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Spettacolo da seguire in bicicletta.
Ferrara: sulle tracce dell’immaginario di Vasco Brondi

La sella della bicicletta, a Ferrara, può diventare un’insolita poltrona per assistere a uno spettacolo. È infatti una rappresentazione itinerante all’aperto quella che andrà in scena a Ferrara con il titolo “Sotto i lampioni di Ferrara (smetteremo poi questa operazione commerciale di guardarci dentro e guardarci attorno)” e viene proposta dal festival “Totem scene urbane” per tre serate di seguito, da venerdì 18 a domenica 20 settembre 2020 con appuntamento alle 21.30 in piazza Travaglio per arrivare fino alla darsena che costeggia il Po di Volano. Il percorso – ha raccontato il regista e autore Marco Intraia – è incentrato sulle tracce di un amore tramontato e di quel che ne è rimasto. “La mia ragazza mi mandava dei messaggi che evocavano pensieri e cose. Dopo che ci siamo lasciati, ho scoperto che quelle frasi in realtà erano brani delle canzoni di Vasco Brondi, che lui cantava con il progetto de Le Luci della centrale elettrica”.
Da lì è partita la ricerca e la scoperta di una dimensione sconosciuta, della città e della musica (e forse anche della ragazza che se ne è andata via). Progetto site specific vincitore del bando per residenza artistica ‘I notturni delle Città’ promosso da Teatro Nucleo, la trama di questo viaggio materiale e mentale è ispirata alla poesia del cantautore indie rock Vasco Brondi, che a Ferrara ci è cresciuto e tra un tour e l’altro ancora viene nella sua casa familiare, e crea una specie di mitologia fuori dagli schemi. Lo spettacolo – spiegano gli organizzatori – mette infatti insieme architetture e urbanistica della città con i pensieri di chi ci vive e si compone anche di testi originali ispirati dalle interviste a concittadini su temi come l’amore, il lavoro e la provincia. Un percorso tutto da sperimentare per viverne senso e suggestioni, facendo tappa in alcune aree della città che restano fuori dall’immaginario turistico classico e dove luoghi o dettagli apparentemente ordinari vengono esaltati da una poeticità scarna e malinconica, che avvolge di emozione il tessuto urbano e la quotidianità contemporanea.
Un’occasione per immergersi in una visione alternativa e un po’ periferica, dove anche il bagliore dei fari del polo chimico può evocare i sogni di un ragazzo di periferia alla ricerca di qualcosa di grande e metropolitano.
Per info e prenotazioni: sito web www.totemsceneurbane.it, email totemsceneurbane@gmail.com e whatsapp cell. 348 965 5709.

Lo spettacolo fa parte della rassegna “Totem Scene Urbane” organizzata da Teatro Nucleo con il supporto di MiBACT e Regione Emilia-Romagna e con il Patrocinio di Comune di Ferrara in collaborazione con Festival dei Diritti Ferrara, Residenze Artistiche, CSV Terre Estensi Ferrara, Community Lab, Comitato Vivere Insieme Pontelagoscuro.
La formula di partecipazione non prevede un biglietto di ingresso ma offerta libera. È necessaria la prenotazione, nel rispetto delle normative anticovid, scrivendo alla mail . In alternativa, ci si potrà registrare direttamente al desk dedicato all’accoglienza del Festival (c/o Teatro Julio Cortàzar, via Ricostruzione 40, Pontelagoscuro di Ferrara) o in piazza Travaglio prima dell’avvio dello spettacolo itinerante fino a esaurimento dei posti disponibili.

I sogni avverati di Vasco Brondi al Teatro comunale di Ferrara

Grazie Ferrara. Un grande dono di cui sono grato alla città è che qui, da giovani, ci si annoia moltissimo. Ed è in giornate come oggi, con il cielo bianco e nulla da fare, che io ho iniziato a leggere, scrivere, suonare. La noia è importante, aiuta a sviluppare la creatività”.
Esordisce così Vasco Brondi sul palco del Teatro Comunale di Ferrara, la città dove è cresciuto e da cui è partito nel 2008 con il nome di Luci della centrale elettrica. Un concerto quello di domenica (16 dicembre 2018) pensato come conclusione di un percorso, momento di bilancio di un viaggio fatto di musica e parole che da Ferrara è partito e che ora giunge al termine per diventare non si sa ancora bene cosa: sempre sulle scene a cantare ma con il suo nome di battesimo, scrittore come fa già nei libri che alterna con i suoi album, oppure autore di cinema, fumetti, poesia, più difficilmente barman (cosa che – già con poca convinzione, dice – faceva in gioventù).

L’ironia e la capacità di trovare sempre un senso al paradosso sono il segno distintivo delle cose che Vasco Brondi dice, scrive e canta. E così, con questa sua modalità alternativa e obliqua, fa il punto sull’attività artistica che ha trasformato un giovane sperimentatore di suoni e testi in un cantautore che con emozione ha scoperto di essere apprezzato dapprima dall’artista concittadino Giorgio Canali, poi da una star della musica come Jovanotti, guardato con familiarità da Battiato, coinvolto dai suoi idoli, Cccp, e dall’amato De Gregori, finendo con lo stupore di vedere i versi di una sua canzone scritti sul muro in una strada di Catania.

