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25 APRILE A METÀ:
radici del razzismo e scheletri negli armadi
(prima parte)

Oltre confine, in Africa, in Etiopia, la data italiana del 25 Aprile 1945 e la celebrazione della giornata di Festa Nazionale per la democrazia, la libertà e l’indipendenza contro il fascismo, la dittatura e la guerra, ha un sinonimo nel 5 Maggio 1941 e un contrario nel 19 Febbraio 1937.
Ciò che emerge dalla corrispondenza tra le giornate di
Festa per la Liberazione Nazionale – sia della Repubblica Italiana che della Repubblica Federale Democratica d’Etiopia e dalla discordante Giornata di Lutto Nazionale in memoria delle vittime dei massacri compiuti dal colonialismo italiano -, è che i cittadini della Repubblica Italiana e della città di Ferrara non hanno ancora fatto i conti con il proprio passato coloniale.
La nascita, l’affermazione, la sconfitta e le conseguenze politico-sociali imposte dal regime dittatoriale fascista continuano ad essere giustamente ricordate ma solo a metà con il risultato che le dominazioni in Libia, Etiopia, Eritrea e Somalia non sono mai entrate nel dibattito pubblico nazionale e il popolo italiano è rimasto l’unico a non fare i conti con il proprio passato coloniale, razzista e militarista.
Sarebbe come dire che il colonialismo e il razzismo italiano non si sono mai seduti sul lettino dello psicanalista autoconsiderandosi malati immaginari o tuttalpiù alunni indisciplinati volutamente assenti da ogni lezione di storia.
Un’accettazione più ampia nella nostra coscienza di un passato scomodo da digerire come invasori, colonizzatori e imperialisti, oltre che di fascisti, forse ci darebbe la volontà di guardare al presente e al futuro del nostro paese con occhi diversi e ci consentirebbe di comprendere che l’oppressione è un meccanismo perverso, biunivoco e onnivoro che non finisce quando la vittima se la scuote di dosso, ma quando la ripudia anche il carnefice.

I cittadini della Repubblica Italiana e di Ferrara non hanno mai fatto i conti con il proprio passato coloniale e non intendono farlo nemmeno ora che il resto dell’Occidente lo sta facendo per capire l’origine dei fatti che hanno scatenato le proteste del movimento Black Lives Matter, nemmeno ora che il Mare Mediterraneo si è trasformato in un mare di morte per migliaia di profughi civili e neanche adesso che Ferrara rischia di tornare ad essere una città-ghetto intollerante e razzista.
Tutti sembriamo esserci dimenticati che per 75 anni, dal 1885 al 1960, il nostro Paese ha dominato militarmente gli abitanti di quattro Stati africani: Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia oltre che Albania, Dodecaneso, Seseno e Anatolia.
Quella stagione, iniziata 115 anni, fa non è mai entrata davvero nella nostra conoscenza e nella nostra coscienza.
Il 23 ottobre 2006 un piccolo gruppo di deputati ha presentato alla camera una proposta di legge, non approvata, per istituire un “Giorno della memoria in ricordo delle vittime africane durante l’occupazione coloniale italiana”, in riferimento alle oltre 500mila vittime della dominazione.

Nel luglio del 2019 il Sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale del Movimento Cinque Stelle, Manlio Di Stefano, ha scritto su Facebook che “non abbiamo scheletri nell’armadio, non abbiamo una tradizione coloniale, non abbiamo sganciato bombe su nessuno e non abbiamo messo il cappio al collo di nessuna economia”. Forse nega che l’Italia sia stato un Paese coloniale perché non ha subìto un processo di Norimberga, nonostante sia stata accusata dall’ONU di aver commesso crimini di guerra su popolazioni civili.
Forse perché non ha letto le opere di Jean Paul Sarte o di Frantz Fanon. Forse perché il suo movimento politico e gli altri partiti politici italiani non hanno mai avuto come oppositori e antagonisti un Nelson Mandela o un Ghandi o non sono stati in grado di comprendere la statura morale di un Haile Selassiè o la dignità di un Omar el Mukhtar.
O forse perché l’Italia ha invece avuto Indro Montanelli e Ferrara Nello e Folco Quilici.

Palermo, nella notte del 6 marzo via Indro Montanelli è stata trasformata in via Destà.  Un’azione dei gruppi Fare Ala, Crvena e H.

Indro Montanelli, volontario nella guerra di Etiopia, così si esprimeva nel 1936: ”Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà”.
Successivamente, Montanelli divenne antifascista prima che la seconda guerra mondiale finisse e ciò gli costò la prigione e il rischio di essere fucilato. Ma questo non gli impedì, quasi alla fine della sua lunga vita, quando era diventato un’icona del giornalismo italiano e persino un martire dell’anti-berlusconismo, prima di negare poi di ricredersi in merito all’impiego dei gas nella guerra d’Etiopia.
Non soltanto per un vezzo autobiografico (era stato comandante del 20°battaglione eritreo nel 1935), quanto probabilmente in nome di quel fondo razzista da cui molti intellettuali italiani non sono mai stati immuni.
Montanelli parlava di un esercito italiano mite e cavalleresco, perché lui, avendo partecipato alla guerra in Etiopia, “se lo ricordava così” e di fronte alle inconfutabilità delle prove sull’impiego di gas nervini, persecuzioni, rappresaglie, massacri di civili e religiosi, Montanelli se la cavava sostenendo che, al solito, gli ordini di Mussolini non erano rispettati, e che quindi in Etiopia, in merito a una forma di salvifica negligenza o di ammirevole insubordinazione, non ci fu nessun sterminio.

Folco Quilici, nel sostenere pubblicamente il buonismo dei colonizzatori fascisti, non contava solo su di un vezzo ma anche su di una discendenza autobiografica, essendo figlio di Nello Quilici, giornalista e direttore del quotidiano ferrarese Corriere Padano che, poco prima di rimanere anche lui vittima dell’abbattimento dell’aereo pilotato da Italo Balbo in qualità di Governatore Generale della Libia sui cieli della Cirenaica nei pressi di Tobruk, nel suo saggio La difesa della razza, uscito nel settembre 1938 su Nuova Antologia, manifestò il suo sostegno alle leggi razziali.

Il primo a chiarire perfettamente come l’Italia non abbia mai fatto i conti fino in fondo con il colonialismo e il razzismo della sua storia recente è stato Angelo del Boca, cioè colui che in maniera sistematica ha condotto un’indagine storica dalla quale sono emersi i due poli entro cui circoscrivere un’analisi esaustiva: da un lato la mancata assunzione di responsabilità e non ammissione di colpevolezza; dall’altro l’affermazione di un concetto di razzismo innocuo mosso da esotismo esteriore.
Marie-France Courriol, in Più turista che fascista. Mémoire coloniale et figure du soldat dans le cinéma italien contemporain, (Martine Bovo Romoeuf/ Franco Manai), sostiene che la persistenza e il radicamento, a tutti i livelli della società italiana, del mito degli italiani brava gente, colonizzatori sì, ma non cattivi, vittime loro stessi più che aguzzini e carnefici, trova una patente dimostrazione in due film di successo, che a distanza di anni sono stati comunque tra i pochi – oltre a Tempo di Uccidere di Giuliano Montaldo (1989) tratto dall’omonimo romanzo di Ennio Flaiano (premio Strega nel 1947) – ad affrontare il tema del passato coloniale italiano: Mediterraneo, (1992) di Gabriele Salvatores e Le rose del deserto (2006) di Mario Monicelli.

In realtà esiste un film che parla del colonialismo italiano, ma non è stato prodotto nel nostro Paese.
Si tratta de Il leone del deserto (1981) che racconta la storia di Omar al-Mukhtar il guerrigliero libico che guidò la resistenza anticoloniale contro gli italiani negli anni Venti ed è considerato in Libia, nel Magreb e in gran parte del mondo arabo, un partigiano e un eroe nazionale.
In Italia il cult-film libico/statunitense è stato censurato per decenni, grazie anche al giudizio di Giulio Andreotti. in quanto “lesivo dell’onore dell’esercito italiano”. Solo nel 2009 è stato trasmesso dall’emittente satellitare Sky in occasione della prima visita ufficiale del leader libico Muammar Gheddafi in Italia, che si presentò all’aeroporto di Ciampino accompagnato dall’anziano figlio di al Mukhtar con appuntata al petto la fotografia storica che ne ritraeva l’arresto pochi giorni prima di essere condannato a morte e impiccato.

Omar al Mukthar, “il Leone del Deserto” (foto su licenza commons wikimedia)

“La foto di Al Muktar è come la croce che alcuni di voi portano: il simbolo di una tragedia”: così Gheddafi rispose ai giornalisti che lo interpellavano in merito alla foto. Forse per questo qualcuno si è ricordato che tra il 1929 e il 1930 il Maresciallo Pietro Badoglio e il generale Rodolfo Graziani ebbero l’incarico da Benito Mussolini di ‘pacificare’ le due zone della colonia ancora non dominate: il Fezzan e la Cirenaica.
Tradotto: i due militari ebbero il via libera per sterminare brutalmente la resistenza armata libica spopolando intere regioni.
Come riporta Del Boca, per togliere sostegno alla ribellione anti italiana, centomila abitanti che abitavano nelle oasi dell’altopiano di Gebel el-Achdar furono deportati in massa dalla Cirenaica in tredici campi di concentramento allestiti nella zona sabbiosa e inospitale della Sirtica. In gran parte erano donne, anziani e bambini.
Le esecuzioni sommarie per chi si attardava lungo il tragitto forzato di mille chilometri, la mancanza di cibo e di acqua ne portò alla morte la metà e le vittime civili furono cinquantamila.

Questa non è stata la prima deportazione di massa attuata dal governo italiano in Libia. La prima avvenne nel 1912 quando migliaia di ribelli libici considerati pericolosi furono trasferiti in modo coatto in esilio in vari centri di detenzione nelle isole del nostro Paese: le Tremiti, Ustica, Ponza, Ventotene. Lì morirono in molti ammassati in luoghi malsani inadatti a ospitare grandi quantità di persone, un sovraffollamento simile ai centri di identificazione ed espulsione dei migranti di oggi.

Sulla realtà coloniale italiana esiste anche un film mai fatto, in seguito alla censura, denuncia, condanna e all’arresto dei suoi sceneggiatori. Nel febbraio 1953 il numero 04 della rivista Cinema Nuovo, diretta da Guido Aristarco, pubblicò una proposta di film del critico cinematografico Renzo Renzi sulla guerra in Grecia, alla quale prese parte.
Saccheggi, fucilazioni, ma soprattutto vita nei bordelli e conquiste di donne costrette a cedere per fame, ecco, per l’autore, la visione più vera di un conflitto assurdo, condotto con passaggi da operetta, nel quale alcuni soldati, mal guidati, diedero sfogo al tipico istinto maschile italiano: il gallismo, che portò ad indicare le nostre truppe come l’Armata s’agapò che in greco significa Armata ti amo.
Una sceneggiatura pacifista, autocritica, che aprì un dibattito intellettuale su come trasferire sugli schermi la guerra, fuori dalla retorica, ma che sette mesi dopo provocò arresti per vilipendio alle Forze Armate e la traduzione degli inquisiti al Carcere Militare della Fortezza di Peschiera, nell’ambito di un procedimento condotto nei confronti di due cittadini in borghese sulla base della lettura del codice militare del 1941.
Renzi, già sottotenente, e Aristarco, già sergente, entrambi in congedo non definitivo, appartenevano giuridicamente alle Forze Armate e pertanto potevano essere processati dalla giurisdizione militare per un reato previsto non solo dal codice penale ma anche da quello marziale. E nulla cambiava che l’Esercito vilipeso fosse quello di Mussolini e non quello della repubblica democratica perché, per la Procura Militare, la caduta del fascismo non aveva travolto la Patria, che “c’è ora e c’era allora, indipendentemente dalla forma di governo”.
Dopo un mese di detenzione, il processo durò dal 5 all’8 ottobre e la Corte inflisse a Renzi una pena di 7 mesi e 3 giorni di carcere e la rimozione dal grado, ad Aristarco di 6 mesi.
Trentanove anni dopo, nel 1992, Mediterraneo di Gabriele Salvatores, vinse il Premio Oscar quale miglior film straniero, ispirandosi alla sceneggiatura dell’Armata s’agapò di Renzo Renzi.

Da allora non sono pochi gli italiani che ricordano l’avventura della Campagna di Grecia, ma molti di meno sono quelli che hanno idea di cosa fecero gli italiani in Africa Orientale dopo la conquista del 1936 in termini di ‘emergenza erotica’, così definita dal momento che arrivarono decine di migliaia di uomini italiani, soli o liberi dalle spose o compagne rimaste in Italia, che occuparono stabilmente i bordelli locali, frequentando le prostitute indigene e rendendo il fenomeno di gravità tale da  essere considerati inappropriati per un regime che intendeva creare una società coloniale ‘razzialmente pura’.
Il tipo di unione mista più frequente era il cosiddetto madamato cioè la convivenza con una concubina africana in more uxorio. La separazione razziale auspicata dal regime era inoltre solo virtuale poiché la costruzione degli ipotetici quartieri per soli bianchi progettati dal piano regolatore fascista fu lentissima e soprattutto incapace di sostenere la crescente domanda. Non c’erano case per tutti e per questo moltissimi italiani, soprattutto i lavoratori, andarono a vivere nelle capanne pagando affitti agli indigeni e vivendo a stretto contatto.
Non a caso l’inno dei coloni italiani dell’epoca diventò Faccetta Nera, una canzone che rappresenta la sessualizzazione dell’impresa coloniale. “Allo sguardo europeo la donna colonizzata appariva come poco più che un animale e una donna dai costumi facili disponibile e sottomessa, molto diversa dalla donna europea”, spiega Emanuele Ertola in In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero (Laterza). E continua: “(…) ma a un certo punto, dopo il 1935 il regime iniziò a guardare con sospetto Faccetta Nera perché considerava inaccettabile l’aumento considerevole dei figli italo-africani che a lungo andare avrebbero alterato l’ordine sociale e razziale che richiedeva netta separazione e tra dominatori e dominati”.

Ecco quindi che il regime fece circolare una nuova versione della canzone, con la stessa metrica e musica, ma parole diverse. Il titolo era ‘Faccetta bianca’ e il testo leggermente modificato faceva: «Non voglio più cantar faccetta nera / non voglio più sentir bella abissina / perché la donna nostra è più carina / e piena d’ogni pregio e qualità». E proseguiva con versi quali: «Faccetta nera per carità! / solo la bianca è la regina di beltà».
La canzone fu pubblicata la prima volta su un opuscolo per operai italiani in partenza per l’Africa Orientale Italiana a cura della confederazione fascista dei lavoratori dell’industria, intitolato Orgoglio di popolo nel clima dell’Impero, in cui si catechizzavano gli operai sui danni degli ‘incroci umani’ sia a livello sociale che biologico, per poi arrivare al punto: “le donne bisogna lasciarle stare”. E come? “Innanzi tutto, soffocare gli istinti bruti […] ascoltando la voce gagliarda della propria anima italiana, lasciandone libero il senso di superiorità e di orgoglio che duemila anni di storia e i fatti recentissimi alimentano”.
L’opuscolo cercava di fare ipocritamente appello al rispetto della moralità e della dignità delle donne nere spaventando i bianchi con lo spauracchio delle malattie veneree.

Nel 1937, un anno prima delle leggi contro gli ebrei, il governo italiano promulgò le leggi contro gli uomini e le donne africane per evitare il madamismo e gli incontri promiscui nelle colonie. Scrive Emanuele Ertola: “Il regime cercò anche di importare in Etiopia delle prostitute bianche italiane, oppure convincendo in maniera più o meno spontanea, moltissime impiegate del Ministero delle Colonie ad andare a vivere a lavorare nelle colonie in modo che si popolassero di giovani italiane nubili”.

Milano, statua di Indro Montanelli

Negli ultimi tempi i media, quando hanno parlato di colonialismo, lo hanno fatto per riportare la notizia della statua di Indro Montanelli a Milano che viene regolarmente imbrattata, perché il giornalista raccontò più volte senza pudore di aver comprato come moglie una 12enne durante la campagna d’invasione fascista in Etiopia nel 1936 e di aver consumato con lei numerosi rapporti sessuali.
In un’intervista rilasciata a Enzo Biagi per la Rai nel 1982 Montanelli racconta: “Aveva dodici anni… a dodici anni quelle lì [le africane, ndr.] erano già donne. L’avevo comprata dal padre a Saganeiti assieme a un cavallo e a un fucile, tutto a 500 lire. Era un animaletto docile, io gli misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi assieme alle mogli degli altri ascari…arrivava anche questa mia moglie, con la cesta in testa, che mi portava la biancheria pulita”.

Una volta spente le polemiche, il colonialismo ritorna nel dimenticatoio e di quel periodo rimane solo qua e là qualche lontana eco nel nome dato alle nostre vie o alle nostre piazze, senza che nessuno sia in grado di ricordare a chi siano riferite e cosa rappresentino: è il caso, ad esempio, di Piazza dei Cinquecento a Roma dedicata ai soldati italiani caduti nella battaglia del 1887 a Dogali, in Eritrea. O lascia traccia in qualche modo di dire: “E’ stato un Ambaradan”, e non sappiamo che il riferimento è alla carneficina della cruenta battaglia del 1936 per la conquista dell’altopiano dell’Amba Aradam in Etiopia dove le forze italiane composte da soldati e camicie nere usarono proiettili e granate all’arsina e al fosgene ed effettuarono bombardamenti aerei con gas di iprite anche sulle popolazioni civili.
Qualche eco lontana giunge talvolta da Affile, dove sopravvive alla rabbia di molti l’ignobile mausoleo dedicato a Graziani, e qualche lontano ricordo potrebbe far riaffiorare le prese di posizione ostili alla restituzione dell’obelisco di Axum.
(continua)

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Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è autore e curatore di Controinformazione, una nuova rubrica. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE  ci racconta senza censure l’altra faccia della luna: per leggere tutti gli articoli della rubrica clicca [Qui]

In copertina: mappa della “Grande Italia”, i territori in rosso dovevano far parte del territorio italiano, in giallo i territori dell’Impero e le conquiste territoriali italiane nel 1942 (Wikimedia Commons)

DI MERCOLEDI’
Tre volte Ferrara

‘Tre volte Ferrara’, perché della mia città non ho scritto finora e in questo modo riguadagno terreno e perché la ritrovo protagonista di tre libri che ho letto, o riletto, in queste settimane.

Storia di Anna di Giuliano Giallini è il più recente in quanto è uscito nel febbraio di questo 2020. Mi ha affascinato la prospettiva da cui la protagonista conosce Ferrara dopo che vi si è trasferita per motivi di lavoro; infatti sono i luoghi bassaniani a farle da guida. Il romanzo comincia così: ”Con Il romanzo di Ferrara, Anna Mantovani andava alla scoperta della città. Aveva venticinque anni. Tra le strade volava, rapida e curiosa. Un giorno fantasticò da Via del Pozzo, dove viveva in un minuscolo appartamento, fino alla Porta degli Angeli. La sua vita stava cominciando, finalmente la sua. Voleva prendersi ogni cosa. Anche il giardino dei Finzi-Contini”.
Di una così, che porta con sé la letteratura come fa la chiocciola con la sua casa, mi importa subito. Ho continuato a leggere chiedendomi quali angoli della città e quali atmosfere potevano colpirla di più, e se diventasse presto consapevole della bellezza che è diffusa e palpabile, specie quando è la nebbia fredda a spalmarla sulla pelle, o quando la canicola la fa bruciare con la sua luce bianca.
Mi ha intrigato vedere che Anna ben presto conosce Marco e se ne innamora sentendosi leggera. Seguono il matrimonio e la nascita di Giovannino. Come pars construens nella parabola di una vita è tutto perfetto. Però non mi lascio andare fino in fondo a gioire di tutta questa regolarità, temo che ci saranno cambiamenti. Subentra infatti dalla pagina seguente un netto processo di peggioramento nella vita della protagonista, come del resto accade nel romanzo di Bassani, di cui parlerò tra un momento. Dopo il fallimento del suo rapporto col marito e i problemi di salute del figlio, Anna cede e attraversa un lungo periodo di buio, colta dalla malattia mentale che la tiene lontana dalla sua casa in Via Camposabbionario e dalla famiglia.
Qui interviene di nuovo la città: nelle sue uscite solitarie dalla struttura che la ospita, Anna è di nuovo di fronte agli spazi di Ferrara da percorrere in bicicletta. Non ci sono relazioni umane in questa fase di risalita dal buio che ha dentro; ci sono i dialoghi con la statua di papa Paolo V, ci sono solo gli sguardi su di lei dei passanti e degli automobilisti che la incrociano tra Viale della Costituzione e Viale IV Novembre. Il finale implicito del romanzo lascia credere che Anna ritrovi se stessa e una dose accettabile di libertà.

