Riprende la passeggiata nei luoghi più belli di Roma, tra i negozi e ristoranti famosi di una città ineguagliabile. Nella ripartenza “In loro onore il vento di Roma sposta le nubi dai riflessi violacei e gialli e pulisce il cielo. Sarà dolce e malinconico il primo tramonto della ripartenza”.

Posso privarmi di leggere queste cose in un giornale che m’appartiene culturalmente?
Non posso dice l’umano sotto le spoglie del criceto.

DIARIO IN PUBBLICO
Parrucchieri-giardinieri, giornali e… Addosso ai vecchietti!

Non è proprio un venerdì 17 questo in cui dallo studio, circondato dai miei bambini-libri, amaramente devo constatare che il popolo italiota ne sta combinando più che Carlo in Francia, secondo il giudizio inappellabile di nonna Cisa.
Ma con ordine.
Finalmente arriva il parrucchiere di giardini, il grande Walter, che deve dare una sistemata all’arruffato e brontolante pezzo di verde. Il giardino mi rimprovera già da giorni che i vasi di limoni ancora sostino nel grande atrio, esalando profumi inebrianti che s’infilano nell’ascensore, fino a raggiungere il sottotetto dove vengono ricevuti dai libri in una gara scomposta a chi è più amato dal loro umano criceto. I grandi fiori arancioni delle clivie sotto la finestra sussurrano a bassa voce la loro indignazione nell’essere così trascurati. Ma alla fine, eccolo il Walter, che immediatamente s’impadronisce della situazione. Trepidante osservo il prato di margherite, che prepotentemente invadono i vialetti e, con lo sconforto del cuore, accetto la sentenza sempre dolorosa: “tagliare”. Sghignazzano le camelie rosse, appoggiandosi mollemente all’ortensia, a cui va tolto il fiore vecchio e hoplà!, con gesti da mago, Walter rimette a posto tutto e allora l’eleganza del giardino, come quella di una dame royale, s’impone, pretendendo amore, rispetto, gioia. Una lacrimetta invisibile mi cola all’interno e mi rimanda alla mia condizione di ‘VECCHIO’.

Prima
Dopo

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma cos’è questa storia, che dai sessanta in su te ne devi stare rinchiuso in casa? Immediatamente scatta la volgarissima frase, che era rituale al tempo dell’adolescenza, per esprimere il dissenso più assoluto: “ Fat dar….” . Poi ricordando cosa abbiamo offerto alla generazione dei nostri figli e nipoti, cosa abbiamo lavorato per offrir loro quel mondo spesso irreale di comodità, agiatezza, sollievo, ecco che stiamo precipitando nella più sozza condizione di ‘UNTORI’.
Che una donnina dal sorriso peggiore di quello di Crudelia Demon l’avesse ipotizzato in Europa, passi. Ma che anche gli stessi italiani, mammoni fin che si vuole, ma apparentemente legati ai loro ‘vecchi’, approvassero questa ingiustizia, questo è lo scandalo, questo è lo sconcio!

Certo qualcuno velenosamente, ma giustamente potrebbe obbiettare: che ti lamenti a fare? Hai una casa dove puoi esercitare il walk about in piena libertà, il giardino, i libri, una buona pensione. Cosa vuoi di più? Esercitare il mio diritto di scelta. Questo voglio. Che veda giorno dopo giorno trasportare cadaveri, ceneri e altro in uscita dalle case dell’(eterno) riposo, non mi convince della necessità di stare in case dove i meno fortunati di noi, che vivono in molti in pochi metri quadrati, possono infettare qualcuno dei loro cari senza avere diritto di scelta.

E allora TUTTI se lo si ritiene  necessario stiano a casa dopo i 60 anni: medici, politici, amministratori, scienziati. E vediamo come va a finire. Così già arrabbiandomi dentro se non mi permetteranno di andare in vacanza nell’amatissima Vipiteno e starmene confinato al ‘Laido estense’, ben che vada, mi domando che differenza fa, se rispetto tutte le regole di distanziamento, che passi i miei giorni qui o là? Vergogna!