Sono passati dieci anni dall’esordio con quel nome lungo e un po’ fuorviante di Le luci della centrale elettrica. “La cosa buffa – dice – è che prima erano tutti lì a chiedermi ‘Ma perché Le Luci della centrale elettrica?’ E adesso invece non fanno che interrogarmi ‘Ma perché basta con Le Luci della centrale elettrica?’”
Spiega che proprio a Ferrara è nato ufficialmente il nome, che sembra quello di un gruppo o di un album o chissà che. “È un nome che avevo nella mia testa da tempo, ma che non avevo condiviso con altri. È diventato pubblico il giorno in cui mi hanno dato l’opportunità di esibirmi in un locale ferrarese di via Bologna, dov’era in programma il concerto di un gruppo affermato e serviva qualcuno che cantasse prima”. Nel manifesto della serata dovevano scrivere anche il suo nome. “Così ho detto per la prima volta a voce alta che volevo usare Le luci della centrale elettrica. Manu dello studio di registrazione mi fa ‘Mi sembra una cazzata, magari pensaci e poi mi dici’. Alla sera mi chiama per chiedermi cosa mettere e gli rispondo che va bene Le luci della centrale elettrica. Lui sta zitto e poi: ‘Contento tu…’”.

Pubblico e tecnici al termine concerto di Vasco Brondi al Teatro comunale di Ferrara

A trentaquattro anni compiuti, Vasco ha alle spalle quattro album usciti per l’etichetta Tempesta Dischi  (‘Canzoni da spiaggia deturpata, 2008; ‘Per ora noi la chiameremo felicità‘, 2010; ‘Costellazioni‘, 2014; ‘Terra‘, 2017), un Ep allegato a XL Repubblica nel 2011 ‘C’eravamo abbastanza amati‘, il doppio album di questo tour dedicato al decennale ‘2008-2018: Tra la via Emilia e la Via Lattea‘, ma ci sono pure tre libri (‘Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero‘, uscito per Baldini Castoldi Dalai nel 2009, ‘Come le strisce che lasciano gli aerei‘, scritto insieme ad Andrea Bruno per Coconino Press nel 2012 e il resoconto del viaggio sul Po ‘Anime Galleggianti‘ scritto insieme con Massimo Zamboni per La nave di Teseo nel 2016).

Vasco Brondi-Luci della centrale elettrica a Ferrara

Tanti i pensieri e le parole che hanno scandito la sua avventura artistica e che, come spesso avviene nelle sue esibizioni, si accompagnano a pensieri e parole di altri autori che ha letto, a immagini e suggestioni raccolte in giro. In passato Vasco Brondi ha condiviso con il pubblico il suo amore per la scrittura di Gianni Celati e per la fotografia di Luigi Ghirri, la rivelazione di ritrovare pezzi di pianura emiliana infilati dentro una canzone di Lucio Dalla o dei Cccp. I libri, i film e la musica sono strumenti di interpretazione del mondo e di definizione della propria identità da cui ‘Le Luci della centrale elettrica’ attinge a piene mani. La letteratura non poteva quindi mancare in questo appuntamento conclusivo. Vasco Brondi ha ricordato: “A Italo Calvino una volta chiedevano quale sarebbe stato il talismano per il Duemila, e lui diceva: ‘Imparare poesie a memoria. Perché le poesie ti tengono sempre compagnia’. Ora leggerò alcuni ‘Sogni’ di Roberto Bolaño, sono poesie di questo scrittore cileno che dopo il colpo di Stato aveva scelto di vivere in Spagna”. Il sogno, del resto, è un filo conduttore presente spesso nei suoi brani. Ne ‘I nostri corpi celesti’ (2010) cantava “ti ricordi che i nostri sogni sfondavano i soffitti/ti ricordi i nostri disperati sogni di via Ripagrande e di viale Krasnodar” e la capacità di sognare è arrivata fino al più recente ‘Chakra’ (2017) dove, più appagato, rivela “ti sogno spesso e nel sogno una città si sta per allagare/ti do l’ultimo bacio sul portone/e mi liberi dal male e ti libero dal male”.

La chiusura del concerto di domenica 16 dicembre 2018

Il concerto, nella sala elegantemente classica e ovattata del teatro ferrarese si è aperto nella penombra di luci basse e bluastre per passare a colorazioni via via più calde, dal viola al rosso fino al culmine della conclusione in piena luce. Lì, sul bordo del palco illuminato, Vasco Brondi e i suoi musicisti si sono sporti per una finalissima a tutto ritmo, accompagnata dal battimano del pubblico con il brano che racconta lo stupore “dei nostri sogni assurdi che si sono avverati/…ci sarò io e arriverò, felice da fare schifo/e libererò tutti i tuoi pianti trattenuti” [per ascoltare il brano clicca sul titolo ‘Questo scontro tranquillo’].

