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SENZA UN’IDEOLOGIA IL PD HA PERSO LA SUA IDENTITÀ.
Corre verso il Centro e non convince gli italiani.

Come spiegare la strategia apparentemente autolesionista del segretario del Partito Democratico Enrico Letta, che, pur da una posizione di forza in virtù dei sondaggi, da settimane si sottopone a interminabili incontri che hanno come oggetto i ricatti di partitini inesistenti che senza l’alleanza col PD faticherebbero a entrare in parlamento?

Strategia prediLetta

La strategia di Letta mi sembra nasca da un realismo esasperato e disperato: la legge elettorale (di cui tutti i partiti oggi si lamentano, gli stessi che la scrissero e la approvarono nel 2017, gli stessi che non l’hanno modificata negli anni seguenti) ci costringe, ammette lo stesso segretario del PD, ad alleanze contro natura, i partiti che si possono aggregare sono questi (“sono loro stasera i migliori che abbiamo?”, cantava Fabrizio De Andrè in Giugno ‘73), facciamo una coalizione più larga possibile.

Letta si è posto quindi da subito come infaticabile e determinatissimo federatore, pronto ad ascoltare le esagerate pretese dei futuri alleati e a concedere loro sproporzionati accordi pur di presentare alle elezioni una coalizione di cui il PD fosse il perno. 

CamaleConte

Tale progetto, Letta l’aveva in mente da tempo e infatti aveva a lungo corteggiato il Movimento 5 Stelle, confidando in Giuseppe Conte quale figura apparentemente istituzionale, segno della svolta del M5S da movimento di protesta a partito perfettamente integrato nel sistema che diceva di voler ribaltare. E invece Conte si è rivelato del tutto inaffidabile, come si poteva intuire dalla sua, pur recente, storia politica: sempre oscillante a seconda di chi lo ha di volta in volta affiancato, capace di sostenere posizioni opposte a seconda del momento, pronto a votare i decreti sicurezza se governava con Matteo Salvini, a rinnegarli se governava col PD, a farsi portavoce del ritorno al movimentismo delle origini se questo è quel che ora serve per recuperare voti. Con la sua poker face, la sua natura camaleontica, con mosse da consumato attore, Conte ha cambiato più volte personaggio, pur rimanendo fondamentalmente impenetrabile. Buono per tutte le stagioni, pare attaccato più di ogni altro a quel potere assaggiato per caso (ha già annunciato che rimarrà al timone del M5S anche in caso di insuccesso elettorale, ma onestamente mi sembra difficile, pressato com’è dal più credibile e coerente Alessandro Di Battista): un avvocato uscito dal nulla, mai eletto da nessuno, che si è ritrovato improvvisamente capo del governo e, con la medesima inscalfibile apparente convinzione ha governato con la destra, poi con la sinistra, poi con tutti i partiti sostenendo Draghi e ora si pone come paladino di una improvvisata agenda sociale, cercando di colmare il vuoto a sinistra lasciato dal PD.

L’approdo al draghismo

Dopo la caduta del governo Draghi, Letta ha dunque escluso categoricamente ogni alleanza con il M5S. La coalizione avrà anzi come pilastro proprio la fedeltà all’ex banchiere, auspicando un suo bis. Il M5S, spaventato dai risultati delle elezioni amministrative, talmente negativi (ma come facevano a non aspettarselo, a non muoversi diversamente prima, magari mettendosi all’opposizione del governo Draghi anziché farne parte?) da suggerire l’approssimarsi della scomparsa dello stesso M5S dal panorama politico, ha spinto Conte, come sempre eterodiretto, a battere un colpo per dimostrare all’elettorato di essere ancora vivo. I 5stelle si sono così resi principali responsabili, forse persino loro malgrado, della caduta del governo Draghi, ricevendo di conseguenza da Letta la porta in faccia a future alleanze (Eppure, la ratio dietro tale esclusione mostra qui un’incongruenza: se il comune denominatore della coalizione lettiana è l’adesione al draghismo, perché ammettere allora nell’alleanza Sinistra Italiana, che era all’opposizione del governo Draghi?).

Un obiettivo preciso: perdere con onore

È, tuttavia, quella di Letta, una strategia che ha un obiettivo chiaro e, appunto, realistico: perdere, perché è inevitabile, ma perdere col minor scarto possibile. Creare quello stallo parlamentare che permetterebbe di riproporre Draghi (o una figura simile), disgregando lo schieramento delle destre sottraendo loro Forza Italia, in nome della ‘responsabilità’. È quello che qualche analista ha chiamato ‘governismo’ del PD, ovvero il fatto che il PD, se non governa, non sa cosa fare, perché non sa chi è. Il PD esiste solo come partito di governo, non sa stare all’opposizione (condizione invece estremamente vantaggiosa, perché permette di criticare tutto e guadagnare automaticamente consensi, come insegna da ultimo Giorgia Meloni e molti altri prima di lei). 

Un partito senza identità 

Governare, dunque, ma in nome di cosa? Del governo stesso. E perché questo? Perché il PD è un partito da sempre privo di identità. Rifiutò infatti di crearsela al momento della sua nascita, nel 2007. La fusione tra democristiani di centro-sinistra (Margherita) e democratici di sinistra (DS) poteva anche essere una buona idea, essendo gli elettorati abbastanza simili. Il problema mai affrontato, però, era quello di creare un’identità nuova, per evitare quella che si chiamava allora ‘“fusione a freddo” tra le precedenti componenti (a lungo invece – e forse ancora oggi – ex DC ed ex PCI si sono spartiti i posti proprio in base alla provenienza) e creare dunque un partito di sinistra del nuovo millennio, capace di affrontare i problemi degli anni Duemila con la stessa convinzione, lo stesso coraggio, lo stesso sostegno popolare che aveva il PCI di Enrico Berlinguer, garantendo nel contempo, finalmente, la possibilità di governare che al PCI era preclusa per ovvie ragioni geopolitiche e che era invece caratteristica inalienabile dell’altro antenato del PD, ovvero la Democrazia Cristiana. Questo nodo – decidere e dichiarare cosa si è, in cosa si crede, quale ideologia si porta avanti, per quale causa ci si batte – non è mai stato affrontato: nel 2007, alla sua nascita, il PD scelse di non scegliere e questo è ancora oggi il suo problema maggiore. Nessuno, infatti, sa veramente cosa rispondere alla domanda: che cos’è il PD? O meglio, ognuno ha la sua personale risposta, non condivisa dagli altri. Nessuno, né tra gli elettori, né tra i dirigenti, né tra gli avversari può affermare con certezza che cosa sia il PD, ovvero quale ideologia lo animi, quali siano i suoi valori non negoziabili. 

Il PD è un partito privo di ideologia e questa, che ai tempi del primo segretario Walter Veltroni veniva sbandierata come caratteristica positiva, è in realtà il difetto più grande che un partito possa avere. Senza ideologia, ci si muove a seconda del vento, senza garantire certezze, di cui invece l’elettorato ha bisogno, per sapere di chi fidarsi, per sapere che chi eleggerà potrà fare mille giravolte e mille compromessi, ma non tradirà mai quei valori che connettono il partito alla sua base. Se quei valori non ci sono, non sono noti perché mai stati decisi, tale connessione è recisa in partenza e il rappresentante non è affidabile agli occhi del rappresentato. Se tutto è negoziabile, ogni parola che si pronuncia in campagna elettorale può cambiare verso una volta raggiunto il governo (come effettivamente succede). Ciò mina alla base la credibilità di qualunque proposta politica. Voto quel partito perché so che difenderà i miei interessi, affronterà e proverà a risolvere i problemi miei e di quelli che mi stanno a cuore. Quali interessi tutela il PD? Qual è la sua classe sociale di riferimento? Qual è la sua ideologia? Quali sono i suoi valori irrinunciabili? Non è chiaro, né lo si vuole chiarire, sarebbe troppo divisivo. 

Parole d’ordine vuote

Per definirsi, il PD si rifugia allora in parole d’ordine vacue, che non designano nulla perché prive di reale pregnanza, parole-slogan spesso incomprensibili, ovvi o onnicomprensivi, che vanno bene a tutti e dunque non definiscono niente: responsabilità (c’è forse qualche partito che definisce se stesso irresponsabile?), serietà (ci sono diversi comici nella politica italiana, ma chi chiede di essere votato in quanto poco serio?), progressisti (che vuol dire tutto e niente: per quale tipo di progresso ci si batte?), democratici (che in una democrazia è un elemento non caratterizzante un solo partito o almeno si spera). 

Il termine più identitario che il PD è riuscito a cucirsi addosso per definirsi e che tira fuori disperatamente a ogni campagna elettorale dipingendo l’altro schieramento come il male assoluto è ‘antifascismo’. Se la storia e la costituzione fossero rispettati, gli italiani dovrebbero essere tutti antifascisti, di certo tutti i partiti. Dovrebbe essere scontato. L’antifascismo non è o non dovrebbe essere una caratteristica di parte, addirittura rivendicata da un partito, ma un comune e indiscutibile valore comune condiviso da ogni italiano/a. Sappiamo purtroppo che non è così, che tanti sono ancora in Italia, a 100 anni dalla marcia su Roma, i nostalgici, i revisionisti, i fascisti e neofascisti presenti più o meno scopertamente nella società italiana, a ogni livello.
Così il PD può, non completamente a torto, utilizzare l’antifascismo come elemento caratterizzante e lo fa puntualmente quando è necessaria una chiamata alle urne: votate per noi perché la democrazia è in pericolo, la destra ci porterà al fascismo. Sta accadendo anche ora. In realtà, la lungimiranza delle madri e dei padri costituenti e, mi viene da sperare, la maturità di gran parte della società italiana, rendono quantomeno improbabile un ritorno del fascismo, almeno nella sua forma storica. Gli stessi partiti che in campagna elettorale strizzano l’occhio ai tanti neofascisti nel paese, lo fanno come metodo squallido e pericoloso per ottenere consenso, più che per realizzare chissà quali progetti di autocrazia una volta giunti al potere.
Per essere chiari: non ci sarà nessun regime fascista con Meloni presidente del consiglio, nonostante il suo partito sia chiaramente pieno di neofascisti. Ci saranno probabilmente provvedimenti autoritari, liberticidi, ingiusti, populisti, lesivi dei diritti, dell’ambiente e della comunità, ulteriori assalti a tutto quel che resta del welfare, come peraltro già visto nei governi Berlusconi e al tempo di Salvini ministro dell’Interno. (Il che mi sembra comunque sufficiente per combatterla, questa destra).
Ci sono insomma mille motivi, credo, per non votare la destra italiana, ma non certo quello del ritorno al fascismo. Questo gli elettori lo sanno e quindi “agitare lo spettro del fascismo” ha effetto solo su chi già vota PD e, forse, su qualche indeciso, ma lascia completamente indifferente il resto della popolazione, alle prese con problemi che sente più attuali e stringenti.

Non si vince al centro

Una volta serrati i ranghi usando lo spauracchio del fascismo, resta dunque da tentare di convincere il resto dell’elettorato, quello insensibile a tale argomentazione. Si persegue allora la strategia cosiddetta della “corsa al centro”, basata sull’assunto che l’elettorato sia in maggioranza moderato. 

Così ha fatto anche Letta, alleandosi con i partiti personali di Carlo Calenda e Luigi Di Maio. Tutte le elezioni dalla fine della prima repubblica a oggi hanno invece dimostrato che una maggioranza dell’elettorato è pienamente disponibile a votare forze politiche, programmi e personalità estremiste e in particolare di estrema destra: Berlusconi, Bossi, Salvini, Meloni. Fatica anzi a vederli come estremisti, ma li giudica persone di buon senso. Tale elettorato si è sentito nel tempo tutelato da queste forze per la loro natura conservatrice, rassicurante e difensiva, per il loro sovranismo e patriottismo, per il loro essere chiaramente dalla parte delle imprese, dei privati e del pagare meno tasse, per essere di volta in volta in difesa di secolari privilegi e consorterie. Quando la destra ha vinto le elezioni, lo ha fatto perché ha promesso e messo in pratica politiche di destra, che nulla avevano a che fare con i nebulosi concetti di moderatismo e centrismo.

Dal 1994 in poi, l’assunto del ‘Si vince al centro’ è stato sempre inseguito e puntualmente smentito dai risultati elettorali, tanto che partiti di centro non si sono mai riusciti a consolidare, nonostante gli innumerevoli tentativi, dall’UDC di Pierferdinando Casini all’UDEUR di Clemente Mastella, da Scelta Civica di Mario Monti al Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano. Credo che la stessa sorte toccherà agli attuali tentativi di Calenda con Azione, di Matteo Renzi con Italia Viva e di Impegno civico di Tabacci e Di Maio, nuovo campione del trasformismo italiano con il doppio salto carpiato che da fiero capo politico del M5S l’ha portato a scindersi dal movimento stesso con l’unico scopo di rimanere in politica ed evitare la regola grillina del limite dei due mandati. Si tratta evidentemente di partitini personali, cartelli elettorali senza radicamento e senza una proposta politica attrattiva per gli elettori.

Quello che ai politici di professione e a certi osservatori appare come un grande spazio politico da colmare – il famoso Centro – è in realtà qualcosa di incomprensibile e poco interessante per la maggior parte dei cittadini. Non metto in dubbio che ci siano in Italia persone che si definiscono “di centro”, qualunque cosa intendano con questo termine, ma il loro voto viene conquistato dai partiti (di destra, di sinistra, di centro) sulla base dei contenuti, non sul semplice richiamo teorico al centrismo e al moderatismo. Non basta allearsi con un presunto centro per prendere i voti del centro, insomma.

Vince la novità 

La seconda repubblica ha invece sempre confermato la propensione di grande parte dell’elettorato a premiare ciò che percepisce come ‘nuovo’ o comunque meno compromesso con chi ha tenuto il potere fino al momento delle elezioni. Dubito quindi che inneggiare oggi all’agenda Draghi sia una buona idea per raccogliere consensi, anche ammesso che sia chiaro agli elettori che cosa sia questa agenda Draghi. Se per assurdo lo stesso presidente uscente si presentasse alle elezioni (e, giustamente, si guarda bene dal farlo!) farebbe la medesima fine di Monti: non lo voterebbe nessuno, nonostante l’evidente autorevolezza, la competenza e il prestigio internazionale che accomuna entrambi.
Gli italiani hanno mostrato di votare in modo molto più pratico: vedendo che i propri problemi non vengono risolti, usa il voto (o l’astensione) per comunicare la propria stanchezza e sfiducia nei confronti dei partiti esistenti, in particolare di chi ha governato per ultimo, premiando invece chi non è stato recentemente al governo o l’ha apertamente combattuto. È accaduto con Forza Italia nel 1994, con Berlusconi che costruì il suo sistema di potere, puntando, oltre che sui soldi, le televisioni e la pubblicità, proprio sul suo essere imprenditore e non appartenente alla classe politica e smarcandosi, già nel discorso della discesa in campo, da chi aveva governato fino a quel momento. Così, un partito nato dal nulla divenne, improvvisamente e contro ogni previsione, il partito più votato. Lo stesso si è verificato con il Movimento 5 Stelle che ha impostato tutta la sua narrazione, tutta la sua propaganda sulla propria radicale diversità dalla classe politica esistente, la cosiddetta “casta” (salvo poi diventarne parte): anche qui, da zero a cento in un attimo. Oltre il 20% al primo tentativo nel 2013, partito più votato nelle successive elezioni del 2018, al governo fino al 2022.lega

Forza Italia e M5S sono stati premiati per la loro vera o presunta novità, così come Salvini nel 2018 e Meloni ora hanno trovato ampi consensi anche perché sentiti come oppositori di quel che c’era prima.

Nessuno si sente rappresentato  

Più che guardare al centro o allearsi con chi capita, sempre in emergenza, in affanno e in preda agli ultimi eventi, sarebbe forse più conveniente essere finalmente lungimiranti (caratteristica che sembra mancare anche una volta che i partiti giungono al governo) e creare forze politiche realmente rappresentative e radicate nella popolazione, in cui le varie e diverse parti della società possano riconoscersi. È un percorso forse lungo, ma che permetterà di non trovarsi più in situazioni come quella che stiamo vivendo, in cui la maggior parte dei cittadini italiani non è rappresentata, siano essi di destra, di sinistra o altro. Naturalmente, per fare questo, occorre avere idee e ideologie, valori non negoziabili e fortemente caratterizzanti, rinunciare a progetti politici prenditutto, rinunciare a fare politica solo per il potere. Il partito, lo dice la parola, rappresenta una parte dell’elettorato, non tutto o quasi tutto l’elettorato. E questo è fondamentale in una democrazia parlamentare, perché a rappresentare tutto l’elettorato non è un partito (sarebbe una dittatura) ma il parlamento, trasposizione il più possibile fedele delle diverse tendenze politiche presenti nella società.

Il trionfo dell’astensionismo e una modesta proposta 

Il vero risultato delle prossime elezioni sarà non tanto la già annunciata e mai in pericolo vittoria della destra, ma un astensionismo da record. Questo significa che la maggior parte degli italiani non si sente rappresentata e non sarà rappresentata nel prossimo parlamento.
Questo è un problema non da poco per una democrazia rappresentativa: se il popolo non va a votare, non sentendo i partiti in grado di rappresentarlo, la democrazia è svuotata. Forse il problema si risolverebbe con una modesta proposta su cui chiedo al coraggioso lettore giunto fino a qui di esprimere le sue critiche costruttive, per fare notare anche a me i limiti che io non riesco a vedere e magari aprire un dibattito che la migliori. La proposta è questa; togliere il quorum dai referendum (in modo da favorire la partecipazione) e metterlo alle politiche (in modo che risultino non valide e dunque da ripetere quando non rappresentative di almeno il 50% degli aventi diritto).

La maggior parte degli italiani oggi non sa per chi votare perché non si sente rappresentata da nessuno dei partiti e delle personalità in campo. Le prossime elezioni saranno soprattutto un rifiuto collettivo di proposte politiche giudicate inadeguate.

Verso un nuovo sistema politico 

Il sistema andrebbe semplificato per essere reso maggiormente immediato e comprensibile a chiunque. Ogni partito dovrebbe rappresentare dei valori precisi, ben riconoscibili, inequivocabili: un partito ecologista, un partito della sinistra, un partito conservatore, un partito liberale. Tutte forze politiche che oggi, in Italia, mancano.
La legge elettorale dovrebbe essere un proporzionale con sbarramento (al 5%?). Il cambio di casacca durante la legislatura dovrebbe implicare almeno le dimissioni dal ruolo che si ricopre in virtù dei voti presi col partito con cui ci si è presentati.

Due anomalie

Tale semplificazione in Italia è bloccata da due anomalie:
la prima è l’assenza di una destra liberale e europea, appiattita ora più che mai sulle posizioni estremiste e populiste di Lega e FDI. Tale destra liberale, attualmente inesistente, potrebbe essere rappresentata da Renzi e Calenda, che invece si trovano inspiegabilmente nello schieramento cosiddetto di centro-sinistra.
La seconda anomalia, purtroppo, è proprio il Partito Democratico, proprio perché non ha un’
identità. E questa mancanza sta alla base delle tante divisioni interne, del correntismo che da sempre lo lacera e che pare oggi sopito ma che riemerge, attività vulcanica sotterranea sempre attiva, nel momento in cui c’è da far fuori il segretario di turno, fino ad allora apparentemente sostenuto. Il correntismo del PD, diversamente da quello esistente nei partiti che ne sono i progenitori, PCI e DC, è caratterizzato dall’assenza di un territorio valoriale comune.

Le correnti, nel PCI, come nella DC, esprimevano visioni e strategie diverse su questioni determinate, ma tutti i membri del partito condividevano una medesima ideologia. Nel PD, non essendocene alcuna, ogni corrente sostiene posizioni completamente divergenti. Tutti, dentro al PD, fin dalla sua nascita, si sentono nella possibilità di sostenere tutto e il contrario di tutto.
Non essendoci un sistema di idee chiaramente e inequivocabilmente definito e condiviso da tutti i membri, il PD, a seconda del momento e di chi prende parola, ha potuto sostenere negli anni posizioni completamente divergenti: nuclearista e a favore degli inceneritori e ambientalista, assistenzialista e liberista, laico e cattolico, per i beni pubblici e per le privatizzazioni, per più tasse e per meno tasse.

Quello che veniva spacciato per pluralismo, quindi abbondanza di posizioni e di vedute che si arricchivano a vicenda, ha avuto e ha invece l’unico effetto di creare nell’elettorato grande smarrimento e confusione.
Cosa e chi rappresenta il PD? Dipende, verrebbe da dire. Dipende dal momento e dipende dall’esponente che lo guida o prende parola. Dipende dalla coalizione di cui fa parte. Dipende. Questa incertezza, che potremmo derubricare a fatto interno a un partito, è invece grave a livello di rappresentanza. La parola “partito”, lo dicevamo, parla da sé: rappresentare una parte della società. Non tutte le parti della società.
Il motto del PD è “dalla parte delle persone”. Quali persone? Quelle che percepiscono stipendi a sei zeri o quelle che non riescono a pagare un affitto, ad accedere a un mutuo? Quali persone? Quelle che possiedono innumerevoli case e mandano i figli nelle scuole private o quelli che i figli non riescono a farli? Quali persone? Quelle che gestiscono la sanità privata e quelle che si possono permettere cure di alto livello o quelle che attendono mesi nelle liste d’attesa per una visita nella sanità pubblica? Volendo rappresentare tutti, il PD non rappresenta nessuno. Non scegliendo da che parte stare, non riesce a essere un punto di riferimento per nessuno: non per le piccole e medie imprese, non per le grandi industrie, non per i lavoratori, gli operai, non per chi non ha voce, gli invisibili, gli sfruttati, non per chi vorrebbe un allargamento dei diritti. Nell’idea di rappresentare tutti, il PD non rappresenta nessuno se non la sua classe dirigente, se non il partito stesso. È così che il PD ha perso subito l’elettorato di riferimento che il PCI portava in dote, la sua anima popolare. Cosa rimane, dunque? Il governo, andare al governo. Per fare cosa, se non si ha un’ideologia, un sistema di valori di riferimento a cui ancorare ogni provvedimento? Si vedrà. E, infatti, di volta in volta, si procede a stilare programmi su programmi, puntualmente disattesi.

Il PD, dalla sua nascita, ha governato (direttamente o sostenendo governi tecnici) per circa 12 anni su 16 totali (2007-2008 Prodi; 2011-2013 Monti; 2013-2014 Letta; 2014-2016 Renzi; 2016-2018 Gentiloni; 2019-2020 Conte II; 2021-2022 Draghi) votando e sostenendo tutto e il suo contrario.

Mi duole dirlo, ma ha ragione Calenda quando, con la sua consueta, insopportabile arroganza che lo accomuna tanto a Renzi (del cui governo è stato ministro) impone i suoi personali temi (NATO, rigassificatori, equilibrio di bilancio, revisione reddito di cittadinanza, agenda Draghi), notando che alcuni altri membri della coalizione fanno dichiarazioni quotidiane contro questi stessi temi e chiedendo al PD di chiarire.

Ecco, esatto: il PD è per i rigassificatori o per le energie rinnovabili? Se abbiamo bisogno di gas per renderci indipendenti dalla Russia e dunque non foraggiare la guerra di Putin (inciso: dittatore sanguinario e guerrafondaio anche prima dell’invasione dell’Ucraina eppure mai è stata messa in dubbio prima la dipendenza energetica dell’Italia dalla Russia) ed è dunque impossibile puntare sulle rinnovabili che richiedono tempi lunghi, perché non si mettono in moto investimenti di lungo periodo per sfruttare al massimo possibile le risorse rinnovabili, di cui l’Italia è ricchissima, contestualmente all’apertura di rigassificatori, magari specificando che l’obiettivo è chiuderli appena possibile e indicando una data precisa di chiusura, appena sarà potenziato il ricorso alle rinnovabili? Oppure, se si è convinti che il fossile e il nucleare siano le soluzioni per la crisi climatica (il che mi appare paradossale, ma tant’è) e non le rinnovabili, perché non si rinuncia chiaramente a definirsi ambientalisti?

Scegliere da che parte stare, insomma. E cominciare subito, che è già molto tardi. 

Questo darà risultati anche in termini elettorali: essere capaci di rappresentare qualcuno, scegliendo chiaramente per quale causa battersi e difendendola saldamente.

Ciao, sono Dory

 

Tra gli indagati nell’inchiesta sul caporalato a Foggia c’è anche Rosalba Bisceglia, moglie di Michele Di Bari, prefetto e capo del Dipartimento per l’immigrazione del ministero dell’Interno (che ha rimesso il mandato a seguito dell’inchiesta).

Bisceglia è accusata di avere usato nella propria azienda agricola lavoratori sottopagati attraverso un “caporale” Brutto, se dovesse essere provato: la moglie di un gestore dell’immigrazione per conto dello Stato che sfrutta manodopera immigrata e sottopagata per i suoi ettari.  “Chiediamo che il ministro dell’Interno riferisca immediatamente in Parlamento”, ha tuonato Salvini, rivolgendosi a chi ha preso il suo posto al Viminale, la ministra Lamorgese. Peccato che a nominare Di Bari non sia stata Lamorgese, ma Salvini.

 

“Lo ricordo come fosse ieri. Certo, non ricordo molto bene ieri.”
Dory, il pesce chirurgo

 

 

mimmo lucano

Chi ha lasciato solo Mimmo Lucano?

 

La condanna in primo grado a 13 anni e 2 mesi di Mimmo Lucano ha spaccato in due l’Italia. Esattamente come era successo quando il modello di solidarietà che il Sindaco di Riace aveva applicato nel suo paese era stato interrotto dall’intervento dell’allora ministro dell’interno Matteo Salvini e dall’operazione “Xenia” avviata della Procura di Locri.

Una sentenza assurda, abnorme, punitiva (la stessa Pubblica Accusa aveva proposto una condanna a di ‘soli’ 7 anni e 11 mesi) che oggi assume un valore politico generale, Centrodestra e Centrosinistra hanno già incrociato le armi. Un valore (e un clamore) quindi che travalica la grande ingiustizia cui è stato vittima l’uomo Mimmo Lucano. Se infatti l’ex sindaco e il ‘modello Riace’ erano diventati il simbolo di una strada solidale per affrontare il tema delle migliaia di migranti che continuano ad arrivare  in Italia, questa sentenza suona come un secca smentita di quel modello. E insieme uno sberleffo a tutte le donne e gli uomini che in tutta Italia si impegnano nell’accoglienza e nella solidarietà

Io però mi sono fatto, e vorrei fare a voi, una domanda imbarazzante. Perché Mimmo Lucano è stato ‘punito’ così duramente? Quale clima ha reso possibile che Mimmo, e insieme a lui l’accoglienza e la solidarietà, fossero condannate?

Mentre il Centrosinistra governava nel Governo Conte 2, e oggi nel Governo Draghi, la legislazione e la normativa in tema di immigrazione (quella del Decreto Minniti, e incrudelita dalla Lega dei respingimenti) è rimasta più o meno quella di prima: solo qualche limatura.

Per non turbare gli equilibri – ma la versione ufficiale è: “il momento non è favorevole” – né il Pd né nessun altro ha voluto aprire una pagina nuova nella gestione dell’immigrazione e dell’accoglienza. Basta parlare con qualche operatore impegnato a uno sportello di assistenza agli immigrati per capire come oggi sia ancora più difficile: permessi di soggiorno, ricongiungimenti familiari, alloggi, lavoro…

E ancora: né il Pd né nessun altro partito o partitino si è battuto seriamente per riaprire la via della immigrazione legale. E nessuno si è impuntato sulla Ius Soli. Una dichiarazione tipo: “O si fa la legge o me ne vado dal governo!”.  Macché, solo parole. Quelle famose di Bersani. Quelle di Renzi (sicuro, c’era anche nel suo programma, in fondo in fondo, ma c’era anche la ius soli). Quelle di Enrico Letta 1, effimero presidente del Consiglio. Fino a quelle, recentissime, di Enrico Letta 2, segretario di partito.

Ma il clima di non attenzione non riguarda solo i partiti. C’è la stampa mainstream e tutti i canali televisivi che di immigrati e immigrazioni si sono stufati. Se non c’è un bel naufragio – e nemmeno quello merita più la prima pagina – di immigrazione e accoglienza nei media non c’è più traccia.

E infine ci siamo noi tutti. Quel movimento che alcuni anni fa aveva alzato la voce, oggi, già prima dell’avvento del Covid, da circa 3 anni sembra disperso in mille rivoli, muto, incapace di farsi sentire, La battaglia in nome dell’accoglienza, dei diritti umani, della solidarietà, dei bambini “tutti italiani” si è persa per strada. Poteva, doveva essere una spina nel fianco, un pungolo per ottenere risposte concrete dalla politica e dal parlamento. Così non è stato. E la politica si è occupata d’altro

La conclusione è amara. Non diamo tutta la colpa ad un giudice forcaiolo. E nemmeno al solito Matteo Salvini. La verità è che Mimmo Lucano è stato lasciato solo. I partiti di sinistra e dintorni, ma anche noi che andavamo in piazza per Mimmo Lucano con le bandiere della solidarietà, non abbiamo difeso la sua e la nostra utopia.

Cover: l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano nel 2018 – Fotogramma 

Il karma della Bestia

Il karma della Bestia

ll citofono no,
non l’avevo considerato,
non pensavo che il karma
si fosse incazzato.
Il domatore della bestia,
anche lui è uno spaccino
non è nemmeno
un marocchino.
Ti telefonerò
quando sarai fuori dal gabbio
che poi neanche c’andrai,
han trovato delle sostanze strane.
Hai venduto roba a dei ragazzi
ora siamo diventati pazzi
e mi poi ti han perquisito …
PSICOTROPAICO!
E’ una giornata strana
quando siamo noi
a spacciare per la grana
alla nostra gioventù italiana.
La bestia si è ribellata
questa storia non c’è mai stata
a ragionar come voi
ogni leghista è spacciatore.
Il karma c’ha disarmato l’arma
a sparger merda nel ventilatore
contro tutti a tutte le ore,
poi anche noi prendiam l’odore.
PSICOTROPAICO!
gino-strada e teresa-sarti

Insisto nella proposta:
“Gino Strada e Teresa Sarti”, un bel nome per una scuola primaria.

 

Quattro anni fa scrissi un post dal titolo Cominciamo a chiamare le scuole con il loro nome in cui verificavo che una buona parte delle scuole pubbliche della provincia era ancora senza un nome e suggerivo alle colleghe, ai colleghi e ai cittadini di cominciare a riappropriarsi delle scuole anche a partire dal decidere insieme quale nome dargli.

Leggo sulla stampa locale che il Partito Democratico di Ferrara ha proposto di intitolare uno spazio della città a Gino Strada “simbolo di pace, di giustizia, di solidarietà, di educazione e collaborazione, di cura e vicinanza ai più deboli e fragili.”

Nel mio piccolo sono d’accordo, condivido la proposta e mi associo.
Suggerirei di ampliarla includendo anche il nome di Teresa Sarti Strada, prima moglie di Gino e fondatrice insieme a lui di Emergency.

Pensando ai vari spazi della città, proporrei una scuola infatti nel comune di Ferrara ci sono 6 scuole dell’infanzia statali di cui 2 non ancora intitolate, 29 scuole primarie di cui 11 non ancora intitolate, 11 scuole secondarie di primo grado di cui 5 non ancora intitolate, 10 scuole secondarie di secondo grado: tutte intitolate.
Riassumendo su 56 plessi, 18 devono ancora essere intitolati.

In dettaglio la indirizzerei verso una scuola elementare (che adesso si chiama “primaria” ma a me piace continuare a chiamarla così e a definirmi un “maestro elementare”), proprio perché si occupa degli ‘elementi’ base del sapere ma anche di quelli della relazione, in sintesi la scuola elementare educa (o dovrebbe farlo) anche alla pace, alla cooperazione, alla giustizia, alla solidarietà, alla cura ai più deboli e fragili.

Le modalità per le intitolazioni di scuole sono contenute nel post che ho citato all’inizio quindi ora si tratta di verificare concretamente quante altre persone sono interessate ad iniziare a percorrere questa ‘strada’; compagni di viaggio ce ne sono, ce ne saranno e altri se ne troveranno.
Comunque la pensiate, vale la pena ricordare una bella frase attribuita a Buddha: “Non puoi viaggiare su una strada senza essere tu stesso la strada”.

P.S. Non mi preoccuperei troppo delle falsità messe in giro dalla Destra [leggi Qui], visto che non hanno alcun riscontro ma ricorderei a chi pratica shitstorming (in pratica, il lancio della me…a, lo sport che praticano certe persone di destra) che c’è stato chi, come il direttore della Padania Luigi Moncalvo. che è stato condannato e ha pagato 150 mila euro di risarcimento per aver fatto le stesse accuse assolutamente prive di fondamento.

RUSPE E DIRITTI UMANI:
come far passare un violento sgombero come “buona pratica”

Noi di Ferraraitalia eravamo presenti allo sgombero violento del Campo Nomadi di via delle Bonifiche, abbiamo visto il Vicesindaco Lodi troneggiare su una ruspa ad uso foto-ricordo, abbiamo sentito le dichiarazioni deliranti dei nuovi padroni di Ferrara e della fedelissima claque leghista. 

