Tag: lago

Il giardino delle artemisie giganti
…un racconto

Il giardino delle artemisie giganti
Un racconto di Carlo Tassi

Dei ricordi fanciulleschi che affollano la mia mente, mai come adesso tormentata da tanta nostalgia, uno più di tutti ha sempre stuzzicato la mia fantasia. Parlo di uno strano episodio mai del tutto risolto.
Mi trovavo in vacanza in un pittoresco paesello sulle rive di un lago, di cui per mia riservatezza non farò il nome, cintato da montagne poderose con pendici aguzze come lance a grattar nuvole perennemente di passaggio. Le giornate ombrose e insolitamente fresche costringevano spesso me e mio cugino a rinunciare a giocare nelle acque fredde del lago, in alternativa non rimaneva che avventurarsi nei dintorni campestri oltre il caseggiato.

Stavamo con le nostre famiglie in una grande villa presa in affitto per tutto il mese d’agosto. Il proprietario era un vecchio insegnante di musica a riposo, tal Brunamonti, un tipo solitario ma cordiale, che ci aveva preso in simpatia e ci raccontava puntualmente storie curiose e bizzarre che spacciava per vere e sacrosante. Una di queste riguardava un bellissimo giardino dell’entroterra a nemmeno mezzora di cammino da dove alloggiavamo. Bastava percorrere la via maestra del paese e, passata l’ultima casupola prima della campagna, prendere a sinistra un largo sentiero sterrato e circondato da rovi impenetrabili che saliva su una collinetta irta di cipressi. Una volta in cima, appariva una vecchia villa in stile liberty e un maestoso giardino con tanto di serre, camminamenti, aiuole, fontane e laghetti.
Ebbene, un pomeriggio plumbeo di fine agosto, ad appena due giorni dalla fine di quell’indimenticabile vacanza, decidemmo di raggiungere quel posto e vedere coi nostri occhi se ciò che ci aveva raccontato il nostro padrone di casa era vero oppure no.
A dire la verità il tragitto ci parve subito più impegnativo di quanto ci eravamo immaginati. Non eravamo ancora usciti dal paese che avevamo imboccato la strada sbagliata, e ci volle una buona mezzora solo per raggiungere il bivio ai piedi della collina. La salita poi si rivelò più ardua del previsto e, quando fummo giunti in cima, non c’era l’ombra di nessuna villa e tantomeno di un giardino.
Fu mio cugino che, avendo intravisto la porzione di un tetto che spuntava tra gli alberi in lontananza, mi chiamò dicendomi che forse quel tetto apparteneva proprio alla villa che stavamo cercando. E fu così.

Per raggiungere la villa descritta da Brunamonti dovemmo attraversare un fitto boschetto di cipressi e, una volta arrivati, ci rendemmo conto che il suo racconto aveva trascurato diversi particolari che fin da subito ci fecero venir voglia di tornarcene a casa.
La villa c’era, ma quel tetto, avvistato da mio cugino tra le cime appuntite dei cipressi, altro non era che la cuspide del campanile di una pieve gotica che affiancava un piccolo cimitero diroccato le cui lapidi erano quasi sommerse dalla vegetazione. La villa, effettivamente liberty, era poco distante sulla destra, ai margini di una fitta boscaglia di cipressi e grossi abeti la cui ombra oscurava qualsiasi cosa si celasse al suo interno.
Tutte le costruzioni apparivano disabitate da chissà quanto tempo e delle spesse tavole di legno inchiodate agli ingressi stavano a testimoniarlo.
Anche il giardino era lì, proprio come aveva detto Brunamonti, e la cosa più incredibile viene adesso!

Secondo Brunamonti il giardino era posto dietro la villa. Io e mio cugino ci guardammo in faccia titubanti, ma alla fine decidemmo di aggirare il fabbricato e di vedere cosa c’era dall’altra parte. Camminammo cauti e tesi più che mai, avevamo dieci anni io e dodici lui, e tutto quello scenario che si era rivelato intorno a noi si prestava benissimo a far correre le nostre fantasie in luoghi ben più oscuri e terribili di quanto avremmo voluto.
Ricordo ancora adesso – e la sensazione che riaffiora è tuttora viva e pulsante come di cosa appena successa – ciò che provai quando finalmente vidi quel giardino: meraviglia, estasi e terrore!

Il giardino era maestoso, lussureggiante, qualcosa che non avevamo mai visto. Innumerevoli varietà esotiche di piante fiorite creavano un arcobaleno di colori e stordivano coi loro profumi. Poi alberi enormi e sconosciuti e siepi dalle incredibili geometrie.
Ma la domanda che causava tanta meraviglia era: come poteva esistere un giardino come quello se il posto era isolato e abbandonato da tanti anni quanti noi non potevamo nemmeno immaginare? Poi una seconda domanda: dov’erano e com’erano fatte le artemisie giganti raccontate da Brunamonti?
In fondo era stata proprio quella seconda curiosità a spingerci ad affrontare quel viaggio: le artemisie giganti.

Il vecchio maestro ci aveva detto che in quel giardino esisteva una rara specie di artemisia carnivora che un giorno di tanti anni prima aveva divorato un ignaro fattore che si era addormentato all’ombra di una di esse. Successe che durante il sonno venne paralizzato dal suo profumo tossico, che i suoi rami gli si strinsero intorno, che le sue foglie lo avvolsero come in un sudario e che, rilasciando sul poveretto la sua linfa corrosiva, iniziò a digerirlo come nella più tremenda delle storie dell’orrore.
Brunamonti raccontò che quell’incidente indusse il vecchio proprietario della villa, un ricco barone, a liberarsi di quelle piante tanto pericolose distruggendole e sostituendole con altre artemisie, del tutto identiche alle prime ma innocue. In verità Brunamonti ci confidò che il sospetto della gente del tempo era che il barone non distrusse affatto le sue artemisie carnivore, ma più semplicemente lo lasciò credere. Il nobile non fece proprio niente e le artemisie carnivore rimasero al loro posto come prima, e ci restarono per tutti gli anni a venire.
Per questa ragione, il giardino divenne via via un luogo evitato da tutti quelli che ne conoscevano la storia. La morte dell’ultimo discendente del barone ne decretò poi il definitivo abbandono e la caduta in rovina.
Quel giardino in cui ci trovavamo però era tutt’altro che in rovina.

Restammo assorti parecchi minuti a ripensare alla storia che il maestro Brunamonti ci aveva raccontato, e intanto ammiravamo estasiati e perplessi l’insolito stato di grazia di quell’immenso giardino. Poi qualcosa ci distolse dai nostri pensieri.
Era uno strano rumore sommesso, come qualcosa di pesante che strisciava sul terreno. Ci guardammo attorno ma non vedemmo nessun movimento, tranne l’ondeggiare delle piante e dei rami mossi dal vento. Eppure quel rumore continuava, e pareva farsi più forte.
Ricordo come quel vago senso di inquietudine che ci aveva accolto appena arrivati sul posto divenne improvvisamente una paura profonda. Paura che si trasformò in terrore appena avemmo l’impressione che erano stati gli stessi alberi a muoversi nella nostra direzione. Alberi splendidi e maestosi che, con movimenti impercettibili, si avvicinavano a noi trasformandosi ai nostri occhi in giganteschi mostri terrificanti.