Il sogno avverato chiude la carrellata delle visioni di un ragazzo che fantasticava un sacco di cose e magari si tuffava nella nebbia. Come “Michelangelo Antonioni – ha detto –  che raccontava che i suoi giorni preferiti erano quelli in cui si accorgeva che la nebbia era così fitta. Allora correva in piazza ed era felice perché diceva che finalmente poteva credere di essere altrove”. Altrove, dove Vasco Brondi andrà ancora una volta. Come nei versi di Bolaño che ha letto durante il concerto: “Ho sognato che mi rimettevo in viaggio sulle strade, ma questa volta non avevo quindici anni ma più di quaranta. Possedevo solo un libro, che tenevo nel mio zainetto. All’improvviso, mentre stavo camminando, il libro si incendiava. Albeggiava, e non passava quasi nessuna macchina. Mentre gettavo in un fosso lo zaino bruciacchiato ho sentito che la spalla mi pizzicava. Come se avesse le ali”.

Ad accompagnare Vasco Brondi sul palco del Teatro comunale di Ferrara c’era la band formata da Rodrigo D’Erasmo al violino, Andrea Faccioli alle chitarre, Daniel Plentz e Anselmo Luisi alle percussioni, Daniela Savoldi al violoncello, Gabriele Lazzarotti al basso e Angelo Trabace al pianoforte.

Fotografie di Luca Stocchi

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Ragnatela digitale

30 aprile 1993: il Cern decide di rendere pubblica la tecnologia alla base del Web. La ragnatela digitale comincia la sua crescita esponenziale: inizia l’era del web.

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Vasco Brondi alias Le luci della centrale elettrica

Ingegnere aerospaziale,
che sei nei cieli,
dacci oggi le nostre linee internet,
vite brevi e password indimenticabili.

(Le luci della centrale elettrica)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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Viaggio d’autore nel Po che sembra l’Amazzonia

Con quella voce roca e un po’ strascinata Vasco Brondi racconta il mondo da un punto di vista che ogni volta ti colpisce e ti sorprende. Perché parla di cose comuni, che hai sotto gli occhi, ma ne mostra un lato che ti era sfuggito, un’angolatura sbieca come quella voce lì. Lo fa quando canta con il nome suggestivo e un po’ ingannevole di Luci della centrale elettrica, ma anche quando chiacchiera a ruota libera. Può essere in un’intervista tv con Daria Bignardi, sul palco di una sala, in strada o – adesso – tra gli scaffali di una libreria cittadina. La cosa strana è che, quando parla, ti incanta uguale a quando canta. Perché ha proprio lo stesso modo di descrivere fatti e situazioni, di farti entrare nei suoi pensieri, che è il tratto distintivo dei suoi testi; e fa effetto vedere come quel modo gli venga naturale anche mentre risponde e ti porta dentro i suoi circuiti mentali, nella stradina inclinata e attenta con cui attraversa la vita.

Il libro è “Anime galleggianti” e racconta un viaggio che è quasi dietro casa eppure inaspettato: tre giorni “dalla pianura al mare tagliando per i campi”. Cosa ci fanno due cantautori insieme su tre metri quadrati di alluminio che galleggiano sull’acqua del fiume? Cosa vedono e che emozioni scoprono dentro a questo canale del Po i rappresentanti emiliani di due generazioni diverse della musica d’autore? A raccontare il viaggio lungo uno dei luoghi-simbolo della terra padana sono appunto Vasco Brondi, 32 anni, famoso con il nome d’arte di Le luci della centrale elettrica, e Massimo Zamboni, 50enne tra i fondatori del mitico gruppo dei Cccp e poi dei Csi. Loro la definiscono una “crociera nel posto meno turistico del mondo”.

Il libro, fresco fresco di pubblicazione, viene presentato per la prima volta in un tour che parte da Ferrara, poco distante da dove inizia il viaggio che c’è dentro, nella città dove Vasco Brondi è cresciuto e poco lontano dalla “patria” di Massimo Zamboni, che è di Reggio Emilia e ne è sempre andato fiero. A chiacchierare con loro – davanti a un pubblico che mescola fan ventenni da concerto e parenti e amici di ogni età – è Paolo Foschini, giornalista del Corriere della sera, che a Ferrara ci è nato e torna qui con gli occhi di chi sta a Milano da anni, ma si ritrova perfettamente a suo agio sui temi della sua adolescenza, circondata dai dischi dei Cccp ancora ben custoditi nella vecchia cameretta.

Il fiume riporta tutti quanti qui, nel cuore della pianura da cui è partito il cammino di ciascuno: dei due musicisti, del fotografo e del giornalista.

“Vasco – scherza Foschini – scrive come il trentenne che è, parlandoti subito di quello che sta facendo. Massimo, invece, parte da un pochino più indietro, dallo storico incontro tra  papa Leone I e Attila il re degli Unni (anno 452, ndr) avvenuto in un piccolo paese tra Mantova e Ferrara. Perché è in questo posto, che si chiama Governolo, che più di mille anni dopo si rinnova il senso dell’incontro tra noi e i disperati che arrivano da chissà dove”. Dopo questo viaggio – ribatte il chitarrista e fondatore del gruppo punk rock degli anni ’80 – dovranno scrivere che in quel posto si sono incontrati anche Brondi e Zamboni… “Lo scriveranno a pennarello, però!”, commenta ridendo Vasco.