Le città del dottor Malaguti è un romanzo visionario del 1993, che Roberto Pazzi ha dedicato interamente alla sua città, tirandole le orecchie per la sua assenza di vitalità. L’ho riletto d’un fiato, spinta dalla storia difficile di Anna che si ammala nella indifferenza del suo contesto di vita, mi viene da dire che si ammala anche a causa della indifferenza che sente all’intorno. Il dottor Malaguti dal canto suo è morto ormai da vent’anni ma non sa staccarsi dalle vicende dei suoi familiari e di Ferrara.
Pare che molti altri morti si aggirino soprattutto di notte tra le pieghe della città e si diano da fare per intervenire quaggiù, incapaci di partire una volta per tutte per il loro viaggio verso l’infinito. Nel romanzo, il cui finale lieto ristora il lettore, Ferrara è un luogo dotato di grande bellezza, ma privo di grandezza. Fin dalle prime pagine il dottore, che è il narratore della storia, smaschera la malattia da cui sono colpiti i suoi abitanti, cioè l’arrivismo e la sete di ricchezza e prestigio da mettere in mostra: “se uno dei più tipici mali del secolo è vivere di rappresentazione agli occhi altrui, nessuno è più moderno e narcisista dei miei concittadini…Per questa precoce coscienza del malessere della mia città, da ragazzo…decisi che all’università avrei studiato medicina per diventare oculista. L’età mi faceva considerare quel male come una miopia. Per quasi cinquant’anni ho cercato nella vista dei miei concittadini il segreto di una deformazione che, dall’anima, sembrava salita tutta agli occhi”. Dopo la fase splendida del Rinascimento ferrarese la città è caduta nell’apatia, tradita dalla storia: partito l’ultimo duca del casato estense nel 1598,  “l’inerzia dei secoli successivi si è consumata come una degenerazione dell’anima: ne è nata l’attesa perpetua di un’epifania, di un padre che non ritornerà più”.

Nel suo romanzo Gli occhiali d’oro uscito nel 1958, Bassani rimette in campo la chiusura dei ferraresi, stavolta messi di fronte al tema della omosessualità attraverso la figura esemplare del dottor Fadigati, “Athos Fadigati, sicuro…, l’otorinolaringoiatra che aveva studio e casa in Via Gorgadello, a due passi da piazza delle Erbe, e che è finito così male, poveruomo, così tragicamente, proprio lui che da giovane, quando venne a stabilirsi nella nostra città dalla nativa Venezia, era parso destinato alla più regolare, più tranquilla, e per ciò stesso più invidiabile delle carriere…”
La storia si sviluppa tra la primavera e l’autunno del 1937, da quando il dottor Fadigati fa amicizia con il gruppo di studenti universitari che viaggia ogni mattina sul treno per Bologna e di cui fa parte il narratore. Nell’estate a Riccione scoppia lo scandalo della relazione amorosa tra Fadigati e il  giovane più brillante del gruppo, che gli si concede ma poi lo sfrutta e presto lo abbandona. Lo abbandona a se stesso e al disdoro delle famiglie bene di Ferrara, che frequentano la stessa spiaggia, lo condanna alla emarginazione da parte dell’intera città.
Il narratore, che veste i panni del giovane Bassani, rientra a Ferrara in autunno e condivide con Fadigati un feroce senso di esclusione: per il dottore a causa della sua omosessualità divenuta ora palese, per Bassani a causa della campagna denigratoria contro gli ebrei che si è scatenata sui giornali. Manca poco alla promulgazione delle leggi razziali e il clima si va facendo pesante, solo girando per la città fino al punto che gli è più caro, fino alla Mura degli Angeli, egli ritrova la bellezza che può placare il suo senso di lacerazione.

La provo a mia volta, poiché mi rendo conto di avere estrapolato dalle mie letture i poli di un contrasto antico che anima Ferrara, da una lato la bellezza delle sue vie e dei palazzi, delle torri e dei giardini, e poi delle chiese e dei monasteri. Dall’altro il grigiore del suo provincialismo.
In una pagina degli Occhiali d’oro Bassani nomina il mio paese, quando descrive il viaggio in treno da Ferrara a Bologna e ritrae coloro che salgono alle stazioncine intermedie come “gente della campagna che parlava già nello sguaiato dialetto bolognese” e precisa che “l’assalto die vilàn cominciava a Poggio Renatico”. Ecco, io di questa definizione dei miei compaesani mi sono adontata alla prima lettura, quando ero ragazza, e ancora mi procura un leggero fastidio. Lessi queste parole e le misi in relazione subito con l’atteggiamento di superiorità che in quegli anni una delle sorelle di mia madre riversava su di noi, i parenti rimasti in paese, mentre lei aveva sposato un ferrarese e si era trasferita in città dalle parti dei grattacieli, alla ricerca vorace di un imborghesimento che la riscattava e di cui andò fiera per tutta la vita. Le misi in relazione anche con l’indifferenza di alcuni miei compagni di liceo, che in cinque anni non seppero trovare un soprannome diverso da dedicarmi, se non il nome del mio paese.

Ci ho poi insegnato per trentacinque anni, in questa città, cercando di aprirmi e di aprire lo sguardo dei ragazzi. L’ho apprezzata e anche amata.
Ancora non riesco a sottrarmi, però, alla empatia che provo davanti alla sofferenza delle sue vittime. Nei capitoli finali delle Città del dottor Malaguti si affaccia il nuovo scenario della migrazione, che nel ’93 Pazzi ha letto con lucidità e ne ha prefigurato gli sviluppi. A parte la generosità tutta personale di Fabio, il nipote del narratore, che accoglie due giovani extracomunitari nella sua tenuta di campagna, la reazione della città è fatta di paura. Nella discussione che avviene in famiglia sulla migrazione dal sud e dall’est, il padre stesso di Fabio “si difende schierandosi dalla parte di chi teme nel diverso da sé il nemico”.

ITALO BALBO TRASVOLATORE IN MOSTRA:
la storia ridotta ad agiografia

Spiace, ma ahimè non sorprende, riscontrare una continuità di scelte e di temi fra la passata amministrazione di centro sinistra, guidata dal sindaco Tagliani, e quella attuale di centro destra retta da Alan Fabbri. Molti potrebbero essere gli esempi; mi limito a riproporre un argomento che non dovrebbe essere motivo di discussione, ma che invece continua ad essere tristemente attuale.

Nel 2013 l’Amministrazione Comunale bandì un premio, intitolato Riconoscimento Quilici, con l’intento di valorizzare e proporre come modello ai giovani ricercatori la figura di un antisemita esaltatore e propugnatore delle leggi razziali. Lo strumento fu l’Istituto di Storia Contemporanea, che avvallò con la sua autorevolezza scientifica una scelta che si poteva solo condannare.

Lo stesso Istituto si presta, ancora una volta, a giustificare e a promuovere la annunciata esposizione dedicata ad Italo Balbo trasvolatore.

L’operazione è sofisticata: si astrae un singolo episodio dalla carriera di un violento organizzatore dei fasci, responsabile, nelle nostre campagne, di distruzioni, incendi, assassinii, gerarca fascista e uomo del regime: se ne esalta la positività e si lascia che questa faccia opinione e contribuisca a quella opera di revisione del giudizio morale che non può essere accettata.

Nessuno vuole chiudere o impedire la ricerca storica, ma questa si fa non con esposizioni agiografiche, a partire dal tema, costruite con il materiale fornito dalla famiglia, ma con la ricerca, con convegni, con pubblicazioni che collocano i singoli episodi all’interno di un contesto. Lo attesta l’ampia bibliografia esistente.

Italo Balbo non ebbe il coraggio di dissociarsi pubblicamente dalla promulgazione delle leggi razziali e ne fu oggettivamente complice; tanto più grave la sua adesione in quanto, personalmente, non era antisemita come testimonia la amicizia con il Podestà Ravenna. Riproporne la figura in  termini positivi senza che le istituzioni vogliano rendersi conto del significato eversivo della proposta, senza che vi sia pubblico e diffuso dissenso, è triste segno di tempi che non fanno bene sperare, che si prospettano poco civili.