In una manciata di secondi eravamo già sul sentiero sterrato.
Correndo come due lepri scendemmo rapidamente verso il paese e poi nella casa delle vacanze, dove alla fine giungemmo entrambi col cuore in gola.
Era tardi e i nostri genitori stavano sistemando la tavola per la cena sotto il portico di fronte all’ampio cortile. Vedendoci arrivare, ci venne incontro mio padre tutto accigliato che ci rimproverò di aver messo in ansia tutti quanti per essere stati via oltre quattro ore senza avvisare nessuno.
Quattro ore? Tanto tempo era passato?
A quel punto arrivò un aiuto inaspettato proprio dal maestro Brunamonti.
L’anziano padrone di casa s’avvicinò a mio padre e gli disse, scusandosi, che sapeva della nostra visita nel giardino in cima alla collina e che si era dimenticato di informare e rassicurare le nostre famiglie che non avremmo corso alcun pericolo.
Tanto bastò per rasserenare tutti quanti ed evitarci una sicura punizione.

Più tardi, il vecchio maestro ci prese in disparte e ci confidò che aveva immaginato dove fossimo andati perché si ricordava le nostre facce dopo che avevamo ascoltato il suo racconto del giorno prima sul giardino di artemisie.
Ci chiese poi se avevamo trovato il giardino.
Entrambi gli eravamo grati che avesse mentito a mio padre salvandoci dal castigo – in effetti, sicuri che non saremmo stati via a lungo, non avevamo informato nessuno della nostra escursione, tantomeno lui – così gli raccontammo tutto quello che avevamo visto. L’unica cosa che evitammo di dire fu la causa del nostro repentino ritorno a casa.
Lui ascoltò tutto con estremo interesse poi ci chiese: “Avete detto che il giardino era ancora in perfetto stato?”
“Certo!” rispondemmo noi in coro.
Sulle labbra di Brunamonti spuntò un leggero sorriso: “Allora, ragazzi miei, quello che immaginavo è vero: le artemisie carnivore sono ancora lassù e – il sorriso si fece strano – a quanto pare sono diventate degli ottimi giardinieri…”

Firth Of Fifth (Genesis, 1973)

Per leggere tutti gli articoli, i racconti e le vignette di Carlo Tassi su questo quotidiano clicca sul suo nome.
Per visitare il sito di Carlo Tassi clicca [Qui]

In riva al lago

Ci si può immaginare di essere al centro del proprio mondo ma, alla fine, si cerca di far coniugare l’esigenza dell’essere a quella del condividere. Si deve rinunciare ad una parte di sé. Non farlo vuol dire semplicemente avventurarsi all’interno del proprio deserto interiore. Da lì, sempre più profondo, è il suono della propria essenza, somigliante ad una vecchia panchina quasi rotta, che aspetta, da anni, di esser trovata.

Il lago prezioso

Meta scelta da molti turisti e alquanto suggestiva, sia nella stagione invernale che in quella estiva, è il Lago di Braies, bellezza naturale immersa tra le Dolomiti.
Nato a seguito di una frana, leggenda narra che sotto le sue acque blu intenso, ci siano oro e pietre preziose: selvaggi che abitavano le montagne circostanti decisero di aprire delle fonti sotterranee per nascondere le loro ricchezze sott’acqua, impedendo così ad altri, di potersene impossessare.
Trattasi di un vero e proprio gioiello, per la sua affascinante bellezza incontaminata e per i tesori, che forse, cela.

La leggenda dei piranha nei prati in fiore

I’m Not in Love (10cc, 1975)

Un cofanetto di latta trovato nell’armadio, una vecchia scatola di biscotti. Guardo dentro e ritorno di colpo al passato.
È pieno zeppo di foto, molte in bianco e nero, alcune a colori…

Anno 1975: un’altra vita, un altro mondo, un altro me stesso. Il mangiadischi di mia sorella suonava ‘rock the boat’, ‘rock your baby’, ‘Love theme’ e tutta la musica luccicante d’allora che portava l’estate ogni giorno dell’anno.
Io e mio cugino, bambini sul lago, persi tra sogni e ricordi, quando voglia d’avventura e meraviglia coloravano le nostre giornate.

Magliette a righe come quelle dei marinai, pantaloncini bianchi e corti alle ginocchia, sandali di gomma per camminare sui sassi immersi nel lago. Due monelli a zonzo per le vie di Garda. Io sono il piccoletto, poi quello spilungone di mio cugino, magro come un’acciuga e più grande di me di quasi tre anni.
Le giornate sono lunghe ma mai noiose perché una storia da inventare la si trova sempre. Ce ne andiamo in giro a cercare qualcosa da fare, concentrati e determinati come due piccoli agenti in missione segreta. Ogni luogo è una terra sconosciuta da esplorare, ogni oggetto trovato è un mistero da risolvere, ogni ostacolo una sfida da vincere. E alla fine di corsa al quartier generale, la grande casa presa in affitto per le vacanze, sicura e confortevole coi nostri genitori sempre ad aspettarci e a far domande.

L’eterna estate degli anni settanta quando luglio e agosto valevano un anno intero. La scuola finiva e iniziava l’avventura. Posti lontani a due passi da casa. I giri con le bici, interminabili viaggi senza tempo… Com’era bella la vita senza i telefoni in tasca!