Concludo con lo scandalo più clamoroso: il cambio di direzione dei giornali voluta da coloro che un tempo e da sempre hanno governato l’economia italiana. Dovrò rinunciare a leggere La Repubblica, La stampa e soprattutto il Corriere, come protesta all’indegna risoluzione fatta senza rispetto di nessuno, soprattutto di Verdelli e della povera Annunziata, la cui malattia viene sbattuta così, per giustificarne le ragioni. E’ un vero schifo! Così il criceto torna nel giardino e attende, attende
Cosa?

film-mafia-il-padrino-marlon-brando

Baciare come il Padrino: perché ai boss piace Hollywood

di Federico Varese

Nell’ottobre scorso, il boss del narcotraffico messicano ‘El Chapo’ Guzman invita l’attore americano Sean Penn e la stella messicana Kate del Castillo nel proprio nascondiglio sulle montagne. La ragione è un’intervista che porterà poi alla cattura di Guzman. Perché correre un tale rischio? ‘El Chapo’ non cerca semplicemente di passare una serata con due celebrità. Vuole che Hollywood realizzi un film sulla sua vita. Quanto accaduto ci ricorda che il cinema e il crimine organizzato sono attratti l’uno dall’altro in vari modi.
In primo luogo, gli sceneggiatori e i produttori saccheggiano la vita reale per prenderne ispirazione e portare sul grande schermo storie coinvolgenti per il pubblico. Negli Stati Uniti degli anni ’30, una schiera di film erano basati sulle sparatorie dell’età del Proibizionismo e sulla vita di Al Capone. E’ il caso di “Piccolo Cesare” (1930), “Nemico pubblico” (1931) e “Scarface” (1932). Oggi molti di noi rimangono incollati alla tv per vedere la bella serie “Narcos” sulla vita di Pablo Escobar, prodotta da Netflix. E i mafiosi non si limitano a rimanere solo soggetti cinematografici. Si interessano scrupolosamente della propria immagine sullo schermo e, se gli piace, modellano i propri comportamenti su ciò che vedono nelle pellicole.

"Piccolo Cesare" con protagonista Edward G. Robinson (1931)
“Piccolo Cesare” con protagonista Edward G. Robinson (1931)

Il primo film con protagonisti dei gangster “Musketeers of Pig Alley”, diretto da David W. Griffith nel 1912, racconta la storia di un criminale da quattro soldi che si innamora di una giovane donna e la protegge da un altro uomo che vuole approfittarsi di lei. Il protagonista Snapper Kid, cammina in modo spavaldo, mani nelle tasche della giacca di colore chiaro, nella quale nasconde una pistola, e veste un cappello ‘pork-pie’ nero (simile a quello indossato da Buster Keaton) tirato sulla fronte. È più elegante dei suoi scagnozzi e degli altri membri della gang, e ne va orgoglioso. Il cortometraggio (17 minuti) è ambientato a Manhattan, nel periodo in cui il quartiere era controllato da potenti gang. Quando esce, Al Capone – nato egli stesso a New York – ha tredici anni. Si unisce a una di quelle gang e vede il film. “Musketeers of Pig Alley” ha un tale impatto su di lui e sugli altri ragazzi della banda, che cominciano a emulare gli atteggiamenti e lo stile di abbigliamento visti sullo schermo. Gli storici, infatti, fanno risalire lo stile gangster a questo film muto.
“Il padrino” (1972) è il film che i criminali italo-americani amano di più. Anche prima che esca, l’Fbi intercetta una conversazione telefonica fra mafiosi nella quale si discute il cast. Quando arriva nelle sale, i componenti delle organizzazioni mafiose lo guardano più e più volte. Louie Milito, un membro della famiglia Gambino ucciso nel 1988, “lo ha guardato seicento volte”, scrive la moglie nella propria autobiografia. Dopo averlo visto, Milito e i suoi “si comportavano come gli attori del Padrino, baciandosi e abbracciandosi…e usando battute del film. Un paio di loro iniziano a studiare italiano”, assicura la signora Milito.

 

Una scena del film "Il Padrino" di Francis Ford Coppola con Marlon Brando
Una scena del film “Il Padrino” di Francis Ford Coppola con Marlon Brando