Cover: Tratto da Wikipedia commons: Monumento aos Heróis da Travessia do Atlântico , de Ottone Zorlini (1891-1967), em São Paulo, Brasile – fundo editado (sfondo modificato)

La maturità di Bassani, un monito contro i razzismi

“Chi è Bassani?”. Si calcola che su mille ragazzi, tre su quattro non conoscano lo scrittore ebreo, a differenza dei ragazzi del Liceo Ariosto di Ferrara, dove anche il romanziere affrontò la maturità e fra gli studenti è ben noto.
Il Miur sceglie le persecuzioni razziali con Il Giardino dei Finzi Contini tra le tracce della prima prova di italiano della maturità 2018. Ai maturandi, che hanno fatto questa scelta, si chiede di analizzare un brano in cui compare la figura di Silvio Magrini, presidente della comunità ebraica di Ferrara dal 1930. Una storia vera e tragica, dove l’epilogo sarà la deportazione e la morte ad Auschwitz di tutta la sua famiglia. Prima della deportazione, Magrini racconterà l’amarezza e la rabbia nel momento in cui, a causa delle leggi razziali, verrà cacciato dalla sua amata biblioteca di Ferrara.
Il tema principale è l’antisemitismo, una scelta prevista, quella del Miur, in occasione della ricorrenza degli 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia. Una giusta attenzione accompagnata forse ad un collegamento alla politica attuale? A tal proposito, ecco alcuni commenti: “Quanto mai attuale!”, “Siamo in tema direi”, “Un caso?”. Ogni giorno giornali, tv e istituzioni fanno allusioni alle leggi razziali del 1938 e alla Shoah per futili motivi politici che offendono tutti coloro che sono stati perseguitati e uccisi nei campi di sterminio. Bisognerebbe evitare manipolazioni del passato e strumentalizzazioni al presente.
Auguriamoci, invece, che la scelta della traccia possa essere un invito rivolto alle nuove generazioni, alla riflessione affinché ciò che è stato non si ripeta o, come suggerisce Ruth Dureghello, presidente della comunità Ebraica di Roma, agli studenti: “Cogliete l’occasione di comprendere meglio come si arrivò a quella tragedia e soprattutto raccogliete quel testimone per impedire che si verifichi di nuovo”.

L’antisemitismo esiste ancora e non minaccia solo Israele (che da ieri si trova sotto attacco missilistico nell’indifferenza totale dei media, italiani compresi, pronti a “colpire” solamente quando Israele reagisce e si difende), come dimostrano le violenze e le uccisioni nei confronti anche di giovanissimi in Francia e in Germania. L’unica loro ‘colpa’? Essere ebrei.
Come possiamo insegnare ai giovani il rispetto quando li costringiamo ad assistere a violente manifestazioni antiebraiche come è accaduto e continua ad accadere anche in Italia, da parte di estremisti politici antisemiti?
I giovani devono comprendere che l’antisemitismo diventa pericoloso quando in uno Stato europeo si forma una forza politica che crede che gli ebrei siano la causa di tutti i mali della società.

N.B,. Questo articolo è uscito per la prima volta su Ferraraitalia il 23 giugno 2018 

INTERNAZIONALE A FERRARA 2018
Prima gli italiani brava gente

Un video che mette tutti insieme, tutti in fila, gli episodi di aggressioni ai danni di stranieri avvenuti negli ultimi mesi in Italia, da Macerata a Firenze, dagli spari di Napoli alle uova di Daisy nel torinese: una serie che mette i brividi in un paese che sta ricordando quest’anno gli ottant’anni delle leggi razziali, o meglio razziste come dovrebbero essere definite.
Non ci hanno pensato i media mainstream, ma i ragazzi ferraresi di Occhio ai media: “E’ una sequenza che i media italiani esitano a mettere insieme perché potrebbe ledere l’immagine del paese. Guai a dire che in Italia esiste il razzismo”. A dirlo è Gad Lerner, domenica mattina sul palco del Teatro Comunale – dal quale quel video è stato proiettato poco prima – durante uno degli incontri conclusivi della tre giorni di Internazionale a Ferrara 2018: ‘Italiani brava gente’. L’anno in cui ricorre l’anniversario del vergognoso atto di razzismo istituzionale nell’Italia del 1938 “è anche l’anno in cui ricorderemo che si è rotto l’argine, che si è passati dalle parole ai fatti”, continua Lerner, che non a caso sabato 6 è stato intervistato dai ragazzi di Occhio ai Media in un appuntamento intitolato ‘Così comincia la persecuzione’.

“La differenza fra ieri e oggi è che allora il razzismo istituzionale arrivò a freddo, aveva ideologi e radici, ma fu una scelta improvvisa del nascente impero; oggi, invece, la strada è stata preparata, i decreti sono stati preceduti da una lunga politica di razzismo culturale”. Tuttavia “l’indulgenza è la stessa – ci risponde quando chiediamo le analogie fra la situazione di allora e quella odierna – prosegue la bugia storica che i ‘cattivoni’ sono gli altri; eppure gli ebrei sono stati cacciati dai loro posti di lavoro e dalle scuole e poi arrestati e deportati grazie a zelanti delazioni di italiani. Italiani che poi si è voluto presentare come persone che avevano commesso uno sbaglio”, così come ora gli episodi di razzismo sono definiti “provocazioni simboliche, goliardate, atti di pazzi isolati”. Ecco dove sta “la continuità con l’Italia razzista di ottant’anni fa”. Lerner ci parla addirittura di “sudditanza ideologica” nel discorso pubblico: per esempio “i conduttori dei talk show televisivi si sono contesi gli ospiti più prelibati, da Salvini a Di Maio, quando palavano dei ‘taxi del mare’, del ‘business dell’immigrazione’, oppure quando dicevano che gli italiani sono vittime di questi palestrati, di questi finti profughi. Gli occhi dei conduttori luccicavano di soddisfazione perché l’audience saliva e perché era l’onda che dovevano cavalcare. In questo modo però, almeno io la penso così, gli si è spalancata la strada a un’egemonia culturale che ha intimidito le forze alternative”.

Sul palco con Lerner c’era anche il sindacalista Usb italoivoriano Aboubakar Soumahoro arrivato direttamente da Riace, dalla manifestazione di solidarietà a Mimmo Palladino. Anche lui ha insistito su un’interpretazione che non si fermi allo sgomento, all’indignazione del momento, ma che legga la realtà nella sua complessità, che alzi lo sguardo e consideri il contesto nel suo insieme e si ricordi la storia, ciò che è stato in Italia e nel mondo: “L’indifferenza – dice Aboubakar citando Gramsci – che opera nella storia e nel nostro quotidiano ci riporta alle leggi razziali e all’apartheid”. È già accaduto: la separazione della popolazione fra bianchi da una parte e dall’altra neri, indiani, tutti coloro che erano diversi, allora come ora “la diversità non è stata valorizzata, ma è divenuta la base della discriminazione, della separazione, della segregazione spaziale, politica, economica”. Allora come ora è accaduto “in un contesto di crisi e di smarrimento dei valori”. “La deriva non si fermerà alle persone di colore e ai migranti, ma arriverà agli italiani emarginati, in condizioni di difficoltà” che verranno trattati come ora si trattano gli stranieri, verranno lasciati fuori dallo steccato degli aventi diritti.

Nessuno dei due è stato tenero con le forze di sinistra. Aboubakar, da sindacalista, afferma con forza che “i lavoratori prima di essere tali sono esseri umani e il sindacato si deve interrogare su quale sia il proprio ruolo oggi nel mondo dei dannati della globalizzazione”. Mentre Lerner parla di “timidezza” e di abdicazione “ai principi e valori fondamentali” nel contrasto ai “cattivi sentimenti, che nelle società ci sono sempre stati, ma che oggi vengono legittimati e dichiarati orgogliosamente da chi sta ai vertici”.
Che la sinistra usi l’antirazzismo e l’intercultura in modo “folkloristico” l’aveva sostenuto poco prima anche Pape Diaw, rappresentante della comunità senegalese fiorentina, che insieme ai famigliari di Idy Diene è venuto a portare la testimonianza di una comunità colpita due volte da aggressioni razziste nel 2011 e nel 2018. “La sinistra – ha detto Pape – non ha capito che l’intercultura non è cous cous e tamburi, ma una pratica quotidiana, non ha capito che l’antirazzismo non si pratica a parole, ma con i fatti”. Diaw è “molto deluso dalla politica e dal Comune. Io, l’omicidio di Firenze, lo ricorderò per una città che piange le fioriere”.

Un teatro Claudio Abbado gremito fino al loggione ha ascoltato in un silenzio reso attonito dal senso di impotenza le parole di Aliou Diene, fratello di Idy, e della cognata Marema. È lei a rispondere alla domanda di Annalisa Camilli di Internazionale “Che cos’è il razzismo?”. “Io ho partorito tre figli qui in Italia, vanno a scuola e all’asilo a Pontedera insieme agli altri bambini. Il razzismo è quando porto i miei bimbi a scuola e i compagni corrono verso di noi, mentre le mamme li tirano indietro. Loro hanno paura di noi e noi ora abbiamo paura di loro”. Diversa è la risposta di Bouyagui Konaté, vittima di un’aggressione razzista a Napoli: nel giugno scorso mentre usciva dal suo ristorante multietnico e si avviava a piedi verso casa due persone gli hanno sparato da un’auto con un fucile a piombini. “Sono qui da circa quattro anni, mi sono integrato, ma sono una di quelle persone che vedete tutti i giorni arrivare con i barconi. Io penso che il razzismo si possa definire in molti modi: c’è chi commette le aggressioni e chi convince gli altri a commettere questi atti”.
Che fare quindi, chiede in conclusione Camilli, per contrastare la cultura razzista ormai dilagante nel nostro Paese?
Per Gad Lerner il fronte antirazzista si deve ricostruire come “nuova resistenza” dal basso unendo le varie istanze, dal sindacalismo di base al volontariato dell’accoglienza, al movimento cooperativo. Aboubakar ha aggiunto che “l’antirazzismo oggi non può essere praticato senza interagire con il tema della giustizia sociale” per disarmare chi usa disoccupazione giovanile e povertà diffusa nelle famiglie italiane come armi del razzismo.

Guarda il video ‘Occhio all’odio’ realizzato da Occhio ai media

DIARIO IN PUBBLICO
Ricordi d’infanzia

Alle notizie sui disordini di Tripoli e della situazione in Libia, la memoria involontaria riporta in superficie le canzoncine che a noi quasi infanti venivano insegnate negli asili e nelle scuole. Dalla roboante
Tripoli bel suol d’amore
ti giunga dolce questa mia canzon.
Sventoli il tricolore
Sulle tue torri al rombo del cannon!
Naviga, o corazzata:
benigno è il vento e dolce la stagion.
Tripoli terra incantata
Sarà italiana al rombo del cannon!
Un classico scritto nel 1911 al tempo della conquista della Libia a cui se ne accompagnava un’altra, la più intrigante, in dialetto ferrarese, e da noi figli della lupa amatissima perché ci permetteva di urlare una parola proibita senza essere ripresi. Ecco la prima strofa e vado a memoria:
La muier dal Negus
L’è andada in bicicleta
L’ha fatt na curva stretta
La s’è rusgà na teta
Bim Bum Bam
Al rombo del canon.
Quale importanza ci veniva dal poter pronunciare ‘teta’! proibitissima nel lessico familiare. Tra le due il trait-d’-union era “il rombo del cannon”.
Il nostro razzismo fatto in casa si esprimeva con queste esplosioni di cantate marziali sotto l’aura del protettorato del ferrarese Balbo sulla Libia. Educare i bambini alla mentalità di guerra produceva oltre il solito effettaccio retorico – e si pensi ai tanti film di guerra prodotti tra Roma e Venezia sotto il regime – ad una scelta estetica. Se vedo le mie foto in divisa scaturisce l’immagine di una volontà di eleganza fatta e prodotta con materiali poveri come, del resto erano tutti quelli confezionati in regime autarchico: calzettoni di lana che pizzicavano maledettamente, camicia cucita in casa sulle preziose Singer a pedale (per chi se lo poteva permettere) e il cappelletto d’orbace. Un’autarchia che ancora nelle scelte politiche del presente si posta perentoriamente con il diktat salviniano “prima gli italiani” che si spiega, per lui, con “solo” gli italiani.
Ora, se si pensa alla situazione libica derivata dalle scelte dei francesi e dalle trame tra Gheddafi e B. non possiamo se non preoccuparci di quello che potrà succedere anche di fronte alla proclamata (ma per quanto?) neutralità italiana così come viene sbandierato dal governo in carica.
La Giornata europea della cultura ebraica che si è tenuta a Firenze domenica 2 settembre al Giardino del Tempio dal titolo Storytelling – Le storie siamo noi è stata organizzata principalmente da Enrico Fink e dalla moglie Laura Forti assessore culturale della comunità ebraica di Firenze ed ha avuto un successo di pubblico strepitoso. Nella giornata più di mille persone hanno partecipato agli eventi tra incontri culturali, musiche e cibi della tradizione ebraica. Il primo incontro dedicato al rapporto tra memoria e contemporaneità, moderato dallo scrittore Wlodek Goldkorn, ha visto tra gli altri gli interventi del giornalista Gad Lerner, della filosofa Donatella Di Cesare e della grande Lia Levi che ci ha affascinato nel raccontarci come a lei bambina sotto le leggi razziali ha dovuto assimilare un concetto per lei ancora sconosciuto: la sua identità ebraica.
Al pomeriggio toccava a noi con una comprensibile ansia. Il tema era “Narrare l’Italia ebraica del ‘900: Giorgio Bassani in collaborazione con il Centro Studi bassaniani del Comune di Ferrara. A parlare Portia Prebys curatrice del Centro, il sottoscritto co-curatore e Anna Dolfi tra le massime studiose dello scrittore ferrarese e cara amica dello scrittore. Partiamo da Ferrara con Claudio Cazzola, autore di un importante libro su Viviani, il professore di greco e latino di Giorgio Bassani al Liceo Ariosto di Ferrara e a Firenze ritroviamo Portia e tanti amici di quell’entourage culturale; tra gli altri Carlo Sisi, a David Palterer, il presidente della casa editrice Giuntina, Enza Biagini, Laura Dolfi e una folta rappresentanza degli gli allievi della sorella Anna. Ci raggiunge pure reduce da Cortona il sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani con la moglie Paola e da Roma Daniele Ravenna presidente delle celebrazioni per il centenario bassaniano con la moglie Anna. E per stare in famiglia i figli della sorella di Bassani, Jenny, David e Dora Liscia con i rispettivi consorti. Portia ha prodotto un power point di straordinaria efficacia raccontando luoghi e momenti e cose appartenute a Giorgio che ora si trovano nel Centro a casa Minerbi- Del Sal a Ferrara. Anna Dolfi, da par suo, ha interpretato l’aspetto politico delle opere del primo Bassani ed io ho ripercorso la presenza dei ferraresi a Firenze nel secolo scorso: da Claudio Varese a Lanfranco Caretti, da Guido Fink a me, più le ‘giovani generazioni’ Claudio Cazzola, Mario Vayra, Monica Farnetti per parlare solo dei ‘letterati’. Ho raccontato il mio incontro con Guido Fink nel 1947 e le riunioni a casa Varese a Firenze in cui si riuniva tutto l’entourage ferrarese-fiorentino.
Alla fine due premi. Il primo quello donatomi da Lia Levi che non ha voluto ritornare a Roma senza avermi ascoltato. Il secondo che per un momento ha fermato il tempo. Mi s’avvicina una signora apparentemente della mia età. Si complimenta e mi sussurra che le ricordavo il suo professore delle medie a Ferrara. Quel professore era Giorgio Bassani che la ebbe allieva nella scuola israelitica del Ghetto dopo l’espulsione degli studenti ebrei dalle scuole statali.
E questo è stato il premio più ambito della giornata fiorentina.
Tra poco si svolgeranno importanti manifestazioni al Centro e a Ferrara dove si svolgerà anche il Premio Bassani.
Speriamo che questo luogo diventi una consuetudine culturale della città.
Noi ce la mettiamo tutta.

MEMORABILE
Italo Balbo e Nello Quilici. Le leggi razziali

In ‘Italo balbo e Nello Quilici. Le leggi razziali’ dello storico Alessandro Roveri, edito in formato ebook da Tiemme Edizioni Digitali (www.tiemme.onweb.it) e dedicato agli anni Trenta del Novecento, al lettore sono presentati uomini ed eventi di grande rilevanza nazionale: il “migliore” Italo Balbo, ostile all’antisemitismo e all’alleanza italo-tedesca di Mussolini; il fallito tentativo di Mussolini di mettere Nello Quilici contro l’amico Balbo, nonostante l’obbligo, imposto al primo, di esaltare le leggi razziali; l’amicizia tra il fascista Quilici e l’antifascista Francesco Viviani, martire della Resistenza; la “grande illusione” del fascismo di sinistra, capeggiato dal tresigallese (Tresigallo, FE) Edmondo Rossoni.

In quelle lettere… L’ultimo grido

Il graffio del pennino sulla pergamena. Il fruscìo del foglio, l’inchiostro, il calamaio: una vita che lascia la sua traccia in una lettera. Una storia personale incisa sulla carta e nella memoria.
Ma cento, mille altre storie riecheggiano in quella voce che racconta, che scrive nell’intimità di una stanza.
Si intitola ‘L’ultimo grido’ la nuova web-serie scritta e diretta dall’autore ferrarese Giuseppe Muroni e prodotta dall’Istituto dell’Enciclopedia Treccani in collaborazione con Controluce Produzione in occasione degli ottanta anni dalle Leggi razziali.
Monica Guerritore, Francesca Inaudi, Francesco Montanari e Stefano Muroni sono gli attori protagonisti dei quattro video – veri e propri piccoli corti – in onda sul canale Treccani Web Tv (www.treccani.it.): un viaggio a tappe nella memoria del nostro Paese, alla ricerca di storie dimenticate o disperse nel contenitore dell’oblio. Quattro letture della durata di cinque minuti per raccontare poeticamente trame di vita di cittadini italiani di religione ebraica rimaste ai margini della Storia.
‘L’ultimo grido’ – una puntata a settimana a partire dalla Giornata della Memoria 2018 – è il secondo capitolo di una trilogia della memoria, e segue ‘Voci di r-Esistenza’, presentata in occasione del settantesimo anniversario della Liberazione.
“Questa nostra iniziativa indica con chiarezza la decisa apertura nei confronti del mondo digitale che la Treccani ha voluto, con coraggio, percorrere – ha osservato Massimo Bray, direttore dell’Istituto Treccani – Un progetto pensato interamente per la diffusione sul web: questo è un esempio di divulgazione storica interessante, innovativo, fatto con cura, con intelligenza da Giuseppe Muroni”.

Attraverso il ritrovamento e la lettura di quattro lettere, vengono ripercorsi tragici momenti occorsi tra il 1938 e il 1943.
“Nell’Italia delle Leggi razziali compiere gesti eclatanti o urlare non serve più: gli appelli degli ebrei sono inascoltati e stigmatizzati pubblicamente. Prevale l’isolazionismo e la solitudine; quest’ultima è interrotta dalle migliaia di lettere che vengono inviate quasi quotidianamente da una comunità estremamente vivace e attenta a ciò che succede – spiega l’autore – È dalla dimensione privata che bisogna partire per comprendere le vicissitudini degli ebrei italiani durante il regime fascista e non è un caso se la lettera, quindi la capacità di articolare un pensiero personale, intimo, è stata scelta come emblema del viaggio che ci porta a ritroso nel tempo. Nel contrasto tra “spazio privato-libertà” e “spazio pubblico-negazione” si poggiano le fondamenta di una comunità che, come nessun’altra, tentò di non piegarsi alla bieca violenza. Fino a quando le porte di casa rimangono invalicabili viene coltivata una speranza, nutrita dalla fede e dalla cultura; nel momento in cui verrà violata la dimensione privata-familiare, mediante rastrellamenti e deportazioni, inizierà la persecuzione delle vite e il periodo più fosco della storia del Novecento. Le epistole diventano veri e propri luoghi della riflessione, della paranoia, del ripensamento, della scissione, dell’auto-analisi, del malessere, dell’intimità, della resistenza e della libertà”.

La scelta stilistica di Giuseppe Muroni ci affida un’opera garbata, rispettosa, un testo che sa unire rigore scientifico e poesia.
Il titolo è ‘L’ultimo grido’, ma le parole sono sussurrate all’orecchio, soppesate, confidenziali. Sono le lettere scritte nella propria casa, tra gli oggetti che appartengono alla sfera dell’intimità (la tazza nell’abbraccio delle mani, la luce calda dell’abat-jour, i libri) oppure in un campo di internamento, dove la penna offre l’unica via di fuga possibile.
Scrivere diventa il gesto per far cadere le pareti del silenzio.
L’inchiostro sulla pergamena trattiene la caducità degli eventi e dei pensieri, garantisce la persistenza delle cose.
“I personaggi, in un percorso di trasformazione e maturazione, diventano persone: la finzione letteraria lascia il posto al documento, alla testimonianza orale, alla storia. Le molteplici domande che compaiono nelle lettere diventano l’auto-analisi di una nazione, che con le leggi razziali conosce uno dei momenti più drammatici della sua storia, e di una comunità, quella ebraica, qui in grado di leggere criticamente il succedersi degli eventi”.
Il lavoro è stato patrocinato dal Meis (Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah), dal Cdec (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), dall’Ucei (Unione Comunità Ebraiche Italiane) e dalla Comunità Ebraica di Ferrara. La consulenza scientifica è stata fornita dall’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.

Il tratto distintivo di ogni video è l’attenzione al particolare. “La mano stringe la penna, che oscilla irrequieta da parte a parte del foglio e registra il logorio psichico della persona consapevole che i cambiamenti della società stanno condizionando in modo indelebile la propria vita. Le parole codificano i pensieri volubili, carichi di tensione emotiva e angustia, e riempiono il foglio bianco. C’è sempre un misto di incredulità e pacata preoccupazione nella voce di Stefano, Francesco, Monica e Francesca, i quattro protagonisti di questa storia che si sviluppa tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta del Novecento”.
Le note struggenti della musica di Martina Colli, le luci e le ombre, i pappi del tarassaco rubati dal vento – nella grafica di Giulia Pintus – sono il preludio ad un’interpretazione intensa, appassionata: primissimi piani, sguardi profondi, voci calde che orlano il silenzio.
Testi affidati a quattro attori di forte personalità, professionisti del piccolo e grande schermo.
Stefano Muroni interpreta la parte di un ebreo di Venezia, dipendente della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che viene improvvisamente licenziato nel dicembre del 1938, dopo molti anni di onorato lavoro. Lui, come altre migliaia di ebrei italiani, invia una lettera al Duce: “Ci viene negato ogni diritto e non ne capiamo il motivo. (…) Attendo le parole che ci facciano di nuovo uguali agli altri”.
Gli appelli restano inascoltati, le persecuzioni diventano più violente e iniziano i primi attacchi fisici. Nell’ottobre del 1941 viene presa di mira la sinagoga di Torino. Una delle attrici italiane più importanti, Monica Guerritore, entra nei panni di un’ebrea torinese che cammina per le strade vuote del ghetto sotto una pioggia incessante: sono passati pochi giorni dall’affissione di manifesti e volantini con i nominativi degli ebrei della città, tra i quali il cognome della donna, che tornata a casa scrive una lettera commovente al marito, morto a New York: “La pioggia mi riconcilia con la vita, Mario, quella che ci toglieranno a breve”.
Dominano i luoghi chiusi: le mura di casa così come la Sala F del convento-caserma di San Bartolomeo a Campagna, in provincia di Salerno, sono la sede dei dubbi esistenziali e della presa di coscienza. Francesco Montanari scrive da uno dei campi di internamento del centro-sud della penisola, nella luce incerta di “due finestrelle che lasciano penetrare la luce sufficiente per sognare di scappare”. Perché, appunta Francesco, “La vita è una questione di spazio e quando non ne hai sei già un po’ morto”.
Come passeggeri su una metropolitana della memoria, si fa sosta nella Ferrara di Giorgio Bassani. Francesca Inaudi interpreta un personaggio ispirato a Matilde Bassani: arrestata perché la sera del 10 giugno 1943 affigge manifesti in ricordo a Giacomo Matteotti, una volta liberata scrive una lettera ad una amica per documentare ciò che le è accaduto. E nelle parole di Francesca, frante dalla sofferenza del ricordo, è racchiuso il senso profondo de ‘L’Ultimo grido’:
“Ti scrivo queste cose non per rivendicare i torti che ho subito, ma per lasciare una traccia di ciò che sta accadendo in questi anni. È una questione di memoria, anche se mi costa ricordare. A volte dimenticare è più facile”.

Guarda i video
Francesca Inaudi
Francesco Montanari
Stefano Muroni
Monica Guerritore

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Leggi razziali, il coraggio di votare no e le scomode verità

da Mario Bergamini

A proposito delle recenti polemiche collegate all’Olocausto e al comportamento degli Italiani, mi pare giusto ricordare che, ad esempio, gli ebrei francesi facevano di tutto (e non a caso) per raggiungere il territorio controllato dai nostri militari fino all’armistizio (8 settembre 1943). E quando furono votate le leggi razziali, al Senato (1938) vi fu anche chi ebbe il coraggio di votare no. Fra essi il Generale Guglielmo Pecori Giraldi, che sarebbe il caso di ricordare nel centenario della prima guerra mondiale vista la sua vittoriosa strategia sul Monte Grappa.
Circa i campi di internamento italiani a cui furono destinati gli ebrei mi permetto di aggiungere che il trattamento loro riservato fu umano (come risulta da numerose testimonianze) e che si rivelò anche provvidenziale. Come ha dichiarato, proprio a Ferrara, Israel Corrado Debenedetti (nel corso del convegno sugli ebrei italiani e il sionismo, promosso dal Meis e svoltosi nel dicembre scorso) quei campi si rivelarono una salvezza per gli ebrei colà ospitati (“Mussolini ha salvato circa tremila ebrei durante la seconda guerra mondiale”, un’affermazione, la sua, riportata da la Nuova Ferrara).
Ferma restando la più totale condanna per le leggi razziali, per ogni forma di razzismo e per ogni genocidio (anche quello degli Armeni, spesso negletto perché dà fastidio ai Turchi) mi sembra giusto ricordare quanto affermato non da uno storico negazionista ma da un qualificato esponente (per giunta ferrarese) della comunità ebraica come Israel Corrado Debenedetti, che non ha avuto timore di sfatare un luogo comune con un’affermazione “politicamente non corretta”.
Credo che la verità vada detta sempre, anche quando può dare fastidio o mettere in dubbio certezze consolidate.

Da Ferrara a Israele, passando per la lunga notte del ’43: la storia di Corrado Israel De Benedetti

“Per me e per quelli della mia generazione il Sionismo significava lasciare l’Italia che ci aveva tradito e fondare un nuovo Stato e una nuova società in Israele. Ora posso dire che siamo riusciti a creare una nuova società con i kibbutz, ma uno Stato nuovo purtroppo no, anzi la situazione oggi è in contrasto con tutto ciò che noi avevamo sognato”.
A parlare è Corrado Israel De Benedetti, tornato domenica nella ‘sua’ Ferrara dal ‘suo’ Israele per dare la propria testimonianza di aliyah nel convegno “Gli ebrei italiani e il sionismo: tra ricerca storica e testimonianze”, promosso dal Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – Meis.
Corrado, classe 1927, era fra coloro che furono arrestati nella notte del 15 novembre 1943, narrata da Giorgio Bassani ne “Una notte del ‘43” e resa famosa da Florestano Vancini come “La lunga notte del ‘43”. In poche ore 72 cittadini vennero raccolti nella caserma Littorio di piazza Fausto Beretta, dietro le Poste. Lui non era fra i dieci poi fucilati davanti al muretto del Castello, a poca distanza da dove ha raccontato la sua esperienza domenica pomeriggio, all’alba lo portarono insieme a quelli rimasti in via Piangipane, dove rimase fino al gennaio del 1944.
Dopo la guerra ha scelto l’aliyah, la salita, in Eretz Israel. È partito nel 1949 e da allora è membro del kibbutz Ruchama, nel nord di Israele: “È un bel posto, specialmente in primavera, quando arriva la fioritura degli anemoni e tutto si tinge di rosso”.
Abbiamo approfittato del convegno di domenica per parlare della Ferrara delle leggi razziali e della guerra, della sua scelta sionista e dello Stato di Israele, senza dimenticare il Meis che ancora una volta lo ha richiamato nella città dove è nato.

Da sinistra a destra: lo storico Michele Sarfatti e Corrado Isreael De Benedetti
Da sinistra a destra: lo storico Michele Sarfatti e Corrado Isreael De Benedetti

De Benedetti, quando è diventato sionista? Perché ha scelto proprio la vita dei kibbutz?
Del sionismo conoscevo qualcosa anche prima della guerra, ma ho sentito parlare per la prima volta dei kibbutz dopo che ci hanno liberato, a Faenza, da due dei soldati della Brigata Ebraica, che poi ha fatto tappa anche ad Alfonsine. La nonna aveva fatto amicizia con loro: ricordo che una volta le hanno portato una scatola di carne con su scritto ‘pork’ e alle sue proteste hanno riposto che era un “maiale di Palestina, maiale kasher” (kasher o kosher, idoneo, è il cibo che rispetta le norme alimentari ebraiche, ndr). Poi sono entrato in Hechalutz (Il pioniere), il movimento sionista che aveva due sedi in Italia: dal 1944 a Roma e dal 1946 a Milano.
Devo dire che una volta fatta l’aliyah, tornando in Italia, ho sentito che i rapporti erano più facili con gli altri italiani, era come trattare da pari a pari: lui è italiano, io sono israeliano.

Come avveniva l’aliyah? È stato l’unico a partire da Ferrara?
C’erano dei campeggi di formazione: io ho partecipato all’ultimo prima della guerra, a Canazei, nell’inverno fra 1939 e 1940. Poi dall’ottobre del 1947 sono entrato in ‘haksharà’, un periodo di preparazione all’emigrazione, in un podere vicino a Bagni di Casciana in Toscana: avevamo una vite, un orto e quattro mucche. Sono partito alla fine del 1949, insieme ad altri compagni. Il primo impatto con il kibbutz è stato duro: Ruchama è stato fondato da polacchi, rumeni e bulgari, convinti che parlassimo anche noi l’yiddish: “Non parlate l’yiddish? Allora non siete ebrei!”. Quello che ci ha aiutato è stato essere un gruppo compatto, esserci aiutati gli uni con gli altri. Conosco altri che hanno fatto l’aliyah singolarmente e, dopo un po’ di tempo, sono tornati a casa. Credo che da Ferrara siano partite in tutto 12 persone.
C’è un aneddoto interessante che posso raccontarvi, riguardo l’Aliyah Bet (immigrazione clandestina, ndr): per comprare le navi clandestine servivano cittadini italiani maggiorenni, che avessero compiuto 21 anni, e così Ada Sereni, la moglie di Enzo Sereni, e un certo Pinter, ebreo di Trieste, reclutavano in segreto nel nostro movimento i prestanome per l’acquisto delle imbarcazioni. Ogni tanto ricevevamo telefonate per dirci che qualcuno doveva andare a Milano nello studio del notaio per la firma dell’atto di acquisto: ci pagavano le spese del viaggio e un caffè. Io non ho mai acquistato una nave, ma solo tre autocarri.

Lei ha detto che lo Stato d’Israele non è come lo avevate sognato…
Prima di partire sapevamo poco della situazione politica in Palestina. Nel 1948 eravamo tristi perché dopo la seconda guerra mondiale pensavamo si dovesse smettere di sparare e imparare a convivere con i vicini: abbiamo sempre desiderato che con i vicini si parlasse e non si sparasse. Purtroppo non è stato così e nel nostro kibbutz non siamo affatto contenti di ciò che stanno facendo i nostri governanti.
La situazione è peggiorata da dieci, quindici anni, anzi da quando è il Likud a governare.

Torniamo ora a Ferrara, ci vuole raccontare qualcosa della sua famiglia?
I De Benedetti sono di Asti, mentre i ferraresi erano i Vita Finzi e i Tedeschi, i miei nonni da parte di madre: sono nato in via De Romei al numero 8, in una casa comprata da uno zio appena dopo l’uscita dal ghetto a fine Ottocento. La mia famiglia non poteva essere più eterogenea: il papà era un ufficiale dell’esercito; il mio nonno materno era antifascista da sempre, passava le giornate a comporre poesie contro Mussolini; la mamma, invece, era una fascista della prima ora, perché pensava che i fascisti fossero gli unici in grado di riportare ordine dopo la Grande Guerra. La nonna era la sentinella della tradizione in famiglia: non ha mai permesso a suo marito di portare anguille in casa, perché non sono kasher, con grande disperazione del nonno a cui piacevano tanto.

Lei ha frequentato la scuola ebraica di via Vignatagliata…
Sembra strano dirlo, ma quello dal 1938 al 1943 è stato uno dei periodi più felici della mia vita, era come essere chiusi in una bolla di vetro, ci insegnavano un mondo che non conoscevamo, pieno di sfumature diverse. A mio avviso, le scuole ebraiche per la mia generazione sono state un periodo fondamentale, hanno cementato le nostre relazioni perché ci hanno riunito dalle tante scuole che frequentavamo, ci hanno preparato per il dopoguerra, forse più che i campeggi sionisti.

Fra i suoi insegnanti quindi c’era anche Giorgio Bassani…
Sì, era bravissimo. Ci diceva cosa dovevamo dire agli esami alle scuole pubbliche, ma poi aggiungeva che era tutto falso e ci raccontava cos’era il socialismo, cos’era il comunismo, della guerra di Spagna. Ora è così di moda: è un peccato che i tedeschi abbiano distrutto i miei quaderni dei temi con le sue correzioni e i suoi voti, avrebbero avuto un gran successo!
Fra gli insegnanti c’erano anche il professor Veneziani, fratello del direttore del coro della Scala licenziato nel 1938, e il pugile Primo Lampronti, campione italiano dilettanti a cui era stato ritirato il titolo, che aveva partecipato anche alle Olimpiadi del 1936.

Ci racconta della notte dell’arresto?
Hanno suonato due Carabinieri e poi è iniziato una sorta di film: mi sembrava di essere Pinocchio in mezzo ai due carabinieri baffuti, siamo andati anche dai Finzi, ma loro sono stati più furbi e non hanno risposto. Ci hanno riuniti tutti in uno stanzone dietro le Poste: ebrei, comunisti, socialisti, c’era anche la maestra Alda Costa. Alle cinque ci hanno portato in via Piangipane; è stato Gigetto, il gelataio comunista a dirci: “Coraggio compagni, questa volta si va solo in galera!”

Perché hanno arrestato lei, che aveva solo 16 anni, e non suo padre?
Dopo la guerra Renato Hirsch (ebreo ferrarese, direttore del maglificio di famiglia, perseguitato dal fascismo locale, è stato dirigente del Comitato di Liberazione Nazionale e all’indomani del 25 aprile 1945 venne eletto Prefetto reggente di Ferrara, ndr) ci ha raccontato che Giorgio e Matilde Bassani, arrestati nel giugno del 1943 per attività antifascista, durante gli interrogatori avevano detto che si riunivano non per attività illegali, ma per raccogliere fondi per i bambini ebrei internati nei campi del Sud e avevano aggiunto: “Se volete chiedete conferma a Corrado De Benedetti”. Perciò il mio nome era conosciuto in Questura ed è saltato fuori quella notte, quando hanno guardato gli elenchi per gli arresti.
Ho raccontato la vicenda a una nipote della Bassani, che lo ha riferito a lei creando un piccolo incidente e per un po’ non ho più potuto andare a trovare la mia maestra delle elementari.

Prima del 1938 aveva mai subito atti di antisemitismo? Aveva amici non ebrei?
No, allora non avevo amici cattolici, solo dopo la guerra all’università, quando ho frequentato chimica per due anni qui a Ferrara.
So che ad alcuni è successo, ma io non ho mai subito atti di antisemitismo, la maggior parte della popolazione ferrarese non sapeva chi era ebreo e chi non lo era. Forse per questo Ferrara è stata una delle città più colpite dalle leggi razziali: da un giorno all’altro hanno licenziato un’intera classe dirigente, compresi i presidi dei due licei e il direttore dell’ospedale dei matti.

Come vi siete salvati lei e la sua famiglia?
Il 28 di gennaio 1944 gli inglesi hanno bombardato Ferrara, compreso il carcere. Io ero già agli arresti domiciliari e ho deciso che era il momento di fuggire con la mamma e con la nonna: siamo partiti la notte del 30 gennaio per raggiungere il resto della famiglia a Faenza. Quattro giorni dopo c’è stata l’ultima retata: hanno radunato gli ultimi ebrei ferraresi nel tempio italiano di via Mazzini, prima di trasferirli a Fossoli, da dove poi sono stati deportati ad Auschwitz. Non potrò mai dimenticare che la notte che ce ne siamo andati una bambina vicino a noi diceva a un’amica: “Lo sai che sono scappati tutti dalla prigione, guarda in giro se vedi qualcuno con i calzoni a righe”. Io mi sono guardato i pantaloni: per fortuna non erano a righe!

De Benedetti sul cantiere del Meis
De Benedetti sul cantiere del Meis

Da Faenza vi siete spostati in un casolare vicino Brisighella, chi vi ospitava sapeva chi eravate?
Assolutamente no, un notaio siciliano amico di papà ci aveva procurato documenti falsi: eravamo sfollati nativi di Bari, di cognome facevamo Bovino. Nel dicembre 1944 il fronte ci ha oltrepassato e sono arrivati gli alleati. Siamo tornati a Ferrara solo a maggio del 1945.

Prima di lasciarla, possiamo chiederle cosa ne pensa del Meis, il museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah, che è nato proprio nel luogo nel quale lei fu detenuto con altri ebrei e antifascisti e che ora la riporta a Ferrara?
Sono veramente commosso da questo progetto. Quando ero in prigione non avrei mai pensato che in quegli spazi sessant’anni dopo sarebbe nato un museo, per di più proprio sull’ebraismo italiano.

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NOTA A MARGINE
La traversata di Moisé nel mare del dolore

La settimana scorsa ho avuto l’occasione di ascoltare la storia di un uomo che, durante la sua infanzia, ha dovuto confrontarsi con una realtá feroce e scioccante. Il suo nome è Cesare Moisè Finzi, oggi ha 85 anni, ma ricorda perfettamente la data del 3 settembre 1938, come se quel giorno fosse stato scolpito nella sua mente in maniera indelebile. Da un po’ di tempo ormai il signor Finzi ha deciso di diffondere la storia della sua vita; vuole che i giovani non dimentichino le persecuzioni razziali che negli anni ’40 hanno causato la morte di milioni di persone, la disintegrazione di interi nuclei familiari, la tortura di un numero indescrivibile d’innocenti. Oggi tiene incontri nelle scuole dove parla agli studenti, costringendosi ogni volta a confrontarsi con la sofferenza vissuta, ripercorrendo un viaggio a ritroso nel dolore, nell’incredulitá, nella vergogna.

Con “Il giorno che cambió la mia vita”, titolo del suo ultimo libro, Cesare Finzi si riferisce proprio a quella fatidica data, prima della quale conduceva una vita tranquilla e serena. Nacque nel 1930, anno in cui a Ferrara, sua cittá natale, vi era circa un ebreo ogni cento abitanti. A quel tempo Cesare si sentiva una bambino come tutti gli altri, andava alla scuola ebraica e al pomeriggio giocava al parco con i suoi amici. Per lui la differenza tra un bambino cattolico e uno ebreo stava solamente nel fatto che il primo andava in chiesa la domenica, il secondo in sinagoga il sabato; il primo recitava le preghiere in latino, il secondo in ebraico, entrambi senza comprendere una parola delle rispettive ‘lingue religiose’. Per il resto non vedeva molte differenze tra gli uni e gli altri, se non le diverse festivitá e l’obbligo d’indossare la divisa scolastica in giornate prestabilite. Finita la terza elementare Cesare chiese ai genitori di poter cambiare scuola; voleva lasciare quella ebraica e frequentare quella pubblica per il semplice motivo che, così, si sarebbe ritrovato in una classe più numerosa, con più amici con cui poter giocare. Ma il 3 settembre 1938, quando aveva solamente otto anni, andó ad acquistare il quotidiano per il padre e sulla prima pagina non poté fare a meno di leggere una frase: “Insegnanti e studenti ebrei esclusi dalle scuole governative e pareggiate”. Rimase colpito da quelle parole, ma il pieno significato lo comprese solamente qualche giorno dopo quando si recó, come d’abitudine, al parco Massari per incontrare gli amici. Ad una ad una le madri allontanarono i propri figli da Cesare e lui si ritrovò completamente solo. “Riuscite ad immaginare come può sentirsi un bimbo nel vedersi portar via tutti gli amici e sapere di essere la causa di quell’abbandono?” ha chiesto Cesare agli studenti dell’Einaudi durante il suo ultimo incontro. Dovette quindi proseguire i suoi studi alla scuola ebraica, ma da quel giorno smise di sentirsi come i suoi coetanei. Quel giorno la sua vita cambiò. Ogni ebreo fu in un certo senso costretto a “condannare” se stesso: era necessario compilare un documento in cui si dichiarava di essere ebrei. Provate ad immaginare il dolore di un genitore costretto a mettere nero su bianco che il proprio figlio appartiene ad una razza considerata inferiore. Quelle persone vennero bollate così che, quando la “caccia all’ebreo” divenne spietata, nessuno potesse sfuggire ai rastrellamenti. Paradossale è che il padre di Cesare fu uno dei primi fascisti italiani e combattè per l’Unità d’Italia. Già nel 1923 però cancellò il suo nome dal Partito perchè intuì che le cose sarebbero cambiate.

Tra le assurdità delle leggi italiane ve ne era una che stabiliva che gli studenti ebrei dovessero frequentare la scuola ebraica, ma sostenere l’esame di stato alla scuola pubblica, insieme agli altri studenti cattolici. Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra e Cesare si recò, assieme al suo caro amico Nello Rietti, a dare l’esame di quinta elementare. Mussolini fece installare altoparlanti in ogni angolo della città, cosicché tutta la popolazione potesse ascoltare il suo discorso. Due frasi rimasero a Cesare molto impresse: “Vincere, e vinceremo” e “A me servono poche centinaia di morti per sedermi al tavolo dei vincitori”. Quest’ultima frase lo fece raggelare e lo pose davanti ad un grande dilemma: “Sono italiano e dovevo sperare che l’Italia vincesse, ma se così fosse stato le leggi razziali sarebbero rimaste. Dovevo quindi sperare che il mio stesso Paese venisse sconfitto?” ha domandato agli studenti, rapiti dal suo racconto.

Nonostante al tempo la scuola dell’obbligo terminasse con la quinta elementare, Cesare proseguì i suoi studi, sempre alla scuola ebraiaca di via Vignatagliata. Giorgio Bassani fu il suo professore di italiano e latino, che lui ricorda come un insegnante straordinario. Dopo i tre anni di scuola media si recò nuovamente alla scuola pubblica per sostenere l’esame finale. Quel giorno però, mentre il preside leggeva i nomi degli studenti in ordine alfabetico per accertarsi che fossero tutti presenti, il nome di Cesare e quello del caro amico Nello Rietti non si udirono. Dopo lunghi minuti di attesa i due nominativi vennero trovati nel retro dell’ultimo foglio, scritti in piccolo nell’angolo. “Nemmeno i nostri nomi potevano stare con quelli degli altri” racconta Cesare con afflizione e tristezza. Vennero così fatti sedere dal preside in fondo all’aula, ma la professoressa pensò fosse una scelta dei due studenti, così da potersi aiutare a svolgere l’esame. Quando domandò loro perchè si fossero isolati da tutti gli altri, Cesare rispose: “Siamo stati messi qui perché siamo ebrei”. Nell’aula scoppiò il caos: i due amici ricevettero fischi ed insulti dai loro stessi compagni. L’insegnante li spostò così in prima fila, affermando “Tanto non attaccherete la malattia”. Parole forti, accusatorie, dolorose, ma che nella sua tenera ingenuità, Cesare non comprese. Domandò allora a quale malattia ci si riferisse e la maestra, stupita, rispose: “Ma come, voi ebrei non avete la coda?” Una donna di cultura, laureata, un’insegnate di scuola media credeva ad uno dei tanti e stupidi pregiudizi del tempo, come quello che sosteneva gli ebrei fossero mezzi-animali. Nonostante tutto Cesare venne promosso a pieni voti e proseguì gli studi fino al conseguimento di una laurea in medicina, mentre per il caro amico Nello fu tutto inutile: morì a Buchenwald nell’aprile del 1945.

La disavventura dell’esame era stata per Finzi solamente l’inizio di una serie di tragedie.
Il 25 luglio del 1943 il Gran Consiglio dei Ministri, quello stesso organo che 5 anni prima aveva deciso che i ragazzini ebrei come Cesare non potevano frequentare la scuola pubblica, mise Mussolini in minoranza. L’8 settembre l’Italia firmò l’armistizio, ma la guerra continuò. Vennero imposte le leggi razziste tedesche, molto più rigide di quelle italiane perchè colpivano chiunque venisse classificato come “diverso”. Sulla testa di ogni ebreo pendeva una taglia, di conseguenza chiunque aveva interesse a denunciare uno di loro perchè in cambio avrebbe ottenuto un premio in denaro. Ciò che spinse la famiglia Finzi a fuggire fu la notizia della cattura dei loro parenti di Bolzano, tra cui la cuginetta Olimpia, di appena tre anni. Solo 30-40 anni dopo seppero che erano stati deportati in Austria in un campo di concentramento, poi ad Auschwitz, da cui non fecero ritorno.
Se Cesare è sopravvissuto è perchè ha avuto la fortuna di incontrare persone che hanno aiutato lui e la sua famiglia. Fuggiti da Ferrara hanno trascorso la prima notte a Ravenna dove, un conoscente dello zio di Cesare, li ospitò nella sua casa e per un anno li protesse (erano in 10, 4 adulti e 6 bambini). Se quell’uomo, il signor Muratori, li avesse denunciati, avrebbe guadagnato una somma di denaro enorme, per quell’epoca. Il giorno seguente proseguirono il viaggio e trovarono rigufio a Gabicce Mare. Quì un uomo, di cui Cesare non conobbe mai nè il volto nè il nome, li aiutò senza volere nulla in cambio. Procurò loro carte d’identità (con nomi falsi e senza il timbro di appartenenza alla razza ebraica) e la tessera annonaria, necessaria prima di tutto per ottenere generi alimentari. Purtroppo però a Gabicce i membri della famiglia Finzi erano conosciuti con i loro veri nomi; furono così costretti a fuggire nuovamente e arrivarono a Mondaino, un piccolo centro vicino a Rimini. Quì vissero mescolandosi con la popolazione locale, imparando a fare il segno della croce, andando in Chiesa e recitando l’Ave Maria. Presto però la popolazione civile fu allontanata da Mondaino e dovette attraversare la linea del fronte. Finirono nella cosidetta terra di nessuno: “le bombe che non cadevano sugli inglesi o sui tedesci, cadevano su di noi” racconta Cesare, con gli occhi lucidi per il dolore del ricordo. Una di quelle bombe colpì il piede del fratello e la situazione divenne drammatica. Dovevano a tutti i costi rischiare di attraversare la linea del confine per cercare aiuto. Cesare, quattordicenne, camminò così per 13 chilometri con il fratelllino di nove anni sulle spalle. Tornarono a Mondaino, liberata dalle truppe anglo-americane, e lì trovarono un ospedale da campo che poteva però curare solamente i feriti e i malati dell’esercito. Ancora una volta, nella tragedia che stavano vivendo, ebbero un colpo di fortuna. Un medico, capitano dell’esercito nemico, rischiò la sua vita e la sua carriera per salvare la vita di un bambino. Operò il fratello di Cesare da sveglio, senza alcun tipo di anestesia. “Ho fatto il medico, di operazioni ne ho viste tante, ma quell’intervento non lo scorderò mai”, così Cesare rammenta quel giorno infernale.

Finalmente la famiglia Finzi era libera, ciascun membro potè riprendere il proprio vero nome. Solamente dopo il 25 aprile 1945 fecero ritorno a Ferrara dove ritrovarono la loro casa e il negozio del padre. Cesare frequentò il liceo scientifico di Rimini, poi il Roiti di Ferrara, dove incontrò compagni meravigliosi che lo accolsero senza alcun pregiudizio. Cesare Moisè Finzi, 85enne dal volto rigato da delicate rughe, una voce dolce e piena di dolore, ha deciso di parlare ai giovani perchè in loro vede la speranza. Finito il racconto della sua vita, uno studente gli ha domandato quale fosse stato per lui il momento più difficile. Senza esitazione Cesare ha raccontato l’orrore del momento in cui durante il passaggio del fronte vedeva le bombe esplodere intorno a lui e ai suoi famigliari. Quel giorno però si aggrappò alla speranza di trovare un rifugio e mettersi in salvo. Ma niente è stato tragico e doloroso come il ritorno a casa, scoprire tutto ciò che era successo e perdere completamente la fiducia nell’Uomo. Se oggi Cesare è ancora vivo è grazie a tutte quelle persone che ha incontrato lungo il suo cammino e che hanno rischiato la vita per difendere chi al tempo era considerato il “nemico”. Ecco perchè serve la speranza; questa lui la ripone nei giovani d’oggi e li invita, con la voce rotta dal pianto, a combattere per la ragione, la giustizia e l’umanità.

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