Viaggio memorabile dunque, questo del libro, perché attraversa quella regione che non esiste, che si chiama Polesine, dove i cartelli segnalano il passaggio dal Veneto alla Lombardia all’Emilia-Romagna. Ma la geo-politica non la vedi, e nemmeno la pianura, perché a mollo nel canale domina la natura e un’umanità fuori luogo e fuori tempo, dai tratti spesso esotici. Come a Castelguglielmo  (in provincia di Rovigo, ndr) – fa notare Zamboni – dove ci dicevano: ‘Quando arriverete lì, vi sembrerà di essere in Amazzonia’. E ce lo diceva uno che, in Amazzonia, non c’è mai stato; e non ci sono mai stato neanch’io.  Eppure, quando arrivi lì, hai davvero l’impressione di essere in Amazzonia, immerso in una vegetazione esuberante, persino con le palme che i barcaioli devono tagliare con il machete per farsi largo”. O come un altro signore – ricorda Vasco – che diceva che lui veniva da Pavia e che quando è arrivato da queste parti ha deciso di fermarsi. E lo raccontava con lo slancio di Gauguin, quando è arrivato in Polinesia! “Quando sei lì e ti guardi intorno – ammette il cantautore di Le luci della centrale elettrica – non capisci bene cosa ci sia di così speciale. Poi, come ha spiegato il fotografo che era con noi, Pier (Piergiorgio Casotti), ti rendi conto che attorno hai cose silenziose, che le riesci a vedere solo dopo che ti sei ben ripulito gli occhi e le orecchie. Allora sì, ti accorgi che sono speciali”. Più che i posti “è il movimento stesso che diventa importante, sentire l’odore che fa, l’effetto dell’aria sulla pelle”. Ecco allora l’incontro di due generazioni, la scoperta che folgora Vasco quando, ragazzino, inizia ad ascoltare i Cccp che ormai, forse, si erano anche già sciolti. Vasco spiega: “Da adolescente rimasi colpito dal fatto che i Cccp dicevano ‘Non a Berlino ma a Carpi’ e io non capivo bene in che senso… Così con un mio amico a sedici anni abbiamo preso un paio di treni e siamo andati a Carpi a vedere cosa c’era, dal momento che la consideravano addirittura meglio di Berlino. Abbiamo trovato una piazza enorme deserta, tantissima gente normalissima, nessuno vestito come noi, ma ci è piaciuta comunque. Forse alla fine abbiamo capito che più o meno era come stare a Ferrara e allora ci è venuto il dubbio che intendessero che i nostri posti andavano benissimo e che anche lì i desideri si possono realizzare. Anzi, sono posti cruciali perché non accade niente, e se vuoi che succeda qualcosa lo devi fare succedere tu”.

Eccolo, l’incanto del viaggio, che non importa tutto sommato dove arriva (e qui, la meta, era il mare di Porto Levante), ma quello che attraversa.

Anime galleggianti: dalla pianura al mare tagliando per i campi” di Vasco Brondi e Massimo Zamboni con fotografie di Piergiorgio Casotti, edizioni La Nave di Teseo, Milano, aprile 2016, 164 pagine, 15 euro

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EVENTUALMENTE
Vasco Brondi e l’ex Cccp Marco Zamboni galleggiano sull’orizzonte piatto tra via Emilia e il Po

La piattezza della pianura come luogo distintivo della propria identità, delle proprie radici. Sembra banale, ma non lo è. Chi è cresciuto in questa fetta di terra tra la via Emilia e il Po non bada tanto al paesaggio e ai luoghi che ha intorno. La campagna è – appunto – piatta, che spesso vuol dire anche anonima, meticcia, scontata, un’accozzaglia di edifici, capannoni, recinzioni, disposti un po’ frettolosamente da geometri e proprietari pragmatici, impegnati più che altro a far crescere colture intensive, ad allevare animali, a impiantare piccole e grandi imprese. Pochi, qui, sembrano essersi dedicati molto a pensare e progettare la forma delle cose intorno. Tanto più che l’orizzonte è piatto, lo sguardo non spazia molto lontano, e spesso la nebbia lo accorcia fino a cancellare ogni perdita d’occhio.

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Copertina di “Anime galleggianti” di Vasco Brondi e Massimo Zamboni (foto Piergiorgio Casotti)

Non hai il contorno del paesaggio ad accompagnare la vita quotidiana, come chi vive tra le colline, che siano senesi, umbre, venete; per non dire dei luoghi di montagna, punteggiati da casette ed edifici dello stesso stile, fatti di materiali e colori omogenei, armoniosi e ricorrenti. Qui la laboriosità sembra aver messo da parte la riflessione estetica, a meno che non sia finalizzata alle eccellenze che si sfornano negli stabilimenti di Lamborghini, Ducati, Ferrari, in quelli di ceramiche o di aziende che si fregiano dei migliori marchi del mangiare e del bere. Chi fa e fabbrica non bada tanto a farsi vedere. E molto, da queste parti, non si vede proprio: paesi dove il tempo un po’ si è fermato e un po’ no, dove il tempo arriva e si appoggia a casaccio, dove accanto al vecchio pescatore di fiume trovi nuovi abitanti arrivati da Romania e Cina, dove il cemento si tinge dei colori più improbabili, dove gli aironi convivono coi pesci siluro, i tralicci dell’alta tensione con i canneti affondati negli argini.

A raccontare l’irraccontabile di un’area geografica sfuggente e discordante ci si sono messi due maestri della parola e della poesia in musica che, da queste parti, ci sono nati e cresciuti: Vasco Brondi, ferrarese classe 1984, che è l’anima del progetto musicale Le luci della centrale elettrica, e Massimo Zamboni, chitarrista, autore di testi e cofondatore del gruppo storico dei Cccp, nato a Reggio Emilia nel 1957.

Per descrivere un viaggio nelle terre piatte, Brondi e Zamboni si appoggiano al fotografo Piergiorgio Casotti e insieme partono a bordo di una zattera in alluminio, che naviga lungo uno dei canali del Po. Il resoconto che ne esce è fatto di quello che vedono, che incontrano, ma anche delle parole e delle immagini che prima di loro qualcuno ha scritto e immortalato contribuendo a dar forma al senso di identità della gente di pianura: il fotografo Luigi Ghirri, gli scrittori Cesare Zavattini e Giorgio Bassani, cantanti come Francesco Guccini e Lucio Dalla.

Il risultato è nel libro che esce giovedì 14 aprile 2016: “Anime galleggianti, dalla pianura al mare tagliando per i campi” pubblicato da La Nave di Teseo, che è la nuova casa editrice fondata da Elisabetta Sgarbi. Dal giorno dopo via al tour di presentazione in giro per l’Italia: 15 aprile a Ferrara con Paolo Foschini (Corriere della sera), 16 aprile a Roma, 18 aprile a Milano, 19 aprile a Firenze, 20 aprile a Bologna.

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Pensieri a metà strada tra Ferrara e il resto

Intro

Dei frammenti di attualità iperrealista da leggere al buio, lontani dai telegiornali. Un giro panoramico, in graziella, tra la via Emilia e la via Lattea. Una finestra sulla cantina di una multinazionale cinese o indiana.

1.

“In quel periodo scrivevo molto, credo di aver buttato giù un paio di romanzi e qualche racconto. Ovviamente mai pubblicati fortunatamente, facevano schifo. Non li ho più, li ho buttati via. Però non è stato lavoro inutile. Anche se non ho tenuto neppure un’idea di quel periodo, forse ho trovato una voce, mi sono progressivamente ripulito da tutti i modi scolastici e letterari di scrivere. Ho smesso di scrivere come ti insegnano che si deve scrivere.

Però mi sono allontanato anche da lì. Non riuscivo a stare ore sui quaderni e su un vecchio lentissimo computer usato. Un computer che era stato sicuramente di un fumatore accanito perché quando premevo sui tasti usciva odore di fumo, all’infinito, era incredibile. C’erano anche delle lettere che a volte non funzionavano e lasciavo gli spazi poi stampavo e le aggiungevo a penna. Non sopportavo stare in casa quando fuori immaginavo che si agitassero delle cose, c’erano delle città da vedere, delle ragazze che camminavano, Bologna a quaranta chilometri, e altre cose che da camera mia non passavano.

Non mi ricordo come e perché, ma sono arrivato ad una chitarra, non mi ricordo se avevo già una specie di telecaster, una sottomarca della squier che sarebbe la sottomarca della fender, acidissima. Oppure forse avevo ancora una chitarra classica ereditata dalla prima gioventù di mio fratello. Ho cominciato subito a cercare di scrivere canzoni mie, non sapevo fare niente degli altri e niente in generale. Avendo un po’ di amici che suonavano, il confronto è arrivato quasi subito, anche se erano sgomenti. Con la scrittura non trovavo mai confronti, non avevo nessuno a cui far leggere niente. Adesso era tutto molto più vicino alla realtà, suonare è un mezzo rumoroso che esce da te e porti in pubblico quasi subito. Scrivevo delle canzoni, con la stessa lentezza di adesso. Ho buttato via anche tutte quelle, ma sentivo che c’era qualcosa, che la realtà messa dentro una canzone diventava lirica. La roba normale mettendoci sotto degli accordi diventavano storie e atmosfere che avevano un’esistenza propria. Le cose che mi colpivano non c’era bisogno di abbellirle”. (Vasco Brondi, primi tempi)

“I computer conoscono un segreto molto sporco su di noi, ovvero che non siamo poi così diversi. Siamo incredibilmente simili. È per questo che possono gestirci in massa. Il sistema è stabile e benigno. Ma quello che mi chiedo è se, nell’amare tutti questi social network e l’idea di connettività, non stiamo forse barattando qualcosa: stiamo barattando la libertà per la stabilità. E quando il sistema andrà in tilt, avremo bisogno di qualcuno che venga a proporci una storia, un modo per tirarci fuori dal caos verso un mondo migliore. Questo è il ruolo della politica. Ma per il momento, viviamo in un periodo – per noi – stabile e relativamente pacifico, ce ne stiamo adagiati nelle nostre poltrone, vediamo la Siria in tv, e pensiamo: ‘poveretti, che disgrazia’. Ma non facciamo niente. Finché qualcosa non succederà a noi. A qual punto urleremo. E al quel punto i computer non potranno più fare niente. Avremo bisogno di una storia, e al momento nessuno ce l’ha”. (Prismomag, L’immaginario del presente)

Mi sono accorto all’improvviso di vivere in Emilia attraverso le cose che leggevo, le canzoni che ascoltavo, i film che guardavo. Sono cresciuto a Ferrara e sembrava normale tutta quella pianura attorno, il fiume enorme vicino alla città, l’accento, la simpatia, le lamentele, il dialetto, le strade strette, i campi arati, i cieli bianchi, i paesaggi geometrici, le bestemmie, le preghiere, il silenzio di mattina, di pomeriggio e di sera. Probabilmente da piccolo credevo che tutto il mondo fosse più o meno così. La mia cartina geografica dell’Emilia è stata disegnata dai libri, dai dischi e dai film che rendevano protagonisti quei posti che sembravano anonimi, sembravano luoghi in cui niente sarebbe potuto succedere.
Mi hanno fatto scoprire il posto in cui vivevo e da cui volevo ovviamente andarmene in fretta. Forse davvero non c’è niente di speciale, solo ottimi raccontatori che hanno reso epici dei posti minuscoli. Come quando ho sentito una canzone di Lucio Dalla che diceva ‘tra Ferrara e la luna’ e non ci potevo credere”. (Vasco Brondi, racconto)

2.

“Nel campo dei diritti civili e sociali, la difesa della famiglia fondata sul matrimonio e del matrimonio come pilastro fondante della società è stata per decenni una battaglia dei conservatori. Forse la battaglia centrale dei conservatori sui temi sociali. Al contrario, i progressisti si sono sempre battuti per un’organizzazione sociale più fluida, più libera e soprattutto meno imperniata sul matrimonio e sulla sua indissolubilità, vista come reazionaria, costrittiva, ipocritamente riparatrice di sottomissioni e violenze, che invece giustificava: lo hanno fatto prima lottando per il divorzio, poi lottando per accorciare il più possibile i tempi per il divorzio, poi battendosi per l’allargamento dei diritti alle coppie di fatto, tra le molte altre cose. Per dirla come l’ha detta David Cameron: «Io non sono a favore del matrimonio gay nonostante sia un conservatore; io sono a favore del matrimonio gay perché sono un conservatore”. (Francesco Costa, Per cosa vogliamo finire sui libri di storia)

“E che dire della distanza che passa tra il loro logo, un’enigmatica tartaruga che emerge da una geometria di bianchi e neri, e quella monotonia di fiamme tricolori che regna nel resto della destra estrema? Abbiamo davanti dei contemporanei che hanno fatto i conti con le più spregiudicate strategie visuali della contemporaneità, compresi i recuperi in chiave retropop di gente come Bukowski. Il patchwork di riferimenti culturali e iconografici presentato da questi nuovi fascisti, il loro flirt continuo con le sottoculture e i nuovi media, con il simbolismo sacro e il cinema di nicchia, l’autoironia goliardica e la sessualità trasgressiva… Tutto questo, nel 2015, più che punk possiamo quasi chiamarlo hipster”. (Prismomag, FascioFashion)

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Disegno di Gipi da “Unastoria”

“Non si può arrivare sulla Luna e sulle sue cianfrusaglie, da Ferrara: è una città ovattata che interroga chi la abita e chi la abita forse preferisce non rispondere e indaffararsi nelle sue consuetudini borghesi, lasciando alle mura il duro compito di reggere una prospettiva. Una provincia dove l’unica azienda locale quotata è una bonifica e in cui i rapinatori arrivano solo perché c’è l’autostrada comoda, coi mitra che, visto il clima, quasi quasi si potevano pure risparmiare”. (Listone Mag, Cos’è e cosa non è Ferrara agli occhi del lavoratore di passaggio)

3.

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Giuseppe Sala, vincitore delle primarie del Pd

“E’ nato a Milano, dopo una giornata di freddo e di pioggia: il ‘partito della nazione’ ha preso l’aspetto di Beppe Sala. Che da moderato ha vinto (non stravinto) le primarie del centrosinistra, è passato da Expo al Pd, ha incassato la benedizione di Renzi, ha superato la stagione arancione di Giuliano Pisapia, ha riproposto l’idea (controversa) della politica fatta dai manager.

Nascerà un gruppo di sinistra-sinistra e si presenterà al voto contro il Pd: non dispiacerà a Sala e neppure a Renzi, confermerà il famoso laboratorio”. (Corriere, I segnali che arrivano dalla città della nazione)

“Quando ho scritto il mio primo disco non avevo ancora deciso che nome usare ma c’erano un po’ di canzoni tra cui una intitolata Piromani che diceva ‘andiamo a vedere le luci della centrale elettrica’. Era una cosa che facevamo da ragazzini: qui a Ferrara c’è una fabbrica, la Montedison che, in realtà, non è una centrale elettrica ma ha delle luci incredibili. Andavamo a vederla come se fosse un grande spettacolo. Non vedevamo il degrado della periferia, ci sembrava un grande fuoco d’artificio. Era il posto che avevamo trovato per stare insieme, per bere, per parlare, per fumare. La notte stavamo lì a guardare questa cattedrale illuminatissima che per noi era come Las Vegas”. (Repubblica, intervista a Vasco Brondi)

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Padre nostro dei satelliti

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La copertina dell’album “Costellazioni”

“Padre nostro dei satelliti” è uno dei brani dell’ultimo e fortunato album de Le Luci della Centrale Elettrica, il progetto musicale del ferrarese Vasco Brondi. Presentato in anteprima da Il Post, il 13 gennaio scorso è uscito il video ufficiale della canzone, girato interamente nelle campagne ferraresi e con immagini prese dal documentario ancora inedito “Anzul delle stelle” di Giuseppe di Bernardo, nel quale viene raccontata la storia del popolare astrofilo ferrarese Angelo Fiacchi.

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

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ACCORDI
C’è la crisi.
Il brano di oggi…

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca di ieri e di oggi.

C’è la crisi.

Cara catastrofe

[per ascoltarlo clicca sul titolo]

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Le luci della centrale elettrica

“Sventoleremo le nostre radiografie per non fraintenderci
ci disegneremo addosso dei giubbotti antiproiettile
costruiremo dei monumenti assurdi per i nostri amici scomparsi
e vieni a vedere l’avanzata dei deserti
tutte le sere a bere
per struccarti useranno delle nuvole cariche di piogge
vedrai che scopriremo delle altre Americhe io e te
che licenzieranno altra gente dal call center
che ci fregano sempre
che ci fregano sempre
che ci fregano sempre
che ci fregano sempre” (Le luci della centrale elettrica)

 

Le-Luci-della-Centrale-Elettrica-Vasco-Brondi-foto-di-Ilaria-Magliocchetti-Lombi

ACCORDI
Dammi 50 centesimi.
Il brano musicale

Ancora sul lavoro, sì. Il punto di vista di chi è giovane e, il lavoro, lo sta cercando. Magari anche all’estero. Un brano che racconta questo con la consueta capacità di tradurre la cronaca quotidiana in poesia da parte di Le luci della città, che è il nome del progetto musicale del ferrarese Vasco Brondi. Il titolo della canzone è “Quando tornerai dall’estero“.

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

(per ascoltarlo cliccare sul titolo)

 

Luci e ombre della centrale elettrica

E’ gigantesca l’ombra di Vasco Brondi, e riesce persino a dare realtà al titolo del concerto di mercoledì sera nel cortile del Castello, perché – grazie all’apparato di luci messo a punto da Ferrara sotto le Stelle in questo suggestivo spazio raccolto – la proiezione nera del corpo di lui che canta e balla arriva a coprire quasi tutta la distanza “Tra Ferrara e la luna”, lambendo con la proiezione della sua sagoma scura le pareti interne dell’antico palazzo ducale, su su, fino alla cima di una delle quattro torri. I giochi di riflessi, suggestioni e squarci di luci e ombre, del resto, sono uno dei temi conduttori principali della poetica di questo cantante, cresciuto tra via Ripagrande e viale Krasnodar.

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“Luci della centrale elettrica” nel cortile del castello

Già il suo nome d’arte è un omaggio inedito alla città e ai suoi bagliori meno scontati: “Le luci della centrale elettrica”. Perché il nome del progetto artistico e di lui stesso come cantante – ha spiegato Brondi – deriva da un’attrazione particolare per l’illuminazione ininterrotta del polo chimico. Ancora ragazzino andava ad ammirarla, alla notte, appostato tra i fumi e le nebbie di quella cittadella industriale che brulica nella periferia nord, dove il lavoro e le macchine dominano sulle stagioni e dettano la loro legge al paesaggio.
Il contrasto tra luci e ombre scandisce ogni momento del concerto. Ci sono le luci dei tastini rossi e verdi dei mixer che pulsano accanto al pozzo, sull’acciottolato a spina di pesce del cortile estense; le fiammelle degli accendini, che brillano nella notte insieme alle braci di sigarette accese; i monitor illuminati degli smartphone e degli I-pad con cui i ragazzi scatenati catturano con i loro apparecchi tecnologici pezzettini di questo incontro.

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Fan di Vasco Brondi a “Ferrara sotto le stelle”

Il concerto è un’occasione di scambio e di ascolto di quei giovani talenti della musica italiana, che restano nell’ombra dei passaggi radiofonici e televisivi e che qui – finalmente – vanno sotto i riflettori. La serata parte subito con un duetto tra Vasco e Rachele Bastreghi dei Baustelle con “Un campo lungo cinematografico”, che racconta “le tue mani gelate, quei passi che abbiamo fatto sulla Luna”, “tra turni diurni e turni notturni e materiali pericolosi”. Poi c’è Levante – la rivelazione – per reinventare il testo di Franco Battiato che invoca “portami lontano a naufragare /via via via da queste sponde /portami lontano sulle onde”. Non manca una canzone che Brondi stesso definisce “un monumento, ma di quei monumenti che non restano immobili, ma scalciano e ballano” che è “Emilia Paranoica” dei Cccp, in versione quasi techno.
Con Dente arriva il brano da cui è presa la frase che dà il titolo al concerto, “40 chilometri”, e che narra un mondo dove “cercasi persone con esperienza lavorativa tra Ferrara e la Luna, /cercasi esperti di marketing e cerco le coordinate nel cielo per ritrovarti”.
Non manca, nel finale, l’omaggio struggente di “La Terra, l’Emilia, la Luna”. Un rimando autobiografico che sa raccontare ancora una volta la precarietà dei nostri giorni e di un’intera generazione, che si affaccia su un mondo di luci e ombre, che invoca “solo quello che mi disorienta/ una cantilena per quelli che dormono in macchina” e “per tutti quelli che sono morti come sono vissuti/ felicemente felicemente felicemente al di sopra dei loro mezzi”. Applausi; luci; ombra. Ferrara sotto le stelle continua.

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Luci della centrale elettrica sotto le stelle di Ferrara

Con l’estate tornano i concerti sotto le stelle e, tra questi, quello di ‘Le luci della centrale elettrica’, ossia Vasco Brondi. Cresciuto a Ferrara, l’artista torna nella sua città grazie a “Ferrara sotto le stelle”, la rassegna musicale che ha il merito di fare arrivare grandi nomi (come i Simple Minds), ma anche tanti musicisti e cantanti di nicchia, di qualità e non necessariamente da hit parade. E’ questo un po’ il caso del cantante, classe 1984, che ha dato al suo progetto musicale un nome che fa pensare più a un gruppo che a un nuovo cantautore quale, invece, è.
Perché “Le luci della centrale elettrica” è lui, lui che nel 2007 ha scelto questo biglietto da visita e che piano piano si è conquistato pubblico e critica: nel 2008 vincendo la targa Tenco, nel 2010 primeggiando tra i migliori venticinque dischi del decennio per l’edizione italiana della rivista “Rolling stone” (album Canzoni da spiaggia deturpata), nel 2011 aprendo i concerti di Jovanotti nel suo “Ora in Tour”.
Una voce, quella di Brondi che dà finalmente un punto di riferimento attuale a tutti quelli per cui la musica deve essere anche parola, voce che racconta e dà un senso a cose magari piccole, a quello che può succedere intorno, a sentimenti, precarietà, sogni, citazioni musical-letterarie.

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Disegno di Gianluigi Toccafondo per album e concerto

Quando qualcosa piace, c’è sempre un insieme di cose che tornano, come coincidenze o puntini luminosi che ti confermano che c’è una sintonia non superficiale, che c’è un perché dietro a quell’emozione che ti fa fermare, che ti fa ascoltare, che ti fa vibrare qualcosa dentro. E’ il caso, ad esempio, della copertina dell’ultimo album “Costellazioni”, disegnata da Gianluigi Toccafondo con la sua tecnica di pittura che va a ricolorare e personalizzare fotografie e fotogrammi, collaudata e già vista anche in forma video nelle sigle d’apertura di Fandango, casa di produzione e distribuzione cinematografica di Ferzan Ozpetek e Corrado Guzzanti. Ma è anche il caso dei versi che si riallacciano all’amato Lucio Battisti (“Chiamale se vuoi esplosioni dei mercati” in Anidride carbonica) o a Gabriel Garcia Marquez (L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici).

Con molta aspettativa, quindi, mercoledì 16 luglio nel cortile del castello estense di Ferrara aspetteremo lui che canta la ricerca di “un centro di gravità almeno momentanea” (La terra, l’Emilia, la luna in ‘Costellazioni’); che spiega come sia “inutile proteggersi dai venti forti”, come anche “nel disastro il futuro era sempre lì a sorriderci” (Macbeth nella nebbia), come “forse si trattava di affrontare la vita come una festa, come in certi paesi dell’Africa” (Le ragazze stanno bene). Bello che sotto le stelle ci siano anche queste luci a illuminare nel buio estivo la precarietà e l’incertezza. Bello potere condividere e dare un senso straordinariamente malinconico e accettabile a crisi e timori che ci avvolgono; che è poi ciò che avviene quando qualcosa è davvero poetico. Ai nostri “lunedì difettosi, ai martedì magri, ai venerdì neri”, ai “diluvi universali dei tuoi pianti” (L’amore ai temi dei licenziamenti dei metalmeccanici); ai sogni che ne I nostri corpi celesti “sfondavano i soffitti, i nostri disperati sogni di via Ripagrande, di viale Krasnodar”.

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