Dalla spiaggia della Cavalla fino a Punta San Vigilio. Eccolo: è questo il nostro mondo tutto per noi e pronto da conquistare!
Quella volta partiamo a caccia di cagnette armati di secchiello, retino, lenze e mollica di pane. Ci caliamo nei cunicoli semisommersi tra gli scogli e aspettiamo pazienti le nostre prede. Mostri voraci dalle bocche irte di denti, vivono nascosti nel buio di fessure di roccia sommersa: le nostre murene in miniatura.
Per niente buone da mangiare, con una pelle grigia e priva di squame, fredda e sgusciante come quella delle anguille. Sono piccole ma forti e muscolose, munite di dentini aguzzi e dolorosi come aghi…
Per un po’ le cagnette sono il nostro principale passatempo. Una volta catturate finiscono nel secchiello giallo pieno d’acqua e restano lì per tutto il tempo della “missione”, ovvero finché non decidiamo di ributtarle nel lago. Così quella mattina ne pesco una così grossa che ho paura a prenderla in mano. Tiene la bocca spalancata quasi a voler dire “se ti avvicini ti mordo”. Mi ricorda la bocca dei piranha che ho visto tante volte nell’acquario del negozio di animali di via Armari a Ferrara. Quante volte mi son fermato a fissare quella vetrina… ricordo che i piranha erano due e se ne stavano precauzionalmente da soli, mentre al sicuro nell’acquario di fianco c’erano pesci combattenti blu e pesci spazzino sempre indaffarati a dragare la ghiaia ammucchiata sul fondale.
Ma torniamo al lago. Alla fine catturiamo circa una trentina di cagnette. Alquanto soddisfatti decidiamo di raggiungere lo stagno che si trova nel bel mezzo dei giardini pubblici, a poca distanza da noi. Arrivati ai margini dell’acqua liberiamo le cagnette una ad una, come in un rito solenne. Le guardiamo scomparire con guizzi fulminei nelle acque grigie e immobili dello stagno. Siamo fermamente convinti della bontà dell’operazione: una colonizzazione in piena regola, con l’idea che in breve tempo lo stagno si sarebbe popolato di cagnette. E tutto questo grazie a noi.
La delusione è cocente quando l’indomani il signor Romeo, il nostro padrone di casa, ci spiega che le cagnette non sono pesci in grado di sopravvivere in uno stagno. Che al contrario hanno bisogno di acque ricche d’ossigeno come quelle del lago. Senza saperlo le avevamo condannate a morte.
La sera stessa, tormentati dal senso di colpa, torniamo allo stagno nuovamente muniti di lenza, retino e secchiello con la speranza di salvarne almeno qualcuna. Vorremmo catturarle di nuovo per riportarle al lago ma sappiamo che l’impresa è disperata: le acque dello stagno sono torbide, la superficie è ricoperta di piante acquatiche, è impossibile vedere il fondale.
Siamo ormai sul bordo dello stagno. La luce del tramonto dipinge di sfumature arancioni l’ambiente tutt’attorno, le ombre s’allungano rapidamente sui cespugli, sui prati fioriti. Ma è proprio tra l’erba che intravedo qualcosa muoversi. M’avvicino per vedere meglio e chiamo subito Gianfranco. Restiamo a bocca aperta, increduli.
Sotto di noi una processione di cagnette che si trascinano sull’erba non senza difficoltà. Usano le minuscole pinne come delle zampette primitive. In pratica camminano.
Non sappiamo affatto come facciano a respirare fuori dall’acqua ma ci riescono.
Ci guardiamo attorno e alla fine capiamo cosa sta succedendo: a una ventina di metri da noi, proprio nella direzione presa dai pesciolini, passa il torrente che taglia in due il paese segnando il confine orientale dei giardini pubblici. Le sue acque scorrono limpide e veloci finendo nel lago a poca distanza.

Ecco qua: le cagnette non avevano certo bisogno del nostro aiuto, per loro avevamo già fatto anche troppo.
Siamo rimasti ad osservarle nel loro lento e inesorabile cammino verso la salvezza. Ritornavano a casa spinte da un istinto di sopravvivenza a noi sconosciuto, guidate da una bussola misteriosa nascosta nel loro dna.
È già buio pesto quando l’ultima cagnetta, la più grossa, quella che il giorno prima mi aveva ricordato i piranha dell’acquario, raggiunge a fatica il bordo del torrente. Senza pensarci un attimo la prendo in mano per lanciarla in acqua, lo faccio per aiutarla anche se non ne ha bisogno. Prima di cadere nel torrente lei mi ringrazia mordendomi il pollice.
Mai morso fu più doloroso e meritato di quello!

Love’s Theme (The Love Unlimited Orchestra, 1973)

Rock Your Baby (George McCrae, 1974)

Rock the Boat (Hues Corporation, 1973)

Il giardino delle artemisie giganti

Dei ricordi fanciulleschi che affollano la mia mente, mai come adesso tormentata da tanta nostalgia, uno più di tutti ha sempre stuzzicato la mia fantasia. Parlo di uno strano episodio mai del tutto risolto. Mi trovavo in vacanza in un pittoresco paesello sulle rive di un lago, di cui per mia riservatezza non farò il nome, cintato da montagne poderose con pendici aguzze come lance a grattar nuvole perennemente di passaggio. Le giornate ombrose e insolitamente fresche costringevano spesso me e mio cugino a rinunciare a giocare nelle acque fredde del lago, in alternativa non rimaneva che avventurarsi nei dintorni campestri oltre il caseggiato.
Stavamo con le nostre famiglie in una grande villa presa in affitto per tutto il mese d’agosto. Il proprietario era un vecchio insegnante di musica a riposo, tal Brunamonti, un tipo solitario ma cordiale, che ci aveva preso in simpatia e ci raccontava puntualmente storie curiose e bizzarre che spacciava per vere e sacrosante. Una di queste riguardava un bellissimo giardino dell’entroterra, a nemmeno mezzora di cammino da dove alloggiavamo. Bastava percorrere la via maestra del paese e, passata l’ultima casupola prima della campagna, prendere a sinistra un largo sentiero sterrato e circondato da rovi impenetrabili che saliva su una collinetta irta di cipressi. Una volta in cima, appariva una vecchia villa in stile liberty e un maestoso giardino con tanto di serre, camminamenti, aiuole, fontane e laghetti.
Ebbene, un pomeriggio plumbeo di fine agosto, ad appena due giorni dalla fine di quell’indimenticabile vacanza, decidemmo di raggiungere quel posto e vedere coi nostri occhi se ciò che ci aveva raccontato il nostro padrone di casa era vero oppure no.
A dire la verità il tragitto ci parve subito più impegnativo di quanto ci eravamo immaginati. Non eravamo ancora usciti dal paese che avevamo imboccato la strada sbagliata, e ci volle una buona mezzora solo per raggiungere il bivio ai piedi della collina. La salita poi si rivelò più ardua del previsto e, quando fummo giunti in cima, non c’era l’ombra di nessuna villa e tantomeno di un giardino. Fu mio cugino che, avendo intravisto la porzione di un tetto che spuntava tra gli alberi in lontananza, mi chiamò dicendomi che forse quel tetto apparteneva proprio alla villa che stavamo cercando. E fu così.

Per raggiungere la villa descritta da Brunamonti dovemmo attraversare un fitto boschetto di cipressi e, una volta arrivati, ci rendemmo conto che il suo racconto aveva trascurato diversi particolari che fin da subito ci fecero venir voglia di tornarcene a casa.
La villa c’era, ma quel tetto, avvistato da mio cugino tra le cime appuntite dei cipressi, altro non era che la cuspide del campanile di una pieve gotica che affiancava un piccolo cimitero diroccato le cui lapidi erano quasi sommerse dalla vegetazione. La villa, effettivamente liberty, era poco distante sulla destra, ai margini di una fitta boscaglia di cipressi e grossi abeti, la cui ombra oscurava qualsiasi cosa si celasse al suo interno. Tutte le costruzioni apparivano disabitate da chissà quanto tempo e delle spesse tavole di legno inchiodate agli ingressi stavano a testimoniarlo.
E il giardino? Anche quello c’era, e la cosa più incredibile viene adesso!