Il sociologo italiano Diego Gambetta ha sottolineato l’importanza dei film per le mafie. Poiché è illegale appartenere a Cosa Nostra sia in Italia che negli Usa, gli affiliati non possono mostrare apertamente la loro affiliazione (al contrario di quanto avviene in paesi come il Giappone). La mafia vuole costruire un’identità che tutti sono in grado di riconoscere, ma non può farlo legalmente. I film permettono ai mafiosi di essere riconosciuti da un vasto pubblico come membri di un’organizzazione altrimenti segreta. Comportandosi come i gangster sullo schermo, ci fanno sapere che essi sono i veri mafiosi. Le loro vittime ci penseranno due volte prima di opporsi alle richieste di un uomo che si atteggia e parla come Don Vito Corleone. Il paradosso è che i boss (veri) modellano la propria immagine su quella (fittizia) che appare al cinema per apparire più credibili per le strade di New York o di Palermo. Questo meccanismo e’ presente in realta’ nella storia culturale di molti peasi: ad esempio, le regole della cavalleria adottate dai cavalieri del Trecento e del Quattrocento erano tratte dal ciclo di Re Artù. Le spie dei nostri giorni chiamano la loro organizzazione ‘il circo’, un’espressione inventata dallo scrittore John Le Carré, come lui stesso mi ha detto. La peculiarità, nel caso delle organizzazioni criminali, è che i film agiscono in maniera involontaria come una grande macchina pubblicitaria.
Poco importa che la rappresentazione cinematografica non sia perfettamente accurata. La maggior parte delle famiglie della mafia italiana, ad esempio, non sono formate da persone imparentate fra loro e difficilmente un figlio succede al padre come boss, al contrario di quanto avviene nel “Padrino”. Mario Puzo ammise senza difficoltà di non aver avuto nessuna conoscenza parlicolare di Cosa Nsotra americana quando scrisse il suo libro, tuttavia per i criminali reali aveva catturato perfettamente l’essenza del loro mondo. Il Padrino è una storia d’amore, onore e morte che ha dato ai mafiosi senso ad una vita grezza e per nulla invibiabile. Non importa che i dettagli fossero piuttosto imprecisi.

Sean Penn intervista il boss 'El Chapo' Guzman
Sean Penn intervista il boss ‘El Chapo’ Guzman

Non si deve credere che i boss apprezzino tutti i film che parlano di loro. Mentre amano la trilogia del “Padrino”, non si sono mai entusiasmati per le opere di Martin Scorsese, come “Mean Streets” (1973), “Goodfellas” (1990) e “Casino” (1995). Anche “Donnie Brasco” (1997), la storia di un agente della Fbi che negli anni Settanta riesce a infiltrarsi nella famiglia Bonanno, non è gradito in certi ritrovi di Little Italy. Le narrazioni crude, nelle quali la mafia viene dipinta come una accozaglia di egoisti che spesso finiscono in galera, non giovano molto alla reputazione di queste organizzazioni. Lo stesso dicasi per i film che ridicolizzano i gangster, come “Analyze This” (1999), nel quale un boss ha bisogno di uno psichiatra, come ricorda Diego Gambetta nei suoi studi. Sospetto che Guzman volesse collaborare a un film sulla sua vita a patto di essere raffigurato come un padre dolce e amorevole, costretto a una vita da criminale a causa della povertà, in guerra contro rivali assetati di sangue che si meritano la morte (questo è ciò che emerge dall’intervista con Sean Penn pubblicata su “Rolling Stone”). Un film di questo tipo prodotto a Hollywood avrebbe diffuso l’immagine migliore del cartello di Sinaloa, guidato da Guzman, proprio nel mercato che vale di più: gli Stati Uniti.
Di sicuro, il trafficante messicano avrebbe costretto i produttori americani a glissare sulle sue preferenze per ragazze minorenni, che si faceva portare nella sua cella da guardie corrotte (come riportato da “The New Yorker”), o sulle migliaia di donne e bambini che ha ordinato di uccidere, o sul fatto che la sua fuga dalla prigione nel 2015 non è stata poi così coraggiosa. La tentazione delle organizzazioni criminali di scriversi il proprio copione è fortissima.

Una scena di "Battle Royale" (2000) sulla mafia giapponese
Una scena di “Battle Royale” (2000) sulla mafia giapponese

È esattamente quanto è successo con la mafia giapponese negli anni Settanta. Kinji Fukasaku, che ha diretto “Battle Royale” (2000), nei tardi anni Sessanta era un giovane regista della Toei, una delle cinque maggiori case di produzione, specializzata in samurai e film di gangster. In un’intervista del 1997 Kinji Fukasaku rivelò che “un boss raffigurato in una delle mie pellicole voleva controllare il film prima che uscisse, quindi ha organizzato una proiezione alla Toei. Arriva, si siede e lo guarda”. Fortunatamente approvò il prodotto finale. Da quando la Yakuza cominciò ad esercitare un veto sui film, la Toei perse quote di mercato drammaticamente. Perché? Le trame cominciarno ad essere stereotipate, basate su una netta distinzione fra ‘bene’ e ‘male’, con un Yakuza emergente costretto a tradire il codice d’onore dell’organizzazione per obbedire un boss cattivo e, alla fine, con l’uccisione del boss cattivo il codice veniva ristabilito. I conflitti tipici della vita nei bassifondi delle grandi metropoli e i dilemmi morali dei migliori film di gangster giapponesi e americani – nei quali criminali provenienti dai livelli bassi dell’organizzazione si battono contro il sistema, ma sono loro stessi corrotti e destinati a soccombere– non venivano più prodotti dalla Toei. Questa è la lezione che Guzman e i suoi amici a Hollywood non hanno ancora imparato: quando il boss si siede sulla sedia del regista, commette un crimine; artistico, ma comunque un crimine.

 

Nota: Questo testo è una versione di un mio articolo pubblicato il primo febbraio 2016 su Süddeutsche Zeitung. Ho affrontato temi simili anche su La Stampa, 15 gennaio 2016; e La Stampa 20.07.2014. Questi articoli sono disponibili sul mio sito, www.federicovarese.com [vedi]
L’autore che ha per primo sottolineato come le mafie copiano il cinema è Diego Gambetta, in La mafia siciliana, 1993 e poi nel saggio sul cinema nel suo Codes of the Underworld, 2009. Lì cita il caso di Musketeers of Pig Alley. Io ho studiato come le mafie non solo copiano il cinema, ma vogliono controllare l’immagine che compare sullo schermo, in un saggio del 2006, uscito su Global Crime, e poi tradotto in Italiano dalla rivista Lo Straniero (2007) [leggi]
La biografia di Linda Milito è Mafia Wife, 2004.Cesare Martinetti ha scritto un bellisssimo reportage nel giugno del 1993 per La Stampa su come i mafiosi russi erano influenzati da La Piovra. (f.var.)

uscire-euro

L’OPINIONE
Dentro o fuori dall’euro

Quelli che affermano che molti dei problemi dell’Italia si risolverebbero uscendo dall’euro dicono una sciocchezza? Pare proprio di sì (e ciascuno faccia pure mentalmente l’elenco). Lo scrive Salvatore Biasco, docente di Economia alla Sapienza di Roma (Il Mulino 1/2015).

Concordata o meno che sia, l’eventuale uscita italiana dalla moneta unica europea produrrebbe una serie tale di sciagure da delineare uno scenario da “si salvi chi può”. Cominciamo dagli operatori, italiani e stranieri, che per proteggere risparmi e patrimoni, al solo sentore della cosa inizierebbero a disinvestire dall’Italia con riflessi più che prevedibili sul fantomatico spread. Alzi la mano, poi, chi se la sente di dire agli italiani che con lo spread non si mangia. Già, perché per piazzare i titoli del secondo o terzo debito pubblico più alto al mondo ridenominato in lire bisognerà alzare i tassi d’interesse.
Alcuni però dicono che, nel nome del “Chi ce lo fa fare”, è arrivata l’ora di dire basta ad una penosa ed onerosa ‘corvée’ del debito, ricorrendo ad una sua svalutazione o, come dicono i più eleganti, ad una sua ristrutturazione. Così gli sforzi possono essere concentrati su politiche economiche più redistributive. Parole e teorie che, a detta di Biasco, trascurano lo spettro della fuga di capitali, con conseguenze da non augurarsi.
Però, si ribatte, con la lira in tasca tornerebbe in auge la leva monetaria nazionale della svalutazione. Moneta svalutata uguale prodotti italiani più competitivi sui mercati esteri e via col circolo virtuoso di esportazioni, più produzione, crescita, occupazione…
Purtroppo è tutto da dimostrare che l’idea stia in piedi, perché sulla bilancia commerciale oltre alle esportazioni ci sono anche le importazioni, specie di materie prime. Se con i prezzi in lire quelli delle materie prime importate crescono (e quindi sale l’inflazione), non solo, bisogna vedere quanto competitivo resta il made in Italy con la benzina, ad esempio, a tremila lire il litro, ma c’è qualcuno che abbia pensato che l’inflazione significa una spirale dalla quale è bene tenersi alla larga?
Ma non basta. Con l’ipotesi svalutazione, mettiamo, dal rapporto debito/Pil attuale al 130 per cento a quello del 60 per cento, siamo davvero così sicuri che i possessori dei nostri titoli ci rivolgeranno applausi a scena aperta per avere centrato il traguardo Maastricht?
Qui i possessori, cioè creditori, sono di due tipi. Ci sono quelli stranieri, che immaginiamo il loro umore dal momento che si ritrovano meno soldi di quelli che hanno prestato allo Stato italiano. Poi ci sono i creditori italiani. In buona parte sono banche. Sono note le grida di gioia di taluni a vedere le sanguisughe finalmente pagare le conseguenze di una crisi partita proprio dalla finanza.
Peccato che buona parte dei pacchetti azionari sono nelle tasche dei risparmiatori che sarebbero, così, i veri mazziati. Che poi sono gli stessi ad avere anche buona parte del debito pubblico tricolore, a sua volta svalutato.
E’ questo l’augurio che alcuni vogliono fare all’Italia? Senza contare l’effetto domino che un’economia come quella nazionale (che vale molto di più del tre per cento di quella greca nella sola Ue) può provocare su scala internazionale. E se il contagio si propaga fra stati e investitori, qualcuno vorrebbe spiegare dove trovare la domanda estera per le nostre esportazioni?

Qui Biasco introduce la seconda parte del ragionamento. Partendo dalla formula coniata da Michele Salvati (direttore de Il Mulino), l’economista della Sapienza lascia questa ipotesi dell’uscita dall’euro definita “catastrofe”, per entrare nella non meno preoccupante dell’”asfissia”. Rimanendo dentro l’euro è inutile negare che senza un governo del cambio l’Italia ha un problema di persistente difficoltà competitiva. Difficile perciò, stando così le cose, sfuggire a un progressivo declino (asfissia) fatto di decurtazione continua della spesa pubblica, di spending review, di compressione dei redditi (la stessa riforma del mercato del lavoro, ha detto Vittorio Zucconi, sembra scritta con la penna di Confindustria), impoverimento dei ceti medi, progressive privatizzazioni del pubblico e vendite in mani straniere di firme del made in Italy.
Dunque, la strada dell’uscita dall’euro è il trauma, mentre rimanerci a queste condizioni è un lento declino. Si dice che c’è la strada delle riforme. E’ chiaro a molti che se l’Italia avesse migliori pubblica amministrazione, burocrazia, scuola, università e giustizia si andrebbe meglio. E’ anche vero, però, che se la riforma della pubblica amministrazione significa togliere di mezzo le Province (ossia l’1,2 per cento della spesa pubblica) – come sta avvenendo con ritardi, contraddizioni fra piani normativi, governo, regioni, sezioni delle Corti dei conti, incertezza di risorse, di funzioni e sulla sorte di 20mila dipendenti e chissà cos’altro ancora – non c’è da brindare.

La verità, prosegue Biasco, è che “non saranno le riforme a farci risalire la china”, sia quelle istituzionali che della pubblica amministrazione. Ma allora non c’è via d’uscita fra catastrofe e asfissia? Ci sono tuttavia un paio di ragioni che farebbero propendere per la seconda strada. E non perché sia meglio essere rosolati a fuoco lento piuttosto che esplodere in un colpo solo.
Primo: in un mondo come questo i fili della speranza, e cioè della crescita, sono essenzialmente esogeni. E’ perciò in un contesto di integrazione che va giocata la partita e non in un anacronistico isolamento nazionale, inesorabilmente indietro rispetto alle lancette della storia. E’ quindi in questo ordine delle cose che, piaccia o non piaccia, va posto il tema europeo che la crescita non è – i fatti lo dimostrano – il prodotto differito dell’austerità.
Solo che questo tema non andrebbe banalizzato, come si è sentito finora, rimproverando all’inquilino di turno a Palazzo Chigi di non battere i pugni sul tavolo di Bruxelles. Il ragionamento, se c’è una classe dirigente degna del nome, è di dottrina e di politica insieme: se ci sono spazi per ritenere che l’Europa sia capace di una crescita che non chiede solo sul fronte dell’offerta, ma anche su quello della domanda, lo si dica ora o mai più. Se c’è una strategia che vada oltre la semplice e illusoria soluzione della riduzione di diritti e libertà (da quelle civili a quelle del lavoro), lo si dica adesso e su questo si costruiscano alleanze.

Lo scrive chiaro e tondo anche Guido Rossi (Il Sole 24 Ore del 29 marzo): la politica si svegli dal torpore, non continui a lasciare i destini europei in mano alle tecnocrazie – economiche, burocratiche e finanziarie – perché in ballo ci sono i valori democratici fondamentali che tengono insieme stati membri e culture, in un un progetto non fondato sulla deriva di ineguaglianze, distanze sociali e minori opportunità in favore di pochi. Sul versante interno della politica questo significa, per esempio, che chi si ritiene forza riformista, non lasci la bandiera della critica all’Europa a chi predica la strada della “catastrofe”, che sull’onda di un malcontento destinato a crescere avrà sempre più facile gioco elettorale, ma la agiti con altrettanta energia spiegando perché è esattamente nella visione comunitaria che si può ancora evitare il peggio.

E lo si faccia, possibilmente, non con lo sguardo rivolto alle prossime urne (com’è possibile fare o rifare alleanze con chi predica la strada della catastrofe?) ma alle prossime generazioni, perché liberali o no, non servirà a nessuno un paese impoverito, scioccamente liberalizzato, indebolito di libertà e tutele e con un settore pubblico mercificato.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi