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Inflazione senza Scala mobile:
quando i lavoratori hanno perso la grande battaglia.

 

Non possiamo dirci usciti  – ammesso che ne usciremo mai – da una strana distopia mondiale a base virale, che già si ricomincia a parlare di rischio inflazione. Per almeno trent’anni, in Italia (e in parte dell’Europa) l’inflazione ha strettamente intrecciato le sue vicende con quelle di uno strumento nato come sua terapia sintomatica. La vicenda della scala mobile (nascita, evoluzione e morte) è uno straordinario e drammatico archetipo della storia dei rapporti industriali in Italia: rapporti di forza, di potere. Rapporti di classe.

Credo che spiegare questo meccanismo come fanno gli ‘addetti ai lavori’ rischia, in questo caso, di rendere oscuro ciò che deve essere chiaro; di intorbidare acque che devono rimanere limpide, nella loro feroce evidenza. La storia dell’istituto raccontata da politici, giornalisti di parte (non è un’offesa), ed economisti la puoi leggere in moltissime ricostruzioni, diverse tra loro a seconda dell’orientamento politico, economico, o più banalmente del tasso di conformismo dell’autore.
Personalmente mi interessa parlarti come se tu fossi un bambino di sei anni.
Anzi, ti mostro cosa sei.

Sei (ad esempio) un medio borghese, sui quarant’anni, cinico, fortunato ed individualista. Infatti vivi da solo nella casa che ti hanno lasciato i tuoi genitori. Prendi uno stipendio fisso, non disprezzabile per un single. Duemila euro al mese. Forse diventeranno duemila e cento tra cinque anni, quando un rinnovo contrattuale aggiornerà la tua paga base.
Per intanto, i duemila euro rimangono fissi. Con quei soldi, questo mese paghi le bollette. Trecento euro di luce, trecento di gas, duecento di acqua. Poi fai la spesa del mese: duecento euro. Ti restano mille euro. Un cinema, uno spettacolo a teatro, quattro pizze, una trattoria, un libro, un concerto, la benzina per la macchina, le sigarette, quattro biglietti del treno.
Alla fine del mese, riesci persino a farti avanzare duecento euro. Se le tue abitudini non cambiano, se riesci a non mangiare troppo, a non esagerare con la cultura e col fumo, se tutte le variabili di questo andazzo rimangono fisse, in un anno riuscirai a mettere da parte duemilaquattrocento euro, e non stai calcolando la tredicesima, che sono quasi due stipendi in uno. Ci scappa anche una bella vacanza di una settimana. Sei un signore.

Due mesi dopo, prendi sempre duemila euro. Facciamo finta, per semplicità, che i tuoi consumi non aumentino, né diminuiscano. Consumi la stessa quantità di luce, di gas, di acqua, di spesa, di benzina, di cultura e di sigarette. Una sorta di Asperger del consumo (lo so, Franco Modigliani considererebbe tutto ciò astratto, ma invece non vi è nulla di più astratto della macroeconomia).
Però spendi trecentodieci euro di luce, trecentodieci di gas, duecentodieci di acqua, duecentoventi euro di spesa. Fai la stessa strada di sempre, eppure ti vanno via in carburante venti euro in più di due mesi fa. Alla fine del mese in tasca ti restano centotrenta euro. Cominci a riconsiderare la meta della vacanza: poco male.

Passa un altro bimestre, e rispetto al bimestre precedente le bollette aumentano di altri dieci euro, idem la benzina, idem la spesa. Hanno ritoccato anche il prezzo delle sigarette: che sia un messaggio per la tua salute? Che strano: hai sempre le medesime abitudini di consumo, e in tasca ti restano sempre meno soldi.

Alla fine dell’anno non ti resta più niente in tasca, dei tuoi duemila euro mensili. Anzi: vai a debito di cinquanta euro, e per fortuna che avevi messo da parte qualcosa prima. La vacanza l’hai fatta, ma avanti di questo passo una settimana sarà troppo costosa, e passerai ai week end mordi e fuggi.
In dodici mesi, i prezzi medi delle cose che acquisti o delle materie prime che consumi sono aumentati del venti per cento. Il tuo stipendio invece è rimasto uguale, e rimarrà invariato fino a quando un rinnovo contrattuale lo alzerà. Tra alcuni anni, e sicuramente non in maniera tale da compensare l’aumento dei prezzi. Quindi: in ritardo, e non abbastanza.

L’aumento dei prezzi è noto come inflazione.
Adesso sembra assurdo fare un esempio di inflazione al 20% annuo, ma quarant’anni fa non era così. Ci sono stati anni in cui l’aumento dei prezzi si avvicinava proprio a questa percentuale. Quando questo fenomeno ha cominciato a mordere le caviglie degli italiani, gli italiani stessi erano molto più poveri di adesso e la cosiddetta scala mobile non esisteva.

Non credo che la Confindustria nel 1945 abbia firmato con la CGIL un accordo che prevedeva l’indicizzazione dei salari all’inflazione (allora con un meccanismo differenziato per età e genere) per far guadagnare di più i salariati. Lo ha fatto per tenere a livelli accettabili i consumi, per non impoverire le persone al punto che non riuscissero più ad acquistare i prodotti delle sue industrie.
Comunque la si pensi, è quindi impossibile invertire causa ed effetto: la scala mobile nasce come meccanismo di adeguamento dei salari all’aumento dei prezzi.  Quindi la scala mobile è un effetto, o un rimedio, non la causa dell’aumento dei prezzi.

Ma l’illustre economista Franco Modigliani, a metà degli anni 70, comincia ad affermare che un meccanismo di adeguamento automatico dei salari all’incremento dei prezzi contribuisce esso stesso ad aumentarli. Il motivo sarebbe il seguente: se aumenta il denaro a disposizione dei consumatori ma non aumenta l’offerta di beni – in termini economici, cioè, non aumenta la produttività – la domanda di acquisto di beni (incentivata dall’aumento dei salari) supera l’offerta, e questo fa aumentare i prezzi.

Modigliani tuttavia non era un reazionario. Sosteneva che non solo i salari, ma anche le tariffe dovessero essere calmierate, altrimenti il costo del calmiere per evitare l’inflazione sarebbe ricaduto tutto sulle spalle dei lavoratori. Inoltre sosteneva che doveva aumentare la produttività del lavoro. Perché non c’è solo un modo per tenere sotto controllo l’aumento dei prezzi (cioè bloccare i salari): ci sono l’ aumento delle dimensioni delle imprese, gli investimenti sulla tecnologia, la ricerca sull’organizzazione del lavoro e sui prodotti.

L’industria italiana si è mossa su questi tre versanti? No, o comunque lo ha fatto in maniera insufficiente.
Il risultato è che la battaglia persa sulla scala mobile (simboleggiata dalla sconfitta nel referendum del 1985) non è stata una sconfitta parziale, ma ha segnato la sconfitta nella complessiva guerra di classe, ovvero quella sulla distribuzione dei ricavi tra profitti e salari.

Se l‘inflazione sale, seppure non ai livelli del passato, ma i salari restano fermi e la produttività pure, il divario tra chi incassa reddito da capitale e chi incassa reddito da lavoro aumenta.
Così è stato. L’Italia è, tra i Paesi dell’area Euro, quello in cui, negli ultimi trent’anni, i salari reali hanno perso maggiormente potere d’acquisto.

Come si fa a non legare questa dinamica all’inizio della cosiddetta ‘politica dei redditi’, della concertazione e della moderazione salariale, incarnata dall’accordo governo-sindacati del 1992?
Come si fa a non capire, almeno adesso, quello che Bruno Trentin capì allora, quando firmò l’accordo sotto il ricatto delle dimissioni del Governo (che avrebbe addossato la responsabilità della crisi istituzionale tutta sulla CGIL) e subito dopo si dimise da Segretario Generale, sapendo di non avere rispettato il mandato affidatogli?

Il tormento di un intellettuale come Trentin – un uomo della trattativa, il contrario del massimalista stile “tanto peggio tanto meglio” – rimane nella drammatica testimonianza umana lasciata nei suoi Diari: “Mi sono trovato assediato: al di là delle intenzioni e del peso effettivo della minaccia di crisi di governo che Amato ha evocato, era certo che un fallimento del suo tentativo avrebbe avuto, a quel punto, degli effetti incalcolabili sulla situazione finanziaria del Paese e sul piano internazionale. La divisione fra i sindacati e nella Cgil avrebbe dato un colpo finale al potere contrattuale del sindacato come soggetto politico. Salvare la Cgil e le possibilità  future di una iniziativa unitaria del sindacato; impedire che fosse imputata ad una parte della Cgil la responsabilità di un ulteriore aggravamento della crisi economica, per emarginarla sul piano politico mi imponevano di firmare l’accordo e di lasciare quindi libera la Cgil e i suoi organismi dirigenti di convalidare o meno quella decisione. … Dall’altra parte, ero ben cosciente che, ciò facendo, disattendevo il mandato ricevuto dalla Direzione della Cgil, quel mandato che avevo sollecitato con tanta insistenza, contrapponendomi alla tesi dei soliti rentiers della politica del sempre peggio, che invocava l’abbandono del negoziato. Non potevo annunciare alla Segreteria della Cgil la mia intenzione di firmare, senza preannunciare le mie dimissioni. Ciò che ho fatto.”

Quel momento è stato per l’Italia uno snodo decisivo. Un evento, nel senso più proprio del termine, in quanto ha condizionato i successivi trent’anni di rapporti industriali.
Ha spalancato la strada ad un liberismo economico privo di progettualità, basato esclusivamente sulla moderazione salariale. Tanto più paradossale se inserita dentro un modello di società che identificava il consumo come unico indice di emancipazione, anzi di identità sociale, con le tragiche conseguenze antropologiche di cui Pasolini parlava già vent’anni prima. Una Estensione del dominio della lotta, per citare letteralmente il titolo del primo romanzo di Michel Houellebecq, uscito non a caso nel 1994. Un libro sull’assenza di uno scopo per cui lottare.

gkn operai

EMENDAMENTO DELOCALIZZAZIONI:
Cronaca di una morte (del lavoro) annunciata

 

Lo ha detto anche Matteo Renzi, durante uno dei suoi adoranti endorsement al principe saudita Bin Salman: “sono invidioso del vostro costo del lavoro”.
A leggere i dati, l’invidia dovrebbe riguardare soprattutto il costo  – e quindi lo stipendio – dei lavoratori non sauditi in Arabia, molto più basso della paga media degli “indigeni”. Ad ogni modo, la logica è quella: vi invidio perché potete permettervi di pagare poco i vostri lavoratori.

Meraviglioso, non trovate? Eppure l’amico dei califfi rinascimentali Matteo (mi limito a definirlo così, senza ulteriormente indugiare sul tipo di califfi da cui si fa pagare) dovrebbe accontentarsi. In fondo, l’Italia è l’unico paese dell’area Euro in cui le paghe sono arretrate in valore reale negli ultimi 20 anni, rispetto agli altri paesi (Germania, Francia, Spagna, Grecia…) in cui invece sono aumentate, in misura maggiore o minore.

Secondo alcuni economisti, più che all’elevata incidenza dei contributi, la dinamica depressiva salariale sarebbe da correlare alla scarsa produttività del lavoro in Italia. Un modo semplice per spiegare il concetto di produttività del lavoro è dividere i ricavi di un’azienda per il numero dei suoi addetti. Se il risultato è basso, non dipende dal fatto che in Italia i lavoratori sono dei fannulloni e altrove degli stakanovisti, ma dalla combinazione dei fattori della produzione: numero degli addetti, prezzi di vendita, grado di automazione. In una parola, dall’organizzazione dei fattori di produzione, tra cui il lavoro delle persone.

L’organizzazione dei fattori di produzione è nelle mani di chi governa le aziende. Siccome la nostra dinamica salariale è già abbastanza depressa, per aumentare la produttività del lavoro occorrerebbe agire non sull’abbassamento dei salari, ma sull’innovazione dei processi e dei prodotti. Purtroppo, la maggior parte delle imprese italiane sono piccole aziende piuttosto allergiche all’innovazione, all’utilizzo delle tecnologie digitali, alla formazione del personale. Sto chiaramente generalizzando, ma i dati mi autorizzano a farlo: molte imprese italiane sono piccole, impiegano un capitale modesto e sono governate da persone con la testa rivolta all’indietro.

Questo pistolotto serve (anche) per comprendere a chi è destinato l’emendamento alla legge di bilancio con il quale il Governo dichiara di voler combattere, o almeno disincentivare, il fenomeno delle delocalizzazioni.
Fenomeno che possiamo esemplificare così: una mattina il Cda o l’AD di turno si svegliano, e indipendentemente dal fatto che l’azienda o il ramo italiano di quell’azienda sia in crisi, decidono di chiuderlo, e di licenziare i dipendenti. Per poi riaprire in un luogo dove la manodopera costa meno e rompe meno i coglioni.

Può bastare anche una dichiarazione di ristrutturazione aziendale per far sparire centinaia di posti di lavoro. Tutto il resto previsto dalla legislazione attuale è una semplice procedimentalizzazione della “crisi”, che passa attraverso il rispetto formale di tempi e modi di gestione della vertenza, che si può concludere comunque con la conferma unilaterale dei provvedimenti d’impresa.  Non parliamo delle cessioni di ramo d’azienda, in cui gli unici deputati dalla legge a stabilire il “perimetro” dei lavoratori ceduti e non ceduti e gli eventuali esuberi sono il cedente ed il cessionario.
I lavoratori si attaccano al tram e tirano.
Questa è la cornice, di arbitrio legalizzato (non mi viene da chiamarlo altrimenti), nella quale ci troviamo.

In tale cornice si inserisce questo emendamento, che anzitutto presenta una singolarità: pare riferirsi solo alle imprese che occupano più di 250 dipendenti. Chissà quante saranno, uno pensa. Un estratto del censimento Istat delle Imprese 2019 (qui) lo chiarisce: ” i due terzi delle imprese (821 mila, pari al 79,5% del totale) sono microimprese (con 3-9 addetti in organico), 187 mila (pari al 18,2%) sono di piccole dimensioni (10-49 addetti), mentre le medie (con 50-249 addetti) e le grandi imprese (con 250 addetti e oltre) rappresentano il 2,3% delle imprese osservate (24 mila unità), di cui 3mila grandi.

Se perimetriamo le aziende con più di 250 dipendenti, quindi, non arriviamo allo 0,5% delle aziende italiane. Mi auguro almeno che il numero di addetti sia riferito al totale degli stabilimenti facenti capo allo stesso marchio, altrimenti i padroni destinatari di queste norme non sarebbero pochi, sarebbero un numero quasi impercettibile. E’ poi evidente che il peso occupazionale di questo numero di imprese aumenta, perché sono poche ma occupano (dato del 2018) il 28,3% degli addetti. In ogni caso, fuori dalle nuove regole resterebbe comunque il restante 72 per cento circa dei lavoratori, e se si può comprendere per le microimprese, faccio fatica a concepire l’esclusione per le medie, che occupano fino a 249 addetti.

Ma veniamo al merito delle novità che dovrebbero fungere da deterrente al “chiudi, scappa e apri da un’altra parte”.
Intanto, non c’è nessuna sottrazione del potere unilaterale di una impresa di dichiarare uno stato di crisi o una necessità di ristrutturazione con taglio di posti, anche se i numeri di bilancio dicono che non sussiste alcuna crisi (ricordate la Logista che trasportava i tabacchi in area Interporto Bologna? Ricordate la Gkn di Campi Bisenzio? sono solo due esempi).
Viene confermata la logica “io so’ io e voi non siete un cazzo”, traduzione brutale ma efficace del principio costituzionale della libertà di iniziativa economica.

L’articolo della Costituzione proseguirebbe con: “(l’attività economica)…non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, ma queste sono dichiarazioni di intenti buone per un Angelus di papa Francesco, mica devono tradursi in leggi a tutela di chi lavora.
Quello che cambia è la “sanzione” nel caso in cui l’azienda non adempia a qualche regoletta:
 la mancata presentazione di un piano per limitare le ricadute occupazionali ed economiche derivanti dalla chiusura, entro sessanta giorni dalla comunicazione alle rappresentanze sindacali e contestualmente alle regioni interessate, al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al Ministero dello Sviluppo Economico e all’Anpal.
Senza presentazione del piano o se il piano non contiene gli elementi essenziali che lo qualifichino come “rilancio”, il datore di lavoro è tenuto a pagare il contributo alla disoccupazione del lavoratore in misura pari al doppio. In caso di mancata sottoscrizione dell’accordo sindacale il datore di lavoro è tenuto a pagare il contributo aumentato del 50 per cento.
Tradotto in schei, vuol dire dover pagare un massimo di 3.000 (tremila) euro per ogni lavoratore licenziato, ogni mese per gli ultimi tre anni. Postilla: se l’impresa in precedenza ha ricevuto sovvenzioni statali, non le deve nemmeno restituire.

Più che un deterrente, somiglia ad una stima di rischio aziendale. Se posso calcolare in anticipo la spesa massima che dovrei sostenere (se mi comporto proprio male) per chiudere e tagliare posti, si tratta della trasposizione su base collettiva della logica individuale del Jobs Act: ti licenzio illegittimamente? Non importa, tanto so prima di licenziarti quanto mi costa il tuo licenziamento.

Il capo di Confindustria Carlo Bonomi farà finta di lamentarsi, ma questa è una vittoria per il suo modo di concepire le relazioni industriali.
Il ministro del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico hanno raggiunto un non-compromesso, e la cosa contiene una traccia di feroce verità: tutela del lavoro e sviluppo economico sono considerati temi antitetici.
Il che equivale ad ammettere che il conflitto di classe esiste.
Peccato che da anni stravincono sempre i più forti.

sciopero-generale

Perché io oggi sciopero

 

Fare sciopero non è come fare fuoco ai tempi del liceo e andare al parco Massari all’insaputa dei genitori. Non è come mettersi in mutua per scantinare dal lavoro.
Non siamo né in permesso retribuito né in ferie. Certo lo so, non sono io la persona adatta a tessere una filippica sul diritto di sciopero e sulla lotta, non ne ho la patente, da impiegato, quale sono, spesso al calduccio dell’ufficio sono stato poco con gli operai in piazza, mi mancano ore di astensione volontaria dal lavoro per mantenere i miei e i nostri diritti per avere la capacità di fare una lezione a chicchessia.

Io sono però della FIOM e spesso non è facile esserlo. Non sono più un operaio dal ’94 ma mai ho smesso di pensare come loro.

L’impiegato, in impresa e in cantiere, non ha una categoria, non ha una comune, sempre e perennemente fuori luogo. La tessera del tuo sindacato, spesso, ti fa percepire dal gruppo dirigente come un attivista, un rompiballe, al contempo gli operai ti vedono come uno che sta col culo al caldo, non come loro che ghiaccio o afa combattono con gli impianti, i tubi, i torni e i trapani.

Lungi da ma fare il piagnone o l’anima bella. Ognuno sussurra alla propria coscienza, e nessuno può permettersi di giudicare gli altri:: prima devi camminare cento passi con le scarpe del tuo vicino, dicevano i nativi americani. Ma lo sciopero è uno strumento, forse l’unico che abbiamo, per far sentire al padronato che noi esistiamo e non siamo un anello della catena. Siamo una puleggia e un pignone, siamo quelli che non si sono mai fermati, nelle fabbriche, nei supermercati, nelle officine, nei campi, anche se non siamo stati in prima linea come i medici, gli infermieri e gli inservienti.

Gli insegnanti e il personale ausiliario hanno tenuto in piedi la scuola, una istituzione, anzi, ‘L’Istituzione’, che è la conditio sine qua non per la democrazia, il fondamento su cui si basa il nostro futuro.
I metalmeccanici hanno tenuto insieme il sistema produttivo, hanno dato da mangiare allo squalo. Lo sciopero noi lo paghiamo, non è gratis, a una giornata in meno in busta paga non si rinuncia a cuor leggero. Lo sciopero generale del 16 dicembre è una presa di coscienza, è un grido, un urlo di Munch, contro una politica che ci vuole esecutori.

Tutto l’arco parlamentare, a parte una piccolissima e sparuta minoranza, è contraria, dalla finta opposizione della Meloni, alla finta sinistra di Renzi e Letta, dal ventriloquo del popolo Salvini, agli ‘oltristi’ 5 Stelle.
Continuano a dire: “Non è opportuno, non è il momento, stiamo uniti, resilienza…”. Ma che cazzo vuol dire poi resilienza, non siamo mica delle barre d’acciaio, com’è che utilizziamo termini ad minchiam solo perché vanno di moda?

Attenzione, mica sono tra quelli che si sono scoperti Che Guevara e combattano contro il Pass verde con la spocchia di chi ha studiato all’università della strada, oppure ha sposato le idee di una minoranza rumorosa che lotta contro il male. Ma che poi perde nelle terapie intensive.

Certo che il sindacato ha le sue colpe.
Vero altresì che non è più quello di mio padre, ma un conto sono le persone, il delegato, il consiglio di fabbrica, il funzionario e il dirigente, un conto è l’istituzione.
In nome e per conto del sindacato, in centovent’anni di storia i morti sono un numero incalcolabile, le piazze grondano ancora del sangue di Portella della Ginestra, di piazza della Loggia, di Reggio Emilia e di tante altre.

Guido Rossa era uno di noi, I tre morti al giorno sul lavoro sono nostri compagni. I precari, gli sfruttati, i braccianti al nero siamo noi. Anche i giovani laureati, senza presente e senza futuro. Le mie figlie, tutti i bambini a cui abbiamo rubato la speranza.
Certo che la mia è una generazione di merda, ha lottato poco, ha smesso di pensare al noi, la bandiera rossa l’ha buttata nel fosso (cit.). Sicuro che esistono altre categorie parimenti in difficoltà, gli artigiani, i commercianti, le piccole partite Iva. Questo sciopero è anche per loro che non possono scioperare, perché sono il datore di lavoro di loro stessi.

E’ ora di finirla con il sezionare il capello in quattro, con la perenne ricerca delle differenze, cerchiamo ciò che unisce.
Il governo dei migliori, dove l’opposizione è sparita nel mucchio della supermaggioranza, dove il centrismo dilaga come una fossa biologica, dove una ex sinistra legifera con una destra medioevale. Dove sì, il Comandante in capo è persona delle istituzioni, ma con un chiaro e limpido orientamento, espressione di una élite meritocratica (forse) che sta dalla parte del privato e non del pubblico, delle banche e non dei correntisti, dei padroni e non degli operai.
Ma questo è ciò che esprime l’Italia odierna, uno stato che ha subappaltato il governo, per chiara e lampante incompetenza della politica, dove non esiste nulla di nuovo, dove le uniche novità sono rappresentate dai gattopardi che si strusciano contro i banchi dell’emiciclo.

Penso a voi ben altristi, voi che criticate il sindacato senza mai averlo conosciuto. Capisco bene le critiche di chi, in un consiglio di fabbrica ci ha messo piede e magari ne è uscito pure disgustato, ma voi che insaccate tutto nel cesto del “sono tutti uguali”, vi nutrite di frasi fatte e slogan, Voi, che c’azzeccate con noi?

Faccio sciopero, lo faccio per me, ma prima ancora per le mie figlie, lo faccio per chi non può farlo, lo faccio per chi è ricattato, lo faccio per l’alienato, lo faccio per chi è in cassa integrazione, lo faccio per chi il lavoro non ce l’ha, per il pensionato e la casalinga, lo faccio per chi paga le tasse, per chi ha il mutuo e le bollette, per gli studenti.
Lo faccio per mio padre e mia madre, che quando sono nato avevano mille lire in banca, lui operaio e delegato, lei impiegata precaria pagata a pratica. Lo faccio per me che nelle case dell’Ente Autonomo  ci ha passato l’adolescenza a casa dai nonni. Lo faccio per mia bisnonna Teresina.

Chi ha tanto paghi tanto, chi ha poco paghi poco e chi ha nulla paghi nulla, diceva un vero patriota, senza dimenticare che 120 miliardi di evasione fiscale sono una follia, una cifra che se giustamente redistribuita potrebbe fare entrare l’Italia in Scandinavia.
Difficile credere nei valori, nelle tradizioni, nel concetto di democrazia occidentale, quando gli stipendi sono fermi da venti anni, quando in pensione ci si va da morti, quando per colpa di qualcuno le generazioni di oggi lavorano sui ponteggi fino a settanta anni, scavano e spicconano fino alla fine delle forze, insegnano fino alla secchezza mentale, saldano e sbullonano fino all’oblio.

Ecco perché io oggi sciopero, non per voi che non ci credete, ma per tutti gli altri.

IL “PREMIATO” STUDIO LEGALE LABLAW.
Caso GKN: avvocati perdenti, ma di successo

 

Ci sono gaffes che potrebbero assurgere ad icone dello ‘spirito del tempo’.  Lo studio legale Lablaw mena vanto, sulla propria pagina Facebook, di avere ricevuto un premio come “Studio legale dell’anno” nella categoria “lavoro”.
La rivista specializzata che ha conferito il riconoscimento lo commenta con le seguenti parole (riportate testualmente sulla pagina social dei vincitori): “Stimato per la proattività e la lungimiranza con cui affianca i clienti. Come nell’assistenza a Gkn per la chiusura dello stabilimento fiorentino e l’esubero di circa 430 dipendenti” .

La prima curiosità che balza all’occhio è che lo studio Lablaw ha ricevuto questo premio dopo aver sonoramente perso la causa contro la Fiom, proprio per la vicenda Gkn. Ricordiamolo: 430 lavoratori licenziati con “preavviso” via whatsapp e senza rispettare alcuna regola di legge e di contratto. La Fiom CGIL fa causa, il giudice revoca i licenziamenti e condanna l’azienda per comportamento antisindacale. Se questa è la tacca che ti fa vincere un premio, viene da chiedersi cosa avrebbe meritato lo Studio Legale di Fenomeni se l’avesse vinta, la causa. Il Nobel? il Disco d’Oro? L’Oscar?

Andando oltre l’ironia, appare chiaro che certe riviste specializzate in “diritto del lavoro” circoscrivono la platea dei candidati alla vittoria agli studi legali che hanno deciso di stare dalla parte dei più forti. Se così non fosse, lo studio che ha assistito la Fiom avrebbe dovuto vincere a mani basse. Però evidentemente non era ammesso tra i partecipanti alla gara.

Non so su quali testi debbano studiare diritto del lavoro gli universitari di oggi. So che io ho studiato sul Ghezzi-Romagnoli, che parlava dei lavoratori nel concreto e non del ‘lavoro’ come entità astratta, deprivata della carne e del sangue delle persone. So che adesso nel gergo delle relazioni industriali, si parla di “risorse umane”, e chi usa più spesso questo termine concentra la propria attenzione sul sostantivo (risorse), mentre l’aggettivo (umane) non è che un fastidioso grattacapo da gestire nel momento in cui il più forte decide che gli umani in questione non sono più risorse, ma zavorre da scaricare.

Sotto questo profilo, i responsabili delle relazioni industriali e i loro brillanti consulenti come Lablaw (perdenti di successo, verrebbe da dire) fanno un mestiere che non differisce molto da quello dei capi della logistica. Spostare, riallocare o eliminare merci come persone, persone come merci. Del resto, le norme glielo consentono. Gli unici granelli di sabbia che ingrippano ogni tanto l’ingranaggio derivano dalle regole degli anni settanta sopravvissute allo tsunami che, da trent’anni a questa parte, ha liberalizzato contratti, somministrazioni, appalti di manodopera, licenziamenti e chiusure arbitrarie di fabbrica. Più qualche giudice impazzito, o cresciuto coi principi della Costituzione, che ancora rema in direzione ostinata e contraria.

Quando l’avvocato Francesco Rotondi, dominus dello Studio Lablaw (nel cui curriculum si legge: “artefice dell’implementazione del lavoro interinale in Italia”: complimenti), tuona dalle colonne de Il Giornale contro “il nulla dello Stato e il trionfo dell’ipocrisia” (qui), ha ragione. Lo Stato non fa nulla per orientare le decisioni di politica industriale.
Peccato che l’ipocrisia sia anzitutto sua, di Rotondi, che di questo nulla approfitta per farsi lautamente pagare l’assistenza a quei padroni che di questo vuoto beneficiano. Il suo ragionamento assomiglia a quello di un sicario che finge di lamentarsi perché i mandanti degli omicidi la fanno sempre franca.

PER CERTI VERSI
Morti sul lavoro

MORTI SUL LAVORO

I numeri non sono freddi
Freddo è il nostro modo
Di non sentirli
Belpaese non senti
Il gorgo muto
Vizio assurdo
Che ogni giorno
Inghiotte muti
Tre lavoratori
Sul lavoro?

Non lo sentiamo
Troppo rumore
Troppo prosciutto
Credo
Sugli occhi
Nelle orecchie
Morti
In quasi Ottocento
Fino ad agosto
Sono tanti
Sono troppi

Sono dolore
Quasi sempre
Evitabile

Come è rosso ottobre
In piena involuzione
E sotto la neve
Caro Roversi
È sepolta
anche questa Italia
Triviale
Distratta
Retorica
Sciatta
Letale

Si muore
Di questo male
Disertato
Come le parole
In cattivo stato
Anche loro
Sono morte
Sul lavoro

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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Rischiare la vita per rimanere poveri: a proposito dello stato del lavoro

 

A proposito dello stato del lavoro nel nostro paese, due fatti recenti mi hanno colpito. Il primo è la morte (l’ultima di una interminabile catena) di Yaya Yafa, operaio di 22 anni della Guinea Bissau assunto da tre giorni alla logistica di Interporto Bologna (uno dei tanti regni del subappalto senza regole), stritolato da un bilico mentre non sapeva nemmeno come muoversi all’interno di quel piazzale di carico e scarico, essendo privo di qualunque formazione e affiancamento.
Il secondo è una ricerca del European trade union institute, da cui si vede che nella progressione dei salari reali negli ultimi vent’anni l’Italia è il fanalino di coda dell’eurozona, con salari al palo molto peggio che in Germania, in Francia e in Spagna, e una performance negativa superata, in termini di flessione dei salari, solo da Croazia, Portogallo, Cipro e Grecia.

Molti sono i fattori causa della sostanziale assenza di regole sugli appalti (non solo nella logistica), primo fra tutti, forse, l’assenza di controlli e di sanzioni per chi non rispetta le regole formali sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Le aziende risparmiano in sicurezza anzichè investire, e lo Stato risparmia in controlli: basti dire che la legge istitutiva dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (D.Lgs. 149 del 2015) ne previde la creazione “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”, il che equivaleva a dire che lo Stato non ci avrebbe messo un euro. Questa condizione assurda è stata di recente modificata da un piano di assunzioni e investimenti, che punta però prevalentemente (altra assurdità) sulla destinazione all’Ispettorato di fondi incerti, in quanto derivanti dalle sanzioni irrogate, alcune delle quali aumentate nell’importo. Una sorta di autofinanziamento attraverso le multe.

Molti sono i fattori causa dell’immobilità, per non dire flessione, del potere di acquisto dei salari. Il primo è senz’altro il fatto che l’Italia, tra i paesi “forti” dell’eurozona, è quella che è cresciuta regolarmente di meno in termini di Prodotto Interno Lordo rispetto a Francia, Germania e Spagna, per citare solo i paesi a noi più affini (vedi ad esempio il grafico pre Covid pubblicato di seguito:   https://www.truenumbers.it/andamento-del-pil/)

Un’altra delle ragioni che spesso vengono citate come caratteristica positiva dell’Italia, e cioè la prevalenza di un tessuto di piccole e medie imprese, è invece probabilmente una concausa della depressione salariale. Ci sono infatti eccellenze positive, che costituiscono però le eccezioni ad una regola che vede queste imprese sottocapitalizzate, poco competitive e poco penetrate da aggregazioni sindacali, per l’elevato potere di ricatto insito nelle piccole realtà produttive.

Le micro e piccole imprese con meno di 50 addetti sono l’asse portante del sistema di PMI italiano e rappresentano, infatti, l’83,9% degli addetti delle imprese fino a 250 dipendenti (che è il limite massimo, quanto al criterio occupazionale, per la definizione di PMI in Italia).

Alcuni inseriscono tra le cause anche l’arrendevolezza del sindacato, e l’osservazione si può anche comprendere, se ci si limita al dato che l’Italia ha il sindacato confederale con la maggiore rappresentatività in Europa, la CGIL. Faccio a questo proposito due considerazioni.

La prima: è un fatto che la maggior frequenza di infortuni sul lavoro e la maggior depressione salariale, spesso collegata all’assenza di contratti aziendali/collettivi o all’esistenza di contratti “pirata” (siglati, cioè, da associazioni sindacali con una rappresentatività quasi inesistente), si riscontrano proprio in quelle realtà aziendali nelle quali il sindacato è meno presente, sia esso confederale o espressione di aggregazioni “di base.

La seconda: c’è uno snodo decisivo nella storia delle dinamiche salariali, ed è l’accordo Governo-Sindacati del  luglio 1992, in una fase in cui l’Italia, dopo la firma del (per molti versi drammatico) Trattato di Maastricht, era avviluppata in una delle sue periodiche crisi da sovraindebitamento.
Giova ricordarlo nelle parole consegnate dall’allora segretario generale della CGIL Bruno Trentin ai suoi Diari:  “Mi sono trovato assediato: al di là delle intenzioni e del peso effettivo della minaccia di crisi di Governo che Amato ha evocato, era certo che un fallimento del suo tentativo avrebbe avuto, a quel punto, degli effetti incalcolabili sulla situazione finanziaria del Paese e sul piano internazionale. La divisione fra i sindacati e nella Cgil avrebbe dato un colpo finale al potere contrattuale del sindacato come soggetto politico.

Salvare la Cgil e le possibilità  future di una iniziativa unitaria del sindacato; impedire che fosse imputata ad una parte della Cgil la responsabilità di un ulteriore aggravamento della crisi economica, per emarginarla sul piano politico mi imponevano di firmare l’accordo e di lasciare quindi libera la Cgil e i suoi organismi dirigenti di convalidare o meno quella decisione. E spero ancora, per le ragioni politiche che mi hanno indotto a quel gesto che lo faccia e tragga da questo la forza per ribaltare a settembre le regole del gioco fuori da ogni ricatto.

Dall’altra parte, ero ben cosciente che, ciò facendo, disattendevo il mandato ricevuto dalla Direzione della Cgil, quel mandato che avevo sollecitato con tanta insistenza, contrapponendomi alla tesi dei soliti rentiers della politica del sempre peggio, che invocava l’abbandono del negoziato. Non potevo annunciare alla Segreteria della Cgil la mia intenzione di firmare, senza preannunciare le mie dimissioni. Ciò che ho fatto”.

Con quella firma, viene abbandonato il meccanismo di adeguamento automatico dei salari all’inflazione (la cosiddetta “scala mobile”) ed introdotta – dopo la ratifica da parte delle assemblee dei lavoratori – la “concertazione”, un metodo contrattuale che divide il negoziato in due: un tavolo nazionale che fa da quadro di compatibilità, ed uno decentrato.

Trentin, un partigiano e intellettuale finissimo, firma per non spaccare l’asse confederale in preda al tormento, quel tormento che lo porterà alle contestuali dimissioni e alla definizione di quella scelta come “la prova più terribile della mia vita”.
Ricordo che, nel giugno 1985, la CGIL, pressoché sola assieme al PCI (perchè isolata anche da CISL e UIL), perse il referendum che voleva abrogare il taglio della scala mobile stabilito dal governo Craxi.

In questo contesto drammatico ben si comprende il tormento di Bruno Trentin, che firmò un accordo che aborriva. [Nel mio piccolo, conosco bene la sensazione del ricatto esercitato dal potere durante una trattativa: a me ed altri successe durante l’ultima trattativa su Carife. “O firmate per l’uscita del 50% dei lavoratori, o vi riterremo responsabili del fallimento della banca” (e, sottinteso, vi indicheremo come tali all’opinione pubblica). Bisogna trovarcisi, in certe situazioni, per misurare la propria capacità di bilanciare la rappresentanza delle persone con la responsabilità di non portarle tutte alla disfatta.]

A quasi trent’anni di distanza da quell’accordo, tuttavia, potrebbe essere venuto il momento di voltare pagina.
Può essere  venuto il momento di riacquistare un’autonomia negoziale che segni una rinnovata stagione di rivendicazioni sui diritti e sui salari. Una cosa è sicura: il quadro politico e sociale che abbiamo davanti non autorizza facili illusioni.

Cantiere, lavoro, operai

MORTI SUL LAVORO.
Un dramma senza fine. Con molti responsabili.

Dal primo gennaio 2021 ad oggi (29/09/2021) ci sono stati in Italia 680 morti sul lavoro (Rai News 24). Le cause sono spesso legate a mancanze nei sistemi di sicurezza dei macchinari usati per la produzione.
Negli anni che vanno dal 2015 al 2019 ci sono stati in media 642 mila incidenti sul lavoro annuali: il 2015 è stato l’anno con meno incidenti, 637 mila, e il 2017 quello con il maggior numero, 647 mila. In media sono decedute sul lavoro 1.072 persone all’anno, senza particolari differenze tra gli anni (fonte INAIL).

Gli infortuni sul lavoro riguardano principalmente gli uomini: negli anni dal 2015 al 2019 sono stati 1,15 milioni per le donne e 2,06 milioni per gli uomini. Per quanto riguarda gli infortuni con esito mortale, gli uomini sono colpiti dieci volte di più rispetto alle donne: 4.869 contro 489. La differenza è probabilmente attribuibile ai diversi lavori svolti dai due generi. (sempre fonte INAIL)
Più di mille morti all’anno, con un trend che sembra aumentare invece che diminuire, sono un dramma senza attenuanti.
Credo sia fondamentale cercare di capire quali siano le cause di questo fenomeno tristissimo e portarle alla riflessione del mondo politico e imprenditoriale in maniera più decisa di quanto non lo si sia riuscito a fare fino ad ora.

Spesso la morte è causata dalla manomissione dei sistemi di sicurezza dei macchinari usati in azienda. Per quali motivi si manomettono i sistemi di sicurezza? Per aumentare la produzione, per far sì che le macchine vadano più velocemente, che le presse non si fermino ogni volta che i sensori registrano qualche movimento anomalo, che le cucitrici continuino comunque a far scendere l’ago alla stessa velocità, che ci si possa avvicinare ai macchinari senza che questi si fermino per rimediare subito a qualche svista (magari un pomodoro piccolo è finito sullo stesso nastro di quelli grandi), etc.

Se è vero che la produzione deve mantenere determinati standard per far sì che l’azienda sia competitiva sul mercato e che, soprattutto in alcuni settori, l’uso di tutti i dispositivi di sicurezza la pone nelle condizioni di risicare il profitto, è altrettanto vero che se un’azienda per sopravvivere deve manomettere i suoi impianti di sicurezza non ha la dignità di vivere, né tantomeno di stare su quel fantomatico mercato che dovrebbe essere nelle condizioni di autoregolarsi.

L’autoregolazione del mercato, quell’istituto sovra-nazionale che pervade la vita di tutti e non sta da nessuna parte, dovrebbe determinare un equilibrio tra esigenze produttive, bisogni dei lavoratori, necessità degli acquirenti e prezzi all’ingrosso e al dettaglio.
Mi vien da ridere, il mercato non si autoregola e la produzione viene spinta al suo limite massimo per diversi motivi: accantonare produzione per i momenti di stasi delle vendite, produrre profitto per il proprietario, aumentare l’utile che può essere spartito tra i soci. Soprattutto nelle S.p.a., ma in maniera meno visibile anche in altre tipologie societarie travestite da novello umanesimo, la mancanza di spartizione degli utili tra i soci per più anni successivi determina una forte ridistribuzione delle quote societarie che può causare sia un serio problema negli assetti organizzativi, sia una oscillazione di capitale capace di distruggere l’azienda.

Spesso si manomettono i sistemi di sicurezza per questioni di sopravvivenza dell’azienda. Esistono settori dove il margine di guadagno sul singolo “pezzo” prodotto è talmente basso che per garantirsi il minimo introito che serve a continuare a produrre, diventa gioco-forza manomettere quelle sicure che non sembrano così essenziali per la salute. (Per poi scoprire che tali manomissioni ti ammazzano).

Pensiamo a una filiera tessile dove si producono camice. Ad un laboratorio artigianale, una camicia finita con tanto di marchio già cucito viene pagata al massimo 8-10 euro e può essere venduta sul mercato fino a 250 euro. Questa differenza suscita diverse riflessioni.

Ad esempio: il fatto che il ‘grosso’ del guadagno si sia spostato sul riveditore ultimo, spesso una “grande firma” quotata in borsa che deve fatturare all’inverosimile, da qui la strozzatura della produzione di primo livello, lo stress di chi lavora in catena che non può fermarsi nemmeno per andare in bagno (se non nelle pause prestabilite), l’espulsione dal mercato di tutti quei soggetti che non sanno mantenere ritmi di lavoro imposti dal sistema produttivo.

Ci sono aziende che si sono trasformate in macchina da guerra che non sa più fermare nessuno. Tutti sono incastrati nei loro “ruoli produttivi” e nessuno riesce più a uscirne.
Si mescolano esigenze produttive, necessità economiche “alte” della proprietà volte a mantenere degli “status acquisiti” che non si vogliono (o possono) abbandonare, necessità di chi lavora in catena di portare a casa lo stipendio, a volte essenziale per i beni di prima necessità e a volte imposto da un mondo capitalista che non sa rinunciare a niente e che spinge tutti a livelli di consumo sempre più alti, riuscendo a rendere necessario ciò che di fatto non lo è.

Il secondo aspetto che mi sembra davvero rilevante quando si tratta il tema degli incidenti sul lavoro è quello dei controlli sull’effettiva sicurezza degli impianti, delle macchine, delle attrezzature e delle infrastrutture.
Chi controlla chi per fare cosa?.
Esistono, almeno sulla carta, moltissime forme di controllo sulle modalità produttive delle aziende. Dalla AUSL, alle certificazioni di vario tipo, alle Agenzie del lavoro… sembrerebbe che tutto sia controllato in maniera assidua e regolare.
Ma ciò che sembra di fatto non è. I controlli sono spesso di tipo burocratico, si sa prima quando arriverà il controllore e le sicure delle macchine vengono rimesse al loro posto.

I sistemi di certificazione della qualità che, in quanto tali, dovrebbero essere una ulteriore garanzia di buona qualità lavorativa, sono spesso pacchi enormi di carta posizionata in un archivio che nessuno apre mai, nessuno sa nemmeno cosa davvero ci sia scritto.
In altri casi questi fantomatici controlli si accaniscono su sciocchezze e non sanno arrivare al cuore del problema, non lo intercettano neanche.

Nessuna considera, da dento l’azienda, queste forme di verifica e protezione uno stimolo per crescere, per imparare ad essere più garanti sulla qualità del lavoro.  Sono solo semplici adempimenti, se non delle assolute seccature che interferiscono con la normale routine rallentando la produzione. I controlli per la sicurezza sono vissuti come un problema da eludere per continuare a produrre in maniera efficiente. (ovviamente non è tutto così e non è sempre così).

Un terzo problema è quello del potere politico e contrattuale dei sindacati e, più in generale, dei vari organismi di rappresentanza. Cosa fanno?
Sono considerati l’ennesima seccatura e non solo dai dirigenti d’azienda ma anche dagli operai che pensano di non aver nulla da dire a ‘quelle persone’ che non hanno potere contrattuale e nessuna capacità di difendere i loro diritti. Ci sono aziende in cui gli operai che hanno responsabilità sindacali sono ‘amici della proprietà, gli accordi li fanno tra loro e si spartiscono quel poco lustro che ne deriva (non è sempre così ovviamente).

Mi chiedo infine che rapporto ci sia tra la necessità di produrre senza scrupoli e le relazioni interpersonali facilitate dalle caratteristiche del mondo in cui viviamo.
Viviamo nell’epoca del  consumismo smodato dove conta chi possiede di più, dove si è verificata l’assunzione della merce a Dio mercato, la necessità di costruire identità individuali e collettive legate alla dimostrazione del possesso esclusivo e elitario, l’incapacità di vedere chi ha bisogno, chi soffre, chi è escluso. Tale esclusione riguarda le persone più deboli, meno in possesso di quei requisiti che servono per stare a galla in questo mondo ricco.

Faccio di nuovo un esempio: per trovare lavoro bisogna spesso andare al Centro per l’impiego, a un agenzia di lavoro interinale, seguire corsi di formazione, processi di inserimento lavorativo che adempiono a i  tutti i dettami super-burocratici che il sistema erogatorio  impone, frequentare uffici, compilare correttamente moduli, sopportare lo stress di dover telefonare e chiedere continuamente spiegazioni a interlocutori tanto sconosciuti quanto indifferenti.
Queste persone vengono escluse dal mondo del lavoro per il semplice motivo che le soglie di tale mondo non sono alla loro portata.

Tutto questo ha a che vedere con i morti sul lavoro, con le macchine manomesse, con le apparecchiature obsolete che si rompono improvvisamente spargendo veleno su chi le sta riparando, uccidendolo sul colpo, facendo divampare incendi che non riuscirebbe a spegnere nemmeno un’autobotte dei pompieri già posizionata sul luogo dell’incidente, riempiendo l’aria e l’acqua dei nostri cieli, dei nostri mari e dei nostri fiumi di sostante tossiche che distruggono la flora e la fauna e aumentano l’incidenza di gravi malattie nelle fasce giovani della popolazione.

E’ il mondo fatto così che porta a un necessario e continuo aumento degli standard di produzione, che facilita la manomissione delle macchine, la fasullità dei controlli, la difficoltà degli organismi di rappresentanza e l’accettazione da parte di chi lavora di quelle uniche condizioni ritenute utili per portarsi a casa lo stipendio.

Po,i in mezzo a tutto ciò, ci sono anche gli incidenti veri e proprio, le sviste che possono capitare e anche le azioni in buona fede che solo il caso sa trasformare in eventi nefasti.
Penso anche che sia necessario lavorare sul senso civico delle persone, sull’aumento della consapevolezza.
Denunciare le irregolarità è un dovere di tutti se vogliamo provare a costruire una società che seppur produttiva e capitalista (perché questo è il contesto nel quale ci troviamo) sappia recuperare quel senso di fratellanza, di reciprocità, di civiltà e lungimiranza che ci permetterebbe  di porre un freno a questa emorragia di vite umane, tanto triste quanto apparentemente inarrestabile.

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Non governare la globalizzazione: quando le persone diventano cose

“Governare la globalizzazione” è un proposito che, in Italia, non viene nemmeno preso in considerazione dalle politiche industriali. Gli esempi si stanno snocciolando davanti ai nostri occhi. L’ultimo:  Andrea Ghezzi è l’AD della Gkn Italia (produzione assi e semiassi per auto). Ha appena confermato alla stampa il licenziamento di tutti i dipendenti dello stabilimento di Campi Bisenzio. Vi prego di guardare questo video natalizio di un minuto, nel quale fa gli auguri ai lavoratori “per un 2021 ricco di soddisfazioni e salute” dopo averne lodato l’opera che ha permesso di garantire la “sostenibilità finanziaria” dell’impresa:

guarda qui

Ghezzi quindi a dicembre 2020 conferma l’equilibrio finanziario della GKN, e a luglio 2021 annuncia il licenziamento di tutti e la chiusura dello stabilimento di Campi Bisenzio. Contestualmente chiede 12 mesi di cassa integrazione per chiusura attività e propone un advisor per la riconversione industriale del sito. Con chi, per fare cosa, sono dettagli fastidiosi. Il giornalista gli chiede perché nel bilancio di responsabilità scrivono di mettere al primo posto il benessere dei dipendenti e poi tagliano tutti i posti di lavoro, e lui risponde: “considero responsabilità sociale proprio il piano proposto al sindacato che va ben oltre quanto previsto dalla legge”. Tradotto: per la legge noi possiamo fare quello che ci pare, ma siccome siamo buoni, proponiamo di mettere a casa tutti con un anno di stipendio (tagliato e pagato dallo Stato), ma con una adeguata formazione vedrete che saranno tutti ricollocabili. Dove, presso chi e per fare cosa, ancora una volta, sono dettagli fastidiosi. Poi smentisce che la decisione sia della Melrose, il fondo che detiene il controllo dell’azienda: “Le motivazioni sono indicate nella lettera trasmessa a sindacati e istituzioni e hanno carattere industriale. Il riferimento a Melrose non è pertinente”.

Quindi uno pensa: se la scelta è locale e i problemi sono localizzati, sarà lo stabilimento di Campi ad essere stato amministrato male. Il primo a rimetterci le penne dovrebbe essere proprio il suo Amministratore Delegato. Invece Ghezzi non solo resta in sella, ma si permette di rilasciare interviste contrite dichiarando la decisione della chiusura “dolorosa” (per chi?) ma definitiva. Il motivo è semplice: la decisione non è locale, ma è centrale. Ghezzi si limita a fare la sua parte in commedia, e probabilmente per questo sicariato verrà anche ricompensato. Ha una grave responsabilità, sia chiaro, quella di eseguire ordini manifestamente criminosi, almeno sotto il profilo sociale: ma si tratta della responsabilità di un luogotenente della globalizzazione, uno dei tanti. La globalizzazione in nome della quale alla Texprint di Prato (stamperia tessile) la polizia sgombera con la forza gli operai (stranieri) e i sindacalisti che fanno sciopero della fame chiedendo l’applicazione del contratto nazionale di lavoro (8 ore per 5 giorni la settimana anziché 12 ore sette giorni su sette); lavoratori che, per inciso, incassano l’ostilità di molti impiegati della stessa azienda, preoccupati che la conflittualità non faccia uscire la merce e faccia crollare gli ordinativi.

“Governare la globalizzazione” è un proposito che, in Italia, non è mai stato preso in considerazione dalle politiche industriali, ora come in passato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: guerra tra poveri. Indeterminatezza dei padroni. Totale arbitrio nelle scelte strategiche aziendali. Precarietà sistematica del proprio lavoro. Frattura tra lavoratori. Tavoli di crisi funzionali al meno peggio, non al meglio. La stragrande maggioranza delle forze politiche che compongono il Parlamento ed il Governo stesso, davanti a questi focolai di crisi sociale, reagiscono in piena continuità con il presupposto ideologico che ha prodotto la legislazione sul lavoro a partire dagli anni novanta: le imprese devono essere libere di fare i loro comodi, altrimenti aprono altrove, oppure chiudono quello che c’è. Ma come è possibile pensare che l’unico modo per stare nella catena globale della produzione sia quello di lasciare mano completamente libera alle imprese, demolire gli istituti di stabilizzazione del lavoro, continuare a sussidiarle senza alcun vincolo di strategia industriale? Come è possibile che nel dibattito su questo le istanze radicali siano confinate nel territorio di Sinistra Italiana? (leggi qui ). Dov’è finito il Draghi libero dall’incarico in BCE che scrive sul Financial Times articoli keynesiani sull’uscita dalla crisi epidemica mondiale?

leggi qui

Tutti immaginiamo quanto sia più semplice scrivere ricette economiche su un foglio di giornale piuttosto che governare un Paese. La distanza tra le due imprese è incolmabile, e tuttavia l’autorevolezza riconosciuta all’attuale premier è un elemento che il medesimo dovrebbe spendere in prima persona per orientare scelte economiche e gestire situazioni calde. Per adesso, la sensazione è che di quel Draghi visionario di maggio 2020 si sia visto ben poco. Si vede invece Giorgetti, il suo ministro dello Sviluppo Economico, dichiarare con candore che le imprese “vogliono evitare fastidi e confusioni sindacali e quindi vanno a investire in qualche terreno vergine”. Vergine di cosa? Di diritti per chi lavora, evidentemente. Sembra passato un secolo – in realtà solo nove anni – da quando l’AD di Ikea Italia affermava che l’art.18 non è un problema, ma è “l’incertezza dei tempi della burocrazia e della politica” a rendere difficile investire in Italia. Se l’epidemia mondiale da Covid-19 doveva costituire l’occasione per ripartire utilizzando parametri nuovi per lo sviluppo economico, sul fronte dei diritti per chi lavora sembra di moda un salto all’indietro: la concorrenza si gioca sul massimo ribasso dei costi e delle tutele per i lavoratori. Una battaglia non solo scellerata, ma destinata alla sconfitta: quando milioni di lavoratori nel mondo (in Cina, in India) si stanno appena affacciando sulla soglia dei diritti minimi, appare chiaro che l’unico modo che ha l’Italia di non perdere il proprio tessuto industriale non è quello di abbassare salari e diritti al loro livello, ma quello di creare filiere di produzione di qualità. Invece si continua a perseverare sulla strada della riduzione delle tutele e dei diritti, fino a prendersela addirittura col reddito di cittadinanza, come se il problema fosse garantire cibo agli indigenti, anziché restituire dignità e giusto salario al lavoro.

scuola professore docente

Firma ché ti Pass!
La costrizione vaccinale per i lavoratori della scuola

 

Le riflessioni che seguono prendono spunto dalla recente introduzione del, cosiddetto, “green pass” per i lavoratori della scuola, insieme a quelli dell’università, e tentano di mettere in luce in questo dato politico alcuni aspetti che, a parere di chi scrive, dovrebbero sollevare in tutti i cittadini italiani degli interrogativi molto seri sulla direzione che sta prendendo il governo del Paese.

A scanso di equivoci e di polemiche vacue, vorrei premettere che le riflessioni in questione non sono ispirate a visioni no-vax, né a visioni pro-vax; né a idealizzazioni dei lavoratori della scuola, né tantomeno al loro disprezzo sistematico.
Non voglio, insomma, assolutamente entrare sul piano clinico, ma solo sviluppare alcune considerazioni sul piano etico e politico, mentre degli eventuali risvolti giuridici, se ve ne fossero, altri si potranno occupare con il necessario fondamento, come in parte già avviene.

Alla ripresa delle lezioni, dunque, i lavoratori della scuola dovranno esibire il green pass. Chi non ne sarà in possesso verrà sospeso dal lavoro e dal salario. Il che, teniamolo presente, per una fascia di lavoratori tradizionalmente a basso reddito può voler dire non essere in grado di far fronte alle esigenze più immediate della propria famiglia e costituisce dunque una formidabile arma di pressione.
In generale, il green pass si può ottenere in tre modi:
– essendo guariti dal covid;
– con un tampone negativo nelle ultime 48 ore;
– con un ciclo completo di “vaccinazione”.

Poiché non si può chiedere a qualcuno di contrarre volontariamente il Covid per poi, con un po’ di fortuna, rientrare nella prima categoria, né di fare tre tamponi a settimana (quelli salivari sono esplicitamente esclusi), è chiaro che per i lavoratori della scuola l’unica strada effettivamente percorribile è la “vaccinazione”.

L’obbligo del green pass equivale dunque, nel loro caso, a un tentativo di costrizione al trattamento sanitario in questione, perseguito attraverso la ‘sollecitazione’ dell’estromissione dall’ambito lavorativo e della privazione dei mezzi di sussistenza. Si tratta di un fatto ormai largamente riconosciuto, come per esempio dal microbiologo Andrea Crisanti  [Vedi qui]

Ma perché il governo non obbliga semplicemente e direttamente i lavoratori della scuola alla vaccinazione?

Si tratta di una questione complessa, sulla quale certamente il clima mediatico non aiuta a chiarirsi le idee. Alcuni punti sono stati accennati in un recente contraddittorio tra il filosofo Massimo Cacciari e il farmacologo Silvio Garattini, al quale rimandiamo chi lo avesse perso [Vedi qui] .
Fatto sta che non solo l’obbligo vaccinale non è stato imposto, ma in sede di presentazione del D.L. 111/2021 si è sentita l’esigenza di ribadirlo esplicitamente. Evidentemente – e anche su questo esiste un’amplia letteratura –  l’imposizione dell’obbligo implica un’assunzione di responsabilità che il Governo non può o non vuole esercitare.

La centralità del nodo della responsabilità in tutta la vicenda emerge chiaramente nel fatto che, in sede di somministrazione del vaccino, è inderogabilmente richiesta la firma di un modulo di consenso nel quale ci si dichiara a conoscenza di quanto esposto nei materiali informativi, rinunciando di fatto a possibili azioni futura di tutela per effetti indesiderati.

Per fare solo un esempio di ciò di cui si dichiara d’esser consapevoli, riportiamo il punto 5.3 del Documento integrale Pfizer: “Non sono stati condotti studi di genotossicità o sul potenziale cancerogeno. Si ritiene che i componenti del vaccino (lipidi e mRNA) non presentino alcun potenziale genotossico

Naturalmente, la richiesta di questa firma è, in sé, comprensibilissima: i “vaccini” sono stati realizzati in emergenza, dunque chi vuole godere dei benefici che essi hanno potuto dimostrare nei tempi ristretti della sperimentazione, deve anche accollarsi i rischi relativi a ciò che, nei medesimi tempi, non è stato possibile accertare.
Questo fatto, però, dimostra anche in modo incontrovertibile che – qualsiasi cosa si voglia far credere in proposito – non esiste allo stato delle conoscenze, una base di dati sulla quale effettuare una valutazione complessiva rischi/benefici scientificamente affidabile.
Da ciò derivano due conseguenze: l’opinione di chi teme che i rischi possano essere complessivamente maggiori dei benefici potrà magari nel tempo rivelarsi sbagliata, ma non è, allo stato delle cose, assurda o irrazionale; essa non è di per sé frutto di una prospettiva egoistica, se si tiene conto di uno scenario nel quale significativi effetti indesiderati si manifestassero in una percentuale rilevante della popolazione vaccinata.

È quanto viene sostanzialmente recepito nella Risoluzione 2361/2021 del Parlamento Europeo nella quale, ai punti 7.3.1 e 7.3.2, si afferma esplicitamente che i cittadini europei devono essere informati del fatto che la vaccinazione non è obbligatoria, che nessuno deve subire alcun tipo di pressione verso il vaccino se non è intenzionato a farlo, né essere discriminato in conseguenza di questa scelta [Qui]
L’introduzione surrettizia dell’obbligo vaccinale, dunque, non è affatto una questione di sottigliezze giuridiche, bensì di concretissime alterazioni delle sfere dei diritti individuali e collettivi. Certamente se ne discuterà molto nelle aule dei tribunali a diversi livelli ma, naturalmente, è anche qui imprevedibile con quali esiti.
Resta, spiace dirlo, un triste dato politico: imporre di fatto di ciò che non è esigibile in base al diritto è prassi che caratterizza forme di potere diverse da quello democratico e che difficilmente, una volta instaurata, non tende a replicarsi. Questo aspetto dovrebbe preoccupare tutti i cittadini indistintamente.

Purtroppo, però, le ragioni di preoccupazione civile e democratica non finiscono qui.
Appare, infatti, abbastanza scontato che chi valuta i rischi di una determinata pratica terapeutica superiori ai benefici, come coloro i quali non intendono sottoporsi attualmente alla vaccinazione, non può essere propenso a sollevare dalle relative responsabilità chi lo obbligasse a sottoporsi a quella pratica.
Questa è anche, ovviamente, la situazione dei lavoratori della scuola che avevano deciso per il momento di non vaccinarsi. Ma per poter ottenere la vaccinazione alla quale sono ora di fatto obbligati dalla logica intimidatoria del green pass – se non sei vaccinato non puoi lavorare e sarai privato dei mezzi di sussistenza – dovranno apporre quella firma liberatoria che è contraria alla loro volontà, alle loro convinzioni, alle tutele previste nel caso quelle convinzioni dovessero rivelarsi fondate.

In breve, lo Stato – da una parte come fonte, attraverso i suoi Organi, delle norme e dall’altra come datore di lavoro – dice in questa circostanza al suo dipendente: apponi questa firma con la quale rinunci a eventuali future azioni di tutela dei tuoi diritti, altrimenti ti allontanerò dal tuo posto di lavoro e dal salario.
A me pare che, in senso morale, la firma in questione debba essere considerata estorta.
Non vedo infatti, in senso etico, particolari differenze con quelle situazioni nelle quali alcuni datori di lavoro, all’atto dell’assunzione o del rinnovo di un contratto di lavoro, impongono al lavoratore la firma di una lettera di dimissioni priva di data, che il datore di lavoro stesso potrà utilizzare, ad esempio, qualora il lavoratore pretendesse di far valere in azienda i propri diritti garantiti dalla legge.
In entrambi i casi, infatti, il lavoratore appone la firma in contrasto con la propria volontà, con le proprie convinzioni e con la cura dei propri diritti all’unico scopo di ottenere o conservare il posto di lavoro e la retribuzione che il datore di lavoro minaccia di sottrargli.

Il tutto appare ovviamente ancor più eticamente paradossale se si tiene conto del fatto che proprio allo Stato spetta di vigilare affinché la sfera del lavoro – la quale resta, fino a nuovo ordine, il fondamento costituzionale della Repubblica democratica – sia protetta dall’eventuale erosione dei propri diritti sempre possibile nei concreti rapporti socioeconomici.

Tornando all’esempio di cui sopra, se un datore di lavoro chiede a un lavoratore di firmare una lettera di dimissioni, è compito dello Stato intervenire e reprimere tale condotta. Addirittura, tale comportamento è stato ricondotto, nella giurisprudenza, all’art. 629 del Codice Penale, ovvero al reato di estorsione, e questa interpretazione è stata confermata dalla Corte di Cassazione con sentenza n° 18727 del 14 aprile 2016 [Qui], nella quale si legge tra l’altro: anche lo strumentale uso di mezzi leciti e di azioni astrattamente consentite può assumere un significato ricattatorio e genericamente estorsivo, quando lo scopo mediato sia quello di coartare l’altrui volontà”.

In questi tempi difficili abbiamo un gran bisogno di buoni anticorpi: anche di quelli democratici e repubblicani.

I stand with Ken Loach

Non esci dalla proiezione di un film di Ken Loach, inglese “eretico” di Nuneaton, portandoti dietro un qualche senso di consolazione, ma questo lo sanno tutti. Personalmente non utilizzerei nemmeno termini come resistenziale, didascalico, militante, per citare alcuni degli aggettivi spesso associati alla sua opera. Loach è un cineasta che mostra le cose dal punto di vista degli invisibili, e sotto questo profilo è imbattibile. Le ambientazioni, le inquadrature, i dialoghi (il sodalizio con il suo storico sceneggiatore Paul Laverty non sarà mai abbastanza lodato) ti fanno entrare letteralmente dentro la famiglia, l’individuo, la comunità che vive quella situazione, che attraversa quell’esistenza. Un antropologo o un sociologo ti descriverebbero dall’alto una situazione per come è, spiegandone le cause. Un tecnico di laboratorio te la mostrerebbe come se fosse un vetrino. Loach ti scaraventa all’interno della situazione, mettendoti a bordo dello stesso camioncino di Ricky (in Sorry we missed you), facendoti perdere nel labirinto informatico della previdenza e sanità inglese assieme a Daniel (in Io, Daniel Blake), facendoti attraversare (come Damien in Il vento che accarezza l’erba) la porta che divide la tua vita prima di uccidere un amico dalla vita dopo averlo ucciso, un punto di non ritorno che cancella l’ipotesi di qualunque compromesso, fino a diventare il nemico del tuo fratello di sangue e di lotte.

Per quanto lo stile di Charles Dickens fosse anche patetico, caratteristica meno presente in Loach, vedere i suoi film mi fa lo stesso effetto che mi fece leggere, da bambino, Oliver Twist: quello di com-patire la sofferenza degli ultimi, che non significa piangere per la loro sorte, ma sentirsi in qualche modo loro.
Loach pratica anche una coerenza estrema tra il suo cinema e i suoi comportamenti, infrangendo il luogo comune che vuole che un artista sia giudicato solo per la sua arte, anche se è un farabutto, o un furbastro. “Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni. Per questo motivo, seppure con grande tristezza, mi trovo costretto a rifiutare il premio.” Questo disse nel 2012, motivando il rifiuto a ricevere il premio dal Festival di Torino con lo sfruttamento cui venivano sottoposti alcuni lavoratori della catena di produzione interna all’ organizzazione del festival stesso – una di quelle cose che non potrete mai vedere fatte dal progressista Fedez rispetto ad Amazon.

Il razzismo ha una funzione nella nostra società. Fa in modo di impedirci di identificare il nostro vero nemico. La responsabilità del problema dei senza tetto, della povertà e dello sfruttamento non è delle persone più povere e sfruttate. Farli diventare il capro espiatorio, perché sono neri o marroni o perché vengono da una cultura diversa, lascia i veri sfruttatori liberi di agire. Una classe di lavoratori divisa dal razzismo è perfetta per gli imprenditori. Essi traggono beneficio dal lavoro a basso costo, mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri. Qualunque sia la loro retorica, i fascisti che si servono del razzismo parlano nell’interesse del capitale“. Vi ricorda qualcosa? E inoltre: vi viene in mente qualche politico di professione che usi parole così chiare per descrivere la guerra tra poveri in corso a favore del capitale?

Ken Loach è stato appena espulso dal Labour Party, al quale è sempre stato iscritto (tranne durante la tragica parentesi blairiana), formalmente perché non si è dissociato dalle posizioni (definite ridicolmente “antisemite”) dei membri del partito fortemente critici verso la politica di occupazione militare messa in opera dallo Stato di Israele [Vedi qui] .

La vera ragione è fare pulizia della sinistra radicale che si riconosceva nella leadership di Jeremy Corbyn, che aveva portato il partito Laburista al massimo degli iscritti. Mi domando che senso può avere, per un leader laburista, la cacciata di uno degli artisti la cui carriera rappresenta uno dei più fulgidi esempi di realismo sociale, le cui scelte anche personali testimoniano di un’integrità difficile da reperire nell’arte contemporanea. “Questa è davvero una caccia alle streghe. Starmer e la sua cricca non guideranno mai un partito del popolo. Noi siamo tanti, loro pochi.”  L’ultima frase di Ken Loach suona come monito e incitamento al tempo stesso per tutte le lotte che vedono impegnati i lavoratori contro il grande capitale, una frase che contiene un concetto semplice, poderoso ma troppo spesso depotenziato dalla sfiducia che serpeggia tra le file degli ultimi: loro sono pochi, noi siamo tanti.

 

Monopoli di Stato, come fumarsi le persone

La Logista è una multinazionale spagnola della logistica, particolarmente diramata nell’Europa meridionale. Una specie di Amazon dei prodotti contenenti tabacco lavorato. Logista Italia ha avuto in concessione dall’agenzia dei Monopoli di Stato la distribuzione ai punti vendita finali (le tabaccherie) dei prodotti a base di tabacco. Uno pensa: lavoro per una ditta che funge da fornitore di un servizio per lo Stato di un bene in regime di monopolio, ergo sono in una botte di ferro. Bene. Andatelo a chiedere a un addetto/a in servizio al magazzino di Logista Bologna, se si sente in una botte di ferro o in una botte di qualcos’altro. I lavoratori del magazzino sito a Bologna Interporto hanno ricevuto a fine luglio un messaggio whatsapp del seguente tenore: “da lunedì prossimo (il 2 agosto, NdA) lei è dispensato dal prestare servizio per la nostra azienda”.

https://www.fanpage.it/attualita/bologna-speranze-per-i-lavoratori-logista-stop-ai-licenziamenti-dopo-i-messaggi-whatsapp/

Molti autorevoli esponenti delle istituzioni mostrano la loro indignazione per una pagliuzza, dimenticando la trave. Il problema non è essere licenziati con un messaggino: quella è una pagliuzza, odiosa, vigliacca, impugnabile finchè si vuole per ragioni formali, ma è una pagliuzza. La trave è essere licenziati da un’azienda multinazionale che va bene, che non accusa nessuna crisi, che tra l’altro subappalta liberamente parti di produzione ad aziende terze e che, nonostante tutto questo, quando decide di licenziare lo fa. Punto. Nella rossa Bologna. E il resto del mondo (Governo, Regione, parti sociali) è costretto ad inseguire, a cercare soluzioni negoziali basate su accordi deboli, come il “Patto per il lavoro”. Perchè deboli? Perchè si basano su gentlemen agreements, protocolli di intesa, impegni presi sulla parola che si sostanziano in procedure di consultazione, concertazione, con il coinvolgimento teorico di decine di attori istituzionali e privati, al termine delle quali l’azienda può consolidare le proprie decisioni. Questo è il significato che ha assunto la parola “condivisione” nel linguaggio burocratico delle relazioni industriali: ti metto al corrente che faccio il cazzo che mi pare.

Mi dispiace ripeterlo, perchè l’ho già scritto: questo continuo inseguire decisioni già assunte in pieno arbitrio dalle aziende, per cercare almeno di mitigarne gli effetti di massacro sociale, dipende dal quadro legislativo vigente. L’Agenzia del Demanio e quella delle Accise, Dogane e Monopoli, è stata istituita dal governo D’Alema il 30 luglio 1999 con decreto legislativo n. 300, in attuazione dell’articolo 11 della legge numero 57 del 14 marzo 1997, approvata sotto il governo Prodi. Io me le sono andate a spulciare, queste leggi. In mezzo a disposizioni scritte in un italiano triste e bizantino, non ho trovato nessuna norma che stabilisse delle regole stringenti per le aziende private concessionarie di servizi di pubblico interesse, anzi di servizi afferenti a beni in regime di monopolio statale. Norme che, ad esempio, stabilissero che non si possono subappaltare pezzi di produzione per risparmiare sui costi del personale. Norme che stabilissero che un’azienda concessionaria di un servizio datole in gestione da un’agenzia statale non può decidere di chiudere lo stabilimento come e quando le pare, pena sanzioni economiche pesantissime, molto più pesanti dei soldi che l’azienda ritiene di risparmiare spostando la produzione in un altro posto, dove le maestranze costano meno, dove i diritti sono sepolti sotto una coltre di ricatti quotidiani. Sanzioni che funzionassero da deterrente nei confronti di decisioni assunte sulla base (invece) dell’ unica variabile di cui un’azienda concessionaria deve realmente tenere conto, ovvero: dove mi costa meno il personale? Poi mi tocca leggere, in uno dei rapporti ufficiali della Logista: “…, la vendita dei tabacchi è effettuata in virtù di una concessione novennale rilasciata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli all’esito di un’attenta verifica in ordine alla sussistenza, in capo all’interessato, di una serie di requisiti volti a comprovarne l’onorabilità, l’affidabilità e la preparazione professionale”.  Onorabilità? Affidabilità? Nei confronti di chi?

Queste agenzie pubbliche firmano atti di concessione che incrementano il fatturato delle multinazionali in cambio di nulla. Nessuna garanzia occupazionale, nessun vincolo a tutela dell’interesse nazionale – evidentemente perchè l’interesse a conservare il lavoro di lavoratori e lavoratrici locali non è considerato “interesse nazionale”. Mi fa male constatare che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” , art.1 della Costituzione, è una frase talmente svuotata di senso, dalla legislazione ordinaria dagli anni novanta a seguire, da essere leggibile non come un orizzonte cui tendere nell’imperfezione del presente, ma come una presa per il culo. Ma la beffa non è opera dei padri costituenti: è opera di quelle maggioranze parlamentari (per dirla alla Gaber: “che cos’è la destra, cos’è la sinistra?”) che hanno allegramente licenziato, in nome della “modernizzazione” e di privatizzazioni senza vincoli, leggi che hanno consegnato il destino di migliaia di persone nelle mani di un centinaio di amministratori delegati che giocano a Monopoli con la loro vita, trattandoli come se fossero un pacco di sigarette, senza nemmeno il “maneggiare con cura” che vediamo scritto sugli involucri.

Poi come si fa a lamentarsi del fatto che, nella attuale composizione del Parlamento, la sproporzione di forze tra “destra” e “sinistra” rende impossibile modificare certi assetti per via legislativa? Si confonde la causa con l’effetto. Infatti negli ultimi 30 anni le leggi più penalizzanti per i lavoratori (leggi che hanno reso ridicolo il divieto di appalto di manodopera, che era un pilastro di quando studiavo diritto del lavoro; leggi che hanno permesso di costruire decine di forme contrattuali al ribasso del rapporto, che hanno reso il licenziamento un puro costo d’azienda da calcolare ex ante) sono state approvate in buona parte durante governi di “centrosinistra”; per cui l’attuale assenza di rappresentanza parlamentare del mondo del lavoro non è un accidente del destino, ma la conseguenza di uno smottamento ideologico post 1989 che è diventato un’ autentica frana. Se la sinistra parlamentare ha continuato a fare alcuni progressi nel campo delle libertà civili, ha viceversa abdicato totalmente alle sue fondamenta ideali nel campo dei diritti sociali.

 

 

Grafica Veneta: siamo tutti un po’ schiavisti

Pare quindi che la tipografia Grafica Veneta, con sede in provincia di Padova, che stampa alcuni tra i best seller mondiali (tra cui la traduzione italiana della saga di Harry Potter) appaltasse ad una ditta di delinquenti pakistani (la BM Services) la stampa dei suoi prestigiosi, e spesso progressisti, libri. Chi li stampava erano altri pakistani, costretti a turni da 12 ore al giorno, senza ferie e malattia, spesso senza alloggio, oppure costretti a vivere in 20 in appartamenti da 3, malmenati se si permettevano di lamentarsi. Un caso di sfruttamento schiavistico del lavoro nel pieno della operosa pianura padana. Colmo della vicenda, nel 2018 i titolari (italiani) della Grafica Veneta si lamentavano pubblicamente perchè non trovavano ragazzi italiani disposti a lavorare per loro, e ovviamente davano loro dei viziati. Nel frattempo, come si vede, hanno rimediato:

https://www.fanpage.it/attualita/grafica-veneta-lazienda-che-non-trovava-operai-ora-e-sotto-inchiesta-per-sfruttamento-del-lavoro/

I due titolari dell’azienda si difendono dicendo che loro non c’entrano nulla, che erano all’oscuro di tutto. La loro logica è: abbiamo semplicemente appaltato il servizio alla ditta che ci garantiva il miglior rapporto qualità/prezzo. Che male c’è? Non sapevamo nulla delle condizioni di lavoro di questa gente.

Prima di puntare il dito contro di loro, pensiamo al nostro comportamento, non dico da imprenditori (non tutti lo sono), ma da consumatori (tutti lo siamo). Quando acquistiamo prodotti made in China (vestiti, tessuti, elettronica cheap o anche griffata: tanto è quasi tutta fabbricata in Cina), lo facciamo perchè costano meno degli altri. Mentre facciamo questa operazione, quanto tempo dedichiamo ad una riflessione sul perchè questi prodotti costano così poco? Certo, i più avvertiti sono sfiorati dal pensiero che dietro ci siano centinaia di operai sottopagati, ma allontanano il pensiero con una punta di fastidio. In fondo, non possiamo mica cambiare il mondo da soli.

Ma questo esempio è una banalità, anche un po’ datata. No Logo di Naomi Klein ha raccontato cose peggiori, e No Logo ha già 20 anni di vita. Parliamo di qualcosa di più recente, e molto pertinente. Lo scrittore Maurizio Maggiani dichiara di vergognarsi per essere stato “così attento al Dop, all’Igp, al Doc”  e non essere stato “attento a ciò che più mi doveva riguardare”: cioè il fatto che i suoi romanzi fossero stampati con il lavoro di schiavi pakistani. Grafica Veneta, appunto. Affermazione naif, dal candore quasi disarmante. E che dire allora di Jovanotti, quando prima della data di Trieste un’ impalcatura, causa temporale, viene giù e uccide un operaio di 20 anni addetto al palco? Colpa del temporale? Però un suo amico dichiara: “Lavoriamo da mezzanotte a mezzanotte. Montare un palco per un concerto è un lavoro da schiavi con altissima professionalità. Un lavoro faticosissimo, che non conosce soste. Si dorme poche ore mentre gli spettatori si godono lo spettacolo e poi di nuovo a lavoro per smontare tutto. Nessun cantante o promoter possiede queste strutture in proprio: sono troppo costose. Siamo noi che arriviamo con i Tir durante la notte e cominciamo a montare i praticabili della base.” E che dire dei mastodontici tour degli U2? Mentre rappresentavano le contraddizioni della globalizzazione cantando Zoo Station, mentre Bono (immagino animato dalle migliori intenzioni) telefonava in diretta a Bush, in quanti abbiamo pensato a quanta Co2, quanto benzene, quante polveri sottili, quanto inquinamento quella carovana enorme ha contribuito a rilasciare in giro per il mondo?

L’unico ad essere coerente con i principi rappresentati nella sua arte mi è parso Ken Loach, quando nel 2012 ha rifiutato il premio del Torino Film Festival per protesta contro l’esternalizzazione dei servizi al festival, i bassi salari ed il licenziamento di alcuni lavoratori. La vogliamo chiamare distrazione, quella di queste star del progressismo che non si preoccupano di quanto sfruttamento c’è dietro la rappresentazione spettacolare dello sfruttamento contro cui si ergono in qualche modo a paladini? La vogliamo chiamare distrazione, quella di noi che ci nutriamo della salutista quinoa, le cui monocoltivazioni estensive provocano un largo utilizzo di prodotti chimici artificiali inquinando l’ambiente ed il prodotto e causando danni all’ecosistema e alla biodiversità animale?

Quanto siamo diversi, da imprenditori illuminati o da consumatori ecologici, dai due capi della Grafica Veneta che si discolpano affermando che “non potevano sapere”? Purtroppo credo che non siamo molto diversi. Non al punto da poterci permettere di alzare un indice accusatore contro la loro sete di profitto, che non trovo troppo diversa dalla nostra superficiale, ignara, comodamente distratta voglia di risparmiare schei.

 

 

Licenziamenti collettivi, un’alluvione senza argini

Gkn allo stabilimento di Campi Bisenzio, Whirlpool nello stabilimento di Napoli. Nel primo caso, 422 persone. Nel secondo, 356 persone. Licenziate con un tratto di penna, che nell’era della tecnologia cheap diventa un messaggio whatsapp, o una pec. Sono solo due esempi dell’alluvione che sta per allagare il tessuto sociale dopo la fine del blocco dei licenziamenti decretato a causa dell’epidemia di Covid-19. Un provvedimento tampone, seguito da un “avviso comune” Confcooperative, Cna, Confapi e Confindustria da una parte, sindacati dall’altra, con l’egida del Governo, che recita: le parti  “si impegnano a raccomandare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali che la legislazione vigente ed il decreto legge in approvazione prevedono in alternativa alla risoluzione dei rapporti di lavoro. Auspicano e si impegnano, sulla base di principi condivisi, ad una pronta e rapida conclusione della riforma degli ammortizzatori sociali, all’avvio delle politiche attive e dei processi di formazione permanente e continua” . Raccomandazioni, nient’altro che raccomandazioni. Con le quali infatti alcune multinazionali si sono già spazzate il didietro, procedendo a comunicare i licenziamenti con modalità che ricordano le ferriere dell’800.

La debolezza ormai storica della rappresentanza politica di quella parte del mondo produttivo che è lavoro salariato si misura in tutta la sua profondità in questa fase di “ritorno alla normalità”, la peggiore per chi si ritrova senza tutele nel momento in cui il blocco dei licenziamenti termina: evento che produce lo stesso effetto di quando togli un tappo ad una falla senza che nel frattempo sia stato creato un recipiente in grado di contenere tutta l’acqua che uscirà.

“L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con la utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”   Sembra una dichiarazione burlesca, calata dentro la situazione di fatto dell’industria italiana. Invece è il testo dell’art.41 della Costituzione. La legge che dovrebbe determinare “i programmi e i controlli opportuni perchè l’attività economica possa essere indirizzata a fini sociali” nel caso di specie è la disciplina sui licenziamenti collettivi, contenuta nella legge 223 del 1991, da coordinare con la legge Fornero e poi con il Jobs Act, che non hanno fatto che accentuare il suo carattere antisociale. Faccio un’affermazione così perentoria perchè la ratio che ispira questa disciplina è l’assunto secondo il quale è l’impresa stessa, in piena autonomia, a decidere quando uno “stato di crisi” giustifica l’apertura di una procedura di riduzione del personale. Non ci sono correttivi o interventi esterni all’impresa che possano realmente mettere in discussione la fondatezza delle ragioni della chiusura o della ristrutturazione, al punto che una multinazionale che complessivamente aumenta i profitti può permettersi di dichiarare la decisione di chiudere un “ramo secco” della propria produzione senza che alcuna regola o sanzione ne possa condizionare o scoraggiare la scelta. Le uniche regole imposte riguardano il rispetto di modi e tempi della procedura di discussione con la controparte sindacale: elementi formali, burocratici, il mancato rispetto dei quali tra l’altro non comporta nemmeno la reintegra di quei lavoratori illegittimamente selezionati per il licenziamento, ma solo una tutela indennitaria (nemmeno risarcitoria: quindi, un piatto di lenticchie). Per il resto, nella migliore delle ipotesi si finisce in mobilità, con un trattamento economico che dopo 24 mesi finisce. Per chi come il sottoscritto svolge attività sindacale, questa cornice legislativa è una palla al piede, che costringe a giocare costantemente di rimessa, a inseguire gli eventi senza poterne minimamente influenzare la genesi, potendo alfine solo negoziarne gli effetti su alcuni (da salvare) rispetto ad altri (da condannare). Come corollario arriva il disprezzo bipartisan per il ruolo del sindacato, chiamato a difendere i lavoratori con armi spuntate in partenza, che ne riducono la funzione a gestore del meno peggio. Come accennavo prima, questa situazione di cornice legislativa gravemente contrastante con il dettato costituzionale è il frutto di decenni di abbandono di una cultura politica che ha trasfuso il conflitto sociale e l’idea di uguaglianza sostanziale dentro leggi cardine come lo Statuto dei Lavoratori, che infatti è vecchia ormai di cinquant’anni. Questo abdicare alla propria funzione, che avrebbe dovuto essere un imprinting della propria stessa ragion d’essere, è una gravissima responsabilità della sinistra storica scagliata nel mondo globalizzato del post 1989, topos nel quale ha mostrato una inadeguatezza di aggiornamento ideale e di comprensione dei mutamenti tumultuosi dei fenomeni sociali che l’ha resa subalterna alle logiche economiche non tanto capitalistiche, ma liberistiche; con un cedimento al liberalismo che, applicato alla vita economica e sociale, produce effetti opposti rispetto al progredire del libertarismo nel campo dei diritti civili. Un liberismo, sia detto per inciso, che non esclude affatto l’intervento dello Stato nell’economia, purchè l’intervento serva a sovvenzionare le imprese con strumenti di sostegno (La Cassa Integrazione) completamente svincolati da qualunque reale impegno dell’impresa stessa in termini di investimenti per la riqualificazione degli impianti. L’impresa prende i soldi dallo Stato e quando decide di delocalizzare lo fa, e basta. Questo, in brutale sintesi, è il risultato della libera circolazione dei capitali. Questo, in brutale sintesi, è il frutto della “iniziativa economica privata”  riguardo alla quale il legislatore ordinario degli ultimi trent’anni(di destra, di centro e di sinistra) si è ben guardato dal coniugare libertà e rispetto della dignità umana e sociale, con buona pace del dettato costituzionale.

Una soluzione a breve termine non c’è, in tasca non ce l’ha nemmeno Draghi, a prescindere dalla considerazione sul suo più o meno elevato tasso di keynesismo (sopravvalutato, a giudicare dalla scelta degli uomini in settori cardine della macchina economica dello Stato). Esiste solo la possibilità di perseguire, dentro una cornice asfittica, una serie di interventi di riqualificazione professionale che non possono, ovviamente, essere disgiunti da scelte di politica industriale che pianifichino attività di riconversione (pensiamo al settore dell’energia) prima che le decisioni di chiusura dispieghino i loro nefasti effetti sociali.

PER CERTI VERSI
Primo maggio

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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PRIMO MAGGIO

Era freddo quel giorno a shai
Chicago per tutti
La primavera
Coperta di neve
La stanò il sangue
Dei caduti
Macchiarono
Così i garofani
Indelebili
E socialista era una bella parola
Rossa
Senza tempo
Senza subire il tempo
Che scolora
Aveva estratto i cuori
In fiori accesi
Anche nelle notti
Di assedio
I garofani
Non dormono
Il sonno dolce dei fiori

Sono albatri
Di luce
Dormono
In volo
Nella carne
Di un ideale
Sofferto

Sofferente

Per gli schiavi
Di oggi

Ricordano
Le loro catene
Le vene tagliate
Ai dannati
Della Terra

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Piovono pietre su Fornero e Jobs Act:
il lavoratore non è una merce

 

L’ultimo decennio ha segnato un arretramento secco sul fronte dei diritti dei lavoratori. Abbiamo assistito alla traduzione in leggi (prima la Fornero, nel 2012, poi il Jobs Act, nel 2015) di un’idea secondo la quale il lavoro è una pura merce, priva di un valore in sè che incorpori la realizzazione attraverso di esso dei valori di dignità e personalità umana. Una merce come tante altre, che si paga ad un prezzo di mercato: più quella merce è sostituibile, più il suo valore si deprezza. Più persone sono disposte a fornire la stessa merce, meno costa procedere alla sostituzione della singola persona, pura fornitrice di forza-lavoro.
Attenzione: l’obiezione secondo la quale i contratti di somministrazione, i negozi a termine, i finti contratti di collaborazione “autonoma” realizzavano già, in abbondanza, questa idea restituisce il clima di progressiva precarizzazione del lavoro incorporato nella pletora delle diverse forme contrattuali.
Ma le operazioni compiute con la Fornero e il Jobs Act hanno fatto compiere alla legislazione un salto di qualità negativo, rendendo in un certo senso precario ab origine anche il rapporto a tempo indeterminato. Non mi soffermo più di un attimo sull’inganno di senso costruito sul termine “flessibilità”, usato per conferire un velo di cosmesi al reale concetto sotteso, che è “precarietà”. Quando la precarietà diventa, come nella Fornero e nel Jobs Act, elemento costitutivo del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, la derubricazione del lavoro a pura merce non è più una variazione sul tema giustificabile, di volta in volta, con le necessità di inserimento graduale nel mondo del lavoro o con le caratteristiche di impieghi che comunque non saranno svolti per tutta la vita. No: la precarietà diventa elemento ontologico del lavoro, deprivando di garanzie e sicurezze un intero percorso professionale, che diventa così soggetto, dall’inizio alla fine, al potere di ricatto della controparte datoriale.
Chi è assunto dal marzo 2015 con il cosiddetto “contratto a tutele crescenti” sa fin dall’inizio che potrà essere licenziato senza una giusta causa, e che il prezzo che potrà incassare se un giudice riconoscerà l’ingiustizia (e intanto bisogna andarci, da un giudice) sarà un puro indennizzo, sganciato del tutto dalla gravità dell’ingiustizia subita e commisurato solo alla sua anzianità di servizio: una specie di liquidazione impropria (e di importo modesto) per liberarsi di uno scomodo/a. Ciò implica che un datore di lavoro può calcolare in anticipo il prezzo del suo arbitrio, come un qualunque altro costo aziendale. Lo può mettere a budget.

La progressiva traslazione da “prestazione lavorativa” a “performance” è anch’essa un inganno, funzionale ad una sottrazione di tutele.
Se la prestazione sul lavoro di ognuno dei 24 milioni di individui (all’incirca la popolazione occupata in Italia) dovesse essere misurata come si misura una prestazione sportiva professionistica, allora tre quarti dei lavoratori italiani  meriterebbero il licenziamento, e tra essi ci saremmo anche noi. Sfortunatamente, questa riduzione a competizione parasportiva di ogni elemento attinente al lavoro finisce per inficiare anche quella parte di valutazione (e di extra-retribuzione) legata al raggiungimento di obiettivi, che si concentra esclusivamente sulla quantità di cose fatte o vendute: se sei un poliziotto, quanti arresti hai compiuto; se sei un assicuratore, quante polizze hai venduto; se sei un primario, quanti posti letto hai liberato.
Non importa realmente in quale modo è stato ottenuto questo risultato: il quanto è oggetto di premio, il come non lo è. Ricordo un solo esempio tra gli innumerevoli che si potrebbero fare: la caserma dei carabinieri Levante di Piacenza (che poi una procura scoprì essere una minicupola dedita allo spaccio e al ricatto) poco prima ricevette un encomio solenne dal comandante della Legione Emilia-Romagna per i risultati conseguiti nel contrasto allo spaccio di stupefacenti. Sapete perché? Per il numero di arresti compiuti. Peccato che molti di essi fossero arresti abusivi, funzionali alle minacce, ai pestaggi, alle torture.

Lo “scarso rendimento” che può giustificare addirittura un licenziamento esiste nel nostro ordinamento, ed è costruito dalla giurisprudenza di merito. Ma se non si considera come elemento costitutivo della nozione di “scarso rendimento” una responsabilità soggettiva del lavoratore, allora anche un lavoratore malato assente spesso a causa delle cure da sostenere, o una madre assente per gravidanza possono essere imputati di “scarso rendimento”, come dato oggettivo.
Per non parlare poi dei licenziamenti per “giustificato motivo oggettivo” legati alle condizioni economiche, o alle scelte organizzative dell’azienda, che comportano la soppressione di quel posto, o la esternalizzazione di quella funzione.

In tutti questi casi, la legge ordinaria in materia di lavoro degli ultimi vent’ anni, spiace dirlo, sembra scritta spesso da emissari delle aziende. Per questo, non saremo mai abbastanza grati ai padri costituenti per avere scritto la Costituzione e alla Corte Costituzionale per la capacità, tuttora integra, di censurare le nostre leggi quando non sono conformi ai principi costituzionali.
L’ultimo esempio è la sentenza 59 del 2021, con la quale la Corte ha decretato che l’art.18 Statuto lavoratori, così come modificato dalla legge Fornero nel 2012, è incostituzionale laddove, in caso di licenziamento per motivi economici di cui sia accertata la manifesta insussistenza della causa, preveda che il giudice può scegliere se indennizzare o reintegrare il lavoratore.
Il principio costituzionale violato è quello di uguaglianza (art.3): infatti, quando in un licenziamento per giusta causa il fatto posto a base del provvedimento è inesistente, la reintegra del licenziato è obbligatoria, non facoltativa. Dal momento che il presupposto dell’insussistenza del fatto ha meritato la tutela della reintegra, la Corte afferma che la stessa non può essere facoltativa quando l’insussistenza è legata ad un licenziamento dichiarato come economico. Fuori dai tecnicismi, significa questo: se vengo licenziato senza un motivo, il giudice deve disporre la mia reintegra.
Che poi il lavoratore (non il giudice) possa decidere di far convertire in denaro questo diritto, è quello che fa la differenza tra una somma a titolo di risarcimento (come quella che sostituisce una reintegra nel posto di lavoro) e un indennizzo (come quello del Jobs Act).
Nel primo caso (risarcimento), la cifra deve corrispondere alla ricompensa per un danno ingiusto subito.
Nel secondo (indennizzo), la cifra è un contentino a fronte di un atto che l’ordinamento non considera nemmeno antigiuridico.

Il che rende ancora più evidente (e odiosa) la disciplina puramente indennitaria del Jobs Act, che presuppone che un licenziamento ingiustificato non sia fonte di danno ingiusto verso il lavoratore. Danno sì, ma non ingiusto. Che questa bella impostazione sia stata propugnata non da Margaret Thatcher, ma dall’allora segretario del PD, trascinandosi dietro una buona fetta del partito, restituisce la misura dello smottamento che una parte della sinistra ha compiuto verso il più scellerato dei liberismi, se applicato bovinamente a quella che loro considerano la ‘merce’ lavoro.

La sentenza della Corte purtroppo non risolve automaticamente i problemi di coloro che sono stati assunti dopo il marzo 2015, con un contratto redatto ai sensi di un corpus normativo (Jobs Act) che, appunto, non considera nemmeno il licenziamento ingiustificato come un atto antigiuridico. Tuttavia è un grande passo nella direzione della riconquista del significato costituzionale del lavoro, come strumento di affermazione della personalità e dignità umana: perché una Repubblica che si dichiara “fondata sul lavoro” non può essere fondata su una merce.

LE PAROLE PROIBITE:
Riduzione dell’Orario di Lavoro

 

“Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore sono alla nostra portata da qui al 2030″.
Così si esprimeva l’illustre economista John Maynard Keynes nel 1930, in una celebre conferenza tenuta a Madrid, diventata nota sotto il titolo “Prospettive economiche per i nostri nipoti”. Com’è noto, Keynes non era un sovversivo incendiario, bensì più modestamente un sostenitore della necessità di una riforma del capitalismo, da non lasciare semplicemente in balia dell’ideologia del libero mercato capace di autoregolarsi. Da buon borghese e liberale illuminato, era fiero oppositore del comunismo, e in particolare dell’esperienza che era in corso in Unione Sovietica, e credeva fermamente, anche nei tempi della Grande Depressione degli anni ‘30 del secolo scorso, al ruolo progressista del capitalismo, purché opportunamente reindirizzato.

La storia ha preso un’altra strada e, comunque, in questo caso della riduzione dell’orario di lavoro, purtroppo la smentita dei fatti appare inequivocabile. E non certo perché non fosse suffragata da basi economiche solide, ancorché un po’ grossolane, esposte dallo stesso Keynes, e cioè che grazie ad una continuità dei tassi di accumulazione del capitale e di crescita della produttività, nell’arco di cento anni, dal 1930 al 2030, il tenore di vita sarebbe cresciuto da 4 ad 8 volte, rendendo possibile quella forte riduzione di orario; e consentendo l’uscita dal regno della necessità economica, così che l’uomo si sarebbe trovato di fronte “…al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti, come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza”.

Effettivamente la crescita economica dal 1930 ad oggi ha sostanzialmente verificato l’ipotesi di Keynes, visto che, a livello mondiale, il PIL è cresciuto di circa 4 volte nei Paesi ricchi, quelli ai quali Keynes si riferisce di quasi 5 volte. Per la riduzione dell’orario di lavoro le cose sono andate diversamente: dal 1870 al 1930 l’orario di lavoro, nei Paesi ricchi, si riduce in modo più significativo che dal 1930 ad oggi. Dicendolo in termini schematici, si passa da più di 60 ore settimanali di fine ‘800 a circa 50 ore nel 1930 e un po’ meno di 40 ai tempi nostri. Peraltro, tali riduzioni sono scandite da un lungo ciclo di lotte del movimento operaio, che fa della riduzione dell’orario di lavoro, assieme al controllo sulla produzione e sull’organizzazione del lavoro, gli assi portanti di tutta la storia del movimento dei lavoratori nel ‘900.
Liberazione dal lavoro e liberazione del lavoro vanno a braccetto, almeno nelle elaborazioni e nelle pratiche più avanzate che si costruiscono in questo contesto. “Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire”  fu la parola d’ordine, coniata in Australia nel lontano 1855, e condivisa da gran parte del movimento sindacale organizzato del primo Novecento.

All’inizio del Novecento l’Occidente conosce le prime leggi che riducono l’orario di lavoro. In Italia, nel 1919 l’accordo tra la Fiom e la Federazione degli Industriali Metallurgici fissa l’orario di lavoro settimanale a 48 ore e questo diventerà il riferimento per il decreto del 1923 che estende i termini dell’accordo all’insieme della forza lavoro. Poi, da allora, le battaglie per la riduzione dell’orario di lavoro vanno avanti in modo alterno, fino ad arrivare al ciclo delle lotte operaie della fine degli anni ‘60 – inizio anni ‘70, quando, per stare all’Italia, si raggiungono le 40 ore settimanali.
Da quel momento, sembra inaugurarsi un lungo silenzio che perdura sino ai nostri giorni: non che non succeda nulla, ci sono diversi accordi aziendali che arrivano anche a sancire le 32 ore settimanali, nel 1995 il settore metalmeccanico tedesco approda alle 35 ore, nel 1998 la Francia vara una legislazione che riprende quello stesso risultato, ma esse appaiono più il prodotto di condizioni specifiche – un forte sindacato in Germania, uno degli ultimi tentativi di un governo di sinistra in Francia – che non l’affermarsi di una linea di tendenza forte e duratura. Tant’è che, in nome della flessibilità, entrambe queste soluzioni vengono messe in discussione negli anni successivi, assestandosi in una logica di orari medi plurisettimanali e soggetti all’andamento della congiuntura economica. Solo in questi ultimi tempi sembra si riapra uno spiraglio per tornare a discutere del tema.
Nel frattempo, poi, molte cose sono cambiate in profondità nel mondo del lavoro: sotto la spinta delle trasformazioni degli ultimi decenni, esso si è frammentato, disperso e articolato in una pluralità di figure, la precarietà è diventata una forma ‘normale’ di lavoro, è tramontata per tutti la ‘sicurezza’ del lavoro a tempo indeterminato, il capitalismo delle piattaforme ha riproposto il lavoro a cottimo e persino quello gratuito e ha dilatato e flessibilizzato, al di fuori di qualunque regola, lo stesso orario di lavoro.

Ma, per tornare al punto focale del ragionamento, perché la “profezia” di Keynes, nonostante i suoi fondamenti economici, non si è realizzata?
La risposta è abbastanza semplice: il capitalismo, nella sua versione neoliberista e del dominio della finanza, a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, ha costruito un’enorme redistribuzione dei redditi e della ricchezza, dai ceti bassi a quelli alti, dal lavoro ai profitti e alla rendita.
Nei Paesi più ricchi, nel 1975 il 15-25% dei redditi andava a profitti e rendite e il restante 75-85% al lavoro, mentre nel 2010 la quota dei profitti e delle rendite è cresciuta di circa 10 punti percentuali, assestandosi tra il 25 e il 35%: di fatto tutti gli incrementi di produttività, e forse anche qualcosa di più, sono andati in quella direzione, a detrimento dei redditi da lavoro. Come ha avuto modo di dire Warren Buffett, multimiliardario e protagonista della finanza, “è in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”.
C’è inoltre una ragione, probabilmente ancora più profonda, che sta alla base di quel mancato percorso e che ha provocato anche la nuova disuguaglianza, e cioè che il capitalismo neoliberista ha ricostruito la concorrenza tra i lavoratori e  un ‘esercito di riserva’ che la alimenta, di cui ha strutturalmente necessità: altrimenti succede, come si è verificato nel corso degli anni ‘70 del Novecento, che con la piena e buona occupazione, il potere contrattuale del lavoro aumenta, si innalzano i salari e si riduce l’orario di lavoro e si comprimono i profitti. Una delle condizioni che, appunto, ha fatto scattare la controffensiva neoliberista.

In ogni caso, i motivi per riproporre oggi una significativa riduzione dell’orario di lavoro in pochi anni, per esempio a 30 ore settimanali a parità di salario – assieme a politiche per il lavoro che raggiungano la piena e buona occupazione e all’istituzione di un reddito incondizionato di base – ci sono tutti e, anzi, si sono rafforzati.
La rivoluzione tecnologica in corso distrugge più posti di lavoro
di quanto sia in grado di crearne di nuovi, propone l’ “economia dei lavoretti” sottopagati e privi di diritti, la stessa pandemia apre l’interrogativo rispetto alla messa in campo di un nuovo modello produttivo e sociale. Tornano a sentirsi, anche se troppo flebili, voci che guardano alla prospettiva della riduzione dell’orario di lavoro: dal sindacato inglese a quello tedesco, dal governo spagnolo a quello finlandese.
Spiace constatare l’assenza totale di voci dal nostro Paese: silenti i sindacato confederali, mentre è, ovviamente, chiedere troppo che il ‘beatificato’ nuovo Presidente del Consiglio dica qualcosa in proposito ( ma non era keynesiano?). Non resta che confidare in un sussulto di coscienza, organizzazione e mobilitazione dei tanti, che ci sono anche in Italia, e che ragionano sul nuovo mondo da costruire, non più fondato sul profitto ma sulla cura reciproca.

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DI MERCOLEDI’
L’irresistibile fascino del bancario
(specie se scrive romanzi)

 

Che sia questo il motivo del mio gradimento? Con la testa fra le mani di Nicola Cavallini mi sta piacendo, sono a circa cinquanta pagine dalla fine e mi ritrovo piena di curiosità; trovo con piacere il momento per dedicarmi alla lettura e intanto ripasso velocemente il dove ero rimasta.

Possibile? Il protagonista è un bancario, il dottor Marco Malucelli. Ha circa quarant’anni, è sposato con Francesca e insieme hanno un bambino, Matteo, di quattro anni. Non c’è nulla che mi riguardi e mi accomuni a lui, non la professione, né tanto meno l’età e la composizione della famiglia. In più, la sua è una lingua con una forte coloritura di genere, è un uomo che si esprime e utilizza i gerghi che gli sono propri, senza rinunciare a un pizzico di turpiloquio, se si può ancora chiamare così.
Mi rifugio nelle parti in cui Marco racconta come passa le giornate in ufficio e a quel punto fa ricorso al linguaggio bancario. E’ bravo: sento che potrei capirci qualcosa se le rileggessi un certo numero di volte.

Leggo con attenzione i resoconti delle trasmissioni radiofoniche che un paio di sere alla settimana tiene insieme all’amico Augusto e qui mi sento coinvolta, vagamente complice: le pagine sono dedicate a una passione, finalmente! Oltre, però, non vado perché non conosco il pop anglosassone, genere che i due amano alla follia e non so riconoscere un disco che uno. Un gruppo sì, solo gli Abba.

Eppure affronto le ultime cinquanta pagine con interesse. Nel punto in cui mi trovo la vita quotidiana di Marco e famiglia ha registrato un vistoso miglioramento: dopo un paio di errori commessi sul lavoro e dopo le conseguenze nefaste che questi hanno comportato sul bilancio famigliare e sulla sua autostima, Marco ha tentato di dare una svolta al destino. Come? Meglio non svelarlo, oppure meglio dire solo qualcosa, altrimenti non si comprendono alcuni dei motivi per cui il libro mi è piaciuto fino in fondo. Diciamo che insieme a Francesca ha messo in atto ‘un po’ di ricatto’ che ha fruttato un mucchio di soldi, ora fermi in una banca accuratamente scelta per non destare sospetti.

Questo romanzo ha un ottimo ritmo narrativo, un ritmo brioso, adatto ai trenta-quarant’anni (ecco uno dei motivi per cui mi diverte leggerlo): ergo non possiamo essere arrivati al traguardo della storia. Può succedere molto altro nelle cinquanta pagine che restano e infatti succede. Succede che la polizia indaga sulla truffa compiuta da un amico d’infanzia di Marco ai danni di numerose Assicurazioni e gli fa domande in proposito. La sua banca ha il truffatore tra i propri clienti. E’ una vertigine per Marco essere interrogato, si sente braccato, messo allo scoperto: è la truffa in cui ha messo il naso anche lui per ricavarne il suo gruzzolo!

Succede anche che, dopo essersi ripreso a fatica da questo episodio angoscioso, accetta di condurre una seconda trasmissione radiofonica assieme al fedele Augusto, trovando momenti di evasione che lo ritemprano. Dai due viene inserito in scaletta un quiz letterario che invita gli ascoltatori a riconoscere il titolo di un libro e il suo autore ascoltando l’incipit. In questo caso ne capisco qualcosa di più e allora trovo che i libri proposti sera dopo sera sono di grande qualità e rivelano la “genuina passione per la letteratura” del personaggio Marco e del suo autore (ecco un altro motivo di gradimento).

Poi la situazione precipita. Quando Marco legge un incipit che non esiste in letteratura, un inizio di romanzo formulato da lui in cui allude alla truffa alle Assicurazioni, solo chi ne è l’artefice è in grado di chiamare in radio e di dare la risposta giusta. Ora questo ascoltatore è al telefono e sfida Marco, dice il luogo e il momento in cui devono incontrarsi. La posta è altissima, la tensione narrativa al massimo. Sono arrivata all’ultima pagina e mi sento guardinga: è quando uno dei due vince che si conclude la storia? Per fortuna sì e no. Se ci si riferisce alla avventura in cui Marco ha voluto infilarsi, improvvisandosi truffatore, tutto è andato in fumo. Ha voluto uscire dal proprio calibro, dal suo lavoro nella filiale della banca, ma alla fine è rimasto schiacciato da ingranaggi più grandi di lui. E’ un bravo ragazzo, Marco. Lo svela nelle pagine in cui cerca di manipolare e azzerare il senso di colpa per il ricatto, che lui chiama “provvigione”, ma nel profondo sa che ciò che ha fatto legittimo non è.

Non è finita, invece, se si leggono con attenzione le poche righe rimaste: non è un finale consolatorio e non è esplicito. Le parole di cui è fatto sono allusive e sfumano in sensazioni uditive e visive indefinite, come in una dissolvenza da film. Da lì potrebbe cominciare un secondo romanzo, un sequel perfettamente agganciabile alle ultime righe. È anche un finale inquietante, perché come dicevo non consola e non redime il protagonista. Per questo mi ha convinta. Questo romanzo ha il pregio di essere scritto da uno di noi, con la lingua che ci esprime  e con la parabola di vita che realisticamente ci tocca in sorte. E’ un motivo che pesa parecchio sul mio gradimento, potrei definirlo l’aspetto più contemporaneo della scrittura di Nicola Cavallini.

Infine c’è il vissuto. L’io narrante riproduce con molta esattezza l’atmosfera della sua infanzia  e dell’adolescenza. Come lui l’ho vissuta in una piccola comunità, la mia di paese, la sua di quartiere. Riporto le parole che parlano della pubertà e le sottoscrivo pienamente: “La mia pubertà è legata al mito delle giornate di sole trascorse, con gli amici, a giocare a ping pong. Giornate interminabili, dall’alba al tramonto, nella calura trasudante dai muri di pietra e dal cortile, nell’aria un odore di acne, dai balconi un profumo di panni stesi, le nostre opportunità ancora intatte, un immenso crocevia di strade ancora vergini, inesplorate”. In un’altra bella pagina che voglio riportare è ritratta la fase dopo i vent’anni, che Marco chiama “il periodo dei matrimoni degli amici” e poi li ricorda alla Muccino, alla maniera del film L’ultimo bacio di recente ritrasmesso in tv. E’ la fase in cui le scelte fatte per lavoro e famiglia ci dànno consistenza e ci imbrigliano.

Quando la storia ha inizio il nostro bancario lo troviamo lì, nel suo ufficio, qualche anno dopo il suo matrimonio con Francesca. Appare stressato per le cattive relazioni in filiale, è oppresso dalle difficoltà economiche e si sente in gabbia.

Il suo forte sono i rapporti con i clienti. Dice di sé in una delle pagine iniziali: “…essermi conquistato una credibilità sia come consulente che come assistente alle tesine mi riempie di orgoglio. Alcuni clienti…mi fanno l’occhiolino con aria complice, sperando che, prima o poi, passi loro una di quelle esclusive che so io”. Bella soddisfazione, espressa con una lieve nota di onnipotenza, ma la pagina non finisce così: con una virata linguistica, che attinge al cinismo del giovane Holden, la voce narrante lavora su di sé per sottrazione, mette a nudo il proprio errore, l’aver sbagliato il suo primo investimento in borsa. “Io penso di essere un idiota ma, sapete, in giro è pieno di gente troppo severa con se stessa”.

Nell’articolo faccio riferimento alle seguenti opere:
– Nicola Cavallini, Con la testa fra le mani, Giraldi Editore, 2006
– D.Salinger, Il giovane Holden, Einaudi, 1961
– Muccino, L’ultimo bacio, film, Italia, 2001

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Riders on the storm: delivery, algoritmi e varie disumanità

“Algoritmo: [dal lat. mediev. algorithmus o algorismus, dal nome d’origine, alKhuwārizmī, del matematico arabo Muḥammad ibn Mūsa del 9° sec. (così chiamato perché nativo di Khwarizm, regione dell’Asia Centrale)]. – 1. Termine che indicò nel medioevo i procedimenti di calcolo numerico fondati sopra l’uso delle cifre arabiche. Nell’uso odierno, anche con riferimento all’uso dei calcolatori, qualunque schema o procedimento matematico di calcolo; più precisamente, un procedimento di calcolo esplicito e descrivibile con un numero finito di regole che conduce al risultato dopo un numero finito di operazioni, cioè di applicazioni delle regole. In partic., aeuclideo, metodo per determinare il massimo comune divisore di due numeri interi a e b, basato su divisioni successive. 2. In informatica, insieme di istruzioni che deve essere applicato per eseguire un’elaborazione o risolvere un problema”.

La Treccani mi ha disilluso, stavolta. Io che speravo che l’etimo di “algoritmo” fosse composto da “algos”, dolore, e da “ritmo”, cioè il succedersi ordinato di un movimento: il ritmo del dolore. Il ritmo della pedalata di un rider, ad esempio, uno di quegli esseri umani che corrono per la città per consegnarti in tempo il cibo caldo che hai ordinato, sprofondato nel tepore del tuo divano. Mi persuadeva anche il latino “algidus”, freddo, gelido. Perchè l’algoritmo è un calcolo freddo, indifferente alle sfumature che attraversano continuamente l’animo e la vita dell’essere umano: la malattia, propria o di un familiare; il traffico, l’incidente lungo la strada, o la rapina di cui puoi rimanere vittima (pensiamo anche ai corrieri col furgoncino). Last but not least, il blasfemo esercizio del diritto di scioperare, riconosciuto dalla Costituzione ma stigmatizzato come il rifugio dei fannulloni.

Il “ranking reputazionale” è la classifica della reputazione di un rider. Più il rider è puntuale nelle consegne, più il rider è disponibile a effettuare qualunque consegna gli venga richiesta, più la sua classifica lo vede in alto. Più il rider consegna in ritardo o si sottrae ad una proposta di consegna, più scende nella classifica, fino ad essere espulso dall’azienda per la quale lavora: anzi, con la quale lavora, dal momento che i corrieri (motorizzati o meno) vengono lisciati da quest’assurda retorica secondo cui non sono dei dipendenti, anzi dei semi schiavi, ma dei collaboratori, dei liberi professionisti, in quanto sono, appunto, “liberi” di accettare o rifiutare un incarico. Come se questa scelta fosse indifferente per loro, quando di indifferente c’è solo l’algoritmo: consegni, sei alto in classifica. Rifiuti una consegna, scendi in zona retrocessione, finchè non vieni retrocesso, alias espulso.

Una recentissima sentenza del Tribunale di Bologna, che ha deciso su un ricorso presentato da tre categorie della CGIL (Nidil , Filcams  e Filt), ha introdotto un granello di sabbia nell’ingranaggio algido, indifferente, oliato, dell’algoritmo. L’algoritmo (nel caso di specie, dell’azienda Deliveroo) che non distingue tra le motivazioni che stanno alla base di una mancata presa in carico o di una mancata consegna è discriminatorio. Il Tribunale ha infatti stabilito che non è giusto trattare allo stesso modo, ai fini della “classifica” reputazionale del rider, il fatto di non accettare la consegna per futili motivi o per gravi ragioni, quali una malattia o una disgrazia o un imprevisto – che sono poi le piccole o grandi sventure umane che il mondo del lavoro dei “garantiti” tutela attraverso il riconoscimento della malattia retribuita, o i permessi per assistere un familiare malato, per allattare un figlio, o per andare alle esequie di un padre deceduto. L’algoritmo è “cieco” di fronte a queste situazioni e le tratta tutte allo stesso modo perchè “decide” di essere cieco. Se volesse vedere le differenze, potrebbe farlo: basterebbe agire manualmente per introdurre un correttivo. Il Tribunale, per questa discriminazione, ha riconosciuto un risarcimento di 50.000 euro ai ricorrenti. Dal punto di vista tecnico, non è una class action, perchè in Italia l’azione collettiva intesa come “trattazione in un unico procedimento di più domande di risarcimento connesse a uno stesso illecito lesivo di una pluralità di soggetti” è ammessa solo se ricorre una categoria di consumatori. Tuttavia, come precisa l’avvocato della CGIL De Marchis, di fatto ha lo stesso effetto, “perché c’è una discriminazione collettiva in materia di lavoro. Non c’è la figura di un rider specifico dietro la causa ed è per questo motivo che è ancora più dirompente, perché vale per tutti i riders”. Questa è la meraviglia che, a volte, in un orizzonte ed un presente cupo e gelido, realizza certa giurisprudenza del lavoro: interpretare le norme in maniera evolutiva, cogliendo i fenomeni in atto nella loro dinamica reale, che è poi quella che incide sulla carne viva delle persone.

Si tratta di una decisione che contrasta in maniera radicale l’egemonia del “pensiero calcolante”, di cui parla spesso Umberto Galimberti, specificando peraltro che “pensiero calcolante è una definizione di Heidegger il quale, a più riprese, individua nel pensiero occidentale questa tendenza al calcolo e questa riduzione di tutto il pensiero alla calcolabilità. Pare che noi sappiamo fare solo di conto, visualizzando il mondo sotto il profilo dell’utile. La qualità del pensiero di cui oggi noi disponiamo è egemone al punto che, ormai, non sappiamo più che cosa è bello, cosa è brutto, cosa è vero o santo, perché siamo attratti subito da cosa è utile”. La causa vinta non appare più, quindi, come la declinazione velleitaria di una battaglia contro i mulini a vento, come appaiono sempre più spesso i padroni indistinti, nascosti dietro trust o celati dietro il calcolo di una formula; ma diventa una lotta doverosa dell’umanesimo contro la mera utilità economica.

Credo negli esseri umani…

Francamente non ho proprio capito tutta questa polemica sul nostro premier che chiede a questo Aldo Nova – così celebre fra i giovani – di sporcarsi le mani e fare da testimonial a favore del corretto utilizzo della mascherina.
Certo, anch’io al posto del premier avrei agito diversamente.
Magari avrei convocato non lo so, Zdenek Zeman o Rowland S. Howard oppure boh, Georges Bataille: insomma, figure ben popolari fra la gioventù di oggi ma di ben altro spessore.
Ad ogni modo, però: questo è quel che passa il convento.
Sono comunque ben felice di sapere che il buon Aldo Nova (e consorte) ha/hanno accettato di buon cuore di – come si dice fra le persone “in” – “metterci la faccia”.
E che faccia, dico io.
Una faccia pulita, affidabile e che lascia ben sperare per il futuro: che poi, quale futuro?
Che cos’è realmente il futuro?
È per caso – realmente – “solo” quella cosa che arriva dopo il presente, quando meno te lo aspetti?
O è forse solo una parola di cui non sappiamo neanche più indicare un’eventuale manifestazione reale, qualora si presentasse?
Probabilmente sono io che sono paranoico – forse anche totalmente idiota – ma sentendo in questi giorni orde di commercianti che chiedono “il diritto di lavorare” non ho potuto fare a meno di pensare a ipotetiche orde di persone che durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale chiedono “il diritto a uscire nelle ore serali/notturne provvisti di ombrello”.
Tutto questo con le dovute proporzioni, sia chiaro.
Ma siamo sicuri che in un momento come questo, la cosa da fare sia chiedere “il diritto a lavorare”?
Mi permetto umilmente di dire che forse no, non è questa la domanda da fare.
Ovviamente questa è la semplice opinione di un idiota.
Ma non posso fare a meno di pensare a un ipotetico futuro, che ne so, penso a ipotetici esseri umani – esseri umani in cui io credo fermamente, ci tengo a precisarlo – che fra 150 anni si chiederanno: ma oh, ma ci pensi a quelli là che nel 2020 invece di urlare “cacciate i soldi” chiedevano “lasciateci lavorare”?
Non lo so, sarà il mio forte senso dell’imbarazzo ma al pensiero mi vergogno un po’ per tutti.
Comunque buona settimana e – se avete la “fortuna” di lavorare – buon lavoro.

Maggie’s Farm (Bob Dylan, 1965)

È fatto di persone

Sembrava una serata tranquilla, una normale serata di fine estate di questo duemilaventi così strano. Un anno in cui tutti – specie chi organizza eventi – ci aspettavamo letteralmente duemila eventi, e invece…
E invece avec al caz, come insegna una famosa barzelletta assai popolare nella provincia ferrarese.
Avevo appena finito di guardare la partita della nazionale, stavo bevendo una bella 0.66 di Birra Italiana, birra il cui prezzo – da qualche mese – è stato gentilmente fissato dalla Coop alla bellezza di 0,66 euro.
Mi stavo sciroppando le consuete chiacchiere post-partita mezzo addormentato ma evidentemente non avevo prestato la dovuta attenzione ai numeri attinenti la brodaglia che stavo bevendo perché la bestia era dietro l’angolo, pronta a palesarsi.
Stavo per spegnere, così da poter andare a letto e provare a dormire quando il tipo in tipo in tv ha mandato la maledetta reclame.
Pensavo fosse la solita reclame, roba tipo il novellino Campiello o sì-con-riso-senza-lattosio o addirittura l’ormai classica credo negli esseri umani ma invece no, è sbucato fuori lo spot di quella famosa ditta che fa spedire roba in giro per il mondo e il cui logo è un sorrisino tipo quello che si vedeva una volta nella reclame sofficini.
Ingenuamente pensavo che ci potesse essere un limite anche in quel mondo di esseri spregevoli che è l’advertising, ma ingenuamente sbagliavo.
Mi sono dunque dovuto sorbire un pippone breve ma intenso che sarà durato trenta secondi ma sembrava non finire mai.
C’era questa signora vedova che raccontava di come questa ditta famosa nel mondo per la vendita di fuffa con consegna tramite corrieri – ora anche droni a quanto pare – l’abbia soccorsa poco dopo la morte del marito, assumendola nonostante l’età che avanzava inesorabile rendendola scarsa a livello di appeal sul mercato del lavoro.
Mentre questa signora raccontava quanto sono buoni e cari quelli di questa ditta famosa nel mondo, si vedevano delle riprese che raffiguravano uno scenario a dir poco idilliaco che sembrava provenire un po’ da quel vecchio film con Charlton Heston, quel film in cui tutti – nel 2022 – si nutrono di gallette prodotte da una ditta famosa nel mondo non per la vendita-con-spedizioni ma per altro.
A una certa mi aspettavo Charlton Heston che urla ma invece no, è comparso il logo col sorrisino di quella famosa ditta bla bla bla.
Era a quel punto chiaro che quell’idilliaco ambiente lì era il posto di lavoro di quella signora che fino a qualche secondo prima tentava di vendermi quella favola a cui non so davvero chi possa credere.
Sapendo già che quella notte non sarei riuscito a prendere sonno, ho dunque cercato altri spot di quella famosa ditta e ho finito per apprendere che ce ne sono altri e che c’è persino gente che si commuove per – scusate il mio francese piuttosto scolastico – QUELLA MERDA OFFENSIVA VERSO L’INTERA RAZZA UMANA!
Alla fine non ho dormito ma vabbé, non è certo questa la cosa importante.
Soprattutto in questo 2020 in cui – ancora – così tante persone danno soldi a quella famosa ditta che vende roba con spedizioni.
Comunque a parte questo fatto disdicevole è stata una serata gradevole, una serata di grande calcio.
Gli azzurri di Roberto Mancini si confermano una rappresentativa nazionale in grande crescita che – andando avanti così – può giocarsi bene le proprie carte al prossimo Campionato Europeo che purtroppo, come sappiamo tutti, è stato rimandato al 2021 per la pandemia ancora in corso.
Cordiali saluti e buona settimana a tutti!

Spread the virus (Cabaret Voltaire, 1981)

Non è di mia competenza

Dalla vendita di un prodotto, alla liberazione di un posto letto, al lancio di una bomba, ad una esecuzione di massa, all’invio di un gruppo di esseri umani alla camera a gas. Il lavoro non è solo il corretto adempimento di un incarico. Se lo diventa, nessuno si sentirà mai responsabile delle proprie atrocità.

“Bisogna stare attenti alla parola “lavoro”, perché il lavoro limita la responsabilità alla buona esecuzione del compito che mi è stato assegnato; ma gli effetti, quel che succede dopo, non sono di mia competenza”
Umberto Galimberti

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