Secondo Brunamonti il giardino era posto dietro la villa. Io e mio cugino ci guardammo in faccia titubanti, ma alla fine decidemmo di aggirare il fabbricato e di vedere cosa c’era dall’altra parte. Camminammo cauti e tesi più che mai, avevamo dieci anni io e dodici lui, e tutto quello scenario che si era rivelato intorno a noi si prestava benissimo a far correre le nostre fantasie in luoghi ben più oscuri e terribili di quanto avremmo voluto.
Ricordo ancora adesso, e la sensazione che riaffiora è tuttora viva e pulsante come di cosa appena successa, ciò che provai quando finalmente vidi quel giardino: meraviglia, estasi, terrore!
Il giardino era maestoso, lussureggiante, qualcosa che non avevamo mai visto. Innumerevoli varietà esotiche di piante fiorite creavano un arcobaleno di colori e stordivano coi loro profumi. Poi alberi enormi e sconosciuti e siepi dalle incredibili geometrie.
Ma la domanda che causava tanta meraviglia era: come poteva esistere un giardino come quello se il posto era isolato e abbandonato da tanti anni quanti noi non potevamo nemmeno immaginare? Poi una seconda domanda: dov’erano e com’erano fatte le artemisie giganti raccontate da Brunamonti?
In fondo era stata proprio quella seconda curiosità a spingerci ad affrontare quel viaggio: le artemisie giganti.

Il vecchio maestro ci aveva detto che in quel giardino esisteva una rara specie di artemisia carnivora che un giorno di tanti anni prima aveva divorato un ignaro fattore che si era addormentato all’ombra di una di esse. Successe che durante il sonno venne paralizzato dal suo profumo tossico, che i suoi rami gli si strinsero intorno, che le sue foglie lo avvolsero come in un sudario e che, rilasciando sul poveretto la sua linfa corrosiva, iniziò a digerirlo come nella più tremenda delle storie dell’orrore. Brunamonti raccontò che quell’incidente indusse il vecchio proprietario della villa, un ricco barone, a liberarsi di quelle piante tanto pericolose distruggendole e sostituendole con altre artemisie, del tutto identiche alle prime ma innocue. Ma Brunamonti ci confidò anche che il sospetto della gente era che, in verità, il barone non distrusse affatto le sue artemisie carnivore, semplicemente lo lasciò credere. Per questa ragione, il giardino divenne via via un luogo evitato da tutti quelli che ne conoscevano la storia. La morte dell’ultimo discendente del barone ne decretò poi il definitivo abbandono e la caduta in rovina.
Quel giardino in cui ci trovavamo però era tutt’altro che in rovina…
Poi qualcosa ci distolse dai nostri dubbi. Era stato uno strano rumore sommesso, come qualcosa di pesante che strisciava sul terreno. Ci guardammo attorno ma non vedemmo nessun movimento, tranne l’ondeggiare di piante e rami mossi dal vento. Eppure quel rumore continuava, e pareva farsi più forte.
Ricordo come quel vago senso di inquietudine che ci aveva accolto appena arrivati sul posto divenne improvvisamente una paura profonda. Paura che si trasformò in terrore appena avemmo l’impressione che erano stati gli stessi alberi a muoversi nella nostra direzione. Alberi splendidi e maestosi che, con movimenti impercettibili, si avvicinavano a noi trasformandosi ai nostri occhi in giganteschi mostri terrificanti.
In una manciata di secondi eravamo già sul sentiero sterrato. Correvamo come due lepri scendendo rapidamente verso il paese e poi nella casa delle vacanze, dove alla fine giungemmo entrambi col cuore in gola. Era tardi e i nostri genitori stavano sistemando la tavola per la cena sotto il portico di fronte all’ampio cortile. Vedendoci arrivare, ci venne incontro mio padre tutto accigliato che ci rimproverò di aver messo in ansia tutti quanti per essere stati via oltre quattro ore senza avvisare nessuno…
Quattro ore? Tanto tempo era passato?
A quel punto arrivò un aiuto inaspettato proprio dal maestro Brunamonti. Si avvicinò a mio padre e gli disse, scusandosi, che sapeva della nostra visita nel giardino in cima alla collina e che si era dimenticato di informarli e di rassicurarli che non avremmo corso alcun pericolo. Tanto bastò per rasserenare gli animi e per evitarci una sicura punizione.

Più tardi, il vecchio maestro ci prese in disparte e ci confidò che aveva immaginato dove fossimo andati perché si ricordava le nostre facce dopo che avevamo ascoltato il suo racconto del giorno prima riguardante il giardino di artemisie, poi ci chiese come avevamo trovato il giardino. Grati per il fatto che avesse mentito a nostro favore (in effetti, sicuri che non saremmo stati via a lungo, non avevamo informato nessuno delle nostre intenzioni, tantomeno lui), gli raccontammo quello che avevamo trovato, evitando però di rivelargli il motivo del nostro repentino ritorno a casa.
Lui ascoltò tutto con estremo interesse e alla fine disse: “Allora, ragazzi miei, è vero ciò che si dice in giro: le artemisie carnivore sono ancora lassù… e, a quanto pare, sono diventate degli ottimi giardinieri!”

Firth Of Fifth (Genesis, 1973)

Avevo una macchinina di gomma rossa

Estate 1970. Unghie sporche di terra, ginocchia sbucciate, solchi sulla sabbia, tracce nella memoria.
Nelle mie mani di bambino una macchinina di gomma rossa rombava e sfrecciava tra le dita, nelle strade della fantasia. Sul vetro del finestrino posteriore disegnavo traiettorie verticali. La macchinina indistruttibile, inarrestabile, seguiva la rotta delle nuvole di fuori, mentre mio padre guidava verso il lago con mia madre al suo fianco, sempre. Con me, dietro, mia sorella e mia nonna che parlavano parole lontanissime.
Intanto la macchinina rossa perlustrava le fessure tra le valigie, nel vano portabagagli, e poi tra le cuciture dei sedili, tra le pieghe della sottana di mia nonna…
Ogni angolo era un mondo da esplorare. Minuscoli omini immaginari uscivano dalla macchinina per entrare tra quelle fessure misteriose, tra i bagagli sovrapposti, come i fitti palazzi di una metropoli sconosciuta. Un micro mondo più vasto del mondo stesso, un mondo senza confini. Mentre Garda s’avvicinava creando nuove visioni, nuove aspettative, dopo un anno di attese.
La vacanza sul lago era lì, pronta per iniziare. E a quella s’aggiungeva il mio mondo stupefacente di bambino, che allargava gli orizzonti all’infinito.
No, gli adulti non potevano capire, ma che importava?
La macchinina rossa andava dappertutto e oltre, e io viaggiavo con lei, nella 124 nuova fiammante di mio padre, azzurrina e luccicante sotto il grande sole d’agosto, veloce e invincibile sulla strada per il lago. Un’astronave ammiraglia che ci portava a destinazione e mio padre che guidava silenzioso. Lui era il mio gigante buono che tracciava la rotta, ed era gioia pura.

