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Red Carpet rosso sangue

La ‘Settima Arte’, come viene definito il Cinema, contiene in sé qualcosa di magico e irripetibile perché cattura, fa immedesimare, affascina e coinvolge come fosse un mirabolante affabulatore instancabile. Il grande schermo rimane un appuntamento in cui ci immergiamo totalmente, gioiamo, soffriamo, ci commuoviamo, ci spaventiamo, sperimentiamo l’intera gamma di sensazioni, sentimenti ed emozioni nello scorrere delle sequenze, troviamo  conferme o smentite, rassicurazioni o dubbi nei personaggi della narrazione.
Si è conclusa da poco la 77esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia in una cornice straniante fatta di mascherine, distanziamenti, termoscanner, percorsi obbligati, barriere separatorie, prenotazioni di posti rigorose, visioni in apnea. Un film dentro il film che descrive un day-after, ma diventa anche uno dei simboli di forte volontà di ripartenza culturale post-Covid.
Vince il Leone d’Oro il film Nomadland  di Chloé Zhao, con riconoscimento quasi unanime: la storia di Fern, una donna rimasta senza lavoro – e senza il marito, che muore – dopo la chiusura della fabbrica in cui ha lavorato per molti anni e il crollo economico della città del Nevada in cui vive. Lascia tutto e intraprende una vita sulle strade dell’Ovest americano, lontana dalla società convenzionale, nomade moderna e anima errante in perpetuo movimento. Il suo vagabondaggio diventa quello speculare dell’America anni ’80 e attraverso il peregrinare della donna si dipana anche  il percorso degli States di quegli anni.
La rassegna cinematografica veneziana del 2020 ha registrato la partecipazione di visioni importanti, dedicate a una moltitudine di generi e prospettive: una coraggiosa decisione dell’organizzazione di non abbandonare, nonostante le insicurezze del periodo che viviamo. Nella storia del cinema, nel backstage di ogni film esiste il lavoro dettagliato e scrupoloso di una miriade di figure professionali che rendono possibile la sua realizzazione; si raccontano anche aneddoti, talvolta dai contorni leggendari, che lo caratterizzano e lo rendono più curioso e particolare di altri.

Il set di alcuni film è diventato anche teatro di fatti strani e inspiegabili, dai contorni tragici in alcuni casi, misteriosi e inquietanti in altri. Prendiamo, ad esempio, il “Caso della donna delle dune”, legato al set del famoso film “Lo squalo”, grande successo degli anni ’70. Il 26 luglio 1976, tra le dune di Cape Code in Massachusetts, fu rinvenuto da una tredicenne il cadavere di una donna: mani amputate, testa semidecapitata, lunghi capelli raccolti a coda di cavallo, bandana blu, jeans, capsule dentarie d’oro di qualche migliaio di dollari. Un’identità mai scoperta e l’impossibilità di indizi da impronte digitali. Un caso irrisolto da 45 anni.
Il seguito di questo fatto ricompare nel 2015, quando Joe Hill, figlio del celebre scrittore Stephen King, guardando “Lo squalo” si accorge di un clamoroso dettaglio al minuto 54 della rappresentazione: una folla  accalcata sul pontile si sta imbarcando sul traghetto e tra le persone si nota la donna delle dune, proprio la stessa donna, ignota ma visualizzata da milioni di persone senza che qualcuno arrivasse a qualche collegamento col film. Le coincidenze erano tante per nutrire dei dubbi, stesso abbigliamento, il set del film era nei paraggi della spiaggia del ritrovamento e la scena era stata girata a giugno, un mese prima della scoperta. Hill ne parlò con la polizia e FBI, fece girare la notizia in Internet con un post che ad oggi risulta uno dei più cliccati. Dal registro delle comparse del film non risulta alcun nome o indizio e attualmente non esistono ancora risposte.

Ci sono film girati in circostanze strane, in cui registi, attori e membri della troupe rimangono coinvolti in misteriosi avvenimenti durante le riprese. A volte sembra che la realtà del set superi la finzione cinematografica. E’ il caso di “L’esorcista” (1973), film terrificante da vedere e set terrificante su cui lavorare. Numerosi eventi raccapriccianti durante la lavorazione hanno tinteggiato di toni funesti quest’opera: l’attore irlandese Jack Macgowran morì subito dopo aver completato le sue scene e la stessa sorte toccò disgraziatamente a un membro della troupe e a una guardia di sicurezza. Il set andò a fuoco senza spiegazione alcuna. Strane circostanze che portarono il regista William Friedkin a chiedere a un prete di benedire i luoghi della lavorazione.

Nel 1954 la troupe del RKO girò nell’Area St. George, Utah, il film “The conqueror” sulla vita di Gengis Khan. Le autorità rassicurarono il produttore Howard Hughes sull’assenza di qualsiasi rischio in quella zona, sede di esperimenti  e test nucleari. Fu un film tra i più visti di quella stagione ma considerato successivamente dai critici uno dei 100 film peggiori della storia del cinema. Protagonisti erano John Wayne e Susan Haywa, due giganti del grande schermo. 91 persone delle 220 impegnate sul set si ammalarono nel giro di pochissimi anni e morirono, a cominciare dal regista Dick Powell e un attore. Che rapporto ci fosse tra l’insorgere delle malattie tumorali e l’esposizione in quell’ ambientate non è dato certo; un medico parlò di epidemia, la fantasia popolare creò una delle leggende metropolitane ancora raccontate, attribuendo ai fatti un alone di mistero. Il produttore acquistò tutte le copie del film per 12 milioni di dollari e lo ritirò dalla circolazione.

Si racconta di fatti inspiegabili durante le riprese della serie di film “The Amityville Horror”, un cult anni ’70, con avvenimenti spettrali, manifestazioni strane e un ritrovamento di un corpo umano sul luogo delle riprese. Si ispira alla vera storia del 23enne Ronald DeFeo Jr., autore dell’efferato sterminio della sua famiglia, condannato a 6 ergastoli – 6 erano le vittime – che sta ancora espiando in carcere.

Aggiungiamo due nomi diventati un mito, Bruce Lee padre e Brandon Lee figlio, morto sul set del film che stava girando, in circostanze che lasciano ancora molti interrogativi. Citiamo anche “The omen Il presagio”, in cui Gregory Peck rischiò di morire in un disastro aereo scampato e un altro velivolo decollato dal luogo del set precipitò causando 11 vittime. Una sciagura che venne interpretata come segno negativo inspiegabile.

Il cinema non è sempre un paradiso in Technicolor: dietro le quinte esiste un mondo meno dorato, dove la realtà è dura e talvolta spietata. In qualunque dei casi e qualunque connotato gli si voglia riconoscere, il cinema può essere mille mondi: uno specchio dipinto, come lo definiva Ettore Scola, un business, come diceva Audrey Hepburn, una competizione con Dio, come lo pensava ironicamente Federico Fellini.  Anche un sassolino nella scarpa, veicolo di pensiero, mezzo di contestazione, fastidioso e scomodo pretesto per riflettere, a detta di Lars von Trier.
Il cinema è e rimane una meravigliosa reimpostazione del mondo, un grande inganno, una rappresentazione di quella vita che scegliamo di rappresentare, un sogno, una cruda denuncia, un invito a fermarci e guardare.

La bellezza della paura

Cosa ci spinge a cercare il buio notturno, a guardare nei pozzi, a scrutare le tenebre dell’incertezza? I brividi dietro la schiena, i peli si rizzano e il sangue sembra ghiacciarsi nelle vene, mentre il cuore all’inverso comincia a battere all’impazzata. Sudori freddi, gli occhi vedono sagome sfuggenti che scompaiono dietro di noi, acceleriamo il passo per allontanarci dai vicoli oscuri e deserti… eppure, puntualmente, ritorniamo ancora in quegli stessi vicoli, sempre lì, soli, a inseguire i nostri demoni!
Nel 1974 uscì in Italia un film che tuttora è considerato il più terrificante horror mai realizzato: L’esorcista.
Solo cinque anni dopo, approfittando di una rassegna estiva che veniva proiettata nel vecchio Ristori di via Del Turco, potei finalmente andare al cinema a vederlo. Avevo appena quindici anni e ricordo che lo vidi assieme a un paio di amici. Credo di avere avuto più incubi notturni quell’estate che in tutti gli anni che seguirono. E in effetti il volto di Regan, trasformato dalla possessione, a distanza di quasi quarant’anni è ancora spaventosamente disturbante!

Tuttavia (o forse proprio per questo), da allora la passione per il thriller e l’horror non mi abbandonò più. Il terrore, l’adrenalina che sale, danno un piacere inaspettato. Come gli effetti pirotecnici di una tempesta vissuta sotto un riparo sicuro, goduta da spettatore lontano da ogni rischio ma abbastanza vicino per sentire l’odore degli elementi impazziti che vorticano tutt’attorno in cerca di vittime da divorare. Immaginarsi vittima e allo stesso tempo confortarsi nella certezza di non esser tale. C’è qualcosa di sublime nel farsi travolgere dal terrore creato ad arte, tanto reale quanto posticcio. In fondo equivale ad entrare in un mondo parallelo: quello del sogno e della fantasia.
Ora, lasciando per un attimo da parte le immagini e i fotogrammi, mi rendo conto dell’importanza determinante della musica. il successo di un film e la sua perpetuazione nella memoria dipendono spesso e soprattutto dalla grandezza della sua colonna sonora. Qualche esempio? Cosa sarebbero stati i film di Leone senza le musiche di Morricone? E cosa sarebbe stato Profondo Rosso senza l’accompagnamento musicale dei Goblin?
Per L’esorcista la cosa è stata più discreta, ma ora, riascoltando Tubolar Bells, mi torna in mente la porta chiusa della stanzetta di Regan. Ancora oggi ho lo stesso timore/desiderio di aprirla, di entrarci e di scoprire che quella stanzetta in fondo era la mia.

Tubolar Bells – performance live del 1973 per la BBC (Mike Oldifield, 1973)

Tubolar Bells – registrazione originale in studio (Mike Oldifield, 1973)

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