Oggi, anche noi rimaniamo allibiti dalla totale falsificazione, dal travisamento dei fatti da parte di questa fantomatica Associazione 21 luglio. Che nessuno conosce, che non ha mai messo piede a Ferrara, ma che ha evidentemente sponsor (politici) potenti ed entrature importanti, tanto da venire ascoltata da una Commissione del Senato della Repubblica. Ugualmente siamo stupiti e dispiaciuti che un quotidiano come Avvenire, un giornale e un corpo redazionale che abbiamo sempre stimato, si sia ‘bevuto’ la notizia falsa e pilotata politicamente, senza neppure alzare il telefono per fare le dovute verifiche.
Sotto riportiamo la risposta arrabbiata e dolente della
Associazione Cittadini del Mondo. La condividiamo parola per parola.
(Redazione di Ferraraitalia)

A Roma qualche giorno fa, alla Camera dei Deputati – apprendiamo da Avvenire.it del 13/9/21 –  l’Associazione “21 luglio”  ha presentato il libro “Oltre il campo : superamento dei campi rom in Italia”.  Il presidente dell’associazione Carlo Stasolla ha messo in evidenza le pratiche virtuose di 8 città, tra le quali Ferrara, che hanno superato i campi “integrando le persone e rispettandone la dignità”, insomma esempi virtuosi da indicare nelle linee guida.
Questo fatto sorprendente di citare il metodo ‘positivo’ ferrarese con le ruspe si è  ripetuto più volte nonostante varie smentite delle organizzazioni locali.

Già nel febbraio 2020 il Comune di Ferrara, su indicazione di Stasolla, era stato invitato, tra le Amministrazioni virtuose, alla Commissione per i diritti umani del Senato. In quell’occasione abbiamo scritto ai giornali e alla stessa Associazione 21 luglio portando anche testimonianze fotografiche del violento sgombero del campo.

Naomo Lodi con Ruspa
L’attuale vicesindaco fi Ferrara Nicola Naomo Lodi in posa sulla ruspa

Una storia alla rovescia che ha visto in successione: manifestazioni xenofobe sfociate nell’intervento immediato dopo-elezioni con il vicesindaco leghista – già noto in campagna elettorale per la sua maglietta “+ rum – Rom” – in bella posa su una ruspa; consiglieri comunali che invitavano ad usare mezzi ‘trincia-rom’; sostenitori  della Lega che si facevano fotografare con lanciafiamme contro i rom.

Ora anche la beffa: ci viene detto durante la stessa presentazione che Ferrara avrebbe “speso solo 12mila euro per superare l’area di via delle Bonifiche abitata da decenni da 44 sinti italiani”. Informazione chiaramente a scopo elettorale, di per se numericamente ridicola, forse questa è stata la spesa delle ruspe!

Corteo Lega contro campo nomadiNella realtà cittadina, abbiamo assistito ad una esplosione di fanatismo che ha coinvolto 44 persone, italiane, che hanno perso buona parte dei loro averi e sono state sparpagliate, sistemate provvisoriamente nella lontana periferia della città, in appartamenti comunali ripristinati per l’occasione e che hanno dovuto essere riforniti di tutto poiché quasi niente si è salvato del precedente insediamento dopo l’intervento delle ruspe (sempre presumibilmente con i 12mila euro di cui sopra).

Il diritto ad una casa dignitosa è fondamentale per tutti, per questo ci siamo sempre opposti a questo sgombero propagandistico che non ha mai prospettato una soluzione abitativa stabile, né inserimenti lavorativi, né miglioramenti di nessun genere.

Alcune organizzazioni di volontariato si sono preoccupate di tamponare gli effetti dello sgomberogarantire la scuola ai bambini e di mantenere, se non l’unità del gruppo, almeno l’unità di alcune famiglie. Questo intervento umanitario ha fatto comodo anche all’Amministrazione comunale che, con l’impegno degli altri, può vantarsi di non avere avuto gli sfollati per strada.

In questo quadro risulta incomprensibile il reiterato elogio dell’Associazione di Stasolla a queste pratiche violente, un tentativo di normalizzare una politica che ha poco in comune con l’integrazione e la dignità umana.

CITTADINI DEL MONDO
Ferrara, 16/09/2021 

Cover: L’attuale sindaco Alan Fabbri e il Vicesindaco Nicola Lodi (detto Naomo) guidano il corteo di sostenitori e simpatizzanti leghisti, per dare avvio allo sgombero. 

                                                                

Voghera: dei delitti e delle pene

 

Sarebbe stato molto più semplice intitolare questo articolo “Lo sceriffo di Voghera”, nuovo topos che sostituisce la famosa casalinga, o “Lo sceriffo di Ferrara”, visto il rimando quasi automatico che la vicenda di Voghera compie alla dotazione di pistole Glock che l’assessore alla sicurezza del Comune di Ferrara riserva ai vigili urbani, accompagnata da una “formazione” e da un “addestramento” talmente ridicoli da generare lo stesso effetto del consegnare una scuderia di Formula Uno in mano a un gruppo di ragazzi con il foglio rosa. Ma sono titoli ormai “bruciati” dai social. Abbiamo preferito allora un titolo letterario, in direzione ostinata e contraria rispetto alla nuova onda della giustizia fai da te, che autorizza un assessore alla sicurezza che insegna, udite bene, diritto penale alle scuole di polizia a girare per la pubblica piazza con una rivoltella carica e senza sicura in tasca. Il video della pubblica sorveglianza: (https://www.open.online/2021/07/22/voghera-video-lite-assessore-adriatici/)mostra l’assessore Adriatici che riceve un pugno dalla persona poi uccisa e cade a terra, ma non mostra i momenti successivi. Si tratta di un video che, suppongo, possa peggiorare la posizione processuale dell’Adriatici: perchè intanto fa dedurre che lo sparo non parta per “errore” (come lui sta affermando), e poi che trascorrano dei secondi tra il pugno ricevuto e lo sparo, il che quindi escluderebbe anche la difesa istintiva e farebbe propendere per una reazione chiaramente successiva e non “contemporanea”.  Tuttavia il processo fatto sui media è un’altra di quelle cose (odiose) sulle quali arriveremmo ultimi. Tanto, Adriatici è già stato condannato dalla sinistra perchè è un leghista che ammazza un marocchino, ed è già stato assolto dalla destra perchè è un leghista che ammazza un marocchino.

Il punto focale è un altro. Adriatici parrebbe non essere un fanatico. La sua vita, anche professionale, testimonia di uno studio del diritto penale che lo porta ad insegnare ai poliziotti la natura di “extrema ratio” della difesa violenta, con conseguenze che lui stesso, nelle sue lezioni, non esita ad inquadrare nel possibile “eccesso colposo di legittima difesa” o addirittura nell’omicidio volontario. Inoltre Adriatici detiene un regolare porto d’armi per difesa personale, quindi nulla di illegale – per quanto appaia singolare la motivazione di “difesa personale” associata alla sua attività di amministratore pubblico di una cittadina. E’ vero, alcune testimonianze raccolte in città lo definiscono come uno che si è costruito un’immagine da tutore dell’ordine “cinematografica” nella quale ama sguazzare, ma questo non basta per farne un pazzo. Ed è proprio questo il punto. Se uno come Adriatici si mette a girare in piazza con una pistola carica in tasca non potendo sapere prima, ovviamente, che gli arriverà un cartone sul muso da un dropout magrebino con fama di molestatore (ma non di violento), quale idea, quale rispetto intimo si potrà presumere che costui porti nei confronti della disciplina (la legge penale) che insegna ai poliziotti? Quale livello di inefficienza e di inutilità uno come Adriatici attribuisce alla risoluzione per via democratica e civile dei delitti, se passa le giornate con una rivoltella carica in tasca? Che grado di fiducia ripone nella materia che dovrebbe insegnare agli altri? Zero, io credo. Attenzione, però: Cesare Beccaria, in un passo del suo “Dei delitti e delle pene”, parla della funzione di deterrenza che egli attribuisce al possesso di armi da parte dei “buoni”, quando afferma: “Falsa idea di utilità è quella che sacrifica mille vantaggi reali per un inconveniente o immaginario o di troppa conseguenza, che toglierebbe agli uomini il fuoco perché incendia e l’acqua perché annega, che non ripara ai mali che col distruggere. Le leggi che proibiscono di portare armi sono leggi di tal natura; esse non disarmano che i non inclinati né determinati ai delitti, mentre coloro che hanno il coraggio di poter violare le leggi più sacre della umanità e le più importanti del codice, come rispetteranno le minori e le puramente arbitrarie, e delle quali tanto facili ed impuni debbon essere le contravvenzioni, e l’esecuzione esatta delle quali toglie la libertà personale, carissima all’uomo, carissima all’illuminato legislatore, e sottopone gl’innocenti a tutte le vessazioni dovute ai rei? Queste peggiorano la condizione degli assaliti, migliorando quella degli assalitori, non iscemano gli omicidii, ma gli accrescono, perché è maggiore la confidenza nell’assalire i disarmati che gli armati.”. Si tratta ovviamente di frasi che vanno contestualizzate al periodo in cui furono scritte, un periodo in cui il delitto veniva commesso e punito con modalità che sono appunto quelle che poi Beccaria vuole superare, quando nello stesso testo parla di “certezza e prontezza della pena” come degli strumenti di deterrenza massima, in un frangente nel quale evidentemente sia la certezza che la prontezza latitavano. Del resto il libretto di Beccaria non è diventato un pilastro della tesi sulla libera circolazione delle armi, ma la pietra miliare dell’idea illuminista del delitto come danno inferto alla società, e non come peccato; come rottura del “contratto sociale” e non come insulto a Dio; e della idea della pena come retribuzione e deterrente che necessita non tanto di essere intensa (da qui l’opposizione alla pena di morte), ma pronta, certa e proporzionata all’offesa.

Trovo quindi che lo spaventoso retroterra di azioni come quella dell’assessore alla sicurezza di Voghera, nuovo mostro-eroe delle prime pagine, sia rintracciabile (anche) nella progressiva scomparsa di fatto dei tre elementi cardine del sistema penale nato dall’illuminismo: certezza, prontezza e proporzionalità della pena. Scomparse queste, rimangono le armi in mano ai “buoni”, ed un futuro ancora più spaventoso nel quale la giustizia tornerà ad essere un affare privato nelle mani di individui sprovveduti, sia culturalmente che tecnicamente. Fatti come questo, depurati dagli elementi spettacolari di scandalo mediatico, testimoniano dello stato di grave deperimento in cui versa il nostro sistema giudiziario.

Il Sindaco, Naomo e il cavallo di Caligola

 

Una delle vicende di folklore che accompagnano la storia degli imperatori romani riguarda Caligola, che fu ad un passo dal nominare console il suo cavallo prediletto, Incitatus. Si narra che Incitatus fosse nutrito a frutti di mare e pollo, coperto di porpora e pietre preziose e che dei servi si dedicassero esclusivamente a lui; che vivesse in stalle di marmo con mangiatoie d’avorio. Che mangiasse spesso alla stessa tavola dell’imperatore e, quando Caligola brindava in suo onore, il resto dei commensali dovesse fare lo stesso se non voleva essere ucciso.

Del vice sindaco di Ferrara avevo scritto una volta sola su Ferraraitalia [Vedi qui]
Mi ero ripromesso di non farlo più, per non alimentare nel mio piccolo l’amplificatore mediatico di vaccate che ha condotto la fama di costui fino alle pagine della cronaca anglosassone e transalpina. Una trappola, un cortocircuito dell’informazione nel quale sono caduti tutti, ognuno conferendo il proprio mattoncino nella costruzione del personaggio di Naomo, in una ingenua, dissennata e collettiva eterogenesi dei fini.

Ho cambiato idea. Il potere consegnatogli a Ferrara non ha solo a che fare con una (abile) strategia di comunicazione, basata sullo spregiudicato sfruttamento del potenziale dei social media, evoluzione trash ma poderosa della “società dello spettacolo” di Guy Debord. Ero convinto di questo, fino a quando l’imbarazzante sequela di fatti che lo coinvolgono non è diventata direttamente proporzionale all’accumulo crescente di cariche e deleghe amministrative nelle sue mani. Anzi, più aumentano le magagne che lo vedono protagonista, più aumenta il credito ed il potere che il Sindaco stesso gli concede. E’ per questo che, rispetto a un anno fa, la mia visione è cambiata: fino a un anno fa, potevo pensare che le mille preferenze ricevute per la sua cafona ma efficace strategia comunicativa fossero un credito politico che Alan Fabbri dovesse saldare; che saldarlo facendolo diventare vice sindaco fosse anche una mossa astuta, secondo la regola per cui, se dai una carica importante al clown del paese, negli spettacoli farà ridere per te: se lo tieni fuori, negli spettacoli potrebbe far ridere contro di te.

Invece mi sbagliavo. Non è solo questo, non può essere solo questo. Il curriculum del soggetto in questione, notorio al punto da renderne stucchevole la ripetizione, si è arricchito di due nuove recenti tacche. La prima: ha minacciato di togliere ad una storica cooperativa di servizi alla persona la possibilità di continuare a lavorare con il Comune di Ferrara, se la Coop stessa non si fosse liberata di un suo dipendente, reo di avere pubblicamente criticato la figura di Lodi. La seconda tacca è sulla bocca di tutti da alcuni giorni: le lettere anonime di minaccia arrivate a Lodi erano scritte in casa, fabbricate e spedite nientemeno che dalla sua fedelissima Rossella Arquà, (ex) responsabile organizzativa della Lega provinciale, alla quale, dopo la scoperta (divenuta immediatamente una ammissione perchè le indagini della Digos, evidentemente, mostravano già l’inequivocabile), un solerte presidente del Consiglio Comunale, tal Poltronieri, fa firmare delle precipitose dimissioni da consigliera comunale “in itinere”, lungo la strada, vicino ai bidoni della spazzatura di via Spadari.

A questo punto ci sono diversi derivati giudiziari del filone principale di indagine, compresa la liceità di dimissioni carpite in tale modo. E possiamo stare certi che sul fronte giudiziario ne vedremo delle belle, visto che la Arquà ha appena nominato come suo avvocato Fabio Anselmo, legale anche dell’altra ex consigliera della Lega Anna Ferraresi, la prima ad essere imbrattata dalla macchina del fango leghista in salsa ferrarese. Peraltro, Arquà stessa ha affermato: “Finché il vicesindaco Naomo Lodi continuerà a mantenere il suo ruolo istituzionale, non vedo il motivo per cui io debba lasciare il Consiglio comunale”, frase che non ha bisogno di essere interpretata.

Dell’aggiornamento dei casellari si occuperanno il Tribunale, gli avvocati ed i cronisti di giudiziaria. Un cittadino ha invece il diritto di occuparsi del rapporto tra il Sindaco e il suo vice, quando rileva che l’anomalia supera il livello di guardia. Sul sito del Comune [Vedi qui] è possibile leggere quante e quali sono le deleghe conferite a Lodi, di professione barbiere: Sicurezza, Protezione Civile, Frazioni, Mobilità, Urbanistica, Edilizia, Rigenerazione Urbana, Palio. All’atto del conferimento delle due ultime deleghe all’edilizia e all’urbanistica, il Sindaco Alan Fabbri ha spiegato: “poiché Lodi è già incaricato per la mobilità e le frazioni, potrà aggiungere a queste due settori coerenti, che gli consentiranno di avere una visione di insieme sugli aspetti riguardanti la progettazione ‘logistica’ dell’intero territorio”. Il Sindaco di Ferrara ha fatto questo nella città di Biagio Rossetti: sarebbe come se la municipalità di Barcellona affidasse la manutenzione delle opere di Gaudì ad un venditore di tapas.

Nemmeno per se stesso Alan Fabbri ha riservato deleghe di tal numero e rilievo: ha infatti Sanità, Agricoltura, Affari Generali, Affari Legali, Relazioni Istituzionali, Comunicazione. Nemmeno Vittorio Sgarbi, assessore alla cultura di fatto, presidente di Ferrara Arte, l’uomo al quale, piaccia o non piaccia, si deve la attuale politica culturale di Ferrara, ha in mano tanto potere quanto Nicola Naomo Lodi. La domanda sorge spontanea: perchè?

Alan Fabbri aveva una sua reputazione. La sua figura di amministratore, assoggettabile a critiche come quella di chiunque faccia quel mestiere, era però ben distinta da quella del suo vice sindaco, un’altra categoria in termini di capacità amministrativa e decoro della funzione. Le elezioni sono ormai abbastanza lontane per considerare assolto un debito di gratitudine nei confronti del (piccolo) accumulatore di preferenze Lodi, il cui modo di interpretare il ruolo sta travolgendo la reputazione di Alan Fabbri. Eppure lo stesso Fabbri non solo non se ne cura, non solo non ne prende le distanze, ma addirittura continua ad assommare poteri in capo al suo vice, oltre a mostrare un palese nervosismo nei rapporti con la stampa (non riesco a definire in maniera più eufemistica la condotta di un sindaco che, parole del direttore di estense.com Zavagli, gli telefona di notte per insultarlo).

Alan Fabbri non sembra libero. Ormai lui e il suo vice sono accomunati dalla medesima reputazione istituzionale, ma lui non fa nulla per liberarsi del fantasma che lo sovrasta, e che sta trasfigurando anche la sua immagine. Credo che i cittadini ferraresi abbiano il diritto di sapere come stanno le cose. Non c’è bisogno di arrivare al commissariamento di un Comune per fare strame del decoro di un’istituzione, e questo purtroppo sta già avvenendo. Ci auguriamo che Fabbri non voglia essere ricordato, come successe a Caligola, per l’idolatria verso il suo cavallo.

Cover: elaborazione di Carlo Tassi

Un referendum tutto sbagliato

Secondo i sondaggi i sì al Referendum del 20-21 settembre per la conferma della legge costituzionale sulla riduzione dei parlamentari, non dovrebbero avere problemi a vincere sui no.
Eppure.
Nel fronte della destra, ad esempio, non si capisce bene l’indicazione ufficiale della Lega per il sì. Faceva parte delle condizioni del contratto che avevano dato vita al governo giallo-verde, ma dal momento che quella maggioranza non c’è più non è chiaro perché non prevalga il “liberi tutti”.
Ci sarebbe una ragione in più, da quelle parti, per rimettere tutto in discussione.
Da destra, infatti, si attende con ansia l’esito delle concomitanti elezioni regionali e se il centrosinistra dovesse portare a casa la sola Campania (con la perdita di Puglia, Marche e Toscana e la conferma di Toti in Liguria e Zaia in Veneto), per il governo in carica non sarebbe un bel segnale.

Si dice che la prova regionale, da sola, non basterebbe a produrre la caduta del Conte bis (anche perché il presidente del Consiglio su questa partita non si è esposto in prima persona), ma se si dovesse aggiungere il risultato negativo del Referendum le cose potrebbero prendere un’altra piega. E a quel punto un semplice rimpasto di governo, dato per possibile in caso di sconfitta alle regionali, potrebbe non bastare più.

Se a destra i rebus non mancano, a sinistra la musica non cambia.
Nel Pd, ad esempio, pare tutto un ribollir di tini.
Accanto alla posizione ufficiale per il sì, si allarga giorno dopo giorno la schiera di quanti fanno pronunciare quella decisione sempre più a denti stretti.
Anche in questo caso, l’impegno risale al momento in cui si è formata la nuova maggioranza giallo-rossa che ha dato vita al governo Conte due. L’accordo è stato che il Pd, contrariamente a quanto fatto fino a quel momento in Parlamento, avrebbe votato favorevolmente in ultima lettura alla legge costituzionale per la riduzione dei Deputati da 630 a 400 e dei Senatori da 315 a 200.

Siccome era chiaro anche alla casalinga di Voghera che questa riforma, da sola, non stava in piedi, il partito di Nicola Zingaretti aveva strappato la promessa di ottenere il contrappeso di una nuova legge elettorale che però, a pochi giorni dalle urne, rimane una promessa.
Non ci voleva un oracolo per prevedere che, a questo punto, si sarebbero levate le voci di quanti hanno sottolineato la debolezza della linea del partito sul punto.
Comprese quelle, silenzi inclusi, che sono state in cabina di regia a tessere le ragioni della nuova alleanza, vincendo anche le iniziali resistenze del segretario nazionale, che non scartava l’ipotesi di andare a elezioni a costo di andare incontro a una sconfitta più che prevedibile.

Va bene che la politica non è uno sport per signorine, ma si fatica a non notare le singolari traiettorie di una strategia tutta celebrata, così pare lontano dai Palazzi, sull’altare della tattica. Anche perché i presupposti politici di non lasciare il Paese in mano ai populisti e di un’alleanza strutturale con i pentastellati, rimasta nel libro dei sogni nella preparazione delle prossime sfide regionali, stanno mostrando la corda.

Fin qui le mosse, almeno alcune, di una politica che, anche nel caso specifico, muove i pezzi su una scacchiera sempre più prossima allo stallo. Se poi si vuole dare un’occhiata ai contenuti della riforma, a fare acqua sono le ragioni dell’impostazione di partenza.

Molti ricorderanno l’esultanza in piazza Montecitorio dei 5 Stelle, a legge approvata, con Di Maio (un ministro della Repubblica) che con tanto di forbice simulava il taglio delle poltrone.

Prima ancora di qualsiasi tecnicismo costituzionale, una riforma di rango costituzionale si può basare sul risparmio dei costi?
Se si accetta la tesi che la democrazia sia un costo, prima o poi il problema sarà “il” Parlamento, non più solamente quello di adesso, certamente bisognoso di cambiamenti.
Dovrebbe preoccupare che le scorie di tante parole in libertà seminate negli anni si stanno sedimentando non solo nel dibattito politico, che è già un problema, ma anche nel quadro istituzionale, oltre che in tanta acquiescenza. E qui il danno diventa difficilmente calcolabile e dio solo sa se reversibile.

Se si prestasse attenzione allo stato di salute che gode la stessa cultura democratica sulla scena globale, oltre che nazionale, dovrebbe suonare come un allarme il fatto che con questa riforma, come fa notare anche l’Istituto De Gasperi di Bologna, il rapporto abitanti-deputati passerebbe dagli attuali 96.006 ai prossimi 151.210, vale a dire il numero più elevato tra tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, Regno unito incluso. Con tutte le conseguenze sulla rappresentanza di interi territori e di collegi così ampi da richiedere campagne elettorali alimentate con spese che solo pochi possono permettersi.

Diversi fanno notare che così il potere rischia di concentrarsi nelle mani dei capi e la partitocrazia farebbe festa. L’opposto di ciò che il movimento lanciato da Beppe Grillo ha sempre urlato, sublimato nello strampalato slogan di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno.

In letteratura si chiama eterogenesi dei fini: costruire inconsapevolmente (sic?) l’esatto contrario di ciò che si sbraita a parole.
Se non si comprende fino in fondo la posta in gioco, sarebbe bene che chi si è finora contraddistinto più per dire quello che pensa che per pensare a quello che dice, si astenesse nel mettere le mani a cose che vanno ben oltre le possibilità di certe teste inutili e dannose.

Il problema è che entrare in questo ordine d’idee richiederebbe una visione che, l’esperienza di anni ci racconta, pare fuori della portata di, almeno, buona parte di una classe dirigente che finora ha prodotto prevalentemente disastri.
Ma questo non fa che rendere più preoccupante la temperatura di un intero paese, pandemia a parte.

Un ‘Repair Cafè’ per una Sinistra Nuova:
Pensieri da lontano dopo il crollo di una ‘Fortezza Rossa’

“Così lontano, così vicino”. Carl Wilhelm Macke, il nostro collaboratore,di Monaco di Baviera ma ferrarese d’elezione, interviene nel dibattito sulla Sinistra a  Ferrara.

Oggi in quasi tutte le grandi città della Germania si trovano i cosiddetti ‘Repair Cafè (Caffè per la riparazione). Posti, spesso un pò fuori dei centri urbani, aperti a tutti i cittadini che hanno problemi tecnici con le macchine elettroniche di base e cercano cose utili a buon mercato per sopravvivere. Li ci sono soprattutto giovani capaci di trovare soluzioni pragmatiche per non buttare via oggetti rotti o comprare subito qualcosa di nuovo che sarebbe altrimenti e quasi sempre molto costoso. Mi pare un bel modello per riflettere sulla città di Ferrara dopo il crollo della ‘Fortezza Rossa’ negli ultimi anni.
Ma devo fare all’inizio una premessa.
Da lontano non è facile intervenire nel dibattito locale in una città che è diventata quasi una seconda patria per me, ma che è ancora troppo complicata per capire tutta la grammatica della lingua e della cultura e per comprendere la ’vita intima’ della politica locale. Detto in lingua calcistica: sto fuori dal campo ma seguo la partita sempre con la passione di un fan con la propria bandiera.  

Ben prima delle elezioni locali, a Ferrara si poteva già sospettare che al terremoto del 2012 sarebbe seguito, prima o poi, un terremoto anche nella politica. La destra, debole da decenni in tutta l’Emilia, ha concentrato, nel periodo immediatamente precedente le elezioni comunali, la sua propaganda su pochi ma scottanti temi di attualità, sia in regione che in città.
Il crollo della Cassa di Risparmio di Ferrara ha colpito molti piccoli risparmiatori e clienti bancari della classe sociale, che un tempo appartenevano alla clientela abituale del PCI e successivamente a quella del PD. E poiché i membri o simpatizzanti del PD sedevano in quasi tutte le sedi bancarie e nei loro consigli di amministrazione, la rabbia del popolino della città si è riversata su di loro.
I rumorosi militanti della Lega, in particolare, sono riusciti a rendere argomento politico il crescente numero di immigrati in città con sempre nuove notizie di cronaca nera, nonostante il numero, statisticamente, non fosse davvero così allarmante.
Il parco intorno ai due grattacieli, veri e propri mostri architettonici nel quartiere della stazione ferroviaria, è stata dichiarato off limits dai ferraresi, da quando hanno cominciato a soggiornarvi giorno e notte molti immigrati, prevalentemente africani;  e nonostante le dichiarazioni moderate provenienti dalla Polizia Locale, la città di Ferrara è stata dipinta dai leghisti come una roccaforte del narcotraffico e della criminalità violenta.
Il PD locale ha resistito a questi scenari di violenza oltremodo esagerati grazie alle statistiche e ai rapporti che descrivevano il successo del governo della città guidato dal sindaco Tagliani, un bravo cattolico di sinistra: devo dire che con lui sindaco mi sono sentito sempre ben protetto a Ferrara.

Ma torniamo all’argomento.
Convinti di aver lavorato bene, si credeva che nessuno avrebbe dovuto temere per la propria sicurezza nella tranquilla e civile Ferrara. Insomma: cittadini, potete dormire bene, è tutto sotto controllo. Così, purtroppo, invece di cercare le ragioni del crescente successo della politica di pancia della destra, i gruppi del Centro Sinistra si sono persi in litigi interni.
Mentre nessuno comprendeva, al di fuori dei confini del partito, le differenze all’interno della sinistra locale, la destra ha saputo destreggiarsi con successo con un programma elettorale che, a parte il rabbioso rifiuto degli immigrati e l’aumento della presenza della polizia, conteneva, in fin dei conti, solo ulteriori dichiarazioni.
Sono sicuro che un’alleanza tra il PD vecchio e stanco e i rappresentanti spesso giovanissimi dell’associazionismo e della società civile locale avrebbe potuto impedire la vittoria della destra politica. Ma, come in Germania è successo al partito SPD, la maggior parte dei funzionari del PD, ciechi alla realtà delle cose e carrieristi, non erano disposti a questo sforzo. Per loro, il risultato elettorale del giugno 2019 è stato di conseguenza un grande shock, un vero e proprio disastro. Ma tutti gli osservatori della politica locale, ad eccezione dei funzionari e dei più leali elettori dei partiti di sinistra, sono rimasti ben poco sorpresi dall’esito delle elezioni comunali.

Si potrebbe disquisire senza fine sul declino della ‘sinistra storica’ non solo a Ferrara ma, come ha scritto una volte l’anarchico tedesco Gustav Landauer all’inizio del secolo scorso e prima del nazismo: “Non mi interessano i fiumi che sono già sfociati nel mare”.
Dopo il cambio di potere politico a Ferrara, se si decide di visitare questa città, un tempo così orgogliosa della sua grande tradizione rinascimentale e per decenni convintamente antifascista, a prima vista e molto superficialmente, sembra essere cambiato poco o nulla. La presenza della polizia era già visibile negli ultimi anni gestiti dal centro sinistra, perlomeno nelle piazze più grandi.  Il sostegno della città al festival annuale di grande successo promosso dalla rivista di sinistra-liberale “Internazionale” non è diminuito; forse appare un pò ridicola esorprendente la dichiarazione del molto provinciale sindaco Alan Fabbri di essere orgoglioso di “avere il mondo come ospite” per un lungo fine settimana.
E se sono ben informato alcuni esponenti della Lega avrebbero dimostrato il loro sostegno al movimento “Friday for Future” e sarebbero stati anche visti partecipare ai loro eventi.

Queste manifestazioni apparentemente così spontanee del cosmopolitismo liberale della nuova Ferrara contrasta in modo impressionante con un gran numero di azioni politiche e simboliche che sono state avviate: in tutti gli edifici pubblici le croci, in quanto simboli dell’identità cristiana della città, vanno obbligatoriamente attaccate, in modo visibile. Un’azione fortemente criticata dal vescovo Perego come una forma di strumentalizzazione politica troppo trasparente.

Anche Markus Soeder, il Presidente della regione Baviera dove vivo, proprio un giorno dopo la vittoria del suo partito democristiano alle ultime elezioni regionali ha attaccato personalmente le croci nel suo ufficio. Ma sia il Vicesindaco di Ferrara che l’attuale Presidente di Baviera devono sapere che viviamo in una società laica dove la vita pubblica va regolata secondo il Codice Civile e non come vuole un vescovo, un rabino, un Iman o qualsiasi autoproclamato salvatore dell’Occidente.
Come segno della decisa lotta contro il traffico di droga in città, l’amministrazione comunale di destra ha eliminato le panchine in prossimità degli alloggi degli immigrati. La città ha protestato contro queste ridicole misure di sicurezza.

Il Comune, tuttavia, non si lascia dissuadere da questa esorbitante politica simbolica. Mentre il sindaco Alan Fabbri si presenta come un politico vicino al popolo (e amico della buona pasta emiliana) nelle varie feste di strada e di quartiere, il vicesindaco Nicola Lodi assume il ruolo di un Rambo del governo cittadino di destra. Nei media locali, online e offline, sono state presentate notevoli immagini in cui questo bonificatore di destra, forte e muscoloso, che è stato visto alla guida di una ruspa che ha raso al suolo un campo rom alla periferia della città.

Il fatto che il giorno dopo il PD al consiglio comunale abbia presentato una richiesta per sapere se il vicesindaco fosse in possesso della patente di guida per la ruspa ci fa capire come l’opposizione di sinistra sia in difficoltà ad affrontare la nuova politica della maggioranza di destra in città; i politici di Centro Sinistra a Ferrara dall’inizio del governo di Destra non hanno saputo che creare alcuni ‘temporali in un bicchiere d’acqua”. Cosi l’opposizione ‘Non-Leghista,’ per non usare l’adesso molto pallida e porosa etichetta ‘Sinistra’, non ha oggi la minima possibilità di cambiare la direzione del vento politico in città durante gli anni che verranno e fino le prossime elezioni.
Per questo mi pare molto utile e da approfondire l’intervento di Federico Varese dedicato alla situazione attuale della ‘Sinistra ferrarese’. Al centro di un nuovo programma, di una nuova visione politica nell’epoca della globalizzazione, della pandemia Covid-19, del Nuovo Ordine mondiale  e della Re-Nazionalizzazione,  in tutto il mondo e anche a livello locale, deve essere posta la ricerca di nuovi soggetti politici, la scelta di nuovi temi fondamentali per affrontare i gravi problemi ecologici e sociali creati da un capitalismo aggressivo che sta cambiando il mondo come lo Tsunami che anni fa ha colpito le coste dell’Asia.

A tale proposito mi pare che un lato molto debole della Lega sia oggi la mancanza totale di un contatto con il mondo “fuori dalle mura”, dunque fuori da Ferrara e fuori dall’Italia.  Il solo “Festival Internazionale” infatti non basta per aprire la città verso il mondo: secondo me il “Festival” va sicuramente bene e va certo incoraggiato e sostenuto ma, talvolta, si presenta troppo autoreferenziale come “una Messa per i già fedeli”.  
Una sinistra nuova dovrebbe invece essere diversa, dovrebbe creare nuove opportunità, fornire nuovi stimoli; per questo ogni tanto servirebbe anche ascoltare di più qualche discorso di Papa Francesco sul futuro della Chiesa Cattolica alla periferia ed al centro di un mondo sempre più precario. 
Insomma, c’è molto da fare, da pensare, da difendere e da costruire una ‘Nuova Ferrara’ non murata in un bunker senza finestre. Per questo forse il ‘Popolo Non-Leghista’ deve frequentare di più i ‘Repair Cafè nelle periferie della città e meno i Street Bar e i salotti dei Palazzi dentro le mura.

Perché, parlando come tedesco, il mondo reale non si trova nei ‘Night-Clubs’ del centro di Berlino o nei salotti dei ricchi intorno alle fabbriche di Porsche, di BMW e di Mercedes. Se non sbaglio la Sinistra tedesca, la SPD, il partito “Linke” e una buona parte dei Verdi, ha capito la sua responsabilità nei confronti della forte crescità di una Destra che sta raccogliando le proteste in tempo di Covid-19 e di una forte scissione sociale dentro la società tedesca.

LA LUCE GENTILE DI BERLINGUER
Lo sberleffo leghista e il triste buio della Sinistra

Trentasei anni fa, dal palco di un comizio a Padova, Enrico Berlinguer, un fazzoletto sulla bocca a contenere il vomito, le gambe che non lo reggevano più, portava a termine con grande fatica il suo discorso, tra militanti e cittadini che gli urlavano “basta Enrico!” tentando di preservare dal male quell’uomo fragile, minuto, ancora lontani dall’idea del vuoto che avrebbe lasciato.

Salvini sogna Berlinguer: elaborazione grafica di Carlo Tassi

A distanza di trentasei anni, tale Salvini da Milano approfitta del fatto che la Lega sposterà la sede romana in via delle Botteghe Oscure per dichiarare, con l’usuale sprezzo del ridicolo, che la Lega a suo dire avrebbe ereditato i valori della sinistra di Berlinguer.
Non griderò alla lesa maestà, né mi soffermerò troppo sulla provocazione del losco figuro, che alla maniera trash tanto apprezzata dai suoi fans declama uno slogan allucinato, fraintendendo (apposta) il dato reale: cioè che anche alcuni operai ora votano Lega. Questo è il dato di fatto, la disperazione di persone che abbracciano valori di odio per paura sociale. Ma la comunicazione del figuro non si cura della realtà del dato, parte dal dato di realtà per costruire un racconto fasullo. E’ l’essenza della sua propaganda, del resto. Salvini, ad ogni modo, mi serve solo come gancio per tornare su Berlinguer, sulla sua prematura scomparsa e sul fatto che non ha lasciato eredi. Nè il losco figuro, che smetterò di citare per non dargli l’importanza che non merita, nè altri. E questa vuole essere un’affermazione seria.

Lo sgomento e il senso di perdita di milioni di persone che non lo avevano mai conosciuto, ma che piansero la sua morte come quella di un familiare amato – me compreso, ed ero un ragazzo – potevano essere riservate solo a lui e a Sandro Pertini. La stessa fisiognomica dell’individuo, la sua postura, la sua frugale eloquenza hanno esercitato un fascino collettivo la cui anomalia risiedeva nella singolare sobrietà. Infatti il culto della personalità indirizzato verso i leader di movimenti politici ispirati al marxismo sceglieva figure iconiche, retoriche, condottieri vestiti da guerrigliero, la cui scomparsa trasportava il lider maximo in un cielo empireo e generava un lascito mitologico depurato dalle debolezze umane sul quale, con naivetè, continuare la battaglia (unica eccezione forse Pepe Mujica).
Il carisma di Berlinguer si fondava, viceversa, anche sulla sensazione di fragilità che lo accompagnava, persino coreograficamente, quando saliva sul palco di congressi pletorici o di adunate oceaniche, rendendole docili al suo eloquio pulito, scandito ma privo di enfasi. Un insopportabile luogo comune dei politici, che vorrebbe segnalare un presunto, ridicolo disinteresse personale, recita: “non importano i nomi, importano i contenuti, non contano gli uomini, contano le idee”. Stupidaggini. Gli uomini contano eccome, e non per la banale ragione che se non esistessero gli uomini non esisterebbero le idee, ma perché la credibilità di un individuo incarna, letteralmente, un’idea, ed il seguito che riscuoterà. E quando è mancato l’uomo Berlinguer, all’improvviso, lo scarto tra l’autorevolezza della persona e il fiume delle idee che avrebbe dovuto tramandare ai suoi compagni e alle cosiddette masse è apparso incolmabile.

Berlinguer era un comunista guardato con sospetto sia a Ovest che a Est. A Ovest temevano che riuscisse ad aggirare la conventio ad excludendum che congelava il consenso comunista nel freezer delle roccaforti rosse, fino a farlo approdare al governo centrale. A Est temevano la sua eresia, il fatto che volesse coniugare socialismo e democrazia rappresentativa e si potesse portare dietro un Paese atlantico fino a slabbrare la cortina di ferro, al riparo della quale una elefantiaca nomenklatura coltivava i suoi privilegi (sarebbe stato avvincente averlo vivo durante la stagione della perestroijka di Michail Gorbacev).

Partiamo da Ovest. Quando Berlinguer, nel 1973, teorizzandola con tre articoli su Rinascita, propone una riedizione del dualismo tra Don Camillo e Peppone trasformandolo in una alleanza cattocomunista non lo fa per buttarla in commedia, ma per scongiurare la tragedia. Per evitare che la drammatica strategia della tensione in atto dalla strage di Piazza Fontana (1969) in avanti, attribuita con depistaggi agli anarchici ma frutto di una saldatura mai interrotta tra neofascisti clandestini e settori fascisti degli apparati dello Stato, sfoci in un golpe “alla cilena” con l’instaurazione di un regime autoritario e con la sospensione delle garanzie costituzionali.
Berlinguer, ovviamente, non partorisce l’idea del compromesso storico in preda ad elucubrazioni di stampo complottista.  Alcuni documenti sottratti all’ambasciatore greco in Italia (e finiti poi sulla stampa britannica) disegnavano una strategia degli Stati Uniti che, con la collaborazione del regime dei colonnelli in Grecia, intendeva radicalizzare lo scontro sociale per bloccare l’ascesa per via democratica dei comunisti italiani al governo. Non poteva essere tollerato, nel cuore del Mediterraneo, che un paese chiave del Patto Atlantico venisse governato da un partito che si richiamava alla dottrina comunista. Nonostante, infatti, la parte comunista della Resistenza avesse dato un contributo fondamentale alla scrittura della nuova Carta Costituzionale, di cui le regole di funzionamento dello Stato in termini di democrazia parlamentare costituivano nucleo centrale, gli equilibri internazionali usciti da Jalta e l’esito della (allora non conclusa) controffensiva al nazifascismo non prevedevano che l’Italia potesse avere un partito comunista al governo. La pregiudiziale antifascista di diritto su cui si erigeva la Costituzione Repubblicana copriva una pregiudiziale anticomunista di fatto, in nome della quale si muoveva un potentissimo sottobosco, solo parzialmente scoperchiato dalla magistratura ma rimasto tuttora oscuro nelle propaggini più sinistre, mostrato con mirabile capacità analitica e visionaria da Pier Paolo Pasolini nel famoso articolo “Io so”, pubblicato sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974.

Facendo digerire al partito il compromesso storico (e a se stesso l’appoggio a un monocolore DC guidato da Andreotti) Berlinguer non scelse lo Stato deviato e infido che esisteva, ma l’idea di Stato che aveva in mente. Sotto questo profilo e con le debite differenze, fece una scelta assimilabile a quella di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che scelsero lo Stato di un futuro senza di loro, contro lo Stato presente che ne inquinava il lavoro e ne minava la reputazione e, letteralmente, le strade che avrebbero percorso.

Lo scelse, lo Stato, anche rischiando il partito, lasciando scoperta un’ala sinistra che, in alcuni suoi esponenti, divenne disperata e saldò, oggettivamente, una velleitaria idea di rivoluzione armata con le pulsioni autoritarie degli apparati deviati, uccidendo non solo Aldo Moro, ma la prospettiva da lui disegnata con Berlinguer. Di questa incredibile miopia politica i brigatisti sono stati colpevoli, quanto della barbarie umana che li ha portati a bruciarsi la vita in carcere. Così in DC venne restaurato l’ancien regime riportando in vetta gli uomini più torbidi, Berlinguer rimase orfano dell’autorevole sodale che aveva condiviso con lui la prospettiva della confluenza al governo delle due più radicate tradizioni sociali italiane, e si riposizionò quasi forzatamente sull ‘alternativa democratica’: un lavoro di più lunga lena che prevedeva di cacciare lo Scudo Crociato all’opposizione, ma che dovette fare i conti con un Bettino Craxi riottoso all’idea di un nuovo fronte popolare, che avrebbe ridotto il Partito Socialista Italiano alla subalternità verso i comunisti.

Guardiamo a Est. Berlinguer non fu impaziente di dichiarare formalmente l’autonomia del partito italiano da Mosca, in termini economici, organici e ideologici. La preparò per gradi, in modo che quando la dichiarò, nel 1980, la dichiarazione suonò nel partito come una presa d’atto e non come uno strappo del “capo”; esattamente il contrario di quanto fece Achille Occhetto, nel 1989, sull’onda – non certamente banale – della caduta del Muro.

Non fu impaziente, ma fu implacabile nel marcare il progressivo affrancamento dal giogo del socialismo reale. Glielo disse in faccia già nel 1969, a Breznev, e glielo disse a Mosca, alla presenza di tutti i comunisti del mondo: “Respingiamo il concetto che possa esservi un modello di società socialista unico e valido per tutte le situazioni. In verità le stesse leggi generali di sviluppo della società non esistono mai allo stato puro, ma sempre e solo in realtà particolari, storicamente determinate e irripetibili”. Certo, c’era stata l’invasione dell’Ungheria, nel ’56, nemmeno condannata, e quella della Cecoslovacchia nel ’68, bollata semplicisticamente come un “tragico errore”, che si portò dietro la critica radicale di intellettuali di valore come Luigi Pintor, Rossana Rossanda e Lucio Magri, il cui esplicito dissenso, concretizzato nella pubblicazione del giornale eretico  Il Manifesto, portò alla loro radiazione dal partito, tre anni prima che Berlinguer diventasse Segretario Generale.

In ogni caso, per chi pensa che Berlinguer sia stato troppo timido nell’accelerare il processo di autonomia dal blocco socialista: nel 1973, mentre tornava all’aeroporto di Sofia dopo uno spigoloso faccia a faccia con la nomenklatura bulgara, un incidente coinvolse l’auto a bordo della quale viaggiava. Berlinguer se la cavò con delle contusioni e la convinzione, confidata ai familiari e a Macaluso, che sarebbe stato prudente non mettere più piede in Bulgaria. Se per il Patto Atlantico Berlinguer era l’astuto e accorto gramsciano che cercava di entrare nella stanza dei bottoni dalla finestra, visto che la porta era sbarrata, per il Patto di Varsavia Berlinguer era inaffidabile, un deviazionista, un non ortodosso che da Segretario del più grande partito comunista d’Occidente minava le fondamenta del sistema. E’ probabile che avessero ragione entrambi.

Per Berlinguer austerità non era un modo di fare buon viso a cattiva sorte, visto che lo choc petrolifero ci faceva viaggiare a piedi. Era fare i conti con “l’ingresso sulla scena mondiale di popoli e paesi ex coloniali che si vengono liberando dalla soggezione e dal sottosviluppo a cui erano condannati dalla dominazione imperialistica. Si tratta di due terzi dell’umanità, che non tollerano più di vivere in condizioni di fame, di miseria, di emarginazione, di inferiorità rispetto ai popoli e paesi che hanno finora dominato la vita mondiale”. I nuovi problemi posti dai moti di emancipazione di questi popoli devono far abbandonare “l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario”. A questa nuova sobrietà dei consumi, nel nome anche di un parco uso delle risorse naturali (intuizione attualissima), corrisponde un profilo etico che lo porta a stigmatizzare il nascente, onnivoro appetito dei partiti verso le istituzioni, tale da portare l’Italia ad essere dominata da un rapporto di clientela paramafioso tra chi ha bisogno di lavorare e chi tramuta in favore le opportunità, in cambio di un’adesione non ideale, ma organica al partito, che si sostituisce allo Stato non di diritto, come nelle economie della pianificazione, ma di fatto. Il suo partito non sarà affatto estraneo a queste pratiche, facendo strame della “questione morale” sollevata dal suo leader.

Berlinguer pre-vide tutto questo, ma non fece in tempo a diventare coautore di quel futuro. La sua scomparsa fu precoce ed imprevista per la sua famiglia e per un partito che, con tutta evidenza, non era preparato alla sua successione. Nemmeno Berlinguer lo era, impegnato com’era a immaginare gli sviluppi politici e a gestire le urgenze presenti nel pieno della sua, pur estenuata, vitalità. Quella scomparsa prematura apre un vuoto verticale, un vertiginoso burrone che rende tutti, all’improvviso, orfani. Orfani non solo di una personalità dal carisma quasi riluttante, ma di un armamentario ideologico e strategico che nella sua incarnazione aveva una forza persuasiva, e senza di lui appare ad un tratto sottile, privo di una sostanza che Berlinguer solo sapeva conferirgli.
Come se il marxismo senza Berlinguer non avesse più l’unico interprete capace di renderlo adatto ad interpretare la modernità, e rimanesse un’attrezzatura datata, statica, protoindustriale. Come se la “terza via” avesse un senso solo se raccontata da quest’uomo pulito, nei tratti e nei modi, e senza la sua figura ad illuminarla (con una lucetta che oggi sarebbe sicuramente ad alto risparmio energetico), la strada dell’economia del capitale diventasse troppo oscura, insidiosa, possente ed infida, e noi fossimo privi di strumenti che ci permettessero di prevederne le temibili curve.
Come se togliere la parola “comunista” dal nome del partito non significasse fare un salto ambizioso dentro il futuro liberandosi di una zavorra, ma sottrarre il peso e la consistenza originaria di quel pensiero fino a renderne deboli le fondamenta, e impalpabili i fini.
Come se l’elaborazione teorica che intendeva prendere il meglio dell’analisi marxiana e dell’esperienza socialdemocratica, saldarle e superarle entrambe, fosse in realtà il sogno di un uomo, e non un filone degno di approfondimento. Con quale motivazione essere austeri se lo scopo di una società radicalmente altra non è più l’orizzonte cui tendere? Con quale dirittura morale mantenere un disinteresse per i privilegi materiali se non si lavora per il bene collettivo, ma solo individuale o della propria famiglia?
Questa inadeguatezza dei successori nel sostituire ad un fine salvifico, quasi messianico, un orizzonte “costituzionale” di inveramento dei diritti umano, laico, ma ugualmente radicale, ha consegnato i più scafati al disincanto, al cinismo ed al piccolo cabotaggio, i meno attrezzati alla paura e all’odio. E nell’ assecondare e rappresentare queste pulsioni, che per alcuni sono l’essenza della natura umana, la destra è molto più brava.

DOPOELEZIONI
Premio al buongoverno o apertura di credito?

di Davide Nani

Dopo aver trepidato e poi gioito per la fallita ‘liberazione al contrario’ della Emilia Romagna, ho letto i dati del nostro Comune e della nostra Provincia e un certo allarme mi è rimasto.

E non solo. Se guardiamo alle scorse elezioni regionali del 2014, Stefano Bonaccini superava il candidato della Lega di quasi 20 punti, in una magra di voti mai vista in regione (37,70%), e l’allora candidato della destra (mi perdoni l’attuale) Alan Fabbri era. a mio parere di gran lunga più credibile. Fatto dimostrato dalla sua storica vittoria alle elezioni comunali di Ferrara delle scorso anno. Un intero partito da percentuali attorno al 30% nel 2014 disertò le urne. Forse la grande astensione fu in parte provocata dalle dimissioni di Vasco Errani (ricordo a tutti che fu poi assolto con formula piena!), ma a mio parere la prima responsabile fu la politica del Pd di Renzi, con i suoi messaggi di liberismo e la sua personalissima definizione di ‘Sinistra’ che si sarebbe poi rivelata pian piano per quello che era, cioè tutt’altra cosa.

Che ne è stato di quel partito fantasma del 2014? Certo, è tornato a votare ma se i calcoli non mi ingannano, nel frattempo ha subito una metamorfosi che ha ridotto il vantaggio del Centrosinistra da 20 punti agli 8 di oggi. Non vi è il minimo dubbio che molti a sinistra (e col voto disgiunto, anche molti 5 Stelle) hanno messo la crocetta per un atto di resistenza.

A Ferrara non è comunque bastato. Non è stato sufficiente, nemmeno dopo il dimostrato inganno sul millantato pugno duro nei confronti degli stranieri: “Tutti voi sapete che non ho poteri sulle forze dell’ordine come carabinieri e polizia”, ha scritto Alan Fabbri. Strano che prima delle Comunali si imputasse a Tagliani la colpa di non fare abbastanza in GAD. E non è bastato, nemmeno dopo le gesta discutibili di qualche notabile della Lega cittadina.

Il messaggio di quei benedetti 8 punti in regione, a mio avviso, è più un’apertura di credito che un premio al buongoverno. Rappresenta un invito, forse l’ultimo, a un profondo rinnovamento di linea e di volti nel Pd. Il movimento delle Sardine ha dimostrato che la base del Centrosinistra su alcune priorità è più unita del vertice. Mi pare un paradosso, se non altro geometrico.

DOPOELEZIONI
Matteo Salvini e la Vogelschiss. Una nota tedesca dopo il voto

Lunedì 27 gennaio era il Giorno della Memoria, domenica 26 gennaio c’è stato il voto in Emilia Romagna. Cosa c’entra il giorno della memoria con le elezioni emiliane? A prima vista molto poco, perché emiliani e romagnoli hanno votato per il rinnovamento della giunta di una regione italiana nell’anno 2020, ben lontano dagli anni ai quali il giorno della memoria rimanda. Ovviamente non era presente, fra le diverse formazioni in lizza, un partito che negasse i fatti di Auschwitz e di tutti gli altri campi di concentramento per quali sono stati responsabili i nazisti tedeschi.
Ma attenzione: mi ricordo benissimo un comizio di Salvini alcuni mesi fa assieme a un rappresentante ufficiale di Afd (Alternativa per la Germania), un partito tedesco di estrema destra, che definiva l’epoca nazista in Germania come un vogelschiss, ovvero “piccola merda di un uccello”. Sicuramente la Lega italiana non è un partito fascista paragonabile con il fascismo italiano di una volta e men che meno con i nazisti tedeschi, ma a ben guardare ci sono tanti aspetti della propaganda leghista che ricordano la weltanschaung delle Destra estrema della Germania di ieri e di oggi.
Per questo, a mio avviso, rimane vergognosa l’amicizia dell’onorevole  Vittorio Sgarbi con la Lega e il suo furioso attacco al movimento delle Sardine, che ha risvegliato in Italia il sentimento antifascista. Assolutamente inaccettabile la sua strumentalizzazione di Giorgio Bassani e Paolo Ravenna e, più in generale, le sue continue e quasi sempre violente aggressioni verbali contro gli avversari politici. Le ho ascoltate ancora, appena due giorni prima del voto emiliano.
Ciò detto resta almeno una speranza, quella che ci viene dalla nuova e giovane cultura delle Sardine: l’epoca politica di uomini come Sgarbi è in declino.
Per l’Europa nuova e giovane il risultato del voto emiliano apre una finestra. Un po’ più di speranza e dignità. E meno aggressività e volgarità verso il prossimo.

metodo naomo post fb

DOPOELEZIONI
La vocazione populista per il sedere e l’autogol di Naomo

Jean Paul Sartre sosteneva che l’universo intero gira intorno ad un paio di chiappe, senza sospettare che un giorno il fondo schiena sarebbe assurto agli onori della politica, nel qual caso forse anche lui ne avrebbe avuto ‘nausea’.

Dall’enfasi di Beppe Grillo in piazza Maggiore a Bologna ormai diversi anni fa, alle ultime minacciose esternazioni parapolitiche del Naomo de noantri, il ‘culo’ è assurto agli onori delle dirette televisive, dei social e dell’informazione in generale. Pare che il turpiloquio degli italiani si sia aggravato e a trionfare sul sedere sia l’organo sessuale maschile, dall’etimo incerto, che per pudore sui giornali continua a essere scritto “c.zzo”, come se una ‘a’ facesse la differenza. Ma è dalla loro accoppiata che parte il più minaccioso degli strumenti di persuasione ora usato con generosità di eloquio anche dal nostro vicesindaco.

Non siamo più all’evocazione del sedere per mandare a quel paese un’intera classe politica, propria del grillismo della prima ora, adesso si promettono asfaltamenti di elettori del centrosinistra con esecuzioni di massa a carico dei loro posteriori da parte di intere legioni di leghisti, disposti a sospendere per una simile evenienza anche la loro risaputa omofobia. Minaccia preoccupante dai tempi del ‘celodurismo’ del loro fondatore, che sta a significare come l’organo maschile, con annessi e connessi, costituisca una tara genetica del leghismo.

Così Ferrara, tra i siti patrimonio dell’umanità, Ferrara città del Rinascimento che si candida ad essere capitale europea della cultura, viene umiliata facendo il giro delle reti televisive e della stampa nazionale attraverso l’immagine burina e volgare del suo vicesindaco.

Qui bisogna decidere se è il signor Nicola Lodi, detto Naomo, ad essere incompatibile con la nostra città o se è la città ad essere incompatibile con questo vicesindaco. Non ho sentito scandalo in giro. Il rischio, nel migliore dei casi, è che si accetti per indifferenza di  vivere come i personaggi di una commedia dell’assurdo all’Achille Campanile tra il grottesco e il paradosso. Personalmente credo che ci sia una dignità della cittadinanza, dell’essere cittadini, dello stare insieme, dell’abitare lo stesso territorio che non può ammettere di erigere mura da cui sparare le proprie bordate nei confronti dell’altro che non nutre le nostre stesse idee. La diversità, anche quando le distanze sembrano agli antipodi, è una ricchezza che va rispettata,  ascoltata, mai minacciata, semmai sfidata, sfidata al meglio senza umiliare e calpestare chi sta dall’altra parte.

Non vorrei che con il cambio della guardia alla guida della città avessimo perduto un patrimonio importante che è quello di saper stare insieme, rispettandosi anziché covando la tentazione di annullare l’altro. Avrei voluto una città che reagisse in massa alle parole di Lodi e alla pistola di Solaroli, che non archiviasse questi fatti come episodi di costume, della normale dialettica politica. Il vulnus creato al nostro tessuto sociale dalle parole del vicesindaco avrebbe dovuto indurre tutti coloro che credono in una cittadinanza amichevole, anche se diversi, a chiedere le immediate dimissioni del vicesindaco. Lo stesso sindaco Fabbri ha il dovere di tutelare la città dissociandosi dal suo vice, ricordando di essere il sindaco di tutti e, dunque, anche di quella parte della città che si è sentita ferita dalle parole e dal comportamento di Lodi.

Ritengo gravissimo tollerarne la condotta, derubricarla a macchietta, perché potrebbe essere molto vicino il giorno in cui in tanti non ci riconosceremo più come cittadini di questa città e il suo tessuto umano e culturale, che è costato la fatica di tanti anni di storia, potrebbe essere lacerato per sempre.

In conclusione, sebbene senza speranza, inviterei Naomo e anche il sindaco Fabbri a consultare il dizionario della lingua italiana del Battaglia, ammesso che ne conoscano l’esistenza, potrebbero chiarirsi le idee, e Naomo scoprirebbe che a esprimersi sui social e sulle reti televisivi con un certo linguaggio può rivelarsi un autentico autogol. Perché, scrive il Battaglia, “Fare il culo a qualcuno” significa ingannarlo, imbrogliare, primeggiare su di lui con mezzi sleali. A questo punto, è lo stesso Naomo  ad averlo ammesso pubblicamente.

Per i miei concittadini ferraresi citerò invece il Tommaseo – Rigutini: “Perdoni il lettore l’enumerazione… ‘Natica’…’Chiappa’…’Culo’ è voce bassa che non dovrebbe mai comparir né negli scritti né risonar sul labbro delle persone”. Specie, aggiungo io, se persone chiamate ad amministrare la cosa pubblica.

Addizione Civica sul caso Solaroli e la dimensione Etica della Politica

Da: Addizione Civica

La Lega di Ferrara (per propria ammissione in stretto rapporto coi vertici nazionali) ha dimostrato di saper digerire tutto: dalle bestemmie in diretta facebook all’utilizzo sfacciato della minaccia o della compravendita per fare tacere il dissenso interno. La sfacciataggine degli attori della vicenda, che ha recentemente coinvolto il consigliere Solaroli e – chiamati in causa da lui – il Sindaco e il Vice Sindaco, hanno acceso l’attenzione dei riflettori di tutta Italia su Ferrara (e non è la prima volta), trasmettendo l’immagine della nostra città come una delle capitali dell’arroganza di chi governa per il proprio interesse e non per il bene comune.

La dimensione etica della politica, un valore imprescindibile per chi davvero vuole cambiare una città, appare totalmente estranea ai capi del partito di maggioranza che governa Ferrara già da più di 6 mesi. Tutto ciò non può essere bollato come un problema interno e quindi risolversi nel classico “lavare in casa i panni sporchi”.

Per questo è necessario uno scatto di orgoglio, cominciando dal respingere la patetica proposta dell’autosospensione di Solaroli, che, spendendo il nome dell’amministrazione comunale, dunque della cosa pubblica, voleva comprare il silenzio di una “rompicazzo” con un posto di lavoro. Al di là dei possibili risvolti penali della vicenda, che non sta a noi accertare, questa non appare affatto come una questione privata, ma un fatto grave che macchia l’intera reputazione della nostra città.

Gli ultimi sviluppi della vicenda chiamano in causa le altre forze di maggioranza: pare che la strategia comunicativa della Lega sia rivolta non solo a denigrare gli avversari, ma anche ad impedire che altri rappresentanti delle forze della coalizione (gli assessori Maggi e Fornasini sono stati espressamente menzionati) possano emergere.

Ci pare che sia giunto il momento che le altre forze della coalizione di centro destra, soprattutto quelle che sono solite definirsi “moderate” o che si richiamano ai valori cattolici, facciano sentire la propria voce in questa vicenda, mostrando un segnale di risposta ai continui e intollerabili atti di “bullismo” della Lega, cominciando dal votare la sfiducia al consigliere Solaroli, o, se proprio non vogliono arrivare ad una votazione che potrebbe spaccare la maggioranza, chiedendo compatte le dimissioni dello stesso prima del voto della mozione dell’opposizione.

Sarebbe un passo importante verso l’apertura di una nuova stagione politica della nostra città, nella quale un atto come questo consentirebbe almeno un minimo ripristino della dignità istituzionale del luogo che dovrebbe rappresentare tutti i cittadini.

Solaroli e quella “promessa” che fa tremare la Lega

Questa volta la faccenda sembra essere più seria delle altre volte: il vice-capogruppo della Lega in consiglio comunale, Stefano Solaroli, durante una conversazione con Anna Ferraresi, le ha promesso un posto a tempo indeterminato in comune, a patto che quest’ultima, che  è stata una ‘ribelle’ all’interno della maggioranza, citando letteralmente, si “togliesse dal c*zzo”.

Il consigliere in questione non è nuovo a situazioni imbarazzanti, ma andiamo con ordine per capire come si è arrivati a questa proposta.

    • La disssidente

Anna Ferraresi è stata la candidata ‘culturale’ della lista di Alan Fabbri. Molto attiva sui social, ha sempre denunciato il degrado che a suo parere attanaglia la città ed in particolare la zona dove vive, Pontelagoscuro. Con questo suo modo di fare, però, si è attirata le inimicizie di alcuni componenti della maggioranza. Infatti, nonostante la sua entrata in Consiglio Comunale dopo la vittoria alle elezioni, le sue lamentele sono continuate, e questo l’ha portata alla rottura finale del dicembre scorso.

    • Il litigio, l’uscita dal gruppo, la querela

Andare contro Nicola Lodi non sembra portar bene in Comune. A farne le spese sono stati Paolo Vezzani, il quale si è dimesso ad agosto, e Fausto Bertoncelli, stimato dirigente comunale, spesso in contrasto con l’attuale vicesindaco in passato, che si è visto allontanare dal proprio incarico senza troppi chiarimenti (e complimenti). Non sorprende, quindi, che la stessa ‘ribelle’ Ferraresi, rea di troppe lamentele, sia arrivata allo scontro proprio con Lodi. Ma non è stato uno scontro qualsiasi. La vicenda tra i due, infatti, è arrivata alle vie legali: Ferraresi ha querelato Lodi, colpevole a parer suo di averla offesa sul suo profilo Facebook, adducendo che la candidatura dell’ex veterinaria fosse stata mossa da motivi personali e non per tutelare la comunità di Pontelagoscuro e per delle dichiarazioni di Lodi su di un quotidiano locale. La consigliera, nel frattempo, era già uscita dal gruppo leghista ma è rimasta comunque in Consiglio Comunale, nel gruppo misto, perché, sempre secondo sue dichiarazioni, “ha preso un impegno di battersi su alcuni temi”.

    • Il 19 novembre

Prima di arrivare a questo, secondo lo scoop lanciato su La7, ci sarebbe stato un tentativo di sedare questa rivolta. Infatti, proprio il 19 novembre, c’è stato l’incontro tra Solaroli e Ferraresi, nel quale il primo proponeva alla seconda un lavoro a tempo indeterminato nella gestione dell’accoglienza turistica, occupandosi dei nuovi trenini inaugurati dall’amministrazione Fabbri. Tutto questo, naturalmente, in cambio delle sue dimissioni. Secondo Solaroli, poi, Vicesindaco (citato per primo) e Sindaco erano d’accordo. Ultimo, ma non meno importante argomento, il silenzio richiesto alla consigliera:“Se lo sputi fuori, mi brucio io”, ha infatti affermato il vice-capogruppo di maggioranza. Ferraresi ha però rifiutato questa proposta, che l’avrebbe appunto costretta a rinunciare al suo incarico di consigliera, e alla domanda del giornalista di Piazzapulita sul perché nell’audio sembrasse interessata, lei ha risposto: “L’ho fatto apposta, affinché lui non avesse timore a dirmi le cose”.

    • Il servizio di Piazzapulita e le repliche

Il 16 gennaio va in onda su La7 il servizio completo dedicato a Ferrara e questo caso in particolare, nel quale tutta la vicenda viene chiarita (la versione integrale la trovate qui). Oltre alle dichiarazioni di Ferraresi ci sono state quelle del presidente di City Red Bus Paolo Bonferroni, la società che gestisce il servizio di pullman turistici, che ha chiarito che il servizio al  Comune consta solo dell’autorizzazione e che è gestito dalla sua  società, quindi anche le assunzioni vengono vagliate solo da lui, in quanto presidente della City Red Bus Srl. Oltre a questi due interventi c’è stata la risposta del vicesindaco. Proprio così: ha risposto Lodi, non il  Sindaco. Secondo i giornalisti di La 7 sembra che dovesse essere inizialmente Alan Fabbri a chiarire la situazione, ma secondo Lodi, fin dall’inizio avevano avvisato che sarebbe stato lui a parlare. Poco importa. Quello che appare evidente è come la figura di Alan Fabbri sia sempre più messa in disparte dal sempre più ‘ingombrante’ Naomo, e come andare contro quest’ultimo possa portare conseguenze spiacevoli all’interno del Comune. La giustificazione data da Nicola Naomo Lodi è stata netta e chiara: “Prendiamo le distanze”, “non sapevamo nulla”, “sappiamo chi è Anna Ferraresi…”. Nonostante la gravità del fatto, comunque, non c’è stato – come ci si poteva aspettare –  un netto ‘calcio in c*lo’ nei confronti del suo collega di partito, anzi, oltre ad aver promesso solo delle ‘verifiche’, non ha perso l’occasione per un attacco al Pd e alla cooperativa Le Coccinelle, per presunte assunzioni di parenti ed amici del Partito Democratico.

    • Chi è Stefano Solaroli

Militante della Lega, è entrato alla ribalta, oltre che per quest’ultima vicenda, per due fatti che lo hanno visto protagonista. In una di queste, la prima, si vede Solaroli accarezzare un’arma disteso a letto dicendo “ho lei con me”, descrivendo le caratteristiche dell’arma, una Beretta 70 del 1969 [vedi qui l’ articolo su Ferraraitalia ]  e dove invitava tutti a condividere il suo video. Il filmato, reso pubblico durante la campagna elettorale, non piacque assolutamente, ma una nota del Viminale informava che proprio a causa di quel video, nel 2018 gli era stato vietato di possedere armi. (La pistola, comunque, non l’aveva più da tempo).
Un altro video, però, ha indignato l’opinione pubblica. In questo Solaroli, a Comacchio, si aspettava che i rom si “incazzasero”, così da poter montare su un suv un “trinciarom”.
Nonostante questi atteggiamenti e queste uscite, nonostante le prese di distanze, Stefano Solaroli ha trovato posto tra i candidati, è stato votato ed è stato nominato vice-capogruppo della Lega in Consiglio Comunale.

Possibili conclusioni
Da questa vicenda si capiscono almeno tre cose:
1. Che Solaroli non doveva essere candidato.
2. Che il danno d’immagine prodotto dal video è talmente grave che una presa di posizione netta e decisa da parte dell’Amministrazione Comunale dovrebbe essere la minima conseguenza, oltre che una sperabile espulsione diretta dal partito.
3. Che Naomo si conferma essere il reale detentore del potere a Ferrara. Con buona pace di Alan.

Ferrara e l’Emilia ai tempi del leghismo

E allora, come è Ferrara al tempo della Lega? L’interrogativo ricorre spesso, a porlo sono amici che in città non vivono, curiosi di capire cosa muta in una comunità in cui – dopo settant’anni – la barra del comando cambia pilota. Ma a chiederselo sono i ferraresi stessi: quelli che la Lega hanno votato per avere conferma della loro scelta e coloro che l’hanno avversata per verificare la fondatezza della loro ostilità. I più aperti, sull’uno e sull’altro fronte, pronti eventualmente a fare ammenda e riconoscere, semmai, l’errore di valutazione…
A chi me lo domanda (e a me stesso) rispondo: non molto, in effetti. D’altronde, per realizzare un significativo cambiamento quando si è ai vertici di una organizzazione articolata e complessa – come certamente è una municipalità – servono non meno di due anni. Prima di allora ogni giudizio sarà da considerarsi un’impressione o la semplice riconferma del proprio (pre)giudizio.

Le città hanno mille articolazioni, i legami sono molteplici e complessi… Fare e disfare quando ci si cimenta in un aggregato istituzionale che consorzia fra loro decine di migliaia di persone è impresa assai complessa, e le mille normative da osservare certo non agevolano il compito e rallentano i tempi di ogni intervento. Quindi, per esprimere un giudizio sensato, bisognerà attendere e vedere quale scenario urbano si definirà e come si rimoduleranno nel concreto i rapporti di forza e gli orientamenti valoriali alla fine del prossimo anno.
Di certo chi paventava – con la Lega al comando – una sorta di sbarco dei barbari sarà rimasto sorpreso dal fatto che la città non sia stata messa a fuoco già la notte del trionfo. E, per converso, chi dapprima ha sperato nel cambiamento e poi gioito del risultato elettorale, magari si rammaricherà di non vedere ancora chiari elementi di discontinuità. Ma tant’è…

Alcune considerazioni, però, si possono fare già ora, in ordine ai segnali percepiti e al comportamento dei nuovi amministratori. Il sindaco Alan Fabbri, per esempio, dimostra di mantenere un apprezzabile equilibrio, il suo si conferma il volto bonario del leghismo: non opera strappi, dispensa più sorrisi che ghigni, dà nel complesso l’impressione di voler salvaguardare un filo di continuità con il lavoro svolto in precedenza, introducendo con cautela qualche innovazione. Anche il tribale Naomo, suo vice e alter ego, volto guerriero del partito, pur restando fedele alla sua maschera, tutto sommato (aldilà di qualche – per lui – evidentemente incontenibile sparata) non ha ancora causato eccessivi danni, né ha creato troppi imbarazzi alla città (pur con qualche nefandezza inevitabilmente già all’attivo).

Ciò che invece stupisce – ma nemmeno troppo per la verità – è la persistente incapacità di quelle che fino a pochi mesi fa erano forze di governo e ora sono opposizione, di dispiegare un’azione di contrasto seria, concreta, puntuale, efficace, fatta di proposte e progetti, di sfide lanciate ai nuovi amministratori. Ci si limita perlopiù a sterili polemiche e a baruffe di palazzo.
In questo si confermano le scarse qualità del personale politico che nei dieci anni trascorsi è riuscito a disperdere un patrimonio di credibilità e di consensi accumulato fin dal dopoguerra, che aveva mantenuto la sinistra al vertice della città per quasi 70 anni; un credito dilapidato a causa di un’amministrazione miope e supponente, anonima e priva di intuizioni, di visione e del coraggio necessario per sperimentare e innovare. La stessa pochezza si esprime oggi dai banchi del Consiglio comunale: grigiore e autoreferenzialità, scarse capacità di dialogo con il territorio e le persone che lo popolano.

Alzando lo sguardo dalla palude, è inevitabile ricordare che a fine mese, in Emilia Romagna, si vota per il rinnovo del Consiglio regionale e per il Presidente.
Stefano Bonaccini (Pd) si è costruito una solida fama di buon amministratore, al punto che la Lega ha scelto come privilegiato terreno di scontro l’ancor confusa vicenda dei bimbi di Bibbiano, facendo leva più sulle emozioni che sulla razionalità e i programmi; i verdi, poi, giocano la carta Salvini come jolly pigliatutto, per spostare l’attenzione dallo scenario locale a quello nazionale. Lucia Borgonzoni al momento, però, nei sondaggi resta qualche punto dietro l’attuale numero uno. L’esito del voto avrà certo incidenza anche sul futuro del governo nazionale.
La partita è aperta, di certo l’onda di sano e genuino entusiasmo generata dall’inatteso movimento delle Sardine ha ridestato l’orgoglio dei progressisti, che nelle piazze hanno ritrovato i capisaldi valoriali che ne hanno storicamente tratteggiato il cammino. E’ questo un elemento potenzialmente decisivo ai fini del risultato, poiché la riscoperta ‘appartenenza’ potrebbe indurre a tornare a votare una significativa parte dei molti delusi della sinistra, che negli ultimi tempi hanno invece disertato le urne, contribuendo a elevare la quota dei non votanti, salita sino allo spaventoso 62 percento dell’ultima tornata alle Regionali del 2014.
Ma il clima, oggi, appare assai diverso rispetto a quello di cinque anni fa. E anche quella commistione di mestizia e paura che si respirava e si disegnava sui volti del popolo della sinistra e ancor si percepiva appena due mesi fa, oggi ha lasciato spazio ai sorrisi di una solida speranza.

Le piazze, le sardine, il populismo… e Salvini vince ancora

Il manifesto delle sardine, che non ha nulla a che vedere con il Manifesto del 1848, recita “Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita” e poi “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”. Il loro leader si chiama Mattia Santori e in una delle tante interviste che ha concesso, diceva che le sardine vogliono parlare di cose pratiche, della vita reale. Tutte cose per le quali loro hanno già ricevuto attestati di merito.
L’attacco ai populisti che campeggia nel manifesto ittico svela già l’origine e la fine del mistero sulla provenienza e sulle intenzioni di questo “nuovo” movimento sorto proprio nel momento giusto. Elezioni regionali, riforma del Mes, governo in bilico sulla legge di bilancio, pignorabilità più facile dei conti correnti, Germania (con Finlandia e Olanda) all’attacco sul fronte banche e misure espansive. Insomma ci voleva una boccata d’ossigeno ed ecco che le piazze si riempiono. Ma non perché da solo il nuovo Mes rischia di trasformare l’Italia nella Grecia di qualche anno fa, piuttosto e semplicemente perché Salvini sta disturbando la “normalità” delle nostre giornate.
Il problema sono i populisti dunque, anche se loro si sentono popolo, forse. “Cari populisti”, cari voi che vi ispirate a quel movimento che idealizzava il popolo come portatore di valori positivi in contrasto con le élite. A quel movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra il 19° e 20° secolo, che si proponeva di raggiungere […] un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente dei contadini e dei servi della gleba, insomma proprio per voi… “la festa è finita” (cit. Enciclopedia Treccani).
Ed è finita allora anche per il povero Chomsky, anche lui ovviamente un sovversivo della destra estrema, che dava la sua “faziosa” definizione di populismo quando diceva che questa parolaccia “significa appellarsi alla popolazione” e spiegava che “chi detiene il potere vuole invece che la popolazione venga tenuta lontana dalla gestione degli affari pubblici”. Vuole insomma che si occupi di mantenere la sua vita “normale”.
Casualmente occuparsi della cosa pubblica una volta significava anche “democrazia” e la democrazia si nutre anche di politica e in politica di solito si riempiono le piazze per protestare contro il governo o per proporre un’alternativa, magari proprio un manifesto che proponga soluzioni diverse rispetto a iniziative governative. Non tanto per rivendicare il proprio diritto alla normalità, cioè svegliarsi, andare a lavorare, tornare a casa, dormire e ricominciare modello George Orwell formato millennial ed oltre.
Rivendicare il proprio diritto alla tranquillità e alla normalità va bene ma non è un progetto politico degno di attenzione, da portare in piazza. A me personalmente piace vedere giovani impegnati in qualcosa che non sia video giochi on line o a seguire gli “amici di Maria”. Ma pretendere la normalità in tempi dove non c’è nulla di normale, dove si attenta al futuro delle persone, richiede qualcosa in più. Magari un Manifesto anche scopiazzato da quello del 1848, potrebbe funzionare meglio. Ma forse risulterebbe troppo populista “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”, figuriamoci. Roba vecchia come il Cynar e il mito del Che Guevara.
L’esercizio della democrazia richiede impegno e va al di là della capacità di riempire una piazza, bisogna anche far capire per cosa lo si fa in maniera chiara e spiegare se si sta scendendo in piazza per i diritti del popolo oppure per i bisogni della casta, che sono sempre gli stessi dai tempi di Marx, ovvero che la massa non si occupi di cose serie come oggi sono le questioni economiche. Non si occupi, ad esempio, della riforma del Mes che attenta ai principi di giustizia sociale, ai diritti acquisiti in anni di lotte sindacali e di quel popolo che voleva contare qualcosa.
La parola populista è diventata sinonimo di demagogia, si è accuratamente storpiata per oscurarne la radice popolare e antisistema. E con le piazze oggi vogliamo far vincere il sistema? Dargli ragione quando pretende che non dobbiamo occuparci del nostro futuro e ritornare alla nostra normalità? Oggi più che mai sta passando il concetto che sia inutile occuparsi di questioni più grandi di noi, che all’Unione bancaria devono pensarci gli esperti come hanno fatto fino a quando poi abbiamo scoperto che esisteva un caso Carife. Quante volte sono scesi in piazza i giovani per le banche fatte fallire da un sistema di potere che vuole addossare le responsabilità di ogni cosa al popolo in stile bail in?
Dobbiamo convincerci che gli interessi popolari, populisti, non siano di nostra competenza e per farlo dobbiamo confonderli con la demagogia. Dobbiamo convincerci che ci sono questioni talmente utopiche, oltre la possibilità di realizzazione, impossibili, come una volta era impossibile immaginare il voto alle donne e quindi cullarci nella nostra normalità, fare volontariato, parlare di accoglienza qui e ora, non preoccuparci del perché le cose succedono. Dobbiamo far diventare contemporaneamente affari seri e imprescindibili questioni come la paura del passato che non potrà mai più tornare, confortati in questo dalle statistiche appena sfornate. Tranne nelle piazze delle sardine e nelle trasmissioni di Lucia Annunziata, ovviamente.
E poi “Occuparsi di cose pratiche”. Il motivo del successo di Salvini sta proprio nel fatto che parla alla pancia della gente, gli parla della quotidianità, delle aziende che chiudono per mancanza di credito, dell’incapacità dimostrata dai vari governi sull’accoglienza, dei tetti delle scuole che cadono, delle difficoltà delle forze dell’ordine nel fare il loro lavoro, della svalutazione del lavoro causata dal sistema della moneta unica, delle ingerenze della Commissione europea, dell’impossibilità di proporre politiche economiche a causa di vincoli europei ritenuti oramai da tutti gli economisti obsoleti e troppo rigidi. E a dirlo sono addirittura Mario Draghi e Christine Lagarde, che scomoda persino San Tommaso per convincere i tedeschi che sono necessarie politiche fiscali espansive.
Ed è su questo che andrebbe contestato Salvini e la sua Lega a cui “l’Emilia non si lega”, sulle cose pratiche e sugli argomenti politici, sulle soluzioni che propone dicendo perché e come invece sarebbe meglio procedere, ma andava fatto quando era al governo. Ora al governo vuole tornare ed occupa le piazze in un gioco che si chiama democrazia e che vede chi è all’opposizione protestare contro il governo. Contro l’opposizione si protesta non andando alle loro manifestazioni. Che senso ha e quanto è democratico fare opposizione all’opposizione? Se ci si sente sulla stessa linea dei partiti che sono al governo li si sostenga, si aiuti il governo ad illustrare quanto bene stanno facendo nell’attuare le loro politiche economiche e sociali. Ve ne saremmo grati, a dir poco.

L’odio

Restiamo umani. Il primo pensiero è questo. L’abbiamo ripetuto mille volte, spesso guardando i migranti che in mare cercano salvezza. Non vale solo per loro, ovviamente… è un atteggiamento che si dovrebbe mantenere sempre. Appare incomprensibile, quindi, il comportamento del professor Giangi Franz, docente dell’Università di Ferrara, travolto dalle polemiche per avere manifestato, attraverso i suoi profili Twitter e Facebook, totale indifferenza e nessuna comprensione del dramma che ha sconvolto Venezia e per i toni sprezzanti usati nei confronti della popolazione:

“Sarò duro. Nessuna compassione per Venezia o per i veneti. Il Veneto è la regione con la più alta evasione fiscale. In Veneto la Lega governa da trent’anni rubando o permettendo la corruzione mostruosa praticata da Galan e da Forza Italia. Proprio nessunissima solidarietà. Anche perché vogliono l’autonomia. Vero? E allora che se la cavino da soli”. (Giangi Franz)

I fatti sono noti: c’è una città – Venezia – flagellata da un’alta marea di proporzioni spaventose. Le cause – locali e globali – sono risapute. Noti sono pure i ritardi nel completamento del Mose, l’opera progettata 30 anni fa per il contenimento delle mareggiate, e acclarati sono gli scandali che hanno accompagnato progettazione e realizzazione dell’opera. Di sfondo si sono poi aggiunti l’allarme sul clima e gli effetti prodotti dall’aumento delle temperature…
Ma questo è il momento dell’emergenza e del sostegno.

“Non si guardò neppure intorno, ma versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete, ho fame…”
(Fabrizio De André, Il pescatore)

C’è poi una popolazione piegata, ma non doma, che resiste e fa quel che è possibile per fronteggiare l’emergenza. E c’è lo sgomento del mondo che riconosce in Venezia uno dei sommi simboli della bellezza.
Ed ecco che, in questa temperie, sui social s’affaccia il leone da tastiera di turno, che sbotta: “Ben gli sta”. A Unife Franz insegna ‘Politiche urbane e territoriali’ ed ‘Economia urbana e territoriale’. Un professore universitario dovrebbe essere d’esempio. E,  l’uomo di cultura, della bellezza dovrebbe essere ossequioso. Invece, eccola qua l’empatia: “Nessuna compassione, nessunissima solidarietà”, bercia il prof: e si rivolge a tutti, indistintamente…

Certo, lo ribadiamo: ci sono ragioni e responsabilità che andranno affrontate, ma non è questo il momento. Ora è il tempo del ‘fare’, dell’abbraccio solidale, del conforto. Per ragionare di cause, di soluzioni, di comportamenti virtuosi e pelosi, di chi subisce e di chi fa il furbo c’è tempo. Non ora, però, non ora!

Lo ribadisco: lamentiamo in tanti la disumanità di chi abbandona alla propria sorte i migranti del mare, soli con la loro disperazione. Eppure – lo sappiamo bene – non mancano responsabilità, speculazioni, interessi luridi anche in questi casi… Ma nel momento del dramma, quando in gioco ci sono le vite di donne, uomini e bambini conta quello e solo quello. Chi sprofonda va aiutato, senza se e senza ma: non gli si chiedono prima i documenti o la cartella delle tasse. A Lampedusa come a Venezia.

E questa evidenza dovrebbe valere per tutti, anche per coloro – amici o parenti – che hanno vincoli di affetto per chi si lascia trascinare nel gorgo dell’odio. Il giustificazionismo non è una buona medicina. Richiamare gli odiatori a un senso di umanità è dovere anche (e forse prima di tutto) di chi gli sta accanto…

Ora il profilo Facebook di Giangi Franz è oscurato (non quello Twitter, però). Lo ha deciso lui stesso, salutando il popolo del web con un post titolato ‘Mille scuse a tutti’, in cui scrive: “Basta, troppa pressione. Chiedo scusa a tutti per lo sconsiderato post su Venezia, i Veneti, il Mose, la Lega. Non pensavo che si potesse scatenare una reazione di questo tipo. Mille scuse a tutti. Se tornerò su facebook sarà tra un bel po’”.
Ma poco prima ne aveva scritto un altro, riportato dal quotidiano online Estense.com, che ora non appare più sulla bacheca del docente, nel quale, in tipico stile ‘salviniano’, Franz scrive: “Vi voglio bene a tutti”. E aggiunge: “Poi faccio un versamento di due euro a favore di Venezia”, un’affermazione che ha tutto il sapore della presa per i fondelli, senza neppure l’ombra d’un minimo di resipiscenza…

NOTA A MARGINE
Quando i governanti scappano

Il giornalista domanda, il politico fugge… Il servizio di La7, andato in onda giovedì sera nel corso del programma “Piazzapulita” condotto da Corrado Formigli, ripropone non pochi interrogativi in ordine alle responsabilità degli amministratori e in particolare al dovere di rispondere e rendere conto ai cittadini del loro operato: la stampa, nelle sue varie articolazioni, è lo strumento attraverso il quale gli amministrati possono interrogare i governanti. E’ il cosiddetto ‘quarto potere’, fondamentale strumento di controllo a garanzia del corretto e democratico funzionamento del sistema. Sicuramente gli esponenti ferraresi della Lega interpellati – in riferimento a una serie di loro comportamenti anomali – hanno mostrato di non reggere correttamente il confronto, eludendo le domande e rispondendo attraverso slogan…

Alcune osservazioni di carattere generale, in merito a quanto si è visto e ascoltato, ma anche a ciò che è stato sottaciuto, vanno fatte.

  • “Il territorio nella Lega”
    A circa metà servizio, Ilaria Morghen, candidata a sindaco con il Movimento 5 Stelle, dice testualmente: “non è che la lega è nel territorio, ma il territorio è nella Lega”. Questo forse è il dato oggettivamente più evidente di una sinistra che ha lasciato il passo, e i luoghi, proprio al carroccio, finendo per perdere il contatto con ampi spazi della società. Proprio questo ha fatto sì che la Lega trionfasse a Ferrara, ma non solo. Guardando ad una prospettiva regionale, in vista proprio delle elezioni, fa una certa impressione notare come, per la prima volta nella consulta provinciale degli studenti di Modena, abbia vinto un candidato presidente sostenuto dal centrodestra. Forse è realmente giunto il momento di capire che le cose sono cambiate, ma da marzo 2018 ad oggi nessuna seria discussione è stata fatta dal Pd in merito.
  • “Ascoltare, ascoltare, ascoltare”
    Nicola ‘Naomo’ Lodi, presentato come “l’artefice della vittoria della Lega in città”, non ha bisogno di grandi presentazioni. Personaggio istrionico, rappresenta in tutto e per tutto il prototipo del leghista: metodi rudi, pochi peli sulla lingua e un’immagine che lo rappresenta come ‘l’uomo d’azione’. Da quando la sua candidatura è stata ufficializzata abbiamo imparato a conoscere tutti i lati della sua figura, anche quelli che non erano immediatamente emersi, come il suo passato giudiziario a tinte fosche (per approfondire cliccare qui). Tralasciando il fatto che oramai in Italia sembra quasi un medaglia all’onore fare politica con qualche precedente penale, eppena si tocca, però, la chiusura “a riccio” è immediata, accusando chi lo fa, come in questo caso, di occuparsi di gossip ed essere un “candidato del Pd”. In tutto ciò è rappresentato il campo dove la Lega perde: il confronto. Io stesso ho avuto modo di intervistare Naomo e nella lunga chiacchierata (la trovate qui) ho fatto in modo che fosse lui a parlare, con poche domande, così da poter ottenere un discorso che fosse il più ampio possibile. Così facendo ho potuto avere quella che reputo forse l’unica intervista di una certa lunghezza e profondità fatta all’attuale vicesindaco. Ma nonostante ciò l’intervista probabilmente non piacque molto ai vertici del partito visto che, stranamente, la macchina mediatica della Lega non ha assolutamente preso in considerazione quell’intervista. Problemi con ciò che aveva detto o semplice casualità? Sta di fatto che il porsi in maniera violenta con risposte evasive non è nuovo ai membri del partito di Salvini, come fa anche lui stesso. Questa è la problematica maggiore di questo partito: la poca chiarezza. Che si parli di fondi russi, dei rapporti con l’estrema destra, dei soldi rubati o dell’ipocrisia nel voler dare la cittadinanza alla senatrice Segre, la parola d’ordine è “fare uno slogan e/o scansarsi dalle domande”. Fino ad ora, stando ai dati elettorali, almeno a livello comunicativo questo ha funzionato.
  • “Cartoline da Ferrara”
    In un post su Facebook, Aldo Modonesi, assessore alla sicurezza dell’era Tagliani e candidato sindaco alle ultime elezioni, sarcasticamente commenta così il video mandato in onda da Piazzapulita. Molti esponenti del Pd, sia cittadino sia extra, hanno mostrato non poco sdegno nella maniera di comportarsi soprattutto da parte di Lodi. Peccato che non abbiano fatto la stessa cosa quando, l’11 agosto 2017, il giornale Fanpage pubblicava un servizio proprio su Ferrara (lo trovate qui). All’interno del breve reportage, si mostravano i luoghi dove, secondo un pentito della camorra, sarebbero stati sotterrati rifiuti tossici. Terreni sui quali oggi, senza bonifiche, si coltivano cereali. Nel servizio veniva intervistato il sindaco Tagliani, visibilmente nervoso, che dopo aver “invitato” ad andare in altri luoghi a sporgere denuncia, si rinchiude nel proprio ufficio. Anche in quel caso, proprio come ha fatto Lodi con il giornalista di La7, un rappresentante del governo cittadino ha preferito scappare invece di intavolare un discorso e far capire le cose come stanno ai propri cittadini, temendo un confronto con chi potrebbe fare domande scomode. Appare strano, quindi, che i tanti del Pd che si sbracciano ora, non lo abbiano fatto anche in quel momento. Eppure si parlava della salute dei cittadini di questa città.
    Ora come allora, la “cartolina” mandata da Ferrara all’Italia intera non è stata delle migliori.

OSSERVATORIO POLITICO
La lega non è un monolite, vanno fatti dei distinguo

Finalmente due buone notizie. Il sindaco della città, Alan Fabbri, porterà in Consiglio comunale la proposta di conferire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre e il ministro Dario Franceschini ha ufficializzato il ripristino del finanziamento per il completamento del Meis: “Lo dobbiamo a Liliana Segre, a lei personalmente e a quello che rappresenta. La conoscenza è il migliore antidoto contro odio e intolleranza”.

Scriveva Antonio Gramsci che in democrazia “l’assedio è reciproco”. Teniamolo presente quando ci prende lo sconforto a fronte di notizie quotidiane gravi e inquietanti. In questi mesi la destra estrema, che fa capo alla Lega e a Fratelli d’Italia, si è scatenata nel promuovere campagne di odio e assumere decisioni vergognose. La non approvazione della ‘Commissione Segre’, sindaci della destra che considerano i viaggi della memoria ad Auschwitz ‘iniziative di parte’, la presenza di Casa Pound e Forza Nuova alle manifestazioni della Lega, sono solo alcuni dei fatti gravi tra tanti altri che potremmo ricordare. Ebbene, la reazione di una parte larga dell’opinione pubblica li ha costretti a compiere qualche gesto riparatore.
A chi, a sinistra, vorrebbe archiviare tutto sotto il titolo ‘ipocrisia’ e chiudersi in un rifiuto (a prescindere) di qualunque cosa succeda a destra propongo alcune riflessioni. In politica contano gli atti pubblici, non il processo alle intenzioni. Per esempio, conferire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre è un gesto importante e di indiscutibile significato simbolico all’insegna dei valori della libertà, democrazia, tolleranza, contro ogni posizione razzista e filo nazi-fascista. Perché non riconoscere il segno positivo, nell’atto che solennemente verrà compiuto oggi in Consiglio Comunale, delle manifestazioni di queste settimane, della campagna quasi unanime sulla stampa e in tv, delle prese di posizione nella rete, della coscienza diffusa tra i giovani dei valori rappresentati dalla senatrice Segre? Tutta la città deve essere orgogliosa di avere Liliana Segre tra i suoi cittadini onorari!
Aggiungo un’altra valutazione storico-politica. Perché rifiutarsi di prendere atto che la Lega non è compatta e unita su posizioni estreme e pericolose? Perché negare che sia attraversata da divisioni su principi e temi fondamentali per la convivenza civile e democratica?

Vengo da una tradizione politica che negli anni bui della dittatura fascista distingueva tra il filosofo Gentile e lo squadrista Farinacci. Perché non dovrei praticare la stessa arte della distinzione giudicando la Lega? Senza sottovalutare l’effetto deprimente che produce un atteggiamento di non considerazione dei risultati che la mobilitazione dell’opinione pubblica può determinare. La democrazia funziona così, mediante una dialettica quotidiana che condiziona tutti i protagonisti della vita pubblica e che di volta in volta determina spostamenti in direzioni diverse a seconda della capacità culturale messa in campo dai diversi attori politici. Chi si aspetta vittorie clamorose e definitive non ha capito il carattere ‘grigio’ di un sistema che vive all’insegna di mediazioni, compromessi e non aut-aut da ultima spiaggia.

Vorrei concludere queste note ricordando l’insegnamento di un grande filosofo e maestro di democrazia morto in questi giorni: Remo Bodei. Anche nel suo ultimo importante libro (“Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, Intelligenza Artificiale”, Il Mulino) invitava, dinanzi a problemi in continua evoluzione e a eventi circonfusi da uno spesso alone di incertezza, a non perdersi in profezie di sventura o a coltivare superficiali ottimismi, ma impegnarsi a studiare per capire e ad organizzarsi per agire.
Remo Bodei amava ripetere un detto di J. M. Keynes: “L’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre”. Viviamo tempi difficili, ma anche affascinanti. C’è l’urgenza di rimodellare dalle fondamenta il nostro apparato concettuale e di abbandonare idee ‘tampone’ o anacronistiche che producono solo indecisione e immobilismo. A volte più che abbracciare idee nuove, si fa fatica a liberarsi di quelle vecchie. Insieme ad opere fondamentali Remo Bodei è stato un intellettuale per molti aspetti originale in questo tempo di stucchevoli narcisismi e diffuse sciatterie. Rigore nella ricerca storico-filosofica, instancabile divulgazione apprezzata per chiarezza e qualità, presenza costante nella discussione pubblica concepita come luogo di verifica e di controllo della stessa riflessione filosofica. Siamo grati a queste testimonianze di serietà intellettuale e impegno civile che ci sostengono nella determinazione a ‘non mollare’.

metodo naomo post fb

Nuovi modelli per affrontare il presente

Essere per la prima volta dopo le elezioni comunali a Ferrara evoca uno strano sentimento. A prima vista non è cambiato niente. Dopo la vittoria della ‘Lega’ pensavo di vedere in ogni vicolo della città un poliziotto rabbioso. Temevo di vedere dappertutto la bandiera del partito vincente e di un poster del nuovo sindaco, fisiognomicamente un mini ‘Che’ di provincia.
Nonostante la campagna elettorale della ‘Lega’ contro gli extra comunitari, i mussulmani e i cristiani della ‘Chiesa di Papa Bergoglio’, negli aspetti pubblici evidenti la città non è cambiato molto. Insomma, la Ferrara in questi giorni sembra, come sempre, una città civile, calma, bella, talvolta anche un po’ noiosa e lontana dai grandi cambiamenti del mondo che palpita oltre le mura cittadine.
Ma sotto la superficie tranquilla si può registrare un forte e crescente cambiamento della società ferrarese. Per l’attuale governo comunale di Destra esiste ovviamente solo una parola d’ordine: “Sicurezza, Sicurezza, Sicurezza” un mantra ripetuto con insistenza, ventiquattro ore al giorno, tutti i giorni in tutta la città. Certo, proteggere la sicurezza dei cittadini deve essere un obbligo di ogni comune sia esso di Destra che di Sinistra. Ma siamo seri, Ferrara non è stato durante gli ultimi ‘decenni rossi’ una Chicago degli anni di Al Capone o il Guatemala-City d’oggi. Non è certo da negare l’esistenza dei tanti malviventi in città, inclusi clan di narcotrafficanti di varia provenienza. Ma senza una clientela composta in parte anche da consumatori d’origine italiana ‘doc’ anche il mercato della droga non potrebbe esistere.
Chi crede davvero che si possano combattere questi fenomeni incivili e criminali con la rimozione delle panchine?

Crediamo davvero che si possa salvare l’“identità cristiana” di Ferrara, d’Italia o d’Europa attraverso l’affissione di tanti nuovi crocifissi negli spazi pubblici e soprattutto nelle scuole? Anche per me, come cattolico, il crocifisso ha non poca rilevanza ma, come cittadino (di Monaco e per un senso di intima appartenenza anche di Ferrara), difendo prima di tutto la laicità dei paesi europei. Sono, come ha detto una volta lo storico antifascista Arturo Carl Jemolo, “cattolico di fede, ma soprattutto laico di stato”. Anche perché so benissimo come soffrono (talvolta anche con torture) donne ed uomini in Paesi governati o oppressi da politici o predicatori islamici (senza per altro dimenticare, i fondamentalisti cristiani).
Noi tutti, sia i residenti di Ferrara, sia i turisti della città, sia i migranti e i profughi viviamo oggi in un epoca di grande cambiamento globale. Sono tempi, come ha scritto una volta lo scrittore argentino Ernest Sabatò, “nei quali la nostra immagine del mondo vacilla ed anche il sentimento di essere protetti dalla tradizione e dalla fiducia che ne deriva, viene meno“. Non è davvero una annotazione rassicurante, ma certo è realistica. Trovare terreni per un confronto civile e democratico sarà arduo, data la distanza di posizioni. Ma sicuramente non si può migliorare la situazione alimentando l’odio con la propaganda, con atti simbolici (e talora non solo), come ora anche il Comune – di Destra – tende a fare; ma non si può neppure (come si fa nel mondo della Sinistra) negare la sensazione diffusa di insicurezza di gran parte della gente di fronte ai disallineamenti culturali in corso.
Viviamo attualmente – come scrive l’intellettuale tedesca Cornelia Koppetsch in un libro di grande successo in Germania (“La società dell’ira”) – in tutto il mondo un processo di cambiamento epocale e profondo, per il quale non abbiamo né nomi per descriverlo né strategia adatte per affrontarlo“. Una riflessione che può portare alla rassegnazione oppure spingere a riflettere e coerentemente agire: io, personalmente preferisco la seconda opzione.

Cristofori a Baratelli: “L’autoreferenzialità del Pd? Aspettiamo contributi da tutti…”

Da: Tommaso Cristofori

Al grido di “non avete più alibi dopo l’uscita di Renzi”, ci si domanda perché il Pd non è ancora cambiato (come se bastasse pigiare un tasto o fare un tweet). Perché il Pd non continua a flagellarsi per gli errori commessi? Perché non si rende conto che la sconfitta alle amministrative non è solo una questione nazionale? Perché ancora non ha sostituito i sui dirigenti e quindi i Segretati? Perché non coinvolge l’associazionismo di sinistra??
Ringrazio F.Baratelli per le sollecitazioni alle quali vorrei replicare da semplice iscritto di un Circolo. Noi siamo ancora un Partito, probabilmente oggi l’unico che possa definirsi tale, con le sue regole, i suoi statuti e strutture, che a volte possono sembrare ingombranti, ma che sono garanzia per gli iscritti, in quanto strumenti di correttezza nella selezione della classe dirigente. Anche queste regole andrebbero rinnovate, tuttavia con tutti i nostri difetti, tentiamo nel confronto, di maturare delle decisioni condivise in modo democratico, cosa tutt’altro che semplice o veloce.
Abbiamo eletto da pochi mesi con le primarie un Segretario nazionale che non è il capo politico o ancor meno il padrone delle decisioni, come peraltro si è visto in questi mesi.
Dopo il disastroso risultato elettorale e le conseguenti dimissioni di molti Segretari locali, abbiamo indetto il congresso del partito in tutti i Circoli della Provincia che proprio in questi giorni è in corso. Verranno eletti dagli iscritti nuovi Segretari in molti circoli, oltre al Segretario Provinciale e Comunale, rinnovati gli organismi assembleari e direzionali del partito. I confronti, lo ricordo, sono aperti alla partecipazione di chiunque voglia intervenire per dare il proprio contributo parere o solo ascoltare, capisco che può non essere sufficiente aprire le porte, ma dire che non lo facciamo non è esattamente vero.
Negli incontri che abbiamo avuto negli ultimi mesi, la vorrei rassicurare, abbiamo analizzato i nostri errori e siamo consapevoli che anche a livello locale abbiamo avuto importanti responsabilità, non tanto su come si è amministrato ma piuttosto su come il Pd non ha funzionato e non ha saputo svolgere negli ultimi anni il suo ruolo fra i cittadini, concretizzare la propria vocazione popolare. Questo nuovo momento congressuale ci auguriamo possa essere una ulteriore occasione di riflessione e speriamo un punto di partenza per una proposta nuova.
Ci domanda ancora come “può rappresentare il futuro del Pd dentro il Consiglio comunale il candidato sconfitto alle elezioni?”. Oggi, come prevede la legge, chi si candida e perde, in consiglio comunale fa l’opposizione. Inoltre, mi creda, alle scorse elezioni non è il nostro candidato che è stato sconfitto ma lo siamo tutti noi, ha perso tutto il mondo riformista e di sinistra, il mondo della cultura, il mondo dei diritti, quello del volontariato e della solidarietà. I ferraresi hanno scelto una destra che sicuramente non rappresenta questi mondi. Sarebbe troppo lungo, complicato ed inutile, ripercorrere ora come si è arrivati alle elezioni, una cosa è comunque certa: il centro sinistra non ha saputo costruire per tempo, un progetto in grado di sovvertire i sovranisti nostrani, quelli del metodo dei calci in culo.
In merito all’invito di “aprire in modo permanente alle idee e alle persone che compongono l’arcipelago plurale dell’associazionismo di area di sinistra”, lo condivido ma non mi pare una novità. Molti militanti, amici e simpatizzanti, che provengono da questi ambiti, sono stati fino a ieri la linfa vitale e gli ispiratori delle politiche promosse dall’amministrazione di centro sinistra in questi anni, hanno rappresentato il motore più originale per la crescita della città. Molti di loro sono stati parte attiva, spesso con ruoli di responsabilità dentro gli organismi del Pd. Si è operato spesso in simbiosi e lo dimostra anche la spietata e sleale campagna denigratoria dei nostri avversari che bollavano come “gli amici degli amici”, lasciando intendere agli elettori una sorta di connivenza, di interesse con l’associazionismo anziché una condivisione di obiettivi. Constato poi, con non poca amarezza, che alcune di queste associazioni non hanno tardato molto dopo le elezioni ad accomodarsi a fianco o sostenere di chi oggi governa, senza formalizzarsi troppo sugli ideali che Lega e compagni rappresentano.
Noi, come lei spesso ci ricorda, pecchiamo di autoreferenzialità e siamo pieni di tanti altri difetti, ma ho come l’impressione che non siamo gli unici a ritenerci detentori della verità; certamente è necessario un bagno di umiltà e riaprire un dialogo con chi si è sentito lasciato solo o tradito anche se non è sempre facile capire come e con una stampa in alcuni casi apertamente schierata con la Lega.
Siamo uno strano paese dove si preferisce parlare una giornata intera del ripieno dei tortellini perché ce l’ha ordinato Salvini da un palco, poi si rimane più o meno indifferenti se tre consiglieri comunali girano per le nostre scuole mandati dal sindaco ad attaccare crocifissi, o per esempio si finge di non capire quello che si sta prospettando proprio per il settore della cultura della nostra città.
Mi pare comunque uno strano modo di soccorrere un ferito, quello di rimanere sul ciglio a guardare, o magari tirandogli qualche calcio perché non si decide ad andare in ospedale a curarsi.
I nostri Circoli oggi e domani sono aperti per i congressi e aspettiamo contributi da tutti.

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