A Salty Dog (Procol Harum, 1969)

IL CACCIATORE DI LEGGENDE
Il tempio nascosto

CAPITOLO PRECEDENTE

CAPITOLO VII – Il tempio nascosto

Di fronte a loro apparve dalle ombre una sorta di altare in pietra. Era grande, costituito da una massiccia lastra di forma rettangolare che poggiava su due blocchi squadrati posti alle due estremità della tavola. Subito dietro l’altare spiccava un’imponente colonna cilindrica, probabilmente in granito, alta circa una decina di piedi e sulla cui superficie si distinguevano numerosi bassorilievi. A destra invece, distanziato di una decina di passi, un gigantesco totem, scolpito su una colonna calcarea generata dall’unione tra una stalattite e una stalagmite, era seminascosto dall’oscurità. Il totem raffigurava una strana chimera i cui tratti erano stati probabilmente modificati dall’azione dell’acqua che colava incessantemente dall’alto della colonna facendola brillare alla luce delle lanterne. Dalla parte opposta, a sinistra dell’altare, la superficie nera e perfettamente ferma del lago completava la scena.
I tre uomini erano nuovamente ammutoliti. Restarono immobili a guardare quella visione per parecchio tempo.
Storditi dalla sorprendente scoperta, non si accorsero che qualche passo più in là, dietro la colonna di granito, una strana creatura quasi completamente avvolta nel buio li stava osservando.

Greenstone si avvicinò all’altare. Sul ripiano di pietra si notavano quattro grossi fori levigati, probabilmente dei passanti, e dei legacci di cuoio quasi del tutto consumati che penzolavano dal bordo della tavola, l’uomo vi poggiò sopra la lanterna e, nel farlo, notò diverse macchie scure sulla superficie.
«Questo è sangue!» constatò.
«Mon Dieu, Joseph! Ci troviamo davanti a una scoperta sensazionale: un antico altare sacrificale inca situato sottoterra… Il primo mai scoperto finora!» esclamò il francese in preda all’eccitazione.
«Jacques, forse l’altare sarà antico. Ma questo sangue di sicuro non lo è…» osservò Sewell.
«Ma… che volete dire?» chiese turbato il francese.
Greenstone tirò fuori un coltello dall’astuccio di cuoio che portava agganciato alla cintura e iniziò a grattare il sangue essiccato dalla pietra: «Vedete Jacques, in questo avvallamento della pietra ce n’è una discreta quantità, una vera e propria pozza di sangue… L’incrostazione poi s’allarga sino al bordo della tavola disegnando dei rivoli. Se date un’occhiata in basso, ai piedi dell’altare, ci sono tracce di gocciolamento. Non pensate che ci sia un po’ troppo sangue per essere solo la testimonianza di un evento vecchio di secoli?»
Verdoux non rispose, fissava quelle macchie nerastre cercando di dare un senso logico alle parole dello scozzese.
Sewell continuò: «Ma la cosa che mi ha tolto ogni dubbio è questa…» indicò una chiazza biancastra che ricopriva parte dell’incrostazione, «È muffa! In altre parole la dissoluzione di questo sangue non è iniziata secoli fa… direi piuttosto settimane o giorni!»
Jacques era pallido, gocce di sudore gli imperlavano la fronte a dispetto del freddo che avvolgeva l’intera caverna. Per Greenstone non era chiaro se l’aspetto precario dell’amico fosse imputabile al retaggio della malattia o alla forte emozione del momento. Alla fine pensò che probabilmente fosse la combinazione delle due cose.
Il francese farfugliò qualcosa nella propria lingua che si rivelò incomprensibile alle orecchie dei due compagni, frugò nella bisaccia ed estrasse la bottiglietta di assenzio. Ne bevve due sorsate e, per la prima volta, l’offrì allo scozzese che declinò.
Juan, che si era spinto in avanti in perlustrazione, chiamò i due scienziati: «Professori, da questa parte… prego venite!»
Sewell imbracciò il fucile e corse dall’indio aggirando l’altare, subito imitato da Verdoux.
Arrivarono dove li attendeva Juan. Poco più avanti sulla destra dell’altare, tra la colonna di granito e il totem, alla luce delle lampade apparve un ampio braciere circolare ricavato da un unico blocco di roccia, alto più o meno tre piedi e largo il doppio, l’interno era completamente annerito e conteneva tracce di cenere. Addossata al braciere c’era un’enorme catasta di legna.
Greenstone aveva in testa mille domande a cui non sapeva dare nemmeno una risposta. Tutta la situazione aveva preso una piega strana, quasi surreale: dall’iniziale e ovvio stupore, i tre uomini erano passati a una condizione di tacita accettazione di qualsiasi nuova eventuale sorpresa dovesse via via manifestarsi.

Juan si rivolse ai due esploratori, gli occhi gli brillavano più del solito: «Ora potremo illuminare la caverna!»
«E magari scaldarci un po’…» aggiunse il francese rinfrancato dall’assenzio.
I tre non persero tempo e si adoperarono per accendere subito un fuoco. L’esigenza di doversi scaldare e l’occasione ghiotta di poter finalmente rendere visibile buona parte della caverna li distolsero, almeno momentaneamente, da dubbi ed elucubrazioni sulla provenienza di quelle tracce e l’origine di quegli oggetti apparsi dal nulla.
Misero nel braciere tutta la legna che poteva contenere e, utilizzando le lampade a petrolio, appiccarono il fuoco.
In pochi istanti la legna perfettamente asciutta iniziò a bruciare con vigore e ci vollero alcuni minuti perché le fiamme si sviluppassero fino a creare lingue verticali alte dieci piedi. Ben presto un calore confortante si propagò nello spazio tutt’attorno al braciere. Greenstone stava argomentando sul modo di sfruttare al meglio il fuoco nel prosieguo dell’esplorazione, quando le parole gli si smorzarono in gola. Rimase immobile, la bocca aperta come inceppata nel vano tentativo di terminare un discorso ormai inutile, lo sguardo fisso davanti a sé.
Il bagliore del fuoco si era intensificato a tal punto da permettere alla propria luce d’invadere gran parte della vasta caverna che fino a poco prima era stata celata dall’oscurità. Fu così che i tre esploratori videro apparire la cosa più strabiliante che mai avrebbero potuto immaginare.

Ora davanti a loro, a una cinquantina di passi lungo la linea retta che univa altare, colonna e braciere, era appena apparsa una gigantesca costruzione fatta di grossi blocchi di pietra intagliati. Era addossata alla parete della caverna che si sviluppava in altezza per alcune decine di iarde.
Il manufatto aveva l’aria d’essere antichissimo. La sua forma a piramide lo faceva assomigliare a un tempio maya piuttosto che un edificio inca, tuttavia delle costruzioni inca conservava l’assemblaggio e la forma delle pietre. Al centro spiccava un ampio ingresso che lasciava intuire ai tre spettatori una grande profondità di spazio al suo interno. Il portale era a forma di trapezio ed era sovrastato da un pesante architrave in pietra squadrata come il resto dei blocchi che costituivano il muro di facciata del palazzo, tutti sagomati al punto da ottenere un incastro perfetto. Il muro di facciata, che si elevava verticalmente pendendo verso l’interno, si estendeva dai due lati del portale fino a fondersi con la parete rocciosa ai margini dell’enorme nicchia in cui si trovava l’edificio.
L’imponente costruzione si elevava su quattro volumi concentrici a base quadrata e ampiezza decrescente, con tre larghi terrazzamenti che nel complesso ricordavano appunto un tempio maya. Le facciate dei tre volumi superiori poi, anch’esse inclinate verso l’interno, accentuavano l’impressione della piramide.
Al centro delle tre facciate superiori erano collocate due grandi aperture circolari che davano all’intero edificio, come se ce ne fosse bisogno, un’aria sinistra. Ricordavano vagamente le orbite vuote di un teschio gigante, orbite dietro le quali dominava il buio più totale.
Ma non era finita lì!
Sul lato destro del tempio, distanti poche iarde e anch’esse addossate alla parete della grotta, si scorgevano delle piccole costruzioni in pietra, distribuite lungo il perimetro meridionale della caverna e disposte secondo un preciso schema geometrico. Erano una sorta di cubi costruiti con pietre posate a secco e privi di finestre, vi si poteva accedere all’interno soltanto attraverso delle strette aperture poste sui tetti piani.
L’intero scenario aveva tutta l’aria d’essere una specie di antico villaggio, probabilmente legato alla civiltà inca, raccolto attorno a un tempio dalle origini incerte.
In quei territori la cosa di per sé non era da considerarsi eccezionale, molti siti archeologici erano stati appena scoperti e altri lo sarebbero stati negli anni a venire.

Dunque, c’era un villaggio e un tempio a forma di piramide, poi c’era un lago sulla cui riva era posto un altare sacrificale. E tutto quanto racchiuso dentro un’immensa e buia caverna nelle viscere di una montagna. Ce n’era abbastanza per far precipitare le menti dei suoi scopritori nella confusione più totale.
Peraltro, Greenstone e compagni erano talmente rapiti e sconcertati da quella visione che non s’accorsero d’essere osservati a loro volta.

Erano rimasti in religioso silenzio per parecchi minuti, l’unico rumore era il crepitare del fuoco nel braciere, poi lo scozzese finalmente parlò: «Credevo d’essere preparato a tutto, ma questo non me l’aspettavo… Questa scoperta cambia i nostri piani…» si passò una mano sul volto e poi riprese, «Dobbiamo capire cos’è questo posto! Voi che ne dite Jacques?»
Il francese era sempre più pallido e sudava copiosamente, si schiarì un poco la voce prima di parlare, «Joseph, lasciatemi pensare… Dovremo esaminare bene tutta l’area, occorrerà disegnarla e prendere appunti. Cercare reperti che documentino le cause di questo insediamento… Ci vorrà del tempo.»
Sewell era pensieroso, continuava a osservare il tempio addossato alla parete di roccia, poi abbozzò una proposta: «Abbiamo il fuoco e abbiamo l’acqua, potremmo accamparci qua.»
«Questo posto non mi convince, Joseph! Come avete detto anche voi, ci sono tracce di qualcosa avvenuto non troppo tempo fa… Il sangue… e tutta questa legna per il fuoco, sicuramente è stata portata qua di recente.»
«Concordo con voi Jacques, ma non possiamo andarcene senza prima aver cercato di capire cosa abbiamo trovato… Siamo scienziati!»
Jacques Verdoux, seppure riluttante, dovette dargli ragione. Era vero: il credo di entrambi imponeva la ricerca della verità in ogni situazione, e quella scoperta era un’occasione troppo ghiotta per non farsi coinvolgere.
«In ogni caso staremo in guardia. Abbiamo le armi, se sarà necessario le useremo!» chiarì Sewell per rassicurarlo.
«Io non ho mai sparato Joseph.» confessò il francese.
«Non occorre che lo facciate Jacques, ci siamo già io e Juan per questo!» diede un’occhiata all’indio e aggiunse, «Dovremo comunque tornare al pozzo e aggiornare Pedro sulla nuova situazione. Lui ci calerà l’altro fucile, le provviste e quant’altro sarà necessario.»
Detto questo, Greenstone estrasse dal taschino l’orologio, un Waltham con le iniziali del padre incise sul coperchio d’acciaio placcato in oro, le lancette indicavano poco meno delle sei del pomeriggio.
«Se ci muoviamo adesso, quando saremo fuori sarà già buio… ma almeno arriveremo al pozzo dove potremo rifocillarci e trascorrere la notte senza problemi. Domattina torneremo quaggiù equipaggiati a dovere!»
Jacques e Juan annuirono, poi insieme a Sewell s’accinsero ad abbandonare il luogo della scoperta.
S’avviarono così nella direzione da cui erano venuti, non prima d’aver dato un ultimo sguardo a quelle misteriose pietre.

Il fuoco nel braciere continuò ad ardere per diverse ore dopo che i tre uomini se n’erano andati.
Due piccoli occhi obliqui rimasero a osservare quelle fiamme a lungo. Brillarono di luce riflessa fino a che l’ultima brace si spense facendo ripiombare tutto quanto nell’oscurità più assoluta.
Solo allora, un’ombra nell’ombra si mosse lentamente verso le acque del lago, vi s’immerse e scomparve nell’abisso.

CAPITOLO SEGUENTE

IL CACCIATORE DI LEGGENDE
Sotto la montagna

CAPITOLO PRECEDENTE

CAPITOLO VI – Sotto la montagna

Procedettero spediti nel largo cunicolo avvolto dalle tenebre che avevano già esplorato e superarono il punto in cui si erano imbattuti nella colonia di pipistrelli, anche se degli animali non c’era più traccia a parte il guano che ricopriva il terreno. Giunsero così al crocicchio in cui il giorno prima avevano deciso di fermarsi e di tornare indietro.
Davanti a loro si apriva uno slargo in cui si distingueva, nella luce tenue e tremolante delle lanterne, una serie di tre gallerie disposte a raggiera.
Greenstone si fermò, posò a terra la lanterna e indicò un punto imprecisato oltre il suo sguardo. «Ora dobbiamo decidere da che parte andare…» disse. Poi tirò fuori la bussola d’ottone dal taschino del giubbetto che portava sotto il pastrano, e fece la sua proposta: «Io direi di procedere nella direzione iniziale, e cioè verso est. L’ingresso della galleria a est mi sembra abbastanza ampio, se la sorte ci assiste è probabile che sia la via principale che porta sotto la montagna… Il regno di Alatapec!» Fece un accenno di sorriso e rivolse lo sguardo al francese, «Voi che ne pensate Jacques?»
«Penso che sia la scelta più sensata, non c’è motivo di cambiare direzione… Continuiamo a est e speriamo che questo dio della montagna oggi sia di buon umore!»
Decisa la direzione da prendere, Sewell estrasse la piccozza dallo zaino e fece un solco ben visibile sulla parete della galleria da cui erano provenuti perché servisse come segnale di riferimento per guidarli al ritorno, dopo di che i tre s’incamminarono nella nuova galleria.
Il terreno era molto accidentato e declinava verso il basso con una pendenza ancora più accentuata. La volta della galleria era fitta di stalattiti appuntite che lambivano le teste degli esploratori. Sewell, il primo della fila e il più alto dei tre, aveva non poche difficoltà a evitare di sbattere la fronte contro quei cunei di roccia che nella semioscurità apparivano all’improvviso. Fu forse  proprio per questo che, tutto intento a controllare la parte alta del tunnel e ignorando completamente il vuoto che si apriva sotto di lui, cadde in una voragine!
Ruzzolò lungo una discesa ripida e ricoperta di pietrisco. I sassi lo accompagnarono nella caduta e ne attutirono i colpi ricevuti mentre impattava sul terreno. Ciò gli permise di raggiungere il fondo in una nuvola di polvere ma praticamente illeso.
Tentò subito di rialzarsi ma non vedeva nulla, solo il buio più totale. Quasi immediatamente giunse il suono delle voci dei compagni che, da qualche parte sopra di lui, gridavano il suo nome.
«Joseph! Joseph, mi sentite?… Rispondete, Joseph!»
«Sono quaggiù Jacques! Quaggiù… ma non so, non vedo nulla… Ho perduto la lanterna nella caduta!»
«Joseph, state bene?»
«Sono tutto intero… credo… a parte qualche graffio, direi che poteva andarmi peggio!»
«Va bene, ora veniamo a prendervi!»
Juan fece passare una corda attorno a una stalagmite posta a ridosso del buco dov’era precipitato Greenstone, la fissò con un nodo semplice, poi imbracò la fune alla vita del francese aiutandolo a calarsi giù. Jacques scese lentamente puntellando i piedi al ripido terreno franoso. Mentre con una mano si teneva assicurato alla fune, con l’altra impugnava la lanterna cercando di intravedere il fondo della discesa.
Quando fu giunto in basso trovò subito Sewell a riceverlo. In una manciata di secondi i due furono raggiunti dall’indio che nel frattempo aveva recuperato la lanterna dello scozzese che non si era danneggiata, la riaccese e gliela porse.
Greenstone si sistemò alla meglio, raccolse lo zaino e controllò che gli strumenti di lavoro al suo interno non si fossero rotti per la caduta. Fortunatamente era tutto a posto.
«Quando vi ho visto cadere ho pensato al peggio…» disse Jaques.
«Come vi ho detto, amico mio, quest’avventura mette tutte quante le nostre vite sullo stesso piano… ed è un piano assai traballante!» replicò lo scozzese che aveva ripreso il pieno controllo di sé. Probabilmente la caduta gli era servita per recuperare lo spirito e la consapevolezza che credeva d’aver smarrito. «Ho la sensazione che finché ci troveremo qua sotto non avrete tempo di preoccuparvi della vostra salute, preoccupatevi piuttosto di dove mettete i piedi… Avete visto cos’è successo a me, giusto?» aggiunse ironico.
«Concordo in pieno Joseph! Credo che almeno quaggiù la malattia mi darà tregua… Magari lascerà che sia un burrone o una belva affamata oppure una freccia avvelenata a finire il lavoro che ha iniziato… vedremo!» si schernì il francese.
«Bene Jacques! E’ così che vi voglio… Un inguaribile ottimista!» concluse Sewell con un mezzo sorriso velato d’amarezza.
A quel punto i tre uomini dovettero decidere se risalire e tornare indietro oppure proseguire l’esplorazione nonostante l’imprevisto della buca. Sewell sollevò la lanterna cercando d’illuminare più che poteva lo spazio attorno a sé. Ben presto si rese conto che erano scesi in un enorme antro di cui non era possibile calcolare l’ampiezza.
L’aria era ancora più fredda e umida, l’eco delle loro voci pareva confermare un grande spazio vuoto tutt’intorno, ma uno spazio reso invisibile da un implacabile muro di tenebre che solo in minima parte la luce delle lanterne riusciva a perforare.
«Ok, a questo punto, se siete d’accordo, direi di cercare di capire bene dove ci troviamo ora…» propose Sewell dando un’occhiata alla bussola, «la cosa più prudente è proseguire il cammino verso est, mantenendo l’ovest come riferimento per il ritorno. Ci faremo guidare dalla bussola e ogni dieci passi lasceremo un segno sul terreno per più sicurezza!»
Lasciarono la fune legata alla roccia in cima alla salita e ripresero il cammino verso l’ignoto.

la Stanley di Greenstone

Percorsero un centinaio di iarde senza incontrare alcun ostacolo, camminavano su una vasta distesa di roccia piana in gran parte ricoperta di pietre rotondeggianti di varie dimensioni.
I tre procedevano con cautela. Greenstone guidava il gruppo mantenendo alta l’attenzione davanti a sé per evitare altre sgradite sorprese. Juan lo seguiva agitando la sua lanterna per illuminare il più possibile lo spazio tutt’attorno. Infine Jacques Verdoux camminava dietro ai compagni e osservava con interesse i propri passi.
All’improvviso il francese s’arrestò.
Si chinò poggiando a terra la lanterna e iniziò a rovistare il terreno, afferrata una conchiglia andò a mostrarla a Greenstone. «Joseph, guardate che ho trovato!»
Greenstone guardò distrattamente l’oggetto nelle mani del francese e disse: «Jacques, la caverna è piena di fossili… È da quando siamo entrati che vedo trilobiti e ammoniti da ogni parte! Questa è materia vostra… pensavo che li aveste notati pure voi!»
L’orgoglio dell’esperto paleontologo non fu affatto scalfito dalle parole un po’ affrettate di Sewell. Il francese porse la conchiglia nelle mani dell’amico e chiarì: «È vero Joseph, la caverna è piena di fossili… Il fatto è che questa conchiglia non lo è!»
Il biologo osservò meglio il reperto, poi esclamò: «Diavolo, è vero! Questo non è un fossile…»
«Esatto!» l’interruppe il francese, «Questa conchiglia sembra sia stata appena raccolta dalla sabbia di qualche arenile, e ce ne sono altre come questa tutt’intorno!»
«Significa che qua sotto vivono o vivevano fino a poco tempo fa dei molluschi, ma soprattutto che fino a poco tempo fa in questo posto c’era l’acqua!» concluse Sewell.
«Direi proprio di sì, e lo conferma anche la morfologia del terreno. Avrete notato Joseph che le pietre sul terreno sembrano levigate e non abbiamo ancora visto l’ombra di una stalagmite da quando ci siamo calati quaggiù! Ho il sospetto che ci troviamo nel letto prosciugato di un lago sotterraneo!»
La voce di Juan irruppe tra i due scienziati, «Sir Joseph, Monsieur Verdoux, prego signori venite da questa parte… Il lago c’è ancora!»
All’appello dell’indio i due accorsero immediatamente.
Il giovane si trovava a una quindicina di iarde dai due e poco prima, mentre gli altri parlavano, s’era messo a perlustrare la zona scrutando nell’oscurità con la sua lanterna, almeno finché non intravide una vasta distesa liscia come uno specchio e ancor più nera del nero delle tenebre che ammantavano tutto il resto. Era la superficie assolutamente immobile di un lago la cui ampiezza, in quel momento, nessuno era in grado di determinare.
Tutti e tre rimasero in silenzio a osservare quelle acque immote e buie per diversi minuti.
Lo stupore e un vago sentimento mistico accomunò tutti: era forse proprio questo il regno di Alatapec? Il fantomatico e leggendario dio della montagna tanto caro agli incas?
Greenstone si stava convincendo che il mondo sotterraneo in cui si trovava fosse in realtà l’enorme guscio vuoto di una montagna cava. Un mondo in cui un’immensa distesa pianeggiante circondava un lago altrettanto immenso. Un mondo magari popolato da creature evolutesi nell’oscurità e quindi in grado di sopravvivere e riprodursi nella più totale assenza di luce. Era incredibile ma possibile, del resto gli indizi erano lì a dimostrarlo.

Juan si chinò immergendo le mani nell’acqua del lago, le unì catturando una manciata di liquido che portò alla bocca e bevve.
«Quest’acqua è gelata… ma è buona!» sentenziò un attimo dopo.
«Riempiamo le borracce… L’acqua del villaggio che ci ha passato Pedro l’altro giorno ha un saporaccio! Jacques, sono sicuro che almeno di sete non moriremo!» dichiarò euforico lo scozzese.
«Magari avvelenati!» insinuò Jacques, «Ho notato che qua attorno ci sono parecchie rocce di pirite e accanto ho visto dei cristalli di zolfo allo stato puro… C’è una discreta possibilità che queste acque siano contaminate!»
«Alludete all’acido solforico? Ma non si avverte nessun odore…»
Greenstone era pensieroso, in effetti i dubbi di Jacques erano più che giustificati. «Juan, come ti senti?» domandò preoccupato.
L’indio guardò l’acqua ai suoi piedi e si passò una mano sulla pancia, «Io sto bene, per me l’acqua è buona!»
«Se Juan sta bene e dice che l’acqua è buona, significa che probabilmente sono acque sulfuree con una bassa concentrazione di solfuri…» si affrettò a dire il francese, «non sono un chimico, però mi sembrava opportuno stare in guardia… Comunque non credo che possano esserci forme di vita in questo lago!»
«E le conchiglie?» obiettò Sewell.
«Non lo so, può darsi siano arrivate quaggiù dall’esterno.» rispose Jacques.
«Ma in che modo?» insistette lo scozzese.
«Professori, forse io lo so!» s’inserì ancora una volta Juan, «Tempo fa ho sentito uno al villaggio che raccontava che la gola di Valverde raccoglieva le acque di piena del Rio Angraves che scorre a nordovest, dalla parte opposta della vallata. Trent’anni fa poi, il governo ha deviato il corso del fiume per irrigare la piana di Oroya, può darsi che questo lago sia ciò che rimane dell’ultima piena dell’Angraves.»
«Giusto Juan! Ora sappiamo com’è finita l’acqua in questo posto! Resta il fatto che non abbiamo visto nessuna conchiglia percorrendo la gola fino alla grotta!» osservò il francese.
Sewell riguardò con attenzione la conchiglia che aveva ancora in mano: era il guscio vuoto di una chiocciola. Era in parte scolorito ma restavano le tracce del suo colore originario, un giallo intenso ornato da striature longitudinali di color marrone. «Conosco solo due tipi di molluschi capaci di galleggiare e di farsi trascinare dalla corrente, uno lo escluderei perché vive nell’oceano, l’altro invece credo proprio sia il proprietario di questo guscio!» spiegò, «Si tratta sicuramente di un’ampullaria! In queste zone i fiumi e i laghi ne sono pieni… La forza della corrente deve averle portate sin qua e qua sono rimaste. Ecco tutto!»
Greenstone osservava il fragile guscio che aveva in mano e pensò che quella doveva essere la spiegazione più logica, anche Jacques ne sembrò convinto.

ampullaria

Rimaneva il fatto che a quel punto bisognava decidere quale direzione prendere, dato che il lago sbarrava loro la strada obbliganodoli a scegliere se andare a sinistra o a destra.
Dopo una breve consultazione, i due scienziati concordarono di proseguire il cammino scegliendo la destra, cioè percorrendo il bordo del lago che, secondo la bussola, si estendeva verso sud.

Il silenzio era totale, l’aria era fredda e pesante. Si sentiva una strana brezza, appena percepibile e a sprazzi, come se da qualche parte in quel luogo di tenebre qualcosa smuovesse l’aria creando dei minuscoli vortici che per brevi tratti investivano i tre esploratori.
Forse quell’ambiente sotterraneo in cui si stavano aggirando era assai più vasto di quanto potessero immaginare, tant’è che la sensazione generale non era affatto claustrofobica, semmai l’esatto contrario.
Per un breve momento Greenstone credette che, alzando lo sguardo sopra la sua testa, avrebbe visto apparire dal buio più totale il bagliore di qualche stella. Prova indiscutibile di non trovarsi più rinchiusi nelle viscere profonde di una montagna, ma in una landa a cielo aperto oscurata da una notte senza luna.
Ma non era affatto così, e Sewell lo sapeva bene. Entro breve avrebbe dovuto decidere di tornare indietro e uscire da lì. La situazione ambientale e soprattutto le loro condizioni fisiche non consentivano ai tre uomini di poter resistere in quel luogo ancora per molto.

Camminavano con passo regolare sul bordo di quell’immenso bacino sotterraneo permeato di mistero. Lo specchio d’acqua alla loro sinistra era assolutamente immobile e silenzioso, tanto che pareva fosse una superficie solida e compatta, un’enorme lastra nera translucida che inghiottiva la debole luce delle lanterne celando tutto ciò che giaceva nelle sue profondità.
Greenstone procedeva in testa al gruppo, gli altri lo seguivano in fila indiana distanziati di due passi l’uno dall’altro. Mentre lo scozzese guardava avanti, Verdoux, che lo seguiva immediatamente dietro, continuava a indugiare lo sguardo in basso cercando di cogliere qualche altro particolare del terreno. Il giovane indio chiudeva la fila e camminava fissando con ostinazione la superficie del lago che, dal primo momento in cui l’aveva scoperto, esercitava su di lui una profonda attrazione.
D’un tratto lo scozzese si fermò, posò la lanterna ai suoi piedi e imbracciò il fucile come aveva già fatto il giorno prima.
Indicò in avanti, puntando il fucile come per prender la mira, e disse: «Credo che davanti a noi ci sia qualcosa di strano, guardate anche voi!»
Gli altri due si portarono al fianco dello scozzese e si misero a scrutare lo spazio di fronte a loro, la luce delle lanterne a malapena rivelò delle sagome insolite poste a una trentina di passi sulla loro direzione di marcia. Sebbene a quella distanza fossero poco più che delle ombre avvolte nel buio, s’intuiva dai loro contorni una forma tutt’altro che naturale.
Dopo poco il mistero fu risolto: i tre uomini percorsero con estrema cautela la poca distanza che li separava da quelle ombre e, quando finalmente le loro lanterne svelarono con chiarezza ciò che li attendeva, rimasero sbalorditi!

CAPITOLO SEGUENTE

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi